venerdì 9 aprile 2021

La morte del principe Andrej

Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia, attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile… Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte. Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava. Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene, ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire, diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”. Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio, aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà ancora vivo? E non osava chiederlo. La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima, dominata crisi di orrore davanti all’ignoto. Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione di gioia. “Ah, è venuta lei!”, pensò. Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza fare alcun rumore. Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il gomitolo e riprese la posizione di prima. Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco. Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più parlato del futuro. “Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora, guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere, per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze. A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e, vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più. – Non dormite? – No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata. Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce… Vorrei piangere dalla gioia… Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di estatica gioia. – Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo! – Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma perché troppo? – domandò poi. – Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo all’animo? Vivrò? Che ne dite? – Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia, afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato. Egli tacque. – Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò. Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva bisogno di tranquillità. – Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. – Cercate di dormire… ve ne prego. Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino a che non avesse finito. Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo. Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla morte a cui si sentiva più vicino. “L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri. Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga inquietudine. Si riaddormentò. In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente, non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti, indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare, sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva “tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte, cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da quell’orrore, la porta si apre e si richiude. Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi, sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj moriva. Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era svegliato. “Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto, si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò quello strano senso di levità che non lo abbandonò più. Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano, Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse. Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva continuato a fissarla con uno sguardo strano. Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore, la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio. Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal sonno in relazione alla durata di un sogno. Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio relativamente lento. I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito, molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così forti che il lato esteriore e terribile della morte non le impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere a parole ciò che avevano compreso. Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così. Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro. Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la principessina Màrija e Natascia erano presenti. – È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui. “Dov’è andato? Dov’è ora?”. Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola, tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano. Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore; Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe toccato a lui fare lo stesso tremendo passo. Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.

La morte del principe Andrej

Lev Tolstoj Guerra e pace Libro quarto, parte prima, capitolo 16 Il principe Andréj non soltanto sapeva di dover morire, ma si sentiva mancare, ed era come già morto a metà. Aveva la sensazione di allontanarsi da ogni cosa terrena e quella di una strana e gioiosa levità di tutto il suo essere. Senza impazienza e senza ansia, attendeva il compimento di ciò che incombeva su di lui. Quella cosa terribile, eterna, ignota e lontana di cui aveva sentito la presenza per tutta la vita, gli era ormai vicinissima e, per quella strana sensazione di levità dell’essere, quasi comprensibile e tangibile… Aveva avvertito la prima volta questo sentimento quando la granata gli turbinava davanti come una trottola ed egli guardava le stoppie, i cespugli, il cielo, pur sapendo che dinanzi a lui c’era la morte. Quando, dopo essere stato ferito, aveva ripreso coscienza e nella sua anima, in un istante, quasi egli si fosse liberato dal peso della vita, era sbocciato quel fiore dell’amore eterno, libero, indipendente da questa vita, egli non temeva più la morte e non vi pensava. Quanto più, in quelle ore di dolorosa solitudine e di semidelirio, che aveva trascorso dopo la ferita, rifletteva su quel nuovo principio di eterno amore che gli si era rivelato, tanto più, senza avvedersene, ripudiava la vita terrena. Amare tutto e tutti, sacrificarsi sempre per l’amore, significava non amare nessuno, significava non vivere di vita terrena. E perciò, quanto più era permeato da questo principio d’amore, tanto più rinnegava la vita e tanto più distruggeva quella terribile barriera che, quando non c’è amore, sta tra la vita e la morte. Allorché, in quel primo tempo, si ricordava di dover morire, diceva a sé stesso: “Che importa? Tanto meglio!”. Ma dopo quella notte a Mitisci quando, quasi in preda al delirio, aveva visto comparire colei che egli desiderava e quando, premendo la mano di lei alle proprie labbra, aveva pianto silenziose lacrime di gioia, l’amore per una donna era insensibilmente penetrato nel suo cuore e lo aveva di nuovo legato alla vita. E turbamenti e pensieri gioiosi ripresero ad affacciarsi alla sua mente. Ricordando il momento in cui, al posto di medicazione, aveva veduto Kuragin, non poteva più tornare ai sentimenti di allora. Ora lo tormentava il dubbio: sarà ancora vivo? E non osava chiederlo. La malattia, dal lato fisico, seguiva il suo corso naturale, ma ciò che Natascia aveva definito “gli è accaduto questo” era avvenuto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Era stata l’ultima lotta morale tra la vita e la morte, e la morte era riuscita vittoriosa. Era stata l’inattesa consapevolezza di amare ancora la vita, che si raffigurava per lui nell’amore per Natascia, e l’ultima, dominata crisi di orrore davanti all’ignoto. Era sera. Come ogni giorno, dopo pranzo, egli aveva un po’ di febbre e una straordinaria lucidità di pensiero. Sònja era seduta presso la tavola. Egli sonnecchiava. A un tratto fu assalito da una sensazione di gioia. “Ah, è venuta lei!”, pensò. Infatti ora, al posto di Sònja, era seduta Natascia, entrata senza fare alcun rumore. Da quando Natascia aveva incominciato a curarlo, il principe Andréj provava la sensazione fisica della vicinanza della fanciulla. Ella sedeva accanto a lui, sulla poltrona, e gli nascondeva con la sua persona la luce della candela. Lavorava a maglia. (Aveva imparato a fare la calza da quando, una volta, il principe Andréj le aveva detto che nessuno sapeva curare gli ammalati così bene come le vecchie governanti che fanno la calza, e che in quello sferruzzare c’è un qualcosa di riposante). Le dita sottili della fanciulla si muovevano rapide sui ferri che di tanto in tanto si urtavano, e il principe Andréj vedeva nettamente il profilo pensieroso del suo volto. Ella fece un movimento, il gomitolo di lana le cadde dalle ginocchia. La fanciulla trasalì, guardò il principe, messa la mano davanti alla candela, con un movimento cauto rapido e preciso si chinò, raccolse il gomitolo e riprese la posizione di prima. Egli, immobile, la guardava e capiva che, dopo aver fatto quel movimento, ella aveva bisogno di respirare profondamente, ma non si decideva a farlo e riprendeva fiato a poco a poco. Al monastero di Tròjtza, il principe e Natascia avevano parlato del passato ed egli le aveva detto che, se Iddio gli avesse concesso di vivere, non avrebbe cessato di ringraziarlo perché, grazie a quella ferita, era di nuovo riunito a lei; ma, da allora, non avevano mai più parlato del futuro. “Era o non era possibile che ci fosse un futuro?”, pensava egli ora, guardando la fanciulla e ascoltando il lieve ticchettio dei lunghi aghi. “Possibile che il destino mi abbia riunito a lei in un modo così strano soltanto per lasciarmi morire? E’ possibile che io abbia avuto la rivelazione della verità della vita soltanto perché vivessi nella menzogna? Io l’amo più di tutto al mondo. Ma cosa posso fare, se l’amo?”, pensò e, all’improvviso, si mise involontariamente a gemere, per l’abitudine datagli dalle lunghe sofferenze. A quel gemito, Natascia posò il gomitolo, si chinò verso l’ammalato e, vedendo gli occhi lucenti di lui, gli si avvicinò di più. – Non dormite? – No, da un pezzo vi sto guardando. Ho sentito quando siete entrata. Nessuno, come voi, mi dà quella pace così dolce… e quella luce… Vorrei piangere dalla gioia… Natascia si chinò ancora di più verso di lui. Il suo viso raggiava di estatica gioia. – Natascia, io vi amo troppo. Più di tutto al mondo! – Anch’io! – esclamò la fanciulla, e si voltò per un attimo. – Ma perché troppo? – domandò poi. – Perché troppo? Ebbene, cosa pensate, cosa sentite in fondo all’animo? Vivrò? Che ne dite? – Ne sono certa! Ne sono certa! – gridò quasi Natascia, afferrandogli tutt’e due le mani con slancio appassionato. Egli tacque. – Come sarebbe bello! – E, presa una mano di lei, la baciò. Natascia era felice e commossa; ma subito pensò che l’ammalato aveva bisogno di tranquillità. – Intanto non avete dormito – disse, soffocando la propria gioia. – Cercate di dormire… ve ne prego. Egli, dopo averla stretta, lasciò la mano di Natascia, ed ella tornò verso la candela e sedette dov’era prima. Due volte lo guardò e due volte vide gli occhi lucenti di lui che incontravano i suoi. Si impose il compito di fare un dato pezzo di maglia e di non guardarlo più sino a che non avesse finito. Difatti, poco dopo, egli chiuse gli occhi e si addormentò. Non dormì a lungo e ad un tratto si svegliò agitato, coperto da un sudore freddo. Si era addormentato continuando a pensare a ciò che tanto occupava allora la sua mente: alla vita e alla morte. E, soprattutto, alla morte a cui si sentiva più vicino. “L’amore? Che cosa è l’amore?”, pensava. “L’amore si oppone alla morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che capisco, lo capisco soltanto perché amo. Tutto è, tutto esiste, soltanto perché amo. Tutto è legato all’amore. L’amore è Dio e morire, per me, piccola particella d’amore, significa tornare alla fonte comune ed eterna”. Questi pensieri gli parevano consolanti. Ma non erano altro che pensieri. Qualcosa vi mancava, avevano qualcosa di unilateralmente personale, di intellettuale, erano privi di evidenza. E persisteva la stessa, vaga inquietudine. Si riaddormentò. In sogno, si vide coricato nella camera in cui si trovava realmente, non era più ferito, stava bene. Parecchie persone insignificanti, indifferenti, apparivano a un tratto davanti a lui. Egli parlava con loro, discuteva di cose inutili. Esse si preparavano a recarsi in qualche posto. Il principe Andréj ricordava vagamente che tutto questo non aveva alcuna importanza, che egli aveva ben altre cose più gravi e preoccupanti cui pensare, ma continuava ugualmente a parlare, sorprendendo i suoi ascoltatori con parole futili e spiritose. A poco a poco, insensibilmente, tutte quelle persone cominciavano a sparire e tutto cedeva il posto a un solo problema: come si poteva chiudere la porta? Egli si alzava e andava verso la porta, con l’intenzione di spingere il paletto per chiuderla. Dal riuscirvi o meno dipendeva “tutto”. Egli andava, si affrettava, ma le gambe non si movevano, ed egli sapeva che non sarebbe giunto in tempo a chiudere, tuttavia tendeva morbosamente tutte le proprie forze. Una paura tormentosa lo assaliva. Era la paura della morte: essa stava dietro la porta. Ma mentre egli barcollando, senza più forze, stava per giungere alla porta, ecco che “quella cosa” orribile, premendo dall’altra parte, cercava di spingere per entrare e bisognava trattenerla. Egli si afferrava alla porta, raccoglieva le ultime forze, non già per chiudere, – ormai era impossibile – ma almeno per trattenerla. Ma le sue forze erano insufficienti, maldestre e, premuta da quell’orrore, la porta si apre e si richiude. Ancora una volta quella cosa premeva dall’altra parte. Gli ultimi, sovrumani sforzi erano vani: due battenti si spalancavano senza rumore. Quella cosa era entrata, era la morte! E il principe Andréj moriva. Ma, proprio nell’istante in cui moriva, il principe Andréj si era ricordato che stava dormendo e, fatto un ultimo sforzo, si era svegliato. “Già, quella era la morte… Sono morto e mi sono svegliato. Sì, la morte è risveglio”. La sua anima era stata, a un tratto, avvolta dalla luce, e il velo che sino a quel momento gli aveva nascosto l’ignoto, si era sollevato davanti allo sguardo del suo spirito. Si sentì come liberato da una forza dapprima imprigionata dentro di lui e provò quello strano senso di levità che non lo abbandonò più. Quando, destandosi madido di gelido sudore, si era agitato sul divano, Natascia gli si era avvicinata e gli aveva domandato che cosa avesse. Il principe Andréj non le aveva risposto e, senza capirla, aveva continuato a fissarla con uno sguardo strano. Ecco ciò che gli era accaduto due giorni prima dell’arrivo della principessina Màrija. Proprio da quel giorno, come diceva il dottore, la febbre che lo prostrava aveva preso una brutta forma, ma Natascia non si curava di ciò che diceva il dottore; ella vedeva quei terribili sintomi morali, che non le lasciavano alcun dubbio. Pure da quel giorno era cominciato per il principe Andréj insieme con il risveglio dal sonno, il risveglio dalla vita. E, in relazione alla durata della vita, esso non gli appariva più lento del risveglio dal sonno in relazione alla durata di un sogno. Nulla vi era di terrificante e di brusco in quel risveglio relativamente lento. I suoi ultimi giorni, le sue ultime ore trascorsero come al solito, molto semplicemente. E la principessina Màrija e Natascia, che non si allontanavano da lui, lo sentivano. Esse non piangevano, non trasalivano e, negli ultimi giorni, avevano la sensazione di non assistere più lui (egli non c’era già più, se ne era andato), ma il suo ricordo più intimo: il suo corpo. I loro sentimenti erano così forti che il lato esteriore e terribile della morte non le impressionava più, ed esse non trovavano necessario eccitare il loro dolore. Non piangevano né davanti a lui né quando erano sole, ma nemmeno parlavano di lui tra di loro. Sentivano di non poter esprimere a parole ciò che avevano compreso. Tutte e due vedevano come egli sempre più profondamente, in modo lento e tranquillo, si allontanasse da loro, sprofondando chissà dove, e entrambe sapevano che così doveva essere e che era bene che fosse così. Il principe Andréj si confessò e si comunicò; tutti vennero a dargli l’ultimo addio. Quando gli condussero suo figlio, posò le labbra su di lui e volse il capo, non perché quel saluto gli fosse penoso (la principessina Màrija e Natascia lo capivano), ma soltanto perché supponeva che da lui non si esigesse altro. Ma quando dissero di dare al figlio la sua benedizione, egli fece ciò che gli si chiedeva e si guardò attorno come per chiedere se dovesse fare ancora altro. Quando, con gli ultimi sussulti, l’anima si staccò dal corpo, la principessina Màrija e Natascia erano presenti. – È finita?! – disse la principessina Màrija, dopo che il corpo di lui, raffreddandosi già da alcuni minuti, giaceva immobile davanti a loro. Natascia si avvicinò, guardò quegli occhi spenti e si affrettò a chiuderli. Li chiuse e non li baciò, ma avvicinò religiosamente le labbra su quello che era l’ultimo e il più vicino ricordo di lui. “Dov’è andato? Dov’è ora?”. Quando il corpo, lavato e vestito, giacque nella bara sopra la tavola, tutti si avvicinarono per dargli l’estremo addio, e tutti piangevano. Nikòluska piangeva per lo stupore doloroso che gli straziava il cuore; Sònja e la contessa piangevano di pietà per Natascia e perché egli non era più; il vecchio conte piangeva perché sentiva che presto sarebbe toccato a lui fare lo stesso tremendo passo. Natascia e la principessina Màrija ora piangevano anch’esse, ma non per i loro dolori personali; piangevano per la commozione reverente che aveva invaso le loro anime dinanzi alla coscienza del semplice e solenne mistero della morte che si era compiuto innanzi a loro.

venerdì 29 gennaio 2021

 
 
 

LIBRI A KM ZERO
 
Gianni Oliva, Il giovane editore che scommette sui libri di carta e racconta vezzi, gusti e manie dei collezionisti, La Stampa Torinosette, 29 gennaio 2021
 
Un libro che ha il profumo delle bancarelle dei portici di via Po e di piazza Carlo Felice, l'odore delle pagine sfogliate, rilette, meditate: a metà strada tra autobiografia intellettuale e ricostruzione d'ambiente, "La compagnia del libro" di Giovanni Carpinelli (edizioni Raineri Vivaldelli) è una stimolante cavalcata tra i libri di seconda mano e i loro significati. La trama è essenziale e segue le vicende imprenditoriali di Marco, che ha il coraggio di iniziare un'attività libraria quando la stagione del cartaceo sembra esaurita, ottiene risultati insperati abbinando la vendita diretta con quella on line, e la ramifica creando un'editrice per ripubblicare "testi in attesa di resurrezione": con lui sono gli amici del banco al mercato di piazza Nizza, Valentina, impiegata al Circolo dei Lettori; Giacomo, commercialista agiato con studio precollinare; e Giovanni, l'autore, professore universitario in pensione. Il messaggio di questa piccola storia di vita è semplice: bisogna avere il coraggio di credere nel futuro e rigenerarsi, senza cedere all'"isolamento rancoroso della nostalgia". Ma il fascino del volume (130 pagine che si leggono in un fiato) risiede soprattutto nella rassegna dei volumi che passano sulla bancarella, nei gusti variegati di coloro che li raccolgono nelle proprie biblioteche, negli interessi fluttuanti dei compratori. Nei grandi lotti di libri che eredi frettolosi cedono a Marco per sgomberare i locali, scorre la storia delle attitudini culturali italiane dell'ultimo secolo: le prime edizioni da collezionista de "il Gattopardo" o "Se questo è un uomo", la grafica fascista di Gino Boccasile o Marcello Dudovich, le serie di Georges Simenon, i cataloghi di Frassinelli ripresi da Adelphi, i tascabili Bur e Oscar Mondadori, la letteratura di consumo di Dan Brown o della Rowling.
Lettore attento e appassionato, Carpinelli dissemina il racconto di commenti di spessore (a proposito di Simenon, parla di "stile sfumato" che "avvicina allo spettacolo della vita, senza mai arrivare ad impadronirsi del senso"), ma soprattutto celebra la forza del libro: "il libro narra una vicenda esemplare, oppure strana, oppure appassionante. Contiene versi capaci di mutare l'immagine del mondo. O riflessioni profonde, o formule divertenti". Soprattutto, il libro è una compagnia che "ti può cambiare la vita" perché dentro "ci trovi il mondo". —

 

domenica 17 gennaio 2021

Reinventarsi per uscire dallo stallo

 


Simone Lorenzati, Casa di riposo e teatro

Ormai la pandemia è accanto a noi da dieci mesi. Intorno a noi. E tra i più colpiti dal virus – a livello fisico ma anche emotivo - vi sono senza dubbio alcuni tra gli anziani delle Rsa. Eppure c’è chi non si è affatto dimenticato di loro. C’è chi, nonostante tutto, ha pensato di coinvolgerli, unendo due cose, apparentemente, ad oggi, inconciliabili: ospiti di una casa di riposo e teatro.

Ed è proprio da questo binomio, infatti, che ha preso forma il laboratorio teatrale che vede protagonisti – tra gli altri - Vera, Stella, Alberto e Celeste, tutti tra i settanta ed i novantotto anni. “Fino al prossimo abbraccio” è il titolo dell’opera che, grazie all’impegno della compagnia “Soggetti smarriti”, debutta così sul palco, in un contesto non certamente favorevole, eppure con un entusiasmo assolutamente contagioso. Una compagnia, insomma, che ha saputo andare controcorrente, mentre il resto tendeva a distanziare e allontanare gli anziani dai propri affetti. “Il nostro credo, cosa da sempre muove le nostre, come ama dire la direttrice della struttura – la Residenza San Bernardo di Roma - Alessandra Italia, è che la vita sia un valore e ogni giorno una possibilità da non sprecare. Senza la sua generosità, unitamente a quella di Ilaria Zandri, tutto ciò non sarebbe stato possibile” esordisce Valentina Ruggiero. E’ proprio Ruggiero, infatti, ad occuparsi del progetto in prima persona, unendo la sue pluriennale esperienza nel sociale alle sue passioni per il cinema e il teatro. “Il laboratorio teatrale è nato in collaborazione con Laura Pece, aiuto regista e assolutamente fondamentale per me. Ma sono loro, i nostri anziani, ad essersi messi in discussione in prima persona”. Con lo spettacolo, infatti, è completamente cambiato l’approccio degli ospiti della Rsa rispetto al quotidiano. “Ci hanno stupito, hanno iniziato a conoscersi, a vivere, a confrontarsi. Più di una volta ci è capitato di vedere provare le battute insieme tra loro nella stanza di qualcuno. Insomma hanno fatto gruppo, lo spettacolo teatrale è stata la leva che ha dato il là al tutto” prosegue Ruggiero. “Recitare è parecchio divertente, ma non permette di lasciare fuori le proprie emozioni, il proprio stato d’animo, la propria voglia di mettesi in gioco. E’ così che gli ospiti sono diventati protagonisti, mentre io ho cercato di coinvolgerli, di invitarli a proporre, a discutere, a commentare, a progettare, unendo insomma la responsabilità del palco insieme al riconoscimento delle loro capacità”. Un progetto ambizioso che richiede, da parte degli anziani, presenza costante, esercizi di vocalizzazione, di respirazione, prove, copioni, battute da imparare a memoria. “La loro partecipazione, ovviamente volontaria, è stata enorme con un entusiasmo crescente per il progetto, senza dimenticare il loro impegno andato ben oltre ogni aspettativa. Cosa mi ha colpito è il loro essersi organizzati autonomamente - oltre l’orario delle lezioni - per provare insieme e per scrivere dialoghi e monologhi da proporre poi al nostro laboratorio”. Insomma un modo per bypassare una realtà che li vede lontani dai propri cari da marzo 2020, potendo questi avvicinarsi unicamente dietro ad un vetro. “Qui entriamo in gioco noi che, in quanto operatori, abbiamo pensato di coinvolgerli in questa cosa. Un modo per superare la solitudine, e magari far dimenticare loro i vari acciacchi”. Certo la pandemia ha imposto parecchi stop. “Sì, non ci voleva. L’idea era quella di poter esportare il progetto ad altre realtà, ma chiaramente è tutto cristallizzato. Fortunatamente la San Bernardo dispone di un suo spazio interno che abbiamo adibito a teatro e, grazie alla presenza di montatori, luci e quant’altro ci ha di fatto permesso di realizzare uno spettacolo che i nostri anziani hanno presentato, in qualche modo, di fronte ad un pubblico esterno, seppur sparuto”. La speranza, ovviamente, è che “Fino al prossimo abbraccio” possa andare in scena davanti quantomeno ai famigliari degli anziani che calcano il palco. “E’ il nostro primo lavoro – lo spettacolo è online al link https://www.youtube.com/watch?v=4IJCbAoLl0U - ma stiamo già pensando ad un seguito. Il nostro è lavoro quotidiano, sia con gli attori sia a livello di testi sia un quanto a progettazione” dettaglia ancora Valentina. “Cosa mi colpisce, e mi emoziona davvero, è vedere la gioia nei loro occhi, quando diventano protagonisti su di un palco. Alcuni si trasformano letteralmente a livello caratteriale, magari vincendo una enorme timidezza di base mentre, al contrario, altri, in apparenza molto sicuri di sé nel quotidiano, con le luci ed un microfono appaiono più timorosi. Però, una volta lì, forse sarà la magia della recitazione, li vedo davvero a loro agio, e pare che davvero riescano a dimenticare - per quell’ora - pandemia, malanni e quant’altro” conclude Valentina Ruggiero.

sabato 16 gennaio 2021

Il fantasma di Aisha


Da qualche giorno circola a Torino una mail che sarebbe stata spedita da Aisha Gheddafi a un suo corrispondente italiano. La forma è quella inequivocabile della truffa cosiddetta nigeriana. Un personaggio altolocato chiede aiuto per poter sbloccare del denaro depositato in banca. Non è dato sapere da quale indirizzo sia stata spedita la mail. La pagina  fb alla quale rimanda la foto di Aisha Gheddafi è stata creata il 10 gennaio 2021. Il reale promotore dell'iniziativa potrebbe essere un bancario marocchino di nome Akka Zeroual. 

https://it.wikipedia.org/wiki/Truffa_alla_nigeriana
https://www.teoalida.com/scams/aisha-gaddafi/

sabato 19 dicembre 2020

Appello per una lista civica di centrosinistra



APPELLO PER LA COSTITUZIONE DI UNA LISTA CIVICA DI CENTROSINISTRA

A meno di sei mesi dalle elezioni amministrative, il centrosinistra torinese sembra distratto dalle proprie dinamiche interne: l'ipotesi delle primarie, paradossalmente, ha frenato la discussione sui contenuti e alimentato divisioni, sia nel Partito democratico che all’interno della coalizione. Al tempo stesso, molti esponenti politici si comportano come se la sconfitta della precedente amministrazione di centrosinistra fosse stata un incidente di cui è bene parlare il meno possibile. Non è così: perché tutte le indagini ci dicono che la crisi di Torino ha radici profonde, ben più antiche del giugno 2016, e che la prossima estate la nostra città sarà ancora più povera e arrabbiata.

In questo scenario, ci preoccupa che una destra populista e inadeguata, come ha dimostrato nella gestione della pandemia a livello regionale, possa soffiare sul fuoco della rabbia e della protesta, raccogliendo consensi dietro il volto rassicurante di un imprenditore perbene.

Per contrastare questa deriva, promuovendo un’idea di città inclusiva e attrattiva, serve una forza politica capace di parlare a tutti, e non solo ai militanti: una forza politica che sappia ascoltare e tradurre le preoccupazioni in proposte concrete. In definitiva, servono persone in grado di costruire nuove alleanze, dalle quali possano nascere le risposte ai nuovi bisogni.

Queste alleanze devono trovare una casa, che accolga tutte le esperienze che hanno alimentato un pensiero sul futuro di Torino, coinvolgendo centinaia di persone in un lavoro di mobilitazione politica e culturale. Una casa “civica”, perché le persone che ne faranno parte dovranno portare con sé l'esperienza e le competenze maturate nel mondo delle associazioni, delle professioni e del volontariato. Una casa innovativa, perché dovrà offrire alla coalizione gli strumenti per comporre una nuova mappa dei riferimenti cittadini, superando confini geografici e culturali ormai obsoleti.

Chiediamo quindi ai referenti dei movimenti civici torinesi che questa casa nasca subito, per costruire un’agenda politica che parta dall’ascolto di quanti si sono sentiti abbandonati dalla politica. Oggi, come in altri momenti in cui seppe cambiare il volto alla città, il centrosinistra torinese ha bisogno di una rappresentanza civica qualificata, univoca e coesa, senza i fraintendimenti che possono creare liste civetta messe su all'ultimo minuto per ragioni elettorali.

Torino merita uno sforzo di unità e di volontà: una SOLA LISTA CIVICA che dia forza al centrosinistra, un raggruppamento civico che contribuisca a qualificare un progetto politico e che sia capace di avanzare e sostenere una candidatura unitaria in grado di parlare a tutta la città.

Non perdiamo tempo. Perché di tempo non ce n’è.

Tra i firmatari l'ex sindaco Valentino Castellani, l'ex pallavolista e dirigente sportivo Piero Rebaudengo, il fondatore dei Subsonica Max Casacci, il manager culturale Paolo Verri e il regista Gabriele Vacis, Filippo Barbera, Giuseppe Gattino, Gabriele Magrin, Davide Petrini, Rocco Pinto, Luca Rolandi, Giuseppe Tipaldo

Stiamo cercando di attivare una piattaforma per petizioni. Ma non siamo ancora riusciti a farlo... Per aderire al momento ci limitiamo a chiedere di rilanciarlo.

mercoledì 16 dicembre 2020

Un banco di libri al mercato




Torino è la città delle bancarelle: quegli approdi carichi di libri dove tuffarsi tra edizioni introvabili e dei grandi classici, curiosità fuori catalogo, autori di case editrici ormai scomparse, piccoli tesori preziosi che possono anche costare pochi euro, o magari molto di più, se il commerciante è scaltro, se comprende l'oggetto del tuo desiderio. Poi si trovano contrattazioni che, nella maggior parte dei casi lasciano soddisfatti entrambi i protagonisti. Una volta, di bancarelle ce n'erano di più - come quelle di corso Siccardi demolite dall'ignoranza, il peggior nemico dei libri - ma moltissime resistono, come le storiche di via Po e le tante sparse nei mercati della città, in pimis al Balon. Marco Addonisio - protagonista del godibilissimo volume di Giovanni Carpinelli, edito da Ranieri Vivaldelli nella collana Messidor - è uno dei più noti mercanti in città e il suo banco lo potete trovare ogni giorno in via Nizza. Nella narrazione spiega e rivela le regole del gioco, entra nei meccanismi di passione, curiosità e anche ossessione dei frequentatori. Attorno a lui altri personaggi, , tutti veri, ma qualche volta coi nomi cambiati, che sono clienti, amici, colleghi. Tutti amanti amanti dell'irresistibile religione del libro. I titoli e gli autori sono dappertutto, come una texture tra le pagine, ma interessa relativamente il valore letterario (che c'è) perché conta innanzitutto la scelta individuale, la curiosità dell'acquirente, la sua dedizione nella caccia. Diversi capitoli si concludono con una citazione, dove compaiono intriganti assonanze, riferimenti musicali, poesie. Libro imprescindibile e romantico. Splendide le parole dello scrittore Bergotte [Proust, in realtà] con le quali si conclude il prologo di Mariolina Bertini: "Lo seppellirono, ma per tutta la notte funebre, nelle vetrine illuminate, i suoi libri, disposti a tre, vegliavano come angeli dal dalle ali spiegate sembravano, per colui che non era più, il simbolo della sua resurrezione." 

"La compagnia del libro" di Giovanni Carpinelli, Raineri Vivaldelli editori, Torino 2020   

Torino magazine, dicembre 2020  

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I versi in epigrafe

Il PULVISCOLO

Osserva infatti ogni volta che i raggi trapelano
e infondono la luce del sole nell'oscurità delle stanze:
vedrai molti corpi minuscoli vorticare
in molteplici modi nel vuoto nella luce stessa dei raggi,
e come in un'eterna contesa muovere contrasti e battaglie
scontrandosi a torme, senza mai trovar pace,
continuamente agitati da rapidi congiungimenti o effrazioni;
così che puoi arguire da ciò quale sia l'eterno
agitarsi degli elementi primordiali delle cose nell'immenso vuoto;
per quanto un piccolo elemento può offrire l'immagine 
di grandi eventi e una traccia per la loro conoscenza.

Lucrezio, La natura delle cose, II, 114-224.












è 








Torino magazine, dicembre 2020