lunedì 9 febbraio 2026

Askatasuna, era tutto già scritto

Carlo Greppi
Diritto di dissentire

Doppiozero, 3 febbraio 2026

Al solito, le immagini della coda – in senso cronologico – di una manifestazione oceanica e pacifica fagocitano gran parte della narrazione del resto della giornata torinese di sabato 31 gennaio, che ha visto marciare decine di migliaia di persone in tre spezzoni di un corteo arrabbiato, sì (ricordava quello del 22 settembre contro il genocidio a Gaza), ma allegro e a tratti danzante. Io, dopo un’iniziale indecisione, ho raggiunto vari amici di quella che ritengo la mia plurale – e un po’ sincretica – famiglia politica al concentramento di Palazzo Nuovo, quello che aveva il tragitto più breve e contorto, perché dopo poche centinaia di metri si sarebbe ricongiunto, sul lungofiume, con gli altri due in arrivo dalle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa. Proprio sul Lungo Po Diaz, all’incrocio con piazza Vittorio Veneto, ci siamo fermati per aspettare delle persone che erano indietro, in uno degli altri spezzoni. Per chi non è pratico della geografia di Torino, eravamo a un paio di isolati da corso San Maurizio, dove il corteo ha svoltato, per poi puntare all’area intorno allo stabile occupato di Askatasuna in corso Regina Margherita – l’area che è stata, come prevedibile, teatro (e teatrino) degli scontri di fine pomeriggio.

Per quasi un’ora, con il Po che scorreva oltre il nostro sguardo, abbiamo osservato sfilare serenamente migliaia di persone, mentre si abbassava e poi si rialzava, come in una danza, l’età media dei e delle manifestanti. A un certo punto ho iniziato a vedere alcuni volti – coperti e scoperti – indurirsi, in quest’ultimo tratto, suppongo per l’evidente crescita della tensione ma cerco di distinguere la realtà dall’autosuggestione, e di non confondere il quadro d’insieme con le mie percezioni. Erano quasi tutti – non tutti – giovani, o giovanissimi, e invidio chi è in grado di leggere la loro rabbia e parlarne con giudizio e con la giusta misura. In ogni caso era una minoranza, non penso sia necessario ribadirlo, quella che si è preparata a uno scontro, ed è altrettanto ovvio che – lo ha scritto persino “La Stampa” – la stragrande maggioranza si è sfilata via via dal corteo, perlopiù credo molto rapidamente, da quel momento in avanti. Personalmente me ne sono andato proprio lì, subito prima che la manifestazione andasse a infilarsi in quello che rischiava di essere un imbuto: non ho mai provato particolare fascino per l’estetica dello scontro, né mi ritengo un cuor di leone e cerco dunque, per quanto possibile, di evitare di trovarmi in situazioni che possano mettermi in pericolo, sul piano fisico e su quello etico. Anche perché – come mi ha detto giustamente un amico – noi quarantenni non siamo più tanto veloci a scappare, e si sa che le forze dell’ordine (sic) non ci sono mai andate tanto per il sottile, con le cariche e con i lacrimogeni. Non ho idea di come reagirei, in un imbuto e senza vie di fuga, e non lo voglio sapere.

Non sono un raffinato analista, ma non ho mai avuto dubbi che ci sarebbe stata una “battaglia”: era una pagina già scritta e chi conosce anche solo superficialmente la storia dei movimenti di questa città per aver spesso preso parte alle loro mobilitazioni riconosce la grammatica dello scontro che, da ambo le parti, si preparava.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia” perché nell’ultimo quarto di secolo, limitandomi a quello che ho visto a Torino, ho raramente assistito a una gestione oculata della piazza da parte di chi dovrebbe garantire uno svolgimento pacifico della manifestazione. E mi riferisco da un lato allo sconsiderato modus operandi delle forze dell’ordine (sic) – che nell’oscillare tra violenze ingiustificabili e inspiegabili lassismi paiono i coagenti del caos – e dall’altro alla fisiologica carenza di servizi d’ordine degni di questo nome, che dovrebbero perlomeno saper impedire a decine o centinaia di minorenni di andare a fare e farsi del male, e di farsi arrestare.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia”, perché le scaramucce ci sono sempre state, qui in città, e perché inoltre questa volta c’era gente che arrivava da fuori, ma i movimenti sono sempre fenomeni complessi, ce l’hanno insegnato nel cuore del Novecento e oltre l’antifascismo storico, la Resistenza, il Sessantotto, il Settantasette, la Pantera, quello per una globalizzazione umana stroncato a Genova nel 2001; sarebbe ingenuo, oltre che antistorico, credere che le lotte per un avvenire migliore possano avvenire senza conflitto, quel conflitto anche indurito che assume forme che personalmente non approvo, e non ho mai approvato – non in uno stato di diritto.

Era tutto già scritto, e poteva andare molto peggio di così. Ma anche se da sempre ritengo inutile, controproducente e desolante il teatrino degli scontri – che non fa che inasprire la repressione stessa alla quale sostiene di opporsi – alla fine ho deciso di andarci lo stesso, in piazza. Perché, e ha ragione la mia famiglia politica, un movimento di massa democratico che protesta contro la repressione governativa di un esecutivo di estrema destra che sta stringendo la sua morsa, e contro la chiusura di spazi sociali – che tu ci metta piede dentro o no è irrilevante –, va partecipato, perché nelle nostre città non vogliamo quartieri militarizzati, perché da quando ho l’età di quei ragazzi ho paura della polizia, perché voglio vivere in un paese in cui sia tutelato il diritto di dissentire e di creare spazi alternativi, anche se questi non ci piacciono. Perché sono capaci tutti a essere democratici se l’acqua intorno alla polis scorre serena, meno quando sale la tensione; più difficile ancora è difendere il diritto a manifestare anche per chi sfila al tuo fianco, tra decine di migliaia di persone che riconosci compagne, e dopo tanti anni ancora non hai ancora ben capito chi è, e perché – in un’eterna coazione a ripetere – lo fa.

Ghali, invisibile maranza

Concita De Gregorio
Ghali e quei ragazzi che la destra chiama maranza

la Repubblica, 9 febbraio 2026

Ghali è tecnicamente un “maranza”, per usare l’orrendo termine dispregiativo coniato per indicare gli italiani di seconda generazione, figli di immigrati, ed è di questo che vorrei parlare qui: di quei ragazzi. Quella moltitudine di persone di giovane età, milioni, già il 15 per cento degli studenti nelle classi delle scuole superiori che la destra facendone un unico fascio — ecco quando un termine si illumina di senso — addita a nemico pubblico delle persone perbene, noialtri italiani doc, noi bianchi, noi con i bisnonni che si chiamavano Concetta e Pasquale.

Noi, che come popolo a mentire, truffare, rubare, stuprare e ammazzare le donne non ci pensiamo nemmeno, non è proprio nel nostro spirito. Meno che mai in quello dei nostri figli cresciuti nel rigore delle regole leggendo a colazione Gobetti, certo non nelle ville al mare o negli attici dei genitori, figuriamoci se in branco nei vicoli dei sobborghi o nei bagni delle scuole, noi assolutamente no, noi mai.

Sono loro, sono i maranza che portano la violenza delle loro culture di origine e si approfittano della nostra cordiale ospitalità, per quanto siano nati qui ma pazienza: non lo sapete che nascere qui non basta? Non c’è una legge, non l’ha fatta la sinistra figuriamoci se la farà la destra. Sono ospiti sgraditi, se se ne vanno è meglio.

Di questo, volevo dirvi, e della libidine con cui certi commentatori tv chiedono l’applauso del pubblico quando ospitano uno di questi ragazzi — c’è un casting, li cercano come pepite perché gli ascolti, si sa, salgono quando si anima la rissa e si anima, la rissa, se ti rivolgi a un ventenne che hai invitato tu dicendogli “ringrazia se ti faccio parlare, dovresti stare in galera”, applausi. Della foga con cui gli ambasciatori della nuova destra, nuova nel senso dell’anagrafe, annuiscono.

Del resto, siamo governati da una compagine di politici che si genuflette a Donald Trump come di fronte alla luce che guida e conduce. Trump che pubblica i volti di Barack e Michelle Obama su corpi da orango, non si sa in quale ulteriore abisso dobbiamo sprofondare, ma del resto noi italiani anche in questo ci eravamo portati avanti. Vi ricordate quando il senatore della Lega Roberto Calderoli definì «un orango» la ministra Cécile Kyenge? Era il 2013, tredici anni fa: in politica abbiamo sempre fatto scuola. Precursori.

Dicevo di Ghali, che è un artista magnifico difatti gli avevano chiesto di cantare l’Inno di Mameli alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi, che bellissima idea, un milanese nato da genitori tunisini, così amato dai ragazzini proprio quelli che non sai mai cosa pensano, cosa fanno, i misteriosi giovani — ecco cosa fanno: vanno ai suoi concerti, in tanti. Un esempio perfetto di multiculturalità da esibire al mondo: non mi sfugge il vantaggio reputazionale della scelta, da parte delle istituzioni, ma va bene. Ciascuno gioca la sua partita.

Solo che poi non è andata così, meglio una poesia hanno detto, lui deve aver chiesto se ho capito bene di inserire tra le traduzioni anche l’arabo, la lingua delle sue origini, e gli hanno detto no. Forse temevano di infastidire la delegazione israeliana, chi lo sa, forse non hanno ben compreso il senso dello spirito olimpico, gli organizzatori qui in Patria dei Giochi. Comunque.

Gli hanno lasciato quello spazio, ormai che l’avevano chiamato. Sai che scandalo sarebbe stato disdire? Dopo che il ministro dello Sport signor Abodi ha assicurato che Ghali non avrebbe fatto come a Sanremo due anni fa, non avrebbe detto «stop al genocidio» — che vergogna, che idea non condivisibile e da Abodi difatti non condivisa: “Avanti con il genocidio”, caso mai, no?

Gli hanno dunque fatto leggere quella bellissima poesia di Gianni Rodari che lui ha interpretato magistralmente solo che io, da casa, non l’ho visto. Non ho capito che era lui. Nessuno l’ha annunciato, nessuno l’ha mai inquadrato, c’erano dei ballerini che danzavano e una voce — la voce del telecronista Rai — che parlava sulla sua voce così Rodari e Ghali non si sentivano.

Mi sono chiesta: chi ha chiamato i cineoperatori Rai per dire non inquadratelo? Chi ha detto al telecronista: non dire chi è? Proprio tecnicamente: chi ha fatto quella telefonata? Qualcuno ha dato indicazioni, questo è sicuro. Siccome del servizio pubblico tutti paghiamo il canone, la Rai la sovvenzioniamo tutti: la domanda è legittima, la risposta è dovuta. Che storia tristissima. Che momento piccolo e basso. Ma del resto.

In America il miliardario amico di Trump, Jeff Bezos, paga 75 milioni di dollari per il documentario su Melania e licenzia trecento giornalisti del Washington Post perché non ha soldi, si vede, per tenere in piedi un giornale sgradito al suo duce. Il giornale del Watergate, sono cinquant’anni da Tutti gli uomini del presidente. Ecco il progresso, in cinquant’anni.

Sulla telecronaca italiana della cerimonia olimpica avete già letto tutto. Fonti autorevoli assicurano che al microfono ci fosse il direttore dei servizi sportivi della Rai, persona che Giorgia Meloni protegge. Si stenta a crederlo. Come può il governo del Merito affidare alla massima esposizione internazionale qualcuno che non riconosce i tedofori, nessuno degli atleti italiani tranne — pensa te — quella nera, «ecco la Egonu», che scambia la presidente del Cio per la figlia di Mattarella e Matilda De Angelis per Mariah Carey? È impossibile. È come se chiamassero me per il commento tecnico alla Champions, difatti giustamente non accade. Questo governo seleziona solo i migliori. Bravissimo.

Poi, nel resto del tempo, fa i decreti sicurezza. Si assicura che i maranza tipo Ghali non escano di casa con il coltello, dato che sono solo i figli degli immigrati quelli che ti accoltellano di notte, che spacciano, che scappano ai posti di blocco. Gli italiani no, stanno buonissimi.

E quando provi a dire ma scusate: il diritto alla casa, al lavoro, il diritto a vivere in un paese che ti riconosce legittimità, la prevenzione, la politica? Tempeste di odio dei prossimi elettori del partito di Vannacci. Va bene.

Speriamo che siano molti gli ori. Che siano tutti bianchissimi i vincitori. Che abbiano nonni che si chiamano Pasquale e Concetta. Se così non fosse, certo, li applaudiremo lo stesso. Quelli che vincono non sono mai maranza. Sono celebrità, portano soldi e lustro. Difatti: solo Paola Egonu, tra tutte le pallavoliste, il telecronista scelto per merito ha riconosciuto. Buone Olimpiadi.


Lisa Ginzburg
La poesia di Rodari contro la guerra è stato uno dei momenti più riusciti dell'inaugurazione

Avvenire, 9 febbraio 2026

Lo sport è palestra di vita, insegna a star dritti e anche a coltivare l’umiltà, una qualità del cui valore il mondo pare aver perso consapevolezza. Lo sport è universo di moralità perché tra le tante cose insegna che la sana energia dell’agonismo non è mai mancanza di rispetto, mai non riconoscimento dell’altro. Qualità dell’universo sportivo che si evincono chiare, si potrebbe dire, da sempre; meno chiaro e poco prevedibile, sino a qualche tempo fa, quanto lo sport sarebbe diventato uno dei contesti che meglio veicolano la cultura stessa, i suoi valori fondanti.
Al di là di ogni effetto scenico, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ci ha emozionato raccontando questo: la centralità del mondo sportivo, il suo essere spazio di trasmissione di valori e di idee, efficacissimo vettore di educazione morale. Letta dal rapper Ghali a ritmare una coreografia di ballerini sparpagliati su un paesaggio montano di un bianco notturno e opalescente, la poesia Promemoria di Gianni Rodari (dodici versi in tutto sull’insensatezza della guerra, di ogni guerra) ci è entrata nelle orecchie e ci si è stampata negli occhi. Tra tante invocazioni di pace, questa si è fissata nella nostra mente più di quanto potrebbero e possono opinioni, conferenze, interventi scritti, innumerevoli prese di posizione cui inermi assistiamo seguendo martellanti dibattiti televisivi. Quella lettura coreografata di Rodari durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi d’inverno era altro. Tutt’altro: un momento di denuncia, sintetico e vibrante ben più delle troppe parole in eccesso che ci circondano. Attimi di cultura della moralità. Segni e impronte dell’umano. Istanti la cui intensità possedeva l’asciutta forza di un gesto. Prima nell’italiano in cui sono stati composti, poi i versi di Rodari con la sua vibrante voce il cantante Ghali li ha declamati in altre lingue; intanto i corpi dei giovanissimi ballerini stagliandosi sul ghiaccio disegnavano una gigantesca colomba. La pace era lì, in quel momento. La pace va chiesta senza sosta, instancabilmente invocata, cercata, ribadita. E quei pochi attimi spettacolari a prologo di una grande manifestazione sportiva lo hanno trasmesso con una forza la cui purezza era la stessa della neve bianca tutt’intorno.

Sport e cultura camminano insieme. Concorrono entrambi a coltivare la parte migliore di noi, in un continuo rispecchiarsi di corpo e di mente che ignorare è insensato. Forse mai come adesso la cultura si fa (anche, molto, se non soprattutto) attraverso lo sport. Lo sport è disciplina dell’allenamento, e allenarsi vuol dire anche allenarsi a stare, e pensare, insieme. Insieme cercare strade possibili verso il futuro. Questo è promuovere cultura di pace: muoversi mai disuniti, in ogni direzione prodigarsi per far tacere le armi e azzittire protagonismi e rapporti di forza che hanno reso il mondo saturo, sfinito. Allenarsi a solidarietà e umiltà, e da lì ripartire. La bellissima poesia di Rodari declamata a commento di una danza sul ghiaccio, la parte finale della coreografia con la grande colomba fatta di corpi umani, questo suggerivano, soffiandolo nel vento.


Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

L' Italia del cricket

Erica Manna
Oriundi e migranti, L'Italia del cricket è tutta nata all'estero

la Repubblica, 9 febbraio 2026

L’Italia senza nessun giocatore nato in Italia ha già fatto la Storia. Prima ancora di scendere in campo. È la Nazionale maschile di cricket, che per la prima volta partecipa ai Mondiali appena cominciati in India e Sri Lanka. Una squadra composta esclusivamente da oriundi (australiani, sudafricani e inglesi con i nonni italiani) e da immigrati di origine pachistana, indiana e cingalese: giocatori che hanno iniziato ad allenarsi nei parcheggi e nei parchi delle province lombarde e che per partecipare ai tornei indossando la maglia azzurra spesso si sono dovuti licenziare: «Non ci davano i permessi — raccontano — la risposta era: ma che roba è il cricket?».

Ecco: il cricket è il secondo sport più praticato al mondo, e gli azzurri in India sfideranno le squadre più forti. A cominciare dalla Scozia, proprio oggi, già battuta nelle qualificazioni. Poi il Nepal, il 12 febbraio. Il 16 febbraio scenderanno in campo contro l’Inghilterra: imperatrice di questa disciplina, prima simbolo della colonizzazione e poi strumento di riscatto. Perché la Nazionale senza italiani (di nascita) porta con sé un messaggio potente. Mentre il referendum di giugno ha affossato la riforma della cittadinanza, infatti, la Federazione Cricket ha introdotto per prima — già nel 2002 — quello che sarebbe stato definito solo dieci anni dopo lo ius soli sportivo. «Abbiamo reclutato tanti ragazzini immigrati che giocavano nelle periferie, futuri cittadini — ripercorre Simone Gambino, presidente onorario della Federazione — Oggi, per giocare con la Nazionale, bastano tre anni di residenza in Italia». I risultati si vedono: questa squadra del futuro guarda già alle Olimpiadi di Los Angeles nel 2028. Quando il cricket tornerà ai Giochi dopo 128 anni.

Importato in Italia dai marinai delle navi inglesi sbarcati a Genova, che nel 1893 fondarono il Genoa Cricket and Football Club (e infatti è ancora questo il nome completo del Genoa calcio), il cricket che si vedrà ai Mondiali — le partite sono trasmesse in diretta da Sky Sport — sarà quello della formula T20. Ovvero, la versione abbreviata che prevede partite che durino circa tre ore (e non giorni). Sono quindici, i giocatori convocati: le partite si disputano in undici, come nel calcio. Tra questi, dieci sono oriundi australiani e sudafricani con il doppio passaporto, cinque sono nuovi italiani: tre sono nati in Pakistan, uno in Sri Lanka e uno in India. Il paradosso è che in tre (due giocatori pachistani e uno cingalese) non sono ancora riusciti a ottenere la cittadinanza italiana, a causa del lungo iter che comporta.

Tra color che son sospesi c’è Syed Zain Abbas Naqvi, 24 anni, primo battitore: originario del Pakistan, brianzolo da quando ha 12 anni, lavora come operaio chimico farmaceutico e si è diplomato alla scuola Art Wood Academy a Camnago Lentate: «Nelle classi organizziamo incontri con gli studenti: solo così questo sport può diffondersi. In pochi lo conoscono. Per giocare, infatti, ho dovuto licenziarmi cinque volte». «Quando sono arrivato a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, ho iniziato a giocare in un parcheggio — racconta Zain Ali, 24 anni, battitore, ancora senza cittadinanza italiana — con una pallina da tennis avvolta nello scotch, per renderla più simile a quella regolamentare». «Uno dei problemi qui sono gli spazi — sottolinea Ali Hasan, cittadino italiano di origine pachistana e un lavoro come corriere — in Inghilterra e in Australia ci sono campi enormi, qui sono rari. Per allenarmi vado in un piccolo giardino pubblico vicino a casa mia, a Brescia. Mi è capitato che arrivasse la polizia: a dirmi che non si può».

«Questa squadra rappresenta un’Italia moderna — riflette Wayne Madsen, il capitano, sudafricano con il doppio passaporto grazie alla nonna paterna originaria di Avigliana, in provincia di Torino — vogliamo ispirare le nuove generazioni, far capire loro che c’è posto per loro nel cricket italiano e che il loro backround è qualcosa di cui essere orgogliosi».

Trump al voto. L' arroganza nasconde paura

La vincitrice democratica delle elezioni in un distretto trumpiano della Louisiana 
(7 febbraio 2026)

Mario Del Pero 
Le mani di Trump sul voto. L'arroganza nasconde paura

Domani, 9 febbraio 2026

Steve Bannon che chiede di dispiegare gli agenti Ice nei pressi dei seggi per impedire che le «elezioni vengano rubate un volta ancora». La ministra della Giustizia Pam Bondi che intima a numerosi Stati controllati dai democratici di fornire al suo Dipartimento le loro liste elettorali per sottoporli a verifiche ed eventuali «pulizie». Donald Trump che propone una non meglio definita «nazionalizzazione» del voto, sottraendone la gestione a quindici Stati democratici. Numerosi provvedimenti adottati a livello statale per modificare le procedure di voto.

Un ordine esecutivo di Trump, titolato “preservare e proteggere l’integrità delle elezioni americane” – immediatamente bloccato dalle Corti per la sua patente incostituzionalità - che richiederebbe passaporto o documento di cittadinanza per poter votare (meno di metà degli americani hanno un passaporto). La campagna repubblicana per condizionare l’esito dei prossimi voti – a partire dal Midterm 2026 – è in corso da tempo. Giustificata da una convinzione, infondata ma popolare. E motivata da una paura assai concreta.

La motivazione è che il processo elettorale negli Usa sarebbe inquinato da frodi diffuse e sistematiche a vantaggio dei democratici; dal voto di immigrati privi di cittadinanza o di regolare permesso di soggiorno, e dalla corruzione di autorità statali che registrano e fanno votare finti elettori. Mille studi, analisi e riconteggi smentiscono una teoria cospirativa diffusa da tempo, a lungo centrale nel tentativo d’impedire agli afroamericani di votare, riemersa con forza a fine anni Novanta e poi rilanciata e amplificata da Trump, con la campagna contro il certificato di nascita di Barack Obama e la denuncia dei presunti brogli nelle elezioni del 2016 e del 2020. In realtà, tutti gli Stati, con l’eccezione del Nord Dakota, tengono registri elettorali regolarmente verificati e aggiornati.

Laddove soggetti a verifiche rigorose, i riconteggi hanno sempre confermato l’esito del voto o prodotto variazioni minime e fisiologiche (voluto e finanziato dai repubblicani quello del 2021 nella famosa contea di Maricopa, in Arizona, si è concluso con la riattribuzione di alcune decine di voti a favore di Biden). Il gigantesco database sulle frodi elettorali dal 1980 a oggi costruito dalla Heritage Foundation evidenzia poche migliaia di casi su miliardi di schede depositate: appena 39, su oltre cento milioni, nel caso della Pennsylvania, anch’essa al centro delle accuse repubblicane.

La paura dei repubblicani è quella di subire una pesante sconfitta elettorale al Midterm, perdendo il controllo di uno o entrambi i rami del Congresso, e vedendo i democratici rafforzare ulteriormente la loro posizione nei governi statali (a novembre si voterà anche per 36 governatorati e ben 88 delle 99 camere degli Stati). Perdere la Camera, dove i repubblicani hanno oggi una maggioranza appesa a un filo, sarebbe normale e fisiologico per il partito di un presidente eletto due anni prima. Dagli anni Trenta a oggi, solo con George Bush Jr, nel 2002, ciò non è avvenuto (ma nel contesto straordinario dell’11 settembre).

L’estrema impopolarità di Trump e delle sue politiche, la crescente mobilitazione dei democratici e il probabile sfaldarsi della coalizione che ha portato Trump alla vittoria nel 2024 (con il quasi certo ritorno ai democratici di molti voti ispanici) lasciano presagire che questa sconfitta potrebbe essere anche più netta del previsto e, in caso di slavina, estendersi al Senato, dove la maggioranza repubblicane è più solida e la mappa elettorale del 2026 più favorevole. Un Congresso, o anche solo una Camera, in mano ai democratici imporrebbe un compromesso sulla legge di bilancio e offrirebbe loro il controllo delle Commissioni e la possibilità di avviare indagini se non sul presidente quantomeno su importanti, e problematici, membri della sua amministrazione. Un’eventualità da prevenire a ogni costo, anche riattivando pratiche antiche – e a destra spesso rimpiante – di aggressiva limitazione del diritto di voto.

domenica 8 febbraio 2026

Il maranza sotto la lente

 

fenomenologia del maranzismo
Tendenze. Non è una sottocultura violenta, ma un’estetica su cui viene proiettata una paura sociale e razziale. Viene dalle periferie e ha come rappresentanti Sayf (che sarà a Sanremo), Simba La Rue, Baby Gang, che riempiono le classifiche

Il maranza, chi è costui? Secondo l’Accademia della Crusca, «è un ragazzo o, meno frequentemente, ragazza, che appartiene a gruppi di giovani che condividono e ostentano atteggiamenti da strada, particolari gusti musicali, capi d’abbigliamento e accessori appariscenti e un linguaggio spesso volgare». La questione è artisticamente rilevante, visto che la musica – il rap, nello specifico – fa parte della definizione stessa del maranza. Almeno oggi, perché alle orecchie di chi ha vissuto gli anni 80 italiani, la parola ricorda un mix tra certi personaggi debordanti della prima tv berlusconiana e gli sbruffoni con l’auto a motore turbo, poi evolutosi nei tamarri o truzzi, discendenti più longevi di quella prima stirpe apparsa sul suolo nazionale. Ma questa è storia, e serve a poco ricordare che già nel 1988, un Jovanotti – molto meno ascetico di oggi – ne cantasse le lodi nella canzone Il capo della banda.

Il maranza contemporaneo è il prodotto di una riconfigurazione profonda, in cui il rap ha avuto un ruolo determinante. Sul tema, un contributo particolarmente lucido arriva dal libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza (Agenzia X, 2025) del giornalista Gabriel Seroussi, che sostiene, tra le altre cose, che il termine non sia altro «che un’etichetta posta di fronte a un orizzonte culturale ormai molto ampio». Questa famigerata etichetta finisce per appiccicarsi addosso a giovani nordafricani, o comunque provenienti da comunità razzializzate, che vivono nelle periferie urbane, soprattutto del Nord Italia; a ragazzi che indossano tute in acetato e borselli Gucci a tracolla; a rapper che cantano con rime molto esplicite di risse, soldi facili e storie di marginalità e, infine, a piccoli delinquenti reali o presunti, che incarnano il nemico urbano: tutti radunati sotto lo stesso cappello semantico, che si regge su scelte estetiche e talvolta (non sempre) sull’origine dei genitori, più che su comportamenti concreti.

La questione è musicalmente rilevante anche perché un cosiddetto maranza, Sayf – all’anagrafe Adam Viacava, madre tunisina e padre italiano – parteciperà al 76mo Festival di Sanremo. «Credo che le persone mi associno comunque a un immaginario, passami il termine, maranza», racconta lui stesso a Seroussi. «Lo fanno perché questo è il mio background, le situazioni sono le stesse, e io non voglio assolutamente dissociarmene». Aggiunge Seroussi: «Sayf si muove in un contesto in cui gli artisti sono spesso costretti ad aderire a modelli e prototipi. Il mercato sembra infatti favorire i rapper facilmente incasellabili, uno fotocopia dell’altro». Dallo stesso mondo provengono molti nomi che hanno riempito le classifiche negli ultimi anni: Simba La Rue, Baby Gang, Artie 5ive, Helmi Sa7bi, 8blevrai, Nabi, solo per fare qualche nome. Ma rapper di seconda generazione sono stati, e sono, anche Amir Issaa, Maruego, Tommy Kuti, Mahmood e Ghali. Quest’ultimo, in particolare, ha segnato un punto di svolta nella percezione di quest’arte figlia dell’ibridazione culturale. Ghali era dunque un maranza, o un proto-maranza? Dipende dai punti di vista: quando il rapper di Baggio è arrivato al successo, di maranza ancora non si parlava. Il rapper-maranza può anche essere italiano? Sicuramente sì, se per maranza si intende il codice estetico-artistico, e non la provenienza etnica. A guardare meglio, verrebbe da dire un’altra cosa: il maranzismo non è una sottocultura violenta, ma una sottocultura estetica su cui viene proiettata una paura sociale e razziale. Ma c’è un altro lato della medaglia, che va oltre le formulazioni teoriche: per moltissimi ragazzi di periferia il rap è uno strumento di riscatto. Scrivere rime, costruire un flow, trovare un pubblico significa entrare per la prima volta nel nostro sistema di produzione culturale. Succede anche nei laboratori rap attivati in alcuni istituti penali per minorenni, dove la musica funziona insieme come elaborazione del vissuto e accesso a un circuito professionale.

Eppure, in un Paese in cui appelli come «Basta maranza!» circolano sui social, in cui decreti sulla sicurezza vengono ribattezzati informalmente “anti-maranza”, e in cui non sono mancate ronde anti-maranza organizzate da gruppi neofascisti, l’estetica di una sottocultura – di cui il rap è una delle espressioni più visibili – continua a essere spesso confusa con una minaccia sociale. Tornando alla presenza di Sayf sul palco dell’Ariston, definiamolo dunque “maranza”, anche a costo di forzare l’etichetta, perché in effetti la sua musica è piuttosto un impasto tra cantautorato di matrice genovese e melodie influenzate dai ritmi delle periferie del mondo. Ma va bene così: vedere un maranza su quel palco potrebbe costringere qualche spettatore a rinegoziare lo sguardo. Se il maranza può stare lì, con Carlo Conti e Laura Pausini, allora forse non è il mostro che si dice. Di mostruoso, al contrario, c’è lo sguardo che lo ha inventato e che mette insieme tutto, senza fare distinzioni. In ogni caso, quella parte d’Italia, multirazziale e in crescita, spesso evocata per essere respinta, è già dentro la colonna sonora del Paese.

Lublino

 


Cultura e storia a Lublino, perla nascosta della Polonia
Città da scoprire. Nell’Est del Paese, vanta uno dei borghi medievali meglio conservati del continente e la sua atmosfera vibrante le ha fatto meritare il titolo di Capitale Europea della Cultura nel 2029

La Polonia meno conosciuta si distende a est della Vistola, accarezza pianure e città, svela un dialogo millenario tra Oriente e Occidente. Con più di settecento anni di storia e oltre 320mila abitanti, Lublino è custode e simbolo di quest’eredità: ottava città polacca, Capitale dei Giovani 2023 - anche grazie alle nove università cittadine - e futura Capitale europea della Cultura 2029., è collegata all’Italia con voli diretti da Milano Orio.

Qui, ad appena 150 chilometri da Varsavia, non troverete l’atmosfera austroungarica di Cracovia o i vissuti prussiani di Breslavia e Poznań. Lublino è «il luogo dove Est e Ovest hanno imparato a parlarsi», avverte lo storico Jerzy Kłoczowski. Questa “City of inspiration”, come ama definirsi, va sorseggiata con calma. Prendete il castello medievale, ora ricostruito in versione neogotica, con la cappella della Santa Trinità ricca di affreschi bizantino-rutenici di inizio Quattrocento: qui il 1° luglio 1569 venne firmata l’Unione di Lublino, fusione pacifica tra Regno di Polonia e Granducato di Lituania. Una gigantesca confederazione che comprendeva Polonia e Stati baltici, ma anche parte di Russia, Bielorussia, Ucraina, Romania, Moldavia e Slovacchia. Il primo mattone della futura Ue.

Dal castello attraversate poi la Porta Grodzka per entrare nella città vecchia: ci riporta all’antica Lublino, così colta da meritare l’appellativo di “Oxford ebraica” grazie alle scuole dove studiare Talmud e Kabbalah. Oggi gli ebrei sono scomparsi, ma una visita al “NN Theatre Centre” racconta bene la loro storia, così come una passeggiata in uno dei più antichi cimiteri israelitici d’Europa. Nella zona ebraica è poi d’obbligo una tappa da Kuźmiuk, tradizionale forno artigianale dove troverete la celebre Cebularz, frittella ashkenazita di pasta di grano con cipolle. Non lontano ecco Mandragora, esperienza quasi più culturale che gastronomica: un viaggio nelle radici della cucina ebraica, condito da musica klezmer. Qui è stato girato A Real Pain, il capolavoro di Jesse Eisenberg premiato lo scorso anno con un Oscar a Kieran Culkin come migliore attore non protagonista. Tutto intorno la città vecchia rivela la polifonia culturale di Lublino: cattolica ed ebraica, gotica e barocca, con un pizzico di eclettismo, brutalismo e realismo comunista.

La vita notturna pulsa invece tra le mille luci e le immense fontane della moderna Litewski Square, a due passi dalla facciata multimediale del Centro per l’Incontro delle Culture, il Centrum Spotkania Kultur - il più grande della Polonia orientale - amato dalle produzioni Netflix, che vi ha ambientato la serie 1983.

Tra i ristoranti da non perdere vanno ricordati l’aeronautico Ansaldo, accanto all’ex aeroporto nel quartiere Bronowice, da dove l’aereo Ansaldo A.1 Balilla decollò per la prima volta nel 1921, e con sapori che riportano al periodo d’oro tra le due guerre, l’elegante The Olive nell’affascinante hotel Ilan, e la maxibirreria Perlowa con il suo bar da record lungo trenta metri.

Nella regione intorno alla città si trova Majdanek, uno dei più grandi campi di concentramento nazisti, liberato dai sovietici nel luglio 1944. Non ci sono file o controlli, l’ingresso è gratuito e permette di compiere un viaggio toccante in uno dei momenti più dolorosi della lunga storia della Polonia. Tutt’altra atmosfera si respira a Zamość, patrimonio Unesco, una sorta di città ideale rinascimentale italiana teletrasportata in terra polacca per volere del ricco magnate Jan Zamoyski, che la fondò nel 1580. A progettarla fu Bernardo Morando, amico del nobile polacco nonché suo compagno di studi all’università di Padova. Splendida la geometrica Piazza del Mercato, dominata dal municipio di sapore barocco-rinascimentale, un pezzetto di Italia nel cuore delle grandi pianure dell’Est Europa. Altrettanto grandioso è il settecentesco Palazzo Kozłówka, Versailles polacca perfettamente preservata nel suo ardore neoclassico e Rococò.

Tornando a Lublino, la città attende il 2029 in cui sarà Capitale Europea della Cultura, con centinaia di eventi culturali, teatro, musica alternativa, arti circensi. Preparatevi alle sorprese. La città «è un trucco, una distrazione, un’illusione ottica» sorride la scrittrice americana Manya Wilkinson, che a Lublin, questo il titolo del suo libro del 2024, ha dedicato un trionfo narrativo dell’assurdo, ricco di magia e di humour. Il miglior antipasto, assieme al film di Eisenberg, per preparare un viaggio alla scoperta di una Polonia che ancora in pochi conoscono.