Dario Fabbri, l’Iran e il Complottismo
Come se la passa la geopolitica?
“Ah shit, here we go again”.
Qualche giorno fa mi è comparsa tra i suggeriti una
recentissima conferenza di Dario Fabbri e non ho potuto fare
a meno di somministrarmela tutta per vedere come se la passa
il discorso del Fabbri nazionale e, per estensione, il
discorso della geopolitica.
Come forse sapete, qualche anno fa mi
occupai monograficamente di Dario Fabbri, poco prima che venisse
travolto dalla “querelle della laurea” da parte di influencer di
estremo centro che, contestualmente, lanciarono attacchi anche alla
presunta scienza geopolitica, molto simili a quelli che avevo
delineato sul Tascabile.
L’articolo che state per leggere è un po’ il seguito di quello
che scrissi nel quasi lontano 2023. Per rendere le cose più
interessanti, cercherò di riassumere brevemente le
riflessioni del mio primo intervento per poi
concentrarmi esclusivamente su questa conferenza e anzi su due
singole affermazioni, due non-sequitur fabbriani che
da soli illuminano bene sia gli artifici retorici che gli sono
propri, sia i pregiudizi che ci portano a credere ad affermazioni
simili. Spiegherò meglio più avanti.
Come se la passa Dario Fabbri?
Come se la passa Dario Fabbri? Molto bene direi.
La dualità che mi aveva attratto
originariamente, la dualità tra l’appariscente inconsistenza del
discorso geopolitico che fa a botte col senso comune, con
l’accademia, con la scienza e persino con se stesso e il carisma
individuale di Fabbri che riesce a sedurti e tenere tutto in piedi
nonostante la raffica di assurdità che pronuncia, questa
dualità è ancora tutta qui e addirittura esaltata, in
un senso e nell’altro. Fabbri è ancora più carismatico di prima,
con ancora più “aura” come direbbero i giovani, mentre le sue
assurdità sono ancora più grosse, ancora più palesi, ancora più
abbacinanti.
L’intera conferenza è un profluvio di affermazioni
apodittiche, praticamente una Rivelazione, tenuta insieme
solo dal già detto carisma e dalla denigrazione continua di tutte le
ipotesi alternative, o anche solo compatibili, insieme al carattere
di chi le sostiene. Una tecnica retorica ben nota e molto diffusa ma
qui portata al livello di terrorismo psicologico:
“solo un coglione potrebbe credere che la terra è tonda!” e per
tutto il tempo ho immaginato una serie di controcampo sui signori di
mezza età nella platea di Risorgimento Italiano che ridevano sotto i
baffi “che coglioni i lettori di Repubblica a
pensare che la terra è tonda! Menomale che non sono uno di loro!”.
Al posto della terra tonda qui c’è la
descrizione delle identità ancestrali dei cinque o sei gruppi etnici
che compongono “l’impero Iraniano”, o Persiano, dipende
da come gli gira, fatte risalire a diatribe millenarie che
ancora albergano nel loro inconscio collettivo e li definiscono
interamente. Così tra una battaglia persa cinque secoli fa e uno
scisma religioso risalente a mille anni prima, Fabbri illustra il
dato antropologico che a suo dire tutti ignorano. Come
già scrissi, non abbiamo idea di come la geopolitica raccolga questo
dato fondamentale. Siamo costretti a prendere per buona quella
che sembra a tutti gli effetti una battuta che
Fabbri ripete le poche volte che, bontà sua, si solleva da solo
l’obiezione “parlando con la gente per strada, mediamente già
basta”.
Pure accettando per intero la Rivelazione fabbriana,
nel discorso si aprono contraddizioni interne che è difficile
ignorare. Si afferma che gli USA siano entrati in una fase
isolazionista dalla prima presidenza Obama e poi si nominano tutti i
conflitti in cui sono stati coinvolti negli ultimi 20 anni, ora si
dice che le religioni non contano nulla per
poi usarle come unico discrimine rilevante e, come anticipato, non si
capisce mai bene quale di queste identità rivelate vada tenuta in
maggiore conto, se abbiamo a che fare con degli Iraniani, con dei
Persiani, con un gruppo eterogeneo di etnie perennemente in conflitto
e il valore predittivo di questa scienza si mostra addirittura più
debole delle sue spericolate intuizioni, tanto che se
fossi uno di quei coglioni del Pentagono ben disposto a
farsi istruire da Fabbri dopo che mi ha cazziato perché non capisco
nulla, avrei molte difficoltà a tracciare una nuova visione del
mondo che sia coerente e produttiva.
E se queste contraddizioni sono disperse in un’ora e venti di
sproloquio, ci sono un paio di momenti in cui le
concentra in una singola affermazione. Due momenti
molto interessanti per ragioni formali e contenutistiche. Da un lato
cercheremo di capire come queste affermazioni riescano a risultare
persuasive nonostante la contraddizione logica si mostri nell’arco
di pochi secondi, dall’altro se i rispettivi contenuti, e i
pregiudizi che li circondano, giochino qualche ruolo specifico nel
fenomeno.
“Siamo uguali agli altri ma diversi dagli altri!”
La prima che voglio affrontare -anche se è seconda in ordine
cronologico- arriva intorno al minuto 24.50. Ve
la trascrivo ma vi consiglio di ascoltarla perché il suo potere
persuasivo è molto maggiore.
“Ciò che faceva impazzire il povero Papa Francesco, è che diceva
sempre “Qual è la differenza tra gli imperi buoni e cattivi?”.
Al fondo del suo pensiero c’era questo: “Come l’avete inventata
la differenza tra imperi buoni e cattivi? La differenza tra russi e
americani qual è?” Nessuna, ovviamente. A noi ci è andata di
lusso a stare sotto gli americani, ci sarebbe andata molto peggio a
stare con i russi ma non è che gli imperi siano diversi tra di loro,
come è ovvio.”
Sorvoliamo sul coinvolgimento di Papa Francesco,
ché ci auguriamo ci fosse qualcosa di più serio “al fondo del suo
pensiero” come chessò il mistero della croce, e affrontiamo
l’affermazione in sé e per sé.
Se vi chiedessi se siete d’accordo o meno,
voi, a rigor di logica, non potreste rispondermi. Non è
possibile attribuire alcun valore di verità alla
proposizione perché afferma A e non A. Afferma che non vi sia alcuna
differenza tra gli imperi per poi dire che invece ce ne
è almeno una. Più di una probabilmente, visto che
l’espressione “ci è andata di lusso” unita a “ci sarebbe
andata molto peggio” sembra alludere ad un’insieme di differenze
che portano a preferire l’impero americano a quello russo. È vero
che la contraddizione non viene espressa usando gli stessi termini,
ma il contenuto semantico delle singole affermazioni seguenti, sia
pure intese nella loro accezione minima, va a contraddire
l’affermazione generale e assoluta che differenze non ve ne siano.
Ma se vi chiedessi se siete d’accordo o meno,
se conosco i comunistacci rossobruni multipolari che mi seguono,
credo che rispondereste di sì. Questo perché il messaggio che vuole
lasciare passare arriva tra le righe, anzi contro le
righe. E la cosa ha del miracoloso perché qui non siamo
davanti ad una classica retorica concessiva del
tipo “Sostengo le donne Iraniane ma…”. Questo tipo di
affermazioni può essere svolto in un ragionamento logicamente
sensato -che intuiamo appunto tra le righe- anche se spesso non è
conveniente svolgerlo. Suona più o meno così “L’importanza che
attribuisco a ai diritti delle donne Iraniane è inferiore a quella
che attribuisco alla stabilità dello scenario internazionale // al
costo in termini di vite umane di un intervento militare // al prezzo
della benzina // alla mia avversione per la coalizione Epstein” (Le
motivazioni possono darsi tutte insieme o solo alcune, non è
importante). Qui il messaggio arriva contro le
righe perché Fabbri afferma due cose
inconciliabili ma sappiamo che solo una va presa sul
serio. L’altra è letteralmente una bugia.
Perché la dica è un bel mistero. Fosse su La7, a parlare con Lilli
Gruber o Enrico Mentana come spesso faceva, capiremmo meglio. La
bugia altro non sarebbe che una versione estrema e
rischiosa della concessiva di cui sopra, il tentativo
di dire agli atlantisti progressisti quello che vogliono sentirsi
dire, sperando non prestino attenzione al resto del discorso che lo
contraddice direttamente. Ma qui Fabbri è di fronte ad un
uditorio amico. Che gli sia rimasto il tic?
Potrebbe essere così ma in realtà credo che anche l’uditorio
amico abbia in qualche modo bisogno di questa rassicurazione
contraddittoria. Il multipolare è un uomo profondamente
scisso. Perduta la fede nell’universalismo illuminista
occidentale, e quindi nella possibilità stessa di una morale
oggettiva, ha accettato che tutto ciò in cui crede lui e la cultura
cui appartiene è “una cosa che ci raccontiamo noi”, per dirla
con Fabbri, ed è appunto da coglioni stargli appresso. Entra quindi
in un relativismo assoluto, in cui tutte le
culture e tutti i punti di vista hanno pari valore, senonché questo
stesso ragionamento è figlio della cultura cui appartiene e nessuna
delle culture altre che inizia a invidiare si pensa in questo modo.
Lo stesso Fabbri mostra -e nutre nel suo pubblico- un disprezzo
estremo per gli occidentali, uomini post-storici che non
hanno quella fame di gloria (cioè di violenza) propria di tutte le
altre collettività umane. In questa conferenza arriva a picchi di
disgusto verso i giovani italiani che amano il benessere, la qualità
della vita e le serie Netflix che raramente gli ho visto toccare.
Senza più punti di riferimento, la psiche del
multipolare si organizza in strati: più in superficie c’è
ciò che furbescamente pensa di dover dire per far contento il Grande
Altro, un macchiettistico Federico Rampini che urla Grazie Occidente!
dal quale il nostro multipolare pensa di doversi nascondere; più
sotto c’è l’Io razionale nichilista, giunto alla sconfortante
verità che la verità non esiste, non esistono “buoni e cattivi”
e tutti i punti di vista si equivalgono; più sotto ancora si
riaccende il desiderio di appartenere, appartenere agli altri, a
quelli che ancora credono in qualcosa e prima di tutto in loro
stessi, a questo livello la frase che viene udita è capovolta “ci
sarebbe andata di lusso a stare sotto i Russi”. Infine c’è il
pian terreno, l’inerzia della sua vita concreta, il mondo in cui è
cresciuto che lo trattiene dallo studiare russo o cinese, levarsi dai
coglioni e scoprire se davvero le cose stanno così o cosà. La
contraddizione fabbriana taglia verticalmente questo
condominio psichico, ogni affermazione si connette con un
piano diverso e viene allora processata come sensata anche se sensata
non è.
O almeno, questa è la mia ipotesi.
I complotti servono a comprendere
La seconda affermazione che voglio analizzare arriva in realtà
prima, praticamente a inizio conferenza ed è la squalificazione di
Fabbri del “complotto di Epstein” e
dei complotti in generale. Come l’altra, vi consiglio di
ascoltarla. Inizia più o meno a 2.27.
Ve la riporto correggendo un po’ la sintassi del discorso orale:
“Se siete qui perché credete che la guerra in Iran sia nata dal
ricatto di Netanyahu nei confronti di Trump, gli Epstein files, gli
gnomi di Zurigo, etc etc questa non è la serata adatta.
Io sono un pessimo complottista, li ho sempre trovati molto noiosi i
complotti.
Soprattutto i complotti sono una forma rassicurante, sono una
rassicurazione. Il mondo spesso e volentieri non è rassicurante, i
complotti lo sono sempre.
I complotti sono sciocchi perché sono una forma di accarezzamento di
noi cioè, davanti ad eventi spaventosi come può essere una guerra,
una guerra sbagliata -ammesso che esistano guerre giuste-, i
complotti servono a giustificarli, almeno a comprenderli.
“Guarda succede che gli americani in modo del tutto irrazionale -e
ne parleremo- si caccino in una guerra contro l’Iran ma c’è una
ragione! Perché Netanyahu ricatta Trump e quindi scatta la guerra.”
Quindi queste sciocchezze che sono sono molto di moda che servono a
non studiare, servono a non approfondire, e poi servono anche a
scrivere qualche serie televisiva. Ma l’analisi del mondo non è
una serie televisiva non è una filmografia.
[..]
Gli americani finiscono in Iran per diverse ragioni che proveremo a
centrare insieme, non ultima, anzi la principale, una forma di
fraintendimento antropologico.”
Vi dico subito che la contraddizione qui è più
sottile ma voglio affrontarla perché il tema mi
interessa particolarmente e si presta tantissimo a questo tipo di
paralogismi. Come forse sapete, da anni mi occupo di
complottismo, o per meglio dire, di decostruire la nozione
stessa di “complottismo” che ritengo essere priva di senso e
fuorviante.
Questo è un esempio di una frase che pare avere senso solo perché,
negli anni, intorno al concetto di “complottismo” sono state
predicate così tante cose incoerenti, contraddittorie, banali,
pleonastiche che tutti abbiamo in testa una foresta di
luoghi comuni che camminano sulle loro gambe.
Fabbri sfoggia il grande classico sulla funzione del
complottismo che sarebbe quella di… comprendere.
C’è da chiedersi a cosa servano allora la scienza, la filosofia e
tutte le forme di conoscenza pensate dall’uomo fino ad oggi,
presunta scienza geopolitica stessa. Vi sottolineo la frase: “I
complotti sono sciocchi perché [di fronte ai grandi eventi] servono
a giustificarli o quantomeno a comprenderli”.
Ora, è chiaro che sia implicito per Fabbri che i complotti
sono anche spiegazioni false, ma
la sua affermazione non dice questo. Dice proprio che sono
sciocchi perché assolvono questa miserabile
funzione, quella di comprendere.
Fabbri qui sta venendo parlato [nel discorso] da un ritornello
sull’eziologia della mentalità complottista che a
sua volta ricalca quello sull’eziologia della mentalità religiosa:
così come i primitivi di fronte ai fulmini pensavano che li
scagliasse Zeus, così i complottisti di fronte agli attentati
pensano che li architettano i savi di Sion. A furia di ripeterlo, è
caduta la parte in cui si aggiunge che queste spiegazioni sono da
rifiutare in primo luogo perché false e ormai ci sembra di dire
qualcosa di intelligente se puntiamo il dito di fronte al bisogno
degli uomini di spiegarsi le cose, all’audacia di
questi poveri stronzi.
Certo, a volte queste spiegazioni vengono ulteriormente
caratterizzate come le più semplici o le
più rassicuranti e quest’ultima caratterizzazione è
quella che ci offre Fabbri. A volerlo prendere sul serio -e nessun
teorico del complottismo lo fa mai, tantomeno Fabbri- ci troveremmo
comunque di fronte a un criterio probabilistico esterno,
paragonabile alla lectio difficilior o al rasoio
di Occam che giudicano la bontà di un’ipotesi in base alla
maggiore o minore complessità. Criterio contestabile in linea di
principio (davvero la spiegazione più semplice o più rassicurante è
per forza sbagliata?) ma soprattutto non aderente ai
fatti che dovrebbe organizzare. Gli anticomplottisti
insistono che le cosiddette teorie complottiste siano più semplici e
più rassicuranti ma non è quasi mai vero,
compreso in questo caso.
Non so che tipo di sensibilità bisogna avere per giudicare
“più rassicurante” un mondo in cui i potenti della
terra hanno preso parte ad una serie di nefandezze indicibili e
vengano ora ricattati dai servizi segreti di una delle nazioni più
aggressive della Storia al punto da farsi trascinare in guerre che
manco gli convengono.
(Per inciso, io non so se le cose stiano così. È chiaro a tutti,
per ammissione dello stesso Segretario alla Difesa, che gli americani
siano stati trascinati da Israele in una guerra che non gli
conveniva. Persino Fabbri lo ammette e a un certo punto promette di
spiegarci come ci siano riusciti gli israeliani, fuori da ogni
sciocca teoria del ricatto… solo che poi se ne dimentica. Vabbè.)
Tornando a noi, Fabbri, dopo aver deriso la sete di conoscenza
umana, procede a soddisfarla. “Gli americani
finiscono in Iran ma c’è una ragione!” dice facendo il verso
all’offerta epistemologica dei complottisti e subito dopo “Gli
americani finiscono in Iran e c’è una ragione” dice
interpretando se stesso.
Non gli sto facendo una colpa della seconda parte, di farsi una
ragione del mondo, ovviamente. È la litania
anticomplottista che ripete all’inizio a metterlo in
contraddizione col suo giusto proposito.
Il colmo, poi, è che lo stesso sistema di pensiero di
Fabbri potrebbe essere da molti definito complottista. Non in
senso stretto, ché complotti non ce ne sono, ma in senso lato, cioè
come si usa il termine oggi.
La geopolitica presenta molti tratti attribuiti dagli
anticomplottisti alle “teorie del complotto”. È incoerente,
confusa, infalsificabile e soprattutto fieramente contrapposta a un
sistema di pensiero dominante, a una “verità
ufficiale”, che denigra di continuo. “Questo è quello
che vi raccontano” ripete ammiccante Fabbri, riecheggiando il
famoso “noncielodicono”.
E, intendiamoci, neanche di questo non gli faccio una colpa.
È proprio il pensiero anticomplottista che, in genere, ha bisogno
solo di questo elemento, della mancata aderenza di una teoria ai
saperi comunemente accettati, per dedurre
automaticamente che è falsa.
Il concetto di “complottismo” ci confonde le idee perché vuol
dire troppe cose insieme, ci conduce a giudizi affrettati e, in
ultima analisi, non ne abbiamo bisogno per valutare la bontà di
un’affermazione, di un’ipotesi o di una visione del mondo.
La geopolitica, come ogni altra teoria, va confutata sul
campo; analizzando le sue affermazioni, se queste sono
coerenti tra di loro e con le evidenze in nostro possesso e se riesce
a spiegare meglio ciò che si propone di spiegare. A mio parere la
risposta è no, al di là di quanto assimilabile sia al sistema di
pensiero dominante.
Eppure essa vive, e anche bene. Credo sia questo che continua ad
affascinarmi di Fabbri e della geopolitica in generale, la sua
capacità di volare nonostante tutto, come il famoso calabrone.
Una teoria a un tempo farraginosa e socialmente deviante che
è stata accolta con la stessa riverenza che si riserva ad un
divulgatore scientifico che illustra le leggi della termodinamica.
Oggi, come nel 2023, ho provato a farmene una ragione. C’è il
carisma individuale di Fabbri, la sua capacità di dissimulazione che
gli ha permesso (per un certo periodo) di guadagnarsi quel ruolo da
esperto che non si mette in discussione e, infine, lo
sfruttamento di pregiudizi diffusi che fanno apparire
come sensate delle vere e proprie contraddizioni logiche.
Nonostante tutto, penso che continuerò a stupirmi.
A stupirmi di fronte all’eloquio ipnotico dell’unico uomo che
poteva fare tre ore di teoria delle razze in faccia a Mentana senza
che né lui, né gli spettatori a casa sospettassero niente.