lunedì 20 luglio 2026

Requiem per una monaca

 

«Requiem per una monaca», sintassi labirintica, un’ineccepibile punteggiatura, immancabili flussi di coscienza e una frase memorabile...

Mario Andreose
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Subito dopo il trionfo del Nobel nel 1949, Nobel propiziato anche dal clamoroso successo internazionale, inedito se non sorprendente, di Santuario, 1931, Faulkner sente il bisogno di scriverne il seguito. Due precedenti capolavori assoluti, come L’urlo e il furore Mentre morivo, non erano riusciti a metterlo in competizione commerciale con i rivali Hemingway e Fitzgerald. Ora può condurre una vita molto più agiata, con frequenti viaggi in Europa, in particolare in Francia e in Italia, dove, come capiterà a Woody Allen, è molto più popolare che in patria. Gallimard, il suo primo editore, e anche Mondadori, lo accolgono come la punta di diamante del loro catalogo di letteratura contemporanea. I suoi biografi ci hanno riferito che, in questa circostanza, Bill, ultracinquantenne, dispone della scorta, a turno, di un drappello di giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill, che l’aveva accompagnato alla cerimonia del Nobel. Certo non era un mistero, perché all’epoca era frequente, se non ossessivo, l’uso epistolare (anche) tra amanti, e non a un prudenziale fermo posta, se già esisteva, così che Estelle, la stanziale casalinga moglie di Bill poteva disporre, attraverso le lettere che piovevano in casa, di un aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio. Estelle, anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare il suo divorzio da un precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare. È probabile che, a partire dal momento del Nobel, il sodalizio familiare non venisse intaccato dallo svanire della passione amorosa, come saldo rimaneva il legame alcoolico, nei limiti estremi in cui la maggior parte dei protagonisti della Lost Generation seppero incorrere. Capitava alla figlia Jill di tornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dei loro escrementi (Estelle, poi, rimasta vedova, fu una delle prime persone a beneficiare del trattamento della benemerita istituzione Alcolisti Anonimi di fresca fondazione). Difficile immaginare il nostro autore, solo qualche giorno dopo, tutto azzimato e fotogenico, nell’aristocratica Saint Moritz, in stretta conversazione con una diciannovenne studentessa della Sorbona, Jean Stein, famiglia alto borghese ebraica americana, colta e molto bella. La reincontreremo. Mi appare così coerente anche l’interesse letterario dell’autore per il personaggio di Temple Drake, la teenager borghese dallo sguardo magnetico, che in Santuario era finita, per imprevedibili circostanze, in un bordello, nelle mani di un gangster impotente e depravato, prostituta coatta ma soddisfatta, falsa testimone di un omicidio che provoca il linciaggio di un innocente per salvare il colpevole, suo proprio aguzzino, accecato dalla gelosia per l’intesa tra Temple e l’amante di turno. In Requiem per una monaca, otto anni dopo la vicenda di Santuario, Temple ha contratto il matrimonio riparatore con Gowan Stevens, il ragazzo che in Santuario, dopo averla invitata in una gita in auto, si era ubriacato fino a sbattere contro un albero e lasciarla vagare da sola tanto da cadere nelle mani di Popeye. Hanno due bambini, una bimba di sei mesi e un maschietto appena un po’ più grande. Un paio di settimane vissute nel bordello hanno lasciato in Temple un segno indelebile, al punto di assumere Nancy Mannigoe, un’ex drogata e prostituta, come baby-sitter dei bambini. Una persona con cui poter parlare di un mondo di interesse comune. È Nancy la “monaca” del titolo, perché “nun”, nell’inglese dell’età elisabettiana, poteva essere sinonimo di prostituta. Il requiem, come vedremo, si riferisce a un tentativo patetico di Temple di sottrarre Nancy almeno al patibolo per l’uccisione della bimba di cui si sente corresponsabile. Anche perché l’atto di Nancy sembrava volto a impedire che Temple abbandonasse la famiglia per andarsene con il fratello del suo amante ucciso da Popeye. La vicenda legata a Nancy, espressa in forma teatrale, ha ispirato una pièce ad Albert Camus, Requiem pour une nonne, di grande successo e tuttora rappresentata in varie lingue. La parte in prosa invece, senza nesso con quella teatrale, racconta della nascita, meglio, dell’invenzione della mitica contea di Yoknapatawpha, e della sua capitale Jefferson, teatro della maggior parte della narrativa faulkneriana, attraverso i primi impianti edificati, della prigione, del tribunale e del palazzo del governo; nella copertina della prima edizione americana era raffigurata una serratura in ferro di venti chilogrammi, che però non aveva impedito una prima evasione in massa dei prigionieri. La lettura di questa parte privilegia i faulkneriani doc che non arretrano di fronte a periodi di una pagina, o giù di lì. Con una sintassi che sfiora il labirinto, un’ineccepibile punteggiatura virtuosistica, incisi, interconnessioni delle frasi, andirivieni temporali, interiezioni, immancabili flussi di coscienza.

Requiem per una monaca è il quinto titolo di Faulkner di quelli che, con Elisabetta Sgarbi, siamo riusciti a portare alla Nave di Teseo, dopo Bandiere nella polvere, il prequel de L’urlo e il furoreI saccheggiatoriUna favolaGambetto di cavallo. Un titolo per me particolarmente significativo, poiché la mia adolescenziale infatuazione faulkneriana è avvenuta grazie a Santuario. Oltretutto assente da parecchi anni dal mercato e riproposto ora nella nuova traduzione di Carlo Prosperi.

Nel leggere la nuova traduzione di Requiem per una monaca mi sono imbattuto in una frase, «Il passato non è mai morto. Non è neppure passato», che mi ha ispirato, al punto di metterla, per riconoscenza, in esergo, alla mia recente opera narrativa: Un’educazione veneziana. Ho saputo poi che non ero certo il primo a essere rimasto attratto da questa frase. Woody Allen, nel suo magnifico Midnight in Paris (2011), la mette in bocca, un po’ parafrasata, al suo protagonista, reduce dalle notturne escursioni oniriche, che gli consentono di incontrare gli eroi prediletti dell’Età del Jazz, Zelda e F. Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein, Faulkner…

Roggero, la linea morbida

Al momento solo la Lega (e Vannacci) si battono per la cancellazione della condanna inflitta al gioielliere Mario Roggero per il duplice omicidio commesso a danno di due rapinatori in fuga. La stessa famiglia del carcerato sta evitando di schierarsi decisamente sul terreno politico. Sembra più propensa a seguire la via delle attenuazioni richieste in base alla sottolineatura del caso individuale. Forza Italia si sfila, ritiene lo sparatore colpevole, pur invocando maggiore indulgenza nei suoi confronti. La stessa Giorgia Meloni tiene il piede in due staffe, appoggia la domanda di grazia, ma non invoca il mutamento della legge. Una volta esaurita l'onda dell'entusiasmo per il gesto del furioso giustiziere, quello che resta è il calcolo della strategia migliore da seguire nell'interesse del duplice omicida, se lo scopo fosse quello di ottenere prima un trattamento speciale e poi una riduzione della pena. 

Gian Domenico Caiazza
Non sparate sullo Stato di diritto

Il Foglio, 20 luglio 2026

Vedere “Odissea”, lo strepitoso film di Nolan, nei giorni della vicenda Roggero, aiuta a schiarirsi le idee. Ci ricorda, innanzitutto, che la vendetta è un sentimento umano formidabile, un impulso naturale e inestinguibile, perché nasce, per definizione, dall’aver subito un torto. Inutile alzare il ditino e fare lezioni di moralità: sono entrati nel mio negozio, mi hanno picchiato la moglie, terrorizzato la figlia, puntato una pistola in testa, portato via il frutto del mio lavoro. Nella Grecia di Omero, la vendetta privata era un obbligo d’onore (timè), il rifiuto di farlo un marchio di infamia. Ulisse che fa orrenda strage dei Proci perché costoro gli hanno invaso la casa, insidiato la moglie, umiliato il figlio, è l’eroe di tutti noi. Poi arriverà Eschilo, nel Quinto secolo avanti Cristo, a incaricarsi di spiegare all’umanità che la vendetta, come diranno poi giganti come Seneca e Platone, è “la malattia dell’anima”. Oreste si sente in dovere di uccidere sua madre Clitennestra

perché costei insieme all’amante gli aveva ucciso il padre Agamennone. Occorre porre fine a una spirale di morte e di violenza senza soluzione, e perciò Atena istituisce il Tribunale dell’areopago, stabilendo che da quel momento la giustizia non sarà più privata, ma sarà amministrata da un giudice. La nostra civiltà, sissignori la civiltà occidentale, nasce allora, nel Quinto secolo avanti Cristo, anche se la strage dei Proci continua a entusiasmarci, e vogliamo vederla e rivederla e rivederla ancora. Dunque non mi stupisce affatto che questa bestia informe, acefala e senza identità che sui social rovescia quotidianamente gli umori gastrici di tutte le più invereconde pulsioni di giustizia sommaria, di frustrazione e di sete di vendetta sociale che ribollono nelle viscere della “opinione pubblica”, tifi per il gioielliere pistolero. Ci sta. La tragedia non è questa, la tragedia è la politica che gli corre dietro, che blandisce e ammicca alla bestia nella illusione di conquistarne il consenso, ignorando peraltro che quella bestia è semplicemente insaziabile. Puoi darle in pasto tutte le controriforme più immaginifiche, vorrà sempre altro. Forse non le basterà neppure il varo di un articolo unico: “Non è punibile chi abbia commesso un qualsivoglia reato per reagire a qualsivoglia torto subito”.
E così Salvini, che nel 2019 aveva annunciato trionfante urbi et orbi la epocale riforma della legittima difesa, oggi dice che quella sua stessa riforma non basta più, bisogna dare ancora più spazio a chi subisce un torto, bisogna garantire impunità al galantuomo che vendica un torto. E facendo cosa, di grazia? Lo scandalo al quale si grida in questi giorni infuocati quale sarebbe, allora? Vi è chiaro o no che il Tribunale dell’areopago, preso atto della impossibilità di applicare l’esimente del diritto di difesa al Roggero, per la accecante evidenza della assenza di ogni minaccia in atto alla vita e alla incolumità propria e dei propri cari al momento degli omicidi, gli ha inflitto la pena minima prevista dalle norme di legge? Perché è questo ciò che è accaduto. La presidente Meloni, più accorta di Salvini, lascia perdere la legittima difesa e parla di “pena sproporzionata”. Mi chiedo come sia possibile che nessuno le abbia sussurrato all’orecchio che il reato di omicidio volontario semplice è punito dalla legge con pena “non inferiore ad anni 21”. Qui gli omicidi volontari sono due, più un tentato omicidio. Possibile che si continui, anche da parte chi ha la responsabilità istituzionale di guidare il paese, e con essa il dovere di spiegare ai cittadini la forza e le ragioni della legge proprio quando è più difficile che esse vengano comprese, a lamentare la presunta, mancata considerazione da parte dei giudici dello stato d’animo del Roggero sconvolto dalla ingiuria subita, quando basta leggere la sentenza per comprendere che i giudici invece lo hanno fatto al massimo delle possibilità consentite, concedendo sia le attenuanti generiche (prima diminuzione di un terzo della pena) che l’attenuante della provocazione, cioè dell’aver agito in modo incontrollato a causa dello stato d’ira determinato dal fatto ingiusto altrui (secondo abbattimento di un terzo della pena)? La pena sarebbe dunque sproporzionata rispetto a cosa, presidente Meloni? 14 anni e 6 mesi per due omicidi e un terzo per fortuna solo tentato, è la pena minima irrogabile, è una pena mite e – aggiungo – giustamente e sacrosantamente mite. Poteva avere di meno, Roggero? Sissignore, avrebbe potuto vedere diminuita ulteriormente di un terzo la pena, se avesse scelto di procedere con rito abbreviato (l’omicidio semplice non è ostativo). Non lo ha fatto e avrà avuto le sue ottime ragioni, che magari vorrà raccontarci se crede, ma se Roggero non ha avuto una pena ancora più mite ( a quel punto inferiore ai 10 anni) è stato per una sua scelta processuale; quel che è certo è che i giudici hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano fare. Quale norma si vorrebbe cambiare, in questa corsa frenetica a chi la spara più grossa per ingraziarsi “la Bestia” social: diminuire la pena minima per l’omicidio? Prevederne pene diverse se l’omicida è ultra settantenne? Mi chiedo allora come sia possibile alimentare, con tale irresponsabile insistenza, le pulsioni peggiori del paese, dell’animo umano, delle nostre viscere. Si discuta semmai – ve ne è tutto il tempo – del tema risarcitorio. Qui sì, è giusto attendersi dal giudice civile una doverosa considerazione del fatto che i richiedenti il risarcimento hanno concorso in modo decisivo, con azione violenta e illecita, all’innesco della catena causale che ha condotto all’omicidio. Pensare addirittura di eliminare il diritto al risarcimento dei danni, come previsto dall’ennesimo decreto sicurezza, pare a me uno sproposito destinato a sopravvivere il tempo di qualche mese alla mannaia della Corte costituzionale; attendersi invece dal giudice una liquidazione dei danni severamente contenuta pare a me conforme ai più elementari sentimenti di giustizia. Perciò è giusto sentirsi ed essere vicini alla famiglia Roggero, così come è giusto dire a gran voce che i giudici (soprattutto del secondo grado) hanno tenuto in considerazione la tragedia vissuta e interpretata da quest’uomo con la massima considerazione che la legge consentisse loro. Per il resto, Ulisse, il nostro eroe, che fa strage dei maledetti Proci, continuiamo ad amarlo senza riserve e senza freni, ma preferiamo vederlo solo al cinema.

E Spagna fu

La rete di Ferran Torres

Torres piega l'Argentina al 106', Spagna campione del mondo

La squadra di De la Fuente domina e abbatte ai supplementari l'Argentina grazie al sinistro vincente dell'attaccante del Barça. Albiceleste in 10 ai supplementari per l'espulsione di Enzo Fernandez

dal nostro inviato Fabio Licari
La Gazzetta dello Sport, 20 luglio 2026

19 luglio 2026 (modifica il 20 luglio 2026 | 07:22) - EAST RUTHERFORD (STATI UNITI)

anticalcio

Una finale mai vista e, diversamente dall’indimenticabile Argentina-Francia del 2022, questo è tutto tranne che un complimento. La finale che non è mai stata giocata è un titolo che ci starebbe bene per descrivere l’inesistenza degli argentini che, da subito, applicano la loro strategia mondiale al quadrato. Dal blocco basso al non gioco. Rinunciando a superare la metà campo e sperando che, prima o poi, la trama spagnola si sarebbe allargata. Non è mai successo. Quindi soltanto aspettare, distruggere, rilanciare nel vento, provocare, senza un’idea di manovra. Con tutti dietro il pallone, scompaiono le linee di passaggio per Messi, l’unico con il quale svoltare. Alvarez ha i soliti compiti da mezzala sinistra aggiunta, Montiel a destra bloccato, Tagliafico preoccupato da Yamal, e il centrocampo della Selección una specie di seconda linea Maginot. Sarebbe bella l’immagine cinematografica di “stallo alla messicana” ma non realistica: qui c’era uno con le mani davanti al volto per proteggersi e l’altro che sparava mentre la pistola faceva clic. 

pochi pericoli

Perché è vero che l’Argentina aveva eletto la strada dell’anticalcio, ma la Spagna non riusciva mai a trasformare l’eleganza in una manovra veramente pericolosa. Di più: nel primo tempo, appena due tiri della Roja. La Spagna aveva costretto la Francia a perdere le coordinate, ma sapeva che con l’Argentina sarebbe stato diverso: i sudamericani a fare barricate, i campioni d’Europa a tessere una manovra necessariamente spezzata. Il copione era scritto. Sono mancati i fuoriclasse. Messi lasciato solo, senza forza né voglia di accorciare le distanze, Yamal più vivace, ma mai versione Europeo. Olmo solita chiave tattica con le sue sponde spalle alla porta, ma traffico da agosto inoltrato su entrambe le corsie. Il vero fuoriclasse della Spagna è la squadra. 

svolta nella ripresa

Qualcosa si smuove nella ripresa con il primo cambio di Scaloni, dentro Paredes per Nico Gonzalez, trasformando il 4-4-2 più sfacciato in un 4-1-3-2, con l’ex Juve e Roma davanti alla difesa. Scelta di protezione? Fino a un certo punto. Perdendo le fasce a centrocampo, i due difensori esterni dovevano alzarsi e nasceva la profondità per Yamal e soci. Le sostituzioni hanno sicuramente dato una scossa. Fuori per infortunio i due centrali di Scaloni, Lisandro e Romero, difensivi tutti gli altri subentri. Scelta chiarissima ma quasi incomprensibile, il ct (fin qui) del buon senso non ha neanche dato una chance a Lautaro, abdicando al tridente risolutore. Molto più coerente De la Fuente che non ha mai sacrificato alla ragione di stato una filosofia vincente. 

espulsione e gol

L’Argentina ha completato la sua opera con l’espulsione sacrosanta di Enzo Fernandez, gran giocatore ma della serie “colpisco quello che si muove, se è il pallone meglio”, solo che Cubarsì ha ossa e muscoli. Quindi gli ex campioni giocano i supplementari in dieci e, comprensibilmente, accentuano la loro dimensione nichilista. Solo che ora si respira. Williams, Pedri e Ferran danno la botta di aria fresca che mancava, premiando le scelte di De la Fuente. Tutte le riserve spagnole sarebbero titolari da noi, povere stelle che stanno a guardare dal 2014. Assist di Williams di testa e Ferran arriva implacabile. Di parate Martinez ne aveva fatte fin troppe. Triste, solitaria e mai in final l’Argentina, meno bella del solito ma campione del mondo, dei due mondi, la Spagna, che solleva la coppa tra le lacrime di Messi e uno stadio di fischi a Infantino e Trump.




domenica 19 luglio 2026

L'arbitro, le statistiche e i presagi


Natalie Tan e Calvin Burton
Spagna contro Argentina nella finale dei Mondiali: l'arbitro, le statistiche e i presagi
The Guardian, 19 luglio 2026

Chi è l'arbitro?


Slavko Vincic è diventato il primo arbitro sloveno a dirigere una finale di Coppa del Mondo. Ha diretto la finale di Champions League del 2024 a Wembley (vinta dal Real Madrid contro il Borussia Dortmund per 2-0) e la semifinale degli Europei del 2024, vinta dalla Spagna per 2-1 contro la Francia. La prima partita di Coppa del Mondo per il 46enne è stata la sconfitta dell'Argentina contro l'Arabia Saudita nel 2022. In quel torneo, Vincic ha espulso Piero Hincapié dell'Ecuador per essersi coperto la bocca al 95° minuto della partita contro il Messico. La sua media di cartellini gialli è di 2,33 a partita.

Slavko Vincic parla con Piero Hincapié dell'Ecuador nella partita contro il Messico. Fotografia: Fernando Llano/AP

Vantaggio della Spagna?


Nelle ultime 14 finali dei Mondiali e degli Europei, sia maschili che femminili, tredici sono state vinte dalla squadra che ha disputato prima la semifinale. Nell'altra occasione, le semifinali si sono giocate lo stesso giorno. La Spagna maschile ha dato il via a questa serie, battendo l'Italia per 4-0 nella finale di Euro 2012. Anche l'Argentina ha beneficiato di un giorno di riposo in più rispetto ai tre della Francia, in vista della finale del 2022. Questa volta è la Spagna ad aver avuto un giorno di riposo extra.

Stare lontano


Da 36 anni nessun presidente argentino assiste a una partita della nazionale ai Mondiali e l'attuale, Javier Milei, non farà eccezione. Ha seguito tutte e sette le partite dalla sua residenza presidenziale, dichiarando a una stazione radio di Buenos Aires che "non c'è alcuna possibilità" che si rechi nel New Jersey. La superstizione risale al 1990, quando Carlos Menem visitò la nazionale argentina prima della clamorosa sconfitta all'esordio contro il Camerun. Da allora, si crede che la presenza del presidente a una partita dei Mondiali porti sfortuna alla squadra. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, ha in programma di assistere alla partita, così come il re Felipe VI.

La storia ci chiama


Una vittoria dell'Argentina la renderebbe la terza nazione a vincere due Mondiali consecutivi e la prima di questo secolo. L'Italia vinse nel 1934 e nel 1938 e il Brasile nel 1958 e nel 1962. Se la Spagna trionfasse, diventerebbe la quarta squadra maschile a detenere contemporaneamente gli Europei e la Coppa del Mondo, dopo la Germania Ovest (1972, 1974), la Francia (1998, 2000) e la Spagna, che fu la prima squadra maschile nella storia a vincere tre titoli importanti di fila (Europei 2008, Mondiali 2010, Europei 2012).

Attacco contro difesa?


L'Argentina ha segnato il maggior numero di gol (19) con un certo margine, seguita dalla Spagna al quarto posto con 14. Tuttavia, la Spagna ha subito il minor numero di gol (1), mentre l'Argentina ne ha subiti sette.

Anelli per i vincitori


Se quattro tempi e uno spettacolo  nell'intervallo non fossero stati sufficienti, ai vincitori verranno consegnati gli anelli. La consegna degli anelli è una pratica comune negli Stati Uniti sin dalle World Series del 1922. C'è da guadagnare, con 30 anelli disponibili per i campioni del mondo e altri 1.996 in vendita al pubblico. Il design presenta una mini coppa del mondo su un lato, mentre l'altro "rifletterà l'identità della squadra vincitrice", come rivelato sul sito web della FIFA. Ai giocatori e agli allenatori della squadra vincitrice verranno consegnati anelli provvisori per consentire la personalizzazione degli anelli su misura, che verranno consegnati in un secondo momento.

Finale annullato

Le due squadre avrebbero dovuto affrontarsi quest'anno nella Finalissima in Qatar, con l'Argentina che sperava di difendere il trofeo conquistato contro l'Italia nel 2022. Tuttavia, la partita è stata annullata a causa della guerra in Medio Oriente e la UEFA ha dichiarato: "Dopo lunghe discussioni tra la UEFA e le autorità organizzatrici in Qatar, possiamo annunciare che, a causa dell'attuale situazione politica nella regione, la Finalissima non potrà essere disputata come previsto in Qatar il 27 marzo". Le due squadre non sono riuscite a trovare un accordo su un'alternativa e la partita è stata annullata.

Chi ha bisogno di esperienza come allenatore di club?

La finale vedrà contesa una sfida tra due allenatori senza alcuna esperienza nella massima divisione a livello di club. Luis de la Fuente, esonerato dopo 11 partite con l'Alavés, squadra di terza divisione, allena le nazionali giovanili spagnole dal 2013. Lionel Scaloni, invece, ha allenato quasi esclusivamente la nazionale maggiore argentina, a parte sei partite alla guida dell'Under 20. Avendo già vinto insieme Europei, Copa América e Mondiali, i due hanno dimostrato che l'esperienza nei club di élite non è un requisito indispensabile per allenare una nazionale.

Minuti in campo

A parte il giorno di riposo extra, la Spagna potrebbe comunque essere più fresca, avendo disputato tutte le partite nei 90 minuti regolamentari. L'Argentina ha giocato due volte i tempi supplementari, totalizzando 794 minuti contro i 717 della Spagna. I sudamericani si sono trovati in una situazione simile in Qatar, dove hanno giocato 30 minuti supplementari nei quarti di finale. Una squadra composta in gran parte da giocatori più anziani di quattro anni avrà abbastanza energie a disposizione?

Rara partita all'aperto per la Spagna


Sebbene non si prevedano temperature eccessivamente elevate, il Servizio Meteorologico Nazionale ha emesso un'allerta per la qualità dell'aria a causa del fumo degli incendi boschivi proveniente dal Canada. L'Ufficio per la Gestione delle Emergenze di New York ha dichiarato che giovedì i livelli di qualità dell'aria in città avevano raggiunto livelli "molto insalubri", ma le condizioni sono migliorate significativamente. La Spagna è stata relativamente protetta da tali fattori ambientali durante il suo percorso, avendo giocato una delle sette partite in uno stadio completamente all'aperto. L'Argentina ha giocato all'aperto tre volte, di cui due con temperature che hanno raggiunto i 32°C.

storia della Coppa del Mondo

Le due squadre si sono affrontate una sola volta nel torneo, con la vittoria dell'Argentina per 2-1 nel 1966. Luis Artime segnò entrambe le reti per i sudamericani.

Il destino dell'Unità

Andrea Carugati
L'Unità. Il Pd verso l'affitto della testata da Romeo

il manifesto, 19 luglio 2026 

Il Pd è sempre più vicino a l’Unità. La trattativa con l’attuale editore Alfredo Romeo ha fatto ulteriori passi avanti e ora è arrivata vicina al traguardo. L’ipotesi sul tavolo è che Romeo affitti con un lungo contratto (4+4) il quotidiano ai dem, che alla fine del periodo potranno riscattarlo.

La formula è quella del «rent to buy», in cui le rate pagate vanno a coprire parzialmente il costo dell’acquisto. Schlein vorrebbe procedere subito e direttamente all’acquisto, e ha messo sul tavolo circa un milione di euro, più di quanto pagato da Romeo all’asta fallimentare nel 2022 per rilevare la testata.

Ma l’imprenditore napoletano ha insistito per mantenere una quota almeno del 10: su questo nodo la trattativa si è interrotta a inizio luglio, con al decisione di Romeo di sospendere la pubblicazione del quotidiano il 7 luglio. Nei giorni successivi però la trattativa è andata avanti, fino alla soluzione dell’affitto con l’opposizione di acquisto dopo 8 anni.

Schlein è sempre stata contraria all’ipotesi di avere un socio privato nel capitale del quotidiano, l’ipotesi dell’affitto consentirebbe al Pd di non avere partner privati nell’operazione Unità. Per questo la segretaria sta riflettendo sulla mossa finale, che potrebbe chiudere la trattativa in tempi brevissimi. Del resto il Pd ha bisogno di tempo per scrivere un piano industriale e editoriale e per poter avere entro fine anno la nuova Unità in edicola, in tempo per la campagna elettorale e, ancor prima, per le eventuali primarie del centrosinistra.

L’attuale direttore, Piero Sansonetti, in questi giorni si sarebbe attivato per riaprire il dialogo tra Romeo e il Pd, consapevole che, altrimenti, l’ennesima chiusura del 2026 potrebbe essere quella definitiva. Ai dem avrebbe assicurato di agire solo per il bene della testata, senza pretese per la futura direzione che Schlein vuole affidare a una persona scelta da lei. Contattato dal manifesto, Sansonetti non ha voluto entrare nei dettagli della trattativa: «Sono ottimista sul buon esito questa vicenda». Fonti dem non smentiscono l’ipotesi dell’affitto a lungo termine, sottolineando che l’elemento decisivo è «l’opzione per poter acquistare la testata alla fine del periodo concordato».

Ora il pallino è nelle mani di Schlein, che deve decidere se riavere lo storico quotidiano sotto la gestione Pd è prioritario rispetto a una soluzione che, dal punto di vista contrattuale, non la soddisfa appieno. E che però le consentirebbe di tornare in edicola in autunno con un quotidiano del Pd e con il glorioso marchio che ancora campeggia in tutte le feste del partito.

Con Romeo i rapporti non sono stati sempre facili, anzi. Nel 2023, quando il giornale tornò in edicola sei anni dopo la chiusura del 2017 sotto la gestione Renzi-Pessina, Romeo fece causa al pd e all’associazione Enrico Berlinguer, (che ha registrato il marchio delle feste) perchè il partito aveva deciso di utilizzare il nome del quotidiano senza però fare attività di promozione del quotidiano dentro le feste, e senza aver concesso degli stand alla testata diretta da Sansonetti.

La società di Romeo si rivolse al tribunale di Napoli chiedendo i danni, ma i giudici, con due ordinanze del 2023 e del 2024, hanno stabilito che il marchio «Festa dell’Unità» ha una «autonoma capacità distintiva» rispetto a quello del giornale ed è un «segno distintivo delle feste Pd , e che dunque il partito può liberamente usarlo nelle sue feste senza alcun obbligo nei confronti del titolare della testata.

La stampa che si adegua

Gad Lerner
La stampa italiana alle grandi manovre. Verso destra

il manifesto, 19 luglio 2026

Era il 1921 quando Marc Bloch, reduce dalle trincee, pubblicò le sue Riflessioni di uno storico sulle false notizie di guerra. Vi descrisse l’effetto della censura militare che, gettando discredito sulla parola scritta, aveva favorito «un risveglio prodigioso della tradizione orale, madre antica delle leggende e dei miti». Quello stesso discredito si riversa, nel tempo contemporaneo di guerre e feudalesimo digitale, sulle aziende produttrici di informazione. E investe il fragile sistema editoriale italiano con movimenti tellurici accelerati. Quanto al risveglio prodigioso di leggende e miti, ci pensano i tecnocrati padroni degli algoritmi a spacciarne di sempre più violenti e reazionari.

In Italia, salvo eccezioni per cui bastano le dita di una mano, il crollo delle vendite dei giornali non trova compensazione né numerica né economica online. I giornali filogovernativi perdono copie ma non il cipiglio aggressivo. Da quelle parti, direbbe Marc Bloch, si riesumano tradizioni orali sui buoni che siamo noi e gli altri cattivi che meritano solo il peggio. Ma nel frattempo il riassetto complessivo delle proprietà editoriali sdrucciola rapidamente a destra inseguendo il più forte, il più ricco, il prossimo leader vincente.

Vi fu un tempo in cui il ricambio nella direzione dei giornali rappresentava un osservatorio significativo di fenomeni più vasti, e per questo suscitava interesse. L’Italia, del resto, prima ancora della formazione di una vera e propria opinione pubblica, nel secolo scorso fu la patria del giornalismo politico di massa, da Mussolini a Gramsci. I giornali furono strumento di formazione culturale, orientamento e mobilitazione. I giornalisti furono corporazione ma anche ceto intellettuale protagonista.

Oggi invece – consumato il divorzio con i lettori – i sommovimenti editoriali sembrano interessare solo le redazioni con l’ansia dell’esubero, l’attesa dei prepensionamenti e, per i rari nuovi ingressi, la proletarizzazione di un mestiere reso precario e mal pagato. Eppure andrebbero pur osservati nel loro insieme – sine ira et studio – i sorprendenti passaggi di proprietà che si accompagnano a veri e propri salti della quaglia praticati fra direttori e vicedirettori, definibili piuttosto funzionari che trasformisti. Non occorre far nomi, anzi, meglio evitare personalismi se si vuol tentare un’interpretazione della tendenza in atto.

Risale a ormai sei anni fa il fallimentare esperimento di un erede del capitalismo novecentesco, il quale pretendeva di rivoltare come un calzino quello che fu il principale quotidiano progressista del Paese, da lui giudicato obsoleto. Vi entrò con piglio padronale, gli impose una virata tecnocratica e atlantista che il boom dei nazionalismi ha travolto, per poi uscirne con la coda fra le gambe. Vorrà pur dir qualcosa se dopo cotanto insuccesso torna in auge il direttore che ne fu protagonista, sfiduciato dalla redazione e quindi rimosso, ma riesumato ora al vertice editoriale del fu giornale degli Agnelli. A lui si assegna la missione di aprire niente meno che un canale diretto con gli Usa, nel mentre l’ambito regionale piemontese è affidato a un veterano settantacinquenne. C’è un “modello occidentale” da difendere, alla faccia del rinnovamento e dei risultati di bilancio.

Del resto il passaggio multinazionale alla proprietà greca del giornale diretto per un ventennio da Eugenio Scalfari e per un altro ventennio da Ezio Mauro, necessita ora di un “interim”. Singolare emblema di provvisorietà, questo interim, resosi necessario dopo l’imprevisto passaggio alla concorrenza del timoniere che solo ieri aveva finito di celebrarne in gloria il cinquantenario (ma nel frattempo aveva già diretto tutto e il contrario di tutto). Orfeo ha trovato la sua Euridice in un giovane neoeditore pigliatutto, ricco assai e in procinto di venir insignito di laurea honoris causa; il quale, dopo che gli avevano respinta l’offerta d’acquisto che aveva pubblicamente avanzato per il medesimo quotidiano progressista, si è rifatto in pochi giorni comprando il 30% delle azioni di un Giornale assai di destra.

E, non pago, ha rilevato le tre testate di un gruppo editoriale radicato a Bologna, Firenze e Milano, anch’esse di taglio conservatore. Nell’editoria privata, dunque, tralasciando le vicende Rai, la stagione estiva ci ha riservato un bello sconquasso. Rimangono stabili i giornali di Roma e Napoli cui il proprietario chiede di sostenere appassionatamente il governo in carica. E il maggior editore italiano, abilissimo nel tenere una gamba di qua, con il giornale quotidiano, e una di là, con la televisione. Nell’attesa, chissà, che un giorno tocchi a lui riempire il vuoto politico.

Un nome, un nome solo, mi sia concesso – a suo onore – di scriverlo; perché trattasi dell’antesignano del fenomeno che stiamo descrivendo: Tommaso Cerno, sul quale pure avevano riposto grandi aspettative gli eredi De Benedetti all’epoca in cui facevano ancora gli editori, inserendolo nel vertice del settimanale prima e del quotidiano progressista poi, salvo ritrovarselo in men che non si dica parlamentare renziano e di lì fulmineamente trasbordato sulla sponda meloniana, dove primeggia collezionando incarichi nei giornali e nella tv pubblica. Pare che lo stia per raggiungere un altro fresco dimissionario dal quotidiano progressista.

Piuttosto che dilettarsi in considerazioni di natura morale sarà utile individuare quale sia il denominatore comune di questo sdrucciolare a destra della stampa, con i suoi padroni vecchi e nuovi. I nostalgici dei governi tecnici e gli ammiratori di Giorgia Meloni (forse increduli che lei possa ritrovarsi in partnership con Vannacci, ma pronti all’indulgenza) si ritrovano sintonizzati nella difesa del modello occidentale con le sue implicazioni scomode: la necessità del riarmo, anzitutto. Ma inoltre l’abituarsi alla necessità del lavoro servile. E l’estensione dell’apparato repressivo e carcerario fino agli adolescenti, ormai minoranza esigua in una società la cui età media rasenta i 50 anni.

Tanto ormai solo gli anziani leggono i giornali e guardano i talk show.

La buona notizia è che questo scivolamento a destra apre spazi inediti a un giornalismo alternativo che racconti le verità impellenti e le ingiustizie palesi.