martedì 8 settembre 2026

Il filosofo e il venditore

Pino Corrias
Il venditore Ulrich e il filosofo Hans: i vincitori dell’AfD
Il Fatto Quotidiano, 8 settembre 2026

Sono il filosofo e il venditore. Uno porta la barba da profeta e tiene sulla scrivania una tazza dell’Armata Rossa. L’altro ha il sorriso del ragazzo per bene, i pantaloni a sigaretta, un passato coerente da venditore di profumi. Il filosofo si chiama Hans-Thomas Tillschneider, 48 anni, esperto di Islam e filosofie orientali. L’altro è Ulrich Siegmund, 35 anni, diploma professionale, imprenditore, influencer con 800 mila follower, leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt. Il primo scrive le parole. Il secondo le vende. Insieme costituiscono forse il più interessante, inquietante e ben riuscito, esperimento politico che la Germania abbia prodotto alla sua estrema destra dalla fine della guerra: trasformare un programma radicalmente reazionario in un’offerta elettorale niente affatto minacciosa, addirittura allegra.

Tillschneider nasce nel 1978 a Timisoara, Romania, da una famiglia appartenente alla minoranza tedesca del Banato. La sua formazione sembra fatta apposta per smentire la biografia che verrà: studi islamici, arabo, filosofia, storia della letteratura tedesca tra Friburgo, Lipsia e Damasco; dottorato dedicato a un giurista musulmano del Settecento; ricerca e insegnamento universitario. Un cosmopolita di formazione, diventato teorico della nazione chiusa. Un conoscitore dell’Islam, diventato ideologo di un partito che ha costruito parte della propria fortuna politica sulla paura dell’Islam e il pericolo mortale del multiculturalismo.

Siegmund viene da tutt’altra strada. Nasce nel 1990, l’anno della riunificazione delle due Germanie, cresce a Tangermünde, nell’est tedesco. A diciotto anni entra nella Cdu. Lascia il ginnasio, prende un diploma professionale, si occupa di profumi per ambienti e nel 2014, appena un anno dopo la fondazione dell’AfD, entra nel partito. Nel 2016 viene eletto al Parlamento regionale senza lasciare grandi tracce. Poi arriva il Covid. È il suo acceleratore politico. Il video “Pandemie-panikmache”, contro i “montatori di panico da pandemia”, lo trasforma quasi istantaneamente in una celebrità delle bolle no-vax e della destra radicale. Da lì Tiktok, Instagram, selfie. E poi la leadership.

Sa maneggiare sorrisi e ottimismo. “Andrà tutto bene” dice. “Torniamo orgogliosi”. “Salviamo il Paese”. “Tutto è possibile”. Ma dice anche che “remigrazione è una parola del tutto normale. Anzi, positiva”. E quando il settimanale “Spiegel” lo definisce “l’uomo più pericoloso di Germania”, lui trasforma quella pagina, in un gadget da autografare ai comizi.

Siegmund tranquillizza. Tillschneider radicalizza. È lui l’autore della 156 pagine del programma elettorale che vuole “riplasmare la società”. Anzi “rifare i tedeschi”. Cominciando da famiglia, bambini, scuola, cultura. Classi separate per i figli degli immigrati perché sappiano che “la loro permanenza è provvisoria”. E per i disabili “che paralizzano il progresso dell’istruzione”. Le famiglie tedesche vanno messe al riparo dai “fanatici pervertiti di sinistra” e dalle “deviazioni sessuali con stili di vita non riproduttivi”. Per lui “pensare tedesco” è un progetto di restaurazione antropologica, via gli immigrati che inquinano lo spirito tedesco, diritti garantiti solo dallo jus sanguinis. Basta con l’inclusione. Basta con i finanziamenti “all’arte antitedesca”, torna necessario proibire “l’arte degenerata”, come la chiamava Hitler, che includeva tutte le avanguardie, Bauhaus compreso, colpevole di troppo modernismo, anche se ha superato il secolo di vita.

Tillschneider vuole una “cultura politica patriottica” che pesca proprio in quel passato dal quale estrae l’antico slogan “Räder müssen rollen!”, “le ruote devono girare!”, che è formula della propaganda bellica nazista. Tutto in nome della assoluta sovranità tedesca che l’ideologo AfD riesce a coniugare con la rivendicata vicinanza a Mosca, alla Russia di Putin. E dunque: nazione, famiglia tradizionale, autorità, ostilità al liberalismo, guerra alle élite cosmopolite, “quelli lassù, indifferenti al popolo”, diffidenza verso l’america, insofferenza per Bruxelles.

L’Europa, dopo la società multiculturale, e dopo l’immigrazione, è il terzo nemico da combattere. Per recuperare sovranità, scrive Tillschneider, sarà necessario abbandonare Schengen, rimettere in discussione l’euro, interrompere gli aiuti all’ucraina, ricostruire il rapporto economico e politico con Mosca.

Troppo radicale? È qui che entra in gioco Siegmund che seduce invece di spaventare. Dice le stesse cose, ma posta video su Tik Tok sempre sorridenti “Contro la sinistra dell’odio”. Arriva in piazza sul motorino Simons della vecchia Ddr. Abbraccia, saluta. E allegramente dice: “Espelleremo tutti gli immigrati dal primo minuto del primo giorno!”.

Per la Germania la vittoria del filosofo e del seduttore è un terremoto perché incrina il più solido dei suoi tabù democratici, l’invalicabile confine tracciato nel 1945 dalla dissoluzione tedesca e dall’abisso dell’olocausto. Per la prima volta è l’ombra del 1933 che si allunga, evocando parole che sembravano morte. Velenose idee che sono diventate programmi. E programmi che da ieri sono stati sottoscritti da milioni di voti. Anche se la Sassonia – la più povera e la più anziana delle regioni tedesche – non è propriamente la Germania.

Per l’Europa il pericolo è ancora più evidente. AFD indebolisce l’asse che la tiene insieme: dal rapporto transatlantico, alla moneta unica. Non per niente è considerata da tutti gli osservatori la “più estrema” delle principali destre populiste europee proprio per l’ostilità a Bruxelles, all’immigrazione, oltre che per le pulsioni revisioniste sul nazismo.

Vedremo se la futura strada di AfD sarà quella già percorsa da Giorgia Meloni. Anche lei arrivò al governo dopo anni di parole radicali, confini da chiudere, sovranità da riconquistare, Europa da sfidare. Per poi spostare il baricentro, rendersi compatibile con Bruxelles, Washington, i mercati, il potere reale.

Sarà il filosofo a rinnegare il venditore, accusandolo di tradimento? O il venditore a mettere in soffitta il filosofo e le sue idee oscure?




Il tennis nel Cile di Pinochet

 


1976: quando la davis incrocia la storia

Tennis e politica. Eliana Di Caro racconta la controversa vicenda della finale vinta da Panatta e compagni nel Cile di Pinochet, sullo sfondo di un anno inquieto per la società italiana

Giuliano Amato
Il Sole 24ore, 7 settembre 2026

  • È un libro di cui colpiscono, fin dalle prime pagine, sia il godibilissimo stile, sia il racconto, sempre avvincente. E dopo un po’ colpisce anche lo scrupolo della documentazione. L’autrice ha attinto alle fonti più diverse, compreso il prezioso (per il tennis) Fondo Gianni Clerici, custodito nella sede di Brescia dell’Università Cattolica, presso il quale ha anche ascoltato le radiocronache con cui Mario Giobbe dette agli italiani, su Rai Radio 2, l’unica informazione in diretta sulla controversa finale di Davis, Cile Italia del 17-19 dicembre 1976.

    Che cosa ci offre in queste densissime pagine? Intanto i ritratti a più dimensioni dei sei personaggi, protagonisti della vicenda: Mario Belardinelli, responsabile tecnico della nazionale e direttore del Centro di Formia, dove aveva preparato ed educato quasi tutto il meglio del tennis italiano, Nicola Pietrangeli, il capitano non giocatore carico di glorie, e poi i quattro della squadra, Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli. Va lasciato al lettore il gusto di ricostruirli via via da sé questi ritratti dei sei personaggi, nei profili delle loro vite private, dei loro vizi e delle loro virtù, delle loro qualità umane e tennistiche, degli stessi contrasti fra di loro. Anche chi già li conosce trova qui qualcosa di loro che non sapeva. E arriva a conoscerli meglio: Belardinelli, maestro e padre, Pietrangeli, sorretto e afflitto dalla convinzione di essere inarrivabile, Panatta, corteggiato e corteggiatore con talento superiore a volte distratto, Barazzutti, con la sua ineguagliata tenacia in campo e fuori, Bertolucci, braccio d’oro con un amore per la buona tavola più forte di lui, Zugarelli, che si sente ingiustamente trattato da ultimo. Chi ama il tennis e la sua storia, legge queste pagine senza perdersi una riga.

    Poi c’è, naturalmente, la vicenda e c’è il clima in cui si svolge, dominato dalla domanda: andare o non andare? Andare è un immeritato favore al sanguinario regime di Pinochet? Il mondo dello sport è tendenzialmente più favorevole all’andare, i media e la politica sono divisi, ma il no sembra prevalere. C’era appena stato il boicottaggio del Sud Africa ancora razzista per le Olimpiadi di Montreal. E proprio in Coppa Davis il Cile era in finale perché l’Unione Sovietica si era rifiutata di disputare la semifinale. E ora l’Italia?

    Come ricordo io stesso in questo libro (per alcuni aspetti del quale l’autrice mi ha generosamente coinvolto), io, che ero allora l’ultima ruota del carro, ero favorevole all’andata a Santiago. Ero tra quelli che pensavano che in Cile non tutti erano Pinochet e che il regime non meritava di fregiarsi, come avrebbe fatto, della vittoria finale in Coppa Davis. Ma i partiti, specie a sinistra, sembravano bloccati nelle loro posizioni. Il no era un a priori e se alla fine si arrivò, in primo luogo da parte comunista, a una sia pur tacita accettazione, lo si deve all’intelligenza del nostro Ambasciatore (rectius, incaricato d’affari) là, Tomaso De Vergottini, il quale già aveva ben meritato per i tanti oppositori a cui aveva dato rifugio, agevolandone poi l’uscita dal Paese. Fu lui a negoziare la liberazione di due esponenti del locale partito comunista in cambio della rimozione degli ostacoli politici italiani. Nell’occasione i comunisti cileni fecero sapere ai loro compagni italiani che l’effetto del no poteva anche essere un maggior consenso nazionalistico a favore del regime.

    E la squadra dunque partì, ma il clima continuò ad essere malcerto, con le teste più voltate dall’altra parte che a favore. Non tutti i giornali mandarono i loro inviati, La Repubblica decise da ultimo di mandare Saverio Tutino, ma solo per raccontare le nefandezze del regime, non la finale della Davis. La televisione fece soltanto dei resoconti serali e l’unica voce in diretta era quella già ricordata di Mario Giobbe su Rai Radio 2. Quando la squadra tornò in Italia con la Coppa, ad attenderla all’aeroporto non c’era nessuno.

    Il clima generale fu questo, ma la vittoria fu vissuta dal mondo dello sport, e non solo da esso, appunto come una vittoria, un motivo di orgoglio italiano che era stato inseguito da anni, almeno dal 1961, quando avevamo perso la finale con l’Australia. Ora c’eravamo riusciti e crebbe la popolarità dei nostri giocatori, in primis di Panatta, protagonista di un anno meraviglioso (aveva vinto anche gli Internazionali di Roma e di Parigi), e autore della scelta di giocare il doppio a Santiago con la maglietta rossa, rossa come i fazzoletti cuciti dalle madri cilene con i nomi dei loro figli scomparsi (“Ci sparano”, aveva detto Bertolucci, ma lo avevano fatto). L’argomento che avevamo impedito al Cile fascista di iscrivere il suo nome sulla Coppa Davis prese, anche grazie a questo, a farsi strada.

    Ed eccola l’Italia dello sport, del tennis, mettere il suo segno positivo su un periodo della nostra storia, gli anni 70, che tendiamo invece a ricordare soprattutto come gli anni di piombo. No, non fu solo così e il libro nel fornire il contesto generale dell’avventura cilena lo dice. Ricorda la forza della nostra democrazia non solo nel contrastare il terrorismo, ma anche nel varare riforme che nascevano dalla maturazione in corso nel Paese, il diritto di famiglia, il divorzio, l’abolizione dei manicomi, il servizio sanitario nazionale. Ci accorgiamo che il tessuto della democrazia contro la quale si arenò la strategia della tensione era solido in primo luogo fra gli italiani. E scopriamo che del suo ordito fecero parte anche la forza educativa del Centro di Formia di Mario Belardinelli, le qualità sportive ed umane dei tennisti che ne uscirono; le loro magliette rosse sui campi di Santiago.

  • Eliana Di Caro, L’anno della Davis. Il 1976 e l’Italia che cambiail Mulino, pagg. 152, € 15


  • L'argine e la stampella


    L'argine 

    Ernesto Galli della Loggia
    Le ragioni di una crisi
    Corriere della Sera, 8 settembre 2026

    Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale. La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazionalsovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.

    Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.

    Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europa si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente

    La trasformazione

    Dopo ormai 80 anni di inserimento nelle istituzioni della Repubblica la destra italiana si è gettata alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria

    corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra.

    Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.


    La stampella


    Nadia Urbinati

    Se crolla il cordone sanitario contro l'ascesa dei neonazisti
    Domani, 8 settembre 2026

    Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno suggellato l’unione in corso da un decennio tra i movimenti di estrema destra extraparlamentari neonazisti e il partito populista di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), che condividono le stesse basi ideologiche. La Sassonia, uno dei Länder orientali della Germania, è stata per anni il teatro di sperimentazione del connubio tra le ali terroristiche e quelle legalistiche. Negli anni recenti sono stati effettuati vari arresti di esponenti del gruppo terroristico “Sächsische Separatisten” (Ss – “Separatisti Sassoni”), che i giovani dell’AfD non hanno mai condannato, negando ogni collegamento con loro. Un’esemplare e antica tattica opportunista. Extraparlamentari e parlamentari neonazisti condividono le idee: anti-immigrazione e riterritorializzazione della nazione tedesca, cioè la rivendicazione del territorio come luogo di sangue e di comunanza di destino per un'etnia e solo quella. Idee che fanno presa soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Dal tempo dell’unificazione della Germania ex comunista (Ddr), queste idee sono cresciute in fretta nei Länder dell’Est dando vita a un etno-identitarismo orientale (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia) che le elezioni locali e regionali hanno legittimato.

    La Ddr è diventata, per molti giovani dell’AfD, una terra della nostalgia, tradita dalla globalizzazione e dall’occidentalismo democratico. Il voto alla destra estrema non è più solo un voto di protesta, ma un voto per un progetto di rinascita etico-politica della parte dominata, dell’Est, cioè, che il cancelliere Helmut Kohl volle “annettere” per decreto alla Repubblica Federale, “fantoccio” della Nato. L’“annessione” dei Länder ex Ddr è associata a una memoria negativa: scuole e università “purgate” dai docenti comunisti (dichiarati incompetenti rispetto agli standard accademici), emigrazione interna (verso ovest) dei lavoratori disoccupati (l’Est divenne come un Sud), rigermanizzazione in chiave occidentale. È proprio dalla lotta contro l’immigrazione – quella degli stranieri di lingua e razza – che è cominciato il riscatto ideologico dei “secondi arrivati”, dei tedeschi dell’Est.

    In questa cornice, disegnata dalla fine della guerra fredda, si inseriscono il pilone portante della storia di oggi: il picco della crisi dei migranti del 2015 e la politica di accoglienza (Willkommenspolitik) di Angela Merkel, che aprì le frontiere a oltre un milione di richiedenti asilo, molti in fuga dalla guerra civile in Siria. Il destino del Medio Oriente e quello dell’Europa, e soprattutto quello della destra estrema, tornano a incrociarsi (e la legislazione contro l’antisemitismo fa da benzina).

    In questo processo, un ruolo speciale fu svolto dalla Cdu, che si è posizionata sempre più a destra con l'intento di normalizzare i neonazisti. E così, proprio il partito di Kohl e Merkel ha spinto la cultura politica di centro verso destra, e nell’intento di assorbire il problema dell’immigrazione, ha conquistato in parte anche la Spd. Insomma, per la prima volta dal 1945, si è creato un asse tra la destra moderata e quella radicale. Una pessima notizia tanto per le ambizioni socialdemocratiche quanto per quelle cristiano-sociali: alla fine, chi pensa di normalizzare l’AfD flirtandovi ne esce radicalizzato.

    Come negli anni Venti e Trenta, le ambizioni dei moderati sono tristemente sbagliate. Eppure l’errore si ripete. L’AfD nacque nel 2013 come un movimento irrilevante anti-euro e nel 2015 si riorientò in chiave anti-immigrazione: la riconquista dello “spazio vitale” per la razza tedesca bianca e cristiana mosse i primi passi contro l’Ue e poi contro gli immigrati. Con le aggressioni e le molestie sessuali di massa del Capodanno 2016 a Colonia da parte di giovani musulmani si è verificata una cesura mediatica: i neonazi hanno ricevuto il loro battesimo di consenso. L’AfD è diventata un partito con aspirazioni di governo e ha raccolto i primi consensi sostanziosi con il vangelo islamofobico che ha suggellato la sintesi tra la lotta contro i migranti e la promessa di una rinascita economica per i tedeschi. La politica di “accoglienza” di Merkel è stata dichiarata il nuovo anticristo contro cui si sono mobilitati l’AfD e il movimento Pegida, acronimo in tedesco di “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”. Il populismo ha svolto la propria funzione mobilitante contro l’establishment, per poi diventare un progetto di governo neonazista a tutti gli effetti. Se l’opposizione non si mobilita, se resta impigliata nelle maglie del fatalismo, vi è da temere che, con le elezioni in Sassonia-Anhalt, il dado sia tratto. Il nazifascismo ritorna in Europa con nuove facce e nuovi metodi, ma con la stessa ideologia. La destra si normalizza tenendola all’opposizione. Ma, a quanto pare, il “cordone sanitario” (la legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari) resta impotente se non sostenuto da una cultura politica diffusa e militante.

    lunedì 7 settembre 2026

    I sindaci e il caldo

     



    Siamo i sindaci di Parigi, Milano e Phoenix. La crisi del caldo ci pone tutti di fronte alla stessa domanda.

    Emmanuel Grégoire, Giuseppe Sala e Kate Gallego 
    Le nostre tre città stanno imparando le une dalle altre su come proteggere i residenti. Queste politiche climatiche sono anche misure di salute pubblica.

    The Guardian
    Lunedì 7 settembre 2026

    Quest'estate, i sindaci si sono riuniti a Londra durante l'ondata di caldo che, ironia della sorte, ha rischiato di far saltare la Settimana di Londra per l'azione climatica.

    Mentre le temperature raggiungevano livelli record nel Regno Unito e in Europa, portando alla sospensione o alla cancellazione di alcuni negoziati sul clima , ci siamo ritrovati a cercare riparo e a confrontare le modalità con cui le nostre città si preparano al caldo estremo: come proteggiamo i residenti più vulnerabili, comunichiamo i rischi e riprogettiamo i quartieri per affrontare estati più calde.

    Contemporaneamente, Parigi coordinava la risposta della città all'emergenza causata da un'altra intensa ondata di calore che si abbatteva sulla Francia. In tutta Europa, oltre 14.000 persone persero la vita a causa del caldo .

    In qualità di sindaci, ci troviamo di fronte alla stessa domanda: come proteggere milioni di persone quando il caldo estremo non è più un evento eccezionale, ma una componente sempre più frequente dell'estate?

    Per Phoenix , questa domanda ha plasmato l'amministrazione cittadina per decenni. Per Parigi e Milano, sta diventando una delle sfide cruciali della leadership urbana.

    Potrebbe sembrare strano ad alcuni che due delle città più antiche e prestigiose d'Europa si ispirino a una città nel deserto dell'Arizona per trovare ispirazione. Ma l'aumento delle temperature è ormai una sfida globale e non abbiamo tempo perché ogni città trovi da sola la soluzione più adatta alle proprie esigenze.

    Phoenix ha imparato, a volte a proprie spese, che il caldo estremo non può essere considerato semplicemente un fenomeno meteorologico. Influisce sulle decisioni relative a trasporti, alloggi, sanità pubblica, spazi pubblici e pianificazione delle emergenze. La preparazione all'estate inizia ben prima che le temperature comincino a salire.

    Phoenix ha istituito uno dei primi uffici cittadini al mondo dedicati alla risposta e alla mitigazione del caldo, a testimonianza di un approccio che si concentra sia sul sollievo immediato dalle ondate di calore estreme, soprattutto per le persone più vulnerabili, sia sulla costruzione di resilienza a medio-lungo termine attraverso l'implementazione di soluzioni di raffreddamento per rendere la città più sicura e confortevole.

    I piani di ombreggiatura della città prevedono una copertura ombreggiata del 75% nei nuovi edifici situati in aree ad alta densità pedonale, e programmi a sostegno di scuole, utenti del trasporto pubblico e persone più vulnerabili. Per ridurre ulteriormente l'effetto isola di calore urbana, Phoenix sta applicando trattamenti superficiali a bassa emissività a edifici e strade, su oltre 300 chilometri di vie residenziali.

    La città è all'avanguardia nella sua regione per quanto riguarda la gestione dell'emergenza caldo, offrendo un centro di raffreddamento attivo 24 ore su 24 e un supporto completo per mettere in contatto le persone con risorse quali alloggi, servizi medici e persino servizi di collocamento lavorativo. I proprietari di immobili sono tenuti per legge a mantenere una temperatura interna sicura (28°C/82°F o inferiore) e le aziende che stipulano contratti con la città devono implementare piani di sicurezza contro il caldo per garantire la salute e il comfort dei lavoratori. Queste misure salvano vite umane: durante l'estate del 2024, la più calda mai registrata a Phoenix, le misure coordinate di risposta all'emergenza caldo della città hanno contribuito a una riduzione del 20% su base annua delle chiamate al 911 legate al caldo.

    Parigi e Milano offrono competenze diverse, oltre a sfide uniche.

    Entrambe sono città storiche europee dove strade, edifici e spazi pubblici sono stati progettati per un'epoca e un clima diversi. Oggi, entrambe le città si stanno adattando.

    Ormai ogni parigino vive a sette minuti a piedi da un luogo fresco. La città dispone di oltre 1.400 di questi spazi dove le persone possono trovare refrigerio durante un'ondata di calore, tra cui parchi, giardini e altre strutture pubbliche. La città estende inoltre gli orari di apertura di parchi, piscine e stabilimenti termali pubblici durante le alte temperature. Il Comune ha mobilitato una rete di 27.000 volontari per il clima al fine di sensibilizzare le comunità sulla crisi climatica e sulle strategie di adattamento alle ondate di calore, oltre che sulle azioni preventive.

    La città si sta anche preparando per un futuro che sarebbe stato inconcepibile per i parigini solo pochi decenni fa: "Parigi a 50°C" è stata organizzata nell'ottobre del 2023 per testare la capacità di risposta del comune e dei suoi partner, nonché per migliorare la pianificazione e il coordinamento per le future emergenze legate al caldo. L'iniziativa ha coinvolto l'intera comunità, le aziende di servizi pubblici, i media e le scuole e ha ispirato direttamente Barcellona a realizzare la stessa esercitazione nel 2027.

    Nessuna città può semplicemente importare il modello di un'altra. Geografia, storia e politica sono diverse ovunque. Ma ogni sindaco ha il dovere, nei confronti dei propri cittadini, di raccogliere le migliori idee dalle città di tutto il mondo; e attraverso la rete C40 Cities, quasi 100 delle più grandi città del mondo condividono soluzioni climatiche per i propri residenti e le proprie imprese. Le città hanno sempre imparato le une dalle altre. Abbiamo adattato sistemi di trasporto, politiche abitative e misure di salute pubblica di successo per generazioni. L'adattamento al caldo non dovrebbe essere diverso.

    Se una città scopre un modo migliore per proteggere i lavoratori all'aperto, rinfrescare gli spazi pubblici o comunicare i rischi ai residenti, le altre non dovrebbero impiegare anni a reinventarlo. Le buone idee dovrebbero circolare.

    Ispirandosi alle iniziative di Barcellona e Parigi per la creazione di spazi freschi, Milano sta ampliando i suoi programmi Piazze Aperte e Vie Scolastiche per integrare spazi freschi attraverso la piantumazione di alberi, la sostituzione delle superfici pavimentate con spazi verdi permeabili e la creazione di zone d'ombra. Il Comune offre inoltre un servizio di assistenza telefonica e supporto per anziani e residenti vulnerabili tramite Milano Aiuta. Il Piano Aria e Clima di Milano definisce un obiettivo vincolante per limitare l'aumento delle temperature locali a 2°C entro il 2050; è una delle poche città al mondo ad aver fissato un obiettivo legato alla temperatura, il che è molto ambizioso.

    Il caldo estremo miete già più di mezzo milione di vittime ogni anno, rappresentando il rischio climatico più letale. Le città sono particolarmente esposte perché edifici, strade e marciapiedi assorbono calore durante il giorno e lo rilasciano a lungo durante la notte, il che significa che i residenti non hanno tregua e faticano a rinfrescarsi adeguatamente. Gli anziani, i bambini piccoli, i lavoratori all'aperto e le comunità a basso reddito sono spesso i soggetti più a rischio.

    Piantare alberi, climatizzare le scuole, riprogettare le strade, migliorare gli edifici ed espandere i sistemi di allerta precoce sono spesso descritte come politiche climatiche. Si tratta anche di misure a tutela della salute pubblica, investimenti nelle economie locali e miglioramenti concreti che rendono le città più vivibili durante tutto l'anno.

    Nel frattempo, il riscaldamento e il raffreddamento rappresentano quasi la metà del consumo energetico totale in Europa, e circa il 70% del riscaldamento è ancora generato da combustibili fossili. Le città hanno il potere di guidare una transizione equa verso il riscaldamento pulito. Investendo nelle energie rinnovabili e in sistemi di riscaldamento più puliti, possono ridurre le emissioni, migliorare la qualità dell'aria e creare posti di lavoro a livello locale, garantendo che i benefici raggiungano chi ne ha più bisogno.

    Le città sono spesso le prime a subire gli impatti dei cambiamenti climatici, ma anche le ultime a ricevere i poteri, i finanziamenti e la flessibilità necessari per reagire. I governi nazionali dovrebbero collaborare con le città per sviluppare strategie di adattamento più efficaci, ampliare i sistemi di allerta precoce e facilitare l'accesso dei leader locali ai finanziamenti necessari per proteggere i cittadini. Questi investimenti possono salvare vite umane, rafforzare le economie e ridurre i costi futuri in tutto il Paese.

    Quest'estate l'Europa ha potuto intravedere cosa provano spesso coloro che vivono in climi desertici e cosa possiamo aspettarci che diventi la nostra normalità nell'era della crisi climatica.

    Il caldo estremo non è un fardello individuale; è una sfida esistenziale che dobbiamo affrontare tutti insieme. La responsabilità non può ricadere sulle spalle di un pensionato isolato, di un bambino vulnerabile o di un operaio edile. Il caldo è una crisi politica che richiede un'azione politica decisa.

    Dobbiamo prepararci e reagire. La crisi climatica sta ridefinendo a un ritmo vertiginoso il nostro concetto di "normalità". La nostra capacità di imparare gli uni dagli altri deve accelerare ulteriormente.


    • Emmanuel Grégoire, Giuseppe Sala e Kate Gallego sono i sindaci di Parigi, Milano e Phoenix