«Requiem per una monaca», sintassi labirintica, un’ineccepibile punteggiatura, immancabili flussi di coscienza e una frase memorabile...
Mario
Andreose
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026
Subito dopo il trionfo del Nobel nel 1949, Nobel propiziato anche dal clamoroso successo internazionale, inedito se non sorprendente, di Santuario, 1931, Faulkner sente il bisogno di scriverne il seguito. Due precedenti capolavori assoluti, come L’urlo e il furore e Mentre morivo, non erano riusciti a metterlo in competizione commerciale con i rivali Hemingway e Fitzgerald. Ora può condurre una vita molto più agiata, con frequenti viaggi in Europa, in particolare in Francia e in Italia, dove, come capiterà a Woody Allen, è molto più popolare che in patria. Gallimard, il suo primo editore, e anche Mondadori, lo accolgono come la punta di diamante del loro catalogo di letteratura contemporanea. I suoi biografi ci hanno riferito che, in questa circostanza, Bill, ultracinquantenne, dispone della scorta, a turno, di un drappello di giovani donne, perfino coetanee della figlia Jill, che l’aveva accompagnato alla cerimonia del Nobel. Certo non era un mistero, perché all’epoca era frequente, se non ossessivo, l’uso epistolare (anche) tra amanti, e non a un prudenziale fermo posta, se già esisteva, così che Estelle, la stanziale casalinga moglie di Bill poteva disporre, attraverso le lettere che piovevano in casa, di un aggiornamento in tempo reale, senza che questo potesse provocare sconquassi di sorta, perché in terra sudista ci vuole ben altro per minare un matrimonio. Estelle, anoressica solo d’aspetto, è stata il più grande amore di Faulkner, che, ritenuto non all’altezza dalla famiglia di lei in un primo approccio, seppe aspettare il suo divorzio da un precedente matrimonio con la nascita di due figlie, per poterla finalmente impalmare. È probabile che, a partire dal momento del Nobel, il sodalizio familiare non venisse intaccato dallo svanire della passione amorosa, come saldo rimaneva il legame alcoolico, nei limiti estremi in cui la maggior parte dei protagonisti della Lost Generation seppero incorrere. Capitava alla figlia Jill di tornare a casa e di trovarli stesi per terra o nel loro letto apparentemente privi di sensi e insozzati dei loro escrementi (Estelle, poi, rimasta vedova, fu una delle prime persone a beneficiare del trattamento della benemerita istituzione Alcolisti Anonimi di fresca fondazione). Difficile immaginare il nostro autore, solo qualche giorno dopo, tutto azzimato e fotogenico, nell’aristocratica Saint Moritz, in stretta conversazione con una diciannovenne studentessa della Sorbona, Jean Stein, famiglia alto borghese ebraica americana, colta e molto bella. La reincontreremo. Mi appare così coerente anche l’interesse letterario dell’autore per il personaggio di Temple Drake, la teenager borghese dallo sguardo magnetico, che in Santuario era finita, per imprevedibili circostanze, in un bordello, nelle mani di un gangster impotente e depravato, prostituta coatta ma soddisfatta, falsa testimone di un omicidio che provoca il linciaggio di un innocente per salvare il colpevole, suo proprio aguzzino, accecato dalla gelosia per l’intesa tra Temple e l’amante di turno. In Requiem per una monaca, otto anni dopo la vicenda di Santuario, Temple ha contratto il matrimonio riparatore con Gowan Stevens, il ragazzo che in Santuario, dopo averla invitata in una gita in auto, si era ubriacato fino a sbattere contro un albero e lasciarla vagare da sola tanto da cadere nelle mani di Popeye. Hanno due bambini, una bimba di sei mesi e un maschietto appena un po’ più grande. Un paio di settimane vissute nel bordello hanno lasciato in Temple un segno indelebile, al punto di assumere Nancy Mannigoe, un’ex drogata e prostituta, come baby-sitter dei bambini. Una persona con cui poter parlare di un mondo di interesse comune. È Nancy la “monaca” del titolo, perché “nun”, nell’inglese dell’età elisabettiana, poteva essere sinonimo di prostituta. Il requiem, come vedremo, si riferisce a un tentativo patetico di Temple di sottrarre Nancy almeno al patibolo per l’uccisione della bimba di cui si sente corresponsabile. Anche perché l’atto di Nancy sembrava volto a impedire che Temple abbandonasse la famiglia per andarsene con il fratello del suo amante ucciso da Popeye. La vicenda legata a Nancy, espressa in forma teatrale, ha ispirato una pièce ad Albert Camus, Requiem pour une nonne, di grande successo e tuttora rappresentata in varie lingue. La parte in prosa invece, senza nesso con quella teatrale, racconta della nascita, meglio, dell’invenzione della mitica contea di Yoknapatawpha, e della sua capitale Jefferson, teatro della maggior parte della narrativa faulkneriana, attraverso i primi impianti edificati, della prigione, del tribunale e del palazzo del governo; nella copertina della prima edizione americana era raffigurata una serratura in ferro di venti chilogrammi, che però non aveva impedito una prima evasione in massa dei prigionieri. La lettura di questa parte privilegia i faulkneriani doc che non arretrano di fronte a periodi di una pagina, o giù di lì. Con una sintassi che sfiora il labirinto, un’ineccepibile punteggiatura virtuosistica, incisi, interconnessioni delle frasi, andirivieni temporali, interiezioni, immancabili flussi di coscienza.
Requiem per una monaca è il quinto titolo di Faulkner di quelli che, con Elisabetta Sgarbi, siamo riusciti a portare alla Nave di Teseo, dopo Bandiere nella polvere, il prequel de L’urlo e il furore, I saccheggiatori, Una favola, Gambetto di cavallo. Un titolo per me particolarmente significativo, poiché la mia adolescenziale infatuazione faulkneriana è avvenuta grazie a Santuario. Oltretutto assente da parecchi anni dal mercato e riproposto ora nella nuova traduzione di Carlo Prosperi.
Nel leggere la nuova traduzione di Requiem per una monaca mi sono imbattuto in una frase, «Il passato non è mai morto. Non è neppure passato», che mi ha ispirato, al punto di metterla, per riconoscenza, in esergo, alla mia recente opera narrativa: Un’educazione veneziana. Ho saputo poi che non ero certo il primo a essere rimasto attratto da questa frase. Woody Allen, nel suo magnifico Midnight in Paris (2011), la mette in bocca, un po’ parafrasata, al suo protagonista, reduce dalle notturne escursioni oniriche, che gli consentono di incontrare gli eroi prediletti dell’Età del Jazz, Zelda e F. Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrude Stein, Faulkner…






