martedì 6 ottobre 2026

Jane Austen rediviva


Valentina Ariete
Com'è punk Jane Austen

La Stampa, 6 ottobre 2026

Altro che galateo e savoir-faire: Jane Austen è un’autrice punk. Ed è tornata più graffiante che mai. È vero, le sue protagoniste spesso si struggono per un uomo, ma non sono figure bidimensionali: sono testarde, imperfette, sempre ironiche. La storia d’amore è una scusa per parlare di altro. Non mancano di puntare il dito contro l’ipocrisia della società, combattendo sempre per rimanere coerenti con se stesse e il proprio spirito, anche quando va contro ciò che ci si aspetta da loro. Insomma: sono figure eterne. A 250 anni dalla nascita della scrittrice, cinema e tv sembrano averla riscoperta con uno slancio rinnovato. Sarà che titoli come Bridgerton raccontano l’epoca Regency solo attraverso gossip e pizzi, facendoci arrivare a saturazione, ma finalmente si torna alla sostanza.

Su Sky e NOW è in onda infatti The Other Bennett Sister - Orgoglio e riscatto, period drama in 10 episodi che racconta la sorella meno conosciuta di Orgoglio e pregiudizio: Mary Bennet, quella di mezzo. A interpretarla è Ella Bruccoleri. Alla base c’è il romanzo di Janice Hadlow: L’altra sorella Bennet. Proprio Orgoglio e pregiudizio avrà poi un nuovo adattamento: in streaming su Netflix dal 3 dicembre la serie con protagonisti Emma Corrin (già Lady D in The Crown) nel ruolo di Elizabeth Bennet e Jack Lowden (protagonista di Slow Horses insieme a Gary Oldman, tra i favoriti per interpretare il nuovo James Bond) in quello di Mister Darcy. Nel cast anche il premio Oscar Olivia Colman.

E soprattutto dal 22 ottobre è in sala Ragione e sentimento, nuovo adattamento cinematografico diretto da Georgia Oakley. Questo film arriva 30 anni dopo quello amatissimo del 1995, di Ang Lee, con le fuoriclasse Emma Thompson e Kate Winslet nei panni delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood (con Alan Rickman e Hugh Grant nei ruoli maschili). A raccogliere il testimone sono oggi due astri nascenti, inglesi anche loro: Daisy Edgar-Jones ed Esmé Creed-Miles (figlia di Samantha Morton, Circe nell’Odissea di Nolan, cui somiglia moltissimo). Il rapporto tra le sorelle in questa versione è fondamentale: le scene in cui si confidano sono ancora più importanti di quelle d’amore. «È incredibile che Jane Austen abbia scritto questa storia 200 anni fa e sia ancora così attuale - dice Edgar-Jones - . Certo oggi i cellulari hanno cambiato tutto: le lettere scritte a mano e i balli fanno ormai parte di un’altra epoca, ma le sensazioni che dà lo struggimento per un’altra persona sono quelle. Un cuore spezzato è sempre lo stesso, da secoli. Anzi, ora soffriamo anche di più, perché tutto attorno a noi è immediato, mentre l’amore non funziona così».

Come nel romanzo, Marianne è la Dashwood più esuberante, che dice esplicitamente come avere delle passioni sia la cosa più importane nella vita. È così? Per Creed-Miles «alcune persone vivono in modo più appassionato di altre, ma credo che chiunque sia capace di avere una vita interiore ricca, piena di dolore, emozioni e desideri. Non importa quindi quale sia l’attività con cui la esprimi: l’importante è non soffocarla». D’accordo la collega: «Sicuramente io ce l’ho per la recitazione. Così riesco a unire le due cose: metto la passione nei miei personaggi. E ne scopro di nuove: mi faccio ispirare dal punto di vista di chi interpreto».

Nei romanzi di Jane Austen si parla spesso del rapporto tra donne e denaro. Le sorelle Dashwood cadono in disgrazia perché alla sua morte il padre lascia le figlie e la moglie praticamente senza eredità. Devono quindi sposare un buon partito. Ma Elinor non è convinta che ricchezza faccia rima con felicità. A sentire discorsi del genere però in molti oggi alzerebbero un sopracciglio. Siamo diventati più cinici o siamo semplicemente realisti? Per Edgar-Jones: «La sua famiglia ha perso la propria fortuna ed è una cosa devastante. E all’epoca il matrimonio aveva un peso molto più grande: per le donne era una forma di sopravvivenza, un marito rappresentava qualcuno in grado di mantenerle. Ma allo stesso tempo la madre, Mrs. Dashwood, è un po’ una figura bohémienne: le ha cresciute come delle artiste, Elinor disegna e Marianne suona il piano, e desidera che le sue figlie si sposino per amore. In un certo senso il film celebra questo tipo di ricchezza: quello che viene dall’amore della tua famiglia, dal legame tra sorelle».

E l’amore a prima vista, come tra Elinor ed Edward Ferrars (George MacKay)? L’attrice: «È successo anche a me. A volte ho una specie di premonizione da strega: guardo una persona e capisco che finirò per conoscerla molto bene, che mi cambierà in qualche modo la vita. Non è amore a prima vista questo? Penso di sì».

Niente patrimoniale generica

Leonardo Di Paco
Tito Boeri: "Una patrimoniale generica spaventa. Bisogna tassare le grandi eredità"
La Stampa, 6 ottobre 2026

«Una patrimoniale generica spaventa e porta voti ai populisti. Bisogna favorire la mobilità sociale e alleggerire le tasse sul lavoro per redistribuire. Anche una tassa sulle grandi eredità, sopra i 20 milioni di euro, servirebbe a ridurre disuguaglianze nelle opportunità anche se avrebbe gettito limitato». Il dibattito lanciato sulle pagine de La Stampa da Gianrico Carofiglio sulla concentrazione della ricchezza, l’impoverimento del ceto medio e sulla possibilità di introdurre una tassazione progressiva sui grandi patrimoni arriva fino al Festival Internazionale dell’Economia di Torino. Tito Boeri, economista, docente alla Bocconi e direttore scientifico della rassegna, propone un’altra strada: più mobilità sociale, meno tasse sul lavoro e un intervento sulle grandi eredità.

Carofiglio sostiene che la concentrazione della ricchezza e l’impoverimento del ceto medio siano diventati un problema non solo economico, ma democratico. È d’accordo?
«Sì, le diseguaglianze eccessive compromettono la coesione sociale e possono alimentare le forze politiche estreme e populiste, che spesso negano il ruolo dei corpi intermedi e delle istituzioni. Questo è dimostrato da molti studi rigorosi, che documentano come la domanda di posizioni radicali e il sostegno a partiti populisti siano legati anche alle disuguaglianze».

Sempre Carofiglio propone una tassazione progressiva sui patrimoni sopra i 10 milioni: è un’idea economicamente sensata?
«È necessaria una premessa: negli ultimi 30 anni la ricchezza degli italiani si è ridotta perché il Paese ha smesso di crescere. Al tempo stesso sono aumentate le disuguaglianze. In questo contesto è sbagliato attribuire alla ricchezza un connotato moralmente negativo. Il desiderio di diventare ricchi è legittimo, se questo avviene legalmente e mettendo a frutto i propri talenti».

Quindi il problema non è la ricchezza in sé.
«Il problema è quando le diseguaglianze diventano così marcate da creare sacche nella società che non comunicano più tra loro. La prima cosa è guardare alla mobilità sociale: anche chi nasce da una famiglia modesta deve poter risalire la scala dei redditi».

Da dove si può cominciare?
«Innanzitutto, dagli asili nido. Servono per mettere in contatto bambini di estrazioni sociali diverse e alle donne per lavorare. Offrono opportunità ai bimbi che provengono da famiglie a basso reddito. Poi servono molte più borse di studio, e poi bisogna ridurre gli abbandoni scolastici. Anche oggi, l’istruzione resta il principale strumento di mobilità sociale».

Sul fisco si tassa troppo il lavoro e troppo poco il capitale?

«Sì, perché il nostro sistema fiscale interviene principalmente sul lavoro, soprattutto quello dipendente, e molto meno su altre fonti di reddito. Le famiglie con redditi bassi vivono di lavoro, mentre quelle con redditi elevati dispongono di in misura maggiore di redditi da capitale: bisogna rendere questo sistema più equo».

Dov’è il cortocircuito?

«È stata creata una giungla di aliquote. E questo governo ha peggiorato la situazione introducendo discrepanze che producono anche disincentivi alla partecipazione al mercato del lavoro. Bisogna razionalizzare il sistema e spostare parte della tassazione dal lavoro al capitale».

I capitali però possono andarsene.

«Ed è un problema. Per questo bisogna intervenire col cesello, riducendo la possibilità di spostare il reddito dalle società alle persone ad aliquote molto più basse di quelle dell’Irpef. E poi concentrarsi su ciò che non si può spostare».

Ad esempio?

«Le eredità. L’Italia di fatto ha rinunciato a tassare le grandi successioni. Parliamo di patrimoni molto consistenti, dai 20 milioni in su. Una maggiore tassazione delle grandi eredità produrrebbe poco gettito. Ma non è questo il punto. L’obiettivo dovrebbe essere ridurre le diseguaglianze».

Quindi tasserebbe di più le grandi eredità?

«Sì. Non è giusto che alcune persone partano con fortune enormi senza aver contribuito a crearle. Si potrebbe intervenire sulle eredità più grandi con aliquote simili a quelle esistenti in Francia o in altri Paesi europei».

Meglio di una patrimoniale?

«Parlare genericamente di patrimoniale ha soprattutto l’effetto di terrorizzare tutti e portare voti proprio ai populisti».

Altri interventi possibili?

«Anche le piccole imposte possono essere rese più eque. Penso all’imposta di bollo sui depositi bancari: oggi è sostanzialmente piatta, indipendente da quanti soldi si ha in banca. Anche lì si potrebbe introdurre maggior proporzionalità».

Il governo rivendica dati record sull’occupazione. È una buona notizia?

«L’occupazione è cresciuta, ma l’altra faccia della medaglia sono i salari. Quando il costo del lavoro si riduce molto, alle imprese assumere conviene. Ma ciò che conta per il benessere delle famiglie sono i redditi che si portano a casa. E i redditi da lavoro hanno perso quasi il 10% del potere d’acquisto E se la crisi energetica dovesse aggravarsi, non sono stati pensati strumenti sufficienti a tutelare le famiglie».

Cosa manca?

«Continuiamo ad avere drenaggio fiscale, non abbiamo migliorato abbastanza la contrattazione e non abbiamo introdotto un salario minimo indicizzato all’inflazione. Anche questi sono strumenti presenti in diversi Paesi europei».

Il taglio del cuneo fiscale non basta?

«Il problema è che il drenaggio fiscale ha fatto aumentare le entrate Irpef, che per il 93% provengono da lavoratori dipendenti e pensionati. Poi una parte di quelle risorse viene restituita attraverso il taglio delle tasse. Ma così facendo si finisce per dare con una mano ciò che prima si è tolto con l’altra»

Quando eravamo comunisti

 


D’Alema, l’orgoglio, la passione e qualche autocritica nel racconto di quando “eravamo comunisti”

Un abile giocatore di poker o un lungimirante leader politico. Un tessitore di tranelli o un raffinato stratega. Che cosa si nasconda dietro i baffi di Massimo D’Alema è argomento che ha sempre diviso, creando alla fine due opposte idee del personaggio. Il carattere, spigoloso e poco empatico, ha certo contribuito a creare attorno a sé un clima di sospetti. A lui il ritratto negativo ovviamente non piace e ha sempre pensato che fosse ingiusto essere raccontato come l’uomo degli intrighi. Si è sempre considerato un comunista italiano a tutto tondo e se deve proprio scegliere un modello di leader credo che non avrebbe dubbi a indicare Palmiro Togliatti.

Il comunista Massimo D’Alema ora emerge con una forte carica di passione politica, con qualche autocritica e con alcuni accenti sentimentali dal libro “Eravamo comunisti” (Edizioni Feltrinelli) che martedì 6 ottobre arriverà nelle librerie. Niente nostalgia, spiega l’autore in una nota. Niente retorica, aggiunge. Eppure, scorrendo quelle pagine si avverte il peso di una mancanza: non certo di un mondo che non c’è più, ma di un modo di fare politica, di costruire leadership e di cercare idee sul mondo, di sentirsi parte di una comunità di donne e di uomini che coltivavano una speranza, un sogno, un’utopia. Nel deserto di passioni in cui abitiamo, con la politica troppo spesso ridotta a gioco delle parti, lontana dalla vita vera, arida nella sua social-solitudine, quella “mancanza” si sente e produce qualcosa che, nonostante tutto, ha a che fare con la nostalgia. Cioè con quel sentimento che, come ricorda Zygmunt Bauman citando la storica Svetlana Boym, è anche “una storia d’amore con la propria fantasia”. Quindi, con il futuro.

Ho lavorato per un anno con D’Alema nella ricostruzione di questa storia dei comunisti italiani

Ho lavorato per più di un anno insieme a Massimo D’Alema su questo libro. Quando, in un giorno di marzo del 2022, mi chiamò per propormi di dargli una mano, confesso di essere rimasto un po’ sorpreso. Ci conosciamo ormai da quasi quarant’anni, abbiamo lavorato insieme all’Unità quando lui era direttore e io capo del servizio politico, abbiamo fatto qualche intervista per il giornale e qualche altra nelle feste di partito. Tuttavia, non abbiamo mai avuto una consuetudine. “Ci unisce la passione politica – mi ha spiegato in uno dei primi incontri – e per questo ho pensato che potessimo lavorare bene insieme”. Così è stato.

D’altra parte, devo confessare anche che dopo quella telefonata non ho avuto il minimo dubbio sulla risposta che gli avrei dato. Ripercorrere la storia del Pci, il mondo dei comunisti italiani, immergermi in una vicenda che sento ancora come parte importante della mia formazione, era un impegno non facile ma affascinante. Scavare dentro i passaggi più delicati e controversi alla ricerca di un angolo di visuale che illuminasse le scene poteva essere utile a raccontare quella storia con il distacco del tempo.

Per più di un anno ci siamo incontrati una volta a settimana nella sede della Fondazione Italianieuropei e abbiamo viaggiato in quell’universo di passioni brucianti, di impegno totalizzante, di antichi riti e di vetuste rigidità che ha segnato la storia del Pci. Il racconto di D’Alema – che come tutte le testimonianze personali andava preso con cautela nella ricostruzione della storia – è stato sottoposto al vaglio della ricerca. Negli archivi del Pci, consultando i verbali delle riunioni degli organismi dirigenti, in quelli dei giornali a cominciare dall’Unità e da Rinascita, e poi Repubblica, il Corriere, il Manifesto per rileggere gli articoli o le interviste, nei vari libri che sono stati pubblicati sul Pci ma anche sui contesti che hanno caratterizzato l’Italia dalla guerra di liberazione fino alla svolta di Occhetto e su quelli che hanno riportato testimonianze e racconti. In questo lavoro di verifica e di ricerca delle fonti è stato preziosissimo il contributo di Maria Luisa Righi, di Gregorio Sorgonà e della Fondazione Gramsci.

Il libro che D’Alema consegna ai lettori ha fin nel titolo una rivendicazione direi orgogliosa dell’essere stati comunisti. Sì, eravamo comunisti e non siamo pentiti, sembra dire quel titolo su una copertina che unisce il disastro di una bufera di vento che manda all’aria tutto e lo sguardo di una donna che sa di futuro. Quindi, eravamo comunisti e lo eravamo a modo nostro, lontano dagli schematismi sovietici, e abbiamo cercato di difendere fin quando è stato possibile questa diversità che ha fatto del Pci un unicum nel panorama dei partiti comunisti del mondo.

Il percorso politico e umano di D’Alema è tutto dentro la storia del comunismo. Comincia dalla famiglia, con un padre partigiano amico di Giorgio Amendola, i nonni materni comunisti, uno zio segretario dei giovani comunisti di Roma, un altro zio deportato in un campo di concentramento: è l’ambiente in cui cresce quel “bambino con il fazzoletto rosso” che nel 1960, appena undicenne, porta il saluto dei Pionieri all’IX congresso del Pci all’Eur sotto gli sguardi incuriositi di Palmiro Togliatti (“ma è un bambino o un nano?” sembra abbia chiesto il segretario del Pci) e dell’inviato del Pcus Michail Suslov.

D’Alema alla tribuna del XX congresso della Fgci nel 1975 (foto dal sito della Fondazione Gramsci)

Il bambino ribelle e gli anni difficili alla guida della Fgci

Quel bambino un po’ ribelle che forza una porta per occupare una sala e farne la sede dell’Associazione dei Pionieri attraversa tutta la storia del Pci: respira l’aria di rivolta del luglio ’60 a Genova e si iscrive alla Fgci negli anni del liceo, partecipa in prima fila alle battaglie pisane quando arriva, insieme con Fabio Mussi, alla Normale dove domina la figura di Adriano Sofri, si immerge nel Sessantotto tra gli scontri di piazza e un assalto (“fu un grave errore”, ammette) alla Bussola di Viareggio, prende le botte dai poliziotti (e una volta anche da Giorgio Pietrostefani) partecipa ai cortei a Praga contro l’invasione dei carri sovietici, prova simpatia per l’eresia del gruppo del “Manifesto”. Fino a quando smette di essere casinista e comincia il corsus di funzionario di partito e poi si troverà, da segretario della Fgci voluto da Enrico Berlinguer, a gestire, con spirito considerato troppo aperturista, la dura contestazione del ’77 – per questo sarà punito e spedito in Puglia – e la drammatica fase successiva alla strage di via Fani e al delitto di Aldo Moro che cambieranno il corso della storia italiana.

Quello pugliese sarà un esilio sopportato a fatica ma anche ricco di nuovi stimoli. Ma poi ci sarà il ritorno a Roma dopo la morte di Berlinguer (“mi fermai sul ciglio della strada e mi misi a piangere”, racconta). E qui c’è una rivelazione: D’Alema ammette di aver pensato che potesse diventare egli stesso il segretario del Pci. Sembra far capire che Berlinguer, che lo aveva voluto con sé a Mosca ai funerali di Andropov e che aveva mostrato in diverse occasioni un particolare interesse per quel giovane cresciuto a pane e politica, volesse puntare su di lui, volesse fare un salto generazionale. Ma dopo la scomparsa del leader comunista quel percorso sembrava sbarrato: senza Berlinguer come garante fare un salto così coraggioso sarebbe stato impensabile. E infatti si scelse Alessandro Natta. Poi, saranno gli anni degli “intrighi” di cui viene accusato: di aver fatto fuori Natta mentre era stato colpito da un ictus per favorire Occhetto e infine di aver fatto fuori lo stesso Occhetto (per poi però difenderlo, rifiutando le lusinghe del vecchio gruppo dirigente) al primo congresso del Pds a Rimini.

Nel mezzo c’è la parentesi dell’Unità. Due anni a vedersela con i giornalisti che non ha mai particolarmente amato, a sopportare le loro fissazioni e i loro “si dice” che gonfiavano gli articoli di retroscena, a fare i conti con un gruppo dirigente del giornale forte e strutturato. È direttore nel periodo più complicato: la svolta di Occhetto di cui non sapeva nulla, i due congressi con tutte le tensioni che si scaricano sul giornale, con una redazione che si divide e D’Alema che quasi tutti i giorni “presidia” il servizio politico sfidando Federico Geremicca ai primi videogiochi istallati sul computer.

“Eravamo comunisti” è, insomma, una autobiografia in piena regola che al racconto politico alterna anche momenti più intimi: gli amori giovanili, un matrimonio imposto dal partito, la morte della compagna Giusi Del Mugnaio (“ricordo il senso di vuoto, l’angosciosa disperazione”, scrive), il rapporto con Linda Giuva (“si era fatta carico del mio smarrimento con dolcezza a premura”, ricorda), la nascita dei figli. Sono pagine che mostrano un D’Alema inedito, meno ruvido e quasi addolcito dai sentimenti, più propenso a lasciarsi coinvolgere.

D’Alema durante un forum all’Unità

 

Gli appuntamenti mancati e gli errori della generazione che fece la “svolta”

Il libro alla fine ci restituisce la foto di gruppo di una generazione che si sentiva, scrive D’Alema, parte di un “movimento che, sia pure tra sconfitte e contraddizioni, era destinato – così pensavamo – a cambiare il mondo”. Purtroppo, quella generazione il mondo non è riuscito a cambiarlo. Ma non è riuscita nemmeno a tenere insieme la comunità di donne e di uomini che era stata l’ossatura del Pci e il suo investimento per il futuro. Ed è questo forse il maggiore errore compiuto da quelli che, come D’Alema, hanno traghettato il partito dal porto in cui era verso un approdo troppo incerto, in alcuni momenti confuso nella nebbia.

La svolta della Bolognina fu compiuta, ritengo ancora oggi, in un modo per certi versi eclettico, senza solidi ancoraggi ideologici e culturali e con un eccessivo spirito demolitorio nei confronti del passato comunista. D’Alema allora condivideva alcune di queste critiche, tuttavia, spiega nel libro, decise di sostenere quel cambiamento perché era convinto che da quella storia comunque bisognasse uscire e se non lo avessimo fatto il grande patrimonio di quel partito sarebbe andato disperso. Nel libro riconosce i limiti di quella operazione politica, rivendica il ruolo di “frenatore” di cui fu accusato e sostiene che lo fece per “difendere quella comunità di donne e di uomini uniti da valori e speranze comuni”. Anzi, compie anche un’autocritica sostenendo che sbagliò a non difendere quella posizione con più determinazione.

Sono convinto che gran parte dei problemi che vive la sinistra oggi nascano da quel passaggio, dall’ansia di governo che espresse e dalla voglia di normalità che lo accompagnò. Quindi, riconoscere i limiti di quella operazione è, da parte di D’Alema, un gesto importante. Tuttavia, non si può non ricordare che gli anni seguenti a quella svolta segnarono un’involuzione politico-culturale prima del Pds e poi dei Ds che non riuscirono a “dare forza a un punto di vista critico del capitalismo” che, secondo D’Alema, è il compito di una forza di sinistra. La deriva liberista di quei partiti, gli innamoramenti per la terza via di Blair o per la via liberal di Clinton, hanno visto D’Alema tra i protagonisti principali. È su questo punto che bisognerebbe ragionare per capire perché, negli anni Novanta, è avvenuta la sbandata che ha portato la sinistra fuori strada per lungo tempo. Ma questo libro si chiude con la fine del Pci. Forse ne servirebbe un altro.

lunedì 5 ottobre 2026

Goethe sul Vesuvio

 

Johann Wolfgang von Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817)
Traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla (1875)

Il 2 Marzo [1787].

Sono salito in cima al Vesuvio, tuttochè il tempo fosse cupo, e la vetta del monte coperta di nuvole. Mi recai in carozza sino a Resina, di là salii il monte fra le vigne, a cavallo di un mulo; quindi proseguii a piedi, sulla lava del settantuno, la quale è già ricoperta di vegetazione; poi presi a camminare sulla lava, lasciando alla mia sinistra, in alto, la casipola dell’eremita. Di là convenne salire per le ceneri, e fu dura impresa. Il monte era ricoperto per un terzo dalle nuvole. Finalmente arrivammo all’antico cratére, ora riempito; trovammo lava recente di due mesi, di quindici giorni, di quella pure recentissima di cinque giorni, già raffreddata. Varcata quella, arrivammo ad una sommità volcanica, dove il fumo usciva da ogni parte; il vento però lo allontanava alquanto da noi, ed io volli avvicinarmi al cratére, se non che, fatti forse una cinquantina di passi il fumo diventò così fitto, che a mala pena io poteva vedere i miei piedi. A nulla mi giovava il tenere il fazzoletto davanti alla bocca; avevo perduto di vista la mia guida pure; il camminare sulle scorie eruttate dal volcano diventava pericoloso, e ritenni prudente ribattere strada, e riservarmi ad altra giornata più chiara, ed in cui fosse minore il fumo, per godere la vista che io mi riprometteva. Intanto ho provato per esperienza quanto sia malagevole cosa il respirare in quell’atmosfera.

Del resto il volcano era tranquillissimo. Non si scorgevano fiamme; non si udivano boati; il monte non lanciava sassi per aria, siccome ha fatto sempre da alcun tempo. Potrei dire averlo esplorato, per poterlo prenderlo d’assalto, non sì tosto il tempo si farà migliore.

La lava che viddi mi era di già nota; se non che ho scoperto un fenomeno il quale mi parve singolare, che voglio esaminare meglio, ed intorno al quale intendo domandare spiegazioni agl’intelligenti ed ai conoscitori. Si è questo un rivestimento a forma di stalattiti, di un forno volcanico, il quale un tempo doveva essere fatto a volta, ed ora sorge dal cratére chiuso e colmato. Questa pietra dura, di tinta grigia a foggia, come dissi, di stalattite, mi sembra dovere essere formata dall’emanazioni di ogni specie, del vulcano, senza che vi abbiano concorso nè l’umidità, nè la fusione, e può dare occasione ad indagini, e scoperte ulteriori.

Oggi tre di marzo il cielo è coperto, e soffia il scirocco, tempo favorevole, per giorno di posta.

Del resto ho visto in buon numero uomini di ogni condizione, bei cavalli, e pesci di forme strane.

Non aggiungerò parola intorno alla posizione della città, alle sue magnificenze, le quali furono descritte e lodate le tante volte. Vedi Napoli, e poi muori! sogliono dire qui.

Napoli, il 6 Marzo 1787.

Tuttochè mal volontieri, pure per dovere di amico, Tischbein mi ha voluto oggi accompagnare sul Vesuvio. A lui, artista distinto, il quale di continuo si studia, si affatica a riprodurre le forme umane, quelle degli animali, sotto il migliore aspetto, che riesce colla squisitezza del suo gusto ad abbellire gli oggetti i meno belli, non poteva guari sorridere la vista di quella mole cupa, terribile, la quale di continuo si distrugge, si consuma, e che ha dichiarata la guerra ad ogni bellezza di natura, e dell’arte.

Partimmo in due carozzelle, imperocchè non ci arrischiammo a guidare noi stessi i cavalli, fra mezzo al brulichio di persone, le quali formicolano per la città. Il cocchiere, o vetturino che sia, è obbligato a gridare di continuo largo! largo! per allontanare asini carichi di legna, o di spazzature, di concime, altri calessini i quali corrono a precipizio, facchini carichi ovvero liberi, vecchi, ragazzi, per aprirsi il varco senza fare danno a veruno, in quel vortice.

La strada traversa i sobborghi della città, e fra i giardini ed orti che a quelli succedono, cominciava ad avere carattere diabolico, imperocchè non avendo piovuto già da molto tempo, erano ricoperte di fitte polvere cenerina le foglie delle piante, degli alberi sempre verdi, i tetti delle case, le cornici di queste, tutto quanto in somma porgeva un punto di sporgenza, di appoggio. Tutto era di uguale tinta grigia, e l’azzurro soltanto del cielo, e lo splendore del sole, valevano a far testimonianza, che non ci trovavamo già nel regno delle ombre, ma bensì ancora fra gente viva.

Ai piedi della rapida salita fummo accolti da due guide, uno giovane e l’altro più attempato, uomini forti però entrambi, e robusti. Il primo trascinò me, il secondo Tischbein sù per il monte. Dico che ci trascinò, imperocchè quelle guide tirano sù per mezzo di una leggiera correggia attorniata alla vita del viaggiatore, questi che li segue, il meglio che può, appoggiandosi nel salire sopra un bastone.

Pervenimmo per tal guisa sulla pianura, dove sorge il cono del monte, a tramontana delle rovine del Somma.

Gettai di là uno sguardo sui dintorni del monte a ponente, il quale dissipò, quanto avrebbe potuto fare un bagno fresco, il calore, la stanchezza della salita, e presimo allora a girare il cono che romoreggia di continuo, eruttando sassi e ceneri; e tenendoci a distanza di quello, per quanto lo spazio lo consentiva, era spettacolo propriamente grandioso. Si udiva dapprima quasi un cupo romoreggiare di tuono, nelle profondità dell’abisso; quindi si scorgevano a migliaia sassi di varie dimensioni lanciati per aria, circondati da una nuvola di ceneri La maggiore parte di quei sassi ripiombavano nell’abbisso; gli altri rotolando da ogni parte, lungo le pareti esteriori del cono, producevano un fracasso d’inferno; i più pesanti ripiombando nell’abisso, producevano un tonfo; i più piccoli fa cevano un romore più acuto, e le ceneri crepitavano. Tutti questi fenomeni si succedevano ad intervalli regolati, dei quali, con attenzione, si sarebbe potuto benissimo misurare la durata.

Tra il Somma ed il cono, lo spazio era abbastanza ampio; però cadevano sassi attorno a noi, i quali rendevano il passaggio per quella via, tutt’altro che piacevole. Tischbein in cima al monte era sempre più malcontento, trovando tutto quel chiasso non solo ingrato, ma ancora pericoloso.

Siccome però, anche la presenza di un pericolo porge una certa attrattiva, la quale provoca lo spirito di contraddizione inerente alla natura umana a sfidarlo, pensai se non fosse possibile, approffittando dell’intervallo fra due eruzioni, lo arrivare in cima al cono, presso il cratére, scendendone parimenti fra una eruzione e l’altra.

Domandai consiglio al riguardo alle nostre guide, mentre ci stavamo in tutta sicurezza rifocillando, colle provviste che avevamo portato con noi, sotto la sporgenza di una rupe del Somma, dove avevamo cercato rifugio. La guida più giovane si decise ad arrischiarsi meco a quell’impresa; ci guarentimmo il capo, riempiendo i nostri cappelli di fazzoletti di tela e di seta, e partimmo, aggruppandomi io alla cintura della guida, nel mentre tenevo in mano il bastone. Continuavano attorno a noi a schioppettare i lapilli, a crepitare le ceneri, alloraquando l’ardito giovane mi trasse su per l’infuocata pendice. Ci trovammo allora sul margine dell’immensa voragine; un’arietta allontanava da noi il fumo, che usciva da innumerevoli fessure, e ci impediva di scorgere il fondo dell’abisso. In un intervallo di riposo del volcano, potemmo scorgere quà e là le pareti sassose della voragine. Quella vista, per dir vero, non era nè istruttiva, nè piacevole; se non che, per la ragione appunto che non si vedeva nulla, ci fermavamo nella speranza di riuscire pure a vedere qualcosa. Trascurammo di badare agli intervalli delle eruzioni, ci trovammo propriamente sul margine della voragine quando tutto ad un tratto prese a romoreggiare il tuono, e la scarica terribile ci passò davanti, sollevandosi in alto. Ci curvammo per un atto involontario, quasi avesse ciò potuto guarentirci dalla caduta dei massi, i lapilli continuavano a scoppiettare, quando senza pensare che avressimo potuto approffittare di un intervallo di riposo, lieti di essere scampati al pericolo, ruzzolammo in tutta fretta alla base del cono, dove arrivammo coperti tutti di cenere.

Accolto amorevolmente da Tischbein, riposato, rifocillati, potei dedicare tutta la mia attenzione alla lava antica e recente. Il più attempato fra le nostre guide, sapeva indicare il loro corso in ogni anno. La lava più antica era già ricoperta di cenere, ed appianata; quella più recente, e specialmente se aveva avuto un corso lento, offeriva un aspetto strano; imperocchè, dopo avere trascinati seco per un certo tratto i massi caduti sulla sua superficie, questi avevano finito per fermarsi, accumulandosi gli uni contro gli altri, e consumati per così dire dall’ardore di quel torrente di fuoco, erano diventati simili a scorie di ferro. Tramezzo a tutte queste materie trasformate, si scorgevano pure massi di maggiore dimensione, i quali si sarebbero potuto dire estratti da una cava aperta di recente, e le nostre guide pretendevano essere quest’ultimi pezzi di lava antica, che di quando in quando la voragine caccia fuori.

Napoli, martedì 20 marzo 1787.

L’annuncio di una recente eruzione di lava, la quale invisibile da Napoli scendeva verso Ottaiano, m’indusse a portarmi una terza volta al Vesuvio, ed appena giunto ai piedi del monte, e sceso dal mio legnetto a due ruote, tirato da un cavallo solo, mi si presentarono tosto quelle due guide, che mi avevano accompagnato nella mia precedente ascensione con Tischbein. Li presi entrambi, l’uno per abitudine e per riconoscenza, l’altro per la fiducia che riponevo in lui, ed entrambi poi, per maggiore mio comodo.

Giunti in alto, uno dei due rimase a custodia dei bagagli e dei viveri; il più giovane mi seguì, e ci avviammo corraggiosamente in direzione di un fumo denso, il quale sboccava dal monte, al basso del cono, dove si apre il cratére; scendemmo quindi alquanto sul fianco della pendice, finchè finalmente, vedemmo a cielo aperto sboccare la lava da quei cupi vortici, di denso fumo.

Per quanto si sia udito parlare le mille volte di una cosa, la vista immediata di quella, vale sempre meglio a farla comprendere, a darne idea, che qualsiasi discorso. Il torrente di lava era ristretto, non guari più largo forse, di dieci piedi; il modo però col quale correva lentamente, formando una superficie abbastanza piana ed uguale; era degno di essere osservato, imperocchè nel mentre seguendo il suo corso si va raffredando sui lati ed alla superficie, forma una specie di canale, il quale si va di continuo rialzando per la materia fusa, la quale corre al dissotto, e che rigetta scorie alla superficie a diritta ed a sinistra, in guisa che formano queste quasi due argini, fra cui il fiume di fuoco continua la sua strada, nè più nè meno, che il canale di un molino. Camminammo in cima ad uno di quegli argini, e le scorie rotolavano giù per i fianchi di quello sotto ai nostri piedi, e da alcuni vani del canale, potemmo osservare d’alto in basso il corso della lava al dissotto della crosta già quasi solidificata, del torrente infuocato.

Il sole era limpidissimo, e menomava lo splendore del fuoco, e poco fumo leggiero, si sollevava nell’atmosfera purissima, Avevo desiderio di accostarmi al punto dove la lava sbocca, dal monte; colà, mi accertava la mia guida formarsi una specie di volta, o di tetto, su cui egli era stato già di soventi. Per osservare questo particolare pure, risalimmo il monte, onde potere arrivare da tergo a quel punto. Per buona sorte, grazie ad un forte colpo di vento, trovammo quella località abbastanza sgombra dal fumo, non però totalmente, imperocchè quello usciva tuttora attorno a noi da innumerevoli fessure, e ci trovavamo propriamente su quella specie di volta o di tetto di lava raffreddata, il quale però si stendeva troppo in avanti, per permetterci di vedere la lava infuocata sboccare dal monte.

Provammo ad inoltrarci ancora un dodici passi, ma il suolo era sempre più ardente, soffrivamo di difficoltà di respiro, di capogiri. La mia guida fù la prima a volgersi addietro, e mi trascinò seco, fuori di quell’atmosfera d’inferno.

Dopo esserci riconfortato alquanto il palato e lo stomaco, con alcuni sorsi di vino, e di avere osservato alquanto il colpo d’occhio generale, girammo ancora alcun poco quà e là, per osservare varie particolarità del picco indemoniato, che sorge in questo paradiso. Mi colpirono alcune cavità, le quali a foggia di camini non tramandavano già fumo, ma bensì aria infuocata. Osservai che quelle cavità erano rivestite tutte di specie di stalattiti, a forme convesse, quasi di altrettante mammelle. Stante la disuguaglianza di quei camini volcanici, molte di quelle stalattiti si trovavano a nostra portata, e si sarebbero potuto staccare facilmente con un ascia, ed anche semplicemente con il nostro bastone. Avevo osservato di già prodotti di quella specie presso i fabbricanti di oggetti in lava, i quali li designavano col nome generico di lava, e fui lieto di scoprire essere quella, caligine volcanica per così dire, la quale, indipendentemente dal deposito dei vapori infuocati, contiene del pari sostanze minerali volatilizzate.

Nel mio ritorno mi recarono sollievo e riposo un magnifico tramonto, ed una sera stupenda; però sentivo, quasi vaneggiando, la grandezza del contrasto a cui mi trovavo in presenza. Il bello qui si trova accanto all’orribile; l’orribile accanto al bello; e tanto l’uno quanto l’altro, eccitano l’imaginazione, esercitano un fascino, e per certo che i Napoletani sarebbero popolo diverso, se non si trovassero cacciati a questo modo, fra Iddio e Satana.

Maddalena De Lucia
Goethe sul Vesuvio, alla ricerca del sublime

INGV Newsletter n. 8, 26 luglio 2016

È il 24 febbraio 1787. Nel corso del viaggio verso Napoli, nei pressi di Gaeta, il Vesuvio si presenta a Johan Wolfgang Goethe "con un pennacchio di fumo sul cocuzzolo". Da quel momento il grande scrittore avrà la possibilità di contemplare con i propri occhi quello spettacolo straordinario che era il Vesuvio in eruzione. In realtà il primo incontro ravvicinato è con un altro vulcano, meno riconoscibile nella sua forma ribassata ma altrettanto e forse anche più pericoloso, la caldera dei Campi Flegrei. Pochi giorni dopo il suo arrivo, Goethe riesce a vedere, prima via mare poi alternando brevi passeggiate e tratti percorsi in carrozza, tutti quei fenomeni ed elementi che caratterizzano l'attività dei vulcani flegrei, e quindi "acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione", insieme ai ruderi delle antichità classiche. Dalla sua descrizione si deduce che ha visitato la Solfatara di Pozzuoli, e forse Monte Nuovo, Agnano, Astroni.

Le impressioni e le osservazioni raccolte dal giovane Goethe durante il suo viaggio in Italia saranno pubblicate trent'anni più tardi, a partire dal 1816. Il due marzo sale al Vesuvio. Vi arriva partendo da Resina, l'attuale Ercolano, percorrendo un tratto a dorso di mulo e proseguendo a piedi, lungo la colata del 1771 - ora non più del tutto visibile perché ricoperta da lave più recenti. Risalendo la colata, Goethe passa nei pressi della capanna dell'eremita, sul versante occidentale del vulcano. È in quest'area, sulla sommità del colle del Salvatore che, oltre cinquant'anni dopo, viene costruito l'Osservatorio Vesuviano, il primo osservatorio vulcanologico al mondo. Goethe continua l'ascesa risalendo il cono di cenere. La cima del vulcano è immersa nelle nuvole, ma riesce comunque a osservarne il cratere, colmo di lave, con al centro un conetto da cui fuoriescono abbondanti emissioni di gas vulcanici. Lo scrittore prova ad avanzare verso il conetto, ma constata che è "malsicuro l'incedere sullo sfasciume della lava eruttata" e che le emissioni fumaroliche sono talmente intense da non riuscire quasi a respirare. Mentre sosta presso il cratere non si verifica alcuna attività stromboliana, né si avvertirono boati. Quel giorno Goethe compie osservazioni geologiche che lo portarono a interrogarsi sulle cause che avevano prodotto quei fenomeni e quelle formazioni. Ad esempio, nota una cavità tra le lave, probabilmente una parte esposta di un tunnel lavico, la cui volta era tappezzata da estrusioni simili a stalattiti. Il 6 marzo, Goethe torna nuovamente sul vulcano accompagnato da un amico, il pittore Tischbein, in calesse. Giunti alla base della ripida salita e ricordando la fatica compiuta la volta precedente, decide di proseguire con l'aiuto di due guide. "Ci rimorchiarono, è la parola; poiché queste guide portano intorno alla vita una cintura di cuoio, alla quale il viaggiatore s'aggrappa e vien tirato su, con minore sforzo delle proprie gambe e con l'ausilio del bastone", afferma Goethe. In questo bizzarro - ma non per l'epoca - modo raggiunge la zona pianeggiante alla base del Gran Cono, corrispondente a quello che oggi è l'Atrio del Cavallo. Da quel punto osserva un'attività stromboliana estremamente vivace: "lo spettacolo era grandioso, esaltante". Le esplosioni si ripetevano a intervalli grossomodo regolari e provocavano il lancio di lapilli, piccoli e grandi, che ricadevano ai fianchi del cono, e la fuoriuscita di nubi di cenere.

Lo scrittore si ritrova a camminare sotto la pioggia di lapilli. Per Tischbein il vulcano non soltanto era brutto ma, alla luce di quanto stavano vivendo, anche molto pericoloso. Per Goethe, invece, il rischio pericolo rappresentava un elemento di attrazione: "la presenza del pericolo esercita sempre un certo fascino ed eccita nell'uomo lo spirito di contraddizione". Questo sentimento non è raro in molti vulcanologi, ineluttabilmente spinti ad avvicinarsi sempre più alle manifestazioni dell'attività vulcanica, come i coniugi francesi Maurice e Katia Krafft, che persero la vita durante l'eruzione del vulcano Unzen, in Giappone, nel 1991, nel filmare in diretta un flusso piroclastico. Goethe prova a risalire il cono nell'intervallo di tempo tra due esplosioni. Quasi sotto la pioggia di cenere e tra il crepitio dei lapilli, riesce in breve tempo ad arrivare sull'orlo craterico, "rimorchiato" dalla guida più giovane. Una volta giunti sulla cima, con il capo coperto da improvvisate protezioni, cappelli imbottiti di fazzoletti, la nube di gas non consente di scorgerne l'interno se non a tratti; questo indugiare fa sì che vengano colti di sorpresa dalla successiva esplosione e dalla conseguente caduta di frammenti. I due provano a ripararsi, rannicchiandosi, e per fortuna ne vengono solo sfiorati.

Una volta ridiscesi, Goethe si sofferma a osservare le lave di formazione antica e recente, le cui età venivano esattamente indicate dalla guida anziana. Attraverso l'analisi del loro aspetto - si trattava di lave cosiddette di tipo "aa", dalla superficie scabrosa e frastagliata - ne intuisce le modalità di scorrimento. Le lave di quel tipo si muovono lentamente, e questo consente la parziale solidificazione della crosta esterna, che si spezza formando massi che si accumulano gli uni sugli altri grazie al fluire della parte sottostante. Nel caotico ammasso di lave osserva blocchi di rocce di tessitura e struttura diversa da quelle in cui erano inglobate. Ne deduce che si trattava di frammenti di rocce preesistenti, di origine anche profonda. Ora è noto che queste rocce sono strappate dalle pareti del condotto o della camera magmatica durante la risalita del magma. Un'altra interessante deduzione vulcanologica di Goethe scaturisce alcuni giorni dopo, nel corso della sua visita agli scavi di Pompei, mentre osserva i depositi piroclastici che ricoprono l'antica città. Dalle caratteristiche di questo deposito comprende che questi sono caduti al suolo dopo aver volteggiato "per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località". Il 13 marzo 1787 Goethe annota nel suo diario: "Ho studiato bene anche i minerali vesuviani; come cambiano le cose, se viste nel loro insieme! A queste osservazioni dovrei davvero consacrare il resto della mia vita: potrei fare qualche scoperta tale da ampliare il campo delle umane conoscenze".

Alcuni giorni dopo lo scrittore tedesco viene a sapere che sul Vesuvio si era formata una colata di lava, in lento scorrimento verso Ottaviano. Questo lo induce, il 20 marzo, a salire per la terza volta sul vulcano, con le due guide che lo avevano già accompagnato. Giunge quindi in prossimità della nuova bocca, che si era aperta sul fianco settentrionale del vulcano, descrivendola con queste parole: "Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in lunghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che si innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato". Goethe evidenzia come la lava scorre tra due argini formati dalle scorie laviche accumulate ai lati della colata. Dalle fessure della superficie si osserva il rossore della lava sottostante. Goethe avverte l'impulso di avvicinarsi ancora di più alla bocca eruttiva, raggiungendola da dietro. Si ferma sulle lave indurite che costituiscono il tetto della colata. Non riesce però a spingersi oltre, per il fumo soffocante e il calore crescente; la guida, che lo precede, lo afferra per un braccio e lo trascina indietro.

Sulla via del ritorno, deliziato da un "superbo tramonto" e da una "serata celestiale", non può non riflettere sui contrasti del territorio napoletano: "la terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità; l'uno e l'altro si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento di indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana". Nel suo secondo soggiorno a Napoli, tra maggio e giugno dello stesso anno, Goethe ha modo di osservare ancora una volta il Vesuvio in eruzione, con una colata di lava che si spinge verso il mare. Il primo giugno, dal molo di Napoli, all'imbrunire, descrive così lo spettacolo che gli si staglia davanti: "Ecco finalmente davanti a me ... la luna piena in tutta la sua magnificenza insieme alla vampa del vulcano, e questa volta anche la lava, che prima non c'era e adesso scendeva per il suo maestoso sentiero infocato". Il giorno successivo, da un appartamento della reggia di Capodimonte, ospite di una giovane duchessa residente a corte, saluta definitivamente il vulcano napoletano. "Eravamo a una finestra dell'ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l'accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All'abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c'era di che trasecolare."


Leo Spitzer

Paolo Di Stefano
Leo Spitzer, esattezza e desiderio

Corriere della Sera, 5 ottobre 2026

Un maestro problematico. Così lo vedeva Pier Paolo Pasolini, che pure utilizzò per tutta la vita i suoi strumenti di lettura e di analisi. Fatto sta che Leo Spitzer ebbe in Italia una schiera di ammiratori e prosecutori più o meno dichiarati, a cominciare da Benedetto Croce e da Benvenuto Terracini per finire con Dante Isella, Cesare Segre e, appunto, Pasolini, oltre a Pietro Citati, Pier Vincenzo Mengaldo, Franco Moretti e, a suo modo, Edoardo Sanguineti: e tutti per motivi diversi, compreso uno storico come Carlo Ginzburg. Austriaco ma cittadino del mondo, poliglotta che sapeva esprimersi in cinque lingue (oltre al suo tedesco, il francese, l’inglese, lo spagnolo, l’italiano) e soffermarsi con eguale competenza sulle relative letterature, nacque a Vienna nel 1887 da una famiglia benestante (il padre era commerciante del legname) di origine israelitica, studiò filosofia avvicinandosi presto al linguista svizzero Wilhelm Meyer-Lübke, un’autorità nel campo nella grammatica e dell’etimologia, che sarebbero diventate campi di semina e di raccolta per Spitzer. È probabile che a quelle origini linguistiche risalisse il suo gusto e poi la passione del dettaglio che gli permetteva di muoversi dal minimo verso la totalità dell’opera letteraria: da un tratto sintattico di Racine, da una scelta lessicale di Proust, da un ritmo dantesco, da una formula prosodica di Manzoni risalire a una costellazione ricca di significati. Mai il contrario, come invece amava fare l’altro gigante della critica, suo quasi coetaneo, il tedesco Erich Auerbach. Su questo asse che conduce dal particolare all’universale si fonda il magnifico ritratto che di Spitzer disegna Riccardo Donati (Leo Spitzer. Un profilo intellettuale, Carocci editore). Magnifico perché partecipe (Donati lo chiama lungo tutto il libro con il nome di battesimo, Leo, e questo eccesso di confidenza è forse l’unico appunto che gli si può fare) ma non privo di quei chiaroscuri che sempre contribuiscono a definire il genio.

A chi ne sapesse poco, basterebbe dire che Spitzer fu il maggior fautore e innovatore della stilistica, la disciplina critica che privilegia, nell’avvicinarsi a un testo letterario, l’osservazione dello stile, ritenendo che sia lo stile (certo in relazione alla materia) a definire l’unicità di un’opera. Cosa che di per sé potrebbe risultare eversiva in un tempo, il nostro, in cui trionfano i contenuti dimenticando che il testo letterario è essenzialmente un prodotto linguistico. È vero che all’epoca di Spitzer in Italia il suo amico Croce predicava tutto l’opposto, puntando sui valori ideali dell’opera, ma ciò non ha impedito ai due di stimarsi e di frequentarsi.

Eppure, Spitzer non doveva essere un carattere facile, problematico, appunto, estroverso ma non sempre conciliante, un carattere che lo rendeva talvolta inviso ai colleghi avuti nel corso della sua prestigiosa carriera accademica, da Vienna, a Bonn, a Marburgo, a Colonia, dove venne nominato nel 1931 grazie al successo dei suoi studi. In quella Germania, Spitzer non esitava a dichiararsi internazionalista e pacifista, posizione che, unita allo stigma razziale, nel ’33 lo costringerà all’esilio prima a Istanbul e poi negli Stati Uniti con la solidarietà di Croce che «all’amico» nel 1934 dedicherà i suoi saggi su Goethe. E proprio a don Benedetto si deve, nel 1954, la prima uscita italiana di Spitzer presso la casa editrice Laterza.
L'attività, lo sguardo e la prospettiva di Spitzer sono duplici: da una parte si indirizzano verso la lingua comune e dall'altra verso l'applicazione alla letteratura; da una parte verso l'espressività collettiva e dall'altra verso quella individualedegli scrittori. Sono due direttrici (lo stile della lingua e la lingua dello stile) che in realtà si intrecciano, per Spitzer, almeno nella prima lunga fase di studi. E convivono sulla base di un solo principio che mostra un atteggiamento niente affatto elitario su cui Donati richiama la nostra attenzione: come i testi letterari anche le parlate e le scritture popolari sono degne di un'indagine stilistica che ne faccia affiorare lo spirito. Il motto di Seneca "oratio vultus animi" (l'espressione è rivelatrice della personalità) vale per le comunità così come vale per gli attori singoli. Per questo Spitzer è un gran frequentatore di testi popolari anche anonimi oltre che lettore di Racine, Rabelais, Dante, Villon, Cervantes, Goethe, Leopardi, Verga, Proust, Céline, Whittman, Poe, Valéry ecc. L'equazione oratio-animus, che gli ha procurato l'accusa di psicologismo, in effetti dà conto della relazione con le analisi freudiane contemporanee: filologia, linguistica e psicologia, avverte Donati, sono per Spitzer "campi del sapere profondamente compenetrati".

Sul primo versante (lingua comune), si può facilmente ricordare una famosa indagine nata da un’occasione biografica tutt’altro che piacevole sul piano morale. Siamo nel settembre 1915 quando l’ufficiale Leo Spitzer viene chiamato a lavorare presso l’ufficio centrale della censura postale dell’esercito austriaco: si occuperà della corrispondenza dei prigionieri di guerra italiani per cassare i riferimenti alla fame e salvaguardare così l’onore imperiale. Nel passare in rassegna migliaia di lettere, l’estro di Spitzer trasformerà quell’incombenza in un doppio contributo diventato fondamentale per gli studi linguistici sul passaggio dall’oralità dialettale alla scrittura, sulle formule convenzionali ricorrenti, sugli escamotage per aggirare la censura (le perifrasi del concetto di fame), sulla psicologia che si celava nell’urgenza espressiva messa in atto a fini pratici. «Non esito quindi ad associare il Roman de la rose, Rabelais, Reuter, Francesco d’Assisi e i prigionieri di guerra: mi basta che tutti quanti abbiano COMPOSTO VERSI, colando le proprie sensazioni negli antichi stampi della stilistica popolare, loro tramandati dalla tradizione della lingua», scriveva Spitzer in una nota da cui si capisce come per lui il popolo esprima poesia esattamente come il poeta. Lungi però dall’avere un’idea romantica dell’arte (niente di più lontano da lui la lettura impressionistica), sosteneva che il modo di esprimersi dei molti non è mai mero documento ma attestazione di una esperienza creativa irriducibile.

Esperienza (Erlebnis) è parola chiave valida per le lettere dei prigionieri analfabeti come per i Malavoglia (memorabile il suo saggio sull’erlebte Rede, l’indiretto libero definito discorso vissuto). Ecco perché Spitzer si sofferma, per esempio, sui nomignoli con cui sua moglie Emma chiamava il figlio Wolfgang: Il piccolo Puxi è giustamente per Donati uno dei testi più suggestivi del Novecento europeo, breve trattatello sul «linguaggio di una madre» e sul suo mondo familiare, dove l’atto giocoso di nominare il bambino, spia di dinamiche psicologiche profonde, rispecchia un istinto primitivo di amore, protezione, sollecitudine.

«Sua caratteristica è di far convergere sulla pagina più metodi assieme» ha scritto Mengaldo. «Il metodo è l’esperienza» amava ripetere Spitzer. Desiderio ed esattezza, insiste Donati, sono le due spinte che ispirano il critico e il lettore che fa coincidere etica, estetica ed eros. Nell’esattezza c’è il linguista, nel desiderio la libertà della curiositas e dunque il piacere del testo: leggere rileggere rileggere ancora è il suo principio, partire dalla lettera dell’opera, spaziare finché si vuole e tornare sempre al testo (per goderne) è l’altro proposito. Per godere di un’opera bisogna capirla e però anche saperne assaporare il tessuto sonoro, perché la suggestione acustica (che appartiene anche alla prosa, per esempio a quella dello Zibaldone) viene meno soltanto nelle opere mediocri. Non nelle grandi opere come il Cantico delle creature di Francesco, che Spitzer ha tanto studiato e amato e goduto. Non può sorprendere il fatto che il godimento è un regalo offerto non solo dalle opere letterarie ma anche dalla capacità investigativa e induttiva della critica. Quella di Spitzer è nella pazienza di leggere e rileggere finché arriva il famoso clic, lo scatto che fa accendere la scintilla, il momento in cui a bocca aperta esclami: «Ma guarda!». Molto legato all’Italia, dove trascorse negli ultimi anni le sue vacanze estive, Spitzer morì nel 1960 a Forte dei Marmi, dove avrebbe voluto stare anche dopo la morte.