venerdì 15 maggio 2026

Zadie Smith, La caduta

Zadie Smith
La caduta
Testo della lezione inaugurale al Salone del libro

Ultimamente penso molto agli adolescenti. Adesso ho anch’io una figlia di quell’età, e ovviamente io stessa sono stata adolescente – in un mondo diverso in un’epoca diversa – e mi ricordo come ci si sentiva. Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. Quattro ondate di femminismo, la connettività digitale, un movimento globale per il benessere della persona, l’ordine di “essere gentili”, il luogo comune “vedrai che andrà meglio”: sembra che nulla di tutto ciò abbia avuto un grande impatto sull’infelicità adolescenziale, specie quella del tipo che mi sta più a cuore. Guardando le ragazzine radunate davanti ai multisala l’estate scorsa, a scegliere fra Barbie e Oppenheimer, ho pensato: ecco, mi pare un’ottima sintesi. Da un lato una perfezione fragile e impossibile, dall’altro l’apocalisse. Non ho mai dimenticato gli anni che ho trascorso stiracchiata fra questi due poli, e c’è stato un periodo in cui ho pensato che l’intensità dei miei ricordi adolescenziali mi rendesse un caso piuttosto raro, addirittura che fossero stati quelli a farmi diventare una scrittrice. Questa idea me la sono tolta dalla testa molto tempo fa, agli albori dei social network. Friends Reunited, Facebook. A quanto pare c’è un sacco di gente al mondo che pensa di non aver mai vissuto intensamente come quell’estate. “Se la me adolescente mi vedesse oggi, rimarrebbe schifata!”. L’ho detto a uno psicologo, qualche anno fa. E la risposta è stata: “Perché dare per scontato che la versione quindicenne di lei sia il giudice ultimo della verità?”. Bè, è un’obiezione sensata, ma non mi ha fatto smettere di portarmi quella ragazzina sulle spalle. Arrivata a questo punto, penso che non me ne libererò mai.

Alla me adulta sono successe molte cose interessanti, ma secondo la me adolescente nella nostra vita c’è stato un solo vero evento ed è avvenuto il 16 aprile 1993, quando sono caduta dalla finestra della mia camera da letto facendo un volo di dodici metri. Ma devo raccontarvi l’antefatto (la me adolescente era fissata con gli antefatti). Prima della caduta,avevo passato un paio d’anni in cui periodicamente scrivevo lunghe orazioni da far leggere a voce alta durante il mio funerale. (A chi? Ai miei fratelli?). Lo scopo di quei discorsi era spiegare alle persone lì raccolte perché, esattamente, la me adolescente aveva deciso di lasciare questo mondo e chi, per la precisione, doveva sentirsi in colpa per la mia morte, e anzi considerarsene direttamente responsabile. Oggi trovo strano che questa macabra tendenza sia potuta esistere a prescindere da qualunque intenzione di porre effettivamente fine alla mia vita. Mai, neanche per un attimo, ho cercato informazioni o riflettuto su una qualunque modalità di suicidio. Potevo tranquillamente scrivere un’orazione funebre al mattino e provare ad aggiudicarmi un provino per Annie il pomeriggio (la me adolescente voleva essere la prima Annie nera. Non capiva che il personaggio di Annie avrà al massimo dodici anni). Ma ero comunque molto innamorata di questo scenario funebre. Certe stronze magrissime coi capelli lisci e i denti perfetti avrebbero chinato il capo setoso e pianto di vergogna. Gente coi genitori in grado di comprargli le lenti a contatto, o anche solo un paio di occhiali non di quelli che passava la mutua, si sarebbe inchinata alla mia postuma superiorità morale working class. La sadica insegnante di francese che non mi faceva tenere il piumino in classe sarebbe stata costretta ad ammettere davanti a tutti che essere senegalese le dava un ingiusto vantaggio linguistico su tutti i suoi alunni, in particolare me. Comment dit-on la MORT? E Sasha avrebbe ritirato quello che aveva detto sui “mezzosangue”, e le ragazzine più fiche della scuola avrebbero notato la mia arguzia e la mia bellezza interiore e avrebbero voluto frequentarmi, e il mio migliore amico si sarebbe reso conto di essere innamorato di me… e per tutti sarebbe stato troppo tardi! – TROPPO TARDI! –. Questa purissima energia adolescenziale l’ho in parte trasferita dentro Denti bianchi, ma mentre nel romanzo veniva spacciata per verve comica, nella vita reale era pesantemente priva di autoironia e spossante per chi mi stava intorno. Da quando avevo undici anni battevo, in pratica, sempre sullo stesso tasto. Io sono profonda / Tu sei superficiale. Tu sei ricco / Io sono povera. Io sono intelligente / Tu sei bella. Tu piaci a tutti / Io sono interessante. E via dicendo. Adesso avevo diciassette anni. E passavo ancora una quantità di tempo in-credibile ad accusare gli altri di pensieri che in realtà riempivano ogni minuto della mia giornata. In fin dei conti, chi era più fissata con la frangetta liscissima e ondeggiante di Eleanor? Lei o io? E con le belle chiappe caraibiche di Kelly dentro i jeans con le toppe? (Il mio sedere, piatto come una frittata, lo consideravo un’eredità maledetta delle sorelle di mio padre). In realtà, la mia ossessione per la fortuna e la bellezza altrui era diventata sgradevole già da un pezzo, la mia intelligenza si era inacidita nel risentimento: nulla di tutto ciò era minimamente interessante. E quel giorno, il 16 aprile, nel bel mezzo delle vacanze di Pasqua, avevo deciso di usare il telefono in camera di mia madre per chiamare il mio migliore amico e rendergli noto ancora una volta che ero innamorata di lui, e che il fatto di non piacergli “in quel senso” mi stava rovinando la vita e avrebbe potuto benissimo significare che un giorno si sarebbe ritrovato ad ascoltare una lunghissima orazione funebre, pronunciata forse dai miei fratelli o magari da Keanu Reeves, a seconda di chi fosse stato disponibile. Ma visto che infliggevo al mio migliore amico una versione di questo ultimatum un paio di volte all’anno fin da quando ci eravamo conosciuti (in seconda media), lui riservava alle mie scene madri una grande pazienza ma poche parole. Nel frattempo, all’altro capo del filo telefonico arrotolato io rantolavo e piangevo come una fontana, sperando che cogliesse il velato messaggio di “Love 2 the 9’s” di Prince (non poi tanto velato), che avevo lasciato a tutto volume nella mia stanza. In un modo o nell’altro lui mi convinse a riattaccare. Io me ne tornai mestamente in camera. Mi sedetti sul davanzale della finestra con un pacchetto di Silk Cut che avevo rubato a mia madre, mi lasciai avvolgere da “7”di Prince, e in un’orgia di autocommiserazione, piangendo sonoramente, tirai fuori una sigaretta e mi preparai ad accendere.
Antefatto: all’epoca vivevo in un mondo di puro Prince, e anche in un lurido porcile di mia creazione. A volte, quando inveisco contro i miei figli per come riducono le loro stanze, mi ricordo improvvisamente cosa pensavo quando mia madre entrava e provava a lamentarsi – coperta da "Sexymf" di Prince sparata a palla – delle ciotole di avanzi che lasciavo sotto il letto, delle cicche di sigarette spente nelle ciotole di avanzi, e delle candele che mi piaceva accendere e attaccare con la cera alla moquette umida (a volte, se mi stufavo di un bicchiere d’acqua, lo svuotavo direttamente per terra). Ecco, quando mia madre mi lanciava contro la sua arringa, la me adolescente pensava questo: Povera donna. se solo avessi una vita degna di questo nome! Che misera esistenza la tua, se l'unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze! (La me adolescente leggeva il dizionario.) Lei poteva starmi di fronte – magari con in mano un panino col brie e cinque sigarette spente sopra – alla fine di una lunga giornata di lavoro da assistente sociale, in mezzo a ragazzini che non avevano il brie per farcire i panini e non potevano strillare VATTENE DALLA MIA STANZA perché quella stanza la dividevano con la loro famiglia. E comunque io guardavo mia madre, quella donna immigrata che cresceva tre figli da sola lavorando sodo, e pensavo: Cristo santo, che palle, ma non ce l’hai una vita? Di tanto in tanto, però, provavo un moto di autentica compassione nei suoi confronti. Autentica compassione significava non cambiare nessuno dei miei comportamenti ma dirle che l’avevo fatto. Quell’aprile le avevo giurato che non stavo fumando. Da qui le sigarette rubate. Da qui il davanzale della finestra.

Non so bene cosa prescriva al giorno d’oggi il galateo rispetto al parlare del proprio peso all’interno di una narrazione, ma un elemento fondamentale di questo antefatto è che la me adolescente era parecchio in carne e allergica all’attività fisica, il che rendeva già una mezza impresa il fatto di salire sul davanzale della finestra. Immagino che una persona più agile si sarebbe seduta con tutte e due le gambe all’esterno, verso lo spiovente del tetto, reggendosi con un braccio allo stipite della finestra, ma io, una volta messa fuori una gamba, non mi scomodai a spostare anche l’altra, e rimasi seduta a cavalcioni sul davanzale di legno mezzo marcio e, come sempre troppo sicura di me, usai entrambe le mani per tirar fuori la sigaretta dal pacchetto e mettermela in bocca.

All 7 and we’ll watchthemfall

They stand in the wayofloveandwewill smokethemall

Poi sono, semplicemente, scivolata. O forse il davanzale roso dalle tarme ha ceduto, non lo so. Ma in una frazione di secondo mi ero ribaltata fuori dalla finestra. Adesso ero aggrappata con le dita al cornicione, sospesa come sul ciglio di un dirupo, proprio come si vede nei film. Per quanto tempo resta appeso Cary Grant al Monte Rushmore in Intrigo internazionale? Sembra un lasso di tempo di una lunghezza improbabile. Nel nord-ovest di Londra non sono stati più di tre o quattro secondi. Eppure! Il tempo si è dilatato, o espanso, o qualcosa del genere. Ho scoperto quanto infinito c’è in un secondo. Un’epifania adolescenziale. Ho perfino avuto il tempo di pensare: Questa è un’epifania adolescenziale. E poi: Sembra quel momento in Una pazza giornata di vacanza quando il Seurat si trasforma in tanti singoli puntini di colore, e dentro ogni puntino ci sono altri puntini! Giuro che ho pensato questo. Ed ero così calma! La me adolescente – che era paralizzata e terrorizzata dalla morte come lo rimane tuttora la me adulta – in quel momento, chissà come, provava un senso di calma beata. Avevo diciassette anni. Avevo amato libri, film, dipinti. e l’intera opera di quell’uomo minuto che ora chiamavo con venerazione “symbol”. Avevo amato il mio quartiere, Keats e Whitney Houston, la mia scuola, i miei amici, i miei fratelli, Tracy Chapman e fumare e – ora me ne rendevo conto – perfino l’esperienza di aver vissuto un amore non corrisposto per sei anni (essendo questa un’epifania adolescenziale, ai miei genitori non ho pensato neanche per un millisecondo). E adesso era, come dire, tutto finito? Niente può sbarrare il passo all’amore (me ne rendevo conto). Il cielo è azzurro. E’ una bella giornata. Lasciati andare.

Alla me adulta piace pensare che la mia opera, nel corso degli anni, sia qualcosa che cambia continuamente, che vive, che cresce. La me adolescente non è tanto d’accordo. Dice: nella tua “opera” (occhi al cielo) non hai mai detto altro che quelle stesse due cose che stavo dicendo io il 16 aprile:

a)il tempo non è quello che pensiamo che sia e b) Non lo è neanche la volontà. Atterrai a sedere, nella metà del giardino che apparteneva alla signora del piano di sotto. A quanto pare, mio fratello di mezzo vide qualcosa di grosso passare davanti alla finestra del soggiorno, ma senza rendersi subito conto che ero io. Una delle cose per cui all’epoca gli altri ragazzini mi prendevano in giro era la mia stazza, ma fui io a ridere per ultima, perché a sentire il dottore che in seguito mi operò, era stato il mio “sederone” a salvarmi la vita, cioè il mio culo piatto ma bello solido. Non so se il termine sia clinicamente esatto, ma  evidentemente era così che i medici parlavano con le giovani pazienti nei primi anni Novanta. Ma che poteri da supereroe mi sentivo addosso! Ero caduta da più di dieci metri, ed ero ancora viva! Mi ricordo addirittura di aver pensato, in un attimo di euforia, che la prossima magia sarebbe stata alzarmi in piedi e andarmene come se nulla fosse. Poi arrivò il dolore. La nostra vicina, una signora pachistana che parlava poco l’inglese, comparve improvvisamente al mio fianco, dopo avermi intravista dal grosso buco nella recinzione che sia la sua famiglia che la mia si rifiutavano di pagare per riparare. Lei era in preda al panico e io ero molto calma ma non riuscivamo veramente a capirci e dopo un po’ restai soltanto lì distesa a guardare il cielo. Lei, però, doveva aver chiamato un’ambulanza, perché mi sembrò che ne arrivasse una quasi all’istante (il tempo non è quello che pensiamo che sia) e mi fecero respirare un gas con dentro qualcosa che colorò tutto il mondo di arancione. Ai fini del mio racconto vorrei tanto poter dire viola, ma era arancione. Che droga meravigliosa che era! A quel punto della mia vita avevo assunto un’onesta quantità di sostanze psicoalteranti e da giovane critica in erba decisi seduta stante di assegnare a quella, qualunque cosa fosse, quattro stelle piene. Adesso vicino a me c’era mia madre, e pensai che fosse per quanto ero strafatta che non riuscivo a dare una risposta precisa alla domanda: cos’è successo? A trent’anni di distanza non sono ancora in grado di farlo. Perché mi sono lasciata andare? Lo volevo? Triste, ero triste. Un attimo prima ero terribilmente triste. Ma dopo ero così felice! Insomma, ero caduta o mi ero buttata? Era stato un incidente? Una scelta inconscia? Una decisione? Tutte queste cose insieme? Cosa intende la gente quando dice di aver scelto una certa cosa? O che desiderava una certa cosa e con la forza di volontà ha fatto in modo che si realizzasse? Capisco che volere e desiderare cose in sequenza è il modo in cui costruiamo e raccontiamo le storie. Ma non è che tutto sia una storia. E come facciamo a sapere quando desideriamo davvero qualcosa, o quando esercitiamo la nostra forza di volontà? Che cavolo è, in fondo, la volontà?

Non sempre mi ricordo che l’aspetto fondamentale di Holden Caulfield è che cerca di impedire che dei bambini cadano da una grande altezza: “Me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo”. Oltre il precipizio, presumibilmente, sta il mondo adulto degli ipocriti, che sembra sappiano sempre tutto e abbiano una risposta di buon senso a tutte le tue domande esistenziali. Il tempo? Bè, è quello che indica il cazzo di orologio. Basta ricordarsi di spostarlo un’ora indietro in autunno. La volontà? Cristo santo, che palle, dammi pace. Volevi fare una cosa e l’hai fatta: fine del discorso. C’è qualcosa di molto adolescenziale negli scrittori. Continuano a porre domande infantili. E questo è un bene? Da adolescente adoravo Salinger ma da adulta, rileggendolo, mi spiace dover dire che ho una reazione molto diversa. Un conto è continuare a porre le domande infantili, un conto ritirarsi definitivamente nel campo di segale. Per me, il punto è solo quello di continuare a porre le nostre domande infantili al mondo calcificato degli adulti, nel caso possano cambiare qualcosa laggiù, oltre il precipizio. In questo senso, dopo la mia caduta sono stata molto fortunata, perché l’ambulanza mi ha portata dal mio mondo di astratta rabbia adolescenziale dritto nella realtà molto concreta del Middlesex Hospital all’epoca d’oro del servizio sanitario nazionale. Lì ho scoperto che il tempo – a parte essere una questione esistenziale – può anche essere una quantità materiale che gli esseri umani decidono volontariamente di spendere in favore di altri esseri umani, per ficcargli chiodi di metallo nel femore frantumato e sollevargli il sederone piatto infilandoci sotto una padella. Ho imparato che esiste davvero la cosiddetta vocazione, e che certe persone la alimentano con la forza di volontà, non solo studiando la medicina e praticandola ma anche mettendosi sedute al capezzale altrui e scherzando coi parenti. Ho scoperto i diversi livelli di volontà che possono esistere su scala nazionale per costruire un sistema di sanità pubblica finanziato con le tasse dei contribuenti – quell’eterogeneo gruppo di partecipanti volontari e involontari – in virtù del quale un gruppo di professionisti sanitari avrebbe passato quasi due anni ad assicurarsi che un’adolescente squattrinata e scontrosa tornasse a camminare senza che fra le parti in causa ci fosse stato nessuno scambio diretto di denaro. Ma questa è un’altra storia…

Visto che ero troppo pigra per fare gli esercizi di riabilitazione, camminai con le stampelle per un’infinità di tempo. Gli esami delle superiori li feci con le stampelle. Un’insegnante comprensiva mi accompagnò in macchina da casa a scuola e ritorno per sei mesi perché mia mamma doveva lavorare. Nel frattempo, i miei coetanei erano decisamente meno comprensivi. Avevo sempre voluto crearmi intorno un’aura di mistero e di fascino ma quello che mi toccò fu invece una pietà imbarazzata e un silenzio carico di disagio. Nessuno osava chiedermi se avevo tentato di ammazzarmi – neppure la mia famiglia – e anche se a chi faceva domande rispondevo che ero caduta dalla finestra della mia stanza “fumando una sigaretta”, mi sa che nessuno si beveva neanche questa. Come storia non aveva senso, quindi mi rimase addosso come un ingombrante dato di fatto, un dato di fatto che comunque si adattava piuttosto bene al resto della mia reputazione di imbranata stizzosa che faceva sempre cose fuori luogo e vagamente ridicole. Era del tutto sensato, narrativamente parlando, che la ragazzina con la pelle scura e i denti da coniglio che trovava carino portare una scarpa rossa e una bianca, che spesso veniva beccata a fingere di aver visto film che non aveva mai guardato, e che una volta aveva interpretato la parte di un rabbino in uno spettacolo teatrale sull’olocausto scritto di suo pugno, fosse la stessa deficiente capace di fare un volo di dieci metri e passa cadendo dalla sua stessa casa. Era tutta, al 100 per cento, roba da Sadie. O meglio, da “Zadie” (occhi al cielo), come ultimamente avevo cominciato a pretendere di essere chiamata. La caduta non mi portò nessuna gloria né rispetto, ma mi fece passare il vizio di scrivere discorsi funebri. Avevo corso nella segale fino al ciglio del precipizio e mi ci ero affacciata, e così facendo mi ero scoperta ad apprezzare nuovamente la segale. Presi la mia infelicità adolescenziale e la riportai sulla mia fetida poltrona, aprii un libro, mi ritirai.

A volte mi chiedo: oggi cosa farebbe la me adolescente con la sua infelicità? Dove può andarsene oggigiorno una ragazzina del Ventunesimo secolo, se vuole ritirarsi dalla realtà? (Se vi viene in mente la risposta “su internet”, direi che avete più di cinquant’anni, o per qualche altro motivo siete ancora in grado di concepire internet come separato dalla “realtà”). Temo che le vie di fuga si siano ristrette. Fra tutte le cose che pensavo riguardo al tempo, ad esempio, l’unica a cui non dovevo pensare era se ce ne sarebbe stato o no abbastanza, esistenzialmente parlando. Ma ormai la fine stessa del tempo – l’apocalisse – è diventata, per l’adolescente medio, un’idea del tutto familiare e addomesticata. All’epoca non ricordo di aver preso sul serio il Millennium Bug, ma scommetto che oggi sarei una complottista fissata col problema del 2038. E a chi sarebbero dirette le mie orazioni funebri? L’ambito della mia potenziale invidia non sarebbe più limitato solo alle persone della mia scuola o del mio quartiere. Ora si estenderebbe a tutte le persone che il telefono mi può far vedere, cioè a tutte le persone del mondo. Mi piace pensare che la mia realtà sarebbe comunque, in una certa misura, mediata da Prince, ma so che la sua statura sarebbe infinitamente più piccola di prima, che sarebbe ridotto a una briciola in una rete gigantesca di mediazione digitale così enorme e complessa da sembrare quasi cosmica. Immagino che farei tantissima fatica a capire se voglio davvero quello che mi sembra di volere. Adoro sinceramente la mia lunghissima beauty routine? Voglio veramente restare in fila tutta la notte per comprare la nuova versione del mio dispositivo? Quanta voglia ho effettivamente di vedere Barbie? Non è che qualche invisibile entità commerciale ha preso tutte queste decisioni al posto mio? Credo che l’infelicità adolescenziale non sia poi tanto diversa da quella che era un tempo, ma sono convinta che il suo raggio di azione sia molto più vasto e lo spazio dove rifugiarsi stia quasi scomparendo. Ma è ovvio che io lo pensi: ho quarantasette anni. E’ davvero troppo facile, oggi, per gli adulti, piombare in un abisso adolescenziale di disperazione osservando l’attuale esistenza degli adolescenti, però cerco di ricordarmi che nonostante tutte le evidenti trasformazioni, due delle mie forme preferite, intime, di autoterapia continuano a essere a portata di mano: le persone e i libri. Stare con le persone. Leggere libri. Di tanto in tanto le madri di mezza età irrompono senza bussare nelle camere degli adolescenti e provano a raccomandare queste due cose. Sappiamo tutti come va a finire. Il tempo si annulla. Vorresti non averlo fatto. E allora perché l’hai fatto? Che misera esistenza la tua, se l’unica cosa a cui riesci a pensare tutto il giorno sono queste futili sciocchezze!

Marina

Luca De Carolis
Indovina chi ha visto Marina: miti e strategie sulla figlia di B.

Il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2026 

 Pochis­simi l’hanno incon­trata dav­vero, pochi potreb­bero farlo, tutti par­lano di lei. Marina Ber­lu­sconi non è solo la pre­si­dente di Finin­vest e la figlia del fu Cai­mano, è uno sta­tus: se non rac­con­tano di un tuo fac­cia a fac­cia con lei non sei nes­suno, almeno nei Palazzi. Che poi sia vero, vero­si­mile o falso conta, ma nean­che troppo. Se ne parla a pre­scin­dere, nei cor­ri­doi delle Camere, dove si era fatto largo pure la voce di un fac­cia a fac­cia in pre­pa­ra­zione tra lei e Elly Schlein per il dopo Mat­ta­rella (smen­tito, dalla mana­ger). E comun­que poi c’è Mat­teo Renzi, che un tempo aveva accesso per­fino a Arcore. Mer­co­ledì in Senato, a mar­gine del pre­mier time, ha intrat­te­nuto i cro­ni­sti con la sua Ber­lu­sco­neide: “Io non l’ho mai incon­trata Marina: io vedevo il padre, il pre­si­dente”. A cor­redo, imi­ta­zione della par­lata alla Sil­vio. Con aggiunta mali­ziosa: “Magari l’ha vista qual­cun altro, Marina...”. Un altro cen­tri­sta? Per ipo­tesi, di Roma Nord? “Ah, io non lo so” ha negato - o finto di farlo l’ita­lo­vivo, che mer­co­ledì par­lava bene di Giu­seppe Conte. Colui che alla Camera, un’oretta prima, aveva negato con altra postura: “Marina Ber­lu­sconi? Non l’ho mai incon­trata”.

QUANDO SENTE par­lare di cen­tri e cen­trini, l’avvo­cato mette mano alla pochette. Non si fida, anche per­ché il primo a non fidarsi è l’amico e con­si­gliere Gof­fredo Bet­tini, demiurgo del Pd romano che i sus­surri nei cor­ri­doi li decritta come pochi altri. “Non pen­sino di sosti­tuire il M5S con Forza Ita­lia” ha ammo­nito sul Foglio, quo­ti­diano non certo ostile alle intese più che lar­ghe. E Conte è andato in scia: “FI voleva la riforma della giu­sti­zia quindi non è com­pa­ti­bile con i valori pro­gres­si­sti, con noi niente più inciuci o governi tec­nici”. Non l’ha detto per caso, l’ex pre­mier. Per­ché, come spiega un con­tiano di peso – con ottimi con­tatti nel Pd – il timore dell’avvo­cato e quindi di Bet­tini è che una parte dei dem e altri pezzi di cen­tro­si­ni­stra, com­preso il Renzi ora uffi­cial­mente cor­tese con Conte, lavo­rino per iso­lare l’avvo­cato. O comun­que a piani B pros­simi ven­turi. Tra­dotto: si par­ti­rebbe con un governo con den­tro Pd e Movi­mento, e in corso d’opera si sosti­tui­reb­bero i 5Stelle con FI. Fan­ta­po­li­tica, si dirà. Ma certi fan­ta­smi hanno già un po’ di carne, ad ascol­tare certi timori pure den­tro il Pd. Tanto che ieri Anto­nio Tajani ha assi­cu­rato: “Noi siamo alter­na­tivi alla sini­stra, quindi al M5S, ad Avs e al Pd: non è pen­sa­bile gover­nare con loro”. Lo ha già fatto, si ricor­derà. Ma più che altro col­pi­sce la neces­sità della smen­tita. La cer­tezza è che, in tempi dif­fi­cili per Meloni, la figlia di Ber­lu­sconi sta occu­pando tanto spa­zio poli­tico, muo­vendo il gioco. Anche stando ferma. E non è solo que­stione di fide­ius­sioni, quelle con cui i Ber­lu­sconi ten­gono in vita FI. È la capa­cità di orien­tare il dibat­tito, con i mezzi (impor­tanti) di cui dispone la fami­glia. Sfrut­tando i vuoti altrui, a destra e din­torni.

CERTOpoi la Marina che da tempo si mostra pro­gres­si­sta sui diritti incide quando vuole e può farlo. Ma, per esem­pio, in Veneto anche FI è per­lo­meno per­plessa sulla legge sulla fine vita che è un pal­lino dell’ex pre­si­dente regio­nale, il leghi­sta Luca Zaia. Però alla fine sem­pre a Marina si torna. Così riecco Renzi, su Sky: “La domanda è: chi decide in Forza Ita­lia? Se decide Tajani allora fanno la legge elet­to­rale, se decide la fami­glia Ber­lu­sconi secondo me non la fanno”. Il fu pre­mier punge il mini­stro per infa­sti­dire Meloni: molto diversa, da Marina. E non è mai stato così evi­dente.

Il naufragio, la salvezza, il diavolo

Augusto Romano

 1. Consentitemi di iniziare raccontandovi, in modo inevitabilmente abbreviato, le variazioni di significato che, nel corso dei secoli, ha subito una metafora essenziale nella storia della cultura occidentale. Si tratta di alcuni versi del secondo libro del De rerum natura di Lucrezio che, volti in italiano, suonano così: Bello, quando sul mare si scontrano i venti / e la cupa vastità delle acque si turba, / guardare da terra il naufragio lontano: / non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, / ma la distanza da una simile sorte.

Cosa colpisce nell’immagine lucreziana? Anzitutto il diverso statuto del contemplante e del contemplato: il primo saldamente ancorato alla riva, il secondo in balìa delle onde e in pericolo di vita. Allo stesso modo colpisce la piena legittimazione di questa differenza: colui che resta sulla riva, e si tiene lontano dalla turbolenza marina, ha compiuto la scelta giusta. Come si vede, la metafora illustra uno degli atteggiamenti che è possibile assumere di fronte ai rischi dell’esistenza, rappresentati qui dalla natura avversa ma certo rintracciabili anche nelle vicende della storia umana. E’ l’atteggiamento della cautela, della distanza, della contemplazione disinteressata: storicamente, quello del saggio epicureo.

Come ha osservato Remo Bodei, questa metafora, scomposta nei termini che la costituiscono, dà luogo alle seguenti coppie di opposti: spettatore/attore; teoria/prassi (si ricorderà che uno dei significati più antichi di theorein è contemplare uno spettacolo); sicurezza/rischio; estraneità/coinvolgimento; immobilità/movimento. Da una parte abbiamo una sorta di anestesia dei sentimenti, dall’altra una intensa capacità di sofferenza.

Questa metafora ha lungamente viaggiato nella nostra cultura, caricandosi di avvaloramenti diversi. La prima svolta decisiva l’abbiamo però nel XVII° secolo con la frase di Pascal che, nei Pensieri, afferma: “Vous êtes embarqué”. Potremmo tradurre, con una formula colloquiale: “Siamo tutti nella stessa barca” o anche, con una frase latina: “De re vestra agitur”. Vivere significa dunque essere già in mare aperto: non vi sono più luoghi sicuri e distanti, né teorie definitive cui affidare la nostra salvezza. L’imperturbabilità diventa impossibile: lo spettatore è obbligato a mettersi in gioco, a diventare attore. Procedendo su questa linea, il giudizio sulla situazione tende a invertirsi: il porto non è più una alternativa al naufragio, ma il luogo in cui la felicità della vita è sfuggita.

La modernità estremizza le posizioni: il passo successivo è che, in realtà, non solo siamo tutti imbarcati, ma siamo tutti naufraghi. Jacob Burckhardt, nel 1867, scrive: “Ci piacerebbe conoscere l’onda sulla quale andiamo alla deriva sull’oceano; solo, quell’onda siamo noi stessi.” Non esistono più punti di vista stabili e privilegiati da cui guardare le vicende umane. Tutti siamo coinvolti in un viaggio, di cui la meta non è preventivamente nota. Questa certezza non necessariamente esita in un più o meno compiaciuto sentimento di inanità; essa può anzi incoraggiare un atteggiamento di accettazione della incertezza costitutiva della condizione umana, che include in sé l’amore per il rischio e la ricerca senza esiti garantiti. Ricorderò che Albert Camus ha scritto: “Ciò che dà valore al viaggio è la paura. E’ il fatto che, in un certo momento, siamo tanto lontani dal nostro paese […] Siamo colti dal […] desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini […] In quel momento siamo ansiosi, ma anche porosi, e anche un tocco lievissimo ci fa fremere fin nelle profondità dell’essere […]”.

2. Perché vi ho raccontato questa storia? Le metafore sono strumenti flessibili e molto potenti, che permettono di creare connessioni inedite e di allargare il campo della conoscenza, percorrendo la via immaginativa piuttosto che quella razionale. A me è parso che la metafora lucreziana possa essere utilizzata per illustrare la differenza tra scienze della natura e scienze dello spirito, nonché l’incerto statuto della psicologia, e specialmente della psicoterapia.

L’atteggiamento dell’osservatore distaccato è quello dello scienziato naturalista, il cui ideale è di scomparire, di dissolversi nelle procedure che pone in essere per spiegare l’oggetto indagato, riducendolo alle cause che lo hanno determinato. Distanza, obbiettivazione, teorizzazione: è questo atteggiamento che ha fatto dire a Ludwig Binswanger che le scienze naturali non sanno cosa farsene dei fenomeni, “perché la loro essenza consiste proprio nello spogliare i fenomeni della loro fenomenicità nel modo più rapido e completo possibile.” Un concetto analogo è stato espresso spiritosamente da Hans Blumenberg quando ha scritto che “il processo del conoscere [scientifico] è calcolato sulle perdite. Definire il tempo come ciò che si misura con un orologio sembra ben fondato, ed è assai pragmatico relativamente allo scopo di evitare controversie. Ma era questo che avevamo meritato, da quando cominciammo a chiedere cos’è il tempo?”.

La psicologia, com’è noto, si è modellata sin dagli inizi sulle scienze naturali, né la psicologia clinica è andata esente da questa scelta. L’opera teorica di Freud, ispirata alla Weltanschauung positivista, è stata il monumento più insigne al tentativo di ridurre la molteplicità dell’esperienza umana a un’unica matrice istintuale. Basterà una sola citazione: “Nella nostra concezione – scrive Freud – i fenomeni percepiti devono cedere il posto alle forze solamente ipotizzate.” Naturalmente, tutti sappiamo che una cosa è la teoria e altra la prassi terapeutica. E tuttavia, la freudiana regola dello specchio nella relazione tra analista e paziente mostra l’influsso sulla prassi di una teoria che attribuisce al distanziamento una funzione pressoché salvifica.

Il passaggio dall’ordine della spiegazione a quello della comprensione corrisponde al “Vous êtes embarqué” di Pascal. Solo che in questo caso la funzione di Pascal è stata svolta, per citare alcuni importanti attori di questo cambiamento, dalla riflessione fenomenologica e dal relativismo epistemologico di C.G. Jung. Preso atto che la psicologia non può essere considerata una scienza oggettiva a motivo della insolubile aporia costituita dalla presenza ineliminabile dell’osservatore nell’oggetto osservato, le conseguenze per la terapia sono state: un drastico ridimensionamento del valore di verità delle teorie, il passaggio dalla ricerca delle cause a quella dei significati, l’importanza attribuita ai processi di immedesimazione nella vita psichica del paziente colta nella sua concreta storicità. In definitiva, il prevalere dell’atteggiamento idiografico su quello nomotetico.

Questo recedere sullo sfondo dell’impianto teorico (spesso usato con intenti difensivi) e il riconoscimento della radicale similarità di indagatore e indagato (di terapeuta e paziente), hanno modificato non poco lo stile della terapia, favorendo e legittimando un’etica del dubbio in cui confluiscono l’atteggiamento antidommatico e il piacere di una ricerca che si sa inesauribile. Come ha scritto Massimo Cacciari: “Togli il dubbio, togli il dubbio su me stesso, sulla mia identità, sul mio sapere, e non mi resterà che il già fatto e il già detto.”

3.

L’esperienza mostra che il modello esplicativo e quello comprensivo non si situano lungo una linea di sviluppo ma tendono a coesistere, sia nella teoria che nella prassi. Il che rende possibili dei confronti interessanti. Certamente, il più radicale approccio naturalistico ai disturbi mentali è quello biologico che, per così dire, aggira il problema dello psichico. Lo utilizzerò quindi per meglio tematizzare le differenze tra i due modelli, segnalando al tempo stesso che anche taluni orientamenti psicoterapeutici ne condividono lo spirito.

L’approccio biologico è l’erede di una tradizione che risale all’antichità. Per esempio, la medicina ippocratica riteneva che la malinconia fosse dovuta a un eccesso di atra bile e, conseguentemente, prevedeva cure orientate a far defluire la bile eccessiva. Vediamo qui all’opera un’intelligenza volta alla ricerca di una causa organica, preferibilmente semplice, da eliminare agendo sempre sul piano organico. Malgrado le ovvie e importanti differenze, l’atteggiamento odierno, che pensa di ricondurre la polimorfa esperienza della depressione all’alterazione di qualche circuito biochimico, non è molto diverso da quello ippocratico. In tutti e due i casi, come è stato detto, vi è “la responsabilizzazione del corpo e una conseguente deresponsabilizzazione di ciò che corpo non è”; in altri termini, la malattia mentale è pienamente assimilata ai disturbi organici.

In questa prospettiva, possiamo dire che l’atteggiamento biologico è causalista, determinista e letteralista (nel senso di chiuso alla metaforizzazione). Per tornare all’esempio ippocratico, la sovrabbondanza di bile nera è la causa fisiologica che, attraverso una catena ininterrotta di modificazioni, produce quel complesso di alterazioni che viene denominato malinconia. La letteralizzazione sta nel fatto che la bile nera è qui assunta come una sostanza naturale e non come una metafora attraverso la quale la malattia comincia a parlare di sé e si apre a una rete di corrispondenze che hanno a che fare con la terra fredda e secca, con l’autunno, con la vecchiaia, con gli umori densi, pesanti e neri, e così via.

Se volessimo relativizzare questo atteggiamento riconducendolo a una visione del mondo, potremmo forse parlare di maternalismo, che ha lo stesso etimo di materialismo. Non si tratta di un gioco di parole, ma di un modo di considerare la realtà. La psichiatria biologica (ma anche la psicologia clinica orientata naturalisticamente) sta, a mio avviso, sotto il segno della madre per svariate ragioni: per il suo appello alla natura (la madre-materia) e il suo oblio della storia; per la passivizzazione del paziente; per il trionfalismo e l’ottimismo magico che spesso accompagna il suo ingresso in campo.

Il confronto con una psicoterapia orientata alla comprensione ci consente di sostituire alla nozione di causa quella di senso, e di opporre alla radicale destoricizzazione propria dell’approccio naturalistico l’attenzione alla storicità dell’esperienza individuale.

Per evitare equivoci, è importante qui sottolineare come storia e senso vadano considerati insieme. Voglio dire che la storia di cui si tratta in psicoterapia ha a che fare solo tangenzialmente con la ricostruzione dei fatti, cioè con la storia come disciplina scientifica, che ci porterebbe nuovamente a considerare essenziale la nozione di causa. In fondo, non darei troppa importanza all’apparato anamnestico presente in tutte le scuole psicoterapiche. Il valore che in modo quasi automatico siamo indotti ad attribuire alla ricerca delle cause è un omaggio rituale al fantasma dell’illuminismo. Così come, del resto, le fantasie di totale immedesimazione, che inducono all’ambiguo piacere di condividere la cecità, sono a loro volta un omaggio all’irrazionalismo romantico, che è l’altro grande fantasma che percorre la nostra cultura.

La storia di cui si tratta in analisi non è una ricostruzione ma una costruzione, che si dà contestualmente al senso, e coincide con la riappropriazione emotiva di sé. Qui si può sottolineare una differenza di fondo con l’approccio naturalistico, i cui interventi possono eliminare sintomi e modificare stati d’animo, ma passando, per così dire, sopra la testa del soggetto. In questo caso, il cambiamento non nasce da una esperienza. Se, metaforicamente, possiamo pensare che il sale è ciò che trasforma i fatti in esperienza, potremmo dire che la dieta biologica è povera di sale. Ciò che è essenziale è invece la costruzione in comune di una storia, gran parte della quale è costituita dalla storia stessa che si intreccia tra i due del rapporto analitico.

Ho parlato di storia, ma in realtà devo dire narrazione, che è il farsi presente della vita come racconto che può essere narrato. Per meglio chiarire questo punto, potremmo dire che la psicoterapia tende a riportare alla luce qual è il mito che informa la vita di ciascuno di noi. Del mito, intendo qui sottolineare sia la significatività sia l’autoriferimento: le storie mitiche non sono infatti storie vere nel senso comune dell’espressione, non rimandano ad altro fuori di sé ma si giustificano per la loro stessa pregnanza ed evidenza (da cui la nozione di mito come favola vana, propagandata da tutti i letteralisti). Tutto questo senza alcuna speranza in soluzioni definitive, giacché le storie tendono spesso a disfarsi e devono essere continuamente rinarrate, secondo il modello musicale della variazione. Del resto, i miti hanno un nucleo ininterpretabile, che costantemente allude a qualcosa che non può essere detto, ma intorno a cui ci si può infinitamente aggirare.

Si può allora dire che la differenza tra i due approcci non sta tanto nella divaricazione tra cause organiche e cause psichiche, quanto nella più essenziale opposizione tra valorizzazione delle cause e valorizzazione delle storie che si sperimentano nell’atto di raccontarle. Spero di non scandalizzare nessuno sottolineando così la funzione retorica e non scientifica della psicoterapia. E’ stato detto appropriatamente: “La retorica persuade la necessità”. Del resto, gia Freud aveva definito questo lavoro “la cura con le parole”. Attraverso i discorsi che si intrecciano in terapia noi ci prendiamo cura della nostra vita, ci familiarizziamo (mai abbastanza) con questa sconosciuta che ci viene incontro.

Credo risulti evidente da questo excursus che le psicoterapie più attente all’umano si muovono in controtendenza. Se la modernità è caratterizzata da una progressiva demitizzazione – che ha portato con sé indubbi vantaggi, soprattutto per quanto riguarda la eliminazione di inganni e autoinganni - ciò che qui viene valorizzato è un processo di rimitizzazione, giacché il mito è immagine e racconto. Del resto, la controversia ha radici lontane. E già H. von Kleist proponeva di suddividere gli uomini in due classi: “quelli che s’intendono per mezzo di metafore, e quelli che s’intendono per mezzo di formule.”

4.

In questa prospettiva, cosa resta del concetto di guarigione? L’argomento è spinoso perché interrogarsi sulla guarigione e sui suoi criteri rinvia immediatamente alle diverse visioni del mondo dei ricercatori. Tuttavia, sembra inevitabile doverla affrontare. Com’è noto, nella prospettiva medica, la guarigione coincide con la restitutio in integrum. Si tratta però di un concetto poco utilizzabile: quale è infatti quella integrità originaria cui può aspirare un paziente in psicoterapia? Non certo quella che ha preceduto il manifestarsi dei sintomi, giacché dobbiamo immaginare che proprio in essa si nascondessero i germi del disagio. Del resto, il paziente – tutti noi in quanto pazienti – siamo certamente capaci di raccontare con ricchezza di dettagli i nostri sintomi, e invece siamo assai vaghi e generici nell’indicare cosa ci aspettiamo dalla cura. La richiesta è quasi sempre orientata negativamente: far cessare il male.

Il male rappresenta il nemico, e rivolgersi all’analista rappresenta l’estremo tentativo per debellarlo, per farlo tacere, per liberarsene. Ben pochi sospettano che quel nemico che si esprime attraverso i sintomi possa parlare una lingua comprensibile; l’idea di partenza è che il nemico è insensatezza assoluta, e che quindi con esso non sia possibile trattare. Occorre, con la forza o con l’astuzia, vincerlo. Sembra echeggiare in questo atteggiamento l’eterna incomprensione e insieme il terrore nei confronti del male, questa entità concettualmente così difficile da definire ed esperienzialmente così riconoscibile. Vincere il male, o almeno sottoporlo a un procedimento di eufemizzazione: il male non esiste, oppure, secondo la formula agostiniana, è soltanto privatio boni.

Dunque, in un modo alquanto incongruo, il paziente sperimenta la potenza terribile di ciò che lo fa soffrire ma, al tempo stesso, immagina che, sebbene egli non sappia come, ci deve pur essere un modo per vincerlo. Questo modo, egli ritiene, lo conosce il terapeuta, che è l’esperto dei disturbi psichici. Terapeuta, esperto, disturbi psichici: le parole dicono eloquentemente in quale universo ideologico stiamo navigando. E’ quello positivistico-ottimistico cui appartengono pure le “meraviglie della tecnica”, il mito del progresso, la pubblicità delle creme antirughe e la vergogna della morte. Insomma, il paziente, come tutti, se la vuol cavare con poco. E per cavarsela con poco si rivolge al medico, fa cioè di un problema di vita una malattia, da curare con psicofarmaci e, se questi non bastano, con sedute analitiche. Questo progetto è parte integrante del tentativo di eufemizzazione del male: del tentativo di ridurlo, contro ogni evidenza, a un disturbo curabile.

Possiamo immaginare che il nostro paziente si trovi in una situazione paradossale, che può essere così descritta: egli è un uomo civilizzato, cioè dotato di una coscienza differenziata, che vuole però sottrarsi al problema della scelta individuale. Vuole cioè fare come se vivesse in un mondo che non si configura come un aggregato di opposti da comporre rischiosamente momento per momento, ma che risulta invece essere unidimensionale, retto da un solo principio. In altri termini, vorrebbe comportarsi come se si trovasse ancora nel paradiso terrestre, mentre la sua condizione è quella di chi si trova in una situazione non paradisiaca, caratterizzata dalla contraddittorietà, da quella che potremmo chiamare la coesistenza di dio e diavolo.

Scopo della terapia è allora quello di dare diritto di cittadinanza al diavolo. Questo significa che terapeuta e paziente cominciano a lavorare sulla base di un colossale equivoco: il paziente vuole essere “guarito” attraverso l’eliminazione della contraddizione che lo abita; l’analista vuole rendere il paziente persuaso che abitare nella contraddizione è possibile. Non solo, ma che la contraddizione è utile, perché è la contraddizione che ci rende creativi. Il paziente parte da un’idea di guarigione mutuata dalla medicina; l’analista crede di sapere che non si guarisce mai di niente, se guarire significa tornare innocenti, sicuri di sé e del mondo. Il paziente, quando comincia a vedere il male dentro di sé, vorrebbe essere semplicemente assolto dei suoi peccati. L’analista, che non può assolvere nessuno, glie li restituisce come peso ineliminabile, un patrimonio incerto, di cui non è bene gloriarsi ma in cui è forse nascosta una pietra preziosa che si può infinitamente lavorare.

Il vecchio paragone analista/confessore qui si chiarisce. L’analista, come il confessore, ascolta. Ma il confessore sta sempre soltanto dalla parte di Dio e può permettersi di perdonare perché chiede come contropartita la fedeltà alla legge. La sua apparente generosità, e gli effetti di rassicurazione che l’assoluzione induce, sono in realtà il modo attraverso cui il peccatore viene ricondotto nell’universo unidimensionale da cui, peccando, era stato tentato di uscire. La posizione dell’analista è manifestamente diversa: il paziente lo vorrebbe confessore-esorcista, ma egli sa che hanno ragione sia Dio sia il diavolo, e che in questo paradosso è racchiusa la fastidiosa ambiguità ma anche la pienezza della vita. Perciò, come dicevo, è obbligato a confermare il paziente come soggetto del suo male. Non solo, ma per ristabilire l’equilibrio, non di rado egli deve assumere la parte del diavolo, mettersi cioè dalla parte di ciò che, essendo negato, viene definito come negativo. Ne consegue che compito dell’analista non è di ridurre la tensione del paziente ma, per così dire, di legittimarla e, legittimandola, di darle una prospettiva. Il paziente parte dalla condizione di chi è posseduto dal diavolo proprio perché non vuole ammettere che il diavolo esiste. L’analista aiuta il paziente a riconoscere l’esistenza del diavolo e ad imparare a dialogare con lui, riconoscendogli la funzione di agente del cambiamento e della trasformazione.
Il diavolo infatti – questo “pensiero di dubbio” che, come si vede nella storia di Giobbe, abita Dio stesso – sottrae il soggetto alla mera osservanza della legge e lo restituisce, attraverso il conflitto etico, alla responsabilità delle proprie scelte. Esso rende dunque possibile all’uomo di conquistare un’identità. L’identità sta infatti nello scarto dalla norma che ci rende uniformi. Sta dunque nella capacità di ricombinare continuamente gli opposti senza cadere vittima di nessuno di loro: è dunque un modo personale di vivere la totalità. Jung ha scritto una volta: “Si può […] mancare non soltanto la propria felicità, ma anche la propria colpa decisiva, senza la quale un uomo non raggiungerà mai la propria totalità.” Allora, se porgiamo orecchio alla voce del dubbio, al tentatore, al pensiero che inquieta, noi ci dislochiamo rispetto al territorio noto, sicuro, privo di pericoli, a quella landa che ci contiene e che noi stessi abbiamo accuratamente recintato. Tentiamo con un piede la terra che sta di là. Ci divarichiamo. Con un’immagine più bella, si può dire che cominciamo a intendere cosa significhi essere crocifissi.

Certo, la voce del creativo entra nella nostra vita; ma vi vengono accolte pure l’inquietudine, l’incertezza, l’insicurezza, la tensione, la provvisorietà, così come accadde ad Adamo ed Eva quando ebbero mangiato il frutto dell’albero del bene e del male. Al paziente, che era venuto da noi per liberarsi del male, cioè di queste incomode qualità, viene detto che la scomodità sta in noi, nel nostro rifiutarci alla complessità; non nella complessità, che è della vita.

Questo traguardo possiamo chiamarlo guarigione? Forse sì, se teniamo presente che essa consiste allora, come è stato scritto, “nell’accettare una buona volta il conflitto, con tutte le sofferenze che esso inevitabilmente comporta.” In altre parole, nella capacità di attribuire senso anche alla infelicità cui non di rado siamo esposti.

D’altra parte, come tutti sappiamo, non sempre questo è possibile. Se non bastasse la metafora del naufragio, la severa verità di questa constatazione è stata portata alle ultime conseguenze da Hans Jonas che, in uno straziante esercizio di teologia speculativa, ha dovuto ridisegnare l’immagine di Dio sottraendogli l’onnipotenza, giacché altrimenti, dopo Auschwitz, la sua bontà sarebbe risultata radicalmente compromessa. Questi pensieri riconducono il terapeuta nei suoi giusti limiti, mostrandogli che il suo eventuale furor sanandi (in cui spesso si rifugia la volontà di potenza) deve talora confrontarsi con qualcosa che è incommensurabile con le sue capacità. Quello che allora resta, a noi e ai nostri pazienti, è intrattenere l’insensatezza, che è come cercare di trattenerla nella rete delle metafore di cui è intessuto il dialogo analitico.

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Un eroe piccolo piccolo

Michelle Salvat Fb

Quando Enrico C. andò in pensione la sua vita cambiò da così a così.
Prima non faceva praticamente niente, e ne godeva.
Ora era costretto a non fare niente, e si sentì d'improvviso perso.
A considerare quindi le cose con quella obiettività che è solo di uno sguardo esterno, la sua posizione a questo mondo non aveva subito mutamenti spettacolari, e nemmeno il suo atteggiamento per strada appariva diverso dal solito: mani affondate nelle tasche del giubbottone, coppola calata sugli occhi, gambe ben piantate a terra nei jeans di cartongesso che il figlio Palmiro definiva “da vecchio”, Enrico C. era tuttora quel che nelle piccole città chiamano una figura storica, un'istituzione.
Solo lui però sapeva, o forse sentiva che, dal giorno del pensionamento, l'esistenza era cambiata da così a così e che la sua figura non sarebbe rimasta a lungo storica.
Le generazioni si succedono come onde sulla battigia - rifletteva - finché un'ondata più violenta non lo avrebbe trascinato al largo, lui e i suoi jeans da vecchio, e lì chi si fosse visto si sarebbe visto.
Per sua fortuna, il secondogenito, chiamato dai genitori Yuri in ricordo del primo uomo ad essersi sprigionato dalla gravità terrestre, scelse proprio quel periodo nella vita del padre per confezionargli assieme alla moglie tirolese una nipotina, alla quale fu invece imposto il nome di Nicole.
La madre lavorava in un salon de coiffure e il suo modello di bellezza era quello detto allora algido di Nicole Kidman.
Al tesserato n° 25.639 del PCI Enrico C., che la nipotina si chiamasse Nicole, Nilde o Natascia non importava affatto. Era sua nipote, una bellissima bambina, e lui se ne innamorò pazzamente.
A Natale, le offriva le Barbie vestite da maliarda, i tricicli di ultima generazione, e quando Nicole fu in grado di comprendere e fare suo il concetto di denaro, il che avvenne assai presto, aggiunse ai regali qualche banconota da infilare nel salvadanaio della piccina.
Enrico C. era sempre stato amante appassionato delle donne. Amava le donne per la loro bellezza, e le amava ancora di più per la loro compiacenza nel suoi riguardi.
Quando conobbe la ragazza che doveva diventare sua moglie, era innamorato di un'altra, ma questa nicchiava, faceva la preziosa: seguiva un corso d'infermiera e avrebbe desiderato balzare di una decina di gradini nella scala sociale, magari acciuffando un qualche dottorino ospedaliero in crisi di solitudine durante il turno di notte. Enrico C., invece, di ritorno dal servizio di leva, non sapeva offrirle niente di più della sua focosità e un futuro certamente radioso, ma ancora avvolto nelle nebbie del “prima o poi salterà fuori qualche cosa”.
La Ida invece gliela diede subito.
Era una ragazzona veneta, con qualche anno più di lui, di ottimo carattere e d'impiego sicuro. Lavorava in una panetteria e, in quegli anni del post-dopoguerra, il concetto, l'immagine e il profumo del pane fresco era tuttora quanto di più erotizzante potesse sognare un figlio del popolo.
Sposata la Ida, ne ebbe subito due figli maschi, uno di seguito a l'altro. Pare che nei periodi di rifioritura socio-economico-morale dopo una catastrofe come fu quella bellica, il numero dei nati maschi superi di gran lunga quello delle femmine. La guerra era finita (da un pezzo), i cuori giovanili s'inondavano di speranza e il sole dell'avvenire irradiava il futuro mondo socialista, una specie di sovramondo altrettanto fantasmagorico di quello dantesco, ma meno preciso d'accesso.
Marito di Ida, padre affettuosissimo di Yuri e Palmiro, a Enrico C. apparve d'improvviso la necessità urgente di provvedersi di un impiego. Sino ad allora aveva dato una mano a Ida nelle faccende di casa, ma una cosa gli si dimostrò evidente: non poteva allattare lui i figlioli.
Ne andava della sua dignità.
Da ragazzo, Enrico C. aveva imparato a tirare di boxe in una ex palestra dell'Opera Nazionale Balilla, rilevata dopo la liberazione da un ex ferventefascista. La palestra stava sotto i portici, l'aria che vi si respirava era composta per un buon 75% di radon, il resto proveniente dal sudore degli aspiranti Carnera. Ma il pugilato piaceva a Enrico e lui lo interpretava, fiduciosamente, come un'ottima preparazione alla vita lavorativa.
Provvisto di muscoli più duri del miglior acciaio uscito dal polo siderurgico di Cerepovec, Enrico si presentò, accompagnato da un amico del padre e da due lettere di raccomandazione, nell'Ufficio Personale del Comune di Merano.
“Con muscoli così, disse sorridendo l'addetto alle assunzioni, i lavori pesanti non ti faranno certo paura”.
Fosse stato un linguista, Enrico avrebbe risposto che “lavori pesanti” a lui sembrava un'espressione pleonastica. Il lavoro era SEMPRE pesante, tant’è vero che veniva retribuito. Il pugilato era uno sport impegnativo, faticoso, e quindi se si voleva anche pesante, ma in quanto sport, si trattava di un divertimento, per la cui pratica bisognava invece consegnare una certa somma di denaro al proprietario dell'Athletic Club.
La pulizia della piscina del campeggio comunale e del campeggio stesso fu il primo lavoro pesante assegnato a Enrico C. Uno dei periodi più duri della sua vita lavorativa. Il boschetto di pioppi alla cui ombra sarebbero state sistemate le tende dei campeggiatori, dovette essere ripulito dai rovi col machete. I pioppi stessi sbarbati per consentire agli ospiti nordici di spostarsi da una zona all'altra del camping.
Superata la prova e consigliato dalla Ida, Enrico C. ripresi gli studi interrotti nell'estate del 1943, e non ripresi il 1° ottobre del 1943, quando il Tutti a Casa degli adulti diede il via al Tutti per Campi dei ragazzi, regalando loro un buon anno e mezzo di vita felicemente brada. In pochi mesi Enrico C. ottenne l'ambitissimo diploma di bagnino.
La parola “bagnino” è una di quelle creazioni linguistiche, a metà tra l'autosfottìo e il vezzeggiativo da paese povero ma bello che rendeva così cara agli stranieri la lingua italiana prima che la political correctness, o forse il desiderio d'importanza da paese tornato povero, imponesse altra terminologia. Il diminutivo “bagnino”, ad esempio, non poteva essere interpretato (a volere usare il gergo linguistico) nel suo valore referenziale (“di dimensione ridotta”), trattandosi per lo più di splendidi esemplari di mascolinità . Voleva invece esprimere l'atteggiamento del parlante rispetto al denotato (il bagnino), che proprio nei diminutivi dava luogo a un carattere più specifico “non serio”, mediato dal tratto semantico “non importante”, variante di “piccolo”.
Questo spirito di scherzosità, ironia, leggerezza, scarsa responsabilità, attenuazione, era espressione di un carattere nazionale poco serio, più adatto alla commedia che non, come invece il francese, alla resa fattuale delle cose. Manifestava pure una vicinanza affettiva al denotato (es. “il celerino”, “il questurino”, “il secondino”) o viceversa un comprensibile desiderio di smorzarne la pericolosità, conferendo per l'appunto al denotato una sfumatura, magari del tutto immaginaria, di gentilezza, grazia o cordialità (es. “ il celerino”, “ il questurino”, “ il secondino”).
Ora che il secondino esige di essere chiamato “Agente di Polizia Penitenziaria” c'è da temere per quel detenuto che insistesse nella colorazione affettiva e si scordasse di dare al denotato il suo titolo ufficiale.
Ad ogni modo, a Enrico C., il titolo di bagnino non dispiaceva anche perché associato, in quegli anni sessanta, alla figura del Bagnino Romagnolo, tombeur de femmes sul bagnasciuga o talora in cabina, spedito il cornutone della tedeschina o dell'olandesina a comprarsi un nuovo paio di sandali di similpelle marron o beige, billiger, ove possibile, dei precedenti.
La struttura di sorveglianza del bagnino era a quei tempi la sedia a sdraio. Oggi mi dicono che l'“Assistente Bagnanti” se ne sta per lo più appollaiato su una specie di torretta, simile a quella dei cacciatori, e questo al fin di tener sotto controllo la più vasta distesa possibile del suo campo di pronto intervento.
Non così negli anni sessanta. La sdraio era di legno e tela, la tela magari a strisce multicolori che il succedersi delle belle stagioni di allora faceva presto a stingere. Il bagnino poteva anche schiacciarci un sonnellino, sicuro che, in caso di annegamento, sarebbe stato il primo avvisato.
Yuri e Palmiro, li teneva lui in campeggio dopo il pranzo, per dare modo alla Ida di arrotondare la paga con mestieri in casa di altri, e solo quando una “tedeschina”, una “francesina” o una “svedesina” da leccarsi i baffi, gli faceva baluginare la speranza di un pomeriggio di dolcissimo Su e Giù, chiedeva alla Ida di portare i figli da Fritz a socializzare con gli altri bimbi.
A questo punto, sarà necessario tornare sull'argomento del diminutivo nella lingua italiana durante gli anni della ricostruzione e del boom economico, battezzato dai giornali, un po' precipitosamente, il Miracolo Italiano. Ove si trattasse di donne, e in particolare di donne straniere, possibilmente bellocce e ben disposte verso gli indigeni, del diminutivo non si poteva assolutamente fare a meno. E chiaro però che se la tedeschina era alta 1 metro e 80 e pesava sui 75-78 kg, si doveva usare altra terminologia. Sopra una certa altezza e un certo peso, tutte le donne nordiche venivano allora denominate Vichinghe e se ne sconsigliava l'arrembaggio a chi fosse di piccola statura e sentisse questo suo format come un handicap.
Enrico C. non era né particolarmente alto e nemmeno basso in modo catastrofico: la statura giusta dell'uomo italiano di quegli anni, e anche la sua pelata, franca, schietta, ben disegnata, senza infingimenti né riporti di sorta, era allora considerata un segnale di virilità latina. Nessuno a quei tempi avrebbe potuto immaginare di occultare la luccicante pelata sotto muffe di una tinta poco intonata alla corona di forti capelli che le fanno solitamente da orgogliosa cornice. Solo i tapini, gli insicuri, gli spelacchiati a chiazze o a striscioline, i borghesucci complessati tentavano poverini la miseranda strada del riporto. Questo secondo Enrico C., il quale esibiva invece la sua calvizie come i bravacci del Manzoni il loro ciuffo. Senza intenzioni scellerate però. Anzi, piuttosto come uno specchio per le allodole. E le allodole, se lo volevano, ne intendevano presto il significato.
La seconda arma di seduzione di Enrico C. era lo slip da bagno color blu oltremare che ne modellava: sul recto, i muscolosi glutei da sollevatore di pesi, e sul verso... lascio immaginare che cosa agli animi inclini alla rêverie.
Quando non era addormentato sulla sdraio, oppure impegnato in cabina a consolidare i rapporti di amicizia tra le genti, Enrico C. percorreva con andatura noncurante, e magari zufolando in sordina, il suo campo operativo nonché territorio di caccia. Alla cassa del campeggio operava un certa Traudi, bionda e formosa tirolese che, in spiaggia, lui avrebbe collocata senz'altro nella categoria delle “Vichinghe”. A Enrico la Traudi piaceva. Pur ricca e di ottima famiglia (ossia di contadini ricchi), non aveva la puzza sotto il naso, non era una Walschenfresser, parlava un italiano forse addirittura troppo ricercato per i gusti del compagno C., ma soprattutto era dotata di un paio di tette portentose cui né la maternità né il successivo allattamento, essendo lei signorina, avevano fatto perdere il loro appeal seduttivo.
Ricordiamo che quei tempi erano tuttora quelli sani delle maggiorate fisiche, delle Sofie, delle Gine, delle Silvane, e cioè di immagini femminili vagheggiate dalla fame atavica di un popolo in massima parte di origine contadina. Donne buone da bere, da mangiare, e da lavarcisi pure la faccia, proprio come il cocomero. Insomma, il seno tanto minuto e carino da potere star tutto in una coppa di champagne era ancora di là da venire: invenzione probabile di magazines per degenerati magari sostenuti nel lancio di questo new look dai viticoltori di Conegliano Veneto.
Al proletario Enrico C. ci voleva invece, oltre alla qualità, anche un bel po' di quantità, e il seno da coppa di champagne, lo lasciava ben volentieri agli altri, magari proprio a quelle mezzecalzette che, all'ora dell'aperitivo, sorseggiavano il prosecchino al bancone del baretto Mic Mac, sulla piazza del Teatro, mentre lui si faceva un culo così (gesto), a ramazzare foglie di pioppi e merde di randagi penetrati nottetempo tra i vialetti del campeggio.
“Le porto il suo prosecchino dottore?”
“Grazie Celestino, me lo porti per favore al tavolino, che mi siedo fuori un attimino, a tirare il fiato.”
“Subito dottore!”
Dopodiché:
“Le porto il suo Crodino, dottore, o magari il suo Gingerino?”
Sembrava proprio che il Prosecchino, il Crodino e il Gingerino fossero stati specialmente concepiti e sapientemente elaborati dalle ditte produttrici per questi Uomini di Scienza, nella loro grande maggioranza agenti immobiliari, ragionieri o, al limite, geometri ancora in attesa di una non garantita iscrizione all'albo.
“Il suo Gingerino” al dottor Benedetti, pareva essenzialmente diverso dal Gingerino servito al dottor Morelli e, più ancora, da quello bevuto al banco da un tizio di passaggio, mai visto prima e che, con ogni probabilità, non si sarebbe mai più fatto vedere fra tanta bella gente, il tapino.
“Grazie, Celestino, il caffettino come lo fa lei non lo fa nessuno!”.
E il povero Celestino scodinzolava di qua e di là. I sacrifici fatti dal papà arrotino ambulante in Val di Sole non erano stati buttati al vento.
La carriera l'aveva salita Crodino dopo Crodino. Sull’"Alto Adige", al Natale dell'anno precedente, mezza pagina di Merano interamente dedicata al Mic Mac, con fotografie di lui, Celestino, circondato dai suoi sorridenti collaboratori, tra cui il fratello Diodato il quale, da lì a non molto, avrebbe mollato i caffettini assieme alla bellissima squadra del Mic Mac per fare il camionista di lungo corso: tutto il giorno sulle strade e autostrade d'Italia, sotto la pioggia sferzante oppure il sole cocente, piuttosto che sparare centinaia di “Dottor!” alla settimana, per un salario che, essendo lui, Diodato, il fratello più caro di Celestino... Va be'... meglio lasciar perdere...
Una sera al campeggio arrivò una famigliola con la roulotte.
Vestiti tutti di scuro, parlavano una strana lingua. I neri capelli della madre erano avvolti in uno scialle nero frangiato di giaietto. I bimbi erano neri dalla testa ai piedi. Idem il padre. Più un paio di baffi e strani favoriti arricciolati e scuri come la pece.
Chi erano costoro? La Traudi, interpellata, riferì che solo il padre sapeva (un po') scrivere e che la sua firma non comprendeva alcuna lettera dell'alfabeto latino. Quanto al parlare, si erano fatto capire a gesti.
Incuriosito, Enrico C., senza parere, prese a ronzare nei paraggi della roulotte, la quale era agganciata ad un macchinone scassato con marca e targa illeggibili.
Dopo un po' la madre lo chiamò a se e Enrico si fece premurosamente avanti.
“Com'era quella donna, Enrico?”
“Bella, una faccia severa, di chi ha sofferto molto, ma con dignità”
“Da che paese veniva?”
“Da che paese, non lo so, ma era sicuramente ebrea”
“Come fai a saperlo?”
Enrico con la destra aggricciata estrasse dal faccione una specie di proboscide: il naso adunco dell'ebreo, così come si seguitava a raffigurarlo decenni dopo che il Doktor Goebbels, coadiuvato dalla moglie Magda, avesse trattato col cianuro i suoi sei piccoli H: Helga, Hildegard, Helmut, Holdine, Hedwig e Heidrun.
“Ma gli ebrei non hanno tutti il naso fatto così, Enrico! Questo è un naso da caricatura nazista!”
“Non ci posso fare niente, questa donna, il naso così ce l'aveva.”
“Ergo”
“????”
“Dunque, era ebrea?”
“Non ci piove. Mi fece anche vedere sull'avambraccio il numero che portava a Auschwitz”
“Poteva essere una zingara”
“Una zingara? Ma vogliamo scherzare! Si sta parlando di Auschwitz!”
“Appunto”
“Appunto cosa?”
“I nazisti ce l'avevano anche con gli zingari”
Al ché il compagno Enrico C. fece una faccia così così.
Gli zingari non li poteva sopportare. Neanche troppo gli ebrei, ad essere sinceri al 100%. Arraffasoldi com'erano, maledetti strozzini! Oppure banchieri alla Rotschild, in frac e cilindro, a sorseggiare Heidsieck Monopole Blue Top nei salotti che contano di Parigi o di Londra, e con sigarone Avana sempre ficcato all'angolo della bocca. Capitalisti al massimo grado tecnicamente raggiungibile del capitalismo.
Ma degli ebrei, dopo Auschwitz, non si poteva dire niente, almeno in pubblico.
In fondo, pensava il compagno Enrico C., non gli era andata poi tanto male, ai giudei: prima, esecrati dal mondo intero, cacciati di qua, sfrattati di là, poi un piccolo salasso di 6 milioni di pezzi, e oggi tutti santificati, intoccabili, a fare i comodacci loro in Palestina, a buttare fuori di casa quella povera gente con dodici figlioli e due ciuchi a testa. E dietro, come al solito, lo zio Sam e i suoi artigli grifagni, l'indice puntato verso chi non la pensa come lui...
Ad ogni modo la zingara del campeggio era un’ebrea, e lui, colpito nel vederlo per la prima volta, le aveva baciato sull’avambraccio il sinistro tatuaggio.
Quello era stato il Momento Culminante nella sua Vita di Uomo Impegnato nella Storia, a Enrico C. Il suo gesto lo aveva profondamente commosso e da quel giorno non rideva più alle barzellette antisemite che scappavano sul lavoro a qualche compagno.
Gli zingari invece...
Il grosso degli assidui del camping era composto da germanici e olandesi. Pochissimi gli Italiani, in quegli anni tutto Costa Romagnola e pensione Bellavista a 5 minuti dalla spiaggia con ampio giardino e seggiolone a dondolo. Pensione completa Lire 3.500. Pane e vino a volontà. E che ne dice del mio brodetto dell'Adriatico, dottore? Hmmm... da leccarsi i baffi!
Invece ai tedeschi la vita brada piaceva, l'avevano sempre praticata, prima e durante la guerra. Adoravano il sole, sapevano tutti nuotare, mentre gli italiani, popolo di navigatori, al campeggio preferivano mettersi a mollo nella piscina dei piccoli, magari dalla parte ombreggiata.
A Enrico C., italianissimo e convinto militante del PCI, i tedeschi habitués del campeggio, piacevano assai di più degli italiani, disordinati, rumorosi, pieni di figli disordinatissimi e rumorosissimi.
Senza dire delle radioline.
Eppure i tedeschi, durante la guerra, si erano comportati come belve assetate di sangue, e non solo di sangue ebreo. Enrico non riusciva a far combaciare questo loro passato ancora così recente con i comportamenti civili che tenevano al campeggio.
E vero che talvolta, alla sera, si riunivano in un angolo appartato del campeggio medesimo e, stappate alcune bottiglie di Terlaner, tracannatone il contenuto e ordinatene delle altre, iniziavano a cantare in coro: strani canti, canti che non avevano nulla a che vedere con le Canzoni per l'Estate tanto in voga in Italia. Canti si poteva dire quasi solenni, cupi, addirittura minacciosi, a seconda del numero di bottiglie svuotate.
Allora l'anima antica del Teutone, da quei canti veniva fuori come ai tempi di Arminio, e a Enrico C., che di Arminio sapeva poco o niente, mettevano i brividi per la schiena. Erano i canti della Foresta, delle Nera Foresta di Teutoburgo, esprimevano l'anima più profonda delle tribù germaniche, e come Arminio aveva attirato con l'inganno le legioni romane nella Nera Foresta di Teutoburgo, la faccia diurna del turista tedesco ingannava il bagnino italiano, e solo la sua faccia notturna gli avrebbe potuto rivelare la terribile verità.
Solo che il bagnino italiano nonché detentore della tessera n° 25.639 del PCI, quella faccia notturna dell'impiegato di Düsseldorf o di Stoccarda non la vedeva proprio dal momento che usava staccare un po' prima delle 19 ora legale e non faceva ritorno in campeggio se non l'indomani mattina un po' dopo le sette: le bottiglie vuote erano già state collocate negli appositi bidoni della spazzatura, idem per le ossa di cervo o di cinghiale, e nulla rimaneva a dare prova di una nottata molto diversa della solita tranquilla giornata del solito tranquillo turista tedesco.
“Schönes Tag heute, wahr?” esclamava Enrico C. nello scorgere il primo esemplare della categoria diurna uscire dalle docce, grondante di acqua e traboccante di gute Laune. “Wunderbar!” gli faceva eco il discendente ben camuffato di Arminio. “Herrlich! Es schaut wie in Paradies!”
Ciò detto, la conversazione si esauriva da sé, giacché il bagnino italiano e il turista tedesco non avevano in comune che un ristretto numero di vocaboli.
Con le donne (Vichinghe), era tutt'altra cosa, la dialettica seguiva vie diverse, il gesto e lo sguardo intervenivano laddove la parola veniva a mancare e spesso la canzone suppliva all'insufficienza del dire.
Quando le foglie dei pioppi iniziavano la loro dondolante discesa al suolo, e che i macchinoni targati D riprendevano incolonnati la strada del Nord, il campeggio comunale chiudeva i battenti e a Enrico C. veniva affidato un' altro compito di grande impegno fisico e concettuale: quello di controllare i biglietti d'entrata al cinema Puccini.
Il cinema Puccini era stato alla Belle Epoque, sotto il nome di Stadttheater, il teatro della città, e lo sarebbe ridiventato alcuni decenni dopo, ma in quegli anni Sessanta era soltanto una delle sei (sottolineo sei) sale cinematografiche di Merano, tra cui una destinata ai cinefili di lingua tedesca, amanti di un genere d'ambientazione alpina, con Jodeln, scampanellare di mucche e Dirndln con le tette di fuori. I sei cinema di Merano aprivano le loro porte alle tre (sottolineo le tre) del pomeriggio e l'ultimo spettacolo terminava verso la mezzanotte. Sei cinema, il che significa sei cassieri (in genere signore), sei maschere (tra cui per l'appunto il compagno C.), sei proiezionisti e sei se non dodici donne delle pulizie addette allo svuotamento dei portacenere di quei tempi ipernicotinizzati.
Enrico C. dunque, la pelata ancora abbronzata dal sole di un'intera stagione estiva, se ne stava accanto alla cassa, le gambe leggermente discoste ben ancorate al terreno, in faccia il sorriso bonario di chi controlla ma sa anche, all'occorrenza, chiudere un occhio o addirittura strizzarlo in segno di complicità.
“Tienilo per la prossima volta” bisbigliava al ragazzo o, più spesso, alla ragazza che gli presentava il biglietto, “la settimana prossima c'è “Bandolero!” con Raquel Welch” (se l'aficionado era maschio) o “Non ti devi perdere il Belmondo” (se si trattava viceversa di una femmina) “prossimamente su questi schermi”
“Grazie compagno. Ti pagherò un caffè!”
“Figurati, compagno!”
O, trattandosi di una ragazza, e incurante della mancanza delle tilde sulla tastiera ancora in mente Dei del mio lap top:
“Lo offro io a te, companera!”
Agli italiani di quei tempi, piaceva infatti la via caraibica al comunismo, molto più di quella originaria, e la foto del Che, trafugata dal compagno Feltrinelli, stava diventando l'emblema di un impegno politico gioioso e caciarone .
Il compagno entrato a sbafo a godersi “Bandolero!” dava la dritta a un altro compagno che a sua volta... e presto i gestori del cinema Puccini, ossia l'azienda di soggiorno, si accorsero che le entrate stavano paurosamente calando. Chiamato a risponderne, il compagno Enrico C. confessò la sua debolezza e si offrì a risarcire l'Azienda, ma non se ne fece niente, e i compagni, o, più spesso le companere, sempre prive di tilda, seguitarono ad approfittare, ma con màs moderaciòn, del grande cuore del compagno maschera.
Lui, intanto, non lo sapeva, ma questi furono gli anni più felici della sua vita. Provvisto di una bella famiglia, forse un pochettino dysfunctional causa le inclinazioni venatorie del pater familias, ma questa per lui era la norma, e per la Ida pure, padre orgoglioso di due bei ragazzi sanissimi, baldanzoso gallo nel pollaio nelle lunghe e assolate estati di quei tempi, e figura di prua del cinema Puccini all'imbrunire della stagione, membro di un partito amico fraterno dell'Unione Sovietica, la quale aveva mandato nello spazio infinito, dopo il bellissimo Gagarin, la simpatica cagnetta Laika e una bella donna di nome Valentina (in cuor suo il compagno preferiva però Raquel Welch), Enrico C. era allora all'apice della sua esistenza. Fumava come un turco, è vero, ma senza consapevolezza del rischio: perché una sigaretta in bocca a un maschio è un altro di quei segnali che le donne capiscono al volo; perché gli piaceva fumare e che, dopo tutto, non si vive che una volta sola.
Faceva l'amore alla moglie e a tutte quelle che gli piacevano e alle quali lui piaceva, senza peraltro considerarsi un mandrillo (allora non si era mai visto in tivù il bonobo). La domenica mattina, con un pacco di “L'Unità” sottobraccio, misurava a passi lenti il Corso, e si fermava a scambiare battute con compagni professori o companeras sempre prive di tilda ma viceversa provviste di diplomi, alcune addirittura di lauree. Se bellocce, ci scappava talora un caffettino al Mic Mac, con scambio di sguardi, e lettura estemporanea di manina.
“Ma sai anche leggere le linee della mano, Enrico?”.
“Son poche le cose che so fare, ma quelle che faccio, le faccio molto bene” (sguardo significativo).
“M'interessa la linea del cuore” squittiva la civetta.
Al ché Enrico, aggrottando le ciglia, concentratissimo:
“Vedo un uomo, un uomo... che si sta innamorando di te”.
“E com'è? Non mi dire che porta una coppola in testa e un pacco di giornali sottobraccio!”
“Te lo dico invece, anzi, è la linea del cuore a dirtelo”
A quel punto, sopraggiungeva il piccolo Palmiro e, aggrappandosi al braccio del cascamorto: “Papà, la mamma fra un minuto butta la pasta!”
Nel sentire la parola “pasta”, Enrico C. si staccava con un lieve imbarazzo dalla companera, e puntava velocissimo verso casa, con i succhi gastrici già in pieno fermento e affidando al piccolo Palmiro, che gli trotterellava dietro, i numeri invenduti dell'”Unità”.
Passarono gli anni, gli Anni di Piombo vennero ricoperti da quelli limacciosi del Riflusso e delle televisioni dette “libere”. A Merano un cinema dopo l'altro dovette abbassare la saracinesca. Anche il Partito dovette chiudere, cambiare nome e trasformarsi in una multisala in cui venivano proiettate versioni diverse della stessa storia.
Quando crollò il muro di Berlino, il compagno Enrico sentì che il mondo non sarebbe più stato quello di prima. Nemmeno a lui del resto pareva di essere quello di prima. Sulla pelata gli era apparsa una macchia colore caffè, niente di grave, lo rassicurò il dermatologo, ma la sua immagine gliene parve seriamente deturpata. A un certo punto, la Ida s'invaghì della figura di Pannella e lui la dovette accompagnare a un incontro con la cittadinanza di colui che il compagno Pajetta aveva definito tout court “un coglione”.
In quella saletta del Pavillon des Fleurs che conosceva così bene, avendone curato per anni la manutenzione, il compagno Enrico C., di fronte all'Imbavagliato dagli Occhi Spiritati, si vergognava peggio di un ladro. Ma la moglie ormai aveva preso le redini della famiglia e lui, seppure di contraggenio, si lasciava guidare. Del resto la politica gli era diventata antipatica, e più della politica, parola di cui non avrebbe saputo dare una definizione convincente, tutti coloro che in Italia ci grufolavano dentro, come maiali nel brago.
Non certo i compagni, cioè, non i compagni di una volta, per quanto... mah... chi lo sapeva? Non si era più sicuri di niente.
Yuri e Palmiro si sposarono a breve distanza l'uno dall'altro: Yuri al Comune con una ragazza tirolese, bellina a detta di Enrico C., ma che stava un po' troppo sulle sue. Si capisce, era parrucchiera, aveva a che fare tutto il giorno con signore di un certo rango cui forse aspirava a somigliare. I suoceri per lei erano senz'altro delle brave persone per quanto, come dire?... un po' troppo rustiche per i suoi gusti, e preferiva mantenere con loro una certa distanza. Palmiro invece dovette sposarsi in chiesa essendo la famiglia della fidanzata originaria di Bovolone (provincia di Verona).
Le scarpe comprate per l'occasione parvero a Enrico eccessivamente strette, e la cerimonia del matrimonio eccessivamente lunga, mentre la Ida era contenta: stava tornando ai riti e alle emozioni dell'infanzia.
La sposa veneta decidette di chiamare il marito Palmy, e solo i di lui genitori fecero fatica ad adattarsi a questa strana appellazione. Quando Palmiro veniva - raramente - a trovare i suoi da solo, Enrico C. lo chiamava come l'aveva chiamato ventisette anni prima, in onore del “Migliore”, ma quando il figlio era in compagnia della moglie, pavidamente lo chiamava Palmy, e questo lo umiliava e lo faceva sentire sminuito dall'età.
“Non chiamarlo Palmy se non ti va” gli diceva la Ida, “oppure mettici una “i” italiana, non greca”.
“Le nuore” rispondeva il compagno C. “è meglio tenersele buone. Comandano loro adesso.”
Quella moglie veneta del figlio, un po' grassa (ma non nei punti giusti) non piaceva a Enrico, e non capiva proprio come Palmiro/Palmy (o Palmi) avesse potuto innamorarsi di lei. Tanto più che non era incinta e quindi non si trattava di un matrimonio riparatore. Anzi, a un anno dalle nozze, i due non erano riusciti a dargli un nipotino, mentre la Erika, con tutta la sua puzzetta sotto il nasino, questo regalo almeno glielo aveva fatto, e siccome doveva lavorare, a Enrico C. e alla Ida la piccola Nicole venne affidata fino al Kindergarten e alle elementari.
Quella per Enrico C. non era certo la felicità degli anni settanta, anni della virilità trionfante e del Partito al 33%. Era si poteva dire una felicità di rimbalzo, non una felicità in prima persona o, come si dice ora, “da protagonista”, ma era pur sempre felicità, e per non rischiare di affumicare la piccina, Enrico C. smise per amore suo di fumare.
Così, di botto, da un giorno all'altro.
Del resto l'argomento del surmenage non reggeva più. Lo aveva sempre tirato in ballo a chi lo avvisava dei pericoli del fumo, ma ormai apparteneva alla categoria dei pensionati. Si sentiva spesso stracco, gli venivano certe paure che prima aveva scacciate con una scrollata di spalle, ma di surmenage, di stress, non si poteva proprio parlare. Per fortuna che la Erika aveva affidato Nicole ai suoceri, e non ai propri genitori, i quali vivevano, bisogna dirlo, in fondo in fondo alla val Badia, nel cuore di ghiaccio del più tenebroso Südtirol. Per fortuna anche che la prima nipote fosse una femminuccia, così piccolina, con delle manine e dei piedini cosi piccolini e perfetti. Enrico C. stravedeva per i piedini della nipotina, li baciava e ribaciava come quella volta al camping, tanti anni prima, aveva baciato il tatuaggio della signora ebrea, ma con un sentimento così appassionato da farlo talora vergognare di se stesso. Che stesse magari rincoglionendo?
E se la Nicole fosse stata invece un Kevin o un Jonathan? A un Kevin o a un Jonathan, avrebbe baciato con tanta passione i piedini?
Negli ultimi anni del secolo, Enrico C. cominciò a perdere i denti. “Colpa delle sigarette” sentenziò la Ida. Due premolari a destra e un molare a sinistra. Quasi quasi il buco non si vedeva. Bastava non sorridere a piena bocca, come facevano tutti in televisione. Del resto c'era poco da sorridere, e ancora meno da ridere. Nicole si stava facendo grande e non voleva più essere accompagnata a scuola dal nonno.
La Erika, spiegandolo a Enrico, lo buttò sul fatto generazionale: che i ragazzini di oggi vogliono sembrare più maturi dei loro anni e che la figura del nonno poteva ancora andare bene, ma tra le mura domestiche e magari con un regalino a mo' di esca. Il regalino non era mai quello giusto, e presto fu sostituito da sostanziose banconote. Così ti compri quello che piace a te, grazie nonno, grazie nonna, ci vediamo!
Ci vediamo, forse, ma non alle partite di pallavolo, sport nel quale la Nicole, cresciutissima, eccelleva tanto da entrare a fare parte in qualità di schiacciatrice della squadra Juniores dell'Alto Adige. Quando i match si svolgevano a Merano, Enrico C. era il primo ad arrivare in palestra, l'ultimo a uscirne, orgoglioso di questa campionessa così bella, slanciata, bionda, che ai nonni somigliava così poco, un tipo di donna che, trent'anni prima.... ma lasciamo perdere!
Una sera la Erika venne a trovare i suoceri in casa.
La cosa era insolita e Enrico se ne inquietò. Che non andassero più d'accordo, Yuri e la moglie? Che stessero per dividersi? I matrimoni oggi non erano più quelli di una volta, le donne ormai lavoravano, erano indipendenti e se Yuri per caso avesse fatto una cazzata...
Nulla di tutto ciò.
“La Nicole preferisce che lei non vada più in palestra quando gioca la sua squadra”
La voce di Erika, con il “Lei” di messa a distanza e tutte queste “r” gutturaloidi, parve a Enrico C. più fredda del solito.
“Ma perché?”
“Sa come sono fatti i bambini, si vergognano di sentirsi sorvegliati”
“Ma Nicole non è più una bambina, e io non vado lì a sorvegliarla, faccio solo il tifo per lei e la sua squadra!”
“Così lei mi ha chiesto di dirle, e così io le dico. Mi dispiace”
Dispiacque anche a Enrico C.
Gli dispiacque immensamente. Anzi, ci rimase malissimo. Sapeva già da tempo di non essere più appetibile alle donne. Ma essere snobbato, addirittura rinnegato dalla propria nipotina! Sangue del sangue suo, alla quale aveva baciato mille volte i piedini e poi regalato le sue prime scarpette (una somma!). Che fosse la dentatura un tantinello feudale del nonno (merlatura guelfa) a farla vergognare? oppure i suoi giacconi comprati per poche lire allo straccivendolo (ora second-hand shop) di via Andreas Hofer? A Enrico venne il sospetto che se avesse accompagnato la nipote in Suv e si fosse poi seduto sui gradini della palestra chiuso fino al collo in un giubbotto di Missoni, la Erika non sarebbe stata incaricata di questa infelice ambasciata.
"Aveva ragione Lenin", comunicò sottovoce al proprio riflesso nello specchio dell'ingresso.
Enrico C. non era mai corso dietro alle donne, le aveva corteggiate, conquistate, amate, e quando la storia era finita, la sofferenza ne aveva accompagnato per un po' la conclusione con una scia di malinconia. Un sentimento non sgradevole, la malinconia, e che un poeta d'Oltralpe, sconosciuto peraltro al compagno C., aveva definito: le bonheur d'être triste.
Quella felicità di sentirsi triste, Enrico C. era ben lontano dal provarla allorché la porta di casa si fu richiusa alle spalle della Erika, i cui tacchi si allontanavano, tak tak tak!, giù per le scale di casa C. Tacchi senza cuore, tacchi da infermiera assassina.
Ma doveva proprio andarsela a prendere in fondo alla val Badia!... Non poteva sposarsi una brava ragazza italiana? Devota alla famiglia come lo era stata la Ida? Gli venne in mente la moglie di Palmiro/Palmy, quella cicciona incapace di figliare. No, erano le ragazze di oggi nel loro insieme che non valevano una cicca. Del resto Palmiro ne era ormai stufo, della cicciona, pensava addirittura di separarsi. Ne aveva forse un'altra? E chi lo sapeva? Si era alzato ormai, tra padri e figli, un muro di silenzio, peggio assai del muro di Berlino, e che i giornali attribuivano, come tanti altri fenomeni del tempo, a “un Difetto di Comunicazione Interna”.
Il chirurgo ti taglia la gamba destra invece della sinistra? Difetto di Comunicazione Interna.
Ti mandano la cartella esattoriale di un allevatore di suini olandesi?
Difetto di Comunicazione Interna.
Ad ogni modo l'unica cosa che lui, Enrico, non avrebbe accettata, era di comprarsi un nuovo paio di scarpe per un eventuale nuovo matrimonio del figlio. Questa volta nein danke! con i calli che si ritrovava, e un altro paio di denti staccatisi sul più bello (primo morso, una volta demolitore, in un panino con mortadella).
Palmiro intanto si era iscritto ad Alleanza Nazionale, di cui divenne a Merano uno degli attivisti più in vista. Non che fosse fascista, nel senso che una volta il padre dava al nome (No pasaran!), ma si sentiva discriminato, forse anche umiliato da un gruppo etnico che in Italia costituiva, sì, una minoranza, ma in Alto Adige, era viceversa una maggioranza schiacciante e per niente silenziosa, tutt'altro... parlavano solo loro, e gli italiani che a loro si associavano lo facevano solo per convenienza, e se non per una poltrona, almeno per uno strapuntino, anche piccolo piccolo, pur di essere accolti nella Grande Greppia e ricevere qua e là una bricioletta.
Quando, a sostenere un candidato alle Municipali, l'onorevole Fini venne a tenere un comizio nella nostra cittadina, Palm (oramai era caduta anche la “y”) dirigeva la squadra che montò il palco sulla piazza del Grano. L'eloquenza del politico lo travolse. Generava una corrente di energia che non aveva mai prima sentita e che la televisione smorzava di molto. “Energia” e “Vibrazioni” divennero due parole fondamentali nel lessico (scarso) di Palmiro.
Un fascista all'antica, come ai tempi del padre, Palm sapeva di non essere: le camicie nere, l'olio di ricino, le esercitazioni ginniche con piramide finale, tutta quelle puttanate mussoliniane gli sembrava ridicole, definitivamente superate, out, prive della benché minima vibrazione.
Ma a Enrico C., la cui tessera (n° 25.639) di iscrizione al PCI giaceva ormai da anni in fondo a un cassetto, la militanza del figlio in un partito che, malgrado i dinieghi, si rifaceva a un' ideologia che lo Spirito del Tempo, nella sua giovinezza, gli aveva insegnato ad esecrare, questa militanza (dicevo) apparve come un ulteriore sconfessione della figura paterna.
L'indomani del passaggio a Merano dell'onorevole Fini, Ida ebbe il suo primo infarto. Era sempre stata una buona forchetta e, fatalista di natura, lo stile di vita raccomandatole dal dottore non venne nemmeno preso in considerazione. Uscita dall'ospedale, andò a comprare in un negozio di oggetti d'arte un piatto di ceramica di Nove, con Cristo in croce, pie donne in lacrime, e sullo sfondo il ponte di Bassano, caro agli Alpini. Il bordino arricciolato del piatto, le roselline bianche e gialle che vi erano state applicate, la presenza tra le pie donne di una pupattola in ginocchio (di chiara scuola veneta), tutto ciò conferiva alla triste scena un che di dolce e di carezzevole.
E questo fu l'unico sforzo fatto dalla Ida sulla strada della riabilitazione.
Al secondo infarto, le toccò però rimanere chiusa in casa giacché la gamba sinistra rifiutava di compiere il dovere suo. Ma non era il caso di fare troppe storie. Alla Ida non era mai piaciuto camminare e non andava in montagna se non nella macchina di Erika, assieme al marito, i figli, la nuore e la nipotina, per il pranzo di Capodanno. Dopo il dolce, il caffettino e l'amaro della casa, e fatta la foto di gruppo sulla terrazza dell'albergo, si ristipavano in sette nella Punto della Erika e tornavano a valle.
Dal secondo infarto al terzo, Ida dovette essere aiutata a salire i gradini del Haflingerhof, e dopo il terzo, l'operazione si fece in sedia a rotelle. Ma la mangiata stava perdendo la sua allegria e solo la parte destra della faccia di Ida partecipava alla festa.
Nicole non c'era mai. Ogni domenica andava a sciare assieme alle compagne di squadra in val Senales e neanche per il primo giorno dell'anno ammetteva un' eccezione alla regola. Una vera campionessa, una che non guardava in faccia nessuno quando si trattava di curare il fisico e migliorare le proprie prestazioni.
E a scuola?
A scuola andava benissimo, secondo la Erika, 8 in tutte le materie, fuorché in italiano, ma ora la professoressa le aveva dato da leggere “Il Visconte Dimezzato” e ci si trovava abbastanza bene.
“Che cosa racconta?”
“Mah... parla di un tizio che è tagliato in due dai Turchi”
“Dai Turchi? e come mai?”
“Mah... durante una battaglia credo”
“E muore?”
“No.. cioè.. una metà, quella cattiva, torna al paese e si comporta malissimo, uccide l'uccellino del padre”
“Uccide l'uccellino del padre!”
“Sì, e lui ci rimane malissimo. Anzi, muore”
“E ci credo”
Dopodiché la Nicole raccontava della Scissione dell'Uomo Contemporaneo e di quella della Figura dell'Intellettuale nel Dopoguerra. Citava anche il Realismo a Carica Fiabesca e la Fiaba a Carica Realistica.
Talvolta la Guerra Fredda.
“E ti è piaciuto questo visconte, Nicoletta?”
“Abbastanza”.
Dopo essere andato in pensione e finché Nicole ebbe bisogno dei nonni, Enrico C. una volta l’anno si faceva fare le analisi all’ospedale. Voleva stare in forma il più a lungo possibile per accompagnare la nipote nella sua crescita. I denti no, costava troppo, aveva fatto fare un preventivo da uno dei più scalcagnati cavadenti del Burgraviato, e gli sembrava che spendere tanti soldi per denti che dovevano durargli…. quanto? altri dieci, massimo quindici anni? E poi essere sepolti assieme a lui, perdere lo smalto sottoterra, no, veramente, non ne valeva la pena.
“Ma Enrico le dentiere le fanno proprio per i vecchi, non per i bambini dell'asilo”
“Per i vecchi ricconi, forse... e poi a me non piace stare per ore con le fauci spalancate, e magari una bella ragazza che mi risucchia la bava col catetere o mi ficca un tampax in bocca”.
Niente cure dentarie dunque, e dopo un po' niente più analisi: rimanere una mattinata intera chiuso in sala d'attesa, assieme a una buona ventina di vecchi biliosi che si guardano in cagnesco, nel terrore che uno di loro cerchi di far la furbata e passare prima degli altri... Nein Danke! Gli veniva il soffoco, a Enrico, e anche il magone. Se questa era la vecchiaia, Nein Danke! Non era il caso di prolungarla con pillole e operazioni.
Allorché il quarto infarto ebbe ragione della fortissima fibra della Ida, la prostrazione e il senso di offesa di Enrico si aggravarono tanto da mandarlo alla deriva su e giù il Lungopassirio. A lui non era mai piaciuto starsene seduto per ore assieme ad altri pensionati sulle panchine della Promenade. Sentiva di non appartenere alla categoria, li trovava brutti, triviali e meschini. Sedeva, quando sedeva con loro, sul bordo estremo della panchina, pronto ad alzarsi non appena avesse avvistato uno dei compagni o delle companeras che, un tempo, erano così spesso entrati a sbafo al Puccini, o a fare il bagno al camping. Però nessuno degli ex compagni e delle ex companeras si vedeva mai sulle passeggiate, o erano anch'essi così mutati da non potersi riconoscere.
“Io con i vecchi non lego. Me la sono sempre fatta con dei giovani, mai con gente della mia età o addirittura più vecchia. Questi non fanno che raccontare dei loro acciacchi...e io mi dovrò operare dell'anca!... e non riesco a andare di corpo neanche con la senna... e la moglie mi russa da far tremare il letto... che palle!”
Il vecchio signor Martini, il cui fratello più giovane era stato ucciso da certi tirolesi impazziti nella giornata del 30 aprile 1945, era il solo vecchio di cui Enrico sopportasse la compagnia. Di temperamento allegro e fiducioso, sempre chiuso in un pastrano dalle maniche troppo lunghe, il signor Martini era il tipo perfetto del vecchio democristiano birbone e pieno di spirito. Sapeva tante storie su Merano, peccato però che raccontasse sempre le stesse. Ma a Enrico piaceva la sua presenza, e l'indistinto ronron delle sue evocazioni gli dava un po' di conforto.
La vita per il vecchio signor Martini era una lunga storia passata fitta di episodi una volta forse tragici ma diventati col tempo tragicomici e che, a raccontarli oggi, gli facevano venire lo stranguglione dal ridere. Perfino la morte del fratello, perfino la follia omicida dei Tedeschi in rotta. E pensare che aveva otto anni più di Enrico, la moglie mezza cieca a casa, una figlia che stava a Roma e non si faceva vedere che a ogni morte di Papa.
“Ha anche dei nipoti signor Martini?”
“Mi par di sì” rideva il vecchio, “Un maschio e una femmina.. Ah no, scusate, sto sbagliando: una femmina e un maschio. A meno che...”
Enrico lo fissava severo e faceva il gesto di mollargli un ceffone. E al vecchio signor Martini veniva veniva un accesso di tosse dal ridere, mentre Enrico, per star al gioco, seguitava a fulminarlo con lo sguardo, crollando la testa, come si fa di un impunito.
Ma l'allegria era tutta da una parte.
Dal sette al nove giugno dell'anno scorso, venne organizzata nella nostra cittadina la prima prova di Coppa del mondo di Paracycling. Il paracycling, a dispetto dell'elemento comune “para”, il quale esprime l'idea di “protezione contro”, non ha nulla a che vedere col paracadutismo, il parapioggia o il paraurti. Non protegge cioè contro il ciclismo o, meglio, contro i ciclisti, quei poverini che insistono a spostarsi a piedi: si tratta in fatti di uno sport praticato da paralitici o, più in genere, da portatori di handicap: in massima parte ciechi e unijambisti (vocabolo introdotto nella lingua francese nel 1914). I ciechi in tandem, dietro a un vedente, i paralitici o mutilati lungo distesi come in un bob, pedalando vigorosamente con le braccia.
Gli eventi essendo a Merano piuttosto rari, il sette giugno di prima mattina, il vecchio signor Martini e Enrico stavano sul corso Libertà dove si svolgevano le operazioni di controllo prima della partenza. Enrico osservava i disabili, e malgrado il sorriso che trionfava su tutte le facce, sentiva lo stesso un po' di tristezza.
Questa tristezza non gli veniva però dal pensiero che uomini giovani fossero stati così barbaramente mutilati o vittime di sciagure spaventose quale la cecità. Nasceva piuttosto dal sentimento che lui, Enrico C., che aveva assistito un tempo a innumerevoli passaggi in regione del Giro d'Italia e (apoteosi) alla prima clamorosa vittoria di Pantani, sceso come un razzo dal passo Giovo a tagliare il traguardo meranese proprio sotto i suoi occhi, il 5 giugno del '94, che lui dunque, Enrico C. doveva ormai accontentarsi di vedere correre atleti con arti artificiali e un' esultanza, nella vittoria, che gli sembrava altrettanto artificiale e gli dava addirittura una punta di fastidio.
La disgrazia era disgrazia, e lui ormai, per colpa dell'età, non aveva più diritto a Pantani, ma a un poverino privo di braccia o gambe, e ricoperto per intero da patacche pubblicitarie.
Al vecchio Martini invece lo spettacolo piaceva, come piaceva la Festa dell'Uva, il raduno degli Alpini, quello degli Schützen, o la sfilata dei cavalli di Avelengo per le vie della città nel giorno di Pasquetta.
Sul percorso della gara erano state allestite varie bancarelle di frutta o dolci e alcuni baracchini dove si poteva bere in allegra compagnia.
“Andiamo, dai!”
E Enrico diede alla giacca del vecchio Martini una strattonata.
“Dove?”
“Ho visto laggiù delle belle golden a un euro e 20. Quasi quasi mi faccio uno strudel per questa sera.”
La parola “sera” fu l'ultima pronunciata dal compagno Enrico C. in quest'universo terreno.
Senza un grido stramazzò a terra e la testa sua andò a sbattere contro l'orlo del marciapiede.
“Stai attento, Enrico!” esclamò il vecchio Martini, come si fa in genere, a cose fatte, con i piccoli.
Ma l'attenzione di Enrico non era più raggiungibile. Il suo corpo rimaneva immobile, le braccia stranamente aderenti ai fianchi, e solo la macchia color caffè della sua pelata luccicava per il sudore. La gente intanto si stava radunando intorno al giacente come sul molo di un porticciolo quando viene scaricato un tonno. Nessuno tra i curiosi lo conosceva. Mentre l'ambulanza si lanciava urlante per strada, un tedesco, forse medico, si accovacciò addosso a Enrico e gli schiacciò ripetutamente il petto come una lavandaia imbestialita.
Il vecchio signor Martini ebbe l'impressione, con un attimo di terrore retrospettivo, che il tedesco volesse rompergli le costole, sfondargli il torace, a Enrico, vendicarsi su di lui della disfatta nazista.
“Lasci stare!”
La fioca voce senile fu sopraffatta dalle urla isteriche dell'ambulanza in arrivo. Due lagunari saltarono a terra, il tonno venne agguantato, deposto in barella, accartocciato in oro e spinto senza tanti complimenti nel forno. “Attenti! Si è rotto!” gridò il vecchio Martini, ma l'ambulanza già ripartiva sgommando e si poté seguire il percorso dell'allucinata sirena lungo la via delle Corse e fino alla porta Venosta. Da lì in poi il suo stridore si perse nel rumoreggiare confuso della città in festa.
Il vecchio signor Martini aveva una strana abitudine. Quella di ritagliare dall’Alto Adige gli annunci funebri di persone di Merano che aveva conosciute, dieci, venti o settant'anni prima. Il ritaglio veniva poi infilato in una busta di plastica, custodita assieme ad altre decine in un raccoglitore di color viola sulla cui copertina aveva scritto in elegante grafia: “I Miei Amici”.
Il numero dei suoi amici, non poté fare a meno di notare il vecchio signor Martini di ritorno dal funerale di Enrico, si stava paurosamente infittendo. Ossia dei suoi amici di lassù (e alzò gli occhi fanciulleschi al cielo), mentre degli amici di quaggiù Enrico sembrava proprio essere stato l'ultimo.
D'improvviso il signor Martini sentì che la vecchiaia lo aveva raggiunto. Chiuse il raccoglitore e chiamò la moglie.
“Che c'è?”
“Non potresti preparare uno strudelino, uno di questi giorni?”
“Ma lo sai che non devi mangiare dolci”
“Non lo mangio per me, ma per un mio amico”.