martedì 20 ottobre 2026

Identikit dei giovani arrabbiati

Chiara Sgreccia
Esclusi, senza capi, apartitici: identikit dei giovani arrabbiati

Domani, 20 ottobre 2026

Accanto al tricolore ci sono le bandiere della Palestina e dell’Albania. I ricordi della lotta partigiana e dei «nonni morti per i nostri diritti» si affiancano a quelli che sembrano ciechi richiami a disordine, rabbia e violenza contro lo Stato. Dopo La canzone del maggio di Fabrizio De André, a fare da colonna sonora ai post sui social che mostrano le immagini delle proteste del 17 ottobre a Milano, Bologna e Torino, arrivano i motivetti creati con l’Ia che rimandano «Remigrazione, unica soluzione», l’inno che ha spopolato sui social dell’estrema destra per sostenere l’espulsione dei migranti, anche se nelle piazze c’erano tanti italiani di seconda generazione.

Così, nella confusione generata dalle proteste degli ultimi giorni, sembra che uno dei pochi punti fermi da cui partire per capirne le ragioni e che cosa abbia portato alle devastazioni dei centri città ad opera di alcuni manifestanti, anche minorenni, sia il carovita. E l’incapacità del governo attuale di tutelare i cittadini, soprattutto chi è rimasto ai margini: «La gravissima situazione socio-economica che sta attraversando il Paese, caratterizzata da un insostenibile aumento del costo della vita, dal rincaro dei beni di prima necessità e dal progressivo impoverimento delle famiglie e dei lavoratori», scrive il movimento «Italia in Piazza», uno dei più conosciuti tra quelli che il 17 ottobre hanno lanciato le manifestazioni di Torino, Bologna e Milano (anche il 18 ottobre). Ma non l’unico, perché sui social la data simbolica della rivolta «per fare come in Francia» circolava da tempo ed è stata condivisa da soggetti diversi, per età, professione e appartenenza politica. Subito dopo gli scontri con le forze dell’ordine, le vetrine rotte, gli assalti a negozi e supermercati del weekend, «Italia in Piazza» si è dissociato dalle devastazioni. Non lo ha fatto il neonato «Movimento del 17 ottobre» (così giovane da essere arrivato – almeno sui social – dopo le piazze), che definisce «quella dei manganelli degli sbirri» come l’unica violenza. E che rilancia la mobilitazione «fino alla caduta di questo governo ladro» ogni sabato alle 15, in almeno otto città. Perché, si capisce dalle informazioni che condividono nel tentativo in corso di strutturarsi a livello nazionale, «violento è il sistema che uccide»: quello che nega il futuro alle nuove generazioni, «che ora vogliono riprenderselo».

A spiegare perché alla base della rabbia dei giovanissimi in piazza ci sia un patto generazionale rotto e un sistema che produce insicurezza è Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo: «Viviamo in un mondo molto complesso in cui anche questioni globali riflettono incertezza nella vita quotidiana: le tensioni legate alle guerre, al riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie, il cambiamento del mondo del lavoro. Sono tutti aspetti che pesano sul futuro di un quattordicenne o di un ventenne che, di fronte a queste grandi questioni, si sente impotente, insignificante». Per Rosina, infatti, la frustrazione determinata dall’impossibilità di migliorare la propria vita, dovuta anche al fatto che in Italia i giovani sono inascoltati e che la società non offre loro opportunità, ha portato a una scomposta esplosione di rabbia che non ha trovato altri canali positivi per potersi esprimere. Che sarebbero potuti arrivare dalla scuola o dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale. Ma non è successo. Per questo «sebbene la violenza non sia mai giustificabile è evidente che i ragazzi nelle piazze non sono nati arrabbiati. E che questo senso di frustrazione che trova sfogo nel protagonismo negativo sia cresciuto con il tempo», conclude il professore prima di evidenziare come il poco spazio lasciato ai giovani e la rottura del patto generazionale siano comuni a Italia e Francia: «Ecco perché si può parlare di movimento trasversale». E che il nostro Paese, però, avendo avuto un processo migratorio più tardivo, ha un vantaggio temporale che le permetterebbe di intervenire per tempo ed evitare gli stessi errori commessi nelle banlieue francesi, se promuovesse interventi concreti volti a risanare le fratture sociali e le disuguaglianze di partenza. Dalle parole di Rosina si capisce, quindi, che una buona parte dei giovani in piazza in questi giorni è difficile da ricondurre alle divisioni politiche a cui siamo abituati, tra destra e sinistra, visto che non trova rappresentanza nei canali politici tradizionali, usa i social come mezzo di aggregazione – probabilmente perché vivono in contesti in cui quelli fisici mancano – ed è nella fase della rabbia che precede la rivendicazione strutturata, se arriverà.

Anche secondo la filosofa e pedagogista Dafne Guida, presidente della cooperativa sociale Stripes, impegnata in progetti educativi e di aggregazione giovanile anche nell’area metropolitana milanese, la violenza non può essere spiegata attraverso le appartenenze ideologiche. È apparsa più «cieca rabbia», «priva di direzione», che ha portato alcuni manifestanti sia a saccheggiare i negozi di marca, in una sorta di esproprio proletario, sia a distruggere i libri, concretizzazione del fallimento culturale: «Ma è soprattutto il sintomo di un disagio sociale più profondo. Per strada non facciamo che assistere all'ultimo stadio di un virus che ha infettato per primo il linguaggio: una società che ha normalizzato la sopraffazione, la derisione dell'altro, fino a trasformare la violenza verbale in gesti. Per Guida, «questa rabbia ha una storia, quella del fallimento della società neoliberista che prometteva ricchezza e opportunità per tutti. Ma che non ha consentito di creare una comunità che accogliesse nel tempo i suoi giovani». Così il sistema ha progressivamente smantellato tutele e garanzie, alimentando la retorica secondo cui chi vuole può farcela, anche se non è vero: «Così nasce la violenza che, non è di destra o sinistra. È il prezzo che stanno pagando i giovani».

Rivolta sociale in purezza

Michele Serra
I bambini furiosi e i censori politici

la Repubblica, 20 ottobre 2026

Se sprecassi le prime righe di questo articolo per dire che «la violenza va condannata senza se e senza ma» farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta retorica scontatissima (perché a favore della violenza sono solo i violenti; tutti gli altri no) il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco. È una soluzione molto a buon mercato, condannare la violenza, quando non si sa che altro dire di utile e di interessante.

Di questa imperdonabile superficialità si macchiano tutti quegli esponenti politici che, di fronte alle strade in fiamme, ribadiscono di essere fermamente contrari ai falò, e per non farsi mancare niente indicano il piromane nel campo avverso: o perché, dal governo, non ha fatto nulla per scongiurarli, i falò, o perché, dall’opposizione, li ha addirittura ispirati.

Che pena, che infimo livello la frasetta di Piantedosi contro Sala «radical chic». Le fiamme scottano anche sotto l’illustre sedere del signor ministro, e sotto il sedere di noi tutti. Chi parte incazzato e imberbe dalle periferie non fa distinzioni tra i radical chic di sinistra e i burini di destra (per rimanere nel cliché tanto caro a Piantedosi), tra le vetrine politiche del governo o dell’opposizione: vuole sfasciarle tutte. E i cocci sono di tutti.

Milano, 18 ottobre
Milano, 18 ottobre 

Levato di torno il siparietto delle dichiarazioni perbeniste che mettono la coscienza a posto, ma velano gli sguardi e istupidiscono i commenti, rimane, nudo e crudo, lo spettacolo di quei tumulti politicamente illeggibili. La classica violenza politica, che noi italiani conosciamo meglio di chiunque in Europa, non sembra una categoria utile per capire i fatti. Non c’è traccia di ideologia o di opinione, non c’è alcuna intenzione organizzativa nei branchi di ragazzini incappucciati che saccheggiano i negozi del centro.

Non è neanche una mobilitazione, è un passaparola sugli smartphone: «Andiamo a fare casino dove abitano i ricchi». È rivolta sociale in purezza, ma con zero caratura politica. Se sabato a Milano anche i militanti dei centri sociali, che si collocano all’estremo margine di ciò che ancora riusciamo a chiamare “politica”, hanno abbandonato il campo, significa che la scena non è più politica. È quello che viene dopo: quando la politica non ha più carte da giocare e parole da spendere.

C’è una devastante impotenza sociale che unita alla monocultura dei consumi porta questi bambini furiosi (anche dodicenni) a saccheggiare i negozi di sneakers, i pezzi di plastica più costosi della storia, misteriosamente promossi al novero di status symbol (sapete chi ha vinto, alla fine, tra borghesia e proletariato? Hanno vinto le scarpe).

C’è una società sempre più diseguale — e quanto a valori sempre più a forma di sneakers — la cui disfunzionalità è argomento di analisi e lamentazioni e preoccupazioni ormai decennali: si dissolve il ceto medio, che è stata l’ossatura delle società democratiche occidentali, i ricchi arricchiscono e i poveri impoveriscono. I centri storici delle città “si gentrizzano”, che è un modo elegante per dire che sollevano il ponte levatoio e si chiudono alle periferie, e le periferie sono dormitori nei quali il sonno non è per niente sereno.

A chi dice che nelle banlieue abitano i migranti di prima e seconda generazione, suggerite un’altra lettura delle cose, molto più calzante: ci abitano i poveri, anche italiani. Ci sono migranti che hanno fatto fortuna nel lavoro, nello sport, nelle arti, e nessuno li chiama maranza (davvero orribile sentire il Salvini annunciare una «legge anti-maranza». Le leggi si fanno per tutti, nessuno escluso, a parte le leggi razziali).

È la differenza di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il destino delle comunità e delle società. O chi sta sotto ha la speranza di risalire, o la scala sociale è ben visibile, e percorribile, oppure le società deperiscono, e si guastano. Vale a Milano, a Parigi, a Ginevra: vale ovunque le città si costituiscano su basi troppo rigidamente classiste. Chi ha vinto rischia di non godere a lungo della sua vittoria: cova, oltre le mura fiorite del benessere, l’astio del malessere.

Milano, 18 ottobre: un negozio saccehggiato
Milano, 18 ottobre: un negozio saccehggiato (agf)

Se il problema fosse di facile soluzione qualcuno avrebbe già provveduto a risolverlo. Non essendolo, sarebbe il caso che le persone responsabili di qualcosa (dal ministro all’insegnante al poliziotto al prete al politico all’assistente sociale al genitore allo psicologo al giornalista) prendessero atto della severità dei tempi. E se non hanno buoni consigli da dare, almeno non diano il cattivo esempio.

1 — Nessuno appioppi il peso della violenza sulle spalle di chi violento non è. Uno studente che manifesta per avere soldi per la scuola pubblica non c’entra niente con i casseur. La libertà di manifestare è vitale per la democrazia. Considerarla un pericolo, un portatore di infezione, è mortale per la democrazia. La Polis va salvata dai saccheggiatori e va salvata dai repressori e dai censori.

Milano, 18 ottobre: un momento della guerriglia urbana
Milano, 18 ottobre: un momento della guerriglia urbana (agf)

2 — Nessuno si illuda che la chiusura (delle frontiere, delle città) serva a qualcosa. Non ci si protegge mettendo le sbarre alle finestre, prendendo il porto d’armi, incriminando i minori. Ci si protegge includendo quante più persone possibili, provando a renderle partecipi. La sicurezza è partecipazione (parafrasando Gaber). E l’inclusione non è demagogia: è prassi. Investimenti. Scuola pubblica. Politica.

3 — Nessuno gongoli per la rabbia degli esclusi, illudendosi che sia la politica che ritorna. La rabbia è come la benzina, dentro un motore diventa energia e velocità, se scola lungo le strade può innescare un incendio e ridurre tutto in cenere. Non c’è niente di promettente nel saccheggio di un negozio, c’è solo la triste soggezione dei poveracci al baluginio delle merci. Bisogna disperatamente continuare a dire che la vita è molto di più delle scarpe o della felpa che puoi mostrare nello struscio del sabato. Poi se ti ascoltano, bene. Se non ti ascoltano, ripeti daccapo.

lunedì 19 ottobre 2026

La mort sans merci

Hans Larwin, Le soldat et la mort, 1917, huile sur toile, musée d'histoire militaire, Vienne 

Le Feu d'Henri Barbusse

En 1915, alors que le conflit s'enlise dans la boue des tranchées, le peintre expressionniste Otto Dix écrit que « la guerre est quelque chose de si bestial : la faim, les poux, la boue, ces bruits délirants. [...] C’est le grotesque qui domine ». Un an plus tard, en publiant Le Feu (1916), Henri Barbusse fait entrer cette esthétique du monstrueux en littérature, bousculant définitivement le lectorat de l'arrière par un « réalisme intégral » sans concession. Cependant, à la lecture du roman, ce réalisme documentaire cède constamment le pas à une singulière imagerie : celle d'une mort qui se traduit la plupart des fois par la dégradation grotesque, voire carnavalesque, de la figure humaine. Devant cette profusion de corps crucifiés dans les barbelés, de visages mués en masques pourris ou de chairs liquéfiées dans la boue, la critique s’interroge. Cette défiguration outrancière relève-t-elle de la seule stratégie pacifiste visant à exposer la hideur de la guerre moderne, ou trahit-elle, comme le suggérait le philologue Leo Spitzer, un « sadisme latent » et une fascination morbide de l’auteur pour la chair martyrisée? Nous verrons dans un premier temps que cette esthétique de la laideur est une arme politique indispensable pour dénoncer l'inhumanité de la guerre industrielle et briser le mythe de la « belle mort ». Puis, nous analyserons comment Barbusse manie l'antithèse et le pathétique à travers des figures éphémères de pureté pour redoubler la violence du désastre. Enfin, nous explorerons la thèse d'un « sadisme latent », où la minutie de la destruction physique révèle une véritable dynamique esthétique de l'excès et de la cruauté textuelle.

Lorsque Henri Barbusse publie Le Feu en 1916, son ambition affichée est celle d’un témoignage brut, un « réalisme intégral » capable de dessiller les yeux de l'arrière. Pourtant, à la lecture du roman, le réalisme documentaire cède aussi souvent que possible le pas à une singulière et obsédante imagerie : celle d'une mort qui se traduit régulièrement par la dégradation grotesque, voire carnavalesque, de la figure humaine. Le soldat Poterloo projeté dans les airs se retrouve figé dans une sinistre parodie de crucifixion; les cadavres de Lamuse, Barque, Biquet et Eudore sont là entassés dans la boue à quelque pas de leurs compagnons encore en vie; le digne caporal Bertrand s’achève en un «masque repoussant et pourri».

Il convient d’abord de reconnaître dans cette dégradation de la figure humaine le moteur d'une entreprise idéologique radicale: la destruction métaphorique du mythe de la guerre. L'esthétique de Barbusse est une arme de guerre contre le romantisme guerrier du XIXe siècle. En refusant d'accorder à ses personnages une « belle mort » héroïque et propre, l'auteur s’attaque à l’iconographie traditionnelle du sacrifice patriotique. Le soldat Poterloo projeté dans les airs et «crucifié» dans les barbelés opère un détournement sacrilège du Calvaire chrétien: le sacré est vidé de sa transcendance pour devenir un spectacle de foire, une marionnette désarticulée par la violence aveugle de l'artillerie. De même, la métamorphose du visage de Bertrand en un « masque pourri » marque l'anéantissement de l'individualité. Le visage, siège de l'âme et de la dignité, est nié par la pourriture. La guerre moderne ne fait pas des martyrs, elle fabrique des déchets colonisés par la matière. C'est le triomphe de la réification : l’homme est ramené à sa condition de pure matière organique. En ce sens, le grotesque — ce qui choque par son caractère bizarre et monstrueux — est l'outil politique idéal pour dire l'Inhumain.

Cependant, le talent de Barbusse réside dans sa capacité à ménager des ruptures stylistiques pour éviter l'anesthésie sensorielle du lecteur. Au chapitre XII, l'apparition du jeune sergent du 405e offre une saisissante antithèse à ce défilé de monstres. Ce corps « habillé de neuf », encore souple, qui « a l’air de dormir », introduit une « note propre dans ce charnier ». Moins défiguré, il se révèle « plus pathétique, plus proche, plus attaché à qui le regarde ». Mais cette apparente « belle mort » est un piège textuel. Barbusse désamorce immédiatement toute tentation d’héroïsme : le jeune homme a été tué bêtement, pour avoir voulu ramener un fusil allemand en souvenir chez lui pour sa permission. De plus, le naturalisme clinique de l'auteur affleure déjà sous l'illusion du sommeil : « la prunelle est révulsée, la joue est cireuse, et une eau rose baigne les narines ». Loin d'être une célébration de la beauté, ce contre-exemple fonctionne comme un surcroît de cruauté. Barbusse expose la jeunesse et la grâce non pour les sauver, mais pour souligner la fatalité de leur destruction prochaine dans le « monceau d’êtres anéantis ».


En définitive, ces lectures — l’urgence pacifiste et le sadisme stylistique — loin de s'exclure, fusionnent dans ce qu'on pourrait appeler un théâtre de la cruauté. Barbusse a pensé que pour secouer un lectorat anesthésié par la propagande de l'arrière, la vérité historique ne suffirait pas: il fallait provoquer un choc esthétique et viscéral. Le grotesque macabre est le point de suture de cette double exigence. Si Barbusse mutile la figure humaine avec une violence textuelle si acharnée, et s'il feint parfois d'épargner un «gentil p'tit gars» pour mieux l'abandonner à la fosse commune, c'est parce que seul la cruauté de la description pouvait rivaliser avec la cruauté réelle de la machine de guerre. En faisant de la mort une dégradation hideuse ou un gâchis absurde, Le Feu transforme le cadavre du poilu en un miroir tendu à la barbarie de la civilisation : une chair pantelante, hideuse et pourrie, à l'image du monde qui l'a engendrée.

C'est précisément dans cette gestion des contrastes et dans cette complaisance de la destruction que les remarques de Leo Spitzer sur le « sadisme latent » de Barbusse prennent tout leur sens. Spitzer, par son analyse stylistique, met en lumière une tension chez l'auteur entre le dégoût moral de la guerre et une complicité esthétique avec l'horreur. La mort de Lamuse et de ses camarades est à cet égard exemplaire : leur dissolution sensorielle dans la boue où ils sont amoncelés tel un bȗcher ne relève plus du simple reportage, mais d'un expressionnisme pictural presque amoureux du chaos. Barbusse s’attarde, étire le temps de l’agonie, fouille les plaies avec une minutie clinique qui s’apparente à une forme de cruauté textuelle. Ce «sadisme» critique n'est pas une jouissance morale face à la souffrance, mais une dynamique stylistique de l'excès. L'écrivain semble fasciné par le pouvoir de sa propre plume à défaire les formes, à liquéfier le vivant, à transformer le héros en détritus organique. L’horreur devient chez Barbusse le carburant d’une jouissance purement littéraire de la destruction.

Il serait utile, à ce point, d’aller voir et de montrer comment plus exactement la mort manifeste sa présence dans le texte du roman. Elle est absente seulement dans un nombre restreint de chapitres, du quatrième au neuvième et puis dans le onzième et le seizième. Ailleurs elle est parfois omniprésente puisque son évocation n’est pas liée uniquement à l’apparition de cadavres, mais passe aussi par les métaphores et par un emploi comme concept abstrait: «la mort qui était là, les a épargnés», «danger de mort et sacrifice de la vie», «la terre champ de mort, le ciel champ de tristesse», «le champ de la mort», «au fond des rivages de la mort», «nous courons parmi les jeux de la mort», «campagnes pacifiées par la mort», «le champ de la mort», «machines de mort», «on a senti approcher la mort»,«champ de bataille mort». Et puis et surtout il y a les cadavres. Rarement neutres. On a déjà fait allusion au «gentil p'tit gars». Il y a aussi l’«obscur mort mort obscurement»: «Voici, en travers de la piste qu'on suit et qu'on gravitcomme une débâcle, comme une inondation de débris sous la tristesse dense du ciel, voici un homme étendu comme s’il dormait; mais il a cet aplatissement étroit contre la terre qui distingue un mort d’un dormeur. C’est un homme de corvée de soupe, avec son chapelet de pains enfilés dans une sangle, la grappe des bidons des camarades retenus à son épaule par un écheveau de courroies. Ce doit être cette nuit qu’un éclat d’obus lui a creusé puis troué le dos. Nous sommes sans doute les premiers à le découvrir, obscur soldat mort obscurément. Peut-être sera-t-il dispersé avant que d’autres le découvrent. On cherche sa plaque d’identité, elle est collée dans le sang caillé où stagne sa main droite. Je copie le nom écrit en lettres de sang». Description douce et sobre. C’est à peu près tout. Les autres morts forment une véritable galerie des horreurs. On commence par des petites touches, le détail de la blessure, le cou, la tête, une moitié du corps arrachée, la colonne vertebrale cassée. Le fusillé pour l’exemple laisse une tache par terre, sans plus: «On voit un peu d’sang par terre quand on r’garde, dit un homme penché» (Argoval). Tout autre chose, dans un chapitre précédent, La descente, le ruisseau dont on parle à propos d’un personnage sans relief: «Le petit Godefroy, tu le connais ? le milieu du corps emporté ; il s’est vidé de sang sur place, en un instant, comme un baquet qu’on renverse: petit comme il était, c’était extraordinaire tout le sang qu’il avait ; il a fait un ruisseau d’au moins cinquante mètres dans la tranchée». Une exagération évidente.
Les cadavres affreux sont par ailleurs une présence qui revient à plusieurs reprises et qui est chaque fois illustrée avec une belle panoplie de détails horripilants. Le caporal Bertrand est le personnage principal du roman. Il meurt presque à la fin de la narration. Son cadavre est examiné et décrit sans épargner le moindre détail:
«C’est que le choc de sa disparition s’aggrave du spectacle qu’offre sa dépouille. Il est abominable à voir. La mort a donné l’air et le geste d’un grotesque à cet homme qui fut si beau et si calme. Les cheveux éparpillés sur les yeux, la moustache bavant dans la bouche, la figure bouffie, il rit, il a un œil grand ouvert, l’autre fermé, et tire la langue. Les bras sont étendus en croix, les mains ouvertes, les doigts écartés. Sa jambe droite se tend d’un côté ; la gauche, qui est cassée par un éclat et d’où est sortie l’hémorragie qui l’a fait mourir, est tournée toute en cercle, disloquée, molle, sans charpente. Une lugubre ironie a donné aux derniers sursauts de cette agonie l’allure d’une gesticulation de paillasse». Le grotesque affiché, les bras en croix, une lugubre ironie. 
Pour conclure, la dégradation grotesque de la figure humaine dans Le Feu ne saurait être réduite à un simple procédé de reportage réaliste ou à de la propagande pacifiste primaire. Elle constitue le nœud esthétique d'un véritable théâtre de la cruauté. Si Henri Barbusse mutile le corps de ses personnages avec une violence textuelle si acharnée — qu’il s'agisse du pauvre Poterloo crucifié, du digne Bertrand défiguré ou de la dissolution cauchemardesque de Lamuse —, c'est pour opposer au sadisme de la machine de guerre industrielle le sadisme de sa propre plume. L'introduction paradoxale du jeune sergent intact au chapitre XII, loin d'atténuer cette noirceur, agit comme un piège pathétique qui souligne par contraste la fatalité du gâchis humain. Ainsi, les intuitions stylistiques de Leo Spitzer se confirment : l'urgence idéologique du pacifisme fusionne avec une fascination expressionniste pour l'informe et le macabre. En transformant le cadavre du poilu en un miroir hideux et grotesque de la barbarie européenne, Barbusse ouvre la voie à une modernité littéraire hantée par la chair cassée. Il jette ainsi les bases esthétiques d'un autre chef-d'œuvre de la démythification guerrière, publié seize ans plus tard : le Voyage au bout de la nuit de Louis-Ferdinand Céline, où la guerre ne sera définitivement plus qu'un « abattoir international en folie ».




La lingua di Pirandello

 

fare attenzione alla lingua di pirandello

Lorenzo Tomasin
Il Sole 24ore, 18 ottobre 2026

Luigi Pirandello veniva da una famiglia del notabilato benestante della Sicilia più profonda di un’Italia appena unificata. Si formò di fatto in Germania, grazie al lungimirante consiglio di un professore universitario – Ernesto Monaci – che da una Palermo ancora troppo provinciale lo mandò a studiare la linguistica romanza a Bonn (dove si laureò, con una tesi in tedesco sul dialetto di Girgenti, che è stata di recente pubblicata). Fu poi restituito al suo Paese come uno dei drammaturghi più rappresentati e degli scrittori più letti nell’Europa del primo Novecento: un autore italiano noto e apprezzato, anche fuori dalla sua patria (il premio Nobel del 1934 ne è la prova più evidente).

Il suo ruolo nella storia della letteratura è insomma indiscusso. Ma a lungo è rimasto in ombra il suo contributo silenzioso e determinante alla costruzione scritta e… recitata di un italiano moderno, dinamico, riconoscibilissimo (come è sempre l’atmosfera linguistica di una commedia pirandelliana per noi che la leggiamo in originale) eppure spontaneo; intriso di elementi regionali – anche quando in scena si parla italiano – e insieme internazionale, anzi metafisico. Attorno sue pagine, anzi, Giovanni Nencioni costruì la nozione stessa di italiano recitato, descrivendo una forma peculiare e nuova di questa lingua. È una lingua (o meglio, una variegata architettura linguistica) che, esplorata a più riprese da vari punti di vista, andava ancora inquadrata nel suo complesso e descritta in modo accessibile a tutti. Ha colmato la lacuna Sergio Lubello con un libro pensato per le aule universitarie ma ben raccomandabile anche a quelle dei licei e, perché no, pure ai retroscena delle scuole di teatro, visto il tema.

Da qualche anno a questa parte, il Mulino ha dato vita a una collana di volumetti (Italiano d’autore) che ripropongono il canone degli ottimi scrittori della letteratura italiana da un punto di vista complementare a quello di tante serie in apparenza simili. Al centro dell’attenzione c’è qui, appunto, la lingua degli autori, osservata da prospettive ricorrenti, che chiamano in causa le opinioni dei singoli sulla lingua italiana (quelle di Pirandello, per esempio, erano risolutamente contrarie alle mode manzoniane dei suoi tempi, e si rifacevano a quelle acute e severe del glottologo Graziadio Isaia Ascoli, sugli scritti del quale egli si era formato); la loro grammatica (cioè gli aspetti linguistici più minutamente strutturali delle loro opere: ecco, in questi casi, i sicilianismi e gli elementi di riproduzione del parlato borghese e di quello popolare); il loro lessico – Pirandello è un notevole, e malnoto, inventore di parole, da asserpolare a cinemelografia, fino a patonfio: chi li conosce? –, e altri aspetti stilistici peculiari (ad esempio, nel caso di Pirandello, la straordinaria inventiva nell’arte di dare un nome proprio, mai casuale, ai personaggi inventati: chi non ricorda Liolà o il don Lollò alias Lolò Zirafa della Giara?). Nel volume di Lubello, poi, c’è spazio anche per gli ambiti meno noti dell’opera pirandelliana, come l’epistolario e addirittura le quasi sconosciute prove di poesia.

La ricetta della collana di cui parliamo, si ripete con qualche variazione, perché non è lo stesso parlare di un poeta medievale come Petrarca e di un prosatore contemporaneo come Calvino (sono due degli autori già toccati da questa serie). A far compagnia a Machiavelli, a Leopardi e ai due già citati, ecco finalmente una voce del Mezzogiorno, il cui ruolo nella storia della lingua italiana è rimasto talora compresso da quello un po’ invadente di altre aree culturali, di altre pagine e di altre vicende. Ma il caso dell’autore delle Maschere nude mostra come i sentieri che legano l’Italia alle grandi culture sorelle dell’Europa si diramano talvolta, miracolosamente, dalle sue lande più periferiche e, almeno in apparenza, affaticate. Sono percorsi individuali e solitari, spesso, anche in questo esemplari nella storia della lingua degli italiani, che come i suoi parlanti ha saputo trovare traiettoie imprevedibili.

Sergio Lubello

La lingua di Pirandello

il Mulino, pagg. 208, € 20

Il cielo vuoto di Cacciari

Flavia Amabile
Cacciari: "Giovani senza speranza. Si sentono traditi, una vergogna le politiche dei loro padri"
La Stampa, 19 ottobre 2026

C'è il fallimento della democrazia e l’assenza di risposte da parte dei governi dietro le proteste che da due giorni sono esplose in Italia, secondo Massimo Cacciari, filosofo, oltre trent’anni di politica, da sempre attento osservatore di questioni sociali ed economiche.

Ieri per il secondo giorno a Milano la protesta è diventata guerriglia. E lo stesso è avvenuto sabato a Torino, Bologna…
«E a Parigi, in Spagna…».

Però iniziamo da quelle italiane. Pensa che ci siano differenze rispetto alle proteste scoppiate oltre confine?
«Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile».

Intollerabile perché?
«Perché una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali. La democrazia non è un’idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive».

«Quindi si tratta di una protesta legata al malcontento o c’è altro dietro la guerriglia nelle piazze?
«Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata, a volte, anche nel passato. Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze. Basta vivere nel mondo della scuola o a contatto con i giovani per capire la frustrazione profonda che provano per le vergognose politiche dei padri».

L’Italia è arrivata più tardi alle proteste rispetto alla Francia e alla Spagna. C’è stato un effetto emulazione, un malcontento meno sentito?
«Una settimana prima o una settimana dopo, che cosa cambia? Sono processi storici che vanno analizzati un po’ più dall’alto».

Si parla di una regia dietro le proteste . Che ne pensa?
«Ma no! Una regia europea, il grande vecchio, ma perché?».

Quindi nessuna regia, nessuna strumentalizzazione delle piazze e nessuna differenza tra l’Italia, la Spagna e la Francia?
«Le differenze ci sono e dipendono dalla situazione locale. Per esempio, in Spagna la protesta può essere più legata ai problemi relativi alla casa, mentre in Italia lo è di meno, perché l’80% degli italiani in un modo o nell’altro, magari in condizioni penose, ma ha la casa di proprietà, oppure ha affitti popolari bassissimi. Al di là di questi dettagli, ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte e le persone di buonsenso come il sottoscritto stanno ripetendo da anni che non si può andare avanti così, che la democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici. La democrazia si regge sulla base di politiche concrete che difendono i giovani, che danno loro speranza, che proteggono i redditi più bassi, che combattono le disuguaglianze sociali. Senza questo tipo di interventi non possiamo stupirci che non si vada avanti. In Europa, poi, che è la terra del welfare?».

Se non è la casa, che cosa ha spinto gli italiani a scendere in piazza? L’assenza di politiche per i giovani? La difficoltà nel trovare un lavoro?
«C’è una situazione di frustrazione, un malessere generale. Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente. Se si resta rintanati in un palazzo forse è difficile rendersene conto».

Meloni ha chiesto all’opposizione di uscire dall’ambiguità e condannare le violenze. Non una parola sul malcontento di chi era in piazza.
«Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente? Sia chiari, però, non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni. I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove. Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?».

La gravità della situazione economica e sociale può giustificare le violenze?
«Ma è ovvio che condanniamo le violenze. Per carità di Dio, su, questo è retorico. Però, se la situazione si esaspera durante una manifestazione ci possono essere anche i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere. Ma questo c’è sempre stato, non è una novità di oggi».

Dopo questa ondata di proteste la classe dirigente politica troverà le risposte che la piazza attende?
«Speriamo che si sveglino. Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea e che sta mettendo in crisi proprio gli assetti fondamentali, materiali delle nostre democrazie, non si va avanti. Se, invece, riescono a fare questo sforzo mentale può darsi che ci sia anche un contraccolpo e comincino a livello europeo politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti».

Pensa che sia possibile questa presa di coscienza?
«La crisi in atto è stata denunciata sul piano scientifico, sono stati assegnati premi Nobel o sono stati candidati al Nobel economisti chi hanno avvertito che non si può andare avanti così. Penso, per esempio, a economisti come Joseph Stiglitz o Thomas Piketty. E la classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?».

Da novembre partiranno una serie di elezioni in Europa che potrebbero portare a cambiamenti delle classi politiche. Sarà questa la risposta alle piazze?
«Il grande rischio è che a questo punto, vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici, che aprono la bocca soltanto per denunciare le violenze, non per rimuoverne le cause».

E in Italia? Da cinque anni governa la destra e potrebbe vincere ancora. Un’anomalia?
«Sì, un’anomalia: malgrado non abbia fatto nulla e siano fallite tutte le riforme che proposte in campagna elettorale, il governo Meloni è durato cinque anni, dimostrando la notevole abilità della leader e la pochezza delle opposizioni che discutono di primarie. Come fidarsi della provvidenza divina».