domenica 22 marzo 2026

La storia



 I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.

II

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

La storia, in Satura, Mondadori, 1971


Il presente non è tutto
Nei tempi bui in cui tutto sembra procedere nel rumore cadenzato e stridulo dei cingolati del , la poesia appare come libertà, breccia nella plumbea cappa dei nostri giorni senza speranza e senza prospettiva. Montale nella poesia La Storia ci induce a riflettere sull’andamento della storia per poter riprendere il cammino che pare già segnato, ma in realtà è un campo di possibilità che si snoda davanti a noi. Il capitalismo ha in odio la storia, poiché essa testimonia che ogni potere è nel tempo, vorrebbe dissolverla in modo che si pensasse che il presente ha in sé la pienezza senza trascendenza, che oltre il tempo presente con la sua visione unidirezionale non vi è nulla. Il capitale nella sua fase apicale ha divorato anche il nulla, non ammette antitesi di nessun genere, si presenta come l’essere univoco parmenideo, deve eliminare ogni orizzonte temporale per erigere prigioni globali. Montale ci rammenta che la storia non è prevedibile, è attività creatrice, ha improvvise deviazioni, nessuno la possiede, ma appartiene a tutti, e dunque con l’aiuto delle circostanze l’impossibile può diventare reale. La storia ideale costruisce eroi ed ipostasi quali artefici della storia, ma la verità è che la storia è il frutto di una pluralità di soggetti che muoiono anonimi, eppure partecipano vivamente al suo procedere, sono il sale della vita che crea nuove possibilità. La loro gioia è nella partecipazione silenziosa che non verrà segnalata da nessuno storico. Ciò malgrado, dietro i rumori dei grandi vi è la storia dei piccoli, dei resistenti, che con la loro piccola vita possono deviare il corso fatale della stessa. Coloro che vogliono ridurre la storia ad un teorema con definizioni e corollari predeterminati hanno già perso, perché si pongono fuori del cammino della storia vivente:

 

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.

 

Piani di passaggio


La storia ci sembra, ora, in questi decenni omogenea: un piano liscio su cui scorrono merci e chiacchiere. L’impero del valore di scambio sembra non lasciare scampo, assimila ogni differenza, espelle dal suo grembo maligno ogni alterità. L’omogeneità si ripiega su se stessa, non lascia varchi, brecce da cui ri-dialetizzare il presente. Montale ci invoca a guardare fortemente la storia e a cogliere sul piano liscio improvvise “buche” che consentono il passaggio verso nuovi mondi. Il piano grigio e compatto della globalizzazione, apparentemente invincibile, è puntellato di resistenti che non si lasciano divorare dalla chiacchera, ma conservano la loro umanità, la loro razionalità critica che trasforma il presente in attività divergente. La storia non è conclusa, il potere vive l’illusione del controllo totale, si bea della sua tracotanza, ma la vita con le sue buche gli sfugge. Le buche possono trasformarsi in voragini tali da deviare il corso degli eventi, da mutare la geografia dei significati che il potere vorrebbe eternizzare:

 

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli.

 

Fuori dalle reti


Per poter comprendere la storia, se mai questo sia possibile, dobbiamo guardare fuori la rete che ci rassicura, distribuisce i ruoli, tira una linea tra vincitori e vinti. La storia vera e viva è fuori della rete. Solo chi è fuori della rete può comprendere la verità della storia. Chi è tagliato fuori dalla storia, svela le illusioni di coloro che sono nella rete, chi sfugge alla rete per volontà o per un caso trova un varco, è l’attore di un nuovo inizio. Gli infelici che sono “fuori” non sono da compiangere, perché in loro riposa la possibilità di un nuovo percorso, perché dal loro “fuori” vedono la verità della rete con i suoi disincanti. Il loro sguardo penetra nella notte oscura per incontrare l’inizio di un nuovo giorno, la tragedia si sposa con la speranza:

 

C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

 

Non dobbiamo temere di essere degli invisibili, dei pesci piccoli che nuotano alla periferia della rete, coloro che non sono nella rete non appaiono, ma sono la sostanza del mondo, e la storia vive delle loro inconfessabili libertà. La teoria del caos (James Yorks) ci insegna che un battito d’ali può causare effetti che non possiamo prevedere. Dobbiamo continuare a battere le nostre ali. I nostri pensieri, il nostro impegno sono le ali della storia. La storia viva è indecifrabile, insondabile e non si ripete mai in modo eguale, pertanto anche nella disperazione può fiorire la speranza, perché la storia è molto più di ciò che appare, leggiamo e viviamo. La storia incombe, se ci arrestiamo davanti alla sua grandezza, ma se entriamo in essa e ci doniamo senza la presunzione del risultato tutto può ancora essere ed esserci. Non dobbiamo allevare barbari dal calcolo facile e dal cuore lento, ma guerrieri gentili dalle cui parole può rifiorire un mondo.

Salvatore Bravo
blog.petiteplaisance.it
21 marzo 2021

I morti degli altri

Adriano Favole

E gli «altri», Troppi confini cancellano la pietà

Più si creano e si rafforzano differenze invalicabili tra «noi» più si riduce l’orizzonte di una comune umanità

«Non possiamo assolutamente raggiungere la suprema sapienza socratica della conoscenza di noi stessi se non lasciamo mai i ristretti confini dei costumi, delle credenze e dei pregiudizi entro cui ogni essere umano nasce. Niente può giovarci in tale questione di estrema importanza più dell’atteggiamento mentale che ci consente di trattare le credenze e i valori di un altro essere umano dal suo punto di vista. Né mai l’umanità civile ha avuto bisogno di questa tolleranza più di adesso, quando i pregiudizi, la cattiva volontà e lo spirito di vendetta dividono le nazioni europee, quando tutti gli ideali, nutriti e proclamati come le più alte realizzazioni della civiltà, della scienza e della religione sono stati gettati al vento».

Bronisław Malinowski (1884-1942), uno dei fondatori dell’antropologia culturale contemporanea, chiude così il suo Argonauti del Pacifico Occidentale. Siamo nel 1922 e Malinowski, polacco di nascita e britannico d’adozione, ha ben chiari i drammi del Primo conflitto mondiale e i pericoli dei crescenti nazionalismi. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, è per lui il fondamento del metodo antropologico, la via privilegiata per comprendere altre società, ma è allo stesso tempo un principio universale di civiltà. L’empatia dà sostanza a un’idea di comune umanità, quell’umanità che Malinowski ritrova tra i volti e le storie dei nativi delle lontane isole Trobriand (Oceania).

Empatia è la capacità di partecipare alle gioie, ai dolori, ai lutti degli altri. Come quando, il 4 marzo scorso, un intero Paese sembrava essersi fermato per partecipare ai funerali del piccolo Domenico, a Nola. La morte di questo bambino, vittima di una grave malattia cardiaca e forse di un errore sanitario, il dolore di una madre costretta ad assistere per giorni all’agonia del figlio, hanno commosso molti italiani. Le morti non sono tutte uguali. Siamo esseri relazionali, oltre che (potenzialmente) empatici. Il dolore e la morte di chi ci sta accanto ogni giorno, delle persone con cui abbiamo passato gran parte delle nostre vite... la morte del prossimo suscita ben altro sconvolgimento di quella di uno sconosciuto. La pietà e l’empatia colmano in parte questa distanza. Non conoscevamo Domenico, né noi né i politici che hanno voluto assistere di persona ai funerali, né coloro che, per lunghe serate, hanno guardato trasmissioni tv interamente dedicate al caso. Mettendosi nei panni dei genitori del bambino.

Eppure, altre morti ci hanno lasciato indifferenti, né i più alti rappresentanti delle istituzioni le hanno ritenute degne di un comunicato di cordoglio. Negli stessi giorni in cui moriva Domenico, più di 150 bambine delle elementari Shajareh Tayyebeh di Minab venivano uccise da una bomba sganciata da un drone degli eserciti americano e israeliano che hanno attaccato l’Iran. La mattina, le madri le avevano svegliate e accompagnate a scuola, un’ultima carezza e un ultimo sorriso di incoraggiamento, lo zaino preparato a dovere. Qualche minuto dopo i corpi straziati giacevano sotto le macerie di una bomba sganciata da un drone guidato da remoto. Non abbiamo visto i volti di quelle bambine, non abbiamo conosciuto le loro storie, nessun cordoglio collettivo, nessun lutto. È andata così anche per le decine di migliaia di morti bambini a Gaza, in Sudan, in Ucraina, dove 1.300 scuole sono state distrutte o danneggiate dopo l’invasione russa.

Prendendo spunto dal linguaggio e dalle rappresentazioni diffuse nella nostra società, Marco Aime e Federico Faloppa (I morti degli altri, Einaudi, 2025) tentano di spiegare perché tante morti non suscitano la minima empatia. Se è vero che c’è una differenza tra la morte del prossimo e dell’estraneo, la mancanza di pietà è tuttavia il frutto di un processo di progressiva de-umanizzazione, che opera attraverso la costruzione di confini linguistici, politici, culturali che creano la categoria dell’altro-da-noi. Quando i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono senza nome, senza volto, senza storia e pure provenienti da Paesi classificati come dittature, cosa può suscitare il cordoglio? Judith Butler ha creato a proposito il neologismo grievability, qualcosa come «luttuosità». Ci sono morti che creano cordoglio e lutto collettivo e ci sono morti e dolori che non suscitano empatia. Più si creano e si rafforzano confini invalicabili tra «noi» e gli «altri», più si riduce lo spazio della pietà e la possibilità di costruire un orizzonte di comune umanità, un universalismo antropologico che, solo, ci può fare sperare di ridurre guerre e massacri. Assistiamo, in questi mesi e in questi giorni, alle conseguenze di politiche che hanno voluto esaltare il «noi» e l’identità, riducendo diritti e relazioni internazionali alla forza cieca della geopolitica.

Le aree di colore diverso del mappamondo che, fin da bambini, ci inducono a credere che l’umanità sia divisa in popoli e nazioni dall’identità irriducibile, tornano al centro dell’azione politica, come ai tempi di Malinowski. Oggi il culto dell’identità corrode ciò che rimane del diritto internazionale: a morire sotto le bombe non sono più ragazze e ragazzi che sognavano un futuro sereno come Domenico, ma masse indistinguibili di altri-da-noi. La grievability è tutta interna al noi nazionale o, al più, ai confini della «civiltà» occidentale.

L’antropologo americano Roy Richard Grinker (Houses in the Rainforest, University of California Press, 1994) racconta che le società dei Lese e degli Efe (Ituri, Repubblica Democratica del Congo) vivono in stretta prossimità, ma si rappresentano diverse tra loro. Coltivatori e abbattitori di alberi i primi; cacciatori, pigmei e abitanti della foresta i secondi. Pur impegnati in continui scambi, Lese e Efe si concepiscono come due «alterità» che vivono in simbiosi ma, dal punto di vista delle abitudini culturali, sono diversi, e non di rado oggetto di denigrazione reciproca. Eppure, dice Grinker, in occasione dei lutti i Lese si affidano agli Efe, alla loro conoscenza e capacità di controllo del male. Quando muore una persona, gli Efe vengono invitati a vegliare nella capanna del morto: in occasione della morte vengono accolti al villaggio, per salvaguardare una comune umanità dai poteri della stregoneria e del male.

Se è vero, come detto, che le morti non sono tutte uguali e che la morte del prossimo ci colpisce in modo più duro di quella dello sconosciuto, rimane il fatto che l’empatia ci permette di metterci nei panni di chiunque soffre, come se fosse il nostro prossimo. In quel come se c’è tutta l’umanità, nella sua assenza ci rimane un atlante di colori diversi divisi da confini blindati, un’umanità fatta a fette, pronta a una guerra senza limiti.

La nuova frontiera del femminismo

Simona Forti
Femminismo, il corpo conteso

La Stampa, 22 marzo 2026

Scrivere di femminismo oggi mi mette in difficoltà. Non è solo l’assedio di una destra globale sempre più aggressiva a preoccuparmi, ma anche il conflitto che si consuma all’interno della mia stessa parte. Il campo femminista, da laboratorio di libertà, rischia di irrigidirsi in un tribunale dalle accuse incrociate. Da un lato, il femminismo della differenza – che ha scardinato la finta neutralità del maschile per restituire al corpo la sua irriducibile parzialità – corre il rischio di ripiegarsi nella custodia del confine biologico. Dall’altro, il transfemminismo può scivolare in una dogmatica guerra iconoclasta. Entrambe le prospettive, nate per liberare, finiscono così per sottrarsi al confronto reale.

In questo panorama, il linguaggio spesso cessa di essere ponte per farsi arma. Un episodio mi ha inquietata. Poche settimane fa è stata cancellata a Bologna la presentazione del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) (Mondadori). Si tratta del testo firmato da una filosofa che ha segnato il pensiero della differenza in Italia e nel mondo. Tuttavia, è stato ritenuto inaccettabile: oggetto, quindi, di un attacco da parte di chi non tollera riflessioni sulla genealogia del femminile che non aderiscano ai nuovi canoni transfemministi. Non meno rivelatrice è stata la tensione emersa a Roma durante il corteo dell’8 marzo di “Non una di meno”, quando alcune donne iraniane che sfilavano con cartelli contro il regime hanno trovato difficoltà a far ascoltare la propria voce. Nel tentativo di difendere una coerenza pacifista e anticoloniale, una parte del movimento ha finito per chiedere la rimozione di slogan ritenuti “bellicisti”. Ne è nato uno scontro verbale che fotografa la distanza fra chi parla di libertà in termini teorici e chi, della libertà, vive quotidianamente la mancanza, pagando sulla propria pelle il prezzo della repressione. È il paradosso di un’inclusività che, per non urtare sensibilità ideologiche, finisce per silenziare la testimonianza più viva dell’oppressione sessuata e brutale. Il disagio che avverto non è solo dovuto alla mia distanza teorica rispetto alle estremizzazioni di entrambe le posizioni. È provocato soprattutto da una constatazione politica: se non riusciamo a trovare un accordo tra chi ha il diritto di rivendicare per sé la parola donna e chi ha il diritto di difendere soggettività marginalizzate ed escluse, la nostra forza contro queste destre a radicalizzazione esponenziale si frantuma. Ed è in questa terra piena di crepe e fratture che si sta inserendo con strategica precisione la destra radicale.

Il fenomeno del “femonazionalismo” – termine coniato dalla sociologa Sara Farris – è forse una risposta cinica a questa crisi: scippa termini e concetti al femminismo emancipazionista e della differenza e mima con efficacia le pratiche di manifestazione dei movimenti transfemministi. Il collettivo Nemesis, fondato in Francia nel 2019, ne è l’incarnazione più strutturata. Esso non è ormai più un fenomeno marginale, ma sta diventando, attraverso i suoi molti canali, un progetto di egemonia identitaria culturale. Parla in nome della “difesa delle donne occidentali” e adotta un’estetica pop per conquistare visibilità pubblica. Non richiama il valore, tipico della destra, della cultura patriarcale; al contrario, predica l’“autodeterminazione” e la “sorellanza” per, tuttavia, caricarle di significati reazionari e identitari. Le loro campagne sono esempi di ambiguità: la sicurezza delle donne non viene declinata come battaglia contro il dominio maschile, bensì come pretesto per accuse xenofobe. La violenza di genere, nel loro racconto, esiste solo nelle strade, quando l’autore è lo straniero, il migrante. È una narrazione che rassicura perché sposta il pericolo al di fuori delle mura di casa, per proiettarlo su chi viene da fuori.

Esempi concreti dell’agire di Nemesis sono le “ronde della sicurezza” nelle stazioni, dove il corpo femminile è espressione di quel confine patrio da proteggere, o le campagne contro l’aborto presentate come “difesa del diritto alla maternità” per prevenire lo spopolamento della nazione. Mentre il mondo progressista discute se la parola “donna” sia ancora utilizzabile senza escludere, Nemesis la usa come un martello per ribadire un ordine rassicurante: la donna è madre, è terra, è radice, è confine. In un’epoca di incertezza totale, la biologia viene trasformata dall’estrema destra nell’ultima ancora di salvezza contro una modernità percepita come priva di senso.

Se il femminismo della differenza ha lottato per slegare il destino biologico dal ruolo sociale, e il transfemminismo lavora per svincolare l’identità dal dato cromosomico, Nemesis teorizza una forma di “cittadinanza riproduttiva”. In questa visione, i diritti non sono inerenti alla singola persona, ma sono concessi alla donna in quanto cellula fondamentale della conservazione etnica e demografica. È in realtà la negazione suprema dell’autodeterminazione travestita da riconoscimento del valore femminile. Questo modello si sta propagando con forza attraverso reti transnazionali, mutuando tattiche dai movimenti sovranisti europei e presentandosi mediaticamente come l’unica alternativa “reale” alle astrazioni del politicamente corretto. Ciò che rende Nemesis insidiosa è la sua capacità di normalizzare istanze radicali attraverso il volto giovane delle sue militanti. Si muovono sui social con un linguaggio “alternativo” e vittimistico, presentandosi come le “vere” ribelli contro un sistema che vorrebbe cancellare la natura. Questo femminismo di destra cerca di fare proseliti tra coloro che si sentono tradite da una sinistra percepita come troppo astratta e intollerante. La destra ha capito che, per vincere la battaglia culturale, deve parlare di corpi e di appartenenza, anche se lo fa per rinchiudere nuovamente le donne in una gerarchia rigida e funzionale alla nazione.

Se il femminismo progressista non saprà ritrovare un mondo comune che non censuri il dissenso, un mondo comune che tenga insieme storia e differenze senza cedere a nuovi dogmi, lascerà che siano collettivi come Nemesis a dettare l’agenda dei prossimi anni. Il rischio è immenso: quello di regalare la parola “donna” a chi vuole usarla solo come un confine identitario e xenofobo. Non c’è liberazione se si rinuncia alla realtà del corpo, ma non c’è futuro se quel corpo diventa la scusa per escludere l’altro.

La guerra di logoramento

Greta Privitera
Gli ayatollah resistono sfruttando il logoramento «Da Paese sanzionato a “dominatori” del Golfo»
Corriere della Sera, 22 marzo 2026

L’idea che la Repubblica islamica poserà le armi non appena Donald Trump e Benjamin Netanyahu decideranno di fermare la guerra rischia di rivelarsi l’ennesimo, clamoroso errore di calcolo su un regime che, di sicuro, l’attuale amministrazione americana non ha capito fino in fondo e Israele ha sottovalutato. Gli ayatollah, certo, pregano ogni giorno che smettano di piovere bombe sulle loro città, ma non sono disposti a chinare la testa davanti a un cessate il fuoco fragile, cucito su misura dagli americani e dagli israeliani. «Questa volta è diverso», dicono. Diverso dai tortuosi negoziati nucleari, diverso dalla Guerra dei 12 giorni del 2025.

Per i leader della teocrazia, questo scontro si è trasformato in una battaglia per la sopravvivenza, un conflitto esistenziale che non tollera scorciatoie né tregue di comodo. Non si fidano dei nemici giurati che accusano di «tradimento diplomatico» e pensano che una pausa nelle ostilità potrebbe diventare un altro inganno. «Gli eserciti di Netanyahu e Trump riprenderebbero subito dopo con le bombe, come è già accaduto in passato», ci dice il portavoce del ministro degli Esteri Abbas Araghchi Esmail Baghaei.

Il regime ha imboccato la strada della guerra di logoramento, la sua arma suprema: quella strategia doppia di bombe e resistenza estenuante, che concepisce e onora il martirio, inscritto nel dna della Repubblica islamica fin dalla Rivoluzione del ‘79. Gli ayatollah sono disposti a tutto per sopravvivere e mantenere il potere, nessun altro Paese finito — per scelta o per sfortuna — in questo scontro lo è. Sono ben consapevoli di poter incassare colpi molto più duri di quelli che Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo oserebbero mai tollerare. Più passano le settimane e più i discorsi dei religiosi sembrano sventolare un vantaggio che li incoraggia a proseguire e li fa agire con una certa arroganza, forti della strategia del caos con cui sono riusciti a mandare all’aria il Golfo e i mercati globali. E in effetti, dice al Washington Post Nate Swanson, direttore dell’iran Strategy Project: «Se Teheran riuscirà a preservare la sua capacità militare — missili balistici e minacce asimmetriche — e a mantenere alle stelle i prezzi del petrolio, allora potrebbe essere proprio l’iran, alla fine, a imporre i suoi tempi per chiudere i conti, rovesciando i pronostici di Washington».

Teheran non solo resiste ma alza la posta. A dettare la strada è il nuovo «fantasma» della teocrazia, Mojtaba Khamenei, la Guida suprema ancora non apparsa. La guerra finirà solo con garanzie ferree — lo ha ribadito anche ieri il presidente «riformista» Masoud Pezeshkian — che nessuno oserà più attaccare la Repubblica islamica, rapporti bilaterali con i Paesi del Golfo e riparazioni miliardarie per i danni subiti dai raid aerei americani e israeliani. Gli uomini di Mojtaba si fanno forti di una lezione importante che hanno appena imparato: «Possono causare danni e sconvolgimenti ingenti con relativa facilità e a basso costo. Ora vogliono che anche il mondo intero impari questa lezione», dice Dina Esfandiary, analista esperta di Iran, al Washington Post. E tra le «nuove» condizioni per la pace, i leader col turbante esigono di far diventare lo stretto di Hormuz — via internazionale tutelata dal diritto marittimo — un casello nazionale, pronto a intascare un terzo del petrolio globale in transito. Lo ha svelato Mohammad Mokhber, del Consiglio per il discernimento e consigliere economico della Guida suprema, all’agenzia Mehr. «L’iran trasformerà la sua posizione da Paese sanzionato a potenza rafforzata nella regione e nel mondo. Sanzioneremo quelle potenze arroganti che mirano al dominio».

L’esperto Ali Vaez ci scrive che dal punto di vista iraniano, la guerra finirà solo quando gli Stati Uniti e Israele riconosceranno che la Repubblica islamica non può essere rovesciata o sottomessa.

sabato 21 marzo 2026

La notte medievale

 


quando la notte era una categoria da governare


Medioevo

Amedeo Feniello
Il Sole 24ore, 21 marzo 2026

Beatrice Del Bo, in Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo, restituisce alla notte medievale un’immagine del tutto inaspettata, carica certo di torridi incubi ma anche un tempo socialmente definito e regolato, soprattutto in quei contesti in rapida trasformazione che furono le città. Gli statuti comunali e le ordinanze distinguevano infatti ciò che era lecito di giorno da ciò che diventava sospetto o proibito dopo il calar del sole. Un furto, un’aggressione, un danneggiamento di notte pesava di più non perché si credeva genericamente che il buio rendesse gli uomini peggiori, ma in quanto l’oscurità facilitava l’occultamento, rendeva più difficile il riconoscimento, indeboliva la possibilità di soccorso e di testimonianze. In altre parole, la notte aumentava l’asimmetria tra chi agiva e chi subiva: e, di tutto ciò, il diritto ne era consapevole. Da qui pene più severe, ammende raddoppiate, e, in generale, una legislazione che ragionava sulla vulnerabilità prodotta dal buio.

La notte, dunque, come categoria da governare. Nelle città non bastava che facesse buio: bisognava fissarne l’inizio e la fine con misure pubbliche puntuali, strettamente intrecciate ai ritmi del tempo liturgico. In una condizione in cui alla chiusura regolata delle porte, ai coprifuochi e alle ronde si mescolavano i momenti scanditi dalla preghiera e dal suono delle campane, a cominciare dal crepuscolo coi Vespri e Compieta per riprendere, all’alba, con il Mattutino e le Lodi. Siamo di fronte, spiega Del Bo, a una cronologia civica che scandiva comportamenti precisi: quando ci si deve ritirare in casa, quali spazi restano praticabili, chi può circolare e a quali condizioni. E cosa succedeva quando si usciva dalle città? Cos’era la notte per gli uomini delle campagne? Qui mutava la natura del rischio, in un contesto dove la vulnerabilità regnava sovrana, esposti come si era ad essere inghiottiti da un’oscurità che assorbiva passi, volti e minacce, di uomini e di animali. Sebbene anche qui la notte fosse abitata, con villaggi e case sparse, fuochi e bracieri, veglie e rumori: un mondo notturno vivo e vigile, eppure più fragile ed esposto, fatto di presenze isolate nella distesa del buio.

D’altra parte, non è vero che nella notte medievale non esista luce. Esiste eccome: solo che è precaria, costosa, diseguale e pericolosa. Del Bo ricostruisce una geografia concreta dell’illuminazione fatta di fiaccole, torce e lanterne per l’esterno; di bracieri, candelabri e lampade per gli interni; di palazzi pubblici rischiarati a spese delle città; e perfino di obblighi collettivi, come a Firenze, dove dal Trecento centinaia di lumi devono comparire agli usci e agli incroci delle vie più oscure, con le Arti incaricate di controllare quartieri interi.

La luce non è solo protezione ma fonte di pericolo, perché la città medievale è fatta di legno, tetti ravvicinati, magazzini pieni di materiale combustibile. A Rialto, ad esempio, nel cuore commerciale di Venezia, il controllo notturno del fuoco diventa un’ossessione: le ronde entrano nelle botteghe per imporre che non restino accesi lumi e focolari oltre il consentito, comminano multe e, nei casi previsti, sequestrano ciò che alimenta il rischio – candele, lucerne, olio, stoppini, e talvolta strumenti di combustione tenuti in modo irregolare. Una forma nuova di prevenzione, perché un incendio notturno poteva significare un allarme tardivo, un intervento lento, una propagazione rapida e trasformarsi in una catastrofe per la città.

Il libro procede per capitoli con un itinerario lungo la notte, momento in cui si cena, ci si diverte, si lavora, si fa sesso, si nasce e si muore, ci si sposta, si disobbedisce, si dorme (o non si dorme). In questa scansione essa smette di essere il regno esclusivo della paura e diventa un tempo pieno, con botteghe che tirano tardi, amori clandestini, risse e stupri, taverne aperte, devozioni e straordinari di scrivani e ufficiali. La vita insomma, chiosa l’autrice, anche allora non si spegneva del tutto al crepuscolo: si riorganizzava, cambiava regole e ritmi, forme di controllo e di libertà. E tuttavia la paura c’è, ed è interessante come Del Bo la rimetta in prospettiva: non solo la paura istintiva del buio ma una costruzione culturale, alimentata da teologia e superstizione, che fa dell’oscurità la dimora del Demonio e del peccato. Anche l’arte fatica a concedere dignità all’ombra: per secoli la notte dipinta non è nera, è dorata; l’ambientazione si segnala con fiaccole e lanterne, mentre i corpi restano illuminati a giorno, perché Dio è Luce e il buio non può prevalere sull’immagine. Solo tardi compaiono cieli scuri pieni di stelle e falci di luna: quando la pittura accetta che la notte abbia una sua consistenza visiva, non solo simbolica ma concreta e credibile.

Infine, la notte non è muta. Nell’epilogo, infatti, Del Bo traccia un paesaggio acustico in cui si amalgamano le voci di civette e lupi, di rane e rospi, di guardie che intimano l’alt, di telai e filatoi al lavoro, di ubriachi, di penne che graffiano la carta al lume delle candele, di donne che reagiscono alla violenza. E chiude sul sonno – o sulla sua assenza, la mala notte, fino alla consapevolezza medievale che “dormire poco” fosse sintomo di malattia. Alla fine, Del Bo non riscatta la notte medievale ma la ricompone in tutta la sua complessità: cangiante, velata da un alone ostinato di profonda oscurità che, per noi moderni, immersi in una luce continua e quasi senza tregua, la rende ancora più affascinante.

Beatrice Del Bo

Tutto in una notte. Una storia insonne del Medioevo

il Mulino, pagg. 272, € 19

Egemonia senza cultura


Maurizio Crippa
Cara, piccola egemonia

Il Foglio, 21 marzo 2026

Questo documento sembra lungo. Per risparmiare tempo, usa l’assistente AI per leggerne un riepilogo”. Ho subito scherzato con Andrea Minuz, quando ho ricevuto il pdf e la prima schermata offerta dall’ineffabile Adobe è stata quella: il libro è lungo, passa al riepilogo. Forse a risolvere l’infinita querelle tutta italiana su chi sia depositario e padrone dell’egemonia culturale sarà L’AI, anzi già l’ha fatto. Minuz che insegna all’università, roba di standing superiore (nell’egemonia culturale di sinistra invece “se c’è la scuola, sarà una scuola di periferia, con giovani professoresse democratiche che tra mille difficoltà lottano in un mondo che della scuola non ne vuole sapere”), ne è consapevole: la vera egemonia è un riassunto culturale fatto con L’AI.

Il libro l’ho letto tutto, alla faccia di Adobe. Non soltanto perché pagina dopo pagina non riuscivo a smettere di ridere (per non piangere) al diluvio di ironie e pungenti di Minuz, un autentico maestro Itamae nel fare a fette i luoghi comuni, ma soprattutto per la messe incredibile di episodi, definizioni, polemiche, libri, film, dichiarazioni d’intenti o d’autore che hanno costruito nei decenni repubblicani un repertorio di insensatezza egemonica da riempirci l’arsenale di Venezia. Una barzelletta identitaria che ha appassionato le élite come il montaggio del cubo di Rubik: “Se, come mi sembra logico, nella cultura si comprendono scuola ed università non c’è dubbio che una dittatura in Italia c’è stata, ed è stata quella democristiana” (Cesare Cases). Ma anche: “L’egemonia culturale marxista l’abbiamo vista all’opera tutti” (Marcello Pera). Perle di supponenza: “La nozione di egemonia è stata usata male, non si tratta di un comando, è un fatto che si realizza quando le idee di qualcuno s’impongono perché sono più valide” (Massimo D’Alema). Non è soltanto un catalogo dei tic culturali, una wunderkammer degli orrori e delle presunzioni, il libro di Andrea Minuz. Si intitola “Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana”ed è edito da Silvio Berlusconi Editore: e già questo potrebbe essere il gioco-partita-incontro sull’intera faccenda, se soltanto i suoi eredi (intesi i politici), cioè la soi disant destra di governo in cerca di egemonia avesse seguito la strada del Cavaliere: “Più si è egemoni nella cultura, più le elezioni le vincono gli altri, come negli ultimi trent’anni hanno dimostrato le imprese elettorali di Berlusconi e oggi il caso americano”. (Minuz).

Abbiamo detto Arsenale di Venezia con trasparente intento maligno. Scrive Minuz: “Nella campagna elettorale del 2022, quando Giorgia Meloni annunciò che avrebbe ‘ribaltato l’egemonia culturale della sinistra’, molti hanno pensato a una provocazione”. Ma all’inizio del 2023, iniziata l’èra Meloni, talk e giornali erano invasi da discettazioni attorno “al superconcetto gramsciano”. Esempi di titoli (ridere): “In questo momento la destra sta leggendo Gramsci”, “Egemonia canaglia”, “La Rai perde Fazio e l’egemonia culturale”. Vennero gli ardimentosi tentativi di costruire un Pantheon della destra, per ora il più riuscito, diciamo, è stata una mostra su Tolkien. Unici risultati sistemici, le fiction Rai. Giampaolo Rossi: “Se gli americani avessero avuto Garibaldi e l’impresa dei Mille, l’avrebbero trasformato in un grande affresco hollywoodiano… Ci vuole una fiction bigger than life”. La lunga marcia verso l’egemonia era iniziata già prima. Convention di Fratelli d’italia, Milano 2022: nomi di un certo peso un concerto diretto da Beatrice Venezi che dava “simbolicamente voce” ai milioni di lavoratori in partita Iva. “La versione patriota delle vecchie sbornie operaiste della musica colta, quando Maurizio Pollini portava Musorgskij nelle fabbriche occupate”. I numi tutelari: “Venti cartonati, inconsapevoli e sparsi, messi lì con quel solito effetto-playlist: Enzo Ferrari, Giovanni Paolo II, Flaiano, Jünger, Hannah Arendt, Guareschi, Dostoevskij, Margherita Sarfatti, l’immortale Pasolini”. Micidiale sintesi: “La controegemonia della destra era già in pieno trip Leopolda e ‘storytelling’, rimbalzando tra Gramsci e Baricco”.

Primavera 2026. Dopo aver conquistato la Biennale con un presidente ormai più amato a sinistra che a destra, dopo avere piazzato due ministri al Collegio romano che hanno fatto e disfatto riforme e controriforme, nomine e contronomine, l’attesissimo Armageddon per l’egemonia culturale sta andando in scena a Venezia, ma in un modo inaspettato e ribaltato, letteralmente endogamico. Da un lato c’è il Gauleiter della Laguna Pietrangelo Buttafuoco “a dimostrare e praticare una fin troppo corazzata indipendenza” (Ferrara). Dall’altro il gemello diverso del Collegio Romano, Alessandro Giuli, calato nel compito di difesa della libertà della cultura, che però può esistere solo sotto il granitico controllo di politica e stato. Probabilmente Giorgia Meloni e i suoi consigliori l’avevano immaginata più facile. Il ha precipitato il libro nel mezzo di un cannoneggiamento in Laguna, ma anche senza questa coincidenza il saggio di Minuz va letto a partire dall’attualità. Senza la quale è impossibile capire come un tema assolutamente astratto come l’egemonia culturale possa da decenni essere stato usato come un manganello. E qui si precipiterebbe inevitabilmente nella noia del gramscismo, non fosse per la maestria con cui Minuz inanella perle di ideologia, gemme di assurdità e per contro disperate difese di chi cercava di arrampicarsi alla conquista della ma scivolando sempre a valle. “Make Gramsci pop again”. Gustoso scoprire – non ce l’avevate detto! – che “nelle tremiladuecentoquattordici pagine dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci il termine ‘egemonia culturale’ compare una volta sola… una definizione netta e perentoria di egemonia culturale non c’è”.

Non volendo scimmiottare gli archeologi del sapere, Minuz se ne avrebbe a male, basta ripartire da alcuni fatti noti: la capacità della sinistra, allora il Pci, di radunare gli intellettuali attorno al proprio progetto, offrire mete ideali e una rete di conforto tra mondo editoriale, accademico e politico. Poi “le idee devono diventare ‘storytelling’ direbbero alla Holden o alla Leopolda, e cioè fatto di ‘costume’, emozione collettiva”. L’Einaudi che pubblicava Gramsci era (anche) questa cosa qui, nei ricordi di Freccero su Pasolini: “Insisteva sempre con questa storia della tessera del partito comunista…io gli rispondevoche dopo aver letto ‘Buio a mezzogiorno’ di Koestler non avrei mai potuto, e poi non volevo rinunciare allo sherry e alle giacche di tweed. E lui: ‘Ma guarda che non sono più quei tempi, ti basterà venire a qualche riunione e salire sul carro dell’Einaudi il Primo Maggio’”. Egemonie e buone relazioni, compresi efficacissimi meccanismi ad excludendum. Renzo De Felice: “Se si volesse rievocare il mio caso…potrei fornire un’ampia documentazione di quel che si è detto e scritto su di me, compresa la parte non semplicemente negativa, ma anche intimidatoria”.

 Giuseppe Berto nel 1973 si presentò così al congresso Intellettuali per la libertà di Torino: “Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent’anni faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica da principio mi definì un dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancora più mi ostinavo a osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni anche fascista”. Un sistema blindato che però rapidamente declina in una autoparodistica pretesa di superiorità. Riassunto da Eugenio Scalfari, 2004: “L’eventuale egemonia della sinistra altro non sarebbe derivata che dalla qualità dei prodotti culturali dovuti alla libera creatività di artisti, letterati, registi, giornalisti, che hanno lavorato in piena libertà conquistando e affezionando lettori e ascoltatori liberissimi a loro volta di dirigere altrove le loro scelte quando quelle effettuate non avessero più appagato i loro gusti”.

Breve balzo in avanti. Come mai la destra ora giunta al potere, anziché goderselo berlusconianamente (parafrasando Papa Leone de’ Medici: “Se Dio ci ha dato l’egemonia politica, godiamocela”) si sta scervellando, offrendo il fianco il più delle volte a magrissime figure, per conquistare l’inutile egemonia culturale? Bisogna partire dall’inizio, come diceva la Lepre Marzolina ad Alice. E scoprire un fatto sempre trascurato: l’egemonia culturale della sinistra è come l’araba fenice. Se chiedi a loro, non c’è mai stata, è solo “la parte migliore del paese”che si raduna a “Prima pagina” di Radio3. O esiste soltanto in controluce, di riflesso, quando arriva la destra, come una dimostrazione evidente che la destra non ha cultura. Per dirla meglio: “La Grande Battaglia per l’egemonia ha regole complesse e incomprensibili… La scuola di pensiero sviluppata a destra lancia la sua protesta accorata contro il ‘giogo dell’egemonia’, espressione di una cultura a lungo occupata dalla sinistra prima comunista poi buonista poi progressista. Contro la GLE (Grande Lamentazione dell’egemonia) insorgono i teorici della PEC (la Presunta Egemonia Culturale). Agnostici radicali, i fautori della Pec sostengono che ‘l’egemonia culturale della sinistra’ non è mai esistita”. Immaginano un paese “venuto su tra collettivi anarcocapitalisti, antagonisti futuristi, appelli degli intellettuali per il libero mercato, saggi di Hayek e Milton Friedman in tutte le case degli italiani, Alba Rohrwacher che fa Ayn Rand in un biopic di Martone”. Esistono antidoti naturali all’egemonia culturale della sinistra? Sì, ad esempio le belle famiglie come quella di Minuz in cui non vigevano interdetti morali a vedere “Vacanze di Natale, oppure Top Gun, Rocky IV, La notte dei morti viventi perché ritenuti volgari, scemi, violenti, diseducativi, ‘troppo americani’”. Ma poi arrivano i vent’anni, l’università: “Lì ho scoperto che la cultura poteva avere a che fare con altre cose: l’essere accettati dagli altri, la reputazione, lo stile, il conformismo, la figaggine, l’indottrinamento”, racconta, con ribaltamento ironico: “Adesso guardavo Die Hard con Bruce Willis e quello che vedevo non era più un grande film ammazza-cattivi ma una sfacciata propaganda repubblicana, un tripudio di armi, machismo, muscoli… In una banale canzone d’amore si poteva annidare l’ideologia del possesso romantico e borghese, la mascolinità tossica”. E i romanzi? “Non bastava più leggerli. Ora venivano dissezionati alla ricerca di ‘strutture egemoniche’ nascoste. Dovette aspettare i trent’anni, l’età (un tempo) adulta, per liberarsi di quel “desiderio mimetico”, per dirla con un maestro di Peter Thiel. E finalmente scoprire “i saggi di Nabokov, di Robert Conquest”. E “la prosa limpida, affilata e infallibile di Isaiah Berlin”. Nel frattempo l’egemonia culturale della sinistra (sempre ammesso che fosse esistita) subiva come la sinistra un’inesorabile trasformazione. Iniziavano a scoprire quello che altrove sapevano già, che la cultura funziona al contrario: “Beniamino Placido raccontava un episodio illuminante. La Federazione lavoratori metalmeccanici di Milano aveva lanciato un’inchiesta sulle letture degli operai che vivevano nell’hinterland. E qui scopriva con orrore la realtà dei consumi proletari: gli operai non leggevano Il Metallurgico, rivista ufficiale della categoria, o l’unità. Preferivano Stop, Confidenze, Grand Hotel, Tex Willer, soprattutto TV Sorrisi & Canzoni. La Federazione definiva i risultati dell’inchiesta ‘sconcertanti’. Gli operai deludevano le attese”. Sarebbero venute le grandi “riscoperte del valore del pop, dalle Panini di veltroniana memoria in su. Intanto, oltreoceano, succedeva ben altro: “Gramsci goes to Hollywood”, l’egemonia non era più culturale né politica, iniziava a radicarsi nella morale, nel vittimismo. Robert Hughes scrisse il presa diretta “La cultura del piagnisteo”. Invece in Italia Repubblica si incaricava di forgiare la nuova egemonia dell’antiberlusconismo. Diventava “la startup di riferimento di intellettuali, attivisti, scrittori che cercano l’approdo in classifica, un corridoio per un premio letterario, una rubrica fissa, un filo diretto con la società civile”. Saviano? Nessuno si ricorda mai che Saviano diventa Saviano “quando muore Taricone, il primo eroe del Grande Fratello. Quel giorno, nella riunione di redazione a Repubblica, qualcuno dice ‘ma perché non chiediamo un commento a Saviano?’. Saviano aveva fatto lo stesso liceo di Taricone”.

E si torna alla domanda: perché mai la destra sente la necessità di combattere contro i mulini a vento di questa falsa rappresentazione sociale? C’è una piccola archeologia, anche qui. Il primo Campo Hobbit: “Immaginatevi allora questi giovani di destra, emarginati, odiati da tutti, che sognano il loro pezzo di Sessantotto. Una rivolta contro i padri, come i loro coetanei di sinistra. Immaginateveli a Montesarchio, provincia di Benevento, sperduti nelle lande molisane per ricreare un pezzo di Medioevo celtico nel nome di Tolkien, anche se il paesaggio non aiuta. Qui, nell’estate del 1977, si celebra il primo Campo Hobbit, la risposta della nuova destra al Parco Lambro”. E’ significativo che Minuz, dovendo ritrovare un nocciolo di cultura di destra che avesse la dignità di imporsi, oltre al manipolo di scrittori e registi trascurati (“abbiamo scoperto il ‘canone Longanesi’, che era meglio di quello Einaudi”) debba ricorrere alla piccola, gloriosa e osteggiata epopea della casa editrice Rusconi di Alfredo Cattabiani. Quella che scoprì “Il Signore degli Anelli”, snobbato dai grandi editori di sistema. Rusconi negli anni 70 è in grado di trasformare un editore “di rotocalchi” in un agguerrito editore controculturale, che piazza “un centinaio di titoli in poco più di tre anni: Bernanos, Jünger, Simone Weil, Del Noce, Mircea Eliade, Elémire Zolla, Cristina Campo, l’esordio di Guido Ceronetti… Un grande prequel dell’ascesa di Adelphi che renderà tutto più chic e instagrammabile”. L’operazione Rusconi è intelligente, funziona, quindi viene subito respinta in blocco dagli intellettuali. La casa editrice è bollata come neofascista, boicottata. Ma molti anni dopo, a determinare un sorpasso di “sensibilità”, mercato e pure bacino elettorale è stata l’unica vera egemonia di gusto che da quell’antico seme, dalla “compagnia dell’anello”, è sbocciato: la prevalenza del fantasy.

Il cane Atreju un tempo era il simbolo un po’ sfigato di una narrativa per ragazzi minore, “La storia infinita non era E.T., non era I Goonies, non era Ritorno al futuro”. Vent’anni dopo Atreju diventava i raduni a Colle Oppio. L’atreju di oggi, l’atreju di governo, della controegemonia, delle sfilate di ministri e soubrette, è un oggetto antropologico completamente

Nell’Italia di Atreju e Tolkien l’operazione di conquista si compie con l’abbandono della cultura alta e attraverso un dominio del pop diverso. Questo cambiamento d’epoca e gusti che fa di “Atreju ormai un posto family friendly” si porta dietro molto altro, “il fantasy come vendetta culturale”. Nuove mitologie. E’ il cane Atreju che attraversa le Paludi della Tristezza, non un movimento di massa. E’ Frodo che getta l’anello. La centralità dell’eroe – del leader, del predestinato – fonda una diversa idea della leadership. Il conservatorismo immaginifico di Tolkien dà senso alla critica del presente, il mondo è incantato perché è antimoderno. Potrebbe bastare come egemonia, no? Così, mentre nell’America di Trump “Gramsci diventato è una stella polare della Alt-right”, col programma “di prendere scuola, università, dipartimenti dell’istruzione e ribaltarli (sono americani: se lo dicono lo fanno), nell’Italia di Atreju e di Tolkien l’operazione di conquista si compie attraverso l’abbandono della cultura alta – università, chi le ha viste? Giornali, case editrici? Sono solo di nicchia – e attraverso un dominio del pop. E si torna alla Rai, alle fiction nazionalpopolari come canale unico. E ai pacchi di “Affari tuoi” di Stefano de Martino, il vero programma di governo di un pubblico-elettorato che non crede nella cultura ma nella fortuna e nella numerologia. (Di questo Minuz non parla, lo aggiungiamo noi). Non è strano che De Martino sia stato annunciato in diretta e come il futuro Gauleiter di Sanremo: la garanzia che il popolo di destra avrà lì la sua egemonia, con o senza Sal Da Vinci.

La “storia sentimentale di un’ossessione italiana” si specchia in questa contraddizione presente, una sinistra che grida allo scalpo e una destra che pretende di conquistare ciò che non ha o non le serve. Scrive Minuz: “Pare che le sorti di questo governo, e quelle della stessa Repubblica, dipendano ormai da ciò che accade al ministero della Cultura, divenuto evidentemente un simbolo”. Così, mentre la vera egemonia culturale, oltre che sui riassunti della AI, si fonda ormai sulla egemonia della Red Pill, col suo frullato di cultura internettiana, un cospirazionismo di sinistra diventato brutto, sporco, cattivo tale quale a quello Maga, mentre “il presentismo annebbia la progressione storica degli eventi, inclusa l’idea di avere a che fare con un qualche canone o tradizione culturale, o semplicemente con qualcuno più bravo di noi”la guerra per l’egemonia culturale appare d’un tratto obsoleta, sfocata, un fardello dell’uomo bianco del passato di cui liberarsi. A destra basta il fantasy, a sinistra dovranno accontentarsi di un nuovo pop e di un ruolo degli intellò da rincorrere chissà dove.

Apocalisse e Anticristo di paccottiglia

Nicolas Truong
Come Peter Thiel e i tecno-reazionari americani recuperano il pensiero del filosofo cristiano René Girard
Le Monde, 20 marzo 2026 

Contrariamente alle apparenze, la Francia non ha perso nessuna delle sue influenze. In un periodo disorientato, non è il suo magistero morale che viene apprezzato all’estero, ma le sue idee, alcune delle quali diffuse in tutto il mondo. È così: da Rousseau a Foucault, da Sartre a Barthes, la Francia esporta tanti grandi vini come pensieri riconosciuti a livello internazionale.

Il dibattito ideologico degli ultimi decenni si è concentrato sul pensiero francese degli anni 1960 e sulla sua ripresa attraverso l’Atlantico da parte di teorie che articolano genere, classe e razza, unendo intorno a loro giovani attivisti. Nel 2024, le manifestazioni degli studenti riuniti contro lo schiacciamento di Gaza erano state attribuite al “Wokism”, questo modo di essere risvegliati alle disuguaglianze di genere, ai pregiudizi razziali e agli studiosi coloniali. Sul banco degli accusati, la decostruzione trasmessa nei campus americani, con il nome di “Teoria francese” e sotto l’egida di Jacques Derrida (1930-2004), Michel Foucault (1926-1984) o Gilles Deleuze (1925-1995). I saggisti, spesso attaccati alla sfera conservatrice e neo-reazionaria, hanno installato nell'opinione l'idea che questi pensieri di differenza sigillassero la fine dell'universalismo e il trionfo dell'identitarismo.

Ma ecco un'altra influente teoria francese negli Stati Uniti, riemerge nello spazio pubblico dall'ascesa del trumpismo. Un’altra teoria francese focalizzata nel campus di Stanford, in California, tra cui i filosofi René Girard (1923-2015) e Michel Serres (1930-2019) – per non parlare di Jean-Pierre Dupuy, un loro cadetto, nato nel 1941 – sono i principali rappresentanti. Ex membro della Scuola Navale e filosofo della scienza, Michel Serres capì molto presto che il nostro secolo sarebbe stato quello della comunicazione e teorizzò la necessità di rendere la natura un soggetto di diritto. Ex studente della Scuola delle Carte e antropologo autodidatta, René Girard ha esposto la rivalità generata dalla mimesi dei desideri così come i legami tra la violenza e il sacro. Politecnico, specialista in questioni nucleari, Jean-Pierre Dupuy sviluppa una metafisica dei disastri, dalle pandemie agli tsunami.

I francesi di Stanford

 Controversa, l'improvvisa popolarità di quest'altra teoria francese degli espatriati in California deve molto a J. D. Vance, il vicepresidente degli Stati Uniti, e soprattutto Peter Thiel, ideologo e co-fondatore di Palantir Technologies – di cui Jean-Pierre Dupuy è rimasto interlocutore. I due sostenitori di Donald Trump usano il pensiero di René Girard, lanciando sermoni occidentalisti e imprecazioni catastrofiche sull’apocalisse e sull’Anticristo. Un dichiarato oppositore dei “vecchi anelli” che pensavano che “era meglio prima” e consapevoli che gli effetti della rivoluzione digitale sarebbero stati paragonabili a quelli dell’invenzione della scrittura e della stampa, Michel Serres – che non insegnava in inglese – sfuggiva alle riletture degli apprendisti stregoni della Silicon Valley.

All’ombra delle palme e del commovente “pensiero 68”, al crocevia tra scienza e letteratura, tecnica e religione, si sviluppò una filosofia singolare a partire dagli anni ’80 a Stanford, il famoso campus della costa della California. Nell’ambiente idilliaco di una città universitaria di oltre 32 chilometri quadrati situata nel cuore della Silicon Valley, tra il sud-ovest della baia di San Francisco e l’Oceano Pacifico, René Girard e Michel Serres, in “gemelli di dizigoti”, come scrive lo storico François Dosse nella sua biografia del secondo (Michel Serres.« jumeaux dizygotes » La gioia di conoscere, Plon, 2024), hanno trovato un ambiente per la loro ricerca pionieristica.

Fu a Stanford che René Girard, descritto da Michel Serres come “nuovo Darwin delle discipline umanistiche” al ricevimento del suo amico all’Accademia di Francia, nel 2005, scrisse Vedo Satana cadere come un fulmine (Grasset, 1999). Fu a Stanford che Michel Serres progettò The Natural Contract (Ed. François Bourin, 1990, ristampato da Flammarion), traspone il patto sociale di Jean-Jacques Rousseau all'età dell'Antropocene. È ancora a Stanford, in un ufficio condiviso dai tre filosofi e situato nell’edificio 260, la Pigott Hall, anche soprannominata “angolo delle lingue”, che Jean-Pierre Dupuy forgia la nozione di “catastrofismo illuminato”, che sviluppa nel suo libro più famoso, For an Enlightened Catastrophism. Quando l'impossibile è certo (Seuil, 2002). Mûri negli anni ’90, questo concetto è “una delle stimolanti scoperte di questo clima di Stanford in cui le domande apocalittiche e la teoria dei disastri sono quasi parte del linguaggio attuale”, afferma l’editore e scrittore Benoît Chantre, autore di una biografia dedicata a René Girard (Grasset, 2023).« l’une des percées stimulantes de ce climat stanfordien où les questions apocalyptiques et la théorie des catastrophes font presque partie du langage courant »Benoît Chantre, auteur d’une biographie consacrée à René Girard

Senza ridurre le loro idee alla loro fede, la filosofia che questi tre pensatori dispiegano sulla costa della California è di ispirazione cristiana. Questo è esplicito nell’opera di René Girard: si convertì al cattolicesimo mentre scriveva il suo primo libro, Romantic Lie and Romanesque Truth (Grasset, 1961), e considerava la Bibbia un “libretto di testo di antropologia”. Successivamente è stata riconosciuta da Michel Serres in Rereading the Linked (Le Pommier, 2019), un libro postumo in cui l'accademico sottolinea che il suo lavoro fa dialogare tra lo studioso e il religioso. Si riflette nell’opera di Jean-Pierre Dupuy, che caratterizza la “scienza” come una “teologia che si ignora” e che si presenta come un “cristiano intellettuale”.

“Relazione alla trascendenza”

Nel 1989, durante le riprese di un programma di “Apostrofe” nel campus di Stanford, il giornalista Bernard Pivot frequentò, nella Chiesa del Memoriale, la cappella ecumenica installata nel cuore del campus, presso l’ufficio domenicale in compagnia di Michel Serres, che notò una “ripresa della pratica religiosa tra i giovani”. La California non è solo il terreno degli hippie e degli yuppies, ma anche il terreno dei nuovi convertiti. In ogni caso, René Girard, Michel Serres e Jean-Pierre Dupuy “hanno accettato di riferirsi alla tradizione cristiana”, riassume Benoît Chantre.

« certain rapport à la transcendance »« des motifs qu’on retrouve dans le grand récit chrétien mais qui ne sauraient s’y réduire, comme le désastre chez Dupuy ou le sacrifice chez Girard » D'altra parte, continua l'autore di Petit Musc. Resoconti e leggenda (I Busclats, 2025), una favola dedicata a Elon Musk, “sono stati ovviamente dirottati verso un riincanto del cristianesimo, con citazioni frammentarie e argomenti parziali, e non solo tra i più detti degli ideologi MAGA [Make America »Great Again]”. Tuttavia, è soprattutto in questo ambito che avviene il recupero.

Co-fondatore del sistema di pagamento online PayPal e della società Palantir, un gigante dell’analisi dei dati e della sorveglianza digitale, Peter Thiel è un ideologo che rivendica il suo debito con René Girard, il cui insegnamento ha frequentato a Stanford nel 1990. Lettore del pensatore conservatore Leo Strauss e dell’avvocato nazista Carl Schmitt, questo ex studente di legge era particolarmente ostile al multiculturalismo e al “fondamentalismo” della “correttezza politica”. Descrive in dettaglio la sua avversione, prima su The Stanford Review, che ha co-fondato nel 1987, e poi in The Diversity Myth. Multiculturalismo e intolleranza politica nel campus (“Il mito della diversità. Multiculturalismo e intolleranza politica nei campus”, ha tradotto l’Istituto Indipendente, non tradotto), un libro firmato nel 1995 con David Sacks – ora lo “zar” delle criptovalute e dell’intelligenza artificiale con Trump – con il quale inventerà la società di pagamento online. Un libro “che dovrebbe incoraggiare gli amministratori universitari ad assumersi la responsabilità”, ha detto René Girard. Affascinato dal carisma del professore di Stanford, il miliardario Peter Thiel ha persino convertito il futuro vicepresidente degli Stati Uniti J. D. Vance – la cui ascesa politica sosterrà – alla teoria del desiderio mimetico e del capro espiatorio di Girard, che ha esercitato un vero fascino su un’intera generazione.

Che cos'è? Secondo il filosofo, il desiderio nasce sempre dall’imitazione di quello di un altro. Andò negli Stati Uniti nel 1947, notò insegnando al francese che il “desiderio mimetico” era una delle grandi sorgenti delle narrazioni letterarie. Da Proust, ma anche da Stendhal, Dostoevskij, Flaubert o Cervantès, René Girard mostra che, lontano dai luoghi comuni romantici sulla singolarità del desiderio, la verità romantica espone il suo carattere essenzialmente imitativo: Don Chisciotte imita i cavalieri medievali, e gli snobisti proustiani di A la recherche du temps come canta gli aristocratici.

In una parola, “possiamo desiderare un oggetto solo se qualcun altro lo desidera”, riassume il filosofo Charles Ramond in Le Vocabululaire di René Girard (Ellipses, 2009), aggiungendo che la teoria del desiderio mimetico è “sia originale che ovvia”, ognuno può osservare come i bambini invidiano il giocattolo che un altro possiede. Peter Thiel è stato afferrato dalle ipotesi di Girard, lanciato in Romantic Mensonge e Romanesque Truth. Il desiderio mimetico può essere perfettamente illustrato nei social network, soprattutto nell’influenza del pioniere Facebook – creato da Mark Zuckerberg e di cui Peter Thiel è stato il primo investitore – dove tutti guardano allo specchio degli altri.

Questa rivalità non è solo romantica. Nel mondo sociale, porta a conflitti e violenze senza fine, che vengono interrotte solo dalla designazione di un “capro espiatorio”, reso responsabile dei mali di un collettivo (epidemia, carestia, disoccupazione o insicurezza). La sua espulsione, e talvolta anche la sua uccisione, allenta le tensioni e riconcilia il collettivo un tempo strappato. Paradossalmente, il capro espiatorio, perché svolge questo ruolo di riconciliatore, otterrà uno status particolare e sarà trasformato in un eroe o in un dio, per suscitare rituali. Questo meccanismo è alla base della nascita di qualsiasi società, teorizza René Girard in La Violence et le sacré (Grasset, 1972), un lavoro alimentato questa volta dall'antropologia. Per lui, il cristianesimo è l’unica religione a rivelare l’innocenza del capro espiatorio: Cristo è considerato una vittima sotto la cui egida si pone, interrompendo così irreversibilmente il ciclo della violenza sacrificale.

Girard invocato da J. D. Vance

Per molti, questa concezione è una vera rivelazione. Specificando che tutti i suoi libri Affiderà lo stesso René Girard: “È stata la mia conversione che mi ha messo sulla pista mimetica, ed è stata la scoperta del principio mimetico che mi ha convertito. Impressionato dalla lettura antropologica dei Vangeli fatta dal suo mentore, Peter Thiel dirà che la teoria girardiana rafforza la sua fede cristiana. Forgia anche il suo design aziendale, che consiste nella costruzione di monopoli economici per sfuggire alla concorrenza mimetica del mercato. Inoltre, secondo Paolo Benanti, padre francescano e consigliere del papa sul tema dell’intelligenza artificiale, la teoria del desiderio mimetico ha rivelato la “vera dimensione politica” della “Mafia Paypal”. Questa banda di imprenditori, precedentemente riuniti all’interno di PayPal (in cui i futuri creatori di SpaceX, LinkedIn o YouTube) e di cui Peter Thiel è lo “sponsor”, ritiene che, “se gli esseri umani sono macchine da imitare, allora colui che controlla gli algoritmi che suggeriscono chi o cosa imitare il controllo dell’azienda”, scrive Paolo Benanti nel Grande Continente del 14 marzo.

In un articolo pubblicato dalla rivista cattolica The Lamp, nel 2020, intitolato “Come mi sono unito alla Resistenza”, J. D. Vance spiega che la sua conversione al cattolicesimo è stata attraverso la scoperta del lavoro di René Girard, durante una conferenza tenuta da Thiel nel 2011, “il momento più sorprendente” della sua visita all’Università di Yale.

A questa conferenza, J. D. Vance ebbe la sensazione che la sua “ossessione per il successo in sé” al fine di “vincere la competizione sociale” fosse stata messa a nudo. Quel giorno, Peter Thiel “ha messo a parole una sensazione indefinita” che lo stava attraversando, perché la teoria di René Girard della rivalità mimetica “riecheggiava direttamente alcune delle pressioni che [lui] aveva subito a Yale”, ricorda. Ma “è stata la sua teoria correlata del capro espiatorio – e ciò che ha rivelato sul cristianesimo – che lo ha portato a riconsiderare la sua fede”, confessa. “Impantanati nella palude dei social media, abbiamo designato un capro espiatorio e ci siamo lanciati contro di lui virtualmente. Eravamo guerrieri della tastiera, che riversavano il nostro odio sugli altri tramite Facebook e Twitter, ciechi ai nostri problemi. Da una famiglia evangelica, J. D. Vance si convertirà al cattolicesimo nel 2019.

“Il pensiero di René Girard non ha aspettato che Peter Thiel tornasse in prima linea, tempera Benoît Chantre, che è stato presidente dell’Associazione Recherches mimétique dal 2005. È soprattutto l’evento apocalittico dell’11 settembre che riporterà nella foresta quella che annunciava, nel 1972, lo “spettacolare ritorno della violenza essenziale”. “Una testimonianza di una “nuova tappa dell’ascesa agli estremi”, considera René Girard, in Achever Clausewitz, un libro di interviste con Benoît Chantre (Carnets Nord, 2007, re-ed.« nouvelle étape de la montée aux extrêmes »Achever Clausewitz Grasset, 2022) che prolunga alcune intuizioni del teorico militare prussiano Carl von Clausewitz (1780-1831), che “la guerra non è altro che un duello su scala più ampia”, nell’immagine di quella tra i “rivali mimetici” che sono oggi Cina e Stati Uniti.

Apocalisse e Anticristo

René Girard sostiene anche che “l’apocalisse non è altro che l’incarnazione del cristianesimo nella storia”. Che sia considerato come una “rivelazione” (dell’innocenza dei capri espiatori) o un “disastro” (climatico e nucleare), l’apocalisse diventa una categoria centrale a René Girard. Questo pensiero apocalittico sedurrà anche Peter Thiel, che finanzierà un programma di diffusione della teoria girardiana, Imitatio, la cui ricerca è stata affidata a Jean-Pierre Dupuy. “Ho ricevuto denaro sporco”, ha detto a Le Monde, menzionando che parte della traduzione inglese dei suoi libri è stata finanziata dal miliardario. Commenti fatti in seguito alle proteste causate dall'adoubement di Peter Thiel, un libertario neo-reazionario ricevuto a gennaio all'Accademia delle Scienze Morali e Politiche, a Parigi, per parlare dell'Anticristo davanti a un gruppo di lavoro sulla democrazia.

Figura enigmatica della fine dei tempi, l’Anticristo viene assimilato da Thiel al “governo mondiale” che “trasformerebbe il pianeta in una prigione”. Di fronte a considerazioni su Armageddon che oscillano tra “onde” riferimenti biblici presi in prestito dalle epistole di Paolo ai Tessalonicesi o all’Apocalisse di Jean de Patmos, ma anche ai blockbuster di fantascienza, Jean-Pierre Dupuy fu tentato di riprendere la formula dello scrittore inglese G. K. Chesterton (1874-1936): “Il mondo moderno è pieno di idee cristiane impazzite. »

Nel dicembre 2025, Peter Thiel e Jean-Pierre Dupuy hanno incontrato a San Francisco un vecchio amico, Jerry Brown, ex governatore democratico della California. Sono stati anche accompagnati da Paul Leslie, autore di un articolo con il titolo esplicito sulla rivista americana Salmagundi (primavera-estate 2025): “From Philosophy to Power: The Misuse of René Girard di Peter Thiel, J. D. Vance e la destra americana: la strumentalizzazione di René Girard di Peter Thiel, J. D. Vance e la destra americana”). Durante questo pomeriggio di pioggia ma intenso, che Jean-Pierre Dupuy ha raccontato a febbraio in un articolo per la rivista Philosophy (fuori serie n° 68), Peter Thiel ha detto ai suoi interlocutori che l’influenza di René Girard su di lui è “meno forte di quanto pensiamo”, mentre quella di Carl Schmitt è ora più evidente, soprattutto nel suo uso del concetto teologico di “katechon”, questa forza inibente e regolatrice che impedisce la venuta dell’Anticristo et di un caos anticipatore dell'apocalisse.

“Un tratto importante avvicina Schmitt a Girard”, ricorda Jean-Pierre Dupuy. Entrambi criticano l'Illuminismo per aver chiuso un occhio sulla violenza insita nella natura umana. Rifiutano la finzione di un contratto sociale all'origine dell'ordine politico. “Questo è il motivo per cui “l’interpretazione che Thiel de Girard fa non è folle”, ha detto Dupuy. Ma il clima di tirannia negli Stati Uniti è della massima preoccupazione per l'autore di Petite métaphysique des tsunamis (Seuil, 2005). Per non parlare del discorso di J. D. Vance a Monaco di Baviera nel febbraio 2025 non è passato da questo europeo convinto. In un’arangameria a forma di sermone rivolta al Vecchio Continente, il vicepresidente degli Stati Uniti ha spiegato che la sfida “più urgente” è stata quella dell’immigrazione di massa, “suggerendo che la carità, cioè l’amore cristiano, non deve essere d’accordo al di là di una certa cerchia di parenti, il che è inaccettabile”, afferma Jean-Pierre Dupuy.

Ex studente di Stanford, Paul Leslie ha partecipato diversi anni al piccolo gruppo di lettura guidato da René Girard che si è incontrato ogni due settimane nel campus di Stanford. Ha così incontrato Peter Thiel, il cui “entusiasmo per René Girard e teoria mimetica è sempre stato sincero”, testimonia. Ma osserva che il co-fondatore di Palantir “distorce selettivamente i concetti girardiani pervertendo il loro significato originale”. Da parte sua, fa notare, J. D. Vance “impegnato in una pratica classica di designare capri espiatori” quando nel 2024 ha trasmesso le voci più deliranti sugli immigrati haitiani, accusati dai trumpisti di aver mangiato gli animali domestici dei residenti di Springfield, in Ohio. “Questa diversione illustra la facilità con cui le idee di Girard possono essere applicate erroneamente per perpetuare la designazione dei capri espiatori, che denunciano”, afferma Paul Leslie.

“Dobbiamo studiare René Girard per se stesso ma anche per rimuoverlo da Peter Thiel”, propone il filosofo Frédéric Worms, che, durante una tavola rotonda in una conferenza, nel giugno 2023, ha risposto al miliardario in termini di rigore accademico e “criticando le sue posizioni antidemocratiche”. Vicino a Michel Serres, di cui era studente e di cui co-dirige l'edizione delle Opere Complete, il direttore dell'Ecole normale supérieure non faceva parte del cerchio dei Girardi. Incolpa Girard per “la sua visione troppo antipolitica dei fenomeni antropologici” e “la discutibile importazione” di categorie teologiche in campo filosofico, come quella dell’apocalisse.

L’operazione di Peter Thiel sul pensiero di Girard è “un dirottamento ideologico tipico dell’aggressività intellettuale caro a questi mentori del trumpismo, così come siamo stati in grado, in passato, di distorcere e distogliere la Teoria francese verso destra anche e insegnare a Foucault nel management o leggere Deleuze nelle scuole degli ufficiali dell’esercito israeliano”, analizza François Cusset.« un détournement idéologique typique de l’agressivité intellectuelle chère à ces mentors du trumpisme, de même qu’on a pu, par le passé, déformer et détourner à droite aussi la French Theory et enseigner Foucault en cours de management ou lire Deleuze dans les écoles d’officiers de l’armée israélienne » “Questa ripresa ricorda Nietzsche per l’estrema destra, prima di essere riletto e reinterpretato da Michel Foucault e Gilles Deleuze negli anni 1960”, osserva François Dosse.

"Gallista atipico di sinistra"

Figlio della sconfitta del giugno 1940, René Girard era molto presto allarmato dal “petainismo americano”, e fu fortemente segnato dalla permanenza della segregazione razziale. "La moreshness in stile americano di J. D. Vance è lontano da René Girard, che era un atipico guallista di sinistra, un fervente difensore della desegregazione lanciata dal presidente Eisenhower ", afferma Benoît Chantre.

Certamente, René Girard non era un sessantottino e difficilmente assaggiava il “politicamente corretto”, che ha persino definito “totalitarismo nascente”. Ma, continua Benoît Chantre, che ha pubblicato un’antologia di testi di René Girard che intendeva dimostrare che il suo pensiero non è un “oggetto politicamente recuperabile” (Le Désir de tyrannie, Grasset, 152 pagine, 12 euro), “non possiamo mai sostenere una politica di esclusione facendo affidamento sul pensatore che ha più radicalmente denunciato, dall’ammissione stessa di Michel Foucault, i fenomeni di persecuzione”« objet politiquement récupérable »Le Désir de tyrannie« on ne pourra jamais soutenir une politique d’exclusion en s’appuyant sur le penseur qui a le plus radicalement dénoncé, de l’aveu même de Michel Foucault, les phénomènes de persécution » E “nessuno di coloro che hanno lavorato nel programma Imitatio partecipa alla galassia “neoconservatrice” che vogliamo assolutamente che Girard sia il sole”, ha detto.

In Francia, un giovane politico, probabilmente più Nietzschean che un Girardiano, fa parte di questa corrente: Alexandre Avril. Normaliano, giovane sindaco di Salbris (Loir-et-Cher) e vicepresidente dell’Unione del diritto per la Repubblica, il partito di estrema destra fondato dal deputato Eric Ciotti, Alexandre Avril ha difeso nel 2023 una tesi su “Nietzsche di fronte all’ipotesi mimetica”, ansioso di dimostrare che “René Girard è stato un grande lettore di Nietzsche” e certo che “il confronto dei loro pensieri”« grande fécondité intellectuelle » Proveniente da un territorio eccentrico – come il Vice Presidente degli Stati Uniti – Alexandre Avril, che ha diretto, con Paolo D’Iorio e David Simonin, il lavoro collettivo Nietzsche e Francia (Cnrs, 2025), è stato abolito dal miliardario ultraconservatore Pierre-Edouard Stérin, che lo ha nominato come “miglior candidato alle elezioni presidenziali del 2032”.

È quest’altra Teoria francese che strega l’élite neoreazionaria americana che prende il posto di quella dei progressisti di ieri? È per dimenticare che i due sono strettamente legati. Il momento di connessione tra i due poli della Teoria francese non si è svolto a Stanford, ma a Baltimora (Maryland) nel 1966, durante un simposio organizzato alla Johns-Hopkins University, intitolato “I linguaggi della critica e delle scienze umane”.

Nuova umanità digitale

1966, è l’“anno luce dello strutturalismo”, crede lo storico François Dosse, autore di Histoire du strutturalisme (La Découverte, 1991-1992).« année-lumière du structuralisme »Histoire du structuralisme Secondo lui, René Girard, lungi dall’essere ostile, “voleva importare negli Stati Uniti” questo metodo di analisi delle strutture del linguaggio, del pensiero o della parentela. I rappresentanti più importanti dello strutturalismo, come Roland Barthes, Jacques Lacan (1901-1981), Jean-Pierre Vernant (1914-2007), Tzvetan Todorov (1939-2017) e molti altri, sono in gioco. L'obiettivo? Costruire un istituto strutturalista a Baltimora, “di cui René Girard sarebbe stato uno dei capisaldi”, ricorda Benoît Chantre.« dont René Girard aurait été l’une des chevilles ouvrières » Ma imponendo quello che sarà chiamato “poststrutturalismo” da un “omicidio simbolico” di Claude Lévi-Strauss, continua, la comunicazione di Jacques Derrida segnerà gli spiriti e lancerà i primi passi della decostruzione. Trama: è stato René Girard a portare quella che in seguito sarà chiamata la “Teoria francese” negli Stati Uniti.

“Guardati dalle etichette affrettate”, avverte François Cusset. Già, quella della “Teoria francese” è una forma di marketing intellettuale attribuibile all’università americana. “Ci sono allora “anche meno altre teorie francesi che tengono”. Qualcosa è stato cristallizzato negli anni 1980-1990 intorno a questi intellettuali francesi stabiliti a Stanford.

Con la serie degli Hermès (Mezzanotte, 1968-1980), Michel Serres aveva capito molto presto che il futuro era la comunicazione: “L’uomo, ora o presto, vivrà solo messaggi. “Senza dubbio a causa di questa vicinanza alla Silicon Valley, ha spinto ulteriormente la descrizione della nuova umanità digitale, come dimostra Petite Poucette (Le Pommier, 2012), uno dei suoi grandi successi. René Girard ha voluto rivelare “le cose nascoste dalla fondazione del mondo”. E Jean-Pierre Dupuy ha cercato di anticipare il disastro per evitarlo. Indusive o giustificate, le recenti polemiche sui loro usi ideologici hanno tuttavia permesso di scoprire la profonda vitalità di questi pensieri transatlantici francesi.

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