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sabato 22 agosto 2026

Il femminicidio dopo la denuncia

Elisa Forte
La catena spezzata del Codice Rosso. Quelle donne uccise dopo la denuncia

La Stampa, 22 agosto 2026

Almeno venti donne avevano denunciato, chiesto aiuto, raccontato la paura. In alcuni casi la denuncia non è bastata, in altri un braccialetto ha taciuto, in altri un allarme non è arrivato. Non sono la stessa storia ma raccontano la stessa fragilità: fra la denuncia e la protezione ci sono molti passaggi, e ognuno può diventare l’ultimo.

Il Codice Rosso (legge 69, in vigore dal 9 agosto 2019) impone tempi rapidi alla giustizia per i reati di genere. Ma resta una catena. Queste sono le drammatiche storie raccontate dai media negli ultimi 5 anni: non dati ufficiali ma la ricostruzione di alcune delle vite finite per mano di compagni o ex dove almeno un anello della catena di protezione ha ceduto.

Renata Trandafir denunciò il patrigno per maltrattamenti a novembre 2021: la segnalazione impiegò oltre un mese per arrivare in Procura. Il 13 giugno dell’anno dopo la ventiduenne fu uccisa a colpi di fucile con la madre Gabriela. Anna Scala, 56 anni aveva denunciato l’ex compagno due volte in due giorni a luglio 2023, dopo che l’uomo l’aveva aggredita a pugni e le aveva squarciato le gomme dell’auto. Nessuna misura cautelare fu emessa: fu uccisa un mese dopo. Sigrid Gröber era stata al pronto soccorso dodici volte: fra denunce formalizzate e ritirate, nessuno lesse la sequenza come un rischio crescente. La richiesta di Codice Rosso di Mara Fait, con diciannove documenti prodotti dall’avvocato e undici testimoni, fu archiviata in sette giorni come «lite di condominio». Fu uccisa con un’accetta. Celine Frei Matzohl aveva denunciato appena due mesi prima: non bastò a fermare il suo assassino. Marisa Leo aveva ritirato la querela per lasciare alla figlia un padre presente: quel legame fu la sua trappola. Mentre Amina Sailouhi aveva rifiutato una casa protetta per restare vicino alla sua piccola ma il suo ex non le lasciò scampo. Juana Cecilia Loayza vide l’aggressore patteggiare un percorso di recupero mai iniziato: bastò una sua foto sorridente sui social per farlo tornare a ucciderla. «Ho sempre timore di ritrovarmelo davanti», aveva scritto nella denuncia Alessandra Matteuzzi: nessuna misura arrivò: lui la aspettò sotto casa. Angela Avitabile aveva minimizzato un tentativo di strangolamento per non abbandonare il marito, con problemi psichiatrici, mai preso in carico. Fu accoltellata 11 volte davanti ai nipotini.

E poi arrivarono i braccialetti, il dispositivo elettronico che dovrebbe essere l’anello tecnologico della protezione. In una rilevazione del 2025, 67 uffici giudiziari su 139 (48,2%) hanno riferito di aver incontrato difficoltà nella gestione del dispositivo. L’infermiera Concetta “Titti” Marruocco aveva sulle spalle vent’anni di denunce, lui portava il dispositivo, forse scarico quella notte: a casa entrò comunque con un vecchio mazzo di chiavi e non si fermò, nel 2023. La sua storia è diventata uno dei simboli di questo paradosso.

Ma è a Torino che la catena spezzata del Codice Rosso mostra il suo punto più doloroso. Il braccialetto dell’uomo che ha ucciso Roua Nabi lanciò quattro ben quattro allarmi: nessuno in sala operativa li prese in carico. E ancora: un centro antiviolenza aveva scritto «rischio alto di femminicidio» ma il braccialetto per l’aggressore di Hayat Fatimi non fu mai installato. E quello dell’ex marito di Tiziana Vinci, guasto da giorni e già segnalato ai carabinieri, non suonò quando lui la raggiunse sul lavoro. Mentre il compagno di Jessica Stapazzollo Custodio de Lima si tolse il proprio senza far scattare un solo allarme. Poi entrò in casa e la uccise con 27 fendenti.

Tra il feminicidio di Tania Terrin e quello di Vanessa Zappalà, 26 anni, sono trascorsi 5 anni. Per Vanessa il Codice Rosso scattò, lei racconto le minacce che aveva annotato su un bloc notes ma il giudice concesse solo un divieto di avvicinamento invece degli arresti chiesti dalla Procura. Lui, invece, la raggiunse: per ucciderla sul lungomare. Poi si impiccò. «È un fallimento dello Stato», disse allora la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Parole identiche ha usato anche il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia, per il femminicidio di Tania Terrin, strangolata la notte del 15 agosto nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è tolto la vita.

«L’apparato normativo è completo - dice Elena Biaggioni, avvocata della rete D.i.Re -. Servono formazione capillare e continua per tutta la rete che viene a contatto con le vittime e non un corso ogni cinque anni». E, sottolinea, «indagini interne ogni volta che un anello salta, non per trovare un capro espiatorio, ma per capire cosa non ha funzionato».

Queste venti storie non dimostrano che il Codice Rosso non funziona ma che la protezione è una catena, e che ogni caso racconta un anello diverso che ha ceduto. Sarebbe disonesto fermarsi qui: il Codice Rosso ha cambiato davvero il modo in cui lo Stato risponde alla violenza di genere, imponendo priorità dove prima c’era la coda dei fascicoli, tempi certi dove prima c’era l’attesa. È un impianto che, quando la catena regge, salva vite ogni giorno. Silenziosamente. Senza fare notizia.

sabato 15 agosto 2026

Le sirene

Odissea 
libro XII, l'episodio delle sirene (versi 166-200)

traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, Milano 2015 

165 Dicendo così io spiegavo ogni cosa ai compagni:

intanto la solida nave rapidamente arrivò

all’isola delle Sirene: la spingeva un vento propizio.

Subito dopo il vento cessò, successe una calma

senza bava di vento, un dio assopiva le onde.

170 I compagni, levatisi e piegate le vele,

le deposero nella nave ben cava e postisi

ai remi imbiancavano l’acqua con gli abeti piallati.

Io invece, tagliato col bronzo aguzzo un grande

disco di cera a pezzetti, li premevo con le mani robuste.

175 Subito la cera cedette, sollecitata dalla gran forza

e dal raggio del Sole, del signore Iperionide:

la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni, uno a uno.

Essi poi mi legarono per le mani ed i piedi

ritto sulla scassa dell’albero, ad esso eran strette le funi,

180 e sedutisi battevano l’acqua canuta coi remi.

Ma appena distammo quanto basta per sentire chi grida,

benché noi corressimo, non sfuggì ad esse la nave veloce

che s’appressava e intonarono un limpido canto:

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,

185 e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.

Perché noi conosciamo le pene che nella Troade vasta

190 soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”.

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,

facendo segni cogli occhi: ma essi curvi remavano.

195 Subito Perimede ed Euriloco alzatisi

mi legarono e strinsero di più con le funi.

Ma quando le superarono e più non s’udiva

la voce delle Sirene né il loro canto,

subito i fedeli compagni la cera levarono

200 che gli spalmai sulle orecchie, e dalle funi mi sciolsero.


Alfabeto dell'Odissea, a cura di Barbara Castiglioni
Mondadori, Oscar Classici Cult, 2026

L'Odissea è senza dubbio un poema di mostri. I più famosi, probabilmente, sono i Ciclopi (...). I mostri più ambigui, misteriosi e fascinosi, però, sono senza dubbio le Sirene, donne dal canto ammaliatore, fonte di piacere e di conoscenza, ma anche di rovina e di morte, metafore della seduzione intellettuale. Sedute su un prato, stregano con la voce soave, e intorno a loro hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo con i piedi e le mani legati all'albero della nave, per sfiorare l'incanto e poterne godere senza morire. Mostri, demoni erotici, o forse solo rapaci prostitute, bellissime, agghiaccianti, ripugnanti, le sirene - di cui nell'Odissea non c'è nessuna descrizione fisica - erano, secondo la tradizione più nota, ninfe compagne di Persefone prima del rapimento, e sarebbero state tramutate poi dall'ira di Demetra in esseri mostruosi, metà donne e metà uccelli; solo dal Medioevo in poi si trova testimonianza sicura del loro aspetto più noto, quello, cioè, con il busto di donna e la coda di pesce, "canonizzato", per così dire, dalla Sirenetta di Andersen (che, a sua volta, fonde la sirena con quella che, per certi versi, è la sua versione "germanica", cioè l'ondina, catalogata da Paracelso come creatura acquatica, metà donna e metà pesce). Le Sirene, a cui nel poema sono dedicati pochissimi versi (XII, 166-200), sono, però, con ogni probabilità, una delle più grandi, sontuose eredità dell'Odissea, non solo le innumerevoli riprese letterarie, da Andersen fino alla sublime Lighea di Tomasi di Lampedusa, ma anche quella dell'arte figurativa - si pensi a Moreau, che le disegnerà candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell'aurora, o a Klimt, con le sue Sirene inquietanti, affusolate e immerse nei loro lunghissimi capelli - e dalla musica: come il Tannhauser di Wagner, che nel voluttuoso mondo del Venusberg, tra satiri, fauni, baccanti e coppie di amanti dediti a un'orgia selvaggia, faceva sussurrare alle sue sirene, da lontano, un dolce invito al protagonista: "Vieni alla spiaggia, dove gli ardori del desiderio, sui nostri cuori han refrigerio!".     


domenica 12 luglio 2026

La caccia alle streghe in Italia

Claudio Corvino
Le tante Italie della stregoneria

il manifesto, 10 luglio 2026

Malefiche. Storia della caccia alle streghe in Italia (Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 19), di Giovanna Potenza è un libro che racconta «le Italie della stregoneria»: dal mondo classico al lento spegnersi, lungo il Settecento, di quello scandalo logico e morale definito cumulativamente Stregoneria. Al di là della cronologia, lo studio arriva anche alla contemporaneità, mostrando i rischi nascosti in tutte le numerose narrazioni turistiche e commerciali legate a luoghi ed episodi «stregonici» italiani. Con lucidità e chiarezza espositiva, l’autrice analizza la parabola italiana di quelle figure mitologiche che, da Lamie, Empuse ed Erinni, diverranno donne considerate reali e per ciò condannate, per reati perlopiù immaginari.

Antiche creature femminili e notturne, che al solo contatto con gli esseri umani potevano condurli alla follia, momento psichico specchio di un macrocosmico caos in cui si rischia sempre di cadere. Tra le più note ricordiamo Circe e Medea, portatrici di un fascino erotico che, in fondo, non è altro che un tentativo di destabilizzare l’ordine microcosmico maschile.

IL VOLUME RICOSTRUISCE la Caccia soprattutto dal momento in cui l’intellettualità europea, forte di una demonologia elaborata nei primi secoli del cristianesimo, cominciò a utilizzare teorie e tecniche rivolte contro gli eretici per contrastare credenze e saperi della cultura popolare, in particolare quella femminile. Un’operazione culturale, scrive l’autrice, tesa a «controllare e sottomettere le voci femminili minacciose per la loro autonomia e per il sapere canonico di cui erano depositarie».

Sradicati dalla loro quotidianità, donne e uomini furono portati nei tribunali, granguignoleschi teatri popolari e gratuiti, in cui si distillavano e prendevano forma «un intreccio di tradizioni popolari, suggestioni inquisitoriali e fantasie alimentate dalla paura». Un vero e proprio «dramma liturgico» o «atto pedagogico» in cui, più che eliminare un pericolo reale, presente solo nelle menti dei giudici, venivano agiti e razionalizzati degli onirici ritorni a un ordine sociale e religioso.

ORIGINALE, tra gli altri, il capitolo «L’infanzia stregata», dedicato ai bambini, che nei processi furono vittime, testimoni o accusatori. Nonostante la storiografia contemporanea abbia prodotto ottimi studi dedicati alle Infanzie (a cura di O. Niccoli, Ponte alle Grazie, 1993), nella pur vasta letteratura sulla stregoneria il tema è spesso trascurato.

Ricco di acute analisi è l’ultimo capitolo, che è non solo un bilancio sugli studi, ma anche un’analisi della cultura italiana, accademica e pubblica, che non sempre ha riconosciuto i propri fantasmi storici e che, anzi, in parte sembra ancora rimuoverli.

IN QUESTI GIORNI dove gli irrazionalismi ritornano in narrazioni banali, ma rese potenti da un’ipertrofia mediatica e politica, il volume di Giovanna Potenza risulta assolutamente necessario. Ci costringe ad abbandonare ogni illusione autoassolutoria per cui l’Italia sarebbe stata più tollerante di altri paesi d’oltralpe, invitandoci inoltre a considerare la sua specificità, fatta di archivi lacunosi, silenzi calati a posteriori e una colpevole selettività della memoria storica, funzionale forse alla costruzione di un’immaginaria ma rassicurante identità nazionale.

Necessario anche perché mostra con lucidità come funziona il disciplinamento della devianza, di ogni devianza: come cioè una società possa legittimare – prendendo strade diverse ma sempre collusamente condivise – la sua repressione costruendo una narrazione unica di ciò che è vero o giusto.

Malefiche non parla solo di caccia alle streghe, ma racconta della costruzione di figure sulle quali si è voluto concentrare l’ansia collettiva; figure che incarnavano il disordine e l’incertezza, la paura. Così la giurisprudenza, ancella e non più fondamento del sapere, ha elaborato concetti che oggi definiremmo diritto «fino a un certo punto». Un diritto che si definì solo attraverso accuse e colpe immaginarie, strumentali al potere.

Necessario, ancora, perché le vittime di quelle cacce (di tutte le cacce) e «i loro nomi non restino cenere».

lunedì 6 luglio 2026

La violenza domestica in tribunale

Una sentenza contro l’Italia sulla violenza domestica

Per la Corte europea dei diritti dell'uomo le autorità italiane hanno gestito male su più fronti le accuse di una donna al compagno
Il Post, 5 luglio 2026

La Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU) ha stabilito che le autorità italiane non hanno gestito in maniera adeguata le denunce di violenza domestica e sessuale da parte di una donna contro il suo ex compagno, e che l’Italia dovrà quindi risarcire lei e i suoi due figli per un totale di 60mila euro. Per i giudici della corte, che è uno dei principali tribunali internazionali, l’Italia ha violato gli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il primo punisce i trattamenti inumani e degradanti, mentre il secondo è volto a tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare. 

La sentenza è stata depositata il 2 luglio e in questi giorni se n’è parlato anche per le motivazioni con cui la pubblico ministero incaricata del caso ne aveva chiesto l’archiviazione, con commenti che i giudici della corte hanno ritenuto sessisti e stereotipati.

Il caso riguarda Audrey Carmen Manuela Ubeda, una 43enne francese che vive da tempo in Italia, e i suoi due figli minorenni, nati nel 2011 e nel 2014. Nell’aprile del 2021 Ubeda aveva denunciato alla polizia il loro padre e suo ex compagno, un cittadino italiano identificato con le iniziali G.P., con cui avevano vissuto fino a poco prima. Ubeda aveva detto che, durante la loro relazione, G.P. si comportava in maniera violenta sia con lei che con i figli, sia fisicamente che psicologicamente.

Il mese successivo lei e i figli vennero spostati in una casa rifugio, dove poi rimasero per tre anni. G.P. invece non fu soggetto a misure restrittive.

Nel novembre del 2021 una pubblico ministero fece richiesta di archiviare le accuse contro l’uomo, definendo un episodio denunciato da Ubeda, in cui lui le avrebbe puntato un coltello alla gola, «uno scherzo di cattivo gusto». Ubeda aveva anche accusato l’ex compagno di averla costretta a fare sesso senza il suo consenso, ma sempre secondo la pubblico ministero era difficile dimostrarlo: in base ai documenti della CEDU, aveva definito «normale» che gli uomini debbano superare «un livello minimo di resistenza» per fare sesso, quando le loro compagne sono stanche per le incombenze quotidiane.

Nel febbraio del 2024 G.P. fu infine rinviato a giudizio, ma stando a quanto comunicato dalla CEDU la prima udienza non si tenne mai. Nel frattempo Ubeda aveva anche chiesto l’affidamento esclusivo dei figli al tribunale dei minori: la responsabilità genitoriale fu tolta a G.P. solo nel maggio di quell’anno, tre anni dopo la richiesta.

Secondo la CEDU, l’operato delle autorità italiane non ha rispettato i criteri fissati dalla Convenzione per diversi motivi. Non hanno avviato indagini tempestive e approfondite, come richiesto dal trattato, e avendo fatto restare la donna e i figli per tre anni in una struttura hanno violato l’obbligo di adottare misure proporzionate alle circostanze, e quello di valutare su base periodica l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure stesse. Anche il tribunale dei minori avrebbe impiegato troppo tempo per decidere sulla responsabilità genitoriale; i commenti pronunciati dalla pubblico ministero, inoltre, hanno contribuito a un’ulteriore forma di vittimizzazione contro Ubeda.

La Corte ha quindi stabilito che l’Italia debba risarcire con 15mila euro ciascuno Ubeda e i suoi figli per i danni subiti, e con altri 15mila per le spese legali. La sentenza sarà impugnabile per tre mesi: se non ci sarà un ricorso, passato questo periodo diventerà definitiva.

lunedì 29 giugno 2026

Vestirsi per esistere


 declinazione al femminile

Parigi/1. Al Musée Cognacg-Jay abiti-bustier e abiti-monumento unici dimostrano come, nel XVIII secolo, le donne non avessero altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere

Laura Leonelli
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026

  • Per la sua ultima collezione di alta moda Chanel, nella primavera-estate del 2019, Karl Lagerfeld aveva scelto di tornare alle origini, al Settecento, non solo perché sua personale ossessione, vedi ventaglio e codino di capelli bianchi vezzosamente trattenuto da un nastro di velluto nero, ma perché al XVIII secolo, aristocratico e già borghese, spetta quella particolare combinazione di eleganza femminile, immagine e spasmodica ricerca di promozione sociale, che qualche decennio dopo avrebbe dato origine alla fotografia e un attimo dopo alla fotografia di moda. Ed è proprio sciogliendo questo nodo storico, e sciogliendo insieme i fiocchi dei tanti bustini esposti, che ci incanta la splendida mostra «Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle», aperta al Musée Cognacg-Jay di Parigi fino al 20 settembre e curata in brillante contrappunto da Saskia Ooms, Adeline Collange-Perugi e Pascale Gorguet Ballesteros.

    Per contemplare la bellezza dell’abito-bustier con cui Lagerfeld terminò la collaborazione con la Maison di Gabrielle Chanel dobbiamo però aspettare la fine del percorso, che prende il via da un altro magnifico Robe à la Française, questa volta d’epoca. Agli estremi della mostra, due abiti-monumento, il primo in taffetà cangiante e garze di seta, il secondo interamente ricamato di paillettes verde acqua e punteggiato di fiori di ceramica, raccontano 200 anni di una storia femminile, pochissimo emancipata e moltissimo esibita. Del resto, ed è la prima riflessione a cui invitano la mostra e il bel catalogo, le donne non avevano altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere. Alla ritrattistica gli uomini offrivano un’immensa versatilità professionale e sociale, ed erano principi, ufficiali, giudici, avvocati, medici, artisti, ognuno di loro con le rispettive insegne del potere. Le donne avevano “solo” il lusso del loro guardaroba e con questo esprimevano ricchezza, stato sociale, cultura, grazia, e, a un certo punto, quando le scene si fanno più intime e la mussola prende il posto del broccato, persino modestia, là dove la modestia faceva parte del corredo morale, quindi economico, di ogni futura sposa. Per i pittori e i fotografi è stato un lunghissimo viaggio di nozze.

    Nello statuto dell’Académie royale de peinture et de sculture, fondata il 10 gennaio 1648, il ritratto occupa un posto minore, in pratica è il gazzettino per leggere le ultime notizie su chi conta e chi no. Tutto cambia nel XVIII secolo quando in un clima di mobilità sociale le nuove élite cercano prestigio e riconoscimento, soprattutto attraverso l’immagine, e contemporaneamente gli Illuministi avviano un’inedita ricerca sulla condizione umana, dove il ritratto è lo strumento migliore per indagare interiorità e sensibilità di ogni individuo. Il ritratto, sentenzia Denis Diderot negli Essais sur la peinture, «è una lettera di raccomandazione scritta in una lingua comune a tutti gli uomini. Nella società, ogni gruppo di cittadini ha il suo carattere e la sua espressione, l’artigiano, il nobile, il plebeo, l’uomo di lettere». Un secolo e mezzo dopo, August Sander metterà in pratica gli insegnamenti del filosofo francese nella sua celebre indagine sugli uomini del XX secolo. Un soffio e arriva Irving Penn con i suoi ritratti dei Petits Métiers parigini.

    E le donne? Le donne del Settecento, apprendiste e maestre nella sottile arte della seduzione, sanno che la moda è un’alleata preziosa. Le donne, vere e non allegorie mitologiche, cominciano così a “guardare in macchina”, gli occhi fissi negli occhi dell’artista e nei nostri, e non importa se siano sedute nello studiolo, intente a leggere o a scrivere una lettera, quel che conta è la comunicazione visiva. A ritrarle nel trionfo dei loro abiti sono, forse non a caso, pittori e pittrici che vantano un contatto diretto con gli strumenti della bellezza e dell’eleganza. Antoine Vestier, tra gli altri, si era formato nell’ambito della miniatura e quando deve riprodurre le trine, i pizzi, le pieghe di seta dell’abito di Marie-Adélaïde de France, e così i suoi capelli incripriati, non ha rivali. Anche Adélaïde Labille-Guiard nasce miniaturista e pastellista di straordinaria delicatezza, ma è soprattutto figlia di Claude-Émile Labille, proprietario del più raffinato negozio di merceria parigino, La Toilette, in rue Neuve-des-Petits-Champs, e tanto per dire una delle commesse è la futura Madame du Barry. La madre di Élisabeth Louise Vigée Le Brun, Jeanne Maissin, era invece una parrucchiera, il padre un pittore e pastellista dell’Académie de Saint-Luc, e quando il padre muore è Blaise Boquet, pittore, commerciante e fabbricante di ventagli a insegnare a Élisabeth la preziosità dei dettagli.

    Molte delle dame ritratte, per esempio Madame Sophie, la Petite Reine della tela di Lié Louis Périn-Salbreux del 1776, portano le cosiddette engageantes (dal verbo engager, impegnare e attirare insieme), maniche di pizzo a strati di volant, applicate all’altezza del gomito, totalmente inutili se non nel gioco eccitante di quel poco vedo e tanto non vedo settecentesco. Partendo da questo accessorio sfilabile, quindi indipendente, la fotografa Esther Ségal ha avviato una ricerca, anch’essa in mostra, sulla condizione femminile nel secolo dei Lumi e su quella gabbia dorata, tra regole e apparenze, tra patriarcato e breve fioritura personale, nella quale vivere, anche soffrendo, l’arte del savoir paraître. I fiori trionfano nelle immagini di Esther, ma sono racemi che avvolgono le braccia come filo spinato o sono petali che appassiscono dietro le sottili sbarre di una voliera. Anche Linda Evangelista, partner nel 1991 di Steven Meisel in uno storico servizio per «Allure», aveva giocato con le stecche-sbarre di un corsetto Cadolle, indossandolo con l’orgoglio di chi si è appena liberato di una camicia di forza.

    Naturalmente è una citazione, doppia, in ordine cronologico da una fotografia di Henry Clarke del 1955, protagonista Dorian Leigh, che a sua volta cita quella celeberrima di Horst per Mainbocher, del 1939. Agli anni 90 appartiene forse l’opera più intelligente e ironica del percorso, anche la più misteriosa perché non di immediata lettura, ed è una zuppiera in porcellana, titolo Madame de Pompadour, su cui appare una creatura che immaginiamo corrisponda per abiti, trucco e parrucco alla favorita di Luigi XV. Non lo è, ed è invece Cindy Sherman che posa tra i decori di una replica della zuppiera commissionata alle manifatture reali di Sèvres nel 1756 dalla stessa Pompadour. L’artista americana ha gli occhi chiusi, forse sogna, forse rende omaggio alla grandezza del personaggio che interpreta, o forse ricorda quanto sia ancora fragile, porcellana esistenziale, il destino di tante altre donne.

    Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle

    Parigi, Musée Cognacg-Jay
    Fino al 20 settembre
    Catalogo Paris Musées, pagg. 110, € 25