Chiara Sgreccia
Esclusi, senza capi, apartitici: identikit dei giovani arrabbiati
Domani, 20 ottobre 2026
Accanto al tricolore ci sono le bandiere della Palestina e dell’Albania. I ricordi della lotta partigiana e dei «nonni morti per i nostri diritti» si affiancano a quelli che sembrano ciechi richiami a disordine, rabbia e violenza contro lo Stato. Dopo La canzone del maggio di Fabrizio De André, a fare da colonna sonora ai post sui social che mostrano le immagini delle proteste del 17 ottobre a Milano, Bologna e Torino, arrivano i motivetti creati con l’Ia che rimandano «Remigrazione, unica soluzione», l’inno che ha spopolato sui social dell’estrema destra per sostenere l’espulsione dei migranti, anche se nelle piazze c’erano tanti italiani di seconda generazione.
Così, nella confusione generata dalle proteste degli ultimi giorni, sembra che uno dei pochi punti fermi da cui partire per capirne le ragioni e che cosa abbia portato alle devastazioni dei centri città ad opera di alcuni manifestanti, anche minorenni, sia il carovita. E l’incapacità del governo attuale di tutelare i cittadini, soprattutto chi è rimasto ai margini: «La gravissima situazione socio-economica che sta attraversando il Paese, caratterizzata da un insostenibile aumento del costo della vita, dal rincaro dei beni di prima necessità e dal progressivo impoverimento delle famiglie e dei lavoratori», scrive il movimento «Italia in Piazza», uno dei più conosciuti tra quelli che il 17 ottobre hanno lanciato le manifestazioni di Torino, Bologna e Milano (anche il 18 ottobre). Ma non l’unico, perché sui social la data simbolica della rivolta «per fare come in Francia» circolava da tempo ed è stata condivisa da soggetti diversi, per età, professione e appartenenza politica. Subito dopo gli scontri con le forze dell’ordine, le vetrine rotte, gli assalti a negozi e supermercati del weekend, «Italia in Piazza» si è dissociato dalle devastazioni. Non lo ha fatto il neonato «Movimento del 17 ottobre» (così giovane da essere arrivato – almeno sui social – dopo le piazze), che definisce «quella dei manganelli degli sbirri» come l’unica violenza. E che rilancia la mobilitazione «fino alla caduta di questo governo ladro» ogni sabato alle 15, in almeno otto città. Perché, si capisce dalle informazioni che condividono nel tentativo in corso di strutturarsi a livello nazionale, «violento è il sistema che uccide»: quello che nega il futuro alle nuove generazioni, «che ora vogliono riprenderselo».
A spiegare perché alla base della rabbia dei giovanissimi in piazza ci sia un patto generazionale rotto e un sistema che produce insicurezza è Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo: «Viviamo in un mondo molto complesso in cui anche questioni globali riflettono incertezza nella vita quotidiana: le tensioni legate alle guerre, al riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie, il cambiamento del mondo del lavoro. Sono tutti aspetti che pesano sul futuro di un quattordicenne o di un ventenne che, di fronte a queste grandi questioni, si sente impotente, insignificante». Per Rosina, infatti, la frustrazione determinata dall’impossibilità di migliorare la propria vita, dovuta anche al fatto che in Italia i giovani sono inascoltati e che la società non offre loro opportunità, ha portato a una scomposta esplosione di rabbia che non ha trovato altri canali positivi per potersi esprimere. Che sarebbero potuti arrivare dalla scuola o dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale. Ma non è successo. Per questo «sebbene la violenza non sia mai giustificabile è evidente che i ragazzi nelle piazze non sono nati arrabbiati. E che questo senso di frustrazione che trova sfogo nel protagonismo negativo sia cresciuto con il tempo», conclude il professore prima di evidenziare come il poco spazio lasciato ai giovani e la rottura del patto generazionale siano comuni a Italia e Francia: «Ecco perché si può parlare di movimento trasversale». E che il nostro Paese, però, avendo avuto un processo migratorio più tardivo, ha un vantaggio temporale che le permetterebbe di intervenire per tempo ed evitare gli stessi errori commessi nelle banlieue francesi, se promuovesse interventi concreti volti a risanare le fratture sociali e le disuguaglianze di partenza. Dalle parole di Rosina si capisce, quindi, che una buona parte dei giovani in piazza in questi giorni è difficile da ricondurre alle divisioni politiche a cui siamo abituati, tra destra e sinistra, visto che non trova rappresentanza nei canali politici tradizionali, usa i social come mezzo di aggregazione – probabilmente perché vivono in contesti in cui quelli fisici mancano – ed è nella fase della rabbia che precede la rivendicazione strutturata, se arriverà.
Anche secondo la filosofa e pedagogista Dafne Guida, presidente della cooperativa sociale Stripes, impegnata in progetti educativi e di aggregazione giovanile anche nell’area metropolitana milanese, la violenza non può essere spiegata attraverso le appartenenze ideologiche. È apparsa più «cieca rabbia», «priva di direzione», che ha portato alcuni manifestanti sia a saccheggiare i negozi di marca, in una sorta di esproprio proletario, sia a distruggere i libri, concretizzazione del fallimento culturale: «Ma è soprattutto il sintomo di un disagio sociale più profondo. Per strada non facciamo che assistere all'ultimo stadio di un virus che ha infettato per primo il linguaggio: una società che ha normalizzato la sopraffazione, la derisione dell'altro, fino a trasformare la violenza verbale in gesti. Per Guida, «questa rabbia ha una storia, quella del fallimento della società neoliberista che prometteva ricchezza e opportunità per tutti. Ma che non ha consentito di creare una comunità che accogliesse nel tempo i suoi giovani». Così il sistema ha progressivamente smantellato tutele e garanzie, alimentando la retorica secondo cui chi vuole può farcela, anche se non è vero: «Così nasce la violenza che, non è di destra o sinistra. È il prezzo che stanno pagando i giovani».











.jpg)
