Paolo Giordano 50 anni Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026
Stavo pensando intensamente agli U2, al portato finale della loro carriera. Quando, d’un tratto, è partita una versione jazzata, in quello stile Norah Jones che va di moda nei luoghi pubblici, di With Or Without You. Sincronicità, mi sono detto. Un segno. Forse il portato finale è proprio questo. Bisogna intendersi subito. Gli U2 sono stati una grande band, non occorre neppure ribadirlo. E il fatto che With Or Without You, in versione originale o à la Norah Jones, venga suonata da decenni in qualsiasi angolo negletto del pianeta è solo un’attestazione in più della loro grandezza. Gli U2 sono classici, e dei classici non si discute. Eppure, scrivere «bene» degli U2 oggi è quasi impossibile. Invecchiare da rockstar è una delle imprese più rischiose, ma si può farlo con più o meno classe. I R.E.M., per cercare un paragone che regga, si sono ritirati dalle scene in una china che era già discendente, ma non hanno lasciato il tempo a quello strascico di condizionare tutto quel che era stato prima. Gli U2 — e potrebbe anche questo essere un loro pregio dopotutto, una manifestazione sfacciata di libertà — non sembrano nemmeno essersi resi conto di quando il loro tempo è passato.
Ricordo il momento in cui ho comprato un nuovo smartphone e al primo avvio, nell’app di musica, mi sono ritrovato con un solo album in libreria, un album che non avevo scelto. Songs Of Innocence, U2. Per un po’ mi sono interrogato su quel mistero tecnologico. Era davvero molto distante da me l’idea che la band di Sunday Bloody Sunday potesse aver firmato un accordo con la Apple per essere, come dire, built-in nei loro dispositivi. Non era solo distante: era inquietante. E non aveva proprio nulla d’innocente. Per principio, quel disco non l’ho mai ascoltato.
Ecco, oltre alla leggenda gli U2 sono anche questo. In effetti negli ultimi vent’anni sono stati soprattutto questo. Immagino che ogni fan individui un momento diverso della loro transizione. Dall’essere una rock band immensa al diventare... che cosa? Una band istituzionale? Un brand? Il mio discrimine è il loro album che ho amato al di sopra di ogni altro. E che riconosco non essere, secondo parametri obiettivi, il migliore.
Pop, del 1997. Neppure l’app musicale lo annovera fra gli «essenziali» ma lo è per me. Avevo quattordici anni quando è uscito. Gli U2 lo hanno lanciato con un tour promozionale maestoso, qualcosa di mai visto prima. Il PopMart Tour si svolgeva sotto un grande arco giallo che corrispondeva a metà della M di McDonald’s. Bono Vox entrava in scena percorrendo un lungo corridoio tra i fan, vestito con una mantella da pugile, ballando techno. Per una rockstar ballare così, vestito così, non era affatto la soluzione più comoda nel 1997. Era una provocazione vera e propria. Durante il concerto suonavano Discothèque uscendo da un grande limone argentato. Il PopMart Tour era una critica alla globalizzazione e al consumismo, appena prima delle proteste di Seattle e di Genova, ma una critica portata avanti come una festa trionfale.
Non avevo avuto il permesso di andare a Reggio Emilia per l’unica data italiana, troppo giovane. Avevo guardato i primi venti minuti di concerto in diretta su Mtv, in preda all’esaltazione, poi mi ero tormentato per il resto della sera per tutto quello che mi stavo perdendo. Perché sapevo che era un momento irripetibile. Mi dispiace ancora oggi di non esserci stato. Se avessi un solo desiderio concertistico da esaudire rinuncerei ai Nirvana e anche a Woodstock. Tornerei a Reggio Emilia, al PopMart.
Oggi quel tour mi sembra anche una profezia avverata contro i suoi stessi ideatori. Il consumo, la globalizzazione e i brand hanno inghiottito gli U2, e loro si sono lasciati inghiottire con una sorta di gaudente rassegnazone come Stay ad esempio.
L’appropriazione spregiudicata dell’America da parte di un gruppo d’oltreoceano, tanto da intitolare il loro disco più iconico The Joshua Tree.
Una canzone come Bad.
La collaborazione lunghissima con produttori come Brian Eno e Daniel Lanois, dai quali si lasciavano portare in territori sofisticati, difficili, che non sarebbero necessariamente piaciuti a un largo pubblico (ma che poi piacevano).
Una canzone come The First Time.
L’amore per Berlino. L’amore per Wim Wenders. Achtung Baby, Batman.
Una canzone come Please.
Il pacifismo sincero, non di posa, grondante sangue invece, come può esserlo quello di quattro irlandesi della loro generazione (un tratto di continuità che non hanno mai abbandonato, da War a oggi).
Il falsetto acidulo e irresistibile di Bono. Quel modo un po’ funk, solo suo, di suonare la chitarra di The Edge.
Una canzone come Bullet The Blue Sky.
Questo mese gli U2 compiono cinquant’anni. C’è una data esatta, almeno secondo l’agiografia, il 25 settembre 1976, la prima prova insieme. Cinque giorni prima, il 20, Larry Mullen aveva messo un messaggio nella bacheca della scuola per arruolare altri musicisti e formare una band. Forse la loro carriera creativa non è durata davvero cinquant’anni da allora, sono stati all’incirca la metà. Ma non è poco. È molto più di molto, anzi. Per festeggiarli vado a cercare il PopMart Tour su internet e scopro che è disponibile una registrazione completa proprio della data di Reggio Emilia. Legale o no, la guardo dall’inizio alla fine. Non so come — altra sincronicità — era il 20 settembre anche quel giorno.
Federica Gregoratto I labirinti dei sentimenti: come ci si disinnamora Domani, 19 settembre 2026
Cos’è questo o quello? Quale la vera natura di una cosa, per esempio dell’amore? Noi filosofi (occidentali) abbiamo da sempre amato domande del genere. Nel tentativo ansiogeno di fissare un’essenza che ritorna sempre uguale, è facile perdersi nella foresta di particolari, lasciarci andare nella giostra vorticosa di un afflusso – agli occhi e alle orecchie, e agli altri sensi – di impressioni e figure caoticamente contrastanti. Le nostre menti e i nostri corpi desideranti e pensanti vorticano, quando cerchiamo di decidere qualcosa sulla (o sulle) verità dell’amore.
Come tracciare considerazioni filosofiche a proposito dell’esperienza erotica, se è proprio questa che manda a gambe all’aria una pratica di conoscenza alla disperata ricerca di risposte almeno abbastanza chiare e distinte? E il vortice accelera, sconsideratamente, quando ci troviamo non più all’inizio, non nel mezzo, ma verso il termine di questa esperienza. L’amore ci dividerà, cantavano malinconici e sognanti i Joy Division, quando la fine della vita di Ian Curtis era già un fatto – e come se fosse un dato di fatto: è perché ci siamo innamorati che ci disinnamoreremo? Che cosa vuol dire? E perché, poi, dovremmo porci davvero questa domanda?
Qualche anno fa ho avuto per la prima volta un episodio di “vertigine posizionale” – o, con un termine più romantico, “labirintite”. Al risveglio, girandomi nel letto da una parte all’altra, inizio a precipitare da un palazzo di venti piani, proprio come Scottie in La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (in effetti, il titolo originale è Vertigo). La prima volta che capita non hai idea di cosa stia succedendo. È spaventoso. Le volte successive, anche se lo sai, e sai che non è pericoloso e che può essere abbastanza comune, è ugualmente terrificante.
Quello che bisogna sapere è che la parte interna dell’orecchio, che ha il compito di registrare impressioni e immagini dal mondo là fuori e trasmetterle al cervello, e il cervello stesso, sono disconnessi. La vertigine è una rottura, abbastanza violenta, nel rapporto tra sé e il mondo. Si perde l’orientamento, ci si smarrisce nel labirinto tra sé stessi e l’altro – le altre persone, gli oggetti che puntellano e formano i nostri spazi quotidiani, la fitta e complessa rete di abitudini, ripetizioni, istituzioni che tiene tutto insieme. Non sai chi e dove sei, cosa succederà dopo.
Il mio primo episodio di labirintite mi aveva impedito per diverse settimane di andare a trovare il mio amante segreto, Lupo. Lupo e io eravamo segretamente amanti già da un po’ di tempo ormai, perché non avevamo ancora avuto una conversazione sull’amore, sul nostro perlomeno. Ero smarrita e senza orientamento, in quell’assenza di parole. «La donna innamorata», scrive Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, «attende» dolorosamente.
Qualche anno dopo, Roland Barthes darà a questo frammento di discorso amoroso un’intonazione maschile, dunque, almeno qui, fortunatamente, universale: «Sono innamorato? – Sì, poiché sto aspettando».
Nell’attesa di un discorso sull’amore, di risposte che stentano ad arrivare, si apre uno spazio in cui la filosofia può provare a fare qualcosa. Nella storia della filosofia occidentale, svariati tentativi sono stati fatti per rispondere alla domanda: «Che cos’è l’amore?», per far fronte alla vertigine. Tra le teorie più gettonate ci sono: l’amore è la fusione o l’unione profonda di anime e corpi, o almeno il desiderio di questa unione; il desiderio di stare insieme in uno stesso progetto; una forma di cura (più o meno) disinteressata per il bene di un’altra persona, di una collettività, del contesto in cui abitiamo; una serie di script e convenzioni sociali; una versione della fede religiosa, che dovrebbe giustificare la nostra esistenza, e altro ancora.
Quale scegliere tra queste definizioni? Alcune interpretazioni sono più convincenti e fruttuose di altre, magari più adatte a incapsulare le norme e i valori portanti di un certo periodo storico, o esprimono semplicemente meglio i bisogni e le esperienze di una singola persona, anche a seconda della fase di vita attraversata.
Oppure, si può decidere di fare l’amore, scoprirlo, costruirlo, raccontarlo, lasciando andare l’ambizione di fissare una risposta sola e valida una volta per tutte. Una storia d’amore diventa un nido di domande, una forza che interroga e spinge a fare domande. Non sono tanto interrogativi per stabilire la verità o veridicità di fatti (Che cosa provo davvero? Che cosa siamo?), quanto esplorazioni del futuro, possibilità a venire, spesso difficili e scomode. Chi possiamo ancora diventare – e non solo a livello personale, ma anche come forme di vita sociale e comunità politiche? Come possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi, e di altri esseri, simili e dissimili, umani e non-umani? Come sono fatte, mantenute, narrate le relazioni che ci rendono gioiosi, sicuri, liberi, o invece indeboliti, tristi, miserabili?
Quali le regole, e i confini, che desideriamo imporci e rispettare? Come deve essere fatto il mondo affinché possa accogliere i nostri amori? Che cosa implicano per le nostre relazioni le pratiche e le istituzioni correnti? Per esempio le tecnologie di riproduzione o del dating, le leggi sull’aborto, l’istituzione del matrimonio, il mercato, i modi in cui oscilliamo tra lavoro e tempo libero, i pregiudizi sulle categorizzazioni razziali o sulle preferenze sessuali, i modi del consumo, della manipolazione e dominazione delle risorse materiali, dei contesti naturali e ambientali.
Se l’amore è una spinta a domandare e interrogarci, le nostre concrete vite quotidiane – il muesli a colazione, il tragitto a piedi, in auto o in treno verso la fabbrica o l’ufficio, le foto delle vacanze, il gruppo WhatsApp dei genitori, le lenzuola del letto, la lavatrice e molto altro – diventano così parte integrante di un certo tipo di lavoro, che potremmo chiamare filosofico. La filosofia, eroticamente palpitante, smette di essere esercizio libresco, intellettuale, al riparo dal tran tran quotidiano e dagli incasinamenti esistenziali, ma anche sociali e politici: si fa modo di vivere, alimentato da un desiderio di capire, fare, disfare, creare, migliorare.
La cosiddetta «vita esaminata» è eccitante ma anche faticosa, esasperante. La prima volta che Lupo ha sentito dalla mia bocca una versione di quelle sillabe, «ti amo», avevo voluto dirgli un’altra cosa. Era in realtà una domanda, e un imperativo, e la constatazione di un’inevitabilità: «Andiamo?» Eravamo in ritardo, dopo aver indugiato in una tenerezza sconsiderata nel parcheggio squallido e magico di una nostra stazione dei treni, tra un punto e quello successivo di un viaggio segreto ma che non lo era più tanto.
Il tenero malinteso lo abbiamo chiarito un giorno o due più tardi: «Io ora ti devo proprio dire che…», «Anche io da tanto te lo volevo dire, che…» Era la fine di un’estate e l’inizio di un inverno, al termine di una cena sul mare in cui l’attempata cameriera di un hotel per pensionati tedeschi si era emozionata vedendo brillare all’unisono l’azzurro cielo del mio vestitino improbabile (che non ho mai più indossato) e quello della sua camicia. In quella confusione di parole sbagliate e giuste, il brillio di qualcosa di nuovo. Non tanto una dichiarazione di stati di fatto, pur nella gioia inattesa della reciprocità, ma il desiderio di andare avanti – e dove?
Dopo aver letto il mio ennesimo testo sulla filosofia dell’amore, Lupo mi ha scritto: «Ma nell’amore forse non arriviamo poi in un luogo in cui certe domande la smettono finalmente di far presa su di noi?». Le conversazioni con lui su ciò che amavamo l’uno dell’altra, sulle implicazioni delle nostre passioni, sulle altre persone e le cose che avevamo amato e ancora amavamo, erano sempre state per me (e per lui) un parco giochi di turbamento, gioia e libertà in cui esercitarsi, anche, nella scrittura e nella filosofia. Nei giorni del suo commento al mio articolo litigavamo disperati valutando confusamente, e non per la prima volta, l’opportunità di dirci addio.
Eravamo intrappolati in due cieli diversi e non comunicanti: io paralizzata in un’infelicità rabbiosa, lui nelle sabbie mobili di un’infelice indecisione. (“Lupo” è un soprannome forse banale, ma molte delle cose che facciamo, diciamo, decidiamo da innamorati lo sono. È il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, evidentemente – nella storia tra un uomo e una donna, come può il primo essere qualcosa di diverso? E la seconda che cos’è, e cosa può diventare? Ma è anche quello dell’“in bocca al…”, in cui ci sentiamo protetti lanciandoci in avanti.)
Certe domande, e dubbi, non smetteranno di fare presa su di noi finché viviamo in un mondo in cui così tante persone non possono essere pienamente viste, sostenute, riconosciute, apprezzate: persone non bianche, queer, trans, persone cresciute in luoghi dilaniati da difficoltà economiche e ingiustizie, sconvolte dalla violenza, persone con corpi e menti che non si conformano agli standard prestabiliti di abilità e razionalità.
E poi ci sono persone – per esempio donne come me, soprattutto donne bianche che rispettano loro malgrado determinati canoni di bellezza – che vengono sì desiderate, ammirate, qualche volta messe su un piedistallo, ma che restano comunque prigioniere delle pretese, delle paure e dei meccanismi di controllo altrui; di un ordine eterosessista, patriarcale, che non può tollerare la loro libertà.
Giorgio De Girolamo La governatrice Manuela Schwesig è una boccata di ossigeno per l'Spd il manifesto, 20 settembre 2026
«Die Frau gegen Blau», la donna contro il blu. Così si è presentata Manuela Schwesig sui manifesti elettorali, alludendo a una netta alternativa ai colori di AfD. Alla vigilia del voto in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, almeno secondo l’ultimo sondaggio, sembra essere riuscita in un’imprevedibile rimonta: dallo scarso 20 per cento a cui era dato l’Spd fino a un anno fa, al 37 per cento di oggi, un punto sopra l’AfD.
Ministerpräsidentin uscente, in carica dal 2017, prima in coalizione con la Cdu e dal 2021 al governo – c.d. rosso-rosso (rot-rot) – con la Linke. Una coalizione, quest’ultima, che secondo gli ultimi sondaggi, con il partito di sinistra sotto il 10 per cento, è difficile replicare, dovendo quindi forse aprirsi anche ai Verdi.
Cresciuta a Seelow, un villaggio del Brandeburgo di 6 mila abitanti al confine con la Polonia. Come ha ricordato più volte nella campagna elettorale, per lei la Wende [la svolta, ossia l'unificazione tedesca] è anzitutto memoria della prima disoccupazione del padre. Ha 52 anni, di cui oltre la metà militati nelle file dell’Spd: dal consiglio comunale di Schwerin, al parlamento del Land fino ai primi incarichi federali. Dal 2013 al 2017 è stata ministra della Famiglia nel terzo governo Merkel, che proprio in Meclemburgo Pomerania ha vinto per 30 anni il mandato diretto al Bundestag. A Berlino si è ritagliata un profilo nazionale, tra le altre cose, sui temi dell’uguaglianza di genere: fu lei la madrina della legge sulla trasparenza salariale approvata nel 2017. Nel 2019 dichiara invece di avere un tumore al seno, ma non lascia la guida del Land.
Nel collegio di Schwerin in cui si presenta, compete direttamente per il mandato diretto contro Leif Erik Holm, il candidato alla presidenza dell’AfD. Tra i due leader non c’è partita: nell’ultimo acceso duello tv Schwesig si è imposta nettamente sull’avversario, rimarcando su ogni tema il profilo di un’amministratrice esperta, navigata ma anche capace di farsi capire da tutti, elemento non comune fra i suoi colleghi di partito. Nella sua iconica uniforme rossa, il messaggio che ha lanciato è chiaro: grazie a lei molte cose in Meclemburgo vanno già bene, grazie a lei in futuro andranno ancora meglio. Un sondaggio di inizio settembre conferma lo scarto: il 60 per cento degli abitanti la vuole al governo del Land, contro il 25 per cento di Holm.
Sui temi chiave ha le idee chiare, a partire dall’energia. Non rinnega di aver sostenuto la costruzione del Nord-Stream 2, il gasdotto sabotato nel 2022 e la cui riapertura è al centro delle campagne elettorali di AfD. Al tempo il suo completamento fu possibile attraverso la costituzione di una fondazione – formalmente orientata alla protezione del clima e dell’ambiente – costituita dal governo del Land e finanziata da Gazprom, volta ad aggirare le sanzioni statunitensi alla Russia. La fondazione fu sciolta nel 2022, ma per Schwesig non mancarono le ripercussioni politiche. Adesso però, a chi le chiede se comprerebbe gas da Putin non può che rispondere di no. Ciò non le impedisce di criticare le politiche di Berlino: dalla necessità di un tetto al prezzo del carburante, fino alla bocciatura della riforma delle pensioni.
La rimonta di Schwesig è una boccata di ossigeno per un Spd in caduta libera a livello federale. Si dice che potrebbe scalzare Bärbel Bas e Lars Klingbeil, entrambi ministri in carica, dalla guida del partito. L’unico concorrente – ai suoi antipodi – sarebbe il ministro della difesa Pistorius, russofobo fino al midollo. Alcuni la vedono perfino come Spitzenkandidatin per le prossime elezioni federali. A lei giova senz’altro di più, al momento, coltivare la dialettica con Berlino da Ministerpräsidentin del Meclemburgo. Il resto si vedrà.
Vincenzo Trione È (ri)nata una stella. Si chiama Carla Lonzi Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026
Un biopic attraversato da profonde ragioni private. Presentato lo scorso 6 settembre alle Giornate degli Autori dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, si intitola Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo. Ne è regista Francesca Archibugi, moglie di Battista Lena, l’unico figlio di Carla Lonzi (1931-1982), la protagonista di questo film-documentario, che combina materiali visivi d’epoca e ricordi, disegnando un affresco ispirato al modello delle Vite di Giorgio Vasari. La formazione; i conflitti con il padre; il collegio cattolico, che segna l’autonomia dalla famiglia; il primo amore; la stagione dell’università, sotto l’ala del grande hidalgo della storia dell’arte italiana, Roberto Longhi; negli anni Sessanta, la militanza critica; l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra. Il primo tempo finisce qui. Il secondo è determinato, nel 1968, da una malattia che sembra incurabile. Insofferente verso certe liturgie accademiche, nel 1970, con Elvira Banotti e Carla Accardi, Lonzi fonda «Rivolta femminile», tra gli organi del femminismo italiano che, in polemica con i movimenti antiautoritari del Sessantotto e con la sinistra radicale, invita le donne a portarsi oltre la competizione per il potere tipicamente maschile. «La donna non va definita in rapporto all’uomo. (…) Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte». È, questo, il più recente episodio di un interessante fenomeno di riscoperta.
A lungo rimossa dalla storiografia ufficiale, da qualche anno Lonzi è al centro di una sorta di revival a livello internazionale. Negli Stati Uniti, è considerata una personalità quasi di culto. In Italia, La Tartaruga, meritoriamente, ha avviato la ristampa, per le attente cure di Annarosa Buttarelli, dei suoi libri (oramai introvabili): tra i primi titoli ripubblicati, Sputiamo su Hegel (1970), Autoritratto (1969), Taci, anzi parla (1978), Vai pure (1980). Mentre, dopo essere stato «restituito» agli eredi dalla Gnam di Roma, l’archivio è ora custodito dalla Fondazione Basso.
Difficile decifrare le ragioni di questo «ritorno». Per un gioco del caso, alcune grandi figure della storia dell’arte (come Francesco Arcangeli, Carlo Ludovico Ragghianti, Maurizio Calvesi e Giuliano Briganti) sembrano appartenere solo a un glorioso passato, frequentato da specialisti. A Lonzi è toccato un destino opposto. Paradossalmente, la sua sincera e convinta eccentricità è tra le ragioni di una fascinazione sempre più diffusa.
Siamo di fronte a una pensatrice anomala, «incongregabile» (secondo una categoria cara ad Alberto Savinio), irrequieta profanatrice, pronta a sottrarsi agli schemi e ai ruoli prefissati, sorretta dal bisogno di essere altrove, incline a fare dell’abiura la sua ideologia, sulle orme della lezione eretica di Pier Paolo Pasolini. La sua filosofia: lasciare dietro di sé una patria, una casa, una lingua, relazioni, saperi, competenze, per cercare altre mete. Valicare frontiere, per costruire confini porosi. A questa tensione Lonzi si è sempre attenuta, nei suoi ininterrotti transiti tra quel che c’è al di qua e quel che è al di là della barricata. Pur con una salda formazione accademica, manifesta subito distanza dalle regole del mondo dell’arte: polemica verso l’idealismo crociano, descrive il sistema dell’arte come una galassia vittima di un «progetto di falsificazione», ingabbiata in un «reticolo normativo ormai paralizzante», che tende a ridurre la critica a una forma di potere, l’artista a una vuota «maschera», le mostre a spettacoli effimeri.
A tali scenari Lonzi contrappone valori alternativi: rifiuto delle teorie astratte, culto dell’autenticità e dell’intuizione, senza «ricorrere (…) a giustificazioni di pensiero». Ne deriva la scelta di sperimentare un’ermeneutica orizzontale, fondata sul bisogno di far coincidere il critico e il suo oggetto di analisi. Lonzi aderisce mimeticamente agli artisti con i quali, di volta in volta, si misura, dando voce a una «sensazione di affinità».
In questa dinamica di identificazioni nella differenza, decisivo il ricorso a una prosa anticonvenzionale, colloquiale, democratica e concreta, talvolta sgrammaticata, debitrice della ricerca letteraria di Gertrude Stein. Da queste intenzioni sono nati gli scritti corsari pubblicati su «Marcatré» e un libro unico come Autoritratto, che è dominato da una specie di «grado zero» della comunicazione: in dialogo con artisti come Accardi, Consagra, Fontana, Kounellis, Paolini, Rotella e Twombly, Lonzi oscilla tra la prima e la terza persona; spesso, fa iniziare in medias res le sue conversazioni; tra le righe, lascia emergere le sue preferenze. Confrontandosi con gli «altri», Lonzi mette in scena sé stessa, componendo un involontario e differito autoritratto in divenire, dal quale affiora il profilo di un critico che, a un certo punto della sua parabola, sente l’esistenza come un tessuto da «imbastire di nuovo, senza certezze».
Varcata la linea d’ombra della testimonianza, orgogliosa del suo essere «diversa» («Felice chi è diverso/ essendo egli diverso», scriveva Sandro Penna), Lonzi decide di declinare il gesto intellettuale servendosi delle «armi improprie» dell’attivismo. Superata ogni tentazione edonistica, si abbandona all’azione, alla vita activa. Con sensibilità civile, concepisce il suo lavoro come strumento umano, troppo umano. Influenzata da Pasolini, si ribella contro l’assedio del pensiero unico, impegnandosi a vedere le cose come potrebbero essere, non come sono. Fare critica diventa un modo per intervenire nella realtà, contribuendo a modificarne aspetti e lati. La sfida: non disertare, ma fare politica con altri mezzi.
Nel Manifesto di rivolta femminile, leggiamo: «Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte».
Davide D'Alessandro / Roberta De Monticelli "Dio è la lama di un sorriso" Note di pastorale giovanile
In Italia manca più la speranza o la giustizia? Mancano disperatamente entrambe. Manca soprattutto la radice di entrambe: la pubblica fede, la fiducia nelle istituzioni, l’amore per la cosa pubblica, il senso della decenza civile.
Dov’è finita la morale? Dove non ricomincia. Non c’è vita morale se non nel rinnovamento. Mantenere una promessa è rinnovare l’impegno, non dimenticarlo. Fare una cosa giusta non è applicare il principio automaticamente, ma verificarlo ogni volta. La morale finisce dove non si ricomincia a esaminare la vita ogni giorno. In quanto diversa dalla religione, la fondò Socrate, il maestro della “vita esaminata”.
Qual è il ruolo che la Chiesa dovrebbe avere nella vita politica italiana? Nessuno, se parliamo di quella cosa ambigua e amara che deve cavalcare le più basse forze umane per imbrigliarle, o addirittura volgerle al bene (pubblico). Grande, se serve a ricordare sempre quella che Platone chiamava la distanza fra il bene e la necessità, e che più modestamente si potrebbe chiamare la distanza fra i valori – ad esempio politici: eguale libertà, pari dignità, giustizia, legalità – e i beni sempre limitati e condizionati che parzialissimamente li realizzano. Insomma, se sapesse esercitare un ruolo anti-idolatrico – non solo con i valori del divino, ma con tutti i valori positivi, che sempre eccedono i fatti come l’ideale il reale – e quindi un ruolo anti-ideologico. Purtroppo nella maggior parte dei casi la Chiesa cattolica – immagino che è a questa e a noi che sia riferita la domanda – ha tenuto una via di mezzo fra queste due, che invece sono vie radicali – la prima infatti è diabolica, ma la seconda sembrerebbe fatta per dei servitori del divino, che non hanno altra preoccupazione in terra. Forse il papa attuale ha cominciato a mettere la sua chiesa su questa via.
Perché non riusciamo a tutelare il tanto bello che abbiamo? L’amarissima verità è che i più neppure lo vedono. Se non vedono l’estrema bruttezza dei loro macchinoni bloccati in coda lungo le strade delle mete più ambite a ferragosto. La bruttezza nauseante delle borse termiche stracariche di cibi stipati nelle scatole di plastica, trascinate fin sulle rive dei mari. La bruttezza irredimibile dell’uscire in mutande affusolate sulle salsicce di cosce o polpacci, o quella dei giganteschi schermi dei loro televisori perennemente accesi nei loro tinelli, dove i libri non trovano quasi posto e i giornali ancor meno. Se corrono, appena hanno messo via qualche euro, a comprarsi l’appartamento della seconda casa, nella lottizzazione con ville a schiera che deturpa la baia o la montagna o la vista mozzafiato compresa nel loro pacchetto. Se mandano al Parlamento europeo un ex bagnino perché difenda le loro discoteche balneari dalla concorrenza, senza batter ciglio di fronte alla svendita di preziose aree demaniali, non conquistate con la bravura, l’attenzione a preservare il patrimonio, la qualità dei servizi – ma con le protezioni politiche e il voto di scambio. Se i più non vedono quanto laide e avvilenti siano tutte queste cose, come vuole che non votino i peggiori. Platone chiamava kakistocrazia il governo dei peggiori – che vuol dire anche dei più brutti – la kakistocrazia è l’ultima fase della democrazia populista, quella che precede la tirannia. E come vuole che il governo dei più brutti abbia a cuore le cose più belle.
Dio, per Prezzolini, è un rischio. Per lei? Un soffio, un rivolo di luce, il vento che si leva, la lama di un sorriso che ci affonda in cuore.
Djarah Kan Lesbica e sposata con una srilankese: la valanga AfD e il caso Alice Weidel Domani, 19 settembre 2026
Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt e l’imminente voto in Meclemburgo, i media sono tornati a occuparsi di Alice Weidel e della sua vita privata. Negli ultimi anni la copresidente di AfD è stata spesso accusata di essere una politica incoerente. Weidel è lesbica, ma è anche copresidente di un partito apertamente contrario al matrimonio egualitario e alla “normalizzazione” dell’omosessualità. Vive da anni con una regista svizzera di origini srilankesi, e insieme hanno due figlie. La sua è una tipica famiglia omogenitoriale degna di una pubblicità progresso. Eppure, per i valori dello stesso partito che guida, una famiglia come la sua non dovrebbe nemmeno esistere, dato che AfD riconosce come legittima solo l’unione tra un uomo e una donna.
Lo scollamento tra vita privata e valori politici è evidente. Ma Weidel non sembra avvertirlo e, visti gli indici di gradimento, nemmeno la sua base elettorale lo ritiene un problema. Il suo non è un caso isolato. Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, si batte per una legge sulla remigrazione pur avendo sposato una donna rumena, madre dei suoi figli. JD Vance, sostenitore della teoria della “grande sostituzione” etnica, ha sposato una donna americana di origini indiane. Trump, accanto alla moglie di origini slovene, descrive gli immigrati come portatori di un patrimonio genetico che li spingerebbe a delinquere. In nessun caso questo scarto costa loro consenso: a sinistra la coerenza è un obbligo morale che, se infranto, costa la carriera; a destra sembra opzionale.
Torniamo al “caso Weidel”. Le accuse di incoerenza e ipocrisia restano lì, sul tavolo, da anni. Eppure la sua immagine non vacilla. La sua credibilità politica, semmai, aumenta, soprattutto quando è lei stessa a usare le proprie scelte personali come prova che la Germania di AfD non discrimina per odio, ma per amore del «buonsenso».
Tutti si chiedono se una politica incapace di seguire i valori del suo stesso partito sia degna di essere presa sul serio. Ma credo ci sia un errore di fondo nei presupposti che alimentano questo tipo di domande. Chi accusa Weidel di incoerenza legge le sue scelte dentro un ragionamento in cui tutti i cittadini, a prescindere dal loro orientamento politico, siano concordi sul fatto che un politico capace è un politico onesto e coerente, sottoposto a quelle regole che valgono per tutti. Ma il patto che AfD offre ai propri elettori non richiede l’uguaglianza universale per funzionare. Non promette che le stesse regole varranno per tutti allo stesso modo. Il patto che AfD stringe coi suoi elettori promette qualcos’altro: la possibilità di appartenere a un gruppo superiore agli altri, detentore assoluto del sacro e tanto ambito diritto di escludere.
Questa struttura si ripete su due piani identici. I leader politici di estrema destra che credono nell’esercizio di un potere autoritario e senza contestazioni si sentono legittimati a infrangere le regole che impongono alla propria base, perché in questo terreno culturale l’eccezione alla regola applicata a sé stessi è prova di forza, non un difetto. Lo stesso principio vale, un piano più in basso, per la base elettorale che li vota. Anche loro si sentono legittimati a discriminare chi sta fuori dal perimetro nazionale, etnico o sessuale tracciato dal partito, concedendo di volta in volta dei lasciapassare strategici all’immigrato o alla donna lesbica neonazista di turno che desidera lo status di cittadino “assimilato”.
In questo stato di cose dove l’eccezione è un meccanismo di controllo, non esistono né uguaglianza universale né diritti dell’uomo in quanto tale. Esistono solo i diritti del gruppo che in quel momento ha più potere. È per questo motivo che agli occhi della base elettorale di AfD Weidel non è incoerente. È semplicemente più meritevole di qualsiasi altra donna lesbica sia mai nata in Germania.
Il problema è che continuiamo a pensare a Weidel e al suo partito dentro i margini del pluralismo democratico, come se l’obiezione dell’incoerenza dovesse necessariamente danneggiarli. Ma AfD non condivide quella cornice: pensa che la stagione della democrazia liberale sia finita, e che il proprio modello, fondato sull’eccezione – non sull’uguaglianza – sia il futuro.
Weidel occupa contemporaneamente due posizioni che in teoria dovrebbero essere incompatibili: è il soggetto che promuove una politica che disciplina in maniera totalmente illiberale i corpi altrui, e al tempo stesso si rende “eccezione sovrana” che non è tenuta a sottostare ai valori e alle regole che vorrebbe imporre. Il corpo non bianco della compagna Bossard, la loro relazione omosessuale non sfuggono allo sguardo del partito: sono parte di una messa in scena che deve performare i privilegi di chi sta in cima alla piramide sociale, che per tenersi su deve negare qualsiasi forma di eguaglianza. Solo così si tiene in piedi un modello in cui solo alcuni possono sposarsi, avere figli, ottenere la cittadinanza; in cui solo un tipo molto specifico di cittadino ha il diritto di realizzarsi, votare, restare.
Per questo, a un certo punto, la domanda «Weidel è ipocrita o no?» smette di essere quella giusta. Non c’è alcuna ipocrisia da smascherare. L’incoerenza qui è funzionale, non accidentale. L’ipocrisia presuppone un soggetto che tradisce i propri principi dentro un ragionamento che mette l’uguaglianza strutturale al centro. Paradossalmente, l’unica ipocrisia rilevabile è quella di una democrazia che tollera chi non crede nella tolleranza, convinta che prima o poi imparerà a farlo.