Massimo Faggioli
Joseph Ratzinger: il teologo capo, l'impronta profonda, i seguaci eversivi
Huffington Post, 31 dicembre 2022
Quasi dieci anni dopo essere entrato nella storia per aver rinunciato al pontificato, Joseph Ratzinger – Benedetto XVI è morto all’età di novantacinque anni, nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, dove si era ritirato dal maggio 2013. Nato in Baviera il 16 aprile 1927, Ratzinger ha avuto un notevole impatto sulla vita e sulla tradizione intellettuale della chiesa cattolica dagli anni Cinquanta in poi: non solo come papa, ma anche come accademico e uno dei teologi più influenti al Concilio Vaticano II (1962-1965). Dopo aver pubblicato durante il Concilio e alla fine degli anni Sessanta importanti opere che commentavano positivamente i documenti del Vaticano II, la sua opera influenzò in modo decisivo la ricezione istituzionale del Concilio dagli anni Settanta in poi: le sue opinioni antiprogressiste, spesso espresse con verve polemica, divennero inseparabili dalla sua persona, anche dopo la sua elezione al soglio pontificio nel 2005.
Fu
creato cardinale da Paolo VI, e dopo un breve periodo come
arcivescovo di Monaco (1977-1981), fu nominato da Giovanni Paolo II
prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex
Sant’Uffizio dell’Inquisizione, riformato dopo il Concilio
Vaticano II, che sotto la guida di Ratzinger acquistò un rilievo
senza precedenti. Fu il massimo e più influente collaboratore di
Giovanni Paolo II, il cui pontificato è impossibile da interpretare
senza considerare il ruolo di Ratzinger. La sua importanza e
influenza furono così preziose per Giovanni Paolo II che il papa
rifiutò le sue richieste di lasciare il suo incarico in Curia Romana
- rifiuto che contribuì a rendere possibile l’elezione di
Ratzinger al papato il 19 aprile 2005.
Già noto come cardinale per aver rivisitato e corretto le traiettorie prese dalla teologia dopo il Vaticano II su chiesa e politica (lo scontro con la teologia della liberazione), ecumenismo e dialogo interreligioso, ancora prima dell’elezione a papa rivolse la propria attenzione ad altri sviluppi post-conciliari, in particolare alla riforma liturgica. Rimase teologo-capo della chiesa anche mentre occupava la cattedra di Pietro, senza che nessun cardinale o arcivescovo sotto di lui svolgesse un ruolo così influente come quello che lui aveva ricoperto durante il pontificato di Giovanni Paolo II. Non fu sempre in grado di mantenere la distinzione tra le sue opinioni teologiche personali e la teologia della chiesa. Ciò va visto insieme al suo rifiuto di esibirsi da “performer” sul palcoscenico dei media globali in un modo simile a quello del predecessore (e del successore), un elemento cruciale per un comprendere il papato contemporaneo.
Il 22 dicembre 2005, otto mesi dopo la sua elezione, Benedetto XVI pronunciò alla Curia Romana un discorso in cui esponeva la sua visione sulla corretta interpretazione del Vaticano II come “ermeneutica della continuità e della riforma”, in contrapposizione a una “ermeneutica della discontinuità e della rottura” accusata di non rispettare la natura del concilio convocato da Giovanni XXIII. Questo si rivelò uno dei discorsi più importanti del papato post-conciliare, non privo di aspetti problematici. Il discorso del dicembre 2005 ha funzionato per lungo tempo, nelle sfere ecclesiali e clericali, come cartina di tornasole dell’ortodossia, e usato come clava nelle controversie teologiche ed ecclesiastiche. Molti sostenitori di Benedetto XVI si sono appassionati molto più alla “continuità” che alla “riforma”, invece che pensarli insieme come aveva proposto il papa. Tuttavia, allo stesso tempo, è difficile trovare un esempio di “riforma” proposta dallo stesso Benedetto che non abbia cercato di fermare o revocare i cambiamenti introdotti dal Vaticano II e dal primo periodo post-conciliare.
Particolarmente problematico è stato il motu proprio Summorum Pontificum del luglio 2007 che ha reintrodotto e incoraggiato l’uso del rito liturgico pre-Vaticano II, sommariamente e impropriamente noto come “la Messa in latino”. Ciò ha rinvigorito i tradizionalisti nella Chiesa (soprattutto nel mondo anglofono – Regno Unito, Stati Uniti, Australia) e ha legittimato un’agenda teologica non solo ossessionata dagli “abusi liturgici” e dalla desacralizzazione del rito, ma anche ostile allo stesso Vaticano II in quanto tale. La rinascita di un’agenda e di un partito anti-Vaticano II deve essere vista come parte dell’eredità di Benedetto.
Fu sotto il suo pontificato che la chiesa iniziò ad affrontare una nuova fase della crisi degli abusi sessuali, a cominciare dalle sanzioni contro Marcial Maciel, fondatore dei Legionari di Cristo. Le sanzioni comminate dal papa contro Maciel furono incomprensibilmente lievi, ma almeno segnarono una svolta rispetto all’era del rifiuto di riconoscere e gestire la crisi tipico del pontificato di Giovanni Paolo II.
Benedetto verrà ricordato soprattutto per le sue dimissioni dal papato – una decisione che ha già segnato uno spartiacque nella storia del papato e della chiesa cattolica. La decisione di dimettersi, presa mentre aveva ancora la capacità fisica e mentale per servire come papa, era in linea con l’ecclesiologia del Vaticano II, ma più con lo “spirito” del Vaticano II che con la lettera dei testi conciliari. Al tempo del Vaticano II il tema della rinuncia al papato era un tabù inviolabile. Non è privo di ironia il fatto che una delle decisioni più dirompenti per lo status quo istituzionale del cattolicesimo sia stata presa dal teologo, cardinale e papa identificato (spesso a torto) con la conservazione.
Con le sue dimissioni, il papato come istituzione è entrato in un territorio inesplorato e ha avviato una lunga transizione ancora in corso. Ne è risultata una nuova carica, quella del “papa emerito” – titolo da lui stesso creato (e che destò preoccupazioni anche negli ambienti cattolici conservatori), e una nuova tradizione e modo di vivere per un ex papa, che lui stesso ha definito nel corso di quasi un decennio: una vita monastica, ma non da eremita, con una certa visibilità ai media, non sotto il diretto e formale controllo del successore, che infatti non ha normato questa nuova istituzione.
Il modo in cui Ratzinger-Benedetto XVI ha interpretato l’emeritato non è vincolante per eventuali futuri papi che sceglieranno di dimettersi, ma sarà impossibile ignorarlo. Non sempre hanno avuto successo i suoi tentativi di non interferire con papa Francesco, o di evitare di creare anche solo l’impressione di un’ingerenza nel pontificato del successore. Dal 2013 al 2020 l’entourage di Benedetto è intervenuto, con libri e saggi pubblicati con la sua firma, ma probabilmente non sempre sotto il suo controllo editoriale, su una serie di questioni: il dibattito sul divorzio e i cattolici risposati, il rapporto tra la chiesa e gli ebrei, le cause dello scandalo degli abusi sessuali. Ciò ha causato tensioni tra papa Francesco e il segretario particolare di Benedetto, arcivescovo Georg Gänswein, che nel febbraio 2020 dovette lasciare l’incarico di prefetto della Casa Pontificia, incarico che Benedetto XVI gli aveva affidato quando a fine 2012 già progettava le dimissioni.
L’eredità di Ratzinger vivrà anche attraverso nomine episcopali che hanno rimodellato (fin dal pontificato di Giovanni Paolo II) un intero quadro dirigente nella chiesa globale, con vescovi scelti in base alle loro opinioni su una ristretta serie di questioni: contraccezione, ministero ordinato e ruolo delle donne nella Chiesa. La voce di Joseph Ratzinger continuerà a vivere attraverso i suoi contributi teologici al Catechismo del 1992, le encicliche di Giovanni Paolo II e altri scritti che hanno contribuito a inclinare il magistero papale e l’insegnamento ufficiale della Chiesa verso una posizione più conservatrice sulla ricezione del Vaticano II, e che hanno raggiunto un vasto pubblico al di là dei confini della chiesa cattolica.
La sua popolarità, sia come cardinale Ratzinger sia come Benedetto XVI, ha inopinatamente offerto copertura intellettuale e di politica ecclesiastica alla metamorfosi sopravvenuta nella tradizione intellettuale cattolica conservatrice: dal neo-conservatorismo d’ordine degli anni Novanta al neo-tradizionalismo eversivo di oggi. Negli ultimi due decenni circa un certo cattolicesimo neo-tradizionalista “made in Usa” lo ha arruolato come uno dei loro, facendone spesso l’eroe eponimo di una agenda teologica e politica revanscista: un’associazione immeritata da cui Ratzinger non ha potuto, saputo o voluto prendere le distanze. In Italia queste relazioni pericolose hanno lasciato meno tracce, tanto nella chiesa quanto nella politica, nonostante non siano mancati i tentativi.
La sua teologia ha preso la forma di una nuova apologetica che abbraccia tutta la gamma delle questioni sul tavolo della chiesa contemporanea, senza identificarsi con una tesi o teoria particolare intenzionata a rivoluzionare il panorama teologico. Questo è conforme al carattere di un intellettuale e di un chierico con un forte senso della tradizione e diffidente delle innovazioni teologiche. Sia da cardinale che da papa, Ratzinger ha sperimentato i limiti della sua teologia e visione di chiesa. Non ha inteso riformulare il papato come portavoce di un cattolicesimo globale impegnato nel dialogo interreligioso e interculturale, una posizione che è invece incarnata da Francesco. Ratzinger, inoltre, non ha operato per avviare i cambiamenti a livello canonico e teologico che la crisi degli abusi sessuali ha reso chiaramente necessari; invece, ha continuato a vedere lo scandalo degli abusi attraverso la lente delle “guerre culturali” iniziate con i rivolgimenti sociali, culturali, e politici che in Europa hanno preso il nome di Sessantotto. Non ha mai fatto un vero tentativo di riformare il Vaticano e il governo centrale della chiesa cattolica. Dopo il “lungo diciannovesimo secolo” della Chiesa cattolica portato a termine dalla convocazione del concilio nel 1959, Benedetto XVI è stato per certi versi l’ultimo papa della ritardata conclusione del ventesimo secolo della chiesa cattolica, un secolo breve iniziato con Giovanni XXIII e il Vaticano II e terminato nel 2013 con l’elezione di Francesco, primo papa non europeo e non mediterraneo.
Joseph Ratzinger è stato un brillante teologo e intellettuale pubblico, ma anche un chierico sul trono di Pietro col coraggio e il gusto dell’impopolarità nell’era del papato iper-mediatizzato. Rimarrà uno dei papi più pubblicati e letti nella storia della chiesa, e certamente uno dei più discussi e studiati. Tra coloro che sono consapevoli del proprio tempo, pochi saranno indifferenti o distaccati rispetto all’eredità che lascia.






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