A me in realtà sembra sia qui, e decisa a restarci. Ma di chi si sta parlando, e perché?
Si sta parlando di Clarissa Dalloway, La signora Dalloway, perché il 14 maggio 1925, esattamente un secolo fa, questo «grande romanzo lirico, romanzo sulla perdita e sulla dissipazione», per usare le parole di Antonella Anedda nell’introduzione all’edizione Einaudi 2012, usciva in carta e ossa per i tipi della Hogarth Press, con la sorprendente sovracopertina modernista disegnata da Vanessa Bell, giallo e nero su fondo bianco.

Una finestra orlata da una tenda e al di là, forse, la balaustra di una terrazza, quella su cui Sally Seton soleva andare arditamente in bicicletta; o, forse, la finestra da cui Clarissa a più riprese osserva la vecchia signora della casa di fronte; o, forse, la finestra da cui si butta Septimus Warren Smith, incalzato da medici arroganti quanto ciechi. In ogni caso un sipario che si apre su quella giornata di metà giugno del 1923 che va in scena nelle pagine del libro. E fiori sul davanzale, naturalmente. Come potrebbero non esserci fiori, visto che, lo sappiamo dalla prima riga, i fiori li avrebbe comprati lei? Certo, potrebbero anche essere ortaggi, non so, cavolfiori, ma su questo bisognerebbe sentire Peter Walsh. E ancora non sappiamo dove sia.
Ma andiamo con ordine. O, forse, di finestra in finestra, perché in questo romanzo ogni personaggio e ogni cosa s’illuminano a poco a poco, attraverso quella particolarissima finestra che è la memoria.
Quasi tre anni prima, il 16 agosto 1922, Woolf scriveva nel suo diario: «Per quanto mi riguarda sto dragando laboriosamente il cervello per Mrs Dalloway & i secchi che tiro su sono leggeri. Non mi piace la sensazione di scrivere troppo in fretta. Mi costringe a condensare» e poi, seppur tra parentesi, precisa, «(comincio a intuire che Mrs D. apre la strada a un’altra schiera)» (Virginia Woolf, Diari, Vol. II (1920-1924), a cura di Giovanna Granato, Bompiani 2023, p.228).
Bisogna averla presente, questa «schiera», seguendo Clarissa Dalloway nelle strade di Londra mentre il Big Ben rintocca. «Qualcosa in lei ricordava un uccello, una ghiandaia azzurroverde, leggera, vivace, sebbene avesse più di cinquant’anni». «Se ne sta appollaiata sul cordolo del marciapiede in attesa di attraversare...». Quante volte l’abbiamo visto, un simile fermo immagine? Seguito dal riprendere dell’azione? Il fatto è che Woolf lo scrive, e così inciso sulla pagina resta per sempre, un modo di guardare, di ascoltare, di connettere: «Gli occhi della gente, il loro passo lento o frettoloso o stanco; il frastuono e la baraonda; le carrozze, le automobili, gli omnibus, i furgoni, gli uomini sandwich che si trascinano avanti e indietro ondeggiando; le bande di ottoni; gli organetti; il trionfo e lo scampanellio e lo strano canto acuto di un aeroplano nel cielo, ecco ciò che lei amava: la vita, Londra, quel momento di giugno. Perché era la metà di giugno. La guerra era finita...» e quando infine il poliziotto solleva la mano, Clarissa può raggiungere Bond Street e indugiare «davanti alla vetrina di un negozio dove, prima della guerra, si potevano comprare guanti quasi perfetti» – prima della guerra, insiste Woolf, e intanto spinge le porte di Mulberry, il fiorista – perché le schiere son fatte anche di insegne, di slogan pubblicitari disegnati nel cielo da un aereo e di commesse premurose come la signorina Pym, che scorta dappresso la signora Dalloway per aiutarla a scegliere fra i tanti e bellissimi fiori, ma un’improvvisa esplosione le interrompe – non è un colpo di pistola, come Clarissa ha pensato, dopotutto la guerra è finita da poco, ma un’auto che ora accosta bruscamente al marciapiede proprio davanti al negozio.
Altro fermo immagine. Tutti scrutano incuriositi la grossa auto con le tendine abbassate. Tra loro, uno sconosciuto che aspetta di attraversare, «trent’anni circa, pallido, naso aquilino, scarpe marroni e giacca logora, con un’ansia negli occhi color nocciola che si trasmetteva anche agli estranei». È Septimus Warren Smith, «che fu tra i primi ad andare volontario, che aveva combattuto, era coraggioso», ma non è più lui, parla da solo, sente gli uccelli cantare in greco, vede il suo compagno Evans dietro la cancellata, ma Evans è morto in trincea, lui stesso ne ha raccolto il corpo a brandelli. L’azione riprende e Septimus attraversa la strada insieme alla giovane moglie italiana, Rezia. Vanno a sedersi su una panchina, fra ragazzini che giocano a palla, bambinaie coi ferri da maglia, un corteo di disoccupati, invalidi in carrozzella – perché c’è stata una guerra.
In quelle stesse strade, in quella stessa luce, in quello stesso intervallo miracoloso di pace, cammina di lì a poco Peter Walsh, è tornato la sera prima dall’India, dopo molti anni, ed è già andato a salutare Clarissa, che è invecchiata, come lui del resto, ma è sempre bella, lui del resto sempre elegante. Clarissa, come sempre, si prepara a dare una festa, «alla quale non ti inviterò, mio caro Peter!» gli dice. Ma sentirle dire «mio caro!» è musica alle orecchie di Peter. La loro conversazione, così piena di echi, di rimandi, spuntano anche i cavolfiori, viene interrotta da Elizabeth, la figlia ormai cresciuta di Clarissa, che sta uscendo con l’austera signorina Kilman. E quando Elizabeth con garbo si congeda, Peter viene invitato alla festa. Del resto, perché no?
È con tutt’altro passo che Peter percorre le strade di Londra dopo aver rivisto Clarissa, e con tutt’altri occhi. Passato e presente fusi in una forma nuova, l’India lontana. Più tardi, quella sera alla festa, il primo ministro del regno non lascerà sul velluto della poltrona che un’impronta facilmente cancellabile. Mancano pochi anni alla «Marcia del sale», quando il Mahatma Gandhi, per protesta contro l’ennesimo balzello inglese, guiderà i suoi compatrioti per oltre duecento miglia, fino alle saline che agli indiani appartengono.
In quella giornata di giugno camminano nelle strade di Londra donne del tutto nuove, impossibili da trattenere, in qualche misura eredi del movimento e della cultura suffragista. Elizabeth, dopo aver piantato in asso la signorina Kilman – ma non per questo verrà mandata a Coventry, – è salita al piano alto di un omnibus e seduta lassù si gode la velocità guardando avanti «con la spontaneità di una cavallerizza, della polena di una nave». A poche strade da lì, in Trafalgar Square, una giovane, incantevole donna nera attende ferma su un marciapiede, come Clarissa qualche ora prima. Peter Walsh la vede e la segue per un tratto, inventandola finché, con un sorriso divertito, lei sparisce oltre la porta di una modesta casa in mattoni rossi. E Maisie, una ragazza appena arrivata da Edimburgo per lavorare come domestica, attraversando il parco nota Septimus e Rezia e ne intuisce immediatamente la disperazione – quella che gli illustri medici che hanno in cura Septimus non vogliono vedere. Per chi ha potere, allora come oggi, è notoriamente scomodo interrogarsi sulla guerra e le armi. E pareva inaudito parlare di shell shock, trauma da esplosione. Ma Woolf lo fa. Conosce i poeti soldato, Robert Graves, Wilfred Owen, Sigfried Sassoon: «Non posso tacere la mia maledizione, / ho ferite scarlatte nel cuore, /perché li ho visti morire»... com’è accaduto a Septimus, come tuttora accade. Woolf ha dimestichezza perfino con gli effetti differiti del trauma (cfr. Pat Barker, Rigenerazione, trad. Norman Gobetti, Einaudi Stile Libero, Torino 2023; e Fiona Reid, Broken Men. Shell Shock, Treatment and Recovery in Britain 1914-1930, Continuum International Publishing Group, London 2010). Li affida a queste sue pagine con una lungimiranza che resta stupefacente.
Il 19 giugno 1923 aveva annotato nel diario: «In questo libro ho fin troppe idee. Voglio offrire vita & morte, sanità mentale & pazzia; voglio criticare il sistema sociale & mostrarlo all’opera in tutta la sua intensità» [...]. Mi costerà le pene dell’inferno. Ha un disegno così strano, così imperioso. Il disegno è senz’altro originale, & m’interessa moltissimo» (pp. 303-4).
Che il disegno fosse imperioso lo dice il passo della sua scrittura. Il 1924 vola in compagnia di Clarissa, di Septimus Warren Smith, di Peter Walsh, di Sally Seaton, e di tutta la schiera che fin dall’inizio affolla la sua mente e poi si trasferisce sulle pagine. Galoppa mentre scrive e corregge e ricopia a macchina l’intero libro, perché Leonard possa leggerlo pulito, a fine anno a Rodmell. Scrive «senza interruzioni di malattia», mettendo da parte ogni altra scrittura, «recensioni e articoli dovranno aspettare». Ancora oggi, leggendo questo libro, si percepiscono l’ispirazione, lo sguardo, il progetto, l’urgenza – le lunghe stringhe sospese temporaneamente da un trattino per riprendere fiato e sgranchire la mano; l’andamento gerundivo che da un secolo avvolge lettrici e lettori rendendoli parte della schiera; l’uso ripetuto di alcune preposizioni che formalizzano l’andamento straordinariamente sonoro del suo pensiero. Vediamo avvicendarsi le luci di Londra in giugno, le prime ombre, il prolungarsi della sera, i lampioni che si accendono per contenere il buio; sentiamo i rumori, i clacson, il vocìo, i rintocchi variamente modulati delle campane, un canto, «la voce di un’antica sorgente che sgorghi dalla terra», e proprio davanti a una stazione della metropolitana – una scena su cui rifletto ogni volta che la leggo. Woolf ha scoperto, e lo segna sul diario una sera, prima di cena e dopo aver tagliato la legna – non c’è soluzione di continuità per lei tra vita materiale e scrittura – che dietro ogni suo personaggio ci sono bellissime grotte, e questo è ciò che lei vuole, umanità, umorismo, profondità. «L’idea è che le grotte diventeranno comunicanti & al momento vengono tutte alla luce» (p. 322). Le piace «passare da una stanza illuminata all’altra», e «adesso è la poesia che vuole, non ha più tempo per la prosa, vuole il distillato, l’idillio & le parole tutte addensate, fuse, incandescenti» (p. 380). E sa esattamente come dovrà svolgersi la festa: «deve cominciare in cucina & salire lenta al piano di sopra. Dev’essere un brano complicatissimo animato solido, che intrecci ogni cosa & e si concluda su tre note, ai diversi pianerottoli, & ognuno dirà qualcosa che riassuma Clarissa» (p. 382). Ancora non ha deciso, mentre prende questo appunto, chi le dirà, queste cose su Clarissa. Ma leggendo le ultime trenta pagine del romanzo, non una fine ma un incalzante finale novecentesco, noi le udiamo, una nota dopo l’altra ripercorriamo ciò che a ognuno è avvenuto da quella lontana estate a Bourton, quando Sally aveva baciato Clarissa sulle labbra, e ora la seguiamo da una stanza all’altra, da un ospite all’altro, la osserviamo mentre sosta davanti alla finestra del salottino dove si era seduto il primo ministro, a parlare delle colonie. – «Oh, ma che sorpresa, nella stanza di fronte la vecchia signora la guardava dritta negli occhi!»
L’orologio batte le ore, Septimus si è ucciso, Clarissa guarda, si guarda riflessa negli occhi di un’altra donna, ricorda, connette immagini frantumate dal tempo e dalla guerra, infine raggiunge gli amici in salotto, ed ecco, di nuovo un fermo immagine, «Perché lei era lì». E tutto potrebbe ricominciare.
L'impresa letteraria
In un soleggiato giorno di giugno Clarissa Dalloway esce di casa per scegliere i fiori per la festa che darà quella sera. Lungo le strade di Westminster incrocia una variegata umanità narrata attraverso il flusso continuo dei suoi pensieri, tra gioia, nostalgia, ansia e amore. Tocca gli stessi luoghi anche Septimus Warren Smith, reduce dalla Grande Guerra, col diverso obiettivo di recarsi da uno psichiatra nel tentativo di scacciare i propri demoni. Alla fine di questa giornata, il lettore è invitato alla festa di Clarissa, dove lo sfavillio delle luci e l’allegria dei commensali sono increspati da una notizia scioccante. Non si offusca però lo splendore della festa: entrano anzi in connessione mondi apparentemente incompatibili, vita e morte si muovono fianco a fianco, mai realmente in opposizione. La creazione di Clarissa Dalloway segna un momento di svolta, trasformando per sempre il romanzo moderno. Accompagnano il testo i racconti dedicati a Clarissa Dalloway, qui pubblicati in Italia per la prima volta nella traduzione e curatela di Paolo Bugliani. (presentazione editoriale)Annalena Benini, Siamo tutti Mrs Dalloway, Il Foglio, 27 aprile 2020
La signora Dalloway aveva in sé qualcosa di un uccellino, di una gazza, un che di verdeazzurro: se ne stava dritta sulla vita come appollaiata su un ramo. Lieve, vivace, anche se aveva "varcato la cinquantina" e i capelli erano diventati molto più bianchi dopo la sua malattia.
La sua malattia. La malattia di Clarissa Dalloway è spesso accennata nei pensieri di chi la guarda con ammirazione ma la trova un po' invecchiata, e anche nella preoccupazione del marito, Richard, che le ricorda di seguire il consiglio del dottore e di dormire almeno un'ora dopo colazione. La malattia si sente per le strade di Londra, come si sente la fine della guerra, lo sfinimento e la rinascita. La malattia, che ha imbiancato i capelli alla signora Dalloway, la signora di mezza età più famosa del mondo (che grande gesto ha compiuto Virginia Woolf: creare un'eroina che ha tutto dentro di sé e che si sente "d'un tratto avvizzita, vecchia, coi seni cadenti, una donna che invecchia!) è il virus influenzale del 1918: l'epidemia che in due anni uccise cento milioni di persone.
Clarissa Dalloway ha avuto l'influenza spagnola, che ha indebolito il suo cuore ma ha anche offerto una nuova, particolare solennità al semplice fatto di vivere, e di vivere proprio lì, a Westminster, nel centro di Londra. E sentire il passato e il presente dentro di sé: le occasioni non colte, la giovinezza perduta, eppure ancora l'amore per gli istanti della vita, per il giovedì che segue il mercoledì, per l'aria fresca del mattino, per i rintocchi del Big Ben. Clarissa è stata malata, e adesso sente con grande nitidezza lo sfavillare della vita.
Virginia Woolf ha ambientato questo romanzo un mercoledì di metà giugno del 1923, a cinque anni dall'inizio della pandemia. La signora Dalloway è una sopravvissuta e ha da poco compiuto cinquantadue anni. Virginia aveva quarantatré anni nel 1925, quando il romanzo venne pubblicato, era stata malata ed era tornata da qualche tempo a Londra con il marito, ne aveva bisogno per scrivere, lo aveva supplicato e lui come sempre aveva acconsentito. "Il mio romanzo sta diventando più analitico e più umano, mi sembra; meno lirico; ma sento di avere allargato i limiti a sufficienza e di poterci riversare tutto. E mi piace Londra, per scrivere questo libro; in parte perché, come dico, la vita ti sostiene; e con il mio cervello a gabbia di scoiattolo è una gran cosa non dover più girare in tondo. Poi vedere creature umane, liberamente e rapidamente, è per me un infinito vantaggio. E posso fare rapide sortite fuori casa a rinfrescare il mio ristagno", annotava nel Diario di una scrittrice. Virginia sente il piacere della fine del suo isolamento, e lo trasmette a Clarissa.
Nella prima stesura aveva fatto morire la signora Dalloway, ma poi aveva cambiato idea, con l'immenso potere che ha nno gli scrittori; Clarissa Dalloway deve vivere ancora, ma esclamerà dentro di sé: "Oh nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte". Questa certezza, invece di distruggerla, la renderà felice. Virginia Woolf aveva deciso che doveva esserci tutto in quelle ottantamila parole: la vita e la morte, la saggezza e la follia, e un esercito di altre persone, intente a vivere, a rimpiangere, a flirtare, a sentire l'estasi o a morire: Septimus ha trent'anni e si butta dalla finestra, Septimua "aveva buttato via tutto", ma gli altri continuavano a vivere e a entrare nelle stanze illuminate della signora Dalloway che dà la sua festa, che festeggia la propria apoteosi e che intanto approva la morte.
Ho guardato, in queste settimane in cui cerchiamo spiegazioni, apocalissi e categorie di giudizio, le foto in bianco e nero di intere famiglie di cento anni fa, durante la Spagnola, uomini e donne con la mascherina di stoffa bianca, e a volte in braccio gatti con la mascherina anch'essi, e le fotografie dei sanatori, e delle infermiere, le foto delle barelle: adesso siamo infinitamente più vicini a quegli sguardi, a quella paura negli occhi, o al sollievo di chi si è rialzato dal letto. E ci chiediamo anche come racconteremo un giorno questo evento gigantesco della nostra vita, della vita di tutti, se troveremo mai le parole, e se usciremo mai da qui e andremo di nuovo nel mondo con lo sguardo mutato per sempre, più vivido o più stanco. Virginia Woolf ha raccontato che cosa si sente, dopo: senza mai dirlo, ma mostrando una giornata di Clarissa Dalloway, una sopravvissuta, fuori e dentro.
Virginia Woolf sentiva l'euforia di progettare la signora Dalloway" e poi di galoppare, in meno di un anno, verso il suo compimento, e confessò nel diario l'unica difficoltà: "Trattenermi dallo scrivere ancora". Sperava di venderne duemila copie in tutto, e il libro vendette, solo il primo anno e solo in Inghilterra, 2.236 copie, annotate dal marito Leonard.
È bello dire, con totale sicurezza: questo libro è un capolavoro. Nella prima pagina, proprio sotto la prima frase, "La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comprati lei", si apre un passaggio segreto da cui esce una mano che ti afferra e ti trascina dentro fino a Bond Street, nel traffico di carrozze, automobili, furgoni, uomini-sandwich: ecco il capogiro dell'esaltazione, "ecco la vita, Londra, e quell'attimo di giugno", ed ecco il movimento interiore di sconosciuti adesso incredibilmente vicini. Clarissa, Richard, Peter, Sally Seton, Septimus, tutti con un passato da rievocare, e tutti cambiati dal tempo che passa. I sani e i pazzi insieme. In questo romanzo c'è la considerazione del tempo perduto e della felicità ancora possibile, la compassione verso l'esistenza e verso la certezza della morte, c'è la critica al sistema sociale. C'è tutto l'amore per la vita di Clarissa Dalloway, la convalescente.
A rileggere adesso pagine così piene di gratitudine e di terrore per la vita, si viene perfino assaliti dal dubbio che "La signora Dalloway" potesse essere un romanzo sulla convalescenza: sui pensieri limpidi che si hanno dopo una malattia, come il cielo al mattino spazzato per tutta la notte dalla pioggia. Sui sensi che dopo un lungo isolamento sentono vibrare anche un uccellino sopra un ram. Sulle forze che ritornano, ma non del tutto. Sulla paura e il desiderio di fare ancora parte del mondo.
Clarissa Dalloway è uscita di casa, a metà di giugno, a guerra finita, "e ovunque, sebbene fosse ancora presto, c'era in aria uno scalpiccio inquieto di puledri galoppanti". La vita è ricominciata e Clarissa con tutti i sensi all'erta nota anche "giovani audaci e ridenti fanciulle in trasparenti vesti di mussola, le quali pur ora, dopo aver danzato tutta la notte portavano a spasso certi buffi cani lanosi". Ci sono di nuovo le feste, si può ballare tutta la notte. E Clarissa nutre una passione, per tutto questo movimento, per questa frenetica speranza: è il suo talento, amare la vita, essere curiosa degli esseri umani. Clarissa è anche una snob, considerata frivola da molti, non conosce la differenza fra turchi e armeni, non sa nulla di storia, né di lingue. Ma adesso, adesso è totalmente assorta nella contemplazione degli esseri umani, e molto di più: li sente dentro di sé, li comprende più che mai, ne sente il dolore, la gioia, il rimpianto. Ha attraversato il parco ripensando alle sfuriate di Peter quando l'amava, ripensando alla giovinezza e al fatto che ha sposato un altro uomo, convincendosi di aver fatto la scelta giusta per evitare la rovina di entrambi, e davanti ai cancelli del parco si ferma un momento, vuole pensare ancora, e guardare gli autobus passare in Piccadilly.
Il tempo è dilatato: il tempo interiore di Clarissa non corrisponde affatto al tempo delle campane che suonano le ore (Virginia Woolf aveva pensato di intitolare questo romanzo "Le ore"), e che forse suonano anche i morti. questo tempo serve a contenere e a mostrare i pensieri di una donna che è tornata nel mondo: sono i pensieri di una sopravvissuta.
"Si sentiva assai giovane; e al tempo stesso, indicibilmente attempata. Penetrava attraverso la vita come una lama di coltello; e al tempo stesso restava al di fuori, ad osservare. Aveva la sensazione, anche guardando il viavai dei tassì, di essere altrove, di essere in mare aperto e sola. La sensazione che fosse molto, molto pericoloso vivere anche un giorno soltanto".
Il mondo è meraviglioso, il mondo è terrificante. La vita è magnifica, la vita è spaventosa. la vita può finire, e forse è già stata vissuta, forse in fondo è già passata, e allora contano soltanto i ricordi. È molto, molto pericoloso vivere anche un giorno soltanto: questa sensazione di pericolo da che cosa deriva se non dalla vicinanza (e anche dalla voluttà) della morte?
"Ma che importava, allora, si domandava procedendo verso Bond Street, che importava ch'ella dovesse, ineluttabilmente e completamente, cessare di vivere? Tutto questo sarebbe continuato senza di lei; le dispiaceva, forse? o al contrario la consolava credere che con la morte tutto finisce? ma che in qualche modo nelle strade di Londra, nel fluire e rifluire delle cose, qui, là, sarebbe sopravvissuta, e anche Peter, l'uno nell'altra, lei essendo parte, ne era sicura degli alberi di casa sua; e anche di quell'edificio laggiù, così brutto e degradato; parte di gente che non aveva mai incontrato; sospesa come una nebbia tra le persone che conosceva meglio, che la sorreggevano come aveva visto i rami degli alberi sorreggere la nebbia, ma si dispiegava così lontano, quella vita che poi era lei. (...) Questa ultima età dell'esperienza del mondo aveva scavato in tutti loro, uomini e donne, un pozzo di lacrime. Lacrime e dolori, coraggio e sopportazione, un portamento perfettamente eretto e stoico".
Non solo la guerra ha scavato in tutti loro un pozzo di lacrime. Anche la vita stessa, la malattia, le scelte sbagliate, il tempo che passa, il dolore dei giorni.
Dov'è adesso, signora Dalloway, la tua frivolezza? La frivolezza sembra sparire dietro una giornata che contiene la vita intera, una giornata che è come la rivelazione dell'intero di un'esistenza: la giornata di festa offerta al posto della morte sfiorata, e comunque vicina, e infatti la signora Dalloway questo avrebbe risposto a Peter, se lui le avesse chiesto un po' sdegnato che cosa significavano insomma quelle sue serate, quelle sue feste da frivola e perfetta padrona di casa, da signora snob e banale che scende le scale in abito da sera, che mette insieme le persone, che riempie le stanza di fiori. Lei gli avrebbe risposto, ma senza pretendere che gli altri capissero: "Sono un'offerta". Un'offerta per amore dell'offerta, un'offerta alla vita, l'offerta di riunire le persone insieme nelle stesse stanze, offrendo loro qualcosa di illuminato da guardare, qualcosa da vivere insieme, danzando o semplicemente ricordando quello che è stato. Alla festa della signora Dalloway ci sono tutti, e sono invecchiati, come in un pericolo scampato, ci sono anche quelli che non sono stati invitati ma hanno sentito della festa e sono arrivati, come Sally Seton, amica (e amore) di giovinezza di Clarissa e Peter. Alla festa della signora Dalloway c'è la vita com'è adesso, con il tempo che è passato sopra i volti, con l'esperienza che fa crescere la sensibilità (Sally dice che il suo corpo ha cinquantacinque anni, ma il suo cuore è quello di una ragazza di venti), con i figli che guardano altrove, la testa per aria, ignari di quanto sia pericoloso vivere anche solo un giorno. Clarissa invece sembra consapevole di tutto, e non si è mai sentita tanto felice: per essersi sperduta per i meandri della vita, e poi averla ritrovata. In piedi, così, vestita da sera.
Apparenza fisica e pensieri
Virginia Woolf, La signora Dalloway, 1925, traduzione di Nadia Fusini
Si irrigidì appena sul marciapiede, aspettando che passasse il furgone di Durtnall. Una donna affascinante, pensò di lei Scrope Purvis, (che la conosceva come ci si conosce tra vicini a Westminster): somigliava a un uccello, a una gazza verde-azzurra, esile, vivace, malgrado avesse più di cinquant'anni, e le fossero venuti tanti capelli bianchi dopo la malattia. Se ne stava posata lì, senza neppure vederlo, in attesa di attraversare la strada ben diritta.
Increspava le labbra quando si guardava allo specchio. Era per dare espressione al volto. Quelle era lei - tesa, appuntita, precisa. Era lei quando un qualche sforzo, un richiamo a essere se stessa, la obbligava a costringere tutte insieme le sue parti, lei sola sapeva quanto diverse, quanto incompatibili tra loro, e soltanto per il mondo ricomposte intorno a un centro, un diamante, una donna che, seduta nel suo salotto, costituiva un punto fermo, un centro di luce, non c'è dubbio, per alcune vite, un rifugio in cui ripararsi per i solitari, forse. Aveva contato per dei giovani che le erano grati, aveva cercato di essere sempre la stessa, senza mai mostrare neppure un segno di tutti gli altri suoi aspetti - i difetti, le gelosie, le vanità, i sospetti.
Sotto sotto, era molto furba - sapeva giuducare il carattere delle persone molto meglio di Sally, per esempio, ma rimaneva con tutto ciò assolutamente femminile; con quel dono straordinario, un dono tipicamente femminile, di ricrearsi il proprio mondo, dovunque le capitasse di trovarsi. Entrava in una stanza, stava lì come spesso le aveva visto fare, in piedi sulla soglia, con tante persone intorno. Ma era Clarissa che rimaneva nella mente. Non che facesse colpo, non era affatto bella, non c'era niente di pittoresco in lei, non diceva mai niente di particolarmente intelligente, ma c'era, era lì.
E ora Clarissa scortava il Primo Ministro per la sala; trottava, frizzava, con tutta la dignità della sua capigliatura grigia. Portava degli orecchini e un vestito verde argento da sirena. A cavallo delle onde, coi capelli raccolti in trecce, ancora possedeva il dono di essere, di esistere, di riassumere tutto nel momento che passava; volgendosi, la sciarpa le si impigliò nel vestito di una signora; la liberò, rise, il tutto con una perfetta naturalezza, con l'aria di una creatura che galleggia nel proprio elemento. Ma gli anni l'avevano sfiorata; allo stesso modo, in una serata limpida, una sirena sulle onde può vedere nel suo specchio il sole che tramonta. Emanava da lei un alito di tenerezza: la severità, la pudicizia, la legnosità di prima erano ora pervase di calore, e mentre diceva arrivederci all'uomo robusto e pieno di galloni d'oro che ce la metteva tutta, e tanti auguri, per sembrare importante, tutto intorno a lei alitava un'ineffabile dignità, una cordialità squisita; come se augurasse ogni bene al mondo intero, ma ora doveva andare, perché era proprio nel bel mezzo di qualcosa, sull'orlo, al limite.
"Se dovessi morire ora, sarebbe la perfetta felicità" s'era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.
Il suicidio di Septimus
Durante la festa da lei organizzata Mrs Dalloway sembra accorgersi della maschera che da sempre indossa e che si è imposta nel momento in cui ha sposato Richard Dalloway: una signora dell'alta società, educata e controllata. Si accorge che sposando Mr Dalloway oltre al cognome ha perso anche la propria identità individuale, o forse si rende conto di aver sempre nascosto la sua vera identità a causa delle imposizioni della società. Da qui scaturisce il ricordo dell'amicizia con Sally, intensa, profonda e autentica, in cui forse solo per poco è emersa la vera Clarissa. Proprio per questo Mrs Dalloway ha timore di questa vecchia amicizia con una donna forte, libera e indipendente che ha sposato un uomo di basso rango, Sally incarna tutto quello che lei non riesce ad essere e che vorrebbe essere, o meglio che forse un tempo voleva essere. Ed è qui che interviene la catarsi, durante la festa la moglie del Dr Bradshaw racconta del suicidio di un uomo, Septimus (altro protagonista del romanzo), sconosciuto a Clarissa. Sentendo la storia, la donna prova una specie di empatia, riconoscendosi nel gesto di liberazione dell'uomo. Questo è il punto di connessione tra Clarissa e Septimus, e culmine del romanzo.
(Alessandro Cane)
Come viene propriamente raccontato il suicidio di Septimus? Il romanzo è scritto in terza persona, ma non c'è una sola voce narrante. Normalmente il discorso riflette un punto di vista che è quello del personaggio principale, Clarissa Dalloway. Septimus Warren Smith è l'altro personaggio di assoluto rilievo. E' lui a parlare del suo suicidio, prendendo la parola a un certo punto. Una trentina di pagine più in là, assistiamo a una ripresa del medesimo fatto in forma di notizia. La signora Dalloway si confronta con il tema della morte. (Giovanni Carpinelli)
Il suicidio
Septimus la sentì che parlava a Holmes dalle scale.
"Ma, cara signora, sono venuto da amico" diceva Holmes.
"No, Non le permetterò di vedere mio marito", disse lei.
La vedeva, era una chioccia con le ali spiegate a sbarrare il passaggio. Ma Holmes insisteva.
"Ma cara signora, mi permetta... " diceva Holmes, e la spingeva da parte. Holmes avrebbe detto: "Ha paura, eh?". Holmes l'avrebbe raggiunto. No: né Holmes, né Bradshaw. Si tirò su, incerto sulle gambe, e barcollando da un piede all'altro, prima prese in considerazione il coltello della signora Filmer con la scritta "Pane" incisa sul manico. No, meglio non sciuparlo. Il gas? Era troppo tardi. Holmes stava arrivando. Avrebbe potuto prendere il rasoio, ma Rezia [la moglie], che pensava sempre a queste cose, lo aveva già impacchettato. Non rimaneva che la finestra, l'ampia finestra della casa di Bloomsbury; la faticosa, incresciosa e piuttosto melodrammatica faccenda di aprire la finestra e buttarsi di sotto. Era la loro idea di tragedia, non la sua, né di Rezia (perché lei era dalla parte sua). A Holmes e Bradshaw piacevano quel genere di cose. (Si sedette sul davanzale.) Avrebbe aspettato fino all'ultimo momento. Non aveva voglia di morire. La vita era bella. Il sole caldo. E gli esseri umani? Un uomo che scendeva dalla scala di fronte si fermò, e lo fissò sbalordito. Holmes era ormai alla porta. "Lo volete voi!" gridò, e si buttò di sotto con tutte le sue forze, con violenza, giù sulla cancellata del giardinetto della signora Filmer. (traduzione di Nadia Fusini, come per il brano successivo).
La reazione di Clarissa
Con la voce abbassata, attirando la signora Dalloway nel rifugio della comune femminilità, del comune orgoglio che entrambe provavano per le illustri qualità dei loro mariti, e la loro tendenza a lavorare troppo, Lady Bradshaw (povera oca - in fondo non era così male) le sussurrò che proprio mentre stavano per uscire, era stato chiamato al telefono; un caso molto triste. Un giovane uomo (è quello che Sir William sta raccontando alla gente o al signor Dalloway) si è ucciso. Era stato in guerra. “Oh… Nel bel mezzo della mia festa, ecco la morte” pensò.
[...] Che bisogno avevano i Bradshaw di parlare della morte alla sua festa? Un giovane s'era ucciso. E ne vengono a parlare alla mia festa i Bradshaw parlavano della morte. S'era ucciso - ma come? Reagiva sempre così, quando d'improvviso qualcuno le raccontava una disgrazia: il vestito andava in fiamme, , il corpo le bruciava. Si era buttato dalla finestra.. D'un lampo il suolo era sfrecciato in alto; alla cieca, le punte rugginose dell'inferriata l'avevano infilzato, trafitto. Giaceva lì per terra col cervello che batteva, bun, bum, e poi un gran nero lo soffocò. Lei lo vide così. Ma perché l'aveva fatto? E i Bradshaw ne venivano a parlare alla sua festa!
Lei una volta aveva buttato uno scellino nella Serpentine, niente di più. Ma lui aveva scaraventato via tutto. Loro (aveva pensato tutto il giorno a Bourton, a Peter, a Sally), loro invecchiavano. Ma una cosa c'era che contava, una cosa infestata di chiacchiere, sfigurata, offuscata nella sua stessa vita, che ogni giorno lei lasciava cadesse nella corruzione, nella menzogna, nelle chiacchiere. Questa cosa lui l'aveva preservata. La morte è una sfida. La morte è un tentativo di comunicare: la gente sente l'impossibilità di raggiungere il centro che misticamente ci sfugge; così ciò che è vicino si allontana; l'estasi svanisce; si resta soli. Nella morte c'è un abbraccio.
Ma quell'uomo giovane s'era ucciso . s'era buttato tenendo stretto il suo tesoro? "Se dovessi morire ora sarebbe la perfetta felicità" s'era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.
[...] Strano, incredibile. Non era mai stata tanto felice. Non c’era niente che fosse abbastanza lento, niente che durasse abbastanza a lungo. Non c'era piacere, pensò, raddrizzando le sedie, rimettendo a posto un libro nello scaffale, che eguagli il senso di averla fatta finita coi fasti della giovinezza, di essersi perduta nel corso della vita, per ritrovarla ora, con un brivido di gioia, al sorgere del sole, al calare del giorno.
Esserci e non esserci
Ne La signora Dalloway (Mrs Dalloway) di Virginia Woolf, il passo «Non avrebbe mai più detto che uno è così o cosà. Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia» riveste un'importanza particolare perché dà il tono all'intero romanzo. All'inizio del racconto la protagonista esce per comprare i fiori e, mentre si muove per le strade della città, rimugina tra sé e sé queste idee. Clarissa non sta parlando degli altri o dell'universo che la circonda, la natura, la casa in cui abita, il paesaggio. No, no, il discorso si apre e si chiude intorno a lei stessa e lei stessa si va a collocare su un crinale tra la vita (la giovinezza, l'essere) e la morte (la vecchiaia, il nulla). Subito il personaggio acquista uno spessore inconsueto. La signora Dalloway non è semplicemente la signora Dalloway. Il romanzo è ben più del ritratto di una signora della Londra bene scritto da da una signora scrittrice della Londra bene, diventa un quadro della condizione umana (e più specialmente femminile) in un certo momento della storia, ossia negli anni successivi alla fine della grande guerra.
Nel testo originale in inglese la frase recita:
“She felt very young; at the same time unspeakably aged.”
Ed è parte di un flusso di coscienza più esteso:
Clarissa si sente “very young” e “unspeakably aged”, e subito dopo l’autrice aggiunge che “she plunged into things like a knife, and yet remained outside, watching” ("Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso ne rimaneva fuori, osservava") — affinché si capisca quanto questa tensione interiore sia centrale nella narrazione.
Il passo segna subito il tema della dualità esistenziale di Clarissa: la freschezza del presente e la prospettiva della morte, che la accompagnerà per tutta la vicenda narrata nel romanzo.
Sara Sullam, La signora Dalloway e il bacio censurato
Il Sole 24 ore, 8 giugno 2025











