Erano in quella fase della vita in cui il proposito di una impresa sistematica, non solo lusinga la fantasia, ma sembra pure suggerire un significato all'insensatezza.
All'insensatezza (tanto per dare un esempio) di andare sei volte la settimana al cinema. All'insensatezza di caricare bagagli in macchina e buttarsi sulle strade infuocate dell’Italia assieme a milioni di altri insensati, i quali però non avevano in animo alcun progetto, se non di contribuire la loro parte alla distruzione del pianeta.
La questione del cinema fu regolata grazie all'impegno, una volta rientrati a casa, di compilare una schedina del film appena visto, si trattasse dell'ultimo Kubrick o di un western croato: con data di composizione dell'opera, breve commento critico e considerazioni sulle performance dei vari partecipanti all’impresa, compreso il direttore della fotografia. Da ultimo si aggiudicavano alcune stelle, da zero a cinque.
Così ci si poteva lasciare scivolare senza vergogna sulla strada di minor resistenza, quella che conduceva ogni fine pomeriggio al “Capitol”, all' “Eden”o all'“Augusteo”, le tre principali sale cinematografiche della Bolzano di quel tempo.
La nostra consuetudine non si poteva dunque imputare a inerzia. Si trattava anzi di un disegno di carattere per così dire enciclopedico. Come di carattere enciclopedico si prospettava, in quell'estate di tanti anni fa, il “Viaggio in Italia”, il quale ci avrebbe portati dal Burgraviato alla punta estrema dello stivale, non seguendo però i sentieri battuti, ma andando di qua e di là a registrare bellezze, curiosità, “scoprendo”, su indicazione del Vecchio Saggio del Paesello, bizzarrie artistiche o naturali ignote al turismo di massa (il turismo degli altri) e, nei dintorni delle quali, solo la nostra macchina sarebbe venuta a parcheggiare, all'ombra di un antico leccio gremito di cicale.
Si poteva anche, grazie a letture mirate trasferirsi moralmente nei luoghi attraversati. Samul contava su di me per facilitargli il trasloco. A lui mancava l'immaginazione, e in fatto di letture, aveva dovuto concentrare tutta la sua attenzione sull'Economia e il Commercio. Mentre io ero la visionaria, lo spirito fantastico che sapeva calarsi in qualsiasi “realtà”, come in quei giorni ancora non si diceva.
Lui era l'uomo pratico, concreto, l'organizzatore, il committente. Il compito di fare della vita un'opera d'arte era delegato a me, la francese dalle vaste letture.
Così diversa dalla Lucia, la prima moglie, che girava Puglia e Campania a vendere vestiti da sposa e coroncine di zagare.
Con me a fianco il viaggio sarebbe tornato ad essere un Grand Tour.
Il Sud iniziava al lago di Garda da quando avevo dichiarato che mi ricordava certe baiette, certi promontori della Costa Azzurra.
Prima no, prima Samuel doveva spingersi oltre Parma e imboccare la Cisa per sentire il profumo del Sud. All'altro capo della Cisa, si apriva la baia di La Spezia e Porto Venere, così chiamata in onore della dea nata dalla spuma del mare, abbondante sotto quei faraglioni, in quelle insenature, come del resto sotto tutti i faraglioni, in tutte le insenature di questo pianeta.
“Le marmitte dei Giganti!”
“Le abbiamo sempre snobbate”
“Sarebbe forse ora di mostrarci un po' più enciclopedici, non credi?”
“Come vuoi”
Il parcheggio fu facile, segno che tutto era stato studiato per facilitare l'accesso al posto. Roba per turisti dunque, da cancellare senza pietà da una vacanza intelligente.
“Andiamo a vedere lo stesso di che si tratta”
Una scaletta di ferro portava, a due o tre buche scavate nella roccia, (spiegava la tabella con su scritto “Monumento Naturale”) da vortici di sassi ad ogni scioglimento dei ghiacciai. Aggomitati alla ringhiera che sovrasta le Marmitte, osservammo un minuto di silenzio in memoria dei ghiacciai che si erano succeduti chissà quante volte da queste parti, ancora ignari del fatto che in Patagonia e Groenlandia i ghiacciai del 1991 si comportavano nello stesso deprecabile modo dei loro antenati.
“Dai! Non cadiamo in tutte queste trappole”
“Ma questa non è una trappola per turisti. Ne hai visti molti in giro?”
“No. E so anche perché”
“Perché?
"Saranno agglutinati attorno alle vetrine di Torbole o di Malcesine. Viaggiatori tontoloni, pecoroni. Non viaggiatori in proprio, come noi. A caccia di Sun Sea e Sex, non di inedite mirabilia, come noi”.
Certo era bello non omologarsi, far eccezione a tutte le regole della massa cogliona, però un pochettino di Sea, una spruzzatina di Sex, si poteva anche concederseli qua e là, anche se a me il mare agostino non piaceva.
L'avrei visto solo di sfuggita, se proprio Samuel non poteva far a meno di un bagno.
Samuel difficilmente poteva far a meno di un bagno.
Risalendo sudatissimo la scaletta che li aveva portati a contemplare, per non meno di cinque minuti, due buchi scavati nella roccia, stabilì che un' immersione se l'era proprio meritata. Aveva anche portato maschera e fiocina.
Di nascosto da me, certamente.
Bastava trovare un angolino di costa appartato. Far un tuffo tra gli scogli, e poi riprendere la strada, rinfrescati e rinfrancati.
“Fermiamoci qua, C'è giusto il posto per parcheggiare”
“Ma questo non è un angolino di costa appartato. Ci passeranno accanto almeno cinquanta macchine al minuto. Con bimbi e cani ai finestrini a prenderci per il culo.”
Samuel, con mossa di enfatica autoaffermazione, stava già estraendo dal cofano maschera e fiocina.
Sfilatosi in un lampo i pantaloni, in due bracciate era già al largo. Non scorgevo di lui che la schiena bombata, i ricci allargati ad alghe intorno alla pelata, non sentiva che lo ciaff ciaff delle sue pinne, di un preoccupante colore arancione.
“Pure le pinne”
Ed ecco Samuel riemergere, maschera alzata sulla fronte, capelli gocciolanti, labbroni giudaici aperti a un sorriso di trionfo e, infilzato al tridente, un pesce che si dibatteva, infelicissimo.
“Ma non è possibile!”
Samuel era raggiante.
“Ma dove l'hai beccato? Ce l'avevi in tasca?”
Una cosa dovevo ammettere: la mira di Sanuel era di quelle che i vocabolari definiscono infallibile.
Polso fermo, mira infallibile, intelligenza spaziale. Riusciva a acchiappare al volo tutte le mosche che gli giravano attorno e attorno a me.
Aver un uomo che sapesse uccidere le mosche e che fosse anche in grado di guidare la macchina era per me un dono del cielo.
“Cerca di acchiapparne un altro, così abbiamo la cena assicurata”
Ma i pesci, messi in allerta, stavano già nuotando a tutta pinna verso la Gardesana occidentale, e le successive immersioni risultarono vane.
Oltretutto, proprio all'altezza del loro insediamento, si stava formando un fenomenale ingorgo. Un incolonnamento che (urlavano alcuni automobilisti informati) si scioglieva all'altezza di Lazise, quindici chilometri più in là.
“Butta questo poveretto a mare, e cerchiamo un posto fresco”
“Hai detto niente”
Infilati i pantaloni sullo slip grondante di acqua lacustre e, buttati pinne, fiocina e maschera sui sedili posteriori della Golf, Samuel tentò di infilarsi nella colonna . Rien à faire! Nessuno sembrava disposto a lasciarsi fregare da quel furbacchione dalle labbra esotiche. Troppo comodo! Farsi un bagnetto alla svelta mentre gli altri stanno da ore ad arrostire sotto il sole cocente, e poi, bello fresco, pretendere che gli si faccia largo.
Mi venne fatto di pensare che se Samuel avesse avuto un'espressione più risoluta, le labbra meno grosse, un posto tra nose e tail, gliel'avrebbero forse lasciato, quei coatti.
Una macchina tedesca rallentò, permettendoci di rientrare nelle schiera dei dannati.
“Usciamo di qui al più presto”
“Na parola”
“Guarda qua di fronte: museo di Malcesine. Prendi questa traversa”
“Ma che ci importa del museo di Malcesine?”
“Ci sarà l'aria condizionata. Giusto il tempo di lasciare defluire la massa cogliona. Mezz'oretta nel museo e la strada sarà tutta nostra”.
A un primo sguardo, il museo di Malcesine, segnalato dalla guida del Touring Club come “Luogo appartato e fuori dal tempo” che avrebbe consentito al visitatore di muoversi “sulle orme di Goethe”, più che fuori dal tempo pareva fuori dalla grazia di Dio: immerso in un' oscurità pretombale, nudo e deserto come il dorso della mano, finché dal suo angolo sudorientale apparve una figura d'uomo prima annullata dal sonno. Stupefatto nell'incontrare, dopo settimane di attesa, due esemplari del “bacino di utenza” del museo medesimo.
L'aria di quell'unica sala ad ogni modo era fresca, il custode poco disposto alla conversazione, e perciò si poteva contare su mezz'oretta di tranquillità.
Calcari marnosi del Paleocene.
“Se volete, ne potete prendere uno in mano” gemette dalla sua sedia il custode, “la vetrinetta è aperta”
Dovemmo palpare il calcare marnoso con espressione da intenditori.
“Eocene o Paleocene?”
“E scritto sopra”
“Ci sono anche vecchi attrezzi da pesca” profferì il tenebroso cantuccio.
E infatti: ami, reti, foto ingiallite di antichi barconi, il tutto “esposto in maniera poco formale, ma di grande impatto” asseriva il foglietto illustrativo.
Confusione assoluta, nessuna datazione, nemmeno approssimativa.
“E poco formale, non c’è che dire”
“Ma di grande impatto: ci manca solo la tua fiocina”
“Ad ogni modo, ora conosco il nome di quel poveretto”
Infatti alcune tavole naturalistiche della fauna del Garda ornavano le pareti del sepolcro. Al primo posto i pesci. E al primo posto tra i pesci, la vittima di Samuel: un cavedano italico detto anche Squalius squalus. Per niente una rarità, anzi il più diffuso nelle acque dolci d'Italia. Valore economico: zero (troppo ricco di spine), chiamato immaginosamente lo “spazzino dei laghi”, giacché quell' “onnivoro opportunista” (ce le aveva tutte) bazzicava di preferenza le acque vicine a scarichi fognari.
Samuel era mortificato.
“ Pas très raffiné le type! E per di più la sua pinna anale è grigia”.
Fatti scivolare in mano quattro spiccioli al custode, uscimmo nella fornace antemeridiana. La fila di macchine pareva essersi ulteriormente allungata. Forse effetto della fata Morgana. Ora arrivava di sicuro a Sirmione. Alcuni automobilisti, usciti dall'abitacolo, strizzavano gli occhi in direzione sud e scambiavano tra di loro mozziconi di informazioni, mentre le donne sbuffavano, facendosi vento con “La Gazzetta”.
“Adesso facciamo una cosa ben fatta”
“E cioè?”
“Pigliamo la Gardesana occidentale. Sarà mezza vuota”
La Gardesana occidentale era mezza vuota e si sarebbe anche potuto dire del tutto vuota perché interrotta da una frana poco prima di arrivare a Limone. Ma da Samuel il segnale di pericolo era stato bellamente ignorato. La sua teoria era che, in Italia, nessuno mai si cura di rimuovere i cartelli ammonitori a lavori stradali terminati, passi alpini sgomberi di neve, traffico ripristinato nei due sensi di marcia.
“Sai che a Limone c'è una percentuale di centenari doppia o tripla che nel resto d'Italia?”
“Forse perché vivono in un luogo appartato e fuori del tempo. Non a Malcesine”
“Pare che c'entri anche la dieta. L'olio d'oliva, il pesce. Forse un microclima particolare, un micromicroclima dentro al macromicroclima del Garda”
“Lawrence lo sentiva probabilmente, ed è per questo che ci si fermò a lungo.”
“Quello di “Lady Chatterley”?”
“Sì, ha fatto anche il giro del Garda a piedi. Certo non lungo la Gardesana”
Ma a Samuel le escursioni a piedi (con mangiare a sacco) riportavano alla memoria la madre trentina, la zia Pera, e si stupì che ad uno scrittore trasgressivo come D.H.Lawrence le gite in montagna fossero piaciute.
Giunti alla frana, la Golf dovette far dietro-front. Non si poteva mollarla lì e proseguire in battello, come suggerivo. La Golf, Samuel l'aveva comprata poco dopo avermi conosciuta e, in quell'estate, gli era sacra quanto me. Forse anche un po' di più, giacché alla macchina non venivano mai idee balorde, come avrebbe detto anni dopo.
Idee fantastiche, poetiche, ma di difficile attuazione, come in quell'estate diceva.
Risaliti sui monti che ad ovest dominano il lago, tutto a seni e golfi, ci lasciammo rotolare, disfatti ma felici, verso il piattume impenetrabile della Padania.
“Non andiamo per luoghi comuni, qualche posticino pittoresco si troverà, in questo piattume”.
E infatti un posticino si trovò, svoltando a sinistra, lasciandosi dietro incommensurabili code di macchine, alcune dirette a occidente, altre ad oriente, nessuna però sul viottolo de terra battuta che decidemmo di imboccare: non asfaltato, non segnalato, forse vietato alla circolazione.
Ma non era scritto da nessuna parte.
In fondo al viottolaccio, un'antica casa colonica padana intorno a un cortile costeggiato da portici e ballatoi, con fienile, stalla, rimesse. Proprio come nel “L'albero degli zoccoli”.
“Sembra di arrivare all'Albergo degli zoccoli”
“Chiediamo in Réception se c'è ancora una stanzuccia libera. E poi andiamo a farci recitare dal nonno Anselmo qualche bella filastrocca dei tempi che furono”.
Da quando Virgilio ci era nato, la campagna padana aveva subito danni irreparabili. E anche dai tempi così poeticamente evocati da Olmi. Niente arnie ronzanti di bottinatrici, niente vigne e uliveti. Niente vaste cupole di faggi, né canti silvestri su zampogne leggere. Soltanto infinite distese di campagne dalle incerte produzioni. Terre grasse, dunque, nere, oleose, dalle zolle impregnate di morchia, poco adatte a far da cornice agli struggimenti d'amore del pastore Coridone per il giovane Alessi.
“Ma sei sicura che Virgilio fosse di queste parti? Lo credevo napoletano”
“Papà suo faceva l'apicoltore qui, e qui Virgilio visse infanzia e adolescenza. Poi si trasferì a Roma, e poi a Napoli”
“In ogni caso, girando qua intorno, affonderemo le radici in una cultura millenaria”
Sul viso di Samuel apparve un espressione disperata.
“Non so però in che cosa affonderemo i piedi”
Nel frattempo si era avvicinato un galantòm in tuta da lavoro, come un operaio. Verde però, la tuta, per distinguersi dalle Tute Blu. E anche il volto del galantòm non era quello di un operaio, ma di un padrone, e di un padrone incazzato.
“Cercate qualcosa?”
“Volevamo solo ammirare la sua antica cascina”
“Ecco, adesso che l'avete ammirata, potete tornare da dove venite. E imparate a leggere”
“A leggere!” sbottai. Non avevo forse letto le Grandi Opere in non meno di quattro lingue.” Don Quijote de la Mancha”, “King Lear” “L'Inferno” , “Les Mémoires d'un âne”??
“Sì! Potrà tornarvi comodo! Così, la prossima volta, con un minimo sforzo, sarete in grado di capire il cartello “Vietato l'ingresso”.
“Spiritosone!” commentò Samuel, nel risalire in macchina, “Non proprio il tipo a fare bere l'acqua benedetta alla mucca ammalazzata, ma lo stesso un galantòm, magari un filino irritabile.”
“Sai cosa facciamo?”
“Dimmi”
“Prendiamo l'autostrada e, fra un paio di ore, si potrà incominciare a ragionare. L'apicoltura sarà anche metafora di un ideale sociale umano, ma qui non se ne vede l'ombra”
“Pare che le api siano in via di estinzione”
“Qui di sicuro saranno sparite assieme all'ultima arnia di Virgilio senior”
Imboccata l'autostrada, il tempo e lo spazio subirono un radicale capovolgimento di prospettiva.
Parma che, dall'albergo degli zoccoli, non si sarebbe potuto raggiungere che al termine di una intera giornata di carrettera, fu ben presto alle nostre spalle. Parma, il suo Duomo, il suo Battistero, le sue violette, lo stracchino della Duchessa: spariti in men che non si dica, assieme a tutte le storie, belle, brutte, insignificanti, di cui era stato teatro, di cui era teatro.
Samuel non osava dirlo, ma questa nuova piega data al loro “itinere” gli piaceva assai più della precedente. Avesse preso la patente a diciott'anni, come i ragazzi di oggi, non sarebbe più stato, in quella lontana estate, così straordinariamente ricettivo alle seduzioni della velocità, la quale, con me a fianco, presentava inoltre un indubbio risvolto erotico.
Altroché accodarsi ad altri disperati disperatamente avidi di itinerari alternativi, come il cavedano italico era avido di liquame.
L'ebbrezza della guida emozionava profondamente Samuel e si abbandonava felice allo scivolare fluido della Golf sull'asfalto, al fluire silenzioso dell'asfalto sotto la Golf. Una toccatina al volante di tanto in tanto, gesto d'affetto più che di comando e “la Rossa”, come la chiamava, aggiustava da sé la traiettoria. Eppoi correre silenziosamente, fluidamente sull'autostrada era talmente più bello che passare da una buca all'altra, da un semaforo all'altro, su una strada concepita all'epoca delle diligenze, quando da un paese al successivo, c'era … come dire? qualche soluzione di continuità, qualche brano di “Pastorale”, avrei corretto.
Concepita per viaggiatori in carrozza come Goethe, Montaigne, il presidente des Brosses, ma oggi intasata da tutti i coatti d'Italia. I coatti della vacanza intelligente, mentre la maggiore prova d'intelligenza la stavano dando proprio loro, nello scegliere la lucente scorrevolezza della A15: coda brevissima al pedaggio d'ingresso. Rarissimi i capannoni, nessun cartello pubblicitario e già si profilava all'orizzonte quel paese incantato, quel clima di antica cultura che l'autostrada, per l'appunto, permetteva di raggiungere con la prontezza, scioltezza, fluidità che è propria dei sogni, o delle fiabe.
“Sei silenziosa. Stanca?”
“Non particolarmente”
“Vuoi fermarti in un autogrill?”
“Come vuoi”
L'autogrill Povegliano ovest straripava di tutti gli emblemi della vacanza scema. Vi erano raccolti in forma di simulacri, false parvenze, imitazioni, riproduzioni, contraffazioni, abrégés, riassunti, mutilanti compendi, gli incalcolabili tesori che il vacanziere intelligente dovrebbe invece “scoprire” da sé, ne “la terra dei limoni in fiore dove le arance splendono tra le foglie scure”, magari indirizzato alla via delle sue scoperte dal mitico Vecchio Saggio del Paesello, depositario di segreti dimenticati, l'unico ormai a conoscere e riconoscere il sentierino che porta alla fontana, citata dal Boccaccio e nel frattempo prosciugatasi, ma di cui risorgeva, dopo ogni acquazzone, una tenue polla.
La polla del Boccaccio all'autogrill Povegliano ovest per buona sorte non si trovava, ma tutto il rimanente sì invece, e in forma identificabile a colpo sicuro: Romeo e Giulietta, il Colosseo, la Gondola-lampada, e poi il Duomo di Milano in similimitazione di finto marmo .. e poi pacchi e pacchi di panforte e torrone e nutella e secchi di pop corn e patatine e bastoncini di crusca All Brand.
Intorno a quel simpatico abrégé, starnazzava berciando una folla compatta di turisti in abiti succinti, da spiaggia, com'è d'uso tra gli stranieri appena varcati i confini italiani.
Lì, ossia nei vari reparti dell'autogrill Motta, era stato concentrato il meglio del meglio che lo stabilimento ITALIA potesse offrire ai visitatori, un po' alla rinfusa a dir il vero, talvolta di provenienza non garantita italiana al 100% , ma il Calore Umano, la Gioia di Vivere dei camerieri, delle cassiere, degli addetti ai cessi erano indiscutibilmente quelli che germinano, con bella spontaneità, nel “la terra dei limoni in fiore dove le arance splendono tra le foglie scure”.
E anche l'amore al canto, al bel canto del bel paese:
“Smettila!
È stupido litigare” stava sussurrando, con dolcezza ma sicura del fatto suo, una calda voce maschile, con una puntina di accento straniero, o regionale forse?
Non si riusciva a capire.
“D'accordo sì però...” ribatté, fragile, una vocetta bambinesca, una bambina di cui non era difficile immaginare il broncetto alla BB.
Fragile forse, ma con insindacabili pezze d'appoggio (testimonianza oculare):
“L'ho vista io
lei ti guardava come fossi suo
e invece c'ero anch'io”
Al che il maschio rantolava, con abnorme sensualità, pur rimanendo nel vago
“Oh no, non dire cosi..”
E lei a insistere (con dolcezza):
“E vero”
Lui, furbo, ben sapendo quanto la carne femminile sia debole
“Senti vieni qui”
Lei, confermando l'intuizione geniale del maschio
“Così non so tenerti il muso,
se mi stringi tu,
mi sciolgo nel tuo abbraccio
e i nervi non ho più”
Rebus sic stantibus, e cioè avendo attentamente esaminato tutti gli aspetti della questione, i due si congiungevano impetuosamente in un duetto che si sarebbe creduto finale, ma che finale non era, giacché alla strofa successiva, il paraculo, invece di glissarci sopra con eleganza, sottolineava il suo trionfo
“Ridi già
ecco mi hai già... perdonato”
E la stupidina ad ammettere:
“Sai bene
io per amore ti perdono tutto
ed è più bello poi...”
A questo punto, rantolo di lascivia molto simile a quello di prima, ma prolungato fino all'estrema punta della maschile voluttà, della maschile vanità
“Oh... dillo ancora dai...”
“Ti amo”
E lui, con losca sicurezza, ad intimare alla fessacchiotta:
“Non cambiare mai...”
“Usciamo! Non ne posso più!”
“Passo alla cassa e ti raggiungo”
Sul limitare dell'area di servizio, in un angolino ricoperto di erbacce, un bimbo vomitava l'animula sua, mentre la madre si guardava attorno smarrita in attesa che il cogenitore si facesse avanti.
Un bimbo che vomita è per me uno spettacolo straziante, e avrei voluto andare a sostenere la fronte al piccolo, solo che l'odore del vomito, non lo sopporto proprio. Probabilmente per le tante volte in cui, durante l'infanzia, era toccato a me far fermare la macchina al vecchio, offrendomi, fossi stata in grado di gustarlo, un fermo-immagine della fino allora fuggente campagna francese: bionde graminacee accarezzate dal vento, tronchi imbiancati a calce di una navata di platani, ronzare lontano di qualche trattore nella caligine dell'estate.
Mentre io vomitavo l’animula mia, la mamma cavava dal borsone gli asciugamani imbevuti di acqua di lavanda, e mi puliva la fronte sudata, il mento imbrattato da una colata composita: tartines de confiture mezze digerite, cacao “Banania”, formaggino “La vache qui rit” in stato di accentuato disfacimento.
Il vecchio, uscito dalla macchina, si allontanava per evitare il disgustoso spettacolo. Lui non sopportava la macchina se guidata da altri e non sopportava neppure di vedere la gente vomitare. Per rimettersi lo stomaco in ordine, accendeva una sigaretta, e il solo pensiero del tabacco, provocava in me una nuova eruzione di marmellata, spingendo la mamma ad un Disaster Management ancora più efficiente.
Di ritorno dai miei ricordi, di ritorno da un'estate francese della fine degli anni sessanta, eccomi risalire in macchina, meno pimpante, meno enciclopedica di prima.
Cominciavo a percepire, da segnali mandati dalle profondità del mio essere (regione ileopelvica), che qualche cosa di poco bello si stava tramando ai miei danni, ai danni di Samuel e della nostra vacanza intelligente.
Poteva trattarsi di un falso allarme, un’ autosuggestione, il giustificabile voltastomaco provocato dalla canzoncina di Wess e Dori Ghezzi, poteva anche passare senza nemmeno farsi riconoscere, come una nuvola che per un po' nasconde il sole e poi d'un tratto scompare. Poteva, poteva... intanto era meglio prendere un buscopan:
“Che fai?”
“Prendo un buscopan”
“Hai mal di pancia?”
“No. Ma meglio prevenire...”
A Samuel, i miei mal di pancia non piacevano.
Non sapeva come interpretarli. Prima di conoscerlo, non ne avevo mai sofferto. Era forse la mia psiche che manifestava il suo mal-contento? Il suo malcontento di vedermi apparigliata ad un uomo che non amavo, non amava veramente. Ma se amare veramente significava comportarsi in pubblico come i due idioti dell'autogrill, meglio essere amici fraterni e complici.
Erano davvero amici fraterni e complici? Con lei era così difficile sapere la verità, anche perché di verità ne aveva a disposizione una buona dozzina, una più vera dell'altra. A seconda dello stato d'animo. A seconda delle circostanze esterne.
“Forse vedere quel bimbo star male ti ha messa sottosopra”
“Certo”
“Un po' d'aria ti farà bene”
“Certo”
Ma di aria, in quell'ora fosca che precede e segue il mezzodì, pareva ne fosse rimasta ben poca sulla A15. L'orizzonte si faceva sempre più ambiguo, sfuggente. Poche macchine a darsi a vicenda la carica.
Tutte parcheggiate davanti agli autogrill o intrappolate fino a sera negli intelligenti percorsi alternativi.
E questo sogno di ogni automobilista: l'autostrada semivuota, nascondeva invece qualcosa di spaventoso, come se fossimo gli unici sopravvissuti ad un cataclisma universale, lui e me, e anche quel rottame di un camioncino targato Salerno che correva impazzito verso casa a rifornirsi di San Marzano. Per chi? Per chi correva lo sgangheratissimo camioncino? Chi glieli avrebbe comprati, i suoi pomodori? E perché, perché correva, avida di compagnia, la Colf, dietro allo sgangheratissimo camioncino campano? Quanto distava ora il sud, mezzo migliaio di chilometri? Un migliaio? E chi lo poteva sapere?
L'autostrada si allungava, anzi, si dilungava come un serpente malefico su quella Espressione Geografica una volta tanto amata, e i paesaggi attraversati si fondevano uno nell'altro come le immagini che precedono il sonno. Immagini, volti, paesaggi da incubo nell'aria fattasi lattiginosa, di un latte andato a male per il troppo caldo.
“Prima o poi però ci dovremo fermare da qualche parte. Il buscopan non fa effetto.”
“Ci fermiamo al prossimo autogrill?”
“Nooo!”
“E dove, se no?”
“Cerchiamo di sganciarci da qui alla prossima uscita”
A questo punto, un gran fracasso, il parabrezza urtato... da che cosa, santo Cielo!”
“Quello sciagurato sta perdendo una cassetta dopo l'altra! Guarda come le ha legate!”
Infatti l'imbracatura non era stata delle più accurate.
“Dai una klaksonata! Fra un po' il poveretto si ritrova a Salerno senza una sola cassetta da metterci la pummarola!”
Samuel pigiò per due volte il clacson, ma l'agricoltore campano, fraintendendo la buona intenzione, tirò fuori la sinistra dal finestrino e la agitò nel notissimo gesto: indice e mignolo in erezione, le rimanenti dita ritratte sotto il palmo come il carrello di un jet.
Scoppiai a ridere ma la pancia mia non ci stava a sobbalzare.
“Lo supero, così ce lo togliamo dai piedi. E magari ci fermiamo a Viareggio. Ce la fai a tenere duro fino a Viareggio?”
“Proviamoci”
Ma prima di giungere alla “Perla del Tirreno”, dovemmo attraversare chilometri e chilometri di pineta.
Ora, per chi viene dalle montagne tirolesi, Il pino è un albero tristissimo, come una donna secca secca suscita malinconia a chi ama la floridezza.
Di floridezza, tuttavia, se ne poteva trovare anche tra le poco amabili sterpaglie dell'arida e chilometrica pineta.
Sotto forma di “signorine” con minigonne e macrocosce, poste all'imbocco d’invisibili sentieri, in attesa che un camionista privo del conforto della famiglia, rispondesse al muto invito degli occhi loro. Allora, machete in mano, si sarebbero inoltrate nel fitto della boscaglia, e, raggiunto il giaciglio pagato a caro prezzo agli Amministratori dello Spazio Verde, avrebbero offerto il loro corpo sudatissimo alla voracità del maschio di passaggio.
“Poverette! Che vitaccia fanno!”
“Pare che la mucosa delle labbra sia molto affine a quella dell'intestino.”
“Perché dici così?”
“Niente, una riflessione”
Samuel sentiva già l'aria del mare, e lo disse:
“Sento già l'aria del mare.”
“Ah sì?
“Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi”
“E chi l'ha detto?”
“Montale”
“Non ti sapevo amante di poesia”
“Lo sono diventato da quando ti conosco”
Il Lungomare Carducci brulicava di strani villeggianti, e nell'aria, oltre allo stridere di gabbiani e bimbi si sentiva un tambureggiare lancinante, melopee, battimani ritmici, invocazioni disperate:
Hare Krishna
Hare Krishna
Krishna Krishna
Hare Hare
Hare Rana
Hare Rana
Hare Rana
Hare Hare!
Vestiti di bianco, tosato il cranio, alcuni integralmente, altri con superstite codina occipitale, ciuffo frontale, vello pubico spostato a nord, un centinaio di mattacchioni stavano, secondo i promotori dell'iniziativa,“offrendo un sostanziale contributo alla pace, all'amicizia e all'integrazione tra le genti”, e tutto ciò sotto il sole cocente del lungomare Carducci, tra i noleggiatori di skate boards e lo spasso dei presenti.
In che cosa consisteva questo sostanziale contributo non era dato sapere. Gli stessi figli di Krishna sembravano incerti sul perché della loro presenza a Viareggio, si salutavano ripetutamente secondo l'uso indiano, dopodiché guardano smarriti all'intorno, ma sempre dondolando, nell'attesa che qualcuno prendesse una iniziativa quale si fosse. Nel frattempo un palco fu montato, un baldacchino di colore rosso sangue innalzato sopra una specie di trono al centro della scena.
Un fremito percorse la folla, i tamburi raddoppiarono di fragore.
Stava per fare la sua comparsa il Maestro.
Il Maestro era un vero indiano d'aspetto denutrito, privo di barba, capelli e forse denti. Sembrava invalido o forse fiaccato dai digiuni, giacché due adepti lo portano a braccia, con tutta la sollecitudine del caso.
Giunti sotto al baldacchino, i due depositarono il vecchio sul trono, ma il microfono che gli avevano sistemato all'altezza della bocca non funzionava, oppure la voce del maestro era troppo spirituale per farsi sentire anche dalle ultime file di poltrone. Sta di fatto che, per colmare il vuoto dell'attesa, i convenuti dovettero riprendere a dondolare, mani alzate al cielo, tentando tutti i mezzi per raggiungere uno stato di trance.
“Non si passa”
Samuel, libero cittadino di uno stato democratico, era uno che doveva sempre chiedere il perché di ogni divieto.
“Perché?”
“Non vede che la zona è transennata?”
“E noi che c'entriamo?”
“È una manifestazione autorizzata dal comune. Se ha qualcosa in contrario, si rivolga allo sportello dei reclami”
A questo punto, Samuel m’informò che Viareggio, agli inizi del secolo, era una delle capitali dell'anarchismo italiano. Ora però, soggiunse, regna l'anarchia orientale o similorientale, e all' automobilista italiano non rimane che da chinare il capo.
“Ma come si fa a uscire da qui?”
“Prenda il viale Tobino” disse il vigile “e arriverà diritto all'Aurelia o all'autostrada”.
Allo snodo con l'Aurelia si stava coagulando un viluppo di macchine con in centro, stesa a terra, una forma bianca dalla quale spuntavano due sandali : la suola del sandalo sinistro macchiata da un ciunga color rosa. Una mano poggiava sopra l'asfalto in un gesto che appartiene alla pittura sacra del Seicento: mano rovesciata, estaticamente abbandonata ad accogliere i raggi mistici delle stigmate.
Grazie a Dio, nessuna traccia di sangue.
La Stradale era sul luogo dell'incidente e la luce del lampeggiante dava agli accorsi l'impressione confortevole che, intervenuta l'Autorità, l'ingorgo si sarebbe sciolto, il morto avrebbe ripreso a camminare, magari pestando, per amore di simmetria e di pari opportunità, una ciunga azzurra.
Insomma che tutto sarebbe rientrato nell'Ordine.
Ma i poliziotti non ce la facevano proprio a sciogliere la poltiglia.
Cos'è successo? Chi era il colpevole? Chi la vittima?
Già si contrapponevano diverse versioni dell'accaduto. L'uomo dei sandali non era stato investito, era crollato d'improvviso in mezzo alla strada, come la pera dal pero. Un probabile colpo di calore. Morto sul colpo però, giacché subito ricoperto da un telo. Un uomo solo?
Pareva di sì.
Ma quale colpo di calore? proruppe un anziano signore con il giornale di Feltri sotto l'ascella e la faccia di Feltri sopra il collo grinzoso,
Non vedete la motoretta?
Infatti una lambretta giaceva, tutta sfracicata, sul marciapiede, dove una anima buona, contravvenendo ai regolamenti in materia, l'aveva trasportata e pietosamente ricomposta.
Di chi era la motoretta, del colpevole o della vittima? E il colpevole, dove era andato a finire?
In ospedale? In guardina? Impiccato a un fico?
A questo punto si sentì l’ululare di un' ambulanza incagliata nel traffico dell'Aurelia.
“Circolare! Circolare!” urlavano quelli della stradale, con veemenza di palette.
Ma era come intimare al sangue di un faraone di riprendere a scorrere sotto le striscioline di lino. Il traffico era bloccato, l'uomo dei sandali morto e la motoretta, trasformata in opera d'arte moderna, giaceva sul marciapiede in attesa di un acquirente newyorkese.
Sotto il motore, unico segno di vita, si stava allargando una pozza: di sangue? d'olio? di benzina?
“Allontaniamoci da qui”
“Circolare! Circolare!”
Un cunicolo si aprì nella massa di lamiere e carni, dirottando l'attenzione generale dal morto a quel prepotente che voleva farsi strada a tutti i costi e che i poliziotti incoraggiavano pure!
Alcuni automobilisti approfittarono della faccia tosta del tipo per strapparsi alle sabbie mobili della curiosità popolare.
“Andate piuttosto a godervi i rappers sul Lungomare!” suggerii gentilmente a chi ci fissava con fiumi di odio traboccanti da pupille dilatate.
“Stai zitta, ti prego! Niente provocazioni”
Ed ecco la Golf inserirsi, grazie a un intervento ad ali spalancate di un Angelo della Strada, nel magma diretto a sud, mentre dal magma diretto a nord si faceva sempre più stridente l'ululare dell'ambulanza.
Arrivati alla sua altezza, mi sporsi dal finestrino per informare gli Uomini in Bianco che il poveretto era morto.
Ma gli autisti dell'ambulanza alla sirena non potevano certo rinunciare. Anche se del tutto inutile la sirena li innalzava al di sopra della comune umanità. E sebbene attorno alla clamorosa autolettiga la comune umanità cominciasse a dare segni di esasperazione e le mamme coprissero con gesti teatrali le orecchie ai loro piccini, la sirena era imprescindibile, come lo era il lampeggiante.
“Chi sarà quel poveretto? E come sarà morto?”
“Non farti domande alle quali non c'è risposta. Piuttosto, giacché il mare non ci è andato bene, tentiamo il lago”
E Samuele, staccandosi con decisione dalla colonna infernale, avviò la macchina lungo una stradetta in fondo alla quale riluceva, tra fittissime canne, una scheggia di acque lacustri.
La broda dei maccheroni ovverosia il Lago di Massaciuccoli.
Il lago di Massaciuccoli costituiva già per i Romani, assieme alle zone acquitrinose da cui allora nulla lo distingueva, un grave ostacolo al traffico e alla viabilità.
Per gli uccelli in rotta verso i paesi caldi, era invece una tappa d'obbligo, e ad alcune specie il posto piacque tanto da convertirli da migranti in residenti.
Errore gravissimo, e che costò la vita a migliaia di individui e a qualche decina di specie, giacché si aggiravano tra canali, fossati e lago vero e proprio, uomini armati e stivaluti, armati cioè delle peggiori intenzioni e con stivali che permettevano loro di spostarsi di ben sette leghe in un sol passo.
Tra questi l'autore di “O mio babbino caro”. Un bell' uomo, consapevole di esserlo, cacciatore se mai ce ne fu, di donne o beccaccine, a seconda della stagione e dell'umore. Sempre con la sigaretta in bocca. Sopra la bocca un bel paio di baffi da latin lover. Un bell' italiano. Un bell' italiano d'altri tempi. Con tanti capelli e tante melodie in testa. E anche una vena di simpatico anticonformismo.
“Proviamo a chiedere una stanza all' “Hotel Madame Butterfly”. Ti stendi un po' finché non ti passa la colica”
Appena sdraiato sul letto, Samuel si addormentò.
Non ero abituata a vederlo in quello stato e la cosa mi fece un effetto sgradevole. Povero Samuel, è proprio distrutto. Chi non lo sarebbe al posto suo? E per provare più pena ancora, rividi i preparativi della partenza, l'atmosfera di euforia che l'aveva preceduta, i buoni proponimenti, le immagini che l'idea del viaggio associate ad altre cinematografiche avevano suscitate in noi. La Bergman a Stromboli, Monica Vitti in quell'isola stregata in cerca dell'amica misteriosamente scomparsa, i suoi biondi capelli scarruffati dal vento, il naso e gli occhi da vaso greco, e intorno alle rocce in bianco e nero, le onde che s'infrangevano selvagge come selvaggio era scoppiato l'amore di lei per Ferzetti.
Quante idiozie siamo stati costretti a sciropparci! (Il male di pancia mi rende sempre di una lucidità esasperata). E vorremmo pure fare la vacanza intelligente: non cadere in tutte le trappole, evitare i sentieri battuti, i luoghi risaputi, i paesaggi triti e ritriti. Tristi e ritristi. No, intelligente o scema, la vacanza pare essere stata inventata apposta per perfezionare l'orrore della vita.
Proprio come il cinema di Antonioni.
Il dolore non passava. Provai a stendermi bocconi. Non passava. Sul fianco destro. Non passava. Sul fianco sinistro. Nessun risultato apprezzabile. E il letto mio distava non meno di 400 km dal letto tutto bozze del “Madame Butterfly”.
Mi pareva che, fossi stata nel mio letto avrei sofferto di meno. E poi la vicinanza di un corpo addormentato non può che deviare parte dell'energia nervosa necessaria a combattere il male. Era meglio del resto che Samuele fosse addormentato piuttosto che partecipe, fittiziamente partecipe, per forza, fittiziamente solidale.
Come si fa a compalpitare con uno che soffre come un cane ma non è un cane? Bisognerebbe essere dotato di un'immaginazione, di una capacità di identificazione sovrannaturali, e l'immaginazione, la folle du logis, non era proprio il suo forte, a Samuele.
Eppoi, sotto sotto, interpretava queste coliche come una manifestazione di ostilità nei suoi confronti.
Non mia, ma della mia pancia, dei miei visceri.
Non mi aveva forse detto un giorno, in un lampo chiarovvegenza: la tua pancia è più sincera di te?
“Forse sarebbe il caso di andare all'ospedale?”
Appuntellato sul braccio, Samuel mi stava guardando, tra scocciato e preoccupato.
“Mi sembra un po' lungo, per una colica”
“Sembra anche a me”
“Andiamo al pronto soccorso dell'ospedale di Pisa”
“E come ci arriviamo all'ospedale di Pisa? Chiamiamo un'ambulanza?”
“Ti ci porto subito. Ormai le strade saranno sgombre”
Erano le undici di sera e Samuel non aveva mangiato niente dopo la pizzetta divorata all'auto-grill Motta.
“Non hai fame?”
“Non ci penso proprio”
Sapevo che non era vero, ma gliene fui grata.
Povero Samuel! Povera me! Poveri noi, umani! Costretti a raccontarci favole, costretti a vivere di favole, tra cui oggi al primo posto, la favola della vacanza intelligente.
L'ospedale di Pisa era un immenso edificio di cui tutti i piani mi parvero illuminati, di una luminosità fosforescente.
Una madrepora nella notte.
All'ingresso, una guardiola, e all'interno della guardiola, un Uomo in Bianco intento a risolvere un rebus della Settimana Enigmistica.
Samuel spiegò al tipo di che cosa si trattava, mentre mi tenevo la pancia a due mani.
“La signora è incinta?”
“No! Non credo proprio. E solo una colica, che però non passa, e da ore”
Il medico di guardia, chiamato, mi chiese se stessi per partorire.
“No! Non credo proprio. E solo una colica, che però non passa, e da ore”
“Ha assunto qualche medicinale? Ha mangiato qualche cosa che le ha fatto male?”
“Non ho mangiato niente da questa mattina, però un bel po' di buscopan l'ho mandato giù.”
Il medico di guardia, che forse era un dermatologo, fece chiamare da un collega, un Uomo in Bianco.
Senza il camice bianco, pensai e questo pensiero mi distrasse dal dolore, senza la toga o la divisa o la ventiquattrore, senza le suggestioni dell'esteriorità, l'uomo sarebbe simile a uno di quei vermi ciechi che vivono nel fondo eternamente oscuro delle caverne.
Solo il camice bianco gli dava consistenza.
“Si sdrai per favore, faccia un bel respiro e tiri in dentro la pancia. Basta! Trattenga il respiro"
Le mani del sopravvenuto erano asciutte e fresche e, per un attimo, mi parve che il dolore stesse scomparendo. Metodicamente le mani percorsero i vari settori della mia pancia, soffermandosi con intenzioni indecifrabili su certi punti, sorvolando altri, e la faccia del medico, professionalmente, volutamente inespressiva, rifletteva invece, al mio sguardo ansioso, un suo monologo interiore: sì... no... forse... mah... chi lo sa?... boh!...
“Soffre spesso di coliche?”
“Sì, abbastanza spesso.”
“L'appendice è infiammata”
“E un'infiammazione acuta?”
“Non direi, però sarebbe bene toglierla, giacché è venuta fin qui”
Non mi vuole lasciare andare a mani vuote, pensai, giacché che sono venuta fin qui, facciamole questo favore, alla signora. Squarciamole il budellame. Così si leva il pensiero.
Ma il medico aveva messo le mani in tasca e il dolore la faceva di nuovo da padrone.
“Ora le faccio fare un bella puntura, e torno subito”
Lo stregone si allontanò sui bianchi zoccoli ad affilare le coltella mentre un suo assisente mi faceva la bella puntura.
E bella era per davvero: dopo pochi minuti, il lupo che da ore si divertiva a sbranarmi il colon s'addormentò d'un botto, sazio, e la sua spaventevole figura scomparve nella luce spettrale del corridoio dove la barella era stata parcheggiata.
“Ah!... piacere figlio d’affanno!”
“Vale a dire?”
“Questo è forse il momento più bello della mia vita”
E mi alzai dalla barella, ricomponendomi.
“Non hai idea della felicità che si prova quando il dolore cessa, così, d'un colpo. Prima c'era, e adesso non c'è più. Verrebbe da ringraziare qualcuno. Ma chi? Dio? Krishna? la morfina? La meravigliosa città di Pisa e il suo bianco campanile?”
“Ora però dobbiamo aspettare il chirurgo”
“Non ci pensò nemmeno”
“ Ma che cosa dici? Dove stai andando? Non si fa così! Abbiamo lasciato nome, cognome e indirizzo al pronto soccorso”
La notte all' “Hotel Madame Butterfly” fu forse la notte più bella nella mia vita .
Peccato fossi addormentata.
L'indomani mattina però, la bella puntura faceva ancora il suo bel effetto e fu da amici fraterni e complici che prendemmo, sollevati, la via di casa. Questa perlomeno la versione dell'accaduto che raccontai a me stesso. Samuel a quel tempo - o così a me pareva - non aveva una versione propria da contrappormi e si allineò alla mia.
Anni dopo, quando mi capitava di ricordare la vacanza intelligente, un senso di pena e anche di vergogna mi sommergeva. Che fossi io a non saper stare a questo mondo, come Samuel mi aveva detto, accomiatandosi da me e dalla nostra storia in quella triste giornata di settembre?
Però da quella triste giornata di settembre, le coliche sono scomparse. Non vado più al cinema e, per ammazzare il tempo della vita, (non pensavo che fosse così lunga) giro per i boschi in perfetta solitudine.