martedì 23 giugno 2026

Case congeniali

Le case nuove di Virginia Woolf e Vanessa Bell
Francesca Mancini

Il Post, 13 giugno 2026

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles».

Si dice che questa frase sia stata pronunciata da Dorothy Parker per descrivere il gruppo di Bloomsbury. Non è importante stabilire se sia stata davvero lei a inventarla: ciò che conta è capire perché riesca a definire un gruppo di intellettuali indefinibili che, nella prima metà del Novecento, diedero forma a un modo completamente nuovo di intendere la vita e l’arte. Vivevano nelle piazze di Londra, facevano la nuova pittura senza l’ormai antica prospettiva, e si amavano fuori dai confini della coppia.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»


è la frase che pronuncia la volontaria che ci accoglie nel salotto verde salvia di Monk’s House, che Virginia e Leonard Woolf acquistarono nel 1919 per 700 sterline. «Il verde era il colore preferito di Virginia», ci dice, «e per ottenerlo dovettero scrostare le vecchie pareti e poi passare diverse volte il colore». Era una soluzione nuovissima, una reazione alle tristi carte da parati vittoriane dell’infanzia. Ora sembra essersi insinuato nel tessuto stesso di Monk’s House, al punto che non si riesce a immaginare la casa di un altro colore.

È nel giardino che si trova la lapide di Virginia, sovrastata dal busto, incorniciato da una magnolia giapponese grondante fiori rosa. A poca distanza, sullo stesso muretto, c’è il busto di Leonard.

«They lived in squares, painted in circles and loved in triangles»:

questa frase, geniale e intraducibile, si riferisce alle piazze quadrate in cui vivevano a Londra, alla collettività e allo stile che avevano di dipingere e ai triangoli delle loro poco convenzionali vite amorose. È una frase che avrebbe potuto pronunciare anche la guida che ci ha accolto a Charleston Farmhouse, la straordinaria casa-opera d’arte nella quale Vanessa Bell – la sorella pittrice di Virginia – visse gran parte della sua vita, a dieci chilometri da quella della sorella, a partire dal 1916, centodieci anni fa. Entrambe le dimore si trovano nel Sussex, ai piedi delle South Downs, colline calcaree nel sud dell’Inghilterra: infinite distese verdi punteggiate da pecore con il muso e le zampe nere, falesie bianche a picco sul mare, cottage nascosti da cascate di fiori rosa e viola, glicini e narcisi. Un paesaggio di silenzi e strade strette a poco più di un’ora da Londra.

Questo non vuole essere un sentimentale diario di viaggio di una lettrice che ha imparato la propria idea di libertà leggendo Virginia Woolf da giovanissima e rileggendola da adulta, per ritrovare l’origine di quello stupore e di quella meraviglia provati, da adolescente, perdendo il senso del tempo tra le pagine di Al faro, Una stanza tutta per sé, La signora Dalloway. È piuttosto il tentativo di raccontare uno stupore nuovo, quello che ho provato attraversando le stanze di quelle case e scoprendo, un dettaglio dopo l’altro, che tipo di vita si fossero inventati, lontano da Londra e dai pettegolezzi, gli intellettuali e artisti raccolti intorno alle due sorelle geniali e con lo sprezzo per le convenzioni.

Che comunità stavano costruendo quei compagni, amici, amanti, che intorno alle due sorelle avevano scoperto la possibilità di una felicità oltre le regole e oltre le norme? Come doveva essere assaporare quella libertà mentre la guerra incombeva e i lutti si moltiplicavano? Eppure, lì, nascosta e mai così visibile, la comunità di Bloomsbury stava inventando il modernismo in letteratura, ridisegnando l’arte e scardinando la morale vittoriana.

– Leggi anche: La signora Dalloway era guarita dall’influenza spagnola

Pioviggina a Rodmell. Virginia e Leonard Woolf hanno vissuto in una casa semplice e accogliente, dominata da un giardino fiorito e dalla guglia della chiesa di St. Peter con intorno il piccolo cimitero del villaggio. La cucina non si trovava nella casa principale: la domestica viveva in un edificio vicino, acquistato dai coniugi. Virginia custodiva gelosamente la propria privacy e non amava gli odori intensi della preparazione del cibo, né le distrazioni di una vita di rappresentanza.

Lo scrive Virginia Woolf nei diari 1915-1919:

«Queste stanze sono piccole, mi sono detta; non sopravvalutare quel camino antico & le acquasantiere. I monaci non sono niente di straordinario. La cucina è decisamente brutta. C’è un fornello a petrolio & nemmeno un focolare. Niente acqua calda né vasca da bagno, di un gabinetto esterno, poi, neppure l’ombra. Tutte osservazioni prudenti che tenevano a bada l’entusiasmo; ma anche quelle hanno dovuto cedere all’intenso piacere per le dimensioni, la forma, la fertilità & il rigoglio del giardino. Sembrava che ci fossero alberi da frutto a non finire; i prugni erano così carichi che la punta dei rami si piegava sotto il peso dei frutti; tra i cavoli spuntavano fiori inaspettati. C’erano filari curati di piselli, carciofi, patate; i cespugli di lamponi mostravano piccole piramidi chiare di frutti; & ho immaginato una piacevolissima passeggiata nel frutteto sotto i meli, con lo spegnitoio grigio del campanile della chiesa a indicarmi il confine. […] È una casa senza pretese, lunga & bassa, una casa con tante porte…»

Quando la casa sembra terminare in un muro, tre gradini conducono all’esterno, e altri gradini portano a una nuova stanza costruita addosso alla casa originale del Seicento: la sua camera da letto. La sua “stanza tutta per sé” non ha collegamenti interni con il resto della casa. Questa la prima scoperta. Virginia ha ispirato un secolo di scrittrici, inventando la figura della scrittrice moderna, emancipata. Vedendo il suo letto singolo quasi monacale in una stanza costruita ingrandendo a forza, forse perfino sgraziatamente, una casa, la stanza tutta per sé mi è diventata un’immagine molto più forte.

Dentro ci sono diverse opere d’arte di Vanessa. In un’alta e stretta libreria si trova ancora la sua collezione dei libri di Shakespeare con le copertine artigianali realizzate da Virginia. Accanto al letto una grande finestra guarda sul giardino: aprendo gli occhi al mattino si vedono il cielo, gli alberi, i fiori. A proteggere la nuca dal muro gelido, una grande libreria in legno; accanto, un camino, sempre decorato da Vanessa, e altre librerie ancora. Poi un piccolo lavandino con uno specchio.

In quella stanza Virginia Woolf scriveva quando il suo studio in fondo al giardino, ricavato da un vecchio capanno degli attrezzi – ancora una stanza solo per lei – e circondato dal frutteto, da crochi e narcisi, era troppo freddo o lei non si sentiva particolarmente bene. Respirando il profumo della lavanda e della rosa rampicante “Princess Marie” fuori dalla finestra, appoggiava una tavola di legno sui bracci della poltrona, con un calamaio fissato sopra. Quando stava meglio, invece, attraversava il giardino:

«Camminando tra queste stanze, una dietro l’altra, in silenzio, come fossi a una messa che ho il terrore di interrompere, sento tutto, sento e vedo che spazio costruisce intorno a sé chi sa perfettamente di cosa ha bisogno per vivere».

Per Virginia Woolf la scrittura era la vita, come scriveva in una lettera che Liliana Rampello cita in Il canto del mondo reale: «è che mi piace la vita umana presa alla grande, con calore e avventura: cani, fiori, figli, case».

Virginia amava la solitudine quanto la compagnia. Leonard trascorreva ore in giardino: era lui ad averlo progettato e a occuparsene. Virginia ne godeva i benefici, ma non conosceva il nome dei fiori né le esigenze delle piante. Era Leonard a dedicare giorni interi d’inverno alla meticolosa potatura degli alberi da frutto, a concimare, piantare, pulire.

Quando i Woolf arrivarono a Monk’s House, il giardino era poco più di un orto tra le rovine di vecchi fabbricati. Nascosto dietro muri di selce e siepi di tasso, mezzo secolo dopo Leonard Woolf aveva creato uno spazio rigoglioso, un frutteto splendido e un orto ricchissimo. Virginia prendeva spesso in giro Leonard per il tempo che trascorreva tra i fiori: «È la tua amante», scherzava, gelosa del tempo sottratto a lei.

Con gli anni e le vendite dei romanzi di Virginia, riuscirono ad acquistare ulteriore terreno oltre il perimetro originario della casa, e il frutteto che vi crearono fu un’aggiunta fondamentale. Lo amavano perché era «il luogo perfetto per sedersi e parlare per ore», per la sua intensa bellezza primaverile quando gli alberi erano in fiore e i frutti si moltiplicavano generosi. Nei diari scriveva:

«…stiamo piantando a casaccio, ispirati dal linguaggio del venditore di sementi: dal fatto che crescano in altezza & mettano petali azzurro sgargiante. […] Mi piace sradicare tarassaco & senecio. Poi suona la campanella del tè & mentre io me ne sto seduta a meditare con la mia brava sigaretta, L. corre fuori come un bambino che ha ottenuto il permesso di uscire».

Ho immaginato per tutta la vita Virginia Woolf con forbici e cesoie, a pulire i fiori dalle graminacee, a gettare semi e a cercare angoli nel giardino per le sue nuove piante. Come ho sbagliato: «Dovresti venire a vedere il nostro giardino, che è la passione prediletta di Leonard. Come potrai immaginare, io non alzo mai un dito, ma passeggio all’ombra degli alberi, senza riuscire a ricordarne i nomi».

In questa casa dai soffitti bassi che avvolgono e proteggono, Virginia Woolf scriveva, accoglieva amici per giocare a bocce in giardino e conversare, cercava equilibrio nei periodi più difficili della sua salute. Una casa che le ha permesso di scrivere alcune delle sue opere più grandi e che l’ha vista incamminarsi per l’ultima volta verso il torrente Ouse, a pochi passi dal luogo in cui era stata felice.

venerdì 9 aprile 1937
«Simile felicità, ovunque la si incontri, merita compassione, poiché è certamente cieca». Sì, ma la mia felicità non è cieca. Questo è il punto d’arrivo, pensavo fra le tre e le quattro di stamattina, dei miei cinquantacinque anni. Giacevo sveglia, calma, pacificata, come se fossi passata dal mondo tumultuoso a un profondo e tranquillo spazio azzurro e lì esistessi a occhi aperti, al di là del male, agguerrita contro qualunque cosa possa accadere. Non avevo mai provato in vita mia questa sensazione, ma l’ho provata varie volte dall’estate scorsa. Fu allora che la conobbi per la prima volta, nel momento dello sconforto peggiore, come se uscissi, lasciando cadere un mantello, sdraiata sul letto a guardare le stelle, in quelle sere a Monk’s House».
(Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, 2019, minimum fax).

Se Monk’s House è il luogo della contemplazione e anche della solitudine necessaria alla scrittura, la casa di Vanessa a Charleston è invece il laboratorio di una vita condivisa, dove arte e relazioni si intrecciano continuamente. Nel 1916 Vanessa Bell con i figli Julian e Quentin e con il suo amante Duncan Grant – insieme a un altro amante di lui, David Garnett – si trasferirono in questa casa a pochi chilometri da Virginia. Fu proprio Virginia a suggerire alla sorella quella dimora scoperta durante una delle sue passeggiate nei dintorni di Firle. Qui per anni si incontrarono artisti, scrittori e pensatori tra i più radicali del XX secolo. Vanessa Bell ricorda così l’atmosfera dei primi incontri tra le pagine del suo La nostra Bloomsbury. Io, mia sorella Virginia e gli altri:

«È stato come se, non appena cominciò a esistere e a prender vita, la nostra innocentissima associazione avesse suscitato ostilità. […] Di certo mi ricordo che mi è stato domandato con curiosità da un gruppo di adulti e giovani durante una banale festicciola se davvero stavamo alzati fino alle ore piccole a chiacchierare con dei giovanotti. Di che cosa parlavamo? Di che cosa parlavamo? L’unica risposta onesta è: di qualunque cosa ci passasse per la testa. Naturalmente i giovanotti provenienti da Cambridge avevano la testa piena della «natura del bene».

Charleston divenne rifugio dalla leva obbligatoria durante la guerra: fingere che Duncan Grant e David Garnett lavorassero per Vanessa Bell in una sorta di società agricola era sufficiente perché lo Stato li esonerasse. Ma soprattutto fu un luogo in cui sperimentare una forma di famiglia nuova, svincolata dalla morale corrente: convivenze eccentriche, sodalizi artistici e sentimentali in cui il desiderio, la creatività e l’intelligenza non seguivano ruoli prestabiliti.

Vanessa amava Duncan, Duncan amava anche David Garnett. Clive Bell continuava a essere il marito di Vanessa, ma viveva comodamente a Londra, coltivando altre relazioni e interessi. E poi c’erano Roger Fry, John Maynard Keynes, E. M. Forster, Lytton Strachey: ciascuno con la propria stanza, tutti riuniti nello splendido salotto a conversare, dipingere, scrivere, ritrarsi a vicenda.

A Charleston la vita quotidiana diventava arte e la casa diventava una tela su cui sperimentare: pareti, porte, camini, mobili, tessuti venivano dipinti e decorati da Vanessa e Duncan, che trasformarono la casa in un’opera totale, creando uno stile completamente originale e spontaneo con motivi geometrici e floreali, colori intensi ispirati al post-impressionismo e decorazioni libere, oggetti e ceramiche artigianali.

Come scrive Angelica Garnett, la figlia di Vanessa Bell, nel libro sopra citato:

«La libertà che aveva scoperto nella vita si espresse in questo modo di dipingere. Non distrusse nulla, perché la sua sensibilità raggiunse una felice e spesso divertente conciliazione tra la propria fantasia personale e una tradizionale fattoria del Sussex. Charleston divenne ciò che è ancora oggi, la prova dello spirito creativo e dell’amore che lo hanno ispirato».

Ogni stanza è un incanto di colori, tappeti, quadri, specchi e bauli. Le decorazioni sono sulle pareti, sulle testate dei letti, sulle lampade, intorno ai camini. Fiori rossi, azzurri, rosa, lingue di colore verde e giallo, guizzi di nero, vasi marroni su fondo nero e tovaglie gialle. Cerchi arancioni, rosa, bianchi: pieni, puntinati, appena accennati… Vanessa e Duncan decoravano le stanze per i loro amici, appendevano quadri e fotografie, trasformando ogni ambiente in un luogo intimo e sorprendente.

Quando qualcosa scoloriva, qualcuno dipingeva sopra nuovi elementi decorativi. L’attuale tavolo da pranzo – una delicata ruota dipinta con tonalità di giallo intenso, grigio chiaro e verde – è una versione degli anni Cinquanta sopra un originale degli anni Venti.

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Duncan Grant dipinse due pannelli per Vanessa Bell nella stanza che oggi è la biblioteca ma che un tempo era la sua camera da letto: un gallo sopra la finestra per svegliarla e un levriero sotto per proteggerla mentre dormiva. In tutta la casa si colgono scorci del giardino, che è una fonte costante di ispirazione per dipinti e motivi decorativi. Nelle lettere e nei diari si trovano molti riferimenti all’influenza del giardino sul lavoro di chi abitava la casa.

I sedici cerchi gialli racchiusi in rettangoli neri con il bordo rosa sulle ante dell’armadio della meravigliosa stanza da letto di Vanessa Bell, affacciata con un’enorme porta finestra sul giardino, sono diventati il simbolo stesso di Charleston.

Sarebbero tantissime le cose da raccontare, descrivere, ma vorrei soffermarmi su un dettaglio che più di altri mi ha commosso: nella stanza di Roger Fry ci sono i raccoglitori decorati da lui che contengono tutta la corrispondenza del gruppo, tra cui spiccano le lettere tra Virginia e Vanessa (VW/VB) divise per anni. Questa meravigliosa corrispondenza di tutta una vita è diventata un volume (curato da Liliana Rampello e pubblicato da Il Saggiatore, Se vedi una luce danzare sull’acqua) che ho letto molti mesi fa e che mi ha accompagnata in viaggio, raccontandomi una relazione d’amore tra sorelle che è stata fondamentale per la vita di entrambe.

Non credo di riuscire a descrivere meglio di così una casa che, come nessun’altra prima, mi sembra racchiudere tutte le personalità che l’hanno abitata: i loro estrosi slanci e pensieri, il loro spirito anticonvenzionale, la libertà dei costumi, l’audacia, l’allegria e anche la disperazione. In questa casa Vanessa Bell ha costruito la sua idea di famiglia: qui lo spirito era libero, libero era l’amore, libero era il sesso, libera era l’arte, libera era, soprattutto, la possibilità di esprimersi.

Qui l’erotismo incontrava l’arte e l’arte restituiva alla vita la sua pienezza.

«Mi domando: cosa penserebbero quelli che immaginano una rarefatta atmosfera di arguzia, intelligenza, spirito critico, consapevole genialità e totale intolleranza dell’ordinaria banalità, di austere giovani donne per le quali era inconcepibile non parlare del tempo, o del cane di Adrian, Hans, che insisteva a divertire la compagnia spegnendo fiammiferi, o di un mucchio di altri comportamenti e discussioni infantili? Quando si dice che non esitavamo a parlare di qualsiasi cosa, bisogna intenderlo alla lettera. […] C’era poco imbarazzo, credo, in quei primi incontri, del resto la vita era eccitante, terribile e divertente e noi dovevamo esplorarla, contenti di poterlo fare così liberamente».

Con queste parole, Vanessa Bell ha vissuto e raccontato Bloomsbury e con questa stessa intensità Virginia Woolf ha attraversato il tempo per consegnarci i suoi capolavori e la sua straordinaria libertà.

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Gli effetti del caldo sul corpo




Ondata di calore: cosa provoca il caldo estremo al nostro corpo

La Francia e diversi altri paesi europei stanno affrontando un'ondata di calore nel giugno 2026 che sta già battendo diversi record. Questi episodi di ondata di calore comportano rischi significativi per la salute, in particolare per gli anziani o per coloro che soffrono di patologie preesistenti.

Courrier International, 22 giugno 2026, inizialmente pubblicato il 18 luglio 2022

Secondo gli esperti, le ondate di calore [come quella che la Francia e alcune parti d'Europa stanno vivendo nel giugno 2026 ] diventeranno più frequenti, più intense e di durata maggiore. E avranno conseguenze significative per il nostro organismo. Secondo uno studio pubblicato nel 2021 , "circa 356.000 decessi nel 2019 potrebbero essere collegati al caldo estremo", riporta New Scientist.

Alcune persone, come gli anziani e i bambini piccoli, sono più vulnerabili di altre e meritano un'attenzione particolare. "Studi recenti suggeriscono che si registra un aumento di almeno il 10% degli accessi al pronto soccorso nei giorni in cui le temperature raggiungono o superano il 5% più alto dell'intervallo di temperatura normale per una determinata località", avvertono Laurence Wainwright dell'Università di Oxford e Eileen Neumann, neuroscienziata dell'Università di Zurigo, su The Conversation.


Sudorazione e dilatazione dei vasi sanguigni


Ma cosa succede esattamente? Il sito web dell'emittente britannica BBC, uno dei tanti media che hanno dedicato un articolo agli effetti del calore sul corpo umano, ce lo ricorda:

"Che ci troviamo nel bel mezzo di una tempesta di neve o di un'ondata di calore, il nostro corpo si sforza di mantenere una temperatura interna di circa 37 °C."

Con l'aumento della temperatura esterna, il nostro corpo adotta le misure necessarie per mantenere la propria temperatura in equilibrio, in modo che le funzioni metaboliche possano operare normalmente. Ciò avviene principalmente attraverso la produzione di sudore e la dilatazione dei vasi sanguigni.

"La dilatazione dei vasi sanguigni provoca un calo della pressione arteriosa, che costringe il cuore a lavorare di più per pompare il sangue. Per le persone con patologie cardiache, il rischio di infarto è quindi maggiore", avverte Nuovo scienziato. Inoltre, l'eccessiva sudorazione può causare la perdita di minerali dall'organismo. "In casi estremi, bassi livelli di sodio nel sangue possono provocare nausea e mal di testa", sottolinea la rivista scientifica. La combinazione di un brusco calo della pressione arteriosa e di un'eccessiva sudorazione può portare ad altri disturbi come vertigini, confusione, crampi muscolari, stanchezza estrema e persino svenimenti.


Bevi acqua e stai all'ombra.


Per evitare questi problemi, il consiglio principale è semplice: mantenetevi idratati! L'acqua è la vostra migliore amica. Ma se vi sembra una fatica, non preoccupatevi, "tutti i tipi di bevande sono efficaci nel fornire al corpo i liquidi necessari", assicura il New York Times.Succhi di frutta, latte, tè e persino bibite gassate possono essere ottimi idratanti. Tuttavia, tenete presente che bibite gassate e succhi di frutta sono spesso ricchi di zuccheri, il che può comportare un diverso problema di salute". D'altra parte, l'alcol e le bevande contenenti caffeina dovrebbero essere limitati o addirittura evitati. 


Lo zarismo secondo Marx

Siegmund Ginzberg
Ma non ditelo a Putin

Il Foglio, 20-21 giugno 2026

Marx odiava la Russia e i suoi zar. Odiava la prepotenza con la quale Mosca minacciava i vicini e l’Europa. La odiava in quanto bastione della conservazione e dell’autoritarismo, nemico giurato delle aspirazioni democratiche e di indipendenza dei popoli. Ne denunciava le ambizioni territoriali nei confronti dei vicini e l’ingerenza sistematica nella politica europea, a sostegno dei reazionari estremi (oggi diremmo delle destre estreme). Criticava, con veemenza fin esagerata, la debolezza dell’Occidente nell’opporsi all’espansionismo e alla minaccia russa. Per lui l’impero zarista era un vero e proprio impero del male.

Stalin lo ripagò espurgando dalle Opere complete di Marx ed Engels pubblicate in Russia quelle in cui si sparlava del paese che pure aveva inventato il marxismo-leninismo. David Rjazanov, il primo direttore dell’istituto Marx-Engels di Mosca, lo studioso che più di chiunque altro aveva dedicato la vita a raccogliere gli scritti di Marx ed Engels, sarebbe stato prima esonerato e infine condannato a morte il 21 gennaio 1937 per “organizzazione trotskista opportunista di destra”. La sentenza fu eseguita il giorno stesso. Sarebbe stato riabilitato, e la pubblicazione delle opere proibite ripresa, solo sotto la glasnost di Gorbaciov.

Tra le opere incriminate, quella più ostica sono le Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo, un pamphlet scritto nel 1856, quando era ancora in corso la guerra di Crimea che vedeva Inghilterra e Francia alleate alla Turchia ottomana, contro l’aggressione russa. Dalla sala di lettura del British Museum, dalla sua postazione fissa di lavoro, Marx aveva accesso non solo ai classici dell’economia politica ma a tutta l’immensa collezione di libri e documenti manoscritti. Fu lì che si imbatté – “I came across”, avrebbe raccontato lui stesso – nella raccolta di corrispondenza diplomatica settecentesca che includeva le lettere e i dispacci riservati inviati a Londra dagli ambasciatori britannici alla Corte di San Pietroburgo, dai tempi di Pietro il Grande in poi. Non era solo la curiosità incontenibile dell’erudito onnivoro. La distrazione dal lavoro per Il Capitale gli serviva per il lavoro giornalistico, su cui campava, e per la polemica politica.

Il giudizio di Marx sull’impero zarista è assolutamente impietoso. Non lo vede solo come una forma di dispotismo asiatico, alla stregua dell’impero cinese, dell’impero turco e di altre società “idrauliche” orientali, fondate su un’immensa burocrazia e il lavoro di masse enormi di esseri umani ridotti in servitù. Per lui si tratta di un impero non solo assolutista ma aggressivo. Tanto più aggressivo quanto più cerca di modernizzarsi. La sua bestia nera è Pietro il Grande, lo zar che aveva cercato di “europeizzare” la Russia. Perché l’altra faccia, quella cattiva, dell’europeizzazione della Russia è la russificazione dell’europa.

La scelta dello zar Pietro il grande di trasferire nel 1712 la capitale da Mosca a San Pietroburgo avrebbe fatto, secondo Marx, parte di un disegno epocale: non solo “civilizzare”, modernizzare, la Russia (che allora l’occidente chiamava ancora Moscovia), ma trasformare un paese mezzo-asiatico, prigioniero nella sua massa di terra, nella massima potenza del Baltico. Marx cita l’italiano Algarotti: “San Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può spaziare sull’europa intera”. Così come le continue guerre contro i turchi avrebbero avuto come obiettivo ultimo, non solo il controllo del mar Nero, degli sbocchi di tutti i grandi fiumi russi, e di tutti i Paesi che vi si affacciano, ma la riconquista alla cristianità ortodossa di Costantinopoli, aprendo attraverso gli Stretti alle flotte russe la strada per il Mediterraneo.

Pietro il Grande voleva insomma far grande la sua Russia. Alla maniera in cui Putin vuol fare grande la sua Russia (non caso Pietro il grande è il suo zar preferito). Non diversamente da come Stalin voleva far grande la sua Unione sovietica (e ci riuscì pure). E un po’ come Donald Trump vorrebbe fare grande la sua America. Facendo il cattivo.

Col pugno di ferro contro il dissenso all’interno. Intimidendo alleati e stati vicini. Facendo cassa a man bassa dei soldi altrui. Usando spregiudicatamente le tecnologie, il savoir faire, il know how dell’occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata, talvolta persino la flotta britannica.

Almeno una cosa però Pietro la fece molto meglio di Trump. Attirare manodopera, e, soprattutto, cervelli stranieri. Pagandoli bene. Trattandoli con meno disprezzo di come Stalin trattava la sua Internazionale comunista, e la manipolò ad esclusivo interesse della Russia. Caterina II si era accattivata il meglio dell’intellighenzia illuminista d’europa (gente del calibro di Voltaire e Diderot). Fu un napoletano a conquistarle la Crimea e costruirle Odessa. Nell’impadronirsi delle province baltiche, lo zar Pietro si impossessò immediatamente di quel che gli serviva. “Gli diedero non solo i diplomatici e i generali, i cervelli con cui esercitare la sua azione politica e militare sull’occidente, ma anche, allo stesso tempo, uno stuolo di burocrati, insegnanti, istruttori che addestrassero i russi a una parvenza di civiltà che gli consentisse di usare gli strumenti della tecnologia occidentale, senza però impregnarli delle loro idee” (Marx). Pietro stesso aveva fatto, sotto mentite spoglie, l’apprendista nei cantieri navali olandesi, e poi nei dockyards della Royal navy in Inghilterra, portandosi dietro, al ritorno in Russia, una caterva di ingegneri, carpentieri, esperti di navigazione. Pietroburgo fu progettata da architetti italiani, costruita da maestranze tedesche.

Lo zar preferito da Stalin, si sa, non era il settecentesco Pietro ma il cinquecentesco Ivan, detto il terribile. In una lunga digressione finale del suo opuscolo, Marx rintraccia il Dna del metodo con cui gli zar avevano reso grande la loro Moscovia, liberandola da due secoli di giogo e tributo tartaro, durato dal 1237 al 1462. Ivan e i suoi predecessori avevano indebolito i khan dell’orda d’oro e di Crimea facendo finta di servirli, corrompendoli con lo stesso denaro che sottraevano loro dopo essersi aggiudicati l’esazione dei tributi. Un vero e proprio capolavoro era stato associare al trono di Mosca la Chiesa ortodossa. Avevano prima usato, e poi giustiziato i propri boiari. Avevano messo l’uno contro l’altro, e poi eliminato uno dopo l’altro i principati russi concorrenti, e infine schiacciato Novgorod, l’ultima repubblica russa indipendente. “Se la prima condizione per la grandezza moscovita era rovesciare il giogo tartaro, la seconda era rovesciare la libertà russa”.

La ragione sociale della Russia di Nicola I, per Marx, è estendere il dispotismo all’europa. Schiacciare ogni velleità rivoluzionaria, operaista, riformista, democratica. Nella foga della polemica la sua russofobia assume persino intollerabili tratti razzisti, circa la propensione dei popoli slavi alla servitù. Si estende all’antipatia viscerale verso i rivoluzionari russi, suoi rivali alla guida della Prima Internazionale. I suoi eroi sono i nazionalisti polacchi in lotta contro il dominio russo. E’ un uomo dei suoi tempi. I suoi giudizi e pregiudizi hanno radici anche in una profonda corrente intellettuale antirussa che percorreva l’Europa del suo tempo. C’è, tra gli studiosi, chi ha sottolineato le analogie con il bestseller La Russia nel 1839 del francese marchese De Custine, che sua volta ricalcava la denuncia della spaventosa arretratezza russa di un viaggiatore tedesco ai tempi di Ivan in Terribile, Sigismund von Herberstein. L’opinione pubblica europea era ancora sotto shock per l’aiuto fornito dalla Russia all’austria per schiacciare le rivoluzioni del 1848 nonché, prima ancora, dall’immagine dei cosacchi che si erano accampati a Berlino durante la Guerra dei sette anni, e a Parigi dopo la sconfitta di Napoleone. La russofobia era potentemente alimentata dalle numerose e popolarissime narrazioni ottocentesche sui vampiri slavi che sarebbero culminate nel capolavoro Dracula di Mary Shelley in cui il mostro si trasferisce dai Carpazi a Londra (un compendio insuperato in Dracula and the Eastern Question: British And French Vampire Narratives of the Nineteenth-century Near East di Matthew Gibson, Palgrave Macmillan, 2006).

Va da sé che Marx ed Engels, in occasione dell’episodio clou della “questione orientale”, la guerra di Crimea, si schierassero, senza se e senza ma, a favore dell’intervento occidentale contro la Russia. Prendessero le parti dell’impero turco, che pure non era un esempio di progresso e democrazia. “La Russia è decisamente una nazione conquistatrice […] Se lasciamo che la Russia si impadronisca della Turchia, diverrebbe superiore a tutto il resto dell’europa messa insieme. Un evento del genere rappresenterebbe una calamità indicibile per la causa rivoluzionaria. […] Gli interessi della democrazia e dell’inghilterra in questo caso coincidono. Né l’una né l’altra possono consentire che lo zar faccia di Costantinopoli una delle sue capitali”. Così Engels in un articolo scritto su richiesta di Marx per l’americana Tribune.

L’opuscolo ancor più violentemente antirusso sulla Diplomazia segreta fu invece rifiutato sia dai giornali americani che da quelli tedeschi e inglesi. Ma Marx ci teneva, al punto che finì per pubblicarlo su uno dei giornali del deputato conservatore, anti democrazia parlamentare e anticartista, David Urquhart. Non lo ripubblicò più quando era in vita. A farne un’edizione postuma, nel 1899, fu la figlia Eleanor. Negli ultimi anni di vita Marx aveva temperato le posizioni russofobe. Si era messo a studiare in tarda età il russo. Leggeva in originale i grandi romanzi russi. C’è chi sostiene che si era convertito all’idea che qualcosa di buono, di progressista e rivoluzionario potesse venire anche dalla Russia e dal suo comunismo agrario primitivo. Le numerose bozze della risposta alla terrorista populista russa Vera Zasulich, diventata celebre per aver sparato al governatore zarista di Pietroburgo, che gli chiedeva se ritenesse possibile una rivoluzione socialista in Russia testimoniano un tormento vero, profondo. La lettera fu spedita, ma con la richiesta alla Zasulich di non renderla pubblica. Né acconsentì mai che fosse pubblicata mentre era in vita. Sarebbe stata poi usata per giustificare la rivoluzione del 1917. Ma questa è un’altra storia.

Fermiamoci alla guerra di Crimea. Impressionanti sono le somiglianze, le analogie con i conflitti di oggi. Non solo e non tanto per le operazioni militari, che si estendevano ben oltre la penisola e i territori oggi contesi tra Russia e Ucraina, a tutti i territori che si affacciano sul Mar nero, agli sbocchi di tutti grandi fiumi che vi sfociano dall’europa e dalla Russia, fin su su a Nord alle coste del Baltico (dove oggi la Russia confina con la Nato), fin giù giù a Est sul Caucaso e ai confini della Persia. All’origine del conflitto ci fu anche allora la Terra santa, la pretesa dello zar di ergersi a unico protettore della cristianità ortodossa a Gerusalemme e nell’intero impero ottomano. Pretesa contestata dalla Francia di Napoleone III, che si arrogava invece il diritto di proteggere i cattolici e la Chiesa latina. Strano a dirsi, ma nel medio oriente di allora ad odiarsi, e talvolta a massacrarsi, non erano musulmani e cristiani, tanto meno musulmani ed ebrei, ma cristiani contro altri cristiani. A far da paciere era l’impero turco, multietnico e multireligioso. Ogni millet, ogni nazionalità aveva i propri tribunali e le proprie prigioni, le proprie scuole e i propri ospedali, le proprie organizzazioni per l’assistenza agli anziani, ai poveri e agli infermi. Ciascuna raccoglieva le tasse per il proprio fabbisogno e quelle da versare al sultano. Ad aizzare una comunità contro l’altra, una confessione religiosa contro l’altra, erano invece le grandi potenze europee e la Russia.

Fu così che finirono impegolati in una guerra che non avrebbe dovuto essere la loro. La scusa era impedire il collasso dell’impero ottomano, evitare che venisse spezzettato dall’espansionismo russo. Più tardi, con la Prima guerra mondiale, la guerra che nelle intenzioni dichiarate avrebbe dovuto “mettere fine a tutte le guerre”, Inghilterra e Francia il Medio oriente se lo sarebbero diviso tra di loro, secondo sfere d’influenza arbitrarie, inventando di sana pianta nuovi regni dai confini tracciati col righello sulla carta geografica. Dando inizio alle “guerre senza fine” degli ultimi cento anni.

Nelle intenzioni, la guerra di Crimea avrebbe dovuto essere breve. E invece, come succede a tutti i blitzkrieg, si protrasse per anni, con alterne vicende sul campo. Avrebbe dovuto essere pulita, oggi si direbbe chirurgica. Era la prima guerra tecnologica, in cui si fece uso di ritrovati bellici moderni tipo le munizioni navali esplosive, il telegrafo, il trasporto truppe in ferrovia. E invece le truppe furono decimate dalle malattie, nelle trincee, in assedi interminabili come quello di Sebastopoli, le città e la popolazione civile in bombardamenti e saccheggi. Per finire, dopo inenarrabili sofferenze, praticamente al punto di partenza.

Ancora più impressionanti sono le analogie con l’intensissimo, lunghissimo lavorio diplomatico con cui si cercò di evitare il conflitto, dissuadere l’avversario prima che iniziassero le ostilità. Austria e Prussia, che avevano il confine più lungo e combattuto con la Russia, ne restarono fuori, malgrado le fortissime pressioni. Francia e Inghilterra riuscirono però a tirar dentro ad un certo punto anche il Regno di Sardegna, che con la Russia non confinava affatto. Cavour mandò 15.000 bersaglieri, comandati da Lamarmora, a rimediare alle decimazioni subite dalle truppe anglo-francesi e turche, in cambio della promessa che gli dessero poi una mano a recuperare il Lombardo-veneto dagli austriaci. I negoziati continuarono ininterrottamente durante la guerra, con alti e bassi, manovre, giravolte, retromarce, furbizie, contrordini, temporeggiamenti da fare invidia ai negoziati che si protraggono senza fine su Medio oriente e Ucraina. Era un cessate il fuoco mai. Tutto quello che vi venisse voglia di sapere sulla diplomazia infinita attorno alla guerra di Crimea nel profetico Why the Crimean War? A Cautionary Tale, di Norman Rich (McGraw-Hill, 1991). Ammonimenti (caution) per l’attualità che conservano validità a 35 anni di distanza.

Ogni volta che sembrava ci si stesse per accordare su quasi tutti i quattro o cinque punti principali della contesa, ne rispuntava uno nuovo, o si riapriva un punto già concordato. Proseguirono senza fine, con l’alternarsi di proposte e controproposte, anche a guerra finita. Il trattato di pace, firmato, dopo faticosissime trattative, a Parigi nell’aprile del 1856, resse lo spazio di un mattino. Il plenipotenziario francese, François-Adolphe de Bourqueney, ebbe ad osservare che, per chiunque leggesse il trattato era impossibile determinare chi fosse il vincitore e chi il vinto.

La Turchia si tenne gli Stretti, concedendo però libertà di navigazione a tutti in tempo di pace. Gli europei ottennero libertà di navigazione e accesso al Mar nero dal Danubio. La Russia aveva fatto un’unica concessione territoriale, il ritiro da Bessarabia e Moldavia, e dai principati danubiani, che aveva strappato in precedenza ai turchi, e si unificarono dando vita alla Romania. La cosa prometteva vantaggi commerciali per tutti. Ma mal ne incolse per gli ebrei che avevano sino ad allora prosperato in quelle contrade multietniche alle foci del Danubio. Qualcuno ci va sempre di mezzo, anche nelle paci. Furono costretti ad andarsene. Di quella civiltà perduta ha raccontato splendidamente Elias Canetti, ormai riparato in occidente, nel suo La lingua salvata. Io, molto più pedissequamente, nel romanzo familiare Spie e zie, del come mio nonno Siegmund, impossibilitato a esercitare il mestiere di avvocato in Romania, perché ebreo, trovò invece rifugio, grazie al fatto che aveva conservato la cittadinanza ottomana, in direzione opposta, a Istanbul.



https://palomarblog.wordpress.com/2017/08/10/marx-sulla-rivoluzione-russa/


Un amore travolgente di gioventù

 

Romanzo. "I beati anni del castigo", di Fleur Jaeggy

È un paesaggio di una bellezza malsana. Immerso in una "pace idilliaca e mortale ", i suoi contorni si stagliano dietro le finestre dell'Istituto Bauser. In questo collegio svizzero, giovani ragazze languiscono, pallide e sognanti: aspettano il momento in cui finalmente potranno entrare nel mondo. * Gli anni beati della punizione * di Fleur Jaeggy, originariamente tradotto da Gallimard nel 1992 e ora ripubblicato in edizione tascabile da Éditions Zoé, ci introduce a questa "vita scolastica" attraverso la voce di una studentessa interna. Come le sue compagne, sogna "grandi cose" e languisce, gonfia di noia: "Guardavo una finestra e la finestra mi guardava a sua volta, il che mi faceva assopire". Un giorno, però, arriva una "nuova ragazza ", Frédérique. Splendida, seria, "perfetta ", priva di "umanità" , affascina immediatamente la narratrice. Fleur Jaeggy ritrae con immensa finezza la timida danza dell'amore che si dipana tra l' "idolo" e l'ammiratore. Con lo sguardo sempre scintillante di ilarità, descrive i giochi di potere e seduzione che animano le ore nebbiose di queste ragazze solitarie. "Nei collegi " , dice la narratrice, " un'infanzia senile si trascina quasi fino alla follia ". Acuto e poetico, il linguaggio di Fleur Jaeggy ci permette di cogliere la strana trama di questa giovinezza, dove il fascino del vuoto viene appreso fin da piccoli. Lanwen Huon

“I beati anni del castigo”, di Fleur Jaeggy, postfazione di Gabriella Zalapi, tradotto dall'italiano da Jean-Paul Manganaro, Zoé, “Pocket”, 128 p., 9 €.

https://www.lemonde.fr/critique-litteraire/article/2026/06/22/les-breves-critiques-du-monde-des-livres-averroes-olivier-bourdeaut-max-frisch-fleur-jaeggy_6708208_5473203.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Un collegio femminile in Svizzera, nell'Appenzell. Un'atmosfera di idillio e cattività. Arriva una "nuova": è bella, severa, perfetta, sembra che ab bia già vissuto tutto. La protagonista - un'altra interna del collegio - si sente attratta da questa figura, che lascia intravedere qualcosa di quieto e terribile. E il terribile, a poco a poco, si scopre: è la terra di nessuno tra perfezione e follia. Lo stile limpido e nervoso, l'acutezza delle notazioni, l'intensità di questa storia fanno risuonare una corda segreta, quella che si nasconde nell'immaginario collegio da cui tutti siamo usciti. E ci lascia toccati da una emozione rara, fra lo sconcerto, l'attrazione e il timore, come se al centro di un'aiuola ben curata vedessimo aprire una voragine. (presentazione editoriale)  

Riflessioni di Camilleri



pensieri dalle «pietre eterne»

Intervista (quasi) impossibile. Un frammento di un testo più ampio (liberamente accessibile) che propone un confronto, basato su suoi testi e dichiarazioni con il maestro di Porto Empedocle. E aiuta a chiarirsi le idee sulla sua profondità di pensiero, al di là dei romanzi

Giuseppe Marci

Il Sole 24ore, 20 giugno 2026

Lo lascerò parlare cercando di non intromettermi con troppi preamboli in questa intervista che sarebbe quasi impossibile, se non fosse per la gran mole di informazioni disseminate da Camilleri, come se prevedesse ogni nostra domanda. Il problema è che molte volte non lo abbiamo letto con attenzione, abbiamo finito col sovrapporci, perdendo la possibilità di comprendere. E lo chiamerò Professore, come reciprocamente abbiamo sempre fatto.

La sua lingua, Professore Camilleri, è un idioletto familiare?

Lei, Professore Marci, vuole affondare il coltello in una piaga che ancora duole, per l’incomprensione riguardante la parte essenziale del mio lavoro. Tutti hanno avuto in dono un idioletto familiare, il lessico di una famiglia e di una comunità, fatto di consuetudine, vicinanza e affetti: freschezza propria delle parole dette e ascoltate. La scrittura, però, è altra cosa e pensare di travasarvi le forme dell’oralità come facessimo un copia e incolla è atteggiamento ingenuo dal quale spero che lei rifugga, come dovrebbero rifuggire i suoi colleghi accademici.

Lei spesso mette in relazione gli esseri umani col mondo naturale, il mare, la terra, gli alberi: gliene fa percepire il respiro, udire i suoni che sono quasi una musica, concorrono a comporre l’armonia universale.

Molti miei personaggi hanno una visione del mondo e in base a quella agiscono. O, come minimo, ci provano: non è facile percepire l’armonia universale, ma rinunciare a ricercarla significa perdere la possibilità di trovare, insieme, un equilibrio interiore e una strada verso la conoscenza.

Prima di fare lo scrittore lei è stato regista.

Così pare, a guardare dall’esterno le differenti fasi professionali che ho interpretato.

Perché invece?

Ripensandoci a cose fatte, mi sembra di poter pensare alla mia vita come a un lungo apprendistato iniziato quando ero bambino con la scoperta dei libri, in poesia e in prosa, diversi per genere letterario: tutti capaci di accendere la fantasia, di generare l’innamoramento per la scrittura, il gusto delle parole cariche di valori semantici. Mi incantavo a osservare come ciascuno scrittore, ognuno a suo modo, riusciva a combinarle. Per passione ho studiato i dizionari; ero affascinato dalla ricchezza dei vocaboli, una serie che alle volte mi sembrava immensa e che immaginavo potesse dare una libertà altrettanto sconfinata a chi sapesse impiegare le parole per costruire racconti. Ho letto molto, e traccia di tali letture è rimasta nella mia mente.

Mario Ceroli ha realizzato un’opera intitolata «La tela di Penelope», che già dal titolo trasmette un’idea. L’artista, osservando da bambino, con occhi di meraviglia, il lavoro della nonna al telaio, lo percepiva senza fine, come se i gesti della tessitura si potessero moltiplicare all’infinito. Così è stato per me, e forse per gli altri telespettatori, ascoltandola mentre, in tv con Domenico Iannacone, descriveva sfumature di colori, anch’esse infinite. Come infinite mi sembrano, in certi momenti, le sue parole, nelle variazioni che mi fanno dannare mentre cerco di incasellarle nell’ordine di un dizionario della lingua vigatese: sapendo che cercare di incasellare ciò che è fluido e in continuo divenire e un’impresa al limite dell’assurdo.

Oh, ecco: finalmente si parla del vigatese. Me lo ha fatto sospirare per tutto il tempo dell’intervista, ma almeno è riuscito a dirlo passabilmente.

Professore Camilleri, cosa è l’eternità?

Professore Marci, mi consente di parlare con lei come Stesicoro faceva con me, quando gli feci un’intervista impossibile?

Lo considererei un privilegio.

Allora, figlio mio, ascoltami e cerca di capire, anche se il concetto alla maggior parte degli uomini appare difficile. Ostinarsi su un’opinione come fosse l’unica, può non condurre a un buon risultato. Vale nelle scelte della vita privata e in quelle delle attività pubbliche. Vale, quel che più conta, nell’orientamento dei pensieri e nei conseguenti modi d’agire. Ho impiegato una vita, più di novanta anni, per arrivare non a definire il concetto, ma a non rifiutarlo per consuetudine di ragionamento. Non sono riuscito a capire, ma a intuire: mi sembra! A questo sono giunto, come vi ho detto qualche tempo fa, una sera in Sicilia, conversando su Tiresia: “venendo qui […] su queste pietre eterne”. Stai attento: non ho detto sulle pietre che formano il teatro greco di Siracusa, non ho parlato del monumento, che certo è importante e dice della storia e della cultura dell’uomo. Io ho parlato di “pietre eterne”, come quelle che vivono pure nella terra dalla quale vieni, spero che tu ne abbia avvertito il respiro, la voce silenziosa che parla a chi riesce a udirla. Occorre un lento esercizio, per riuscire a percepirla, un esercizio del corpo e della mente che deve rendersi libera dagli schemi cui per praticità ci siamo abituati. Bisogna riuscire a pensare l’impossibile, a confidare in ciò che abbiamo sempre rimosso, temendolo. Ti auguro di percorrere la strada delle possibilità che non hai mai preso in considerazione.