Viviana Mazza Trump, l'ultima sparata contro Meloni Cprroere della Sera, 6 luglio 2026
Il giorno dopo la festa del 4 luglio, in assenza di impegni ufficiali, Donald Trump si dedica al suo canale di comunicazione preferito, il social Truth. Pubblica decine di post, immagini che lo ritraggono mentre bacia la bandiera a stelle e strisce e scatti con il wrestler Hulk Hogan. Poi, alle 22.51, compare nel flusso una foto di Giorgia Meloni e il tycoon di spalle, al G7 di Evian. In alto campeggia la scritta: «Serve un ordine restrittivo». È l’ultima sparata di Trump contro la premier italiana, che ha attaccato più volte, arrivando a dire che in Francia l’aveva implorato per una foto assieme. Accusa a cui Meloni ha risposto: «Io e l’Italia non imploriamo mai».
Quello della sera prima, per il tycoon, non era stato un discorso lunghissimo: è durato circa 40 minuti, al contrario di quanto preannunciato dal presidente, ma è stato (come gli altri per questo 250° anniversario) molto simile a un comizio. Conteneva più riferimenti alla Storia dei suoi tipici comizi: Trump ha parlato della «genialità» dei Padri fondatori, di figure leggendarie del vecchio West, Annie Oakley e Buffalo Bill, degli esploratori Lewis e Clark. Ha raccontato la storia del sergente William Harvey Carney, primo afroamericano a ricevere la Medaglia d’onore: «Amava il nostro Paese, amava la bandiera». Veterani ultracentenari e i giovani dell’equipaggio dell’artemis II sono saliti sul palco, per ricordare i successi, i sacrifici e l’innovazione degli Stati Uniti.
Ma il presidente ha anche spostato l’attenzione sulla sua missione di far approvare la legge Save America Act, che renderebbe obbligatorio presentare prova di cittadinanza e un documento di identità per votare e limiterebbe il voto per posta, ma che è fonte di contrasti con i suoi stessi alleati repubblicani al Congresso: «Non ci saranno voti per posta, tranne per chi è malato, disabile, in servizio militare o in viaggio e non avrete più brogli alle elezioni», ha detto Trump, ripetendo accuse mai provate di massicci brogli.
Ancora una volta ha avvertito che «i comunisti» potrebbero prendere piede nel Paese: lo ha definito un «cancro» e ha sottolineato che «è una minaccia che va bloccata immediatamente, prima che inizi». Sarà un tema elettorale che accompagnerà gli americani verso le elezioni di midterm e oltre.
«L’America è una nazione di vincitori e il nostro Paese sta vincendo di nuovo», ha detto Trump. Si è anche soffermato su quelle che considera le sue conquiste personali («Abbiamo ricostruito le forze militari nel mio primo mandato. Le abbiamo usate un poco nel mio… dovrei dire terzo mandato ma non voglio farlo perché non voglio polemiche») e il senso di essere stato perseguitato («A differenza di molti altri nel mondo, in questo Paese abbiamo libertà di parola, di religione, giustizia secondo la legge, anche se io non sono stato trattato bene, ma non entrerò in questo tema»). Il linguaggio era a tratti religioso, come anche in altri eventi di questo anniversario. «Tutto il mondo cerca di essere come noi, ma nessuno può essere come noi e con l’aiuto di Dio saremo sempre così, anche meglio». E ancora: «Come dice la nostra Dichiarazione di indipendenza, siamo tutti stati creati nell’immagine di Dio onnipotente, i comunisti di certo non lo diranno mai».
Ma alla fine Trump ha lasciato ampio spazio al patriottismo: «Per 250 anni gli Stati Uniti sono stati la speranza, la promessa, la luce e la gloria tra tutte le nazioni del mondo. Nessuno può essere come noi». E infine: «Il meglio deve ancora venire». Alcuni democratici hanno diffuso messaggi in opposizione al suo. Barack Obama ha espresso speranza nella nuova generazione; Bill Clinton ha ammonito sulle «minacce alle nostre istituzioni e alla nostra stessa democrazia».
Sky tg24
6 luglio 2026
Il meme funziona perché ribalta il significato originario del termine. Nell'uso legale, l'ordine restrittivo protegge chi lo richiede da qualcun altro; nell'uso social, invece, chi scrive "restraining order needed" ammette in modo iperbolico di essere lui stesso il "problema": si dichiara così ossessionato da una persona, una canzone, un brand o un cibo da aver bisogno di un intervento esterno per fermarsi. La chiave del format è dunque l'autoironia, con chi pubblica il post che si presenta come "molesto" in modo innocuo e buffo. Il post di Trump si discosta da questo uso: la formula non è riferita a sé stesso, come vorrebbe la logica del meme, ma indirizzata a Meloni, capovolgendo il senso originario e trasformando una battuta autoironica in un attacco.
Francesco M. Cataluccio Per Luca Rastello Facebook
Per Luca Rastello
Undici anni fa, di questo giorno, Luca se n'è andato. Mi manca molto, anche se spesso, pensandolo, mi pare sia ancora qui.
Per ricordare chi era LUCA RASTELLO (1961-2015) vorrei iniziare dalla fine, perché mia nonna diceva che i grandi uomini, come gli attori, si riconoscono da come escono di scena. Luca, dopo una grave malattia durata dieci anni, e affrontata con grande dignità e spavalderia, senza mai perdere la Trebisonda (come amava dire lui che in quella città del Mar Nero c’era andato davvero), ci ha salutati con una lettera aperta alle due figlie per dare a loro, e a tutti coloro che gli volevano bene, coraggio con una riflessione sul senso della vita: piena di ironia, autoironia, ottimismo e persino con una sorprendente riproposione della lettura che il filosofo francese di origine russa, Alexandre Kojève, fece della “dialettica servo padrone” nel celebre libro "La dialettica e l’idea della morte in Hegel". In una lezione tenuta all'associazione PHILO, ai Frigoriferi Milanesi, Luca aveva parlato di Tristram Shandy. Era un romanzo poco letto, diceva, ma capace di esaltare l’arte del narrare. Tristram, generato sotto l'influsso dell'orologio, sa che la morte lo sta inseguendo. L'arte del narrare si è rivelata un'arma difensiva come lo scudo di Achille. Se per descrivere un giorno ci vuole un anno, scrivendo si influisce sul tempo. Perché il tempo di un uomo è destinato a esaurirsi come il tempo di una vicenda narrata, ma lo si può moltiplicare confondendolo, sovrapponendo altri tempi, altre storie. E poi Sterne ha un’ultima trovata, entra nel suo libro. Entra nel romanzo. Tristram non muore più: Tristram è vivo e credo che la principessa indiana si alzi in piedi ad applaudire. Poi Luca aggiunse questa citazione: “In un remoto casolare coperto di stoppie dove vivo costantemente impegnato a lottare contro le afflizioni della cattiva salute e di altri mali della vita con le armi del buon umore, essendo fermamente persuaso che ogni volta che un uomo sorride, ma più ancora quando ride, aggiunge un granello a questo breve frammento che è la nostra vita”.
Luca è stato un bravo e vero giornalista (“un indagatore di contraddizioni” definiva il mestiere che gli dava da vivere) e, da quando si scoprì irrimediabilmente malato, un ottimo scrittore. Ha diretto alcune riviste (tra le quali “Narcomafie” e “La Rivista dei Libri”), ed è stato inviato di “Diario”, poi collaboratore de “La Repubblica” . Negli anni Novanta è stato attivo nell'ambito della cooperazione internazionale: fondatore del Comitato accoglienza profughi ex Jugoslavia di Torino. Da quell'esperienza è nato il suo primo libro "La guerra in casa" (Einaudi, 1998), ispirato alla guerra nella ex-Jugoslavia. Libro che è frutto di una profonda disillusione. Là (come già aveva intuito quando lavorava a “Narcomafie”) Luca capì che “le cose non tornano” e che il suo compito era quello di “smascherare la realtà”. Facendo cosa? Essendo stato uno dei suoi editori (alla Bollati Boringhieri), posso testimoniare che le quarte di copertina Luca se le scriveva assolutamente da solo. E’ meglio quindi lasciare la parola a lui:
“Il cecchino, figura principe nell'immaginario di una guerra sporca, carnefice per eccellenza, che prova a ricominciare a vivere in Italia. L'incubo di Izmet, prelevato dalla polizia di Spalato e massacrato perché mussulmano. L'assurda fine di Moreno Locatelli, ucciso a Sarajevo sul ponte di Vrbanja, durante una manifestazione di pace da lui stesso ostacolata perché inutile. E chi ha ucciso i tre italiani che trasportavano un carico di aiuti umanitari e avevano i documenti per espatriare una quarantina di vedove con i loro bambini? Grazie al lavoro compiuto da Rastello, questo libro offre una serie di materiali e informazioni "veri", spesso trascurati da televisione e giornali.”
E poi, il suo primo romanzo: "Piove all'insù" (Bollati Boringhieri, 2006), che ebbe un notevole successo perché è la storia disincantata di una intera generazione e del rapporto difficile con i padri (il suo, fu un alto ufficiale dei carabinieri e poi dirigente dei servizi segreti, cosa che Luca scoprì soltanto aprendo i cassetti dopo che era morto): “Le meraviglie del Nuovo Mondo Flessibile si svelano tutte d'un tratto e di solito in maniera traumatica: con una lettera di licenziamento. Può capitare allora di rimanere senza parole, e di non avere altro da fare che cercarle: per dare forma al trauma, per occupare un tempo improvvisamente vuoto, per ricostruire la strada attraverso cui si e arrivati fin qui. È il tentativo del protagonista di questa storia, costretto dal suo stesso smarrimento a orientarsi seguendo una traccia vaga come la trama di certi romanzi di fantascienza psichedelica letti durante l'adolescenza”.
Seguì una raccolta di racconti "Undici buone ragioni per una pausa" (Bollati Boringhieri, 2009): “esiste un tratto quasi terminale della corsa - quando l'inizio è dimenticato e la fine è certa e verosimilmente prossima, ma non ancora arrivata - che viene rischiarato da una sorprendente lucidità, come da una luce più forte. È la sola parte dell'universo e del tempo che possa essere raccontata: le prime cose sono avvolte nella foschia di un passato senza memoria, le ultime accadono per definizione quando non è più possibile riferirne. Penultime cose è il confine dato al racconto: uscirne è prerogativa del titano o, più facilmente, del ciarlatano, non dello scrivano. A lui restano argomenti indubbiamente penultimi ma non privi di peso, come inferno, bontà, attesa, nostalgia, partenze, ritorni, paternità, fantasmi, comunismo. Babbo Natale, calura e febbre. E poi Armenia. Argentina. Asia, Jugoslavia e cerchia dei Navigli. E sogni. Se ne può trarre qualcosa di interessante, guidati dalla domanda sulla finitezza: ultima cosa o penultima? E sull'infinito: penultima cosa o ultima? La risposta è un ago che oscilla fra nichilismo e allegria, e la guida per approssimarla si può trovare nei luoghi più inattesi, come la matematica e le biglie con cui gioca Dio”.
Riprese quindi a scrivere reportage, un po’ particolari. Nella sua attività di volontario-insegnante nelle carceri Nuove di Torino, Luca aveva conosciuto un super trafficante italo-americano (che nei molti anni che si fece di prigione si laureò in Filosofia e Teologia). Da questa conoscenza, che era diventata un’ amicizia, Luca trasse grtan parte del materiale per Io sono il mercato (Chiarelettere, 2009), un grande libro sul narcotraffico: “Questa è la storia di uomini normali, insospettabili padri di famiglia saliti al vertice del narcotraffico internazionale. Una storia "criminale", raccontata da uno dei protagonisti, che svela le astuzie del sistema cocaina, ma anche la vita e le abitudini dei grandi trafficanti. I pesci grossi, quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la droga nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Uno sguardo dall'interno. Un nuovo punto di osservazione per capire come l'economia illegale riesce a infiltrarsi nell'economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare straordinariamente redditizio che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali”.
Un libro ancora di grande attualità è "La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani" (Laterza, 2010), sui diritti dei rifugiati: un libro coraggioso e provocatorio sulle violazioni dei diritti a danno di migliaia di migranti, storie di donne e uomini respinti da un continente intero. Donne e uomini a cui si nega accoglienza, su cui si spara alle frontiere d'Europa, donne e uomini rimpatriati in base ad accordi bilaterali poco trasparenti e spesso riconsegnati alle tragedie e ai carnefici a cui tentavano di sfuggire, donne e uomini a cui viene rifiutato lo status di rifugiati o anche solo la possibilità di avere un lavoro e una casa. Donne e uomini le cui vite dannate segnano la fine ingloriosa di una civiltà giuridica, quella delineata nei trattati internazionali, come la Convenzione di Ginevra o la Carta dei Diritti dell'Uomo, con cui il nostro mondo tentava di darsi un profilo migliore dopo le guerre mondiali. Insieme, in queste pagine, troveremo i dati del primo rapporto complessivo sul tema del diritto d'asilo in Europa commissionato da Caritas e Fondazione Migrantes, i dati delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni non governative, l'operato dell'agenzia Frontex, le fonti del diritto internazionale, un glossario, un vademecum di buone pratiche, un vero e proprio manuale per ottenere il rifugio politico o per dare aiuto a chi richiede asilo e una rassegna degli accordi bilaterali tra gli Stati per la riammissione dei migranti.
Seguì un libro “picaresco”, abbastanza ignorato dalla critica e dal pubblico, il "Dizionario per un lavoro da matti" (L’ancora del Mediterraneo, 2010): in queste pagine si incontrano fantasmi, clown, dandy, macchine fantascientifiche, bambini-medusa, mostri mutanti, maghi e altre assurdità che danno vita a una storia tanto grottesca quanto vera. A raccontarla, sotto la guida di Luca Rastello, sono cinque ragazzi venuti a Torino per motivi di studio e che, per mantenersi, hanno passato mesi pulendo mercati, sponde fluviali e scuole, lavorando a stretto contatto con i “matti” della Nuova Cooperativa -fondata trentanni fa dai degenti dell'ospedale di Collegno-raccogliendone le storie e le voci per dar vita a un romanzo polifonico fatto di smorfie e sghignazzi, sudore e sangue ma soprattutto di dignità e rispetto nei confronti di chi è sempre stato considerato diverso.
Luca aveva un’idea molto precisa ed etica del giornalismo e del ruolo dello scrittore (sempre di più, negli ultimi anni, le due attività in lui si sono identificate, associandosi alla sua grande passione per il viaggiare: quando solo stava un pochino meglio, si inventava un pretesto, prendeva lo zaino e partiva).
In "Democrazia: che cosa può fare uno scrittore", scritto con Antonio Pascale (Codice, 2011) sostiene che la parola, veicolo di conoscenza e informazione, sembra oggi aver perso il proprio potenziale critico e analitico, e la sua fondamentale funzione di sprone e stimolo. Negli ultimi vent'anni l'informazione giornalistica e la televisione l'hanno ridotta a puro strumento retorico, volto a creare consenso oppure a offrire slogan consolatori e di facile presa. Lo scrittore -sia egli letterato, giornalista o divulgatore- può ancora contribuire alla crescita di una coscienza democratica diffusa e matura? O siamo condannati a subire questo svuotamento di significato, e a rinunciare ad ogni desiderio di sapere? L’impegno oggi più urgente è quello di allontanare la parola dalla retorica e dalla spettacolarizzazione, per fare in modo che si riappropri della propria natura di strumento descrittivo e conoscitivo.
Frutto di una serie di viaggi fu "Binario morto" (Chiarelettere, 2012), scritto con Andrea De Benedetti: un réportage sul corridoio 5 dell’alta velocità tra Lisbona e Kiev. Luca lo spiegò così: “Algeciras (Portogallo), poco lontano da Lisbona. Parte da qui il viaggio-inchiesta degli autori di questo libro, attraverso i buchi e le incompiute dell'Alta velocità. Un reportage narrativo, l'occasione per raccontare la decadenza dell'Europa a partire da quel sogno partorito all'inizio degli anni Novanta (con il nome altisonante di Corridoio 5) e naufragato oggi, tra nazioni che si defilano (poco prima dell’uscita del libro, il Portogallo ha annunciato l'abbandono definitivo di ogni progetto di Alta velocità) e altre che non ne vogliono sentir parlare (l'Ucraina, per esempio). Quello dell'Alta velocità che voleva unire l'Atlantico alle steppe russe oggi è un incubo. A ovest una ragnatela di infrastrutture. A est si viaggia con mezzi di fortuna. Da Trieste a Lubiana in corriera. E poi un dedalo di stradine che portano agli snodi cruciali dell'Alta velocità che non c'è”.
L’ultima sua fatica è stato il secondo romanzo, il discusso "I buoni "(Chiarelettere, 2014), titolo che rimanda alle Eumenidi di Euripide, e al più recente libro Le benevole di Littel: per Luca, il suo romanzo era anche una riposta a quell’orribile libro. Così Luca lo presentò: “I Buoni lottano per salvare il mondo. Le loro crociate si chiamano "progetti", il loro dio è la legalità. A guidarli c'è don Silvano. Lui è l'uomo santo con il maglione consumato e lo sguardo sofferente che predica sulla strada e nel palazzo, vicino agli ultimi e ai politici, alle rockstar, ai galeotti e ai magistrati. È nel suo tempio che approda Aza, ragazzina dei cunicoli, esile e fortissima, scampata a un passato di fogna e violenza con la forza dell'ambizione: a lei Silvano onnipotente ha concesso una lingua nuova, una casa, una carriera, persino un amore. Le ha dato la vita. Pazienza allora se il tempio è cartongesso, se la lotta è solo nei toni con cui si pronunciano parole di conciliazione: Aza dovrà tenere stretta la corda che la lega a don Silvano fino a scorticarsi le mani. Anche quando, attorno, ogni cosa comincia a precipitare”.
Luca aveva una solida preparazione filosofica e matematica.
In generale: una cultura assai ramificata, frutto di una curiosità inesuaribile.
Abbiamo ragionato spesso assieme sull’ETEROGENESI DEI FINI, che è diventato anche il tema principale dei miei libri.
Semplificando, l'eterogenesi dei fini è fare il Bene con il Male e fare il Male con il Bene.
Questa è la chiave per comprendere tutta la sua opera: un percorso di viaggio, soperta, denuncia, racconto, iniziatoconn La guerra in casa e terminato con I buoni. Luca citava spesso due frasi di Nietzsche: “Se guardi per molto tempo l’abisso, prima o poi l’abisso guarderà te. Se lotti troppo a lungo con il drago, tu diventerai il drago” ("Aurora").
Questo è il tema de "I buoni": una vicenda che, ispirandosi al suo impegno in organizzazioni che combattono la droga, le mafie e le guerre ad esse collegate, mette il luce spietatamente una questione scomoda e dolorosa sulla quale, come avviene con la Morte, tutti cerchiamo di non riflettere: spesso il Bene si fa con il Male. A questo rischio, più o meno coscientemente, sono esposti coloro che al Bene dedicano tutte le proprie energie. Purtroppo però, spesso, il Male si fa cercando di fare il Bene. Come dice Mefistofile (nel Faust di Goethe, e che Michail Bulgakov mise questa frase ad esergo del suo Il Maestro e Margherita): “Sono quella forza che opera costantemente il Male e fa continuamente il Bene”. Questa è la cosa più importante che Luca ha capito e ci ha raccontato
Marco Iasevoli Centrodestra e centrosinistra, perché sono in crescita solo i consensi degli "estremi" Avvenire, 4 luglio 2026
Giorgia Meloni ha mandato in avanscoperta la sorella, Arianna, per capire se ci sono i margini per siglare una tregua con il Pd quantomeno sulla legge elettorale. In un’intervista alCorriere della sera, il capo della segreteria politica di FdI spiega che con il nuovo sistema di voto «facciamo un favore alla sinistra, li costringiamo a fare un programma insieme... ». Mentre ai suoi alleati Arianna Meloni ricorda che le preferenze sono uno strumento «fondamentale» per stabilire un rapporto con i territori. Al di là dei toni più o meno propagandistici,la presidente del Consiglio sta cercando di convincere tutti, alleati e indirettamente anche avversari, circa l’utilità di una legge elettorale che favorisce l’aggregazione e il “voto utile”, unica vera arma difensiva rispetto alle insidie che stanno crescendo a destra (Vannacci) e ora anche a sinistra, con il semi-annuncio di discesa in campo di Alessandro Di Battista. La premier ha dunque una tesi del tutto opposta rispetto a chi ritiene che l’ascesa delle estreme debba condurre a una riflessione - e a un passo indietro - sul nuovo sistema di voto. Per la leader del centrodestra una legge per la «governabilità» ha senso ora più di prima. Perciò è valso la pena concordare un rinvio dei tempi parlamentari, nella speranza che una finestra più ampia consenta di riaprire un dialogo minimo col Pd, in cui il segnale di buona volontà del centrodestra potrebbe essere proprio una mezza unità sulle preferenze. Ma il problema più serio, in questa fase, è un altro. Il muro contro muro tra centrodestra e centrosinistra è ormai totale e riguarda temi percepiti come distanti dalle reali esigenze dei cittadini. Lo scontro della settimana è quello sulla Rai, con le dimissioni di massa delle opposizioni dalla Vigilanza. L’altro scontro che sta diventando un tunnel è quello sul Covid, con la Commissione divenuta un vero terreno di battaglia. Ma si parla di fatti accaduti anni fa, mentre il Paese oggi fa i conti con il ritorno della benzina ai prezzi “di mercato” e con i costi del riarmo che potrebbero incidere sulla fiscalità generale. E su questi terreni molto più popolari non solo Vannacci, ma ora anche Di Battista, stanno conducendo una campagna sfiancante. L’ex parlamentare M5s per contarsi e girare il territorio sta raccogliendo firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Come lui stesso ha ammesso, è una sorta di pretesto per capire se la sua associazione, “Schierarsi”, può «provare a portare avanti battaglie all’interno delle istituzioni». E così come Meloni sinora ha etichettato Vannacci come una «sponda della sinistra», non c’è dubbio che presto Schlein e Conte inizieranno a indicare Di Battista come “amico occulto” della destra. Intanto però le estreme si muovono, fanno rumore, mentre i due centri dei due poli sembrano in stallo. Il rinnovamento di Forza Italia auspicato da Marina Berlusconi non trova riscontri nei sondaggi. Mentre la gamba moderata o riformista del centrosinistra a oggi è un’addizione di sigle che si parlano poco e male: Renzi è piazzato lì con la sua Casa riformista che però ogni giorno deve fare i conti con veti trasversali, lì in quello spazio ci sono anche Progetto civico di Onorato, Più Uno di Ruffini, i socialisti, Più Europa, aggregazioni locali. Uno spazio senza nome, già accusato di essere solo un cartello elettorale. E anche questo aiuta Vannacci e Di Battista.
Alessandro De Angelis Schlein & Co. Svegliatevi, il mondo è altrove La Stampa, 6 luglio 2026
Duemila chilometri, questa la distanza geografica tra Ankara e Napoli. Lì inizia oggi, per tre giorni, uno dei vertici Nato più importanti degli ultimi anni. Qui, in concomitanza con la sua conclusione, Conte, Schlein e gli altri, terranno una loro manifestazione. Duemila chilometri, forse anche di più è la distanza politica. Non cercate qui risposte a ciò che avverrà lì.
Risposte, non foto per celebrare un’unità di facciata. O comizi con qualche slogan già sentito su sanità e salario minimo e, da ultimo, sulla Rai. Anche questa volta sarà rimosso il tema difesa e sicurezza. Al pari degli altri argomenti difficili, come l’Europa, l’immigrazione e tutti i temi più divisivi. Peccato, sono il terreno su cui si gioca la partita vera per l’Italia. L’interesse nazionale, si sarebbe detto una volta. Che, in un mondo così confuso e così interconnesso, si difende soprattutto fuori dai confini nazionali.
Ciò che avverrà non è una supposizione. A completare l’harakiri comunicativo, i nostri eroi del campo largo, dopo aver scelto per l’evento un giorno buono per pagina 20 dei giornali, hanno pure fatto sapere che di programma si parlerà seriamente a ottobre. Sembra un po’ come la “rivoluzione” nella canzone di Gaber: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.
L’istantanea racconta un “altrove”. Come lo racconta la mancata visita a Kiev, da parte degli stessi leader, in quasi quattro anni e mezzo di conflitto, più della Prima Guerra Mondiale. Recentemente, hanno anche disertato Confindustria e l’ambasciata americana. Questo “altrove” è il proprio recinto identitario. La priorità non è conquistare, attorno a un’idea di Paese, chi la pensa diversamente, ma la competizione, tutta simbolica e interna al proprio schieramento, su chi è più a sinistra, quantomeno a parole.
In attesa di capire come e quando ci si cimenterà su una proposta comune che dia un senso a questa storia, l’unico collante resta solo l’anti-melonismo, elisir di lunga vita per la premier come l’antiberlusconismo lo fu per il Cavaliere. Suggerimento non richiesto: attenzione a trasformare, secondo questa logica, le prossime elezioni, da contesa sul governo, in un referendum sulla Costituzione e su chi va al Quirinale. Se Costituzione e Quirinale diventano bandiere di parte, in caso di sconfitta, vengono trascinate nel gorgo.
Tutto ciò accade nel momento di più acuta difficoltà del governo Meloni proprio sulla spese militari, tema che la destra ha a cuore: ha rinunciato ai fondi Safe – prestiti europei senza interessi – per ragioni interne al governo. E ad Ankara sarà una impresa per la premier rassicurare Trump sugli impegni presi con eccessivo entusiasmo (il famoso 5 per cento), mantenendo le esigenze di bilancio. Ma davanti a tutto ciò non è sfidata, perché difesa e sicurezza per il campo largo sono un tabù. Eppure, il Safe non è “riarmo nazionale” per compiacere Trump, ma l’opposto. Costruire l’Europa della difesa è un modo per contenere Trump, che conosce solo il linguaggio della forza.
Anche su Kiev il racconto del governo è più appannato. E tuttavia, anche qui: nel momento in cui Giorgia Meloni arriva a sostenere, come Sergio Mattarella, la necessità di un «inviato comune dell’Europa», dall’altra parte ci si avvita sull’invio delle armi. Chissà, magari se la giocheranno ai gazebo: se vince Schlein, si mandano, ma un po’ meno, se vince Conte si mettono fiori nei cannoni. E davvero non si comprende questo doppio standard tra Gaza e Kiev, come se ci fosse una differenza tra i bambini massacrati da un autocrate (Putin) e da uno che aspira ad esserlo (Netanyahu).
Facciamola breve. La madre di tutte le difficoltà si chiama Donald Trump: «Nec tecum nec sine te vivere possum». È Ovidio ma forse è anche quel che pensa Giorgia Meloni: la svolta europeista, senza Trump, le costerebbe scomuniche ben peggiori di quelle ricevute finora; l’appartenenza a quel mondo, con Trump, ha un costo, e non solo elettorale. Lo sanno bene le imprese che si sono viste cancellare il business forum di Miami.
È una condizione di “sospensione” politica, che sarebbe messa in difficolta da un europeismo forte, concreto, non declamatorio, anche nel rapporto con la commissione Ursula, che non brilla di iniziativa. Difficile che l’alternativa prenda corpo tra chi è ancor più sospeso rispetto al principio di realtà. E lievita da terra sospinto dalle proprie ambizioni e vanità. Svegliatevi, il mondo è “altrove”. Fuori dal recinto.
Una sentenza contro l’Italia sulla violenza domestica
Per la Corte europea dei diritti dell'uomo le autorità italiane hanno gestito male su più fronti le accuse di una donna al compagno Il Post, 5 luglio 2026
La Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU) ha stabilito che le autorità italiane non hanno gestito in maniera adeguata le denunce di violenza domestica e sessuale da parte di una donna contro il suo ex compagno, e che l’Italia dovrà quindi risarcire lei e i suoi due figli per un totale di 60mila euro. Per i giudici della corte, che è uno dei principali tribunali internazionali, l’Italia ha violato gli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il primo punisce i trattamenti inumani e degradanti, mentre il secondo è volto a tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare.
La sentenza è stata depositata il 2 luglio e in questi giorni se n’è parlato anche per le motivazioni con cui la pubblico ministero incaricata del caso ne aveva chiesto l’archiviazione, con commenti che i giudici della corte hanno ritenuto sessisti e stereotipati.
Il caso riguarda Audrey Carmen Manuela Ubeda, una 43enne francese che vive da tempo in Italia, e i suoi due figli minorenni, nati nel 2011 e nel 2014. Nell’aprile del 2021 Ubeda aveva denunciato alla polizia il loro padre e suo ex compagno, un cittadino italiano identificato con le iniziali G.P., con cui avevano vissuto fino a poco prima. Ubeda aveva detto che, durante la loro relazione, G.P. si comportava in maniera violenta sia con lei che con i figli, sia fisicamente che psicologicamente.
Il mese successivo lei e i figli vennero spostati in una casa rifugio, dove poi rimasero per tre anni. G.P. invece non fu soggetto a misure restrittive.
Nel novembre del 2021 una pubblico ministero fece richiesta di archiviare le accuse contro l’uomo, definendo un episodio denunciato da Ubeda, in cui lui le avrebbe puntato un coltello alla gola, «uno scherzo di cattivo gusto». Ubeda aveva anche accusato l’ex compagno di averla costretta a fare sesso senza il suo consenso, ma sempre secondo la pubblico ministero era difficile dimostrarlo: in base ai documenti della CEDU, aveva definito «normale» che gli uomini debbano superare «un livello minimo di resistenza» per fare sesso, quando le loro compagne sono stanche per le incombenze quotidiane.
Nel febbraio del 2024 G.P. fu infine rinviato a giudizio, ma stando a quanto comunicato dalla CEDU la prima udienza non si tenne mai. Nel frattempo Ubeda aveva anche chiesto l’affidamento esclusivo dei figli al tribunale dei minori: la responsabilità genitoriale fu tolta a G.P. solo nel maggio di quell’anno, tre anni dopo la richiesta.
Secondo la CEDU, l’operato delle autorità italiane non ha rispettato i criteri fissati dalla Convenzione per diversi motivi. Non hanno avviato indagini tempestive e approfondite, come richiesto dal trattato, e avendo fatto restare la donna e i figli per tre anni in una struttura hanno violato l’obbligo di adottare misure proporzionate alle circostanze, e quello di valutare su base periodica l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure stesse. Anche il tribunale dei minori avrebbe impiegato troppo tempo per decidere sulla responsabilità genitoriale; i commenti pronunciati dalla pubblico ministero, inoltre, hanno contribuito a un’ulteriore forma di vittimizzazione contro Ubeda.
La Corte ha quindi stabilito che l’Italia debba risarcire con 15mila euro ciascuno Ubeda e i suoi figli per i danni subiti, e con altri 15mila per le spese legali. La sentenza sarà impugnabile per tre mesi: se non ci sarà un ricorso, passato questo periodo diventerà definitiva.
Jean Echenoz Il diavolo in nero con cui Stevenson continua a sedurci la Repubblica, 5 luglio 2026
Il Master di Ballantrae esce nel 1889, tre anni dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde(scritto in una settimana), sei anni dopo L’isola del tesoro e cinque anni prima della morte di Robert Louis Stevenson all’età di quarantaquattro anni. Tutto accade in fretta nella vita di quest’uomo.
Molto in fretta: a tre anni di distanza, con L’isola del tesoro e Il dottor Jekyll e il signor Hyde, Stevenson ha creato due miti letterari. Il Master di Ballantrae, che riprende, amplifica, distorce i due temi essenziali di quei libri, dà forma a una rêverie nata una notte d’inverno del 1887 a Saranac, sui monti Adirondack, allorché Stevenson ha da poco riletto La nave fantasma, romanzo marinaresco di Frederick Marryat – secondo lui sono infatti tre le letture necessarie per penetrare i segreti di un libro, per studiare i meccanismi del giocattolo. «Dovetti constatare che da troppo tempo non avevo elaborato un intreccio,» racconterà quattro anni dopo «e sfidai me stesso a idearne uno, seduta stante. Doveva essere una storia di ampio respiro, che coprisse svariati anni, in modo che potessi raffigurare i personaggi nello slancio della giovinezza e nel declino dell’età, e che si svolgesse in diverse contrade cosicché potessi collocarli in ambienti diversi e sorprendenti – e poi soprattutto una storia che mettesse in scena la stessa accumulazione di eventi spettacolari del libro di Marryat, affrontati nella stessa maniera ellittica e concisa».
In questo libro avviato con frenesia non lontano dalla frontiera canadese, faticosamente portato a termine l’anno seguente a Waikiki, nei pressi di Honolulu, figurerà tutto l’armamentario del romanzo d’avventura. Tanto che viene da chiedersi se lo sia veramente. Pirati, battaglie, contrabbandieri, cacciatori di pellicce, tesoro e tradimenti, duelli, burrasca e ammutinamento, fachiro e pellirosse, pianeta percorso in lungo e in largo dalle Indie all’Alaska, non manca nulla. E, al centro del teatro, il mortale conflitto tra due fratelli, James e Henry Durie.
Due fratelli che tutto oppone o sembra, all’inizio, opporre. Di fronte all’aspetto riservato, misero e scialbo di Mr. Henry si erge la figura affilata, cinica, elegante di James, Master di Ballantrae. Abito nero, diamante, neo. All’internazionale potere di seduzione di James non corrispondono, in Henry, che probi e sedentari talenti di veterinario e pescatore. L’avventuriero senza morale contro l’amministratore senza scintillio. Il perverso contro l’umiliato.
Lo scrittore francese Jean Echenoz
È il perverso che ci interessa, ovvio. È l’eroe romantico contorto. È questa seduzione che ci attrae, e non siamo i soli. Dal momento in cui il padre del Master identifica il figlio con il diavolo, ammettendo nella medesima frase, a sua grande vergogna, che è comunque sempre stato il favorito, noi condivideremo quella vergogna (...). Una volta emessa la sentenza paterna, le marche sataniche si moltiplicheranno non appena si fa cenno a James Durie. Indirette o meno, tali allusioni brulicano, non c’è un solo capitolo in cui non si manifesti la medesima ombra. Ombra che giungerà a sdoppiarsi quando il Master si imbarca su una nave pirata il cui capitano, mediocre psicopatico, si crede lui stesso il diavolo, tanto che ha sbattezzato la sua nave, la Sarah, per chiamarla Inferno. Un delicato conflitto prende allora avvio fra il Master di Ballantrae, diavolo principe, e questo diavoletto da strapazzo che si dipinge la faccia di nero e mastica schegge di vetro, addobbandosi ingenuamente degli orpelli di un Maligno di cui solo il Master ha colto al volo l’essenza.
Quindi è lui, probabilmente. Seduzione, bellezza, sadismo e imbonimento. Smania di pervertire e manipolare. Eterni espedienti per ricominciare da capo. Bellezza che raggiunge l’apice, nota dolorosamente l’intendente Mackellar, quando il Master supera sé stesso nell’oltraggio. Ma se possiamo seguire a occhio nudo, come su un campo innevato, gran parte di queste tracce diaboliche, ve ne sono altre che attraversano più discretamente il romanzo – per esempio il singolare dettaglio, buttato lì come per caso e dunque ancor più inquietante, relativo alle letture di James Durie, e soprattutto al suo modo di leggere: sembra che il Master si interessi solo alla forma del testo, trascurandone il significato. Con lo stesso piacere epidermico può scorrere brani della Bibbia o di Clarissa, senza distinzione alcuna, giacché entrambi non sono che transitorie fonti di soddisfazione, violino in un cabaret – brivido lungo la schiena.
Soprattutto, grava sul Master un sospetto di immortalità. Regolarmente lo si dà per morto in guerra, morto in duello, morto di sfinimento – e lui riappare sempre più scintillante, ogni volta più pericoloso. Un procedimento che lo stesso Stevenson esita a sistematizzare, come confessa in una lettera a Henry James, «posto che il terzo, per così dire, decesso e le circostanze della terza riapparizione sono impervi; impervi, Sir. Anche troppo impervi». Che fare di fronte a un personaggio simile? Ci si ritrova in una posizione non diversa da quella di Mackellar, protagonista del libro e insieme suo supposto autore. Stretto fra la devozione nei confronti di Mr. Henry e l’ammirazione per il Master, Mackellar è lacerato e la sua situazione impossibile: scrivere un libro in memoria dell’uno per celebrare, di fatto, la gloria dell’altro.
Situazione impossibile, fratelli impossibili: tutto ciò che James irride, tutto ciò con cui si trastulla, Henry vi resta senza scampo invischiato. L’amore. Il denaro. Il ruolo di figlio. I domestici. I vicini. L’alcol. Ma non si tratta di antagonismo tra bene e male. Se il Master incarna il diavolo nel suo sfarzo, il fratello minore non è in alcun modo il suo rovescio: il fatto che venga umiliato, offeso, non implica che rappresenti la virtù. All’angelo nero, caduto ma scintillante, luciferino e dunque portatore di luce, sembra piuttosto opporsi un angelo grigio, scialbo e purgatoriale. Greve più che lastricato di buone intenzioni. Disastroso come seduttore. Capace solo di gettarsi a capofitto nelle trappole più banali, dall’eccesso di zelo all’abuso di alcol. Si tratta, più che del conflitto fra valori opposti, della combinazione di due perdite, di due modi di perdere, di due forme di stile: spento o brillante (...). Già nello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hydel’antagonismo tra un bene jekylliano e un male hydiano non è così marcato. Jekyll non è buono, diagnostica Nabokov. Jekyll è un essere composito, una miscela di buono e cattivo, una soluzione di «jekyllite» al 99% e di «hydite» all’1%. Hyde è invece un precipitato di male allo stato puro, nel senso chimico del termine, dal momento che qualcosa del Jekyll composito permane e si interroga con orrore su Hyde allorché questi commette i suoi delitti. Ci sono, come dice Nabokov, tre personalità: Jekyll, Hyde e il residuo di Jekyll quando è Hyde a prendere il sopravvento. Certo, ma il punto d’incontro dei fratelli Durie, il punto in cui Stevenson fa sì che si incontrino, è laddove si fondono in una contraddizione, in un’ambivalenza: quella di Mackellar che diventa a sua volta una sorta di Jekyll-Hyde affettivo, binario, tormentato dai rischi dell’attaccamento e della fascinazione (...).
Inseparabili nell’antipatia che nutrono, indivisibili, Henry e James Durie sono il recto e il verso di questa ghinea. I loro nomi, fra l’altro, ricompongono l’identità dello scrittore più vicino e più lontano ma comunque il più vicino, si direbbe, a Stevenson in quegli anni. È a Henry James che Stevenson illustra, in una lettera del marzo 1888 («Mio caro, delizioso James»), l’intreccio del romanzo, senza precisare i nomi, ma affacciando l’ipotesi che siano stati il diavolo e gli Adirondack a suggerirgli la conclusione; il diavolo, senza dubbio. Ed è James, due anni dopo, quando Il Master è uscito da sei mesi, a confessare a Stevenson: «Il palpito più intenso della mia vita letteraria, come di molti altri, è stato Il Master di Ballantrae– un cristallo duro e puro, ragazzo mio». Non c’è altro da aggiungere. Al contempo, di fronte alla rivalità dei fratelli Henry e James Durie, il pensiero va, con discrezione, ai problemi che lo stesso James aveva con il fratello maggiore William, autore di preziosi Principi di psicologia.
Nel progetto iniziale Stevenson prevede di attraversare una buona metà del pianeta, nell’arco di una generazione, facendo ricorso a quattro attori, due fratelli, un padre, un’eroina. Sopraggiunge poi Mackellar, in apparenza secondario nel suo personaggio di intendente, ma essenziale in quanto narratore e dunque intendente del romanzo stesso: l’intendenza seguirà gli eventi. Mackellar che non occorre descrivere, perché la sua cronaca dei fatti, il suo modo di riferirli ne compongono anche l’autoritratto. Mackellar combattuto tra le due funzioni, così come tra i sentimenti che nutre per i fratelli Durie – lui che tiene i sentimenti in così poco conto da confessare, garbatamente, di non aver mai guardato all’amore con occhio favorevole. Non è il solo d’altro canto, tutti sono combattuti: il padre, l’eroina, noi stessi. Nessuno sa venire a patti con il potere di seduzione del Master, a proposito del quale occorre pur ricordare che è una losca canaglia: lo conferma ogni suo atto, ne è consapevole ogni familiare, ma si corre il rischio di dimenticarlo. Avendo designato Mackellar come narratore, Stevenson si scontrerà con i gravi problemi tecnici di una costruzione romanzesca in prima persona, problemi che a quanto pare hanno trasformato in un incubo la parte conclusiva della stesura del Master. A un certo punto Mackellar non basta più, non può più farsi carico da solo della narrazione, non è più all’altezza: altri dovranno assisterlo. Così, verso la fine splendidamente abborracciata di questo romanzo, piena di toppe e zeppe narrative, nuove testimonianze intervengono, si affollano verrebbe da dire, per giustificare le circostanze («impervi; impervi, Sir») della morte e dell’ultima resurrezione del Master, prima che i due fratelli Durie si ammazzino a modo loro. Non lontano dal lago Champlain, sugli Adirondack. Proprio là dove Stevenson ha concepito la loro storia.
Ezio Mauro Lo sguardo della destra oltre il Colle la Repubblica, 5 luglio 2026
Ma di cosa parliamo quando discutiamo l’idea di Giorgia Melonidi portare unnome di destra al Quirinale? Apparentemente la questione è semplice, e il sistema politico per il momento si è accontentato di questa lettura semplificata, per cui dal punto di vista delle regole non c’è alcun ostacolo alla nomina di un esponente della destra alla presidenza della Repubblica. Ma subito dopo, se ci si sofferma a riflettere, la questione si complica: perché ci sarà pure una ragione se in questi ottant’anni la destra di cui Meloni è interprete non è mai riuscita ad avanzare una candidatura per il Quirinale, nonostante la via per il palazzo fosse libera da impedimenti formali. Il problema è evidentemente politico, e dev’essere di grande rilievo, se la stessa premier lo ha definito un “tabù”, che dura da quasi un secolo. È esattamente questo nodo politico che la leader della destra vuole affrontare, anche se è partita da lontano, con una miccia lunga, che però illuminerà presto gli aspetti nascosti di questo dossier delicatissimo, attraversando tutta la campagna elettorale per poi esplodere nel triangolo tra il Quirinale, il parlamento e il governo, cioè nel cuore del sistema.
Meloni ha parlato di “destra” senza specificazioni: ma intendeva sé stessa, il suo partito, il mondo residuo che deriva da Salò e che lei ha portato al governo con la vittoria elettorale, egemonizzando Lega e Forza Italia. Quel mondo, proprio per la cultura post-neo-fascista di cui è erede, è perfettamente consapevole di dover affrontare nella salita al Quirinale un interdetto storico e civile: potremmo dire un interdetto repubblicano, perché la repubblica che si definisce “democratica” è nata dalla riconquista della libertà nella Resistenza al nazifascismo, non è una costruzione artificiale a tavolino. La persistenza di un legame col fascismo e il suo carattere antidemocratico cozza contro lo spirito della Costituzione, la sua storia e i suoi principi. Da questo evidente contrasto nasce un interrogativo che dovrebbero porsi per primi i leader della destra: si può essere nello stesso tempo custodi della memoria di quella stagione mantenendola viva, e garanti della Costituzione nata dalla ribellione alla dittatura? Si può fingere di non vedere l’ostacolo, scivolando da una stagione politica all’altra contando sulla capacità di adattamento degli italiani e sull’assoluzione preventiva del mondo intellettuale, compiacente: ma non si sfugge alla sostanza del problema, che infatti insegue Meloni da quando è entrata a palazzo Chigi.
Per la verità la premier ha pronunciato giudizi importanti di condanna di singole atrocità del nazifascismo: ma non ha mai sentito finora la responsabilità di dare un senso politico e addirittura storico a quelle dichiarazioni di buona volontà personale e di necessaria conformità istituzionale. Sarebbe nell’interesse di tutti che questo nodo si sciogliesse nella scelta della democrazia occidentale, senza naturalmente che ciò significhi per Meloni perdere quello spirito ribelle, quasi antisistema, che coltiva con attenzione insieme con il suo opposto, l’esercizio del governo. Per la destra si tratta di accettare compiutamente il codice democratico europeo, imboccando così l’unica vera via di divaricazione e distinzione da Vannacci, compiendo la storia italiana con una parabola che non obbliga la destra sovranista a diventare una forza moderata e tardo-dorotea. Ma qui c’è il secondo problema: Meloni non cerca l’integrazione col sistema, rifiuta l’omologazione: certo per ragioni elettorali, ma soprattutto per motivi identitari. Non vuole essere la leader che porta al Quirinale (dopo palazzo Chigi) una destra estenuata, impallidita, irriconoscibile a sé stessa, convertita e alla fine arresa: punta al testacoda decisivo, guidando alla scalata del vertice istituzionale italiano non un partito o una coalizione, ma una storia intera e intatta, con tutto il peso della sua alterità.
La presidente del Consiglio è perfettamente consapevole che questa scelta le consente di rappresentare insieme l’eccezione e il suo superamento, e soprattutto di portare la contraddizione che ha introdotto nel sistema al punto finale, contro il suo principio costitutivo. Il culto dell’identità prevale sul calcolo delle opportunità. Anche perché c’è un contro-calcolo segreto, riposto in qualche angolo di palazzo Chigi: la possibilità, attraverso questa strada, di rompere la cornice costituzionale portando sul colle più alto dello Stato quell’identità storica e politica estranea alla Carta, fuoruscendo dalla Costituzione per entrare definitivamente nella Seconda Repubblica, troppe volte annunciata e mai veramente iniziata. Una Repubblica che vedrebbe così la destra esclusa nel ‘48 diventare addirittura madre costituente ottant’anni dopo, con la sua storia, i suoi riferimenti e la sua tradizione integri: e con Meloni a capotavola.
Tutto si tiene, a questo punto. La destra italiana realizzerebbe l’obiettivo ideologico delle destre estreme in tutto il mondo, rafforzare la potestà di chi ha vinto le elezioni prendendo quote supplementari di potere, oltre a quelle legittime, fuori dal perimetro della Costituzione. Sarebbe la conclusione della corsa ai “pieni poteri” di Salvini, dell’inseguimento al premierato forte da parte di Meloni. Con la legge elettorale in gestazione, si regalerebbero i voti che mancano in parlamento per mandare la stessa leader della destra sul Colle, da dove controllerebbe il governo con un premier esecutivo gregario. Compiendo di fatto la riforma che non è riuscita a realizzare di diritto.
Manca solo un elemento, che unisca tutti i puntini di questa storia: qual è l’obiettivo finale di questa manovra? Certo non può essere solo il rafforzamento del ruolo di premier, visto che Meloni già oggi non ha veri ostacoli nella sua alleanza. Né soltanto uno squilibrio dei poteri istituzionali, come si è tentato coi torni esagitati contro la magistratura nel referendum, dove la destra è stata sconfitta dal voto popolare. Il vero traguardo è evidente: dopo aver realizzato il cambio di governo, la destra punta ormai al cambio di regime. Da un sistema parlamentare nato dall’antifascismo a una Repubblica neutra, senza più una cultura civile di riferimento e senza legami con la sua storia: che infatti può essere infine ribaltata.
quella
sintesi tra idea comunista e visione riformista
Valentino
Parlato
Raffaele
Liucci Il Sole 24ore, 5 luglio 2026
Tra
i padri fondatori nel ’69 del «manifesto» insieme a Luigi Pintor,
Rossana Rossanda e altri, Valentino Parlato (1931-2017) era senza
dubbio il meno utopista. Essendo un giornalista soprattutto
economico, sapeva benissimo che in una società capitalistica
avanzata la «rivoluzione» avrebbe potuto rappresentare al massimo
un orizzonte ideale, non una prospettiva concreta.
Cosicché,
come ricorda Pierluigi Ciocca introducendo questa antologia di
scritti – interviste, commenti, reportages –
curata da Gabriele Polo, Parlato cercò sempre una sintesi fra
l’istanza radicale dell’ideale comunista e il necessario
riformismo: unico strumento a disposizione per correggere gli
squilibri sociali alleviando le sofferenze dei più deboli. Insomma,
più che «fare come in Russia» bisognava attuare la nostra
Costituzione. Non a caso si autodefiniva, con un ossimoro,
«amendoliano di sinistra» (inteso come Giorgio).
Questa
sua propensione spicca particolarmente nelle interviste a diversi
protagonisti del mondo politico ed economico, da Riccardo Lombardi a
Paolo Leon, da Luigi Spaventa a Guido Rossi e Bruno Trentin, nel
corso delle quali era particolarmente attento ad affrontare i modi
con cui correggere le principali storture italiane: le rendite
intoccabili, l’evasione fiscale, l’inflazione, i bassi salari, le
infrastrutture insufficienti, il sottosviluppo del mezzogiorno, la
povertà.
Il
suo principale interlocutore era Federico Caffè, collaboratore non
del «Corriere della Sera», ma proprio del «manifesto». Nel 1997,
in occasione del decennale della sua misteriosa scomparsa, Parlato ne
ricordò un «memorabile articolo», La solitudine del
riformista, pubblicato il 29 gennaio 1982. Il grande economista
rivendicava l’opportunità di preferire «il poco al tutto» e «il
gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione
radicale del “sistema”». Eppure, concludeva amaramente Parlato,
nell’Italia dell’Ulivo, governata da un centrosinistra in teoria
più avanzato di quello che nel 1962 aveva nazionalizzato l’energia
elettrica, il tema all’ordine del giorno non era rifondare lo stato
sociale, bensì ridimensionare le sue ambizioni.
Giungiamo
così al cuore del libro. Se il «manifesto» era nato nel 1969 con
l’intento di superare da sinistra, e non da destra, l’ormai
sclerotizzato socialismo reale, dopo il crollo del muro di Berlino
nel 1989 sorgerà un problema di natura analoga: salvaguardare
l’eredità e il radicamento del comunismo italiano di fronte alla
presunta «fine della Storia». Gli eredi del Pci si mostreranno
invece più sensibili alle ragioni del neoliberalismo. Eppure, sin
dall’inizio Parlato aveva lucidamente capito che la globalizzazione
non sarebbe stata «un pranzo di gala» e che una declinazione
soprattutto monetaria dell’europeismo avrebbe condotto a una crisi
di rigetto da parte dei cittadini, oggi sotto gli occhi di tutti.
Che
Parlato fosse una penna di prim’ordine lo confermano anche questi
pezzi, dallo stile scarno ed essenziale, proprio del giornalista puro
estraneo ai manierismi e agli arzigogoli. Ne Il signor di
Bric a Brac, un bel documentario a lui dedicato, disponibile su
youtube, ad un certo punto viene ripreso seduto alla scrivania
mentre, avvolto in una nuvola di fumo, batte i tasti di una vecchia
macchina da scrivere, circondato da libri e fogli di appunti. Proprio
così gli piaceva apparire ai lettori: non parlando di sé, ma
riflettendo su problemi, avvenimenti e persone, con uno sguardo
sempre penetrante e lievemente ironico.
Essendo
soprattutto un uomo di redazione (e, innumerevoli volte, di
direzione), Parlato non fu mai un grande viaggiatore. Però il
curatore ha ugualmente inserito un paio di suoi reportages.
Il primo lo condusse in Afghanistan, dove – ospite di Emergency –
vi passò tre settimane insieme al vignettista Vauro nel 2004,
tenendo sul comodino uno scritto di Engels sul popolo «focoso»,
«turbolento» e onusto di storia che viveva tra quelle montagne.
Il
secondo è il nostos del 1998 nella natia Libia.
Dopo essere stato espulso nel novembre 1951 in quanto «pericoloso
comunista», la ritrova, quasi mezzo secolo più tardi, trasfigurata
dal petrolio. Le baracche e le catapecchie di Tripoli avevano
lasciato il posto a «dignitosi edifici di case popolari», mentre il
buono stato dell’agricoltura era testimoniato dalla «grande
abbondanza di frutta, ortaggi, gigantesche zucche gialle e montagnole
di vasi di miele» esposti nei mercati e nelle botteghe lungo le
strade di campagna.
Nella
sua ammirazione per il «welfare gheddafiano», secondo lui ben
diverso da quello «satrapesco» degli Emirati o del Kuwait, Parlato
tradiva un certo debole per il rais, intervistato nella
sua tenda di Sirte. Chissà, forse il fondatore del «manifesto»
faceva davvero parte di quel «partito libico trasversale» che,
secondo Miguel Gotor, in Italia «andava dall’estrema sinistra sino
all’estrema destra, passando per il centro in tutte le sue
sfumature possibili».
Valentino
Parlato Non
solo la domenica. Interviste, commenti, reportage 1973-2011 A
cura di Gabriele Polo, con
uno scritto di Pierluigi Ciocca Quodlibet,
pagg. 288, € 19