giovedì 25 giugno 2026

Marc Bloch. La cerimonia


Franck Johannès
Marc Bloch fa il suo ingresso nel Pantheon in un momento toccante di comunione repubblicana
Le Monde, 24 giugno 2026

Comodamente insediato nel firmamento degli storici, Marc Bloch deve aver tirato un sospiro di soddisfazione. Il suo ingresso al Panthéon, martedì 23 giugno, si è trasformato in un commovente momento di comunione repubblicana, osservato con attenzione dalla sua famiglia, che egli amava sopra ogni altra cosa. Testi toccanti, interpretati alla perfezione dagli attori Jacques Gamblin e Lou de Laâge – lui tutto vestito di nero, lei tutta in chiaro – con una scenografia semplice, avvolti dalla malinconica Pavana del compositore Gabriel Fauré. Persino gli ordini militari, sempre un po' ridicoli, non lo turbavano; Marc Bloch ha sempre nutrito rispetto per l'esercito.

Martedì a Parigi faceva caldo come durante la terribile estate del 1940, ma la piazza e l'area intorno al Panthéon erano gremite di una folla festante che applaudiva la lenta processione dei cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie Simonne. Una donna reggeva un cartello con la scritta "Grazie!"e 700 scolari ben educati osservavano il feretro dell'uomo che la loro insegnante aveva descritto loro per settimane."Credo nei giovani", scrisse Marc Bloch al figlio maggiore nel 1942. "Personalmente, non ho particolare rispetto per l'età."

È sepolto a Les Fougères, a Bourg-d'Hem, nella sua casa nella regione della Creuse. Simonne morì poco dopo di lui, sotto falso nome, e nessuno sa dove riposi. Nei cenotafi, i Bloch hanno collocato felci, copie delle sue medaglie militari – a cui era molto affezionato – lettere, una poesia dedicata alla moglie, il suo testamento del 1941 e una pagina della sua Apologia della storia.

La coppia è stata sepolta nella cripta 13 del Pantheon, dove già riposano Missak e Mélinée Manouchian, Maurice Genevoix e Josephine Baker. Si tratta della"cripta Macron", dove sono sepolte queste figure, onorate durante i due mandati del Presidente della Repubblica, insieme a Simone Veil e Robert Badinter.

L'omaggio al grande storico – il primo a essere sepolto nel Panthéon dal 1791 – si è articolato in sette quadri commemorativi, a partire dalla fine. Si è iniziato con "Schiavo n. 14", il quattordicesimo dei 28 corpi allineati, colpito alla schiena dai tedeschi in un campo vicino a Lione il 16 giugno 1944. Fu identificato molto più tardi dalla figlia Alice grazie alla cravatta e a un pezzo dei suoi occhiali. Il secondo quadro ha ripercorso il percorso dello storico attraverso le due guerre mondiali, dal suo battesimo del fuoco come sergente Bloch, a 28 anni nel 1914, al suo innegabile coraggio fisico (Croix de Guerre e quattro encomi) e alla sua ascesa al grado di capitano – un traguardo raro per un civile.

"Il piccolo mega"

Fu richiamato alle armi nel 1938, all'età di 52 anni, un incarico che avrebbe potuto evitare vista la sua età e i suoi sei figli. Dopo la sconfitta, nella Rennes occupata, abbandonò l'uniforme, indossò una giacca e con notevole compostezza prese il treno per raggiungere la sua famiglia nella regione della Creuse. Fu lì che scrisse il suo libro più noto, "La strana sconfitta", pubblicato postumo, un'analisi senza compromessi della codardia che portò alla guerra.

Il seguente ritratto si concentra sulla famiglia Bloch, ebrei alsaziani non praticanti che scelsero la cittadinanza francese dopo la sconfitta del 1870. Raffigura l'imponente figura del padre, Gustave Bloch, professore all'École Normale Supérieure, soprannominato "il grande mega", un'allusione sia allo scheletro di un enorme megaterio che si ergeva nell'atrio della scuola, sia alla considerevole circonferenza della vita del rispettato professore. Marc, che divenne"il piccolo mega", eccelse in tutte le discipline, conseguendo presto l'agrégation in storia e geografia e poi il dottorato in letteratura. Nel 1919 sposò Simonne Vidal, una giovane donna benestante della borghesia ebraica.

I soldati circondano i cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie, Simonne Bloch, durante la cerimonia commemorativa al Pantheon di Parigi il 23 giugno 2026.

La cerimonia si è rapidamente allontanata dal ruolo di Simonne. Sebbene abbia certamente incoraggiato e revisionato le opere del suo amato marito e cresciuto i loro sei figli, in definitiva si sa poco di lei, se non che fu il grande amore di Marc Bloch. Vincent Delerm e Anne Sila hanno cantato la bellissima " Ballade triste", che lui aveva scritto per lei nel 1943:"La strada a volte era difficile / Il fardello a volte era pesante per noi / Ma eravamo in due, amore mio". Proprio la mattina del suo arresto, le scrisse:"Perdonami per essere stato così lontano".

Simonne, come lui, non aveva dubbi sul formidabile contributo intellettuale di Marc Bloch. Con il suo alter ego, Lucien Febvre, e la Scuola delle Annales, rivoluzionò la metodologia storiografica. Bloch non vedeva alcun motivo per elencare le date principali delle battaglie o scrivere biografie, ed era appassionato di sociologia, economia, paesaggi e mentalità. La sua opera principale rimase a lungo appannaggio degli specialisti.

Contrario alla presenza del Rassemblement National

La cerimonia ha infine sottolineato il profondo attaccamento di Marc Bloch alla Francia e, in quanto uomo di sinistra, alla democrazia. "Sono ebreo", scrisse Marc Bloch in "Strange Defeat ", " se non per religione, che non pratico, né per altra, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio né vergogna, essendo, spero, uno storico abbastanza competente da non ignorare che le predisposizioni razziali sono un mito e la stessa nozione di razza pura un'assurdità particolarmente palese  (...) Affermo le mie origini solo in un caso: quando mi trovo di fronte a un antisemita."

Aggiunge inoltre che la Francia è la sua patria nel cuore. "Ci sono nato, ho bevuto alle sorgenti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, respiro bene solo sotto il suo cielo e, a mia volta, mi sono sforzato di difenderla al meglio delle mie possibilità."

Emmanuel Macron, che ha celebrato la sua sesta sepoltura al Panthéon, ha chiuso la serata con un discorso piuttosto pregevole, una lunga condanna del regime di Vichy e dell'antisemitismo, che non poteva che compiacere la famiglia Bloch. Quest'ultima si era infatti opposta con veemenza alla presenza del Rassemblement National, partito fondato in particolare da ex membri delle Waffen-SS.

Il Presidente della Repubblica, che naturalmente difende anche la propria posizione, ha sottolineato lo "spirito di sconfitta"che pervade "la nostra vita pubblica" ."Sono stati pochi a riaccendere le braci di ciò che siamo e a salvare l'onore e l'anima della Francia", ha affermato il Capo dello Stato, rendendo omaggio con una bella frase all'"erede dell'Illuminismo" che, nella Resistenza,"scelse l'esercito delle ombre".

E, cosa ancora più insolita, Emmanuel Macron ha ricordato che durante i tre mesi di prigionia nelle mani della Gestapo, sanguinante, con i polsi rotti e sottoposto sette volte al waterboarding, lo storico aveva parlato, come la maggior parte dei membri della Resistenza. Aveva fatto i nomi di persone già note o che si erano rifugiate a Londra, come rivelato dallo storico tedesco Peter Schöttler. Marc Bloch era anche un uomo di 57 anni, debilitato dall'artrite, che avrebbe detestato che la sua vita venisse glorificata. Voleva che sulla sua lapide fosse incisa la scritta "Dilexit veritatem  " ("Ha amato la verità").

Meglio morto che gay


Pino Di Blasio
I tormenti di Mirko, ucciso dal padre a Camaiore: "Per lui sono la rovina della famiglia"

La Stampa, 25 giugno 2026

Un figlio che si raccontava molto sui social, Mirko, sotto il nickname Michelangelo Andreoni, il cognome della madre. Le sue canzoni rap postate, l’ultima con il titolo La fine, il monologo struggente dedicato alla madre, definita «la mia complice di vita, la mia forza, la mia migliore amica». Quella frase brutale attribuita al padre dopo il suo coming out nell’ottobre del 2022. «Mio padre non lo accetta, mi ha detto che sono la rovina della famiglia. È brutto pensare che un padre ti preferisce morto che gay».

I familiari raccontano che il ragazzo, cameriere in un locale della Versilia, comincia a bere, minaccia atti estremi, viene sottoposto a trattamenti sanitari, si lega sempre di più alla madre Kety, passeggia solo con lei. La donna lavora come assistente sanitaria in una casa di riposo. Piero Moriconi è muratore, lavora come carpentiere in un’impresa della zona, ama cacciare e andare per funghi e il suo profilo social è quasi inesistente, solo rare foto e 15 amici in tutto.

Litigi continui, urla e preoccupazioni crescenti dei familiari. Fino all’epilogo tragico poco dopo le 14,30 del 24 giugno. Mirko era andato a pranzo dagli zii, Luciano Mallegni e Pierina Moriconi, sorella del babbo. Abitano vicino casa sua, il giovane è molto legato alla loro figlia. Dopo pranzo torna a casa e lì accade qualcosa di brutto. L’ennesimo litigio con il padre, quelle parole «Ora basta», gli spari sentiti distintamente dai vicini.

Luciano Mallegni e suo figlio si precipitano fuori, capiscono che è accaduto qualcosa di grave. Il ragazzo chiama il 118, parte la macchina dei soccorsi e il duplice delitto viene scoperto. «Avevo paura che potesse succedere qualcosa di brutto - ha confessato ai giornalisti il cognato Luciano - litigavano sempre, Piero è una pasta d’uomo, gli urlavano contro. Ma non volevano separarsi».

Piero Moriconi

 (ansa)

Anche se è diventata la tesi dominante, dietro gli spari al figlio Mirko e alla moglie Kety non sembra esserci solo la non accettazione da parte di Piero Moriconi dell’omosessualità del ragazzo. Forse più un mix di sentimenti di avversione, quel sentirsi escluso dal rapporto strettissimo tra madre e figlio. Lo accerteranno gli inquirenti dopo l’interrogatorio di garanzia, che sarà fissato nelle prossime ore. Il sostituto procuratore incaricato dell’inchiesta è Elena Leone, della procura di Lucca.

La Chiesa e la società italiana

Marco Marzano
Destra e sinistra clericale, sull'identità dei cattolici Ruini ha avuto ragione

Domani, 24 giugno 2026

Sbagliava il Cardinal Ruini quando immaginava che la Chiesa italiana sotto la sua guida avrebbe potuto invertire il trend della secolarizzazione. Si illudeva l’alto prelato quando pensava che dall’Italia potesse partire la riconquista cattolica dell’Occidente.

Nei trentacinque anni che ci separano dall’avvio della sua presidenza della Cei il numero di praticanti in rapporto alla popolazione nel nostro paese è diminuito drasticamente al pari di tutti gli altri indicatori di religiosità. Quelli della fede e della pratica religiosa sono, in un paese libero, terreni sul quale la “presenza” e la combattività non bastano per conquistare proseliti. Ruini non si è mai arreso a questa evidenza e questo è stato per me il suo limite principale.

Il «senso comune»


Su un altro terreno però il cardinale ci aveva visto lungo. Aveva infatti ragione Ruini a definire il cattolicesimo il «senso comune degli italiani», il cuore della nostra identità nazionale. Si tratta di un dato ancora più evidente oggi rispetto ai decenni passati nei quali l’ex presidente della Cei aveva di fatto assunto la guida politico-culturale del centrodestra.

Da un lato, infatti, lo schieramento conservatore si mostra in continuità assoluta con le battaglie che resero celebre il cardinale: quelle contro l’eutanasia, contro i diritti delle coppie omosessuali, in difesa delle famiglie tradizionali, eccetera. Dall’altro lato, tuttavia anche la sinistra è divenuta assai clericale, cioè disposta ad assegnare uno statuto particolare alle parole dei prelati e soprattutto a quelle dei dirigenti della Chiesa, pontefice in testa.

La mutazione è diventata palese dopo l’elezione di papa Francesco, ma covava da tempo nel ventre della sinistra italiana, risalendo agli anni nei quali la consistenza delle ideologie di sinistra ha iniziato a squagliarsi sino a scomparire del tutto.

La Dottrina Sociale della Chiesa che papa Leone sta rivitalizzando e che era nata per contrastare, da posizioni conservatrici, l’ascesa del socialismo a fine Ottocento è finita per diventare il manifesto culturale che la sinistra ha fatto proprio. Il vuoto lasciato dalla crisi del marxismo e del socialismo è stato riempito da un ritorno al cattolicesimo, dalla constatazione che esso oggi rappresenti la miglior risposta, sul piano culturale, ai bisogni dei più deboli e dei sofferenti.

Grande madre chiesa


Ovviamente, la condizione imprescindibile perché la Chiesa mantenga la sua posizione egemonica, perché il suo pensiero e la sua predicazione possano servire la destra come la sinistra risiede nel fatto che ciò che l’uno pesca l’altro rigetta, e viceversa. A destra si difende l’atteggiamento della Chiesa verso la nascita e la morte, le differenze di genere, le istituzioni familiari tradizionali; a sinistra, si sostengono le posizioni della stessa istituzione verso i migranti e la guerra.

Ciascuna delle due parti esalta quella porzione della dottrina cattolica in linea con i propri convincimenti, oscurando il fatto che entrambe siano parte di un unico grande messaggio unitario. Tutti i papi infatti hanno tuonato contro l’aborto, la presunta ideologia gender e il matrimonio egualitario con la stessa determinazione riservata agli appalli contro la guerra o a favore dei migranti. Ma le due parti sentono solo quello che vogliono sentire.

Da questo punto di vista la destra e la sinistra assomigliano a due figlioli litigiosi della stessa madre (Santa Madre Chiesa per l’appunto) della quale si disputano furiosamente l’affetto, della quale si dichiarano ciascuno l’unico erede legittimo, il solo autentico oggetto d’amore. Quando la mamma o il suo rappresentante terreno vengono insultati, ad esempio da Trump, destra e sinistra reagiscono allo stesso modo, ritrovando per un attimo un sentimento comune. Quando il presidente americano offende il papa, offende anche l’Italia, che del pontificato è la sede e, per molti versi, anche la vera patria.

Insomma, la destra italiana è cattolica, per motivi assai diversi, quanto la sinistra. L’esistenza della Dc e di forti apparati culturali e organizzativi laici, di “chiese” ideologicamente alternative a quella cattolica ha mascherato a lungo questo dato, ora divenuto palese e conclamato. La Chiesa si conferma l’unica istituzione granitica del paese in tempi nei quali a dilagare è la liquidità (dei partiti, delle idee, delle organizzazioni, dei leaders).

Se è vero che la sua voce si è fatta più flebile nelle spopolate navate delle chiese è altrettanto vero che essa si è fatta più alta nei social e nella produzione culturale diffusa. Sua Eminenza non potrebbe che esserne soddisfatto.

Le sorelle ritrovate

Viviana Daloiso
Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya

Avvenire, 25 giugno 2026

«Non hanno fatto salti di gioia», ripete ai giornalisti il procuratore capo di Sulmona Luciano D'Angelo. Non hanno abbracciato i soccorritori dopo quindici giorni di ricerche che hanno tenuto con il fiato sospeso due regioni e mobilitato decine di investigatori. Quando i militari hanno aperto la porta dell'appartamento di Formia dove erano nascoste, Sarah e Alisya, 16 e 12 anni, si sono chiuse nella stanza in cui vivevano da giorni. E quando è arrivato il momento di lasciarla, quella casa, la più piccola avrebbe opposto anche resistenza, spiegando di voler restare con la sua mamma. È uno dei dettagli emersi dalla conferenza stampa con cui stamane, il giorno dopo il ritrovamento delle due sorelline scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, gli inquirenti hanno ricostruito l'ennesima vicenda che riguarda i minori nel nostro Paese e che - da qualsiasi parte la si guardi - ha dello sconfortante. Niente gialli, o rapimenti, ma una guerra familiare combattuta sulla pelle di due figlie e di cui queste ultime sono anche le uniche vere vittime.
La loro fuga si è conclusa domenica sera a Formia, nel quartiere Rio Fresco. Le ragazze erano ospitate nell'abitazione di una donna di ottant'anni, parente acquisita della madre, Valentina D'Acunto. Secondo la ricostruzione degli investigatori vivevano in una stanza dalla quale non potevano uscire né aprire le persiane, quasi segregate. Guardavano la televisione, seguivano i telegiornali che raccontavano la loro scomparsa e aspettavano. Non è ancora chiaro per quanto tempo sarebbero dovute restare lì né quale fosse il progetto elaborato dagli adulti che le avevano portate via. La Procura ha disposto il fermo della madre, del compagno della donna, del nonno materno e della proprietaria della casa con l'accusa di sequestro di persona. Ma il procuratore ha subito chiarito che la vicenda non va letta come una normale storia criminale: «Non stiamo festeggiando degli arresti, ma la liberazione di due ragazze. E questa è una storia di amore genitoriale malato: mi riferisco al fatto che quelle bambine hanno due genitori, non un solo genitore, la madre. Sono due genitori che hanno rinunciato al primo dovere che ha chiunque abbia la fortuna e l'onere di diventare genitore, ossia essere portatori di un amore disinteressato, mettere al primo posto l'interesse dei minori. Queste ragazzine da quando avevano 6 e 3 anni non hanno mai avuto alcuno che si occupasse di loro, il massimo dell'attenzione è stata in questi giorni: un'attenzione, mediatica forse anche oltremisura». Parole pesanti, soprattutto perché arrivano al termine di un'indagine che ha costretto i magistrati a immergersi in una separazione tormentata. Lo stesso D'Angelo ha raccontato che una delle prime attività investigative è stata acquisire gli atti delle cause familiari per comprendere il contesto nel quale erano maturati gli eventi: anni di scontri giudiziari, denunce, accuse reciproche e decisioni assunte dai tribunali per tentare di gestire una conflittualità diventata ingestibile. Una situazione talmente compromessa da portare i giudici, pur in assenza di abusi e di maltrattamenti, ad allontanare le ragazze da mamma e papà revocando loro la potestà genitoriale, per poi inserirle nella struttura protetta dalla quale sono poi scappate. 

L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
Adesso Sarah e Alisya sono state trasferite in una nuova struttura protetta. Il padre, Stefano Di Giacinto (che nel contesto del lungo contenzioso familiare aveva più volte accusato la madre di manipolare le figlie e per cui a fine maggio il Tribunale per i minorenni di Cassino aveva disposto il ripristino della responsabilità genitoriale) ha chiesto che vengano collocate in un luogo sicuro e che sia dato loro il tempo necessario per elaborare quanto accaduto. È probabilmente l'unica certezza possibile in questa fase. Il lieto fine, se così si può definire, riguarda soltanto il loro ritrovamento in buone condizioni di salute fisica. Il resto della loro esistenza va ricucito da un mondo adulto che, almeno finora, ha fallito. Dai genitori che per anni hanno trasformato la separazione in una guerra permanente fino alle istituzioni chiamate a governarne le conseguenze. La vicenda d'altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall'altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell'ennesima battaglia ideologica, nonostante l'appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l'interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare.