Siegmund Ginzberg
Ma non ditelo a Putin
Il Foglio, 20-21 giugno 2026
Marx
odiava la Russia e i suoi zar. Odiava la prepotenza con la quale
Mosca minacciava i vicini e l’Europa. La odiava in quanto bastione
della conservazione e dell’autoritarismo, nemico giurato delle
aspirazioni democratiche e di indipendenza dei popoli. Ne denunciava
le ambizioni territoriali nei confronti dei vicini e l’ingerenza
sistematica nella politica europea, a sostegno dei reazionari estremi
(oggi diremmo delle destre estreme). Criticava, con veemenza fin
esagerata, la debolezza dell’Occidente nell’opporsi
all’espansionismo e alla minaccia russa. Per lui l’impero zarista
era un vero e proprio impero del male.
Stalin
lo ripagò espurgando dalle Opere complete di Marx ed Engels
pubblicate in Russia quelle in cui si sparlava del paese che pure
aveva inventato il marxismo-leninismo. David Rjazanov, il primo
direttore dell’istituto Marx-Engels di Mosca, lo studioso che più
di chiunque altro aveva dedicato la vita a raccogliere gli scritti di
Marx ed Engels, sarebbe stato prima esonerato e infine condannato a
morte il 21 gennaio 1937 per “organizzazione trotskista
opportunista di destra”. La sentenza fu eseguita il giorno stesso.
Sarebbe stato riabilitato, e la pubblicazione delle opere proibite
ripresa, solo sotto la glasnost di Gorbaciov.
Tra
le opere incriminate, quella più ostica sono le Rivelazioni
sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo,
un pamphlet scritto nel 1856, quando era ancora in corso la guerra di
Crimea che vedeva Inghilterra e Francia alleate alla Turchia
ottomana, contro l’aggressione russa. Dalla sala di lettura del
British Museum, dalla sua postazione fissa di lavoro, Marx aveva
accesso non solo ai classici dell’economia politica ma a tutta
l’immensa collezione di libri e documenti manoscritti. Fu lì che
si imbatté – “I came across”, avrebbe raccontato lui stesso –
nella raccolta di corrispondenza diplomatica settecentesca che
includeva le lettere e i dispacci riservati inviati a Londra dagli
ambasciatori britannici alla Corte di San Pietroburgo, dai tempi di
Pietro il Grande in poi. Non era solo la curiosità incontenibile
dell’erudito onnivoro. La distrazione dal lavoro per Il Capitale
gli serviva per il lavoro giornalistico, su cui campava, e per la
polemica politica.
Il
giudizio di Marx sull’impero zarista è assolutamente impietoso.
Non lo vede solo come una forma di dispotismo asiatico, alla stregua
dell’impero cinese, dell’impero turco e di altre società
“idrauliche” orientali, fondate su un’immensa burocrazia e il
lavoro di masse enormi di esseri umani ridotti in servitù. Per lui
si tratta di un impero non solo assolutista ma aggressivo. Tanto più
aggressivo quanto più cerca di modernizzarsi. La sua bestia nera è
Pietro il Grande, lo zar che aveva cercato di “europeizzare” la
Russia. Perché l’altra faccia, quella cattiva,
dell’europeizzazione della Russia è la russificazione dell’europa.
La
scelta dello zar Pietro il grande di trasferire nel 1712 la capitale
da Mosca a San Pietroburgo avrebbe fatto, secondo Marx, parte di un
disegno epocale: non solo “civilizzare”, modernizzare, la Russia
(che allora l’occidente chiamava ancora Moscovia), ma trasformare
un paese mezzo-asiatico, prigioniero nella sua massa di terra, nella
massima potenza del Baltico. Marx cita l’italiano Algarotti: “San
Pietroburgo è la finestra dalla quale la Russia può spaziare
sull’europa intera”. Così come le continue guerre contro i
turchi avrebbero avuto come obiettivo ultimo, non solo il controllo
del mar Nero, degli sbocchi di tutti i grandi fiumi russi, e di tutti
i Paesi che vi si affacciano, ma la riconquista alla cristianità
ortodossa di Costantinopoli, aprendo attraverso gli Stretti alle
flotte russe la strada per il Mediterraneo.
Pietro
il Grande voleva insomma far grande la sua Russia. Alla maniera in
cui Putin vuol fare grande la sua Russia (non caso Pietro il grande è
il suo zar preferito). Non diversamente da come Stalin voleva far
grande la sua Unione sovietica (e ci riuscì pure). E un po’ come
Donald Trump vorrebbe fare grande la sua America. Facendo il cattivo.
Col
pugno di ferro contro il dissenso all’interno. Intimidendo alleati
e stati vicini. Facendo cassa a man bassa dei soldi altrui. Usando
spregiudicatamente le tecnologie, il savoir faire, il know how
dell’occidente, la diplomazia, la complicità inconfessata,
talvolta persino la flotta britannica.
Almeno
una cosa però Pietro la fece molto meglio di Trump. Attirare
manodopera, e, soprattutto, cervelli stranieri. Pagandoli bene.
Trattandoli con meno disprezzo di come Stalin trattava la sua
Internazionale comunista, e la manipolò ad esclusivo interesse della
Russia. Caterina II si era accattivata il meglio dell’intellighenzia
illuminista d’europa (gente del calibro di Voltaire e Diderot). Fu
un napoletano a conquistarle la Crimea e costruirle Odessa.
Nell’impadronirsi delle province baltiche, lo zar Pietro si
impossessò immediatamente di quel che gli serviva. “Gli
diedero non solo i diplomatici e i generali, i cervelli con cui
esercitare la sua azione politica e militare sull’occidente, ma
anche, allo stesso tempo, uno stuolo di burocrati, insegnanti,
istruttori che addestrassero i russi a una parvenza di civiltà che
gli consentisse di usare gli strumenti della tecnologia occidentale,
senza però impregnarli delle loro idee” (Marx). Pietro stesso
aveva fatto, sotto mentite spoglie, l’apprendista nei cantieri
navali olandesi, e poi nei dockyards della Royal navy in Inghilterra,
portandosi dietro, al ritorno in Russia, una caterva di ingegneri,
carpentieri, esperti di navigazione. Pietroburgo fu progettata da
architetti italiani, costruita da maestranze tedesche.
Lo
zar preferito da Stalin, si sa, non era il settecentesco Pietro ma il
cinquecentesco Ivan, detto il terribile. In una lunga digressione
finale del suo opuscolo, Marx rintraccia il Dna del metodo con cui
gli zar avevano reso grande la loro Moscovia, liberandola da due
secoli di giogo e tributo tartaro, durato dal 1237 al 1462. Ivan e i
suoi predecessori avevano indebolito i khan dell’orda d’oro e di
Crimea facendo finta di servirli, corrompendoli con lo stesso denaro
che sottraevano loro dopo essersi aggiudicati l’esazione dei
tributi. Un vero e proprio capolavoro era stato associare al trono di
Mosca la Chiesa ortodossa. Avevano prima usato, e poi giustiziato i
propri boiari. Avevano messo l’uno contro l’altro, e poi
eliminato uno dopo l’altro i principati russi concorrenti, e infine
schiacciato Novgorod, l’ultima repubblica russa indipendente. “Se
la prima condizione per la grandezza moscovita era rovesciare
il giogo tartaro, la seconda era rovesciare la libertà russa”.
La
ragione sociale della Russia di Nicola I, per Marx, è estendere il
dispotismo all’europa. Schiacciare ogni velleità rivoluzionaria,
operaista, riformista, democratica. Nella foga della polemica la sua
russofobia assume persino intollerabili tratti razzisti, circa la
propensione dei popoli slavi alla servitù. Si estende all’antipatia
viscerale verso i rivoluzionari russi, suoi rivali alla guida della
Prima Internazionale. I suoi eroi sono i nazionalisti polacchi in
lotta contro il dominio russo. E’ un uomo dei suoi tempi. I suoi
giudizi e pregiudizi hanno radici anche in una profonda corrente
intellettuale antirussa che percorreva l’Europa del suo tempo. C’è,
tra gli studiosi, chi ha sottolineato le analogie con il bestseller
La Russia nel 1839 del francese marchese De Custine, che sua volta
ricalcava la denuncia della spaventosa arretratezza russa di un
viaggiatore tedesco ai tempi di Ivan in Terribile, Sigismund von
Herberstein. L’opinione pubblica europea era ancora sotto shock per
l’aiuto fornito dalla Russia all’austria per schiacciare le
rivoluzioni del 1848 nonché, prima ancora, dall’immagine dei
cosacchi che si erano accampati a Berlino durante la Guerra dei sette
anni, e a Parigi dopo la sconfitta di Napoleone. La russofobia era
potentemente alimentata dalle numerose e popolarissime narrazioni
ottocentesche sui vampiri slavi che sarebbero culminate nel
capolavoro Dracula di Mary Shelley in cui il mostro
si trasferisce dai Carpazi a Londra (un compendio insuperato
in Dracula and the Eastern Question: British And French
Vampire Narratives of the Nineteenth-century Near East di
Matthew Gibson, Palgrave Macmillan, 2006).
Va
da sé che Marx ed Engels, in occasione dell’episodio clou della
“questione orientale”, la guerra di Crimea, si schierassero,
senza se e senza ma, a favore dell’intervento occidentale contro la
Russia. Prendessero le parti dell’impero turco, che pure non era un
esempio di progresso e democrazia. “La Russia è decisamente una
nazione conquistatrice […] Se lasciamo che la Russia si
impadronisca della Turchia, diverrebbe superiore a tutto il resto
dell’europa messa insieme. Un evento del genere rappresenterebbe
una calamità indicibile per la causa rivoluzionaria. […] Gli
interessi della democrazia e dell’inghilterra in questo caso
coincidono. Né l’una né l’altra possono consentire che lo zar
faccia di Costantinopoli una delle sue capitali”. Così Engels in
un articolo scritto su richiesta di Marx per l’americana Tribune.
L’opuscolo
ancor più violentemente antirusso sulla Diplomazia segreta fu invece
rifiutato sia dai giornali americani che da quelli tedeschi e
inglesi. Ma Marx ci teneva, al punto che finì per pubblicarlo su uno
dei giornali del deputato conservatore, anti democrazia parlamentare
e anticartista, David Urquhart. Non lo ripubblicò più quando era in
vita. A farne un’edizione postuma, nel 1899, fu la figlia Eleanor.
Negli ultimi anni di vita Marx aveva temperato le posizioni
russofobe. Si era messo a studiare in tarda età il russo. Leggeva in
originale i grandi romanzi russi. C’è chi sostiene che si era
convertito all’idea che qualcosa di buono, di progressista e
rivoluzionario potesse venire anche dalla Russia e dal suo comunismo
agrario primitivo. Le numerose bozze della risposta alla terrorista
populista russa Vera Zasulich, diventata celebre per aver sparato al
governatore zarista di Pietroburgo, che gli chiedeva se ritenesse
possibile una rivoluzione socialista in Russia testimoniano un
tormento vero, profondo. La lettera fu spedita, ma con la richiesta
alla Zasulich di non renderla pubblica. Né acconsentì mai che fosse
pubblicata mentre era in vita. Sarebbe stata poi usata per
giustificare la rivoluzione del 1917. Ma questa è un’altra storia.
Fermiamoci
alla guerra di Crimea. Impressionanti sono le somiglianze, le
analogie con i conflitti di oggi. Non solo e non tanto per le
operazioni militari, che si estendevano ben oltre la penisola e i
territori oggi contesi tra Russia e Ucraina, a tutti i territori che
si affacciano sul Mar nero, agli sbocchi di tutti grandi fiumi che vi
sfociano dall’europa e dalla Russia, fin su su a Nord alle coste
del Baltico (dove oggi la Russia confina con la Nato), fin giù giù
a Est sul Caucaso e ai confini della Persia. All’origine del
conflitto ci fu anche allora la Terra santa, la pretesa dello zar di
ergersi a unico protettore della cristianità ortodossa a Gerusalemme
e nell’intero impero ottomano. Pretesa contestata dalla Francia di
Napoleone III, che si arrogava invece il diritto di proteggere i
cattolici e la Chiesa latina. Strano a dirsi, ma nel medio oriente di
allora ad odiarsi, e talvolta a massacrarsi, non erano musulmani e
cristiani, tanto meno musulmani ed ebrei, ma cristiani contro altri
cristiani. A far da paciere era l’impero turco, multietnico e
multireligioso. Ogni millet, ogni nazionalità aveva i propri
tribunali e le proprie prigioni, le proprie scuole e i propri
ospedali, le proprie organizzazioni per l’assistenza agli anziani,
ai poveri e agli infermi. Ciascuna raccoglieva le tasse per il
proprio fabbisogno e quelle da versare al sultano. Ad aizzare una
comunità contro l’altra, una confessione religiosa contro l’altra,
erano invece le grandi potenze europee e la Russia.
Fu
così che finirono impegolati in una guerra che non avrebbe dovuto
essere la loro. La scusa era impedire il collasso dell’impero
ottomano, evitare che venisse spezzettato dall’espansionismo russo.
Più tardi, con la Prima guerra mondiale, la guerra che nelle
intenzioni dichiarate avrebbe dovuto “mettere fine a tutte le
guerre”, Inghilterra e Francia il Medio oriente se lo sarebbero
diviso tra di loro, secondo sfere d’influenza arbitrarie,
inventando di sana pianta nuovi regni dai confini tracciati col
righello sulla carta geografica. Dando inizio alle “guerre senza
fine” degli ultimi cento anni.
Nelle
intenzioni, la guerra di Crimea avrebbe dovuto essere breve. E
invece, come succede a tutti i blitzkrieg, si protrasse per anni, con
alterne vicende sul campo. Avrebbe dovuto essere pulita, oggi si
direbbe chirurgica. Era la prima guerra tecnologica, in cui si fece
uso di ritrovati bellici moderni tipo le munizioni navali esplosive,
il telegrafo, il trasporto truppe in ferrovia. E invece le truppe
furono decimate dalle malattie, nelle trincee, in assedi
interminabili come quello di Sebastopoli, le città e la popolazione
civile in bombardamenti e saccheggi. Per finire, dopo inenarrabili
sofferenze, praticamente al punto di partenza.
Ancora
più impressionanti sono le analogie con l’intensissimo,
lunghissimo lavorio diplomatico con cui si cercò di evitare il
conflitto, dissuadere l’avversario prima che iniziassero le
ostilità. Austria e Prussia, che avevano il confine più lungo e
combattuto con la Russia, ne restarono fuori, malgrado le fortissime
pressioni. Francia e Inghilterra riuscirono però a tirar dentro ad
un certo punto anche il Regno di Sardegna, che con la Russia non
confinava affatto. Cavour mandò 15.000 bersaglieri, comandati da
Lamarmora, a rimediare alle decimazioni subite dalle truppe
anglo-francesi e turche, in cambio della promessa che gli dessero poi
una mano a recuperare il Lombardo-veneto dagli austriaci. I negoziati
continuarono ininterrottamente durante la guerra, con alti e bassi,
manovre, giravolte, retromarce, furbizie, contrordini,
temporeggiamenti da fare invidia ai negoziati che si protraggono
senza fine su Medio oriente e Ucraina. Era un cessate il fuoco mai.
Tutto quello che vi venisse voglia di sapere sulla diplomazia
infinita attorno alla guerra di Crimea nel profetico Why
the Crimean War? A Cautionary Tale,
di Norman Rich (McGraw-Hill, 1991). Ammonimenti (caution) per
l’attualità che conservano validità a 35 anni di distanza.
Ogni
volta che sembrava ci si stesse per accordare su quasi tutti i
quattro o cinque punti principali della contesa, ne rispuntava uno
nuovo, o si riapriva un punto già concordato. Proseguirono senza
fine, con l’alternarsi di proposte e controproposte, anche a guerra
finita. Il trattato di pace, firmato, dopo faticosissime trattative,
a Parigi nell’aprile del 1856, resse lo spazio di un mattino. Il
plenipotenziario francese, François-Adolphe de Bourqueney, ebbe ad
osservare che, per chiunque leggesse il trattato era impossibile
determinare chi fosse il vincitore e chi il vinto.
La
Turchia si tenne gli Stretti, concedendo però libertà di
navigazione a tutti in tempo di pace. Gli europei ottennero libertà
di navigazione e accesso al Mar nero dal Danubio. La Russia aveva
fatto un’unica concessione territoriale, il ritiro da Bessarabia e
Moldavia, e dai principati danubiani, che aveva strappato in
precedenza ai turchi, e si unificarono dando vita alla Romania. La
cosa prometteva vantaggi commerciali per tutti. Ma mal ne incolse per
gli ebrei che avevano sino ad allora prosperato in quelle contrade
multietniche alle foci del Danubio. Qualcuno ci va sempre di mezzo,
anche nelle paci. Furono costretti ad andarsene. Di quella civiltà
perduta ha raccontato splendidamente Elias Canetti, ormai riparato in
occidente, nel suo La lingua salvata. Io, molto più pedissequamente,
nel romanzo familiare Spie e zie, del come mio nonno Siegmund,
impossibilitato a esercitare il mestiere di avvocato in Romania,
perché ebreo, trovò invece rifugio, grazie al fatto che aveva
conservato la cittadinanza ottomana, in direzione opposta, a
Istanbul.
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