Sergio Basso
Controllo totale e lavoro gratis. Il gulag di Pechino
Corriere della Sera La Lettura, 7 giugno 2026
«Timore e tremore», suggeriva Kierkegaard (e prima di lui San Paolo) di fronte all’Assoluto. «Sorvegliare e punire», Surveiller et punir en Chine, incalza con il suo libro, pensando al Partito comunista (ed evocando Michel Foucault), Jean-Philippe Béja, sinologo e politologo. Direttore di ricerca emerito a Parigi, dal 1975 vive la Cina dal di dentro. Aveva 26 anni allora, e toccò con mano l’autocensura e la paura della popolazione, da giovane studente che curiosava in bici per la periferia di Pechino di quegli anni. Attraverso una analisi storica rigorosa e toccanti testimonianze dirette, l’autore è giunto alla convinzione che la repressione e il controllo sociale non siano stati tragici incidenti di percorso, ma costituiscano il cuore pulsante del potere comunista cinese, ancora prima della fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Per Béja, Mao Zedong perfezionò la sua spietata grammatica del potere sin dai tempi di Yan’an (il suo quartier generale alla fine degli anni Trenta), invitando le masse a criticare il Partito per far emergere le voci fuori dal coro e poi annientarle brutalmente con l’accusa di tradimento.
I capi del Pcc guardarono poi ai detenuti come a una vasta forza lavoro per l’edificazione del socialismo, dallo scavo di canali alla costruzione di ferrovie: manodopera a basso costo senza i costi della previdenza sociale, educando pure il cittadino ai nuovi valori, come suggerito anche dai consiglieri sovietici. Cosa volere di più? Ecco nati i laogai, «riforma attraverso il lavoro»: gulag alla cinese.
Il sistema ha dimostrato una straordinaria capacità di evolversi: dopo Mao, le riforme economiche del 1992 e l’apertura ai mercati, anche il sistema carcerario si è progressivamente modernizzato, integrandosi nelle catene di fornitura internazionali e ponendo l’accento sulla redditività delle imprese collegate ai centri di detenzione. Sono imprese i cui impiegati lavorano gratis e non possono esprimere rivendicazioni: è dove socialismo e capitalismo si incontrano davvero.
E poi. è arrivato Xi Jinping. Per Béja, siamo al «Grande Balzo all’indietro»: la repressione si abbatte su giornalisti e avvocati per i diritti umani (con la retata del 2015). Di fronte all’indebolimento dei vecchi strumenti di controllo (come il libretto di residenza, hukou, o le unità di lavoro, danwei), il regime ha optato per una sofisticata tecno-sorveglianza che sfrutta big data, cloud della polizia e le innumerevoli telecamere del sistema Skynet. Ciliegina sulla torta, si sono inventati la patente del «credito sociale» (shehui xinyong): si guadagnano punti pagando i debiti, facendo volontariato o fornendo informazioni utili alla polizia. Si perdono se si firmano troppe petizioni contro i quadri. Cosa si vince? Tassi agevolati e sconti per siti turistici. E per chi perde? Aumento dei tassi, rifiuto di promozioni, impossibilità di soggiornare in hotel di lusso e persino il divieto di viaggiare in aereo. È il recupero via app della delazione, tremenda pratica sopita dopo Mao ma in ripresa dal 2012, che segnala un’atomizzazione dell’organizzazione per agevolare il piano totalitario.
E poi ci sono le «minoranze etniche». Dal 2017, la Cina ha costruito una rete di «centri di istruzione e formazione professionale» (zàijiàoyùyíng), destinati in particolare a uiguri, kazaki e kirghisi.
Non bisogna scordare che Chen Quanguo, segretario del Pcc del Xinjiang (regione musulmana e turcofona), aveva ricoperto lo stesso ruolo in Tibet, arrivando a schierare l’esercito nei monasteri. Nel Xinjiang, in un reticolo di circa 400 strutture, ha confinato quasi un milione di uiguri il cui unico crimine era praticare la propria religione o esibire simboli vistosi come la barba e il velo. È un modello di governance radicalmente diverso dal nostro, e trasforma il controllo sociale in un’infrastruttura portante per garantire l’ordine nella corsa verso la modernità.
Nonostante l’abisso descritto, il lavoro di Béja non è una resa al dispotismo: con le interviste che l’autore ha ottenuto con un lavoro certosino di fiducia, il libro restituisce la voce e un nome alle vittime, da Wei Jingsheng ad Ai Weiwei. È un inno alla resilienza del popolo cinese, capace di non piegarsi del tutto alla macchina del terrore, e lancia un monito: dietro le metropoli scintillanti e i successi economici, il gulag cinese non è un reperto del passato, ma un’infrastruttura camaleontica e vitale per la sopravvivenza dell’ultimo grande impero totalitario.
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