mercoledì 2 settembre 2026

Antimoderni

Ugo Nespolo
Moderni, malgrado tutto

La Stampa, 2 settembre 2026

Falso, davvero tutto falso - lo si deve dire senza circonlocuzioni - che il termine Antimoderno non trascina con sé nostalgia, reazione, culto del passato, sospetto del nuovo e, perché no, il sapore del buon vecchio caminetto e persino del lume a petrolio Così facile rivoltare l’accusa di voler vestire i panni alla naftalina di acidi laudatores temporis acti. Il prezioso volume di Antoine Compagnon Antimoderni, da Da Joseph de Maistre a Roland Barthes non è davvero uno studio su eleganti reazionari nostalgici del tempo perduto ma sa chiarire che si è «di fronte a moderni non entusiasti dei tempi moderni». Non si tratta certo di personaggi fuori dalla modernità per paura ma di chi vi è entrato in profondo e ne è uscito lacerato, portandosi addosso la ferita del viaggio. Sono insomma moderni malgrè eux, gente forgiata dai temi del modernismo che si interrogano con dolorosa cognizione di causa. Sono in realtà moderni inquieti che non si lasciano ipnotizzare dal facile modernismo e dalla fede incondizionata del progresso, dalla superstizione del nuovo, dalla falsa idea che tutto ciò che viene dopo sia di per sé migliore di quanto c’era prima. Charles Baudelaire ne è il prototipo, il primo a proclamare in chiusura del Salon del 1845 l’avvento del nuovo e - al tempo stesso - il primo a intuirne il prezzo, evidenziando l’effimero e anche la perdita , vive il proprio tempo senza coincidere completamente con esso. Con Courbet e Manet fonda la crudele tradizione che impone a ogni generazione di rompere con la precedente, una tradizione della rottura, la negazione della tradizione che si trasforma per definizione in tradizione della negazione. Baudelaire sa da subito che il progresso porta con sé una perdita, quella che sostanzia il gioco antimoderno e che si riversa sulla cultura, sulle arti figurative come in Marinetti, Eliot, Pound, Breton, Vallotton e su Giorgio de Chirico che dopo avere attraversato tutte le avanguardie si immerge nel gioco metafisico di piazze desolate, portici disabitati, in un tempo sospeso e malinconico che non promette e non rimpiange.

Lo stesso atteggiamento in tempi più prossimi espresso da Jean Clair, Robert Hughes, Tom Wolfe e da una schiera di dotti per niente entusiasti degli spasimi del moderno, gente che mai avrebbe cercato una fuga all’indietro mettendo piuttosto in atto una resistenza dall’interno non così sicuri che la storia davvero avanzi sempre e la scienza progredisca comunque con la politica che sappia davvero emancipare. L’arte - da par suo - poteva superare continuamente i propri limiti al punto che le avanguardie - vedi il futurismo - intendevano bruciare biblioteche in un letterario e feroce odio per il passato in una smisurata fiducia per il futuro. È Walter Benjamin che spezza queste sicurezze e dell’Angelus Novus di Paul Klee dice che «la tempesta lo spinge nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine davanti a lui cresce verso il cielo. Questa tempesta è ciò che noi chiamiamo progresso».

Roland Barthes in questo universo occupa un posto davvero speciale quando conia l’immagine più efficace: «essere d’avanguardia significa sapere che qualcosa è morto, di retroguardia vuol dire amarlo ancora». Barthes in Frammenti di un discorso amoroso rivela un antimodernismo stilistico prima che ideologico, una sorta di attenzione lenta opposta alla velocità del segno contemporaneo. Si può dire che l’antenato più remoto e radicale sia il Nietzsche delle Considerazioni inattuali in cui unzeitgemäss (inattuale) non significa rifiutare il proprio tempo dall’esterno ma agire contro di esso a favore di «un tempo che verrà».

Altra decisiva angolazione è quella di Simone Weil con l’enracinement (radicamento) che lei considera il bisogno più trascurato e vitale dell’uomo, il bisogno di appartenere ad una comunità che trasmetta un passato vivo, non nostalgico ma operante. Chi merita un’attenzione profonda in questa diagnosi feroce della cultura consumistica del secondo Novecento è lo storico americano Christopher Lasch, personaggio non facile da collocare che nel suo libro La cultura del narcisismo dice della perdita del senso storico nella ricerca della soddisfazione dei propri bisogni immediati. Ma è nella Ribellione delle élite che Lasch compie un passo decisivo, davvero profetico quando descrive una classe dirigente globalizzata priva di lealtà verso le proprie comunità che dirige verso un cosmopolitismo astratto a autoreferenziale. Come non pensare ora ai nuovi oligarchi digitali, quelli che ora hanno nome e obiettivi lampanti.

Credo non si possa non mettere in campo Pier Paolo Pasolini, i suoi Scritti corsari e le Lettere Luterane rivelano una tesi, all’epoca scandalosa ma oggi profetica. Per lui il vero potere totalitario dopo quello fascista fondato su divieto e repressione, è ora quello consumistico basato sulla persuasione e sull’omologazione, un potere che non vieta ma ci convince a diventare tutti identici. Davvero un antimoderno anomalo che scrive da posizioni marxiste e mostra un affetto dichiarato per il mondo contadino e sottoproletario, ricco di forme di umanità e di sacro. Avendo conosciuto, frequentato e letto mi sono fatto l’idea che Jean Baudrillard dovrebbe essere considerato non soltanto il profeta del simulacro, il teorico ultimo di una postmodernità radicale in chiave sociologica, l’uomo che ha dichiarato la scomparsa del reale. Rileggerlo a fondo, senza dimenticare la sua fede patafisica, ci si accorge che Baudrillard appartiene alla genia paradossale dei moderni lucidi «non rincitrulliti dal modernismo», coloro che in uno smaccato gioco cinico covano la nostalgia per ciò che l’arte era prima di «costruire le proprie pattumiere e cercare la redenzione nei propri rifiuti». Ecco un tratto tutto baudeleriano e dunque chiaramente antimoderno espresso da chi non mostra mai un rifiuto reazionario ma soltanto disincanto. Si può dire che la sua sia una malinconia mascherata da teoria, forse la stessa che ha da fare con Guido Ceronetti o Elémire Zolla, due che raccontano la sparizione del sacro ci risparmiano la predica. Baudrillard non rimpiange un ordine perduto, rimpiange la capacità del piacere estetico. Quello che il mercato ha reso impossibile con l’assioma paradossale del ciò che costa vale. Baudrillard non offre vie di scampo, non propone nuovi realismi che sappiano arginare la dissoluzione.

Oggi si nomina continuamente il futuro proprio quando lo si vede più lontano e più povero, si vive un presentismo che inghiotte passato e futuro, tutto invecchia con velocità impressionante senza saper produrre una chiara visione del domani. Si ha l’idea di essere sommersi dalle novità ma privi di futuro e dunque di storia. Proprio a questo punto compare la forma più inattesa di antimoderno contemporaneo , una forma paradossale che giunge dalla Silicon Valley, qualcosa di furiosamente neofuturista in materia di macchine ma molto meno moderno quando ha da fare con cultura, pluralismo, dubbio e democrazia. Mark Andeerssen ha scritto il suo manifesto tecno-ottimista dove accelerazione e innovazione sono le verità più evidenti. Peter Thiel legge René Girard e nella Silicon Valley circolano i testi di Carl Schmitt, Leo Strauss, Curtis Yarvin, Nick Land. Qui l’arte e la cultura potrebbero produrre problemi, qui nasce una forma radicale di antintellettualismo, si ama la macchina ma si trova la democrazia troppo lenta, si cerca un’Ai sempre più potente ma un’intelligenza critica meno invadente. All’arte resta poco, forse solo non confondere il movimento col progresso, la velocità con l’intelligenza, l’informazione con la cultura, la potenza con la liberà. Soprattutto non essere del tutto e subito d’accordo.

La polemica sull'ignoranza

Nadia Urbinati
Criticare l'ignoranza non vuol dire essere radical chic

Domani, 2 settembre 2026

Non è scritto nei geni delle classi popolari che debbano volersi liberare dal dominio delle classi potenti, spesso addolcito dal paternalismo – “siamo come una grande famiglia”, dicevano gli agrari e gli industriali ai lavoratori, mentre accrescevano il proprio potere, prima coi regimi liberali, poi con quello fascista.

Non è scritto, nonostante il cristianesimo abbia immesso nella storia il germe dell’eguaglianza nel padre; ma poi, come i fratelli hanno diversi talenti, così i figli di Dio e, per questo, quell’eguaglianza non si traduce necessariamente in una reazione contro la dipendenza da chi sa e chi ha. Solo il socialismo ha portato la libertà alla povera gente, scrisse Carlo Rosselli. E dal socialismo partì l’opera di alfabetizzazione delle classi contadine e bracciantili, nella seconda metà dell’800.

Karl Marx sistematizzò la conoscenza della struttura delle società umane; definì le relazioni di potere come relazioni tra classi e, nel capitalismo, tra le due sole classi rimaste; indicò quindi nella classe operaia la leva per la realizzazione della promessa universale di libertà. Ma la classe operaia non sta per i singoli lavoratori; non è una categoria morale, né ha il compito di suscitare simpatia per gli umili. Marx non era, del resto, un dirigente politico. Chi portò il socialismo tra le classi popolari scelse una strada oggi largamente ignorata, quella della formazione della coscienza.

I “profeti” del socialismo


Scriveva Benedetto Croce che le sedi del Partito socialista a Napoli avevano appese al muro le immagini di Cristo e di Marx, un Marx biondo e simile a Cristo. I primi “profeti” del socialismo si trovarono di fronte a una realtà durissima: contadini, braccianti agricoli e operai attratti nell’alone delle classi dominanti, pronti ad abbassare la testa davanti al farmacista, al medico, al padrone. Ignoranti e privi di consapevolezza della loro forza: forza politica del numero e delle braccia da lavoro che potevano incrociare; forza della volontà.

La politica di emancipazione ha dovuto lavorare sodo. Camillo Prampolini, leader socialista e riformista, pacifista e democratico, fece di Reggio Emilia il cuore di un modello di municipalismo sociale centrato sulle scuole, l’assistenza sanitaria, le mense e l’edilizia popolare. Nell’alfabetizzazione vide il primo seme della democrazia. Attivo prima ancora che nascesse il Partito socialista, comprese che la rappresentanza riformista poteva essere conquistata solo correggendo il sentimento di deferenza dei lavoratori. L’essere poveri e ignoranti non era, di per sé, un viatico né una condizione da giustificare. La vita materiale costituì il banco di prova del potere del consenso politico.

Di qui l’uguaglianza e la dignità della persona, da valori astratti, divennero fatti perché ispirarono legislazioni sociali che toglievano di mezzo la carità privata e la sudditanza clientelare, facendo avanzare tra la gente il senso della legge uguale. Il socialismo fu, al suo sorgere, come portare il repubblicanesimo nelle relazioni sociali. L’emancipazione non era solo un fatto di legislazione, era un vero e proprio mutamento di vita.

Crebbe così il rispetto verso se stessi e, di conseguenza, la pretesa di riceverlo. I movimenti politici e sindacali furono straordinarie scuole di democrazia, in questo senso concreto. E i successivi partiti di massa, socialisti, comunisti e cattolici, diventarono università popolari. L’ignoranza non era tollerata né scusata: era combattuta; non per umiliare chi la soffriva, ma per fare di chi la soffriva il protagonista diretto della propria emancipazione. Le sezioni di partito erano piccole biblioteche e la loro vita consisteva nell'apprendere e insegnare, nell’educare ed essere educati. Operai che diventavano sindaci e deputati personificavano, nella loro biografia, il senso di quella lunga lotta per liberarsi dalla peggiore forma di subordinazione, quella che vive nella coscienza.

Imbonire l’ignoranza


Stefano Bonaccini ha ragione da vendere quando dice a Giorgia Meloni che non si imbonisce l’ignoranza, ma la si combatte, e che criticarla non equivale a essere radical chic. L’accondiscendenza paternalistica all’ignoranza è quanto di peggio si possa avere; è come tornare a quel tempo antico in cui chi non sapeva era deferente verso chi sapeva. Detto ciò, sui leader della sinistra grava la responsabilità di aver affossato i partiti per farne macchine plebiscitarie.

Alfio Mastropalo ha scritto su Facebook che la loro «managerializzazione» ha avuto effetti disastrosi, «non bilanciati dalla pur giustissima attenzione prestata ai diritti civili», e ha accreditato «tra gli elettori di destra l’immagine di una sinistra di privilegiati, offuscando le politiche del privilegio condotte dai partiti di destra, che se la cavano con i ceti popolari aizzandoli contro gli immigrati». 

La famiglia nel bosco

Viviana Daloiso
Le cinque cose che abbiamo imparato dalla vicenda della famiglia nel bosco

Avvenire, 2 settembre 2026

Sarebbe un errore, guardare solo al bicchiere mezzo vuoto della decisione che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha preso sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”: è vero, i tre bambini non torneranno subito nella casa di Palmoli come avevano chiesto i genitori (il cui legale, Simone Pillon, si è detto infatti solo parzialmente soddisfatto), ma almeno sono state poste le basi per l’avvio di un percorso progressivo di ricongiungimento del nucleo familiare. Ricongiungimento che è tornato al centro, dunque, degli obiettivi della giustizia minorile, come fin dall’inizio avrebbe dovuto essere senza le incertezze e i fraintendimenti che nel corso degli ultimi mesi hanno finito col trasformare la vicenda nel terreno di uno scontro molto più ampio: famiglia contro Stato, libertà educativa contro tutela dei minori, genitori contro magistratura. Diciamolo subito: Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno accettato di rispondere alle richieste formulate dai giudici, hanno regolarizzato la propria situazione abitativa, avviato i percorsi sanitari richiesti, collaborato con i servizi sociali, garantito l’inserimento scolastico dei figli e dimostrato di avere costruito le condizioni ritenute necessarie per il loro rientro. Se oggi la famiglia può avviare un percorso di ricomposizione è proprio perché quel percorso ha raggiunto il risultato per cui (a ragione o a torto, nelle modalità giuste o sbagliate) era stato avviato. È durato oltre un anno, un tempo oggettivamente molto lungo, soprattutto se misurato con il ritmo della crescita di tre bambini piccoli. Eppure, va ribadito, la giustizia minorile almeno in questo caso ha infine perseguito il suo obiettivo: non sottrarre definitivamente i figli ai genitori, ma accompagnare questi ultimi a recuperare le condizioni necessarie perché la famiglia potesse tornare a vivere insieme.
La sentenza di oggi, che prevede un ricongiungimento familiare progressivo monitorato dai servizi sociali, però, consegna (deve farlo) tutto quel che è accaduto a una riflessione più ampia. Perché questa storia ha finito per raccontare molto più di se stessa, mettendo in luce le fragilità di un sistema, ma anche le distorsioni con cui l’opinione pubblica guarda alla tutela dei minori. Proviamo qui di seguito, allora, a condensare il tutto in cinque lezioni che idealmente vorremmo consegnare al dibattito pubblico affinché possano essere prese in esame per evitare il ripetersi di situazioni analoghe.
La prima: un caso non è il sistema. Per mesi l’Italia ha parlato quasi soltanto di Palmoli, come se quella fosse l’unica famiglia attraversata da un procedimento davanti al Tribunale per i minorenni. La realtà è un’altra. Secondo l’ultimo censimento nazionale, sono quasi 31mila i bambini e i ragazzi che oggi vivono lontano dalla propria famiglia d’origine: circa 15.700 accolti nelle comunità residenziali e 15.200 affidati ad altre famiglie. Dietro ciascuno di loro c’è una storia diversa: violenza domestica, dipendenze, grave trascuratezza, abusi, disagio psichico, povertà educativa, incapacità genitoriali, conflitti familiari. Vicende infinitamente meno conosciute e spesso infinitamente più dolorose, che non arrivano nei talk show e non diventano materia di scontro politico. Il caso della famiglia nel bosco ha avuto invece una forza simbolica straordinaria. Una famiglia che aveva scelto una vita radicalmente alternativa, bambini cresciuti lontano dalla scuola e dai servizi, un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria: tutti gli elementi per trasformare una vicenda complessa in una narrazione semplice, inevitabilmente polarizzata. Ma quando un singolo caso diventa il paradigma dell’intero, il rischio è duplice: da una parte si attribuisce a quella vicenda un valore che non può avere, dall’altra si smette di interrogarsi su tutto ciò che resta invisibile.
La seconda lezione: al centro ci sono i bambini. Per settimane il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui diritti dei genitori: il loro stile di vita, le loro convinzioni, la loro libertà di educare i figli secondo scelte non convenzionali. Molto meno spazio è stato dedicato alla domanda decisiva: quale fosse il superiore interesse dei bambini. È una domanda che la giustizia minorile è chiamata a porsi ogni giorno e alla quale raramente esistono risposte semplici. Per un adulto qualche mese rappresenta un’attesa; per un bambino piccolo costituisce una parte significativa della propria crescita. Per questo ogni decisione – allontanare, mantenere il collocamento, favorire il ricongiungimento – pesa enormemente sul suo sviluppo. È una responsabilità che impone prudenza, ma anche rapidità perché, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, il tempo dell’infanzia non coincide con quello dei procedimenti giudiziari.
La terza lezione: la tutela minorile non può diventare una guerra ideologica. Nel giro di poche settimane il caso è diventato terreno di scontro istituzionale, con ispezioni ministeriali, interrogazioni parlamentari, prese di posizione sempre più radicali e accuse reciproche. È legittimo discutere le decisioni dei tribunali, come è doveroso interrogarsi sul funzionamento dei servizi sociali. Ma trasformare un procedimento minorile in un referendum sulla magistratura o, all’opposto, sull’operato del Governo significa correre il rischio di perdere di vista i protagonisti della vicenda: nuovamente, e prima di tutto, i bambini. Anche perché la tutela minorile vive di un equilibrio delicatissimo: da una parte c’è il diritto-dovere dei genitori di crescere i propri figli; dall’altra il compito dello Stato di intervenire quando ritiene che quei minori siano esposti a un pregiudizio. Ridurre questo equilibrio a uno slogan – “i bambini sottratti alle famiglie” oppure “i servizi hanno sempre ragione” – significa tradire la complessità della realtà. Non possiamo mai permetterci di farlo.
La quarta lezione: come funzionano davvero servizi sociali e tribunali. Il caso Palmoli ha mostrato quanto sia difficile spiegare all’opinione pubblica che l’allontanamento rappresenta quasi sempre l’ultima misura, non la prima. Prima vengono i tentativi di sostegno, gli interventi educativi, le prescrizioni, il monitoraggio delle condizioni familiari. Quando si arriva alla limitazione della responsabilità genitoriale significa che, secondo la valutazione dei giudici, gli strumenti meno invasivi non sono stati sufficienti. Questo ovviamente non significa che il sistema sia infallibile: errori possono essercene e, quando emergono, vanno riconosciuti e corretti. Ma una critica puntuale non può trasformarsi nella delegittimazione indiscriminata di magistrati, assistenti sociali, psicologi ed educatori. Sarebbe un danno per tutte quelle famiglie fragili che proprio da quella rete di protezione ricevono ogni giorno un sostegno decisivo. E, anche in questo caso, sono tante.
La quinta lezione: il cambiamento è possibile. La famiglia nel bosco ha ricordato che le persone sono sempre più complesse delle etichette con cui vengono raccontate. Per mesi il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini speculari: quella della famiglia perseguitata per avere scelto una vita diversa e quella di genitori incapaci di cambiare. La decisione del Tribunale dell’Aquila (pur graduale) racconta invece che è possibile intervenire senza rinunciare all’obiettivo del ricongiungimento, che la tutela dei minori non coincide necessariamente con la separazione definitiva dalle famiglie. E racconta, appunto, che il cambiamento è possibile, ma solo quando tutte le istituzioni coinvolte – magistratura, servizi, operatori e genitori – lavorano perché i bambini possano tornare a crescere in un contesto ritenuto adeguato. Collaborando tra loro, non facendosi la guerra.
In sintesi, dunque: come si proteggono davvero i bambini senza contrapporre i loro diritti a quelli degli adulti, senza trasformare ogni decisione in una battaglia ideologica, senza dimenticare che dietro ogni fascicolo ci sono vite reali e non simboli da usare nel dibattito pubblico? Questa è la domanda che deve continuare a interrogare tribunali, servizi sociali e politica ben oltre il caso della famiglia nel bosco. La risposta è dovuta alle migliaia di altre dolorose vicende familiari che non si chiudono oggi e che continuano il loro tortuoso percorso lontano dalle telecamere, chiedendo alla giustizia minorile la stessa attenzione e responsabilità.

L'oggetto sessuale e la violenza

Simona Lorenzetti 
La ragazzina alla polizia: paralizzata dallo choc Nei video le molestie anche a un’altra donna
Corriere della Sera, 2 settembre 2026

TORINO «Ero disgustata, avevo la nausea, così ho chiamato subito la mia mamma. Dallo choc non riuscivo più a muovermi. Ho chiamato un amico perché mi venisse a prendere. Abbiamo fatto una piccola passeggiata, per tranquillizzarmi, e siamo tornati a casa». Sono le parole della vittima, una ragazzina di 13 anni, a restituire la paura vissuta venerdì scorso all’interno di un minimarket di Madonna di Campagna, non troppo distante dalla sua abitazione. In quel piccolo negozio di periferia l’adolescente è stata molestata dal commesso: l’uomo si è approfittato di un momento di gentilezza della giovane e le ha palpeggiato il seno, senza risparmiare un giudizio, «molto buono». È stato arrestato subito dopo la denuncia dei genitori dell’adolescente, ma dopo due giorni di carcere la gip ha disposto la misura dell’obbligo di firma consentendogli così di tornare a casa e dietro al banco del negozio. «Avevo bevuto due tequila, ho sbagliato», proverà a difendersi ai microfoni del Tg3 Piemonte.

È l’ora di pranzo quando la studentessa esce di casa per andare al minimarket a comprare delle bibite per i fratelli. Non è la prima volta che entra in quel negozio, dove il 42enne originario del Bangladesh lavora da diversi mesi. La ragazza sceglie le bevande e raggiunge la cassa per pagare. Lui le offre uno snack in regalo, lei dopo un primo rifiuto e un attimo di titubanza accetta. «In passato gli avevo dato la mancia e ogni tanto mi regalava qualcosa», racconterà la ragazza alla polizia. Scambiano ancora qualche parola. Lui si mostra interessato: «Quanti anni hai?». Lei risponde 13. «Sei molto giovane» commenta. E ancora: «Sei fidanzata?». «Si» è la replica secca dell’adolescente, che prova così a interrompere la conversazione. Ma lui non si ferma. La abbraccia e le palpeggia il seno, nascosto sotto una maglietta bianca. Un gesto improvviso, inatteso: la giovane afferra le bibite e se ne va velocemente. È sotto choc, . sconvolta per quel contatto che le ha creato disgusto e imbarazzo. Per quella vicinanza non richiesta e non voluta che l’ha fatta sentire impotente e indifesa. Telefona alla madre e le racconta l’accaduto, poi all’amico che corre in suo soccorso e l’aiuta a tornare a casa. È il patrigno a chiamare la polizia, preoccupato e arrabbiato per la violenza subita dalla figliastra. Poco dopo il 42enne viene arrestato: l’accusa è violenza sessuale.

Nel negozio sono ben visibili le telecamere di sicurezza che puntano proprio sulla cassa. La polizia vuole visionarle. «Non so maneggiare il computer, chiamo il mio collega che così vi può aiutare», sottolinea il commesso mostrandosi collaborativo. I filmati fotografano frame dopo frame la sequenza degli abusi. Mostrano la ragazzina mentre sceglie le bibite, le chiacchiere

La violenza ai danni di una ragazzina di 13 anni, è avvenuta in un minimarket in zona Madonna di Campagna a Torino (foto). Qui è stata palpeggiata al seno. L’uomo, un bengalese di 42 anni, dopo 2 notti in carcere è stato liberato perché collaborativo. Poco prima aveva molestato un’altra donna alla cassa con il commesso. E l’abbraccio subdolo che permette al bangladese di indugiare sul seno della giovanissima cliente. Non solo. Scorrendo le immagini e tornando indietro nel tempo emerge che qualche minuto prima dell’arrivo della 13enne il commesso aveva riservato attenzioni morbose a una donna di circa 40 anni (non ancora identificata), toccandole più volte il sedere.

Per il 42 enne le porte del carcere si chiudono la sera del 28 agosto, per riaprirsi nella giornata del 31 quando viene scarcerato con l’obbligo di presentarsi ogni giorno nel commissariato più vicino. Di fronte alla gip, nel corso dell’udienza di convalida, l’uomo non nega: «Ho sbagliato, non ho mai commesso reati. È la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere». L’indomani la giudice deposita l’ordinanza ed evidenzia il rischio che l’indagato possa compiere reati analoghi, vista «la difficoltà a contenere i propri impulsi». Tuttavia, ritiene che il 42enne – che è incensurato – sia stato «collaborativo» (si è attivato per consegnare i filmati), abbia mostrato «pentimento» e che il «trauma del carcere» rappresenti un deterrente: da qui la misura meno afflittiva dell’obbligo di firma.

martedì 1 settembre 2026

Dolly Parton

Alessandro Portelli
Dolly Parton, le radici e le ali del country

il manifesto, 30 agosto 2026

Sarà stato il 1980, a Buffalo, stato di New York, in un paludato e molto rivoluzionario convegno su “Narrare la povertà” negli Stati Uniti. Io commisi un errore imperdonabile: per far capire qual è la differenza fra essere poveri e sentirsi poveri in una società come quella degli Stati Uniti, citai una fonte poco rispettabile – Coat of Many Colors, una canzone di Dolly Parton.

LEI NON ERA ANCORA la figura universalmente amata e rispettata di cui abbiamo rimpianto la scomparsa in questi giorni. Allora, era solo una volgare star di un genere musicale spregevole, la country music (roba fascista, mi spiegavano i compagni che sapevano tutto di politica e di musica). Ovviamente, il mio contributo fu escluso dagli atti del convegno.

A me la country music piaceva, e ci trovavo dentro le ragioni, i torti e le contraddizioni della cultura proletaria degli Stati Uniti, temi di cui il rock non parlava – certo, il lavoro, la disoccupazione, gli scioperi – ma ve l’immaginate una canzone come PBS Blues di Dolly Parton, sui dolori post mestruali?

D’ALTRONDE, DOLLY PARTON l’avevo scoperta in una canzone che risale addirittura al 1967, Dumb Blonde: «Solo perché sono bionda, non pensare che sono scema (e comunque, in uno sfacciato accento appalachiano: «Blondes have more fun», le bionde si divertono di più).

E poi, erano gli anni ’70, To Daddy: «Non sembrava mai che a mamma mancassero le belle cose della vita, i fiori che non le regalavano, pareva che le bastasse occuparsi della casa e dei bambini – se non era così, a papà non glielo disse mai. Una mattina ci svegliammo, e trovammo un biglietto che mamma aveva scritto a papà: i figli sono grandi, non gli servo più, me ne vado a cercare quello che non ho mai avuto. Non aveva intenzione di tornare a casa – o almeno, a papà non glielo disse mai».

E poi Jolene, e Nine to Five, la canzone premio Oscar ispirata al movimento di lotta delle segretarie e stenografe, e il film con due icone della sinistra come Jane Fonda e Lily Tomlyn (ma l’unica volta che l’ho vista di persona fu quando per caso incrociai in una strada di New York il set di un film che stava girando con Sylvester Stallone. Anche lei conteneva moltitudini).

Ma sta tutto dentro Coat of Many Colors: un fagotto di pezze di tutti i colori regalato in inverno a una famiglia povera, una madre che le cuce amorevolmente per fare una giacca alla sua bambina – e lei che tutta orgogliosa se la mette per andare a scuola e la prendono in giro e ridono della sua veste – «Ma non capivano che sei povero solo se scegli di esserlo, e anche se non avevamo soldi, anche ero vestita di pezze e coi buchi alle scarpe, io ero più ricca che mai per l’amore che mia madre aveva messo in ogni punto di cucito».

LA VESTE DAI MOLTI COLORI è quella che indossa Giuseppe nella Bibbia, e che la madre le racconta mentre cuce; ma è anche il quilt, la trapunta tradizionale, un simbolo dell’arte dei poveri e dell’arte delle donne, la capacità di creare bellezza partendo da scarti e frammenti. La bellezza, l’amore rendono ricchi; puoi non avere niente ma se non ti arrendi, se non interiorizzi la povertà come identità e destino, se sai fare ricchezza di quello che hai e che sai fare, allora anche a te «questa veste porterà felicità e fortuna».

C’è tutto un filone country consolatorio – «eravamo poveri ma avevamo amore»; Dolly Parton lo rovescia: non eravamo poveri perché avevamo amore. E bellezza.

In Wildflower, un’altra bellissima canzone (incisa con due altre icone del country progressista, Emmylou Harris e Linda Ronstadt), lei dice di essere cresciuta come una selvaggia rosa di campo – «quando un fiore cresce selvaggio, sa sempre come sopravvivere, i fiori selvaggi crescono dappertutto» – ma hanno bisogno di libertà: «Non mi accontentavo di essere una fra i tanti, così mi strappai le radici e portai i miei sogni sulla strada. Ma ero cresciuta libera e selvaggia, e non mi sono mai sentita a mio agio in un giardino dove ero diversa da tutti, così ho chiesto un passaggio al mio amico vento e lasciai che fosse lui a decidere dove andare». Già: anche Dolly Parton ha cantato, a suo tempo, che «la risposta vola nel vento»…

Non si è mai dimenticata di dove e di come è cresciuta, quell’Appalachia poverissima e senza scuole, e non l’ha mai romanticizzata. Come spiega in un’altra canzone capolavoro, The Good Old Days when Times were Bad, «tutto l’oro del mondo non basterebbe per portarmi via i ricordi che ho di quei tempi; tutto l’oro del mondo non basterebbe a convincermi a tornare a riviverli».

DA QUESTA NOSTALGIA CRITICA, da queste radici mobili nascono, a un passo da dove era cresciuta, il suo parco a tema, Dollywood (sì, un bel po’ kitsch: ma d’altronde, come disse una volta lei, «costa un sacco di soldi avere un aspetto così cheap»), che porta lavoro e turismo e anche un po’ di orgoglio in una zona economicamente depressa; e la sua biblioteca dell’immaginazione, ogni anno un libro a un bambino sotto i cinque anni perché crescano leggendo.

Le radici che si è strappata se le è portate dentro mentre volava. E ha passato tutta una vita per dimostrarci che no, che essere bionda non significa essere scema.

Franco Fontana fotografo

 

È morto il fotografo Franco Fontana

Aveva 92 anni ed era noto in tutto il mondo per i suoi scatti coloratissimi
Il Post, 29 agosto 2026

È morto a 92 anni il fotografo Franco Fontana, celebre in Italia e nel mondo per i suoi scatti coloratissimi e dalla studiata composizione geometrica. Aveva vissuto tutta la vita a Cognento di Modena, in Emilia, ma le sue opere sono esposte in più di cinquanta musei di tutto il mondo. Tra le altre cose nel 1963 espose alla Terza Biennale Internazionale del Colore a Vienna e nel 1979 al MoMA di New York.
Fu uno dei primi fotografi della sua generazione ad apprezzare le nuove possibilità offerte dalla fotografia a colori, in anni in cui era ancora considerata poco raffinata e non adatta a fotografi con pretese artistiche. Le sue fotografie si distinguevano per il modo che aveva di estrapolare pezzi di quello che vedeva, privandoli della profondità e restituendo composizioni quasi astratte della realtà.
La sua opera si è contraddistinta per l’attenzione ai paesaggi e in particolare a quelli urbani, dove immortalava componenti come porzioni di muri, insegne e stratificazioni di ogni tipo. Fotografò le colline del Sud Italia così come le città degli Stati Uniti, dove andava spesso in viaggio.
Nato nel 1933 a Modena, aveva iniziato a fotografare negli anni Sessanta, frequentando altri autori concettuali tra cui Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni.
Negli anni gli sono stati dedicati oltre 70 libri e ha esposto in musei pubblici e gallerie private di tutto il mondo, ottenendo importanti riconoscimenti e premi, in Italia e all’estero. Ha collaborato con riviste e quotidiani e molte sue opere sono state incluse nelle maggiori collezioni mondiali.

Il rider picchiato e rapinato

Simona Lorenzetti
Rider malmenato e derubato «Mi hanno portato via la bici»
Corriere Torino, 1 settembre 2026

Non hanno pagato le pizze e le birre che avevano ordinato. E quando il rider li ha seguiti insistendo per avere i soldi, lo hanno picchiato per poi rubargli la bici elettrica. È successo nella notte tra venerdì e sabato in via Verres, nel quartiere di Barriera di Milano. La vittima è un ciclofattorino di Glovo, ha 27 anni ed è originario del Bangladesh. Il rapinatore arrestato (il complice è riuscito a fuggire) è un egiziano di un anno più grande con permesso di soggiorno in scadenza e residente da uno zio: gli agenti lo hanno trovato in un giardino mentre si gustava una delle pizze non pagate.

Mancano pochi minuti alle 2 quando il giovane rider riceve l’ordine attraverso l’app: tre pizze e due birre. Il ciclofattorino si presenta all’appuntamento e ad attenderlo ci sono due uomini: uno ha la carnagione scura e indossa una giacca nera, l’altro ha la pelle olivastra e indossa una maglia bianca. Il 27enne consegna loro le pizze, ma i due non intendono pagare e si allontanano. Il giovane insiste, vuole i soldi per non dover risarcire lui la pizzeria. A quel punto i due lo aggrediscono: l’uomo che poi riuscirà a fuggire, quello con la giacca nera, gli strappa il telefono dalla mano; mentre il complice lo colpisce con un pugno al volto facendolo cadere dalla bicicletta. Poi afferrano la due ruote e quando il rider cerca di trattenerli per non perdere l’unico strumento che gli consente di lavorare, lo colpiscono di nuovo: prima con una violenta gomitata al volto, poi con un pugno facendolo cadere a terra. Il bangladese viene soccorso da un passante — che ha assistito alla rapina — e subito viene chiamata la polizia. «Mi hanno portato via la bici», racconta la vittima fornendo una dettagliata descrizione dei rapinatori. Poco dopo i poliziotti troveranno l’egiziano — l’uomo con la maglia bianca — nel parco Peccei mentre si gusta la pizza non pagata. Alla vista degli agenti, lo straniero fugge in direzione di corso Venezia e si rifugia in un’area dismessa di Rfi, nota per essere un ricettacolo di sbandati e tossicodipendenti. Ed è lì che il 28enne finisce in manette: prova a negare il proprio coinvolgimento con ancora le briciole della pizza che gli imbrattano la maglia, ma il rider lo riconosce senza alcuna ombra di dubbio.

Il giorno dopo il 28enne — difeso dall’avvocato Mirco Consorte — compare davanti al gip per l’udienza di convalida. Per il giudice le testimonianze del rider e del soccorritore sono sufficienti per indicarlo come uno degli autori della rapina e l’arresto viene convalidato. L’indomani, però, le porte del carcere si apriranno. Il fatto che il rapinatore sia straniero non basta per sostenere che ci sia il pericolo di fuga e che voglia sottrarsi al processo. Sussiste, invece, il rischio di reiterazione del reato: non ha fonti di reddito, ha precedenti di polizia e quindi «è concreto il pericolo» che possa commettere reati analoghi «a scopo di lucro». Tuttavia, è sufficiente come misura l’obbligo di firma che consentirà «un monitoraggio costante» e funzionerà come «monito».

Nel frattempo, il rider si è fatto medicare. Ma per lui il problema non sono i lividi: la bicicletta non è stata recuperata e questo significa non poter lavorare.