martedì 7 luglio 2026

Graham Greene e la spia

 

scrittori e spie, amicizie e misteri

Guerra fredda. Un acuto saggio di Robert Verkaik cerca di indagare l’ambigua amicizia che legò sempre lo scrittore Graham Greene e la celebre spia Kim Philby, che dall’Inghilterra passò con i sovietici

Federico Varese
Il Sole 24ore, 7 luglio 2026

Che cosa può legare per quasi mezzo secolo uno dei più grandi romanzieri inglesi del Novecento e il più celebre traditore della storia dello spionaggio britannico? È questa la domanda che si pone Robert Verkaik in The Writer and the Traitor, un elegante esercizio narrativo che mette in parallelo due vite destinate a intrecciarsi per tutta la Guerra fredda: quelle di Graham Greene e Kim Philby.

Philby, uno dei “Cambridge Five”, fu un funzionario dei servizi segreti britannici dal 1940 al 1951, per poi scappare a Mosca nel 1963. Diverse opere del Novecento sono state ispirate, direttamente o indirettamente, dal suo tradimento: La talpa (1974) di John le Carré, Il fattore umano (1978) di Graham Greene e, forse, Il terzo uomo (1949), oltre a Il quarto protocollo (1984) di Frederick Forsyth. Meno noto è che Greene, collega di Philby nell’MI6 (il servizio segreto estero) durante la Seconda guerra mondiale, continuò a frequentarlo e a difenderlo anche dopo il suo smascheramento. Scrisse una prefazione sorprendentemente affettuosa al libro di memorie di Philby, My Silent War (1968), e andò a trovarlo più volte a Mosca. Per quale motivo Greene rimase fedele all’amico è il mistero che Verkaik cerca di svelare.

Greene e Philby avevano molto in comune. Entrambi furono profondamente segnati dall’esperienza delle public schools. Greene fu vittima di bullismo a Berkhamsted, la scuola diretta dal padre, e rimase segnato dal tradimento di quello che considerava il suo migliore amico. Philby entrò alla Westminster School grazie a una borsa di studio, non appartenendo al mondo privilegiato della maggior parte dei suoi compagni. Da studenti universitari furono entrambi attratti dal comunismo; entrambi lavorarono per The Times; nutrirono una passione per il rischio e condussero una vita sentimentale tumultuosa, costellata di amanti, rapporti mercenari e divorzi. La doppia vita era per loro un’abitudine consumata prima di entrare a far parte del Servizio Segreto di Sua Maestà.

Greene conobbe Philby nel 1943, quando andò a lavorare nella Sezione V dell’MI6, dove Philby era il capo ufficio. Verkaik lascia intendere che Greene sospettasse del doppio gioco di Philby già nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia. Per questo motivo si sarebbe dimesso all’improvviso e avrebbe poi cercato di avvertire Philby che era prossimo ad essere identificato come il “terzo uomo” del trio che comprendeva anche Guy Burgess e Donald Maclean, fuggiti a Mosca nel 1951. Lo strumento scelto dallo scrittore sarebbe stato niente di meno che il film Il terzo uomo, sceneggiato da Greene, diretto da Carol Reed e interpretato da Orson Welles e Alida Valli.

Pur avendo accesso agli archivi da poco aperti dei servizi di informazione, lo stesso Verkaik ammette che non vi siano prove che Greene sospettasse di Philby nel 1944. Alcuni capitoli del libro raccontano la genesi del film Il terzo uomo, girato a Vienna nel 1949. Durante i viaggi preparatori per il film, Greene incontrò una spia sovietica, Peter Smolka, che aveva conosciuto Philby quando questi era stato nella capitale austriaca nel 1934. Sembra che Smolka abbia fornito allo sceneggiatore l’idea centrale della trama di quello che diventerà il film noir per eccellenza. Eppure Vienna non fu scelta per alludere a Philby, bensì per iniziativa del produttore Alexander Korda; ed è del tutto implausibile che Greene avesse bisogno di un film per avvertire l’amico. Durante una pausa delle riprese, lo scrittore tenne persino una conferenza a Bruxelles nella quale mise apertamente in guardia l’Occidente dal pericolo stalinista. Nella novella, il racket criminale di Harry Lime è paragonato a uno «Stato totalitario», mentre i sovietici sono descritti in termini tutt’altro che benevoli.

Nonostante le due ipotesi principali di Verkaik rimangano tali, tra le pagine del libro emergono diversi aspetti cruciali per capire il rapporto tra i due uomini, la natura dello spionaggio e dell’arte di Greene. Durante il periodo in Sierra Leone (1941-1943) e poi al suo ritorno a Londra, Greene ebbe diversi conflitti con i colleghi e Philby lo difese di fronte ai superiori. Più che elusive affinità nel loro passato scolastico, sembra verosimile che Greene avesse conservato un grado di fedeltà a Philby per questi appoggi, e si dimise nel 1944 perché la vita d’ufficio, con la sua disciplina, non faceva per lui. C’è di più: la tensione tra il servizio di spionaggio interno (MI5) e quello esterno (MI6) era fortissima e Greene diffidava, come Philby, dei suoi colleghi del ‘5’. Non a caso, l’inchiesta contro Philby partì proprio dall’odiatissimo MI5. Le trincee dove i burocrati combattono le loro guerre di carta possono essere foriere di rapporti umani duraturi.

Eppure nessuna amicizia è assoluta e incondizionata, e non lo fu neppure quella tra Greene e Philby. Ad esempio, lo scrittore era consapevole di essere stato usato da Philby, quando questi fece di tutto per impedire che gli Alleati firmassero una pace separata con i nazisti, che a quel punto sarebbero stati liberi di concentrarsi sull’Unione Sovietica. È molto probabile che i viaggi di Greene a Mosca dopo il 1963 servissero ad entrambi: il traditore voleva mantenere contatti con il suo vecchio mondo e carpire informazioni, mentre lo scrittore usava il suo ex capo come fonte per i suoi romanzi e, forse, per raccogliere a sua volta dati utili da girare a MI6.

Greene aveva una dedizione totale a un’idea di letteratura ancorata alla storia politica e ispirata a persone e fatti reali. Condivideva con John le Carré l’idea che lo scrittore fosse lui stesso una spia che “osserva, ascolta, analizza e serve la letteratura senza farsi alcuno scrupolo”.

Il libro di Verkaik non offre facili certezze, pur ricostruendo con efficacia il mondo dell’intelligence britannica negli anni del secondo conflitto mondiale e della Guerra fredda. Alla fine, il vero mistero non è perché Greene rimase fedele a Philby, ma che cosa significasse quella fedeltà. Come spesso accade nei romanzi di Greene, amicizia, interesse personale e doppio gioco convivono in un equilibrio precario che solo la morte risolve per sempre.

Robert Verkaik
The Writer and the Traitor: Graham Greene, Kim Philby and the Great Betrayal
Headline Publishing Group, pagg. 384, £22



Marine Le Pen, la sentenza a sorpresa

 

Victor Goury-Laffont

Il ritiro americano

 


Piotr Smolar
Alexandra De Hoop Scheffer, politologa: "Gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di saturazione strategica" 

Impegnata su più fronti, Washington sta rinegoziando unilateralmente l'accordo commerciale transatlantico, esercitando pressioni sugli alleati europei affinché si assumano la responsabilità della propria sicurezza, spiega il politologo in un'intervista a Le Monde. Questo "trasferimento di oneri" spinge l'Europa a strutturare le proprie industrie della difesa in modo coordinato.
Le Monde, 5 luglio 2026

Il vertice della NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), che si terrà ad Ankara il 7 e l'8 luglio, si svolgerà in un contesto di crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei, alimentate dalle guerre in Iran e Ucraina. Alexandra de Hoop Scheffer, presidente del German Marshall Fund, un'organizzazione profondamente impegnata nelle relazioni transatlantiche, spiega la strategia americana di disimpegno dalla sicurezza del continente.

Nel giugno 2025, al vertice NATO dell'Aia (Paesi Bassi), gli Stati membri si sono impegnati ad aumentare la spesa per la sicurezza fino al 5% del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2035. Tuttavia, le relazioni transatlantiche si sono progressivamente deteriorate, soprattutto a causa delle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia e della guerra in Iran…

Sul fronte europeo, si è verificato un cambiamento. Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia e la guerra [condotta con Israele] contro l'Iran hanno confermato che gli Stati Uniti perseguono un'agenda strategica unilaterale, anche quando sono in gioco gli interessi europei. In risposta, gli europei stanno moltiplicando le loro iniziative al di fuori del quadro americano. Hanno compreso che sarebbe illusorio scommettere su un'inversione di rotta da parte di una futura amministrazione americana. L'europeizzazione della NATO è ormai un processo a lungo termine. Questo spiega questo momento paradossale: una divergenza politica, una crisi di fiducia, ma anche una forma di convergenza strategica, con l'Europa chiamata ad assumersi maggiori responsabilità per la difesa del proprio continente, con un minore coinvolgimento degli Stati Uniti.

Perché questo entusiasmo americano?

Washington opera in un contesto di saturazione strategica, che il Pentagono definisce "simultaneità": gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico, mettendo a dura prova la base industriale della difesa americana. I tempi di produzione si stanno allungando, come dimostrano i ritardi nelle consegne a Germania e Stati baltici. Il segnale è chiaro: anche in assenza di disaccordi politici, gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire all'Europa lo stesso livello di supporto in termini di capacità.

Questo vincolo alimenta una logica di "  esternalizzazione geopolitica". Washington sta organizzando il trasferimento di oneri su scala globale: all'Europa, la sicurezza del continente; agli alleati del Golfo, la stabilizzazione del Medio Oriente; ai partner dell'Indo-Pacifico, la gestione congiunta dell'ascesa della Cina. Questa evoluzione richiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, con il rischio, in assenza di un coordinamento sufficiente, di una crescente frammentazione della sicurezza collettiva.

Che cosa rappresenta oggi l'Ucraina per questa amministrazione americana? Una fonte di irritazione, un peso?

Innanzitutto, una questione da chiudere. Per Donald Trump, la guerra in Ucraina è una costosa distrazione – con oltre 188 miliardi di dollari stanziati dal 2022 – che sottrae risorse al Medio Oriente e all'Indo-Pacifico.

La divergenza di opinioni con l'Europa è evidente. Per gli europei, l'Ucraina è una questione esistenziale: in gioco c'è l'architettura di sicurezza a lungo termine del continente. A Washington, la priorità è altrove: stabilizzare e porre fine al conflitto, anche a costo di un piano di pace che rischia di consolidare una linea del fronte, anziché ripristinare pienamente la sovranità ucraina.

Questo è il fulcro della spaccatura transatlantica in vista del vertice di Ankara: l'Europa sta giocando sul lungo termine, Washington sta giocando la carta dell'uscita. In questo contesto, il centro di gravità del sostegno all'Ucraina si sta spostando verso l'Europa. L'Unione Europea (UE) è ora il principale contributore, con oltre 226 miliardi di dollari mobilitati dal 2022, di cui 86 miliardi in aiuti militari.

Alla fine di maggio, gli Stati Uniti hanno informato i loro alleati a Bruxelles che avrebbero ridotto significativamente la loro partecipazione al cosiddetto "modello di forza" della NATO, ovvero le capacità mobilitate in caso di crisi di sicurezza in Europa. Cosa ne pensi di questo approccio?

Siamo passati dalle dichiarazioni alle operazioni: gli alleati sono stati informati, non consultati. Gli Stati Uniti prevedono di dimezzare la disponibilità dei propri bombardieri strategici, ridurre di un terzo il numero dei caccia, ritirare tutti i sottomarini dalle operazioni di crisi della NATO e diminuire altre risorse critiche, compresi gli aerei cisterna per il rifornimento in volo. Ciò crea vulnerabilità immediate in aree in cui l'Europa dipende ancora in larga misura dagli Stati Uniti.

Stiamo per entrare nel vivo della questione. Il tema principale del vertice di Ankara è la capacità delle industrie europee di assumere un ruolo di primo piano. Parte della risposta risiede nell'Ucraina, ormai co-artefice della sicurezza europea. Le partnership tra produttori europei e ucraini (ad esempio, MBDA, con il missile da crociera ucraino Flamingo) illustrano questo passaggio verso la coproduzione di tecnologie collaudate in combattimento.

Colmare queste lacune in termini di capacità rappresenta un'impresa colossale per gli europei, che richiede un investimento stimato tra gli 800 miliardi e i 1.000 miliardi di euro in dieci anni, solo per sostituire le capacità convenzionali americane. Ciò implica un cambiamento culturale. I nostri industriali e leader politici devono ripensare i processi di approvvigionamento di armamenti, accelerare i ritmi di produzione e imparare dalle guerre in Ucraina e in Iran. Dovremmo continuare a concentrarci su equipaggiamenti pesanti o investire di più in capacità più agili (droni, intelligenza artificiale, sistemi integrati)? La sfida non è tanto spendere di più, quanto spendere in modo diverso e più velocemente.

Il German Marshall Fund sta andando oltre il ruolo tradizionale di think tank, impegnandosi nell'organizzazione del dialogo…

A mio avviso, questo è ciò che un think tank deve fare oggi: quando i canali ufficiali si interrompono e la fiducia politica si erode, gli spazi informali diventano gli unici luoghi in cui è ancora possibile un dialogo franco. A maggio abbiamo lanciato a Washington l' iniziativa European Defense Roadmap per strutturare il dialogo transatlantico e conciliare le agende americana ed europea, al fine di evitare un divario di capacità. L'obiettivo è sviluppare una tabella di marcia comune che sia credibile e politicamente accettabile. Per sei mesi, riuniremo governi, industrie della difesa e operatori tecnologici di entrambe le sponde dell'Atlantico, con incontri a Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino, Varsavia, Roma e nei Paesi baltici e nordici.

L'obiettivo è duplice: mappare le capacità critiche da prioritizzare e definire una "curva di transizione" comune. Quali segmenti della difesa convenzionale l'Europa può assumere come priorità entro il 2027? Quali saranno realisticamente raggiungibili solo entro il 2030, con garanzie residue americane per colmare le lacune? Successivamente, è necessario strutturare coalizioni di paesi europei disposti a collaborare attorno a settori chiave (missili a lungo raggio, droni, difesa aerea, cyberdifesa) e presentare questa tabella di marcia a Washington all'inizio del 2027, alla presenza di alti funzionari europei, dell'amministrazione americana e del Congresso.

Stiamo assistendo a una rinegoziazione dell'accordo transatlantico. Washington sta inviando un messaggio chiaro agli europei: il tempo della condivisione degli oneri è finito; ora è il momento del trasferimento degli oneri. A un anno dalla fissazione dell'obiettivo del 5%, l'amministrazione Trump ritiene che i progressi siano insufficienti. Sebbene sia vero che gli alleati europei e il Canada abbiano aumentato le loro spese per la difesa del 20% in termini reali entro il 2025, raggiungendo i 574 miliardi di dollari (circa 504 miliardi di euro) , e che tutti ora rispettino la soglia del 2% del PIL, la Casa Bianca sta esortando l'Europa ad accelerare i suoi sforzi .“Tra Voltaire e Poe”, Mark Dion, 2016.

Mark Dion, nato a New Bedford, Massachusetts, nel 1961, vive e lavora a New York. Noto per le sue complesse installazioni ispirate alle Wunderkammern ("gabinetti delle meraviglie"), questo artista visivo è particolarmente interessato al rapporto tra l'umanità e la natura, visto attraverso la lente della costruzione della conoscenza e del discorso scientifico fin dall'antichità. Il risultato sono installazioni che evocano facilmente i gabinetti delle curiosità, ma con ambizioni completamente diverse. Mark Dion imita, ma soprattutto sovverte, la propensione alla classificazione, prendendo in prestito metodi, attributi e vocabolario dalle scienze naturali. L'umorismo e la natura spesso assurda delle sue opere rivelano il profondo desiderio dell'artista di confrontare i limiti della conoscenza scientifica con la realtà della natura.

Come vede l'amministrazione statunitense questo periodo di sei mesi di discussioni?

Washington vuole dare priorità ai paesi in grado di raggiungere gli obiettivi di investimento. Gli altri saranno relegati a un ruolo secondario. L'amministrazione insiste sul monitoraggio degli investimenti per garantire che corrispondano effettivamente alle esigenze individuate dalla NATO. Gli Stati Uniti sono inoltre preoccupati per il Regno Unito e la Francia, due alleati strategici gravati da debiti e deficit, che non possono destinare i fondi necessari alla difesa. Infine, rimangono irritati dai meccanismi preferenziali europei come SAFE (Security Action for Europe) , volendo che le industrie americane beneficino di questi fondi. Washington deve cambiare posizione e accettare che l'Europa si è impegnata in tre approcci complementari: rafforzare le proprie capacità industriali, proseguire la cooperazione con le industrie americane e sviluppare partenariati strategici con altri paesi.

L'Europa è pronta ad affrontare la sfida?

Gran parte del lavoro dovrà essere svolto dagli stessi europei. La situazione politica interna dei paesi E3 (Germania, Regno Unito e Francia) complica le cose, ma incoraggia anche questi paesi ad aprirsi ad altre partnership o alleanze all'interno dell'UE, così come al di fuori di essa (Corea del Sud, India e Giappone). La cultura strategica di molti paesi europei sta subendo un profondo cambiamento. Il discorso tradizionalmente attribuito alla Francia in merito all'autonomia strategica si è ampiamente europeizzato.

Attenzione però: gli sviluppi della politica interna europea potrebbero rallentare questo slancio di cooperazione nei prossimi anni. Se la polarizzazione politica impedirà la nascita di progetti industriali, tecnologici e militari congiunti, la transizione nell'ordine di sicurezza risulterà frammentata e inefficace. Potremmo quindi trovarci in un altro scenario di desincronizzazione, con gli Stati Uniti che incoraggiano l'Europa a rafforzarsi, e un'Europa che si divide e si chiude in se stessa, rischiando di perdere l'occasione storica per la sua maturazione strategica.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/07/05/alexandra-de-hoop-scheffer-politiste-les-etats-unis-sont-dans-une-logique-de-saturation-strategique_6720907_3210.html

Il pallone si smarca da Trump

 

Pascale Van Damme
Giulia Zonca 
Balogun gioca, ma il Belgio domina: Stati Uniti fuori

De Ketelaere firma gli ottavi di Seattle, diventati Stati Uniti contro Unione Europea dopo il caso Balogun. Le pressioni di Trump finiscono sulle spalle degli Usa

La Stampa, 7 luglio 2026

SEATTLE. Chi avrebbe mai detto che Charles De Ketelaere sarebbe diventato il giustiziere del Mondiale. CDK è la faccia più improbabile da mettere sopra la sfida dei due mondi, eppure è lui, dall’Atalanta con ardore, che firma due gol fa impazzire il portiere avversario, zittisce Trump, strozza il boato degli Stati Uniti, li manda in svantaggio due volte e li costringe a fermarsi qui. A Seattle, dove è esploso l’amore per il pallone, dove la Fifa è collassata un’altra volta, dove la politica ha invaso il calcio e quello se ne è liberato, come sempre gli riesce. Con un categorico 4-1. La nazionale a stelle e strisce non si è certo presentata nella parte nel cattivo, è diventata un danno collaterale. Travolta dalle polemiche innescate dal loro stesso presidente.

Sopra Lumen Field gli elicotteri volano in formazione a tre mentre sotto l’altoparlante diffonde la voce di Morgan Freeman dai toni bassi e dalla trama certa: Usa contro Europa e ovviamente lui non lo dice anche se è l’unica idea che passa dopo due giorni di delirio nel nome di Balogun, l’attaccante riammesso in campo dopo il rosso diretto grazie alle pressioni della Casa Bianca. E che tocchi proprio al Belgio rappresentare il continente è la prova che la partita si gioca su più livelli. Nessuno in campo ne è contento, ma non c’è modo di sfuggire alla sfida.

Al nome di Balogun l’urlo di soddisfazione definisce subito una contrapposizione culturale. Da una parte chi crede di aver raddrizzato l’ingiustizia con la classica formula da “arrivano i nostri” e dall’altra chi è convinto che non rispettare le regole, anche a partire da un ipotetico torto, significhi scassare il gioco e buttare i principi. Non ci sono sintesi o ponti, le visioni opposte sono fronti alimentati da convinzioni centenarie senza ipotesi di riforma. Il destino ha scelto queste due nazionali per rappresentarli, lo stato simbolo dell’Unione Europea contro gli Stati Uniti. Ognuno può tifare per chi meglio crede, impossibile guardare senza schierarsi. (agf)

Garcia lascia in panchina milioni: De Bruyne, Lukaku e Doku. Il Belgio incamera le energie dell’improvviso campo largo del tifo e agli Usa succede il contrario: svuotati da ore di controversie, destabilizzati dopo essere passati da brillanti padroni di casa alla scoperta di nuove emozioni a tiranni dello sport incapaci di accettarne le regole. Sta tutto disteso sul campo degli ottavi, dove il Belgio trova la condizione ideale e le combinazioni perfette e gli Usa si perdono, con tanto di blackout del portiere.

Il Belgio parte ringalluzzito, due azioni subito degne e alla terza De Ketelaere taglia la traiettoria e segna, primo gol ai Mondiali per il giocatore dell’Atalanta che non viene certo da un campionato esaltante e in generale ha una carriera da montagna russa che però lo ha accompagnato qui in punto piuttosto basso del saliscendi. Lascia Seattle all’altezza massima, perché nella sfida dei due mondi, gli Usa raddrizzano il risultato con una punizione diretta di Tillman e due minuti dopo riecco De Ketelaere, stavolta di testa. In tribuna Infantino sta a fianco della presidente della federazione belga, Pascale Van Damme, la donna che dichiarato indecente il comportamento Fifa. Altro grado del match.

Il terzo gol belga rotola in porta nella ripresa, ci pensa Vanaken, ma fa tutto il numero uno degli Stati Uniti Matt Freese, che inciampa con il pallone tra i piedi e finisce con il servire i quarti al Belgio. A fargli pressione per confonderlo è ancora De Ketelaere, altro che Trump. C’è gloria pure per Lukaku, entrato a metà del secondo tempo, in gol nei minuti di recupero, ironico con la Trump dance che lancia per festeggiare: miglior mossa degli ultimi anni. Quando il Belgio sta già festeggiando e lo stadio tace. L’Europa passa, Garcia si gode la soddisfazione: «Abbiamo dimostrato che il Belgio è una grande nazione di calcio. Balogun è venuto a parlarmi, non è colpa sua se si è scatenato questo putiferio». Il pallone si smarca da Trump ma dovrà rotolare lontano per liberarsi dai disastri di questi giorni.


lunedì 6 luglio 2026

Serve un ordine restrittivo

Viviana Mazza
Trump, l'ultima sparata contro Meloni

Cprroere della Sera, 6 luglio 2026

Il giorno dopo la festa del 4 luglio, in assenza di impegni ufficiali, Donald Trump si dedica al suo canale di comunicazione preferito, il social Truth. Pubblica decine di post, immagini che lo ritraggono mentre bacia la bandiera a stelle e strisce e scatti con il wrestler Hulk Hogan. Poi, alle 22.51, compare nel flusso una foto di Giorgia Meloni e il tycoon di spalle, al G7 di Evian. In alto campeggia la scritta: «Serve un ordine restrittivo». È l’ultima sparata di Trump contro la premier italiana, che ha attaccato più volte, arrivando a dire che in Francia l’aveva implorato per una foto assieme. Accusa a cui Meloni ha risposto: «Io e l’Italia non imploriamo mai».

Quello della sera prima, per il tycoon, non era stato un discorso lunghissimo: è durato circa 40 minuti, al contrario di quanto preannunciato dal presidente, ma è stato (come gli altri per questo 250° anniversario) molto simile a un comizio. Conteneva più riferimenti alla Storia dei suoi tipici comizi: Trump ha parlato della «genialità» dei Padri fondatori, di figure leggendarie del vecchio West, Annie Oakley e Buffalo Bill, degli esploratori Lewis e Clark. Ha raccontato la storia del sergente William Harvey Carney, primo afroamericano a ricevere la Medaglia d’onore: «Amava il nostro Paese, amava la bandiera». Veterani ultracentenari e i giovani dell’equipaggio dell’artemis II sono saliti sul palco, per ricordare i successi, i sacrifici e l’innovazione degli Stati Uniti.

Ma il presidente ha anche spostato l’attenzione sulla sua missione di far approvare la legge Save America Act, che renderebbe obbligatorio presentare prova di cittadinanza e un documento di identità per votare e limiterebbe il voto per posta, ma che è fonte di contrasti con i suoi stessi alleati repubblicani al Congresso: «Non ci saranno voti per posta, tranne per chi è malato, disabile, in servizio militare o in viaggio e non avrete più brogli alle elezioni», ha detto Trump, ripetendo accuse mai provate di massicci brogli.

Ancora una volta ha avvertito che «i comunisti» potrebbero prendere piede nel Paese: lo ha definito un «cancro» e ha sottolineato che «è una minaccia che va bloccata immediatamente, prima che inizi». Sarà un tema elettorale che accompagnerà gli americani verso le elezioni di midterm e oltre.

«L’America è una nazione di vincitori e il nostro Paese sta vincendo di nuovo», ha detto Trump. Si è anche soffermato su quelle che considera le sue conquiste personali («Abbiamo ricostruito le forze militari nel mio primo mandato. Le abbiamo usate un poco nel mio… dovrei dire terzo mandato ma non voglio farlo perché non voglio polemiche») e il senso di essere stato perseguitato («A differenza di molti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, di religione, giustizia secondo la legge, anche se io non sono stato trattato bene, ma non entrerò in questo tema»). Il linguaggio era a tratti religioso, come anche in altri eventi di questo anniversario. «Tutto il mondo cerca di essere come noi, ma nessuno può essere come noi e con l’aiuto di Dio saremo sempre così, anche meglio». E ancora: «Come dice la nostra Dichiarazione di indipendenza, siamo tutti stati creati nell’immagine di Dio onnipotente, i comunisti di certo non lo diranno mai».

Ma alla fine Trump ha lasciato ampio spazio al patriottismo: «Per 250 anni gli Stati Uniti sono stati la speranza, la promessa, la luce e la gloria tra tutte le nazioni del mondo. Nessuno può essere come noi». E infine: «Il meglio deve ancora venire». Alcuni democratici hanno diffuso messaggi in opposizione al suo. Barack Obama ha espresso speranza nella nuova generazione; Bill Clinton ha ammonito sulle «minacce alle nostre istituzioni e alla nostra stessa democrazia».


Sky tg24

6 luglio 2026


Il meme funziona perché ribalta il significato originario del termine. Nell'uso legale, l'ordine restrittivo protegge chi lo richiede da qualcun altro; nell'uso social, invece, chi scrive "restraining order needed" ammette in modo iperbolico di essere lui stesso il "problema": si dichiara così ossessionato da una persona, una canzone, un brand o un cibo da aver bisogno di un intervento esterno per fermarsi. La chiave del format è dunque l'autoironia, con chi pubblica il post che si presenta come "molesto" in modo innocuo e buffo. Il post di Trump si discosta da questo uso: la formula non è riferita a sé stesso, come vorrebbe la logica del meme, ma indirizzata a Meloni, capovolgendo il senso originario e trasformando una battuta autoironica in un attacco.


L'opera di Luca Rastello

Francesco M. Cataluccio
Per Luca Rastello

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 Per Luca Rastello

Undici anni fa, di questo giorno, Luca se n'è andato. Mi manca molto, anche se spesso, pensandolo, mi pare sia ancora qui.
Per ricordare chi era LUCA RASTELLO (1961-2015) vorrei iniziare dalla fine, perché mia nonna diceva che i grandi uomini, come gli attori, si riconoscono da come escono di scena. Luca, dopo una grave malattia durata dieci anni, e affrontata con grande dignità e spavalderia, senza mai perdere la Trebisonda (come amava dire lui che in quella città del Mar Nero c’era andato davvero), ci ha salutati con una lettera aperta alle due figlie per dare a loro, e a tutti coloro che gli volevano bene, coraggio con una riflessione sul senso della vita: piena di ironia, autoironia, ottimismo e persino con una sorprendente riproposione della lettura che il filosofo francese di origine russa, Alexandre Kojève, fece della “dialettica servo padrone” nel celebre libro "La dialettica e l’idea della morte in Hegel". In una lezione tenuta all'associazione PHILO, ai Frigoriferi Milanesi, Luca aveva parlato di Tristram Shandy. Era un romanzo poco letto, diceva, ma capace di esaltare l’arte del narrare. Tristram, generato sotto l'influsso dell'orologio, sa che la morte lo sta inseguendo. L'arte del narrare si è rivelata un'arma difensiva come lo scudo di Achille. Se per descrivere un giorno ci vuole un anno, scrivendo si influisce sul tempo. Perché il tempo di un uomo è destinato a esaurirsi come il tempo di una vicenda narrata, ma lo si può moltiplicare confondendolo, sovrapponendo altri tempi, altre storie. E poi Sterne ha un’ultima trovata, entra nel suo libro. Entra nel romanzo. Tristram non muore più: Tristram è vivo e credo che la principessa indiana si alzi in piedi ad applaudire. Poi Luca aggiunse questa citazione: “In un remoto casolare coperto di stoppie dove vivo costantemente impegnato a lottare contro le afflizioni della cattiva salute e di altri mali della vita con le armi del buon umore, essendo fermamente persuaso che ogni volta che un uomo sorride, ma più ancora quando ride, aggiunge un granello a questo breve frammento che è la nostra vita”.
Luca è stato un bravo e vero giornalista (“un indagatore di contraddizioni” definiva il mestiere che gli dava da vivere) e, da quando si scoprì irrimediabilmente malato, un ottimo scrittore. Ha diretto alcune riviste (tra le quali “Narcomafie” e “La Rivista dei Libri”), ed è stato inviato di “Diario”, poi collaboratore de “La Repubblica” . Negli anni Novanta è stato attivo nell'ambito della cooperazione internazionale: fondatore del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino. Da quell'esperienza è nato il suo primo libro "La guerra in casa" (Einaudi, 1998), ispirato alla guerra nella ex-Jugoslavia. Libro che è frutto di una profonda disillusione. Là (come già aveva intuito quando lavorava a “Narcomafie”) Luca capì che “le cose non tornano” e che il suo compito era quello di “smascherare la realtà”. Facendo cosa? Essendo stato uno dei suoi editori (alla Bollati Boringhieri), posso testimoniare che le quarte di copertina Luca se le scriveva assolutamente da solo. E’ meglio quindi lasciare la parola a lui:
“Il cecchino, figura principe nell'immaginario di una guerra sporca, carnefice per eccellenza, che prova a ricominciare a vivere in Italia. L'incubo di Izmet, prelevato dalla polizia di Spalato e massacrato perché mussulmano. L'assurda fine di Moreno Locatelli, ucciso a Sarajevo sul ponte di Vrbanja, durante una manifestazione di pace da lui stesso ostacolata perché inutile. E chi ha ucciso i tre italiani che trasportavano un carico di aiuti umanitari e avevano i documenti per espatriare una quarantina di vedove con i loro bambini? Grazie al lavoro compiuto da Rastello, questo libro offre una serie di materiali e informazioni "veri", spesso trascurati da televisione e giornali.”
E poi, il suo primo romanzo: "Piove all'insù" (Bollati Boringhieri, 2006), che ebbe un notevole successo perché è la storia disincantata di una intera generazione e del rapporto difficile con i padri (il suo, fu un alto ufficiale dei carabinieri e poi dirigente dei servizi segreti, cosa che Luca scoprì soltanto aprendo i cassetti dopo che era morto): “Le meraviglie del Nuovo Mondo Flessibile si svelano tutte d'un tratto e di solito in maniera traumatica: con una lettera di licenziamento. Può capitare allora di rimanere senza parole, e di non avere altro da fare che cercarle: per dare forma al trauma, per occupare un tempo improvvisamente vuoto, per ricostruire la strada attraverso cui si e arrivati fin qui. È il tentativo del protagonista di questa storia, costretto dal suo stesso smarrimento a orientarsi seguendo una traccia vaga come la trama di certi romanzi di fantascienza psichedelica letti durante l'adolescenza”.
Seguì una raccolta di racconti "Undici buone ragioni per una pausa" (Bollati Boringhieri, 2009): “esiste un tratto quasi terminale della corsa - quando l'inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata - che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. È la sola parte dell'universo e del tempo che possa essere raccontata: le prime cose sono avvolte nella foschia di un passato senza memoria, le ultime accadono per definizione quando non è più possibile riferirne. Penultime cose è il confine dato al racconto: uscirne è prerogativa del titano o, più facilmente, del ciarlatano, non dello scrivano. A lui restano argomenti indubbiamente penultimi ma non privi di peso, come inferno, bontà, attesa, nostalgia, partenze, ritorni, paternità, fantasmi, comunismo. Babbo Natale, calura e febbre. E poi Armenia. Argentina. Asia, Jugoslavia e cerchia dei Navigli. E sogni. Se ne può trarre qualcosa di interessante, guidati dalla domanda sulla finitezza: ultima cosa o penultima? E sull'infinito: penultima cosa o ultima? La risposta è un ago che oscilla fra nichilismo e allegria, e la guida per approssimarla si può trovare nei luoghi più inattesi, come la matematica e le biglie con cui gioca Dio”.
Riprese quindi a scrivere reportage, un po’ particolari. Nella sua attività di volontario-insegnante nelle carceri Nuove di Torino, Luca aveva conosciuto un super trafficante italo-americano (che nei molti anni che si fece di prigione si laureò in Filosofia e Teologia). Da questa conoscenza, che era diventata un’ amicizia, Luca trasse grtan parte del materiale per Io sono il mercato (Chiarelettere, 2009), un grande libro sul narcotraffico: “Questa è la storia di uomini normali, insospettabili padri di famiglia saliti al vertice del narcotraffico internazionale. Una storia "criminale", raccontata da uno dei protagonisti, che svela le astuzie del sistema cocaina, ma anche la vita e le abitudini dei grandi trafficanti. I pesci grossi, quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la droga nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Uno sguardo dall'interno. Un nuovo punto di osservazione per capire come l'economia illegale riesce a infiltrarsi nell'economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare straordinariamente redditizio che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali”.
Un libro ancora di grande attualità è "La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani" (Laterza, 2010), sui diritti dei rifugiati: un libro coraggioso e provocatorio sulle violazioni dei diritti a danno di migliaia di migranti, storie di donne e uomini respinti da un continente intero. Donne e uomini a cui si nega accoglienza, su cui si spara alle frontiere d'Europa, donne e uomini rimpatriati in base ad accordi bilaterali poco trasparenti e spesso riconsegnati alle tragedie e ai carnefici a cui tentavano di sfuggire, donne e uomini a cui viene rifiutato lo status di rifugiati o anche solo la possibilità di avere un lavoro e una casa. Donne e uomini le cui vite dannate segnano la fine ingloriosa di una civiltà giuridica, quella delineata nei trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra o la Carta dei Diritti dell'Uomo, con cui il nostro mondo tentava di darsi un profilo migliore dopo le guerre mondiali. Insieme, in queste pagine, troveremo i dati del primo rapporto complessivo sul tema del diritto d'asilo in Europa commissionato da Caritas e Fondazione Migrantes, i dati delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, l'operato dell'agenzia Frontex, le fonti del diritto internazionale, un glossario, un vademecum di buone pratiche, un vero e proprio manuale per ottenere il rifugio politico o per dare aiuto a chi richiede asilo e una rassegna degli accordi bilaterali tra gli Stati per la riammissione dei migranti.
Seguì un libro “picaresco”, abbastanza ignorato dalla critica e dal pubblico, il "Dizionario per un lavoro da matti" (L’ancora del Mediterraneo, 2010): in queste pagine si incontrano fantasmi, clown, dandy, macchine fantascientifiche, bambini-medusa, mostri mutanti, maghi e altre assurdità che danno vita a una storia tanto grottesca quanto vera. A raccontarla, sotto la guida di Luca Rastello, sono cinque ragazzi venuti a Torino per motivi di studio e che, per mantenersi, hanno passato mesi pulendo mercati, sponde fluviali e scuole, lavorando a stretto contatto con i “matti” della Nuova Cooperativa -fondata trentanni fa dai degenti dell'ospedale di Collegno-raccogliendone le storie e le voci per dar vita a un romanzo polifonico fatto di smorfie e sghignazzi, sudore e sangue ma soprattutto di dignità e rispetto nei confronti di chi è sempre stato considerato diverso.
Luca aveva un’idea molto precisa ed etica del giornalismo e del ruolo dello scrittore (sempre di più, negli ultimi anni, le due attività in lui si sono identificate, associandosi alla sua grande passione per il viaggiare: quando solo stava un pochino meglio, si inventava un pretesto, prendeva lo zaino e partiva).
In "Democrazia: che cosa può fare uno scrittore", scritto con Antonio Pascale (Codice, 2011) sostiene che la parola, veicolo di conoscenza e informazione, sembra oggi aver perso il proprio potenziale critico e analitico, e la sua fondamentale funzione di sprone e stimolo. Negli ultimi vent'anni l'informazione giornalistica e la televisione l'hanno ridotta a puro strumento retorico, volto a creare consenso oppure a offrire slogan consolatori e di facile presa. Lo scrittore -sia egli letterato, giornalista o divulgatore- può ancora contribuire alla crescita di una coscienza democratica diffusa e matura? O siamo condannati a subire questo svuotamento di significato, e a rinunciare ad ogni desiderio di sapere? L’impegno oggi più urgente è quello di allontanare la parola dalla retorica e dalla spettacolarizzazione, per fare in modo che si riappropri della propria natura di strumento descrittivo e conoscitivo.
Frutto di una serie di viaggi fu "Binario morto" (Chiarelettere, 2012), scritto con Andrea De Benedetti: un réportage sul corridoio 5 dell’alta velocità tra Lisbona e Kiev. Luca lo spiegò così: “Algeciras (Portogallo), poco lontano da Lisbona. Parte da qui il viaggio-inchiesta degli autori di questo libro, attraverso i buchi e le incompiute dell'Alta velocità. Un reportage narrativo, l'occasione per raccontare la decadenza dell'Europa a partire da quel sogno partorito all'inizio degli anni Novanta (con il nome altisonante di Corridoio 5) e naufragato oggi, tra nazioni che si defilano (poco prima dell’uscita del libro, il Portogallo ha annunciato l'abbandono definitivo di ogni progetto di Alta velocità) e altre che non ne vogliono sentir parlare (l'Ucraina, per esempio). Quello dell'Alta velocità che voleva unire l'Atlantico alle steppe russe oggi è un incubo. A ovest una ragnatela di infrastrutture. A est si viaggia con mezzi di fortuna. Da Trieste a Lubiana in corriera. E poi un dedalo di stradine che portano agli snodi cruciali dell'Alta velocità che non c'è”.
L’ultima sua fatica è stato il secondo romanzo, il discusso "I buoni "(Chiarelettere, 2014), titolo che rimanda alle Eumenidi di Euripide, e al più recente libro Le benevole di Littel: per Luca, il suo romanzo era anche una riposta a quell’orribile libro. Così Luca lo presentò: “I Buoni lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano "progetti", il loro dio è la legalità. A guidarli c'è don Silvano. Lui è l'uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell'ambizione: a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di conciliazione: Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare”.
Luca aveva una solida preparazione filosofica e matematica.
In generale: una cultura assai ramificata, frutto di una curiosità inesuaribile.
Abbiamo ragionato spesso assieme sull’ETEROGENESI DEI FINI, che è diventato anche il tema principale dei miei libri.
Semplificando, l'eterogenesi dei fini è fare il Bene con il Male e fare il Male con il Bene.
Questa è la chiave per comprendere tutta la sua opera: un percorso di viaggio, soperta, denuncia, racconto, iniziatoconn La guerra in casa e terminato con I buoni. Luca citava spesso due frasi di Nietzsche: “Se guardi per molto tempo l’abisso, prima o poi l’abisso guarderà te. Se lotti troppo a lungo con il drago, tu diventerai il drago” ("Aurora").
Questo è il tema de "I buoni": una vicenda che, ispirandosi al suo impegno in organizzazioni che combattono la droga, le mafie e le guerre ad esse collegate, mette il luce spietatamente una questione scomoda e dolorosa sulla quale, come avviene con la Morte, tutti cerchiamo di non riflettere: spesso il Bene si fa con il Male. A questo rischio, più o meno coscientemente, sono esposti coloro che al Bene dedicano tutte le proprie energie. Purtroppo però, spesso, il Male si fa cercando di fare il Bene. Come dice Mefistofile (nel Faust di Goethe, e che Michail Bulgakov mise questa frase ad esergo del suo Il Maestro e Margherita): “Sono quella forza che opera costantemente il Male e fa continuamente il Bene”. Questa è la cosa più importante che Luca ha capito e ci ha raccontato

Il tempo dei burattini

Marco Iasevoli
Centrodestra e centrosinistra, perché sono in crescita solo i consensi degli "estremi"

Avvenire, 4 luglio 2026

Giorgia Meloni ha mandato in avanscoperta la sorella, Arianna, per capire se ci sono i margini per siglare una tregua con il Pd quantomeno sulla legge elettorale. In un’intervista al Corriere della sera, il capo della segreteria politica di FdI spiega che con il nuovo sistema di voto «facciamo un favore alla sinistra, li costringiamo a fare un programma insieme... ». Mentre ai suoi alleati Arianna Meloni ricorda che le preferenze sono uno strumento «fondamentale» per stabilire un rapporto con i territori. Al di là dei toni più o meno propagandistici, la presidente del Consiglio sta cercando di convincere tutti, alleati e indirettamente anche avversari, circa l’utilità di una legge elettorale che favorisce l’aggregazione e il “voto utile”, unica vera arma difensiva rispetto alle insidie che stanno crescendo a destra (Vannacci) e ora anche a sinistra, con il semi-annuncio di discesa in campo di Alessandro Di Battista. La premier ha dunque una tesi del tutto opposta rispetto a chi ritiene che l’ascesa delle estreme debba condurre a una riflessione - e a un passo indietro - sul nuovo sistema di voto. Per la leader del centrodestra una legge per la «governabilità» ha senso ora più di prima. Perciò è valso la pena concordare un rinvio dei tempi parlamentari, nella speranza che una finestra più ampia consenta di riaprire un dialogo minimo col Pd, in cui il segnale di buona volontà del centrodestra potrebbe essere proprio una mezza unità sulle preferenze.
Ma il problema più serio, in questa fase, è un altro. Il muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra è ormai totale e riguarda temi percepiti come distanti dalle reali esigenze dei cittadini. Lo scontro della settimana è quello sulla Rai, con le dimissioni di massa delle opposizioni dalla Vigilanza. L’altro scontro che sta diventando un tunnel è quello sul Covid, con la Commissione divenuta un vero terreno di battaglia. Ma si parla di fatti accaduti anni fa, mentre il Paese oggi fa i conti con il ritorno della benzina ai prezzi “di mercato” e con i costi del riarmo che potrebbero incidere sulla fiscalità generale. E su questi terreni molto più popolari non solo Vannacci, ma ora anche Di Battista, stanno conducendo una campagna sfiancante. L’ex parlamentare M5s per contarsi e girare il territorio sta raccogliendo firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Come lui stesso ha ammesso, è una sorta di pretesto per capire se la sua associazione, “Schierarsi”, può «provare a portare avanti battaglie all’interno delle istituzioni». E così come Meloni sinora ha etichettato Vannacci come una «sponda della sinistra», non c’è dubbio che presto Schlein e Conte inizieranno a indicare Di Battista come “amico occulto” della destra.
Intanto però le estreme si muovono, fanno rumore, mentre i due centri dei due poli sembrano in stallo. Il rinnovamento di Forza Italia auspicato da Marina Berlusconi non trova riscontri nei sondaggi. Mentre la gamba moderata o riformista del centrosinistra a oggi è un’addizione di sigle che si parlano poco e male: Renzi è piazzato lì con la sua Casa riformista che però ogni giorno deve fare i conti con veti trasversali, lì in quello spazio ci sono anche Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini, i socialisti, Più Europa, aggregazioni locali. Uno spazio senza nome, già accusato di essere solo un cartello elettorale. E anche questo aiuta Vannacci e Di Battista.


Alessandro De Angelis
Schlein & Co. Svegliatevi, il mondo è altrove

La Stampa, 6 luglio 2026

Duemila chilometri, questa la distanza geografica tra Ankara e Napoli. Lì inizia oggi, per tre giorni, uno dei vertici Nato più importanti degli ultimi anni. Qui, in concomitanza con la sua conclusione, Conte, Schlein e gli altri, terranno una loro manifestazione. Duemila chilometri, forse anche di più è la distanza politica. Non cercate qui risposte a ciò che avverrà lì.

Risposte, non foto per celebrare un’unità di facciata. O comizi con qualche slogan già sentito su sanità e salario minimo e, da ultimo, sulla Rai. Anche questa volta sarà rimosso il tema difesa e sicurezza. Al pari degli altri argomenti difficili, come l’Europa, l’immigrazione e tutti i temi più divisivi. Peccato, sono il terreno su cui si gioca la partita vera per l’Italia. L’interesse nazionale, si sarebbe detto una volta. Che, in un mondo così confuso e così interconnesso, si difende soprattutto fuori dai confini nazionali.

Ciò che avverrà non è una supposizione. A completare l’harakiri comunicativo, i nostri eroi del campo largo, dopo aver scelto per l’evento un giorno buono per pagina 20 dei giornali, hanno pure fatto sapere che di programma si parlerà seriamente a ottobre. Sembra un po’ come la “rivoluzione” nella canzone di Gaber: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.

L’istantanea racconta un “altrove”. Come lo racconta la mancata visita a Kiev, da parte degli stessi leader, in quasi quattro anni e mezzo di conflitto, più della Prima Guerra Mondiale. Recentemente, hanno anche disertato Confindustria e l’ambasciata americana. Questo “altrove” è il proprio recinto identitario. La priorità non è conquistare, attorno a un’idea di Paese, chi la pensa diversamente, ma la competizione, tutta simbolica e interna al proprio schieramento, su chi è più a sinistra, quantomeno a parole.

In attesa di capire come e quando ci si cimenterà su una proposta comune che dia un senso a questa storia, l’unico collante resta solo l’anti-melonismo, elisir di lunga vita per la premier come l’antiberlusconismo lo fu per il Cavaliere. Suggerimento non richiesto: attenzione a trasformare, secondo questa logica, le prossime elezioni, da contesa sul governo, in un referendum sulla Costituzione e su chi va al Quirinale. Se Costituzione e Quirinale diventano bandiere di parte, in caso di sconfitta, vengono trascinate nel gorgo.

Tutto ciò accade nel momento di più acuta difficoltà del governo Meloni proprio sulla spese militari, tema che la destra ha a cuore: ha rinunciato ai fondi Safe – prestiti europei senza interessi – per ragioni interne al governo. E ad Ankara sarà una impresa per la premier rassicurare Trump sugli impegni presi con eccessivo entusiasmo (il famoso 5 per cento), mantenendo le esigenze di bilancio. Ma davanti a tutto ciò non è sfidata, perché difesa e sicurezza per il campo largo sono un tabù. Eppure, il Safe non è “riarmo nazionale” per compiacere Trump, ma l’opposto. Costruire l’Europa della difesa è un modo per contenere Trump, che conosce solo il linguaggio della forza.

Anche su Kiev il racconto del governo è più appannato. E tuttavia, anche qui: nel momento in cui Giorgia Meloni arriva a sostenere, come Sergio Mattarella, la necessità di un «inviato comune dell’Europa», dall’altra parte ci si avvita sull’invio delle armi. Chissà, magari se la giocheranno ai gazebo: se vince Schlein, si mandano, ma un po’ meno, se vince Conte si mettono fiori nei cannoni. E davvero non si comprende questo doppio standard tra Gaza e Kiev, come se ci fosse una differenza tra i bambini massacrati da un autocrate (Putin) e da uno che aspira ad esserlo (Netanyahu).

Facciamola breve. La madre di tutte le difficoltà si chiama Donald Trump: «Nec tecum nec sine te vivere possum». È Ovidio ma forse è anche quel che pensa Giorgia Meloni: la svolta europeista, senza Trump, le costerebbe scomuniche ben peggiori di quelle ricevute finora; l’appartenenza a quel mondo, con Trump, ha un costo, e non solo elettorale. Lo sanno bene le imprese che si sono viste cancellare il business forum di Miami.

È una condizione di “sospensione” politica, che sarebbe messa in difficolta da un europeismo forte, concreto, non declamatorio, anche nel rapporto con la commissione Ursula, che non brilla di iniziativa. Difficile che l’alternativa prenda corpo tra chi è ancor più sospeso rispetto al principio di realtà. E lievita da terra sospinto dalle proprie ambizioni e vanità. Svegliatevi, il mondo è “altrove”. Fuori dal recinto.