mercoledì 8 luglio 2026

Le fidanzate di Bardella

Nolwenn Olivier

Anna Maria Mori
Le fidanzate e l'ascesa: Bardella, il delfino che puntava all'Eliseo

il manifesto, 8 luglio 2026

La lista delle fidanzate è più lunga di quella dei diplomi scolastici. Il manifesto non si è trasformato in un foglio di gossip, ma le relazioni amorose di Jordan Bardella hanno a che fare con la sua carriera politica, più degli studi, visto che non ha nessun titolo universitario, dopo un liceo privato dei salesiani ha fallito l’entrata a Sciences Po, si è iscritto a Geografia ma ha smesso dopo un anno.

Bardella è stato fidanzato con Kerridwen Chatillon, figlia di Frédéric Chatillon, ex leader del Gud (gruppo universitario di estrema destra), che oggi vive a Roma, “imprenditore” della comunicazione estremista, con vari contratti conclusi grazie al Rassemblement National con il gruppo Patrioti (prima Identità e democrazia) dell’EuroParlamento – un’inchiesta è aperta per sospetti di uso indebito dei finanziamenti europei, con Bardella personalmente sospettato di aver utilizzato i fondi pubblici per pagarsi corsi di media training in vista della campagna presidenziale del 2022.

Bardella si fidanza poi con Nolwenn Olivier, figlia di Marie-Caroline Le Pen, sorella di Marine (il padre, Philippe Olivier è stato un quadro del Front National) ed entra nel clan Le Pen. Oggi Nolwenn è stata incaricata di dirigere la campagna presidenziale del Rn. L’ultima fidanzata fa discutere: Maria Carolina di Borbone della Due Sicilie, principessa ma anche nipote di Camillo Crociani, implicato nello scandalo Lockheed, condannato a due anni e 4 mesi di carcere con Tanassi, fuggito in Messico, con trust finanziari alle Bahamas e Montecarlo. Bardella si fa volentieri fotografare con Maria Carolina in occasioni mondane, trasmettendo un’immagine bling-bling che fa a pugni con la narrazione del recente passato, quella di un giovane venuto dalla banlieue, dal dipartimento 93 (Saint-Denis).

Da parte di entrambi i genitori ha origini italiane (e anche algerine, da parte del padre, ma di questo non parla). I sondaggi gli danno consensi molto alti, al di sopra del 30%: è attivo sui social, su Tik-Tok, vede nella “bestia” di Salvini un «modello», i due libri che ha pubblicato da Fayard (di proprietà del miliardario di estrema destra Bolloré) hanno venduto migliaia di copie. Dietro l’immagine liscia che intende trasmettere, resta un percorso a fianco degli “identitari”, un suo direttore di gabinetto, François Paradol, era membro del gruppo antisemita di Alain Soral, ha aderito alle teorie del grand remplacement di Renaud Camus, ha frequentato un circolo pro-russo.

Jordan Bardella è nato a Drancy, vicino a Parigi, nel settembre ’95, il padre è un piccolo imprenditore. Dal 2021 è presidente del Rassemblement National, eurodeputato dal 2019 (dal 2024 capo-gruppo dei Patrioti). Era entrato nel Front National nel 2012 e dal 2015 ha cominciato la carriera interna come assistente parlamentare. Per anni è stato considerato una marionetta di Marine Le Pen, ma poco per volta si sta emancipando, soprattutto in seguito alle grane giudiziarie della leader del partito-clan, succeduta al padre Jean-Marie. Il principale strappo in corso è sull’economia: mentre Marine Le Pen si era allontanata dalla linea liberista di Jean-Marie a favore di una scelta statalista presentata con la facciata di destra sociale, Bardella torna alle origini del Front National. Ultimamente ha moltiplicato gli incontri con imprenditori e padroni, ha messo in dubbio la linea sul ritorno alla pensione a 60 anni (già Marine Le Pen è passata a 62), parla di introdurre una dose di capitalizzazione. L’unione delle destre sembra essere il suo obiettivo, una configurazione che spunta all’orizzonte anche in Francia in questo lungo periodo di campagna elettorale, con Lr (destra ex neo-gollista) che già si è spaccata e ha perso un pezzo, alleato del Rn all’Assemblée Nationale.

Bardella è eurodeputato al secondo mandato, ma l’Europa è per l’estrema destra soprattutto una fonte di finanziamenti. All’Europarlamento è da sempre poco assiduo, all’inizio era nella commissione “petizioni”, la meno faticosa e meno influente, poi ultimamente, per prendere un po’ di spessore, è entrato nella commissione “esteri”. Nei primi 5 anni, ha presentato 21 emendamenti, mentre è di norma superare il migliaio. Per Bardella gli ultimi mesi sono stati una corsa contro il tempo, per mostrare di avere delle competenze e rispondere alla domanda che ricorre: «Vi immaginate Bardella discutere con Xi Jinping?».

La vittoria dei golpisti in Spagna


Vincerete ma non convincerete

Nell’Università di Salamanca, il 12 Ottobre 1936, il generale franchista José Millán-Astray si abbandonò a discorsi che culminavano inneggiando alla morte. Il Rettore, Miguel de Unamuno, decise di prendere la parola: “Ho appena udito il grido ‘viva la morte’, che suona, all’incirca, come “muoia la vita’. Io, che ho trascorso tutta la mia vita a porre in essere paradossi che facevano adirare chi non li capiva, vi dico come autorità in materia che questo paradosso mi sembra ridicolo e repellente. (…) Questo è il tempio dell’intelletto e io ne sono il supremo sacerdote. Voi state profanando il suo sacro recinto. Checché ne dica il proverbio, io sono sempre stato profeta in patria. Vincerete ma non convincerete. Vincerete perché avete forza bruta d’avanzo, ma non convincerete perché convincere significa persuadere. E per persuadere vi occorre ciò che vi manca in questa lotta: ragione e diritto. Io considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito”. A questo risponde brutalmente il generale Millán-Astray gridando “A me la Legione”, “viva la Morte!” (motto della Legión Española) e “abbasso l’intelligenza!”. Unamuno risponde “Viva la vita!”. Il 22 ottobre, Franco firma il decreto di destituzione del rettore De Unamuno. Arresti domiciliari in disperazione e solitudine.”.  

Marcello Flores
17 luglio 1936. La democrazia muore pure in Spagna

Corriere della Sera La Lettura, 5 luglio 2026 

L’«alzamiento» segnò la terza sconfitta, nell’Europa tra le guerre, dopo quella del governo liberale in Italia con l’avvento del fascismo e della repubblica di Weimar in Germania con la vittoria del nazismo. Le elezioni di febbraio videro l’affermazione del Fronte popolare di sinistra, ma lasciarono un Paese spaccato e rissoso. Il golpe di Franco era pronto.

L’alzamiento del 17-18 luglio 1936, il colpo di Stato militare che i generali spagnoli Francisco Franco, Emilio Mola, José Sanjurjo, Manuel Goded, Gonzalo Queipo de Llano attuarono contro la seconda Repubblica spagnola, rappresentò la terza grande sconfitta della democrazia nell’Europa fra le due guerre, dopo la vittoria del fascismo in Italia e quella del nazismo in Germania.

Che la democrazia spagnola fosse fragile, più del regime liberale in Italia e della repubblica di Weimar in Germania, lo avevano dimostrato le vicende politiche degli ultimi anni. La nascita della repubblica nel 1931, dopo l’esilio di Alfonso XIII e le elezioni di quell’anno che videro la vittoria della sinistra e l’approvazione della Costituzione, aprì una fase in cui forti tensioni sociali e politiche caratterizzarono un biennio riformatore e radicale (riforma agraria, forte anticlericalismo, tentativi di colpo di stato militare) e un biennio conservatore e nazionalista (abolizione delle riforme, rivolta dei minatori delle Asturie e loro sanguinosa repressione), che accentuarono la frattura interna alla società spagnola e l’emarginazione crescente, in entrambi i campi, dei sostenitori dello stato di diritto e di una democrazia parlamentare equilibrata e inclusiva.

Le elezioni del 16 febbraio 1936 videro la vittoria del Fronte popolare, la nuova coalizione delle forze di sinistra, nei confronti del Fronte nazionale, con lo 0,5% in più dei voti (circa 75 mila) ma con 286 seggi contro 141 (e 56 del centro). La scelta fu di nuovo quella di riprendere la via delle riforme radicali anche perché, come ha scritto Gabriele Ranzato nel libro più equilibrato sulla nascita della guerra civile (L’eclissi della democrazia, Bollati Boringhieri, 2004), «governo e maggioranza dovevano operare sotto la pressione di un movimento popolare per il quale la vittoria del Fronte era apparsa un viatico al soddisfacimento di tutte le sue rivendicazioni e, per molti, la vigilia di un evento rivoluzionario che avrebbe dovuto ribaltare i rapporti di potere nella società». Si instaurò presto un clima di violenza e contrapposizione che il governo non riuscì a controllare e che spinse i vertici militari ad accelerare i preparativi per un colpo di stato cui stavano pensando da tempo.

Il colpo di Stato di metà luglio fallì nelle grandi città e nelle zone più industriali e avanzate del Paese: Pamplona, nel nord-est, cade rapidamente nelle mani dei golpisti, così come quasi tutta l’Estremadura, la Galizia, la Navarra e parti delle Asturie. Ma le due città più grandi del Paese, Madrid e Barcellona, oltre a Valencia, respingono il tentativo di presa di potere, perché le milizie operaie di sinistra riescono ad armarsi appena in tempo e molte forze dell’ordine, su cui gli insorti avevano fatto affidamento, rimangono leali. Siviglia fu presa in pochi giorni da Queipo de Llano, con una violenza che colpì in modo particolare le donne che combattevano per la repubblica. Il golpe era diretto contro la democrazia; che la repubblica di fatto abbandonò anch’essa in nome di una rivoluzione sociale di cui socialisti e anarchici rappresentavano due anime diverse e conflittuali ma convergenti nell’abbandono di una democrazia parlamentare.

Da un punto di vista militare le forze contrapposte, nella penisola iberica, erano più o meno alla pari, anche se quelle repubblicane risultavano più frammentate e disorganizzate; ma i golpisti potevano contare sui 34 mila uomini dell’esercito africano di stanza in Marocco che, se giunti in Spagna, avrebbero spostato a favore dei ribelli le chance di vittoria. Al momento erano bloccati, grazie all’ammutinamento dei marinai della flotta che aveva impedito il successo dell’alzamiento nei reparti della Marina.

Il destino della guerra civile, anche se non fu subito chiaro a tutti e se si aggiunsero, poi, errori e fallimenti che potevano essere evitati, dipese sostanzialmente dall’appoggio che i Paesi europei decisero di dare alle parti in lotta. José Giral, il primo ministro che il presidente Manuel Azaña Díaz nominò il 19 luglio, chiese al governo francese guidato da Léon Blum, che nel Paese confinante è a capo del nuovo Fronte Popolare, di sostenere la Repubblica spagnola in questa drammatica situazione con forniture di armi. Blum acconsente inizialmente, ma deve procedere con discrezione. Il suo governo del Fronte Popolare è in carica solo da sei settimane. A Parigi, fascisti ed estremisti di sinistra si affrontano in scontri di piazza, e i militari francesi mettono in guardia a gran voce da qualsiasi ingerenza nel conflitto al di là dei Pirenei. Il primo ministro francese si consulta con gli inglesi e fa marcia indietro. Il 2 agosto il suo governo vieta la vendita di armi e di qualsiasi materiale bellico alla Spagna. La Repubblica aggredita si ritrova senza alleati.

I generali golpisti, invece, e soprattutto Francisco Franco che viene considerato il più abile, determinato ed efficace, riescono a ottenere quasi subito l’aiuto delle due potenze fasciste del continente, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. La prima richiesta di aiuto al fascismo da parte di Franco viene già avanzata il 21 luglio. Il 25 Mussolini inizia un rapido ripensamento che porta, il 27, alla decisione di intervenire a fianco del generale Franco, mentre Ciano comunica che dodici aerei e un piroscafo carico di armi sono pronti a partire per Melilla. Lo stesso 25 luglio la richiesta viene fatta anche a Hitler, che si trova al festival wagneriano di Bayreuth. Nasce subito quella che il ministro dell’Aviazione del Reich Hermann Göring chiamerà «Operazione Feuerzauber», dal titolo del terzo atto della Valchiria di Richard Wagner: venti velivoli Junkers del tipo Ju 52, sei bombardieri da combattimento Heinkel 51, venti cannoni antiaerei sono pronti per trasportare le truppe da Melilla, nel Marocco spagnolo.

Mentre Francia e Inghilterra si accontentano di un «patto di non intervento» che anche Italia e Germania formalmente approvano, le due potenze fasciste permettono all’esercito africano di Franco di giungere in Spagna attorno a metà agosto. Il vantaggio strategico si è compiuto e, sia pure in tempi più lunghi del previsto, sarà proprio Franco a prevalere nella guerra civile. L’aiuto militare ai golpisti, che vedrà nel gennaio successivo l’arrivo di 40 mila volontari fascisti e nell’aprile la distruzione di Guernica da parte della Legione Condor nazista, ha già compiuto il suo passo decisivo.




Il fascino dell'Odissea

Irene Papas

Michele Silenzi
L'eterna ossessione per l'Odissea

Il Foglio, 8 luglio 2026

Tra poche settimane avremo, al cinema, un’ennesima declinazione del racconto dell’Odissea omerica. Christopher Nolan si è preso questa incombenza, l’unico in grado di tentare una simile impresa senza essere tacciato di hybris, la superbia umana tanto invisa agli dèi. Insegue il maestro dei maestri dell’immagine cinematografica, Kubrick, che aveva spostato la sua odissea avanti nel tempo e nello spazio, l’infinito ed oltre. Perché questa ossessione per l’Odissea? Forse, semplicemente, perché è il più grande racconto mai concepito dall’uomo, quello con cui tutti coloro che sono venuti dopo si sono dovuti confrontare, in modo più o meno consapevole. Ovviamente, però, c’è molto altro. Tra le moltissime cose, l’Odissea è indiscutibilmente il racconto del ritorno, del nostos, della difficoltà assoluta del ritorno a casa, delle infinite peripezie per riguadagnare il letto di casa, da cui si è lontani ormai da venti anni. Come sarà diventata la mia sposa? Cosa sarà del mio palazzo? Cosa di mio figlio? La madre, invece, è già stata incontrata nell’ade. Ombra tra le ombre, immagine più pallida che mai di ciò che in vita era stata la sorgente della vita stessa.
Eppure, nonostante la smania del ritorno, sappiamo che la mattina dopo avere ritrovato conforto nel suo letto insieme a Penelope, Ulisse sente che dovrà ripartire. Omero, o chiunque egli sia, poco importa, ce lo dice con chiarezza. Ulisse riprenderà il mare! La disperata volontà di tornare a casa, però, è anche un’affermazione di identità, un tentativo di affermare che si è esattamente quel luogo da cui si proviene e che solo tornando lì si potrà riguadagnare se stessi. Si potrà ritrovare chi si è effettivamente. Altrimenti siamo perduti, come Ulisse nelle sue infinite peregrinazioni maledette da Poseidone. Nel viaggio non si è a casa, si è fuori asse rispetto a se stessi. Solo nel letto nuziale scavato in un ulivo centenario, immagine della stabilità se mai ce n’è stata una, Ulisse pensa di potere ritrovare se stesso. Eppure non è del tutto così, perché sa che dovrà ripartire. L’identità, è ovvio, è un viaggio. Un percorso interminabile per cui bisogna sempre prendere di nuovo il largo.
In una intervista di qualche anno fa, nelle rare occasioni in cui ha parlato con un minimo di sincerità, Bob Dylan, altro ossessionato dal vagabondare, ha detto, come tutti sappiamo, che lui era nato a Duluth, Minnesota. Ma che alla prima occasione se n’era andato via perché doveva tornare a casa, che non era lì dove era nato. E Dylan è là fuori, ancora oggi, a ottantacinque anni, quasi tutte le sere, a portare in giro la sua meravigliosa follia in sperdute cittadine americane, nonostante sia il mito di se stesso. Ancora in giro, con il suo Neverending Tour, a peregrinare come un Ulisse, sempre sulla strada del ritorno verso casa. Derek Walcott, in una celeberrima poesia di qualche decennio fa, “Love after Love”, declinava in modo splendidamente minimalista questo tentativo di ritornare “a casa”, di ritrovare una propria identità, attraverso gli occhi di un uomo che apre la porta a se stesso, alla straniera immagine speculare di colui che era stato, e che arriva, torna, a bussare alla sua stessa porta. Questi due medesimi opposti, ritrovandosi, si daranno il benvenuto, condivideranno il pane e il vino. Le disperazioni così come i grandi amori saranno ormai cose passate. E tutto sarà ricomposto.
In queste tre diversissime declinazioni, identità e ritorno appaiono come una contraddizione necessaria e insolubile. L’identità è un ritorno, un approdo a qualcosa che forse era all’inizio ma che è andato perduto nel percorso che è la vita stessa. Eppure, allo stesso tempo, ed ecco il paradosso, l’identità si forma solo in quel percorso in cui perdiamo quell’inizio che speriamo di ritrovare alla fine. Allora, forse, l’identità non è un qualcosa di dato, ma il risultato di un processo che non ha fine se non nella fine stessa. Tuttavia, paradosso nel paradosso, essa è anche qualcosa di vero e di reale in ogni momento di quel percorso.

Cosa vuole Trump

Andrea Colombo
Il ritardo strategico di Meloni

il manifesto, 8 luglio 2026

Se non è divieto di incontro ci va a un millimetro. La premier arriva in tailleur-pantalone nero al ricevimento-cena sociale dei leader, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, quasi all’ultimo momento, evitando così di incrociare il litigioso Trump. Mai ritardo fu più strategico e per nulla casuale. A cena, però, i due si ritrovano allo stesso tavolo, con l’ospite Erdogan, il presidente francese, il premier inglese e il cancelliere tedesco e rispettive consorti. Il turco li ha voluti tutti insieme per tentare di ricomporre i rapporti tra Washington e gli alleati. Trump, del resto, nel pomeriggio si era tutto sommato contenuto. Senza risparmiare frecciate rivolte a Meloni ma meno triviali e offensive del solito.

«MELONI È UNA BRAVA persona», dice il presidente americano al bilaterale con il molto elogiato Erdogan. Però il rapporto non è certo quello di prima: «È peggiorato perché lei ha rifiutato di aiutarci. Non ha voluto essere coinvolta nello stretto d Hormuz e credo che abbia commesso un errore». A palazzo Chigi si aspettavano di peggio. Almeno per il momento quasi tirano un sospiro di sollievo anche se quel passaggio sull’errore commesso dalla premier una qualche minaccia sembra proprio veicolarla.

L’attacco di Trump stavolta è a tutto campo. Prende di mira l’intera Europa e in fondo è proprio questo che spiega il sollievo del governo: temeva di finire da solo nel tritacarne. Invece The Donald ne ha per tutti: «Sull’Iran Francia, Germania e Gran Bretagna ci hanno voltato le spalle. L’Italia ci ha voltato le spalle. E va bene così. Ma noi spendiamo centinaia di miliardi e loro per noi non ci sono? Guardano da un’altra parte?».

L’IRRITAZIONE non è posticcia. L’americano è davvero imbufalito con l’Europa tutta per la mancata partecipazione alla sua guerra e con l’Italia ha anche un conto più specifico aperto. Secondo la stampa americana all’origine della rottura c’è il rifiuto italiano di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi americane per l’Ucraina. Il presidente lo avrebbe visto anche come segnale politico. Di certo lo ha preso malissimo. Il botta e risposta con Meloni dopo Evian ha completato l’opera, rendendo la rottura personale difficilmente recuperabile.

Quanto all’amministrazione Usa nel complesso però le cose stanno diversamente. A Chigi e ai ministeri della Difesa e degli Esteri sono convinti che gli umori del sovrano non siano condivisi dai suoi alti ufficiali, che mirano invece a evitare lo strappo. È probabile che sia davvero così. Ieri Rubio e il ministro degli Esteri italiano Tajani si sono incontrati ad Ankara e hanno deliberatamente ostentato massima cordialità. Tra Hegseth, che pure è forse il ministro oggi più vicino al presidente, e l’omologo italiano, il ministro della Difesa Crosetto, si è creato un rapporto di fiducia che contrasta con il gelo della Casa Bianca. Roma conta su questo per almeno limitare il danno.

Ma se l’irritazione di Trump è reale, è anche vero che il mercante della Casa Bianca la usa ora come arma negoziale nel suq che più gli sta a cuore: quello delle spese per la Difesa. Gli europei, oggi, faranno a gara per compiacerlo a parole senza doversi impegnare troppo, cercando di ritardare se non di evitare un ritiro americano che tutti danno per certo. L’Italia su quel fronte aveva ricevuto garanzie tranquillizzanti dopo l’incontro fra Crosetto e Hegseth. Alla Difesa ritengono che le cose non siano cambiate dopo il prolungato duello fra il presidente e la premier.

LA NOTA DOLENTE restano i soldi. Su quel fronte l’Italia è in realtà completamente scoperta. Parteciperà certamente alla contributo di 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, insistendo però perché in quella cifra venga compreso il contributo di 90 miliardi già deciso dalla Ue e soprattutto evitando l’acquisto secco di armi. Mira a sostenere Kiev sul piano delle infrastrutture e con mezzi bellici prodotti in Italia o coprodotti con altri paesi europei.

SUL FRONTE DEL 5% per la Nato entro il 2035 l’Italia prometterà e garantirà ma senza aprire davvero i cordoni della borsa. Perché la priorità per il governo sono le elezioni del 2027 e non le si può affrontare con l’accusa di buttare decine di miliardi in armi sul groppone.

https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/purl-armi-americane-ucraina-crosetto/

martedì 7 luglio 2026

Graham Greene e la spia

 

scrittori e spie, amicizie e misteri

Guerra fredda. Un acuto saggio di Robert Verkaik cerca di indagare l’ambigua amicizia che legò sempre lo scrittore Graham Greene e la celebre spia Kim Philby, che dall’Inghilterra passò con i sovietici

Federico Varese
Il Sole 24ore, 7 luglio 2026

Che cosa può legare per quasi mezzo secolo uno dei più grandi romanzieri inglesi del Novecento e il più celebre traditore della storia dello spionaggio britannico? È questa la domanda che si pone Robert Verkaik in The Writer and the Traitor, un elegante esercizio narrativo che mette in parallelo due vite destinate a intrecciarsi per tutta la Guerra fredda: quelle di Graham Greene e Kim Philby.

Philby, uno dei “Cambridge Five”, fu un funzionario dei servizi segreti britannici dal 1940 al 1951, per poi scappare a Mosca nel 1963. Diverse opere del Novecento sono state ispirate, direttamente o indirettamente, dal suo tradimento: La talpa (1974) di John le Carré, Il fattore umano (1978) di Graham Greene e, forse, Il terzo uomo (1949), oltre a Il quarto protocollo (1984) di Frederick Forsyth. Meno noto è che Greene, collega di Philby nell’MI6 (il servizio segreto estero) durante la Seconda guerra mondiale, continuò a frequentarlo e a difenderlo anche dopo il suo smascheramento. Scrisse una prefazione sorprendentemente affettuosa al libro di memorie di Philby, My Silent War (1968), e andò a trovarlo più volte a Mosca. Per quale motivo Greene rimase fedele all’amico è il mistero che Verkaik cerca di svelare.

Greene e Philby avevano molto in comune. Entrambi furono profondamente segnati dall’esperienza delle public schools. Greene fu vittima di bullismo a Berkhamsted, la scuola diretta dal padre, e rimase segnato dal tradimento di quello che considerava il suo migliore amico. Philby entrò alla Westminster School grazie a una borsa di studio, non appartenendo al mondo privilegiato della maggior parte dei suoi compagni. Da studenti universitari furono entrambi attratti dal comunismo; entrambi lavorarono per The Times; nutrirono una passione per il rischio e condussero una vita sentimentale tumultuosa, costellata di amanti, rapporti mercenari e divorzi. La doppia vita era per loro un’abitudine consumata prima di entrare a far parte del Servizio Segreto di Sua Maestà.

Greene conobbe Philby nel 1943, quando andò a lavorare nella Sezione V dell’MI6, dove Philby era il capo ufficio. Verkaik lascia intendere che Greene sospettasse del doppio gioco di Philby già nel 1944, alla vigilia dello sbarco in Normandia. Per questo motivo si sarebbe dimesso all’improvviso e avrebbe poi cercato di avvertire Philby che era prossimo ad essere identificato come il “terzo uomo” del trio che comprendeva anche Guy Burgess e Donald Maclean, fuggiti a Mosca nel 1951. Lo strumento scelto dallo scrittore sarebbe stato niente di meno che il film Il terzo uomo, sceneggiato da Greene, diretto da Carol Reed e interpretato da Orson Welles e Alida Valli.

Pur avendo accesso agli archivi da poco aperti dei servizi di informazione, lo stesso Verkaik ammette che non vi siano prove che Greene sospettasse di Philby nel 1944. Alcuni capitoli del libro raccontano la genesi del film Il terzo uomo, girato a Vienna nel 1949. Durante i viaggi preparatori per il film, Greene incontrò una spia sovietica, Peter Smolka, che aveva conosciuto Philby quando questi era stato nella capitale austriaca nel 1934. Sembra che Smolka abbia fornito allo sceneggiatore l’idea centrale della trama di quello che diventerà il film noir per eccellenza. Eppure Vienna non fu scelta per alludere a Philby, bensì per iniziativa del produttore Alexander Korda; ed è del tutto implausibile che Greene avesse bisogno di un film per avvertire l’amico. Durante una pausa delle riprese, lo scrittore tenne persino una conferenza a Bruxelles nella quale mise apertamente in guardia l’Occidente dal pericolo stalinista. Nella novella, il racket criminale di Harry Lime è paragonato a uno «Stato totalitario», mentre i sovietici sono descritti in termini tutt’altro che benevoli.

Nonostante le due ipotesi principali di Verkaik rimangano tali, tra le pagine del libro emergono diversi aspetti cruciali per capire il rapporto tra i due uomini, la natura dello spionaggio e dell’arte di Greene. Durante il periodo in Sierra Leone (1941-1943) e poi al suo ritorno a Londra, Greene ebbe diversi conflitti con i colleghi e Philby lo difese di fronte ai superiori. Più che elusive affinità nel loro passato scolastico, sembra verosimile che Greene avesse conservato un grado di fedeltà a Philby per questi appoggi, e si dimise nel 1944 perché la vita d’ufficio, con la sua disciplina, non faceva per lui. C’è di più: la tensione tra il servizio di spionaggio interno (MI5) e quello esterno (MI6) era fortissima e Greene diffidava, come Philby, dei suoi colleghi del ‘5’. Non a caso, l’inchiesta contro Philby partì proprio dall’odiatissimo MI5. Le trincee dove i burocrati combattono le loro guerre di carta possono essere foriere di rapporti umani duraturi.

Eppure nessuna amicizia è assoluta e incondizionata, e non lo fu neppure quella tra Greene e Philby. Ad esempio, lo scrittore era consapevole di essere stato usato da Philby, quando questi fece di tutto per impedire che gli Alleati firmassero una pace separata con i nazisti, che a quel punto sarebbero stati liberi di concentrarsi sull’Unione Sovietica. È molto probabile che i viaggi di Greene a Mosca dopo il 1963 servissero ad entrambi: il traditore voleva mantenere contatti con il suo vecchio mondo e carpire informazioni, mentre lo scrittore usava il suo ex capo come fonte per i suoi romanzi e, forse, per raccogliere a sua volta dati utili da girare a MI6.

Greene aveva una dedizione totale a un’idea di letteratura ancorata alla storia politica e ispirata a persone e fatti reali. Condivideva con John le Carré l’idea che lo scrittore fosse lui stesso una spia che “osserva, ascolta, analizza e serve la letteratura senza farsi alcuno scrupolo”.

Il libro di Verkaik non offre facili certezze, pur ricostruendo con efficacia il mondo dell’intelligence britannica negli anni del secondo conflitto mondiale e della Guerra fredda. Alla fine, il vero mistero non è perché Greene rimase fedele a Philby, ma che cosa significasse quella fedeltà. Come spesso accade nei romanzi di Greene, amicizia, interesse personale e doppio gioco convivono in un equilibrio precario che solo la morte risolve per sempre.

Robert Verkaik
The Writer and the Traitor: Graham Greene, Kim Philby and the Great Betrayal
Headline Publishing Group, pagg. 384, £22



Marine Le Pen, la sentenza a sorpresa

 

Victor Goury-Laffont

Il ritiro americano

 


Piotr Smolar
Alexandra De Hoop Scheffer, politologa: "Gli Stati Uniti stanno perseguendo una politica di saturazione strategica" 

Impegnata su più fronti, Washington sta rinegoziando unilateralmente l'accordo commerciale transatlantico, esercitando pressioni sugli alleati europei affinché si assumano la responsabilità della propria sicurezza, spiega il politologo in un'intervista a Le Monde. Questo "trasferimento di oneri" spinge l'Europa a strutturare le proprie industrie della difesa in modo coordinato.
Le Monde, 5 luglio 2026

Il vertice della NATO (Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico), che si terrà ad Ankara il 7 e l'8 luglio, si svolgerà in un contesto di crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei, alimentate dalle guerre in Iran e Ucraina. Alexandra de Hoop Scheffer, presidente del German Marshall Fund, un'organizzazione profondamente impegnata nelle relazioni transatlantiche, spiega la strategia americana di disimpegno dalla sicurezza del continente.

Nel giugno 2025, al vertice NATO dell'Aia (Paesi Bassi), gli Stati membri si sono impegnati ad aumentare la spesa per la sicurezza fino al 5% del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2035. Tuttavia, le relazioni transatlantiche si sono progressivamente deteriorate, soprattutto a causa delle rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia e della guerra in Iran…

Sul fronte europeo, si è verificato un cambiamento. Le rivendicazioni americane sulla Groenlandia e la guerra [condotta con Israele] contro l'Iran hanno confermato che gli Stati Uniti perseguono un'agenda strategica unilaterale, anche quando sono in gioco gli interessi europei. In risposta, gli europei stanno moltiplicando le loro iniziative al di fuori del quadro americano. Hanno compreso che sarebbe illusorio scommettere su un'inversione di rotta da parte di una futura amministrazione americana. L'europeizzazione della NATO è ormai un processo a lungo termine. Questo spiega questo momento paradossale: una divergenza politica, una crisi di fiducia, ma anche una forma di convergenza strategica, con l'Europa chiamata ad assumersi maggiori responsabilità per la difesa del proprio continente, con un minore coinvolgimento degli Stati Uniti.

Perché questo entusiasmo americano?

Washington opera in un contesto di saturazione strategica, che il Pentagono definisce "simultaneità": gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico, mettendo a dura prova la base industriale della difesa americana. I tempi di produzione si stanno allungando, come dimostrano i ritardi nelle consegne a Germania e Stati baltici. Il segnale è chiaro: anche in assenza di disaccordi politici, gli Stati Uniti non sono più in grado di garantire all'Europa lo stesso livello di supporto in termini di capacità.

Questo vincolo alimenta una logica di "  esternalizzazione geopolitica". Washington sta organizzando il trasferimento di oneri su scala globale: all'Europa, la sicurezza del continente; agli alleati del Golfo, la stabilizzazione del Medio Oriente; ai partner dell'Indo-Pacifico, la gestione congiunta dell'ascesa della Cina. Questa evoluzione richiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità, con il rischio, in assenza di un coordinamento sufficiente, di una crescente frammentazione della sicurezza collettiva.

Che cosa rappresenta oggi l'Ucraina per questa amministrazione americana? Una fonte di irritazione, un peso?

Innanzitutto, una questione da chiudere. Per Donald Trump, la guerra in Ucraina è una costosa distrazione – con oltre 188 miliardi di dollari stanziati dal 2022 – che sottrae risorse al Medio Oriente e all'Indo-Pacifico.

La divergenza di opinioni con l'Europa è evidente. Per gli europei, l'Ucraina è una questione esistenziale: in gioco c'è l'architettura di sicurezza a lungo termine del continente. A Washington, la priorità è altrove: stabilizzare e porre fine al conflitto, anche a costo di un piano di pace che rischia di consolidare una linea del fronte, anziché ripristinare pienamente la sovranità ucraina.

Questo è il fulcro della spaccatura transatlantica in vista del vertice di Ankara: l'Europa sta giocando sul lungo termine, Washington sta giocando la carta dell'uscita. In questo contesto, il centro di gravità del sostegno all'Ucraina si sta spostando verso l'Europa. L'Unione Europea (UE) è ora il principale contributore, con oltre 226 miliardi di dollari mobilitati dal 2022, di cui 86 miliardi in aiuti militari.

Alla fine di maggio, gli Stati Uniti hanno informato i loro alleati a Bruxelles che avrebbero ridotto significativamente la loro partecipazione al cosiddetto "modello di forza" della NATO, ovvero le capacità mobilitate in caso di crisi di sicurezza in Europa. Cosa ne pensi di questo approccio?

Siamo passati dalle dichiarazioni alle operazioni: gli alleati sono stati informati, non consultati. Gli Stati Uniti prevedono di dimezzare la disponibilità dei propri bombardieri strategici, ridurre di un terzo il numero dei caccia, ritirare tutti i sottomarini dalle operazioni di crisi della NATO e diminuire altre risorse critiche, compresi gli aerei cisterna per il rifornimento in volo. Ciò crea vulnerabilità immediate in aree in cui l'Europa dipende ancora in larga misura dagli Stati Uniti.

Stiamo per entrare nel vivo della questione. Il tema principale del vertice di Ankara è la capacità delle industrie europee di assumere un ruolo di primo piano. Parte della risposta risiede nell'Ucraina, ormai co-artefice della sicurezza europea. Le partnership tra produttori europei e ucraini (ad esempio, MBDA, con il missile da crociera ucraino Flamingo) illustrano questo passaggio verso la coproduzione di tecnologie collaudate in combattimento.

Colmare queste lacune in termini di capacità rappresenta un'impresa colossale per gli europei, che richiede un investimento stimato tra gli 800 miliardi e i 1.000 miliardi di euro in dieci anni, solo per sostituire le capacità convenzionali americane. Ciò implica un cambiamento culturale. I nostri industriali e leader politici devono ripensare i processi di approvvigionamento di armamenti, accelerare i ritmi di produzione e imparare dalle guerre in Ucraina e in Iran. Dovremmo continuare a concentrarci su equipaggiamenti pesanti o investire di più in capacità più agili (droni, intelligenza artificiale, sistemi integrati)? La sfida non è tanto spendere di più, quanto spendere in modo diverso e più velocemente.

Il German Marshall Fund sta andando oltre il ruolo tradizionale di think tank, impegnandosi nell'organizzazione del dialogo…

A mio avviso, questo è ciò che un think tank deve fare oggi: quando i canali ufficiali si interrompono e la fiducia politica si erode, gli spazi informali diventano gli unici luoghi in cui è ancora possibile un dialogo franco. A maggio abbiamo lanciato a Washington l' iniziativa European Defense Roadmap per strutturare il dialogo transatlantico e conciliare le agende americana ed europea, al fine di evitare un divario di capacità. L'obiettivo è sviluppare una tabella di marcia comune che sia credibile e politicamente accettabile. Per sei mesi, riuniremo governi, industrie della difesa e operatori tecnologici di entrambe le sponde dell'Atlantico, con incontri a Londra, Parigi, Bruxelles, Berlino, Varsavia, Roma e nei Paesi baltici e nordici.

L'obiettivo è duplice: mappare le capacità critiche da prioritizzare e definire una "curva di transizione" comune. Quali segmenti della difesa convenzionale l'Europa può assumere come priorità entro il 2027? Quali saranno realisticamente raggiungibili solo entro il 2030, con garanzie residue americane per colmare le lacune? Successivamente, è necessario strutturare coalizioni di paesi europei disposti a collaborare attorno a settori chiave (missili a lungo raggio, droni, difesa aerea, cyberdifesa) e presentare questa tabella di marcia a Washington all'inizio del 2027, alla presenza di alti funzionari europei, dell'amministrazione americana e del Congresso.

Stiamo assistendo a una rinegoziazione dell'accordo transatlantico. Washington sta inviando un messaggio chiaro agli europei: il tempo della condivisione degli oneri è finito; ora è il momento del trasferimento degli oneri. A un anno dalla fissazione dell'obiettivo del 5%, l'amministrazione Trump ritiene che i progressi siano insufficienti. Sebbene sia vero che gli alleati europei e il Canada abbiano aumentato le loro spese per la difesa del 20% in termini reali entro il 2025, raggiungendo i 574 miliardi di dollari (circa 504 miliardi di euro) , e che tutti ora rispettino la soglia del 2% del PIL, la Casa Bianca sta esortando l'Europa ad accelerare i suoi sforzi .“Tra Voltaire e Poe”, Mark Dion, 2016.

Mark Dion, nato a New Bedford, Massachusetts, nel 1961, vive e lavora a New York. Noto per le sue complesse installazioni ispirate alle Wunderkammern ("gabinetti delle meraviglie"), questo artista visivo è particolarmente interessato al rapporto tra l'umanità e la natura, visto attraverso la lente della costruzione della conoscenza e del discorso scientifico fin dall'antichità. Il risultato sono installazioni che evocano facilmente i gabinetti delle curiosità, ma con ambizioni completamente diverse. Mark Dion imita, ma soprattutto sovverte, la propensione alla classificazione, prendendo in prestito metodi, attributi e vocabolario dalle scienze naturali. L'umorismo e la natura spesso assurda delle sue opere rivelano il profondo desiderio dell'artista di confrontare i limiti della conoscenza scientifica con la realtà della natura.

Come vede l'amministrazione statunitense questo periodo di sei mesi di discussioni?

Washington vuole dare priorità ai paesi in grado di raggiungere gli obiettivi di investimento. Gli altri saranno relegati a un ruolo secondario. L'amministrazione insiste sul monitoraggio degli investimenti per garantire che corrispondano effettivamente alle esigenze individuate dalla NATO. Gli Stati Uniti sono inoltre preoccupati per il Regno Unito e la Francia, due alleati strategici gravati da debiti e deficit, che non possono destinare i fondi necessari alla difesa. Infine, rimangono irritati dai meccanismi preferenziali europei come SAFE (Security Action for Europe) , volendo che le industrie americane beneficino di questi fondi. Washington deve cambiare posizione e accettare che l'Europa si è impegnata in tre approcci complementari: rafforzare le proprie capacità industriali, proseguire la cooperazione con le industrie americane e sviluppare partenariati strategici con altri paesi.

L'Europa è pronta ad affrontare la sfida?

Gran parte del lavoro dovrà essere svolto dagli stessi europei. La situazione politica interna dei paesi E3 (Germania, Regno Unito e Francia) complica le cose, ma incoraggia anche questi paesi ad aprirsi ad altre partnership o alleanze all'interno dell'UE, così come al di fuori di essa (Corea del Sud, India e Giappone). La cultura strategica di molti paesi europei sta subendo un profondo cambiamento. Il discorso tradizionalmente attribuito alla Francia in merito all'autonomia strategica si è ampiamente europeizzato.

Attenzione però: gli sviluppi della politica interna europea potrebbero rallentare questo slancio di cooperazione nei prossimi anni. Se la polarizzazione politica impedirà la nascita di progetti industriali, tecnologici e militari congiunti, la transizione nell'ordine di sicurezza risulterà frammentata e inefficace. Potremmo quindi trovarci in un altro scenario di desincronizzazione, con gli Stati Uniti che incoraggiano l'Europa a rafforzarsi, e un'Europa che si divide e si chiude in se stessa, rischiando di perdere l'occasione storica per la sua maturazione strategica.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/07/05/alexandra-de-hoop-scheffer-politiste-les-etats-unis-sont-dans-une-logique-de-saturation-strategique_6720907_3210.html