domenica 8 febbraio 2026

Il maranza sotto la lente

 

fenomenologia del maranzismo
Tendenze. Non è una sottocultura violenta, ma un’estetica su cui viene proiettata una paura sociale e razziale. Viene dalle periferie e ha come rappresentanti Sayf (che sarà a Sanremo), Simba La Rue, Baby Gang, che riempiono le classifiche

Il maranza, chi è costui? Secondo l’Accademia della Crusca, «è un ragazzo o, meno frequentemente, ragazza, che appartiene a gruppi di giovani che condividono e ostentano atteggiamenti da strada, particolari gusti musicali, capi d’abbigliamento e accessori appariscenti e un linguaggio spesso volgare». La questione è artisticamente rilevante, visto che la musica – il rap, nello specifico – fa parte della definizione stessa del maranza. Almeno oggi, perché alle orecchie di chi ha vissuto gli anni 80 italiani, la parola ricorda un mix tra certi personaggi debordanti della prima tv berlusconiana e gli sbruffoni con l’auto a motore turbo, poi evolutosi nei tamarri o truzzi, discendenti più longevi di quella prima stirpe apparsa sul suolo nazionale. Ma questa è storia, e serve a poco ricordare che già nel 1988, un Jovanotti – molto meno ascetico di oggi – ne cantasse le lodi nella canzone Il capo della banda.

Il maranza contemporaneo è il prodotto di una riconfigurazione profonda, in cui il rap ha avuto un ruolo determinante. Sul tema, un contributo particolarmente lucido arriva dal libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza (Agenzia X, 2025) del giornalista Gabriel Seroussi, che sostiene, tra le altre cose, che il termine non sia altro «che un’etichetta posta di fronte a un orizzonte culturale ormai molto ampio». Questa famigerata etichetta finisce per appiccicarsi addosso a giovani nordafricani, o comunque provenienti da comunità razzializzate, che vivono nelle periferie urbane, soprattutto del Nord Italia; a ragazzi che indossano tute in acetato e borselli Gucci a tracolla; a rapper che cantano con rime molto esplicite di risse, soldi facili e storie di marginalità e, infine, a piccoli delinquenti reali o presunti, che incarnano il nemico urbano: tutti radunati sotto lo stesso cappello semantico, che si regge su scelte estetiche e talvolta (non sempre) sull’origine dei genitori, più che su comportamenti concreti.

La questione è musicalmente rilevante anche perché un cosiddetto maranza, Sayf – all’anagrafe Adam Viacava, madre tunisina e padre italiano – parteciperà al 76mo Festival di Sanremo. «Credo che le persone mi associno comunque a un immaginario, passami il termine, maranza», racconta lui stesso a Seroussi. «Lo fanno perché questo è il mio background, le situazioni sono le stesse, e io non voglio assolutamente dissociarmene». Aggiunge Seroussi: «Sayf si muove in un contesto in cui gli artisti sono spesso costretti ad aderire a modelli e prototipi. Il mercato sembra infatti favorire i rapper facilmente incasellabili, uno fotocopia dell’altro». Dallo stesso mondo provengono molti nomi che hanno riempito le classifiche negli ultimi anni: Simba La Rue, Baby Gang, Artie 5ive, Helmi Sa7bi, 8blevrai, Nabi, solo per fare qualche nome. Ma rapper di seconda generazione sono stati, e sono, anche Amir Issaa, Maruego, Tommy Kuti, Mahmood e Ghali. Quest’ultimo, in particolare, ha segnato un punto di svolta nella percezione di quest’arte figlia dell’ibridazione culturale. Ghali era dunque un maranza, o un proto-maranza? Dipende dai punti di vista: quando il rapper di Baggio è arrivato al successo, di maranza ancora non si parlava. Il rapper-maranza può anche essere italiano? Sicuramente sì, se per maranza si intende il codice estetico-artistico, e non la provenienza etnica. A guardare meglio, verrebbe da dire un’altra cosa: il maranzismo non è una sottocultura violenta, ma una sottocultura estetica su cui viene proiettata una paura sociale e razziale. Ma c’è un altro lato della medaglia, che va oltre le formulazioni teoriche: per moltissimi ragazzi di periferia il rap è uno strumento di riscatto. Scrivere rime, costruire un flow, trovare un pubblico significa entrare per la prima volta nel nostro sistema di produzione culturale. Succede anche nei laboratori rap attivati in alcuni istituti penali per minorenni, dove la musica funziona insieme come elaborazione del vissuto e accesso a un circuito professionale.

Eppure, in un Paese in cui appelli come «Basta maranza!» circolano sui social, in cui decreti sulla sicurezza vengono ribattezzati informalmente “anti-maranza”, e in cui non sono mancate ronde anti-maranza organizzate da gruppi neofascisti, l’estetica di una sottocultura – di cui il rap è una delle espressioni più visibili – continua a essere spesso confusa con una minaccia sociale. Tornando alla presenza di Sayf sul palco dell’Ariston, definiamolo dunque “maranza”, anche a costo di forzare l’etichetta, perché in effetti la sua musica è piuttosto un impasto tra cantautorato di matrice genovese e melodie influenzate dai ritmi delle periferie del mondo. Ma va bene così: vedere un maranza su quel palco potrebbe costringere qualche spettatore a rinegoziare lo sguardo. Se il maranza può stare lì, con Carlo Conti e Laura Pausini, allora forse non è il mostro che si dice. Di mostruoso, al contrario, c’è lo sguardo che lo ha inventato e che mette insieme tutto, senza fare distinzioni. In ogni caso, quella parte d’Italia, multirazziale e in crescita, spesso evocata per essere respinta, è già dentro la colonna sonora del Paese.

Zoe, uccisa per un no

Andrea Zaghi
Zoe uccisa a 17 anni per un "no". L'inimmaginabile è accaduto

Avvenire, 8 febbraio 2026

Aveva 17 anni e molti sogni in testa. Era gentile e brava. E voleva farsi largo nella vita. Dicono che tutti le volevano bene. Ma Zoe è finita strangolata e buttata in un canale, come una bambola di pezza gettata via per capriccio. E a buttar via la vita di Zoe è stato Alex, reo confesso, che di anni ne ha solo qualcuno in più di lei. È accaduto tra il 6 e 7 febbraio scorsi, in una notte fredda e buia, a Nizza Monferrato nell’Astigiano. Tutto è iniziato come una serata normale, anzi eccezionale: era la serata dell’inizio delle Olimpiadi con un messaggio di grande speranza di pace e solidarietà. Messaggio forte, contro la crescita della violenza ovunque, che pare inarrestabile. Quella violenza che si esprime nelle guerre senza fine e negli innumerevoli, diffusi, drammatici atti che popolano le cronache di ogni giorno. Chissà se Zoe e gli altri giovani che hanno trascorso con lei le sue ultime ore, delle Olimpiadi e del loro messaggio hanno parlato? E quanto lontano da questi giovani era il pensiero, il sospetto della violenza che stava per abbattersi su di loro?

«Ci vediamo domani», ha detto Zoe Trinchero, finendo di lavorare nel bar nei pressi della stazione dov’era stata assunta a dicembre e dove molto probabilmente avrebbe continuato a lavorare. Poi il ritrovo con gli amici, due risate, la serenità di chi immagina la vita che dovrà ancora vivere. Poi arriva Alex Manna – 20 anni – che di Zoe pare innamorato. I due parlano e poi si allontanano insieme. Non è chiaro quanto tempo passa, ma ad un certo punto gli amici si accorgono che Zoe non torna, la cercano e, chiamati proprio da Alex, la trovano nel canale, dietro un negozio a pochi metri dal Belbo che scorre lì vicino. Sono sempre gli amici che cercano di soccorrerla, la tirano fuori dall’acqua e scoprono che è morta. Zoe ha il volto e il corpo con ecchimosi e segni di colluttazione.

Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata.

Le indagini però scattano subito. I carabinieri convocano tutti gli amici: si cerca di capire, si vaglia ogni indizio, si sonda ogni traccia. In caserma ci va anche Alex. Due ore di interrogatorio bastano per farlo crollare e dare una spiegazione e non certo una giustificazione: lui si era innamorato di lei e probabilmente era stato rifiutato. Quindi la follia di uccidere Zoe è di gettarla nel canale. E a questa follia se ne aggiunge un’altra, perché è proprio Alex a tentare di addossare la colpa ad un altro ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. «Non dovevo lasciarla da sola e lui l’ha aggredita», sembra che abbia detto Alex ai suoi amici. Proprio quegli stessi che, adesso, appaiono increduli di fronte all’accaduto, che non riescono a darsi spiegazioni e che, nelle prime dichiarazioni, raccolte paiono smarriti di fronte alla violenza vista e subita.

Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.

Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.

Milano-Cortina e l'Italia


Marco Damilano
Per rompere la coltre serve una serena, tranquilla mobilitazione democratica

Domani, 8 febbraio 2026

Tra le immagini che resteranno della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, nello stadio che va verso la demolizione, c’è quella di Sergio Mattarella che scende dal tram 26, piena di grazia sorrentiniana, antica, gentile. Il miracolo a Milano, un paese in cui «buongiorno vuol dire veramente buongiorno». 

E pieno di grazia era Ghali, l’innominato della diretta televisiva, mentre interpretava il Promemoria di Gianni Rodari: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio, la guerra».

Piena di grazia è stata l’ovazione per l’Ucraina e aggraziato è risuonato anche il boato di fischi all’indirizzo del vice-presidente Usa J.D.Vance, subito dopo gli applausi per la squadra Usa. Come dire, siamo amici dell’America, ma Trump con l’Ice, la violenza, il razzismo, tradisce l’America che amiamo. Una valanga di fischi arrivata subito dopo l’incontro tra Vance e Giorgia Meloni e il comunicato di Palazzo Chigi in cui si vantava la «comunanza di vedute». Speriamo non troppa.

LA grande fuga 

La grazia si ferma ai giorni della festa e delle medaglie. Perché intanto accade che Stellantis affonda in borsa e blocca la giga-factory di Termoli: l’ultimo capitolo della grande fuga. Le scene dello scontro di piazza di Torino restano sui talk governativi per una settimana, vivisezionate, rallentate, commentate, mentre le strade di Minneapolis scompaiono rapidamente dagli schermi, insieme alla frana di Niscemi nella Sicilia da sempre governata dalla destra.

Si evocano gli anni di piombo, le Brigate rosse, e qualcuno trancia i cavi dell’alta velocità ferroviaria (eppure, all’epoca la classe dirigente democristiana cercava l’alleanza con il principale partito dell’opposizione, il Pci, per isolare gli estremismi e la violenza politica organizzata nel terrorismo. Oggi il governo di destra, al contrario, punta a spingere ogni forma di dissenso sul lato più estremo).

Un generale traditore  – così lo chiamano non io ma quelli che un anno fa lo candidarono al Parlamento europeo come un eroe nazionale  – soffia sul fuoco e scatena la reazione. Hanno paura che li scavalchi a destra e si precipitano in tv a reti unificate, alla stessa ora, la presidente del Consiglio, il vicepremier, il ministro dell’Interno, per assicurare maggiore severità sulla sicurezza e dare la colpa del crimine al lassismo alla magistratura. Senza distinzione di funzioni e di ruoli: tutta la magistratura.

Meloni vorrebbe far imparare a memoria questa filastrocca: i giudici devono avallare quello che ordinano i pubblici ministeri, che a loro volta devono applicare alla lettera le leggi votate dal Parlamento, cioè dalla maggioranza di governo. La separazione dei poteri, che si giura essere l’obiettivo della riforma della giustizia sottoposta a referendum, è così quotidianamente calpestata e negata dai portabandiera della squadra Meloni. Nessuna separazione, nessun distinguo è ammesso, dopo che il governo ha deciso.

Il ritorno del dibattito democratico

Prima è stata accusato di far politica il Tribunale dei ministri, i cui componenti sono sorteggiati, per l’inchiesta sulla fuga di Almasri, poi la Corte dei conti, per lo stop al ponte sullo stretto, ieri la Cassazione. Gli esponenti della maggioranza, insieme (purtroppo) al presidente delle Camere penali, hanno accusato i giudici della Cassazione che hanno accolto la richiesta di riformulazione del quesito referendario di essere sostenitori del No.

Qualcuno ha gridato al golpe. Invece la Cassazione ha semplicemente rispettato i 546.343 cittadini che in un mese hanno firmato il nuovo quesito, dichiarando con il loro gesto di voler partecipare, di non subire le decisioni di altri. Fino a quel momento la maggioranza aveva potuto approvare in parlamento la riforma della magistratura senza dibattito, senza emendamenti. E mirava a farla votare dai cittadini in poche settimane (la prima data ipotizzata era il primo marzo) senza battaglia politica, nel silenzio.

Bisogna ringraziare quei 546.343 cittadini e i comitati che hanno sostenuto l’iniziativa se oggi nel paese si è cominciato a parlare del referendum e se la discussione è uscita dai cenacoli per iniziati in cui si voleva tenerla confinata.

Oggi il referendum è di nuovo restituito a un dibattito democratico. È una reazione al silenzio in cui si vorrebbe ridurre la democrazia, alla coltre che avvolge il paese, diviso tra un’apparente tranquillità di superficie e con l’inquietudine, l’angoscia, la rabbia che ribollono in profondità. Per rompere la coltre, serve una serena, tranquilla mobilitazione democratica. Come ha detto Ghali: «Le persone sono ciò che conta davvero. In un momento di così tanto odio, vi prego di non giocare il loro gioco e di rispondere sempre come vorremmo che il mondo fosse. “Ci sono cose da non fare mai”». E tante altre cose da fare.

Alexis Petridis

Recensione della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali 2026: i maestri dell'opera disco-dance surclassano Mariah Carey

The Guardian, 7 febbraio 2026

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali è arrivata avvolta nel mistero. Non c'erano molte anticipazioni su cosa sarebbe successo, a parte un elenco di artisti musicali, più inclini a nomi classici popolari tra cui Andrea Bocelli e Lang Lang che a pop star, e una dichiarazione del responsabile creativo e produttore esecutivo dell'evento, Marco Balich, secondo cui l'evento avrebbe evitato "alta tecnologia e sfarzo".

Chiunque fosse alla disperata ricerca di informazioni avrebbe potuto imbattersi in una diretta streaming di un tabloid che annunciava la notizia che "sarebbe potuta durare TRE ore" – non era del tutto chiaro se si trattasse di un invito o di un avvertimento – e in un servizio giornalistico che suggeriva che il Comitato Olimpico Internazionale fosse preoccupato che il Team America potesse essere fischiato, dato che il leggendario fascino dell'amministrazione Trump aveva contribuito così tanto a diffondere buona volontà nei confronti degli Stati Uniti negli ultimi 12 mesi. In effetti, ciò che la presidente del CIO aveva detto era: "Spero che la cerimonia di apertura sia vista da tutti come un'opportunità per essere rispettosi gli uni degli altri" – quindi c'era sempre la possibilità che il pubblico potesse attaccare la Danimarca, ma non sembrava probabile.

A quanto pare, c'erano riferimenti alla mitologia romana, all'opera del XVIII secolo, a Giorgio Armani e, in effetti, all'opera di un regista che il commentatore della BBC chiamava Federico Fellini. Inoltre, un approccio fulmineo alla musica che ha fatto sì che le cose passassero abbastanza rapidamente da Verdi alle sue effigi dalle teste giganti, a Puccini e Rossini che ballavano sulle note del successo italo disco degli anni '80 dei Righeira, Vamos a la playa; e all'opera della compianta Raffaella Carrà, meglio conosciuta in Gran Bretagna per il suo successo del 1978 "Do It Do It Again" e la sua terrificante coreografia di accompagnamento. (Se non l'avete visto, o non ve lo ricordate, andate su YouTube e stupitevi che la povera donna non sia stata aiutata a scendere dal palco di Top of the Pops con un collare cervicale.)

Avrebbe potuto creare confusione, ma per fortuna la squadra di commentatori della BBC era sempre pronta a chiarire ogni dubbio. "La bellezza è uno stile di vita in Italia!" "Quel piumino è affascinante !" "I tantissimi fan di Mariah Carey là fuori non dovrebbero andare in bagno!". C'era comunque un contesto prezioso per un segmento di danza contemporanea ammirevolmente intellettuale, su "come mantenere un equilibrio tra l'ambizione umana e il mondo naturale", con percussioni sferraglianti in stile These New Puritans e archi neoclassici. Sugli spalti, JD Vance era probabilmente sconcertato.

Per chi non fosse attratto dalla musica classica leggera e non conoscesse il pop italiano (Laura Pausini, che ha venduto 40 milioni di album senza mai turbare l'immaginario collettivo del Regno Unito, ha cantato l'inno nazionale italiano), Carey è stata la grande attrazione, ma è stata eliminata piuttosto presto. Con indosso paillettes e uno sguardo perso nel vuoto, ha offerto una lettura al rallentatore e relativamente sommessa – almeno per gli standard di Mariah Carey – di Volare (o meglio, Nel blu, dipinito di blu, visto che l'ha cantata in italiano) prima di sfoderare una sorprendente nota di fischio che indicava un passaggio al suo recente singolo Nothing Is Impossible.

Le esibizioni dal vivo sono state divise dalla parata degli atleti – la squadra americana ha ricevuto quella che la BBC ha tacitamente descritto come "un'accoglienza mista" – e sono riprese con una storia danzata dei Giochi Olimpici . Gli anni '60 e '70 sono stati accompagnati dal favoloso singolo di Adriano Celentano del 1973 "Prisencolinensinainciusol", tardivamente famoso nel Regno Unito come colonna sonora di uno spot televisivo per easyJet. Da lì in poi, l'intrattenimento musicale è stato tutto musica classica popolare – Andrea Bocelli ha eseguito "Nessun Dorma", Lang Lang ha accompagnato Cecilia Bartoli – fatta eccezione per una breve apparizione del rapper italiano Ghali.

Quasi sconosciuto nel Regno Unito, Ghali sembra intrigante sulla carta – anche perché ha un singolo intitolato Pizza Kebab – ma la sua performance è stata troppo sommessa, troppo vicina alla parola parlata, per dare un'idea reale di ciò di cui potrebbe essere capace. Mentre le effigi dalle teste giganti dei compositori d'opera tornavano sul palco, ballando un vivace pop-dance come era solito fare il compositore d'opera, mi sono ritrovato a chiedermi cosa avrebbe potuto riservare la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Los Angeles del 2028. Dato che Donald Trump sarà ancora al potere, probabilmente possiamo aspettarci Kid Rock.

sabato 7 febbraio 2026

La nascita del terrorismo in Italia

Sidney Tarrow
Democrazia e disordine. Movimenti di protesta e politica in Italia
1965-1975
Laterza, Bari 1990


Nel libro ci sono interessanti considerazioni circa la percezione della violenza. In un primo tempo i movimenti di protesta denunciano l'inasprimento della repressione senza che ci sia un evidente e forte riscontro reale. Si militarizzano allora per potersi difendere e in tal modo innescano una spirale di accrescimento nella violenza degli scontri. Il fenomeno è connesso alle origini del terrorismo.

Ecco come Tarrow articola questo processo di "spirale" che hai descritto:

1. La "violenza simbolica" e la retorica della repressione

Nella prima fase del ciclo di protesta (1968-1969), i movimenti tendevano a denunciare una repressione poliziesca durissima, spesso esagerandone l'entità rispetto alla realtà dei fatti.

Lo scopo: Questa narrazione serviva a compattare il gruppo, creare un'identità collettiva di "vittima" e delegittimare lo Stato.

Il paradosso: Sebbene lo Stato italiano di quegli anni fosse spesso autoritario, la violenza reale in quella fase era ancora contenuta rispetto a ciò che sarebbe venuto dopo. Tuttavia, la percezione di essere sotto attacco divenne una verità politica per i militanti.

2. La difesa e la "militarizzazione difensiva"

Dalla percezione del pericolo nasce la necessità dell'autodifesa. Tarrow osserva che:

I movimenti iniziano a strutturare "servizi d'ordine" sempre più organizzati.
L'equipaggiamento (caschi, chiavi inglesi, spranghe) viene giustificato come strumento necessario per proteggere i manifestanti dai "caricamenti" della polizia o dalle aggressioni neofasciste.

Si passa da un'azione spontanea a una logica paramilitare, dove la capacità di scontro fisico diventa un parametro di successo politico.

3. La spirale dell'escalation

Questa militarizzazione innesca quello che Tarrow definisce un meccanismo di feedback perverso:

Reazione dello Stato: La polizia, vedendo gruppi organizzati e pronti allo scontro, inasprisce davvero le tattiche di contenimento.

Profezia che si autoavvera: La repressione reale (ora aumentata) conferma la teoria iniziale dei movimenti: "Lo Stato è fascista e violento".

Radicalizzazione: A questo punto, le ali più estreme del movimento sentono il bisogno di alzare ulteriormente l'asticella, passando dalla spranga alla pistola.

4. Le origini del terrorismo

Il terrorismo (come le Brigate Rosse o Prima Linea) non nasce dal nulla, ma è l'esito finale di questo processo di competizione e adattamento. Quando il ciclo di protesta di massa inizia a declinare (metà anni '70) e le riforme istituzionali tardano ad arrivare, i gruppi che si sono militarizzati per "difesa" si ritrovano isolati.

Invece di smobilitare, si chiudono in una bolla ideologica dove la violenza diventa l'unico linguaggio possibile per mantenere viva la "rivoluzione", trasformandosi da difesa del movimento in attacco allo Stato.

È affascinante notare come Tarrow non dia una colpa univoca, ma descriva una dinamica sistemica: è l'interazione tra l'inesperienza democratica dello Stato e l'ideologizzazione dei movimenti a creare il disastro.

Mattarella e la sicurezza


La reazione delle opposizioni al decreto sicurezza non ha dato luogo a un blocco monolitico,  ma piuttosto a una gamma varia di atteggiamenti. Il Manifesto di oggi vede in un tale risultato un segnale di debolezza se non di impotenza. Sarebbe utile invece cercare di capire come si è arrivati a questo e perché la situazione è meno catastrofica di quello che appare ai più intransigenti difensori delle garanzie, dei diritti e delle libertà. In un articolo che ha scritto per il quotidiano Domani, Daniela Preziosi evidenzia come, in alcuni settori del centrosinistra, il decreto venga quasi percepito come un "falso problema" o un terreno di scontro simbolico. Questo deriverebbe dal fatto che alcune norme sono viste come il frutto di un compromesso onorevole tra le diverse anime della maggioranza (tra chi voleva una linea ancora più dura e chi una più moderata), rendendo più difficile per la sinistra trovare un unico punto di attacco efficace. La stessa giornalista chiama in causa un altro fatto ancora più importante: al di là della attenuazione derivante dalla necessità di escludere le proposte più dure formulate dalla Lega per trovare un accordo in seno alla maggioranza, c'è poi stata la limatura praticata dal Quirinale sul testo che il governo voleva presentare alle Camere. La destra (il governo) voleva criminalizzare il dissenso, la sinistra (il Pd) puntava a isolare i violenti. L'intervento di Mattarella ha permesso di modificareil testo in modo da renderlo in sostanza più conforme alle esigenze espresse dal Pd. Il quale Pd aveva pure proposto alla maggioranza parlamentare di addivenire a una posizione comune sul problema della sicurezza. Non c'è poi stata una trattativa volta a produrre un decreto che l'opposizione o gran parte di essa avrebbe potuto contribuire ad approvare. Chiaramente la destra voleva per l'ennesima volta mostrare la sua capacità di rispondere allla domanda di legge e ordine. Così il decreto è stato opera di una parte sola. Niente compromesso in parlamento. Ma la revisione che è stata esclusa a livello parlamentare è stata in qualche misura attuata dal presidente della Repubblica. In tal modo la destra ha potuto sbandierare i suoi meriti nell'assicurare il rispetto della legge e dell'ordine. Voleva accaparrarsi un vantaggio propagandistico e ci è riuscita.

Detto questo, come si presenta al dunque il nuovo decreto sulla sicurezza? Qui di nuovo l'articolo di Daniela Preziosi si rivela molto utile. Il decreto ha trovato a sinistra un'accoglienza incerta, a volte tiepida, e solo in alcuni casi decisamente negativa. Invece di una contrarietà decisa e compatta, la giornalista ha appunto notato una reazione debole e frammentata. Mentre alcune componenti (come AVS) sono rimaste fedeli alla denuncia della "deriva liberticida", altre aree del PD e del Terzo Polo hanno ceduto al timore di apparire "indulgenti" sul tema della sicurezza, un argomento storicamente difficile da gestire per la sinistra. Questa frammentazione spiega perché le piazze e il dibattito parlamentare non siano riusciti a produrre un'opposizione travolgente. Secondo la ricostruzione di Daniela Preziosi, la sinistra si trova nell'angolo: se attacca troppo duramente rischia di regalare il tema dell'ordine pubblico alla destra; se non lo fa, appare rinunciataria.
Daniela Preziosi
A Meloni resta solo un po' di propaganda. Grazie a Mattarella

Domani, 5 febbraio 2026

Non capita spesso a un capo dello Stato di ricevere gli omaggi di un sindacato, tantomeno di un sindacato della Polizia. Giovedì è successo. Il Silp Cgil ha ringraziato Sergio Mattarella per aver «costretto» il governo a «a porre un freno alle proprie derive securitarie che danneggiano in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori in uniforme, trasformandoli ancor più in bersagli. Non ci vuole un genio per capirlo».

Seguono le questioni su cui, come era filtrato alla vigilia del Consiglio dei ministri, il Colle ha smussato, aggiustato, qualche volta cancellato, gli astratti furori contenuti nelle prime bozze del decreto sicurezza e del disegno di legge sullo stesso tema.

Il fermo preventivo, ridotto a un accertamento su chi sarà trovato in possesso di armi, comunque le persone colpite potranno essere trattenute al massimo per 12 ore, e comunque avvisando il pm. Sullo scudo penale, formula suggestiva che rischiava di impennare il livello di scontro, e di diffidenza verso le forze di polizia, nel testo licenziato dai ministri si avvicina un po’ di più al principio costituzionale che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.

Ha provato il ministro Carlo Nordio ad assicurarlo, in conferenza stampa, attribuendo alle opposizioni «la formula impropria»: «Non è uno scudo penale e non è per le forze dell’ordine. L’impunità non c’è per nessuno».

È stato un lavoro paziente, e di dettaglio, fra il consigliere Gianfranco Astori e il sottosegretario Alfredo Mantovano che, al di là del ruolo, si conferma l’unico di palazzo Chigi ad avere i modi e la cultura istituzionale per interloquire con il Quirinale, insieme a Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica. Dopo aver trattato con gli uffici, nell’ultima fase del lavoro, il sottosegretario ha parlato direttamente con il presidente.

Le bandierine della destra

Il risultato di questo lavoro si è visto alla fine del Cdm. Il governo non ha rinunciato alle sue bandierine e a fare la faccia cattiva. Non doveva solo rispondere ai fatti di Torino ma anche alle denunce del fallimento sul tema della sicurezza che (finalmente) le opposizioni hanno deciso di cavalcare, numeri alla mano.

Va detto che quelle bandierine sono state lasciate a garrire nella propaganda della destra, anche perché al Colle è chiaro che chi ha vinto le elezioni ha diritto di portare avanti il suo programma. Solo che sono state ricondotte alla costituzionalità, almeno quella manifestamente verificabile, e almeno per le norme che sono andate nel decreto, quindi quelle che sarebbero state immediatamente attuabili.

Per i 29 punti del ddl c’è tempo, il testo da vagliare sarà quello che uscirà dal parlamento. In ogni caso Palazzo Chigi ha tenuto un atteggiamento particolarmente collaborativo, e così anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nonostante le parole incendiarie pronunciate alle Camere nei giorni precedenti. E il Quirinale è stato attento a non trasmettere in nessun senso la sensazione di un commissariamento.

La premier dunque deve di nuovo essere grata al Colle: le ha evitato gli scivoloni più pesanti che i ministri facinorosi volevano inserire nei nuovi testi a puri scopi di propaganda. In primis Matteo Salvini, in crisi di credibilità con l’ala estrema del suo elettorato, chiamato a raccolta dalle sirene del fuoriuscito generale Vannacci.

Ma il problema della vena aperta a destra non è solo della Lega. Resta che il Colle ancora una volta ha “salvato” Meloni da un eccesso di figuracce costituzionali e dunque istituzionali. E d’altro canto Meloni ancora una volta ha dovuto contare sul Colle per tenere a bada gli spiriti animali di alcuni suoi scalpitanti collaboratori e alleati, senza dover rinunciare a rivendersi l’immagine di una comandante in capo dal pugno di ferro.

Naturalmente per le opposizioni il lavoro di “bonifica” del Colle non è stato abbastanza. Ma qui c’è un punto che torna ogni volta che una parte delle minoranze invoca Mattarella per stoppare la marcia del governo su temi costituzionalmente rilevanti. Il presidente, senza mai rinunciare al suo ruolo di arbitro e garante, sta in generale attento a non interpretarlo come una clava nei confronti del governo.

Un modo per mantenere intatta la sua forza istituzionale. Forse anche in previsioni di momenti più tesi che in una legislatura come questa potrebbero presto o tardi arrivare: sulla legge elettorale, per esempio.

Barricate ma non troppo

Non è la logica dell’opposizione, che sulla sicurezza ha ritrovato un’inedita unità mercoledì scorso al Senato. Eppure Giuseppe Conte segnala la «retromarcia su alcune norme assurde, come quella sulla cauzione per organizzare una manifestazione. O sul fermo preventivo basato sul semplice sospetto».

L’ex premier critica l’assenza «di vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città», ma apprezza la procedibilità d’ufficio senza querela per ladri e borseggiatori, già proposta M5s. E per il Pd parla Matteo Ricci, europarlamentare già sindaco di Pesaro, e anche lui scopre il bluff: «Il decreto è fuffa. In Italia c'è solo più repressione ma niente di concreto per la sicurezza vera degli italiani. Servono più forze dell'ordine per il controllo del territorio e per le politiche urbane, affinché si contrastino i furti, lo spaccio e la criminalità».

Non per tutti è così. Non per Angelo Bonelli, di Avs: «Il fermo preventivo basato sul cosiddetto “legittimo sospetto”, soprattutto in relazione alle manifestazioni, ci riporta indietro alla stagione degli anni di piombo e rappresenta un grave vulnus al diritto costituzionale di manifestare. Saremmo tutti sospetti, anche solo per aver portato una bandiera della Palestina». E di «salto di qualità nella svolta repressiva» parla Riccardo Magi, +Europa. Ma se salto c’è, è ancora una volta Mattarella che lo ha tenuto basso.


Tocca a te

Tocca a te raccoglie la corrispondenza fra John Berger e suo figlio Yves tra il 2015 e il 2016, negli ultimi due anni di vita dello scrittore: il dialogo affettuoso tra un padre e un figlio che è anche un confronto onesto tra due intellettuali sui temi dell’arte, della memoria e della morte. 

Il carteggio inizia quando, dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri che lo hanno colpito come un invito aperto. Quella lettera è l’occasione per iniziare uno scambio serrato simile alle tante partite di ping-pong che i due hanno giocato nel fienile della loro casa: alternando fotografie e acquerelli, scarabocchi e osservazioni sulla pittura, e puntellando le loro riflessioni con le riproduzioni dei quadri di van der Weyden, Goya, van Gogh, Caravaggio, Poussin, Twombly provenienti dai loro archivi, John e Yves si confessano l’uno con l’altro e mettono a confronto in modo diretto e sincero le loro idee e le loro visioni del mondo, le loro paure e le loro esperienze; i loro ricordi e le loro emozioni. Un testo intimo e potente, che ci racconta dell’importanza di trovare uno spazio per incontrarsi, ancora una volta, prima di dirsi addio. (presentazione editoriale)

Serenella Iovino
Libri da leggere, John Berger e la tenerezza di un padre

la Repubblica Robinson, 28 gennaio 2026

«Sai qual è la cosa che, invecchiando, è cresciuta di più in lui?». No, quale? «La tenerezza». Chi ci parla è Maria Nadotti, e il soggetto lo conosce bene. Non solo perché da tre decenni gli presta la sua voce nella nostra lingua, ma perché con lui ha lavorato, viaggiato, pensato. La loro era un’amicizia e un’alleanza. «Cospiravamo», dice. È un verbo perfetto per John Berger, tessitore di alleanze e resistenze, il cui talento più grande è stato quello di raccontare immagini assecondandone il respiro. Cospirare, in fondo, è questo: respirare insieme, mettere l’anima in comune. È così che s’impara a percepire i legami. E lui respirava, cospirava, con tutto. Se lo leggi lo sai; un paesaggio, un ritratto, una fotografia, un fiore, un oggetto qualunque: si allargano nelle sue mani in una serie imprevedibile di connessioni, come se venissero fuori da un terreno di corpi e di storie e si portassero dietro le radici. JB, che le conosce o le intuisce, te le mostra perché si innestino nella tua immaginazione, entrando nel tuo respiro e continuando a vivere con te. È uno dei pochi modi che abbiamo, credeva, per boicottare il tempo.

Con lui abbiamo visto cose memorabili. Un volto che sbuca da un dipinto e ti parla dei mattini freddi di Delft e delle speranze dei poveri. Un gruppo di operai turchi fotografati all’alba di un colpo di Stato, nei cui visi proletari s’intravede il giorno in cui cammineranno liberi per le strade del loro villaggio. O certi quadri fiamminghi. Donne amate e amanti, osservate dai pittori mentre li osservano. Desiderio e memoria di quel desiderio insieme su una tela. Commenta JB: «Tali immagini non si danno solo nell’arte. Possono darsi nell’anima di chiunque. La parola anima è tabù. Ma è l’anima che squarcia il tempo. E noi continuiamo ad amare, sfidando la mortalità».

Tenerezza, dice Nadotti. E c’era da aspettarselo; è una parola-chiave per JB. Anche negli appunti presi per questo articolo ricorre spesso. Insieme a una sensazione di fondo: recensire un libro di JB non è facile, perché inevitabilmente si finisce col parlare degli altri suoi libri (tanti); di chi era, di come pensava; dei maestri e dei compagni, vivi e morti, con cui cospirava. Per molti è un’icona lui stesso. C’è chi lo apre come un oracolo, una specie di I-Ching. Arte rupestre? Ritratti del Fayyum? Animali nelle gabbie del capitalismo? Visioni di case che crollano? Sentiamo che cosa ne dice JB. Che puntualmente ne parla, illuminandoci. Ne parla, non come farebbe un dotto, ma con quell’inconfondibile (eccola) tenerezza che è il contrario dell’erudizione enciclopedica, della critica e dell’esegesi. Lui, semplicemente, si mette di fianco alle cose e le ascolta. Poi risponde e, raccontando, passa la parola ad altri. Come se dicesse ogni volta a chi legge o scrive con lui: ora tocca a te, over to you.

Tocca a te è proprio il titolo dell’ultimo suo libro proposto in Italia dal Saggiatore. Un libro probabilmente involontario, che raccoglie le e-mail — con immagini e disegni — che lui e suo figlio Yves, artista e scrittore, si scambiano poco prima della sua scomparsa, nel 2017. Non inganni il titolo: non ci sono testimoni generazionali da passare. 

venerdì 6 febbraio 2026

Askatasuna, un gioco stanco

Marta Barone
Scontri a Torino, la domanda è: cosa possiamo fare?

la Repubblica Torino, 6 febbraio 2026

E quindi? La settimana scorsa è andata com’è andata. La sensazione che più mi ha irritato è stata quella dell’inevitabilità: come se tutti, volenti o nolenti, partecipassimo a una recita collettiva i cui ruoli sono precostituiti, decisi a tavolino, uno spettacolo in cui ci sono prima i buoni, tutti “bellissimi” (credo di aver letto cento volte l’aggettivo in cento “analisi” diverse), tutti pieni di ottime intenzioni, poi i cattivi di ambo le parti che rovinano tutto, e poi tutti, di tutti i ruoli, finito lo spettacolo, finita la propria performance, a casa.

A casa a giustificare immediatamente tutto quello che è successo, in una serie di pose vittimistiche e autoconsolatorie che raccontano prima di tutto a noi stessi di come noi, noi buoni e giusti, siamo stati sequestrati, siamo stati male interpretati, la violenza è prima di tutto dalla parte avversa. Derivazione obbligata: o sono infiltrati oppure “hanno solo reagito”. Mi ha colpito che molte delle persone che erano in piazza (con me, perché ci sono andata, già irritata) abbiano espresso soprattutto delusione. Mi sono chiesta: davvero non pensavano che ci sarebbe stato il solito gioco, con una posta più alta del solito perché c’era la necessità della rivalsa? Che cos’è, se non appunto vendetta, rivalsa, sceneggiata muscolare?

A chi serve? Perché non riusciamo nemmeno a concepire di dire: questa è violenza gratuita, inutile, feroce, puro estetismo dello scontro, feticcio del feticcio? Chi crediamo (io penso sia questo il punto) di tradire? Sembra che, anche solo a pensarlo, si passi dalla parte della repressione. Secondo me anche questo è un gioco stanco. In questo senso, il comunicato di Askatasuna (pur scritto in lingua dannunziana, con involontari effetti comici) che si prendeva tutta la responsabilità gloriosa della “fine del corteo” è stato onesto; più onesto di tutte le reazioni di negazione. Quello che dobbiamo chiederci è a cosa serve la negazione se non a noi per sentirci meglio, per sentirci nel posto giusto. Cosa è successo la settimana scorsa? Non lo sappiamo precisamente, sappiamo soltanto che c’è un decreto delirante che avanza, e non abbiamo ottenuto nulla. La domanda da farsi – forse – è: cosa vogliamo? Che cosa possiamo fare? Dobbiamo per forza delegare la nostra angoscia all’estetica del bruto contro il bruto, virtualmente, peggiore? Davvero è tutto inevitabile, o addirittura forse desiderabile?