A Roma, due adolescenti di 16 e 17 anni hanno ammesso il coinvolgimento in sei aggressioni compiute a bordo di una minicar e si trovano in stato di fermo. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, ricoverato in terapia intensiva. «Quella notte ci siamo divertiti così», avrebbero detto agli investigatori. Una frase che inquieta perché trasforma la violenza in intrattenimento. Ma soprattutto obbliga a una domanda: che rapporto esiste, nell’adolescenza, tra aggressività, ricerca di emozioni e capacità di riconoscere il dolore altrui?

L’adolescenza non è una malattia e non è, per definizione, un’età violenta. È una fase di trasformazioni: il bisogno di autonomia cresce, il giudizio dei coetanei acquista peso, mentre la regolazione delle emozioni e la valutazione delle conseguenze continuano a maturare. Questo non rende inevitabile l’aggressione né riduce la responsabilità. Aiuta piuttosto a capire perché, in alcuni ragazzi, l’impulso possa prevalere sulla riflessione.

Non basta, dunque, parlare di «ragazzate». Colpire uno sconosciuto non è un eccesso di vivacità: è un atto di violenza. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato diagnosticare a distanza una psicopatia o descrivere un’intera generazione come incapace di empatia. La scienza può illuminare meccanismi generali, non leggere nella mente dei protagonisti.

Uno di questi è il disimpegno morale: la capacità di neutralizzare, almeno temporaneamente, il significato delle proprie azioni. La vittima diventa un bersaglio anonimo, il danno una conseguenza secondaria, la sopraffazione un gioco. Una metanalisi di Gini, Pozzoli e Hymel (2014), condotta su 17.776 giovani, ha riscontrato un’associazione tra disimpegno morale e comportamenti aggressivi, più marcata negli adolescenti rispetto ai bambini. La violenza non richiede sempre l’assenza di regole morali, ma la loro sospensione selettiva.

Conta anche ciò che accade quando si è insieme. Un coetaneo può alimentare il desiderio di mostrarsi coraggiosi e trasformare l’escalation in una prova reciproca. Ma i pari non sono soltanto un fattore di rischio. Coleman e Farrell (2021), studiando longitudinalmente oltre 2.500 studenti, hanno mostrato che alcune influenze positive degli amici possono attenuare il legame tra vittimizzazione e aggressività fisica. La relazione con l’altro può quindi spingere verso la violenza oppure diventare un argine.

Un’indagine su 802 adolescenti italiani ha inoltre collegato l’esposizione alla violenza nella comunità, il disimpegno morale e il bullismo (Esposito et al., 2022). Non significa che i due ragazzi romani siano cresciuti in un ambiente violento: non ne abbiamo elementi. Ricorda però che l’aggressività adolescenziale non nasce nel vuoto. Si sviluppa dentro relazioni, modelli osservati, esperienze di appartenenza e modi appresi di risolvere i conflitti.

Sarebbe comodo attribuire tutto ai social, alla noia o a famiglie assenti. Senza prove, sono spiegazioni che rassicurano gli adulti più di quanto chiariscano i fatti. La domanda decisiva non è soltanto perché un adolescente possa provare eccitazione davanti al rischio, ma come arrivi a ignorare che quel rischio viene imposto a una persona innocente. Qui educazione e responsabilità devono incontrarsi: riconoscere un limite significa comprendere che oltre quel limite c’è un altro essere umano.

Servono conseguenze proporzionate, tutela delle vittime e interventi educativi. Prevenire la violenza significa insegnare a interrompere l’escalation, a sottrarsi alla complicità, a dare un nome alla sofferenza provocata. E significa offrire agli adolescenti modelli adulti coerenti, capaci di ascoltare senza giustificare e di porre limiti chiari e netti.

Il caso della minicar non ci dice che gli adolescenti siano violenti. Ci ricorda qualcosa di più difficile: nell’età in cui si costruisce la propria identità, anche il modo di guardare l’altro è ancora in formazione. La vera sfida educativa è fare in modo che la ricerca di sé non passi mai attraverso il male da fare a qualcun altro.