domenica 28 giugno 2026

Spinoza e oltre

Massimo Recalcati
La lezione di libertà di Spinoza
la Repubblica, 14 dicembre 2025

Il talento del professore Gilles Deleuze è ineguagliabile. Ne è una ulteriore dimostrazione davvero esemplare il corso del 1980-81 dedicato a Spinoza, ora disponibile nella sua trascrizione fedele per i tipi di Einaudi. La parola orale si distingue da quella scritta perché è preda di momenti di ispirazione, di lampi, di ripetizioni che mentre esercitano una funzione didattica di trasmissione contengono sempre, in modo sorprendente, qualcosa di nuovo. È il talento che caratterizza ogni vero maestro. “Se non si è ripetuto abbastanza, afferma Deleuze, non si può essere ispirati”. Ma soprattutto questo corso fornisce una prova ennesima che Spinoza non è un filosofo tra gli altri ai quali Deleuze si è dedicato (Leibniz, Hume, Kant, Nietzsche, Bergson, ecc.), ma costituisce la matrice fondamentale del suo stesso pensiero, che per certi versi può essere considerato come un vero e proprio “ritorno a Spinoza”. In particolare, Deleuze si sofferma sul nesso che unisce ontologia e etica. L’ontologia spinoziana è una ontologia che non rinuncia a pensare Dio sebbene operi una sua radicale immanentizzazione. È quello che è stato descritto come il suo panteismo di fondo: Dio non è un ente teologico al di là del mondo, ma si manifesta nel mondo in quanto ogni ente è un modo d’essere di Dio. Tutte le cose che esistono si convertono nell’Uno-tutto (en Panta). L’accusa di immanentismo è stata di conseguenza l’accusa maggiore rivoltagli dai suoi nemici, che ha determinato la condanna della sua filosofia come eretica. Una delle proposizioni centrali dell’Etica afferma, infatti, che esiste una sola sostanza unica e infinita che determina tutte le creature come modi della sua stessa esistenza. La rivoluzione concettuale spinoziana consiste nell’aver messo in rilievo l’univocità dell’Essere: tutti gli enti finiti sarebbero la manifestazione dell’infinito. Secondo Deleuze, Spinoza mette così in forma la “filosofia più antigerarchica che sia mai stata realizzata”: la pietra, lo stolto, l’uomo ragionevole, l’animale e l’erba si equivalgono dal punto di vista ontologico. Se, infatti, l’Essere è univoco, se gli enti sono una maniera dell’Essere - modi dell’Essere -, allora il piano di immanenza è il luogo dove l’Essere si realizza pienamente in ogni suo singolo modo. Ma quale etica può derivare da questa ontologia che esalta l’eguaglianza di tutte le cose? Se tutto è Dio cosa, per esempio, può spiegare la presenza della disgrazia, della cattiveria o del male? Lo sforzo primario di Spinoza è quello di liberare la filosofia da ogni giudizio morale. In questo egli anticipa Nietzsche: non bisogna dare consistenza ontologica ai valori del bene e del male. Si tratta invece di distinguere rigorosamente l’etica dalla morale come sistema di giudizio. Se la morale si fonda sulla distinzione e sulla opposizione a priori del “bene” e del “male”, l’etica è piuttosto l’arte che distingue il “buono” dal “cattivo”. Essa ha come sola finalità quella di potenziare la vita. Mentre la morale fa riferimento all’essenza umana che si realizzerebbe compiutamente solo agendo in maniera razionale, l’etica non presuppone alcuna essenza, ma solo l’esistenza e la sua capacità singolare di vita. Se la morale si istituisce sul giudizio, l’etica implica invece un interrogativo su ciò di cui siamo capaci. Se il moralista definisce l’uomo attraverso la sua capacità di adeguarsi a valori che gli pre-esistono, l’etica si interroga sulla capacità dell’uomo di realizzare la sua potenza. L’uomo, infatti, non è un essere piegato moralisticamente all’imperativo morale del dovere, ma una potenza in atto. Quando allora c’è disgrazia, cattiveria, male? Quando l’essere umano diverge dalla sua potenza, quando non vi aderisce pienamente. L’impotente o lo schiavo, secondo Spinoza, sono coloro che hanno passioni tristi perché non accolgono la loro potenza. In questo senso i tiranni o gli uomini religiosi hanno sempre bisogno di coltivare la tristezza dei loro sudditi. La tristezza è, infatti, l’affetto che più di ogni altro mostra il disaccordo tra la vita e la sua potenza. Ma perché allora, si chiede Spinoza ben prima di Freud, le persone possono combattere per la propria schiavitù? L’etica si occupa proprio di questo: come non avvelenare la propria vita ma renderla più adeguata alla sua potenza? Come emanciparla della tristezza (diminuzione della potenza) e renderla invece capace di gioia (accrescimento della potenza)? Lo Spinoza di Deleuze non può non notare che gli esseri umani tendono costantemente a scegliere l’arsenico piuttosto che un cibo buono. Per questa ragione il suo materialismo etico spinge la vita a darsi gioia evitando tutto ciò che genera dipendenza e tristezza. È questo il fondamento ultimo della sua etica: quello che allarga la vita è buono mentre quello che ne restringe la potenza affermativa è cattivo. Non perdete tempo a criticare quelli che non vi piacciono, ammonisce lo spinoziano Deleuze, ma dedicatevi solo a quelli che vi piacciono. Tenetevi lontani da ogni forma di intossicazione che possa ridurre la vostra potenza. Mentre la morale distingue vizio da virtù e pensa alla virtù come negazione ascetica del vizio, si tratta invece di distinguere il rapporto che alimenta la potenza da quello che invece la diminuisce. Ma la potenza non va confusa con una forma di potere. Mentre il potere limita la potenza, la potenza trascende il potere. Mentre il potere realizza chiusi rapporti di sottomissione, la potenza si realizza nell’apertura della gioia. In questo senso essa è il “vero contrario della morte”. Quella che Spinoza chiamerà “beatitudine” non è altro che “il pieno possesso della potenza”. È quello che rende davvero liberi. Diversamente, l’uomo diviene schiavo quando rinuncia alla propria potenza per perseguire il potere, esercitandolo o sottomettendovisi. Ma il potere non genera potenza ma solo tristezza. “Bisognerebbe fare dell’importanza – afferma Deleuze – un criterio di esistenza. Che cos’è che le persone ritengono importante nelle loro vite? Parlare alla radio? Godere di buona salute?”. Quello che è davvero “il più importante” è rendere conforme la propria esistenza alla propria potenza, è riuscire ad esprimere – “fare essere” – nella propria esistenza la potenza che sono. Una vita felice è una vita che ha fatto tutto quello che poteva. L’eternità non ha altro significato che questo: non significa impedire la morte – non è l’immortalità –, ma realizzare pienamente la propria potenza. Il giudizio etico, diversamente da quello morale, concerne solo l’esistenza rispetto a sé medesima: “a giudicarvi è la natura delle vostre tristezze e delle vostre gioie”. Il soggetto che si perde nell’odio e nella tristezza costruisce il peggior modo di esistenza perché diminuisce la sua potenza. Non si tratta dunque di giudizio morale ma di “sperimentare” la propria potenza: “quale è il tuo suono?”, si chiede Deleuze. Insomma, come vivi? Nell’ordine della realizzazione gioiosa della tua potenza o in quello della sua triste e risentita diminuzione?

Baldovino scagionato

Fatoumata Sow
Lumumba: uno storico belga scagiona re Baldovino
AfricTelegraph, 26 maggio 2026 

La questione della responsabilità della monarchia belga nell'assassinio di Patrice Lumumba , l'eroe dell'indipendenza congolese giustiziato il 17 gennaio 1961, è tornata alla ribalta con la pubblicazione di un libro di Vincent Dujardin. Il ricercatore dell'Università Cattolica di Lovanio (UCLouvain) difende una tesi che si contrappone ad alcune recenti interpretazioni storiografiche: re Baldovino, salito al trono nel 1951, non autorizzò mai il principio dell'eliminazione fisica del Primo Ministro congolese. Questa tesi giunge mentre la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e il Belgio proseguono un delicato dialogo sulla memoria storica, segnato nel 2022 dalla restituzione di un dente attribuito al defunto leader.

Una rilettura degli archivi reali

Vincent Dujardin si basa su un'ampia mole di documenti, tra cui materiale proveniente dagli archivi di palazzo e dalla corrispondenza diplomatica belga dell'epoca. Secondo la sua interpretazione, gli scritti attribuiti a Baldovino dimostrano una chiara ostilità politica nei confronti del leader nazionalista, senza tuttavia costituire una carta bianca per la sua eliminazione. Lo storico distingue tra la dichiarata volontà di neutralizzare politicamente l'ex Primo Ministro congolese e l'effettivo ordine di esecuzione, che a suo avviso fu emesso da altri attori sul territorio del Katanga.

Questa distinzione alimenta una controversia storiografica di lunga data. La commissione d'inchiesta parlamentare belga concluse nel 2001 che lo Stato belga aveva una responsabilità morale, senza tuttavia incriminare esplicitamente il monarca. Il rapporto evidenziò il coinvolgimento di ministri, funzionari e ufficiali nella catena di eventi che portarono al trasferimento di Lumumba nella regione secessionista del Katanga, governata da Moïse Tshombe, dove fu ucciso insieme a due suoi compagni, Maurice Mpolo e Joseph Okito.

Un dibattito sulla memoria storica ad alta sensibilità diplomatica

La pubblicazione giunge in un momento in cui il Belgio si sta impegnando da diversi anni per riconoscere il proprio passato coloniale. Nel giugno 2020, re Filippo ha espresso il suo rammarico per le sofferenze inflitte durante la colonizzazione, senza tuttavia porgere le proprie scuse. Due anni dopo, durante una visita ufficiale a Kinshasa, il monarca ha descritto il regime coloniale come un sistema di sfruttamento basato su paternalismo, discriminazione e razzismo. La questione di Lumumba, tuttavia, rimane il punto più controverso di questa storia condivisa.

Per le autorità congolesi, la figura di Lumumba conserva un notevole significato politico. Elevato al rango di eroe nazionale, il Primo Ministro assassinato incarna la sovranità frustrata di un Congo da poco indipendente, impantanato nella secessione del Katanga e nella Guerra Fredda. La famiglia del leader, che per decenni ha lottato per la restituzione delle sue spoglie, ha sempre sostenuto che la verità, sia dal punto di vista legale che storico, rimane incompleta.

Una tesi che probabilmente susciterà polemiche.

La posizione difesa dal professore dell'UCLouvain non sarà universalmente accettata. Diversi ricercatori, tra cui il sociologo Ludo De Witte, il cui libro del 1999 fu proprio ciò che diede il via all'inchiesta della commissione parlamentare belga, sostengono un'interpretazione più accusatoria del coinvolgimento delle autorità belghe, anche ai più alti livelli di governo. Per questi storici, la documentazione disponibile dimostra una convergenza di intenti tra gli attori politici, economici e militari belgi, finalizzata a rimuovere definitivamente Lumumba dalla scena politica congolese.

Al di là del dibattito tra gli esperti, il lavoro di Dujardin solleva una questione metodologica ricorrente nella stesura delle storie coloniali: è possibile dissociare la responsabilità istituzionale di un capo di Stato dalle azioni compiute dai suoi subordinati, a condizione che questi ultimi abbiano agito all'interno di un quadro politico noto e tollerato ai massimi livelli? La risposta non riguarda solo la memoria della monarchia belga, ma anche la sostanza delle future iniziative ufficiali attese da Kinshasa.

Il dibattito scatenato da questa nuova pubblicazione rischia di influenzare le prossime fasi del dialogo bilaterale, in particolare la questione irrisolta delle scuse formali da parte dello Stato belga alla Repubblica Democratica del Congo. 

Lumumba eroe tragico

 

Michel Kuka Mboladinga

“Lumumba vive”

Questo tifoso ai Mondiali di calcio ricorda un eroe nazionale della Repubblica Democratica del Congo, diventato simbolo dell’anticolonialismo africano
Il Post, 28 giugno 2026

Ai Mondiali di calcio c’è un tifoso che si sta facendo notare più degli altri. Assiste alle partite della Repubblica Democratica del Congo rimanendo in una posizione eretta e composta, con il braccio destro alzato. Si chiama Michel Kuka Mboladinga, ma è conosciuto dai tifosi congolesi come “Lumumba Vea”, cioè “Lumumba vive”, in riferimento all’ex primo ministro del paese Patrice Lumumba, figura centrale della decolonizzazione africana e tra i principali promotori del panafricanismo.

Il gesto è un omaggio a lui, perché la posizione col braccio alzato è la stessa della statua che lo raffigura nella capitale congolese Kinshasa. L’importanza di Lumumba per il movimento anticoloniale africano tra gli anni Cinquanta e Sessanta fu enorme e il modo in cui fu ucciso – da un gruppo di separatisti appoggiati dal governo belga con il benestare di quello statunitense – lo ha reso un simbolo per chi si opponeva all’ingerenza dell’Occidente negli affari del continente africano.

Tre anni dopo la sua morte Malcolm X, fra i più noti attivisti statunitensi per i diritti delle persone nere, lo definì «il più grande uomo nero che abbia mai calpestato il continente africano». Ancora oggi Lumumba è considerato da molti un corrispettivo africano del rivoluzionario argentino Ernesto “Che” Guevara, simbolo dei movimenti rivoluzionari latinoamericani ucciso nel 1967 dall’esercito boliviano con il sostegno degli Stati Uniti.

Patrice Lumumba a Bruxelles, in Belgio, per partecipare alle riunioni sull'indipendenza della Repubblica Democratica del Congo, il 27 gennaio del 1960

Patrice Lumumba a Bruxelles, in Belgio, per partecipare alle riunioni sull’indipendenza della Repubblica Democratica del Congo, il 27 gennaio del 1960 (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Patrice Lumumba nacque nel 1925 nel Congo belga, la colonia del Belgio che decenni dopo sarebbe diventata la Repubblica Democratica del Congo. Dal 1885 al 1908 il paese era stato una proprietà personale del Re Leopoldo II del Belgio, che l’aveva amministrato impiegando una violenza indiscriminata nei confronti della popolazione locale, causando la morte di milioni di persone. La brutalità del dominio leopoldino fu tale da essere percepita come esagerata persino da parti dell’opinione pubblica europea dell’epoca. È una denuncia centrale nel romanzo del 1899 di Joseph Conrad Cuore di tenebra, per esempio.

Anche per via della risonanza del romanzo di Conrad, e per l’assiduità con cui varie organizzazioni europee per i diritti umani dell’epoca denunciarono gli abusi in Congo, si creò un movimento d’opinione. La posizione di Leopoldo II divenne indifendibile anche per altri stati europei, che pure avevano i loro imperi, e la pressione internazionale lo convinse a cedere il Congo: nel 1908 fu annesso al Belgio. Il passaggio all’amministrazione statale diretta, formalmente sotto il controllo del parlamento, migliorò solo in parte le condizioni di vita della popolazione congolese.

– Leggi anche: Il tifoso più immobile dei Mondiali

Con l’obiettivo di rendere la colonia indipendente dal Belgio, nel 1958 Lumumba fondò il Movimento Nazionale Congolese (MNC), che presto diventò uno dei principali gruppi indipendentisti congolesi. In quegli anni molte colonie africane avevano iniziato a chiedere e ottenere, con metodi più o meno violenti, la loro indipendenza e un movimento nazionalista si era sviluppato anche nel Congo belga.

Due anni di proteste sempre più partecipate convinsero il governo belga a organizzare colloqui a Bruxelles con i leader del movimento indipendentista, fra cui Lumumba. I colloqui iniziarono a gennaio del 1960 e portarono rapidamente il Belgio a concedere l’indipendenza al paese.

Una spedizione di industriali Belgi alla ricerca di risorse naturali, in una foto dei primi del Novecento (Getty)

Una spedizione di industriali belgi alla ricerca di risorse naturali, in una foto dei primi del Novecento (Getty)

Il governo belga si era mostrato collaborativo, almeno pubblicamente, perché nel frattempo era cambiato il contesto storico: erano aumentate le pressioni nazionali e internazionali a favore dei processi di decolonizzazione. Il Belgio non voleva restare incastrato in una lunga guerra indipendentista come quella che la Francia stava combattendo da anni in Algeria, e il governo belga era comunque convinto di poter continuare a controllare il Congo belga in modo indiretto.

La data dell’indipendenza, e dunque della nascita della Repubblica Democratica del Congo, fu fissata per il 30 giugno 1960. In vista di questo passaggio, per dotare lo stato nascituro di un governo slegato dall’amministrazione coloniale, a maggio furono indette le prime elezioni libere. Le vinse il partito di Lumumba, che divenne primo ministro: il primo nella storia del Congo indipendente.

Lumumba era determinato a respingere le ingerenze che il Belgio avrebbe voluto mantenere nel paese, e lo rese chiaro proprio durante la cerimonia d’indipendenza, a cui partecipò re Baldovino del Belgio. Lumumba parlò dopo il re, che aveva fatto una tirata paternalistica in cui descriveva il dominio coloniale come un processo di modernizzazione positivo per il paese, e l’indipendenza come una concessione benevola del Belgio.

Il discorso di Lumumba è ricordato come uno dei più importanti della storia del movimento anticoloniale africano. Ricordò le condizioni inumane a cui il Belgio aveva sottoposto la popolazione congolese per decenni, e chiese ai suoi cittadini di aiutarlo ad «affermare la giustizia sociale e garantire a ogni uomo un equo compenso per il proprio lavoro». Fece anche riferimento agli ideali del movimento panafricano, che in quegli anni promuoveva l’indipendenza e la solidarietà fra i popoli africani in contrapposizione al colonialismo e al razzismo.

Il governo di Lumumba, però, durò solo pochi mesi e poco dopo lui fu ucciso, ma andiamo con ordine.

Subito dopo l’indipendenza, la nuova Repubblica Democratica del Congo entrò in una grave crisi, anche istituzionale. Il partito di Lumumba, pur avendo vinto le elezioni, non aveva la maggioranza in parlamento e fu costretto a un compromesso con il leader di un’altra forza indipendentista, Joseph Kasavubu, che divenne presidente. I rapporti tra i due si deteriorarono velocemente, e in estate la situazione precipitò.

A inizio luglio il Belgio mandò dei paracadutisti per sedare un ammutinamento dell’esercito nella capitale Léopoldville, ufficialmente per proteggere i suoi cittadini. Pochi giorni dopo il Katanga, la regione più ricca del Congo, dichiarò la secessione con l’appoggio delle autorità belghe. L’intervento del Belgio confermava le accuse di Lumumba, che chiedeva al paese di smettere di interferire. Nel frattempo il presidente Kasavubu si era rivolto alle Nazioni Unite, che schierarono un contingente con funzioni di peacekeeping.

Patrice Lumumba fuori dal parlamento il 7 settembre 1960: il parlamento si era opposto sia alla sua destituzione, sia a quella di Kasavubu

Patrice Lumumba fuori dal parlamento il 7 settembre 1960: il parlamento si era opposto sia alla sua destituzione, sia a quella di Kasavubu (AP Photo)

L’arrivo delle forze dell’ONU esacerbò le tensioni tra Lumumba e Kasavubu. Lumumba voleva che il contingente internazionale riportasse la regione secessionista sotto il controllo del governo centrale, Kasavubu invece era contrario a un intervento diretto delle forze dell’ONU e sperava nell’appoggio degli Stati Uniti. Lumumba chiese invece l’intervento dell’Unione Sovietica e la crisi, da regionale, divenne internazionale: erano gli anni della Guerra Fredda.

Nel settembre del 1960 Kasavubu rimosse dall’incarico Lumumba, che a sua volta dichiarò decaduto Kasavubu. Lo scontro tra presidente e primo ministro lasciò la Repubblica Democratica del Congo senza un governo: o meglio, ce n’erano due e ognuno sosteneva di essere quello legittimo. Con il paese nel caos, diviso tra secessionisti e province fedeli al presidente o al primo ministro, il colonnello Joseph Mobutu fece un colpo di stato, sostenuto dal Belgio.

Mobutu, che sarebbe rimasto al potere per i successivi trent’anni, sosteneva di voler esautorare la politica per riportare l’ordine, ma nella pratica era un alleato di Kasavubu, tanto che nel 1961 lo rinominò presidente.

Lumumba, invece, fu messo agli arresti domiciliari ma riuscì a fuggire. A dicembre fu catturato dagli uomini di Mobutu e da loro consegnato ai separatisti del Katanga, che gli erano molto ostili. A gennaio del 1961 venne fucilato, poi il suo corpo venne fatto a pezzi e sciolto nell’acido su decisione delle autorità locali, fra cui c’erano anche funzionari belgi, che cercarono di far sparire ogni traccia dell’omicidio.

Patrice Lumumba dopo il suo arresto, il 4 dicembre del 1960 (Getty Images)

L’occultamento del corpo avvenne su ordine del commissario belga Frans Verscheure e fu messo in atto, fra gli altri, dal poliziotto belga Gérard Soete, che poi prelevò dai resti di Lumumba un dente e lo portò con sé in Belgio. Quel dente è stato restituito dal Belgio solo nel 2022. Indagini successive stabilirono che l’omicidio era avvenuto con l’assenso anche degli Stati Uniti: nel 1960 il presidente Dwight D. Eisenhower autorizzò quello che viene descritto come il primo ordine degli Stati Uniti di assassinare un leader straniero.

Nonostante Lumumba non avesse un’ideologia comunista – era un nazionalista congolese e, anzi, prima di rivolgersi all’Unione Sovietica aveva sperato nell’ONU e negli stessi Stati Uniti – l’intelligence statunitense si era convinta che, se fosse rimasto leader, avrebbe avvicinato la Repubblica Democratica del Congo ai sovietici. La CIA, la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero, sostenne il colpo di stato di Mobutu e acconsentì alla consegna di Lumumba ai separatisti.

All’omicidio seguirono proteste in Africa, in Europa e negli Stati Uniti. In poco tempo Lumumba, un oratore eccezionale e carismatico, era diventato un punto di riferimento per gli attivisti afroamericani che negli Stati Uniti chiedevano l’abolizione delle leggi razziali, che poi avvenne nel 1964. A livello internazionale, fu visto come un simbolo del movimento anticoloniale. Nel 1965 Ernesto “Che” Guevara andò nella Repubblica Democratica del Congo per una missione, fallita, insieme ai ribelli in lotta contro Mobutu, che nel frattempo aveva instaurato un regime.

Una statua di re Baldovino del Belgio imbrattata di vernice rossa come protesta, in una foto del giugno 2020, a Bruxelles

Una statua di re Baldovino del Belgio imbrattata di vernice rossa come protesta, in una foto del giugno 2020, a Bruxelles (AP photo/Francisco Seco)

Quanto al Belgio, che pure come detto era coinvolto, per anni l’omicidio di Lumumba è rimasto un fatto perlopiù taciuto. Le cose cambiarono nel 1999, quando il sociologo belga Ludo De Witte scrisse un libro molto approfondito sull’omicidio che ebbe grande eco sull’opinione pubblica e contribuì alla riscoperta della storia di Lumumba anche fuori dagli ambienti politicizzati e della Repubblica Democratica del Congo.

Il libro portò anche all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta in Belgio che nel 2000 confermò la responsabilità del governo belga nell’omicidio. Non trovò prove che dimostrassero un coinvolgimento diretto del governo, ma lo reputò «moralmente responsabile». Ricostruì infatti che alcuni funzionari belgi nella Repubblica Democratica del Congo avevano già cercato di rapire e forse assassinare Lumumba. Re Baldovino era stato informato dell’esistenza di piani per ucciderlo, ma non era intervenuto per fermarli. La commissione concluse che il governo del tempo non aveva fatto nulla per impedire che venisse ucciso, dopo che Mobutu lo aveva fatto arrestare e lo aveva poi consegnato alle autorità secessioniste della regione del Katanga.

– Leggi anche: Il primo processo per l’omicidio di Patrice Lumumba

A marzo del 2026 un tribunale belga ha stabilito che sarebbe potuto infine iniziare il processo per l’omicidio di Lumumba, oltre sessant’anni dopo. È stato rinviato a giudizio solo l’ex diplomatico belga Étienne Davignon, perché tutti gli altri sospettati erano ormai morti. A maggio è morto anche Davignon, prima dell’inizio del processo, che era previsto per il 2027. Era accusato di partecipazione a crimini di guerra perché ritenuto a conoscenza, insieme ad altri funzionari, del trasferimento di Lumumba in Katanga. Lui aveva sempre negato il coinvolgimento. Il governo belga chiese scusa ufficialmente per l’uccisione di Lumumba nel 2002, 41 anni dopo la morte.

Il regime di Mobutu, che a un certo punto aveva fatto un secondo golpe contro Kasavubu, fu rovesciato nel 1997 al termine di una guerra vinta dai ribelli di Laurent Kabila. I governi successivi riabilitarono la figura di Lumumba come eroe nazionale.

Sempre nel 2001 a Kinshasa, la capitale che fino al 1966 si chiamava Léopoldville, fu inaugurato un mausoleo dove è conservato anche il dente di Lumumba. In cima c’è la statua che raffigura Lumumba in posizione eretta e con il braccio destro alzato, la stessa che il tifoso Michel Kuka Mboladinga assume durante le partite della nazionale congolese.

La statua del memoriale di Lumumba a Kinshasa, in una foto del 2022

La statua del memoriale di Lumumba a Kinshasa, in una foto del 2022 (AP Photo/Samy Ntumba Shambuyi)

Einaudi, uno stile

 


Alessandro Martini  Maurizio Francesconi

"Einaudi è simbologia e sobrietà ascetica"
Corriere Torino, 28 giugno 2026

«L’idea iniziale era quella di descrivere i luoghi e le sedi, in primis quella storica di via Biancamano 1 a Torino, occupata dal luglio 1945 alla fine degli anni 80. Ma nel corso delle ricerche mi sono reso conto che sarebbe stato impossibile parlare dei luoghi senza considerare il lavoro e le persone che lo svolgevano. Il libro è dunque diventato una specie di “come si lavorava” all’interno della casa editrice, con quali funzioni, con quali ruoli anche minori, considerando anche gli aspetti tecnici. Sono emerse così figure di grande qualità e importanza, spesso rimaste nell’ombra come certe donne straordinarie (Ludovica Nagel, Vera Dridso, Elena De Angeli eccetera)». Paolo Di Stefano, giornalista culturale del Corriere della Sera, è l’autore di Casa come me: Einaudi (edito da Electa): un libro prezioso, che è insieme una guida e una sintesi dotta e appassionante nell’universo passato e attuale della più prestigiosa e «mitizzata» tra le case editrici italiane. Il tutto raccontato attraverso i suoi luoghi: le successive sedi torinesi, ma anche quelle di Roma e Milano, e molto altro.
Di tutte le sedi è sempre Giulio Einaudi a guidare le scelte... Franco Lucentini lo definiva "un bravissimo arredatore".
«Einaudi ha creato lo “stile Einaudi”: la sobrietà del bianco delle copertine, dei manifesti, l’eleganza delle pagine e dei caratteri tipografici hanno un equivalente nell’estetica delle stanze in cui si lavorava. Inizialmente, dopo avere consultato anche Carlo Mollino, l’editore si rivolse al suo amico architetto (e compagno di lotta partigiana) Franco Berlanda, che disegnò tavoli e librerie svedesi ad hoc. Negli anni 70, il referente-consulente divenne un altro amico, Roberto Gabetti, ma l’estetica degli arredamenti rimase sempre improntata alla sobrietà quasi ascetica».
Ernesto Ferrero scrive che «la sobrietà dell’arredo era comune all’editore e agli altri trappisti, e non annunciava al visitatore speciali gradi gerarchici».
«La gerarchia c’era, ma forse non era percepibile facilmente da un occhio esterno. Lo ricorda bene Walter Barberis, quando parla di un posto senza gerarchie ufficializzate, ma con una carica simbolica totale, al cui confronto la curia romana era uno scherzo. Tutto ruotava attorno alla stanza d’angolo al primo piano, occupata dall’editore: l’importanza dei ruoli e delle funzioni era direttamente proporzionale alla distanza rispetto a quel fulcro. Negli anni, i più vicini anche logisticamente a Giulio furono Pavese, Calvino, Bollati… Via via che mutavano i rapporti gerarchici, cambiavano anche le collocazioni».
Com'era lo studio angolare dell'editore, affacciato su via Biancamano e sugli alberi di corso Re Umberto?
«Ci sono pochissime fotografie ma viene descritto dai pochi che lo frequentavano come una stanza dalle pareti quasi nude con pochi quadri che probabilmente ruotavano a seconda dei gusti del momento: Schifano, Paolini, Manzoni…».
«Einaudi ha avuto sempre una passione per gli artisti contemporanei, da Guttuso e Morlotti negli anni 40 all’arte Povera degli anni 70. Era una passione ben visibile, oltre sulle pareti della casa editrice, anche nell’estetica dei libri, senza soluzione di continuità. Tanti di quei quadri e installazioni, avuti in regalo e acquistati (Mondino, Uncini, Vedova, Pascali, Merz, Pistoletto e altri) sono stati acquisiti dalla Fondazione De Fornaris e sono oggi conservati alla Gam di Torino. Un patrimonio eccezionale».
Che cosa ha significato e che cosa significa tuttora il tavolo ovale di via Biancamano, o meglio ellittico,  portato negli uffici da Franco Berlanda?
«Resta nella mitologia culturale italiana come il tavolo attorno al quale per decenni si riunivano i consulenti dei famosi “mercoledì”: quanto di meglio offriva la cultura italiana non solo letteraria. La simbologia, in questa storia, è fondamentale e di questa simbologia, Struzzo compreso, si avvale ancora il prestigio della casa editrice».



La solitudine dell'Homo sovieticus

Marie Jégo
Vladimir Putin, ovvero la solitudine dell'"Homo Sovieticus"

Le Monde, 28 giugno 2026

Come altri dittatori prima di lui, Vladimir Putin ha i suoi notiziari televisivi. Ogni sera, dopo la trasmissione delle 20:00, le squadre del canale ufficiale Rossiya 1 rimangono in ufficio e rimontano i servizi, offrendo una versione accuratamente epurata da qualsiasi notizia che possa scontentare il presidente russo.

Questo sistema è descritto da Dmitri Skorobutov , ex caporedattore del telegiornale dell'emittente, che vive in esilio in Europa dal 2020, in un'intervista rilasciata a giugno a "The Moscow Times", un organo di stampa dell'opposizione in esilio . Inaugurata nel 2011, durante le grandi proteste russe contro le frodi elettorali, questa pratica si è intensificata dall'invasione dell'Ucraina nel 2022, al punto che Vladimir Putin è ora "completamente isolato dalla realtà del fronte", secondo Skorobutov.

Isolato in questa bolla informativa, il presidente russo afferma ripetutamente che il suo esercito sta avanzando "ogni giorno in tutte le direzioni" in Ucraina. Il 4 giugno si è vantato della conquista di "circa 2.440 chilometri quadrati" , una cifra chiaramente scollegata dalla realtà. Le forze russe hanno perso terreno a maggio, per il secondo mese consecutivo, secondo le analisi dell'Institute for the Study of War, un think tank americano. Persino i fanatici del regime ammettono che è improbabile che Mosca riesca a sfondare le linee nemiche. "Una guerra di logoramento a tempo indeterminato non è nell'interesse della Russia ", ha osservato Dmitri Trenin, ex colonnello dell'intelligence militare sovietica e ora politologo, in un articolo pubblicato il 28 maggio sul sito web di Russia Today (RT).

Il fronte è congelato, l'economia civile sta collassando e le raffinerie sono bersaglio di attacchi di droni in tutto il paese, ma Vladimir Putin sembra concentrare la sua attenzione su qualcos'altro: la sua immagine pubblica. Un video, diffuso l'11 maggio, lo mostra in jeans e giacca, mentre guida la sua Aurus, la sua berlina blindata, fino all'ingresso dell'Hotel Arbat, nel cuore di Mosca. All'interno, lo attende Vera Dmitrievna Gurevich, 92 anni, sua ex insegnante ed ex maggiore di polizia, con la quale è rimasto in contatto. Questa volta, è venuto a prenderla per pranzare al Cremlino.

La scena è ripresa come un incontro spontaneo. Ma un dettaglio è intrigante: un uomo appare all'improvviso, presentandosi con un ampio sorriso come un "turista venuto da Sochi". Il presidente gli pone una breve domanda: "Le piace Mosca? ". " Sì, certo, ci veniamo ogni anno", risponde lui, subito raggiunto dalla moglie: "Adoriamo Mosca". Presentata come "senza pretese ", la sequenza intende illustrare, secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, la "gioia della semplice interazione umana" che il presidente coltiva.

Questa operazione di pubbliche relazioni potrebbe essere stata finalizzata a distogliere l'attenzione da alcune informazioni imbarazzanti. Pochi giorni prima, un rapporto attribuito a un servizio di intelligence europeo – senza fornire ulteriori dettagli – aveva dipinto un quadro ben diverso del presidente russo . Secondo il documento, Vladimir Putin è ossessionato dalla sua sicurezza, temendo di poter essere rovesciato dalla sua stessa cerchia ristretta, o addirittura assassinato. Questa paura lo ha spinto ad aumentare significativamente le sue misure di sicurezza. A quanto pare, trascorre la maggior parte del tempo barricato in "bunker" appositamente costruiti in ciascuna delle sue numerose residenze.

La sequenza girata all'Hotel Arbat era quasi perfetta, fatta eccezione per un dettaglio, evidenziato da Agentstvo, un organo di informazione investigativo dell'opposizione russa in esilio. Il presunto turista non lo era. L'uomo gioviale e barbuto in tuta, che si rivolge con disinvoltura a Vladimir Putin, si chiama Alexander Bazarny. 

Ex agente di sicurezza, ha lavorato per la società incaricata della gestione dello chalet presidenziale di Krasnaya Polyana, la località sciistica prediletta dall'élite vicino a Sochi. Ha inoltre lavorato per una società di gestione legata a Gazprom, il colosso russo del gas. Noto al FSO, il Servizio di Sicurezza Federale, è stato scelto per questo incarico. Nulla è stato lasciato al caso. L'hotel Arbat stesso, situato vicino al Cremlino, appartiene all'amministrazione presidenziale, il che ne facilita la sicurezza, come hanno sottolineato i media dell'opposizione.

Il "nonno del bunker"

«Gli incontri improvvisati e le riunioni spontanee sono stati da tempo sostituiti da eventi organizzati in cui i membri dei servizi di sicurezza interpretano il ruolo di normali cittadini. Per quanto ridicole possano sembrare queste immagini al pubblico occidentale o ai giovani russi esperti di tecnologia, esse trovano riscontro negli elettori più anziani », spiega Tatiana Kastouéva-Jean, direttrice del Centro di ricerca Russia-Eurasia presso l'Istituto francese di relazioni internazionali. Vladimir Putin potrebbe comunicare in modo diverso? «In un regime autoritario, l'obiettivo è dimostrare che tutto è sotto controllo: il presidente incarna un potere immutabile che nessuno può sfidare », sottolinea la ricercatrice.

Sebbene nessuno osi sfidarlo apertamente, molti lo ridicolizzano sui social media. Soprannominato "il nonno del bunker", il presidente comincia ad assomigliare agli anziani del Politburo sovietico che, acclamati dalla folla in Piazza Rossa, venivano derisi a bassa voce nelle cucine per i loro discorsi scollegati dalla realtà.

A partire dai primi anni Ottanta, i comuni cittadini sovietici avevano smesso di credere nell'ideologia ufficiale. Fingevano, per conformismo o per prudenza. Alla fine dell'era di Leonid Brezhnev (1964-1982), il dogma comunista si era svuotato della sua sostanza: una fede senza convinzione . "La menzogna è scomparsa nella Russia post-sovietica? No, sembra addirittura essersi radicata più profondamente, più inestricabile", ha scritto lo storico Alain Besançon in "Santa Russia" (a cura di de Fallois, 2012).

Oggi, questa discrepanza persiste. "L'ideologia promossa da Putin è inverosimile. La maggior parte dei russi non aderisce né ai 'valori tradizionali' né al sentimento anti-occidentale", osserva Vera Grantseva, docente a Sciences Po . "Basta guardare dove i russi benestanti mandano i propri figli a studiare: non in India o in Brasile, ma in Europa o a Dubai. Il divario tra retorica e realtà dimostra che l'ideologia non regge".

Per questo dottorando, attento osservatore della politica russa, Vladimir Putin incarna l'archetipo dell'Homo sovieticus . L'URSS è il suo alfa e omega. In un discorso pronunciato il 25 aprile 2005, ha persino descritto il suo crollo nel 1991 come "la più grande catastrofe geopolitica del secolo".

Il suo percorso personale è interamente radicato in questa eredità. Plasmato dal sistema sovietico, ha trascorso gran parte della sua vita adulta nel KGB, la polizia politica. Inizialmente dava la caccia ai dissidenti a Leningrado, la sua città natale, prima di essere inviato a Dresda, nella Germania dell'Est, dove ha lavorato a stretto contatto con la Stasi.

Salito al potere nel marzo del 2000, si adoperò rapidamente per ripristinare alcuni elementi distintivi dell'era sovietica. L'inno nazionale sovietico fu reintrodotto, mentre il KGB, la sua alma mater, ora FSB, prese il controllo del paese. "Oggi, i metodi sovietici sono tornati. Già nel 2012, ad esempio, i politruk – questi 'commissari' dell'FSB presenti in ogni istituzione – furono riattivati ", osserva Vera Grantseva, che ha lavorato in Russia negli anni 2010. "L'FSB ha quindi dislocato i suoi agenti ovunque, secondo una logica di stato nello stato".

Secondo il politologo russo Stanislav Belkovsky, "Putin non ha mai creato spazi o progetti comuni; ha isolato la Russia dal resto del mondo dietro una cortina di ferro". In oltre un quarto di secolo al potere, ha plasmato un sistema caratterizzato dall'assenza di rispetto per i "diritti individuali e di proprietà " , ha ulteriormente spiegato il politologo il 5 giugno su Svoboda , un'emittente radiofonica russa di opposizione finanziata dall'Unione Europea.

In realtà, gli imprenditori privati ​​si trovano ad affrontare difficoltà sempre maggiori. Le nazionalizzazioni forzate stanno diventando sempre più frequenti: centinaia di PMI sono state confiscate con vari pretesti, alimentando l'ansia nel mondo imprenditoriale. Il caso di Alexander Galitsky ne è un esempio recente. A questo pioniere russo dell'informatica, 71 anni, sono stati sequestrati beni e proprietà personali a maggio, dopo essere stato accusato di "estremismo organizzato". I suoi legami con l'esercito, per il quale progettava sistemi informatici per satelliti militari, e la sua stretta relazione con il Primo Ministro Mikhail Mishustin non hanno certo giocato a suo favore. Ha lasciato la Russia per evitare il carcere. Per Stanislav Belkovsky, la situazione è inequivocabile: "Stiamo tornando alla peggiore versione dell'era sovietica".

L'URSS, nella sua nuova incarnazione, è ora chiaramente visibile nella Crimea annessa. Nella penisola, sono ricomparsi il razionamento della benzina, le lunghe code ai distributori e gli scaffali vuoti dei supermercati. Queste carenze sono la conseguenza dei massicci attacchi dei droni ucraini contro il corridoio terrestre che collega la Crimea al Donbass e alla Russia . L'intensità di questi attacchi sta gravemente compromettendo la logistica e, al contempo, esaurendo le scorte di munizioni per la difesa aerea russa. Colpendo incessantemente raffinerie, depositi di carburante e catene di approvvigionamento, Kiev ha trasformato la Crimea nel tallone d'Achille dell'esercito russo.

Queste difficoltà non sono più circoscritte alla penisola. A giugno, il razionamento della benzina ha interessato gran parte del territorio russo, colpendo più della metà delle regioni. Allo stesso tempo, la produzione di petrolio raffinato è scesa sotto i 4 milioni di barili al giorno, il livello più basso degli ultimi vent'anni, secondo l'agenzia Energy Intelligence.

In questo contesto, le preoccupazioni vengono espresse anche all'interno dell'élite politica. "La Russia è sull'orlo di un'esplosione sociale ", ha avvertito Vyacheslav Markhayev, deputato comunista alla Duma, la camera bassa del Parlamento. In un messaggio pubblicato sul suo canale Telegram all'inizio di giugno, ha esortato il governo a "presentare un piano chiaro per porre fine all'operazione militare speciale" in Ucraina. Anche un altro membro dello stesso partito, Renat Suleimanov, ritiene che il conflitto debba "terminare rapidamente ", perché l'economia russa "non reggerà a una guerra prolungata " .

L'Ucraina potrebbe diventare l'Afghanistan di Vladimir Putin? Il paragone va sfumato. "In Ucraina, le conseguenze della guerra superano quelle dell'Afghanistan, soprattutto in termini umani ", osserva Tatiana Kastouéva-Jean. " La Russia sta perdendo più uomini in un solo mese di quanti ne abbia persi l'Unione Sovietica in un decennio di conflitto afghano [1979-1989, tra i 15.000 e i 26.000 secondo fonti russe]  " .

Esaltazione nazionalista

A differenza della guerra contro i mujahidin, combattuta lontano dal territorio russo, la guerra in Ucraina viene presentata come una questione esistenziale. Tutte le energie e le risorse sono concentrate sullo sforzo bellico, senza che, per il momento, si verifichino grandi ondate di malcontento. "Le generose paghe e i benefici sociali concessi ai combattenti, nonostante la corruzione, stanno cambiando la percezione che la società ha dei volontari, le cui morti non suscitano eccessive emozioni nell'opinione pubblica ", continua il ricercatore. " L'economia si sta indebolendo, ma resiste. E oggi non emerge alcun leader paragonabile a Michail Gorbaciov [l'ultimo leader dell'URSS, dal 1985 al 1991] in grado di offrire una narrativa nazionale alternativa".

Il fervore nazionalista è una delle principali fonti di ispirazione del regime. "È stato ampiamente utilizzato da Putin prima di diffondersi come un virus. Ha funzionato particolarmente bene nel 2014, durante l'annessione della Crimea, che il Cremlino ha considerato un successo ", spiega Vera Grantseva. " All'epoca, la popolazione approvò, vedendola come una forma di vendetta che cancellava l'umiliazione subita dopo la caduta dell'URSS". Un altro vantaggio per il Cremlino è la riattivazione della "diffidenza verso l'Occidente, sospettato di voler smantellare il Paese " .

Ma dopo oltre quattro anni di guerra, questa narrazione sembra perdere slancio. Un tono più dissonante e meno trionfalistico di quello del Cremlino si è levato al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, la Davos russa, svoltosi dal 3 al 6 giugno. In questa occasione, gli imprenditori hanno parlato delle loro difficoltà, senza però attribuirle direttamente al conflitto.

Alexei Mordashov, principale azionista di Severstal e uno degli uomini più ricchi della Russia, ha descritto una situazione tesa. "Un mese fa, il nostro portafoglio di investimenti per il 2026 è stato ridotto del 24% ", ha affermato, lamentando un deficit di liquidità, nonostante l'azienda fosse tra le più redditizie del paese . Sordo alle preoccupazioni degli imprenditori, Vladimir Putin, durante il suo intervento al forum, ha dipinto un quadro idilliaco: secondo lui, il rallentamento economico è deliberato, la lotta all'inflazione sta dando i suoi frutti e, in termini di parità di potere d'acquisto, la Russia ha superato tutti i paesi europei.

Il suo ottimismo si estende anche alla condotta della guerra. Ha presentato la conquista dell'intero Donbass (di cui Mosca controlla attualmente oltre l'80%) come imminente. "Non c'è dubbio che ci riusciremo ", ha insistito. " Lo stesso vale per altri obiettivi che raggiungeremo attraverso la negoziazione: mi riferisco alla denazificazione". Nel suo discorso, non ha fatto menzione degli attacchi con droni ucraini contro i terminal petroliferi di San Pietroburgo, avvenuti mentre il forum era in pieno svolgimento. Mentre i partecipanti potevano vedere colonne di fumo nero levarsi sopra la città, Vladimir Putin ha finto di non accorgersene.

Estrema rigidità

Forse le sue stesse bugie lo hanno finalmente convinto. Ancorato al passato, diffida di internet e delle nuove tecnologie di comunicazione. Il presidente non ha mai inviato un'email in vita sua e non possiede un cellulare. Le sue fonti di informazione si limitano ai telegiornali, strutturati in modo da rispecchiare il suo punto di vista, e ai resoconti di generali e consiglieri, attenti a non contraddirlo. "La sua cerchia ristretta gli dice ciò che vuole sentirsi dire", riassume Vera Grantseva. " Ha di fatto indottrinato il suo entourage, che a sua volta indottrina lui. È un circolo vizioso da cui nessuno può uscire."

La sua estrema rigidità non promette nulla di buono in un momento in cui Kiev e i suoi alleati europei stanno cercando di rilanciare i negoziati di pace. Ufficialmente, il Cremlino non si oppone, ma preferisce comunicare con Donald Trump. A San Pietroburgo, il presidente russo ha ribadito le sue richieste, facendo riferimento a un misterioso accordo che sarebbe stato raggiunto ad Anchorage il 15 agosto 2025 con la sua controparte americana. "La Russia accetta i compromessi discussi ad Anchorage; l'Ucraina deve fare lo stesso. Da lì, il conflitto si risolverà in modo naturale e rapido ", ha dichiarato.

Secondo Mosca, Donald Trump si sarebbe impegnato a fare pressione su Kiev affinché ceda i territori della regione di Donetsk che rimangono al di fuori del controllo russo. L'Ucraina ha categoricamente respinto questa affermazione. "Non avrete Donetsk nemmeno quest'anno", ha replicato il presidente ucraino in una lettera aperta al presidente russo il 4 giugno. Pur dichiarando la sua disponibilità a incontrare la Russia per discutere un cessate il fuoco, Volodymyr Zelensky ha lanciato una dura accusa contro il leader del Cremlino, indicandolo come l'unico responsabile della guerra. Indipendentemente dagli argomenti invocati per giustificarla – NATO, geopolitica, lingua russa – "questa guerra è una scelta personale; non ha una vera ragione ", ha scritto il presidente ucraino . "È così che la storia la ricorderà".

A Washington, la valutazione è altrettanto dura. "Per la maggior parte degli osservatori, Russia compresa, l'invasione dell'Ucraina è un disastro strategico ", ha dichiarato il Segretario di Stato americano Marco Rubio all'inizio di giugno. Mosca, ha affermato, "probabilmente non sarà in grado di raggiungere i suoi obiettivi militari ". Ciononostante, non si intravede alcun ripensamento da parte russa. "Putin è un intransigente; non lo vedo fare marcia indietro: apparirebbe debole e rischierebbe di essere estromesso dalla sua stessa cerchia ristretta ", ritiene Vera Grantseva . "Inasprire ulteriormente la situazione è la sua unica strategia".

Di fatto, questa escalation è già in corso. Mentre le forze russe faticano in prima linea, si moltiplicano gli attacchi missilistici e con droni contro gli edifici residenziali nelle città ucraine, mentre Mosca intensifica la sua guerra ibrida contro i paesi europei alleati dell'Ucraina. "Putin vuole vendicarsi della Guerra Fredda. La sua percezione del mondo è molto distorta ed è convinto che l'Europa stia per crollare ", afferma Vera Grantseva. Sta lavorando per raggiungere questo obiettivo: campagne di disinformazione, operazioni di infiltrazione, attacchi informatici. "  In questo è efficace grazie al suo passato da agente del KGB. Questo pericolo è reale, anche in Francia ", conclude.

I servizi segreti occidentali mettono in guardia contro l'escalation delle operazioni ibride. "Stanno prendendo di mira incessantemente infrastrutture critiche, processi democratici, catene di approvvigionamento e la fiducia pubblica", ha avvertito a maggio Anne Keast-Butler, direttrice della National Intelligence, Cybersecurity and Environment Agency (NIAEA) del Regno Unito. Incursioni aeree, disturbo del GPS, sabotaggio di infrastrutture nel Mar Baltico e ripetute provocazioni ai confini europei: non avendo ottenuto una vittoria in Ucraina, Mosca fa affidamento più che mai sulla sua capacità di causare danni.

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