lunedì 13 aprile 2026

Il diciottenne fatale

imperscrutabile vita di lucien daudet
Bellissimo e di talento, era figlio di Alphonse e probabilmente fu un amore di Proust. La nuova biografia di Christophe Grandemagne ne illumina destino e delusioni
Francesco Maria Colombo
Il Sole 24ore, 5 aprile 2026

Otto Wegener, nato in Svezia, fu uno dei più importanti fotografi parigini nella seconda metà dell’Ottocento: più giovane d’una generazione rispetto a Nadar e Napoléon Sarony, se ne considerava il successore e i suoi ritratti, dove s’illustrano le qualità mondane dei soggetti, sono rimasti famosi. L’insegna con lettere dorate del suo atelier in place de la Madeleine recitava semplicemente “OTTO”, e fu presso “OTTO” che il venticinquenne Marcel Proust si recò un giorno d’autunno del 1896 per farsi fotografare con due suoi giovani amici, Robert de Flers, che diverrà un drammaturgo di successo, e un diciottenne dai tratti aggraziati, quasi femminei, dandy nel vestire e delicato nelle maniere. In una delle pose realizzate da Wegener Marcel sta seduto in primo piano; il diciottenne lo guarda come perso in fantasticherie amorevoli, posandogli dolcemente una mano sulla spalla.

Le conseguenze del gesto furono disastrose: i genitori di Proust andarono su tutte le furie pretendendo invano che le foto non circolassero, scoppiò una disputa, Marcel sbatté una porta a vetri che andò in frantumi; ma soprattutto una delle iene maligne del giornalismo di allora, uno scrittore che oggi nessuno legge più ma che meriterebbe di venir ripreso, Jean Lorrain, pubblicherà poche settimane dopo un articolo pieno di insinuazioni sulla amitié più che tendre che legherebbe i due giovani. Proust, intollerante verso simili apprezzamenti, sfiderà Lorrain in un duello alla pistola nel quale nessuno verrà ferito: uno dei tanti episodi che ne testimoniano tempra e coraggio.

Chi era, dunque, il diciottenne fatale? Si chiamava Lucien ed era il figlio cadetto dello scrittore di maggior successo, insieme con Émile Zola e Pierre Loti, in quella Francia della terza repubblica: Alphonse Daudet. Proust, presentato da Reynaldo Hahn, era entrato nelle grazie della famiglia Daudet alla fine del 1894, si era subito legato in amicizia con Léon, il primogenito dell’autore di Tartarino di Tarascona, ma dall’adolescente Lucien era rimasto stregato. Presero a vedersi spessissimo, soprattutto nel campo neutro del Louvre; si scrivevano, si scambiavano fotografie: la passione li legò per pochi anni prima di sfociare in un sodalizio maturo e tenace, fino agli ultimi giorni di vita di Marcel. Fossero o no amanti è difficile dire, come sempre con Proust: ma non è un caso che il sottotitolo di Lucien Daudet, il ritratto narrato da Christophe Grandemange ora apparso in Francia, sia proprio Un amour de Proust.

In quella definizione c’è il destino di una vita, che finalmente riceve, grazie a questa ottima biografia, scritta con un garbo piacevolmente un po’ vecchio stile, un’analisi che non si fermi alla superficie. Lucien Daudet nacque in una famiglia benedetta dalla tenerezza condivisa e dalle artistiche muse. Renoir lo ritrasse quando aveva sette anni, Edmond de Goncourt ne celebrò la precocità di disegnatore. Per casa, durante i giovedì di ricevimento in rue de Bellechasse orchestrati dalla moglie di Alphonse Daudet, la leggendaria Julia cui lo stesso Grandemange ha dedicato un’altra appassionante monografia, transitavano i nomi maggiori della cultura parigina. Il successo del capofamiglia permetteva agî, soggiorni estivi in dimore sontuose, viaggi. E tuttavia da tali condizioni così propizie Lucien si sentì risucchiato, rimpicciolito in un cono d’ombra fatto di sterile eleganza e improduttivo buon gusto, del tutto ingiustificato nei fatti, perché i suoi talenti si svilupperanno in diversi settori, ma percepito come tale durante tutta la sua esistenza: ancora a 59 anni scriverà: “So bene di essere un nulla”.

Lucien sarà per sempre il figlio di, il fratello di, l’amore di. Non è un caso che abbia dapprima tentato la strada della pittura, per sottrarsi al confronto con una famiglia dove tutti scrivevano, non solo il padre, ma la madre e il fratello: Léon diverrà uno dei più grandi polemisti del suo tempo, animatore dell’Action française. Le sue posizioni politiche di estrema destra non impedirono a Proust, già dreyfusardo, di ammirarlo, né a Lucien, che professerà tutt’altro credo, di amarlo. Lucien frequentò l’Académie Julian e fu allievo di Whistler, ma non andò oltre qualche sporadica mostra. I suoi quadri di soggetto floreale hanno una loro distinzione, sfuggono a impressionismo e simbolismo e si assestano su un registro realistico in cui serpeggia un’inquietudine decadente.

Alla fine si fece coraggio e tentò nel 1908, firmandosi Lucien Alphonse-Daudet, un romanzo, Le Chemin mort, il cui soggetto ambiguamente omosessuale sconcertò la critica. Ne seguirono altri, ma le sue riuscite migliori restano i volumi di memorie, davvero incantevoli, Les Yeux neufs L’Âge de raison, la biografia del padre e gli scritti di ricordi proustiani, più tre libri dedicati alla donna che, dopo la madre, amò con maggiore devozione divenendone una specie di cavalier servente, la deposta imperatrice Eugenia, la moglie di Napoleone III.

Amico di tutti (Reynaldo Hahn e Cocteau i confratelli più stretti), Lucien fu un uomo intimamente solo. Trovò una propria ragion d’essere nella religione cattolica (ogni anno accompagnava i malati a Lourdes in pellegrinaggio) e nell’esercizio di stile di un’inderogabile buona creanza; e tentò di sfuggire all’isolamento, in tarda età, attraverso uno sconcertante matrimonio dall’esito catastrofico. Morì dignitosamente a Parigi nel 1946, convinto di aver sprecato la propria vita.


Christophe Grandemange

Lucien Daudet

Éditions Le Charmoiset,

pagg. 336, € 24

I termini della catastrofe


Lucia Capuzzi
Dalla crisi del Golfo al dominio asiatico: "Il mondo di 5 settimane fa non c'è più"
Avvenire, 13 aprile 2026

«Il nuovo ordine mondiale sarà governato da un asse invisibile che da Pechino si estenderà fino a Città del Capo. L’Europa e l’America saranno le prime a rimetterci. L’Africa e il mondo musulmano forniranno le risorse necessarie alla nuova leadership economica globale». Era il 2001 quando Loretta Napoleoni scrisse queste parole al termine del celebre saggio Economia canaglia. Il lato oscuro del nuovo ordine mondiale, appena ripubblicato in Italia da Solferino. Venticinque anni dopo, l’economista e analista, tra le massime esperte internazionali di finanziamento delle organizzazioni terroristiche, conferma la propria previsione. «Anzi, la vedo prendere forma concreta», spiega, durante una pausa del Link Media Festival, che si conclude oggi a Trieste. E aggiunge: «Assistiamo ad una vera e propria una catastrofe, nel significato che questo termine aveva per gli antichi greci: colpo di scena finale della tragedia».

In quali termini si configura questo colpo di scena?
Il mondo com’era fino a cinque settimane fa non esiste più. Tra un anno lo scenario sarà differente, tra dieci la trasformazione sarà radicale. Per prima cosa, è cambiato il Medio Oriente. Un accordo fra Usa e Iran, anche se, per assurdo, fosse raggiunto oggi, non potrebbe scongiurare la crisi delle petro-monarchie. La perdita in termini di immagine è enorme. Dubai, Abu Dhabi, la stessa Arabia Saudita, erano riusciti a emanciparsi dall’instabilità regionale e accreditarsi come mete turistiche, paradisi fiscali e hub dell’innovazione. I missili degli ayatollah li hanno riportati indietro di decenni. Decine delle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo sono state, inoltre, gravemente dagli attacchi missilistici di Teheran. A essere colpiti, in modo particolare, sono stati gli impianti di liquefazione del gas naturale, il cosiddetto Gnl: da Ras Laffan in Qatar a Habshan, Shah e Das Island negli Emirati. Secondo quanto dichiarato da Saad al-Qaabi, ministro per gli Affari energetici di Doha, già a metà marzo, i raid avevano messo fuori uso il 17 per cento della capacità produttiva, l’equivalente di 12,8 milioni di tonnellate l’anno di Gnl. E per ripristinarla ce ne vorranno dai tre ai cinque. L’offerta di gas naturale liquido, dunque, si ridurrà: un problema non da poco per l’Europa che lo importa soprattutto dalla regione. Il rivolgimento mediorientale, dunque, si estende al mondo.
Con quale impatto?
Il baricentro globale si sposta verso est. A guadagnare dalla crisi sono la Russia e, soprattutto, la Cina. È quest’ultima la vera regista del negoziato di Islamabad. Non a caso, il 31 marzo scorso, dopo gli incontri con Turchia, Egitto e Arabia Saudita in cui ha cominciato ad essere abbozzato il piano, il ministro degli Esteri pachistano è andato a Pechino.
Perché l’Iran è tanto cruciale per gli interessi cinesi?
C’è il nodo dell’approvvigionamento energetico ma non è determinante: il Paese punta all’uscita degli idrocarburi entro il 2060. Vitale è, invece, la questione geopolitica. L’Iran è il ponte verso il Medio Oriente e, soprattutto, l’Africa. La direttrice che collega Pechino al Continente e, via Turchia, al Mediterraneo, passa per Teheran. Senza la Cina verrebbe declassata al grado di potenza regionale, non più globale.
E gli Stati Uniti?
L’effetto si profila dirompente, in senso negativo. Nonostante gli Usa siano un Paese esportatore di petrolio, l’inflazione si farà sentire. Il piano di ri-industrializzazione di Donald Trump – tra le promesse-cardine della campagna – è la grande vittima della crisi mediorientale. Come si può rilanciare il tessuto manifatturiero con il petrolio oltre i cento dollari al barile? Questo ha determinato uno scollamento profondo con la base MAGA. La sconfitta al Midterm, a questo punto, è scontata. Il tutto per un conflitto inutile.
Perché allora Trump l’ha fatto?
L’Iran è una vecchia ossessione dal tycoon, come risulta da un’intervista di inizio anni Ottanta. La versione più plausibile è quella del New York Times: è stato convinto da Benjamin Netanyahu.
Il capo della Casa Bianca potrebbe smarcarsi ora da Israele?
È improbabile. Il fattore tempo, però, è importante. Trump deve trovare il modo di uscire dal pantano entro fine aprile quando scadono i termini per sottoporre al Congresso il via libera alla guerra. Poiché sa di non poterlo avere, deve terminarla prima.

L' esistenza labile


Per capire la scena che stiamo per raccontare bisogna avere bene in mente il contesto in cui si svolge. Nella Grande Guerra i soldati al fronte erano dei condannati a morte. Potevano sopravvivere, certo, ma le probabilità di perdere la vita erano molto alte. Per questo l'infermeria era un luogo fortunato, posto al riparo dalle sorprese della prima linea. I soldati arrivavano a desiderare le ferita giusta, quella che non ti uccide ma ti obbliga a prendere le distanze dal pericolo. In un clima dominato dalla precarietà dell'esistenza, la morte diventava molto presto dopo le prime esperienze di vita nelle trincee un evento ordinario. Il combattente viveva alla giornata, puntava ad assicurarsi migliori condizioni di vita nella misura del possibile. La morte o la disgrazia fisica di un commilitone tra gli altri poteva essere un'occasione per ereditare i suoi scarponi, per esempio. È il senso di un famoso episodio che si verifica in Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928), il romanzo di Erich Maria Remarque. Il protagonista Paul  Bäumer assiste al ferimento e al successivo ricovero in ospedale di un suo commilitone e amico, ex compagno di scuola tra l'altro, Franz Kemmerich. Viene allora decisa l'amputazione di una gamba. Kemmerich indossa un paio di scarponi di cuoio pregiato, molto superiori per qualità a quelli previsti nella normale dotazione. Mentre Kemmerich è ancora in agonia, un altro commilitone, Müller, si fa avanti reclamando per sé le calzature che si stanno rendendo disponibili. Più che la vita o la morte di un proprio simile quello che conta è il benessere immediato contro ogni indulgenza al sentimento.      Nel Fuoco (1916) di Henri Barbusse un intero capitolo è dedicato a una visita in infermeria, al posto di soccorso. Sfilano i personaggi più vari, l'aviatore con lo sguardo perduto, uno zuavo con un braccio al collo, due coloniali che si sorreggono l'un l'altro, un malato che sputa sangue, un uomo senza piedi. Segue una scena raccapricciante di budella e viscere raccolte da un grosso sergente di sanità, in un lungo vicolo cieco pieno di gemiti. Il narratore incontra poi Farfadet, un commilitone che sta perdendo l'uso degli occhi. Infine si arriva all'episodio più significativo. Siamo sempre alla vita che si svaluta, come nella vicenda degli scarponi. Qui però il bene che passa di mano non è un oggetto qualsiasi, per quanto prezioso, è l'identità stessa di un uomo. Le circostanze sono molto particolari. Il narratore si sposta, si butta giù un po' più lontano, in un vuoto e incrocia "due uomini coricati che parlano sottovoce; mi sono così vicini che li sento senza ascoltarli. Sono due soldati della legione straniera, dall'elmetto e dal pastrano giallo scuro".
 — Le chiacchiere sono chiacchiere – dice sprezzante uno dei due. – Stavolta ci resto. È finita: ho l'intestino bucato. Se fossi in uno spedale, in una città, mi opererebbero in tempo e si potrebbe aggiustare. Ma qua! Sono stato beccato ieri. Siamo a due o tre ore dalla strada di Béthune, nevvero? E di strada ce n'è, quante ore ci vogliono, dì un po',  per arrivare ad un'ambulanza dove ti possono operare? E poi, quand'è che verranno a prenderci? Non è colpa di nessuno, tu capisci; ma bisogna vedere le cose per come stanno. Oh! da questo momento in poi, lo so bene, non posso stare peggio di adesso. Soltanto che non si può tirare avanti, perchè ho un buco tutto per il lungo nel pacchetto delle budella. Tu, la tua zampa andrà a posto, oppure te ne metteranno un'altra. Io invece sto per morire. —
Questa la situazione, dunque, queste le circostanze che danno luogo a una curiosa proposta. Il soldato promesso a morte certa offre all'altro in regalo la propria identità: 
— Ascolta, Dominique, tu hai fatto una brutta vita. Rubavi e avevi la sbronza violenta. Hai una brutta fedina penale.
Dopo qualche schermaglia verbale spunta l'idea:
— Io sono senza famiglia come te. Non ho nessuno, tranne Luisa; che non è della mia famiglia, visto che non siamo sposati. E non ho condanne all'infuori di qualche punizione militare. Il mio nome è pulito. — E poi? Me ne infischio. — E poi, io ti dico: prendi il mio nome. Prendilo. Visto che siamo tutt'e due senza famiglia, te lo regalo. — Il tuo nome? — Ti chiamerai Leonard Carlotti, ecco tutto. 
Il resto sono modalità precise dello scambio, tu prendi il mio libretto personale, io prendo il tuo. "Potrai vivere dove vorrai, salvo che al mio paese, dove mi conoscono un poco, a Longueville in Tunisia".
Quello che colpisce, in entrambi i racconti, in Remarque come in Barbusse, è una particolarità della costruzione narrativa. Il personaggio che sta per ecclissarsi è ancora sulla scena in un primo tempo. Kemmerich non assiste alla sua spoliazione, mentre Leonard Carlotti compie di sua iniziativa il bel gesto che anticipa la sua scomparsa finale. In un caso come nell'altro la vita umana, l'esistenza del singolo, sembra diventare un fattore secondario. Si può parlare di una esistenza labile, resa tale dalle circostanze della guerra.

La caduta di Orban


Francesca De Benedetti
Trionfo di Magyar, l’Ungheria cambia pagina: Orbán ammette la sconfitta. Smacco per gli alleati globali
Domani, 13 aprile 2026

BUDAPEST – «Viktor Orbán si è congratulato con me per la vittoria». Lo ha annunciato alle 21 circa Péter Magyar, mentre i numeri già facevano sognare a lui una super-maggioranza, agli ungheresi e all’Europa una svolta. Pochi minuti dopo, il leader di Fidesz ha messo la faccia sulla sconfitta, «la accetto» ha detto presentandosi con la sua squadra davanti a telecamere e supporter. Andrà all’opposizione, ha confermato, anche se «mai ci arrenderemo». Superata la mezzanotte e a scrutinio quasi totale, la proiezione del futuro parlamento consegnava a Tisza ben 138 seggi su 199, confermando così per Magyar i due terzi abbondanti coi quali anche la Costituzione può essere modificata (anche per questo la maggioranza è «super»), con una situazione capovolta per Fidesz, che dal 2022 aveva ereditato la mega-maggioranza e ora si ritrova invece con soli 55 seggi. L’unico altro partito che è riuscito a entrare in parlamento, superando la soglia del 5 per cento, è l’estrema destra di Mi Hazánk, come previsto.

(Budapestini in festa sulla sponda del Danubio di fronte al Parlamento. Foto Afp/Ansa)
(Budapestini in festa sulla sponda del Danubio di fronte al Parlamento. Foto Afp/Ansa)

Cambiare quasi nulla e così cambiare comunque tutto: è la scommessa vinta da Magyar. La sola idea che Orbán sloggiasse dopo 16 anni ininterrotti di governo ha scatenato questa domenica una partecipazione record, file ai seggi come in quel 2023 in cui Tusk mise fine all’era Pis in Polonia. «Un’affluenza così in Ungheria non si vedeva dagli anni Novanta», ha rivendicato a ora di cena Magyar dal podio, «ottimista». Fino all'ultimo il leader di Fidesz, in consapevole difficoltà, aveva chiamato al voto «i patrioti, tutti», mentre la turbodestra globale incrociava le dita: «Votate per l’amico di mio padre», si era messo a implorare pure Donald Trump junior, come se non fossero bastate le uscite del padre, dell’intera amministrazione, il sostegno del Cremlino, di Netanyahu, l’endorsement di Meloni al congresso di Fidesz di gennaio e Salvini a insistere sullo stesso chiodo, Le Pen, AfD, chi più ne ha a destra più ne metta.

L’Ungheria ha scelto la scommessa di Magyar.

Un cambio di epoca


Influencer globale e teorico della «democrazia illiberale» quando ancora non era così di moda, autocrate smaccato da anni anche se per lungo tempo l’Europa ha preferito non vedere, il leader di Fidesz ha una biografia politica che ha l’unica coerenza della rincorsa spregiudicata del potere. Già nel 1993, quando il suo partito allora liberale ottenne una sede, fu venduta a una banca per dare i soldi al padre di Orbán, Győző. La vera natura dell’orbanismo – autocrate e corrotto – era lì, sotto gli occhi di tutti, in pieno centro in via Váci 38. Dal 2010 l’autocrate si è preso tutto, l’economia, i media, la costruzione del discorso, l’immaginario, ma gli ungheresi sanno che ha anche tolto. Economia sempre più buia, sanità e welfare disastrosi, fondi Ue congelati, isolamento europeo.

(Magyar nel giorno del voto. Foto Afp/Ansa)
(Magyar nel giorno del voto. Foto Afp/Ansa)

Perciò Magyar – conoscendo gli anni di assuefazione e la tendenza destrorsa dell’elettorato – sapeva che cambiando quasi nulla – lui che richiama allo stesso apparato ideologico di Fidesz, che viene dallo stesso contesto, che dà prova di stile accentratore e opaco, che ha abbastanza cinismo da gestire senza rotture pure la transizione con Mosca, che esibisce lo stesso slancio filo Usa – avrebbe potuto far leva sulla stanchezza degli ungheresi e sulla rabbia delle nuove generazioni, cambiando così comunque tutto.

«Non importa l’uomo, importa il cambiamento», come avevano detto i giovanissimi budapestini al concerto di venerdì. Setacciare coi comizi cittadina per cittadina, villaggio per villaggio, a ritmi forsennati, è servito al fondatore di Tisza per mantenere «l’onda», come lui stesso l’ha chiamata quando il sorpasso su Fidesz è cominciato, a ottobre 2024. E questo 12 aprile è diventata tsunami politico. «Mi avete sempre protetto, proteggetemi anche ora», ha detto il premier ungherese ai suoi supporter alla vigilia. Magyar minaccia di «indagare» i corrotti e gli scandali, lo tsunami fa sentire le scosse di assestamento da settimane, mesi. Pezzi di esercito e servizi, per non parlare dei cambi di giacca dell’ultima ora dei sindaci di paese una volta fidesziani convinti, sono usciti allo scoperto per Tisza, indicando i sommovimenti, gli spostamenti dalla parte del possibile vincente.

Una scelta di campo

ANSA
ANSA

L’idea che Tisza possa essere un Fidesz dei primi duemila, senza esasperazioni filorusse e quindi anti Ue, spiega gli entusiasmi in giro per l’Europa ed è in fin dei conti anche la vera debolezza strategica di Orbán, che ha varcato le porte del Cremlino 17 anni fa e che, finita l’era merkeliana dell’appeasement con Berlino, finisce per essere troppo esposto verso Mosca per l’Ue, dunque pure per gli ungheresi europeisti.

Nel 2009 Orbán varca le porte del Cremlino e in quel preciso punto della storia – prima ancora del voto del 2010 che lo riporta al governo – mette a punto l’idea di una Budapest equilibrista, con l’Ue nella misura in cui l’Ue paga, ma con Mosca e poi pure con Pechino se conviene. Alle elezioni del 2022 la Cina e la Russia avevano già fatto dell’Ungheria il loro cavallo di Troia nell’Ue, tra fabbriche di batterie cinesi (Catl), banche russe e cinesi in piena capitale, e soprattutto per il ruolo sabotatore nelle decisioni europee. Ad aprile di quattro anni fa, quando Orbán vinse, la sua posizione verso Putin era già evidente. Alla Balna, quartier generale di Fidesz ora come allora, il megafono del premier, Zoltán Kovács, interrogato da Domani sui rapporti con la Russia in pieno massacro in Ucraina, augurava «che siano il più normali e pragmatiche possibile».

Non ci sarebbe stato neppure bisogno delle registrazioni rese pubbliche in questa campagna elettorale da un consorzio di media, nelle quali si sente il premier dirsi «al servizio» di Putin e il ministro degli Esteri offrire a Lavrov documenti del Consiglio Ue, per sapere che Péter Szijjártó, premiato con medaglia dell’amicizia da Mosca, era un gancio putiniano in Europa.

Cosa è cambiato allora? Cosa ha reso intollerabile la già nota anomalia orbaniana, spesso sfruttata dagli stessi leader europei per mediazioni sotto traccia? La vera variabile sta nei rapporti deteriorati con l’Europa, spostatasi nel frattempo in direzione di Polonia e Baltici, ovvero nello sgretolamento della politica di appeasement con Orbán praticata dalla Germania almeno fino ad Angela Merkel (anche nel 2025, nel presentare il libro a Budapest, è stata accolta con tutti gli onori dall’autocrate).

Sotto la guida di Merkel, la Germania aveva visto nell’Ungheria prima di tutto lo sbocco delle sue manifatture automobilistiche, con basso costo del lavoro e condizioni favorevoli (che Fidesz garantiva). Anche nel Partito popolare europeo (dove la Cdu siede) negoziare piuttosto che bacchettare Orbán era la norma. Per questo – non perché non fossero chiare già dall’inizio – le derive autocratiche dell’Ungheria erano tollerate in Ue, con lo stesso spirito con cui il Ppe e von der Leyen fanno finta di non vedere le derive orbaniane della loro alleata tattica Giorgia Meloni.

Era stata proprio Merkel, a fine mandato e con la presidenza di turno Ue in mano, a contrattare con l'autocrate l’ennesimo dei compromessi. Quando il premier teneva in ostaggio i piani di ripresa pandemici con l’ennesimo veto, lei con la complicità di von der Leyen promise che il meccanismo per condizionare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto (approvato nel 2020) sarebbe stato innescato verso l’Ungheria solo dopo il voto del 2022. Patto a cui von der Leyen tenne fede, attivandolo infatti pochi giorni dopo.

Fondi congelati


Ecco come mai solo in queste elezioni il tema dei fondi Ue congelati (eppur in parte sbloccati da Bruxelles per compromessi) si aggiunge e pesa assieme ai dati pesanti sull’economia, aumentando le insofferenze popolari. Nel frattempo, nell’èra post Merkel, il Ppe dal 2021 con Orbán ha divorziato, e anche in funzione filoatlantica ha coltivato i rapporti con Meloni – vera continuatrice della strategia orbaniana nel post orbanismo – sperando così di gestire le arrembanti destre estreme.

Magyar si è infilato da sùbito sotto l’ombrello del Ppe, pur contrattando una sorta di autonomia di necessità rispetto al gruppo, giustificata cioè dall’idea di assecondare un elettorato impregnato di propaganda orbaniana. L’ex fidesziano non ha mai davvero rotto con l’apparato ideologico di provenienza (Ucraina compresa) come si è visto anche dai voti difformi di Tisza rispetto al Ppe in Europarlamento. Anche in futuro non c’è da aspettarsi la brusca rottura di un incantesimo orbaniano: Péter Magyar, pensando a una transizione da gestire, ha già detto che non smetterà d’improvviso di comprare energia russa (anche se riconosce che Mosca è l’aggressore di Kiev). A Budapest i più avvezzi alle mosse sotto traccia ironizzano che il Cremlino, fiutata la sconfitta dell’alleato, avrà già pensato ad aprire un canale con il leader alternativo.

Senza la protezione tedesca dei tempi d’oro, l’autocrate ha scommesso dall’inizio e fino all’ultimo sulla «golden age» di Trump, anche per la fitta infrastruttura che accomuna le estreme destre e di cui Budapest è uno snodo chiave. Ma per il tycoon quel che conta è la convenienza – «Magyar? Non lo conosco», aveva detto ambiguamente a fine 2025, mentre il premier ungherese alla Casa Bianca contrattava il prezzo dell’endorsement – e ha sfruttato la debolezza dell’amico in declino per strappare gli ennesimi affari (accordi energetici e via dicendo).

Il leader di Tisza non ha solo garantito a Washington che in caso di vittoria avrebbe messo questa relazione al primo posto, ma ha anche significativamente preparato per il ministero degli Esteri una figura che con quel mondo ha contatti stretti, sia culturali che economici (ha pure lavorato per una compagnia di gnl), Anita Orbán, ex Fidesz, dichiaratamente filoatlantica.

L' attacco di Trump al papa

 



Come Trump sta distruggendo il suo paese

Rebecca Solnit
Gli Stati Uniti si stanno autodistruggendo
The Guardian, 12 aprile 2026

Gli Stati Uniti sono sotto attacco, e si tratta di un complotto interno. Ogni dipartimento, ogni ramo, ogni ufficio e funzione del governo federale viene corrotto in modo fatale, smantellato o reso inutilizzabile. Tutto ciò è di dominio pubblico, ma poiché emerge a poco a poco in articoli di cronaca riguardanti questo o quel dipartimento specifico, i resoconti non descrivono mai adeguatamente un'amministrazione che sabota il funzionamento del governo federale e che, al contempo, sta devastando l'economia globale, le alleanze e le relazioni internazionali, nonché l'ambiente nazionale e globale, in modi che avranno conseguenze a catena per decenni e forse, soprattutto per quanto riguarda il clima, per secoli.
In tutti i rami del governo, i servizi che dovrebbero proteggerci – il monitoraggio degli arsenali nucleari, la sicurezza informatica, la lotta al terrorismo – vengono indeboliti, ridotti di personale o completamente smantellati. Anche un altro tipo di protezione, che comprende la sanità pubblica, i programmi di vaccinazione, la sicurezza alimentare, l'aria e l'acqua pulite, i servizi sociali, i diritti civili e lo stato di diritto, è sotto attacco. Il governo federale che dovrebbe essere al nostro servizio viene affamato, mentre il governo federale che serve l'agenda di Trump e l'oligarchia si sta ingozzando di denaro pubblico, comprese le somme grottesche destinate al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alle forze armate statunitensi, ora trasformate nella contorta visione di Pete Hegseth in una spietata forza mercenaria. Secondo alcune fonti, Hegseth avrebbe ostacolato le promozioni di oltre una dozzina di ufficiali neri e donne.

È sorprendente che il ritornello costante del team di Trump sia che non possiamo permetterci di proteggere i più vulnerabili o di provvedere alla popolazione, motivo per cui l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk, in cima al Doge, ha smantellato l'USAID lo scorso anno , causando già decine di migliaia di morti per fame e malattie prevenibili. La guerra con l'Iran sta creando una crisi dei fertilizzanti in Europa, Africa e Asia che potrebbe a sua volta provocare carestie diffuse. Nel frattempo, l'ex capo della sicurezza interna Kristi Noem ha speso più di 200 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria con se stessa come protagonista, prima di essere licenziata.

Sebbene la guerra contro l'Iran, del tutto gratuita e letteralmente ingiustificata, presenti aspetti ben peggiori, il fatto che stia bruciando miliardi di dollari al giorno è impressionante, considerando gli enormi tagli alla tutela ambientale e ai parchi nazionali, il sabotaggio di fatto del servizio forestale e la concessione di terreni pubblici compagnie di combustibili fossili e interessi minerari . Le sedi centrali del servizio forestale vengono spostate in tutto il paese, il che probabilmente provocherà numerose dimissioni, come già accaduto per il Bureau of Land Management durante il primo mandato di Trump . Più di 50 stazioni di ricerca del servizio forestale verranno chiuse, con conseguente ulteriore perdita di ricerche, dati, strutture e personale insostituibili.

Trump ha detto nel suo noioso e monotono discorso della scorsa settimana: "Non possiamo occuparci degli asili nido. Siamo un grande Paese... Stiamo combattendo guerre... Non è possibile per noi occuparci degli asili nido, di Medicaid, di Medicare, di tutte queste cose individuali". I vostri soldi, i nostri soldi, le nostre terre pubbliche, i nostri figli. Trump ha persino corrotto i costruttori di parchi eolici offshore con quasi un miliardo di dollari per fermarli, solo perché ha una vendetta personale contro i sistemi di energia pulita. Gli Stati Uniti un tempo erano leader mondiali nella ricerca scientifica, compresa la ricerca medica, che aveva portato a importanti scoperte nel trattamento delle malattie e nella salute, ma tutto ciò è stato drasticamente ridotto. Questo è un omicidio.

Il vecchio aforisma sul tempo necessario a una portaerei per invertire la rotta potrebbe spiegare perché la nazione sembra relativamente stabile e perché le reazioni sono state inadeguate; l'impatto completo deve ancora manifestarsi. A un certo punto, se la nave non inverte la rotta, forse inizierà a imbarcare acqua, a inclinarsi pericolosamente o a colpire un iceberg, o forse l'iceberg è sempre stato lì e si chiama Donald Trump. Ha iniziato una guerra senza un motivo preciso – è stata usata la parola " divertimento" – che sta ulteriormente minando l'economia globale che ha già gravemente danneggiato con i suoi dazi in continua evoluzione. Le imprese hanno bisogno di poter pianificare, e i dazi che triplicano, si annullano e riappaiono come i suoi umori minano questa capacità. Allo stesso modo, le minacce non mantenute, i colloqui mai avvenuti, le azioni dell'amministrazione annullate dai tribunali diventano forme di scossa politica, che sballottano tutti e tutto, una dimostrazione di forza che è anche una dimostrazione di incoerenza e incoerenza.

Dobbiamo parlare della ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve affrontare per tornare a funzionare.

Ma l'offensività potrebbe distrarre dalla distruttività. Un intero settore dei media mainstream ora funge da medium, tentando di interpretare le azioni di Trump per cercare di inserirle nel contesto di una leadership competente e di programmi coerenti e consistenti. Se ci fosse un programma coerente, sarebbe distruttivo, malevolo. Il nuovo slogan popolare "lo scopo di un sistema è ciò che fa" è utile in questo caso, perché ciò che questo sistema fa è indebolire, danneggiare, corrompere e nuocere. L'idea che esista un programma coerente guidato da Vladimir Putin funziona nel senso che la maggior parte di ciò che Trump ha fatto è positivo per l'anziano dittatore russo, ma negativo per gli Stati Uniti.

È anche evidente che Trump voleva tornare al potere in parte per vendicarsi di un Paese che nel 2020 lo aveva respinto, come a volte un ex partner si trasforma in uno stalker omicida nei confronti della donna che ha osato sfuggirgli, e nello specifico per vendicarsi degli individui e delle istituzioni che lo avevano perseguitato per crimini o che in altro modo lo avevano ostacolato. Trump, a un certo livello, sa di star fallendo politicamente, cognitivamente e fisicamente e vuole trascinare tutto con sé nella rovina, come gli antichi sovrani venivano sepolti con i loro cavalli e servitori sacrificati. Inoltre, mentre la morte gli incombe, cerca di conquistarsi un po' di immortalità apponendo il suo nome su edifici, permessi per i parchi e persino sulla moneta.

Ma cercare di capire le motivazioni è un passatempo quando l'attenzione deve essere rivolta alle conseguenze. Non abbiamo bisogno di capire questi criminali per cercare di contenerli e, in definitiva, eliminarli. Non dureranno per sempre, e dobbiamo pensare a cosa succederà quando se ne saranno andati – parlare del tipo di ricostruzione che gli Stati Uniti dovranno affrontare per la prima volta dalla guerra civile, la ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve attraversare per tornare a funzionare. Ma non per tornare a come erano le cose prima.

Sono le debolezze antidemocratiche del nostro sistema ad aver creato le vulnerabilità che hanno permesso che ciò accadesse: il collegio elettorale e la soppressione del voto che hanno dato a Trump una vittoria di minoranza nel 2016, la manipolazione dei distretti elettorali che ha conferito a un partito di minoranza la maggioranza al Congresso e nelle assemblee statali, una Corte Suprema grottescamente corrotta e non responsabile e l'influenza corrosiva degli ultra-ricchi in un sistema che conferisce loro un potere di portata tale da rappresentare un attacco diretto alla democrazia. Dobbiamo immaginare un Paese più democratico, più egualitario, più generoso, un Paese che operi riconoscendo l'abbondanza di ricchezza che dovrebbe servire a tutti noi – e anche alla natura e alle generazioni future – anziché essere guidato dalla povertà morale dei miliardari.