Johann Wolfgang von Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817)
Traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla (1875)
Dal Brennero a Verona
Trento, l’11 Settembre [1786] per tempo.
Dopo essere stato cinquant’ore continuamente in moto ed occupato, sono arrivato qui ieri sera verso le otto; sono andato tosto a riposare, ed ora mi trovo in condizione di potere continuare la mia narrazione. Il 9 a sera, dopo avere chiusa la prima parte del mio giornale, volli ancora disegnare la locanda, o la casa della posta sul Brennero, ma non sono riuscito ad essere soddisfatto del mio schizzo, e me ne tornai a casa piuttosto di mal umore. L’albergatore mi domandò se per avventura io non volessi partire; mi disse che splendeva la luna, che la strada era buona, e tuttochè io sapessi benissimo che abbisognava al mattino per tempo dei cavalli per altra corsa, che desiderava riaverli nella notte, e che pertanto il suo suggerimento non era punto disinteressato, siccome però corrispondeva questo al mio desiderio interno, lo accettai per buono. Il sole era ricomparso sull’orizzonte, il vento era tollerabile; posi in ordine il mio bagaglio, ed alle sette salii in vettura. L’atmosfera era limpida, e la sera bellissima.
Il postiglione sonnecchiava, ma la strada era buona, ed i cavalli, assuefatti a percorrerla, correvano rapidamente nella discesa; giunti ad un tratto piano, rallentarono il loro corso. Il postiglione, svegliatosi, ridestò il loro ardore, e camminando a traverso alle rupi, non tardai ad arrivare all’Adige.
La luna splendeva; tutti gli oggetti che mi circondavano assumevano proporzioni grandiose. Alcuni molini, i quali sorgevano fra mezzo a vecchie piante di pini sul fiume spumeggiante, erano veri quadri di Everdingen.
Allorquando arrivai, verso le nove, a Sterzingen [Vipiteno] mi si disse che avrei pure potuto continuare il mio viaggio, e quando arrivai al punto di mezzanotte a Mittelwald, trovai tutti addormentati, ad eccezione del postiglione, cosicchè potei proseguire la strada fino a Brixen [Bressanone], e di lì a Colman [Colma], dove arrivai sul fare del giorno. I postiglioni correvano per modo, che nulla si poteva nè vedere nè sentire, in guisa che rincrebbe propriamente, lo avere attraversato quella bella contrada di nottetempo, e con tanta fretta, quasi avessi dovuto fuggire. Mi rallegrai però, che soffiasse alle mie spalle un vento propizio, il quale corrispondeva a miei desiderii. Allo spuntar del giorno vidi le prime colline piantate a viti. Una buona donna mi offerì pere e pesche; attraversai Teutschen, che battevano le sette del mattino, e continuai a viaggiare, ed allora finalmente, quando splendeva già alto il sole, e dopo avere ribattuto un tratto di strada in direzione di settentrione, vidi la valle dove giace Bolzano. Circondato questo da monti ripidi, di mediocre altezza, trovasi aperto verso mezzodì, e coperto a settentrione dai monti del Tirolo. La temperatura vi era mitissima, ed ivi l’Adige volge di bel nuovo il suo corso verso tramontana. Le colline ai piedi dei monti sono coltivate a viti. I tralci sono disposti in filari, sostenuti da pali infissi nella terra a mediocre altezza, ed i grappoli oramai già neri, pendono da quelli, giovandosi per la maturazione del calore della terra. Parimenti nei piani della valle, dove altrove non si scorgono che praterie, si vede quivi coltivata la vite, e tra i filari di queste il gran turco, i cui fusti si sollevavano di già a notevole altezza. Ne ho visti di quelli che raggiungevano ben dieci piedi. Non si sono ancora tagliati i fiori, come si suol praticare quando giunge il tempo della maturazione.
Arrivai a Bolzano con un sole splendidissimo; tutti i merciaiuoli ambulanti si affollavano intorno a me; il loro aspetto rivelava la contentezza, il ben essere. Sulla piazza stavano venditrici di frutta, le quali avevano ceste piatte rotonde, del diametro di quattro piedi all’incirca, ripiene di pesche, disposte a poca altezza, in guisa che non avessero a pesare le une sopra le altre. Avevano pere parimenti. Mi venne allora alla memoria un’iscrizione che avevo letta in Ratisbona, sulla porta di una locanda:
Comme les pêches et les melons, Sont pour la bouche d’un baron, Ainsi les verges et les bâtons Sont pour les fous, dit Salomon. |
È chiaro che quelle parole devono essere state scritte da un barone delle contrade settentrionali, il quale sarebbe costretto in queste a modificare la sua opinione.
Alla fiera di Bolzano si fa grande commercio di seterie; vi si vendono pure panni, e cuoiami che scendono dai monti. I mercatanti però, vi vengono principalmente per incassare il loro danaro, per ricevere nuove commissioni, ed aprire nuovi crediti. Avrei pure avuto desiderio di osservare tutti i prodotti che qui si recano, ma l’irrequietudine che si è impossessata di me, oramai non mi dà tregua, e mi affrettai a partire di bel nuovo, consolandomi col pensiero, che in un epoca, nella quale la statistica gode di tanto favore, tutto ciò si trova stampato, e se ne può prendere conoscenza ricorrendo ai libri. L’esenziale si è, che io prendo di bel nuovo interessamento alle cose di questo mondo; che io cerco di bel nuovo di esercitare il mio spirito di osservazione, per quanto i miei lumi e le mie cognizioni lo consentono; che la mia vista è pronta ad afferrare rapidamente quanto si offre allo sguardo; e che il mio animo può di bel nuovo esercitare le sue facoltà, le quali erano rimaste oppresse ed irrigidite. Ed ora che sono costretto a servirmi da me, a badare a tutto, a non perdere di vista cosa veruna, mi sento, tuttochè siano trascorsi pochi giorni, ben altra elasticità di spirito; mi è d’uopo informarmi del corso del danaro, cambiare monete, pagare, tenere conti, prendere appunti, scrivere, a vece di pensare soltanto come prima, riflettere, volere, dare ordini, e dettare.
Da Bolzano a Trento si cammina per nove miglia in una valle fertile, ma severa. Tutte quelle piante, le quali tentano vegetare sulle alte montagne hanno di già qui maggiore forza, maggiore vita; il sole vi è caldo, e si crede di bel nuovo in un Dio.
Una povera donna mi domandò se avrei voluto prendere nel mio legno un suo ragazzo, imperocchè il suolo ardente offendeva i piedi di questo. Le usai questa carità, in riconoscenza della limpidezza del sole. Il ragazzo era pulitissimo, anzi vestito con una certa eleganza, ma mi riuscì impossibile comprendere una parola qualsiasi, del dialetto che balbettava.
Il corso dell’Adige era diventato assai meno rapido, ed anzi in molti punti il fiume descriveva ampi meandri. Nella valle, in vicinanza al fiume, al piede delle colline, le coltivazioni sono talmente fitte, talmente aderenti le une alle altre, che si direbbe si volessero soffocare a vicenda; vi si scorgono vigne, gran turco, gelsi, pomi, peri, castagni e noci. Le erbe si arrampicano piene di vita sui muri. L’Edera cresce vigorosa ai piedi delle rupi, e ne riveste la superficie; le lucertole corrono, si nascondono nelle fessure, e tutto quello che si vede, porge l’aspetto di un bel quadro, pieno di vita. Le trecce voluminose delle donne, il petto nudo degli uomini, i loro giubboncini corti, i buoi bellissimi che tornano a casa dal mercato, gli asinelli carichi, tutto vi ricorda uno dei bei quadri di Enrico Roos. Ed ora che venne la sera, che un venticello leggerissimo muove appena le nubi che stanno sui monti, e che paiono quasi parte del cielo, ora, che tramontato il sole, si comincia a sentire il canto del grillo, io mi sento, a questa distanza, quasi fossi a casa mia, e non già in stanza accidentale, e tanto meno poi in esilio. Mi abbandono a pensare, quasi io fossi nato qui, vi fossi stato educato, e vi facessi ritorno da un viaggio nella Groenlandia, da una lontana spedizione in mare. Accolgo con piacere la stessa polvere sollevata dalle ruote del mio legno, che non avevo provata già da tempo, e che mi ricorda le strade della mia contrada natia. Il canto delle locuste non è punto spiacevole, e diverte quando in un campo un qualche ragazzo cerca imitarlo, e si direbbe sorga fra i due cantori una vera gara musicale. Ed anche questa sera, la temperatura è mite, quale fu nella giornata.
Se il mio entusiasmo venisse a cognizione di taluno il quale abitasse le contrade meridionali, ovvero venisse da quelle, secondo ogni probabilità lo troverebbe puerile. Se non che, tutto quanto io ora provo ed esprimo, lo ho desiderato a lungo, in fino a tanto ho vissuto e sofferto sotto un triste cielo, ed ora mi godo, quale eccezione, questa soddisfazione che ci dovrebbe pure essere guarentita per sempre, quale necessità di natura.
Trento, il 10 Settembre a sera.
Ho percorsa la città la quale è molto antica, ma che però possiede in alcune strade case nuove, di buona costruzione. Nella chiesa havvi un dipinto, il quale rappresenta il concilio ecumenico, intento ad ascoltare un discorso del generale dei gesuiti. Avrei pure voluto sapere quanto avesse detto quegli all’assemblea. La chiesa di quei padri porge bello aspetto, colle sue colonne di marmo rossiccio nella facciata, e l’ingresso è preceduto da una tenda pesante per impedire l’accesso alla polvere; la chiesa stessa poi è chiusa da una cancellata in ferro, la quale consente spingere lo sguardo all’interno. Tutto era silenzioso, tranquillo, imperocchè non si celebrano più in quella chiesa le funzioni del culto, e la porta era aperta, unicamente perchè così si suole praticare in tutte le chiese, all’ora del vespro.
Mentre io stavo esaminando l’architettura, la quale è simile a quella di tutte le chiese dello stesso ordine, entrò un vecchio, togliendosi la berretta nera che aveva in testa. Tutti i suoi abiti neri, vecchi, logori, rivelavano appartenere desso al clero; egli s’inginocchiò davanti alla cancellata, e dopo fatta una breve preghiera, si alzò di nuovo in piedi, e nel girarsi addietro disse a mezza voce, quasi parlando a sè stesso «Ora che hanno cacciati i gesuiti, avrebbero per lo meno dovuto pagare loro quanto ha loro costato la chiesa. Io so pure al pari di tanti altri, quanto abbiano loro costato non solo la chiesa, ma ancora il seminario.» Intanto era ricaduta dietro di lui la tenda che io aveva tenuta alzata, standomene in silenzio; egli si era fermato sull’ultimo gradino in alto, e diceva «Non è l’imperatore che abbia ciò fatto; lo volle il Papa.» E volgendosi verso la strada, senza punto badare a me, disse «Prima gli Spagnuoli; dopo noi; quindi i Francesi. Il sangue di Abele grida vendetta, contro Caino suo fratello» e scendendo la gradinata si avviò per la strada, continuando a parlare per tal guisa, con sè stesso. Probabilmente era tale mantenuto dai gesuiti, il quale, dopo l’immensa rovina dell’ordine sarà impazzato, e che verrà ora ogni giorno nella chiesa deserta, per cercarvi gli antichi abitatori, e dopo una breve preghiera, scagliare maledizioni ai persecutori di quelli.
Un giovane, al quale domandai conto delle cose notevoli della città, mi additò una casa alla quale danno nome di casa del diavolo, pretendendosi sia stata costrutta da questo distruttore universale di ogni cosa, nello spazio di una notte. Se non chè, il buon giovane, non si avvedeva della particolarità più curiosa, ed era, che questa casa si è l’unica di buon gusto che io abbia veduta in Trento, dove per certo la deve avere costrutta anticamente un qualche architetto italiano capace. Partii alla sera, dopo le cinque, accompagnato come il giorno precedente, tosto che fù tramontato il sole, dal canto dei grilli. Dopo un miglio si cammina fra muri, sopra i quali si stendono i tralci delle viti; e dove i muri non raggiungono altezza sufficiente, si sollevano quelli per mezzo di sassi, di legni od altrimenti, allo scopo d’impedire i viandanti di potere stendere la mano ai grappoli. Molti proprietari poi, per meglio ancora guarentire questi, li spruzzano d’acqua satura di calce, la quale non reca punto pregiudizio al vino, imperocchè la fermentazione purga l’uva da ogni materia estranea.
Mi trovo ora in Roveredo, dove si cangia lingua; finora si parlavano alternativamente l’italiano, ed il tedesco; qui ebbi per la prima volta un postiglione pretto italiano; il mio albergatore non capisce più il tedesco; mi è forza far prova della mia abilità nel parlare l’italiano, e mi rallegro tutto, nel pensare che quind’innanzi quella bella lingua, dovrà essere la mia lingua abituale.