venerdì 17 luglio 2026

Torino eccentrica

Massimo Rostagno
Quale identità per la Torino di domani?

Gazzetta Torino, 16 luglio 2026

È difficile rendere il senso di differenza che Torino ispirava e ispira agli abitanti del resto d’Italia”: con queste parole del 1977 Giulio Bollati introduceva le sue riflessioni sul carattere torinese e piemontese in relazione al resto dell’Italia. Ed è un punto di partenza quasi obbligato per ogni ragionamento strategico riguardante la Torino dei prossimi decenni. La diversità, dunque. La differenza. La presenza di qualcosa di ineffabile e non riconducibile al resto della penisola.

Anche altri grandi torinesi non di nascita ma di adozione come Nerio Nesi amavano sottolineare questo carattere: ‘Torino è Torino’, ripeteva davanti ad un pubblico di milanesi o di romani. tornando a richiamare anche in anni recentissimi l’eccentricità della nostra metropoli, la sua irriducibilità a definizioni precise.

Eppure, l’identità torinese, pur dietro la propria misteriosa ineffabilità, ha racchiuso elementi ben concreti e riconoscibili.

Il senso della gerarchia, anzitutto. Il carattere torinese è stato forgiato dalla gerarchia. La struttura civile dominante nei secoli è stata sempre fortemente gerarchizzata, con un sotto e un sopra ben riconoscibili, un alto e un basso pubblici e trasparenti. Dapprima fu la struttura militare del castrum, poi quella burocratica del nascente stato unitario e sabaudo. Infine, la gerarchia del sistema produttivo industriale. Esercito, burocrazia e industria sono stati elementi chiave nel plasmare l’identità della città nei secoli passati. Proprio a questo aspetto un viaggiatore francese del Settecento riconduceva la naturale ritrosia, la quasi pervicace riservatezza dei suoi abitanti: ciascuno teme di uscire dal livello gerarchico che gli è stato socialmente assegnato. Chi sta sotto teme di dire qualcosa di fuori posto. Chi sta sopra di concedere con un eccesso di facondia una non dovuta confidenza. Il senso del rapporto disciplinato tra inferiore e superiore faceva il resto.

In secondo luogo, ben collegato a questo, la razionalità. Torino è una città razionale e il ruolo che ha svolto nella storia è dominato dal senso della pragmatica concretezza che ne deriva. Lo svolgimento dell’azione burocratica prima e industriale poi è avvenuto sotto quel segno, nella totale diffidenza per le derive periferiche, per le improvvisazioni e le estemporanee accensioni creative. La stessa ben nota struttura ortogonale delle sue vie – che così tanto era piaciuta a Friedrich Nietzsche, innamorato della nostra città – rimanda un’ immagine plastica dello spirito cartesiano torinese.

Negli anni di Adriano Olivetti, a fronte degli esperimenti industrial-sociali eporediesi, si era creata una sorta di dicotomia tra Torino e Ivrea, vale a dire tra la Fiat e l’Olivetti. A Ivrea si tentavano strade nuove, ispirate dal pensiero della olivettiana Comunità: dal dignitoso rapporto salariale tra dirigenti e operai che non doveva eccedere le sei volte (e già sembrava molto. Oggi un top manager guadagna centinaia di volte in più) alla grande fioritura di iniziative sociali e culturali per far crescere i lavoratori come esseri umani e persone. Tra queste alcune incredibili se viste con gli occhi di oggi: la lettura della Critica della ragion pura di Kant commentata e spiegata agli operai. Insomma: vi era lì la ricerca creativa di un nuovo rapporto tra capitale e lavoro, tra impresa e lavoratori. Come guardava a tutto questo il mondo FIAT? Con uno scetticismo intriso di ironia. Quelli di Ivrea erano chiamati “gli artisti” e dietro questa beffarda definizione vi era tutto il peso della razionalità industriale torinese: l’impresa non si fa così. Non c’è spazio per fughe in avanti creative, estrose perché l’impresa è disciplina, razionalità, gerarchia. Poi è finita come è finita.

Al tempo stesso la razionalità torinese era così accentuata, così ostentata da secernere il proprio contrario: il mistero, l’irrazionale, il magico. Una faccia nascosta rispetto alla superficie visibile. Quasi un ritratto di Dorian Gray, che smentisce nell’ombra l’immagine pubblica deformandola, ma che non è meno significativa per il carattere della città.

Infine, il terzo grande tassello: la modernità. Anche questo celebrato da quintali di letteratura. Torino è una città aperta al moderno, al nuovo. Aperta al cambiamento. Lo è stata nella capacità di dare attuazione al sogno unitario (più o meno esplicitamente voluto dalle élite sabaude). Lo è stata soprattutto nell’aprire al nuovo mondo produttivo nel momento in cui – alla fine del XIX secolo – modernità voleva dire industria. Significava superamento della dimensione bucolico-agricola per approdare a quella dell’economia moderna. Alla fabbrica, con le sue immense implicazioni sociali e politiche.

Gerarchia, razionalità e modernità dunque appaiono tasselli essenziali nella definizione dell’identità torinese. Però tutto questo appartiene al passato. Ad un tempo in cui le identità erano definite, scolpite nel marmo all’interno di un universo di coordinate stabili, Era il mondo della permanenza, della stabilità.

Ma oggi? Nel tempo della fluidità, delle identità liquide e intercambiabili ha ancora senso porsi il problema dell’identità della Torino che vogliamo costruire? Ha senso ragionare sul futuro a partire da questo concetto?

Forse sì, a patto di non smarrire il senso della propria contemporaneità, di non ignorare i connotati largamente inediti del nostro tempo, così sfuggente, così fragorosamente inedito. Questo vale per gli individui, e a maggior ragione vale per le entità collettive, per gli agglomerati di esseri umani chiamati comunque a costruire un destino comune. Ciò che è stato non può ovviamente essere riproposto nei termini che la storia ci ha tramandato. La company town non esiste da decenni e certo non esisterà più. La vocazione manifatturiera che aveva segnato in maniera pressoché univoca la vita e il carattere della città è scomparsa per sempre e non ha alcun senso riproporla negli stessi termini. L’automobile come identità chiave torinese è trapassata.

Tutto questo però può riapparire come frammento, come parte di un quadro più variegato. Il ragionamento basato sull’identità singola deve sfociare in quello costruito sulle vocazioni multiple, sulle identità multiformi. Ragionare sulla Torino del 2040 significa abbandonare l’idea di un’unica identità esclusiva e abbracciare quella di identità plurime.

Già ora per chi abbia voglia di agire e di progettare ci sarebbe molto da fare in questo senso. C’è da dare un nome e una visibilità alle cose. C’è un lavoro di identificazione e valorizzazione di realtà già adesso esistenti, già adesso capaci di esprimere energie, di produrre lavoro e fatturato, di aggregare interessi: dalla filiera dell’arte contemporanea al mondo delle start up tecnologiche, dal turismo a nicchie pregiate di manifattura. Facendo leva sulle eccellenze formative come il Politecnico e assumendo la capacità attrattiva di giovani come orizzonte da perseguire.

Non è certamente questa la sede per costruire un programma politico. Tuttavia, iniziare a definire le coordinate culturali in cui provare a farlo forse può essere di qualche utilità.


Ben Bella in Svizzera

Frédéric Bobin
Ahmed Ben Bella, dalle prigioni di Algeri ai vigneti svizzeri

Le Monde, 16 luglio 2026

La sontuosa villa si affaccia sul lago di Ginevra, una massa liquida sottostante che riflette i mutevoli umori del cielo, cupo in questa giornata piovosa di maggio 2026. Circondata da una fitta siepe e coronata da pini e pioppi, la casa si aggrappa ai pendii delle colline vodesi punteggiate di vigneti. Ahmed Ben Bella si sentiva al sicuro lì, anonimo, immerso nel verde rigoglioso di questo villaggio svizzero, Begnins, tra Ginevra e Losanna. Un rifugio rigenerante per questa figura della rivoluzione algerina che, in esilio, aveva ripreso in mano il suo bastone da pellegrino militante dopo quindici anni di prigionia (1965-1980) nelle carceri di Algeri.

Begnins, ovvero il quartier generale del primo presidente dell'Algeria indipendente, sta ora cercando di ristabilire il legame con il suo destino, interrotto dal colpo di stato del colonnello Houari Boumediene, che lo estromise dal potere nel 1965 dopo un'aspra lotta per la supremazia. "Vi rimase per circa vent'anni, con discrezione. Usciva solo di notte; nessuno lo vedeva", racconta Noé Graff, indicando con il dito il venerabile rifugio, acquistato da... un pied noir di Orano dopo la morte di Ben Bella nel 2012.

Noé Graff, l'ottantenne viticoltore con un passato trotskista che si è preso cura con dedizione del manicomio di Ben Bella nel cantone di Vaud, è un personaggio davvero eccentrico. In parte amministratore, in parte sentinella, quest'uomo, magro come una vite e maestro dell'autoironia, è una sorta di Guardia Svizzera. Le loro due case – quella di Graff è più modesta – distano solo poche centinaia di metri l'una dall'altra.

«Eravamo la porta d'accesso ad Ahmed», racconta Françoise Fort, moglie di Noé Graff . «Chiunque avesse un appuntamento con lui doveva prima passare dalla "vignaiola"». Persino l'elettricista o il tecnico della compagnia telefonica incaricato di una riparazione doveva mostrare le proprie credenziali. Non si sa mai… L'attivista che Ben Bella era rimasto, per il quale l'opposizione ad Algeri era intrecciata a diverse cause "antimperialiste" , era ancora una spina nel fianco.

Una coppia di sentinelle

L'incontro tra Ahmed e Noé è incongruo. Chi avrebbe mai pensato che l'esule, che aveva riscoperto l'Islam in prigione e tenuto l'alcol a debita distanza, sarebbe diventato amico di questo fanatico del Pinot Nero intento a vendemmiare in una tenuta chiamata "Le Satyre", un nome provocatorio ereditato dal suo eccentrico padre? La politica ha le sue ragioni... Noé Graff è un prodotto puro dell'attivismo di estrema sinistra degli anni '60. Tra le altre imprese, fu l'autista del commando svizzero, assi dell'alpinismo, che scalò la guglia della cattedrale di Notre-Dame a Parigi di notte, il 18 gennaio 1969, per appendervi una bandiera di seta dei Viet Cong: un affronto aereo allo Zio Sam nel pieno della guerra del Vietnam.

All'epoca, Noé Graff credeva fermamente nella "rivoluzione planetaria" e continuò a sognarla a lungo. Così, quando nel 1986, nel suo villaggio di Begnins, incontrò Ben Bella che curiosava tra i negozi in cerca di saponi profumati per il bagno, si avvicinò calorosamente all'algerino, il cui volto gli era familiare, conseguenza del suo passato da terzomondista. Lo invitò subito a prendere un caffè al bistrot Le Raisin , poi a visitare la sua cantina: Ben Bella ammirò le bottiglie di Satyre senza toccarle . Nacque così un'amicizia che sarebbe durata tutta la vita . L'ex presidente, che si era stabilito nel vicino villaggio di Bougy-Villars, si trasferì presto a Begnins per essere più vicino a Noé Graff e Françoise Fort, i suoi fedeli e incrollabili custodi della comunità locale.

Sebbene riservato a Begnins, Ben Bella non fu meno attivo su molti palcoscenici in tutto il mondo: dall'Europa all'America, dove abbracciò la causa dei nativi americani ( "la razza rossa ", come la chiamava lui), e naturalmente, il Medio Oriente con le sue lotte "antimperialiste" e filo-palestinesi. Rilasciato dal carcere di Holden Castle ad Algeri nel luglio del 1979, visse agli arresti domiciliari fino all'ottobre del 1980, quando fu finalmente liberato. Aveva allora 64 anni, era ancora in ottima forma fisica – l'ex centravanti dell'Olympique de Marseille (stagione 1940) era un atleta che sapeva come mantenersi in forma – e, soprattutto, con rinnovate convinzioni.

Dialogo con gli islamisti

L'esperienza in prigione lo trasformò. Il regime di detenzione fu implacabilmente rigoroso: isolamento totale – recitava il Corano per sentire il suono della propria voce – sorveglianza invasiva, cibo avariato… L'ex presidente era così convinto che sarebbe stato fucilato nel sonno che lottò per rimanere sveglio.

La situazione migliorò leggermente quando, nel 1971, sposò Zohra Sellami, ex giornalista del settimanale Révolution africaine. Alla moglie del famigerato detenuto, di origini miste (sua madre era una sarta di Grandville, in Normandia, e suo padre un giardiniere algerino del quartiere Marais di Parigi), fu permesso di vivere con lui in una cella di due stanze all'interno del carcere, dove cucinavano in bagno. La coppia adottò due figlie, Mahdia e Noria, ottenendo così una terza stanza. A Zohra fu concesso di lasciare il carcere, ma solo dopo aver subito umilianti perquisizioni corporali.

Una volta riacquistata la libertà, Ben Bella non poté far altro che lamentare il fallimento della sua generazione. Lo espresse senza mezzi termini nelle interviste alla stampa internazionale. "Il sistema a partito unico è l'unico male " era una delle sue frasi preferite. A suo avviso, le indipendenze conquistate dai paesi un tempo colonizzati erano fallite perché si erano limitati a imitare i modelli occidentali, siano essi marxisti o capitalisti. Mantenne l'"antimperialismo" della sua giovinezza, ma lo intrise di ambientalismo e aspirazioni spirituali. Il mondo musulmano, sosteneva, avrebbe tratto grande beneficio dall'attingere agli insegnamenti dell'Islam per trovare soluzioni alle sfide contemporanee. Questo articolo di fede lo spinse a promuovere il dialogo con gli islamisti .

Nel giugno del 1981, eccolo a Parigi. Lì incontrò vecchi amici, gli stessi che avevano lottato per la sua liberazione: i giornalisti Hervé Bourges e Claude Estier, il matematico Laurent Schwartz, ma anche e soprattutto Michel Raptis, detto "Pablo" , fondatore della cosiddetta corrente "pablista" della galassia trotskista, che lo aveva ispirato con le ricette del socialismo autogestito durante la sua presidenza tra il 1962 e il 1965.

Manifestazione di sostegno a Parigi

Sebbene l'estrema sinistra francese sia rimasta a lungo fedele al Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), il partito al governo, i "pablisti" furono praticamente gli unici a difendere Ben Bella durante la sua prigionia. Nel 1973, una manifestazione di sostegno da loro organizzata in un cinema del quartiere Barbès di Parigi provocò l'intervento ostile di un gruppo di teppisti dell'ambasciata algerina, che costrinsero i partecipanti ad abbandonare la sala sotto scorta della polizia.

Otto anni dopo, la rete si riorganizzò per sostenere la nuova carriera attivista del prigioniero finalmente rilasciato. Uno dei luogotenenti di "Pablo", Gilbert Marquis, e suo figlio Serge, un ex fante di montagna diventato segretario editoriale, contribuirono alla pubblicazione di El Badil ("L'Alternativa"), organo del Movimento per la Democrazia in Algeria, un partito di opposizione in esilio fondato da Ben Bella nel 1984. La pubblicazione fu presto bandita dalle autorità francesi, preoccupate di non irritare Algeri.

Ben Bella era una figura controversa. La sfida che lanciò dall'esilio contro il regime algerino a partire dal 1982 stava creando attriti con la diplomazia francese. Il Quai d'Orsay (Ministero degli Esteri francese) lo esortò a "esercitare una certa moderazione " . Il ruolo attribuito a Ben Bella, popolare tra la diaspora algerina in Francia, negli scioperi dei lavoratori immigrati nel settore automobilistico, alimentò ulteriormente le preoccupazioni di Parigi. Ricevette un avvertimento il 25 gennaio 1983, quando la sua villa a Montmorency (Val-d'Oise), una residenza borghese, fu perquisita dall'Ufficio Centrale per la Repressione della Criminalità Organizzata.

Quel giorno il leader algerino era assente, ma la sua guardia del corpo, Youssef Hachem, fu arrestata. Era ricercato per una rapina a mano armata commessa diciotto mesi prima a Précy-sur-Oise. Una perquisizione dei locali portò al ritrovamento di un mitra e dodici revolver Beretta. Ben Bella giustificò l'arresto affermando la necessità di garantire la propria sicurezza a fronte delle minacce ricevute.

Stile di vita di un signore

Questo episodio segnò una svolta decisiva. Consolidò la rottura tra la Francia e Ben Bella, che si stabilì in Svizzera pur viaggiando molto. Possedeva notevoli risorse finanziarie. Accumulò appartamenti e ville – in affitto o acquistati – in Svizzera, Austria, Regno Unito e Spagna, dove aveva fatto vivere le sue due figlie e una terza figlia adottiva, Alilou, tetraplegica. Inoltre, sostenne generosamente finanziariamente la sua rete di amici politici. Lui stesso conduceva una vita sfarzosa, frequentando ristoranti di lusso, indossando abiti inglesi e guidando auto di lusso – come la sua Audi V12 blindata – con grande stupore del suo amico svizzero Noé, il frugale "di sinistra".

Secondo chi conosceva la figura dell'opposizione in esilio, Muammar Gheddafi, la guida suprema della Libia, era il suo principale finanziatore. Perché Gheddafi? Questa stretta relazione risale probabilmente al periodo in cui Ben Bella, allora presidente, offrì ospitalità e assistenza ad Algeri a numerosi gruppi rivoluzionari e giovani nazionalisti arabi. L'algerino e il libico, che avrebbero preso il potere nel 1969, si sarebbero poi trovati d'accordo nel sostenere il dittatore iracheno Saddam Hussein alla vigilia della prima Guerra del Golfo (1990-1991).

Ben Bella non si è mai lasciato turbare dalle contraddizioni. Da "democratico" che fraternizzava con gli autocrati della regione, era anche un oppositore molto determinato del regime di Algeri. Il suo entourage era pieno di informatori della sicurezza militare, ma, stranamente, "non ci faceva caso, non gli importava ", si meraviglia uno dei suoi ex luogotenenti a Parigi, Mohamed Ben El-Hadj. Quando si imbarcò nel 1990 per il suo rientro autorizzato ad Algeri, oltre ai suoi fedeli compagni, un buon numero di passeggeri del traghetto  Hoggar erano agenti dei "servizi" algerini. Ben Bella lo sapeva e non gli importava, perché manteneva certi contatti con il potere occulto. Il figliol prodigo – e prodigo – si stava tutelando.

Eccolo lì, con una splendida villa sulle colline sopra Algeri. Dalla metà degli anni Novanta in poi, alti funzionari e ministri accorrevano alla sua dimora. Finì per diventare un saggio statista del regime, consultato da Abdelaziz Bouteflika, eletto presidente nel 1999. Non dimenticò il suo viticoltore di sinistra, Noé Graff, e i suoi vigneti di "Le Satyre", che continuava a frequentare. Soprattutto in primavera, quando poteva respirare il profumo dei ciliegi in fiore affacciandosi sulla tranquillità del Lago di Ginevra.

https://www.lemonde.fr/series-d-ete/article/2026/07/16/ahmed-ben-bella-des-prisons-d-alger-aux-vignobles-suisses_6723850_3451060.html

L'impresa garibaldina

Luigi MASCILLI MIGLIORINI, 11 maggio 1860, Laterza, Bari-Roma, 2023, pp. 187, Euro 20.

È da poco uscito nella collana della Laterza “Dieci giorni che hanno fatto l’Italia”, questo saggio di Luigi Mascilli Migliorini dedicato all’impresa dei Mille. Dopo un’ampia introduzione storica sulla situazione politica del Regno di Napoli nella prima metà dell’Ottocento, l’autore si sofferma sui preparativi della spedizione, ricostruendo il ruolo di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Nino Bixio, Agostino Bertani, Giuseppe Sirtori, e sui rapporti di Garibaldi con Giuseppe La Masa e Giuseppe La Farina.

Si sofferma poi sull’atteggiamento di Cavour rispetto all’impresa, caratterizzato da un cauto favore, su quello di Napoleone III e sul ruolo dell’Inghilterra, guidata dal Palmerston, interessata alla nascita di un Regno d’Italia per equilibrare la situazione strategica nel Mediterraneo. Espone le incertezze, le difficoltà e gli imprevisti della vigilia, con i fucili confiscati a Milano da Massimo D’Azeglio, le munizioni non consegnate in tempo sul piroscafo Piemonte, a causa di un disguido dei contrabbandieri che avrebbero dovuto portarle a bordo. Affronta la circostanza della presenza dinanzi a Marsala delle due navi inglesi, dimostrando che esse erano lì per proteggere non tanto Garibaldi quanto le fabbriche del marsala di proprietà britannica, e delle esitazioni delle navi da guerra borboniche giunte in ritardo al largo di Marsala.

Riusciti rocambolescamente a sbarcare, i Mille trovarono ad accoglierli una città molto silenziosa e diffidente, con il sindaco che si limitò a offrire a Garibaldi solo qualche bottiglia di vino, che peraltro il Generale era abituato a bere con grande moderazione. Accoglienza ben diversa fu quella trovata dalle camicie rosse a Salemi e a Calatafimi. L’A. Scrive che fu Crispi a proporre a Garibaldi, e a redigere, il famoso Proclama nel quale veniva dichiarata la Dittatura momentanea, basata sul motto “Italia e Vittorio Emanuele”.

Il libro si basa molto sulle Memorie di Garibaldi e sui libri di Giuseppe Bandi e Giuseppe Cesare Abba, integrati dai tanti ricordi di una serie di protagonisti della spedizione. Nell’ultimo capitolo accenna alle vicende successive di alcuni dei protagonisti della spedizione, da Nino Bixio a Sirtori, da Medici a Cosenz. Le pagine conclusive affrontano brevemente la controversa tematica delle modalità dell’unificazione italiana, attuata per mezzo di plebisciti anziché di un’assemblea costituente come auspicavano i mazziniani.

Gian Biagio Furiozzi

La movida molesta


Sia ben chiaro, i giovani scelgono le feste «fai da te», zero controlli e massimo divertimento con pochi soldi. In tal modo sottraggono clienti ai locali pubblici. Gli esercenti hanno quindi interesse a sparlare della movida. 

Diego Molino 
Risse, scippi e rapine. La movida attira piccoli delinquenti. Epat chiede presidi fissi di polizia

La Stampa Torino, 17 luglio 2026

«Ci sono state tre risse in appena un mese, scoppiate per baruffe tra opposte baby gang. Se le danno anche tra loro, forse per presidiare il territorio».

Massimiliano Marello, proprietario del locale Le Panche di via Reggio Emilia, racconta così com'è cambiata la movida nell'ultimo periodo. Una mutazione che ha portato con sé anche scippi di collanine a giovani avventori, gruppi di ragazzini che girano in monopattino per rapinare loro coetanei, microcriminalità.

Epat preoccupata: serve un presidio fisso

Una situazione che non riguarda solo la zona antistante il locale di Marello, ma che si sta diffondendo in tutte le zone della movida torinese. Tanto da spingere Epat, l'associazione dei pubblici esercizi che fa capo ad Ascom, a chiedere alle istituzioni un presidio stabile da parte delle forze dell'ordine nelle tre zone maggiormente critiche: Borgo Rossini, San Salvario e piazza Vittorio Veneto.

Scippi e rapine in monopattino: il racconto degli esercenti

Questi episodi hanno spesso l'effetto di allontanare chi sceglie il quartiere per fare un aperitivo in tranquillità o festeggiare insieme con gli amici la laurea. «Soprattutto nella piazzetta di via Reggio Emilia dove c'è la fontana, ma anche nella vicina via Cagliari, il venerdì e il sabato c'è un'alta concentrazione di maranza, stazionano tutto il tempo lì e poi girano a bordo dei monopattini per strappare catenine o braccialetti - dice ancora Marello -. A metà della settimana scorsa a un ragazzo seduto su una panchina, davanti al locale Piadora di via Catania, è stata strappata la collanina da un giovane in monopattino, è quasi scoppiata una rissa che i nostri addetti alla sicurezza sono riusciti a scongiurare, ma intanto il ragazzo sul monopattino è riuscito a scappare con il bottino».

E ancora «Di recente a un'altra ragazza è stata rubata la collanina mentre faceva benzina alla stazione di servizio presente sul lungo Dora, sempre in Borgo Rossini».

L’incontro con il viceprefetto

Un'escalation di episodi che hanno portato gli esercenti a presentare un esposto, mentre il prossimo 3 agosto è già stato fissato un incontro con il viceprefetto.

Le aggressioni di lungo Dora Firenze

La situazione è ormai nota agli esercenti di specifiche aree della città. Come a Vincenzo Nasi, fra gli altri titolare del club Q35 in lungo Dora Firenze e presidente di Epat Torino: «Per due serate consecutive, il 3 e 4 luglio in occasione degli after del Kappa FuturFestival, il personale della sicurezza ha impedito l'ingresso nel locale a un gruppetto di ragazzini già noti per le loro cattive intenzioni - spiega - Il risultato è stato che da quattro sono diventati 30 e hanno cominciato a lanciare bottiglie contro i nostri addetti, in entrambi i casi siamo stati costretti a richiedere l'intervento della Polizia».

San Salvario, un’altra area diventata critica

Il problema riguarda anche la zona di piazza Vittorio Veneto e via Matteo Pescatore, ma anche alcuni ambiti di San Salvario nel perimetro fra le vie Berthollet, Goito e Saluzzo. Proprio le aree dove adesso Epat chiede di istituire un presidio fisso delle forze dell'ordine.

Cos’è il Torino Care Team

Qualche iniziativa è già stata messa in campo dalla Città, come Torino Care Team, un gruppo di operatori con pettorina che provano a mediare i conflitti fra avventori e residenti. La richiesta di Epat, in questo caso, mira però soprattutto alla sicurezza dello spazio pubblico, quello che non riguarda più locali e dehors, ma le piazze e le strade delle serate all'aperto.

«I titolari dei pubblici esercizi nelle zone movida debbono assicurare e vigilare sulla tranquillità dei propri dehors e dei locali, ma occorre guardare al suolo pubblico che non è nella disponibilità e nella responsabilità degli esercenti» - afferma Nasi - «Gli imprenditori seri rispondono a una serie di obblighi per tutelare la cittadinanza dal disturbo della quiete pubblica, con oneri che possono superare anche i 15-20 mila euro a stagione. Ma al tempo stesso, chiediamo un presidio stabile e riconoscibile delle forze dell'ordine nelle aree che oggi sono più esposte».

La proposta di Epat per rilanciare i quartieri

Claudio Ferraro, direttore di Epat, allarga lo sguardo. «Quando le persone smettono di frequentare una zona, il danno non riguarda soltanto il singolo locale ma si indebolisce l'intero quartiere - dice - Occorre un profondo ripensamento sulla vita serale e un organico e programmatico intervento rigenerativo sull'intero territorio cittadino».

giovedì 16 luglio 2026

Bernard Lazare, il primo dei dreyfusardi

Marius Joly
Prima di 
Émile Zola, c'era "J'accuse" di Bernard Lazare, il primo dei dreyfusardi
Le Monde, 10 luglio 2026

L'organizzazione locale senza scopo di lucro promotrice del progetto è riuscita a riportare alla luce, nella sfera pubblica, una figura caduta nell'oblio: un uomo che fu tuttavia un protagonista chiave nella difesa di Alfred Dreyfus, tanto da essere soprannominato "il primo dei dreyfusardi". "Questa ingiustizia andava riparata e dovevamo ricordare che egli incarnava i valori della Repubblica", afferma David Storper, presidente del collettivo. Questa iniziativa offre l'opportunità di ricordarlo mentre la Francia si prepara a celebrare, il 12 luglio, la prima giornata nazionale di commemorazione della riabilitazione di Alfred Dreyfus , in occasione del 120° anniversario del riconoscimento dell'innocenza del capitano. Tale commemorazione è stata decisa da Emmanuel Macron esattamente un anno fa.

Questo è ciò che pensò Mathieu Dreyfus, il fratello maggiore del capitano, quando contattò Bernard Lazare nel febbraio del 1895. A quel tempo, Alfred Dreyfus era già stato condannato all'ergastolo in un processo militare sommario e totalmente di parte per aver condiviso documenti dell'esercito francese con il nemico prussiano. Il capitano fu inviato nella colonia penale sull'inospitale Isola del Diavolo nella Guyana francese. La stampa e l'opinione pubblica erano unanimi: Dreyfus era colpevole. La sentenza era stata emessa e nessuno osava pensare di contestarla.
Il nome di Bernard Lazare è gradualmente caduto nell'oblio. È in gran parte dimenticato nei libri sulla storia dell'anarchismo, della stampa o del sionismo. Eppure fu una figura importante negli ambientiintellettuali di fine Ottocento . Anarchico e ateo convinto, di origine ebraica, scrisse per giornali come L'Echo de Paris e Le Figaro, con il quale collaborò solo per pochi mesi, nonostante i suoi scritti radicali avessero scandalizzato la redazione conservatrice di quest'ultimo. Era una personalità abbastanza forte da intraprendere, da solo e contro ogni previsione, una disperata crociata per riabilitare un uomo innocente.

Scrittura nitida

Bernard Lazare, convinto dell'innocenza del soldato, fu uno dei pochi ad unirsi al determinato Mathieu Dreyfus nella sua implacabile lotta. Questo "fratello eroico", come lo avrebbe poi definito Émile Zola, lottò instancabilmente per raccogliere voci autorevoli e prove dell'ingiustizia subita. Gli appunti del capitano Dreyfus, le testimonianze inedite, l'atto d'accusa... Mathieu Dreyfus aveva già raccolto prove solide per ricostruire gli eventi della vicenda. La penna di Bernard Lazare sarebbe servita a portare alla luce la verità.

Il giovane, sulla trentina, esaminò meticolosamente le poche fonti a sua disposizione. Si immerse nelle trascrizioni delle udienze della corte marziale e nell'analisi del famigerato memorandum, quel foglietto di carta presumibilmente accusatorio che si credeva recasse la calligrafia di Dreyfus. Data la natura insolitamente scarna del fascicolo, non c'erano più dubbi: Alfred Dreyfus era stato vittima di una cospirazione.

Tra la fine del 1895 e la fine del 1896, Bernard Lazare redasse una prima bozza del testo. Come sua consuetudine, la sua scrittura era caustica e non risparmiava nessuno. Sottolineò la responsabilità dello Stato Maggiore, della stampa, del Ministro della Guerra… Ma soprattutto, Bernard Lazare denunciò il palese antisemitismo alla base della vicenda. "Perché, dunque, il Capitano Dreyfus fu preso di mira specificamente? Perché il Capitano Dreyfus era ebreo", scrisse nelle tre pagine superstiti di questo testo.

Accordo tacito

In una società pervasa dall'antisemitismo e infiammata da polemisti come Édouard Drumont e la sua rivista La Libre Parole, la famiglia temeva le ripercussioni e decise di non pubblicare l'opuscolo. Eppure, queste pagine contengono una delle frasi più celebri del nostro tempo: "Quanto a me, accuso il generale Mercier, ex Ministro della Guerra, di essere venuto meno a tutti i suoi doveri, lo accuso di aver fuorviato l'opinione pubblica, [...] lo accuso di aver mentito...".

Una potente anafora, che egli dispiega all'infinito, quasi quindici mesi prima del celebre "J'accuse" di un certo Émile Zola, pubblicato su L'Aurore il 13 gennaio 1898. Per Philippe Oriol, storico specializzato nell'Affare Dreyfus e biografo di Bernard Lazare, questo potrebbe rappresentare un tacito accordo tra i due. "Zola era a conoscenza dell'esistenza di questo opuscolo. Quindi, la mia ipotesi è che ritenesse un peccato perdere questo efficace espediente stilistico. Ci fu dunque un'intesa tra i due per riutilizzarlo."

Bernard Lazare non si limitò a lasciare la sua formula ai posteri. Nell'autunno del 1896, tornò al suo lavoro, determinato a dimostrare l'innocenza del soldato. Partendo da un lungo articolo pubblicato dal quotidiano L'Éclair, che presentava solo una visione parziale della vicenda, il giornalista esaminò meticolosamente ogni argomentazione avanzata. Sottolineò la debolezza delle indagini condotte e denunciò la totale mancanza di prove contro il capitano. "Questo primo opuscolo pubblicato è incredibile perché è una vera opera di erudizione storica", afferma entusiasta Philippe Oriol. "Con pochissimi documenti, riesce a smantellare l'accusa". Il testo, intitolato Un errore giudiziario: La verità sull'affare Dreyfus, fu infine stampato nel novembre del 1896 a Bruxelles, prima di essere distribuito in 3.500 copie a giornalisti, artisti e politici dell'alta società parigina.

Condannato all'oblio

Non solo questo scritto non ebbe l'impatto sperato sull'opinione pubblica, ma trasformò anche Bernard Lazare in un vero e proprio "paria", come egli stesso lamentò ripetutamente. "A quel punto, nessuno voleva più lavorare con lui. Era una persona che si guadagnava da vivere molto bene e che, nel giro di pochi mesi, si ritrovò senza un soldo", spiega Philippe Oriol. Ma questa situazione non scoraggiò Lazare, che rimase convinto che questa lotta personale fosse parte di una battaglia più ampia contro il dilagante antisemitismo.

Per oltre un anno, Bernard Lazare tenne numerosi incontri per raccogliere nuovi consensi. Iniziò anche a scrivere un secondo opuscolo, più lungo e incisivo, corredato da numerose perizie che attestavano che la grafia del memorandum non era quella di Dreyfus. Questo testo, pubblicato nel novembre del 1897, suscitò ancora una volta solo disprezzo e malafede in gran parte della stampa.

Mentre, nello stesso mese, Mathieu Dreyfus scriveva al Ministro della Guerra per denunciare il vero traditore – Ferdinand Esterházy – e diversi intellettuali di spicco, tra cui lo scrittore Émile Zola, si schieravano pubblicamente dalla parte di Dreyfus, Bernard Lazare, ostacolato dalle sue convinzioni anarchiche e dalla sua intransigente lotta contro l'antisemitismo, che all'epoca non era universalmente accettata, nemmeno tra i seguaci di Dreyfus, perse gradualmente la sua visibilità. "Se si confronta la notorietà di Bernard Lazare, che era reale, con quella di Émile Zola, la differenza diventa trascurabile", ricorda Philippe Oriol. " Era necessario cercare voci con una portata più ampia della sua."

Un ritiro straziante per Bernard Lazare, che dedicò diversi anni della sua vita alla difesa di un innocente. Morì nel 1903, tre anni prima della definitiva riabilitazione di Alfred Dreyfus, consapevole di essere condannato all'oblio: "Non mi è perdonato di aver visto chiaramente quando nessun altro vedeva nulla (...) . Sarà un onore per me aver sferrato il primo colpo e aver posizionato così bene il piccone che tutti i sostenitori di Dreyfus furono costretti a passare attraverso la breccia che avevo aperto", scrisse in uno dei suoi taccuini.

Eretta in suo onore nel 1908, la sua statua a Nîmes, spesso vandalizzata e infine rimossa dal regime di Vichy, divenne bersaglio di odio antisemita. Oggi, a un secolo dalla sua creazione, questo blocco di pietra, tornato a ergersi, restituisce a questa figura a lungo dimenticata il posto che le spetta.

https://www.lemonde.fr/m-le-mag/article/2026/07/10/avant-emile-zola-le-j-accuse-de-bernard-lazare-le-premier-des-dreyfusards_6722313_4500055.html

Quei lavoretti da nulla

Kim Hullot-Guiot
Il mio peggior lavoro estivo: "Quell'estate sono entrata in contatto con una classe sociale che non conoscevo affatto."
Libération, 16 luglio 2026

«L'estate in cui ho compiuto 16 anni, volevo lavorare, ma c'erano pochi posti di lavoro disponibili per i minorenni. Tramite il mio comune, sono riuscita a ottenere due settimane di lavoro. Si trattava di una sorta di tirocinio di servizio alla comunità, per evitare che i giovani della periferia rimanessero inattivi durante l'estate (ride), e per loro era un lavoro a basso costo. Ero pagata 150 euro a settimana.»

"Ho appena iniziato il mio primo lavoro. Consiste nel ridipingere i soffitti dei parcheggi sotterranei vicino alla mia scuola superiore. Siamo in cinque o sei e iniziamo alle 7 del mattino. Armati di barattoli di vernice bianca e tute da lavoro, siamo sottoterra a dipingere per diverse ore. Avevo già dipinto dei muri con i miei genitori, ma mai su una superficie così grande! Non mi aspettavo che fosse così difficile. È incredibilmente faticoso perché le braccia sono sempre in aria. È buio e si suda tantissimo nelle tute. Inoltre, dato che il parcheggio non è ben ventilato, l'odore di vernice è fortissimo. Per fortuna, gli altri ragazzi sono simpatici e riusciamo a farci anche qualche risata. Io persevero perché mi piace finire quello che inizio. Diciamo solo che ha dato un buon allenamento alle mie braccia! Eppure, ne ho un ricordo piuttosto brutto."

"La seconda settimana ci mandano in un asilo nido per una pulizia a fondo. Puliamo i muri, i bagni... Insomma, ci assicuriamo che la scuola sia pronta per l'inizio del nuovo trimestre. È un lavoro incredibilmente faticoso. La prospettiva di guadagnare qualcosa mi motiva. Alla fine, mi compro un paio di scarpe da ginnastica Asics che desideravo da tempo."

“Tutto ciò mi ha chiaramente dimostrato che il lavoro manuale e fisico è difficile ed estenuante. Ero una brava studentessa; sapevo che sarei andato all'università, ma questo ha comunque rafforzato la mia motivazione, la mia idea che studiare non sia poi così male. Tuttavia, lo dico senza alcun disprezzo per questi lavori. I miei genitori non sono privilegiati; mio padre lavorava nell'edilizia, per esempio, quindi tutto ciò mi era già abbastanza familiare. Ciononostante, quando si fa questo tipo di lavoro, si prova ancora più rispetto per le persone che lo fanno per tutta la vita.”

«Poi ho trovato un altro piano, di tutt'altro genere. Tramite un'amica di mia madre, ho saputo che due coppie cercavano qualcuno che si prendesse cura dei loro figli mentre erano in vacanza nel Sud-Ovest. La loro ragazza alla pari si era ammalata e doveva essere sostituita. Mi hanno convinta che fosse un modo per staccare la spina gratis, altrimenti non sarei mai partita dalla mia città natale per l'estate . Entrambe le famiglie mi hanno detto che mi avrebbero pagato il biglietto del treno (come se fosse parte del mio stipendio!), che mi avrebbero ospitata e nutrita, e che mi avrebbero dato 150 euro per dieci giorni. Dato che avevo solo 16 anni, non mi rendevo conto che non era proprio così: calcolando la paga oraria, si trattava di circa 4 euro all'ora...»

"Arrivo in questa splendida casa vacanze nel Sud-Ovest. Le famiglie sono gentili con me, ma è chiaramente il classico modello borghese in cui i padri non si occupano molto dei figli e le madri, durante le vacanze, sono più preoccupate di mangiare tre pomodori per rimanere in forma che di qualsiasi altra cosa. Ci sono quattro bambini di cui occuparmi, nessuno dei quali è autonomo, dato che hanno un'età compresa tra i 3 mesi e i 3 anni. Devo svegliarli verso le 7 del mattino e prendermi cura di loro in modo che i genitori possano dormire un po' di più. Dopodiché, li accudisco senza sosta fino alle 22. Gioco con loro, mangio con loro, faccio loro il bagno più e più volte, li porto in braccio... A seconda del programma della giornata, mi occupo di alcuni di loro mentre i genitori portano i più grandi in spiaggia, oppure accompagno tutto il gruppo in gita. Le madri prendono il sole in pace mentre io fatico a spingere il passeggino nella sabbia. La sera, se i genitori escono, mi occupo dei più piccoli in casa."

«Si parlava di concedermi dei giorni o delle serate libere, ma alla fine, a parte una volta che sono uscita a bere qualcosa con dei ragazzi conosciuti in treno, non ho molto tempo per me stessa. Comunque, non ho soldi, non c'è Google Maps che mi aiuti a orientarmi se vado a fare una passeggiata, quindi le opzioni sono piuttosto limitate. Una volta sono andata in città da sola con la bambina e ho visto come i passanti mi scambiavano per una madre adolescente . Alcuni mi hanno lanciato occhiatacce, altri sono stati più gentili, dicendomi che la bambina era carina, che non si sarebbe detto che avessi partorito solo tre mesi prima (ride di nuovo). Certo, visto che peso circa 50 chili, li avrei persi in fretta!»

«Sono rimasta colpita ancora una volta da quanto sia fisicamente estenuante prendersi cura dei bambini piccoli. Sono sfinita. Mi sento un po' sfruttata, anche se i genitori sono gentili. Sono un po' fuori dal mondo. È strano perché vengo da una famiglia tutt'altro che borghese, dove le cose sono molto meno asettiche. È un ambiente grande e caotico dove siamo tutti insieme, i bambini stanno con i genitori, non c'è una ragazza alla pari che si occupi dei bambini mentre i genitori si riposano. Quell'estate, sono entrata in contatto con una classe sociale che non conoscevo affatto.»“Il lato positivo è stato che durante l'anno scolastico successivo ho potuto fare da babysitter per queste due famiglie, che uscivano spesso. Era un lavoro più rilassante: la sera i bambini erano a letto e io venivo pagata 10 o 12 euro all'ora per stare con loro a guardare la TV o dormire sul loro divano. Questo mi ha permesso di guadagnare qualche soldo fino alla fine del liceo.”


I presidenti squilibrati

Goffredo Buccini
Un Caligola alla Casa Bianca

Corriere della Sera, 16  luglio 2026

Chi diavolo gli aveva spostato i mobili della stanza? Perché mai camerieri e facchini dell’albergo fingevano di non conoscere l’inglese? Nella primavera parigina del 1919, all’hotel du Prince Murat di rue de Monceau, qualcosa di definitivo avvenne nella testa di Woodrow Wilson, ventottesimo presidente degli Stati Uniti: i postumi dell’influenza spagnola ne squarciarono l’equilibrio, consegnandolo alle allucinazioni. L’idea di essere circondato di spie francesi pesò, e molto, sul Trattato di Pace di Versailles. Un ictus, successivamente nascosto al Congresso e all’opinione pubblica americana dalla moglie Edith e dal medico di fiducia Grayson, consegnò poi per un anno Washington al cosiddetto «governo della sottoveste». Con esiti gravi sull’assenza Usa nella nascente Società delle Nazioni.

E con una traiettoria di occultamento che ricorda, in tempi a noi assai prossimi, l’operazione di copertura del decadimento mentale di Joe Biden, messa in atto per almeno un anno e mezzo dalla moglie Jill, dal figlio Hunter e, naturalmente, dal medico fidatissimo, Kevin O’Connor: mentre Biden inciampava e biascicava, confondeva Zelensky con Putin, Mitterrand con Macron, sosteneva di avere parlato nel 2021 con Kohl (morto quattro anni prima) e discusso dei guai di Gaza con «il presidente del Messico Al Sisi» (che è egiziano), il buon dottore ne certificava (ancora a febbraio 2024) la piena abilità «ad adempiere ai suoi doveri». Se il 47esimo presidente degli Stati Uniti è oggi Donald Trump, una quota non piccola di responsabilità nella storia grava su O’Connor.

Quanto conta, dunque, in America, l’equilibrio del Potus (il President of The United States?). Molto, moltissimo, assai più che dalle nostre parti quello di qualsiasi premier o capo di Stato. La sua salute dovrebbe essere tema pubblico, riguarda tutti. Perché il presidente è, di fatto, un imperatore pro-tempore (Arthur Schlesinger jr. coniò negli anni Settanta l’espressione di «presidenza imperiale», riferendosi all’espansione del potere esecutivo iniziata con Richard Nixon: un meccanismo che trova nell’era Maga una sua estrinsecazione così forte da sfiorare l’eversione). È quindi del tutto logico che l’ombra di Caligola o di Eliogabalo, insomma, lo spettro dell’imperatore lunare o dispotico, malinconico, crudele o stravagante, si aggiri periodicamente nelle stanze della Casa Bianca. Persino in termini di pericolo non attuale ma solo possibile. Lo scrutinio sul presidente può coinvolgere infatti anche gli aspiranti alla carica.

Lo scoprì sulla sua pelle Barry Goldwater, impallinato nel 1964 da un questionario della rivista Fact al quale 1.189 psichiatri (su 12.356 interpellati) risposero che il candidato dell’estrema destra contro Lyndon Johnson era «instabile», «immaturo», «codardo», «psicotico», «assassino di massa», «immorale» e anche un po’ nazista, poiché si sussurrava di una visita a Berchtesgaden, la residenza montana di Hitler. Il problema è che nessuno di costoro aveva mai visitato Goldwater. Le diagnosi si basavano sui suoi interventi pubblici, erano opinioni politiche. Goldwater vinse una causa per diffamazione, perse la Casa Bianca. L’associazione degli Psichiatri Americani ne ricavò la «Goldwater Rule», tuttora in vigore, che vieta diagnosi pubbliche su figure politiche non visitate di persona. Una norma che, a tutta evidenza, ha esplicitato i suoi effetti proteggendo ieri Biden e, oggi, Trump, le cui bizzarrie hanno varcato da tempo la soglia d’attenzione.

L’alone buio d’un male oscuro non ha risparmiato grandi della storia recente. Nixon riconosceva di essere «un paranoico», stilava liste di nemici tra giornalisti e anchorman, ancor prima del Watergate intercettava le linee telefoniche di membri dello staff per scovare la fonte di fughe di notizie sui bombardamenti in Cambogia. Era anche un marito violento? Il Pulitzer Seymour Hersh narrò di avere saputo che la moglie Pat era finita al pronto soccorso dopo un pestaggio nell’agosto 1974 e ammise di avere taciuto la notizia. Non esistono conferme, la famiglia ha sempre negato.

Ronald Reagan pendeva invece dalle labbra della sua Nancy. Talvolta troppo. Nell’84, a una domanda sul controllo degli armamenti, rispose farfugliando, finché lei intervenne, «stiamo facendo del nostro meglio», formula che l’anziano presidente ripeté alla lettera. Quell’autunno, il dibattito per le presidenziali contro Walter Mondale fu una montagna da scalare. Reagan ce la fece con una battuta che passò alla leggenda: «Non intendo fare dell’età un problema in questa campagna. Non ho intenzione di sfruttare, per fini politici, la giovinezza e l’inesperienza del mio avversario». L’alzheimer, che forse già gli scavava dentro, gli fu diagnosticato solo molti anni dopo.

Naturalmente, questa lunga storia americana diventa quasi una premessa al nostro presente caotico, dove il Presidente-joker, l’imprevedibile Distruttore di alleanze, equilibri e decenza politica ha già generato interrogativi enormi sulla sua sanità mentale. La questione è argomento di tendenza su Internet sin dal primo mandato. Opinionisti e comici del Saturday Night Live hanno consultato a lungo il «Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali», concludendo che Trump soffre di un disturbo narcisistico della personalità. Non serviva un manuale, direte voi. Allen Frances, professore emerito alla Duke University, ammonisce tuttavia i 50 mila colleghi che all’alba del trumpismo di governo chiesero con una petizione di superare la Goldwater Rule per un «maggiore interesse nazionale» invocando l’articolo 4 del XXV Emendamento, quello che consente la rimozione dall’incarico di un presidente fuori di sé. «Essere un narcisista di prima categoria non fa di Trump un malato mentale», spiega Frances in L’America di Trump all’esame di uno psichiatra: «Trump è una minaccia per gli Stati Uniti, e per il mondo, non perché clinicamente pazzo, ma perché davvero pessimo», è un problema politico, non materiale da psicanalizzare. Di certo, è materiale pericoloso.

Nel 2017, Gary Cohn e Rob Porter, i suoi più stretti collaboratori del tempo, facevano a gara nel sottrargli gli ordini esecutivi più sconsiderati dalla scrivania: volatile come sempre, in pochi minuti lui li dimenticava, e Gary a fine giornata era solito dire: «Non conta ciò che abbiamo fatto per il Paese ma ciò che abbiamo impedito a Trump di fare». Poi si invecchia, si peggiora. E nel secondo mandato si scelgono solo yes man fedelissimi, nessun argine… La domanda, oggi più che mai, è attualissima dopo fiumi di meme demenziali diffusi nottetempo via Truth da un vegliardo insonne e rabbioso, rovesciamenti di posizione da un minuto all’altro, insulti dissennati, manie di persecuzione, dazi e ripicche. Mary, la nipote del Potus, sostiene che suo zio è un uomo amorale e dallo stato mentale compromesso. Ma magari sono ruggini di famiglia. Certo, un brivido ha attraversato la schiena dell’umanità quando a gennaio Trump ha scritto al primo ministro norvegese, ringhiando: «Considerato che il tuo Paese ha deciso di non assegnarmi il premio Nobel per la Pace per aver fermato otto guerre in più, non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla pace». Chi siede al Resolute Desk?