giovedì 16 aprile 2026

I personaggi minori di Shakespeare

Sara De Simone
Shakespeare e il mondo comune

il manifesto, 16 aprile 2026

Hanno poche battute, sono poco o punto istruiti, a volte sono ubriachi, a volte criminali. Entrano in scena per qualche istante e non hanno la pretesa di condizionare il corso degli eventi, ma riescono a illuminarne contraddizioni e ipocrisie.

Sono i personaggi minori di Shakespeare, per lo più gente comune, uomini e donne del popolo, servitori, giardinieri, custodi, nutrici, una nuova classe di figure del teatro e della vita che preme per avere un proprio spazio, «per dare la propria versione dell’essere vivi». Anche loro pensano, sentono, sanno cos’è avere un corpo, conoscono l’esistenza. E reclamano la parola, che si tratti di un discorso di sole sette battute, o di una tirata comica e sgangherata sull’inferno che è diventato il mondo.

SONO I PROTAGONISTI del nuovo, illuminante libro di Nadia Fusini Rubare la scena. Balie, musici, delinquenti, popolane, filosofi, gente comune nel mondo di Shakespeare (Einaudi, pp. 145, euro 18), un vero e proprio atlante dei personaggi secondari nell’opera del grande Bardo, un libro sorprendente, pieno di gemme nascoste che Fusini riporta alla luce con impeccabile competenza e irresistibile verve. Ci si diverte a leggere del criminale Bernardino, che deve morire e invece vuole dormire, o della balia Angelica, che dell’amore «esalta il lato puramente materiale, fisico, corporale». Si prova pena per la povera e fedele Emilia, cameriera personale di Desdemona e moglie di Iago, che cerca di mettere in guardia la sua padrona ma non riesce a salvarla. Si riflette con il fool del Re Lear che capovolge le prospettive su pazzia e lucidità, e «parla, commenta, predica, svela, palesa, spiattella» le verità che nessuno (compresi noi) vuole ascoltare.

Che siano ridicoli come Malvolio, o degni di ammirazione come il giardiniere del Riccardo II, i personaggi che Nadia Fusini convoca e ci presenta, uno dopo l’altro, ci parlano, ci toccano, ci riguardano, la loro presenza non ci è indifferente, al contrario: «conta, significa, rimane viva dentro di noi».

È vivo dentro di noi l’incanto di Lucio, il giovane servo di Bruto nel Giulio Cesare, che ha tanto sonno ma non rinuncia ad allietare il proprio padrone, alla vigilia della battaglia di Filippi che gli sarà fatale. Lucio ha sonno ma suona, e suonando si addormenta; Bruto lo osserva con tenerezza e delicato gli toglie dalle mani lo strumento: ecco colui che ha pugnalato Cesare chinarsi con dolcezza sul corpo di un giovane innocente e carezzarne con lo sguardo la purezza. Chi può dimenticare questa scena che, come scrive Fusini, è quella in cui si profila «la possibilità di un altrove», un mondo dove «le azioni cruente, i traumi politici non dominano tutta la scena» e i grandi temi della tragedia retrocedono sullo sfondo?

ANCORA, vive in noi lo stupore di Bottom, il mastro tessitore che con la sua testa d’asino esperisce l’incontro sublime con la divinità, e non trova parole per raccontarlo e confonde i sensi, tanto da arrivare a dire: «Non c’è occhio d’uomo che abbia udito, né orecchio che abbia visto, né mano d’uomo che abbia potuto gustare, né lingua concepire, né cuore riferire che sogno è stato il mio». Umano, umanissimo Bottom, che davanti al mistero del divino non può che rimanere muto.

E d’altra parte come non ricordare il non-umano Calibano, il selvaggio della Tempesta schiavizzato da Prospero, il quale, ritenendosi portatore di civiltà, si autoproclama signore di un’isola che non è la sua, ma di Calibano, per l’appunto? Come non empatizzare con Caliban the cannibal, che alla fine dell’opera, dopo essere stato espropriato dei suoi beni e sfruttato in ogni modo, rimarrà solo e abbandonato nella sua terra?

Chi proprio non attira la nostra sympatheia, invece, sono gli interscambiabili Rosencrantz e Guildenstern, i falsi amici di Amleto, loschi figuri dal «sorriso furbetto», pronti a vendere i propri affetti e la propria coscienza al potere, ovvero all’usurpatore re Claudio.

Lo stesso vale per il parolaio Parolles, in Tutto è bene quel che finisce bene, il quale Parolles, nomen omen, in barba ai codici cavallereschi ed eroici, sceglie di salvarsi la vita spifferando al nemico tutto quello che sa del proprio signore, il conte di Roussillon, convinto che «non bisogna essere eroi per meritare di vivere».

Eppure, avverte Fusini, di questi personaggi minori che cercano di salvarsi la pelle a tutti i costi non c’è da osservare soltanto la pavidità o la cattiva coscienza.

PIUTTOSTO c’è da riconoscere che si tratta di figure nuove, il cui conatus essendi, per dirla con Spinoza, è più forte di ogni altro sentimento o paradigma. Parte della grandezza di Shakespeare è proprio in questa intuizione: portare sulla scena chi «non ha altro bene da difendere che la nuda vita», dandogli spazio e parola, e così anticipando l’avvento di personaggi che ben presto «conquisteranno la ribalta grazie a nuove forme di narrazione, come ad esempio il novel, il romanzo moderno».

Quanto agli eroi, c’è molto di nuovo da scoprire anche sul loro conto. Prendiamo Aufidio e Caio, i due acerrimi nemici del Coriolano, una delle più belle scoperte di questo libro. Fusini accende una luce imprevista su di loro, notando qualcosa che non era mai stato evidenziato: il protagonista Caio e il generale dei Volsci Aufidio sono in realtà due amanti. Ma andiamo con ordine: Caio Marzio, nominato Coriolano dopo aver distrutto la città di Corioli, è un uomo valoroso e integerrimo, «uno tutto Dio, patria e famiglia», che non si piega a nessun compromesso col potere e che proprio per questo sarà ingannato e sconfitto dalla sua stessa patria, dalla sua stessa famiglia. Bandito dalla città, travestito di umili panni, Caio decide di presentarsi alla porta del nemico giurato per chiederne l’alleanza. Ed è qui che accade l’inimmaginabile: Aufidio, commosso dal discorso di Caio, si getta tra le sue braccia.

All’abbraccio, accorato e insieme sensuale, si accompagna una vera e propria dichiarazione d’amore: «Tu sei Marte per me» – dice Aufidio – «Mi hai vinto dodici volte e sempre, sempre, notte dopo notte sognavo di incontrarti». L’attesa della vendetta diviene attesa amorosa, l’impetus bellico si fa slancio erotico: «Sognavo» – continua il generale dei Volsci, nella traduzione di Fusini – «notte dopo notte noi due a letto insieme che ci slacciavamo l’un l’altro l’armatura, ci liberavamo l’un l’altro dell’elmo, e ci prendevamo alla gola». Ecco l’eros che ruba la scena alla guerra! Ma come avevamo fatto a non accorgercene?

PER FORTUNA esistono libri come questo, libri che non impartiscono lezioni ma illuminano il pensiero, e invitano a una pratica ormai desueta: leggere insieme. La realtà, la vita. In questo senso, Nadia Fusini è davvero un’autrice: dal latino auctor, colui o colei che aumenta, accresce, arricchisce. Rubare la scena è un testo da cui si esce cresciuti, diversi.

Consapevoli che Emilia, Lucio, Caio, Aufidio, Bernardino, Calibano, Angelica sono parte di noi tanto quanto Amleto o Giulietta, e forse più di loro. Perché, come scrive ancora Fusini, «la verità è che c’è qualcosa di perturbante nel ritrovarsi a vivere, nel fatto puro e semplice di esistere. È un sentimento straniante che coinvolge tutti, nobili e servi, dame e delinquenti, eredi al trono e bastardi, musici innocenti, nutrici, operai». E anche noi: lettori e lettrici comuni.


Gli spaghetti alla puttanesca

Gianni Giacomino
Sesso e cucina erano un escamotage: il vero scopo di chef Francesca era derubare i clienti

La Stampa Torino, 15 aprile 2026

Sul sito di incontri per adulti Meetic si faceva chiamare «chef Francesca» e scriveva: «Il mio talento segreto è... cucinare». Può anche darsi visto che si proponeva come chef a domicilio su Prontopro.it: «Ho esperienza come chef su navi da crociera e ristoranti. Sono disponibile per preparare pranzi e cene per famiglie e privati. Sono capace di adattarmi a tutte le esigenze con piatti nazionali e internazionali». Ma la cuoca Ester Giglio, 49enne originaria di Venaria e il suo compagno 63enne, entrambi residenti ad Alessandria solamente da alcuni mesi, sono stati arrestati perché (secondo i carabinieri del nucleo operativo di Venaria) organizzavano cene di «alto livello» per stordire e derubare poi la vittima di turno.

Indagini e agenda con elenco di potenziali vittime

Nella loro casa gli investigatori, coordinati dal pm della procura di Ivrea Mattia Francesco Cravero, hanno trovato un'agenda che conteneva un elenco di potenziali vittime, a conferma della lucida premeditazione della coppia.

La cena trappola con un imprenditore di Venaria

Una delle ultime cene chef Francesca l'aveva fissata a casa di un imprenditore 68enne di Venaria, che l'aveva contattata proprio su Meetic: «Dai vengo io da te e ti cucinerò degli spaghetti alla puttanesca, che non hai mai assaggiato prima». Il 68enne è al timone di un'azienda alimentare nella periferia torinese, guida una Porsche e coltiva diversi hobby. È la fredda sera dello scorso 6 febbraio. Chef Francesca si presenta nel quartiere Gallo Praile di Venaria dove abita l'uomo, suona ed entra nell'elegante appartamento.

La scoperta del figlio e l'intervento dei soccorsi

Tre ore più tardi è tutta un'altra storia. Non c'è più la cenetta romantica con l'obiettivo di conoscersi meglio. Ma c'è il figlio dell'imprenditore, che arriva nel quartiere alla periferia della Venaria Reale dove abita il padre. È preoccupato perché non gli risponde al telefono. Quando entra in casa trova suo papà sul letto, intorpidito e confuso. Chiama i carabinieri e il 118. Anche perché si accorge che qualcuno ha rovistato in giro per l'appartamento. Ma perché il 68enne è in quello stato? I militari hanno il dubbio che il pensionato sia stato intossicato. Sospetto che viene confermato dall'analisi della pasta rimasta nella pentola: contiene benzodiazepine, lo psicofarmaco trovato nel sangue dell'uomo dopo le analisi effettuate in ospedale.

Furto di denaro e fuga ripresa dalle telecamere

Quando si riprende il 68enne, si accorge di non avere più l'orologio, i documenti e le carte di credito. E sono spariti pure gli oltre 10mila euro in contanti che teneva in casa. I carabinieri del nucleo operativo, però, sono già sulle tracce della donna che è stata ripresa da alcune telecamere mentre si allontana dalla residenza della sua vittima con passo veloce. Un altro occhio elettronico la immortala qualche centinaio di metri dopo, mentre salta a bordo di una macchina guidata dal compagno-complice. Strano davvero per la chef che, dalle risultanze degli investigatori, ha pure presentato un'istanza perché le venga riconosciuta un'invalidità permanente che l'ha ridotta sulla sedia a rotelle.

Tracce bancarie, blitz e prove raccolte

Ma non solo. Sia Giglio sia il compagno - assistiti dall'avvocato Marco Borio - pagano con le carte di credito rubate all'imprenditore di Venaria. Ovviamente, gli investigatori stanno tenendo d'occhio tutti i movimenti bancari. Indizio dopo indizio arrivano a due nomi e cognomi e all'indirizzo di una casa che si trova nell'Alessandrino. Così decidono di effettuare un blitz. All'interno trovano ancora circa 8mila euro in contanti, alcune confezioni di farmaci psicotropi - acquistati dal compagno con le carte di credito della vittima, come dimostrerà un filmato del sistema di videocontrollo della farmacia - l'orologio e le carte della vittima. E, poi, anche una serie di telefonini intestati a dei prestanome per eludere i controlli. Sequestrano alla donna anche un tesserino da falsa psicologa.

L' intellettuale latitante


Gabriele Pedullà
L'intellettuale inafferrabile: ma quanto servirebbe oggi

Domani, 15 aprile 2026

 L’intellettuale: soggetto inafferrabile. Fino all’inizio del Novecento, come sostantivo, nemmeno esisteva il termine. Il neologismo si diffuse infatti in Italia dalla Francia (dove pure era entrato in uso di recente) negli anni della battaglia scatenata sulla stampa da Émile Zola in difesa di Alfred Dreyfus, capitano dello Stato maggiore francese accusato ingiustamente di aver venduto i segreti del paese alla Germania solo perché ebreo. L’intellettuale – la parola e la cosa – è nato insomma nel fuoco della lotta. Prestissimo si è preso a lamentarne la scomparsa o – come scrisse Julien Benda nel 1927 – “il tradimento”: cosa che succede ogni volta che le passioni partigiane hanno la meglio sull’imperativo superiore a servire anzitutto la verità.

Perché la fondamentale contraddizione dell’intellettuale è che, per ragioni ovvie, si manifesta soltanto nello scontro, ma nel momento in cui aderisce completamente alla logica della disputa (al servizio della Ragion di Stato o della Ragione di Partito) perde il suo statuto speciale e diventa un politico come tutti gli altri, al massimo un politico che ha letto qualche libro in più.

Quando la pubblicistica odierna lamenta il declino degli intellettuali, denuncia in genere un fenomeno assai diverso da quello deprecato da Benda. Ciò che la turba è il sostanziale disinteresse della politica per le opinioni di categorie professionali un tempo assai apprezzate nelle stanze dei decisori. Non è detto che le cose stiano davvero così; è più probabile, infatti, che siano soltanto cambiati gli interlocutori dei potenti, con la sostituzione degli storici e degli scrittori da parte degli economisti e dei comunicatori (e con i giuristi perennemente al loro posto, in quanto tecnici del diritto indispensabili a scrivere le leggi e a interpretarle).

Una figura sfuggente


Le geremiadi contemporanee non colgono però soprattutto la specificità della dinamica innescata dalla lotta per Dreyfus e rimasta in eredità al secolo XX. Nelle corti e nei ministeri, segretari del principe di ogni foggia e inclinazione non sono mai mancati (né mancheranno mai), con i loro saperi indispensabili al governo degli uomini e degli Stati. Il J’accuse di Zola ha fatto emergere invece una figura diversa, da tempo in incubazione sui giornali e per statuto stesso anfibia. L’intellettuale è infatti unapparte uomo di scienza o di lettere che abbandona momentaneamente i territori a lui più familiari per far valere nella sfera pubblica le sue conoscenze e il suo prestigio in nome di qualche alta idealità. Un grillo parlante. Forse il più prezioso dei saccaromiceti che permettono all’opinione pubblica di lievitare a beneficio delle democrazie.

L’intellettuale è una figura sfuggente proprio per questo. Irrompe dalla sua torre d’avorio nella mischia e, così facendo, prende posizione e polarizza il campo, che in un istante si popola per lui di amici e di nemici. Al tempo stesso, tuttavia, deve evitare di farsi imprigionare dalle linee di ostilità e di solidarietà, dato che la sua forza morale deriva in gran parte dalla sua non completa appartenenza al mondo nel quale ha deciso di far sentire la propria voce. Alla lunga, il consenso può essergli altrettanto fatale degli attacchi degli avversari. Mentre infatti lo studioso e il letterato puro si tengono a distanza dalla mischia, e i funzionari e i militanti puntano tutte le loro fiches su una delle parti in lotta, i legami che l’intellettuale, disorganico per natura, stringe nell’arena pubblica devono essere solidissimi (per la natura senza esclusioni di colpi dello scontro) ma anche istantaneamente revocabili.

Il rapporto degli intellettuali con la politica fa pensare alla storia di Dedalo e Icaro in fuga dal labirinto. Se ci si accosta troppo al sole, le penne si staccano per il calore e si precipita nell’acqua. Se si vola troppo bassi, succede lo stesso a causa della temperatura del mare. Tocca seguire allora una via media, insidiosissima proprio perché, mentre da un lato è così facile ricadere nello specialismo dei professori e nell’estetismo degli scrittori, all’estremo opposto il passo da intellettuali a funzionari e da funzionari a cortigiani è sempre più breve di quanto non si creda. È la condanna della falena.

Essere o fare

Non è un caso che nell’Italia del XX secolo la stagione più vivace sia stata inaugurata dalla rottura della fedeltà al Pci degli intellettuali comunisti dopo i fatti di Ungheria del 1956 e dall’entrata del Psi nell’area di governo. Tra i marxisti ci fu chi allora scelse di rimanere dentro, ma, paradossalmente, schierandosi sempre più spesso contro il proprio stesso partito (Pier Paolo Pasolini), e chi preferì invece collocarsi fuori ma rimanendo vicinissimo, nel ruolo del suggeritore (Italo Calvino), o ancora chi si mise alla ricerca di nuovi soggetti politici più accoglienti verso gli spiriti inquieti (Sebastiano Timpanaro), spesso guardando con particolare favore ai movimenti giovanili (Franco Fortini). E ciò avvenne tanto a vantaggio degli uni (gli intellettuali) quanto degli altri (i politici).

La scomparsa dei partiti di massa ha scombussolato le regole del gioco: oggi non c’è più nessuna via media da cercare. Questo però ha fatto emergere persino con più chiarezza la condizione paradossale dell’intellettuale, il suo rimanere, per così dire, sempre sulla soglia. Qui ci aiuta la lingua italiana.

Prendiamo due frasi semplici e apparentemente simili come “Valerio è un poeta” e “Matteo fa il poeta” ma che in realtà, messe a confronto, contengono un preciso giudizio sull’uno e sull’altro. Per Valerio la verità della poesia come esperienza totalizzante, capace di occupare una vita intera. Per Matteo la teatralità di chi si mette in posa o trasforma un modo di sentire in una (pseudo)professione. La stessa distinzione non vale invece nel nostro caso.

Gli intellettuali non sono – mai. Gli intellettuali fanno – una grande quantità di cose diverse. E, quando smettono di farle, tornano a essere ciò che erano prima: dei professori, dei filosofi, dei cineasti, degli storici, dei narratori – persino dei poeti. Perché “intellettuale” non designa né una professione né un modo di stare al mondo, ma una curiosa identità a corrente alternata, che in alcuni individui si accende e si spegne come una lampadina (mentre altri, che per il resto condividono con loro stato civile e condizione lavorativa, quella stessa lampadina non la elettrificano mai). In altre parole: intellettuale è chi da intellettuale fa.

Artigianato 

Come in casi simili, si può apprendere a “fare da intellettuali” o a farlo meglio (non a “fare gli intellettuali”: che è tutt’al più un soggetto da commedia all’italiana). Oggi se ne sente un gran bisogno. Servono fantasia e gusto del bricolage, perché, quando si entra nel dibattito pubblico, tutto quello che si è imparato fino a quel momento è solo un esercizio propedeutico. Né il sapere né il talento garantiscono infatti che la luce si illuminerà a dovere. Qui si naviga a vista, a rischio continuo di naufragio. Eppure, a chi prende per il mare aperto si dischiudono anche possibilità impreviste.

Nel “fare da intellettuale” c’è una buona dose di artigianato. Il modo migliore di apprendere è andare dunque a bottega da qualcuno che già si è confrontato con le medesime sfide e con gli stessi ostacoli. Per questo, la seconda edizione della Festa della Resistenza della Fondazione Feltrinelli parte quest’anno da sette verbi che descrivono – parzialmente e approssimativamente – le azioni con cui si irrompe sulla scena pubblica. Con una compagnia di ospiti dalle competenze e dai percorsi diversissimi cercheremo insomma di imparare tutti assieme – un poco come in un sillabario di base – che cosa vuol dire Immaginare, Raccontare, Contaminare, Fondare, Denunciare, Educare, Analizzare. La sfida comincia qui: soprattutto per i più giovani. Nel segno, ancora una volta, di Zola.

mercoledì 15 aprile 2026

Toni Morrison









È morta Toni Morrison, la grande signora della letteratura afroamericana.





Prima donna di colore a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura, la scrittrice americana Toni Morrison, è morta all'età di 88 anni, secondo quanto comunicato dalla sua famiglia. "Toni Morrison si è spenta serenamente ieri sera, circondata dalla sua famiglia e dai suoi amici", si legge in un comunicato.

Di    

Toni Morrison, 9 marzo 2016 a Cambridge
Toni Morrison, 9 marzo 2016 a Cambridge ©Getty - Boston Globe

Discendente da una famiglia di schiavi, Toni Morrison (nata Chloe Anthony Wofford) è la grande scrittrice delle minoranze ed è riconosciuta per aver dato visibilità letteraria alle persone di colore.   

È autrice di  Beloved, Home, The Bluest Eye, Song of Solomon, Playing in the Dark  e Deliverance.Si apre in una nuova schedaun dono. Toni Morrison è stata anche la curatrice di Black Power, pubblicando opere di Angela Davis e Muhammad Ali . Ha continuato questa lotta con romanzi incredibilmente potenti, raccontando la storia della schiavitù e del razzismo nella terra del sogno americano .  

"Quello che volevo fare era estrarre il veleno da un'idea velenosa: quella della bianchezza."

Nata in Ohio nel 1931 in una famiglia operaia, considerava l'atto di leggere e poi di scrivere un atto politico: "Un atto aggressivo e anti-bianco " . "Quello che volevo fare era estrarre il veleno da un'idea velenosa: quella della bianchezza", ha detto Toni Morrison ad Augustin Trapenard.Si apre in una nuova schedaSu France Inter, 8 novembre 2016. 

Dopo aver lavorato come insegnante e attivista per i diritti dei neri nei campus universitari americani, ha scritto il suo primo romanzo, * The Bluest Eye*, la storia di una ragazza afroamericana che sogna di avere gli occhi di Shirley Temple. Crede che questo sia il modo per sfuggire alla violenza domestica. Tuttavia, finisce per aspettare un figlio da suo padre.
Il suo romanzo più famoso rimane Beloved, pubblicato in Francia da Christian Bourgois, in Italia da Frassinelli con il titolo Amatissima (traduzione di Franca Cavagnoli).

"Amatissima" e "Casa" per sempre

Beloved è stato pubblicato nel 1987. La protagonista è Sethe, un'ex schiava perseguitata dal fantasma della figlia. Questo personaggio è ispirato a Margaret Gardner, una schiava nera nota per aver ucciso la propria figlia per impedirle di essere ridotta in schiavitù. Sethe esorcizzerà questo tragico passato attraverso Beloved. Tutta la potenza poetica e tragica di Morrison si esprime in questo romanzo vincitore del Premio Pulitzer. Toni Morrison pone al centro della sua narrazione "i fantasmi", la storia della schiavitù dalle sue origini e la memoria collettiva e individuale.


Alessandro PortelliLa bellezza, coscienza della parola regale
il manifesto, 7 agosto 2019

Una sera a Harlem, poco dopo l’assegnazione del Premio Nobel a Toni Morrison, vidi un cartello nella vetrina di una piccola libreria. Diceva: «Congratulazioni, Toni Morrison, la nostra amatissima» (our beloved).

La prima volta che ebbi l’emozione di incontrarla le domandai: «Che effetto le fa quel “nostra”?». «Non mi dispiace affatto» rispose lei: «Anzi, mi fa piacere assumermi la responsabilità che si accompagna col fatto di essere rappresentativa. Non mi ci obbliga nessuno, e mi hanno avvertita più volte che poteva essere un peso troppo grande. Ma nei miei libri come nella mia vita io penso molto alle persone che non hanno mai potuto parlare, i ragazzi con le menti bloccate, nelle strade, nella droga. E penso al debito che ho verso le persone che hanno fatto delle cose da cui io ho tratto dei benefici. Penso che non sarebbe giusto dimenticare quel debito, e prendo su di me il debito di persone che non conosco. Perciò quel cartello è un segno di riconoscimento a cui tengo molto. Perché vuol dire che non sono sola. C’è stato chi ha fatto cose molto importanti affinché io non fossi sola e affinché potessi essere il più libera possibile. Questa libertà comporta obblighi, e mi dà forza: ci sono moltissime cose che non riuscirei a sopportare, se dovessi farlo solo a mio nome».

Diceva Toni Morrison: «Scrivo qualcosa che ho cominciato a chiamare letteratura da villaggio, letteratura per il villaggio, per la tribù. Letteratura contadina per la mia gente». Donna e nera, scrive grazie alla sua gente, e scrive per la sua gente, nella lingua della sua gente. Si mette in un angolo, e quell’angolo diventa il centro da cui cambia la coscienza di tutti. La domanda essenziale è sempre la stessa: che cosa vuol dire essere umani. E, come Primo Levi, risponde che solo coloro la cui umanità è stata freddamente messa in dubbio – Levi equiparato dai nazisti a vermi e insetti, lo schiavo Frederick Douglass catalogato fra i cavalli e i porci della piantagione, la sua protagonista Sethe di cui il padrone insegna a distinguere «su una colonna i lati umani, su un’altra quelli animali», il suo personaggio Paul D che impara a sentirsi inferiore anche a un animale da cortile – solo loro, a cui è stata negata, possono insegnare a tutti noi che cosa vuol dire umanità. «E nessuno, nessuno al mondo, avrebbe elencato su un foglio le caratteristiche animali di sua figlia, sotto l’apposita colonna».

La letteratura di villaggio di Toni Morrison è letteratura di battaglia, rivendicazione di umanità e strumento della sua ricostruzione. Solo lei riesce a tenere insieme due modalità che nella storia della letteratura afroamericana sembravano in conflitto fra loro: la denuncia dell’oppressione (Richard Wright) e l’esaltazione della bellezza e grandezza della cultura afroamericana (Zora Neale Hurston). Toni Morrison sapeva che quella bellezza nasce e vive under duress, sotto costrizione, ed era un modo per non farsi completamente possedere dall’oppressione, per sopravvivere, per resistere e per combatterla.
In tutta la sua opera coscienza politica e bellezza sono inestricabili: oggi, ha scritto, si pensa che «se un’opera d’arte ha un minimo di impatto politico, allora è corrotta. Io penso esattamente il contrario; è corrotta se non ce l’ha», perché «l’arte migliore è politica e devi essere capace di farla incontestabilmente politica e irrevocabilmente bella al tempo stesso».

COMINCIA TUTTO con la lingua, col doloroso piacere del suo linguaggio «ruvido, sedizioso, aggressivo, manipolativo, inventivo, lacerante, mascherato e smascherante», «parlato e parlante, aurale, colloquiale». Diceva: «Voglio intrecciare il dialettale con il lirico, con il linguaggio standard e con quello biblico, perché è questa l’eredità della mia famiglia». Possedeva e amava pienamente il dialetto e il folklore afroamericani, ma sapeva che la sua eredità culturale era più vasta, e abbracciava e trasformava a suo modo l’intera gamma dei linguaggi dell’America. Cultura afroamericana non è un ghetto ma un orizzonte di possibilità tenute insieme dalla bellezza.
La bellezza – cercata, descritta, riconosciuta, creata – è uno dei pilastri su cui si regge la sua arte. L’altro pilastro è l’amore. Diceva: «Cerco di arrivare a tutti tipi e definizioni dell’amore». Due romanzi hanno l’amore nel titolo: 
Beloved (1987) e Love (2003); ma una interrogazione sulle possibilità, i rischi, l’essenza, l’assenza dell’amore ricorre e si rinnova in tutta la sua opera. La «connessione» che tiene insieme la trilogia storica BelovedJazz e Paradise, diceva, «è la ricerca della persona amata».

Come la bellezza, anche l’amore è under duress: come posso amare me stessa quando sono collocata alla stregua di un animale da fattoria, come posso amare i miei figli quando non mi quando sono proprietà di altri? La violenza distorce anche l’amore, il modello della schiavitù come proprietà e possesso di un altro essere umano, de quello del capitalismo come brama di possesso, interferiscono con le forme possibili dell’amore. «Troppo spesso», dice Morrison, «l’amore consiste nel possedere un’altra persona». «La sola cosa importante che devi sapere: possedere le cose, e che le cose che possiedi posseggano altre cose. Allora possiederai te stesso e anche gli altri», dice il padre al protagonista di Song of Solomon.

Schiavitù e capitalismo – possesso delle cose, possesso delle persone, possesso fra le persone: come ha scritto Jean Wyatt, una delle sue lettrici più acute, «in tutta la sua opera scorre un tema dominante: la possessività distrugge l’amore». Anche questa è una lezione per tutti; ma ce la insegnano soprattutto coloro che sono stati «posseduti» – oggetti di proprietà e, soprattutto se donne, soggetti violati.
C’è una scena in The Bluest Eye in cui due ragazzi neri stanno facendo l’amore, esplorando la propria sessualità adolescente. Improvvisamente, su di loro incombono «due uomini bianchi, uno con una lampada a spirito, l’altro con una torcia». Quando la luce della torcia si abbatte su di loro, i ragazzi si sentono sporchi e umiliati: lo sguardo egemonico riduce il loro gioco a pura bestialità e gli impedisce sia di amarsi fra loro, sia di amare se stessi.

PARTE DELLA RESPONSABILITÀ che Toni Morrison si assume, come artista e come intellettuale pubblica, saggista, studiosa, è quella di rovesciare questo sguardo. Perciò parlare degli afroamericani nella letteratura americana non significa solo proclamare la presenza degli scrittori neri ma soprattutto, come in Playing in the Dark (Giochi nel buio), mettere a nudo un’assenza, interrogarsi sulla pesante rimozione della presenza nera dal canone letterario riconosciuto. Come si fa, quanta fatica costa, costruire un’immagine letteraria dell’America dove gli afroamericani non esistono, o sono ridotti a banali stereotipi e margini? Che violenza hanno dovuto esercitare – su se stessi! – gli scrittori canonici per riuscirci? Ancora una volta, quando parliamo (o non parliamo) di afroamericani parliamo di tutti: la rimozione della presenza nera distorce e falsifica un’intera cultura. E forse non solo negli Stati Uniti.
Chiuderei con un ricordo. Parigi, 1993, è la prima giornata internazionale di studio su Toni Morrison. Ha appena avuto il Nobel, ma l’incontro era programmato già da prima. I nostri media sono sorpresi e sconcertati (il Nobel a una sconosciuta? Mai sentita nominare… avrà vinto per correttezza politica perché è nera e donna… avrà vinto perché lo impone l’imperialismo americano…) ma gli americanisti della Sorbona si erano accorti ben prima di quasi tutti noi che eravamo in presenza di un classico (a nearness to tremendousness, mi viene da dire, con le parole di Emily Dickinson: la vicinanza, nella persona e nell’opera, di qualcosa di più grande, più vasto, più profondo, più potente. Più umano). Nel suo intervento in quel seminario parigino, una studiosa greca, Stephanie Demetrakopoulos, raccontò: «Stavo leggendo 
Beloved insieme con un gruppo di donne della Tracia rurale. A un certo punto, una di loro mi interrompe gridando: “Quel libro ha rubato la mia vita. Sono io che ho ucciso mia figlia durante la guerra civile, per evitare che cadesse nelle mani dei fascisti. Quella storia è la mia”». Ancora una volta, Belovedshe’s mine.

 Toni Morrison (Chloe Anthony Wofford) (1931-2019)
Incipit

Beloved
124 was spiteful. Full of a baby's venom. The women in the house knew it and so did the children. For years each put up with the spite in his own way, but by 1873 Sethe and her daughter Denver were its only victims. The grandmother, Baby Suggs, was dead, and the sons, Howard and Buglar, had run away by the time they were thirteen years old - as soon as merely looking in a mirror shattered it (that was the signal for Buglar); as soon as two tiny hand prints appeared in the cake (that was it for Howard). Neither boy waited to see more; another kettleful of chickpeas smoking in a heap on the floor; soda crackers crumbled and strewn in a line next to the doorsill.
Amatissima
Il 124 era carico di rancore. Carico del veleno d'una bambina. Le donne lo sapevano, e così anche i bambini. Per anni ognuno aveva cercato a modo suo di sopportare il rancore di quella casa ma, nel 1873, le uniche vittime rimaste erano Sethe e sua figlia Denver. La nonna, Baby Suggs, era morta e i due ragazzi, Howard e Buglar, erano scappati via a tredici anni, non appena, al solo guardarsi nello specchio, questo si era frantumato (il segnale per Buglar), non appena erano apparse sulla torta le due minuscole impronte di una manina (il segnale per Howard). Nessuno dei due aveva aspettato di vedere altro: l'ennesima pignatta ricolma di ceci fumanti rovesciata sul pavimento, le gallette in briciole sparpagliate a terra lungo una linea parallela all'uscio di casa.

(Traduzione: Giuseppe Natale)

A Mercy (...)
Don’t be afraid. My telling can’t hurt you in spite of what I have done and I promise to lie quietly in the dark – weeping perhaps or occasionally seeing in the blood once more – but I will never again unfold my limbs to rise up and bare teeth. I explain. You can think what I tell you a confession, if you like, but one full of curiosities familiar only in dreams and during those moments when a dog’s profile plays in the steam of a kettle. Or when a corn-husk doll sitting on a shelf is soon splaying in the corner of a room and the wicked of how it got there is plain. Stranger things happen all the time everywhere. You know. I know you know.

Il dono (...)
Non aver paura. raccontartelo non può farti del male, nonostante tutto quello che ho fatto, e prometto di giacere in silenzio nell'oscurità - forse piangendo o vedendo di tanto in tanto di nuovo il sangue - ma non dispiegherò più le mie membra per alzarmi e mostrare i denti. Ti spiego. Puoi pensare che quello che ti dico sia una confessione, se vuoi, ma una confessione piena di stranezze familiari solo nei sogni e in quei momenti in cui il profilo di
un cane si staglia nel vapore di un bollitore. O quando una bambola di foglie di mais seduta su uno scaffale si spappola improvvisamente nell'angolo di una stanza e la malvagità di vome ci sia finita è evidente. Cose più strane accadono sempre e ovunque. Lo sai. So che lo sai. 


Paradise
They shoot the white girl first. With the rest they can take their time. No need to hurry out here. They are seventeen miles from a town which has ninety miles between it and any other. Hiding places will be plentiful in the Convent, but there is time and the day has just begun.
They are nine, over twice the number of the women they are obliged to stampede or kill and they have the paraphernalia for either requirement: rope, a palm leaf cross, handcuffs, Mace and sunglasses, along with clean, handsome guns.
Paradiso
Sparano prima alla ragazza bianca. Per il resto c'è tempo. Quaggiù non c'è bisogno di affrettarsi. Sono a diciassette miglia da un paese che ne dista novanta dalla località più vicina. Nel Convento i posti per nascondersi sono tanti, ma c'è tempo e il giorno è appena cominciato.
Sono in nove, più del doppio rispetto al numero di donne che sono costretti a mettere in fuga o ad ammazzare, e hanno con sé l'occorrente per entrambe le esigenze: una corda, una croce di foglie di palma, le manette, uno spray che rende temporaneamente ciechi, occhiali da sole e armi lucide, belle.

(Traduzione: Franca Cavagnoli)