Paolo Bricco
Il cesarismo incontrollato, soprattutto Usa, è specchio della deriva dell’Occidente
Il Sole 24ore, 3 maggio 2026
Luigi Zanda. Tra i ricordi le misure per la crisi energetica del 1973
(ricerca di nuove fonti, nucleare): «Nei corsi e nei ricorsi la
situazione di allora non era molto diversa dall’attuale»
«Telefonano. Suonano alla porta di casa. Io li faccio accomodare
sulla poltrona o sul divano del salone. E poi loro parlano, parlano,
parlano. Sono giornalisti e politici, dirigenti delle aziende
pubbliche e della Rai. Redattori in pensione, ex parlamentari,
protagonisti della economia pubblica. Sono fuori dai giochi. Non solo
per l’età. Non conoscono più le regole. È cambiato tutto. Sono
amici. Ogni tanto mi sembra di avere aperto un ambulatorio».
Luigi
Zanda sorride. Per biologia e per cultura è un uomo di fiducia,
versione perbene. È astuto, ma non furbastro. È pragmatico, ma non
(troppo) cinico. È veloce, ma non violento. Sa molto di quello che è
capitato in questo felice e disgraziato Paese. Ad alcuni passaggi ha
assistito e ne è stato parte. L’Italia è un posto di ombre
abitate da persone per male vestite da uomini irreprensibili, ma
anche di angoli ben puliti e illuminati e di terreni fertili e
accoglienti per gli uomini ragionevoli e per i gentiluomini. Per fare
dialogare realtà lontane, servono personalità in grado di ascoltare
e di consigliare, di mediare e di anticipare, di fare decidere gli
altri e di decidere loro stessi. Siamo da Pierluigi, in Piazza De’
Ricci: «È una delle piazze di Roma che amo di più. Domenica ero
qui a mangiare», dice Zanda che viene accolto senza cerimonie ma con
molta intimità dal ristoratore, Roberto Lisi. Lisi, che è
proprietario dal 1980, ci assegna un tavolo tranquillo in fondo alla
piazza.
Il
cameriere porta subito dei moscardini fritti e delle frittelle di
verdura in tempura, molto buone. Quindi, versa a entrambi un
bicchiere di vermentino fresco. Zanda - classe 1942 - ha tre cifre.
Non è una persona sadica, come dimostrano le sue parole, affettuose
ma senza sottili protervie, per quelli che si accomodano nel suo
salotto per parlare e sfogarsi, discutere e non capire. È in grado
di guidare, se necessario, la prima linea: è stato presidente del
Consorzio Venezia Nuova per la costruzione del Mose («Con me non vi
fu nessun problema giudiziario»), ha guidato il consiglio di
amministrazione di Lottomatica, è stato presidente delle Scuderie
del Quirinale e dell’Agenzia per il Giubileo del Duemila ed è
stato senatore - dal 2003 al 2022 - in un partito come il Pd,
perennemente frustrato e kabulizzato. Ha uno sguardo articolato in
grado di instaurare legami fra l’Italia e lo scenario
internazionale, le comunità e lo Stato, la politica e l’economia,
quello che si vede e quello che non si vede: per questo non è
soltanto da ascoltare sul passato, ma anche sul presente e sul futuro
(al Festival dell’Economia di Trento sarà presente sabato 23
maggio, partecipando al panel “Splendore e morte del diritto
internazionale”).
Arriva
un piatto notevole: una tagliatella di calamaro con gazpacho di
pomodoro. Suo padre Efisio Zanda Loy – nome e natali sardi, di
Talana, in provincia di Nuoro – è a capo della polizia in anni –
fra il 1973 e il 1975 – segnati dal rapimento del magistrato Mario
Sossi, dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, dall’attentato
contro il treno Italicus e dall’arresto del capo delle Br Renato
Curcio. La madre Licia è insegnante di filosofia. Luigi trascorre
l’adolescenza a Roma, dove è uno studente discontinuo: «Mi sono
ritirato due volte da scuola a maggio, prima di essere bocciato: in
quinta ginnasio e in prima liceo. Durante gli anni di università
giocavo tutte le notti a bridge. I miei erano preoccupati per le mie
intemperanze. Mi sono laureato a 22 anni in legge a Macerata, dove
potevi dare gli esami senza frequentare le lezioni. Ho conosciuto il
piacere dell’accumulazione e della composizione della cultura
lavorando». Zanda fa la pratica legale a Nuoro nello studio di Nino
Zuddas, un avvocato che era stato compagno di scuola di Indro
Montanelli, durante l’infanzia in Sardegna del futuro giornalista.
Per
Zanda Roma è una calamita. Nel 1973 è segretario della commissione
governativa sulla crisi energetica. Ne fanno parte Franco Piga,
Giorgio Ruffolo, Antonio Maccanico ed Egidio Ortona, ambasciatore
italiano negli Stati Uniti. La commissione identifica le misure
necessarie: risparmio, ricerca di nuove fonti, sviluppo del nucleare
civile: «Nei corsi e nei ricorsi storici la situazione di allora non
era molto diversa dall’attuale». La commissione ha il suo ufficio
a Palazzo Chigi, dove ha un suo ufficio anche Francesco Cossiga, che
si occupa di Alto Adige. Sono quattro i sardi (o italiani di origine
sarda) che frequentano Palazzo Chigi: oltre a Cossiga e a Piga, ci
sono Sergio Berlinguer e appunto Zanda.
Cossiga
diventa ministro della Riforma della pubblica amministrazione nel
quarto governo di Aldo Moro nel 1974. Zanda è suo vicecapo di
gabinetto. Nel 1976 Cossiga diventa ministro degli Interni del quinto
governo Moro: «Cossiga era colto, divertente, pieno di fantasia.
Moro gli affidò gli Interni dicendo che, in un Paese complesso come
il nostro, serviva al Viminale una persona con quella dote. Aveva una
natura bipolare che sarebbe esplosa clinicamente con il senso di
colpa e di incapacità covato durante il sequestro di Aldo Moro e con
il travaglio dell’accusa di essere stato ambiguo e scorretto verso
le istituzioni nella vicenda di Marco Donat-Cattin, il figlio
brigatista del suo compagno di partito e amico Carlo Donat-Cattin».
Cossiga è l’atlantismo americano perseguito con convinzione ma
senza servilismi da parte della Democrazia Cristiana: «Sui missili
di Comiso lui cambiò idea quando a Bonn cenò con Helmut Schmidt
che, di fronte ai suoi tentennamenti, gli spiegò che lui non se li
poteva permettere, con 1.400 chilometri di filo spinato al confine e
i missili sovietici puntati dalla Repubblica democratica tedesca
verso la Repubblica federale tedesca». Cossiga è l’europeismo non
ancora piegato alla regolamentazione burocratica comunitaria e al
monopolio delle menti e dei mercati ed è il realismo politico
collante di istituzioni, appartenenza cattolica e laicità massoniche
che attraversano il Paese fin dall’Ottocento.
In
tavola viene portato un gigantesco – e delizioso - branzino
bollito, che mangiamo con grande gusto entrambi. Tutti e due
assaltiamo la maionese preparata dai cuochi del ristorante: buona sul
branzino, buona con il pane, buona da sola. Zanda – figlio di un
capo della polizia e amico e collaboratore di una anima (anche) scura
ma non oscura come Cossiga – non opera solo nei gangli dello Stato
e della politica. Dal 1981 diventa segretario generale e membro del
consiglio di amministrazione dell’Espresso. Eugenio Scalfari e
Carlo Caracciolo hanno costruito una galassia pervasiva e
manipolatoria, in grado di fare soldi, di generare influenza, di
unire l’informazione nazionale e internazionale con quella locale e
regionale, di definire i processi del potere e della rappresentanza
trasformando in capitale politico reale il capitale politico
potenziale del Partito Comunista Italiano. Scalfari è il geniale
cinismo della borghesia romana e meridionale non ancora piegato dal
narcisismo senile e tardo-adolescenziale di chi vuol essere filosofo
non accontentandosi di essere stato un ottimo imprenditore e un
eccellente giornalista. Caracciolo è la nobiltà italiana non
ridotta alle vigne di collina e alle tenute di campagna, ma capace di
divertirsi nel lavoro quotidiano dei giornali, nella conoscenza
diretta dei giornalisti che – alla domanda perché l’Espresso
fosse così bello e di successo – potevano rispondere «perché
lavoravamo un giorno a settimana, negli altri leggevamo libri,
andavamo al cinema, visitavamo mostre».
Zanda
è un uomo che appartiene ad entrambi i mondi, che sono complementari
e completativi del nostro Paese. Questi mondi entrano in collisione
quando l’Espresso e Repubblica imbastiscono la campagna contro
Cossiga presidente della Repubblica caso psichiatrico: «Scrissi un
articolo per prendere le distanze. Prima di spedirlo a Scalfari lo
mandai a Cossiga. Gli chiesi di leggerlo. Non mi diede mai una
valutazione compiuta su quell’intervento. Lui, tempo dopo, mi
avrebbe detto che l’intervento andava bene, ma che non lo avrebbero
mai pubblicato. Io, di fronte al suo silenzio, non lo spedii. Aveva
torto. Sarebbe stato pubblicato». Su questo Zanda rimane in silenzio
qualche secondo. Cossiga è Cossiga. Caracciolo è Caracciolo.
Scalfari è Scalfari. Trovarsi in mezzo alle guerre di potere e nelle
zone di confine fra i mondi può, anche, essere molto doloroso.
Nella
complessità delle cose, la trasformazione dell’Occidente è anche
nella rottura della dialettica fra politica e giornali: «Questo
accade in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. La fragilità dei
giornali e la difficoltà dei nuovi media di ereditarne numeri,
influenza e autorevolezza sono all’interno di una deriva sistemica
della democrazia occidentale. E il cesarismo senza controllo,
presente soprattutto negli Stati Uniti, ne è il portato
istituzionale».
Arriva
il carpaccio di ananas con bucce di arancio caramellate, frutti di
bosco e gelato alla vaniglia. E, mentre beviamo il caffè, in una
strana sovrapposizione fra l’ombra del padre e la fisicità del
figlio – Efisio che è ormai negli annali delle questure e Luigi
che dopo avere frequentato la storia si muove ancora nella cronaca –
mi rendo conto che appunto Luigi sembra una versione sarda e non
molisana, discreta e non rumorosa, meno feroce di Francesco
Ingravallo, il funzionario di polizia protagonista di Quer
pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda: «ubiquo ai
casi», dotato di «una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo
detto latino» e munito di «una certa conoscenza degli uomini: e
anche delle donne» .