martedì 23 giugno 2026

Gli effetti del caldo sul corpo




Ondata di calore: cosa provoca il caldo estremo al nostro corpo

La Francia e diversi altri paesi europei stanno affrontando un'ondata di calore nel giugno 2026 che sta già battendo diversi record. Questi episodi di ondata di calore comportano rischi significativi per la salute, in particolare per gli anziani o per coloro che soffrono di patologie preesistenti.

Courrier International, 22 giugno 2026, inizialmente pubblicato il 18 luglio 2022

Secondo gli esperti, le ondate di calore [come quella che la Francia e alcune parti d'Europa stanno vivendo nel giugno 2026 ] diventeranno più frequenti, più intense e di durata maggiore. E avranno conseguenze significative per il nostro organismo. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 , "circa 356.000 decessi nel 2019 potrebbero essere collegati al caldo estremo", riporta New Scientist.

Alcune persone, come gli anziani e i bambini piccoli, sono più vulnerabili di altre e meritano un'attenzione particolare. "Studi recenti suggeriscono che si registra un aumento di almeno il 10% degli accessi al pronto soccorso nei giorni in cui le temperature raggiungono o superano il 5% più alto dell'intervallo di temperatura normale per una determinata località", avvertono Laurence Wainwright dell'Università di Oxford e Eileen Neumann, neuroscienziata dell'Università di Zurigo, su The Conversation.


Sudorazione e dilatazione dei vasi sanguigni


Ma cosa succede esattamente? Il sito web dell'emittente britannica BBC, uno dei tanti media che hanno dedicato un articolo agli effetti del calore sul corpo umano, ce lo ricorda:

"Che ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta di neve o di un'ondata di calore, il nostro corpo si sforza di mantenere una temperatura interna di circa 37 °C."

Con l'aumento della temperatura esterna, il nostro corpo adotta le misure necessarie per mantenere la propria temperatura in equilibrio, in modo che le funzioni metaboliche possano operare normalmente. Ciò avviene principalmente attraverso la produzione di sudore e la dilatazione dei vasi sanguigni.

"La dilatazione dei vasi sanguigni provoca un calo della pressione arteriosa, che costringe il cuore a lavorare di più per pompare il sangue. Per le persone con patologie cardiache, il rischio di infarto è quindi maggiore", avverte Nuovo scienziato. Inoltre, l'eccessiva sudorazione può causare la perdita di minerali dall'organismo. "In casi estremi, bassi livelli di sodio nel sangue possono provocare nausea e mal di testa", sottolinea la rivista scientifica. La combinazione di un brusco calo della pressione arteriosa e di un'eccessiva sudorazione può portare ad altri disturbi come vertigini, confusione, crampi muscolari, stanchezza estrema e persino svenimenti.


Bevi acqua e stai all'ombra.


Per evitare questi problemi, il consiglio principale è semplice: mantenetevi idratati! L'acqua è la vostra migliore amica. Ma se vi sembra una fatica, non preoccupatevi, "tutti i tipi di bevande sono efficaci nel fornire al corpo i liquidi necessari", assicura il New York Times.Succhi di frutta, latte, tè e persino bibite gassate possono essere ottimi idratanti. Tuttavia, tenete presente che bibite gassate e succhi di frutta sono spesso ricchi di zuccheri, il che può comportare un diverso problema di salute". D'altra parte, l'alcol e le bevande contenenti caffeina dovrebbero essere limitati o addirittura evitati. 


Lo zarismo secondo Marx

Siegmund Ginzberg
Ma non ditelo a Putin

Il Foglio, 20-21 giugno 2026

Marx odiava la Russia e i suoi zar. Odiava la prepotenza con la quale Mosca minacciava i vicini e l’Europa. La odiava in quanto bastione della conservazione e dell’autoritarismo, nemico giurato delle aspirazioni democratiche e di indipendenza dei popoli. Ne denunciava le ambizioni territoriali nei confronti dei vicini e l’ingerenza sistematica nella politica europea, a sostegno dei reazionari estremi (oggi diremmo delle destre estreme). Criticava, con veemenza fin esagerata, la debolezza dell’Occidente nell’opporsi all’espansionismo e alla minaccia russa. Per lui l’impero zarista era un vero e proprio impero del male.

Stalin lo ripagò espurgando dalle Opere complete di Marx ed Engels pubblicate in Russia quelle in cui si sparlava del paese che pure aveva inventato il marxismo-leninismo. David Rjazanov, il primo direttore dell’istituto Marx-Engels di Mosca, lo studioso che più di chiunque altro aveva dedicato la vita a raccogliere gli scritti di Marx ed Engels, sarebbe stato prima esonerato e infine condannato a morte il 21 gennaio 1937 per “organizzazione trotskista opportunista di destra”. La sentenza fu eseguita il giorno stesso. Sarebbe stato riabilitato, e la pubblicazione delle opere proibite ripresa, solo sotto la glasnost di Gorbaciov.

Tra le opere incriminate, quella più ostica sono le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un pamphlet scritto nel 1856, quando era ancora in corso la guerra di Crimea che vedeva Inghilterra e Francia alleate alla Turchia ottomana, contro l’aggressione russa. Dalla sala di lettura del British Museum, dalla sua postazione fissa di lavoro, Marx aveva accesso non solo ai classici dell’economia politica ma a tutta l’immensa collezione di libri e documenti manoscritti. Fu lì che si imbatté – “I came across”, avrebbe raccontato lui stesso – nella raccolta di corrispondenza diplomatica settecentesca che includeva le lettere e i dispacci riservati inviati a Londra dagli ambasciatori britannici alla Corte di San Pietroburgo, dai tempi di Pietro il Grande in poi. Non era solo la curiosità incontenibile dell’erudito onnivoro. La distrazione dal lavoro per Il Capitale gli serviva per il lavoro giornalistico, su cui campava, e per la polemica politica.

Il giudizio di Marx sull’impero zarista è assolutamente impietoso. Non lo vede solo come una forma di dispotismo asiatico, alla stregua dell’impero cinese, dell’impero turco e di altre società “idrauliche” orientali, fondate su un’immensa burocrazia e il lavoro di masse enormi di esseri umani ridotti in servitù. Per lui si tratta di un impero non solo assolutista ma aggressivo. Tanto più aggressivo quanto più cerca di modernizzarsi. La sua bestia nera è Pietro il Grande, lo zar che aveva cercato di “europeizzare” la Russia. Perché l’altra faccia, quella cattiva, dell’europeizzazione della Russia è la russificazione dell’europa.

La scelta dello zar Pietro il grande di trasferire nel 1712 la capitale da Mosca a San Pietroburgo avrebbe fatto, secondo Marx, parte di un disegno epocale: non solo “civilizzare”, modernizzare, la Russia (che allora l’occidente chiamava ancora Moscovia), ma trasformare un paese mezzo-asiatico, prigioniero nella sua massa di terra, nella massima potenza del Baltico. Marx cita l’italiano Algarotti: “San Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può spaziare sull’europa intera”. Così come le continue guerre contro i turchi avrebbero avuto come obiettivo ultimo, non solo il controllo del mar Nero, degli sbocchi di tutti i grandi fiumi russi, e di tutti i Paesi che vi si affacciano, ma la riconquista alla cristianità ortodossa di Costantinopoli, aprendo attraverso gli Stretti alle flotte russe la strada per il Mediterraneo.

Pietro il Grande voleva insomma far grande la sua Russia. Alla maniera in cui Putin vuol fare grande la sua Russia (non caso Pietro il grande è il suo zar preferito). Non diversamente da come Stalin voleva far grande la sua Unione sovietica (e ci riuscì pure). E un po’ come Donald Trump vorrebbe fare grande la sua America. Facendo il cattivo.

Col pugno di ferro contro il dissenso all’interno. Intimidendo alleati e stati vicini. Facendo cassa a man bassa dei soldi altrui. Usando spregiudicatamente le tecnologie, il savoir faire, il know how dell’occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata, talvolta persino la flotta britannica.

Almeno una cosa però Pietro la fece molto meglio di Trump. Attirare manodopera, e, soprattutto, cervelli stranieri. Pagandoli bene. Trattandoli con meno disprezzo di come Stalin trattava la sua Internazionale comunista, e la manipolò ad esclusivo interesse della Russia. Caterina II si era accattivata il meglio dell’intellighenzia illuminista d’europa (gente del calibro di Voltaire e Diderot). Fu un napoletano a conquistarle la Crimea e costruirle Odessa. Nell’impadronirsi delle province baltiche, lo zar Pietro si impossessò immediatamente di quel che gli serviva. “Gli diedero non solo i diplomatici e i generali, i cervelli con cui esercitare la sua azione politica e militare sull’occidente, ma anche, allo stesso tempo, uno stuolo di burocrati, insegnanti, istruttori che addestrassero i russi a una parvenza di civiltà che gli consentisse di usare gli strumenti della tecnologia occidentale, senza però impregnarli delle loro idee” (Marx). Pietro stesso aveva fatto, sotto mentite spoglie, l’apprendista nei cantieri navali olandesi, e poi nei dockyards della Royal navy in Inghilterra, portandosi dietro, al ritorno in Russia, una caterva di ingegneri, carpentieri, esperti di navigazione. Pietroburgo fu progettata da architetti italiani, costruita da maestranze tedesche.

Lo zar preferito da Stalin, si sa, non era il settecentesco Pietro ma il cinquecentesco Ivan, detto il terribile. In una lunga digressione finale del suo opuscolo, Marx rintraccia il Dna del metodo con cui gli zar avevano reso grande la loro Moscovia, liberandola da due secoli di giogo e tributo tartaro, durato dal 1237 al 1462. Ivan e i suoi predecessori avevano indebolito i khan dell’orda d’oro e di Crimea facendo finta di servirli, corrompendoli con lo stesso denaro che sottraevano loro dopo essersi aggiudicati l’esazione dei tributi. Un vero e proprio capolavoro era stato associare al trono di Mosca la Chiesa ortodossa. Avevano prima usato, e poi giustiziato i propri boiari. Avevano messo l’uno contro l’altro, e poi eliminato uno dopo l’altro i principati russi concorrenti, e infine schiacciato Novgorod, l’ultima repubblica russa indipendente. “Se la prima condizione per la grandezza moscovita era rovesciare il giogo tartaro, la seconda era rovesciare la libertà russa”.

La ragione sociale della Russia di Nicola I, per Marx, è estendere il dispotismo all’europa. Schiacciare ogni velleità rivoluzionaria, operaista, riformista, democratica. Nella foga della polemica la sua russofobia assume persino intollerabili tratti razzisti, circa la propensione dei popoli slavi alla servitù. Si estende all’antipatia viscerale verso i rivoluzionari russi, suoi rivali alla guida della Prima Internazionale. I suoi eroi sono i nazionalisti polacchi in lotta contro il dominio russo. E’ un uomo dei suoi tempi. I suoi giudizi e pregiudizi hanno radici anche in una profonda corrente intellettuale antirussa che percorreva l’Europa del suo tempo. C’è, tra gli studiosi, chi ha sottolineato le analogie con il bestseller La Russia nel 1839 del francese marchese De Custine, che sua volta ricalcava la denuncia della spaventosa arretratezza russa di un viaggiatore tedesco ai tempi di Ivan in Terribile, Sigismund von Herberstein. L’opinione pubblica europea era ancora sotto shock per l’aiuto fornito dalla Russia all’austria per schiacciare le rivoluzioni del 1848 nonché, prima ancora, dall’immagine dei cosacchi che si erano accampati a Berlino durante la Guerra dei sette anni, e a Parigi dopo la sconfitta di Napoleone. La russofobia era potentemente alimentata dalle numerose e popolarissime narrazioni ottocentesche sui vampiri slavi che sarebbero culminate nel capolavoro Dracula di Mary Shelley in cui il mostro si trasferisce dai Carpazi a Londra (un compendio insuperato in Dracula and the Eastern Question: British And French Vampire Narratives of the Nineteenth-century Near East di Matthew Gibson, Palgrave Macmillan, 2006).

Va da sé che Marx ed Engels, in occasione dell’episodio clou della “questione orientale”, la guerra di Crimea, si schierassero, senza se e senza ma, a favore dell’intervento occidentale contro la Russia. Prendessero le parti dell’impero turco, che pure non era un esempio di progresso e democrazia. “La Russia è decisamente una nazione conquistatrice […] Se lasciamo che la Russia si impadronisca della Turchia, diverrebbe superiore a tutto il resto dell’europa messa insieme. Un evento del genere rappresenterebbe una calamità indicibile per la causa rivoluzionaria. […] Gli interessi della democrazia e dell’inghilterra in questo caso coincidono. Né l’una né l’altra possono consentire che lo zar faccia di Costantinopoli una delle sue capitali”. Così Engels in un articolo scritto su richiesta di Marx per l’americana Tribune.

L’opuscolo ancor più violentemente antirusso sulla Diplomazia segreta fu invece rifiutato sia dai giornali americani che da quelli tedeschi e inglesi. Ma Marx ci teneva, al punto che finì per pubblicarlo su uno dei giornali del deputato conservatore, anti democrazia parlamentare e anticartista, David Urquhart. Non lo ripubblicò più quando era in vita. A farne un’edizione postuma, nel 1899, fu la figlia Eleanor. Negli ultimi anni di vita Marx aveva temperato le posizioni russofobe. Si era messo a studiare in tarda età il russo. Leggeva in originale i grandi romanzi russi. C’è chi sostiene che si era convertito all’idea che qualcosa di buono, di progressista e rivoluzionario potesse venire anche dalla Russia e dal suo comunismo agrario primitivo. Le numerose bozze della risposta alla terrorista populista russa Vera Zasulich, diventata celebre per aver sparato al governatore zarista di Pietroburgo, che gli chiedeva se ritenesse possibile una rivoluzione socialista in Russia testimoniano un tormento vero, profondo. La lettera fu spedita, ma con la richiesta alla Zasulich di non renderla pubblica. Né acconsentì mai che fosse pubblicata mentre era in vita. Sarebbe stata poi usata per giustificare la rivoluzione del 1917. Ma questa è un’altra storia.

Fermiamoci alla guerra di Crimea. Impressionanti sono le somiglianze, le analogie con i conflitti di oggi. Non solo e non tanto per le operazioni militari, che si estendevano ben oltre la penisola e i territori oggi contesi tra Russia e Ucraina, a tutti i territori che si affacciano sul Mar nero, agli sbocchi di tutti grandi fiumi che vi sfociano dall’europa e dalla Russia, fin su su a Nord alle coste del Baltico (dove oggi la Russia confina con la Nato), fin giù giù a Est sul Caucaso e ai confini della Persia. All’origine del conflitto ci fu anche allora la Terra santa, la pretesa dello zar di ergersi a unico protettore della cristianità ortodossa a Gerusalemme e nell’intero impero ottomano. Pretesa contestata dalla Francia di Napoleone III, che si arrogava invece il diritto di proteggere i cattolici e la Chiesa latina. Strano a dirsi, ma nel medio oriente di allora ad odiarsi, e talvolta a massacrarsi, non erano musulmani e cristiani, tanto meno musulmani ed ebrei, ma cristiani contro altri cristiani. A far da paciere era l’impero turco, multietnico e multireligioso. Ogni millet, ogni nazionalità aveva i propri tribunali e le proprie prigioni, le proprie scuole e i propri ospedali, le proprie organizzazioni per l’assistenza agli anziani, ai poveri e agli infermi. Ciascuna raccoglieva le tasse per il proprio fabbisogno e quelle da versare al sultano. Ad aizzare una comunità contro l’altra, una confessione religiosa contro l’altra, erano invece le grandi potenze europee e la Russia.

Fu così che finirono impegolati in una guerra che non avrebbe dovuto essere la loro. La scusa era impedire il collasso dell’impero ottomano, evitare che venisse spezzettato dall’espansionismo russo. Più tardi, con la Prima guerra mondiale, la guerra che nelle intenzioni dichiarate avrebbe dovuto “mettere fine a tutte le guerre”, Inghilterra e Francia il Medio oriente se lo sarebbero diviso tra di loro, secondo sfere d’influenza arbitrarie, inventando di sana pianta nuovi regni dai confini tracciati col righello sulla carta geografica. Dando inizio alle “guerre senza fine” degli ultimi cento anni.

Nelle intenzioni, la guerra di Crimea avrebbe dovuto essere breve. E invece, come succede a tutti i blitzkrieg, si protrasse per anni, con alterne vicende sul campo. Avrebbe dovuto essere pulita, oggi si direbbe chirurgica. Era la prima guerra tecnologica, in cui si fece uso di ritrovati bellici moderni tipo le munizioni navali esplosive, il telegrafo, il trasporto truppe in ferrovia. E invece le truppe furono decimate dalle malattie, nelle trincee, in assedi interminabili come quello di Sebastopoli, le città e la popolazione civile in bombardamenti e saccheggi. Per finire, dopo inenarrabili sofferenze, praticamente al punto di partenza.

Ancora più impressionanti sono le analogie con l’intensissimo, lunghissimo lavorio diplomatico con cui si cercò di evitare il conflitto, dissuadere l’avversario prima che iniziassero le ostilità. Austria e Prussia, che avevano il confine più lungo e combattuto con la Russia, ne restarono fuori, malgrado le fortissime pressioni. Francia e Inghilterra riuscirono però a tirar dentro ad un certo punto anche il Regno di Sardegna, che con la Russia non confinava affatto. Cavour mandò 15.000 bersaglieri, comandati da Lamarmora, a rimediare alle decimazioni subite dalle truppe anglo-francesi e turche, in cambio della promessa che gli dessero poi una mano a recuperare il Lombardo-veneto dagli austriaci. I negoziati continuarono ininterrottamente durante la guerra, con alti e bassi, manovre, giravolte, retromarce, furbizie, contrordini, temporeggiamenti da fare invidia ai negoziati che si protraggono senza fine su Medio oriente e Ucraina. Era un cessate il fuoco mai. Tutto quello che vi venisse voglia di sapere sulla diplomazia infinita attorno alla guerra di Crimea nel profetico Why the Crimean War? A Cautionary Tale, di Norman Rich (McGraw-Hill, 1991). Ammonimenti (caution) per l’attualità che conservano validità a 35 anni di distanza.

Ogni volta che sembrava ci si stesse per accordare su quasi tutti i quattro o cinque punti principali della contesa, ne rispuntava uno nuovo, o si riapriva un punto già concordato. Proseguirono senza fine, con l’alternarsi di proposte e controproposte, anche a guerra finita. Il trattato di pace, firmato, dopo faticosissime trattative, a Parigi nell’aprile del 1856, resse lo spazio di un mattino. Il plenipotenziario francese, François-Adolphe de Bourqueney, ebbe ad osservare che, per chiunque leggesse il trattato era impossibile determinare chi fosse il vincitore e chi il vinto.

La Turchia si tenne gli Stretti, concedendo però libertà di navigazione a tutti in tempo di pace. Gli europei ottennero libertà di navigazione e accesso al Mar nero dal Danubio. La Russia aveva fatto un’unica concessione territoriale, il ritiro da Bessarabia e Moldavia, e dai principati danubiani, che aveva strappato in precedenza ai turchi, e si unificarono dando vita alla Romania. La cosa prometteva vantaggi commerciali per tutti. Ma mal ne incolse per gli ebrei che avevano sino ad allora prosperato in quelle contrade multietniche alle foci del Danubio. Qualcuno ci va sempre di mezzo, anche nelle paci. Furono costretti ad andarsene. Di quella civiltà perduta ha raccontato splendidamente Elias Canetti, ormai riparato in occidente, nel suo La lingua salvata. Io, molto più pedissequamente, nel romanzo familiare Spie e zie, del come mio nonno Siegmund, impossibilitato a esercitare il mestiere di avvocato in Romania, perché ebreo, trovò invece rifugio, grazie al fatto che aveva conservato la cittadinanza ottomana, in direzione opposta, a Istanbul.



https://palomarblog.wordpress.com/2017/08/10/marx-sulla-rivoluzione-russa/


Un amore travolgente di gioventù

 

Romanzo. "I beati anni del castigo", di Fleur Jaeggy

È un paesaggio di una bellezza malsana. Immerso in una "pace idilliaca e mortale ", i suoi contorni si stagliano dietro le finestre dell'Istituto Bauser. In questo collegio svizzero, giovani ragazze languiscono, pallide e sognanti: aspettano il momento in cui finalmente potranno entrare nel mondo. * Gli anni beati della punizione * di Fleur Jaeggy, originariamente tradotto da Gallimard nel 1992 e ora ripubblicato in edizione tascabile da Éditions Zoé, ci introduce a questa "vita scolastica" attraverso la voce di una studentessa interna. Come le sue compagne, sogna "grandi cose" e languisce, gonfia di noia: "Guardavo una finestra e la finestra mi guardava a sua volta, il che mi faceva assopire". Un giorno, però, arriva una "nuova ragazza ", Frédérique. Splendida, seria, "perfetta ", priva di "umanità" , affascina immediatamente la narratrice. Fleur Jaeggy ritrae con immensa finezza la timida danza dell'amore che si dipana tra l' "idolo" e l'ammiratore. Con lo sguardo sempre scintillante di ilarità, descrive i giochi di potere e seduzione che animano le ore nebbiose di queste ragazze solitarie. "Nei collegi " , dice la narratrice, " un'infanzia senile si trascina quasi fino alla follia ". Acuto e poetico, il linguaggio di Fleur Jaeggy ci permette di cogliere la strana trama di questa giovinezza, dove il fascino del vuoto viene appreso fin da piccoli. Lanwen Huon

“I beati anni del castigo”, di Fleur Jaeggy, postfazione di Gabriella Zalapi, tradotto dall'italiano da Jean-Paul Manganaro, Zoé, “Pocket”, 128 p., 9 €.

https://www.lemonde.fr/critique-litteraire/article/2026/06/22/les-breves-critiques-du-monde-des-livres-averroes-olivier-bourdeaut-max-frisch-fleur-jaeggy_6708208_5473203.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Un collegio femminile in Svizzera, nell'Appenzell. Un'atmosfera di idillio e cattività. Arriva una "nuova": è bella, severa, perfetta, sembra che ab bia già vissuto tutto. La protagonista - un'altra interna del collegio - si sente attratta da questa figura, che lascia intravedere qualcosa di quieto e terribile. E il terribile, a poco a poco, si scopre: è la terra di nessuno tra perfezione e follia. Lo stile limpido e nervoso, l'acutezza delle notazioni, l'intensità di questa storia fanno risuonare una corda segreta, quella che si nasconde nell'immaginario collegio da cui tutti siamo usciti. E ci lascia toccati da una emozione rara, fra lo sconcerto, l'attrazione e il timore, come se al centro di un'aiuola ben curata vedessimo aprire una voragine. (presentazione editoriale)  

Riflessioni di Camilleri



pensieri dalle «pietre eterne»

Intervista (quasi) impossibile. Un frammento di un testo più ampio (liberamente accessibile) che propone un confronto, basato su suoi testi e dichiarazioni con il maestro di Porto Empedocle. E aiuta a chiarirsi le idee sulla sua profondità di pensiero, al di là dei romanzi

Giuseppe Marci

Il Sole 24ore, 20 giugno 2026

Lo lascerò parlare cercando di non intromettermi con troppi preamboli in questa intervista che sarebbe quasi impossibile, se non fosse per la gran mole di informazioni disseminate da Camilleri, come se prevedesse ogni nostra domanda. Il problema è che molte volte non lo abbiamo letto con attenzione, abbiamo finito col sovrapporci, perdendo la possibilità di comprendere. E lo chiamerò Professore, come reciprocamente abbiamo sempre fatto.

La sua lingua, Professore Camilleri, è un idioletto familiare?

Lei, Professore Marci, vuole affondare il coltello in una piaga che ancora duole, per l’incomprensione riguardante la parte essenziale del mio lavoro. Tutti hanno avuto in dono un idioletto familiare, il lessico di una famiglia e di una comunità, fatto di consuetudine, vicinanza e affetti: freschezza propria delle parole dette e ascoltate. La scrittura, però, è altra cosa e pensare di travasarvi le forme dell’oralità come facessimo un copia e incolla è atteggiamento ingenuo dal quale spero che lei rifugga, come dovrebbero rifuggire i suoi colleghi accademici.

Lei spesso mette in relazione gli esseri umani col mondo naturale, il mare, la terra, gli alberi: gliene fa percepire il respiro, udire i suoni che sono quasi una musica, concorrono a comporre l’armonia universale.

Molti miei personaggi hanno una visione del mondo e in base a quella agiscono. O, come minimo, ci provano: non è facile percepire l’armonia universale, ma rinunciare a ricercarla significa perdere la possibilità di trovare, insieme, un equilibrio interiore e una strada verso la conoscenza.

Prima di fare lo scrittore lei è stato regista.

Così pare, a guardare dall’esterno le differenti fasi professionali che ho interpretato.

Perché invece?

Ripensandoci a cose fatte, mi sembra di poter pensare alla mia vita come a un lungo apprendistato iniziato quando ero bambino con la scoperta dei libri, in poesia e in prosa, diversi per genere letterario: tutti capaci di accendere la fantasia, di generare l’innamoramento per la scrittura, il gusto delle parole cariche di valori semantici. Mi incantavo a osservare come ciascuno scrittore, ognuno a suo modo, riusciva a combinarle. Per passione ho studiato i dizionari; ero affascinato dalla ricchezza dei vocaboli, una serie che alle volte mi sembrava immensa e che immaginavo potesse dare una libertà altrettanto sconfinata a chi sapesse impiegare le parole per costruire racconti. Ho letto molto, e traccia di tali letture è rimasta nella mia mente.

Mario Ceroli ha realizzato un’opera intitolata «La tela di Penelope», che già dal titolo trasmette un’idea. L’artista, osservando da bambino, con occhi di meraviglia, il lavoro della nonna al telaio, lo percepiva senza fine, come se i gesti della tessitura si potessero moltiplicare all’infinito. Così è stato per me, e forse per gli altri telespettatori, ascoltandola mentre, in tv con Domenico Iannacone, descriveva sfumature di colori, anch’esse infinite. Come infinite mi sembrano, in certi momenti, le sue parole, nelle variazioni che mi fanno dannare mentre cerco di incasellarle nell’ordine di un dizionario della lingua vigatese: sapendo che cercare di incasellare ciò che è fluido e in continuo divenire e un’impresa al limite dell’assurdo.

Oh, ecco: finalmente si parla del vigatese. Me lo ha fatto sospirare per tutto il tempo dell’intervista, ma almeno è riuscito a dirlo passabilmente.

Professore Camilleri, cosa è l’eternità?

Professore Marci, mi consente di parlare con lei come Stesicoro faceva con me, quando gli feci un’intervista impossibile?

Lo considererei un privilegio.

Allora, figlio mio, ascoltami e cerca di capire, anche se il concetto alla maggior parte degli uomini appare difficile. Ostinarsi su un’opinione come fosse l’unica, può non condurre a un buon risultato. Vale nelle scelte della vita privata e in quelle delle attività pubbliche. Vale, quel che più conta, nell’orientamento dei pensieri e nei conseguenti modi d’agire. Ho impiegato una vita, più di novanta anni, per arrivare non a definire il concetto, ma a non rifiutarlo per consuetudine di ragionamento. Non sono riuscito a capire, ma a intuire: mi sembra! A questo sono giunto, come vi ho detto qualche tempo fa, una sera in Sicilia, conversando su Tiresia: “venendo qui […] su queste pietre eterne”. Stai attento: non ho detto sulle pietre che formano il teatro greco di Siracusa, non ho parlato del monumento, che certo è importante e dice della storia e della cultura dell’uomo. Io ho parlato di “pietre eterne”, come quelle che vivono pure nella terra dalla quale vieni, spero che tu ne abbia avvertito il respiro, la voce silenziosa che parla a chi riesce a udirla. Occorre un lento esercizio, per riuscire a percepirla, un esercizio del corpo e della mente che deve rendersi libera dagli schemi cui per praticità ci siamo abituati. Bisogna riuscire a pensare l’impossibile, a confidare in ciò che abbiamo sempre rimosso, temendolo. Ti auguro di percorrere la strada delle possibilità che non hai mai preso in considerazione. 

lunedì 22 giugno 2026

Slavenka Drakulić

La Voce del popolo
Quotidiano italiano dell'Istria e del Quarnaro
https://lavoce.hr/cultura-e-spettacoli/slavenka-drakulic-addio-allautrice-che-spiego-leuropa-dellest-al-mondo

La letteratura croata e europea piange la scomparsa di Slavenka Drakulić, scrittrice, giornalista e saggista tra le figure più influenti della cultura dell’Europa sud-orientale. È morta all’età di 77 anni, lasciando un’eredità letteraria e intellettuale che per decenni ha contribuito a raccontare e interpretare le profonde trasformazioni politiche e sociali che hanno segnato la fine del Novecento e l’inizio del nuovo secolo.

La notizia della sua morte, data dal quotidiano Jutarnji list, arriva a poche settimane dalla pubblicazione del suo ultimo libro, “Perché non ho imparato a cucinare”, uscito per l’editore Fraktura.

Una vita tra Fiume, Zagabria e Stoccolma

Nata a Fiume il 4 luglio 1949, Slavenka Drakulić ha trascorso gran parte della sua vita tra Zagabria e Stoccolma, costruendo nel tempo una reputazione internazionale rara per un’autrice proveniente dall’area balcanica. Le sue opere sono state tradotte in oltre venti lingue e hanno raggiunto lettori in tutto il mondo, diventando un punto di riferimento per comprendere la dissoluzione della Jugoslavia, le guerre degli anni Novanta, la transizione post-comunista e l’evoluzione delle società dell’Europa orientale.

La sua capacità di osservare i grandi eventi storici attraverso le vicende individuali l’ha resa una delle narratrici più originali e apprezzate della sua generazione.

La scrittrice che raccontò la guerra e la transizione

Nel corso della sua lunga carriera Drakulić ha pubblicato romanzi, raccolte di saggi e opere di narrativa che hanno esplorato il rapporto tra individuo e storia, tra vita privata e grandi cambiamenti collettivi.

Il suo esordio narrativo risale al 1987 con “Ologrammi della paura”, seguito da opere come “Pelle di marmo”, “Fame divina”, “Come se non ci fossi” e “Frida o del dolore”. Proprio “Come se non ci fossi”, dedicato al tema delle violenze sessuali durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina, è diventato la base per un film di rilievo internazionale che ha contribuito a diffondere ulteriormente il suo lavoro oltre i confini dell’ex Jugoslavia.

Al centro della sua produzione letteraria si trovano spesso l’esperienza femminile, il corpo, l’identità e la relazione tra dimensione personale e contesto politico. Temi affrontati con uno stile rigoroso, empatico e profondamente umano.

Una protagonista del femminismo e della saggistica politica

Parallelamente all’attività narrativa, Slavenka Drakulić ha sviluppato una intensa carriera giornalistica e saggistica. Tra i suoi primi lavori spicca “I peccati mortali del femminismo”, considerato uno dei testi fondativi del pensiero femminista croato.

A livello internazionale è diventata una delle voci più autorevoli nel raccontare al pubblico occidentale la vita quotidiana dietro la Cortina di ferro e, successivamente, le conseguenze della transizione post-comunista e dei conflitti che hanno accompagnato il crollo della Jugoslavia.

Tra le sue opere più note figurano “How We Survived Communism and Even Laughed”, “Balkan Express” e “Cafe Europa”, libri che offrono una lettura lucida e personale dei cambiamenti vissuti dalle società dell’Europa orientale negli ultimi quarant’anni.

Particolare attenzione suscitò anche “Loro non farebbero male nemmeno a una mosca”, un’analisi della psicologia dei criminali di guerra costruita a partire dalle testimonianze raccolte durante i processi del Tribunale dell’Aja.

Un’eredità destinata a durare

Più che una semplice osservatrice del suo tempo, Slavenka Drakulić è stata un’interprete delle contraddizioni del mondo contemporaneo. Attraverso i suoi libri ha aiutato generazioni di lettori a comprendere fenomeni complessi come la guerra, la democrazia, il nazionalismo, il femminismo e le sfide della società post-comunista.

La sua scomparsa rappresenta una perdita significativa per la cultura croata ed europea. Resta però un patrimonio letterario di straordinaria importanza, capace di continuare a dialogare con il presente e di offrire strumenti preziosi per comprendere il passato recente.

Le sue opere, tradotte e lette in numerosi Paesi, continueranno a testimoniare la forza di una scrittura che ha saputo unire impegno civile, sensibilità umana e profondità narrativa.

La festa dell'Olanda ai mondiali




Roberto Maida 
L'eroe Eloy Room fa ballare Curaçao e... i reali d'Olanda: "Beh, adesso fatemi una statua"
Gazzetta dello Sport, 21 giugno 2026

 Ancora non mi rendo conto di quello che è successo”. E bisogna credergli. Certe notti capitano solo una volta nella vita e solo ai più fortunati. Eloy Room è ancora vestito da portiere mentre agita la statuetta del migliore in campo senza dare ancora un nome alla sua stessa impresa: con 15 parate, record in una partita dei Mondiali supplementari esclusi, ha impedito all’Ecuador di segnare e ha regalato a Curaçao il primo incredibile punto della storia. Benefici taumaturgici del Room service. Anche il re e la regina d’Olanda, in tribuna a Kansas City, sono scesi negli spogliatoi per complimentarsi e ballare insieme ai giocatori della ex colonia: giornata top per loro, i regnanti Willem e Maxima, che nel pomeriggio avevano assistito alla cinquina oranje contro la Svezia.

commozione

Ma torniamo a Room, che ha 37 anni e gioca proprio negli Usa: nel Miami, dirimpettaio dell’Inter di Messi, iscritto alla seconda divisione e nemmeno alla Mls. Nato a Nimega, nella madrepatria, ha un passato non memorabile al Vitesse e ha raccolto 3 presenze nel Psv Eindhoven. Veniva dal diluvio di gol incassati all’esordio contro la Germania, stavolta invece ha abbassato la serranda: “La parata più difficile è stata la prima su Valencia – ricorda – perché ha dato un’impronta alla partita facendoci acquisire fiducia. Le altre voglio rivederle”. Sì ok però che razza di emozione è questa? “Enorme. Sono confuso, ho tante cose nella testa e penso a mio padre che era qui con me”. È morto a novembre, è stato il suo angelo custode. Eloy: “Ho dato tutto quello che avevo. E come me la squadra. È incredibile che la nazione più piccola di sempre sia riuscita a ottenere un risultato simile. È segno che siamo un gruppo speciale”.

la battuta

Il ct, Dick Advocaat, si è commosso un’altra volta dopo le lacrimucce scese per il golletto contro la Germania: la sua mano nell’organizzazione tattica della squadra si è vista eccome. Ma senza l’imbattibile Room, che detiene il record di presenze con la nazionale avendo accettato di rappresentarla già nel 2015, saremmo qui a raccontare un’altra vicenda. Il portiere scherza, scrutando il Guinness dei primati che ha premiato il collega americano Tim Howard: 16 parate nel 2014, ma in 120 minuti e non 90. “Peccato – osserva Room ridendo – ma sono comunque orgoglioso perché credo che lui abbia sofferto un po’ dalla tv… Mi aspetto però che a Curaçao mi facciano una statua”. Pochi giorni fa questo stadio aveva incoronato Messi, che qualche volta ha visto in spiaggia a Miami: “L’onore è doppio, evidentemente Kansas City da ora in poi diventerà la mia città preferita”. Complimenti. Ma non finisce qui: la piccola isola può addirittura sognare la qualificazione. Le basta, si fa per dire, battere la Costa d’Avorio nell’ultima giornata del girone per sperare nel secondo posto. Meglio non porre più limiti.

Carlo Ginzburg, imparare



la gioia di imparare e i debiti coi maestri.
Un discorso di Carlo Ginzburg. Per ricordare il grande storico, scomparso in settimana, ripubblichiamo il denso e commovente discorso di accettazione pronunciato in occasione del Premio Balzan, che gli fu conferito nel 2010
Il Sole 24ore, 22 giugno 2026

Carlo Ginzburg

Sono profondamente onorato dal premio prestigioso che mi è stato conferito. In questo momento provo il bisogno di ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato con il loro affetto, le loro critiche, il loro insegnamento. Alle persone della mia famiglia e ai miei amici rivolgo un pensiero riconoscente: a quelli che ci sono e a quelli che non ci sono più. Qui, in quest’occasione pubblica, voglio ricordare coloro da cui ho imparato – non tutti, perché l’elenco sarebbe troppo lungo; ma qualcuno sì.

Insegnare è stato il mio mestiere, o meglio un aspetto del mio mestiere, accanto al lavoro di ricerca. Mi è capitato spesso di dire che insegnare mi piace, ma imparare mi piace ancora di più. Considero l’imparare una delle grandi gioie della vita. Ho avuto la fortuna di imparare da persone diversissime, piene di qualità straordinarie; se mi volto indietro, la loro generosità e la loro diversità umana e intellettuale mi riempiono di commozione. E penso al meraviglioso disegno in cui Goya ha raffigurato un vecchione con la barba bianca che avanza faticosamente appoggiandosi a due bastoni, sovrastato da due parole: Aun aprendo, imparo ancora, sto ancora imparando. Goya pensava a se stesso, e io guardando quel vecchio mi riconosco in lui. Non si finisce mai di imparare. Ho imparato fuori dalla scuola, in maniera imprevedibile e in circostanze imprevedibili; e ho imparato dentro la scuola, dalle elementari in su, fino a ieri, quando ho lasciato formalmente l’insegnamento: perché, come si sa, gli insegnanti imparano dagli studenti, e viceversa. Quello che dico è banale, perché tutti imparano (l’homo sapiens non è l’animale che sa, è l’animale che sa imparare). Ma non è banale ricordare tutto questo oggi, in un’occasione così solenne, quando in tanti paesi, a cominciare da quello di cui sono cittadino, la scuola è diventata un’istituzione fragile e minacciata – dalla miopia della classe politica, in primo luogo, ma anche dall’attenzione assolutamente inadeguata dell’opinione pubblica.

Ho detto miopia: ma mi rendo conto di aver usato un termine improprio. Certo, tagliare gli investimenti destinati all’istruzione, in un mondo in cui l’istruzione è (e sempre più sarà) il bene più prezioso per lo sviluppo di una società, è un gesto miope, che va contro gli interessi del paese: un gesto, diciamolo senza infingimenti, che lo condanna fin d’ora a una sicura decadenza. E tuttavia quest’argomentazione è insufficiente e va respinta, perché di fatto scende sul terreno che vuole combattere, accettando l’idea, così spesso data per scontata, che l’istruzione e la trasmissione del sapere siano beni soggetti alla legge di mercato, al meccanismo della domanda e dell’offerta. Allora mi correggo: non si tratta di miopia, o comunque non solo di miopia. Che cosa ispira l’attacco (perché di attacco si tratta) all’istruzione pubblica: malizia o matta bestialitate? si chiederanno i lettori di Dante. Forse entrambe, chissà.

La mia generazione ha fatto in tempo ad essere coinvolta nella straordinaria tecnologia che ha trasformato la trasmissione e l’apprendimento del sapere: Internet. Qualcuno ha detto che Internet è uno strumento di democrazia. Presa alla lettera, quest’affermazione è falsa. Bisogna aggiungere: è uno strumento di democrazia potenziale. Il motto di Internet è riassumibile nelle parole, paradossali e politicamente scorrette, pronunciate da Gesù: “a chi ha sarà dato” (Matteo, XIII, 12). Per navigare in Internet, per distinguere le perle dalla spazzatura, bisogna avere già avuto accesso alla cultura – un accesso che di norma (parlo per esperienza personale) è associato al privilegio sociale. Internet, che potenzialmente potrebbe essere uno strumento in grado di attenuare le disparità culturali, nell’immediato le esaspera. La scuola ha bisogno di Internet, certo; ma Internet, per essere usato secondo le sue potenzialità (diciamo realisticamente: secondo un milionesimo delle sue capacità) ha bisogno di una scuola pubblica che insegni davvero. Ho avuto la fortuna nel corso della mia vita di frequentare scuole e università, in Italia e fuori d’Italia, incontrando studiosi straordinari che erano anche tutti, nessuno escluso, insegnanti straordinari. Se non li avessi incontrati sarei oggi un’altra persona, una persona che non riesco nemmeno a immaginare. Ne nomino alcuni: Delio Cantimori, Arsenio Frugoni, Augusto Campana, Arnaldo Momigliano, Gianfranco Contini, Carlo Dionisotti, Ernst Gombrich, Lawrence Stone. E poi, fuori dalle aule universitarie, Felice Balbo, Sebastiano Timpanaro, Cesare Garboli. Ho citato solo nomi di persone morte. Ai vivi, alle persone che mi sono vicine e carissime, va ancora una volta la mia gratitudine.