domenica 12 luglio 2026

La caccia alle streghe in Italia

Claudio Corvino
Le tante Italie della stregoneria

il manifesto, 10 luglio 2026

Malefiche. Storia della caccia alle streghe in Italia (Ponte alle Grazie, pp. 264, euro 19), di Giovanna Potenza è un libro che racconta «le Italie della stregoneria»: dal mondo classico al lento spegnersi, lungo il Settecento, di quello scandalo logico e morale definito cumulativamente Stregoneria. Al di là della cronologia, lo studio arriva anche alla contemporaneità, mostrando i rischi nascosti in tutte le numerose narrazioni turistiche e commerciali legate a luoghi ed episodi «stregonici» italiani. Con lucidità e chiarezza espositiva, l’autrice analizza la parabola italiana di quelle figure mitologiche che, da Lamie, Empuse ed Erinni, diverranno donne considerate reali e per ciò condannate, per reati perlopiù immaginari.

Antiche creature femminili e notturne, che al solo contatto con gli esseri umani potevano condurli alla follia, momento psichico specchio di un macrocosmico caos in cui si rischia sempre di cadere. Tra le più note ricordiamo Circe e Medea, portatrici di un fascino erotico che, in fondo, non è altro che un tentativo di destabilizzare l’ordine microcosmico maschile.

IL VOLUME RICOSTRUISCE la Caccia soprattutto dal momento in cui l’intellettualità europea, forte di una demonologia elaborata nei primi secoli del cristianesimo, cominciò a utilizzare teorie e tecniche rivolte contro gli eretici per contrastare credenze e saperi della cultura popolare, in particolare quella femminile. Un’operazione culturale, scrive l’autrice, tesa a «controllare e sottomettere le voci femminili minacciose per la loro autonomia e per il sapere canonico di cui erano depositarie».

Sradicati dalla loro quotidianità, donne e uomini furono portati nei tribunali, granguignoleschi teatri popolari e gratuiti, in cui si distillavano e prendevano forma «un intreccio di tradizioni popolari, suggestioni inquisitoriali e fantasie alimentate dalla paura». Un vero e proprio «dramma liturgico» o «atto pedagogico» in cui, più che eliminare un pericolo reale, presente solo nelle menti dei giudici, venivano agiti e razionalizzati degli onirici ritorni a un ordine sociale e religioso.

ORIGINALE, tra gli altri, il capitolo «L’infanzia stregata», dedicato ai bambini, che nei processi furono vittime, testimoni o accusatori. Nonostante la storiografia contemporanea abbia prodotto ottimi studi dedicati alle Infanzie (a cura di O. Niccoli, Ponte alle Grazie, 1993), nella pur vasta letteratura sulla stregoneria il tema è spesso trascurato.

Ricco di acute analisi è l’ultimo capitolo, che è non solo un bilancio sugli studi, ma anche un’analisi della cultura italiana, accademica e pubblica, che non sempre ha riconosciuto i propri fantasmi storici e che, anzi, in parte sembra ancora rimuoverli.

IN QUESTI GIORNI dove gli irrazionalismi ritornano in narrazioni banali, ma rese potenti da un’ipertrofia mediatica e politica, il volume di Giovanna Potenza risulta assolutamente necessario. Ci costringe ad abbandonare ogni illusione autoassolutoria per cui l’Italia sarebbe stata più tollerante di altri paesi d’oltralpe, invitandoci inoltre a considerare la sua specificità, fatta di archivi lacunosi, silenzi calati a posteriori e una colpevole selettività della memoria storica, funzionale forse alla costruzione di un’immaginaria ma rassicurante identità nazionale.

Necessario anche perché mostra con lucidità come funziona il disciplinamento della devianza, di ogni devianza: come cioè una società possa legittimare – prendendo strade diverse ma sempre collusamente condivise – la sua repressione costruendo una narrazione unica di ciò che è vero o giusto.

Malefiche non parla solo di caccia alle streghe, ma racconta della costruzione di figure sulle quali si è voluto concentrare l’ansia collettiva; figure che incarnavano il disordine e l’incertezza, la paura. Così la giurisprudenza, ancella e non più fondamento del sapere, ha elaborato concetti che oggi definiremmo diritto «fino a un certo punto». Un diritto che si definì solo attraverso accuse e colpe immaginarie, strumentali al potere.

Necessario, ancora, perché le vittime di quelle cacce (di tutte le cacce) e «i loro nomi non restino cenere».

Peppino Di Capri


Forse nessuno ha illustrato a dovere il cammino che porta da Roberto Murolo a Renato Carosone e a Pino Daniele. Davvero la canzone napoletana ha assimilato la lezione del jazz in un modo meno superficiale e mimetico rispetto a quella nazionale italiana. Peppino Di Capri apparteneva a questo filone con piena cittadinanza e grande dignità. Il ricordo di Renzo Arbore, foggiano rifatto a Napoli in salsa americana, può solo dare un'idea. 

Renato Franco
Quelle memorabili serate al night con Carosone

Corriere della Sera, 12  luglio 2026

«L’ultima volta che gli avevo telefonatolo avevo sentito con la voce affaticata. La perdita della moglie, di Giuliana, era stata molto toccante per lui, perché Peppino si appoggiava molto alla vita coniugale, anche con gli amici». Le emozioni di Peppino di Capri e Renzo Arbore negli ultimi 70 anni si sono incrociate a più riprese.

«Il suo debutto a Primo Applauso, un programma tv in bianco e nero, una sorta di talent show, dove approdò giovanissimo. Credo che non si chiamasse ancora Peppino di Capri».

«Alcuni amici musicisti di Napoli mi dissero che c’era uno molto bravo a Ischia, cantava Malatia, una canzone di Armando Romeo. Era lui. E aveva già preso il suo nome d’arte. Io scherzavo. Ma come, Peppino di Capri canta a Ischia? Sì, l’hanno lanciato proprio lì».

«Abbiamo suonato e riso tante volte. Con Luciano De Crescenzo andavamo spesso anche nel night club che aveva aperto proprio a Capri. Ricordo anche tante serate meravigliose a Roma con lui e Carosone, ancora con Luciano e Marisa Laurito. Erano sempre incontri divertentissimi. Come quelli a casa di Roberto Murolo, nostro amico comune: passavamo serate a cantare canzoni napoletane».

«Però Peppino era già un idolo per noi. Suonavamo le sue canzoni nei locali: i dancing erano le sale da ballo estive, i night club quelle invernali. E noi agli inizi suonavamo le canzoni di Peppino di Capri perché erano obbligatorie, erano diventate super popolari».

La sua carriera non è stata solo «Champagne».

«Rimangono anche capolavori sottovalutati del suo repertorio come Nun è peccato che è una bellissima canzone. Luna caprese è un altro must e la cantava d’incanto. Su Champagne abbiamo naturalmente sempre sorriso tanto perché era la canzone che non si poteva non suonare».

«La generazione di Peppino di Capri non era amata dai vecchi cantanti napoletani: la chiamavano nouvelle vague perché erano considerati rivoluzionari, moderni, quindi non degni di rappresentare la canzone napoletana. Ma per tutti noi Peppino era un idolo, aveva pure imitatori come Tonino d’ischia e Rino da Positano».

«Il night club era il luogo dove nasceva una musica diversa, nuova, quella da ballare. Renato Carosone era il re incontrastato dei night, ma non si trovava mai perché stava sempre in Africa. E poi naturalmente c’erano anche Fred Buscaglione, Bruno Martino, Fred Bongusto».

«Si suonava fino a tardissimo, senza sosta. Cominciavamo alle 11 di sera e finivamo alle tre di notte, una gavetta straordinaria: dovevamo cantare 200 canzoni, conoscere tutto il repertorio a memoria, sia la musica sia le parole. Cantavamo pure canzoni messicane e cubane. Non finivamo mai».

La bomba d'amore

Michele Masneri
Un menù che è una bomba

Il Foglio, 11-12 luglio 2026

Spie, speculatori, faccendieri. Bombaroli e cialtroni. E tanti tanti carboidrati. Per qualche motivo non c’è storia, scandalo, avventura che in Italia non includa un ristorante. Se nelle vicende thriller americane e inglesi e forse anche francesi ci si butta da aerei, si sgomma su automobili, e magari si finisce a letto con delle spie, qua si conclude sempre e immancabilmente con le gambe sotto il tavolo. E così ecco la “bomba d’amore”, definizione molto evocativa data da Vittorio Feltri al presunto attentato architettato dal Valter Lavitola, faccendiere e ristoratore, all’amico indagatore Sigfrido Ranucci. Il Lavitola adesso nega, recisamente: “Se questo stronzo dice di avere anche un minimo dubbio sul fatto che possa essere stato io, vado lì dove si trova e gli sputo in faccia”, ha detto a Domani. Che sia bomba d’amore o di disamore, comunque è una stranissima storia estiva oltre che bomba: al paladino dell’investigazione civile di Report sarebbe toccato in sorte, secondo i magistrati, un grande amico che scoppia di amicizia, e per sopracciò gli piazza l’ordigno. Da solo o insieme all’aiutante camerunense, “quasi figlioccio”, dal nome molto verdoniano di Gomes Clesio Tavares, già bodyguard di neomelodici tra cui la bombastica Rita De Crescenzo (!). E all’insaputa del bombardato, sotto casa sua, in località Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Disegno di menti raffinatissime? Italiane e/o camerunensi?
Per renderlo quasi-vittima e quindi candidabile alle più alte cariche repubblicane. “Tu diventerai presidente del Consiglio e io sarò il tuo Gianni Letta”, avrebbe detto. Con tanto di sondaggi alla mano. Mah. La “bomba d’amore” non va confusa poi col “love bombing”, quella tecnica per cui si travolge la vittima amorosa d’attenzioni, né con la specialità calabrese, una salsa al peperoncino, vista l’attività ristorativa del Lavitola; ma potrebbe essere pure un aperitivo o appetizer, la “bomba all’ascolana” (con oliva); dal luogo dell’attentato. O anche, volendo, dessert, nella dizione magari di “la nostra bomba d’amore”, come usa oggi, col possessivo alimentare, come “il nostro tortino di cioccolato dal cuore caldo”, anche se, visti i trascorsi socialisti del Lavitola, corrono subito alla memoria piuttosto gli spot dei Broncoviz, per l’indimenticabile Rai Tre delle nostre infanzie, con “l’antica Segreteria del Corso”, i “fragranti Ligresti al caffè”, “l’appaltato al caffè”, ma qui sarebbe piuttosto l’attentato, al caffè).
Forse perché come si teorizzava nel seminale Boris, di nuovo l’unica cosa seria in Italia è la ristorazione, qui il centro di tutto è ovviamente il “Cefalù Bistrò” del Lavitola, uomo dalle mille incarnazioni, editore dell’avanti, giornalista, imprenditore tra l’italia e il Sudamerica, imprenditore in utroque, avrebbe detto Gadda. Specializzato nel pesce, nell’ittica, e in traffici di piccolo e grande cabotaggio, emergendo e inabissandosi a intervalli regolari nelle acque melmose della prima, seconda e terza repubblica. Prima ci fu la storia della compravendita dei senatori per far cadere il governo Prodi nel 2006, poi la casa di Montecarlo di Fini. Venne indagato, ricercato, non trovato: “Mi trovo in Bulgaria per contatti con potenziali distributori di pesce congelato”, disse. Cherchez le poisson. Rientrò in Italia nel 2012, si consegnò, venne arrestato. Nel 2014 fu infine condannato. E adesso riemerge con l’ordigno. Una cosa però rimane stabile, nella sua biografia: il pesce. Ecco dunque il “Cefalù Bistrò” (anche pescheria), il suo ristorante collocato lassù nella splendida cornice di Monteverde Vecchio abbastanza vicino agli araldici villini delle intellighenzie nannimorettiane, e in un’area ad alta densità gourmet, e anche alla ottima gelateria Otaleg. Lì il Lavitola officiava, col Ranucci suo amico spesso e volentieri attovagliato. Il ristorantino-pescheria, dotato di dehors, seggioline bianche e insegna blu, ha buone recensioni, 3,9 su Tripadvisor, “c’è anche la possibilità di acquistare il pesce fresco per cucinarlo e gustarlo a casa”, scrive un Fabrizio C., “in quel caso fatevi sempre consigliare dal responsabile che ha sempre un trucco da darti per rendere il piatto veramente gourmet”. E chissà quali sono i piatti preferiti da Ranucci; intanto pare che in molti ci andassero, al bistrot la vitoliano, si è autodenunciato pure Paolo Mieli, ma basta qualche telefonata per verificare: ci andavano veramente in tanti. “Ma come, non ci sei mai stato?”. Ce n’è abbastanza per farsi venire la Fomo lavitoliana. Ma come, ero solo io a non frequentare il Cefalù? Forse perché prima di arrivare a Monteverde fai prima ad andare a Milano. Così un collega giornalista mi dice “certo, attraversavamo anche la città, era un’impresa, per andare al Cefalù. Ma c’erano ottime materie prime, prezzi bassi, cibo molto anni Ottanta, roba tipo il cocktail di scampi. Lui al momento di ordinare faceva un po’ lo show. Diceva che in fondo si sentiva pure lui giornalista, quindi gli piaceva chiacchierare con altri colleghi”. Conferma altra stimatissima amica: “era tutta un’esperienza, anzi come dicono oggi experience, anni Ottanta, tra il cocktail di scampi e i suoi ricordi con Craxi e Berlusconi. E poi ti raccontava i trascorsi a Poggioreale. Diceva che aveva pagato per i suoi errori. Era molto istrionico, e si capiva che andare lì era un po’ rischioso, e l’idea di affidarsi a Valterino per diventare presidente del Consiglio suona proprio da matti”. Certo, l’idea del bombarolo-maître seppur a prezzi calmierati per i cronisti è affascinante, potrebbe essere un format, forse da sottoporre anche agli autori della prossima stagione di Quattro ristoranti, e ci si immagina Alessandro Borghese: “Ristoratori, ora prepariamoci a dare i voti per decidere chi sarà il Miglior ristorante della tradizione scandalistica all’italiana”.
E chissà adesso che succederà, però certo non ci eravamo ancora riavuti dall’altro grande caso alimentare 2026, quello della Bisteccheria di Delmastro, di cui non si è saputo peraltro più nulla, quell’avamposto sulla Tuscolana dove il sottosegretario con delega alle carceri si fermava volentieri e volentieri investiva, insieme si diceva alla camorra, e nello specifico il clan Senese, da non confondere con la cinta, senese. Però appena uscito di Rebibbia il prode ex sindaco Gianni Alemanno non si è fermato lì a cena, preferendo recarsi invece col generalissimo Vannacci in un ristorante di specialità sarde, da tutt’altra parte, a Roma Nord. E di nuovo, ristorante di pesce.

Pesce o carne, mari e monti, siamo nell’ambito dei minimi sistemi, tipo inchiesta “slip o boxer”, d’antan, però un po’ queste sciocchezze spiegano anche come cambia il costume (non da bagno). Si era infatti pronti tutti a decretare la fine del ristorante di pesce, un tempo status symbol proprio anni Ottanta, specie se lussuoso, di quelli con l’aragostona che sguazza nell’acquario all’entrata, sinonimo ed epitome di riccanza talvolta sospetta. Note erano le saghe per esempio a Roma dell’assunta Madre, regno del leggendario Johnny Micalusi, recentemente poi assolto in appello da tutto, dopo l’arresto del 2017. Anche lui come Valterino sceglieva le migliori materie prime, e faceva un po’ di show, e qui i clienti (più liquidi dei giornalisti, è chiaro) andavano da Totti a Berlusconi, da Grillo a D’alema, da Woody Allen a Morgan Freeman.

Di nuovo, rilevanza alimentare. Anche negli Epstein files del resto: se in altri paesi per via di quei documenti traballavano monarchie e si dimettevano ambasciatori, a Roma e in Italia l’unica domanda era: “dove si va a mangiare il pesce?”.

E poi il ristorante, nelle questioni italiane, compare sempre, specialmente legato a vicende criminose. Tanti pure i riferimenti cinematografici, dal Padrino col ristorante del Bronx a quello onnipresente nei Soprano (ma l’attore protagonista, James Gandolfini, morirà proprio a Roma, per un infarto si dice causato da indigestione, dopo una specie di giro della morte di fritti). Poi ci sono variazioni sul tema, si pensava che il ristorante di pesce classico fosse ormai sorpassato dall’onnipresente sushi (però soprattutto a Milano, e lì però altri delitti: come nel 2002 col rampollo svizzero-milanese Ruggero Jucker che uccise la fidanzata, proprio con un coltello da sushi, e non si parlava ancora di maranza). Anche la Rosetta, storico avamposto ittico romano di fascia alta, ha chiuso i battenti: di nuovo, si era certi che fosse tutto cambiato in favore di altri “format”, il pacchero al pomodoro, i ristoranti col bavaglino, quelli col tovagliolo da mulinare in aria. Cibi più semplici, margini più alti, come per esempio l’autogrill, dove ormai costa più che andare a cena da Cracco, tra benzina e spuntino una sosta alla piazzola neanche l’emiro del Qatar se la può più permettere. E lì però altri misteri italiani. Il 23 dicembre 2020, in pieno lockdown, l’ex premier Matteo Renzi fu scovato a conferire all’autogrill di Fiano Romano con Marco Mancini (dirigente dei servizi segreti, capo del DIS, che sovraintende ALL’AISI, da non confondere con l’ais-associazione italiana sommelier). Si difesero: lo 007 doveva consegnare a Renzi i “babbi” cioè dei tipici wafer romagnoli, come lui, all’ex premier. Il video è stato poi mandato in onda proprio dal Report ranucciano in una delle puntate più viste della serie, dal titolo “Babbi e spie” (notevole, il titolo).

E ci si chiede peraltro se in giro, al Cefalù e per strada, ci siano per l’appunto più babbi, o più spie. Ma al Cefalù, già negli anni scorsi si diceva che alta fosse la frequenza di “barbe finte”. Cliché? Luogo comune? Un altro, classico, sul cibo, è che nei ristoranti c’entri sempre la camorra. A Roma, il clan Senese appunto non manca mai. Ma il capo del pregevole clan, Michele detto “O Pazzo”, è così chiamato grazie a una antica diagnosi di malattia mentale (“schizofrenia paranoide in disturbo di personalità antisociale e ritardo mentale”) redatta nel 1979 da un noto psichiatra napoletano, il dottor Giuseppe Lavitola, che altri non era che il Lavitola père. Dalla cinta alla cintura di contenzione, è tutta una catena, una piramide alimentare.

E piramidale era pure il sistema messo su, secondo le indagini, da Marione Adinolfi, straordinaria figura di cattolicone-giocatore di poker-isolano dei famosi che neanche gli antichi sceneggiatori di Alberto Sordi in acido sarebbero riusciti a creare. Schema classico alla Ponzi, secondo l’accusa (e qui naturalmente siam tutti garantisti): ma con variante Pro Vita (e non Pro Vitola). Pare che ai raduni del movimento per la Famiglia lui a queste pie famiglie chiedesse piccoli oboli, insomma, piccoli mica tanto, anche ventimila euro, che prometteva di moltiplicare come pani e, di nuovo, pesci.

Adesso è ai domiciliari, ma ieri si è lamentato: gli pare ingiusto, quando Lavitola è invece a piede libero. E chissà poi se Adinolfi al Cefalù ci andava, a magnà. Non risulta dal suo listone del 2012: una specie di bibbia che vergò quell’anno, quando venne eletto deputato (per il Pd!), non ancora estremista cristiano, né vannacciano. Nel suo personale Gambero Rosso, aveva compilato una sua guida molto dettagliata e da intenditore, divisa per orari e pasti. Per la prima colazione “Bar del cappuccino; Luigi Santoro è un artista assoluto, somiglia a Paolo Conte e lo trovate a via Arenula”. Sempre per il breakfast “Mario Tornatora per bombe e fazzoletti” (bombe nel senso non lavitoliano, ovviamente, anche se “Bombe e fazzoletti” sarebbe un titolo non male per questo film sui cialtroni alimentari romani dell’anno di grazia 2026). Fino all’etnicoislamico con “Kebab alla Piramide di vicolo delgallodamohammed”–insommasivede che non era ancora vannacciano, non parlava ancora di remigrazione.

Ma in un catalogo estivo del magna magna non possono mancare, di nuovo, le spie. Ecco dunque i militari arrestati nei giorni scorsi a Roma, tra cui l’ex carabiniere Gavino Raoul Piras, nome che insieme a quello di Gomes Clesio Tavares sarebbe piaciuto a Dino Risi. Ex sottufficiale che avrebbe venduto informazioni militari ai russi, il Tavares millanta, avverte, ricorda, nelle intercettazioni finite sui giornali. Il Tavares poi non è per niente contento: “in 12 anni vi ho dato migliaia di informazioni – si lamenta coi russi–- ma ora non mi avanzano nemmeno i soldi per il caffè. Posso anche venirvi incontro, ma siete dei poveracci”. E poi il dato tombale: “almeno prima mi portavate a pranzo”. Ed è qui, su questo dato, sulla sicurezza nazionale legata a primo, secondo e caffè, che ripiombiamo nell’immaginario da commedia all’italiana, o a film come “Le spie vengono dal semifreddo”, capolavoro del 1966 con Franco e Ciccio in quel genere di remake trash che andavano tanto di moda all’epoca. Però la bomba d’amore, ecco, quella non sarebbe venuta in mente nemmeno a loro.

Milan Kundera

Matteo Marchesini
Facebook

E’ morto Milan Kundera. Un narratore, un saggista e un intellettuale molto più grande degli americani da cui in Italia sembrano tutti ipnotizzati; grande perfino quando, come vide con severità Raboni, ha versato molta acqua francese nel suo vino ceco. Il suo primo romanzo, “Lo scherzo”, rimane forse il suo capolavoro. Nella Cecoslovacchia socialista del secondo dopoguerra, uno studente provoca una ragazza che lo trascura per i corsi di partito. “L'ottimismo è l'oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza di imbecillità! Viva Trockij!” scrive Ludvík a Markéta. La sua cartolina non ha alcun significato politico: è un messaggio privato, la battuta pretestuosa in una scaramuccia d’amore. Ma nel nuovo regime non c’è posto per questo registro, e lo studente cade in disgrazia. Viene espulso dal partito e dall’università, sconta il servizio militare in un villaggio minerario, conosce il carcere. La sua esistenza è rovinata da un gesto frivolo, sentimentale e umoristico, compiuto in un paese che non sa più stare allo scherzo. Molti anni dopo, contro i propri persecutori, Ludvík progetterà una vendetta che passa specularmente per una sorta di machiavellismo erotico. Ma come ha notato Alain Finkielkraut in un ottimo commento al romanzo, la vita “trae un piacere maligno dal confondere coloro che si vantano di poterne plasmare il senso”. Quando ci si mette a fare i demiurghi, non importa se nei panni degli ingegneri dell’anima o in quelli di Edmond Dantès, ci si imbatte comunque in conseguenze impreviste. Il vendicatore scopre una verità infinitamente più beffarda del suo biglietto: nessuna giustizia regge al tempo. Gli individui che vorrebbe colpire sono ormai solo suoi fantasmi mentali. Fuori appaiono irriconoscibili. La metamorfosi e l’oblio hanno cancellato i torti e le ragioni. E’ una verità tremenda; ma più tremenda sarebbe forse la realizzazione dei progetti di chi vuole sradicare il Male, e così finisce per moltiplicarlo. Nell’opera di Kundera, il mondo è una sequenza di beffe più o meno sinistre, nelle quali il Commendatore e Don Giovanni si scambiano ininterrottamente le parti. Appena un pensiero totalitario prova a ridurre questo mondo ai suoi dogmi, ottiene risultati mostruosi, specie dove ha a che fare col chiaroscuro dei sentimenti, del linguaggio e dell’arte. I funzionari dello Stato etico pretendono di certificare ciò che non sopporta certificazioni, come l’indefesso studioso del primo racconto di “Amori ridicoli”; e d’altra parte gli artisti, come il poeta adolescente di “La vita è altrove”, tradiscono spesso la loro ispirazione trasformandosi in carnefici. Ne risulta una messinscena politico-culturale insieme sanguinosa e kitsch. Kundera, che l’ha osservata da vicino e ne è stato espulso, la fa emergere con naturalezza dalle relazioni intime, e mostra il carattere velleitario delle sue rimozioni. Anche il dominio più spietato, e l’io lirico più chiuso in sé, non possono infatti abolire la realtà, cioè l’incontro quotidiano con il caso, con l’imponderabile, con la varietà dell’esistenza. E l’arte del romanzo si riassume appunto nella rappresentazione di questo incontro. La sua forma mobile e aperta nasce dall’“assenza del Giudice supremo”, dalla moderna “saggezza dell’incertezza”. Con il suo costitutivo umorismo, che impedisce a una tesi di prevalere sulle altre, il romanzo insegna a sopportare la “sostanziale relatività delle cose umane”. Nella declinazione che ne ha dato Kundera, la relatività si manifesta in una pluralità di voci e di temi che s’intrecciano come motivi musicali, e in una oscillazione perenne tra situazioni angosciose e sviluppi da vaudeville. L’esperimento riesce, di solito, grazie all’intelligenza elegantemente semplificatrice dell’autore, che per amalgamare la sua materia mescola il saggismo di Musil e Broch con le rarefatte impalcature a vista del conte philosophique. Oggi che l’Occidente è preda di un’infantilizzazione fondamentalista inconsapevole di essere tale, della lezione kunderiana abbiamo più che mai bisogno. Abbiamo più che mai bisogno, soprattutto, di ricordare con lui che il kitsch e le derive totalitarie dipendono dalla rimozione della “merda” – ovvero degli aspetti sgradevoli, e tra loro inconciliabili, della vita umana.

venerdì 10 luglio 2026

Le Pen alle soglie del potere

Sara Gentile
Sinistra divisa, centro pallido: la Francia in balìa di Le Pen

Domani, 9 luglio 2026

La destra estrema di Le Pen ha il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica antimmigrazione: un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che pare contagiare l’Europa. Tramontata la stella macroniana, le altre forze politiche per ora non sembrano in grado di contrastare l’onda

Un fatto importante ha segnato la politica francese in questi giorni: la corte d’appello di Parigi ieri ha emesso la sentenza contro Marine Le Pen, imputata per uso di fondi pubblici del parlamento europeo. Le Pen è stata condannata a tre anni di cui due con condizionale , ad una multa di 100mila euro e a portare per un anno il braccialetto elettronico. Ma, incredibilmente, non viene privata della eleggibilità, poiché la corte afferma di «avere messo in conto la libertà di scelta dell’elettore, cosa propria di un sistema democratico». Gongolante, Le Pen ha subito dichiarato la sua candidatura alle presidenziali, ribadendo il suo programma identitario e xenofobo, agevolata da una giustizia che usa il diritto in maniera formale anche nella patria dei diritti universali.

La Francia vive un momento particolare, la temperatura è alta. Fra meno di un anno vi sono la fine del mandato di Macron e le conseguenti elezioni presidenziali. Momento cruciale per comprendere quale sarà il destino della V Repubblica. Macron vive in solitudine questo finale di presidenza, lontano dall’effervescenza degli inizi che lo consacrò re, lui, un personaggio inatteso che riuscì in pochi mesi a creare un movimento di passo svelto, En Marche, spazzando via gli scandali e la sonnolenza della politica tradizionale, una sorta di novello console per una nuova Francia. Di quella marcia a suon di trombe, poco dopo non rimase nulla, il movimento divenne partito, e molte delle “stelle morte” della vecchia politica entrarono nel suo governo.

Ora due suoi ex premier, Edouard Philippe e Gabriel Attal mirano all’Eliseo ma hanno rotto i ponti con lui criticandone le scelte politiche alla ricerca di una verginità che li possa favorire. Attal presiede ancora il partito di Macron, Renaissance, ma il suo giro di valzer volge a destra. Philippe, capo del gruppo Horizon, è chiaramente di destra moderata. Entrambi, pur dichiarando di distanziarsi da Macron, ripropongono su alcuni temi le scelte politiche del decennio macroniano. Il loro vero problema è come essere credibili dopo dieci anni di potere sotto le ali del presidente uscente. Macron vuole ribadire con forza la tradizione di libertà che la Francia ha sempre espresso, utilizzando simboli e cerimonie pubbliche e puntando ad un ruolo in Europa che possa garantirgli un destino politico fuori dal paese.

Insomma, la situazione è incerta per il futuro sia economico che politico, alla ricerca di un leader che riproponga gli antichi splendori. La sinistra è tornata alle vecchie divisioni, lontana è l’eco del Nouveau Front Populaire che aveva permesso la sua vittoria alle legislative del 2024; il Ps non riesce ad aggregare il consenso delle altre forze di sinistra, Mélenchon, capo de La France Insoumise, ha posizioni estreme, comprime la democrazia interna nel suo partito, strizza l’occhio a Putin, ha sostenuto l’uscita dalla Nato e si configura come un sovranista di sinistra. Non a caso Le Pen ha fatto intendere in questi mesi che in un eventuale ballottaggio preferirebbe come antagonista proprio Mélenchon.

In questo scenario di divisioni il Ps è anche diviso al suo interno. Il suo leader, Olivier Faure, criticato per l’appoggio dato al governo Lecornu, è in difficoltà sul tema delle primarie per designare il candidato alle presidenziali, che rischia di distogliere i progressisti dal vero obiettivo, cioè costruire un programma alternativo che riconcili in parte i cittadini con le istituzioni.

La destra estrema di Le Pen ha invece il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica anti immigrazione, favorita dalle restrizioni previste dal ministro della giustizia Darmanin (sospensione di tre anni dell’immigrazione legale e fine del raggruppamento familiare per l’immigrazione da lavoro). Insomma un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che torna ciclicamente.

Quali antidoti trovare allora in una fase così difficile per la Francia, per le nostre democrazie? Forse occorre tornare alla tradizione dei Lumi e trasformare l’universalismo delle origini, quello che sconfisse gli assolutismi, in idee e pratiche concrete. La filosofia dei Lumi è stata una filosofia della crisi, scardinante, in una fase storica di sconvolgimenti che hanno condotto alla nostra modernità.

Ciò che dobbiamo riprendere da essa è lo scettro della ragione, in un mondo della non-ragione, mettere al centro l’uomo nella sua complicata umanità cercando un equilibrio nello stretto passaggio fra scetticismo e dogmatismo con due obiettivi: lottare contro lo scetticismo per coltivare una ragionevole speranza e contro il dogmatismo per sfuggire alla trappola di una fede che stravolge i fini iniziali. Soltanto così si potrà avere una strategia di un “socialismo morale” nel quale siano presenti i diritti (lavoro, istruzione di qualità, sanità), il cosmopolitismo, una cittadinanza completa e la volontà di concepire gli individui come fini e non come dei semplici mezzi per il potere e le avidità di pochi.

Centro o non centro

 

Maria Teresa Meli 

Renzi: «Il Campo largo? Non basta, si vince solo con il cen­tro­si­ni­stra unito»

ROMA Mat­teo Renzi, anche ieri lei è tor­nato a insi­stere sul fatto che senza i rifor­mi­sti l’alleanza Pd, M5S e Avs non vin­cerà. Teme che qual­cuno non la voglia den­tro?

«Non ho timori, ho la cer­tezza che il blocco unico Pd– M5S–AVS da solo per­derà le ele­zioni. Il Campo largo perde, il cen­tro­si­ni­stra unito vince. Lo dice la mate­ma­tica, lo dice la poli­tica, lo dice il buon senso. Ser­vono i voti dei rifor­mi­sti. Non voglio rega­lare i garan­ti­sti al cen­tro­de­stra. Non voglio per­dere il voto dei ceti pro­dut­tivi che pure sono disgu­stati da Urso e da Sal­vini. Non voglio che il voto dei mode­rati vada a Van­nacci. Ecco per­ché dico che serve un cen­tro­si­ni­stra diverso dalla foto di Napoli».

Che impres­sione le hanno fatto le con­te­sta­zioni di ieri a Napoli?

«A Napoli è sem­pre così. Ricordo un comi­zio da segre­ta­rio del Pd del 40%, pre­mier in carica, dove fui fischiato da quelli che oggi sono diven­tati Potere al Popolo. Penso che il Campo largo non possa rin­cor­rere chiun­que stia a sini­stra. Non si vince inglo­bando Potere al Popolo, che comun­que non si farebbe inglo­bare, ma vin­cendo al cen­tro».

Conte dice che la Rus­sia non è una minac­cia per l’europa. La pensa anche lei così?

«Asso­lu­ta­mente no. La Rus­sia ha invaso l’Ucraina e que­sto è un fatto, per giunta un fatto cri­mi­nale, non una nar­ra­zione occi­den­tale. La gente a Kiev muore sotto le bombe russe. Ce lo stiamo dimen­ti­cando? Poi penso anche che l’Europa dovrebbe avere una poli­tica estera più cre­di­bile e che non bastino le san­zioni alla Rus­sia, che ho votato, e non basti l’invio delle armi, senza l’invio delle quali non esi­ste­rebbe più l’ucraina: serve un inviato spe­ciale della Ue per chiu­dere un con­flitto che Putin ha ini­ziato con l’inva­sione, garan­tendo una pace giu­sta per Kiev».

Se vin­cete alle Poli­ti­che, biso­gna gover­nare con que­ste dif­fe­renze e in poli­tica estera non sarà facile.

«Lo rico­no­sco. Ma non è che nel cen­tro­de­stra la poli­tica estera sia un col­lante. Van­nacci e Sal­vini non hanno sull’ucraina le idee di Meloni e Tajani. E Trump sarà una varia­bile impaz­zita nell’anno delle ele­zioni. In com­penso a sini­stra abbiamo alcuni punti comuni a comin­ciare dalle misure sui salari, sui gio­vani da aiu­tare a restare, su indu­stria 4.0 e sulla sanità. Le cose che ci uni­scono sono più nume­rose di quelle che ci divi­dono».

Fatto sta che non era­vate a Napoli men­tre avete lan­ciato una ini­zia­tiva per le pre­fe­renze davanti ai super­mer­cati.

«Non siamo andati a Napoli per­ché il Campo largo è una defi­ni­zione che ci sta stretta. Noi siamo per il cen­tro­si­ni­stra, non per il blocco PD–M5S–AVS. Non era­vamo su quel palco, come non era­vamo sotto quel palco come hanno fatto altri: i rifor­mi­sti non ele­mo­si­nano spazi, pro­pon­gono idee. Per que­sto abbiamo orga­niz­zato cen­ti­naia di tavo­lini in tutta Ita­lia su costo della vita e pre­fe­renze: vogliamo che deci­dano i cit­ta­dini, non i segre­tari di par­tito».

Si è rita­gliato il ruolo di anti-meloni. Adesso sta per uscire il suo libro «Quando c’era lei», per Sol­fe­rino.

«Io fac­cio oppo­si­zione a Meloni per­ché temo che nella pros­sima legi­sla­tura lei vada al Qui­ri­nale e Van­nacci a Palazzo Chigi o vice­versa. E chi crede nei valori rifor­mi­sti non può accet­tare que­sto incubo. So che nel Campo largo qual­cuno fa oppo­si­zione più a me che a Meloni ma non mi inte­ressa. Da set­tem­bre tor­nerò a girare l’Ita­lia e la scheda elet­to­rale Iv casa Rifor­mi­sta ci sarà e farà la dif­fe­renza».

Anche altre for­ma­zioni cen­tri­ste vogliono pre­sen­tarsi alle ele­zioni. Ci saranno più liste rifor­mi­ste?

«Sì. Ho visto che ci sono vari sog­getti che vogliono can­di­darsi. Fac­cio loro i migliori auguri: in un sistema pro­por­zio­nale que­sto è un bene. Noi siamo radi­cati su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale, abbiamo risorse, abbiamo due gruppi par­la­men­tari che ci garan­ti­scono le firme senza biso­gno dell’esen­zione dalla rac­colta che serve ai par­titi più pic­coli: ci siamo. E saremo deci­sivi».

Se alle primarie si andasse al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein lei per chi vote­rebbe?

«Al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein, vote­rei Elly. Ma non ho accan­to­nato il pro­getto di avere un nostro can­di­dato o una nostra can­di­data forte fin dal primo turno. Credo poco a improv­vi­sati par­titi degli asses­sori, men­tre ho grande fidu­cia in chi ha fatto il sin­daco. Ecco, Casa Rifor­mi­sta è pronta a soste­nere un sin­daco o ex sin­daco. E al primo turno non andremo male, mi creda».

Un’ultima domanda. C’è chi dice che die­tro lo scoop delle foto tra Ranucci e Lavi­tola ci sia stato lei, per ven­di­carsi del ser­vi­zio di Report all’auto­grill.

«Lo scoop delle foto di Ranucci e Lavi­tola lo facemmo noi, tre anni fa, al Rifor­mi­sta. Ma era appunto uno scoop, non una ven­detta. Quanto a Ranucci: gli ho dato la soli­da­rietà dopo l’atten­tato, non capi­sco bene que­sta sua ami­ci­zia con Lavi­tola ma ho grande stima nel pro­cu­ra­tore Vil­lani e nei suoi uomini. Sono certo che la verità verrà fuori e che il tempo, come sem­pre, sarà galan­tuomo».

La mia vita col crack



Elisa Sola
"I furti in autogrill, le risse e poi lo stupro, Così mi sono salvata dopo anni di crack"
 
La Stampa, 10 luglio 2026

Lo dice subito: «Mi hanno violentata». Ha quarant'anni, una casa in collina, un compagno e un figlio. Un lavoro a tempo pieno. È figlia di una famiglia benestante. Di proprietari di locali e ristoranti in città e provincia. «Ne avevo due da gestire, fino a due anni fa. Li ho chiusi perché ho speso tutto per il crack».

Così il crack ha cambiato la vita della vittima

Due anni di vite parallele. Un lavoro da dipendente, una casa nel verde, un marito e un figlio. E poi c'è il mondo di parco Sempione. «Quando sono arrivata qui l'ultima volta ci sono stata 24 ore di fila». Spiega una routine che può ripetersi all'infinito. Ti droghi, esci per rubare, torni al parco, compri altro crack e ti droghi di nuovo. «Prima che mi violentassero ho fatto così un giorno e una notte. Ci siamo trovati il 3 maggio. Io e i miei due compagni di fumate. Mi hanno stuprata in macchina la mattina del 5 maggio».

Il processo per stupro al Sempione

Era il 2024. Il parco è lo stesso. L'udienza preliminare inizia oggi. Un imputato è in prigione, l'altro libero. Lei non ci sarà. È scappata via dopo avere vissuto l'inferno che sarà oggetto del processo, se il gup deciderà di rinviare a giudizio. Lei non è seduta ai banchi, ma vuole costituirsi parte civile. Lo annuncerà il suo avvocato Gianluca Visca. Quello che è accaduto è troppo grave per essere dimenticato.

L’aggressione al marito della donna

È una donna che cerca giustizia. Entra nel commissariato dopo lo stupro e dopo che ha rischiato di morire. I disperati del crack hanno picchiato suo marito che era venuto a prenderla. Gli hanno spaccato due orbite, due denti e tre costole con un piede di porco. «Uno aveva una pistola, ma non l'ha usata».

“Così quel giorno mi hanno violentata”

Inizia a raccontare: «Vivo con mio marito e suo figlio. Entrambi lavoriamo, lui in una ditta, io in un ristorante. Uso il crack. Lo compro e lo fumo al Sempione. Ed è al parco che ho conosciuto i due uomini che poi mi hanno violentata». Per lei erano amici, o meglio, compagni di crack. Nelle piscine abbandonate si gira in gruppi. E loro erano in tre. A fumare. A contrattare i prezzi con i pusher ai tavolini, le palline incastrate tra le dita. A rubare quando i soldi finivano. «Quella notte del 3 maggio - ricorda - i due miei "amici" mi hanno chiesto di accompagnarli a rubare. Io ero l'unica benestante e con la macchina. Abbiamo fatto quattro supermercati in batteria. Penny, Eurospin, Borello e Crai. Io facevo quello che mi dicevano. Stavo in auto. Loro scendevano con un borsone vuoto. Quando risalivano era pieno». Sono andati avanti e indietro tra Torino e Lanzo. «Quello che abbiamo rubato, lo abbiamo rivenduto subito nei bar e nei minimarket di corso Vercelli. Non appena abbiamo avuto nelle mani 200 o 300 euro, siamo tornati al Sempione, a comprare il crack. Quando è finito era tardi. I supermercati erano chiusi. Siamo andati a rubare negli autogrill della Torino Milano. Siamo andati avanti così 24 ore di fila, senza mai dormire. Dopo l'ultimo furto è successo quello che voglio denunciare». Violenza sessuale aggravata, il reato che il giudice dovrà valutare. «Eravamo in tangenziale. Io guidavo. Ha iniziato quello seduto dietro, a toccarmi il collo, la schiena, poi più giù. Quello a fianco ha fatto molto di peggio. Non sono riuscita a liberarmi. Mi hanno minacciata di morte». La donna chiama il marito dopo il fatto. «Ero in corso Giulio Cesare. Siamo tornati al parco, gli ho indicato gli aggressori». È scoppiata una rissa violenta. «Siamo scappati su un autobus, ci hanno portati in ospedale».

Il cambio di vita dopo lo stupro

Il suo banco è vuoto nell'aula di giustizia. Perché lei ha cambiato vita. «Avevo toccato il fondo. Ho lasciato la casa e il lavoro. Ne ho trovato uno lontano». Fa la cameriera su un'isola. Ha uno stipendio e una casa in affitto. Ogni mattina, quando si alza, vede il mare.