domenica 13 settembre 2026

Un racconto narrato da un idiota




Camillo Venesio 
Amore, potere e sconfitta: Shakespeare preso in parola

La Stampa, 12 settembre 2026

Max Meredith Reese nel fondamentale Shakespeare. Il suo mondo e la sua opera [il Mulino, 1989 / 1986] sintetizza la potenza della sua arte: «La sua opera vive nel tempo perché egli disse cose significative sull’umanità, lodando quelle specifiche qualità umane, fedeltà, pazienza, amore, coraggio e perdono, che resistono all’imperio delle passioni e rendono più lieve il peso del peccato e del dolore. La sua forza non sta in una profonda sapienza filosofica, né in una esaltante visione spirituale, ma semplicemente nella sicura presa sull’esperienze comuni della vita, quelle a cui ci richiamiamo giorno per giorno (…). Egli non offre la promessa di una felicità che ci riscatti dopo la morte, dove tutto è silenzio. Il suo messaggio riguarda la vita, e la capacità, che è in tutti noi, di rischiararne le correnti corrotte prima che il giorno luminoso se ne vada e rimaniamo al buio».

Attraverso la «illimitata varietà di talenti» (Amleto), Shakespeare, con la sua umana comprensione della nostra storia e del nostro destino, ci aiuta a capire le dinamiche del mondo moderno; le trame sono spesso complesse ma, con brevi, apparentemente semplici tratti di penna, apre spazi sconfinati alla riflessione. La sua opera è pervasa dalla consapevolezza della caducità della vita umana: «Noi siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra vita breve è circondata dal sonno» (Prospero, La tempesta), «Non hai né giovinezza né vecchiaia, ma soltanto una specie di sonno pomeridiano nel quale tu sogni di entrambe» (Duca, Misura per Misura), «Tutto quello che vive deve morire passando, attraverso la natura, all’eternità» (Regina Gertrude, Amleto), «La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla, è un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, senza alcun significato» (Macbeth), «Sei soltanto lo zimbello della morte, dal momento che tutti i tuoi sforzi son tesi a fuggirla mentre la tua corsa verso di lei mai non s’arresta» (Duca, Misura per Misura), «Sì, ma morire e andare non si sa dove» (Claudio, Misura per Misura), «Ma c’è sempre speranza e perdono: più tardi, in tempi migliori di questi, cercherò di farmi meglio conoscere e amare da voi» (Le Beau, Come vi piace), «I desideri del vostro cuore siano con voi» (Celia, Come vi piace), «Perdono è una parola intesa, oggi, per tutti» (Cymbeline), «E così come voi vorreste essere perdonati dei vostri peccati, fate che la vostra indulgenza mi rimetta in libertà» (Prospero, La Tempesta).

Alcune sue potenti pagine raccontano l’incredibile seduzione per il potere del duca di Gloucester, poi Riccardo Terzo, di Lady Anna, vedova di Edoardo appena ucciso dallo stesso Gloucester (Riccardo III), per infine definire la sconfitta: «Io vedo, come in una mappa, la fine di tutto» (Regina Elisabetta, Riccardo III). La ricerca del potere è una costante: «Vorresti essere grande; non ti manca l’ambizione, ma ti manca il mal volere che dovrebbe accompagnarlesi: quel che tu ardentemente desideri, vorresti ottenerlo santamente. Non vorresti agire in modo sleale, eppure vorresti ottenere a torto» (Lady Macbeth). Il potere è sempre temporaneo: «Là dove salire fino alla cima vuol dire essere certi di cadere» (Belarius, Cymbeline), «Sediamoci sulla terra e raccontiamo le tristi storie della morte dei re». (…)

È cosciente della forza immaginifica degli uomini e dei loro limiti: «Il vasto mondo sognante delle cose che verranno» (Sonetti, 107), il pragmatismo: «Posso evocare gli spiriti dalle profondità dell’abisso, lo so fare anch’io e lo sa fare chiunque altro: ma vengono, poi, dopo che li hai evocati?» (Glendower e Hotspur, Enrico IV) e la possibilità di ricominciare: «Non parlate oltre, signore. Non carichiamo il fardello dei nostri ricordi con la tristezza d’un passato che non è più» (Prospero, La tempesta).

Straordinaria è la consapevolezza delle difficoltà di esecuzione delle strategie: «Se fare fosse facile come sapere quel che sarebbe giusto fare, piccole cappelle sarebbero grandi chiese e baracche di pover’uomini palazzi di principi» (Porzia, Il mercante di Venezia), così come la percezione di alcuni basilari principi economici in un’epoca in cui la religione cattolica proibiva i prestiti con interesse: «O il vostro oro e argento sono pecore e montoni?» (Antonio, Il mercante di Venezia).

Shakespeare dà indirizzi ai capi saggi: «Sarà nostro compito intendere quel che loro fraintendono» (Teseo duca d’Atene, Sogno di una notte di mezza estate). «E quindi, dal momento che la brevità è l’anima stessa della saggezza, e quel che la rende tediosa, invece, sono soltanto le fiorettature e gli ornamenti esteriori, sarò breve» (Polonio, Amleto), «Non credere impossibile quel che sembra soltanto improbabile» (Isabella, Misura per Misura). Coglie l’importanza di gestire rischi attesi e inattesi: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non se ne sognino nei nostri sistemi filosofici» (Amleto).

È insofferente all’incompetenza e alla disonestà dei governanti: «È la maledizione di questi tempi che i pazzi debbano guidare il cammino dei ciechi» (Gloucester, Re Lear), «Che può importare alla legge che siano dei ladri a condannare degli altri ladri?» (Angelo, Misura per Misura).Infine, l’amore. Quello paterno: «Nessun padre ha mai nutrito, per il proprio figlio, un affetto più grande del mio» (Gloucester, Re Lear, che Shakespeare rappresenta in poche parole: «Nessun padre è più caro a suo figlio»), all’esaltazione della costanza e dell’immortalità: «L’amore non è lo zimbello del Tempo, anche se rosse labbra e guance cadono nel compasso della sua falce ricurva; l’amore non muta con le sue brevi ore e settimane, ma resiste fino all’orlo del Giudizio. Se questo è errore e mi sia provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato» (Sonetti, 116). O un augurio all’amato: «Mille volte buona notte» (Giulietta, Romeo e Giulietta). Per un capo: «Se avete lacrime preparatevi a versarle adesso» (Antonio, Giulio Cesare). E l’amore non corrisposto: «Rinuncia tu al tuo potere di attrarmi e io non avrò più la forza di seguirti» (Elena, Sogno di una notte di mezza estate).

Nel settembre del 2022, mi chiedevo se coloro che avrebbero scritto l’orazione funebre per la regina Elisabetta II, ne avrebbero citato un passaggio, così è stato: «And flights of angels sing thee to thy rest», «E voli d’angeli ti accompagnino cantando al tuo riposo» (Orazio, Amleto).



Italia di fatto

Si Mohamed Kaabour

Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu
L'islamofobia è un disegno politico: le destre negano un'Italia che c'è

Domani, 13 settembre 2026 

Creare un’emergenza per alimentare la percezione di insicurezza. È il filo che unisce i partiti della destra estrema in Europa, da Alternative für Deutschland di Alice Weidel a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Passando anche per partiti di governo come Fratelli d’Italia e Lega. A giudicare dall’exploit ottenuto da AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt e dalla crescita nei sondaggi di Fn, sul piano del consenso funziona. Meno nella descrizione del reale.

«I bambini tedeschi vengono aggrediti perché cristiani», sostiene Weidel, secondo cui «diventiamo stranieri a casa nostra». Per Vannacci «l’omogeneità culturale è già compromessa, con oltre il 12 per cento di stranieri sul suolo nazionale». Il suo programma non include «l’immigrazione», ma la «remigrazione». Che, lo ha detto ospite da Otto e mezzo, significa di fatto «deportazione». Chi rimane, quel 4 per cento di popolazione di origine straniera fissato come tetto massimo, secondo l’ex generale, deve assimilarsi. E vuole «che in Italia vivano gli italiani».

Italia di fatto


Ma cosa significa essere italiani? Per i partiti post-fascisti europei l’Islam non è compatibile con la cultura occidentale, le persone in movimento sono invasori e l’identità europea ha origini romano-cristiane e greche. Non può essere contaminata, scrive Fn.

Qual è, invece, l’«Italia di fatto»? È un paese «già cambiato», «fatto di storie, percorsi e biografie differenti che contribuiscono ogni giorno alla vita democratica». Lo scrive Idem Network, una rete che riunisce amministratori e amministratrici locali, con background migratorio e non, che accoglie chiunque condivida una visione partecipata e solidale della politica. Una realtà che «testimonia come nel nostro paese ci sia una classe dirigente capace di leggere e interpretare la complessità dei nostri tempi» e contrasta le «semplificazioni “identitarie”», riflettendo sul «significato contemporaneo dell’essere italiani, sul rapporto tra cittadinanza e appartenenza». «L’italianità non è granitica», precisa SiMohamed Kaabour, consigliere comunale a Genova, insegnante e coordinatore della rete.

In un paese in cui le persone con background migratorio sono considerate permanenza provvisoria, relegate a essere forza lavoro, «esiste un’Italia in carne e ossa che nessuno può negare», continua. «La classe dirigente futura avrà sempre più una testimonianza interna di persone che hanno una storia di migrazione in famiglia».

Le persone di origine straniera in Italia, secondo la Fondazione Ismu, al 1 gennaio 2025 erano 5 milioni e 898mila. Il 9,1 per cento della popolazione del paese. Si stimano 339mila persone senza permesso di soggiorno, mentre, a scuola, circa uno studente su otto non ha la cittadinanza, di questi tre su cinque sono nati in Italia. Invece di riconoscere formalmente l’Italia di fatto, nella corsa sempre più a destra di questa campagna elettorale, la Lega sta accelerando l’approvazione del ddl Iezzi, previsto in aula il 21 settembre, che prevede casi di sospensione o revoca della cittadinanza.

Se lo Stato non riconosce


Il clima che si respira è percepito come pesante, soprattutto dalla popolazione di origine straniera, spiega Kaabour. L’appartenenza a un territorio non è automatica. Lo sa Raisa Labaran, infermiera e consigliera comunale a Brescia, nata e cresciuta nella città lombarda da genitori di origine ghanese e nigeriana. «Certo che mi sento italiana, ma avrei voluto che per andare in gita sulla mia carta di identità non ci fosse scritto “non valida per l’espatrio”. L’appartenenza può essere forte, ma serve la formalità per sostenerla». Labaran, che ha ottenuto la cittadinanza a 18 anni, ha le deleghe ai temi della Salute e lavora in un’agenzia di prevenzione. Come lei, ci sono sempre più persone con background migratorio impegnate in politica, soprattutto a livello locale. «Qualitativamente parlando, però», dice, «la strada è ancora lunga. C’è sempre la narrazione che ci vuole in politica perché portiamo i voti di una comunità. Io non sono rappresentativa di una comunità, ma della società in cui vivo».

L’attivismo di Labaran non è iniziato con la candidatura in una lista civica. È nato 25 anni fa, all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle, sui temi dell’inclusione, dei diritti delle persone con background migratorio, anche musulmane: «Per far capire che non tutti i musulmani sono terroristi, per i giovani nati o cresciuti in Italia smarriti in un racconto che ci accusa di cose che non ci appartengono».

Se a livello locale c’è un’apertura, «a livello regionale, nazionale o europeo, gli spazi della politica sono ancora chiusi», afferma Othmane Yassine, avvocato e consigliere a Fermignano, con deleghe all’Europa e alle politiche di inclusione, a cui si sono aggiunte le deleghe al Pnrr. Yassine è nato nel 1990 a Casablanca, in Marocco, e nel 1996 si è trasferito con la famiglia nella provincia di Pesaro e Urbino. Ha studiato Giurisprudenza, poi un dottorato di ricerca internazionale, e all’età di 24 anni è entrato in politica, dopo aver visto lo slogan della Lega che recitava: «Le palestre ai nostri figli». «Io ero figlio di quel paese non potevo trovarmi emarginato», racconta. Anche Kaabour è nato in Marocco e, arrivato in Italia a dieci anni, non ha potuto ottenere la cittadinanza ai 18. Un mancato riconoscimento che ha avuto anche conseguenze, per un periodo, sul suo lavoro.

Violenza del linguaggio


Il linguaggio escludente non è frutto di questa campagna elettorale. La Lega ha sempre portato avanti campagne contro le persone di origine straniera, ma «c’era un limite». Ora il linguaggio si è fatto «sempre più aggressivo», denuncia Labaran. Tanto che, per la prima volta nella sua vita, ha pensato: «Se a un certo punto mi chiederanno di andarmene, dove potrei andare? Non vedo un altro posto come casa».

Le parole maranza, remigrazione, deportazione, movimentazione coatta, rastrellamenti, «vengono ripetute con facilità e senza coglierne la portata storica né il significato reale», sottolinea Kaabour, che recentemente ha ricevuto migliaia di attacchi, offese razziste e minacce di morte sui social. Un’escalation di violenza che il consigliere ha notato anche nelle istituzioni ed è «frutto di un clima costruito in modo consapevole». Yassine, alla sua prima candidatura, ha ricevuto insulti come «Terrorista islamico» e una lettera con minacce di morte. Attacchi che continua ancora oggi a ricevere sui social, in quello che chiama «uno sdoganamento del razzismo».

Descrive l’islamofobia come disegno politico, una storia già vista con altre religioni: «Una politica che mira al consenso e alla creazione di una società chiusa, che prende di mira un determinato gruppo e disegna tutto lo scandalo possibile affinché possa attecchire l’idea della paura». Le persone musulmane chiedono di esercitare il diritto di professare il loro credo nelle moschee, create, in mancanza di una legge per l’edilizia di culto, in spazi privati. L’unico strumento giuridico offerto loro per potersi riunire, spiega l’avvocato, è l’associazione culturale: «Di fatto, però, tutte le moschee vengono strumentalmente chiamate abusive, quando in realtà, a livello giuridico, nessuna lo è».

Nel rifiuto dell’Islam, c’è poi un ulteriore piano che – come mostra il divieto di niqāb e burqa in classe che il ministro Valditara vuole introdurre – si appropria del linguaggio femminista e della parità di genere per rappresentare le donne musulmane esclusivamente come vittime e oppresse. «Da donna in politica, in più musulmana e con il velo, la gente mi vede come quella che non riesce a liberarsi dalle tradizioni, che non ha un suo pensiero», racconta Labaran.

«Tutto ciò è in funzione di una riuscita politica – conclude Kaabour –, ma di una disfatta del paese. La riuscita politica è individuale, mentre la disfatta del paese è collettiva». In questo modo, per Yassine, «stiamo negando a questo paese di strutturarsi in prospettiva». L’impegno politico dei tre amministratori locali guarda anche alle nuove generazioni con una storia di migrazione in famiglia, perché si sentano riconosciuti e rappresentati. Occorre quindi, dicono, occupare gli spazi pubblici, portare la propria voce, la propria narrazione, i propri corpi, con un impegno quotidiano.

Torino eversiva

Giuseppe Legato
Musti: "A Torino c'è chi flirta con gli antagonisti. Una parte della borghesia tollera i violenti"
La Stampa, 13 settembre 2026

Due anni fa, oggi, si insediava da procuratore generale di Piemonte e Valle d’Aosta. Dopo Lanusei, Trieste, Modena, Bologna, Gela, è arrivata nel più grande distretto giudiziario d’Italia, Torino. La definì così: “Capitale dell’eversione di piazza”. Valutazione che col senno di poi, dopo le guerriglie della Valsusa e le martellate al poliziotto negli scontri dopo lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna, conferma. Nell’anniversario del suo ingresso Lucia Musti parla di molto altro. Di riforme, di rapporti tra magistratura e politica, di referendum sulla giustizia. E ancora di intercettazioni e mafie. Di aree grigie e borghesie compiacenti.

Procuratore, avrà letto il duro attacco del presidente dell’Anm all’esecutivo che interviene sulle pronunce dei giudici. Condivide?
«Le parole di Tango sintetizzano il pensiero degli iscritti. È in parte fisiologico che provvedimenti aventi ad oggetto materie delicate, ma anche mediaticamente esposte, possano determinare il focus o del ministro o del procuratore generale della Cassazione. E di questo noi magistrati ne siamo assolutamente a conoscenza».

Vale anche se la premier interviene sul caso dell’uomo accusato di violenza sessuale su una tredicenne scarcerato dal gip a Torino?
«A mio avviso si deve mettere nel conto che il capo di un governo possa assumere una posizione critica. Ed infatti l’Anm prende posizione. Questa vicenda tanto drammatica quanto complessa, comprova che pm e giudice svolgono ciascuno la propria funzione, in maniera autonoma e indipendente».

Il clima toghe-governo resta teso. Cosa è cambiato dai tempi di Berlusconi?
«Sostanzialmente è lo stesso copione che si ripete e temo si ripeterà e questo a prescindere, in linea di massima, dai governi: non mi è mai piaciuto pensare a un “partito dei giudici” nel senso che non mi piace una magistratura che veda sempre un partito dalla sua parte; il consenso governativo non ci appartiene e, parlando della funzione del pm, non siamo elettivi, ma tutti vincitori di concorso».

Cos’ha votato al referendum?
«Convintamente no».

Ma non si è iscritta al comitato come tanti magistrati.
«Ho ritenuto – forse sbagliando – che il mio ruolo istituzionale di Procuratore generale che ha rapporti fisiologici e continui con il Ministero e il Cms non consentisse un impegno sul campo».

Davvero volevano assoggettare i pm al governo?
«Fortunatamente non lo sapremo mai».

Su cosa non era d’accordo con il testo della riforma.
«Semplificando, ho ritenuto che si trattasse di un attacco strumentale per colpire la magistratura come baluardo dei diritti dei cittadini nel rispetto della Costituzione».

Due anni a Torino. Cosa ha trovato finora?
«Un ufficio giudiziario che, come nei miei auspici, è diventato una famiglia allargata. Cerchiamo di dare l’impressione di un ufficio solido e trasparente portandolo anche nei luoghi di confronto e di alta formazione per offrire il nostro contributo».

All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 definì Torino “capitale dell’eversione di piazza”. Vale ancora o vale più di prima?
«Ho dovuto privilegiare la sintesi perché in quel contesto avevo poco tempo. Ma non credo di aver detto nulla che non fosse noto».

È stata la prima a dirlo con questo vigore.
«Ma non è che i miei predecessori fossero stati molto lontani dal mio pensiero. Ricordo il procuratore Gian Carlo Caselli e il Pg Francesco Saluzzo. Anche in privato hanno condiviso con me questa analisi».

Non è cambiato niente?
«Per me Torino, sotto il profilo dei disordini di piazza, sta andando avanti con la stessa velocità e gli stessi contenuti. Lo sa bene anche La Stampa che ha subito un attacco vergognoso».

Chi è la borghesia che “flirta” con la galassia antagonista?
«Spiace ripetermi ma esiste una benevola tolleranza da parte di una certa upperclass con una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati. Un’area area grigia di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza».

E invece?
«Minimizzano, non stigmatizzano. Ma quando si devasta una città non si può parlare di ragazzi che sbagliano».

Cosa servirebbe?
«Una presa di posizione franca e netta sul punto. Mi ha fatto piacere però che da quelle mie parole sia nato un dibattito anche – ad esempio – tra i docenti dell’università, la parte più rappresentativa della cultura di Torino».

Anche le mafie si avvantaggiano della borghesia?
«Si può dire che in generale i fenomeni criminali complessi hanno bisogno di una parte di società che chiamerei “non civile”. Una nuova mentalità va così a sposarsi con quell’area grigia e crea un nuovo prodotto di cultura criminale».

Ecco: il governo vuole limitare le intercettazioni. Ma se per trovare la mafia bisogna partire dai reati spia come se ne esce?
«Bisogna mantenere sempre l’asticella alta perché le mafie non macchiano più l’asfalto. Alla loro raffinatezza criminale deve seguire una pari raffinatezza investigativa in grado di contrastarla e le intercettazioni sono indispensabili».

La rabbia e l'orgoglio

Mariano Croce
Cosa resta de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci: non ha predetto ma plasmato il futuro

Domani, 11 settembre 2026

Se pochi sono gli eventi nella storia davvero capaci di segnare un prima e un dopo, l’11 settembre 2001 è tra questi. Quel giorno, due aerei furono fatti schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, provocandone il crollo, e un terzo colpì il Pentagono.

Da allora, la lotta al terrorismo divenne uno dei principali strumenti di espansione del potere governativo, nel segno del controverso concetto di “stato di eccezione”, che di fatto legittimò forme talora estreme di violazione dei diritti fondamentali in nome della sicurezza. La cupa retorica che ne seguì trasformò per sempre la percezione delle popolazioni musulmane, già osservate attraverso il prisma deformante dell’orientalismo e, dal 2001, impropriamente associate a una minaccia fatale recata da un presunto nemico esistenziale.

Una delle voci che più di altre contribuì a far sedimentare questa percezione fu quella di Oriana Fallaci, fiera e stentorea, che il 29 settembre 2001, dopo dieci anni di silenzio pubblico, diede alle stampe un lungo articolo intitolato La rabbia e l’orgoglio: una tonitruante requisitoria contro il terrorismo, sì, ma soprattutto contro la civiltà occidentale, affrescata come senescente e languida.

Le previsioni 


Per un verso, Fallaci proponeva un’azzardata sineddoche: assumeva una parte minima dell’Islam, costituita da gruppi fanatici come al-Qaida, quale rappresentazione di un’intera civiltà, accusata di perseguire lo sterminio di una civiltà rivale. Per l’altro, riversava la propria collera sull’Occidente, specie sulla viltà e sul grado di complicità dei suoi politici e dei suoi intellettuali, soprattutto a sinistra e dentro la Chiesa, che fungevano da stolidi cavalli di Troia per un’imminente conquista da parte di una cultura predatoria e feroce. Il testo, che ebbe un’eco vastissima ben oltre i confini nazionali, divenne per Rizzoli un fortunato libro, La rabbia e l’orgoglio, cui seguirono, nel 2004, La forza della ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse.

La trilogia non brilla per chiaroveggenza, almeno nelle sue previsioni più cupe: non si sono realizzate né la conquista dell’Europa da parte delle milizie islamiche né la progressiva riduzione dei cristiani a una minoranza subordinata, sul modello della dhimma medievale. Eppure, la presa di posizione di Fallaci concorse alla legittimazione e alla diffusione di un discorso fortemente ostile al mondo musulmano, che sarebbe stato successivamente ripreso e rielaborato da settori delle destre, più o meno radicali.

Il capitale simbolico della celebre reporter, accresciuto dalla sua capacità di testimoniare in prima persona e dal prestigio derivante dalla biografia antifascista, le permise di far circolare nello spazio pubblico un discorso apertamente islamofobico, fino ad allora non esprimibile in termini altrettanto radicali. Quel dispositivo polemico poté così diffondersi nel campo dei media generalisti attraverso un suadente registro, che oscillava tra il fattuale e l’allusivo e conferiva all’argomento il vigore del tono assertivo e del racconto iperbolico.

Il panorama oggi 


A vent’anni dalla morte di Fallaci, il panorama è mutato. Il nesso che le destre radicali di oggi mantengono con gli attentati del settembre 2001 è anfibio. Se hanno conservato la figura del nemico, hanno però dislocato la minaccia terroristica nella presenza costante e quotidiana del migrante: un potenziale terrorista, certo, ma soprattutto un invasivo parassita da ricacciare entro i confini del Paese natale. In tal modo, il discorso d’odio ha potuto svincolarsi dalla contingenza di attacchi straordinari e assumere il carattere più ordinario della criminalità comune e dell'espansione demografica.

Nelle aree più rarefatte ed estreme della destra, l’evento dell’11 settembre è stato persino riassorbito nel fascicolo complottista, spesso in forme antisemite che lo interpretano come un’operazione orchestrata dai servizi segreti sotto mentite spoglie. Lo scontro di civiltà, di fallaciana memoria, si perde così in una lotta senza quartiere contro chi, dall’interno dei confini nostrani, cospira per l’abbattimento della civiltà occidentale, nella quale un’élite cosmopolita, genericamente identificata con il progressismo, i movimenti arcobaleno e la finanza internazionale, opererebbe in segreto per favorire l’immigrazione e infiacchire i valori della tradizione.

Quel che rimane dell’11 settembre e della presa di posizione che ne seguì a destra non è che una postura: il modello aggressivo per cui una minaccia definita come esistenziale legittima la crescente intolleranza nei confronti di un certo segmento della popolazione, dipinto come un nemico pubblico, che un tempo agiva dall’esterno e che oggi, invece, è acquartierato tra le nostre case. Rimane dunque poco, se non la tendenza a deformare problemi di natura pragmatica, da trattarsi con ben congegnati strumenti di politica amministrativa, radicandoli entro quadri sospettosi e profezie di rovina, certo in grado di intensificare la rabbia, ma per i quali è ben difficile provare un moto d’orgoglio.