domenica 4 ottobre 2026

Il boom delle scommesse

Giulia Ricci
L'Italia scommette sempre di più, ma la legge sul gioco non arriva. Il boom del Piemonte: + 11% di slot

La Stampa, 4 ottobre 2026

La ludopatia è un disturbo neurobiologico e comportamentale che porta soldi nelle casse dello Stato. Ma se quelli spesi aumentano, le entrate per l’erario rimangono stabili. Nel 2025 in Italia sono stati destinati 165,3 miliardi di euro al gioco, otto in più dell’anno precedente. Di questi 143,4 sono tornati indietro con le vincite, 11,4 sono finiti all’erario (gli stessi dell’anno precedente), 21,9 miliardi sono andati in fumo. Persi. Secondo l’Istituto superiore di sanità, nel nostro Paese almeno 1,5 milioni di persone hanno un rapporto problematico con gratta e vinci e scommesse. E se è il gioco online, ormai, ad essere protagonista, in Piemonte si vive un’inversione di tendenza: dal 2021 i dati raccontano una crescita dell’11% degli esercizi con le slot rispetto al resto d’Italia, complice (almeno secondo associazioni come il Gruppo Abele) una legge regionale dalle maglie più larghe.

la storia

“Giravo con centinaia di monetine nel giubbotto”, Andrea e la sua battaglia contro la ludopatia

Tre anni fa il governo Meloni aveva promesso una riforma complessiva del gioco pubblico, sia online sia nei locali fisici, dalle tabaccherie alle sale bingo. La prima parte è stata fatta: necessità di un conto personale per chi gioca, meccanismi di tutela previsti dai concessionari, un canone annuo del 3% allo Stato, monitoraggio del rischio, contrasto alle partite illegali. La parte sul gioco fisico, invece, non è stata approvata entro la scadenza della delega fiscale, il 29 agosto di quest’anno: tutto rinviato al 2027 a causa di uno scontro interno alla maggioranza di centrodestra – il nodo principale la soglia per accedere alle concessioni, che avrebbe penalizzato le piccole e medie imprese italiane.E così, le regole rimangono frammentate tra Roma, Regioni e Comuni. Il grande riordino avrebbe dovuto stabilire un quadro nazionale più uniforme, dalla collocazione dei punti gioco alle distanze da luoghi sensibili, senza demandare la vera stretta (o meno) agli enti locali.

In Piemonte, nel 2021, la giunta del governatore Alberto Cirio ha cambiato la norma. La misura ha abbassato la distanza minima per slot e macchinette dai luoghi sensibili (scuole, università, ospedali, ma anche banche e sportelli Atm) da 500 a 400 metri nei Comuni sopra i 5mila abitanti, 300 metri in quelli piccoli; tolto ai sindaci la possibilità di scegliere orari di chiusura delle attività più restrittivi, indicando una fascia uguale in tutta la regione; ma soprattutto ha eliminato la retroattività della norma, facendo sì che molti esercizi potessero reinstallare i vecchi apparecchi per il gioco, ovunque fossero.

L’Emilia-Romagna premia con agevolazioni e contributi chi rinuncia alle slot, la Toscana permette ai Comuni di aggiungere all’elenco altri luoghi sensibili. La legge piemontese prevede anche la nascita di strumenti di monitoraggio dei risultati delle nuove regole, programmi di prevenzione, campagne informative e servizi di curai ludopatici: «Questa parte è rimasta completamente inattuata» hanno sottolineato più volte le opposizioni di centrosinistra.

Da qui, la controtendenza. Nel triennio 2023-2025, in Italia, la raccolta di scommesse e giochi a distanza è cresciuta del 20,9%. L’anno scorso sono stati aperti 6,2 milioni di conti gioco (gli account personali), mentre le ricariche hanno raggiunto 13,2 miliardi. In Piemonte, invece, i dati raccontano una crescita dell’11% degli esercizi con le slot rispetto al resto d’Italia, con un aumento delle perdite del 43% (rispetto al 31% medio nel Paese) dal 2021. Soprattutto in città, spopolano ancora videolottery, scommesse sportive, slot machine e gratta e vinci istantanei. Contando anche l’online, i soldi nei circuiti del gioco sono passati da 6,1 a 9,9 miliardi, di cui 5,3 tutti tra Torino e provincia; così anche la spesa pro capite. «La scelta di azzerare la legge regionale 9/2016, che aveva contribuito a contenere l’impatto del gioco, si sta rivelando un grave passo indietro. I numeri dicono che l’azzardo è tornato a crescere e, con esso, aumentano le persone e le famiglie che chiedono aiuto» ha spiegato più volte Pasquale Somma, operatore del Gruppo Abele e coordinatore del progetto Vite in Gioco. Il governatore Alberto Cirio afferma di essere «come sempre disponibile a parlare di tutto ed ad ascoltare le ragioni di tutti. Ma io sono un liberale e non credo nei divieti, ma nell’educazione».

Il presidente piemontese continua a ritenere che «l’atteggiamento del proibire sia sbagliato. Bisogna prevenire lavorando come stiamo facendo con le scuole, con l’informazione vera ai giovani cercando di educare ad un approccio corretto e responsabile al gioco. Anche perché il mondo non finisce in Piemonte e soprattutto il gioco oggi più che mai viaggia online, soprattutto tra i giovani».

Nel 2025, il gettito derivante dai giochi ha rappresentato quasi il 2% su un totale di 622,1 miliardi di entrate tributarie erariali dello Stato, che incassa anche erogando le concessioni. Solo lo 0,3% dell’incassato, però, viene utilizzato per la prevenzione e la riabilitazione: il nuovo Fondo unico per le dipendenze patologiche è di 94 milioni, ma meno del 34% è diviso tra Regioni e province autonome. «Dietro i numeri però ci sono spese e soprattutto debiti, sofferenza, isolamento, relazioni familiari compromesse e costi importanti che ricadono sui servizi sanitari e sociali», aggiungono dal Gruppo Abele, che con Libera in Piemonte aveva proposto in Consiglio regionale una proposta di legge di iniziativa popolare, bocciata nel 2024.

Tra le persone che hanno aiutato c’è Mario Nardelli, un infermiere di pronto soccorso: ha 46 anni, e tredici della sua vita li ha passati nel girone infernale delle slot online. «Quando ho vinto per la prima volta si è accesa la dopamina. Volevo risentirla, riprovare quel sentimento di pienezza e gioia. «Ho iniziato a giocare sempre di più e con puntate maggiori per tornare in pari. Ero capace di giocarmi lo stipendio in un solo giorno. Quando ho deciso di fare un taglio netto avevo 60 mila euro di debiti. La politica è complice di questo fenomeno e dovrebbe mettere un freno. Chi gioca non spreca solo i suoi soldi, ma perde il lavoro, diventa bisognoso di un sussidio, si ammala. Invece di aumentare i giochi dovrebbero ritirare concessioni e tornare alle pubblicità non ingannevoli».

A dirla tutta dieci anni fa, per ogni 100 euro scommessi, lo Stato ne incassava 19. Nel 2025, solo 7. Questo perché il gioco online viene tassato sul margine netto, non sul lordo, e il “rientro” nelle tasche dei giocatori è circa il 90% di quanto scommesso (in un circolo infinito di ore passate davanti al computer). Ma in questo circolo vizioso e drammatico, a pagare più imposte diventano così i più fragili: sono le Regioni con maggior tasso di disoccupazione ad aver un volume di gioco più alto. Insomma, così chi è debole, e nella maggior parte dei casi affetto da ludopatia, è quello che trasferisce più soldi al servizio pubblico. Lo dice chiaro Stefano Vaccari, deputato del Pd che battaglia sul tema: «Dobbiamo lottare contro questa normalizzazione del gioco d’azzardo: hanno messo quattro nuovi gratta e vinci, da poco altre 4 nuove piattaforma online, ma è insostenibile e incompatibile con l’impatto sociale che ha la ludopatia».

Il nodo del fisco

Francesca Schianchi
Cacciari: "Serve coraggio sulle politiche fiscali, è a rischio la nostra tenuta democratica"

La Stampa, 4 ottobre 2026

C'è stato in passato un capitalismo diverso. «Fino alla fine degli anni Ottanta-primi anni Novanta, aveva un’anima borghese, che favoriva una distribuzione delle ricchezze. Cercava, nei limiti del possibile, di salvaguardare i redditi più bassi», spiega il filosofo Massimo Cacciari. «Era un atteggiamento legato anche alla Guerra fredda: questo capitalismo borghese, sui temi sociali doveva fronteggiare la competizione dell’Unione sovietica». A un certo punto, però, qualcosa è cambiato: «Con Margaret Thatcher e con la destra americana, Ronald Reagan, c’è stata una svolta, quel capitalismo è finito».

Oltre trent’anni dopo siamo arrivati a un capitalismo sfrenato: tanto da mettere in discussione la tenuta democratica delle nostre società?

«È evidente: non può reggere una società democratica dove la speranza di crescita di benessere e l’incremento dell’area dei diritti vengono interrotti. La democrazia non è un’ideologia, si innesta su processi economici».

E qui viene il tema della redistribuzione. Nota però Carofiglio come si sia consolidata la retorica del merito, che tende a colpevolizzare la povertà come una responsabilità individuale.

«Questo fa parte dell’ideologia del nuovo capitalismo. È chiaro che il merito è essenziale, una politica redistributiva deve essere efficace, non vuol dire egualitarismo, ma questo non significa un capitalismo finanziario che assorbe l’intera ricchezza prodotta e persegue le diseguaglianze con ogni mezzo».

A proposito di merito, chiedo a lei che è docente universitario: lo studio è ancora in grado di svolgere la funzione di ascensore sociale?

«Assolutamente no. Pensi che il nuovo capitalismo dei Peter Thiel e degli Elon Musk sostiene di assumere solo quelli che non hanno frequentato l’Università: le persone vanno formate all’interno delle loro tecnostrutture. Certo, questo è un atteggiamento soprattutto americano, di rottura polemica con la scuola. Ma è un dato che anche le nostre Università non riescono più a fare da ascensore sociale».

Lei attribuisce la nascita di questo nuovo capitalismo in particolare alla destra americana. C’è una responsabilità anche della sinistra? Ad esempio nel sottovalutare i rischi della globalizzazione?

«Non c’è dubbio che ci sia stata l’illusione diffusa che bisognasse mettersi sui binari della globalizzazione, e ci si sono accomodati tutti, compresi Tony Blair e Bill Clinton. Poi, certo, loro sostenevano la necessità di contemperare con politiche sociali, ma sono saliti tutti sul carro del vincitore. Per anni non c’è stata una politica critica, e ora ci svegliamo dolorosamente».

La politica ha capito i rischi che stiamo correndo secondo lei?

«Neanche un po’. L’Europa in particolare non sta capendo nulla, né di queste questioni, né di politica estera. Altrimenti non avrebbe perso così tanto peso e importanza».

Da queste pagine Carofiglio ha lanciato la proposta di un fondo imprevisti per la classe media da finanziare con un’imposta progressiva sopra i 10 milioni di euro. La convince?

«Il punto è esattamente che bisogna parlare di progressività delle imposte. È stata il perno delle politiche dei social-democratici ma anche dei cristiano-popolari nel secondo Dopoguerra, fino agli anni Novanta. Poi si è diffuso il mantra delle tasse che, per carità, non si toccano, la flat tax tutte quelle robe lì…».

Lo slogan berlusconiano mai tramontato del «Meno tasse per tutti».

«Una retorica che si è diffusa ovunque».

E ha contagiato anche la sinistra?

«Contagiato? (ride). La sinistra si è profondamente ammalata! Non vede che non ha il coraggio di dire niente sulle politiche fiscali per paura di perdere voti?».

Dovrebbe avere il coraggio di parlare apertamente di patrimoniale?

«Dovrebbe avere il coraggio di proporre delle politiche fiscali accentuatamente progressive. La progressività è prevista in Costituzione, e se non si pratica, tutti i discorsi sulle proposte sociali sono privi di fondamento, perché dove le trovi le risorse? Con più di tremila miliardi di debito pubblico non possiamo più indebitarci, devi trovare le coperture: che sia la patrimoniale o altro, considerato anche che un terzo degli italiani non pagano le tasse. Altrimenti tutte le proposte come quelle su sanità e scuola sono pura retorica».

È favorevole alla proposta di salario minimo?

«È una proposta assolutamente sensata che diventerà necessaria, con uno sviluppo economico così squilibrato e un’accelerazione tecnologica che andrà verso la riduzione del cosiddetto lavoro necessario. Ma va articolata bene e, appunto, sostenuta da una politica fiscale coerente, altrimenti non è sostenibile a lungo».

Le sembra che, in vista delle elezioni, lo schieramento progressista, il cosiddetto campo largo, stia facendo uno sforzo per affrontare il tema gigantesco delle diseguaglianze?

«Speriamo, ammesso che un programma prima o poi verrà fuori… Il fatto è che c’è un problema speculare in entrambe le coalizioni».

Cioè, quale?

«In nessuna delle due c’è una vera unità, ci sono faglie di divisione analoghe sui perni fondamentali della politica economica e della politica estera».

Questo rende difficile proposte coraggiose?

«Servirebbe uno sparigliatore che metta insieme i pezzi di destra e di sinistra che sono d’accordo su alcuni temi».

Uno che scompagina gli schieramenti e rimescola le carte?

«Esatto. Dieci anni fa avrebbe potuto farlo Matteo Renzi, ma non c’è riuscito».

Le passioni romane di Goethe

Claudio Rendina
Le passioni romane di Goethe
la Repubblica, 30 ottobre 2005

Il 29 ottobre 1786, ovvero 120 anni fa, l' olimpico Johann Wolfgang Goethe, l' immortale autore del «Faust», è a Roma; è il primo dei due soggiorni che compirà facendo tesoro della sua residenza nella Città Eterna, in una intensa esperienza di cultura e d' amore, che avrà notevole influenza sull' opera letteraria. E' arrivato in incognito, sotto il nome di Jean Philippe Moller per poter godere a pieno del suo tempo «con tranquillità e pace domestica», come egli stesso annota; e va ad alloggiare nella «Casa Moscatelli», una modesta pensione in via del Corso 18, proprio davanti a Palazzo Rondinini, ora divenuta il Museo Goethe. Vi resterà fino al 21 febbraio del 1787, quando partirà per Napoli e la Sicilia, ma ritornerà l' 8 giugno per restarvi fino al 24 aprile del 1788. A Roma scrive opere come «Ifigenia in Tauride», «Wilhelm Meister» e naturalmente le «Elegie Romane» traendo ispirazione per il «Torquato Tasso» al Gianicolo e a Sant' Onofrio, come ricorda una lapide nella chiesa. Mentre nel suo «Viaggio in Italia» riporta tutte le impressioni che questa città sa dargli. Inoltre coltiva la passione per l' arte figurativa, grazie al rapporto con alcuni pittori tedeschi, come Johann Heinrich Tischbein, suo compagno di viaggio e che vive con lui; Johann George Schutz, che ospita nella sua stanza; Friedrich Bury e Jakob Hackert, che alloggiano in alcune soffitte vicine al palazzo Rondinini. Passeggiando con loro tra i ruderi e le bellezze della città è sollecitato a disegnare armato di matita, immortalando i luoghi che maggiormente lo colpiscono. E ha anche una storia d' amore con Faustina Antonini, la figlia dell' oste della scomparsa «Osteria della Campana» in via Monte Savello. L' ha scritto egli stesso in una elegia, raccontando l' approccio con lei nell' osteria con tanto di appuntamento: fa cadere del vino sul tavolo «e con il grazioso dito comincia a tracciare umidi cerchi sulla tavola di legno./Intreccia il mio nome al suo... intreccia cerchi su cerchi, /per cancellare lettere e cifre; ma resta impressa/ nel mio sguardo l' immagine deliziosa del quattro». E' l' ora dell' appuntamento per le quattro di notte, al quale Goethe va, e nasce così quell' amore, ricordato in altre elegie, come in questi versi: «Faustina è la mia felicità:/divide volentieri il letto con me/ e mantiene fede incorrotta al suo fedele». E c' è anche una memoria triste di Goethe a Roma; nel Cimitero Acattolico è sepolto l' unico suo figlio August, che ebbe da Christiane Vulpius, l' Erotikon che ama al ritorno dall' Italia a Weimar e sposa nel 1806; sulla tomba è il ritratto in marmo, ma senza il nome, con la semplice indicazione «Goethe filius».


Luigi Pirandello

Elegie romane di Goethe

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.



III
Non ti rimorda, o cara, che a me cosí presto ti sia
abbandonata! oh credi, di te non penso io male.
 
In vario modo agiscon gli strali d’amor; l’uno punge,
e del tossico lento per anni inferma il cuore;
 
forte impennato l’altro, con taglio di fresco temprato,
penetra le midolle, incendia ratto il sangue.
 
La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,
quando amavano i numi; il possesso, a la brama.
 
E credi ch’abbia a lungo la Dea d’amor meditato,
quando nel bosco ideo le piacque prima Anchise?
 
Se Luna il bel pastore avesse indugiato a baciare,
oh, svegliato l’avrebbe, invida, Aurora, tosto.
 
Ero a la grande festa Leandro guardò; prontamente
lanciossi il caldo amante giú, nei notturni flutti.
 
Rea Silvia al Tebro s’avvia, la vergin regale,
per attinger de l’acqua, e la sorprende il Nume.
 
Cosi Marte s’avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo.

XV
Non io Cesare avrei tant’oltre in Britannia seguito;
Floro m’avria piú presto tratto in Popinia certo!
 
Ché assai di piú la triste caligin del norte m’è in odio,
che il popolo agitato de l’australi mosche.
 
E d’ora innanti, voi méscite, abbiate un piú caldo
da me saluto, oh voi, care osterie romane!
 
Ch’oggi veder la Bella mi date, a cui scorta è lo zio,
ch’ella sovente, per possedermi, inganna.
 
Avea la mensa nostra corona d’amici tedeschi;
ella cercò di fronte, presso la madre, un posto.
 
Smosse piú volte il banco, e far lo dovette con arte,
poiché mezzo il suo volto e il collo io guadagnai.
 
Ella parlava forte, ben piú che romana non soglia;
mescea, volta a guardarmi; sgarrò, cadde il bicchiere.
 
Scórse sul desco il vino, ed ella col dito sottile
segnò sul ligneo piano umidi cerchi intorno.
 
Intrecciò poi col mio il nome suo dolce; lì fiso
io quel ditin seguia, e bene ella m’ intese.
 
Svelta compose alfine il segno d’un cinque romano,
posevi un’asta innanzi; tosto, com’io lo vidi,
 
cerchi tracciò su cerchi a sperdere lettere e cifre.
Ma il prezioso quattro mi restò qui negli occhi.
 
Muto a seder rimasi, mordendomi il labro infocato,
qual per malizia o gioco, ma pur di voglia ardente.
 
Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!
Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.
 
Mai nulla di piú grande vedesti, mai nulla vedrai,
te ‘l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.
 
Oh, ma per oggi, o Sole, su lei non t’indugia, e lo sguardo
dai sette colli storna spontaneo e piú veloce.
 
Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,
cui con avido sguardo gode il pittor felice;
 
agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,
a le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;
 
quindi nel mar precipita! Domani piú presto vedrai
qual almo t’han serbato gaudio i secoli.
 
Quest’umide maremme sí a lungo di canne coperte,
queste d’alberi e cespi fosche ombreggiate alture,
 
poche capanne un tempo mostraron, poi tu le vedesti
d’un popolo gremite d’avventurosi ladri.
 
Qui tutto quindi da loro fu tratto e assembrato,
cosí che il resto appena d’un guardo tuo fu degno.
 
Sorger vedesti un mondo; vedesti qui un mondo in rovina;
quindi, da le macerie, quasi un piú vasto mondo!
 
Or, ch’io lo possa a lungo da te gloriato ammirare,
accorta a me lo stame lenta la Parca fili;
 
ma presto la bell’ora s’affretti, che a me fu segnata!
Gioja! e non sta scoccando? No; ma già tre n’ascolto.
 
Cosí, Muse mie care, ancor m’ingannaste la noja
di questo lungo tratto che m’ha da lei diviso.
 
Or via di fretta! Addio: né offendervi temo; pur sempre
voi stesse, cosi altere, deste ad Amor la palma.