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martedì 29 settembre 2026

Lo stupro consentito

Simona Siri
Studentessa stuprata e senza giustizia, esplode il caso della Cornell University

La Stampa, 28 settembre 2026

È la sera del 19 ottobre 2024 quando una studentessa di 20 anni della Cornell University (e che negli atti risulta come Jane Doe, il nome che si attribuisce alle vittime che denunciano e vogliono rimanere anonime) va a trovare un amico alla Chi Phi, la confraternita maschile dell'università. Quello che succede quella notte è una scena da film dell’orrore: la ragazza viene costretta a bere e a sniffare ketamina, viene stuprata per ore e il suo corpo usato come appoggio per consumare droghe, e mentre è incosciente uno dei ragazzi del branco manda un messaggio al gruppo Snapchat chiamato "Chi Phi Actives" con scritto "free pussy upstairs", un invito ad altri maschi a unirsi al divertimento nell’approfittarsi di lei. Nei due anni successivi, dell'intera vicenda non si sa quasi nulla, nonostante la ragazza denunci alle autorità universitarie e alla polizia tre settimane dopo il fatto e che Cornell avvii un'indagine interna che porta alla sospensione temporanea dei sette studenti coinvolti: due vengono poi espulsi e gli altri cinque se la cavano con l’obbligo di dover partecipare a “corsi di sensibilizzazione" e con la possibilità di ridurre ulteriormente le conseguenze disciplinari scrivendo un tema. Un compito in classe, in sostanza, come punizione per uno stupro di gruppo. «Non uno di questi ragazzi è stato arrestato. Non ho mai visto niente di simile», ha dichiarato Thomas Giuffra, legale della vittima che lo scorso 14 settembre ha depositato una causa civile contro la scuola, colpevole di non averla protetta, e contro i sette ragazzi che hanno abusato di lei.

Interviene Ocasio-Cortez

Più di 101 pagine con i dettagli più raccapriccianti di quella sera e che solo oggi fanno scattare l’indignazione. Alexandria Ocasio-Cortez, che domenica scorsa si è recata a Ithaca, dove ha sede Cornell, ha parlato di una «cultura dello stupro» nelle università d'élite. «Jane Doe è stata privata della sua istruzione», ha detto alla folla, citando il fatto che la ragazza ha abbandonato la scuola.

«Non puoi continuare a studiare quando ti succede una cosa del genere. Nel frattempo, quegli uomini sono stati protetti e hanno potuto laurearsi».

Anche l’attrice Florence Pugh ha condannato pubblicamente l'accaduto, e il suo post su Instagram è stato etichettato come "contenuto sensibile" dalla piattaforma, un'ironia amara che non è sfuggita a nessuno. Un clamore mediatico che ha risvegliato anche la autorità: il procuratore distrettuale Matthew Van Houten ha annunciato ieri la riapertura delle indagini, affermando però che la causa civile racconta una storia «drammaticamente diversa» da quella che la ragazza aveva originariamente riferito alla polizia, sostenendo che in quella sede non aveva parlato di droghe somministrate a sua insaputa o con la forza. Van Houten ha però ammesso che all’epoca il suo ufficio non aveva aperto un’indagine indipendente, ma si era basato su quella condotta dal dipartimento di polizia dell’Università. L'avvocato della ragazza ha risposto che la sua assistita non è mai stata interrogata da un detective o da un procuratore specializzato in casi di violenza sessuale.

E che la chat Snapchat incriminante era in mano alla polizia già nel 2024, ma nessuno aveva ritenuto necessario approfondire. Quello che colpisce di questa storia — e che spiega perché ha scatenato una reazione così violenta — non è solo la brutalità di quello che viene descritto nella causa. È il sistema che sta intorno, e un copione già visto in altri atenei. Qui c’è l’aggravante che Cornell è una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, una Ivy League fondata nel 1865 con rette che arrivano fino a 90 mila dollari all’anno. Ha avvocati, uffici che si occupano del rispetto delle procedure interne, task force sul tema delle aggressioni sessuali.

La battaglia sul woke

Per i parametri di Trump è un ateneo “woke” tanto da essere finita nel mirino e aver accettato di conformarsi all'interpretazione dell'amministrazione in merito alle leggi sui diritti civili pur di avere i fondi federali sbloccati. Ha anche un evidente problema di cultura delle confraternite, tanto che già nel 2021, dopo che quattro ragazze avevano riferito di essere state drogate e stuprate, aveva vietato temporaneamente tutte le feste. Il messaggio inviato dal rettore il 26 novembre 2024, quando i fatti erano già noti, recitava: «Solo chi perpetra violenza sessuale beneficia del suo occultamento».

Parole giuste, usate da un'istituzione che nel frattempo stava valutando di far scrivere un tema ai ragazzi accusati di averla commessa. Un altro clamoroso esempio in cui le istituzioni non agiscono per paura, per inerzia burocratica, per proteggere la reputazione della scuola, minimizzando le conseguenze per gli studenti accusati, e lasciando sola la ragazza che ha denunciato.

domenica 27 settembre 2026

La divina lettrice

Alessandra Sarchi
Io, donna, leggo e dunque sono

Corriere della Sera La Lettura, 27 settembre 2026

Con un titolo che richiama La sovrana lettrice, fortunato romanzo di Alan Bennet, Tiziana Plebani condensa ne La divina lettrice anni di studi dedicati all’alfabetizzazione femminile, alla storia del libro e all’icona della Madonna annunciata. Si tratta di un saggio affascinante che decostruisce un’immagine — quella di Maria intenta a leggere nel momento in cui l’angelo Gabriele le annuncia il concepimento divino — che diamo per scontata ma che non lo è affatto perché né i Vangeli la descrivono in lettura, né era usuale all’epoca che le donne venissero connotate da attività intellettuali. Quando appare dunque per la prima volta questo schema iconografico? Nell’arte italiana l’esordio è nell’Annunciazione a mosaico di Pietro Cavallini in Santa Maria in Trastevere (1295-1296 circa). Vediamo Maria assisa su un articolato trono a piani e nicchie, coprirsi con la mano destra in un gesto di ritrosia alla vista dell’angelo, mentre con l’altra mano tiene un libro. Non conosciamo il contenuto di quel volumetto ma d’ora in poi, fino alle fine del Quattrocento, il libro, aperto o chiuso con un dito a tenere il segno, riposto in scaffali in compagnia di altri o appoggiato a un leggìo, sarà un attributo costante della Vergine annunziata.

Plebani si domanda come mai il libro compaia nel XIII secolo, e non prima quando la raffigurazione visiva dell’annunciazione ha come luogo topico Maria che va al pozzo o che tesse la tela. In verità il libro era già apparso nelle vetrate della cattedrale di Le Mans e in quella di Léon intorno alle metà del XIII secolo e Plebani lo riconduce al clima di attenzione all’istruzione femminile e al modello di donna colta promosso da Marie de France, scrittrice alla corte di Enrico II Plantageneto ed Eleonora d’Aquitania. Marie de France ed Eleonora d’Aquitania furono protagoniste della cultura in volgare francese, della diffusione di romanzi a tema amoroso, e furono entrambe effigiate con un libro fra le mani. Se gli artisti avevano da sempre attinto ai vangeli apocrifi per inserire nelle loro raffigurazioni dettagli che accostassero i fedeli alla vita di Maria e di Gesù, facendo riconoscere lo spettatore in elementi riconducibili alla quotidianità — l’andata al pozzo, il lavoro di tessitura — l’ingresso del libro nell’annunciazione coincide con un momento in cui la società mercantile e comunale chiede alle donne di sapere far di conto, saper leggere e scrivere seppure in maniera rudimentale per occuparsi degli affari domestici in assenza del marito. Oltre alle numerose giustificazioni teleologiche invocate, l’associazione fra Maria e il libro doveva dunque incontrare la devozione e la psicologia femminile; le donne si sentivano legittimate e solidali nella lettura, che offriva uno spiraglio di autodeterminazione.

La straordinaria diffusione che il culto mariano ebbe, anche grazie agli ordini mendicanti per avvicinare le classi subalterne, trovò nell’Annunciata con il libro un’immagine che incoraggiava la lettura: dai semplici fogli di preghiere e indicazioni che si portavano lungo i pellegrinaggi, ai salteri e ai libriccini con vite di sante. Non possiamo dimenticare altresì che nello schema iconografico ha un posto rilevante — e lo vediamo in numerose opere dall’Annunciazione di Simone Martini agli Uffizi (1333) a quella di Lorenzo Lotto a Recanati (1534) — la ritrosia della Vergine. Questa donna cui viene comunicata una gravidanza fuori dalla fisiologia, fuori dalle regole sociali, è turbata, è perplessa. La sua vita, e la sua lettura, vengono interrotte da un evento eccezionale che non può accettare senza un momento di raccoglimento in sé, senza un istintivo ritrarsi.

La restituzione visiva degli artisti dice ciò che la Chiesa ha cercato di occultare: la reazione spaventata di una giovane donna. Emblematica in tal senso è l’Annunciata di Antonello da Messina (1475) di Palazzo Abatellis a Palermo. L’angelo non è nemmeno raffigurato, mentre il mezzo busto della Vergine che tiene fra sé e lo spettatore un libro, si erge con una sua ieraticità e inviolabilità, puntellata dal gesto della mano leggermente sollevata, come a ribadire che lo spazio della scelta, del sì di Maria, è unicamente suo. Scrive Plebani: «La Vergine annunciata e la lettura in mani femminili ha acquisito una potenza simbolica straordinaria, associata al concepimento, un concepimento dentro di sé che il libro tra le mani enfatizza, espande, riempie di significati».

Plebani illustra numerosi casi di donne vissute nei secoli da lei presi in considerazione di cui conosciamo le letture, il testamento, i beni posseduti, nell’intreccio tra la realtà storica femminile e la sua proiezione figurativa nell’icona mariana. Anche l’istruzione elementare, tramite l’apprendimento dell’alfabeto, comincia in questi secoli a venire affidata alle donne, e alle madri in particolare. Ecco allora che numerose sono le Madonne con bambino che legge un libro o che porta legata alla manina una tavoletta con l’alfabeto, come nell’affresco conservato al Museo di San Domenico di Forlì e datato alla fine del XIII secolo. Se la Madonna circondata da libri, non più solo uno, come la troviamo in numerosi dipinti del Quattrocento è anche un’allegoria della sapienza teologica, nondimeno riflette un incremento della quota di donne in grado di leggere grazie alla diffusione della stampa. L’educazione di Maria, ambientata in uno studiolo circondata da libri, angeli, mobili e architettura all’antica, come ce la rappresenta Pinturicchio nelle stanze vaticane, è il contraltare gioioso ed etereo del pensoso e solitario studiolo di San Girolamo.

A partire dalla seconda metà del Cinquecento, tuttavia, l’iconografia della Vergine con libro incontra un declino progressivo destinato a farne un’immagine desueta. Da una parte si affermano modelli mondani e mitologici di sapienza femminile: aristocratiche nei loro studioli, muse, sibille, allegorie delle arti. Dall’altro la Controriforma toglie tutti gli orpelli narrativi: la Vergine deve essere assorta nella preghiera, il libro talvolta rimane, ma l’enfasi è ora posta sul cestino da lavoro, tela e ricamo, le attività con cui Maria, e con lei tutte le donne, devono tenersi impegnate.




martedì 22 settembre 2026

La ragazzina

 


una ragazzina contro tutti

Gino Ruozzi
Il Sole 24ore, 20 settembre 2026

Scrivere di Giovanna d’Arco significa immettersi in un’illustre tradizione letteraria e cinematografica, in cui La ragazzina di Valeria Parrella (in finale al premio Campiello 2026) si inserisce con freschezza e piglio sintonici. La «ragazzina» è la «pucelle» che ha sfidato i re e la storia per amore di Dio, con una libertà e un coraggio che ne hanno fatto un mito, tragica rivisitazione medievale al femminile del sacrificio di Cristo. La ragazzina di Parrella compie anche una personale battaglia di denuncia ed emancipazione dall’arroganza dei maschi, dal loro potere e dall’angoscia di perderlo («quando un maschio dice a una femmina che è una puttana è perché ne ha paura»).

Ogni rilettura dell’epica e funesta vicenda di Giovanna d’Arco (1412-1431) è anche un’interpretazione della contemporaneità; lo è stato dal dramma romantico di Schiller (1801) alla grandiosa ricostruzione storica di Michelet (1853) all’appassionata adesione poetica di Pèguy, culminata nello splendido Mystère de la charité de Jeanne d’Arc (1910); della letteratura italiana mi preme ricordare l’intenso poemetto Giovanna d’Arco di Maria Luisa Spaziani (1990). Così come non si possono dimenticare le realizzazioni cinematografiche di Dreyer (1928) e Bresson (1962) e di Fleming (1948) e Rossellini (1954), che scelsero il volto memorabile di Ingrid Bergman. Ma la ragazzina di Parrella, anche per la bella foto di copertina del libro, è forse più vicina all’esordiente Jean Seberg che nel 1957 interpretò Santa Giovanna di Preminger.

Quella di Parella è una partecipazione amorosa che prende il ritmo e le forme di un canto poetico. La «sua» ragazzina duella con luoghi comuni e convenzioni sociali, con la propria famiglia e le monarchie europee; non teme nessuno perché è sorretta dalle «voci» dei santi. È una «ragazzina indomita» che cambia le regole del gioco, a cominciare da quelle della «guerra degli uomini». La vittoria e la gloria la baciano per un attimo, presto sconfitte dall’invidia e dal tradimento. Il destino dell’ingiustizia umana è il rogo, atroce: «Giovanna non aveva paura della morte, ma del fuoco. Tutti hanno paura del fuoco, anche il boia che lo appicca».

Dopo secoli fu santificata dalla Chiesa (1920); e, per Parrella, dalla spavalda fermezza della giovinezza e dall’indomita capacità di «dire no» e «mettersi di traverso».


Valeria Parrella

La ragazzina

Feltrinelli, pagg. 144, € 17



lunedì 21 settembre 2026

Si chiama Elif Eralp

 

Cécile Boutelet
Elif Eralp, il nuovo volto della sinistra radicale dopo la sua vittoria a Berlino

Le Monde, 21 settembre 2026

Si chiama Elif Eralp. Questa avvocatessa di origine turca, 45 anni, fino ad ora poco conosciuta al grande pubblico, è il nuovo volto dei partiti di sinistra radicale che stanno guadagnando terreno nelle principali città del mondo. Alla guida della lista di Die Linke ("La Sinistra") alle elezioni comunali di Berlino , ha ottenuto il 25,1% dei voti (in aumento di 12,9 punti rispetto alle ultime elezioni del 2023, secondo le ultime stime), a meno di un anno dalla spettacolare vittoria del democratico Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York. Una vittoria storica per questo partito, profondamente diviso solo tre anni fa, e ora una delle forze politiche più dinamiche del panorama politico tedesco.

Domenica, il partito di estrema sinistra Die Linke ha distanziato nettamente il Partito Socialdemocratico (SPD). Prima di perdere la carica di sindaco di Berlino a favore dell'Unione Cristiano Democratica (CDU) nel 2023, l'SPD era stata la forza politica dominante nella capitale tedesca per decenni. Die Linke ha sconfitto anche il partito del sindaco e cancelliere federale uscente, Friedrich Merz, che ha ottenuto il 19,2% dei voti, con un calo di 9 punti percentuali. Die Linke ha superato anche i Verdi, che hanno ottenuto il 14,3% (in calo di 4,1 punti), e soprattutto l'estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD), che tuttavia ha registrato un significativo aumento nella capitale, conquistando il 15,8% dei voti (in crescita di 6,7 punti). Secondo le ultime stime dei risultati diffuse domenica sera, l'unica coalizione possibile sarebbe un'alleanza tra Die Linke, SPD e Verdi.

La vittoria di Elif Eralp segna una rinascita per il partito di estrema sinistra tedesco. Nata a Monaco di Baviera nel 1981 da genitori attivisti socialisti fuggiti dalla Turchia un anno prima, ha studiato legge ad Amburgo e ha lavorato come consulente legale per il gruppo parlamentare di Die Linke al Bundestag dal 2010. Si è iscritta ufficialmente al partito nel 2017, prima di essere eletta deputata regionale a Berlino. Attualmente vive in un appartamento in affitto nel quartiere di Kreuzberg a Berlino con il marito e i due figli.

Una biografia insolita per un partito tradizionalmente radicato negli ex stati della Germania dell'Est e nei quartieri di Berlino Est, ma che si rivolge al nuovo pubblico di riferimento del partito di sinistra: una fascia demografica più giovane, urbana e prevalentemente femminile, segnata da una storia di migrazioni e fortemente sensibile ai temi dell'uguaglianza e del razzismo. Elif Eralp, Heidi Reichinnek, 38enne parlamentare e leader del gruppo parlamentare al Bundestag, star dei social media, e Ines Schwerdtner, co-presidente del partito, nata nel 1989, formano oggi un formidabile trio femminile alla guida di Die Linke.

La lotta per alloggi a prezzi accessibili

In pochi anni, il partito ha registrato un aumento spettacolare del numero dei suoi iscritti, passando da 60.000 alla fine del 2024 a 123.000 alla fine del 2025, con un'età media di 38,6 anni, rispetto ai 45 anni del 2024. Si è inoltre concentrato nuovamente sul tema della disuguaglianza, in particolare sulla lotta alla povertà e sull'accesso ad alloggi a prezzi accessibili.

È proprio su quest'ultima questione che Elif Eralp si è specializzata, la cui principale rivendicazione è la municipalizzazione di 220.000 appartamenti venduti dalla città a gruppi immobiliari quotati in borsa negli anni 2000, accusati di sfruttamento degli inquilini. Si tratta di una misura costosa e controversa che potrebbe complicare le trattative per la formazione di una coalizione, con l'SPD diviso sulla questione, ma che risulta politicamente molto efficace presso la classe media degli inquilini, direttamente colpita dall'esplosione dei prezzi degli immobili nella capitale negli ultimi quindici anni.

Die Linke deve il suo attuale successo anche al rinnovamento delle sue pratiche di campagna elettorale. Ispirandosi ai metodi del senatore statunitense Bernie Sanders (Vermont, indipendente), il partito ha condotto una campagna porta a porta, che si è rivelata molto popolare tra i giovani elettori. Lanciata su larga scala per le elezioni federali del febbraio 2025, questa campagna è stata replicata per le elezioni regionali di Berlino del 2026. Più che convincere semplicemente le persone visitate dagli attivisti, questo approccio mobilita i sostenitori attorno a una semplice azione collettiva, che a volte rappresenta la loro prima esperienza politica al di fuori del voto.

Operazioni porta a porta

Per rendersi conto del potenziale di mobilitazione di questo tipo di azione, bastava partecipare a una campagna porta a porta organizzata da Die Linke nel quartiere di Lichtenberg, a Berlino Est, a metà settembre. Una quindicina di giovani, tutti sotto i 35 anni, si erano riuniti presso la sede del partito ai piedi di un grattacielo. "È la prima volta che partecipo. Ho visto gli effetti dei tagli ai finanziamenti per i bambini rifugiati sul posto di lavoro e sentivo il bisogno di agire ", afferma Niko Weber, 32 anni, che sta ancora valutando l'iscrizione al partito.

Il processo è estremamente strutturato: i partecipanti ricevono una breve formazione, dopodiché viene chiesto loro di accedere a un'app che indica quali edifici visitare in base al loro potenziale elettorale, identificato in anticipo da esperti di partito, e che centralizza i feedback. Successivamente, vengono formate delle coppie, dotate di giacche e borse, e inviate a bussare alle porte, che non dovranno mai oltrepassare. Il messaggio è semplice: offrire a ciascuno una revisione gratuita del costo del noleggio, che può portare a un rimborso in caso di pagamento in eccesso. Ma il più delle volte, si tratta di un'opportunità di conversazione.

"Trovo l'esercizio molto interessante", afferma un partecipante al termine del tour, che preferisce rimanere anonimo. " Ci allontaniamo dai social media, impariamo molto sul nostro quartiere. È un tipo di conversazione diverso da quelli che vediamo nei talk show politici in televisione, che ormai non sono più realmente interessati alla vita delle persone. Quando facciamo questo, non sembriamo mai politici fuori dal mondo ". 

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/09/20/elif-eralp-le-nouveau-visage-de-la-gauche-radicale-aux-portes-de-berlin_6778515_3210.html

lunedì 14 settembre 2026

La Mostra di Venezia, un bilancio

 


il leone politico al corpo delle donne

Venezia ’83. Il miglior film alla danese May el-Toukhy, che si aggiudica anche la coppa Volpi per la protagonista Arcel. Malkovich miglior attore, a «Naza» su Gaza il premio speciale della giuria

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Con il Leone d’oro a Woman unknown la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal è riuscita in un compromesso da capolavoro, mettendo insieme il cinema e la politica, presenza forte in tutta la Mostra. Anzitutto è l’unico film in concorso girato da una donna, May el-Toukhy (la minoranza femminile è il neo grosso della rassegna), e ha come tema il corpo femminile controllato, abusato, punito, abituato alla sopportazione silente dei dolori legati alla sessualità. La trama ci porta nella Danimarca del 1945, subito dopo la liberazione, quando la bambinaia e domestica Marie (Mathilde Arcel) è in predicato di sposare Christian (Carsten Bjørnlund), ricco imprenditore, sedicente antinazista, vedovo.

Il salto sociale per lei è vicino, mentre osserva terrorizzata Copenhagen sfogare la rabbia dell’occupazione contro le donne che hanno avuto relazioni con i tedeschi, rasate e oggetto di sevizie pubbliche (saranno classificate negli archivi come “donne sconosciute”). Rossi sono la bandiera danese, il maglione di Marie e la svastica che la bambinaia si trova una mattina sulla porta di casa, mettendo a repentaglio il suo futuro. Misurata e trattenuta, complessa e screziata Arcel – meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile –, viene inquadrata spesso di spalle o dietro una grata, dove viene messa e si mette metaforicamente, in un’estetica e una fotografia (di Jasper Spanning) alla Dreyer. Per chi scrive, cinematograficamente il film migliore è stato Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con una sceneggiatura che mescola, senza sbavature, poliziesco, azione, memoir e commedia. Si ride ma con un sottofondo tutt’altro che leggero: l’ingerenza degli Usa sullo scenario internazionale, dalla Baia dei Porci all’omicidio Kennedy, attraverso i servizi segreti. Il protagonista, e meritatissima Coppa Volpi al migliore interprete maschile, è Chris-John Malkovich (che però non è venuto a ritirare il premio), agente della Cia, che in una valigetta si porta il fucile usato per colpire JFK. Si trova in Cile alla vigilia del golpe dell’11 settembre 1973 e la sua malattia terminale lo porta a un irrefrenabile bisogno di dire la verità a chiunque, soprattutto con alcuni giovani che finiranno sui voli della morte. Probabile che vedremo Malkovich al Dolby Theatre, rispettando la tradizione che lega Oscar e Lido anche in una Mostra senza Hollywood.

Raramente così azzeccato il Gran Premio della Giuria a Possible love di Lee Chang-dong, una lotta di classe alla sudcoreana, ma con un’accezione diversa dal Parasite di Bong Joon-ho. Un licenziamento di massa in una fabbrica e la violenta repressione di uno sciopero, realmente accaduti, hanno dato lo spunto al regista per pensare a un’inedita amicizia tra una documentarista impegnata nel filmare la vita dei licenziati e la moglie di un ex operaio caduto in depressione. La vicinanza tra le due donne porta l’operaio, riluttante ad aprirsi, a farsi intervistare e la moglie a sognare un altro destino, forse un altro amore. In un fine settimana in una villa da sogno i due proletari scoprono di essere due pedine nella vita senza rischi e dinieghi della documentarista e del marito. Il film ha una regia in crescendo, sensibilissima alle umanità che si rivelano nella trama con profondità e originalità poetica.

Il contestatissimo Dau, per l’origine russa dell’autore, del regista dissidente Ilya Khrzhanovsky, ha vinto il Leone d’argento per la regia. Forse è stato un tributo al lavoro, durato vent’anni, di Khrzhanovsky, a metà tra cinema totale ed esperimento artistico e che ha portato anche a polemiche per i presunti abusi sul set. Il regista, esiliato a Berlino, si è ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica per raccontare la figura di uno scienziato idealista che finisce per piegarsi alla logica dell’impero sovietico, riproducendo in scala nel suo istituto scientifico la follia, la violenza, la repressione, la paranoia dell’Urss per quattro decenni. Un lavoro monster, frastagliato, confuso e affascinante, ultima parte di un’opera in tre parti con altrettanti direttori della fotografia, scenografi e costumisti e migliaia di comparse.

Il premio per la Migliore sceneggiatura va a Stéphane Brizé (anche regista), Coralie Amédéo, Olivier Gorce per Un bon petit soldat. Si tratta del quarto capitolo, dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, dello scavo di Brizé sul mondo del lavoro. Finora il regista francese lo aveva analizzato dalla parte del dipendente, mentre oggi esplora le dinamiche cui è soggetta una capa del personale, Carla - la bravissima Alba Rohrwacher nella migliore interpretazione che chi scrive ricordi -, in una grande società di assicurazioni. La capacità, l’umanità, la devozione al lavoro di Carla finiscono per insicurezza per plasmarsi alle regole maschiliste e patriarcali, dettate dal capo dell’azienda (un altrettanto eccezionale Vincent Lindon), che le richiede di affermare la sua idea vetusta di potere e le sue logiche manipolatorie.

Il premio speciale della giuria va al film che ha scosso il Lido, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei registi del collettivo che ha vinto l’Oscar per No other land nel 2025. Naza è il nome in codice che i servizi segreti israeliani usano per indicare i danni collaterali, ovvero le vittime civili a Gaza dei bombardamenti dell’esercito israeliano per annientare Hamas. Le interviste a 24 testimoni del Mossad e dell’esercito con sembianze e voci contraffatte dall’Ia - fatto che ha creato polemiche e su cui l’affidabilità e autorevolezza del «The Guardian», anche produttore, fanno da scudo – rivelano i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza e l’anteriorità del programma di controllo alla tragedia dell’7 ottobre 2023. Abraham ha ricordato i 200 giornalisti palestinesi morti e l’attacco al film da parte della stampa e della politica israeliana senza averlo visto.

Il Marcello Mastroianni a una giovane attrice emergente va a Malou Khebizi per il film 15/18 (A place to heal) di Cédric Kahn, che si insinua con delicatezza in un istituto di psichiatria giovanile per raccontare il tabù del corpo adolescenziale, l’autolesionismo e le difficoltà familiari in un approccio antiretorico ed empatico. Peccato aver dimenticato le due piccole protagoniste del sognante Look back di Hirokazu Koreeda, che scava nell’infanzia come serbatoio di bellezza nel sogno di due disegnatrici bambine di manga. Il cinema italiano a mani vuote in un festival ricchissimo di contenuti fa male per i talenti e l’industria d’eccellenza che abbiamo, con il vizio di essere ancorati a un passato glorioso che va superato e trasformato. Strippoli, in un film non del tutto riuscito, per lo meno ci ha provato. Per Bechis peccato: saranno gli spettatori a premiare il suo Ritorno a Buenos Aires.

venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino

Fabio Martini
Addio a Emma Bonino, una vita radicale. Le battaglie, l'Europa, il faro dei diritti

La Stampa, 11 settembre 2026 

TORINO. Nel corso dei suoi 77 anni di vita è stata l’artefice di eventi spartiacque, mai accaduti prima di lei. Certo, Emma Bonino è stata protagonista di battaglie collettive diventate proverbiali – a cominciare da quella per l’aborto - e tuttavia il suo spirito battagliero aveva finito per portarla su trincee disertate dagli altri, mai sperimentate prima. Mai una donna impegnata in politica era finita in carcere così tante volte per disobbedienza civile. Mai due laici anti-clericali, come Emma Bonino e Marco Pannella erano riusciti a farsi rispettare e ricevere da Papi così diversi, fino al punto che un anno fa Francesco era andato a trovare a casa la leader radicale appena uscita dall’ospedale e in quella occasione le disse: «Su diversi temi non siamo d’accordo ma su altri sì e però io sono vecchio e sto per morire e tu che sei giovane, sbrigati a guarire e a portare avanti le nostre idee». E sul piano istituzionale era stata la prima (e ultima) esponente radicale a diventare ministra e d’altra parte mai il simbolo del partito di Pannella aveva raggiunto un risultato così alto come quando aveva preso il nome di Lista Bonino: l’8.5% alle Europee 1999.

Due volte ministra, più volte parlamentare italiana ed europea, vicepresidente del Senato , Commissaria europea, per Bonino tante battaglie condotte sempre con uno stile diverso da quello dominante in questa fase politica: le parole di Emma Bonino erano sempre asciutte, prive di retorica o di autocommiserazione. Mesi fa, quando era tornata dopo un periodo di terapia intensiva nella sua casa romana di Campo dei Fiori, a chi le aveva chiesto, «Emma, come stai?», lei aveva risposto senza un grammo di enfasi: «Come una che esce dall’ospedale dopo dieci giorni».

La piazza e le lotte

Aveva sempre mantenuto lo spirito della terra nella quale era nata, a Bra il 3 marzo del 1948, e dove era cresciuta: in una cascina agricola in provincia di Cuneo, con un padre contadino «che parlava solo in dialetto» e una madre casalinga «che non parlava mai». Seconda di tre figli, a piedi nella neve per arrivare a scuola, l’università a Milano, Facoltà di Lingue alla Bocconi. Ha raccontato lei: «Prima di incontrare i Radicali ero una contadinotta cicciottella. Ma non male…». Nel 1975, assieme alla prima tessera radicale, anche il primo arresto provocato da un’autodenuncia: assieme a Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio dichiara di aver praticato aborti. Anni dopo sarà arrestata anche negli Usa e in Afghanistan, sempre dopo episodi di disobbedienza civile che per i Radicali sono sempre consistiti nel provocare una reazione dura delle autorità, nell’essere pronti a pagare di persona, perché l’obiettivo è provocare uno scandalo pubblico. Una tecnica opposta, per dirne una, a quella della Flotilla.

L’impegno internazionale e i diritti umani

E non era mai accaduto, sulla scena politica italiana, che i protagonisti di un’aspra battaglia politica, anni dopo chiedessero scusa per il loro comportamento. Nel 1978 i Radicali erano stati in primissima linea nella campagna che portò alle dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, ma 22 anni dopo, quando era diventato chiara la pretestuosità delle accuse, in occasione del novantesimo compleanno dell’ex Capo dello Stato, Pannella e Bonino gli scrissero una lettera pubblica di scuse: «Le siamo grati per la grande e unica dignità dimostrata dopo le sue dimissioni».

Una vita privata riservata

Hanno lasciato un segno permanente le battaglie di Bonino per il diritto internazionale: è stata ideatrice e promotrice della Corte penale internazionale, delegata all’Onu per la moratoria sulla pena di morte, fondatrice dell'organizzazione internazionale “Non c’è pace senza giustizia” per l'abolizione delle mutilazioni genitali femminili.

Battaglie condivise sempre con Marco Pannella: i due si stimarono a lungo, anche se negli ultimi anni di vita il proverbiale egocentrismo del leader radicale lo portò ad attribuirsi i successi e gli incarichi politici di Bonino. Fu l’occasione nella quale lei non si tenne: «Ma sei scemo?»

Sulla propria vita personale Bonino aveva mantenuto sempre riservatezza, rivelò soltanto che negli anni Settanta aveva avuto in affidamento due bambine, Aurora e Rugiada e di lei erano note due relazioni sentimentali con altrettanti militanti radicali. Nel 2015 l’annuncio, da Radio radicale, di un tumore al polmone, la guarigione e poi il graduale decadimento. Negli ultimi anni non aveva rinunciato al rito della sigaretta. E a chi le chiedeva perché, lei rispondeva: «Come diceva mio papà: io voglio morire malata, non voglio morire sana».

mercoledì 2 settembre 2026

L'oggetto sessuale e la violenza

Simona Lorenzetti 
La ragazzina alla polizia: paralizzata dallo choc Nei video le molestie anche a un’altra donna
Corriere della Sera, 2 settembre 2026

TORINO «Ero disgustata, avevo la nausea, così ho chiamato subito la mia mamma. Dallo choc non riuscivo più a muovermi. Ho chiamato un amico perché mi venisse a prendere. Abbiamo fatto una piccola passeggiata, per tranquillizzarmi, e siamo tornati a casa». Sono le parole della vittima, una ragazzina di 13 anni, a restituire la paura vissuta venerdì scorso all’interno di un minimarket di Madonna di Campagna, non troppo distante dalla sua abitazione. In quel piccolo negozio di periferia l’adolescente è stata molestata dal commesso: l’uomo si è approfittato di un momento di gentilezza della giovane e le ha palpeggiato il seno, senza risparmiare un giudizio, «molto buono». È stato arrestato subito dopo la denuncia dei genitori dell’adolescente, ma dopo due giorni di carcere la gip ha disposto la misura dell’obbligo di firma consentendogli così di tornare a casa e dietro al banco del negozio. «Avevo bevuto due tequila, ho sbagliato», proverà a difendersi ai microfoni del Tg3 Piemonte.

È l’ora di pranzo quando la studentessa esce di casa per andare al minimarket a comprare delle bibite per i fratelli. Non è la prima volta che entra in quel negozio, dove il 42enne originario del Bangladesh lavora da diversi mesi. La ragazza sceglie le bevande e raggiunge la cassa per pagare. Lui le offre uno snack in regalo, lei dopo un primo rifiuto e un attimo di titubanza accetta. «In passato gli avevo dato la mancia e ogni tanto mi regalava qualcosa», racconterà la ragazza alla polizia. Scambiano ancora qualche parola. Lui si mostra interessato: «Quanti anni hai?». Lei risponde 13. «Sei molto giovane» commenta. E ancora: «Sei fidanzata?». «Si» è la replica secca dell’adolescente, che prova così a interrompere la conversazione. Ma lui non si ferma. La abbraccia e le palpeggia il seno, nascosto sotto una maglietta bianca. Un gesto improvviso, inatteso: la giovane afferra le bibite e se ne va velocemente. È sotto choc, . sconvolta per quel contatto che le ha creato disgusto e imbarazzo. Per quella vicinanza non richiesta e non voluta che l’ha fatta sentire impotente e indifesa. Telefona alla madre e le racconta l’accaduto, poi all’amico che corre in suo soccorso e l’aiuta a tornare a casa. È il patrigno a chiamare la polizia, preoccupato e arrabbiato per la violenza subita dalla figliastra. Poco dopo il 42enne viene arrestato: l’accusa è violenza sessuale.

Nel negozio sono ben visibili le telecamere di sicurezza che puntano proprio sulla cassa. La polizia vuole visionarle. «Non so maneggiare il computer, chiamo il mio collega che così vi può aiutare», sottolinea il commesso mostrandosi collaborativo. I filmati fotografano frame dopo frame la sequenza degli abusi. Mostrano la ragazzina mentre sceglie le bibite, le chiacchiere

La violenza ai danni di una ragazzina di 13 anni, è avvenuta in un minimarket in zona Madonna di Campagna a Torino (foto). Qui è stata palpeggiata al seno. L’uomo, un bengalese di 42 anni, dopo 2 notti in carcere è stato liberato perché collaborativo. Poco prima aveva molestato un’altra donna alla cassa con il commesso. E l’abbraccio subdolo che permette al bangladese di indugiare sul seno della giovanissima cliente. Non solo. Scorrendo le immagini e tornando indietro nel tempo emerge che qualche minuto prima dell’arrivo della 13enne il commesso aveva riservato attenzioni morbose a una donna di circa 40 anni (non ancora identificata), toccandole più volte il sedere.

Per il 42 enne le porte del carcere si chiudono la sera del 28 agosto, per riaprirsi nella giornata del 31 quando viene scarcerato con l’obbligo di presentarsi ogni giorno nel commissariato più vicino. Di fronte alla gip, nel corso dell’udienza di convalida, l’uomo non nega: «Ho sbagliato, non ho mai commesso reati. È la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere». L’indomani la giudice deposita l’ordinanza ed evidenzia il rischio che l’indagato possa compiere reati analoghi, vista «la difficoltà a contenere i propri impulsi». Tuttavia, ritiene che il 42enne – che è incensurato – sia stato «collaborativo» (si è attivato per consegnare i filmati), abbia mostrato «pentimento» e che il «trauma del carcere» rappresenti un deterrente: da qui la misura meno afflittiva dell’obbligo di firma.

sabato 22 agosto 2026

Il femminicidio dopo la denuncia

Elisa Forte
La catena spezzata del Codice Rosso. Quelle donne uccise dopo la denuncia

La Stampa, 22 agosto 2026

Almeno venti donne avevano denunciato, chiesto aiuto, raccontato la paura. In alcuni casi la denuncia non è bastata, in altri un braccialetto ha taciuto, in altri un allarme non è arrivato. Non sono la stessa storia ma raccontano la stessa fragilità: fra la denuncia e la protezione ci sono molti passaggi, e ognuno può diventare l’ultimo.

Il Codice Rosso (legge 69, in vigore dal 9 agosto 2019) impone tempi rapidi alla giustizia per i reati di genere. Ma resta una catena. Queste sono le drammatiche storie raccontate dai media negli ultimi 5 anni: non dati ufficiali ma la ricostruzione di alcune delle vite finite per mano di compagni o ex dove almeno un anello della catena di protezione ha ceduto.

Renata Trandafir denunciò il patrigno per maltrattamenti a novembre 2021: la segnalazione impiegò oltre un mese per arrivare in Procura. Il 13 giugno dell’anno dopo la ventiduenne fu uccisa a colpi di fucile con la madre Gabriela. Anna Scala, 56 anni aveva denunciato l’ex compagno due volte in due giorni a luglio 2023, dopo che l’uomo l’aveva aggredita a pugni e le aveva squarciato le gomme dell’auto. Nessuna misura cautelare fu emessa: fu uccisa un mese dopo. Sigrid Gröber era stata al pronto soccorso dodici volte: fra denunce formalizzate e ritirate, nessuno lesse la sequenza come un rischio crescente. La richiesta di Codice Rosso di Mara Fait, con diciannove documenti prodotti dall’avvocato e undici testimoni, fu archiviata in sette giorni come «lite di condominio». Fu uccisa con un’accetta. Celine Frei Matzohl aveva denunciato appena due mesi prima: non bastò a fermare il suo assassino. Marisa Leo aveva ritirato la querela per lasciare alla figlia un padre presente: quel legame fu la sua trappola. Mentre Amina Sailouhi aveva rifiutato una casa protetta per restare vicino alla sua piccola ma il suo ex non le lasciò scampo. Juana Cecilia Loayza vide l’aggressore patteggiare un percorso di recupero mai iniziato: bastò una sua foto sorridente sui social per farlo tornare a ucciderla. «Ho sempre timore di ritrovarmelo davanti», aveva scritto nella denuncia Alessandra Matteuzzi: nessuna misura arrivò: lui la aspettò sotto casa. Angela Avitabile aveva minimizzato un tentativo di strangolamento per non abbandonare il marito, con problemi psichiatrici, mai preso in carico. Fu accoltellata 11 volte davanti ai nipotini.

E poi arrivarono i braccialetti, il dispositivo elettronico che dovrebbe essere l’anello tecnologico della protezione. In una rilevazione del 2025, 67 uffici giudiziari su 139 (48,2%) hanno riferito di aver incontrato difficoltà nella gestione del dispositivo. L’infermiera Concetta “Titti” Marruocco aveva sulle spalle vent’anni di denunce, lui portava il dispositivo, forse scarico quella notte: a casa entrò comunque con un vecchio mazzo di chiavi e non si fermò, nel 2023. La sua storia è diventata uno dei simboli di questo paradosso.

Ma è a Torino che la catena spezzata del Codice Rosso mostra il suo punto più doloroso. Il braccialetto dell’uomo che ha ucciso Roua Nabi lanciò quattro ben quattro allarmi: nessuno in sala operativa li prese in carico. E ancora: un centro antiviolenza aveva scritto «rischio alto di femminicidio» ma il braccialetto per l’aggressore di Hayat Fatimi non fu mai installato. E quello dell’ex marito di Tiziana Vinci, guasto da giorni e già segnalato ai carabinieri, non suonò quando lui la raggiunse sul lavoro. Mentre il compagno di Jessica Stapazzollo Custodio de Lima si tolse il proprio senza far scattare un solo allarme. Poi entrò in casa e la uccise con 27 fendenti.

Tra il feminicidio di Tania Terrin e quello di Vanessa Zappalà, 26 anni, sono trascorsi 5 anni. Per Vanessa il Codice Rosso scattò, lei racconto le minacce che aveva annotato su un bloc notes ma il giudice concesse solo un divieto di avvicinamento invece degli arresti chiesti dalla Procura. Lui, invece, la raggiunse: per ucciderla sul lungomare. Poi si impiccò. «È un fallimento dello Stato», disse allora la senatrice Valeria Valente, presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Parole identiche ha usato anche il presidente del Consiglio Regionale del Veneto, Luca Zaia, per il femminicidio di Tania Terrin, strangolata la notte del 15 agosto nella sua casa di Camponogara, nel Veneziano, dall’ex compagno Dino Keber, che poi si è tolto la vita.

«L’apparato normativo è completo - dice Elena Biaggioni, avvocata della rete D.i.Re -. Servono formazione capillare e continua per tutta la rete che viene a contatto con le vittime e non un corso ogni cinque anni». E, sottolinea, «indagini interne ogni volta che un anello salta, non per trovare un capro espiatorio, ma per capire cosa non ha funzionato».

Queste venti storie non dimostrano che il Codice Rosso non funziona ma che la protezione è una catena, e che ogni caso racconta un anello diverso che ha ceduto. Sarebbe disonesto fermarsi qui: il Codice Rosso ha cambiato davvero il modo in cui lo Stato risponde alla violenza di genere, imponendo priorità dove prima c’era la coda dei fascicoli, tempi certi dove prima c’era l’attesa. È un impianto che, quando la catena regge, salva vite ogni giorno. Silenziosamente. Senza fare notizia.

sabato 15 agosto 2026

Le sirene

Odissea 
libro XII, l'episodio delle sirene (versi 166-200)

traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, Milano 2015 

165 Dicendo così io spiegavo ogni cosa ai compagni:

intanto la solida nave rapidamente arrivò

all’isola delle Sirene: la spingeva un vento propizio.

Subito dopo il vento cessò, successe una calma

senza bava di vento, un dio assopiva le onde.

170 I compagni, levatisi e piegate le vele,

le deposero nella nave ben cava e postisi

ai remi imbiancavano l’acqua con gli abeti piallati.

Io invece, tagliato col bronzo aguzzo un grande

disco di cera a pezzetti, li premevo con le mani robuste.

175 Subito la cera cedette, sollecitata dalla gran forza

e dal raggio del Sole, del signore Iperionide:

la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni, uno a uno.

Essi poi mi legarono per le mani ed i piedi

ritto sulla scassa dell’albero, ad esso eran strette le funi,

180 e sedutisi battevano l’acqua canuta coi remi.

Ma appena distammo quanto basta per sentire chi grida,

benché noi corressimo, non sfuggì ad esse la nave veloce

che s’appressava e intonarono un limpido canto:

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,

185 e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.

Perché noi conosciamo le pene che nella Troade vasta

190 soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”.

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,

facendo segni cogli occhi: ma essi curvi remavano.

195 Subito Perimede ed Euriloco alzatisi

mi legarono e strinsero di più con le funi.

Ma quando le superarono e più non s’udiva

la voce delle Sirene né il loro canto,

subito i fedeli compagni la cera levarono

200 che gli spalmai sulle orecchie, e dalle funi mi sciolsero.


Alfabeto dell'Odissea, a cura di Barbara Castiglioni
Mondadori, Oscar Classici Cult, 2026

L'Odissea è senza dubbio un poema di mostri. I più famosi, probabilmente, sono i Ciclopi (...). I mostri più ambigui, misteriosi e fascinosi, però, sono senza dubbio le Sirene, donne dal canto ammaliatore, fonte di piacere e di conoscenza, ma anche di rovina e di morte, metafore della seduzione intellettuale. Sedute su un prato, stregano con la voce soave, e intorno a loro hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo con i piedi e le mani legati all'albero della nave, per sfiorare l'incanto e poterne godere senza morire. Mostri, demoni erotici, o forse solo rapaci prostitute, bellissime, agghiaccianti, ripugnanti, le sirene - di cui nell'Odissea non c'è nessuna descrizione fisica - erano, secondo la tradizione più nota, ninfe compagne di Persefone prima del rapimento, e sarebbero state tramutate poi dall'ira di Demetra in esseri mostruosi, metà donne e metà uccelli; solo dal Medioevo in poi si trova testimonianza sicura del loro aspetto più noto, quello, cioè, con il busto di donna e la coda di pesce, "canonizzato", per così dire, dalla Sirenetta di Andersen (che, a sua volta, fonde la sirena con quella che, per certi versi, è la sua versione "germanica", cioè l'ondina, catalogata da Paracelso come creatura acquatica, metà donna e metà pesce). Le Sirene, a cui nel poema sono dedicati pochissimi versi (XII, 166-200), sono, però, con ogni probabilità, una delle più grandi, sontuose eredità dell'Odissea, non solo le innumerevoli riprese letterarie, da Andersen fino alla sublime Lighea di Tomasi di Lampedusa, ma anche quella dell'arte figurativa - si pensi a Moreau, che le disegnerà candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell'aurora, o a Klimt, con le sue Sirene inquietanti, affusolate e immerse nei loro lunghissimi capelli - e dalla musica: come il Tannhauser di Wagner, che nel voluttuoso mondo del Venusberg, tra satiri, fauni, baccanti e coppie di amanti dediti a un'orgia selvaggia, faceva sussurrare alle sue sirene, da lontano, un dolce invito al protagonista: "Vieni alla spiaggia, dove gli ardori del desiderio, sui nostri cuori han refrigerio!".