mercoledì 23 settembre 2026

Piemonte liberale

 

Paolo Bagnoli
È il Piemonte la casa del liberalismo 

La Stampa, 23 settembre 2026

Il Piemonte è il luogo del liberalismo politico. In nessun’altra regione d’Italia, infatti, troviamo una presenza così numerosa e caratterizzata da forti personalità quale quella che registra il Piemonte e che costituisce le radici dell’Italia unita. È una filiera lunga che nasce naturalmente da Cavour annoverando, dopo il Conte, Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi, Marcello Soleri, Piero Gobetti, Filippo Burzio. A questa filiera appartiene anche Valerio Zanone, ma ci piace ricordare pure Eugenio Artom il cui volume Lineamenti della crisi sociale (Utet, 1921) viene recensito da Carlo Rosselli su la Critica Sociale. Ognuna delle personalità sopra ricordate ha caratteristiche che in parte differenziano, com’è naturale che sia, l’uno dall’altro, ma al di là della concezione di significato di cosa voglia dire liberalismo, si riscontra pure un terreno che in buona parte accomuna alcuni di loro.

Cavour fu il grande regista dell’unità nazionale. Il compito che la storia gli assegnò fu quello di fare lo Stato italiano, impresa ardua e che non ebbe modo di portare a termine. Egli, tuttavia, la condusse in fedeltà a un’idea di libertà costituzionale che conteneva nei principi le basi per costruire una realtà storica nuova, di stampo laico e civile, altro rispetto alle angustie di una dinastia con prevalenti doti di gelosia e esclusività del proprio ruolo – un qualcosa che veniva prima del dovere del compito – e che si concepiva – cosa mai smessa, Pietro Badoglio ne è l’ultimo disperato e drammatico esempio – quale dinastia militare. Fare uno Stato era un’altra cosa, più complessa e difficile, che non poteva basarsi solo su una concezione militaresca del potere politico.

A un compito per molti aspetti simile a quello di Cavour si trovò nel primo decennio del Novecento Giovanni Giolitti. Lo Stato aveva bisogno di farsi a fronte del contesto sociale nuovo cui si trovava il Paese, per cui il principio liberale che aveva ispirato l’azione del Conte era certo necessario, ma non sufficiente perché le questioni sul tappeto, anche quelle di natura internazionale, richiedevano una visione nuova da innervare nella primigenia fondamenta del liberalismo i fatti della democrazia. Non vogliamo qui entrare nel tanto dibattuto problema sul giudizio da dare del periodo giolittiano ma, qualunque esso possa essere, non si può negare che a entrambi spetta, a ragione, il titolo di “statisti”. Con Giolitti il liberalismo politico aveva fatto enormi passi avanti in quanto il liberalismo giolittiano, per farsi, Risdeve farsi anche democrazia, soprattutto da un punto di vista sociale.

Cavour e Giolitti hanno una rilevanza storica di statisti, un titolo che talora accompagna esperienze di uomini politici di alto livello, ma che, rispetto a quelle di Cavour e di Giolitti, non avevano lo stesso problema: un problema primario, si guardi bene, da affrontare. Sicuramente da affiancare a Cavour e Giolitti quali “statisti”, abbinerei Alcide De Gasperi che si trovò, anche lui, a fronteggiare il medesimo problema: ricostruire uno Stato dopo la dittatura e le devastazioni della guerra. E anche De Gasperi era un cattolico, ma liberale: poi, più in generale, appartengono alla categoria del liberalismo tutti coloro che si riconoscono nella Repubblica e nei principi della Costituzione.

Se il cavourismo rappresenta un liberalismo legato al Risorgimento, quello di Giolitti, data la stagione storica in cui si colloca, segna in profondità lo sviluppo del liberalismo. In tale scia, si collocano Marcello Soleri, Filippo Burzio, Artom e pure Valerio Zanone. In altra parte metterei Luigi Einaudi, il cui liberalismo ha una matrice anglo-sassone e non di tipo sociale. Naturalmente, c’è Piero Gobetti il cui liberalismo risolve se stesso operando in termini rivoluzionari, ossia palingenetici, per un’Italia del tutto altro rispetto a quella nata con il Risorgimento. Di esso non sottopone a critica i fatti quanto i principi che lo hanno mosso non permettendo al Paese di attuare, nella cornice della formula della “rivoluzione liberale”, quella “rivoluzione democratica” che avrebbe dovuto portarlo alla conquista della modernità. Eppure in Zanone, intelletuale finissimo, ex segretario del Pli, ministro e sindaco di Torino, un filo interpretativo del liberalismo tra Giolitti e Gobetti si tende.

È il farsi del liberalismo. Il primo articolo di Zanone su Gobetti è del 1970; scrive: «Il dato peculiare della sua personalità fu la capacità di conciliare la missione intellettuale di chi si sente votato “al dubbio tragico del pensiero” con una autentica vocazione economica per la funzione imprenditoriale». Non si riferisce, certo, a una presunta vocazione commerciale o manufatturiera di Gobetti, quanto al suo inserirsi nella realtà della vita con opere le cui radici risiedevano nella missione intellettuale cui si era dedicato.

Due anni dopo, nel saggio Il liberalismo moderno, pubblicato nella Storia delle idee politiche, economiche e sociali, la concezione del farsi del liberalismo si riscontra ancora in Gobetti nel suo apparentare «la pervicace eresia del liberalismo (…) con lo spirito delle prime democrazie protestanti» e «nel tentativo di innestare la teoria della classe politica di Mosca e Pareto sulla dottrina della lotta di classe». Pur non andando a fondo, dottrinariamente, di quello che è l’elitismo democratico di Gobetti, certo abbiamo la conferma che la connotazione del liberalismo risiede nel suo farsi concreto in ogni ambito della vita vissuta.

Il paragone tra Giolitti e Gobetti può sembrare paradossale, ma poiché, nella valutazione dell’indirizzo politico ciò che conta è l’intenzione, bisogna avere la pazienza di scavare ancora senza lasciarsi prendere dal sempre presente senso comune. La prova più alta di essere, nella sostanza, uno storico delle dottrine politiche Valerio Zanone la fornisce proprio nel citato saggio Il liberalismo moderno. Nel paragrafo che dedica a I liberali italiani, a proposito dello statista di Dronero scrive: «Il disegno politico di Giolitti puntava al riconoscimento della funzione esercitata dal socialismo e sul piano sociale all’integrazione delle classi popolari nella società nazionale, per la conservazione dell’ordine tradizionale contro il “turbine” rivoluzionario. Il terreno d’incontro non poteva che essere quello di un effettivo riformismo sociale, capace di porre termine alla lotta di classe e di riconciliare le classi lavoratrici con le istituzioni liberali». E a proposito di Gobetti scrive: «Il suo liberalismo fu la breve e intensa stagione di una minoranza eroica, animata da una donchisciottesca, disperata religiosità civile, il sogno di un radicale rinnovamento certo sproporzionato alle possibilità e ai limiti del nostro paese; il liberalismo di Croce fu per mezzo secolo l’imperium di un magistero culturale di rilevanza europea».

Al di là di tutte le polemiche, le diversità e pure la persistenza di modelli storiografico-politici vi è un punto di fondo: l’Italia, divenuta una, necessitava di un assetto democratico; una questione presente e premente alle porte della storia del Paese chiusasi la stagione del post-Risorgimento e drammaticamente cambiato lo scenario nazionale dopo il conflitto. Qui si pone la questione della democrazia che, per Giolitti, si matura in termini di liberalismo sociale, per Gobetti, che critica, ma non nega con accenti di vicinanza e di delusione, proprio perché l’entente Giolitti-Turati ha mancato sia nel cambiare la postura del liberalismo - che non è una questione riguardante l’arte di governare lo Stato - sia nel pieno assolvimento della concezione del socialismo che, per Turati, non dimentichiamolo, era “rivoluzione sociale”. Occorre un rinnovamento generale sia di classe dirigente sia di azione libertaria proveniente dal basso concretizzando il senso della libertà in un cambiamento che investisse nel suo complesso il dato storico dell’Italia.

Le conseguenze della guerra, in fondo, avevano dimostrato che la ventata reazionaria era, in buona sostanza, il frutto del fallimento del liberalismo quale azione di governo di cui Giolitti era stato il protagonista di più alto livello e solo una sua concezione rivoluzionaria avrebbe potuto cambiare, con una primaria consapevolezza etica, l’esserci di uno stato sulla base fondante di un nuovo modo di intendere e praticare la lotta politica.

Zanone, in una riflessione che abbraccia motivi ideali, storici, politici e morali, è all’incrocio di queste due derivazioni liberali; di ciò è consapevole in modo fermo. Cosa significa, allora, per Zanone essere liberali? Lo chiarisce nel 1996: «La cultura politica in cui mi riconosco è (…) fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia. Mi riconosco nella democrazia liberale con l’avvertenza che nella locuzione l’aggettivo è, per me, più importante del nome. Dall’associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta opzioni rilevanti nella prassi politica». Ecco dove, in lui, i poli opposti del giolittismo e del gobettismo finiscono per sciogliersi. Può apparire paradossale ma, se così non è, non si comprende il riferirsi all’uno e all’altro di questi dati per dare ragione del suo essere un liberale; di un liberalismo quale concretezza, non solo ideale, ma fattuale della storia. Zanone, consapevole che la democrazia non risolve, in via di principio, le questioni sociali che nel suo sistema vi sono, così chiarisce: «Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza riguarda non solo i punti di partenza ma anche i risultati nel senso che riconosce ai meno fortunati il diritto alla protezione sociale. Ciò comporta, seppure in maniera variabile, l’accentuazione di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che incontra invece l’avversione del liberalismo almeno nelle sue accezioni più intransigenti».

 

La pista mortale

Chiara Surano
In centinaia in presidio in corso Regina Margherita dopo la morte del piccolo Nicolò, vittima di incidente in sella alla sua bicicletta
Torino Today, 23 settembre 2026

Voleva solo andare a scuola in bici”, recita il cartello affisso nella serata di martedì 22 settembre mentre, sui social e tra le chat, iniziava a circolare la locandina. L'invito diffuso da Fiab Torino Bike Pride a prendere parte al presidio: “Basta morire in strada. Uniti per una ciclabile umana”. Appuntamento alle 7.30 del mattino in corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia di Torino, all'angolo con via Cesare Balbo. Lì dove 24 ore prima il piccolo Nicolò Di Ciò di soli 7 anni, in sella alla sua bicicletta, ha perso la vita mentre con il papà pedalava verso la scuola. “Una tragedia annunciata”, commentano in un quartiere sotto shock. 

Trecento persone per un cordone umano a difesa della ciclabile


“La sicurezza in strada non è un privilegio. E che non si parli di tragedia perché questa è una tragedia annunciata”. Circa trecento le persone presenti tra genitori, adulti, bambini per formare un cordone umano a delimitare la corsia ciclabile lungo il controviale di corso Regina Margherita, dove nella mattina di martedì ha perso la vita il piccolo Nicolò Di Ciò, di appena sette anni. Suonano i campanelli nel quartiere Vanchiglia di Torino per far sentire la voce di chi quotidianamente attraversa la città in bici, senza veder garantita per sé la sicurezza. Durante il cordone umano che per un’ora ha imposto alle auto di rallentare lungo il controviale, rispettando (almeno per un giorno) il limite dei 30 km/h, è stata posata una piccola ghost bike bianca, una bicicletta nel luogo dell’incidente. Poco dopo le 8.30, in sella alle bici, il presidio si è mosso in fila, lungo le ciclabili e senza bloccare il traffico, in direzione del Comune di Torino per far sentire la propria voce, in questo caso, alle istituzioni. Durante il presidio non sono mancate criticità e momenti di tensione fomentati da automobilisti che, fermi in coda o costretti a rallentare, hanno a più riprese protestato arrivando anche al diverbio con chi stava prendendo parte al presidio per il piccolo Nicolò.

L'incidente in corso Regina Margherita

Sono al lavoro gli agenti della polizia locale per ricostruire quanto accaduto intorno alle 8 del mattino di mercoledì, 22 settembre, nel controviale di corso Regina Margherita, precisamente nel tratto tra via Montebello e via Tarino in direzione lungo Po. Il bambino era in sella alla sua piccola bici con regolare casco protettivo quando, per cause da accertare, è avvenuto lo scontro con un'auto, una Chevrolet Matiz. Papà e figlio erano in bici lungo quella corsia ciclabile che è segnalata sulla carreggiata dalla sola vernice, stavano per raggiungere la scuola in via Verdi. 

Le condizioni del piccolo sono parse subito gravissime: soccorso e trasferito all'ospedale del Regina Margherita, nonostante le cure e un intervento chirurgico d'urgenza, nel pomeriggio è stato dichiarato il decesso. La conducente dell'auto si è subito fermata per prestare soccorso e sarà quasi certamente denunciata per omicidio stradale, un atto dovuto, mentre si attendono verifiche sulla dinamica per accertare eventuali responsabilità. 

Il controviale di corso Regina Margherita, la strada “condivisa” e una “tragedia annunciata”

È successo nel controviale di corso Regina Margherita e per molti residenti del quartiere Vanchiglia la morte di Nicolò è una “tragedia annunciata”. “Fantomatica”, “cosiddetta”, “vergognosa”. Sono gli aggettivi che vengono usati per descrivere la pista da chi la attraversa. Sull'asfalto c'è la segnaletica orizzontale, una striscia bianca tratteggiata (e anche molto sbiadita) a segnalarla, e nient'altro. 

O meglio, dell'altro c'è: c'è un controviale trafficato dove faticosamente viene rispettato il limite dei 30 km/h, c'è un asfalto dissestato con buche grossolane, non ci sono limiti netti, ci sono passi carrai e accessi laterali che quella pista la interrompono quasi di continuo, ci sono le auto parcheggiate da un lato e a spina di pesce dall'altro, ci sono le portiere che si aprono all'improvviso e quelle stesse auto che proprio sulla corsia ciclabile parcheggiano in doppia fila quasi quotidianamente, ancor più in quel tratto per la presenza del supermercato. La strada sì, è a tutti gli effetti “condivisa”, ma non lo è nei fatti. 

E tutto ciò accade durante la Settimana Europea della Mobilità, iniziata il 16 settembre e conclusasi proprio il 22, giorno dell'incidente. Una campagna di sensibilizzazione a livello europeo, la più importante tra quelle organizzate dalla Commissione, sulla mobilità urbana sostenibile per promuovere “il cambiamento comportamentale a favore della mobilità attiva, del trasporto pubblico e di altre soluzioni di trasporto pulite e intelligenti”. 

E di mobilità sostenibile se ne sarebbe parlato proprio il 22, alle 18, a pochi passi dall'incidente: un'iniziativa del comitato Vanchiglia Insieme e del Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS aperto alla cittadinanza, proprio per riflettere sull'importanza della mobilità sostenibile e per presentare il progetto “Strade Scolastiche in Vanchiglia”. 

Fiab Torino Bici e Dintorni: “Andare in bici in questa città è una scelta che può costare la vita”

“La tragedia avvenuta questa mattina in corso Regina Margherita dimostra che andare a scuola o al lavoro, in bici nella nostra città, è una scelta coraggiosa che può costare la vita – così Fiab Torino Bici & Dintorni –. Non era una ciclabile quella dove è successo, ma una ‘strada condivisa’, termine adottato dalle amministrazioni torinesi per poter vantare 300 km di ciclabili. Un concetto in sé positivo, se applicato, ma Torino è la città dell'auto che, pertanto, è l'utente principale della viabilità e non basta la segnaletica orizzontale, spesso invisibile dopo sei anni, a ricordare che in quel tratto stradale hanno pieno diritto di circolare anche le biciclette". 

https://www.torinotoday.it/cronaca/presidio-morte-nicolo-di-cio-bambino-incidente-bici-controviale-corso-regina-margherita.html



Ivrea incompiuta

 ivrea, quello che olivetti non fece

Progetti mancati. Un pregevole libro di Daniele Boltri ed Enrico Papa indaga sui 34 lavori architettonici pensati da Adriano & co che non si realizzarono mai

Paolo Bricco
Il Sole 24ore, 20 settembre 2026

Le architetture olivettiane nella loro dimensione più onirica. La dimensione della non esistenza. Nel 1991 Laura Olivetti e Giovanni Maggia avviarono la ricerca sulle architetture olivettiane che, ora, si completa con la pubblicazione del terzo volume, Architetture olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati, firmato da Daniele Boltri ed Enrico Papa. Il libro, che riporta con fedeltà filologica i materiali d’archivio dell’Ufficio Tecnico Olivetti di Ivrea, racconta una storia di visioni e di desideri, di scontri e di fallimenti, di ambizioni e di cadute. Sono trentaquattro le iniziative commissionate ma, poi, non realizzate. La più antica è la sala da ballo sulla collina di Figini e Pollini, datata 1937. La più recente è un complesso residenziale a Monte Navale, sopra Palazzo Uffici, di Nello Renacco, del 1969, nove anni dopo la morte di Adriano. Tuttavia, la maggioranza di queste opere è stata concepita negli anni 50 e rappresenta bene il grumo concettuale ed estetico della cultura olivettiana, nel senso di Adriano. In tutto, sono venticinque gli autori che, in quel gigantesco opificio dell’architettura industriale e civile a cielo aperto che è stata la Ivrea del Secondo dopoguerra, hanno ricevuto un incarico, hanno presentato i risultati, si sono sentiti dire di no.

Questo catalogo della non esistenza ha, fra le opere immaginate, i suoi passaggi più importanti in cinque opere: la villa ideata per Adriano Olivetti da Luigi Figini e Gino Pollini sulle sponde del Lago Sirio, le residenze sulla rocca di San Maurizio di Cesare Cattaneo, l’albergo-club-ristorante sempre sulla rocca di San Maurizio di un architetto non olivettiano come Carlo Mollino, il ponte diga sulla Dora Baltea di due figli putativi di Adriano come Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, la Scuola formazione professionale meccanici di BBPR. E, poi, le opere rimaste appunto sulla carta di Marcello Nizzoli, Marco Zanuso, Franco Albini, Eduardo Vittoria, Ignazio Gardella e Annibale Fiocchi.

L’elemento storico interessante è rappresentato da quello che si vede – dei progetti, pur nella loro dimensione non concreta – e da quello che non si vede. Perché, alla fine, ogni vicenda storica è, anche, una vicenda di quotidianità e di rapporti personali da un lato e, dall’altro, di inserimento di ogni singolo fatto in un contesto più ampio. E, così, sul versante dei rapporti personali si apprende che sul progetto di Cattaneo l’interlocutore “intermedio” fra l’architetto e Adriano Olivetti è stato Rocco Nicolais, amico di Camillo Olivetti (padre di Adriano e fondatore della ditta) ed ex tenente dell’Esercito. In questo caso la criticità, sollevata dal cerchio ristretto di architetti che lavora abitualmente con Adriano, è rappresentata dalle linee cubiste e futuriste dell’opera immaginata da Cattaneo, ritenute troppo disomogenee rispetto al codice culturale ed estetico razionalista della Ivrea di allora. Un genio versatile come il fotografo e designer Carlo Mollino viene percepito dagli architetti più prettamente olivettiani come un corpo estraneo, anche in virtù del suo radicamento nell’ambiente culturale e nel mercato della committenza della Torino degli Agnelli. Mollino parla con l’avvocato eporediese Renato Chabod che dialoga a sua volta con Ignazio Weiss, allora segretario di presidenza della Olivetti e uno degli uomini più vicini ad Adriano. Alla fine, il lavoro di Mollino viene osteggiato anche dai redattori del piano regolatore di Ivrea del 1952 (fra cui gli stessi Fiocchi e Quaroni) che ritengono il progetto, letteralmente, «troppo monumentale».

Il contesto più ampio è quello di un Adriano Olivetti che si allontana, poco alla volta, dalla concretezza della sua passione per i luoghi del lavoro e del vivere, perché impegnato – soprattutto nella seconda parte degli anni Cinquanta – a tenere unita la doppia dimensione di industriale insieme tradizionale e innovatore e di politico, allo stesso tempo, utopista e riformatore. Aumentano, appunto, le intermediazioni fra lui e gli architetti. E, allo stesso tempo, diminuiscono le risorse finanziarie a disposizione della realizzazione delle opere, in parte finanziate direttamente da Adriano e in parte, quando lui riusciva a convincere il consiglio di amministrazione della Olivetti dell’interesse aziendale, dalla stessa impresa. Utile ricordare come la politica dei dividendi della Olivetti fosse generosa nei confronti della famiglia e come, appunto, esistesse, intorno ad Adriano, un clima famigliare non favorevole a tutte le iniziative che riducessero i payout a favore dei soci. Anche per questo nel periodo aureo della Olivetti e di Adriano, fra il 1955 e il 1960, molti progetti rimangono sulla carta.

Daniele Boltri ed Enrico Papa, Architetture olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati
Archivio Cattaneo Editore, pagg. 288, € 30

Lezioni tedesche

Francesco Strazzari
Unità e identità, lezioni tedesche per l'opposizione

il manifesto, 23 settembre 2026

In Sassonia-Anhalt l’affluenza è cresciuta di quasi diciotto punti e ha portato alle urne elettori dell’AfD; a Berlino è cresciuta di dieci punti e ha premiato la Linke. In entrambi i casi il voto in più è andato a chi prometteva una rottura e a pagare sono stati i partiti di governo: nella capitale la Spd tocca il minimo storico al 12 per cento, la Cdu perde 8 punti.

Il voto di rottura non è disattivabile. Dove la sinistra lo attraversa, lo prende; dove lascia lo spazio vuoto, lo prende l’estrema destra. Nella capitale la sinistra si è caratterizzata con una campagna sugli affitti e sull’esproprio dei grandi proprietari immobiliari e una critica esplicita alla politica di Merz su Israele. È una risposta al paradosso che inquieta le sinistre di governo da Madrid a Brasilia: non si vince amministrando meglio, si vince restituendo controllo su qualcosa che si sente sfuggito di mano. A Berlino era il canone di locazione, la cosa più materiale che esista.

Un’altra lezione riguarda chi paga il prezzo dell’onda nera, e non è la sinistra. Il cadavere del giorno è la Cdu: sparita a Schwerin, arretrata di 8 punti nella capitale. Dove la destra tradizionale insegue temi e linguaggio dell’estrema destra, perde male. Con la Cdu fuori dal Landtag una maggioranza rosso-rosso-verde diventa possibile – per quanto la stampa tedesca faccia di tutto per scongiurarla, accampando accuse di islamismo e antisemitismo – e l’AfD resta l’unica opposizione. È il dilemma della Brandmauer (il muro tagliafuoco) nella forma più pura: un’alternanza organizzata tutta dentro l’argine consegna all’estrema destra il monopolio del malcontento. Alice Weidel l’ha capito subito, rivendicando che l’AfD è ormai il primo partito del Paese; Merz ha ammesso il disastro ma ha annunciato che non si muove.

Una terza lezione interessa chi in Italia discute di fronti unitari. In Meclemburgo è rimasta fuori anche la Bsw di Sahra Wagenknecht (intorno al 4,8) che anche a Berlino si è fermata, in calo e sotto soglia, al 4,7. Se in Sassonia-Anhalt si era offerta come sponda, qui non può offrire niente a nessuno. La Linke ha vinto la capitale dopo aver preso le distanze dal rossobrunismo su migranti e Russia. Un risultato che sorprende solo se si confonde l’unità con l’aritmetica: un fronte non è la somma di chi sta genericamente contro. Se include chi argomenta come l’avversario perde riconoscibilità e dunque la capacità di mobilitare che si è mostrata decisiva per la vittoria.

Riconoscibile, però, dentro un’alleanza che ora deve nascere. Ed è qui che Schwerin parla a Roma più di Berlino. Per governare servono Spd, Linke e Verdi, cioè tre posizioni inconciliabili sulla guerra: una Spd il cui governo regionale creò una fondazione per il clima (finita oggetto di inchiesta) allo scopo di completare Nord Stream 2 aggirando le sanzioni americane; i Verdi, che in questa legislatura sono stati la forza più atlantista sull’Ucraina; una Linke contraria all’invio di armi e al riarmo. Nessuno dei tre convincerà gli altri, del resto un Land non fa politica estera, anche se vota al Bundesrat, che non è irrilevante su scelte di riarmo.

Un disaccordo, messo per iscritto, diventa potere di veto. Se l’accordo si farà non sarà perché qualcuno ha ceduto, ma perché avranno esplicitato che cosa decidono insieme e su che cosa si astengono. È la tecnica tedesca delle clausole di astensione, che manca esattamente in Italia, dove spesso si pretende che l’intesa preceda la discussione e poi si scopre che, sotto le foglie di fico, non c’era niente.

Che l’ampiezza conti lo dimostra una scelta opposta e altrettanto istruttiva. In Serbia si vota il 25 ottobre, dopo due anni di proteste seguite alla strage di Novi Sad, con Vucic che lascia la presidenza per candidarsi premier. Il movimento studentesco ha depositato la lista «Gli studenti vincono» con 75mila firme, e diversi partiti d’opposizione hanno rinunciato a presentarsi per non disperdere voti: fra questi il Fronte Verdi-Sinistra, che aveva dieci seggi. Per una piccola formazione rinunciare al simbolo e a eletti significa dissolversi proprio quando si potrebbe capitalizzare. L’hanno fatto perché contro un regime che reprime e manipola le regole la posta non è la rappresentanza ma la possibilità stessa dell’alternanza. Resta l’avvertenza: alla lista ha offerto sostegno anche l’ultradestra di Dveri, e con essa la domanda su che cosa si accetti di condividere e fino a dove.

Le due indicazioni si contraddicono solo in apparenza: dove la competizione è compromessa, l’unità della scheda può valere il sacrificio dell’identità di partito, ma è un investimento a perdere se non si contratta qualcosa di scritto: regole, garanzie, programma di transizione. Dove la competizione è aperta, come da noi, la larghezza resta certo indispensabile, ma si tiene solo se ciascuno resta riconoscibile dentro di essa: non un fronte che cancella le differenze fingendo un’unanimità inesistente, né uno che le rinvia al giorno dopo il voto, ma un’alleanza che le nomina, le contratta e dice come intende governarle.

Resta il quadro internazionale, che stringe tutto. Un cancelliere delegittimato a metà mandato governa la potenza che decide i tempi del riarmo europeo, le regole di bilancio e il margine dell’Unione sull’Ucraina. Un’AfD prima in tre parlamenti dell’est, mentre il fianco orientale registra sabotaggi e droni, trasforma la politica estera tedesca in una variabile di quella interna. E un’Europa che ha trovato unità solo sul nemico comune regala all’estrema destra il suo argomento migliore. È qui che la sinistra deve decidere se essere argine o direzione. In una città importante ha mostrato che può essere entrambe. In un Land, a trecento chilometri, che non basta desiderarlo.

martedì 22 settembre 2026

La ragazzina

 


una ragazzina contro tutti

Gino Ruozzi
Il Sole 24ore, 20 settembre 2026

Scrivere di Giovanna d’Arco significa immettersi in un’illustre tradizione letteraria e cinematografica, in cui La ragazzina di Valeria Parrella (in finale al premio Campiello 2026) si inserisce con freschezza e piglio sintonici. La «ragazzina» è la «pucelle» che ha sfidato i re e la storia per amore di Dio, con una libertà e un coraggio che ne hanno fatto un mito, tragica rivisitazione medievale al femminile del sacrificio di Cristo. La ragazzina di Parrella compie anche una personale battaglia di denuncia ed emancipazione dall’arroganza dei maschi, dal loro potere e dall’angoscia di perderlo («quando un maschio dice a una femmina che è una puttana è perché ne ha paura»).

Ogni rilettura dell’epica e funesta vicenda di Giovanna d’Arco (1412-1431) è anche un’interpretazione della contemporaneità; lo è stato dal dramma romantico di Schiller (1801) alla grandiosa ricostruzione storica di Michelet (1853) all’appassionata adesione poetica di Pèguy, culminata nello splendido Mystère de la charité de Jeanne d’Arc (1910); della letteratura italiana mi preme ricordare l’intenso poemetto Giovanna d’Arco di Maria Luisa Spaziani (1990). Così come non si possono dimenticare le realizzazioni cinematografiche di Dreyer (1928) e Bresson (1962) e di Fleming (1948) e Rossellini (1954), che scelsero il volto memorabile di Ingrid Bergman. Ma la ragazzina di Parrella, anche per la bella foto di copertina del libro, è forse più vicina all’esordiente Jean Seberg che nel 1957 interpretò Santa Giovanna di Preminger.

Quella di Parella è una partecipazione amorosa che prende il ritmo e le forme di un canto poetico. La «sua» ragazzina duella con luoghi comuni e convenzioni sociali, con la propria famiglia e le monarchie europee; non teme nessuno perché è sorretta dalle «voci» dei santi. È una «ragazzina indomita» che cambia le regole del gioco, a cominciare da quelle della «guerra degli uomini». La vittoria e la gloria la baciano per un attimo, presto sconfitte dall’invidia e dal tradimento. Il destino dell’ingiustizia umana è il rogo, atroce: «Giovanna non aveva paura della morte, ma del fuoco. Tutti hanno paura del fuoco, anche il boia che lo appicca».

Dopo secoli fu santificata dalla Chiesa (1920); e, per Parrella, dalla spavalda fermezza della giovinezza e dall’indomita capacità di «dire no» e «mettersi di traverso».


Valeria Parrella

La ragazzina

Feltrinelli, pagg. 144, € 17



Meloni formato Vannacci

Marco Damilano
Diversi a parole, uguali nei fatti. A destra è nato il Melonacci

Domani, 22 settembre 2026

«Mi sono sempre considerata un soldato della politica», scriveva di sé Giorgia Meloni nell’autobiografia uscita nel 2021, alla vigilia del salto che doveva portarla a Palazzo Chigi un anno dopo. Umile? Modesta? Non proprio, perché la futura premier raccontava anche che nelle manifestazioni la trattavano come una specie di taumaturga. «Sei la nostra eroina Giorgia, sei la nostra Giovanna D'Arco, ci voleva una donna per guidare questo esercito allo sbando». «Ho capito che attorno alla mia figura si è creata una piccola mitologia», fingeva di sorprendersi.

Un parallelismo fortificato dal fatto che, secondo alcune fonti, la Pulzella d’Orléans, sarebbe nata il 15 gennaio 1412, lo stesso giorno di Meloni, venuta al mondo il 15 gennaio 1977. Tanto bastava per far scattare l’identificazione con la santa, l’eroina, ma soprattutto con la figura che «Giorgia» preferisce, la condottiera donna che giganteggia alla guida un esercito di piccoli uomini.

Si capisce così lo spiazzamento iniziale che la premier ha provato quando si è trovata di fronte un generale diverso da quelli con frequentazioni golpiste e piduiste a fine corsa che il vecchio Movimento sociale usava candidare nelle sue liste. Un generale sfrontato, ardimentoso, pronto a paracadutarsi su ogni opportunità, uno che vuole fare in politica e nella destra quello che ha sempre fatto nella vita: comandare.

Nel 1992, mentre la quindicenne Meloni metteva piede per la prima volta nella sezione Garbatella del Fronte della Gioventù, il tenente Roberto Vannacci si preparava a partire per la Somalia. Nel 2004, quando Meloni diventa segretaria di Azione giovani, Vannacci viene distaccato presso il comando interforze per le operazioni delle forze speciali. Nel 2009, mentre la pulzella fa la ministra dei giovani, il militare viene spedito in Afghanistan. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno, nell’anno del Signore 2026, si sarebbero ritrovati a contendersi la guida della destra italiana. E nella contesa finire per assomigliarsi sempre di più, mescolare campagne, parole d’ordine, lineamenti, dando vita a una creatura mitologica. Un nuovo mostruoso personaggio della nostra politica, mezzo Meloni mezzo Vannacci. Melonacci.

Feltri il precursore


Il Melonacci è salito sul palco domenica scorsa, quando la premier ha annunciato alla festa dei giovani di Fratelli dìItalia Fenix il numero massimo di stranieri per classe e il divieto di burqua e niqab nelle scuole.

«Doveva arrivare anni fa», ha incassato l’alter ego che guida Futuro nazionale, prima di rilanciare. Lo stesso era accaduto quando a Bari, festeggiando il record di durata del suo governo, la presidente del Consiglio aveva esaltato le politiche su migranti e rimpatri, come dire: tu la remigrazione la predichi, io la pratico. Difficile dire chi stava parlando in quel momento: se Meloni, Vannacci, o Melonacci. Nelle prossime settimane la scena si ripeterà, sulle piazze e nei talk, con spettacolari scambi di persona.

Gli ascari di Giorgia Meloni da mesi sui loro giornali presentano Vannacci come un usurpatore, una quinta colonna della sinistra, un generale fellone o fetecchia, un utile idiota. Finché il padre nobile della categoria, Vittorio Feltri, consigliere regionale in Lombardia di Fratelli d’Italia, è apparso a sorpresa come la madonna alla convention torinese dei vannacciani, accolto dall’ex generale più in ginocchio che sull’attenti. E Melonacci ha trovato il suo Profeta, l’Apostolo. Il Precursore di quello che avverrà, quando anche l’incontro elettorale diventerà inevitabile, quando gli elettori chiederanno a gran voce nei sondaggi che Meloni e Vannacci diventino una cosa sola, fuori i secondi Salvini e Tajani, resta solo Melonacci.

La lezione dell’opposizione


Vannacci è quel che Meloni è stata, vuol diventare quel che Meloni è, fino a soffiarle il posto a Palazzo Chigi. Prima di arrivare alla vetta del governo, la leader di Fratelli d’Italia fu la spina nel fianco del vecchio centrodestra quando la Lega e Forza Italia governavano con i ministri del Pd nella squadra di Mario Draghi e Meloni occupava tutto lo spazio dell’opposizione (di destra). Una lezione ben assorbita dal generale che su ogni tema sensibile per chi governa rilancia indisturbatamente, la coerenza tra proclami e realizzazioni è un problema di chi governa. E Futuro nazionale sale nei sondaggi.

Vannacci è quel che è stata Meloni anche sul piano ideologico. Ben prima del generale la leader di Fratelli d’Italia ha sposato la triade Dio Patria e Famiglia, utile per posizionarsi nel mercato delle idee. Il no all’immigrazione, il sì alla remigrazione. Le radici cristiane, «puoi essere ateo o musulmano, ma se sei nato in Europa i valori cristiani sono anche i tuoi, che ti piaccia o no», predicava Giorgia in Io sono Giorgia. La lotta contro «la dottrina gender» e contro «l’ideologia globalista che mette sotto attacco la famiglia». Acqua fresca rispetto al generale che in Il mondo al contrario tuona: «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione! Non solo ve lo dimostra la Natura, che a tutti gli esseri sani “normali” concede di riprodursi, ma lo dimostra la società: rappresentate una ristrettissima minoranza del mondo».

Vannacci dimostra di aver appreso bene la lezione di «Giorgia», quando era all’opposizione. Impossessarsi di una identità, in modo granitico. Vantare mani libere, promettere qualsiasi cosa. Ci sarà tempo per smentirsi. E costringere Meloni a dimostrare che il potere non l’ha cambiata, non l’ha imborghesita.

Lo specchio impresentabile della destra


C'è un punto dove Melonacci vacilla, si chiama Ucraina. «Futuro nazionale vede con favore un atteggiamento disteso con la Federazione russa. Importare materie prime e energia a buon mercato dalla Russia è nell’interesse economico dell’Italia», si legge nel programma di Futuro nazionale.

Difficile per Meloni sottoscrivere. Ma la categoria dell’interesse nazionale, o meglio dell’egoismo nazionale, non è più monopolio di Fratelli d’Italia. In un momento in cui la destra estrema di AfD prende il volo in Germania, lasciando a terra il cancelliere Friedrich Merz e Ursula von der Leyen che Meloni ha coltivato a lungo come alleati privilegiati. In Europa Vannacci è alleato con AfD, l’unico europarlamentare italiano a militare nel gruppo Europa delle nazioni sovrane. Un percorso opposto a quello di Fratelli d’Italia che ora guida i conservatori di Ecr, indecisi se rivendicare l’asse con il Ppe ammaccato dal voto tedesco o tornare a guardare alla loro destra.

Sono le settimane inquiete di Meloni. Il suo vicepremier Matteo Salvini è la dimostrazione vivente di cosa avviene se ti metti in casa Vannacci: a Pontida è rimasto solo con il balletto del niqab. Il dilemma resta. Ma intanto Futuro nazionale avanza nei sondaggi, egemonizza i temi, e costringe Meloni a tornare in quel recinto da cui voleva (senza dichiararlo) fuggire. La condottiera deve decidere se avanzare o indietreggiare rispetto al generale che non è un incidente, un’anomalia nel cuore della destra italiana. È al contrario lo specchio fedele dei suoi umori più profondi e impresentabili. E in quello specchio, nella campagna elettorale che verrà, si riflette oggi Melonacci.

Quel seno inopportuno

Couvrez ce sein que je ne saurais voir (Molière, Tartuffe)
Coprite quel seno, che non potrei vedere

Monica Ricci Sargentini
«Posando seminuda svilisce i nostri sacrifici» E le atlete si scagliano contro l’attrice Sweeney
Corriere della Sera, 22 settembre 2026

Sydney Sweeney appare quasi nuda, coperta da palloni e attrezzi sportivi, nella campagna di Novig, piattaforma di pronostici sulle competizioni. Lo spot ha provocato una protesta sui social. «Questo è l’aspetto delle donne nello sport», ha scritto la velocista britannica Amy Hunt pubblicando foto delle proprie gare. Per la ex nuotatrice australiana Ariarne Titmus è uno schiaffo a chi ha dedicato la vita alla disciplina. La ciclista inglese Sophie Capewell ha criticato la rappresentazione sessualizzata delle sportive; l’ex ginnasta Usa Gracie Kramer ha pubblicato un suo video con la scritta «Questo è l’aspetto di una donna nello sport», ripresa da molte altre atlete.

Jacob Fortinsky, fondatore di Novig, ha difeso la campagna ricordando che la piattaforma è riservata ai maggiori di 21 anni. L’attrice ha risposto alle critiche pubblicando foto di sportive che avevano posato nude. È la seconda volta in poco più di un anno che una pubblicità con Sweeney fa scalpore: nel 2025 lo slogan di American Eagle «Sydney Sweeney has great jeans», gioco di parole con genes, «geni», suscitò accuse di alludere all’eugenetica. Ora le atlete contestano l’uso di una bella donna per attirare il pubblico maschile mentre lo sport femminile conquista riconoscimento per i suoi risultati.

«Non stiamo giudicando la libera scelta dell’attrice, stiamo giudicando il potere delle immagini e quelle di questa campagna non hanno nulla a che fare con l’emancipazione» dice Lorella Zanardo, che ha lavorato molto sulla rappresentazione delle donne nei media. L’autrice invita a considerare chi quelle immagini le guarda: «Cosa vedono le bambine mentre camminano? Una ragazza che ha il manico di una racchetta da tennis tra i glutei e due palle da football tra i seni». Per l’autrice, le donne che si tolgono il velo in Iran compiono un atto di emancipazione: «Quel gesto visto in rete spinge altre ragazze a prendere coraggio». In questa campagna, invece, «usare il proprio corpo per eccitare» ripropone uno stereotipo sessuale trito e ritrito.

Sweeney è partner di Novig e possiede una quota della società. Trasformarla in un simbolo da adorare o condannare fa perdere di vista chi costruisce e diffonde quelle immagini. Anche Bigmama mostra il proprio corpo per vendere i rasoi Gillette Venus, in una campagna che parla di orgoglio e libertà. Ma in quel caso le immagini vengono considerate un atto emancipatorio.


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