giovedì 14 maggio 2026

La potenza cinese

Max Boot
Un tè allo Zhongnanhai
Cosa rivela un ex analista della Cia su uno scontro con la Cina
Il Foglio, 14 maggio 2026

John Culver è una delle massime autorità mondiali sull’esercito cinese, un tema che ha iniziato a studiare come analista della Cia nel 1985. Dal 2015 al 2018 ha ricoperto il ruolo di direttore dell’intelligence nazionale per l’asia orientale. Da quando è andato in pensione dalla Cia nel 2020, è senior fellow presso la Brookings Institution. Ho parlato con Culver delle capacità militari della Cina e delle lezioni che l’esercito popolare di liberazione sta traendo dal conflitto statunitense con l’iran.

E’ difficile non cadere nell’iperbole quando si parla della trasformazione rispetto alla forza che ho conosciuto allora, equipaggiata in gran parte con armamenti risalenti alla guerra di Corea e, in parte, al Vietnam. Oggi è difficile individuare un settore – fatta eccezione per i sottomarini e la guerra sottomarina – in cui si possa dire che gli Stati Uniti mantengono ancora un vantaggio. Non credo che lo abbiamo nei missili, nello spazio, nel cyber, nella ricognizione eccetera. Ritengo anzi che la Cina ci stia superando in alcune categorie, come i missili ariaaria, i missili terra-aria, le capacità antisatellite e la guerra elettronica. La cosa che dovrebbe saltare agli occhi è la quantità di munizioni avanzate che stanno producendo – con ordini di grandezza superiori a quanto la nostra base industriale può produrre. La Cina ha un solo cantiere navale che produce più di tutti i nostri messi insieme. Ogni anno vara abbastanza navi da replicare l’intera marina francese. Se è vero quello che si dice – che nel conflitto con l’iran abbiamo consumato gran parte della nostra capacità di attacco a lungo raggio e di difesa missilistica – allora non disponiamo nemmeno lontanamente delle scorte necessarie per uno scontro con la Cina.

E’ vero che la Cina non combatte una guerra dal 1979, ma è altrettanto vero che gli Stati Uniti non affrontano nulla di simile a un avversario pari dal 1945. Quindi, se la Cina volesse combattere una guerra controinsurrezionale, avremmo un netto vantaggio, visto che è in questo ambito che si è concentrata gran parte della nostra esperienza negli ultimi vent’anni. Ma in termini di guerra sul mare o in cielo, non darei a nessuno dei due contendenti un margine significativo. Credo che gli Stati Uniti si concentrino sull’invasione cinese di Taiwan perché è lo scenario che siamo più sicuri di poter sconfiggere. Si tratta di affondare navi, e in questo siamo piuttosto bravi. Ben più preoccupante sarebbe una campagna punitiva cinese che non esponga le sue forze a un attacco diretto da parte degli Stati Uniti, a meno che non siamo disposti a bombardare la Cina continentale.

Il tipo di campagna che la Cina ha condotto più volte ogni volta che il suo esercito è entrato in guerra. Che si guardi al confine indiano nel 1962, alla guerra con il Vietnam nel 1979 o alle varie campagne di pressione contro Taiwan, l’obiettivo non è conquistare territorio, ma infliggere un colpo durissimo all’avversario. In uno scenario taiwanese, la Cina potrebbe rapidamente impadronirsi delle isole controllate da Taiwan al largo della propria costa, lanciare attacchi su vasta scala contro Taiwan stessa, distruggere gran parte della sua capacità militare e industriale, tentare di eliminare la leadership politica e militare dell’isola. La minaccia che ne deriverebbe – per Taiwan prima, e indirettamente per gli Stati Uniti poi – è che, se scoppiasse una guerra, Taiwan cesserebbe di esistere come produttore di semiconduttori.

Esatto. E in qualsiasi scenario di conflitto si porterebbero offline gran parte dei sistemi asiatici. Quindi non si tratta solo degli effetti economici diretti della fine della produzione taiwanese di semiconduttori. La capacità delle navi mercantili e degli aeromobili di transitare nel Pacifico occidentale diventerebbe improvvisamente a rischio. Prendete il problema dello Stretto di Hormuz e ampliatelo di molte volte fino a comprendere il Mar cinese meridionale fino allo Stretto di Malacca e tutta l’asia nordorientale, inclusi tutti i porti del Giappone e della Corea del sud.

Hanno investito enormemente nelle difese aeree. Probabilmente lo spazio aereo più difeso al mondo, dopo l’area di Mosca, è la fascia costiera cinese che va dall’isola di Hainan fino a Pechino. Ciò che dà loro vera fiducia, credo, è che questo non è un modo nuovo di fare la guerra. Si potrebbe risalire alla Desert Storm del 1991 o all’operazione Iraqi Freedom del 2003: gli Stati Uniti seguono ancora lo stesso schema operativo, dispiegando in anticipo gli aerei nella regione. L’Iran non dispone di sistemi d’attacco a lungo raggio particolarmente efficaci, eppure, stando al Washington Post, gli iraniani sono riusciti a colpire almeno 228 obiettivi americani in Medio oriente. Se gli Stati Uniti pensano di concentrare le proprie forze aeree in vista di una campagna contro la Cina, stiamo mettendo le uova in alcuni panieri piuttosto fragili. Se dispieghiamo aerei avanzati in Giappone, Australia o magari in Corea del sud, la Cina può fare cose al riguardo in modi che l’Iran semplicemente non può.

Il problema è che, perché le portaerei siano militarmente rilevanti, dovremmo conquistare almeno una capacità aerea contesa entro circa 1.600 chilometri dalla zona di combattimento. Non esistono zone sicure. La Cina tiene traccia delle nostre portaerei ogni ora di ogni giorno. Credo che parte del pensiero al Pentagono – che potrebbe essersi evoluto da quando sono andato in pensione – sia che, quando si prevede uno scoppio delle ostilità, dobbiamo portare le nostre risorse navali di alto valore fuori dal teatro operativo, per poi dover combattere per rientrare. Da dove, non è chiaro. Nemmeno Guam è un bastione sicuro.

Credo che le Forze armate nutrano una certa nostalgia per ciò che corrisponde alle loro aspettative in termini di carriera. Non so se esista ancora una filiera professionale per un operatore di droni che possa portare a una stella di ammiraglio.

E LE ZONE SICURE CHE NON CI SONO un uomo che abbia una gran fretta.

Probabilmente aiuterebbe in una certa misura, ma temo che potremmo star gettando denaro buono su denaro cattivo. Quello di cui abbiamo bisogno è rafforzare le nostre forze dispiegate in modo che possano resistere a un primo attacco cinese, e poi produrre più munizioni di quante ne riteniamo sensate. Il tasso di consumo di questi sistemi costosissimi è semplicemente sbalorditivo. Chi finisce le munizioni per primo perde.

Suona bene. Probabilmente è stato concepito per intimidire i cinesi e farli riflettere. E questo è sempre utile. Il problema è: di quali droni stiamo parlando, e da dove verrebbero lanciati? Bisognerebbe pre-dislocarli, se non a Taiwan stessa, almeno a Luzon o sulle isole sud-occidentali giapponesi, che sono tutte nel raggio d’attacco cinese. Questa è la tirannia della distanza e del tempo in una guerra nel Pacifico.

Lo Stretto di Taiwan è largo 160 chilometri. Lo Stretto di Hormuz ne misura solo 34. Le differenze sono significative. Ma credo che una lezione che i cinesi potrebbero trarne sia che, grazie ai progressi nelle capacità antinavali e alla naturale propensione umana a evitare i rischi, detenere il ruolo di chi cerca di ostacolare il traffico marittimo – piuttosto che di chi cerca di garantirlo – conferisce un potere reale. Gran parte dell’effetto di un blocco risiede nell’impatto sulle assicurazioni marittime e sulla disponibilità degli armatori ad avventurarsi in una zona di guerra. La Cina può creare enorme caos e tagliare quasi tutti i rifornimenti via mare verso Taiwan semplicemente dichiarando un blocco. Ha più modi per farlo rispettare. Può anche colpire tutti gli impianti portuali di Taiwan. Puoi anche inviare enormi navi da rifornimento, ma non ci sarebbe modo di scaricarle.

La lezione principale è cercare di evitare quello scenario. Mi chiedo quando gli americani potrebbero cominciare a dire che Taiwan è una guerra in cui non vogliono entrare, perché nella migliore delle ipotesi potrebbe essere una vittoria di Pirro. Si potrebbe evitare un’escalation nucleare, ma non è detto. Quindi, a meno di non riuscire a spiegare al popolo americano perché ne vale la pena – cosa che non abbiamo nemmeno tentato di fare con l’iran – non so se sia una cosa che conviene affrontare. Credo che Taiwan sia una crisi che anche Xi Jinping vuole evitare, non un’opportunità che vuole cogliere. E quando si vede quello che ha fatto negli ultimi due anni al proprio esercito, sventrando i ranghi del comando superiore, non mi sembra

L’esercito era diventato sistemicamente corrotto. Credo che la conclusione cui è giunto Xi nell’ultimo anno sia che non può contare sull’esercito per riformarsi dall’interno. Ecco perché sta tagliando così in profondità. Uno studio pubblicato dal Center for Strategic and International Studies nel febbraio scorso afferma che ha rimosso almeno il 53 per cento degli ufficiali a tre e quattro stelle. E’ incredibile. Mao non ha mai fatto niente di simile. Quello che sta facendo non riguarda uno scenario taiwanese, riguarda Tiananmen 2.0. Se si arriva allo scontro diretto, l’esercito potrebbe di nuovo dover salvare il partito, come fece nel 1989. E se non si è sicuri che lo farebbero di nuovo, beh, questa è la risposta sbagliata se si è il Partito comunista cinese: vuoi un esercito assolutamente affidabile e leale.

Hanno un ritratto molto cupo degli Stati Uniti come egemone globale in declino di potere, sempre più violento nel tentativo di aggrapparsi alla propria supremazia. Li vedono come un paese con un’elevata propensione all’intervento militare, che ha però abbandonato ogni soft power attraverso programmi come Usaid e Voice of America. Pur ritenendo che il pubblico americano abbia una bassa tolleranza per le guerre su larga scala – come si è visto dal Vietnam in poi – continuano a percepire gli Stati Uniti come fortemente inclini al conflitto armato. Questa è una delle ragioni per cui penso che una guerra per Taiwan non è una cosa che Xi Jinping sta cercando.

Non credo che cambi molto. Quello che hanno visto finora conferma alcune lezioni che avevano già appreso sulla necessità di disporre di grandi arsenali per queste armi sofisticatissime. L’operazione che li ha probabilmente impressionati più di quanto abbiano visto in Iran è stata quella in Venezuela, dove abbiamo condotto un’operazione delle forze speciali che ha portato alla cattura di un capo di stato straniero. Quando hanno saputo che gli Stati Uniti erano riusciti ad hackerare il sistema di telecamere a Caracas, forse si sono chiesti un attimo cosa succederebbe con il loro sistema di telecamere a Pechino. Credo che anche gli israeliani, dopo i loro attacchi alla leadership iraniana, abbiano detto la stessa cosa: stavano violando le telecamere di Teheran per seguire i bersagli. Ci si può sentire al sicuro perché si hanno telecamere ovunque a Pechino, ma cosa succede se un avversario ha lo stesso accesso?

Non hanno preso una posizione netta, limitandosi a dire che la guerra è una brutta cosa. Hanno tratto alcuni vantaggi dalla perturbazione dei mercati energetici. E’ stato uno stimolo alle loro vendite di tecnologie verdi. Hanno la più grande riserva strategica di petrolio al mondo, e la stanno riempiendo mentre tutti gli altri la svuotano. Quindi non ho la sensazione che siano sotto pressione estrema. I loro problemi principali sono interni e strutturali. Non è la guerra in Iran.

Come nacque il Salone

Antonella Frontani
Pezzana mi parlò dell'idea, Cuccia non capì il progetto. E i librai all'inizio erano contro

Corriere Torino, 14 maggio 2026 

«Nacque nel momento in cui Angelo Pezzana entrò nel mio ufficio per parlarmi di questo formidabile progetto che si sarebbe svolto a Torino Esposizioni. Era il 1987. Lui disse: “A Managua (capitale del Nicaragua, ndr) esiste una fiera del libro. In Italia, no”…».

«Ci legava un’antica amicizia fondata sulla stima reciproca, elementi fondamentali per vincere le sue diffidenze».

Lei, persona colta, ma anche esperto di bilanci, immaginò subito il fabbisogno finanziario di un progetto così ambizioso?

«Certo. Mi parlarono di uno stanziamento di 400 milioni di lire, io rilanciai alzando a 4 miliardi con la previsione di spenderne uno e mezzo in pubblicità. Ma posi anche un’altra condizione».

«Il progetto non si sarebbe dovuto limitare alla costruzione di una fiera. Io sognavo un evento internazionale estremamente attrattivo per diverse fasce di pubblico: lettori, scrittori, librai, scuole, case editrici, distribuzione. Ho immaginato fin dall’inizio un luogo affascinante, un agorà, che favorisse l’incontro tra lettori e grandi (e piccoli) nomi della letteratura, oltre che l’istituzione d’un mercato editoriale che mettesse in contatto gli addetti ai lavori».
Il progetto fu subito chiaro a tutti?

«Sì, tranne qualcuno che all’inizio non capì, come Enrico Cuccia che definì il Salone una grande libreria. Giudizio decisamente riduttivo».

Lei si impegnò in prima persona?

«Certamente. Investendo personalmente un miliardo e accettando la carica di presidente».
Su cosa puntò?

«Sul marchio e sull’architettura degli allestimenti che avrebbero messo in risalto il protagonista: il libro».

Si confrontò con qualcuno per la scelta?

«Ovviamente. Sentii il parere delle menti più illuminate della città come Gianni Vattimo, Furio Colombo, Gian Luigi Beccaria, oltre al parere dei librai e degli editori».

«In brevissimo tempo parlai con Gianni Merlini, allora presidente di Ae e Utet. Poi, con tutti i principali editori. Fondamentale il parere prezioso di Giulio Bollati e Valentino Bompiani. Luigi Spagnol invece non aderì».
Perché?

«Al nostro stupore rispose che doveva occuparsi della sua azienda: non partecipando al Salone, sarebbe stata sicuramente la più citata dai giornali».

All’inizio, con chi fu scontro?

«Con i librai!».
Davvero?

«Sì, perché, erroneamente, percepivano il Salone come una realtà concorrente».

E Milano, come reagì?
«All’inizio bene, non furono sorpresi perché ne parlai personalmente con il sindaco Pillitteri e con tutti gli editori. Il problema si manifestò più tardi, quando Feltrinelli e Mondadori espressero il desiderio di spostare il Salone a Milano».
La città di Torino collaborò.

«Sì, sia la sindaca Magnani Noja sia tutti gli assessori che si susseguirono negli anni. La proposta di Torino presentata al Ministero ebbe la meglio rispetto alle proposte di Roma e Milano».

Perché vinse Torino? «Perché avevamo un vero progetto tra le mani».

A chi venne affidato il programma editoriale all’inizio?

«Ad Adalberto Chiesa, che aveva la forza di avvicinare i grandi nomi come Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura».
Quanto pesò la scelta del marchio?

«Moltissimo. Con Armando Testa facemmo infinite disquisizioni finché non mi colpì un’immagine che ricordava la Città Ideale di Pier della Francesca. Per me, appassionato di arte contemporanea, fu un colpo di fulmine».

Ma bocciò i colori…

«Sì, Testa aveva scelto il rosso e il nero, colori che non amo. Proposi il verde e il blu, colori simbolo della natura terrestre e marina».
Chi fu l'architetto a cui affidò il progetto?

«Eldo Ferrero, un giovane che scelsi dopo averne scartati tre».

C’è stato un momento in cui ha avuto davvero paura?

«Molti momenti. Il più drammatico, quando il Salone è stato trasferito al Lingotto. La direzione dimenticò di indicarci le linee di caduta dell’acqua dagli impianti di schiumogeni e le relative vie di fuga. Per rispettare le nuove norme, fummo costretti a smontare l’intero Salone per rimontarlo il giorno dopo. Rischiammo di non aprire».

Un sogno non esaudito?

«Il Salone della Musica».

Golshifteh Farahani

 

Thomas Usan
Chi è Golshifteh Farahani, l'attrice iraniana dietro allo schiaffo di Brigitte a Macron
La Stampa, 14 maggio 2026 

Un simbolo della lotta contro il regime iraniano e oltre 15 milioni di follower sui social. Secondo il giornalista Florian Tardif il motivo dello schiaffo di Brigitte Macron al marito Emmanuel, in Vietnam nel 2025, fu la scoperta di alcuni messaggi del presidente francese con l’attrice Golshifteh Farahani.

Un amore, secondo il cronista, “platonico” tra l’inquilino dell’Eliseo e la star che avrebbe provocato la gelosia della first lady. Farahani non è solamente un’attrice, ma in patria è un vero e proprio simbolo di libertà per essersi opposta al regime, fino a essere costretta all’esilio.

Un’attrice nata

Ma andiamo con ordine. Nata nel 1983, Farahani già a 14 anni entra nel mondo del cinema iraniano, diventando in breve tempo una star nazionale. Vince diversi premi e con il tempo riesce a ottenere alcune parti in diversi film asiatici. L’anno della svolta però è il 2008. Ridley Scott la chiama per fare un provino per “Nessuna verità”, un film in cui partecipano attori di fama internazionale, tra cui Leonardo DiCaprio e Russell Crowe. Supera la selezione e ottiene la parte, diventando la prima attrice iraniana a lavorare per una produzione hollywoodiana.

La rottura con il regime

In patria però il regime non sostiene la sua scelta, nonostante la popolarità dell’attrice tra gli iraniani. Sempre nel 2008, sull’onda dell'entusiasmo per la nuova star, viene selezionata per un provino a Londra per “Prince of Persia”. Il regime però le impedisce di lasciare il Paese e da qui iniziano le prime incrinature. Nello stesso anno viene pesantemente criticata dai fondamentalisti per essersi rifiutata di indossare l’hijab nei film internazionali.

A questo punto Farahani si trasferisce a Parigi. E proprio nella capitale francese nel 2012 posa con il seno nudo per un’iniziativa ai premi César, l'equivalente francese degli Oscar. Apriti cielo. Le autorità iraniane convocano la famiglia, ancora residente in patria, spiegando loro che la figlia non è più benvenuta nel Paese. Nell’arco di pochi mesi il passaporto le viene confiscato e il provvedimento di esilio viene ufficializzato. Da allora non è mai più tornata in Iran. Nel 2015, quando ormai è diventata un simbolo di libertà, posa completamente nuda per la rivista francese Egoïste.

«Parigi è l'unico posto al mondo in cui le donne non si sentono in colpa. In Oriente, ti senti in colpa tutto il tempo», dirà dopo le ennesime critiche del regime. Negli anni ha sempre portato avanti la battaglia per la liberazione dell’Iran, a partire dal suo ruolo importante a livello mondiale per la diffusione della notizia della morte di Mahsa Amini, arrivando fino ai discorsi in occasioni importanti come il festival di Cannes.

E lo scorso gennaio in un editoriale a “Le Monde” ha raccontato il suo passato: «Sono nata durante la guerra in Iraq, nel 1983 - scrive sul quotidiano francese -, dopo la Rivoluzione Islamica. I primi anni della mia vita sono stati intrisi di paura. Paura per mio padre, che fuggiva per salvarsi la vita perché aveva fatto parte dell'opposizione, sia prima che dopo la rivoluzione». E continua: «Non è la prima volta che l'Iran vive sotto un regime così brutale, ma spero che sia l'ultima. La resistenza all'abominio, alle dittature e agli invasori è nel nostro sangue».

La carriera in ascesa

In Francia oggi è diventata una figura molto riconosciuta all’interno del mondo culturale. Lavora con registi come Christophe Honoré, Alain Chabat e Arnaud Desplechin. La sua carriera a Hollywood è continuata ancora dopo gli esordi con un altro film di Scott “Exodus: Dei e Re” e “Pirati dei Caraibi. La vendetta di Salazar”, per cui si sottopone a ore di trucco al giorno per incarnare la maga Shansa.

https://machiave.blogspot.com/2026/01/in-nome-del-popolo-iraniano.html



mercoledì 13 maggio 2026

La vera posta in gioco


Percival Bartlebooth
Il Colle non è solo questione di voti: Meloni davanti al bivio della destra
L'altravoce, 13 maggio 2026 

La corsa al Quirinale del 2029 non dipende solo dai numeri parlamentari. Per Meloni la vera sfida è trasformare la destra in forza di sistema


Chi andrà al Quirinale, nel 2029? Riformulo la domanda perché, in questi termini, sembra irrispettosa nei riguardi dell’attuale presidente della Repubblica, e sembra soprattutto non tenere conto del fatto che prima vengono le elezioni politiche generali. Domando allora: che cosa ci vuole perché un partito politico possa legittimamente aspirare a indicare per il Colle un proprio esponente? Bisogna che abbia i voti, certo. Ma non è solo questione di voti. Se non se ne hanno abbastanza, si può cambiare la legge elettorale, confidare magari in un robusto premio di maggioranza, e comunque, quando viene il momento, lasciar passare i primi scrutini, che prevedono soglie troppo alte, per poi compattamente votare il proprio candidato.

Il ruolo del Capo dello Stato

Ma nella storia della Repubblica non è mai stata questa la strada per arrivare al Quirinale. Da un lato, non ha mai funzionato – troppe trappole lungo il cammino –; dall’altro, non è in questo modo, con questa denominazione d’origine, che un futuro Presidente potrebbe adempiere al ruolo che la Costituzione gli assegna, di rappresentante dell’unità nazionale, garante di tutti gli italiani.

Quel ruolo è certo legato alla carica, ma pure alla storia. Leggere la lista degli inquilini del Quirinale significa ripercorrere le vicende del Paese, riconoscendovi distintamente le stagioni politiche che si sono succedute, riflesse anzitutto nel centrismo democristiano, poi nelle caute aperture a sinistra – prima quella socialdemocratica, poi quella socialista – fino alla lunga marcia dentro le istituzioni del comunista Giorgio Napolitano.

Il nuovo baricentro della destra di governo

Alla domanda di prima – che cosa occorre perché un partito possa legittimamente aspirare al Quirinale – una risposta più attenta alle condizioni storiche e politiche date suonerà dunque così: occorre che quel partito abbia saputo porsi al centro del sistema, in sintonia con la sua grammatica politica e istituzionale.

Ci sarebbe un’altra strada, in verità: quella opposta, quella traumatica della rottura di sistema. La destra italiana l’ha più volte accarezzata. Senza andare troppo indietro, ad anni e vicende lontane, basterà ricordare i ripetuti scossoni contro Bruxelles e le velleità di fuoriuscita dall’euro, poi accantonate, o l’ipotesi di una messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento, ventilata con parole veementi da Giorgia Meloni nel 2018, all’epoca non poi tanto lontana della formazione del governo giallo-verde.

Dopo il successo elettorale del 2022, la traiettoria che la presidente del Consiglio ha tracciato per sé e per il suo governo ha obbedito tuttavia a un altro disegno. Si saranno potute giudicare insufficienti, oppure strumentali, ma le scelte europeiste e atlantiste compiute devono essere intese come la ricerca – non semplice, né ovvia – di un nuovo baricentro della destra. Lo stesso si sarebbe dovuto dire della separazione delle carriere, se fosse andata in porto. Ma da un lato Donald Trump, dall’altro l’esito referendario hanno procurato un brusco stop, e, a un anno dalle elezioni, forse meno, alla premier tocca capire se fare macchina indietro, per salvare il salvabile, o tentare uno scatto in avanti, e aprire una nuova partita.

Scatto in avanti o marcia indietro?

Cosa significhi fare macchina indietro lo si capisce subito pronunciando un nome che ha il cupo significato di un sintomo: Roberto Vannacci. Che è un problema della Lega, ma anche dell’intera maggioranza. La destra populista, retriva, ottusamente nazionalista e filoputiniana, ostile all’Europa, esiste: che cosa Meloni intende fare di quei voti? Cosa possa essere invece uno scatto in avanti è più difficile a dirsi. Ma se l’orizzonte in cui collocarlo ha l’ampiezza necessaria da abbracciare, in prospettiva strategica, la corsa al Quirinale, se questo rimane il varco obbligato della geometria politica italiana, se un tale varco non può essere attraversato solo in compagnia dei fedelissimi, solo di quelli che vengono dalla propria stessa storia, solo in compagnia dei nostalgici o degli antemarcia, solo di quelli di Colle Oppio, allora bisogna cambiare analisi, schemi, strumenti.

L’ostilità delle segreterie di partito verso la reintroduzione delle preferenze, da questo punto di vista, è un significativo banco di prova: se vuoi andare al voto scegliendo i tuoi, senza aprire le liste alla competizione fra i candidati, significa che vuoi giocarti la partita sulla difensiva, senza proporti di conquistare nuovi terreni di confronto, nuovi pezzi di società, nuovo personale politico. Non vuoi costruire la famosa egemonia, segnare una nuova stagione; vuoi solo fare quadrato, fare muro, serrare le file e sperare che siano grosse abbastanza da non aver bisogno di ulteriori apporti. Un discorso che può forse funzionare per andare al governo (ma i margini si assottigliano sempre di più), ma che sicuramente non basta se vuoi davvero piantare la bandiera sul Colle più alto.

Forse qualunque direzione va bene

Come quello di Don Abbondio, però, anche il coraggio politico se uno non lo ha non se lo può dare. Chiudo quest’articolo mentre scopro che l’emissione filatelica programmata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy per domani è dedicata – udite udite – a quel monumento della tradizione culturale italiana che è il calendario di Frate Indovino (con un francobollo la cui grafica ricorda da vicino una ben nota bustina di lievito per dolci).

Compie 80 anni, tanti auguri. Ma con tutto il rispetto per il senso comune e pure per il buon senso, senza spocchia né alterigia intellettuale, e in attesa della vittoria di Sal da Vinci all’Eurovision Song Contest, se pensiamo che questa è l’egemonia e questi sono i Valori, e che il Paese abbia bisogno soltanto di rassicurazione e protezione, di conoscere i segreti per la coltivazione dell’orto, le ricette e i proverbi giornalieri, allora viene difficile immaginare che un Paese così faccia qualunque tipo di scatto, in qualunque direzione pensabile.

Carissimo dottor Jung

Caterina Bonvicini
Carissimo dottor Jung, il libro che racconta la casa del mago

L'Espresso, 25 marzo 2026

Quando chiudi “Carissimo dottor Jung” di Sandra Petrignani (Neri Pozza) una domanda si fa ineludibile: perché ti ha così emozionato? Perché, durante la lettura, i tuoi sogni si sono sbizzarriti? Perché dovevi fermarti alla fine di un capitolo per lasciare posare una nostalgia? Perché alcuni fantasmi si sono presentati? Lo spiega Egle, alter ego di Sandra, nelle ultime pagine. Confessa di essere stata innamorata di Jung quanto le protagoniste della storia che ha raccontato e soprattutto che lui «è diventato per tutta la durata della scrittura il suo personale psicoanalista». Il lettore, di conseguenza, non ne esce indenne: per proprietà transitiva finisce sotto la luce di «quell’incantatore straordinario».

 

«The Magician», così lo chiamava Christiana Morgan, a sua volta soprannominata Lady Morgana. Nel romanzo Christiana, paziente di Jung negli anni Venti poi sua seguace a Harvard, torna a trovare il suo maestro trent’anni dopo, nel 1961, nella sua casa di Küsnacht, sul lago di Zurigo. Non è una Toni Wolff o una Sabina Spielrein, è il «grande amore mancato» di Carl Gustav e va da lui per chiedergli «come si fa a prendere in mano l’esistenza».

 

Sandra Petrignani immagina uno struggente confronto, finale per entrambi (lui sta morendo e lei si suiciderà pochi anni dopo), eppure pieno di vita. Il loro dialogo è il pretesto per un bellissimo doppio ritratto: quello di un Jung ormai vecchio, vicino alla saggezza e all’interezza che ha sempre cercato, e quello di una donna moderna, inquieta fino all’ultimo, tragicamente irrisolta.

 

«Gli piacevano i romanzi polizieschi, barava al gioco anche con sé stesso quando faceva i solitari, amava stare in mezzo agli altri e che la gente lo cercasse, salvo annoiarsi improvvisamente e liquidare tutti per restare solo», così lo descrive Petrignani. «Era burbero, ma capace di infinita dolcezza. Ed era sempre stato bello, alto e con una corporatura possente, persino da vecchio riusciva a essere affascinante, curato nel vestire ed elegante, con la pipa o il sigaro e il suo bastone. Eppure aveva anche qualcosa del contadino, un che di diretto e di semplice». Ci porta a conoscere Jung attraverso il suo mondo, passando per i suoi cani, la sua barca, la Iolla dalle vele rosse («Mi piace la vela perché sono in dialogo col vento», diceva), il suo amore per i laghi, deciso da piccolo quando aveva capito che vivere lontano dall’acqua non aveva senso, il suo legame con le case, soprattutto con quella di Bollingen, costruita da lui con due torri. Oppure attraverso il suo legame con gli oggetti («Sempre aveva avuto un intimo rapporto sentimentale con le cose, soprattutto nella casa di Bollingen. Gli rivolgevano le loro richieste gli oggetti a lui cari, e lui doveva rispondere, usarli, coccolarli, parlarci. Come con gli animali. Come con i suoi fogli»).

 

Naturalmente per sapere chi è CG, Carl Gustav, bisogna conoscere le sue donne (e le sue «tendenze triangolari»): la moglie Emma, generosa e materna, l’amante Toni, «capace di incarnare la sua Anima, la sua parte più inconscia e femminile», l’amica Ruth, che si occupa di lui quando resta vedovo. Ci sono gli amici, la rottura con Freud, gli allievi, gli adoratori. 

 

Poi c’è lei, Lady Morgana, «dai capelli disordinati e gli occhi distanti», così elegante nei suoi vestiti di seta colorati e con i suoi gioielli indiani, «intelligentissima, ma eccessivamente razionale», come dice Jung, che fa devastanti «incubi di morte per acqua» (morirà affogata) e resta per tutta la vita impigliata in un amore tossico con lo sposatissimo Henry Murray, pioniere dello junghismo in America, insieme al quale fonda la clinica psicologica di Harvard. Prigioniera di una dipendenza sessuale e sentimentale, Christiana ha immolato a quell’uomo la sua intelligenza e la sua creatività.

 

E mentre Egle, emersa da poco «da una vedovanza che l’aveva lasciata sbigottita dopo un fortunato matrimonio tardivo durato una ventina d’anni», scrive del Mago e di Lady Morgana, guardando il Tevere per niente biondo, passeggiando con la sua vicina di casa, l’ottantenne Lorenza, o giocando con lei a burraco, il pensiero di Jung lavora dentro di lei e l’aiuta a vivere una nuova stagione della vita.

 

Fare mito della morte. Essere nel presente. Guardare avanti, costruire il futuro, non restare invischiati nel passato. Conoscere il passato per farne qualcosa e superarlo, come con l’inconscio. Non sfuggire al proprio demone. Pensare che il tempo non è un impedimento, ma un mezzo per realizzare il possibile. La verità non è eterna, è un programma. Quel che conta è la capacità di trasformarsi. Dove c’è la tua paura, c’è il tuo compito. Diventa ciò che sei.

 

Il viaggio interiore di Egle culmina in un “pellegrinaggio” a Zurigo, insieme all’amica, per vedere la casa di Küsnacht.  Siamo nel cuore della “petrignanità”: quando si entra in una casa, dove ha sede l’anima di qualcuno. Jung abita qui. Egle-Sandra arriva così a «qualcosa di meravigliosamente pacificato fra le tante sé stesse che ha l’impressione di essere e di essere stata», Jung è venuto a chiudere un cerchio o ad aprirlo. In ogni caso alla fine ha aiutato proprio lei a prendere in mano l’esistenza e a capire nel profondo che «il senso della vita è la vita stessa».


Freud, Jung e dintorni

Nicole Janigro
Doppiozero, 13 maggio 2026

Film, docufilm, progetti di serie televisive, biografie e storie di vita romanzate, ricostruzioni storiche sempre più approfondite parlano di passioni e avversioni, complicità e rivalità, ambizioni sfrenate e colossali delusioni: il romanzo famigliare della psicoanalisi continua a raccontarsi. Le figure delle origini, che hanno attraversato la prima metà del Novecento, sono personalità a volte stravaganti, sempre inquiete, all’avanguardia. Lo sviluppo delle diverse teorie si fonde e si confonde con le esperienze private, quello che oggi ci coinvolge è che dicono di un’epoca che ricorda tremendamente la nostra.

Outsider Freud, il documentario del regista israeliano Yair Qedar (2025), è un montaggio accattivante e ben riuscito di filmati d’archivio, brani di animazione digitale che contribuiscono all’atmosfera onirica, e interviste – da Adam Phillips a terapeuti di diverse parti del mondo. Lo studio di Berggasse 19 – fotografato da Edmund Engelmann il giorno prima che la famiglia abbandoni Vienna mentre i nazisti sono già nel palazzo –, ricostruito e movimentato con la grafica computer, è il nucleo dal quale fuoriescono le diverse personalità di Freud. Il collezionista, il professionista, il conquistatore che affronta l’autoanalisi, il clinico che svela la sessualità e l’importanza del sogno. Il filmato sottolinea l’identità ebraica di Freud, la sua appartenenza a una minoranza è letta anche con lo sguardo attuale, di chi è abituato a occuparsi del minority stress della comunità LGBT. Nonostante nella società viennese l’antisemitismo fosse diffuso, nell’intellighenzia gli ebrei erano la maggioranza e, da ebreo assimilato, Freud preferiva considerare questo aspetto un fatto privato. Anche in opposizione a una storia che, invece, proprio in nome di questo stigma, avrebbe segnato la sua vita. Leitmotiv del filmato è un treno rosso – per Freud amato mezzo di trasporto, ma anche metafora dai numerosi significati. Ci guida nel suo viaggio, compone i suoi sogni, ripercorre i suoi lutti, le sofferenze del cancro, l’esilio. Per il regista Yair Qedar è anche “un simbolo fallico e un ricordo dell’Olocausto”.

Intorno alla persecuzione nazista si sviluppa il testo di David Meghnagi, S. Freud, C.G. Jung, Sabina Spielrein e la “faccenda nazionale ebraica (Bollati Boringhieri, 2025). L’autore dichiara fin da subito la sua impostazione interpretativa. “Eppure la frattura del movimento psicoanalitico, che coinvolse ai suoi inizi qualche decina di persone, pur nella sua specificità può essere considerata un prisma in cui poter riflettere e approfondire la più immane tragedia del nostro tempo”. E le fratture, “le gelosie e le incomprensioni finirono per assumere i connotati di uno scontro religioso”. Ricostruire la dimensione umana, storica e teorica insieme, degli inizi del movimento psicoanalitico è l’obiettivo di un lavoro eruditissimo, accompagnato da centinaia di note, da una bibliografia immensa e aggiornatissima, che non riesce però a risultare del tutto convincente. Forse perché, pur volendo contestualizzare storicamente l’incontro tra Freud e Jung, lo fa con il senno del poi, come se la rottura tra l’ebreo viennese e lo psichiatra ariano del 1913 annunciasse il 1933. Meghnagi ama Freud e non sopporta Jung. Il suo tipo psicologico gli risulta antipatico, gli appare seduttivo, funzionale, calcolatore, mendace.  Sempre in malafede. L’attrazione tra i due, la loro collaborazione, l’entusiasmo reciproco per essere riusciti a uscire dal comune, seppure diverso, isolamento, finiscono in secondo piano. E tra i motivi della rottura, personali e teorici, la questione razziale pare assumere il ruolo determinante. Anche la relazione con Sabina Spielrein è collocata in questo contesto, lontana dai sentimenti e dall’elaborazione che produsse in entrambi: le “componenti poligame” che Jung ammette appaiono la pura autodifesa di una violazione deontologica. Il gruppo che si era raccolto intorno a Freud, grande “cacciatore di uomini”, aveva discendenze e formazioni lontane dalla psichiatria zurighese e dall’esperienza di Jung. Mondi mentali e riferimenti culturali che avevano cercato di avvicinare nelle lunghe ore dei loro incontri, attraverso lo scambio di testi e lettere, erano sfociati in una lotta per il reciproco riconoscimento e, certo, per il ruolo da assumere nel movimento.

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Una parte significativa del testo è dedicata alla ricostruzione, in parte nota e in parte meno nota, dell’antisemitismo di Jung – Meghnagi riporta le considerazioni fortemente critiche di un analista junghiano come Andrew Samuels. Le sue iniziali incertezze nei confronti del nazismo, l’opportunismo di scelte e posizioni, il suo essere un conservatore svizzero, atteggiamenti che oggi definiremmo coloniali lo rendono uomo della sua epoca, ma comunque offre protezione a molti colleghi ebrei, compresa la sua biografa, Aniela Jaffé, che pure lo critica. Illuminante è lo scambio di lettere con Neumann, di cui era stato analista didatta, che nel 1934 si trasferisce a Tel Aviv. L’allievo lo difende dalle accuse di antisemitismo, ma non ha paura di ridicolizzare il maestro quando afferma che “l’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello ebraico” e gli ricorda quanto poco conosce le questioni ebraiche. Jung accetterà le critiche, inviterà Neumann ad approfondire lui le questioni della psicologia ebraica. Lo scambio di lettere tra Zurigo e la Palestina, un documento umano e storico, si lascia alle spalle idealizzazioni e demonizzazioni.

“Da piccolo gli piaceva il gioco delle costruzioni, con quei pezzi di legno che erano frammenti di muri, campanili, finestre, tetti. Gli piaceva soprattutto costruire torri. Un pezzo sopra l’altro finché non crollava tutto. Quando era in vena dava forma a intere città, con la scuola, la chiesa, le casette, un ponte sul fiume realizzato con la carta d’argento”. In Carissimo Dottor Jung (Neri Pozza, 2025) di Sandra Petrignani ecco un Jung privato, ripreso nella sua casa e nel suo istituto sul lago di Zurigo a Küsnacht, rievocato con un grande lavoro sulle fonti, ma ogni tanto romanzescamente inventato dall’autrice che affida alla sua alter ego, la scrittrice Egle Corsani, che rimasta vedova si è trasferita in un nuovo appartamento al quinto piano con vista sul Tevere, l’idea di un romanzo sul fondatore della psicologia analitica. Le pagine più intense del libro lo raccontano anziano e malato, circondato nella quotidianità dalla factotum Ruth Bailey, dall’analista inglese Barbara Hannah, da Marie-Louise von Franz che passava molto tempo insieme a lui a Bollingen. Figure femminili che cercano di lenire il lutto per le due donne che avevano segnato la sua vita in un complicato ménage a trois: la moglie Emma, morta nel 1955, e la compagna Toni Wolff, morta nel 1953.

In questo ambiente domestico, dove non mancano altri amici e visitatori, la scrittrice inserisce un’altra donna, Christiana Morgan, (1897- 1967), una bostoniana che verrà a trovarlo nel 1926. Una donna bellissima e anticonformista, dalla vita tormentata – cfr. Claire Douglas, Interpretare l’ignoto. La vita di Christiana Morgan, un talento rimasto in ombra (Edizioni Magi, 2006) –, che stava vivendo anche lei un ménage a trois sul quale Jung, un po’ superficiale e un po’ maschilista, diremmo oggi, proietta la sua esperienza. Per il suo seminario Visioni userà le immagini che Christiana Morgan aveva realizzato durante la sua analisi e solo quando lei lo scoprirà renderà pubblico il suo nome – oggi è emozionante poter toccare con mano, anzi con i guanti, le immagini custodite dal Bildarchiv dello Jung Institut. Sandra Petrignani aggiunge alla (reale) frequentazione del passato un ulteriore e ultimo incontro: la sua ex paziente e amante lo vuole rivedere ancora una volta.

Il lettore studioso, ma anche quello semplicemente curioso, un po’ si orienta e un po’ si disorienta. Si chiede quali siano le sue proiezioni. Freud padre geniale, Jung maestro saggio, Sabina Spielrein e Toni Wolff, donne che sanno amare. Poi, a partire anche dalla propria esperienza di vita, decide. Se rimanere attaccato al dato, anche quello più minuto, oppure inseguire la forma della fiction che offre possibilità fantastiche infinite.