sabato 15 agosto 2026

I cocci aguzzi di bottiglia

Adriano Sofri
Piccola posta

Il Foglio, 15 agosto 2026

Alessandra Ginzburg è morta l’11 agosto, è stata un’educatrice, una psicoanalista e una studiosa di letteratura.l’ho conosciuta quando avevo quasi sedici anni, e lei quasi quindici. Eravamo allo stesso liceo romano, il Virgilio. E’ di qua dal Tevere, di fronte a Regina Coeli, dove Leone, suo padre, era stato ucciso. Erano alunni del Virgilio anche i suoi fratelli maggiori, Carlo e Andrea, e fra poco la mia sorella minore, Stella. Alessandra e io non eravamo nella stessa sezione, ma ci capitò di fare amicizia, la scuola allora era un ambiente raccolto, le voci correvano. Mi introdusse in casa sua, conobbi allora Natalia, i cui scritti erano prediletti da mia madre. Più tardi avrei ritrovato Alessandra a Pisa, dove era venuta a vivere e a studiare, e infine, dopo una lunga interruzione, a Bologna, perché Carlo moriva, due mesi fa.

Avevo un debito con lei, rimasto chiaro nella mia memoria. Un giorno che passeggiavamo, all’uscita da scuola, sul tratto di Lungotevere che va a Ponte Sisto, Alessandra mi chiese se conoscessi il Montale di Meriggiare pallido e assorto: non lo conoscevo. Allora me lo recitò, fino alla fine, “E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".
Nella mia infanzia, e per molto tempo ancora, i cocci aguzzi di bottiglia erano dappertutto, e al confronto con la pubblicità criminale dei sistemi antifurto di oggi sembrano belli e perduti. Ma quei versi, la vita una muraglia e in cima i cocci aguzzi di bottiglia, mi diedero una specie di entusiasmo. Sono contento di averglielo detto, quasi settant'anni dopo. 


L'apparenza del sistema bloccato


Il testo sembra presupporre che la crisi abbia trovato un suo punto di equilibrio nel blocco del cambiamento. In realtà il sistema per quanto reso rigido dai veti incrociati sta rivelando impensabili doti di flessibilità. Ha già prodotto una destra aperta al riconoscimento di una realtà nuova, dal ruolo dell'Europa al rapporto con la tradizione democratica del Paese negli ultimi ottant'anni. La sinistra tarda a entrare in sintonia con le opportunità offerte dalla situazione stessa del Paese. Ma non si vede perché la previsione si debba basare solo sulla sottolineatura dei fattori negativi.

L’autore guarda all'immobilismo formale delle riforme istituzionali mentre trascura la dinamicità sostanziale dell'evoluzione politica. Se i testi costituzionali rimangono rigidi a causa dei veti incrociati, gli attori politici dimostrano una notevole capacità di adattamento e pragmatismo.L'evoluzione dei due poli principali evidenzia questo dinamismo.
La metamorfosi della destra: Il passaggio da posizioni storicamente euroscettiche o di rottura a una postura di governo pienamente inserita nelle coordinate delle istituzioni europee ed atlantiche dimostra che il sistema esercita una forte spinta alla moderazione e al realismo politico.
Le sfide della sinistra: Il ritardo nel cogliere le nuove opportunità non è necessariamente un blocco permanente, ma la ricerca di una nuova identità in un panorama in cui i vecchi confini ideologici si sono ridefiniti.
Questa flessibilità suggerisce che il sistema politico italiano non sia semplicemente "bloccato", ma che trovi la sua stabilità proprio nella capacità di assorbire e normalizzare le spinte radicali, trasformandole in forze di governo. La focalizzazione dell'editoriale sui soli fattori negativi rischia quindi di confondere la difficoltà di cambiare le regole scritte con l'effettiva capacità del sistema di evolversi nella prassi. 

Giovanni Orsina
Un sistema politico che non regge le sfide del mondo

La Stampa, 15 agosto 2026

Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé.

Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale.

Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi.

Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile.

Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati.

Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento.

Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne. 

Dariya Derkach, oltre la paura

Giulia Zonca
Dariya Derkach: "Ci sarà sempre qualcuno per cui non sono italiana. È il mio Paese, mi ha nutrita"

La Stampa, 15 agosto 2026

Con l’oro in tasca Dariya Derkach ritrova finalmente il ritmo della propria vita. Prima nel salto triplo agli Europei a 33 anni, con il personale di 14,60 metri: «Una medaglia ricca, pesante. C’è dentro il viaggio».

A 8 anni, con un cappotto rosso, partiva su un autobus da Vinnytsia, in Ucraina, dove è nata. Ora è avvolta in una bandiera tricolore. Si chiude un cerchio?

«Ricordo un proverbio che dice: c’è la terra che ti dà la nascita ma è la patria che ti sfama. Ecco, la nazionalità è proprio questo».

Serve pure l’opportunità di averla. Oggi in Italia c’è la voce di Vannacci, la richiesta di chiudere le frontiere con la Spagna per i migranti che tentano di attraversare il confine a Ceuta.

«I discorsi sulle frontiere non sono mai un punto di partenza e quelli sulla rappresentanza meritano serietà. Prendo me stessa. Ci sarà sempre qualcuno per cui non sarò mai del tutto italiana. Vivo in Italia da 26 anni, è il Paese che mi ha dato un’istruzione, mi ha nutrita, mi ha regalato ogni possibilità, è il Paese per cui ho vinto l’oro».

È stata una bimba predestinata che poi ha inseguito le promesse per decenni, quanto hanno pesato l’aspettativa e l’attesa della cittadinanza?

«Vedere tutte le gare giovanili in tv da primatista di salto in lungo e salto triplo è stata dura. Ero consapevole che l’atletica vera era l’altra, quella dei grandi. Forse ho aspettato un po’ troppo per diventare grande».

Ha perso gli anni di solito dedicati all’esperienza.

«Mi ha penalizzato passare dalle gare regionali a quelle internazionali senza nulla in mezzo. Il giorno prima le rivali erano gigantesse in tv e il giorno dopo mie pari in pedana. Non tornavano le proporzioni: mi bloccavo. È passata solo dopo la medaglia indoor nel 2023. Prima avevo la sindrome dell’impostore. Dopo ho visto le occasioni perse».

La più dolorosa?

«Europei 2016, ad Amsterdam: ero in forma e ancora non pronta. Un salto nullo che sarebbe stato la svolta mi ha tolto ogni forza. A Birmingham niente mi avrebbe spiazzata, ho passato tre giorni a calcolare il vento in ogni direzione».

La vittoria restituisce la fatica di decenni?

«Se penso al passato mi sembra assurdo, ma l’ho vissuto giorno per giorno, non vedevo la trama. Anche nel calvario delle tre operazioni ai tendini... ho reagito. Non mi rendevo neppure conto di quanto la situazione fosse grave e guardando indietro dico: cavolo».

Guardando in basso vede due caviglie martoriate.

«Le cicatrici stanno insieme alla medaglia, un tutt’uno».

Ha avuto mai voglia di mollare?

«No, ma nel 2018-2019 non sapevo come continuare. Avevo problemi di peso, ero persa e confusa. Eppure, come sempre, come oggi: la voglia era integra. Ho vissuto per l’atletica, unico pensiero dominante. In quelle stagioni depresse in cui ho saltato 12 metri e sono arrivata a pesare 60 chili, con il fisico sballato, era tutto storto. Anche psicologicamente, assalita dagli attacchi di panico: era ora di cambiare e non ne avevo il coraggio. Poi ho imboccato la strada giusta».

Allora l’allenava suo padre, ex decatleta che oggi lavora con la nazionale cinese.

«Quando le cose vanno bene in famiglia si amplifica la condivisione, quando vanno male è un inferno».

A un certo punto della carriera consiglia un cambio ai tanti colleghi che si allenano con i parenti?

«Se ci sono i risultati è giusto andare avanti, se le cose iniziano a non girare però quella è una condizione in cui si peggiora ed è tempo che non ti restituisce nessuno».

Se questo oro fosse arrivato 10 anni fa, come da pronostico, lei sarebbe diventata la faccia dell’atletica italiana?

«Di sicuro: eravamo pochi a valere le finali. Ricordo l’investitura e anche la tensione per sto passaporto. Tempi previsti dalla legge: 12 anni di limbo, sono tanti, ma l’iter era quello. Una volta indossata la maglia azzurra le controprestazioni mi hanno segnato. Ho patito».

In che senso?

«Quando ho raggiunto la prima medaglia, tre anni fa, ero così abituata al senso di colpa che il giorno dopo il podio guardavo Larissa Iapichino in pedana e pensavo: che fortuna, se la può giocare. Mi ero scordata del mio argento. Ho detto: oddio Dariya calmati, butta sta pressione. Non essere all’altezza dell’idea che si aveva di me ha condizionato il percorso».

Ora l’Italia è in stato di grazia. Non passa giorno senza medaglie.

«Pazzesco. Eravamo davvero indietro nel 2013, non eravamo competitivi e questo exploit della nostra atletica ha spostato la consapevolezza e alzato il livello».

Sara Curtis, record del mondo a ripetizione nel nuoto, supernova dell’estate. La guarda e che cosa pensa?

«Spettacolare. Fa parte di una generazione che ha la stessa nostra voglia di fare, ma un entusiasmo diverso. Vale soprattutto per le ragazze».

Perché?

«Noi eravamo spaventate, chiuse, problematiche. Loro osano».

Lei è salita su un bus per lasciare casa a 8 anni.

«Mi vantavo con le amiche di andare in Italia. Non ero consapevole».

Dicono di lei che ha una sopportazione fuori soglia. Non sarà che questa attitudine alla resistenza l’ha danneggiata?

«Di certo. Mi lamentavo quando era già tardi, però il disastro dopo le operazioni ai tendini mi ha messo le antenne. Ora se c’è qualche cosa che non va mi fermo. Non solo per i fastidi fisici».

Che rapporto ha con l’età? Nella telecronaca Rai i suoi 33 anni sono stati sottolineati parecchio.

«È normale, il tempo va. Io penso anche al dopo carriera. Vorrei stare nello sport, non più in pista: calpesto il tartan da che sono nata. Vedremo dopo le Olimpiadi».

È previsto un trasferimento a Torino.

«L’idea è quella. È la città del mio allenatore Alessandro Nocera e mi convince. Dopo tanti anni a Formia a inseguire la tranquillità, vorrei vibrazioni diverse e un posto dove curare il fisico con una supervisione accurata».

Che cosa le ha detto sua madre dopo il successo?

«Che il mio cane Cesare le si è seduto davanti a guardarmi in tv e non si è più mosso. È lui che ha raccolto tutte le mie confidenze».

Le sirene

Odissea 
libro XII, l'episodio delle sirene (versi 166-200)

traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, Milano 2015 

165 Dicendo così io spiegavo ogni cosa ai compagni:

intanto la solida nave rapidamente arrivò

all’isola delle Sirene: la spingeva un vento propizio.

Subito dopo il vento cessò, successe una calma

senza bava di vento, un dio assopiva le onde.

170 I compagni, levatisi e piegate le vele,

le deposero nella nave ben cava e postisi

ai remi imbiancavano l’acqua con gli abeti piallati.

Io invece, tagliato col bronzo aguzzo un grande

disco di cera a pezzetti, li premevo con le mani robuste.

175 Subito la cera cedette, sollecitata dalla gran forza

e dal raggio del Sole, del signore Iperionide:

la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni, uno a uno.

Essi poi mi legarono per le mani ed i piedi

ritto sulla scassa dell’albero, ad esso eran strette le funi,

180 e sedutisi battevano l’acqua canuta coi remi.

Ma appena distammo quanto basta per sentire chi grida,

benché noi corressimo, non sfuggì ad esse la nave veloce

che s’appressava e intonarono un limpido canto:

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,

185 e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.

Perché noi conosciamo le pene che nella Troade vasta

190 soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”.

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,

facendo segni cogli occhi: ma essi curvi remavano.

195 Subito Perimede ed Euriloco alzatisi

mi legarono e strinsero di più con le funi.

Ma quando le superarono e più non s’udiva

la voce delle Sirene né il loro canto,

subito i fedeli compagni la cera levarono

200 che gli spalmai sulle orecchie, e dalle funi mi sciolsero.


Alfabeto dell'Odissea, a cura di Barbara Castiglioni
Mondadori, Oscar Classici Cult, 2026

L'Odissea è senza dubbio un poema di mostri. I più famosi, probabilmente, sono i Ciclopi (...). I mostri più ambigui, misteriosi e fascinosi, però, sono senza dubbio le Sirene, donne dal canto ammaliatore, fonte di piacere e di conoscenza, ma anche di rovina e di morte, metafore della seduzione intellettuale. Sedute su un prato, stregano con la voce soave, e intorno a loro hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo con i piedi e le mani legati all'albero della nave, per sfiorare l'incanto e poterne godere senza morire. Mostri, demoni erotici, o forse solo rapaci prostitute, bellissime, agghiaccianti, ripugnanti, le sirene - di cui nell'Odissea non c'è nessuna descrizione fisica - erano, secondo la tradizione più nota, ninfe compagne di Persefone prima del rapimento, e sarebbero state tramutate poi dall'ira di Demetra in esseri mostruosi, metà donne e metà uccelli; solo dal Medioevo in poi si trova testimonianza sicura del loro aspetto più noto, quello, cioè, con il busto di donna e la coda di pesce, "canonizzato", per così dire, dalla Sirenetta di Andersen (che, a sua volta, fonde la sirena con quella che, per certi versi, è la sua versione "germanica", cioè l'ondina, catalogata da Paracelso come creatura acquatica, metà donna e metà pesce). Le Sirene, a cui nel poema sono dedicati pochissimi versi (XII, 166-200), sono, però, con ogni probabilità, una delle più grandi, sontuose eredità dell'Odissea, non solo le innumerevoli riprese letterarie, da Andersen fino alla sublime Lighea di Tomasi di Lampedusa, ma anche quella dell'arte figurativa - si pensi a Moreau, che le disegnerà candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell'aurora, o a Klimt, con le sue Sirene inquietanti, affusolate e immerse nei loro lunghissimi capelli - e dalla musica: come il Tannhauser di Wagner, che nel voluttuoso mondo del Venusberg, tra satiri, fauni, baccanti e coppie di amanti dediti a un'orgia selvaggia, faceva sussurrare alle sue sirene, da lontano, un dolce invito al protagonista: "Vieni alla spiaggia, dove gli ardori del desiderio, sui nostri cuori han refrigerio!".     


venerdì 14 agosto 2026

Il patto tra generazioni

Elsa Fornero
Un welfare più equilibrato ed equo può salvaguardare giovani e pensionati

La Stampa, 14 agosto 2026

L’invecchiamento della popolazione – ossia l’aumento della vita attesa e la parallela riduzione della fertilità - viene spesso raccontato come un peso per i conti pubblici, una minaccia per le pensioni, un’ipoteca sulla crescita economica, un terreno di scontro tra generazioni. Una lettura quasi apocalittica, non scorretta ma parziale, che riflette la tendenza ad affrontare i problemi strutturali in chiave emergenziale, intervenendo sugli effetti anziché sulle cause.

Vivere più a lungo e avere il numero di figli desiderato è, anzitutto, un progresso. Progresso in medicina, sanità pubblica, alimentazione, abitazione, igiene, istruzione, genitorialità consapevole. Ci sono però due problemi insufficientemente considerati nel dibattito: anzitutto, la longevità non è equamente distribuita e, in secondo luogo, anche la fecondità desiderata è, oggi forse più che in passato, fortemente influenzata dalle condizioni economiche della coppia. Le cause sono diverse ma richiamano squilibri diffusi tra classi sociali, generi e generazioni.

La logica dell’accumulazione

Da un lato, i divari economici e sociali si traducono in differenze marcate nella speranza di vita e, soprattutto, di una vita in buona salute. Chi dispone di maggiori risorse umane e materiali, ereditate o costruite nel tempo, non solo vive più a lungo: vive più anni sani, autonomi, partecipi; chi invece ha avuto un percorso svantaggiato arriva alla vecchiaia con maggiori probabilità di malattie, precarietà, dipendenza.

È la logica dell’accumulazione: le condizioni della prima infanzia influenzano il percorso educativo; l’istruzione il lavoro, il lavoro il reddito, il risparmio, le relazioni sociali e, alla fine, la pensione. D’altro canto, vivere in condizioni di povertà e di precarietà non aiuta ad affrontare adeguatamente la nascita di uno o più figli. Per questo, una politica che affronti l’invecchiamento guardando prevalentemente al sistema previdenziale nasce monca e non risolutiva.

Le riforme pensionistiche

Negli ultimi decenni molti Paesi, Italia compresa, hanno riformato i sistemi pensionistici: più anni di lavoro, minori uscite anticipate, legami più stretti tra contributi versati e prestazioni ricevute. Erano riforme impopolari - perché i benefici arrivano in ritardo rispetto ai sacrifici - ma necessarie perché il sistema non può reggere con prestazioni scollegate dalla demografia e dall’economia. E non è giusto che le generazioni più giovani, peraltro sempre meno numerose, paghino il conto di impegni presi da altri senza adeguata copertura nel numero e nei redditi di chi lavora.

Queste riforme hanno però scontrato anche un limite strutturale che la politica non ha adeguatamente colto: nessuna riforma pensionistica funziona se isolata dalla politica demografica e occupazionale e nessuna politica del lavoro funziona se scollegata dall’istruzione. Le pensioni più basse delle donne, per esempio, non nascono nel sistema previdenziale ma prima, nel più basso tasso di occupazione, nei più bassi salari, nelle carriere spezzate dalla cura di figli e familiari. E, prima ancora, nella scarsa considerazione sociale per la loro indipendenza economica.

Nessuna generazione basta a sé stessa

Allargare l’orizzonte significa, anzitutto, partire dalla considerazione che nessuna generazione basta a sé stessa. I bambini dipendono dagli adulti; gli adulti lavorano ma vivono grazie a istituzioni, conoscenze e ricchezza ereditate da chi li ha preceduti; gli anziani dipendono dai risparmi accumulati ma anche dal reddito e dalla cura delle generazioni più giovani. Il patto tra generazioni non è un solo un marchingegno contabile per finanziare le pensioni: è un patto morale e politico, che nei suoi principi fondamentali è scritto nelle Costituzioni (la nostra compresa).

Di qui derivano implicazioni per la politica e scomode verità per il nostro Paese. Anzitutto, che, per essere sostenibile, qualsiasi sistema di welfare deve guardare a tutto il ciclo di vita delle persone: deve proteggere i bambini, sviluppare le loro capacità con istruzione di qualità, contrastare gli abbandoni scolastici, sostenere l’indipendenza economica attraverso servizi pubblici adeguati, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia fino ai servizi per l’impiego.

Deve cercare di aumentare stabilmente occupazione e retribuzioni attraverso politiche favorevoli a investimenti e innovazioni; permettere a ciascuno di costruirsi una buona sicurezza finanziaria nell’età anziana, in grado di fare fronte ai bisogni di cura, inevitabilmente crescenti in quell’età. Un welfare, pertanto, non solo “risarcitorio e redistributivo” ma “contratto sociale” tale da mettere tutti nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita economica e sociale, anche contribuendo a contrastare con figli il declino demografico ed economico del Paese.

Italia laboratorio degli squilibri

L’Italia è il laboratorio perfetto degli squilibri generazionali. Pur essendo tra i Paesi con minore fecondità e maggiore longevità è riuscito, finora, a evitare, pure in un quadro di relativa stagnazione e di aumento della povertà, un impoverimento delle classi di età anziane. Lo stesso non è però accaduto per quelle giovani, che hanno subito un aumento del tasso di povertà.

Allo stesso tempo, l’occupazione - soprattutto femminile e giovanile - resta bassa nonostante qualche miglioramento, la produttività cresce poco o punto, i salari ristagnano o diminuiscono e la povertà si concentra sempre più tra le famiglie giovani con figli. Come stupirsi che l’Italia detenga il primato europeo di giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione e che sia, ormai strutturalmente, Paese di emigrazione di giovani?

Quali soluzioni?

La soluzione, però, non è mettere pensionati e giovani gli uni contro gli altri. Chi oggi è anziano ha contribuito, spesso in condizioni difficili, alla crescita del paese e merita sicurezza e dignità. La sfida è riequilibrare il welfare, proteggendo gli anziani e investendo, con almeno altrettanta convinzione, su bambini, giovani, donne e lavoratori.

Significa preservare la logica delle riforme che hanno restituito sostenibilità al sistema, senza riaprire scorciatoie e privilegi. Significa investire in istruzione, ricerca, servizi di cura, imprese capaci di creare lavoro stabile e ben remunerato — con la stessa ambizione, e con lo stesso orizzonte di lungo periodo che ha ispirato il Pnrr. Tutto il resto sono chiacchiere vane.

La scienza triste

Roberta Carlini
Economia politica come cultura, una piccola enciclopedia portatile

il manifesto, 14 agosto 2026

«A differenza che in altri campi, in economia una cultura ‘fascista’ è mancata, allora e dopo», scrivono Pierluigi Ciocca e Giangiacomo Nardozzi nell’introduzione al loro libro La cultura economica della Repubblica. Pensiero, azioni, fatti (1946-2026) (Carocci, pp. 184, euro 19). Il pensiero economico in Italia ha un ricco e illustre «prima», e un fiorente «dopo».

Il fascismo ne interrompe il fiume come una gelata; fisicamente, perché caccia, o costringe a fuggire, i più brillanti economisti; idealmente, perché sul rifiuto del liberalismo non costruisce una coerente visione economica: «la conseguente inadeguatezza della politica economica (…) contribuì al colonialismo in economie poverissime e all’enfasi sulla politica estera, che sfociò nella disfatta militare accanto alla Germania nazista». Se questa citazione sembra parlare tanto all’oggi, è effetto non voluto dagli autori. Perché non è della mancanza di cultura economica del fascismo che il libro parla, ma appunto del »recupero» che si impone con la Repubblica.

QUESTO RECUPERO ha prodotto ottant’anni di pensiero economico. Raccogliere, selezionare, interpretare e rendere accessibile tale mole di scritti non è impresa semplice, e gli autori hanno scelto un criterio non crolologico ma tematico: l’oggetto, i metodi (lo sviluppo della cassetta degli attrezzi, in particolare gli strumenti statistici con perno sull’Istat, che proprio quest’anno celebra il suo centenario), il quadro teorico; e poi le grandi questioni: il lavoro, l’impresa e i mercati, crescita e sottosviluppo, l’ambiente, il benessere, l’instabilità, i rapporti internazionali, la finanza pubblica, la moneta e la finanza, il «miracolo» e il ristagno. Un capitolo a parte è dedicato alla storiografia economica italiana; ma tutti i temi presentati scorrono insieme alla storia economica, e alle politiche economiche che hanno prodotto o hanno cercato di influenzare o (spesso inutilmente) contrastato. In questa visione ampia sta il contributo più prezioso del libro: che ci parla, come dice il titolo, di cultura economica. Non solo di ricerca, non solo di teoria, non solo di numeri, non solo di politiche, non solo di fatti.

PER INDICARE solo un esempio: il capitolo sul lavoro parte dall’articolo 1 della Costituzione; ricorda al lettore che il «lavoro» che avevano davanti i costituenti era per quasi la metà agricolo, e nella restante metà c’erano più operai che impiegati, e che oggi il lavoro è per i due terzi nel terziario, agricolo per il 4%, e industriale per il 21%. Ricorda le stragi e le lotte, da Portella della Ginestra all’autunno caldo. Gli anni dei piani contro la disoccupazione e quelli delle sconfitte. E immerge in questo contesto il pensiero, sia come impegno attivo degli economisti – da coloro che parteciparono al piano per il lavoro di Di Vittorio a Ezio Tarantelli – che come dibattito teorico, dalla lettura della ‘curva di Phillips’ all’impatto degli choc e dei vincoli esterni.

DA QUESTI ACCENNI e dal numero delle pagine del libro (184), si può intuire che si tratta di una lettura molto densa, ricca di personaggi e bibliografia, e con fitti rimandi teorici e storici. Chi vorrà e potrà, si inoltrerà con piacere nei tanti rivoli fiumi o oceani che si aprono. Oppure userà il libro come fonte primaria da consultare per ricordare, studiare, o insegnare. Soprattutto, la lettura è consigliata per coloro che – partendo da un approccio radicalmente critico, oggi più che mai motivato dalle pluricrisi in cui l’economia ha un ruolo – spesso arrivano a liquidare la «scienza triste» come una giustificazione dell’esistente, dispensatrice di ricette amare e dedita a modellini iperspecializzati.

Non è sempre stato così: se all’inizio le scuole economiche italiane abbracciarono il liberalismo più che altro per opposizione al fascismo da cui si usciva, nella seconda metà del secolo scorso il cambio di paradigma che era partito nelle università internazionali fecondava il pensiero italiano, e ne veniva fecondato. E anche dopo, la stella nascente del monetarismo non ha trovato brillanti satelliti in Italia. Semmai, il tratto più importante che emerge, in questa sintesi enciclopedica del pensiero economico italiano, è il suo eclettismo. Teorizzato da Federico Caffè (uno degli economisti italiani più citati nel libro), e praticato da diverse generazioni di studiosi – vuoi per scelta, vuoi per gli scambi internazionali finalmente riaperti, vuoi per pragmatismo di fronte all’urgenza dei problemi dell’economia italiana.

Eclettismo non vuol dire relativismo: il sistema di valori che impronta la ricerca conta tanto quanto il rigore teorico, e in omaggio a entrambi gli autori del libro presentano nelle conclusioni un loro «pantheon» che è molto lontano dal pensiero unico che ha dominato l’ultimo trentennio: Piero Sraffa, Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Claudio Napoleoni, Giorgio Lunghini, Alessandro Roncaglia. Ma l’elenco non è esaustivo, e nei singoli capitoli si trovano tanti altri spunti e soprattutto scuole, a partire dall’importante ruolo, tutto italiano, dello studio del dualismo e delle economie territoriali.

INFINE. SI È PARLATO sempre di «economisti», al maschile. Nel libro ci sono poche donne, e questo riflette il fatto che poche erano, fino a pochi anni fa, le donne che studiavano economia e ancor meno quelle che poi diventavano ricercatrici, docenti, accademiche. Ma riflette anche una scelta degli autori, che non hanno ritenuto di dover mettere a tema la questione di genere, sia nell’economia – e il suo peso quando si parla di occupazione, di benessere, di dualismo territoriale – che nella storia del pensiero economico italiano. Questo può essere considerato un limite del libro, o un capitolo da scrivere ancora.