lunedì 23 febbraio 2026

Ucraina senza pace

Nathalie Tocci
Così Trump ha allungato la guerra in Ucraina

La Stampa, 23 febbraio 2026

Sono passati quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e dodici dall’inizio della guerra, scatenata dall’annessione della Crimea e dall’attacco russo nel Donbas. È la più lunga e sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale: tra morti e feriti, civili e militari, si stimano circa due milioni di vittime. Non sappiamo quanto durerà ancora: dipende dalla velocità con cui si esauriranno le risorse a disposizione dell’unica persona che può porvi fine, il presidente russo Vladimir Putin. Ciò che sappiamo è che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha probabilmente prolungato la guerra, e sicuramente l’ha resa più violenta.

La guerra in Ucraina non è difficile da comprendere. Il Donbas, l’espansione della Nato a Est, i diritti linguistici della minoranza russofona sono tutti argomenti usati come specchietti per le allodole, carne da macello per la disinformazione russa che si diffonde sui media e si insinua nelle istituzioni. Alla radice del conflitto c’è solo l’ossessione di Putin di ricostruire un impero perduto. E le guerre imperiali, a differenza di quelle civili o secessioniste, si concludono con la vittoria o la sconfitta di una delle parti; la colonizzazione avviene o non avviene, non ci sono vie di mezzo. Il mio non è un auspicio, ma una constatazione analitica.

La guerra in Ucraina è la guerra di Putin, e per Mosca non sta andando bene. Nel 2014, in pochi mesi, la Russia aveva occupato il 14% del territorio ucraino con pochissime vittime e sanzioni irrisorie da parte della comunità internazionale. Negli ultimi quattro anni, ha conquistato solo un altro 6% del Paese. Negli scorsi 12 mesi, l’avanzata è stata poco più dell’1%. Intanto, Mosca perde tra le 30 e le 40 mila unità al mese, e l’economia russa, escluso il comparto militare, è quasi completamente de-industrializzata. Il prezzo del petrolio, che nei primi due anni aveva sostenuto l’economia con picchi oltre i 100 dollari al barile, ora oscilla intorno ai 60 dollari, senza considerare lo sconto imposto sul greggio russo esportato soprattutto verso Cina e India.

I rubinetti del gas verso l’Europa sono quasi chiusi, e le vendite di Gnl compensano solo una frazione delle perdite. Se Putin voleva conquistare l’Ucraina per farne un trampolino verso mire imperiali ancora più ambiziose, le cose stanno andando assai male. Ma non per questo è pronto a cambiare strada: anzi, la prosecuzione della guerra è diventata essenziale per la sopravvivenza del suo regime. Se il conflitto cessasse oggi, Putin non potrebbe definirla una vittoria, l’economia di guerra si arenerebbe e il regime probabilmente imploderebbe. Se non si pedala, la bicicletta cade, e la guerra in Ucraina finirà quando, un giorno, la bicicletta russa cadrà.

L’Ucraina, però, soffre. Centinaia di migliaia di vittime, circa sette milioni di profughi, un quinto del Paese occupato e la crescente pioggia di missili e droni russi sulle infrastrutture energetiche da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, raccontano di un Paese esausto. È un’Ucraina stanca e sofferente, ma non meno determinata a resistere di quanto non fosse il primo giorno. Sacrificio e determinazione sono due facce della stessa medaglia: Kyiv resisterà finché la bicicletta di guerra russa non cadrà.

È una guerra imperiale che può essere accorciata o prolungata dagli attori esterni, a partire da Ue, Cina e Usa. I diciannove pacchetti di sanzioni europee contro la Russia adottati finora, gli aiuti militari ed economici all’Ucraina, l’accoglienza ai profughi e le prospettive di adesione all’Ue mirano a rafforzare chi resiste e indebolire chi aggredisce. Dal sostegno a Kyiv spesso erogato col contagocce agli asset russi congelati ma non utilizzati, fino alle sanzioni su Mosca, incrementali e troppo spesso aggirate, l’Europa potrebbe fare di più. Ma ha mantenuto dritta la barra strategica e morale in questi quattro anni.

La Cina, pur ribadendo la propria neutralità, ha contribuito ad allungare il conflitto. Sebbene abbia aiutato a frenare le minacce nucleari di Mosca, Pechino ha fornito linfa vitale all’economia, alla tecnologia e, indirettamente, al settore militare russo, prolungando così la guerra.

Infine, gli Stati Uniti. Con Trump, la politica è cambiata radicalmente. L’ex presidente Joe Biden era criticabile per l’eccessiva cautela, che ha favorito una guerra di logoramento, ma almeno agiva nel campo giusto. Trump fa l’opposto: pensava di porre fine al conflitto con un’intesa-lampo tra “uomini forti”, a spese degli ucraini. Nel suo mondo, le guerre le vincono i forti a scapito dei deboli; e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a suo dire, non aveva le carte in mano. Per accelerare la fine della guerra con la sconfitta dell’Ucraina, Trump ha cercato di toglierle le poche risorse disponibili. Oggi gli Usa non forniscono più aiuti militari a Kyiv. Il supporto di intelligence statunitense rimane importante, ma meno di un anno fa, sostituito in parte dagli europei.

Trump forse crede ancora di poter sottomettere Zelensky e il popolo ucraino, costringendoli ad abbandonare territori che la Russia non è riuscita a conquistare, minacciando di negare loro le garanzie di sicurezza. Ma a quali garanzie di sicurezza degli Stati Uniti guidati da Trump si può credere se persino l’articolo 5 della Nato (cioè la clausola di difesa collettiva in caso di attacco ai danni di uno dei Paesi membri) rischia di diventare carta straccia con le minacce di annessione della Groenlandia, e ogni accordo commerciale siglato da questa amministrazione sembra destinato a essere disatteso? Chi non ha le carte in mano sulla guerra è proprio il presidente Usa. O meglio, Trump avrebbe le carte per accorciare il conflitto, sanzionando ulteriormente la Russia, anziché legittimandola. Ma ha scelto di non giocarle, prolungando così la guerra, e rendendo l’anno appena concluso quello finora più sanguinoso.

Il lato offensivo dell'antifascismo

Sébastien Bourdon e Matthieu Suc
Jeune Garde ha scalato il “palazzo” con i raid e le pubbliche relazioni
Il Fatto quotidiano, 23 febbraio 2026

La mattina del 13 febbraio si è appreso che un militante dell’estrema destra, picchiato la sera precedente a margine di una conferenza dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan alla facoltà di Sciences Po, a Lione, versava in condizioni critiche all’ospedale. Quentin Deranque, 23 anni, è morto il giorno dopo, sabato, a causa dei traumi riportati. Le attiviste di Némésis, un collettivo femminista nazionalista, che era andato a protestare contro la presenza di Hassan, hanno subito puntato il dito contro i “picchiatori” della Jeune Garde e contro Raphaël Arnault, cofondatore del movimento antifascista, nato nel gennaio 2018, di cui è stato anche portavoce, e deputato della France insoumise (LFI) nel dipartimento Vaucluse dal 2024. Tra le 7 persone fermate per la morte di Deranque, c’è infatti anche Jacques-Ediritto,lie Favrot, collaboratore proprio di Arnault. La Jeune Garde (JG) è nata dall’incontro tra una manciata di “vecchi” militanti antifascisti e una nuova generazione di antifa desiderosi di impegnarsi in questa lotta.
Una dinamica che assume un significato particolare in una città come Lione, dove l’estrema destra militante vanta una presenza storica. Sin dalla sua creazione, il movimento della Jeune Garde si è fatto subito notare per aver scelto di non seguire la scia della tendenza “autonoma” che domina la galassia antifascista dagli anni 2010, ma di prenderne le distanze.

LA “SPECIALIZZAZIONE” NELLA LOTTA CONTRO L’ESTREMA DESTRA


Innanzitutto sul piano teorico: la corrente autonoma teorizza lo sconfinamento della questione antifascista ben oltre i confini della lotta contro l’estrema destra in senso stretto. Ritiene cioè che occorra opporsi in senso più generale ad un “ampio spettro di fascistizzazione”, prendendo in considerazione questioni diverse, come le violenze della polizia, la lotta contro l’islamofobia e l’accoglienza dei migranti. Al contrario, la Jeune Garde rivendica una forma di “specializzazione” nella lotta contro l’estrema destra, intesa sia come apparato istituzionale che come gruppi militanti. In secondo luogo, il movimento ha preso le sue distanze anche sul piano organizzativo: mentre la galassia autonoma si tiene alla larga da organizzazioni politiche e sindacali, rivendica una dimensione controculturale e la divisioni in gruppi, la Jeune Garde intende sviluppare un approccio più “unitario”, coinvolgendo tutti gli attori del proprio “campo sociale”, con l’obiettivo di “popolarizzare l’antifascismo”. Infine, più implicitamente, la Jeune Garde si distingue dai gruppi antifascisti preesistenti anche sul piano della comunicazione: il movimento si presenta con un portavoce e “figure pubbliche” incaricate di rispondere alle sollecitazioni dei media a volto scoperto, con il chiaro obiettivo di far evolvere la figura dell’“antifa”, spesso associata all’immagine di un individuo violento e col volto coperto. Dal 2018 la Jeune Garde si è sviluppata rapidamente e si è radicata in diverse grandi città, come Parigi, Lille e Strasburgo. Dal punto di vista dei suoi militanti, l’avvicinamento con La France insoumise, il partito della sinistra radicale guidato da Jean-luc Mélenchon, e l’ingresso nel 2024 del suo ex portavoce, Raphaël Arnault, in Assemblea Nazionale, hanno confermato il successo della strategia di “istituzionalizzazione” difesa sin dall’inizio, benché abbia fatto storcere il naso alla maggioranza degli altri movimenti che compongono la galassia antifascista. Allo stesso tempo la Jeune Garde conserva anche una dimensione di “antifascismo di strada”. Fin dalla sua creazione, l’organizzazione ammette il possibile ricorso alla violenza come modalità d’azione. I militanti parlano di “autodifesa popolare” in risposta ad una violenza di estrema destra preesistente, in particolare nel contesto lionese. Dal 2018 gli scontri sono regolari, soprattutto nei periodi di mobilitazione sociale. Durante le manifestazioni dei Gilet gialli, il movimento spontaneo di protesta nato sui social nel novembre 2018 contro l’aumento dei prezzi del carburante e sfociato in mesi di tensioni e scontri in tutta la Francia, il confronto tra antifascisti e ultranazionalisti si è intensificato sempre di più, di settimana in settimana, diventando sempre più violento all’interno dei cortei.


L’AUTODIFESA NON BASTA PIÙ: IL GOVERNO LA METTE FUORILEGGE


È proprio questo doppio volto - il processo di istituzionalizzazione da un lato e la partecipazione a scontri talvolta molto violenti dall’altro - che oggi si rivela un boomerang per La Jeune Garde: la presenza di un assistente parlamentare di un deputato LFI nella rissa sfociata nel pestaggio e nella morte di Quentin Deranque. A questo punto anche la stessa “dottrina storica” del movimento, che ufficialmente prevede solo “l’autodifesa”, viene messa in discussione. Ovviamente anzi tutto per la morte di un uomo. Ma anche per una serie di azioni che, negli ultimi anni, hanno fatto sorgere dubbi sul carattere puramente difensivo sempre rivendicato dal movimento. La Jeune Garde rivendica infatti anche azioni violente, che giudica legittime perché ritenute capaci di prevenire e contenere la violenza dei gruppi di estrema destra. Dal loro punto di vista il male sarebbe necessario: colpire i fascisti permetterebbe di farli arretrare e di impedire loro, almeno per un certo tempo, di tornare in strada. L’argomento non aveva convinto l’ex ministro dell’interno, Bruno Retailleau, esponente della destra conservatrice, che il 12 giugno 2025 aveva difeso in Consiglio dei ministri e ottenuto lo scioglimento del movimento della Jeune Garde. Secondo Retailleau la Jeune Garde aveva eretto la violenza “a modalità d’azione generalizzata”. Per giustificare la misura, il ministero aveva citato diversi episodi. Il primo giugno 2023, secondo la ricostituzione ufficiale, un membro della sezione parigina della Jeune Garde e due individui col volto nascosto avrebbero teso un agguato ad un uomo, aggredendolo mentre rientrava a casa, apostrofandolo come “sporco nazista” e colpendolo più volte. Il 4 novembre 2023, durante una delle loro pattuglie antifasciste nella zona di Strasburgo, tre membri della Jeune Garde locale avrebbero individuato, seguito e aggredito una persona ritenuta appartenente alla galassia dell’estrema destra militante, mentre, sempre secondo il ministero, una simpatizzante del gruppo filmava la scena col cellulare.


OBIETTIVO: ANCHE I SIONISTI. E QUEI LINK CON MELENCHON


Il 27 maggio 2024, un gruppo di nove militanti appartenenti alla Jeune Garde Paris avrebbe schiaffeggiato al volto un ragazzo ebreo di 15 anni in una vettura della metropolitana di Parigi, alla stazione Victor-hugo della linea 2, dopo averlo preso di mira chiamandolo “sionista” e costringendolo a gridare: “Viva la Palestina!”. Su questo caso è tuttora in corso un’inchiesta giudiziaria. Malgrado lo scioglimento dell’estate 2025, a cui è seguito un ricorso presso il Consiglio di Stato, i militanti che appartenevano alla Jeune Garde non sono rimasti inattivi. Appena un mese fa, a metà gennaio 2026, è comparso sui social e nelle strade del Paese un nuovo movimento battezzato “Generazione antifascista: spegniamo la fiamma”, in riferimento alla fiamma presente nel logo del Rassemblement national. Le sue modalità di comunicazione ricordano in modo sorprendente quelle della Jeune Garde. Un giorno il nuovo movimento ha anche annunciato la presenza di due figure di punta di LFI ad un loro evento: Jean-luc Mélenchon e Raphaël Arnault. È il loro modo di preparare il dopo JG? È molto probabile che tuttavia la morte di Quentin Deranque sconvolga pesantemente i loro nuovi, eventuali, piani.


Una brutta cerimonia di chiusura


Sebbene gran parte della stampa ufficiale abbia celebrato l'evento come un successo coreografico all'
Arena di Verona, diverse testate e commentatori hanno sollevato critiche specifiche su alcuni aspetti della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Ecco i punti principali che sono stati oggetto di discussione nei media:
Le "gondolette" bocciate: Nelle pagelle della cerimonia, la Gazzetta dello Sport ha assegnato un 4 alla scelta scenografica delle gondolette, definendola un elemento poco riuscito rispetto al resto dello show.
Mix Pop vs Lirica: Alcuni critici hanno evidenziato un contrasto stridente tra la sacralità del luogo e le esibizioni più "pop" e commerciali, come quelle di Achille LauroGabry Ponte e i Major Lazer, che per una parte del pubblico hanno rasentato il kitsch.
Critiche estetiche e moda: La rubrica di moda di D di Repubblica ha pubblicato una lista di "promossi e bocciati", evidenziando come alcuni look e scelte estetiche non fossero all'altezza della solennità olimpica.

I costumi scelti per l'opera e la sovrapposizione con la sfilata degli atleti

La critica ha toccato proprio questi tasti, evidenziando quello che molti hanno definito un "corto circuito" estetico tra la solennità della lirica e il dinamismo della sfilata degli atleti all'Arena di Verona.
Ecco le principali critiche mosse dai media e dagli esperti di costume:
Il caos visivo della sovrapposizione: Diversi commentatori, tra cui quelli di Radio Studio90 Italia, hanno notato come la scelta di far sfilare gli atleti contemporaneamente a quadri operistici complessi abbia prodotto l'effetto di una confusione visiva. Gli atleti, con le loro tute tecniche e colorate, "cozzavano" inevitabilmente con le scenografie barocche e i costumi d'epoca, annullando l'impatto di entrambi i momenti.

Costumi d'Opera giudicati eccessivi: Nelle pagelle di D di Repubblica, i costumi ispirati al mondo della lirica sono stati tra i meno apprezzati. Nonostante l'intento di celebrare la tradizione veronese (come l'opera L'Olimpiade di Vivaldi), molti sono stati giudicati troppo carichi o "datati", incapaci di dialogare con lo spirito contemporaneo dei Giochi.
Perdita di centralità dei protagonisti: Alcuni articoli su La Gazzetta dello Sport hanno sottolineato come gli atleti siano apparsi quasi come "comparse" di uno spettacolo teatrale preesistente, invece di essere il fulcro della celebrazione, proprio a causa della massiccia presenza di figuranti in costume che occupavano lo spazio scenico.
Il contrasto con il segmento "French Alps 2030": La critica ha evidenziato come il passaggio di testimone alla Francia abbia mostrato un approccio estetico molto più minimale e moderno, facendo risaltare ancora di più, per contrasto, la ridondanza stilistica della parte italiana.
In sintesi, il tentativo di unire "colto e popolare" è stato visto da una parte della critica come un'occasione persa, dove la ricerca del grandioso è scivolata nel kitsch proprio per la mancanza di una sintesi visiva coerente.

Il kitsch come criterio supremo

Sia Aida che Violetta erano insopportabilmente sovraccariche e astratte, stessa cosa per le maniche sbuffanti di Rigoletto o Figaro. La critica più feroce è arrivata proprio dai puristi e dagli esperti di costume, che hanno visto in quelle scelte una deriva Disney barocca priva di rigore. Ecco un repertorio delle critiche sollevate dai diversi commentatori. 

Il kitsch operistico: Testate come Classic Voice (spesso molto attenta all'estetica dei festival) hanno sottolineato come la cerimonia abbia preferito l'effetto "parco a tema" alla fedeltà filologica. L'Aida e la Violetta che hai visto sono state descritte come caricature, caricate di strass e volumi eccessivi per "bucare lo schermo", sacrificando la verosimiglianza storica sull'altare del gigantismo televisivo.
Costumi come carri allegorici: Le maniche a sbuffo ipertrofiche di Rigoletto e Figaro sono state paragonate da alcuni critici di moda e costume sui social (e in pezzi di costume su Vanity Fair Italia) a maschere di Carnevale più che a costumi teatrali di alto livello. L'accusa principale è stata quella di aver trasformato il patrimonio dell'Opera in un cliché visivo per il pubblico internazionale.
Anacronismo visivo: La sovrapposizione tra questi "giganti di stoffa" e gli atleti in Gore-Tex ha accentuato l'effetto di straniamento. La mancanza di una direzione artistica che armonizzasse i periodi storici ha reso tutto, come dici tu, "insopportabile" per chiunque avesse un minimo di occhio critico o sensibilità storica.
È interessante notare come, per molti media generalisti, la parola d'ordine sia stata "spettacolarità", ma per chi conosce il teatro, è stata vissuta come una svendita estetica dell'Arena e della sua storia.
A quanto pare. i curatori dell'allestimento hanno seguito il criterio dell'accentuazione spettacolare e si sono lasciati guidare da una sorta di ignoranza ingenua. Molti esperti si sono spinti oltre e hanno parlato di regressione culturale. Invece di proporre una visione contemporanea e sofisticata dell'Italia (come fece ad esempio la cerimonia di Torino 2006 con il design di Italo Lupi), si è scelto di rifugiarsi in uno stereotipo polveroso e iper-decorato.

Questa critica è emersa in diversi ambienti:

L'estetica del souvenir: Alcuni commentatori su Artribune hanno paragonato l'estetica della cerimonia a quella dei negozi di souvenir per turisti: un'accumulazione di simboli (l'Opera, le gondole, i costumi gonfiati) priva di una vera regia intellettuale.
Colpa della televisione: Molte testate di settore hanno ipotizzato che la direzione artistica abbia "peccato di hybris", convinta che per colpire il pubblico globale servisse pompare i volumi e i colori, ignorando che la sobrietà e la precisione storica sono i veri tratti distintivi dell'eccellenza italiana.
Il divario con il mondo dell'Opera reale: Mentre teatri come la Scala o la stessa Fondazione Arena cercano da anni linguaggi moderni, questa cerimonia sembra aver fatto un salto all'indietro di cinquant'anni, proponendo un Rigoletto e un Figaro da recita parrocchiale di lusso.
L'aspetto più grave di questa "ignoranza colpevole" è stato proprio l'aver usato l'Arena — un tempio della cultura — come fondale per un'estetica da Vegas sul d'Adige, confermando il timore che, quando l'Italia deve rappresentare se stessa, finisca spesso per cadere nell'auto-caricatura.
È un peccato che, in un'occasione così internazionale, la vera cultura del costume italiano (quella di Piero Tosi o Danilo Donati) sia stata sostituita da un ammasso di "maniche a sbuffo" senza senso.



domenica 22 febbraio 2026

Tucidide, lezioni per Trump

Mirko Canevaro
Università di Edimburgo
I potenti citano sempre Tucidide, ma nessuno lo ha letto davvero
Domani, 21 febbraio 2026

L'inner circle di Donald Trump è sempre stato pieno di gente che fa finta di aver letto Tucidide. Durante la prima presidenza Trump avevamo H.R. McMaster (National Security Adviser) e James Mattis (segretario della Difesa) che sproloquiavano della «trappola di Tucidide»: la crescita della potenza cinese avrebbe reso inevitabile il conflitto con gli Stati Uniti, così come la crescita della potenza ateniese rese inevitabile il conflitto con Sparta. Leggi matematiche delle relazioni internazionali, dicevano.

Adesso ci risiamo, col concorso di pensosi commentatori dai quattro angoli del globo. Steven Miller, numero due di Trump e vera eminenza grigia – dicono – di questa seconda amministrazione spiegava recentemente alla Cnn che «viviamo in un mondo governato dalla forza, dal potere… Sono leggi ferree del mondo dall’inizio dei tempi».

Per questo, opinava, nessuno oserebbe davvero opporsi al controllo americano della Groenlandia, se gli Stati Uniti volessero davvero imporlo – perché il forte fa come crede e il debole subisce. Il riferimento implicito – ma così chiaro da essere quasi esplicito – è a Tucidide, all’onnipresente dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Così chiaro che a Davos, poche settimane fa, il primo ministro canadese Mark Carney, nel discorso più applaudito, lo ha esplicitato, contro Trump e Miller: «Ogni giorno ci viene ricordato che i forti fanno ciò che possono, e i deboli soffrono ciò che devono», constatando come «questo aforisma di Tucidide sia presentato come inevitabile – come la logica naturale delle relazioni internazionali». E Carney ha ragione: c’è una sovrabbondanza di realisti politici, ultimamente, nel commentariato e nella politica occidentale, che ci spiegano come va il mondo – lo diceva Tucidide, no?

Lo diceva Tucidide?

No, non proprio. Lo fa dire dagli Ateniesi ai Melii, nel 416 a.C., quando intimano a questa povera isoletta neutrale di arrendersi o di essere distrutta. I negoziatori ateniesi rifiutano ogni appello alla giustizia: «La giustizia entra nei ragionamenti umani solo quando le forze sono pari… Noi crediamo che per legge di natura chi è più forte comandi». I Melii resistono. Atene allora, per rappresaglia, massacra gli uomini e schiavizza donne e bambini.

È pur vero che da generazioni questo passo è insegnato nei corsi di relazioni internazionali, da West Point a Pechino, come testo fondativo del “realismo politico”. Il problema degli aforismi, però, è che è facile inciampare se non si legge ciò che li circonda.

La risposta dei Melii in questo caso è significativa: la giustizia conviene anche agli Ateniesi, per evitare che, sconfitti, diventino esempio per tutti della più grande vendetta, del più grande castigo per le loro azioni. Parole a vanvera di chi sta per essere annientato? In realtà ciò che succede agli Ateniesi dopo la distruzione di Melo, nella narrazione Tucididea, è esattamente quello che i Melii avevano previsto.

Quello stesso inverno, convinti da Alcibiade (con argomenti anch’essi di “realismo politico”) a invadere la Sicilia, gli Ateniesi si imbarcarono – convinti della loro forza inarrestabile – in un’impresa eccessiva, sproporzionata, che finì in quella che Tucidide descrive come la più grande disfatta della storia greca, una «rovina totale».

Fortuna inevitabile

Ora, si potrà obiettare che non è obbligatorio ascoltare Tucidide. Verissimo. Ma visto che tutti sembrano volerne ricavare una qualche lezione, eccola – è la lezione tradizionale dell’etica e della morale greca (anche di quella popolare). È tendenza degli uomini (e degli stati) ricchi, potenti, fortunati, convincersi che questa fortuna sia inevitabile, che non possa mai cambiare.

Imbaldanziti dal loro successo, i potenti, non contenti del rispetto, dell’onore che vengono loro tributati, tendono a esagerare, a considerarsi più e meglio di quanto siano, e di conseguenza a calpestare la dignità del prossimo, a negare al prossimo il rispetto a esso dovuto.

Peggio, leggono ogni limite posto da norme e convenzioni alla loro volontà di potenza come una mancanza di rispetto verso di loro, uno sgarro da punire. Si chiama, nel pensiero greco, hubris, e l’hubris rende il potente stupido, lo infetta di una follia, di un difetto di senso e ragione che sfocia regolarmente nella rovina. Ecco la vera “legge naturale” di Tucidide e del pensiero greco.

La legge del più forte

Oggi troppi cercano di spiegarci che il mondo è governato dalla legge del più forte. Sarà, anche se a me pare che questo “realismo politico”, come tutti i realismi, invece di affermare un dato di fatto voglia invece retoricamente imporlo – voglia convincerci che è così per assicurarsi che sia davvero così, che sia legittimo che sia così.

A guardare alle azioni dell’amministrazione Trump – con lenti greche e tucididee – sono altre le cose che balzano all’occhio. Balza all’occhio un uomo – e con lui un gruppo di potere – ubriaco della propria fortuna, ricchezza e potenza. Che manca di rispetto a destra e a manca salvo continuamente inalberarsi per questo o quell’altro che, nel rispondere occasionalmente a tono, è “disrespectful” verso di lui e verso gli Stati Uniti (come osa, Zelensky, senza giacca!). Un uomo che impiastra il proprio nome e la propria faccia ovunque, dal Kennedy Center a ora, nelle intenzioni, persino Penn Station e Dulles Airport. Che si prende crediti che non ha, che organizza una cena alla Casa Bianca coi titani della Silicon Valley solo per farsi adulare oltre ogni decenza dagli uomini più ricchi del mondo (anch’essi complici, senza vergogna). E se la chiave di lettura più corretta per questi tempi tempestosi non fosse il “realismo politico”, ma piuttosto gli effetti – sociali, politici e psicologici – della concentrazione eccessiva di potere e ricchezza in poche mani? Gli effetti dell’hubris che sfocia invariabilmente, come ci ricorda Tucidide, nella follia e nella rovina. Di tutti.

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tucidide-le-ragioni-della-forza.html

La voce di Etty


Gianni Vacchelli
Generativo e mistico: il pensiero nuovo di Etty Hillesum
Avvenire, 22 febbraio 2026

Quanto può parlarci Etty Hillesum, con la sua profonda esperienza umana e spirituale, con i suoi preziosi diari e le sue toccanti lettere, in un tempo segnato dalla disillusione religiosa, dalla frammentazione del senso e dal ritorno inquietante di un “cuore di tenebra” violento e guerrafondaio? La risposta è chiara: moltissimo, se leggiamo con attenzione due pregevoli volumi a lei dedicati: Etty Hillesum. Vivere e respirare con l’anima. La scommessa di una spiritualità laica di Beatrice Iacopini (Gabrielli Editori, pagine 220, euro 18,00), con postfazione di Marco Vannini, ed Etty Hillesum. Il racconto della sua vita di Judith Koelemeijer (Adelphi, pagine 616, euro 32,00). Due libri che offrono prospettive complementari sulla giovane ebrea olandese (1914-1943), capace, nell’abisso della tragedia nazista, di trasformare l’orrore in uno spazio interiore di libertà, di conoscenza di sé e del mondo.
Il libro della Iacopini parte dalla crisi radicale delle forme tradizionali della fede e delle “religioni storiche”. La nostra epoca è segnata da una vera e propria «esculturazione del cristianesimo», in cui «fedi, valori, modalità del vivere che si tramandavano da generazioni appaiono ormai inservibili». Non è nostalgia regressiva, ma diagnosi di un passaggio storico: in questo vuoto, figure come Etty Hillesum diventano testimoni di una possibilità nuova, capace di unire radicalità spirituale e assunzione della realtà, una spiritualità laica mistico-politica. Infatti «la via dello spirito, lungi dall’essere una fuga dal mondo per salvaguardare il proprio benessere, si configura piuttosto come l’unica via del servizio autentico, dell’attenzione vera e disinteressata all’altro, la vera via politica. E anche per questo, ce n’è così tanto bisogno».
Etty non è una santa tradizionale né un’eroina morale, ma una figura-soglia dove l’avventura interiore coincide con l’esperienza e non con un sistema: «È possibile una spiritualità vera e profonda anche senza religione». Nei Diari, cruciale è la scoperta di un centro interiore, dove il nome di Dio viene sottratto a ogni trascendenza lontana e riconsegnato al cuore umano, senza ridurlo a psicologismo o intimismo. Così scrive Etty il 17 settembre 1942: «Io riposo in me stessa e questo “me stessa” io lo chiamo “Dio”. Quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio». Non più un Dio-ente “fuori”, ma una presenza nel fondo dell’anima: «Siamo noi il cielo di Dio», una non-dualità dove divino e umano non sono due e non sono uno.
Il titolo stesso del libro deriva da una delle frasi più affascinanti dei Diari: «Ora vivo e respiro con la mia anima». La spiritualità diventa così un «fare anima», come direbbe Hillman, una trasformazione vitale. L’interiorità non è un ritrarsi dalla storia, ma la costruzione di una «cella interiore» che permette di abitare il dolore senza esserne distrutti: «Mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento. La concentrazione interna costruisce alti muri». Questo movimento non è magia o irenismo: le tragedie storiche possono ancora colpirci, ma possiamo attraversarle senza perdere la nostra umanità. Etty non nega la sofferenza né la sublima: «Non c’è bisogno di cercarla, la sofferenza, ma là dove si impone, non dobbiamo evitarla». Da qui nasce un’etica concreta, fatta di attenzione, responsabilità e cura per l’altro. Dio è una forza che spinge a restare nel mondo: «Dio è spirito ed è amore», un amore che non ci sottrae al dolore del mondo, ma alla disperazione.
A questa intensa lettura spirituale fa da contrappunto il volume di Judith Koelemeijer, che ricostruisce con rigore e finezza narrativa la vicenda biografica di Etty Hillesum. Qui la protagonista non è solo voce interiore, ma corpo, storia, legami, contraddizioni. Koelemeijer segue Etty nella Amsterdam occupata, nelle relazioni affettive, nel lavoro per il Consiglio Ebraico, fino alla scelta di non sottrarsi alla deportazione. Fin dall’inizio emerge una giovane donna segnata da relazioni laceranti: «Max era tutto», scrive l’autrice, ricostruendo una passione che la portò “a un passo dal crollo”. Etty stessa ammette: «Comincio solo ora a comprendere tutta quella passionalità nella mia relazione con Max», riconoscendo quanto quell’amore irraggiungibile l’avesse spinta a cercare un centro più profondo.
Koelemeijer insiste sul corpo, sul desiderio, sulla fragilità psichica: «Il desiderio era fonte di grande sofferenza per Etty in quel periodo meditò seriamente il suicidio». Non c’è idealizzazione, ma una carne esposta, che rende ancora più sorprendente la successiva maturazione interiore. La forza del libro sta proprio in questa tensione: la mistica non nasce nel vuoto, ma da una vita ferita.
Nel racconto biografico, la scelta di restare con il suo popolo non appare come gesto eroico astratto, ma come esito di un lungo travaglio. Koelemeijer mostra come Etty non si sottragga al reale, ma lo attraversi fino in fondo, trasformando la paura in responsabilità.
In questo intreccio tra voce interiore e racconto storico, Etty Hillesum sfugge a ogni etichetta. Non mistica in senso stretto, non teologa, non martire, ma donna che ha preso sul serio la propria vita interiore fino a farne criterio di verità. Nessuna ideologia o appartenenza può sostituire il «cuore pensante». Come ricorda Panikkar, «la spiritualità contemporanea, o meglio una vita umana piena per l’uomo attuale, non può accontentarsi di imitare modelli antichi. Abbiamo bisogno di una novità molto più radicale». In questo senso Etty diventa tessera fondamentale per un nuovo monachesimo, non istituzionale, ma come dimensione radicale dentro ogni essere umano, che cerca armonia tra presenza, azione e contemplazione, tra cielo e terra, spirito e carne, eros e agape, mistica e politica. Anche dagli atti del Terzo Convegno Internazionale The Lasting Significance of Etty Hillesum’s Writings (Routledge, pagine 500, euro 69,00, a cura di Klaas A. D. Smelik), emerge come la forza dei suoi Diari non risieda solo nella testimonianza storica, ma nella loro capacità di generare senso e trasformazione nel presente.
La voce di Etty, nata nella notte del Novecento, continua a invitarci a restare e diventare umani, anche quando tutto spinge verso indifferenza o paura. Qualcosa di nuovo sta nascendo.