mercoledì 22 aprile 2026

Basta Mattei


Ilario Lombardo

Gli eredi Mattei a Palazzo Chigi: “Via il nostro nome dal piano Africa”
La Stampa, 22 marzo 2026

Lo scorso 27 marzo Giorgia Meloni ha trovato sull’indirizzo di posta elettronica della presidenza del Consiglio la seguente mail, inviata via Pec: «Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”». Firmata Pietro Mattei. È uno dei nipoti ed eredi del fondatore dell’Eni, morto nel 1962 in un incidente aereo incastonato nella storia come uno dei grandi misteri d’Italia. Pietro Mattei aveva otto anni quando lo zio scomparve, sposato ma senza lasciare figli. La sua eredità oggi è divisa tra i nipoti, i figli dei suoi fratelli.

Le storie che qui raccontiamo sono due. Legate a un’eredità, potente, ricca e complicata. Materiale e immateriale. Sono storie che corrono parallele e si intrecciano nel nome dell’Eni e dell’ingegnere Mattei, e coinvolgono un governo alle prese con disgrazie energetiche e terremoti geopolitici. La prima storia riguarda la lettera di diffida a Meloni. La seconda tratta dei beni che i nipoti reclamano da Eni: oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento, soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, noto mecenate e collezionista di artisti italiani, per i quali è stata presentata una citazione in civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi. Protagonisti sono Pietro e Rosangela detta Rosy, entrambi figli di Italo, fratello minore di Enrico, tenaci nel tenere vivo il mito della zio. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei, Margherita Paulas, ex ballerina austriaca morta nel 2000, il che lo rende il titolare del 66% dei beni della famiglia. Rosy la descrivono come la nipotina prediletta di Enrico e cura una Casa Museo a Matelica. La Stampa ha parlato con tutti e due.

Pietro Mattei ha deciso di diffidare Meloni dall’uso del cognome di famiglia dopo tre anni di governo e due dall’avvio del Piano strategico di partenariato con i Paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni, proprio in virtù del rapporto che aveva saputo coltivare con queste nazioni. Vale la pena ricordare di cosa si parla. Mattei fonda Eni nel 1953 e lancia la sfida alle Sette Sorelle, le principali compagnie petrolifere americane e inglesi che nel Dopoguerra hanno il monopolio mondiale del greggio. Firma accordi con l’Urss e propone ai Paesi produttori del mondo arabo e all’Iran di rompere questo cartello, con una più equa distribuzione dei profitti e in forza di una relazione «paritetica». In cambio Eni diventa un gigante e l’Italia conquista una politica energetica più autonoma. «Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. Perché aspettare fino a oggi? «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». È tutto scritto nella lettera che qui riportiamo. L’operato di Meloni è definito in «totale antitesi» con le gesta di Mattei, e l’uso del suo nome «finalizzato a scopi di propaganda» che rischiano di «distorcere» figura ed eredità politica del fondatore. Invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa».

Meloni dice di essersi ispirata all’industriale marchigiano quando nel Piano parla proprio di «rapporto paritetico e non predatorio» con l’Africa. Ma per Pietro non è così. «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Pietro è pronto a fare tutto quello che serve se il nome dello zio continuerà a essere legato al programma gestito da una struttura di coordinamento a Palazzo Chigi guidata dal consigliere diplomatico di Meloni, Fabrizio Saggio. «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».

Anche Rosy, la sorella, considera tale il Piano. A sentirla parlare di energia, di rapporti personali che intrattiene con il presidente algerino Tebboune, e di Russia, non le piace quello che sta facendo questo governo. Ma non ha firmato la diffida. Il figlio Aroldo Curzi Mattei, ammette, è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Il 29 aprile saranno 120 anni dalla morte dello zio e nella Casa Museo è stata organizzata una giornata di ricordo. Ci saranno l’ambasciatore algerino, il console russo, e personalità che difendono le ragioni di Vladimir Putin come Marzo Rizzo e l’ex ambasciatore Bruno Scapini.

Tra i due fratelli i rapporti non sembrano dei migliori, ma hanno comunque presentato assieme la denuncia contro l’Eni per riavere i quadri dello zio. Le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà – è convinta Rosy –. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia». La nipote ha scoperto della loro esistenza per caso, nel 2018, quando andò a Roma a recuperare dall’azienda la Giulietta sulla quale lo zio la portava a spasso. In quell’occasione un dipendente dell’Eni le si avvicinò e le sussurrò che nel caveau della sede di via Ripetta era conservato ben altro patrimonio. «Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario». Ma dei quadri pare non ci fosse traccia. «Omessi» sostengono gli eredi. Rosy è furiosa con l’Eni pure per altro: per aver ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro? ». Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società la vede diversamente. E a La Stampa affida questo commento: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».

Philip Glass a Parigi

 con philip glass va in scena la non violenza

Parigi
Ricciarda Belgiojoso
Il Sole 24ore, 19 aprile 2026

 Sul Grand Escalier di Palais Garnier una folla vivace di camicie a fiori, cappellini americani, scarpe da ginnastica, numerosi ragazzini e poche giacche si appresta ad assistere alla Prima di un’opera di quasi mezzo secolo fa, 3 ore e 20 minuti su libretto in sanscrito. Per la prima volta l’Opéra national de Paris mette in scena Philip Glass e sceglie la seconda opera della trilogia dedicata a uomini che hanno cambiato il mondo con la forza delle loro idee, dalla scienza alla politica alla religione (Einstein on the Beach (1976), Satyagraha (1980), Akhnaten (1984)).

Satyāgraha, da satya (verità, essenza vera) e agraha (perseveranza), è il pensiero politico di rifiuto della rivolta armata e anche della rassegnazione, teorizzato da Gandhi nel 1906 negli anni sudafricani: avendo subito la brutalità delle leggi discriminatorie e del colonialismo cercò una terza via fondata su una resistenza collettiva radicale non-violenta. Nulla a che vedere con un atteggiamento passivo, che sarebbe una forma di complicità con il male. Il conflitto non si evita, ci si confronta con gli avversari ma senza odio per gli oppressori, obiettivo è trasformare i meccanismi sociali ingiusti, non eliminare coloro che vi partecipano, perché nessuna forma di violenza può essere legittima o efficace. La ricerca della verità è esigenza morale ed esistenziale e richiede umiltà e tolleranza, coraggio e autodisciplina. Quanti movimenti per i diritti civili tra mobilizzazioni anticoloniali e antimilitariste si sarebbero ispirati alla Marcia del sale del 1930.

Per l’opera, Glass ha scelto di rappresentare sei avvenimenti storici chiave della lotta non-violenta, scelti tra i numerosi tratti dagli articoli di giornale scartabellati alla Gandhi Peace Foundation di Nuova Delhi, dove emerse anche il carteggio con Tosltoj (che già professava la non violenza attiva in chiave cristiana, volta a guidare un forte impegno contro le ingiustizie con la dolcezza). Il libretto, elaborato insieme a Constance De Jong, è tratto dal Bhagavadgītā e rimane in lingua originale, come a sottolineare il valore musicale delle parole. La scrittura orchestrale è quella tipica di Glass, all’epoca sperimentata da oltre un decennio con il Philip Glass Ensemble (1+1 è del 1968, Music in Twelve Parts è degli anni 1971-74), tonale, su tempo regolare e figure melodiche semplici ripetute, principi elaborati già dagli anni Sessanta su influenze della cultura indiana appresa da Ravi Shankar e dell’arte basata sui processi (Glass era assistente di Richard Serra). Qui abbiamo legni a 3, archi al completo, un organo elettrico, niente ottoni né percussioni, diretti dal grande Ingo Metzmacher. Le voci sono vibranti.

L’azione scenica è affidata a Bobbi Jene Smith e Or Schraiber, provenienti dalla mitica Batscehva Dance Company di Martha Graham: poiché la non-violenza non è rifugio dalle paure ma espressione di forza, è con il movimento che meglio si esprime la sua potenza attiva. «È un richiamo all’azione e una lezione energica che si fa sentire ancora di più ai nostri giorni», dice la Jene Smith, che ha tradotto l’azione, lo sforzo e la devozione in meravigliosi gesti astratti da abluzioni e rituali o costruiti su torsioni con gli stessi criteri compositivi della musica, delle strutture ripetitive e dei processi additivi, la cui forza emotiva accresce senza soluzione di continuità con l’evolversi del tempo, con 12 danzatori strepitosi tra cui Jonathan Fredrickson e Awa Joannais, fino al girotondo quasi infinito nel secondo atto che coinvolge tutti quanti.

Se in questa produzione la dimensione universale della lotta è sottolineata dalle folle ed eliminando i nomi dei personaggi, rimangono riconoscibilissimi (spiccicati), in alto in scena e silenti a sorvegliare i fatti, il Mahatma Gandhi, Lev Tolstoj, Martin Luther King e Rabindranath Tagore.

Suggestivo l’inizio del terzo atto con coro da lontano in cui si illuminano i colori vivi dell’affresco di Marc Chagall a soffitto, che raffigura tra la tour Eiffel e altri riferimenti iconici l’universo del teatro con una quindicina di opere e balletti da Gluck a Stravinskij.

Per tutta la durata dello spettacolo non è volata una mosca né un colpo di tosse, fino all’ovazione finale che non finiva più. Se l’interrogativo in principio mirava all’influenza di Gandhi sul mondo politico contemporaneo, i drammatici riferimenti a Ucraina e Medio Oriente ci ricordano il senso stesso del teatro musicale, che narra come gli uomini vivono insieme. Per Jene Smith questa è «un’opera che dà speranza, che fa capire quanto l’amore sia più forte della violenza».


 

Alieni


Chiara Saraceno
Il confronto che serve al campo largo

La Stampa, 22 aprile 2026

Dal cosiddetto campo largo e in particolare dal Pd si ripete che per fare il programma occorre ripartire dai territori e dalla società civile. Buona idea in linea di principio, che tuttavia è anche una implicita confessione di aver perso il legame con la società che vorrebbe rappresentare, di non aver più gli strumenti che un tempo gli consentivano di avere il polso non solo degli umori, ma anche delle aspirazioni, difficoltà, cambiamenti. Probabilmente anche nel periodo d’oro del legame tra il Pd e il suo elettorato una parte dell’apparato politico viveva in una sorta di mondo separato e per molti versi auto-referenziale – un mondo di alieni, come ha scritto autoriflessivamente anni fa Laura Balbo, acuta sociologa prestata per un breve tempo alla politica negli anni Novanta, scomparsa proprio in questi giorni. Ma questa autoreferenzialità è aumentata sempre più specularmente al venir meno di una capacità, e disposizione, a conoscere contesti, pratiche, a instaurare relazioni e cercare alleanze non puramente strumentali.

La grande mobilitazione dell’Ulivo, ricordata su questo giornale da Prodi, probabilmente irripetibile non solo nella sua intensità, ma anche nei modi (ad esempio i molti comitati spontanei), che avrebbe forse potuto dare forma a nuove forme di partecipazione non legate esclusivamente ad una campagna elettorale, per altro fu affossata rapidamente dall’occupazione della scena da parte dei conflitti interni alla coalizione che aveva portato al governo. L’interlocuzione con la società civile, sempre più erratica e legata ai cicli elettorali, ha assunto sempre più spesso la forma di passerella ad inviti, in cui si chiamano gli ospiti più vari a dire la loro in cinque-dieci minuti, senza preoccupazione non dico per l’organicità, ma almeno per il principio di non contraddizione e comunque senza confronto, discussione, essa in comune di idee, punti di vista, esperienze.

L’apparente, anche ben intenzionata, apertura ad una molteplicità di idee e sguardi si risolve così vuoi in una lista, lunghissima e perciò ingestibile, di temi, vuoi in una cacofonia, non in un lavoro comune, tanto meno in effettiva partecipazione. Penso all’iniziativa “Piazza grande” di Zingaretti, o all’ “Agorà” di Letta ed ora agli incontri che il PD organizza in alcune grandi città. Anche le Leopolde di Renzi, pur organizzate in tavoli di lavoro, quindi con un minimo di confronto su singoli temi, erano forme di partecipazione (ad invito) per lo spazio di qualche giorno, non modalità di coinvolgimento sistematico e al di fuori dalla cerchia degli esperti e dei testimonials.

Queste formule possono forse gratificare gli e le invitate per la possibilità di avere una vetrina, se ne sentono il desiderio, ma la partecipazione alla definizione e costruzione di un progetto di società è un’altra cosa.

Temo che questa modalità di intendere l’ascolto e il coinvolgimento dei cittadini nasca non solo da una immagine superficiale di che cosa comporti davvero farlo sul serio, ma anche, se non soprattutto, dal fatto che manca un’idea strutturata della direzione che si vorrebbe prendere e in che modo. Anche lasciando da parte le questioni dei rapporti internazionali, che dividono non solo i partiti del possibile campo largo, ma anche il PD al proprio interno, in questi anni di opposizione non si è capito quali siano le proposte positive, strutturali, e da attuare con quali mezzi, per affrontare le sfide demografiche, economiche, tecnologiche, che ci stanno davanti. Salario minimo, congedo paritario, rafforzamento della sanità sono importanti, ma entro quale cornice complessiva? Va bene ascoltare le proposte che vengono “dai territori e dalla società civile”, ma a partire da quale proposta propria, eventualmente aggiustabile e modificabile nel confronto? Quale è la logica, la prospettiva di insieme, i punti fermi, in cui si valutano le idee e proposte che si raccolgono?

Anche per onestà verso i propri interlocutori i punti essenziali di questa cornice vanno chiariti. Ed invece di organizzare passerelle, suggerirei di andare a discutere questi punti e la cornice che li contiene in luoghi, con interlocutori che su quei punti hanno cose da dire e con il tempo necessario. Per gli intellettuali e gli esperti sarebbero utili incontri seminariali. Ma sarebbe anche utile farsi ospitare, non solo nelle grandi città, da case di quartiere, portinerie di comunità e simili, centri famiglia, sedi sindacali, associazioni, biblioteche – luoghi dove sia possibile incontrare cittadini nei loro contesti di vita e dove spesso si attuano sviluppano conoscenze e pratiche sociali interessanti e innovative, anche se pressoché invisibili alla politica (e agli intellettuali).



La caduta dell'impero romanesco

Claudio Cerasa La caduta dell'impero romanesco Il Foglio, 22 aprile 2026

Doveva essere un “sì”, è diventato un “no”, si è trasformato in un “flop”, si poteva tradurre in un “Bis” ma è diventato un “Boh”. Il governo Meloni, un mese dopo il trionfo del “no”, si è ritrovato di fronte a una scelta difficile. Sintesi estrema: che fare? Darsi da fare per andare al voto o provare velocemente a immaginare una forma di Meloni Bis? Un mese passa via veloce, le sconfitte passano più lentamente, ma in questo arco di tempo il tentativo di cancellare il “sì” non si è tradotto né in un voto immediato né in un rilancio istantaneo. E le tracce lasciate sul terreno di gioco nelle ultime settimane dalla maggioranza rendono l’esecutivo sempre meno simile a un “Meloni Bis” e sempre più simile, per l’appunto, a un “Meloni Boh”. Non è un gioco di parole. Ma è la fotografia di un assedio, a volte reale, a volte solo percepito, al centro del quale c’è un’immagine che aiuta a restituire al lettore l’effetto esatto del “Meloni Boh”: lo sgretolamento. O se volete: la caduta dell’impero romanesco. Lo sgretolamento lo si legge in molti passi del governo. Lo si legge quando si guarda all’interno dei partiti. Lo si legge quando si guarda al rapporto tra i partiti. Lo si legge quando si parla di economia. Lo si legge quando si parla di finanza. Lo si legge quando si parla di politica estera. Lo si legge quando si parla del rapporto con il Quirinale. All’interno dei partiti il quadro è evidente. Fratelli d’italia resta sempre il primo partito d’italia, ovvio, ma le divisioni interne iniziano a emergere alla luce del sole. Si bisticcia sulla Cultura (vedi i due fronti sulla Biennale), si bisticcia su Milano (vedi i borbottii sull’idea di La Russa di candidare Maurizio Lupi il prossimo anno), si bisticcia sul garantismo (vedi i borbottii sulle dimissioni chieste a scoppio ritardato a Santanchè). In Forza Italia si bisticcia su tutto e la presenza di sensibilitàdiversesulfuturodelpartitohaprodotto più fratture visibili (la famiglia Berlusconidaunaparte,ilpotereromano dall’altra) che energia allo stato puro (qualche capogruppo è saltato, ma poi?). Nella Lega si bisticcia poco (lo si fa lontano dai microfoni) ma ci si preoccupa molto (non solo di Vannacci) e lo spirito con cui i governatori della Lega osservano il loro segretario è ormai da tempo questo: turiamoci il naso fino alle prossime elezioni e poi prepariamoci a consegnare la leadership a Giorgetti. Le fratture politiche, nei partiti, sono la spia non di un’ingovernabilità latente ma di un castello le cui fondamenta si indeboliscono ogni giorno di più. I partiti ballano, si agitano, si muovono, e ballano così tanto che potrebbero non trovare neppure un accordo per cambiare la legge elettorale (e non cambiare la legge elettorale significa, come forse sogna un pezzo di Forza Italia, muoversi per evitare che vinca qualcuno le prossime elezioni).
Ma attorno ai partiti è il quadro in generale che perde pezzi e colori. Sulle nomine delle partecipate, gli imbarazzi arrivano dai volti su cui Meloni aveva scommesso maggiormente tre anni fa. E il caso della scelta di Giuseppina Di Foggia a Eni e della liquidazione da Terna, a cui Di Foggia solo ieri sera ha scelto di rinunciare, sono lì a mostrare nel caso migliore incapacità nel selezionare un pezzo della classe dirigente, nel caso peggiore approssimazione e superficialità e confusione in scelte pesanti da cui deriva un pezzo della credibilità del paese. Sulle banche, la vittoria di Luigi Lovaglio in Mps è un colpo a chi a Palazzo Chigi aveva scommesso su equilibri diversi per il futuro della finanza e lo spostamento verso nord dell’asse che potrebbe governare il triangolo che da Siena passa per Mediobanca e arriva a Generali è un messaggio chiaro contro il disegno romanocentrico del melonismo, disegno non si sa se avallato più dai collaboratori di Meloni che da Meloni. Sulla politica estera, nell’ultimo mese, il governo ha subìto tre colpi l’uno dopo l’altro. Aveva puntato, pur con prudenza, su un asse con Trump per contare di più in Europa, provando a porsi come un ponte tra l’europa degli anti populisti e i populisti anti europeisti, come Trump e Orbán. Oggi il governo, senza un Orbán da usare per apparire moderato restando immobile e senza un’amicizia con Trump da poter rivendicare per poter stare a metà tra i due pilastri dell’occidente, è costretto a trovare un modo per giocare una qualche partita europea diversa dall’essere un punto di mediazione tra mondi che non si parlano. Nell’assedio, vero o percepito, vi è anche naturalmente il rapporto sempre più complicato di Palazzo Chigi con il Quirinale, testimoniato non solo da ciò che si vede, la distanza sul decreto Sicurezza tra il presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica, ma anche da ciò che non si vede, ovvero la convinzione che andare a votare troppo presto per il governo sarebbe rischioso perché visto mai dovesse venire in mente a qualcuno nella maggioranza (leggi: Forza Italia) di fare un governo di pochi mesi per arrivare a scadenza naturale. In tutto questo, naturalmente, tra gli elementi di assedio niente affatto percepiti ma molto reali, vi è un tema importante che riguarda l’economia, un tema faticoso, doloroso, che un po’ dipende naturalmente da una congiuntura non favorevole, vedi la guerra in Iran, vedi il costo della benzina, vedi le stime del pil al ribasso, e un po’ dipende da un contesto economico non disastroso ma che permette all’opposizione di avere buoni argomenti per mostrare le difficoltà dell’italia: una delle crescite più basse dell’unione europea, il debito pubblico più alto d’europa, la pressione fiscale più alta di sempre. Resta, naturalmente, la prudenza del governo, solido, impeccabile sui conti pubblici, con un deficit finora sempre sotto controllo, agenzie di rating che da anni promuovono il governo, ma con un’incognita all’orizzonte: dopo aver cambiato qualcosa in politica estera nell’ultimo mese (il rapporto con Trump, certo, ma anche il rapporto con Israele, rispetto al quale Meloni è diventata molto più severa subito dopo la sconfitta al referendum), senza aver cambiato per fortuna nulla sul suo rapporto con l’ucraina (l’abbraccio tra Meloni e Zelensky è la migliore testimonianza possibile di anti putinismo e di non trumpismo da parte della premier), come riuscirà il governo a trasformare la negazione di ciò che è stato fatto in questi quattro anni, ovvero lo sforamento del deficit che è l’opposto della prudenza sui conti, come un tratto identitario coerente con ciò che il governo è stato finora? L’assedio è lì, di fronte agli occhi del governo. E’ un assedio che produce sgretolamenti e smarrimenti. E’ un assedio al quale si proverà a mettere dei tamponi con qualche miliardo in più da spendere (via deficit), con qualche miliardo da risparmiare (meno spese per la Nato), con qualche nomina da sistemare (oggi tra sottosegretari e presidente di Consob), con qualche milione da stanziare per il Primo maggio (per avvicinarsi a un salario minimo senza chiamarlo salario minimo). Ma è un assedio che costringe ogni giorno a chiedersi se di fronte alla prospettiva di cambiare tutto e tentare un “Bis” fosse preferibile, un mese dopo la vittoria del “no”, investire davvero sulla formula del “Meloni Boh”. Tu chiamala se vuoi la caduta dell’impero romanesco.

Parla troppo


Parla troppo”: perché i commenti imprevedibili di Trump rappresentano il vero ostacolo un accordo con l’Iran

Patrick Wintour, redattore diplomatico
The Guardian, 21 aprile 2026

Le dichiarazioni contraddittorie del presidente statunitense non fanno altro che rendere Teheran più diffidente nei confronti di qualsiasi accordo che non sia quanto più sicuro possibile

Il mix di minacce e commenti arroganti di Donald Trump, spesso sprezzanti nei confronti dell'Iran, ha rappresentato, tanto quanto il protrarsi del blocco navale statunitense dei porti iraniani, un ostacolo fondamentale alla ripresa dei colloqui di pace tra i due Paesi con la mediazione del Pakistan a Islamabad.

Per quanto il ministero degli Esteri iraniano insista sul fatto che non risponderà a ogni singola dichiarazione rilasciata dal presidente statunitense sui social media riguardo all'Iran (e a volte se ne ricevono anche sette al giorno), Teheran non può ignorarle tutte, anche se contraddicono ciò che agli iraniani viene detto in privato sulle vere intenzioni di Trump.

In effetti, l'impazienza di Trump e il suo stile diplomatico rude sono diventati un ostacolo insormontabile al raggiungimento di una soluzione.

 Il capo negoziatore iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha avvertito che "imponendo un assedio e violando il cessate il fuoco", il presidente degli Stati Uniti "cerca di trasformare questo tavolo negoziale – nella sua immaginazione – in un tavolo di resa o di giustificare una rinnovata politica bellicosa. Non accettiamo negoziati all'ombra delle minacce e, nelle ultime due settimane, ci siamo preparati a svelare nuove carte sul campo di battaglia".

L'ambasciatore iraniano in Pakistan, Reza Amiri Moghadam, ha espresso un concetto simile citando Jane Austen, affermando: "È una verità universalmente riconosciuta che un singolo Paese, in possesso di una grande civiltà, non negozierà sotto minaccia e con la forza".

Così come Trump deve gestire la sua base elettorale lamentosa e l'andamento del mercato azionario, allo stesso modo la leadership iraniana deve rassicurare l'opinione pubblica interna respingendo le affermazioni di Trump sull'umiliazione e la disperazione dell'Iran, o la sua insistenza sul fatto che l'Iran abbia fatto marcia indietro sulla questione cruciale delle sue scorte di uranio altamente arricchito.

Trump, ad esempio, venerdì scorso ha risposto a un tweet del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo cui l'Iran avrebbe revocato alcune delle restrizioni nello Stretto di Hormuz, salutando di fatto la sconfitta dell'Iran, invece di ricambiare revocando il blocco statunitense, come l'Iran si aspettava.

Più tardi, in una delle tante interviste telefoniche di quel giorno, Trump disse: "Loro [l'Iran] vogliono che io lo apra. Gli iraniani vogliono disperatamente che venga aperto. Non lo aprirò finché non verrà firmato un accordo". In un'altra intervista senza filtri, disse: "Hanno accettato tutto", aggiungendo nello specifico: "Hanno accettato di non chiudere mai più lo stretto di Hormuz". Il giorno dopo, l'Iran chiuse lo stretto , dando l'impressione che Trump, non per la prima volta, avesse sottovalutato la determinazione dell'Iran.

Martedì, una rappresentanza diplomatica iraniana in Ghana ha fatto notare: "Nelle ultime 24 ore il presidente degli Stati Uniti ha: ringraziato l'Iran per la chiusura di Hormuz; minacciato l'Iran; incolpato la Cina; elogiato la Cina; dichiarato il blocco un successo; confermato che l'Iran si è rifornito grazie al blocco; promesso un accordo con l'Iran; promesso che le bombe cadranno sull'Iran". L'ambasciata ha descritto Trump come un gruppo di chat WhatsApp formato da una sola persona.

Nel fine settimana, il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha detto di Trump: "Parla troppo".



martedì 21 aprile 2026

La sibilla

 

ascoltare ancora i respiri della sibilla

Iconografia. Una mostra a Piacenza e un libro di Antonio Iommelli riportano l’attenzione su queste figure mitiche, codificate dagli antichi e sempre presenti nella storia dell’arte. Profetesse, veggenti, pronte a cambiare significato

Marina Mojana
Il Sole 24ore, 19 aprile 2026

 C’è stato un tempo in cui in un antro della montagna, tra le colonne di un tempio in rovina, o nelle volte affrescate di una chiesa, la pietra sussurrava: era il respiro di una Sibilla. Per secoli queste profetesse, dai capelli sciolti, la pelle raggrinzita e lo sguardo perso nel futuro, sono state una voce da interrogare oltre il tempo, ma anche sentinelle di un confine invisibile tra l’umano e il divino da rispettare; figure enigmatiche e al contempo così magnetiche da costringere l’arte a catturarle per l’eternità.

Ce lo ricorda Antonio Iommelli, direttore scientifico dei Musei Civici di Piacenza, in un’originale pubblicazione (Nomos editore, pagg. 96, € 19,90) uscita a corollario della mostra Sibille. Voci oltre il tempo, oltre la pietra, in corso a Piacenza nella Cappella Ducale di Palazzo Farnese. Qui fino al 3 maggio è ospitata la sublime Sibilla Cumana (1617) del Domenichino, proveniente dalla Galleria Borghese di Roma, posta in un inedito dialogo con le sibille scolpite da Christian Zucconi, piacentino classe 1978.

Censite dallo storico Marco Terenzio Varrone (che ne elencava dieci) e poi codificate dal domenicano Filippo Barbieri (che sotto papa Sisto IV della Rovere portò il loro numero a dodici) le Sibille diventano un tema iconografico molto presente in pittura e scultura a partire dal ciclo di affreschi della basilica benedettina di Sant’Angelo in Formis (XI secolo).

Tra Rinascimento e Barocco, poi, si assiste alla loro apoteosi artistica; il mondo pagano scompariva quasi del tutto per cedere il passo a quello cristiano e le Sibille indicarono il Cristo ai gentili, come i profeti dell’Antico Testamento avevano preannunciato il Messia al popolo d’Israele. Non a caso i loro nomi compaiono spesso affiancati: Persica con Osea; Libica e Delfica con Geremia; Cimmeria con Gioele; Eritrea con Ezechiele; Samia con Davide; Cumana con Daniele; Ellespontica con Giona; Frigia con Malachia; Europea con Zaccaria; Tiburtina con Michea; Agrippa con Isaia.

Pensiamo alle Sibille di Michelangelo nella Cappella Sistina (1511 ca), di Raffaello nella basilica di Santa Maria della Pace a Roma (1514), di Lorenzo Lotto nella basilica della Santa Casa di Loreto (1552), sono gigantesse di muscolo e di pensiero e rappresentano la vetta di un percorso iniziato millenni prima nei boschi della Grecia o sulle rive del Mediterraneo.

Il testo di Iommelli traccia un limpido excursus storico, ma non ambisce a stabilire quale fu la prima Sibilla documentata, non individua l’autore più antico che ne abbia trasmesso il ricordo e neppure offre un catalogo esaustivo delle molte ipotesi sulla nascita di ciascuna profetessa. Tuttavia è uno strumento agile, dal ricco apparato iconografico e dalla chiara esposizione in grado di accompagnare il lettore nella complessa storia di queste straordinarie figure femminili, che hanno attraversato i secoli modificandosi, adattandosi e rivelando un significato sempre nuovo.

Da oscure veggenti pagane a profetesse del verbo incarnato. Nel passaggio dalla cultura greco-romana a quella cristiana, ad esempio, fu la sibilla Tiburtina a prevalere sulle altre. A lei, infatti, venne attribuito il vaticinio della nascita di Cristo rivolto all’imperatore Ottaviano Augusto, che fece depositare i libri sibillini in una teca nel tempio dedicato ad Apollo (divinità che le possedeva durante l’oracolo) sul Palatino, dove rimasero fino al 363 d.C., data dell’ultima consultazione conosciuta.

Il focus del volume si accende, quindi, sulla presenza delle Sibille dipinte nel territorio piacentino e in particolare nell’ambiente artistico emiliano tra metà Cinquecento e primo Seicento, quando grandi artisti come Pordenone, Camillo Procaccini, Ludovico Carracci, Guido Reni, Domenichino e Guercino, continuando a reinterpretarne la figura, diedero vita a immagini femminili giovani, lussuosamente abbigliate, moderne dame di corte sempre più distanti dalle antiche profetesse. Proprio Piacenza divenne testimone di questa metamorfosi; sulle volte della basilica di Santa Maria in Campagna affrescate dal Pordenone (1555) o nella cupola della cattedrale di Santa Maria Assunta decorata dal Guercino (1626-1627), le Sibille divennero portatrici del sapere universale.

Donne capaci di impadronirsi della scena e di diventare figure autonome - accomunate soltanto dal copricapo a turbante - uscirono dai luoghi di culto per entrare nelle collezioni private di principi, nobili e mercanti, apprezzate al pari di apostoli e filosofi per il loro messaggio di pace e di speranza.


Sibilla frigia, Siena, pavimento del Duomo

La Sibilla cumana nell'Eneide
VI, 42-51

L'immenso fianco della rupe euboica s'apre in un antro:
vi conducono cento ampi passaggi, cento porte_
di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla:
Giunsero alla soglia, quando la vergine: "È tempo
di chiedere i fati" disse; "il dio, ecco il dio!"
A lei che parla così, davanti all'ingresso, d'un tratto,
non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta;
ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia
di rabbia, sembra più alta e di voce sopvrumana,
ispirata dal nume, ormai vicino del dio.

traduzione di Luca Canali 

VI, 47-51

E mentre parlava su l'entrata sùbito il volto
trascolorò, i capelli si sciolsero, il petto ansante
e il cuore si gonfia di selvaggio furore; ella diventa
più grande alla vista, né voce mortale è la sua,
ché sempre più da vicino il dio possente la domina.

traduzione di Enzio Cetrangolo




Michelangelo, Sibilla delfica, Cappella sistina

Carlo Levi lucano


carlo levi, lucano tra i lucani
La storia in mostra
Le foto di Domenico Notarangelo a Roma documentano l’ultimo viaggio di Levi in Basilicata a un mese dalla morte, il funerale e alcuni momenti del «Cristo» girato da Rosi: volti che parlano sullo sfondo dei Sassi
Eliana Di Caro
Il Sole 24 ore, 30 marzo 2026

Nel dicembre 1974, un mese prima di morire, Carlo Levi è in Basilicata. Partecipa alle “Giornate della Cultura Sovietica in Italia” e fa varie tappe nella terra in cui era stato confinato quarant’anni prima, alla quale era rimasto profondamente legato. Presenta a Matera le litografie a corredo di un’edizione speciale del Cristo, poi si mette in cammino per salutare gli amici sparsi nei Comuni lucani. Nulla lascia presagire l’imminenza della fine. Anche per questo colpiscono le fotografie di Domenico (Mimì) Notarangelo, testimonianza di un doppio congedo di Levi: dalla vita (rientrato a Roma, si ammalerà senza riprendersi) e dal luogo nel quale verrà seppellito. Il funerale stesso si fa itinerante, celebrato in tre tappe che segnano anche tre appartenenze: a Roma, a Eboli, ad Aliano. Nella mostra Il popolo lucano di Carlo Levi, allestita a Roma all’omonima Fondazione sino al 18 aprile, si ritrova il pittore, scrittore e politico ritratto già nel ’68 in un comizio della città dei Sassi, dove si era candidato al Senato come indipendente di sinistra. Lo vediamo poi a Grassano, il paese cui era stato destinato al confino prima ancora di Aliano, rivolto alla platea della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie): volti assorti e malinconici, esclusivamente maschili, che dicono tutto di sacrifici, fatica, privazioni. Quindi accanto all’onorevole Pasquale Franco e in un intenso primo piano ad Aliano, dove poco più tardi un manifesto trasmetterà il cordoglio della Regione Basilicata per l’improvvisa scomparsa. Le immagini dei funerali affollati mostrano la sindaca del paesino dei calanchi Maria Santomassimo (tra le prime donne dell’Italia meridionale a ricoprire questo ruolo) che regge il braccio della sorella maggiore dello scrittore, la stessa che era andata a trovarlo durante il confino: in quel momento, Luisa Levi è una di loro, una lucana tra i lucani proprio come si era sentito il fratello. Che qui, non a caso, pensava di comprare casa, a suggello di un rapporto che si era strutturato e voleva radicarsi sempre più. Pochi anni più tardi, nel 1978, Levi sarà interpretato da Gian Maria Volonté nel Cristo si è fermato a Eboli di Franco Rosi che porta sullo schermo la denuncia di miseria e arretratezza fissata nel capolavoro del ’45. Anche qui, nel set a cielo aperto dei Sassi e non solo, l’obiettivo di Notarangelo (consulente del regista) ferma espressioni, intercetta stati d’animo, coglie intimi modi di essere in un bianco e nero dalla forza straordinaria. Dove il nero degli abiti e dei copricapi delle donne non appare luttuoso e mesto ma s’inserisce con semplicità nella quotidianità del tempo, accanto ai volti altrettanto rugosi degli uomini. Mimì Notarangelo, originario di Sammichele di Bari, conosceva Carlo Levi dall’inizio degli anni 60. Giornalista dell’Unità, era il segretario provinciale del Pci di Matera, sua città d’adozione. Figlio di un contadino, lo sguardo di chi viaggia con la macchina fotografica appesa al collo, aveva costruito un rapporto con Levi, con cui condivideva la passione civica e il riscatto del Sud e del mondo contadino. Non a caso il Pci gli chiede di organizzare ad Aliano i funerali dello scrittore, di cui già aveva curato la mostra d’arte allestita a Matera nel ’67. Un legame cresciuto e consolidato nel tempo, come dimostra il dono di una maternità di Levi, dedicatagli “con amicizia”. Attraverso questa piccola ma significativa mostra, si entra in punta di piedi in quella realtà filtrata dagli occhi e nutrita dell’esperienza di figure così diverse eppure così vicine. Lo si fa nello spazio minuscolo e spartano della Fondazione (a un passo da Porta Pia), in piena sintonia con l’essenzialità de Il popolo di Levi, accanto al cavalletto e a una cassettiera del Maestro (oltre che alla produzione editoriale legata alle mostre organizzate nel tempo e al lavoro di ricerca). Un ente che va avanti con il lavoro volontario di chi lo gestisce con amore e competenza. Certo, stupisce che in questi anni nessuna istituzione, né pubblica né privata, abbia colto l’opportunità di mettere a disposizione un luogo più ampio, adatto a ospitare in modo permanente almeno una parte delle ottocento opere pittoriche del torinese. Oggi, al netto dei nuclei esposti a Matera, Aliano e Alassio, il resto è in deposito: invisibile. Per un protagonista della cultura del Novecento avrebbe dovuto esserci l’imbarazzo della scelta. 

Il popolo lucano di Carlo Levi. Memoria e fotografia di Domenico Notarangelo Fondazione Levi, Roma, fino al 18 aprile