quel fatidico 1494
Michele Ciliberto
Il Sole 24ore, 1 marzo 2026
Questo mio nuovo saggio prende le mosse dalla crisi e dalla decadenza dell’Italia tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento – quando si compie il passaggio dalla libertà alla servitù politica, sullo sfondo delle eccezionali, coeve, trasformazioni del mondo e dell’universo, in terra e in cielo: sono eventi connessi, che rendono ancora più drammatico questo vero e proprio mutamento d’epoca.
L’anno della morte di Lorenzo de’ Medici, il 1492, è lo stesso della scoperta dell’America. Non si parla però solo della decadenza dell’Italia. Muovendo da questa doppia considerazione, nella parte finale del saggio è analizzato il fenomeno della migrazione intellettuale del Cinquecento, generata dalla servitù politica e dall’implacabile e intransigente dominio nel nostro Paese della Chiesa cattolica che ne fu il tragico effetto. Ed è messo in luce come, nonostante quella decadenza, gli intellettuali italiani, costretti a migrare altrove per sviluppare la loro ricerca e spesso per salvare la vita, abbiano avuto un ruolo decisivo nella costituzione della civiltà europea moderna. È stato questo il contributo – per usare un’espressione un po’ criptica, che spero diventi chiara leggendo il saggio – dell’Italia fuori d’Italia.
Non procedo però, lo segnalo al lettore, secondo i canoni tradizionali dei libri di storia, per i quali ho massimo rispetto: è un saggio – sottolineo il termine – di interpretazione in chiave morfologica della storia italiana in un periodo cruciale, destinato a lasciare segni profondi nella nostra identità nazionale e anche nella storia dell’Europa. L’ho fatto assumendo come punto di partenza il 1494, l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII, il «mostro» – come lo chiama, e non una sola volta, Bernardo Rucellai.
Il saggio è costituito da quattro parti, congiunte dal tema che condividono e che dovrebbero, perciò, reciprocamente chiarirsi; non sono però connesse in modo lineare: per dirla in termini tipici dell’età rinascimentale, si relazionano secondo la dialettica dei contrari. Dunque il 1494. La scelta di questa data è nata da un convincimento preciso: contano le generazioni e contano le date: la cronologia e la geografia, come osservò una volta Vico, sono la chiave per aprire il libro del passato. E il 1494 è un anno fatale. Ci sono nella storia di un Paese, di una nazione, delle date che costituiscono momenti cruciali di crisi, di svolta, di trasformazione: il 1494 lo è, apre un ciclo della storia italiana che si conclude nel 1527, l’anno del sacco di Roma.
Dopo di esse, nulla è più come prima: finisce una storia, ne comincia un’altra, e non è detto che il tempo che comincia sia migliore del tempo passato. Dipende naturalmente dai punti di vista con cui si considera ciò che è stato, e dalle forme in cui si è effettivamente incarnato il futuro. Il nuovo, però, abbiamo imparato dalla storia, non coincide necessariamente con un progresso (posto che esista, e ho molti dubbi, il “progresso”). […]
Il saggio ha origine da una domanda precisa: come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla “civiltà” alla decadenza, alla “barbarie”, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento, ed è durato a lungo, volendo abbozzare una periodizzazione.
Di per sé la crisi, la decadenza, la fine di una repubblica, di uno Stato, non sono eventi sorprendenti o rari. Machiavelli, del resto, lo spiega in modo esplicito nei Discorsi: a qualunque corpo misto – sia una repubblica o una Chiesa – è immanente la decadenza, la fine. Si può rinviarla, ritardarla, ma non evitarla. La morte è il destino di ogni cosa. Anche Spinoza, apprezzando proprio per questo l’«acutissimo» Machiavelli – e condividendo quindi la tesi che lo Stato possa essere travolto dalla crisi e finire –, si era posto nel Trattato politico il problema di come evitare questa fine e si era concentrato, dando una risposta precisa, sulle cause di carattere interno che potevano originarla, individuando una serie di soluzioni per impedire che ciò accadesse.
Ma quando è che in Italia inizia la crisi, la decadenza, e quali sono le generazioni coinvolte – come protagonisti o come sopravvissuti di un mondo ormai finito – in questo processo? E di quali testimonianze possiamo servirci per cercare di rispondere a questa domanda? Su cosa sia accaduto non c’è infatti dubbio: allora comincia la decadenza durata molti secoli, arrivata, per vari aspetti, fino a noi. E in che modo, nonostante questa decadenza, l’Italia è riuscita a dare un contributo – e lo ha dato – all’identità culturale e spirituale europea? Se abbiano senso queste domande, e se sia possibile individuare una risposta, è ovviamente da discutere. Qualunque sia la risposta, questo saggio ambisce ad essere “contemporaneo” pur parlando di secoli passati: c’è una connessione fra quel passato e il nostro presente. Le domande cui cerca di rispondere nascono dal nostro tempo, da un’interrogazione su quello che sta accadendo intorno a noi.
L’Europa, il mondo in cui hanno vissuto moltissime generazioni, sta tramontando nel ferro e nel fuoco; e un altro mondo – dai confini indeterminati, ma duri, violenti, estraneo a ogni principio giuridico o morale – si sta imponendo. È in altre forme ovviamente – la storia non si ripete mai – quello che accadde in Italia e in Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Anche allora un mondo finì nel ferro e nel fuoco, e un altro ne nacque, con un volto preciso, quello che ha incarnato – nel bene e nel male – il ruolo e la funzione dell’Europa nei secoli moderni.
Dove stia andando oggi il mondo, e dove soffi lo spirito della storia, noi però non lo sappiamo. Tutto è ancora confuso e indeterminato, e non si sa quali siano le potenze destinate a imporsi in futuro. Una cosa però è chiara: un intero modo è terminato e con quel vecchio mondo è tramontata la visione che ha costruito di sé stesso, elaborando nei secoli “moderni” immagini dell’identità europea che oggi appaiono esaurite. È anche da questa consapevolezza, certo non solo mia, che nasce questo lavoro.






