lunedì 9 marzo 2026

La fine di un mondo

quel fatidico 1494

Turbolenze italiane
Michele Ciliberto
Il Sole 24ore, 1 marzo 2026

Questo mio nuovo saggio prende le mosse dalla crisi e dalla decadenza dell’Italia tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento – quando si compie il passaggio dalla libertà alla servitù politica, sullo sfondo delle eccezionali, coeve, trasformazioni del mondo e dell’universo, in terra e in cielo: sono eventi connessi, che rendono ancora più drammatico questo vero e proprio mutamento d’epoca.

L’anno della morte di Lorenzo de’ Medici, il 1492, è lo stesso della scoperta dell’America. Non si parla però solo della decadenza dell’Italia. Muovendo da questa doppia considerazione, nella parte finale del saggio è analizzato il fenomeno della migrazione intellettuale del Cinquecento, generata dalla servitù politica e dall’implacabile e intransigente dominio nel nostro Paese della Chiesa cattolica che ne fu il tragico effetto. Ed è messo in luce come, nonostante quella decadenza, gli intellettuali italiani, costretti a migrare altrove per sviluppare la loro ricerca e spesso per salvare la vita, abbiano avuto un ruolo decisivo nella costituzione della civiltà europea moderna. È stato questo il contributo – per usare un’espressione un po’ criptica, che spero diventi chiara leggendo il saggio – dell’Italia fuori d’Italia.

Non procedo però, lo segnalo al lettore, secondo i canoni tradizionali dei libri di storia, per i quali ho massimo rispetto: è un saggio – sottolineo il termine – di interpretazione in chiave morfologica della storia italiana in un periodo cruciale, destinato a lasciare segni profondi nella nostra identità nazionale e anche nella storia dell’Europa. L’ho fatto assumendo come punto di partenza il 1494, l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII, il «mostro» – come lo chiama, e non una sola volta, Bernardo Rucellai.

Il saggio è costituito da quattro parti, congiunte dal tema che condividono e che dovrebbero, perciò, reciprocamente chiarirsi; non sono però connesse in modo lineare: per dirla in termini tipici dell’età rinascimentale, si relazionano secondo la dialettica dei contrari. Dunque il 1494. La scelta di questa data è nata da un convincimento preciso: contano le generazioni e contano le date: la cronologia e la geografia, come osservò una volta Vico, sono la chiave per aprire il libro del passato. E il 1494 è un anno fatale. Ci sono nella storia di un Paese, di una nazione, delle date che costituiscono momenti cruciali di crisi, di svolta, di trasformazione: il 1494 lo è, apre un ciclo della storia italiana che si conclude nel 1527, l’anno del sacco di Roma.

Dopo di esse, nulla è più come prima: finisce una storia, ne comincia un’altra, e non è detto che il tempo che comincia sia migliore del tempo passato. Dipende naturalmente dai punti di vista con cui si considera ciò che è stato, e dalle forme in cui si è effettivamente incarnato il futuro. Il nuovo, però, abbiamo imparato dalla storia, non coincide necessariamente con un progresso (posto che esista, e ho molti dubbi, il “progresso”). […]

Il saggio ha origine da una domanda precisa: come sia stato possibile, e quando, il passaggio in Italia dalla libertà alla servitù, dalla “civiltà” alla decadenza, alla “barbarie”, in un processo che inizia alla fine del Quattrocento, ed è durato a lungo, volendo abbozzare una periodizzazione.

Di per sé la crisi, la decadenza, la fine di una repubblica, di uno Stato, non sono eventi sorprendenti o rari. Machiavelli, del resto, lo spiega in modo esplicito nei Discorsi: a qualunque corpo misto – sia una repubblica o una Chiesa – è immanente la decadenza, la fine. Si può rinviarla, ritardarla, ma non evitarla. La morte è il destino di ogni cosa. Anche Spinoza, apprezzando proprio per questo l’«acutissimo» Machiavelli – e condividendo quindi la tesi che lo Stato possa essere travolto dalla crisi e finire –, si era posto nel Trattato politico il problema di come evitare questa fine e si era concentrato, dando una risposta precisa, sulle cause di carattere interno che potevano originarla, individuando una serie di soluzioni per impedire che ciò accadesse.

Ma quando è che in Italia inizia la crisi, la decadenza, e quali sono le generazioni coinvolte – come protagonisti o come sopravvissuti di un mondo ormai finito – in questo processo? E di quali testimonianze possiamo servirci per cercare di rispondere a questa domanda? Su cosa sia accaduto non c’è infatti dubbio: allora comincia la decadenza durata molti secoli, arrivata, per vari aspetti, fino a noi. E in che modo, nonostante questa decadenza, l’Italia è riuscita a dare un contributo – e lo ha dato – all’identità culturale e spirituale europea? Se abbiano senso queste domande, e se sia possibile individuare una risposta, è ovviamente da discutere. Qualunque sia la risposta, questo saggio ambisce ad essere “contemporaneo” pur parlando di secoli passati: c’è una connessione fra quel passato e il nostro presente. Le domande cui cerca di rispondere nascono dal nostro tempo, da un’interrogazione su quello che sta accadendo intorno a noi.

L’Europa, il mondo in cui hanno vissuto moltissime generazioni, sta tramontando nel ferro e nel fuoco; e un altro mondo – dai confini indeterminati, ma duri, violenti, estraneo a ogni principio giuridico o morale – si sta imponendo. È in altre forme ovviamente – la storia non si ripete mai – quello che accadde in Italia e in Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Anche allora un mondo finì nel ferro e nel fuoco, e un altro ne nacque, con un volto preciso, quello che ha incarnato – nel bene e nel male – il ruolo e la funzione dell’Europa nei secoli moderni.

Dove stia andando oggi il mondo, e dove soffi lo spirito della storia, noi però non lo sappiamo. Tutto è ancora confuso e indeterminato, e non si sa quali siano le potenze destinate a imporsi in futuro. Una cosa però è chiara: un intero modo è terminato e con quel vecchio mondo è tramontata la visione che ha costruito di sé stesso, elaborando nei secoli “moderni” immagini dell’identità europea che oggi appaiono esaurite. È anche da questa consapevolezza, certo non solo mia, che nasce questo lavoro.

La vittoria dei verdi nel Baden-Württemberg

Ricarda Lang e Cem Özdemir

Elsa Conesa 
In Germania, i Verdi hanno mantenuto di misura il Baden-Württemberg e hanno inflitto una sconfitta al partito del cancelliere Friedrich Merz
Le Monde, 9 marzo 2026

Nonostante le previsioni di sconfitta nei sondaggi di poche settimane fa, i Verdi tedeschi sono riusciti a mantenere per un soffio il controllo dell'unico dei 16 stati federali del paese da loro governati negli ultimi quindici anni. Alle elezioni regionali tenutesi domenica 8 marzo nello stato meridionale del Baden-Württemberg, vicino al confine con la Francia, hanno vinto con un margine molto risicato sull'Unione Cristiano-Democratica (CDU) del Cancelliere Friedrich Merz, che sperava di riconquistare questa regione storicamente conservatrice, caduta nelle mani dei Verdi nel 2011. Si prevede la formazione di un governo di coalizione tra i Verdi e la CDU, guidato da Cem Özdemir, 60 anni, candidato principale dei Verdi ed ex Ministro dell'Agricoltura. Succederà al popolarissimo Winfried Kretschmann, Ministro-Presidente dei Verdi dello stato ininterrottamente dal 2011.

Le elezioni nel Baden-Württemberg, le prime delle cinque elezioni regionali che si terranno nel 2026, hanno suscitato notevole interesse a livello nazionale. Terzo Land più popoloso della Germania, con oltre 11 milioni di abitanti, il Baden-Württemberg è anche uno dei motori economici del Paese grazie al suo settore automobilistico, che negli ultimi due anni sta attraversando una crisi strutturale.

Le elezioni hanno rappresentato anche un banco di prova per il governo del conservatore Friedrich Merz, al potere a Berlino dal maggio 2025, che si trova ad affrontare l'ascesa del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD) a livello federale. "I Cristiano-Democratici tedeschi hanno ancora la forza di vincere le elezioni?" , si è chiesto il Cancelliere, giunto venerdì 6 marzo per sostenere il candidato della CDU nel sud del Land in un ultimo comizio elettorale, riferendosi a un'elezione di rilevanza nazionale ed europea.

L'AfD sotto il 20%

La CDU, che a dicembre 2025 era ancora in vantaggio sui Verdi di quasi 10 punti, non è riuscita a capitalizzare questo vantaggio. Friedrich Merz, molto attivo sulla scena internazionale, è criticato per la mancanza di riforme in patria, nonostante la sua retorica assertiva, persino di disapprovazione, ad esempio accusando i tedeschi di lavorare part-time troppo spesso per motivi di comodità. "Tutti avremmo preferito che il dibattito sul lavoro part-time non si fosse svolto", ha riconosciuto giovedì 5 marzo Tim Bückner, candidato della CDU nella regione di Schwäbisch Gmünd, a un'ora da Stoccarda. " Il governo ha mantenuto le sue promesse, ad esempio, su immigrazione e tassazione. Ma tutto questo è stato oscurato da dichiarazioni inutilmente divisive".

Guidati da Cem Özdemir, un tedesco di origine turca, i Verdi si erano indeboliti a livello federale dopo le elezioni parlamentari del febbraio 2025, che erano costate loro un terzo dei seggi al Bundestag. Il crollo della coalizione socialdemocratica del cancelliere Olaf Scholz nel 2024, di cui facevano parte, sembrava segnare la fine della linea centrista sostenuta dalla leadership del partito. Si prevede che la vittoria di Cem Özdemir rafforzerà questa fazione, soprannominata l'ala "realista", poiché i Verdi del Baden-Württemberg sostengono posizioni ancora più a destra, sostenendo l'industria automobilistica e una posizione più dura sull'immigrazione.

Il partito di estrema destra AfD è riuscito a raddoppiare il risultato delle elezioni del 2021, ma secondo le stime iniziali è rimasto al di sotto del 20%. Il partito è stato penalizzato da una serie di rivelazioni sul nepotismo nel Land. "Questo equivale a raddoppiare il nostro punteggio, quindi possiamo essere molto soddisfatti", ha comunque dichiarato domenica ad ARD la co-presidente Alice Weidel. Il Partito Socialdemocratico (SPD), gravemente indebolito, ha visto il suo punteggio del 2021 dimezzarsi al 5,5%, mantenendo di misura i suoi seggi nel parlamento regionale. "È una serata molto amara", ha ammesso il vicecancelliere e co-presidente della SPD Lars Klingbeil alla ZDF, esprimendo la speranza di un risultato migliore alle prossime elezioni regionali, che si terranno in Renania-Palatinato il 20 marzo.

Si prevede che le elezioni segneranno anche il destino del Partito Liberale Democratico (FDP), sceso sotto il 5% e quindi non più rappresentato nel parlamento regionale. Il Baden-Württemberg era la sua roccaforte storica, con centinaia di piccole imprese familiari nella Mittelstand tedesca che ne sostenevano il liberalismo economico. "Se l'FDP non riesce a entrare in parlamento nella sua roccaforte del Baden-Württemberg, non avrà successo da nessun'altra parte", aveva previsto il candidato locale del partito, Hans-Ulrich Rülke , al Tagesspiegel l'8 marzo, prima delle elezioni. "È qui che si deciderà se un partito liberale avrà ancora un futuro in Germania".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/09/les-verts-allemands-conservent-de-justesse-le-bade-wurtemberg-et-infligent-un-revers-au-parti-du-chancelier_6670060_3210.html?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwY2xjawQbf-dleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETFnVlo5aDBOR0VvYmFNZ05Uc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHnFZMNSvPGAPBBTlBWkA3lBkxpjhS9VmZiZeUkjN93fBudLVBAJLSIlpyWdL_aem_nzsPEvZbepRhzQXiJUyVXQ#Echobox=1773041654

https://www.rivistailmulino.it/a/i-verdi-al-bivio#:~:text=Non%20solo.,un'invenzione%20politica%20di%20parte.

La famiglia nel bosco

 


«L’errore più grave è stato dividere quella famiglia Si può ancora rimediare»

Il neuropsichiatra infantile Ammaniti: «I genitori erano il solo riferimento per i tre bambini, che non sono dei pacchi»
Clarida Salvatori
Corriere della Sera, 9 marzo 2026

«Io sono incredulo. La storia della famiglia nel bosco è iniziata male e rischia di finire ancor peggio»: ha pochi dubbi Massimo Ammaniti — tra i più quotati neuropsichiatri infantili, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza università di Roma e autore di numerosi libri, l’ultimo è «Il coraggio di essere timidi» — nella lettura della vicenda che ha travolto le vite di Catherine Birmingham, suo marito Nathan Trevallion e i loro tre figli. Per loro, il Tribunale per i minorenni dell’aquila ha deciso l’allontanamento della madre e il trasferimento in un’altra struttura protetta.

«Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone».

Professor Ammaniti, quali potrebbero essere le conseguenze di questa decisione che spacca il nucleo familiare dei Trevallion?

«Sicuramente questa decisione avrà implicazioni serie. Si parla di separazione della madre dai figli e di un padre che rimane ai margini dello scenario. Ma questi bambini finora hanno sempre vissuto con loro, per altro con una vita sociale poco sviluppata. Il che vuol dire che se già normalmente si crea un legame intenso con i genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico, non avendo i bimbi altri adulti a cui far riferimento. Erano gli unici a garantirne la sicurezza personale e la cura, erano le uniche figure che rappresentavano la protezione. È questo l’assunto, che dovrebbe orientare le scelte di operatori, psicologi, legislatori perché una misura così è complessa e rischiosa per il futuro di questi bambini».

Ma allora come è possibile che sia stata intrapresa questa strada?

«Non me lo spiego. Una decisione come questa si verifica in situazioni estreme, quando cioè il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato. E anche in questi casi ci sono due nette distinzioni».

Ovvero quali?

«Ci sono situazioni in cui un genitore perde la pazienza ed esagera, ma deve solo imparare a controllare i propri impulsi. E altre situazioni in cui invece la persona è disturbata e attua pesanti maltrattamenti. Ma francamente non mi sembra questo il caso. È emerso che la mamma fosse ansiosa e iperprotettiva, niente di più grave. Certo è che non deve essere stato facile essere stata per un periodo così lungo in una struttura in cui non poteva esercitare la sua funzione genitoriale. Di certo una simile situazione le avrà suscitato rabbia e frustrazione».

Che idea si è fatto di tutta questa vicenda? Secondo lei che cosa viene rimproverato a questa famiglia?

«Non riesco davvero a capirlo. Oggi ci sono famiglie che piazzano i figli davanti ai tablet o ai giochi elettronici tutti i pomeriggi o per poter mangiare senza essere disturbati mentre sono al ristorante. Però quelle vengono ritenute persone rispettose delle modalità, non vengono considerate inidonee a educare i loro bambini. Invece chi sceglie di farli crescere nella natura, a contatto con gli animali non è adatto alla funzione genitoriale. È vero, mancava la socializzazione con altri coetanei, è stato messo in atto un orientamento poco attento alle prescrizioni del Paese in cui vivevano e in cui vivono e questo è stato certamente un limite, ma erano presenti e si occupavano dei loro bambini».

Quanto ha influito la scelta di questi genitori di non voler scolarizzare i minori?

«Ha influito molto, ma non è forse vero che molti genitori di etnia rom non mandano i loro figli a scuola? E non voglio pensare che si stia contestando una scelta religiosa, non sarebbe giustificabile. Anche tanti cattolici, pur battezzando i figli nel rispetto delle prescrizioni religiose, poi fanno scelte discutibili. A mio avviso, tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra Stato e genitori».

” Sono stato anche tentato di andare a vedere di persona Le urla dei piccoli non si possono ignorare

” A mio avviso tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra lo Stato e i genitori

” La scelta di non voler scolarizzare i tre minori ha influito molto Ma ci sono anche altre famiglie che fanno lo stesso

Secondo lei è stato commesso qualche errore nell’interpretazione e nella gestione di questa storia?

«Non mi spiego perché non si è mirato e non si è deciso di mantenere unito il nucleo familiare, di dare loro — come per altro era anche stato paventato — una casa, di aiutarli con sovvenzioni e professionisti che potessero assisterli nel loro percorso».

Che idea si è fatto? C’è qualcosa che non viene detta? Che viene celata?

«Secondo me c’è qualcosa sotto tutto questo, ma non riesco a capire di cosa si tratti. La famiglia nel bosco è stata messa su una strada imprevedibile: hanno sicuramente dei limiti ma non andavano divisi, semmai andavano aiutati. Perché farli entrare nell’occhio del ciclone? In termini di costi, quanto si pagherà tutto questo? I soldi dati alle strutture che li hanno ospitati finora e li ospiteranno ancora, non potevano essere convertiti in aiuti economici per loro? Non è possibile, oggi, tornare a uno strumento come quello dei ricoveri che esistevano in passato e che ora sono desueti».

Di cosa non si è tenuto conto nel prendere la decisione di dividerli?

«Non è stato tenuto in conto il fatto che non sono dei pacchi, che hanno delle emozioni che vanno rispettate, che questi bambini vogliono bene ai loro genitori, che li hanno cresciuti finora. Al momento della separazione pare che si siano disperati, che piangessero, che urlassero. Come è possibile ignorare una simile reazione?».

C’è ancora tempo e modo per tornare indietro e provare a cambiare le cose per la famiglia nel bosco, nell’ottica di ciò che è meglio per i minori?

«Secondo me sì. Chi prende provvedimenti è ancora in tempo per rendersi conto che non è questa la strada giusta da percorrere, che si può ancora ricomporre, sostenere, dare supporto a questi genitori e a questi bambini che possono conoscere la realtà scolastica, sostenuti poi da qualcuno che li assista anche a casa. Sono stato tentato di andare a vedere di persona per rendermi conto della situazione, ma credo che si possa ancora evitare il fallimento attuando una strategia coerente che non faccia indignare quanto sono indignato io».

Un Khamenei non vale l'altro

Hamdam Mostafavi
Guerra in Iran: Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo, la scelta della sfida

Libération, 9 marzo 2026

Mojtaba Khamenei. Nella famiglia del tiranno, prenderò il figlio. Cosa significa la scelta di quest'uomo , che non ha né i requisiti religiosi né la legittimità popolare, per la posizione più importante nella Repubblica Islamica? Perché proprio lui, relativamente giovane (56 anni), invece di uno degli 88 membri dell'Assemblea degli Esperti, un organismo composto da personalità religiose incaricato di eleggere la Guida Suprema?

Ciò che questa scelta dimostra è che questo regime è religioso solo di nome. Come una creatura che ha superato il suo padrone, le Guardie Rivoluzionarie ora governano di fatto il paese, al punto da controllare persino il nome del loro rappresentante religioso. Onnipresenti nella sfera politica ed economica, hanno conquistato l'ultimo strato: la sfera religiosa. Le Guardie Rivoluzionarie hanno immediatamente giurato fedeltà alla nuova Guida Suprema. Nulla nel destino del paese sfugge al loro controllo. Mojtaba era il loro candidato, quindi Mojtaba è stato scelto, contro ogni logica, logica religiosa e persino ideologica. Come suo padre al momento della sua elezione nel 1989, il figlio è privo di una base religiosa. Come suo padre, potrà compensare con il peso conferitogli dal sostegno delle Guardie. Come ha fatto questo regime, fondato per detronizzare una dinastia, a finire per diventare esso stesso una dinastia?

Questa scelta rappresenta la continuità, l'idea che, nonostante la guerra, nonostante la morte della figura paterna, il Paese rimanga lo stesso e che nulla possa scalfire le politiche attuate negli ultimi quattro decenni. Dal 1981, c'è sempre stato un Khamenei alla guida del Paese. Prima, Ali il padre , presidente della Repubblica dal 1981 al 1989 prima di diventare Guida Suprema alla morte di Khomeini, e ora Mojtaba, secondogenito della Guida Suprema, che è diventato Guida Suprema nelle circostanze più pericolose che questo regime abbia mai affrontato dalla sua fondazione. Il nome Khamenei invia un messaggio a tutti gli iraniani che hanno gridato "Morte a Khamenei", che hanno applaudito dalle loro finestre in memoria delle vittime del massacro dell'8 e 9 gennaio. Dice loro che il loro slogan è futile e che un Khamenei può sostituirne un altro.

Infine, questa scelta è, ovviamente, una sfida di fronte all'aggressione straniera. Una sfida agli israeliani, che avevano già annunciato mercoledì che la nuova Guida Suprema sarebbe stata "un bersaglio". È anche una scelta di sfida nei confronti degli americani, dato che Donald Trump, che rivendicava il diritto di avere voce in capitolo nella nomina della nuova guida iraniana, ha avvertito domenica che la nuova Guida Suprema iraniana "non durerà a lungo" senza la sua approvazione, ancor prima che il suo nome fosse reso pubblico.

Perché le autorità iraniane sanno che rivelare il nome di Mojtaba significherebbe rischiare la sua morte quasi immediata. Hanno aspettato diverse ore prima di renderlo pubblico, senza dubbio per garantire la sua sicurezza, supponendo che ci fosse ancora un posto sicuro nel Paese. Un altro martire del regime, già a una settimana dalla morte del padre?

Le false credenze

 


Pseudoscienze. Mai come oggi manipolare la verità e inventare cause ed effetti inesistenti comporta conseguenze devastanti e dannose in ambito sociale, sanitario, politico

Enrico Bucci e Gilberto Corbellini 
Il Sole 24ore, 8 marzo 2026

Non veniamo al mondo per scoprire la composizione fisica del sole, inventare le geometrie non euclidee, manipolare il Dna o andare sulla Luna. Siamo stati selezionati per sopravvivere e riprodurci in ambienti relativamente stabili nel breve periodo, ma in costante cambiamento. Se siamo qui, è grazie alle capacità cognitive ed emotive vantaggiose nel mondo preistorico. Per moltissimo tempo la specie ha vissuto in piccoli gruppi, in lotta per la sopravvivenza immediata, per le risorse e per difendersi dai predatori e dalle malattie. La selezione naturale ha cablato, nel cervello, euristiche, automatismi e scorciatoie adattive che aiutavano a non soccombere prima di essersi riprodotti, non a valutare prove complesse. Questi bias favorivano statisticamente la sopravvivenza, anche al prezzo di errori individuali. Se “in media” consentivano l’accoppiamento riproduttivo a un numero sufficiente. Bias di conferma, essenzialismo, finalismo, agenticità, overconfidence, pensiero magico: non sono patologie occasionali del pensiero, ma un’architettura cognitiva di base, che favorisce credenze irrazionali e antiscientifiche rispetto all’acquisizione di conoscenza controllata. La pseudoscienza prospera perché parla il linguaggio nativo della mente.

Cadere vittime dei propri bias non dipende dall’intelligenza, che non coincide con la razionalità (non limitata): si può essere brillanti ma sistematicamente irrazionali (peggio che limitatamente razionali). Senza metacognizione, la mente intelligente diventa un avvocato difensore dei propri pregiudizi. L’antidoto non è l’accumulo di nozioni, ma l’addestramento metodologico. Pensiero bayesiano, controllo delle frequenze di base, definizioni operative, distinzione tra correlazione e causalità, attenzione alla falsificabilità, comprensione dell’entropia, del caso, della selezione naturale.

Per limitare gli effetti dannosi delle attitudini cognitive naturali nelle società complesse, non basta «spiegare meglio la scienza ai cittadini», né invocare l’autorità degli esperti (cadremmo in uno dei bias da combattere), né esibire titoli accademici o il consenso istituzionale. Se la pseudoscienza è l’esito di dispositivi cognitivi profondi – ricerca di pattern, paura del caso, intolleranza dell’incertezza, attrazione per narrazioni teleologiche – l’appello all’autorità è un intervento superficiale su un sistema che funziona secondo altre logiche, e finisce per rinforzarle.

Le azioni della comunità scientifica entrano spesso in conflitto con l’identità morale e le narrazioni personali. Se una credenza pseudoscientifica è integrata in un sistema valoriale, l’attacco diretto suscita reattanza e polarizzazione. L’autorità è interpretata come élite arrogante, potere ideologico, «scienza ufficiale», etc. La dinamica è prevedibile, come mostrano le forme del complottismo e la dissonanza cognitiva.

Il rimedio lo conosciamo. Costringiamo i nostri ragazzi a frequentare le scuole e a compiere sforzi non spontanei per acquisire conoscenze biologicamente secondarie – leggere, scrivere, calcolare –, dato che quelle primarie, come parlare una lingua, riconoscere facce ed emozioni o sviluppare abilità sociali di base, le imparano naturalmente, senza sforzo. Così come si sviluppa naturalmente il pensiero pseudoscientifico. Tra le conoscenze secondarie oggi vi dovrebbero essere strumenti per ragionare criticamente. Il pensiero critico non è come imparare ad andare in bicicletta; non si tratta di risolvere test cognitivi né di conoscere la logica. È un metodo metacognitivo per esaminare come pensiamo: un armamentario multiuso per smascherare inganni retorico-linguistici e comprendere gli errori sistematici di giudizio. Richiede di padroneggiare alcuni concetti e metodi della scienza, per proteggerci quando la pseudoscienza usa termini simil-scientifici, svuotandoli del loro significato.

Nel pensiero pseudoscientifico parole come «energia», «quantico», «campo», «frequenza», «informazione», etc. vengono strappate dal loro contesto specifico e reinserite in discorsi vaghi, non falsificabili e immunizzati dalla confutazione. Si conserva l’ombra della semantica scientifica, ma si elimina la definizione operativa. Il risultato è un lessico che suona competente ma non è controllabile. La pseudoscienza non porta prove: evoca suggestioni e sfrutta le scorciatoie mentali che l’evoluzione ha impiantato nei nostri cervelli pleistocenici, opachi a sé stessi (come gli algoritmi dell’Ai!) e capaci di cooperare e di ingannare, non di fare metanalisi.

Società con scarsa alfabetizzazione scientifica e matematica sono più esposte alla manipolazione, alla polarizzazione e alla retorica identitaria, leve di cui si avvantaggiano le propagande politiche per indebolire le democrazie liberali, basate su scelte informate.

Per difendere la democrazia fondata sullo stato di diritto occorre imparare a riconoscere i difetti del nostro pensiero, le retoriche della pseudoscienza e le acquisizioni più importanti sulla realtà del mondo, ottenute attraverso il pensiero volto a superare le limitazioni della nostra razionalità naturale. Lo scopo dovrebbe essere l’igiene cognitiva più che il debunking. Più efficaci sarebbero misure di difesa controllate per sicurezza ed efficienza. Come i vaccini contro gli agenti infettivi. Non è difficile demolire l’omeopatia, l’aura, la memoria dell’acqua o la bioenergetica. È difficile scardinare i meccanismi che le rendono possibili e replicabili in forme sempre nuove. Se si smonta la singola credenza, il sistema la rimpiazzerà; se si interviene sui meccanismi, si riduce la vulnerabilità.

La specie non è mai stata tecnologicamente così potente. Oggi credere a cose false non è più neutro come lo era nel mondo preistorico, quando il peso sociale dell’individuo era poca cosa e inventare cause ed effetti inesistenti aiutava a placare l’ansia di fronte a fatti incomprensibili. Lasciare che il cervello decida senza controlli comporta inevitabilmente conseguenze dannose in ambito sociale, sanitario, politico e ambientale. Senza una pratica sistematica di analisi critica di come pensiamo, la deriva verso spiegazioni magiche, essenzialiste, teleologiche e complottistiche è la traiettoria più probabile. E la libertà personale sarà la prima vittima.


Enrico Bucci,
Gilberto Corbellini

Lessico del pensiero critico. Un rimedio contro
le pseudoscienze

Bollati Boringhieri,

pagg. 304, € 24

Gli autori anticipano in questo articolo i contenuti del libro.



domenica 8 marzo 2026

Haiku al femminile

l’emancipazione inizia con gli «haiku»

Cultura giapponese

Una pagina bianca, solo tre versi per 17 sillabe (more) è lo spazio a misura di haiku per far respirare il cuore. E la Collana bianca di Einaudi che ospita il raffinato lavoro di Cristina Banella Haiku al femminile diventa un prato di crochi in cui stendersi alla luce di primavera. La studiosa, docente alla Tokyo University of Foreign Studies, propone i versi di quindici poetesse dalla fine dell’Ottocento agli anni 10 del Duemila per mostrare come «l’attività delle donne nell’ambito dello haiku è stata, insieme allo sperimentalismo dello Shinkō haiku (le nuove tendenze dello haikundr), il vero momento di crescita e di rinnovo del genere nel periodo dal Novecento ai nostri giorni».

La colta e minuziosa introduzione è un viaggio sociale, culturale e poetico nell’emancipazione femminile: innanzitutto, spiega la pioniera del femminismo, Hiratsuka Raichō (1886-1971), la società giapponese è fondata sul mito di una dea creatrice, Amaterasu Ōmikami, e non su quello di un essere supremo maschile. Inoltre, il capolavoro della letteratura classica giapponese Genji monogatari (Storia di Genji, 1001 d.C.) nasce dal pennello di Murasaki Shikibu, dama di corte dell’epoca Heian, ma le guerre e il neo confucianesimo, che impongono rigide stratificazioni alla società, zittiscono le voci femminili. È come il nostro Medioevo con le donne che «non erano destinate a lasciare un nome neanche sulle pietre tombali o negli alberi genealogici delle famiglie dove, al loro posto, compariva semplicemente l’ideogramma donna». Tutto comincia a muoversi nella seconda metà dell’Ottocento con la Restaurazione Meiji del 1868, quando il Giappone riapre il territorio (e la cultura) all’Occidente, assorbendo quanto arrivava da lontano e recuperando allo stesso tempo il proprio passato. In questa temperie, anche lo haiku, nato nel XVII secolo, trova nuove strade, prima di tutto attraverso i lavori di quelle che si possono considerare le pioniere, come Sugita Hisajo o Hasegawa Kanajo, per dare spazio a figure che aprono la strada alla più ampia presenza femminile tipica dello haiku contemporaneo, «fin quasi a ribaltare le percentuali di presenza rispetto agli uomini».

In Giappone arrivano i fremiti femministi, le campagne si svuotano, alcune donne, come Tsuda Umeko (1864-1929), studiano all’estero e fanno aprire gli occhi alle giapponesi, nel 1911 viene fondato il primo giornale femminista «Seitō». Due anni dopo, la rivista «Hototogisu» apre alla partecipazione femminile. Scrivere significa affermarsi, cercare un ruolo oltre le pareti di casa e il “cantare fiori e uccelli” per migliorare la società stessa. Certo, le poetesse (haijin) sono disprezzate e subiscono forti attacchi ma difendono i temi quotidiani, del focolare. Lo “haiku delle cucine” è spazio vitale, è un modo per entrare in un mondo dominato dagli uomini e, come ricorda la poetessa Uda Kiyoko, «la scelta del genere haiku è frutto di un’inclinazione naturale: le donne hanno sentito per intuito nel corpo e nello spirito che lo haiku era all’altezza della loro condizione: non gli è stato insegnato da nessuno che per loro quella poesia era facile».

Lo haiku moderno diventa mezzo di espressione individuale e mantiene «un collegamento con la cultura del passato: occuparsi di piccole cose, come quelle connesse a un universo domestico, nasconde la presenza dello zen; ogni parte richiama il tutto e quindi, anche trattando soggetti e temi inerenti a uno spazio limitato, le donne riuscirono ad affrontare i grandi temi della vita e della morte, dell’amore e dell’odio, la discriminazione, la religione, la scienza, l’ambiente». Sono Takeshita Shizunojo (1887-1951), costretta dalla morte del marito a confrontarsi con il mondo del lavoro per provvedere ai figli, e Sugita Hisajo (1890-1946) a spalancare le porte poetiche alle donne. Poi, negli anni 20, è il tempo delle “quattro T” dalle iniziali dei loro nomi: Teijo (Nakamura Teijo, 1900-1988), Tatsuko (Hoshino Tatsuko, 1903-1984), Takajo (Mitsuhashi Takajo, 1899-1972) e Takako (Hashimoto Takako, 1891-1963). Si intrecciano temi e toni, dalla passione all’ironia: Hashimoto Takako è nelle foto d’epoca dei convegni poetici e ammette il suo desiderio: «Un cervo maschio: / tumultuoso e anche / il mio respiro». La brevità dello haiku si adatta alle forze che sfumano e si abbandonano a dubbi della malattia e della morte: «Il mirto crespo: / alcuni anni passano e / saremo vecchie» (Mitsuhashi Takajo) o «La medicina / per l’influenza prendo / e chiedo un domani» (Nakamura Teijo).

Sfogliate queste pagine così bianche piene di spazi infiniti e pensieri compiuti. Troverete pace, un raggio di sole e la primavera che verrà: «Ma perché / piangere? Guardo questi / splendidi fiori…» (Hoshino Tatsuko). E tanto basta per avere luce.

Haiku al femminile

A cura di Cristina Banella

Einaudi, pagg. XCIV - 282, € 17 

La carne da cannone africana

Andrea Spinelli Barrile
La carne da cannone africana

il manifesto, 6 marzo 2026

Si chiamava James Kamau Ndungu e aveva 32 anni. Il 28 giugno 2025 è partito da Limuru, a nord di Nairobi in Kenya, per la Russia, con la promessa di un lavoro da chef da 280.000 scellini al mese (1.865 euro). «Ho conosciuto l’agente che l’aveva reclutato lungo la strada per l’aeroporto» racconta al manifesto Anna, sua madre, occhi scuri e profondi dietro un paio di occhiali spessi: «Era tutto troppo perfetto: hanno fatto loro il passaporto di James, non abbiamo pagato niente, nemmeno biglietto aereo e visto».

Dopo uno scalo a Istanbul, in Turchia, James è atterrato a Mosca: «L’ultima volta che l’ho sentito era il 17 luglio, mi ha detto che lo stavano portando in una foresta, che stava affrontando un lungo viaggio e di pregare per lui. A ottobre una foto di James è diventata virale su X: quella del suo corpo dilaniato da una mina in mezzo alla neve.

QUESTA MATTINA si terranno a Limuru i funerali alla bara vuota di James Kamau Ndungu: il suo corpo non è mai tornato a casa. Ieri, invece, il centro di Nairobi era pieno di volantini con l’invito alla veglia funebre e una foto di James, mentre in una manifestazione le madri, le sorelle e le famiglie dei giovani keniani arruolati con l’inganno dalla Russia per essere mandati sul fronte ucraino, delle giovani mandate in fabbrica ad assemblare droni, chiedevano al governo di riportare tutti a casa.

Mentre marciavano verso il Parlamento, destinazione concessa dopo una contrattazione con la polizia, che ha negato l’arrivo al ministero degli Esteri, le donne raccontavano un copione molto simile. «Mio fratello Oscar aveva trovato un’agenzia di collocamento che offriva lavoro come autista, operaio o sicurezza privata per l’élite russa», racconta Monica Nerima. «Oscar era un soldato qui in Kenya, ha accettato l’impiego come bodyguard.

È PARTITO il 26 giugno dell’anno scorso e, dopo pochi giorni dall’arrivo, ci ha contattato dicendo che era stato arruolato con l’inganno, ma che il suo contratto di un anno gli impediva di tornare a casa», spiega ancora Nerima. Ad agosto 2025 la famiglia ha perso le sue tracce, per mesi hanno tentato qualsiasi canale comunicativo fino a che, dopo aver diffuso sui media una foto che lo ritraeva insieme a un commilitone scattata durante l’addestramento, i parenti dell’altro ragazzo l’hanno riconosciuto e li hanno contattati. «Con il loro aiuto siamo riusciti ad avere il numero del suo comandante, che a gennaio ci ha informati della sua morte. Mio fratello è venuto a mancare il 14 agosto, ci hanno detto che il rimpatrio del corpo sarebbe stato possibile solo entro sei mesi dalla morte, abbiamo fatto di tutto per ottenere i permessi prima della fine di febbraio, ma nonostante abbiamo seguito tutte le indicazioni non ce lo hanno ancora restituito», afferma Nerima, con il volto contrito dalla tristezza e dal caldo.

Quasi tutte loro hanno perso le speranze: «Io desidero solo sapere se mio marito è vivo o morto, lo devo ai nostri due figli Pretty e Delton, che continuano a chiedermi di lui», racconta con le lacrime agli occhi Damaris Mutanda, che per scendere in piazza ieri ha viaggiato tutta la notte, venendo dalla lontana contea di Kericho. All’inizio, Damaris ha avuto paura che la manifestazione venisse annullata: appena hanno messo piede in centro, le donne sono state pedinate dalla polizia e solo molte ore dopo l’orario di convocazione sono riuscite a unirsi dietro lo striscione, su cui si leggeva una richiesta di giustizia per i deceduti e rimpatrio per i vivi e i feriti.

A NAIROBI l’associazione Vocal Africa, che ha organizzato la protesta di ieri, sta cercando di aiutare le famiglie che hanno perso i contatti con i propri cari: le stime sul numero di keniani arruolati dalla Russia sono aumentate costantemente nelle ultime settimane e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi ha promesso di recarsi a Mosca per «fermare» il fenomeno dell’arruolamento con l’inganno: si stima che oggi siano tra 3.000 e 4.000 le persone di origine africana arruolate dalla Russia in 35 Paesi e mandate sul fronte ucraino, un migliaio di questi di nazionalità keniana e, secondo le autorità di Nairobi, sono state chiuse almeno 600 tra agenzie di reclutamento e account illegali.

A febbraio, un uomo di nazionalità keniana è stato arrestato al confine con l’Etiopia e accusato di traffico di esseri umani: avrebbe fatto il broker per trafficare carne da cannone tra il Kenya e il fronte russo-ucraino.

Il parlamentare keniano Kimani Ichung’wah, presentando un report la cui fonte sono i servizi keniani, ha accusato apertamente i funzionari dell’ambasciata russa di aver colluso con agenzie di reclutamento e organizzazioni dedite al traffico di esseri umani per reclutare keniani da impiegare nei combattimenti nell’est dell’Ucraina, con il pretesto di ottenere un impiego: 89 keniani si trovano a combattere in prima linea, 39 sono ricoverati in ospedale, 28 sono dispersi e almeno tre sono morti. Secondo il rapporto, i reclutatori prendevano di mira ex soldati e ufficiali di polizia, ma anche disoccupati, con la promessa che avrebbero guadagnato circa 350.000 scellini al mese (2.300 euro circa) al mese e ottenuto bonus fino a 1,2 milioni di scellini.

AL TERMINE DEL CORTEO, l’attivista Fredrick Ojiro ha contrattato con lo staff del Parlamento affinché una delegazione di donne entrasse a consegnare una petizione, come consuetudine nella politica di piazza keniana, a farsi portavoce delle richieste disperate delle famiglie. Oltre all’arresto dei colpevoli e la prevenzione dei reclutamenti futuri, hanno chiesto impegni diplomatici e il rimpatrio dei giovani che si trovano tra il fronte russo e le prigioni ucraine:

«Riportate a casa i nostri figli, vivi o morti», hanno cantato durante tutta la manifestazione.