venerdì 26 giugno 2026

Passa la nave mia

 


Petrarca, Passa la nave mia

Rerum Vulgarium Fragmenta, 189
Canzoniere CLXXXIX


Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.

A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.


La mia nave, con il suo carico di oblio, attraversa il mare tempestoso, fra Scilla e Cariddi (stretto di Messina), d’inverno, nel mezzo della notte; e la guida il mio signore, anzi, il mio nemico (amore). Ad ogni remo (sta) un pensiero animoso e malvagio, che sembra ignorare la tempesta e il suo esito: un vento umido, che in eterno trascina sospiri, speranze e desideri, lacera la vela. Una pioggia di pianto, una nebbia di sdegno bagna e distende i già logori cordami, ed io sono avvolto dall’errore e dall’ignoranza. I due miei riferimenti abituali si nascondono: la ragione e l’arte sono morte fra le onde, tanto che io comincio a disperare di poter giungere al porto.
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In questo sonetto – che nella redazione cosiddetta Chigi del Canzoniere (1359-63) costituiva parte di un trittico dedicato al tema del viaggio – Petrarca utilizza la metafora della navigazione per indicare il suo percorso esistenziale e poetico. Qui la navigatio marina, più che la peregrinatio terrestre, consente al poeta di rappresentare il proprio travagliato mondo interiore, la cui condizione non è quella dell’andare ma del fluttuare; lungi dall’approdare a una meta sicura, la navigazione conduce la nave dell’io a una condizione di possibile naufragio.
Come rivela tra l’altro il riferimento ai mortali scogli di Scilla e Cariddi (al v. 3), Petrarca assume le sembianze di un Ulisse navigatore, che rende imprescindibile il riferimento al precedente dantesco. Tuttavia la navicella dell’Ulisse di Dante forza le colonne d’Ercole, rendendo il viaggio espressione della sete indomita di conoscenza dell’uomo che volge il proprio sguardo intellettuale verso l’esterno (l’idea della sapientiae cupido di Ulisse compare per la prima volta nel De finibus di Cicerone). Al contrario la nave dell’UIisse-Petrarca compie il proprio itinerario verso l’interiorità, e non consegue nessuna conoscenza, non giunge a nessuna certezza: spalanca, piuttosto, gli abissi dell’ignorantia (al v. 11: il vocabolo compare solo in questo punto del Canzoniere, e per di più accanto a errore, termine programmatico della poesia petrarchesca). Oblio, errore, ignorantia sono le forze irrazionali che governano il viaggio esistenziale del poeta, in balia del dispotico amore che tiene saldo il timone della sua barca. Errore, poi, trova qui il proprio valore etimologico più pieno e si identifica con lo stesso errare della nave petrarchesca senza rotta, piccolo vascello di un naufrago le cui fragili parti (vela, sarta) sono esposte a una tempesta di elementi che diventano tutt’uno con le forze emotive del poeta: il vento dei sospiri, la pioggia delle lacrime e la nebbia degli sdegni (vv. 8-9). Si ricorda che anche Dante nel Canto l dell’Inferno (vv. 22-27) propone una metafora marina per designare la situazione di chi – lui stesso – si era trovato a un passo dal medesimo naufragio-morte di Ulisse. Nel caso di Dante però interviene un fatto provvidenziale che lo porta a invertire la rotta. Per il Petrarca protagonista di Passa la nave mia, invece, questo intervento provvidenziale non vi è stato. Nel prologo della Commedia il protagonista ha superato il rischio di naufragio e può guardarsi indietro con la rasserenante consapevolezza di esserne ormai fuori; al contrario, nel sonetto petrarchesco il poeta si trova nel pieno del pericolo, con una salvezza che appare lontana e problematica da raggiungere. Pertanto, si potrebbe quasi dire che il mito-modello di Ulisse sia molto più vicino alla realtà di Petrarca che a quella di Dante: se Dante appare anzi una sorta di anti-Ulisse, Petrarca vede rispecchiata nell’eroe greco la propria condizione di errante senza meta e senza pace.
Loredana Chines  Marta Guerra, Petrarca, Bruno Mondadori 2005

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Passe ma nef avec son fret d’oubli
par grosse mer, à la minuit l'hiver;
entre Scylle et Charybde, et  à la barre
siège mon sire, ou mieux mon ennemi.

A chaque rame un penser prompt au mal
qui tempête et naufrage semble mépriser
un vent découd la voile, humide et éternel,
de soupirs, d’espérances, de désir.

Pluie de larmes et brumes de dédain
trempe et détend les haubans déjà las
qui sont tressés d’ignorance et d’erreur;

Mes deux doux phares coutumiers se cachent,
morte parmi la vague est la raison et l'art,
si que commence à perdre espoir du port.

traduit par Gérard Genot

Genocidio, la parola

Alberto Mittone
Genocidio: storia di una parola
Doppiozero, 13 gennaio 2026

Genocidio: storia di una parola

13 Gennaio 2026

Il termine ‘genocidio’ è sorto nel novecento quando gli omicidi in massa delle popolazioni civili assunsero una dimensione non solo quantitativa ma anche qualitativa. Da essi emergeva cioè il carattere ideologico per la natura totalitaria dei regimi che li attuarono, per l’essere il risultato di politiche ipernazionaliste (la pulizia etnica degli armeni ad esempio) o di programmi rivoluzionari (l’epurazione di classi o gruppi sociali in Unione Sovietica, in Cina, in Corea del Nord, in Cambogia). Questa riflessione, e cioè l’essere espressione di rapporti di potere, vale anche di fronte alla specificità tragica della Shoah, pianificata con la creazione di “apparati di distruzione di massa”, l’organizzazione “industriale” dello sterminio, l’installazione di ‘fabbriche della morte’ e cioè i campi di annientamento.

La definizione genocidio venne coniata e approfondita dal giurista Raphael Lemkin, nato in un villaggio russo, oggi in Bielorussia, nel 1900 e morto nel 1959, uno dei tanti ebrei segnati dall’emigrazione e dallo sradicamento, vissuto lontano dai riflettori, mite, solitario, poco noto tanto che Hannah Arendt non lo ricorda (Meyer, Hannah Arendt. Una vita filosofica, Feltrinelli, 2025). Era però coriaceo, instancabile, impegnato per tutta la vita a perseguire un obiettivo: disegnare le linee normative del reato e farlo inserire tra i crimini penalmente perseguibili. Fu un “profeta insistente”, così come definito in un saggio recente che, corredato da preziosi documenti non facilmente reperibili, lo accompagna negli anni (De Michele, Il profeta insistente, Neri Pozza, 2025).

Gli approfondimenti di Lemkin si sono sviluppati in varie tappe. Nel 1944 pubblica il volume Axis Rule in Occupied Europe avente come oggetto non già lo sterminio degli ebrei, ma come la Germania riuscì a dominare l’Europa anche attraverso la legislazione emanata nei territori occupati. Nel capitolo 9, dopo aver esaminato come la politica nazista si sia distinta nel progetto di cancellare l’identità dei popoli, illustra e approfondisce il concetto di genocidio. Si tratta di un neologismo ottenuto dall’incrocio del termine greco ‘genos’ (razza o tribù) con quello latino ’caedere’ (uccidere), e definito dal saggio come un “piano coordinato di differenti azioni mirante alla distruzione dei fondamenti essenziali della vita di gruppi nazionali, con l’intento di annientarli con la disintegrazione sociale e la distruzione biologica del gruppo”. Gli individui non vengono cioè perseguitati per le loro azioni, ma in quanto appartenenti a un gruppo inteso come stirpe, popolo. L’obiettivo è la distruzione della loro identità e il loro annientamento fisico, e a tal fine vengono adottate “tecniche’, cioè misure appositamente studiate per quelle finalità. Vi rientrano atti quali l’uccisione dei membri del gruppo, le lesioni gravi alla loro integrità fisica o mentale anche attraverso lo stupro, la creazione di condizioni di vita funzionali alla distruzione fisica anche parziale, l’impedire nascite all’interno del gruppo, il trasferire con la forza fanciulli da un gruppo a un altro. Il reato rende punibile l’accordo o anche solo la complicità nel commettere queste azioni, la loro istigazione diretta e pubblica, il tentativo di realizzarne gli obiettivi anche se non si raggiunge il risultato.

Fra il 1945 e il 1946 Lemkin fu consulente di Robert H. Jackson, nominato procuratore capo nel processo di Norimberga, cioè in quella Corte militare internazionale (International Military Tribunal) istituita nell’agosto del 1945 dall’Accordo di Londra per giudicare i nazisti. Nello Statuto la fattispecie di genocidio non compare (cfr. “Norimberga e i tribunali internazionali” in questa rivista 2022) forse per l’influenza di un altro giurista, Lauterpach, anche egli studente a Leopoli come Lemkin (cfr. “Philippe Sands, gestire la memoria”, in questa rivista) che, ispirato da H. Kelsen, celebre giurista di quegli anni, insistette con successo per inserire un altro reato, i “crimini contro l’umanità” in base al quale i criminali nazisti risultano “hostis generis humani”, cioè nemici del genere umano. Al di là di questa controversia davanti alla Corte di Norimberga furono sollevate questioni processuali di non poco peso. Alcuni difensori rilevarono che con questa imputazione veniva vulnerato il principio di legalità secondo cui si può essere puniti solo per i reati vigenti al momento delle azioni commesse e non per quelli introdotti successivamente. L’eccezione fu respinta osservando che i crimini da giudicare rappresentavano una violazione di leggi internazionali preesistenti quali la Convenzione dell’Aja, di Ginevra e il Patto Briand-Kellogg. Si replicò che quei trattati non erano vincolanti per Germania, Italia e Giappone essendo nazioni che non li avevano ratificati, ma anche questo argomento fu superato con una decisione a dir poco eccentrica. Si notò che una convenzione internazionale, se ratificata da un certo numero di Stati per un periodo di tempo ragionevolmente lungo, può considerarsi vincolante per ogni nazione e non solo per quelle che l’hanno recepita. L’obiettivo dei giudicanti, neppure troppo nascosto, era punire i crimini richiamando presupposti “naturali”, cioè ‘leggi non scritte’ applicabili sempre in quanto presupposti decisivi e necessari per il vivere civile. Ma le obiezioni non mancarono, anche provenienti da voci autorevoli come quella di Carl Schmitt, uno dei maggiori giuristi tedeschi di quel periodo, secondo cui la Corte alleata era ispirata da motivi politici e non giuridici (Risposte a Norimberga, Laterza 2006). La stessa Hannah Arendt non trovò validi argomenti per ribattere: “le motivazioni di solito addotte per giustificare il Tribunale di Norimberga sono piuttosto deboli. È vero che dopo la Prima guerra mondiale Guglielmo II fu citato dinanzi a un tribunale delle potenze alleate, ma il reato contestato non era la guerra, ma la violazione dei trattati. È anche vero che il patto Briand-Kellogg del 1928 condannò la guerra come strumento di politica nazionale, ma non conteneva un criterio per stabilire che cos’è un’aggressione, né accennava a sanzioni” (La banalità del male, Feltrinelli 1963). In Italia Piero Calamandrei, lasciati i panni del giurista per indossare quelli del polemista, sentenziò: “Qualche anima bennata si sente offesa e impietosita dinanzi a queste forche e a questi giustiziati. […] Non sarebbe stato possibile, di fronte a milioni di martirizzati innocenti, adottare cautele che avrebbero trasformato la legge in uno sterile legalismo…. Norimberga aveva dimostrato che la spietata inumanità è sempre esposta al castigo”. (Le leggi di Antigone, 1946). Nel luglio del 1947, all’Assemblea Costituente, Benedetto Croce fu tagliente come un rasoio: “Segno di turbamento sono i tribunali …che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare, impiccare… abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere al vinto o ai suoi uomini e se ne richiedeva la consegna per metterlo a morte”. Il tribunale dei vincitori “offende la verità e la moralità perché cela l’utile”. Questo non fu il solo inciampo giuridico a Norimberga in quanto si pose anche il problema dell’imparzialità, principio antico secondo cui la giustizia deve essere neutra, al di sopra delle parti in conflitto, mentre nella Corte traspariva dominante la giustizia politica. Nacquero dibattiti anche di alto livello (su questi profili, tra i molti, Portinaro, I conti con il passato, Feltrinelli 2011) e un eccellente giurista, il Kelsen dianzi citato, sostenne che: “solo una corte costituita da un trattato internazionale del quale anche gli stati sconfitti siano parti contraenti non incontrerà le difficoltà con cui dovrà invece confrontarsi una corte nazionale” (Il processo di Norimberga ed il diritto internazionale,1989). Qualche anno dopo, nel 1946, la risoluzione n. 96 delle Nazioni Unite qualificò il genocidio “crime under international law”, e nel dicembre del 1948 fu approvato dall’Assemblea Generale il testo finale della Convenzione sul genocidio cui Lemkin aveva fornito indefessamente il suo contributo (Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide). Esso qualifica il genocidio come “crimine di diritto internazionale” stabilendo il dovere per gli stati contraenti di perseguirlo (art.1), mentre l’art. 2 definisce che le vittime devono appartenere a un gruppo definito in base a nazionalità, etnia, razza o religione. Con questa categoria anche giuridica il baricentro si sposta dall’ambito militare (i crimini di guerra) a quello politico, affiancando alla criminalità individuale quella di sistema che ricomprende quanto commesso per ordine o per compiacenza delle autorità politiche. Inoltre vengono elencati gli atti genocidari (‘il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale e parziale, l’uccisione di membri del gruppo, le lesioni gravi alla loro integrità fisica o mentale, il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica; l’adottare misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; il trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro). E sono punibili gli atti finalizzati a commettere uno o più dei cinque crimini previsti; l’intesa (conspiracy) diretta a commettere il genocidio; l’incitamento (ossia l’istigazione) pubblico; il tentativo e la complicità nel porlo in essere. Va sottolineato che la punibilità scatta se esiste l’intenzione di distruggere anche parzialmente un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e deve esistere una pianificazione di cui l’esecutore è a conoscenza, quindi un nesso tra l’atto individuale e l’azione collettiva. Nella sostanza il reato del genocidio mira a difendere i gruppi umani o meglio difende il singolo in quanto appartenente a un gruppo specifico. La Convenzione però non include i motivi politici o sociali in quanto qualche stato (Stati Uniti, Inghilterra, Sovietici) osservò che solitamente si tratta di ribelli alle autorità costituite e quindi da considerare nemici dello stato secondo criteri sociopolitici e non etnoreligiosi. È stata una decisione destinata a incidere sull’efficacia della Convenzione dal momento che le politiche genocidarie potevano e possono includere la liquidazione di élite e attivisti politici, come la storia ha dimostrato.

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È rilevante sottolineare che la Corte penale internazionale dell’Aja, istituita nel 1998 e operativa dal luglio del 2002, prevede il genocidio all’art.6 definendolo come “l’uccisione, in tutto o in parte, intenzionale e deliberata, di persone appartenenti a un particolare gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Essendo punibile soltanto la responsabilità personale e non quella collettiva, per i lavori della Corte si apre un delicato scenario di indagine: occorre individuare i vertici che hanno ordinato quei crimini e se l’ordine è stato emanato in quei termini o se gli esecutori se ne sono distaccati operando autonomamente? Problema non lieve per i crimini di guerra e contro l’umanità, più agevole forse per il crimine d’aggressione e per il genocidio eseguito automaticamente seguendo le iniziative del vertice. La Corte non sostituisce la giurisdizione nazionale, ma la affianca (Su questi temi, tra i molti, Archibugi-Pease, Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi internazionali, Castelvecchi 2017; Baldissarra - Pezzino, Giudicare e punire. I processi per crimini di guerra, L’Ancora del mediterraneo 2005) creando un problema non secondario, cioè lasciando trasparire un vizio procedurale in quanto potrebbe essere violato il principio secondo cui l’imputato non può essere giudicato due volte per lo stesso reato, in questo caso dalla giustizia nazionale e da quella internazionale. Oggi sono 123 gli Stati che hanno aderito alla Corte dell’Aja anche in tempi diversi, la Corte, in decenni di attività, ha aperto numerose indagini incriminando però poche decine di persone e concludendo non molti processi. Ha incontrato spesso difficoltà per l’inedia o la freddezza degli stati membri, ma anche per un difetto genetico, in quanto grandi potenze come Russia, Cina, India, ed USA non vi hanno aderito e quindi non ne sono tenuti al rispetto. Lucida e senza fronzoli è la notazione di autorevoli commentatori: “dopo vent’anni di attività la Corte presenta purtroppo un bilancio miserevole: cinque condanne, due terzi dei dossier contro mestieranti della sopraffazione internazionale si sono dissolti in insufficienza di prove, tredici imputati latitanti. Molto gesticolare inutile.” (D. Quirico, Karim Khan e l’illusione del giudizio universale, La Stampa 22.5.2024).

Dopo il 1948 il concetto di genocidio è stato definito come un “significante fluttuante” per le numerose oscillazioni, ampliamenti e distorsioni rispetto alla sua storia. Questo avviene soprattutto nel contesto della guerra fredda, che viene combattuta anche sul terreno dei diritti umani, ad esempio con campagne anticomuniste rispetto ai programmi di repressione promosse da fuoriusciti dall’Unione Sovietica, mentre Lemkin volendo mantenere il concetto originario si oppose alla proposta di attivisti afroamericani di tutelare la popolazione nera. Una sorta di mutamento genetico che ne dilata i confini, etichettando con quel termine anche violenze che non comportavano necessariamente discriminazioni di minoranze, politiche di espulsione, pogrom, includendo in esso le politiche di sopraffazione (i cosiddetti “olocausti coloniali”), i bombardamenti su Hiroshima o sul Vietnam, gli eccidi con motivazione politica dando sempre maggior spazio al conflitto sociali, ad esempio il genocidio “indiretto” per carestia politicamente indotta come nel caso dell’Holodomor, la grande fame in Ucraina conseguente alla collettivizzazione forzata di Stalin nei primi anni trenta. Si discute sul controverso neologismo ‘democidio’ cioè la persecuzione per ragioni politiche, l’epurazione sociale, le forme di omicidio di massa compiute da organi governativi, il ‘politicidio’ cioè gli eccidi con motivazione politica, e così l’‘indigenicidio’, il ‘femminicidio’, il ‘gendericidio’. Altre espressioni non implicano necessariamente l’eliminazione di esseri umani come l’‘etnocidio’ (la cancellazione di una cultura), ‘ecocidio’ (la catastrofe ambientale), il ‘memoricidio’ (la cancellazione della memoria), l’‘olocidio’ o ‘urbicidio’ (distruzione da bombardamenti anche su città). Negli anni novanta con sempre maggior forza il concetto si lega ai conflitti derivanti dalla colonizzazione e si avvia a diventare quello che è oggi, strumento potente di denuncia della violazione di diritti umani. E in quel stesso periodo tende a diffondersi una ‘politica di riconoscimento’ allorché si affermano sempre più le rivendicazioni per il riconoscimento di identità specifiche (genere, etnia o altro) oltre a quelle più tradizionali. 

Come osserva Di Michele, l’elaborazione del ’genocidio’ ha presentato così problemi di natura storico-politica. Esso è divenuto e si è consolidato come regime di memoria ereditato dalla Seconda guerra mondiale, centrato sull’Occidente per cui altre forme di violenza verso i civili, pur condannabili, sono tendenzialmente considerate meno gravi, come quelle in cui mancherebbe l’ideologia di sterminio e l’intento specifico. Sembra cioè che l’Occidente detenga una sorta di ‘sovranità intepretativa’ definendo cosa è e cosa non è, mentre rimangono irrisolti i profili della categoria oscillanti tra crimini contro l’umanità, pulizia etnica, sterminio di una etnia o razza. 
Non solo: questo processo di ampliamento del termine conduce a un tema cruciale nei rapporti storici e tradizionali tra lo stato, la punizione, il riflesso sulla collettività, cioè l’uso, ampliato o ristretto, del diritto penale. Si tratta del noto fenomeno del cosiddetto ‘panpenalismo’, secondo cui l’intervento del penale e la punizione dominano, sono appoggiati perché indicati come la risoluzione di ogni problema conflittuale. Non solo: il genocidio comporta complessi problemi applicativi come le difficoltà di accertamento, l’individuazione dei colpevoli in un mondo spesso gerarchico e, non da meno, la scarsa collaborazione degli Stati che può condurre, come spesso verificatosi, a scarsi risultati. Di qui l’amarezza della sconfitta dopo tante dichiarate aspettative.

Le troppe illusioni sul clima

Telmo Pievani
Le troppe illusioni sul clima

Corriere della Sera, 26 giugno 2026

Un’ondata di calore opprimente e insistente sta rendendo più difficile la nostra vita. Non possiamo lavorare all’aperto nelle ore centrali della giornata. Anziani, bambini e persone fragili rischiano danni seri alla salute. Il Po in una settimana ha perso il 60% della sua portata d’acqua. Alla siccità e alla canicola fanno da contraltare temporali violenti e grandinate devastanti. Come dicono i contadini, piove male.

Dobbiamo considerare tutto ciò come un’emergenza di cui sorprenderci, una calamità ineluttabile, come un evento eccezionale che racconteremo ai nostri nipoti? Purtroppo no. Quanto sta accadendo è la nuova normalità che dovremo vivere a ogni stagione, per i prossimi decenni. Lo sanno bene le assicurazioni, che hanno aumentato di molto i costi per le coperture degli eventi naturali. Siamo dentro un grande processo di cambiamento, al quale abbiamo contribuito e che adesso ha un’inerzia tutta sua che non possiamo fermare. Le leggi della fisica sono indifferenti ai nostri discorsi. Possiamo anche decidere di ignorarle, ma loro continueranno ad agire.

Ogni volta che la cappa torrida ricopre il nostro Paese, scatta il dibattito se essa sia causata o meno dal riscaldamento climatico. La causa specifica di queste temperature è un anticiclone africano che trattiene sull’italia masse di aria calda di origine subtropicale. Dunque il clima non c’entra nulla? Al contrario.

La causa di fondo è che il riscaldamento globale indotto dalle attività umane rende questi fenomeni estremi più frequenti, più intensi e più lunghi. Una metafora calcistica ci può aiutare. Se Lionel Messi ha segnato due gol all’austria, la causa diretta sta nella respinta imperfetta del portiere in quel momento o nel passaggio filtrante di un compagno. Ma se Messi ha una media di uno o due gol a partita, è assai probabile che segnerà anche la prossima. Come giudichereste un allenatore che incontra l’argentina e non mette un difensore a marcare Messi perché tanto l’ultimo gol che ha fatto è stato fortunoso e ha pure sbagliato un rigore? Per capire il clima, non bisogna guardare il fatto specifico, ma le tendenze complessive.

Certe bolle di afa asfissiante ci sono state anche in passato, certo, ma erano meno frequenti, più brevi e circoscritte. L’improbabile adesso diventa possibile. Non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio o un’inondazione. L’europa si sta scaldando più velocemente del previsto. La temperatura superficiale del Mediterraneo centrale in estate supera i 30 gradi, come ai tropici. Tutto quel calore significa energia in circolo, vapore acqueo che si sposta, poi incontra masse di aria fredda e scatena piogge torrenziali altrove. Quando faremo il bagno quest’estate in un mare caldo come un brodo, pensiamo alle alluvioni di Valencia e della Romagna: è lo stesso processo.

Chi sa di essere dentro un cambiamento dovrebbe agire di conseguenza e farsi trovare pronto. Ci vogliono realismo e prevenzione. Non serve che la scienza con largo anticipo ci dica esattamente quando e dove ci sarà il prossimo evento estremo. Se le evidenze suggeriscono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio) sono alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio.

Quindi, invece di chiedere ogni volta stati di calamità e fondi speciali, ammettiamo di essere in uno stato di vulnerabilità permanente. Le emissioni globali di gas serra continuano ad aumentare e il passaggio a energie rinnovabili è rallentato da ostacoli, diversivi, ostilità di ogni tipo e forti interessi economici contrari. Ma la transizione è inevitabile: la questione è in quanto tempo la faremo. Più aspetteremo e più il conto economico del riscaldamento climatico lieviterà. Lo pagheranno i nostri figli.

Nel frattempo dovremo adattarci alle nuove circostanze, riducendo i danni, mettendoci fantasia, innovazione e lungimiranza. La soluzione non è certo aria condizionata per tutti. Un esempio virtuoso fra i molti: depavimentare e piantare alberi. Anziché continuare a consumare suolo, togliere dalle città cemento e asfalto dove non sono necessari comporta una riduzione della temperatura percepita anche di 5-10 gradi. Durante le isole di calore urbane, questa scelta pragmatica salva la vita della gente nei quartieri.

Il problema dell’adattamento è chi paga. Un dettaglio che sfugge a molti quando si parla di anticiclone africano è l’aggettivo: africano. In un editoriale apparso su questo giornale il 25 agosto 1976, Italo Calvino rifletteva su un’estate piena di «disastri»: terremoti (quello del Friuli del 6 maggio di quell’anno); eruzioni vulcaniche in Paesi lontani; inondazioni; carestie; la guerra a Beirut (allora come oggi); e naturalmente Seveso, accaduto un mese prima. «Le catastrofi causate dall’uomo — notava lo scrittore — si compenetrano con quelle naturali». Non è cambiato molto in mezzo secolo: i disastri che chiamiamo «naturali» in realtà sono spesso disastri umani, di mancata prevenzione, di avidità, di insensibilità verso le diseguaglianze.

Il rischio è lo stesso, ma l’esposizione al rischio può cambiare radicalmente. La tempesta Daniel nel settembre 2023 fece 17 vittime in Grecia e migliaia in Libia: era la stessa tempesta. Gran parte del costo del riscaldamento climatico sarà pagato dai Paesi più poveri della fascia equatoriale e tropicale del Pianeta, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni. Oltre all’ingiustizia in sé, questo squilibrio genererà flussi migratori, instabilità geopolitica e altri conflitti per le risorse. Mentre soffriamo per questo caldo, pensiamo a coloro che lo sopportano per quasi tutto l’anno, senza le nostre infrastrutture, senza aria condizionata, senza un servizio sanitario nazionale.

Nella notizia che i disastri sono umani più che naturali si nasconde una speranza: se il problema siamo noi, e non una natura matrigna o un Pianeta impazzito, allora possiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza.


L'asilo notturno Umberto I


Alessio Torre
Asili Notturni Umberto I, pasti in aumento del 54% A Torino cresce la povertà

Corriere Torino, 26 giugno 2026

«Io pensavo che gli Asili Notturni fossero un luogo dove le mamme che lavoravano di notte lasciavano i bambini a dormire. Ma mi sbagliavo…».

Sergio Rosso riavvolge il nastro della memoria e racconta come è iniziata la sua avventura da presidente degli Asili Notturni Umberto I. Una storia che ha dato vita anche ad un libro appena uscito per Feltrinelli, Il Filo Rosso della solidarietà .E nella sede di via Ormea, parla di quanto sia sempre più estesa e ramificata l’attività della fondazione torinese che fin dal 1886 offre assistenza gratuita a persone in condizione di povertà.

«Aspettandovi, ho avuto tempo di fermarmi a parlare con qualcuno dei nostri ospiti. Preso dai mille impegni, riesco a farlo raramente. Ciò mi ha riportato ad ascoltare le loro storie, ve ne sono grato». Rosso ha 79 anni, ma l’entusiasmo e l’energia di un trentenne. La voglia di aiutare gli altri non si è mai spenta, nemmeno quando capì cosa erano gli Asili Notturni.

Percorrendo i corridoi della struttura, si capisce il perché Sergio Rosso sia un uomo così impegnato. Sono sempre di più, infatti, le persone che si presentano alle 18 per usufruire dei pasti caldi messi a disposizione. Nei primi quattro mesi del 2026 sono stati serviti mediamente 160 pasti al giorno, contro i 104 dello stesso periodo dell’anno precedente. L’aumento è quasi del 54%. «Ci sono giorni in cui non riusciamo a far sedere tutti in mensa. Allora forniamo comunque sacchetti con panini e acqua».

Rosso mise piede in via Ormea per la prima volta nel 1995. Trovò un edificio caduto in degrado, con uno stanzone in cui venivano ammassate una cinquantina di persone, senza corrente elettrica e riscaldamento. Oggi l’edificio è una struttura moderna e ottimamente arredata, con 34 posti letto. Ha una sala mensa e offre servizi sanitari come odontoiatria, podologia e oculistica, grazie a medici e operatori che prestano opera di volontariato sotto la guida del direttore sanitario, Piero De Girolamo. Con il tempo, alla sede di via Ormea si sono aggiunti il polo di via Ravenna 12 (un housing sociale che ospita sino a 25 persone inaugurato a inizio 2025) e i distaccamenti regionali di Pinerolo, Alessandria, Biella e Ivrea, dove ad aprile è stato aperto un ambulatorio oculistico con il sostegno dell’associazione Ippocrate. A Torino c’è pure il Piccolo Cosmo, in via Cosmo: «Lì abbiamo 14 alloggi per famiglie in disagio abitativo». Sergio Rosso non si vuole fermare: «Con il supporto di Fondazione Azimut abbiamo acquistato un intero isolato che si affaccia nella piazza centrale di Chieri. Realizzeremo 12 alloggi per ragazze madri, la scuola di sartoria, l’ambulatorio oculistico e quello dentistico».

Tra i professionisti e i volontari della cui collaborazione Sergio Rosso si avvale, a Biella c’è anche l’ex assessore regionale Chiara Caucino. «Ho conosciuto Sergio Rosso durante il mio incarico da assessore e rimasi molto colpita dalla sua voglia di fare. Così decisi che, una volta terminata quell’avventura, avrei iniziato a collaborare», dice Caucino, che si occupa, da volontaria, dell’ambulatorio oculistico di Biella.

«Noi siamo una fondazione apartitica — spiega Rosso — . Anche per questo abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto con le istituzioni, il cui supporto è sempre stato fondamentale». Il presidente ha mille impegni e poco tempo per riflettere. Ma quando lo fa, sorride: «In trent’anni di impegno, le gratificazioni più belle sono stati i casi in cui le persone che abbiamo ospitato sono riuscite a ritrovare uno spazio nella società. Ma il beneficiario principale sono io. Non fossi qui, starei a guardare i cantieri per strada. Mi definiscono volontario, ma sono io che traggo linfa vitale dagli Asili Notturni».

Madame de Staël, una biografia


Le Monde des livres, 25 giugno 2026

«Esiste un eroismo femminile », scrive Stéphanie Genand nella sua magnifica biografia di Germaine de Staël (1766-1817), la cui esistenza romantica ha a lungo oscurato il suo duplice ruolo di romanziera e pensatrice politica.

Figlia unica di Jacques Necker e Suzanne Curchod, la piccola Louise, uno dei suoi nomi di battesimo, ricevette un'educazione intellettuale tipicamente riservata ai maschi. A 22 anni, la giovane donna scrisse Lettere sull'opera e il carattere di Jean-Jacques Rousseau (1788), opera che venne analizzata nella sua interezza. Stéphanie Genand considera questo un momento cruciale.

Il credo di Staël (come l'autrice la chiama, rifiutando il condiscendente "Madame de") – "Il dolore è uno dei mezzi più potenti per lo sviluppo dello spirito umano"  – riflette una sensibilità pre-romantica, incarnata con passione dalle eroine dei suoi due romanzi principali, Delphine (1802) e Corinne, o Italia (1807). La teoria, tuttavia, non è mai assente. Staël difende in particolare una concezione della letteratura inseparabile dalle "istituzioni sociali" che la plasmano, ma guidata dal principio di perfettibilità.

Tuttavia, questo ideale di perfettibilità, garantito soprattutto dalla libertà pubblica, ebbe un prezzo in un'epoca in cui la Francia si era gettata tra le braccia dell'uomo che aveva posto fine alla Rivoluzione. Con Benjamin Constant, si oppose al dispotismo di Napoleone, e questo le costò l'esilio forzato. La tragedia di Staël fu che il paese, erede dell'Illuminismo e della Rivoluzione, aveva, con Napoleone, seminato il terrore in Europa. Pagò il prezzo, ma trovò anche la sua gloria: "Napoleone non la trasformò in una francese sminuita, ma in una donna universale". Jean-Louis Jeannelle

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/06/25/notre-selection-de-livres-cette-semaine-germaine-de-stael-vera-dans-son-monde-les-amours-en-fuite_6713340_3260.html



https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/06/25/superbe-germaine-de-stael-le-prix-de-la-liberte-biographie-d-une-penseuse-sur-le-vif-de-la-revolution-et-de-ses-consequences_6713357_3260.html

Superbe « Germaine de Staël. Le prix de la liberté », biographie d’une penseuse sur le vif de la Révolution et de ses conséquences

L’universitaire Stéphanie Genand livre un regard neuf sur une femme complexe à l’existence compliquée, romancière et intellectuelle de premier plan.

Par (Spécialiste des études littéraires et collaborateur du « Monde des livres »)
Le Monde des livres, 25 giugno 2026

« Germaine de Staël. Le prix de la liberté », de Stéphanie Genand, Perrin, 358 p., 23,50 €, numérique 18 €.

« Il existe un héroïsme au féminin », écrit Stéphanie Genand dans sa magnifique biographie de Germaine de Staël (1766-1817), dont l’existence si romanesque a longtemps fait oublier le double statut de romancière et de penseuse politique. On connaissait la fille de Jacques Necker (1732-1804), banquier genevois ministre des finances de Louis XVI au début de la Révolution. On savait aussi qu’elle fut l’alter ego de Benjamin Constant (1767-1830), essayiste et homme politique avec lequel amour, philosophie, engagement public se mêlaient. On se souvient surtout de la grande opposante de Napoléon, contrainte à « dix années d’exil », titre des souvenirs qu’elle en livra à la fin de sa vie. Mais il existe une autre de Staël, si belle à découvrir : une femme complexe, ne reculant devant aucun danger lorsque ses idées étaient en jeu, et dont la grande passion fut de réfléchir aux origines et aux conséquences sociales, morales et culturelles de la Révolution.

Il est vrai qu’à sa naissance les étoiles s’alignèrent. Unique enfant de Jacques Necker et Suzanne Curchod, la petite Louise, l’un de ses prénoms, reçoit une éducation intellectuelle réservée aux garçons, et que l’aiguillon maternel rend bien plus exigeante encore. A 22 ans, la jeune femme rédige des Lettres sur les ouvrages et le caractère de Jean-Jacques Rousseau (1788), dont toute l’œuvre se voit examinée : anthropologie, théorie politique ou encore pédagogie, précisément le livre V de l’Emile (1762), où Rousseau fixe à l’éducation des filles les limites convenant aux fonctions de leur sexe – surtout pas de savoirs qui feraient d’elles des femmes savantes, autrement dit des pédantes ! Or, ces passions qui, selon Rousseau, fragilisent les femmes sont celles, dit Germaine de Staël, qui leur confèrent une acuité critique si particulière.

Penser avec Rousseau, c’est donc aussi penser contre lui. Dont acte : Stéphanie Genand voit dans ce geste un moment inaugural. Fini ces formules embarrassées pour désigner celles qui arrachaient un droit à créer, telle « femme auteur ». Fini même cette « Madame de Staël » à laquelle ses biographes s’accrochent toujours, comme si son mari, le fade Erik de Staël-Holstein (1749-1802), ambassadeur de Suède, avait son mot à dire dans l’affaire. « L’invention d’une féminité alternative mérite bien qu’on l’honore, a fortiori au XXIe siècle : alors adieu “Madame de Staël” et vive “Staël”, comme nous la nommerons désormais. »

L’idéal de perfectibilité

Son credo – « La douleur est un des plus puissants moyens de développement pour l’esprit humain » – traduit une sensibilité préromantique, dont les héroïnes de ses deux grands romans, Delphine (1802) et Corinne ou l’Italie (1807), offrent les brûlantes incarnations. La théorie n’y est toutefois jamais absente, qu’il s’agisse des mœurs, des facteurs sociaux ou des régimes politiques. Delphine a pour soubassement une enquête sur les institutions interdisant aux femmes le bonheur et la liberté. Et Corinne fait se croiser les nationalités : une poète romaine y fascine par la perfection de son art, mais cache ses origines anglaises – court-circuit dont résulte une nouvelle conception de la littérature. En effet, contre les Français cramponnés au mythe d’un idéal classique dont les ouvrages rejoindraient le trésor des Anciens pour l’éternité, Staël défend une conception de la littérature indissociable des « institutions sociales » qui la façonnent, mais qu’oriente le principe de perfectibilité.

Or, cet idéal de perfectibilité, que garantit par-dessus tout la liberté publique, a un coût à une époque où la France s’est jetée dans les bras de celui qui a clos la Révolution. Staël avait passé avec Napoléon quelques soirées en 1797 et crut reconnaître un grand homme. Très vite, il lui faut déchanter. Avec Constant, elle s’oppose au despotisme, et c’est l’exil imposé, au château familial de Coppet, en Suisse, puisqu’il lui est interdit d’approcher Paris à moins de 40 lieues (160 kilomètres) – il s’agit d’une véritable mort sociale (à l’époque du moins). De l’Allemagne (1810) est interdit et tous les exemplaires détruits. Staël vit désormais environnée d’espions. Le 23 mai 1812, elle fuit secrètement Coppet sans aucun bagage : Stéphanie Genand fait un récit palpitant de son errance, d’Autriche en Russie (seul pays, avec l’Angleterre, qui n’ait pas fait allégeance à l’Empire), puis à Stockholm, en Suède, enfin en Angleterre, où les Londoniens lui font un triomphe.

Le drame de Staël fut que le pays héritier des Lumières et de la Révolution ait, avec Napoléon, semé la terreur en Europe. Elle en paya le prix, mais y trouva aussi sa gloire : « Napoléon ne l’a pas transformée en Française amputée, mais en femme universelle. »


giovedì 25 giugno 2026

Marc Bloch. La cerimonia


Franck Johannès
Marc Bloch fa il suo ingresso nel Pantheon in un momento toccante di comunione repubblicana
Le Monde, 24 giugno 2026

Comodamente insediato nel firmamento degli storici, Marc Bloch deve aver tirato un sospiro di soddisfazione. Il suo ingresso al Panthéon, martedì 23 giugno, si è trasformato in un commovente momento di comunione repubblicana, osservato con attenzione dalla sua famiglia, che egli amava sopra ogni altra cosa. Testi toccanti, interpretati alla perfezione dagli attori Jacques Gamblin e Lou de Laâge – lui tutto vestito di nero, lei tutta in chiaro – con una scenografia semplice, avvolti dalla malinconica Pavana del compositore Gabriel Fauré. Persino gli ordini militari, sempre un po' ridicoli, non lo turbavano; Marc Bloch ha sempre nutrito rispetto per l'esercito.

Martedì a Parigi faceva caldo come durante la terribile estate del 1940, ma la piazza e l'area intorno al Panthéon erano gremite di una folla festante che applaudiva la lenta processione dei cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie Simonne. Una donna reggeva un cartello con la scritta "Grazie!"e 700 scolari ben educati osservavano il feretro dell'uomo che la loro insegnante aveva descritto loro per settimane."Credo nei giovani", scrisse Marc Bloch al figlio maggiore nel 1942. "Personalmente, non ho particolare rispetto per l'età."

È sepolto a Les Fougères, a Bourg-d'Hem, nella sua casa nella regione della Creuse. Simonne morì poco dopo di lui, sotto falso nome, e nessuno sa dove riposi. Nei cenotafi, i Bloch hanno collocato felci, copie delle sue medaglie militari – a cui era molto affezionato – lettere, una poesia dedicata alla moglie, il suo testamento del 1941 e una pagina della sua Apologia della storia.

La coppia è stata sepolta nella cripta 13 del Pantheon, dove già riposano Missak e Mélinée Manouchian, Maurice Genevoix e Josephine Baker. Si tratta della"cripta Macron", dove sono sepolte queste figure, onorate durante i due mandati del Presidente della Repubblica, insieme a Simone Veil e Robert Badinter.

L'omaggio al grande storico – il primo a essere sepolto nel Panthéon dal 1791 – si è articolato in sette quadri commemorativi, a partire dalla fine. Si è iniziato con "Schiavo n. 14", il quattordicesimo dei 28 corpi allineati, colpito alla schiena dai tedeschi in un campo vicino a Lione il 16 giugno 1944. Fu identificato molto più tardi dalla figlia Alice grazie alla cravatta e a un pezzo dei suoi occhiali. Il secondo quadro ha ripercorso il percorso dello storico attraverso le due guerre mondiali, dal suo battesimo del fuoco come sergente Bloch, a 28 anni nel 1914, al suo innegabile coraggio fisico (Croix de Guerre e quattro encomi) e alla sua ascesa al grado di capitano – un traguardo raro per un civile.

"Il piccolo mega"

Fu richiamato alle armi nel 1938, all'età di 52 anni, un incarico che avrebbe potuto evitare vista la sua età e i suoi sei figli. Dopo la sconfitta, nella Rennes occupata, abbandonò l'uniforme, indossò una giacca e con notevole compostezza prese il treno per raggiungere la sua famiglia nella regione della Creuse. Fu lì che scrisse il suo libro più noto, "La strana sconfitta", pubblicato postumo, un'analisi senza compromessi della codardia che portò alla guerra.

Il seguente ritratto si concentra sulla famiglia Bloch, ebrei alsaziani non praticanti che scelsero la cittadinanza francese dopo la sconfitta del 1870. Raffigura l'imponente figura del padre, Gustave Bloch, professore all'École Normale Supérieure, soprannominato "il grande mega", un'allusione sia allo scheletro di un enorme megaterio che si ergeva nell'atrio della scuola, sia alla considerevole circonferenza della vita del rispettato professore. Marc, che divenne"il piccolo mega", eccelse in tutte le discipline, conseguendo presto l'agrégation in storia e geografia e poi il dottorato in letteratura. Nel 1919 sposò Simonne Vidal, una giovane donna benestante della borghesia ebraica.

I soldati circondano i cenotafi di Marc Bloch e di sua moglie, Simonne Bloch, durante la cerimonia commemorativa al Pantheon di Parigi il 23 giugno 2026.

La cerimonia si è rapidamente allontanata dal ruolo di Simonne. Sebbene abbia certamente incoraggiato e revisionato le opere del suo amato marito e cresciuto i loro sei figli, in definitiva si sa poco di lei, se non che fu il grande amore di Marc Bloch. Vincent Delerm e Anne Sila hanno cantato la bellissima " Ballade triste", che lui aveva scritto per lei nel 1943:"La strada a volte era difficile / Il fardello a volte era pesante per noi / Ma eravamo in due, amore mio". Proprio la mattina del suo arresto, le scrisse:"Perdonami per essere stato così lontano".

Simonne, come lui, non aveva dubbi sul formidabile contributo intellettuale di Marc Bloch. Con il suo alter ego, Lucien Febvre, e la Scuola delle Annales, rivoluzionò la metodologia storiografica. Bloch non vedeva alcun motivo per elencare le date principali delle battaglie o scrivere biografie, ed era appassionato di sociologia, economia, paesaggi e mentalità. La sua opera principale rimase a lungo appannaggio degli specialisti.

Contrario alla presenza del Rassemblement National

La cerimonia ha infine sottolineato il profondo attaccamento di Marc Bloch alla Francia e, in quanto uomo di sinistra, alla democrazia. "Sono ebreo", scrisse Marc Bloch in "Strange Defeat ", " se non per religione, che non pratico, né per altra, almeno per nascita. Non ne traggo né orgoglio né vergogna, essendo, spero, uno storico abbastanza competente da non ignorare che le predisposizioni razziali sono un mito e la stessa nozione di razza pura un'assurdità particolarmente palese  (...) Affermo le mie origini solo in un caso: quando mi trovo di fronte a un antisemita."

Aggiunge inoltre che la Francia è la sua patria nel cuore. "Ci sono nato, ho bevuto alle sorgenti della sua cultura, ho fatto mio il suo passato, respiro bene solo sotto il suo cielo e, a mia volta, mi sono sforzato di difenderla al meglio delle mie possibilità."

Emmanuel Macron, che ha celebrato la sua sesta sepoltura al Panthéon, ha chiuso la serata con un discorso piuttosto pregevole, una lunga condanna del regime di Vichy e dell'antisemitismo, che non poteva che compiacere la famiglia Bloch. Quest'ultima si era infatti opposta con veemenza alla presenza del Rassemblement National, partito fondato in particolare da ex membri delle Waffen-SS.

Il Presidente della Repubblica, che naturalmente difende anche la propria posizione, ha sottolineato lo "spirito di sconfitta"che pervade "la nostra vita pubblica" ."Sono stati pochi a riaccendere le braci di ciò che siamo e a salvare l'onore e l'anima della Francia", ha affermato il Capo dello Stato, rendendo omaggio con una bella frase all'"erede dell'Illuminismo" che, nella Resistenza,"scelse l'esercito delle ombre".

E, cosa ancora più insolita, Emmanuel Macron ha ricordato che durante i tre mesi di prigionia nelle mani della Gestapo, sanguinante, con i polsi rotti e sottoposto sette volte al waterboarding, lo storico aveva parlato, come la maggior parte dei membri della Resistenza. Aveva fatto i nomi di persone già note o che si erano rifugiate a Londra, come rivelato dallo storico tedesco Peter Schöttler. Marc Bloch era anche un uomo di 57 anni, debilitato dall'artrite, che avrebbe detestato che la sua vita venisse glorificata. Voleva che sulla sua lapide fosse incisa la scritta "Dilexit veritatem  " ("Ha amato la verità").