Cristina Kiran Piotti
La scrittrice Kiran Desai; "Volevo scrivere della solitudine, nel mondo globalizzato"
Domani, 6 giugno 2026
Se scrivere un romanzo è un atto di devozione, Kiran Desai ha trasformato la scrittura in una forma di resistenza. Con La solitudine di Sonia e Sunny (Adelphi, 2026), l’autrice indiana torna al romanzo dopo quasi vent’anni di silenzio narrativo, consegnandoci un’opera monumentale: «Molti si chiedevano se stessi davvero lavorando, tutti quei giorni, tutti quegli anni. La risposta è sì. Sette giorni su sette. Ma la scrittura era diventata… la mia vita. E la mia vita non esisteva separatamente dal mio lavoro», racconta con voce pacata, elegante, muovendo appena le mani.
Il libro dialoga con Eredi della sconfitta (Adelphi, 2007), che le valse il Booker Prize: resta intatta la precisione chirurgica con cui Desai intreccia differenze culturali, legami familiari e stratificazioni sociali, in una modernità postcoloniale percorsa da ferite ancora aperte. Ma qualcosa cambia: La solitudine di Sonia e Sunny ha una leggerezza ironica, attraversata da slanci di ottimistica ostinazione. Soprattutto è pervaso da una parola che si dilata fino diventare trama: solitudine.
«Avevo l’idea di scrivere della solitudine nel mondo globalizzato», riflette Desai. «Volevo osservarla attraverso la lente di una storia d’amore, ma in realtà parlare di tutte le forme che può assumere, attraverso la storia, attraverso geografie diverse. È un tema politico, in senso ampio. Ma è così presente nella mia vita che mi interessava scriverne sia in termini emotivi sia intellettuali».
Bambina a Delhi, ultima di quattro figli, mai avrebbe immaginato una frattura tanto drastica: «Ci siamo trasferiti. La famiglia si è spezzata. Mia madre (la grande scrittrice Anita Desai, ndr) mi portò a vivere sulle montagne nell’est del paese, le cui tensioni politiche sono tema del mio libro precedente. Fu la mia prima vera esperienza “romanzesca” di un luogo attraversato da storie e rivendicazioni diverse. Lì capii che il paese era l’India, sì, ma noi non eravamo benvenuti».
Al ritorno a Delhi, segue l’Inghilterra: «Uno shock: non avevo mai lasciato l’India. Comprendere la storia britannica in India e quanto continuasse a influenzare le nostre vite fu sconvolgente. Il razzismo mi scioccò. Dev’essere stato difficile per mia madre, sola e costretta a lavorare per la prima volta. Credo che il governo britannico abbia pagato il mio primo cappotto invernale. Era tutto spaventoso, per me, che provenivo da una famiglia benestante».
Infine gli Stati Uniti: «Anche lì, solo noi due. Io dovevo imparare ad andare al liceo, lei a guidare, a insegnare. Da allora la mia vita è stata per lo più solitaria, finché ho capito che ero pronta a scrivere di questo tema. Che ero finalmente abbastanza coraggiosa da affrontarlo».
Parlare al presente
Come Desai, la sua protagonista Sonia Shah studia in Vermont. Figlia unica di una ricca famiglia di Delhi, aspirante scrittrice brillante e vulnerabile, sprofonda nell’alienazione di un inverno nordamericano che la rende facile preda di Ilan de Toorjen Foss, artista anziano, manipolatore, narcisista. La relazione la svuota e il ritorno in India apre un altro movimento del romanzo: l’incontro con Sunny Bhatia, giovane giornalista dell’Associated Press rientrato da New York per aiutare un amico a trovare una moglie indiana. Prima ancora di incontrarsi, Sonia e Sunny erano stati sfiorati dall’ipotesi di un matrimonio maldestramente combinato dai nonni: si cercano, si sfiorano, si perdono.
Pur ambientata tra gli anni Novanta e i primi Duemila (con l’ombra dell’11 settembre negli Usa e la ferita mai rimarginata della distruzione della moschea di Babri Masjid in India) la storia parla al presente: l’America trumpiana, l’Europa e l’India dei nazionalismi identitari, le società attraversate dalla paura dell’altro. «Hannah Arendt suggeriva che una delle ragioni dell’ascesa del nazionalismo siano proprio i sentimenti di solitudine. Le persone sentono di non appartenere davvero a un luogo, nemmeno al proprio paese. Per me è normale: l’India è così diversa che è normale sentirsi estranei in molte parti del paese, tra lingue, religioni, tradizioni diverse».
Ma c’è chi cerca una sola storia, una sola lingua. «Questo significa lasciare fuori moltissime persone da quella narrazione. Volevo scrivere di queste divisioni. E del divario di potere: il fatto che gli Stati Uniti possano bombardare chiunque, in qualsiasi momento, è sconvolgente se vieni da un’altra parte del mondo. Genera malinconia, ansia, insicurezza. Solitudine».
L’altro lato della medaglia sono immigrazione, sradicamento, minoranze. «Il libro attraversa diverse generazioni. Mia madre è metà tedesca e metà bengalese. Quando ho iniziato a scrivere, sono tornata ai miei nonni», ricorda. «Da entrambe le parti della famiglia ci sono stati viaggi immensi, che li hanno strappati da antichissimi modi di appartenere a un luogo. Cosa insolita per una famiglia indiana, non siamo mai tornati a una vera “casa ancestrale, nel Gujarat. A volte non te ne rendi conto, ma erediti questioni profonde. Non comprendi davvero i silenzi dei tuoi genitori, o le loro depressioni, finché non cresci e capisci che erediti anche quelle».
Anche quando compare un amuleto di famiglia e il racconto si vena di realismo magico, il romanzo resta ancorato alla realtà. «Ho l’impressione che il “realismo magico” venga applicato soprattutto alle opere provenienti da paesi non occidentali. Ma non vedo differenze: leggo un romanzo islandese e trovo eventi magici anche lì. In Occidente esistono moltissimi racconti di fantasmi».
Luoghi e sensazioni
La scrittura di Desai è concreta, materica: spazi, tessuti, odori, cibi. Le vicende dei suoi innumerevoli personaggi (nonni, zie, madri, padri, giovani serve, compagni di studio magnificamente cesellati) ne fanno un organismo vivente: ogni storia contiene genealogie, riti, memorie.
Lo scrive Sonia, tentando di comporre la storia del kebab indiano: «Quali che fossero le sue origini – massaggiato, marinato, oliato, viziato, coccolato, sontuoso, romantico, un aristocratico tutto profumato – era diventato una creatura diversa da quello turco, persiano e afghano (…) C’erano tanti di quei kebab che non riusciva a farli stare tutti nell'articolo. Se cercava di illustrare la cultura che li aveva prodotti, il materiale cresceva a dismisura. Ecco l'India, pensò. Si può anche provare a scrivere una storia minima, ma non si può mai contenerne il senso, e impedire che si espanda in qualcosa di smisurato».
È la concretezza dei luoghi a guidare la scrittura, siano essi New York, il Messico, Goa o Venezia: «L’Italia è stata molto generosa con me. Ho trascorso del tempo in Laguna: il capitolo veneziano è nato lì. Ovunque tu metta uno scrittore, quel luogo entrerà nella sua opera. Volevo scrivere di una giovane coppia indiana moderna che si incontra in Europa per una vacanza: qualcosa che, storicamente, è possibile solo nella nostra generazione. Venezia era il luogo perfetto per intrecciare tanti fili. È uno spazio misterioso, malinconico, profondamente artistico». Camminando per le calli, Desai osserva i venditori bengalesi di giocattoli, maschere e borse, presenze scomode che entrano nelle pagine. «Nascono conversazioni diverse, magari con un cameriere del Bangladesh o del Pakistan. E in quelle conversazioni ci sono tante ansie implicite».
Il romanzo da monumentale si rivela essenziale: un atlante delle alienazioni contemporanee, nato dalla pratica: «Io sono sempre sola. Sono una vera intenditrice della solitudine. Ed è per questo che riesco a scriverne in così tanti modi diversi».
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