lunedì 17 agosto 2026

A che punto è il Palio

Roberto Barzanti
Il Palio, l'industria del cavallo e il drappellone contestato

il manifesto, 17 agosto 2026

La data delle festività dell’ Assunzione in cielo di Maria – anima e corpo – cade il 15 agosto, ma a Siena i festeggiamenti più solenni si celebrano il giorno dopo, allorché si svolge nel Campo il Palio alla tonda che ebbe formale inizio nel XVII secolo. Fino ad allora la corsa si dipanava lungo le affollate strade della città ed era aperta a chiunque volesse parteciparvi. Il trasferimento della contesa nel teatro del Campo fu determinante nel dare stabilità e continuità all’avvenimento. È insomma la festa del giorno dopo, di quando, esaurita la componente civico-liturgica con la quale Siena e le terre da lei dominate si recavano in Cattedrale in una rituale processione, irrompeva il momento sfrenato e gioioso che aveva a protagonista le Contrade. Lo spettacolo teatrale fu accolto con tale meraviglia che, per così dire, si consolidò e proseguì contro ogni ostacolo.

Caduta la Repubblica a metà Cinquecento, sopravviveva nelle insegne, nei costumi, nei simboli che sfilavano nel circuito del Campo la fiera nostalgia per un’indipendenza perduta. Lungo i secoli i mutamenti e le regole hanno subito modifiche a non finire, ma lo spirito sotteso che sommuove il trionfo cittadino non si è spento. Il Palio post-moderno, insomma, cita il passato e lo riversa nel presente. Ha inevitabilmente acquisito sempre di più caratteri tipici della scalcinata ippica superstite. Le rivalità tra le diciassette Contrade serbano l’asprezza di una volta, ma si intrecciano con il crescente predominio di fantini e scuderie. Ci si interroga accanitamente se Giovanni Atzeni detto Tittia, vincitore di dodici Pali sui quarantadue a cui ha preso parte, eguaglierà il gruzzolo delle tredici vittorie conquistate da Luigi Bruschelli detto Trecciolino o addirittura riuscirà a battere il primato detenuto da Andrea De Gortes detto Aceto che su cinquantotto corse si è imposto vittorioso ben quattordici volte. Ora Andrea ha addirittura aperto un museo su se stesso ad Asciano, paese a due passi da Siena dove risiede come un divo  ineguagliabile.

Se prima i cavalli assegnati alle Contrade erano spesso ronzini da traino di carrozze, oggi si è fatto spazio a cavalli di grande qualità, curati con rigore scientifico e protetti da esperti veterinari. Si tratta per lo più di esemplari mezzosangue, sovente angloarabi ottenuti incrociando il purosangue inglese o l’arabo con fattrici appositamente scelte. Sono più robusti e più adatti – si dice – ad affrontare le spigolosità di un percorso accidentato, ma i rischi permangono (come del resto può accadere in qualsiasi ippodromo) e creano preoccupazioni o sorprese che talvolta vanificano gli occulti patti dell’affaccendata diplomazia contradaiola.

La quale, si deve aggiungere, può essere stravolta da accordi tra fantini, tradimenti e colpi di scena che sono il sale di una carriera in cui la Fortuna gioca un ruolo di antagonista alla Virtù umana. Questo dualismo sembra riflettere una visione alla Machiavelli.

La commedia può avere esiti tragici, non è mai scritta prima di essere recitata. Si è formata attorno al Palio una specie di industria del cavallo che ha raggiunto numeri impensabili anni addietro. Alla tratta del 13 agosto sono stati provati ben trentacinque degli oltre cento esemplari candidati. Tutti i migliori sono stati ammessi. Le dieci Contrade in lizza giostreranno non tute certo con identiche chances ma, come si diceva, le scadenti brenne di una volta sono scomparse. La Lupa ha avuto Diodoro, portato alla vittoria lo scorso luglio da Tittia, l’Aquila ha affidato Benitos a Carlo Sanna detto Brigante e il Nicchio, Contrada che non vince da tanti anni, è riuscita ad accaparrarsi la monta di Tittia che guiderà Anda e Bola. Non val la pena di sbilanciarsi in previsioni che rischiano di essere smentite da un soffio della malasorte.

Il Palio di questo agosto passa alla storia anche per una vicenda che investe la qualità del serico stendardo di seta – il drappellone – da consegnare a chi ha trionfato. Da quando si son chiamati, a partire dal 1970, artisti non tradizionalmente legati ai moduli figurativi in voga a Siena, non sono mancate discussioni anche molto severe. Raffigurare l’Assunta oggi è per parecchi autori un’impresa difficile da assolvere. Le dispute insorgono perché non si tien conto, aldilà di quanto disposto dal regolamento del Palio circa gli obblighi araldici che l’oggetto del desiderio non è un quadro da collocare su un altare ma una prova di invenzione creativa che registra i linguaggi e le tendenze della contemporaneità.

Taluni protestano invocando una maggiore presenza di senesi, ma così facendo non si accorgono di esprimere un’idea che sa di razzismo anagrafico. Tra gli autori pure stranieri incaricati all’uopo dall’amministrazione comunale e chi a Siena pratica l’arte pittorica si deve stabilire – questo era il fine – un dialogo intenso e fecondo. In buona misura l’effetto è stato raggiunto perché ogni città oggi è un pezzo di mondo e l’arte non ha anagrafe. Sarebbe assurdo chiedere di riprodurre fedelmente l’Assunta così come veniva rappresentata, sempre uguale a se stessa, in drappelloni di stampo artigianale senza sintonizzarsi con tendenze e interpretazioni innovatrici tali da parlare al mondo.

Soluzioni iconografiche molto discutibili se ne sono avute ma accolte perlopiù con generosa comprensione. Certo si sono avuti anche casi limite: l’arcivescovo Buoncristiani si rifiutò di benedire il drappellone di Charles Szymkowicz perché aveva immaginato una Madonna molto imparentata con il neoespressionismo europeo e con lineamenti non certo dolci e regali. Alcuni autori, come Bruno Cassinari e Ernesto Treccani, non tennero conto che l’Assunta non deve avere tra le braccia il bambino Gesù, dal momento che il Figlio era morto adulto da tempo. Però opere come quelle di Marco Tanganelli, senese che guardava lontano, o Valerio Adami, malgrado dubbi e perplessità, sono ora esibite come testi di cui andare fieri. Occorre continuare per questa strada. Per il 16 agosto del 2026 il drappellone è stato commissionato alla rumena Teodora Axente e doveva celebrare anche la vittoria dei senesi nell’avventurosa battaglia di Camollia del 1526. In effetti il risultato di un’opera rimuginata con eccesso di zelo, è stata assai deludente.

Il presentatore ha cercato di spiegarla evocando la capacità di sintetizzare da parte dell’esecutrice, il linguaggio della celebre scuola di Cluj con i moduli della tradizione locale. Francamente: è venuto fuori un insieme in cui allegorie ispirate al Buon Governo lorenzettiano e lambiccate mostruosità dettate da un bizzarro surrealismo non si amalgamano in un’opera dotata di una plausibile coerenza. Sarebbe un errore cogliere le riprovazioni e i dubbi espressi da molti e soprattutto in ambito ecclesiastico per interrompere una scommessa che enormemente arricchito il patrimonio artistico delle contrade e della città. Il vescovo cardinale di Siena Augusto Paolo Lojudice ha osservato che il lavoro della Axente «non riflette né i canoni della tradizione culturale, né della devozione o dell’espressione delle Madonne come siamo abituati e come sarebbe giusto esprimere» e ha suggerito che tutti gli artisti abbiano un confronto con i correttori, cioè con i sacerdoti che in ogni Contrada curano gli aspetti devozionali e i momenti di culto.

L’illuminato don Enrico Grassini si è spinto più in là e ha proposto che «l’artista deve essere edotto ben prima di concepire l’opera» confrontandosi con la quotidianità di Siena e dei suoi rioni. Si dimentica ancora una volta che il Palio deve parlare a tutti, credenti e non credenti e che se il senso della sacralità deve sopravvivere non può essere declinato ripetendo all’infinito una figuratività ormai inerte e pigramente consolatoria. Se si teorizza una svolta del genere si certifica che l’arte contemporanea non è più abilitata a rappresentare il rapporto con il sacro in termini coraggiosamente innovatori e tali da essere capiti e amati, magari non immediatamente, a chi rimanga sentimentalmente  legato all’ovvia pretesa estetica del santino. Il discorso da sviluppare è solo apparentemente secondario e anzi tocca un tema chiave.

Io, come sindaco – mi scuso se mi premetto di inserire una notazione autobiografica – mi sono pentito di non aver avuto il coraggio di affidare l’elaborazione di un palio ad Alberto Burri. Forse non c’era pittura che in modo più coinvolgente avesse dato dolente concretezza di un’arte non consolatoria alle lacerazioni dei nostri anni turbati.

domenica 16 agosto 2026

De Gaulle al cinema, un successo

Kim Willsher
"Lo spirito di resistenza": il film biografico su de Gaulle si rivela un successo a sorpresa tra i giovani francesi

The Guardian, 16 agosto 2026

Il 18 giugno 1940, Charles de Gaulle , allora un giovane ufficiale dell'esercito poco conosciuto, sedeva in uno studio della BBC a Londra e lanciò il suo famoso appello alla resistenza francese contro l'occupazione nazista e il suo governo fantoccio di Vichy.

Agli occhi del primo ministro britannico Winston Churchill, De Gaulle era una spina nel fianco arrogante, ostinato e ribelle per lui e per gli alleati, ma il francese non smise mai di credere nella grandezza della Francia e nella necessità della resistenza.

Ora, un nuovo film biografico in due parti, basato su una biografia di De Gaulle scritta da un autore britannico, si è rivelato un inaspettato successo estivo nei cinema francesi e ha regalato ai giovani del paese un nuovo vecchio eroe.

La Battaglia di Gaulle, in uscita nelle sale cinematografiche del Regno Unito il 28 agosto e il 19 settembre, ha già attirato un pubblico di 5 milioni di persone dalla sua uscita a giugno, rivaleggiando con i blockbuster hollywoodiani Spider-Man: Brand New Day e The Odyssey. E non solo perché le sale cinematografiche sono state rifugi climatizzati dalle ondate di calore che si sono susseguite.

La storica francese Alya Aglan, professoressa all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi e coautrice del bestseller De Gaulle, Francia e il mondo, ha affermato: "Nella storia della Francia abbiamo sempre avuto un 'uomo provvidenziale', qualcuno che è arrivato al momento giusto e ha trasformato una situazione di debolezza in una posizione di forza.

"L'entusiasmo dei giovani per il film deriva dalla scoperta di aspetti di una storia a loro sconosciuti: quella di un uomo che ha conosciuto fallimenti, esitazioni, difficoltà e che ha incarnato lo spirito di resistenza rimanendo fedele a se stesso contro ogni avversità, anche a costo di apparire a volte ridicolo."

Un'immagine dalla prima parte de La Bataille de Gaulle – L'age de Fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

"C'è emozione, ci sono informazioni che non conoscevano e che risuonano con i giovani di oggi, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali in cui ci troveremo in una situazione di forte divisione."

I due film, entrambi della durata di quasi tre ore e con un budget di produzione fino a 80 milioni di sterline, sono tratti dalla biografia di De Gaulle del 2018 intitolata "A Certain Idea of ​​France: The Life of Charles de Gaulle" di Julian Jackson, professore di storia alla Queen Mary University di Londra.

La prima parte, L'Âge de fer (L'età del ferro), ripercorre il viaggio di De Gaulle a Londra nel giugno del 1940 e la fondazione delle forze della Francia Libera per combattere i nazisti, mettendo in evidenza la battaglia di Bir Hakeim, in cui 3.700 soldati della Francia Libera resistettero nel deserto libico contro 37.000 soldati nazisti guidati da Erwin Rommel per 16 giorni, consentendo all'Ottava Armata britannica di ritirarsi. La seconda parte, J'écris ton nom (Scrivo il tuo nome), copre il resto della guerra fino alla liberazione della Francia nel 1944.

Diretto da Antonin Baudry, diplomatico francese ed ex consigliere ministeriale, il cast comprende Simon Abkarian, che ha interpretato il cattivo Alex Dimitrios in Casino Royale di James Bond, nel ruolo del generale de Gaulle, e il pluripremiato attore shakespeariano britannico Simon Russell Beale nel ruolo di Winston Churchill.

Il secondo film, J'écris ton nom, ripercorre la storia di De Gaulle fino alla liberazione della Francia. Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

Baudry ha dichiarato alla radio francese di voler che i film "parlassero ai giovani... e affrontassero i temi della guerra, della resistenza e dell'impegno".

Dopo la prima uscita, il film biografico sembrò un flop; ma per attirare un pubblico più giovane, la casa di produzione Pathé organizzò delle proiezioni di gruppo condotte dall'influencer di YouTube e Instagram Inoxtag, offrendo ai giovani spettatori l'opportunità di incontrare Baudry. Anche le amministrazioni locali offrirono biglietti gratuiti agli studenti e la notizia si diffuse rapidamente.

Fuori da un cinema del centro di Parigi la settimana scorsa, Alex, studente di economia aziendale, e i suoi amici hanno detto di aver apprezzato il film. "Ne avevamo sentito parlare sui social media e abbiamo deciso di vederlo", ha detto Alex. "A scuola ci insegnano la storia della Francia Libera e di De Gaulle, ma c'erano molte cose che non sapevo. È stato interessante vedere come gli studenti parigini abbiano risposto all'appello alla resistenza di De Gaulle".

Simon Abkarian nel ruolo di Charles de Gaulle in L'Age de fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

Lo storico Henry Rousso, specialista della seconda guerra mondiale, ha affermato: "Ci sono pochissimi film nel cinema francese che possono essere definiti 'epopee' storiche e questo è uno di questi. Il regista è riuscito forse perché si tratta di una delle più grandi epopee della storia francese."

“De Gaulle fu un personaggio eccezionale durante la sua vita e lo rimane ancora oggi per i francesi, in un momento in cui non esiste una figura politica equivalente.”

Non tutti sono altrettanto entusiasti. Arnaud Teyssier, storico e biografo di De Gaulle, ha liquidato il film biografico definendolo una "striscia a fumetti" che non rendeva giustizia al soggetto.

«Il film non è privo di grande fascino: ha avuto un budget elevato, una buona distribuzione ed è basato su una biografia giustamente rispettata. Ma la delusione è altrettanto grande», ha scritto sulla rivista Le Point .

Simon Russell Beale interpreta il primo ministro britannico Winston Churchill (a sinistra). Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

"De Gaulle... con il suo atteggiamento sfuggente, è molto più complesso da ritrarre rispetto a Churchill, per il quale basta un attore corpulento che snocciola una battuta dopo l'altra fumando sempre un sigaro", ha scritto Teyssier.

Nathalie Cieutat, vicedirettrice generale della distribuzione di Pathé Films, ha affermato che le ricerche della società hanno dimostrato che "è il tema della resistenza ad aver reso il film particolarmente popolare tra i giovani".

Mentre la Francia si avvicina a quelle che si preannunciano come elezioni presidenziali molto combattute il prossimo anno , che secondo gli attuali sondaggi potrebbero sfociare in una battaglia tra l'estrema destra del Rassemblement National e l'estrema sinistra di France Insoumise, Aglan ha affermato che la figura di De Gaulle ha una risonanza particolarmente attuale.

«Quando i francesi sono divisi e si trovano di fronte all'estrema destra e all'estrema sinistra, e non sanno per chi votare quando non desiderano né l'una né l'altra, vorrebbero avere la possibilità di scegliere un uomo o una donna provvidenziali che possano salvarci da scelte così terribili», ha affermato.

“De Gaulle infonde speranza perché ha resistito e in questo momento tutti stanno pensando a come resistere.”

Introvabile Itaca. La nostalgia

Maurizio De Giovanni
La nostalgia è un utensile ambivalente. Può darci felicità e pace, o fare e farci del male

La Stampa, 16 agosto 2026

Anche la nostalgia che sembra più sana potrebbe rivelarsi ambigua… col passare del tempo non ricordiamo tutto nei minimi particolari. In un ricordo che ci sembra innocente, potrebbe celarsi anche una certa atmosfera stagnante e perversa che si confonde con i momenti che appaiono limpidi ed evanescenti contemporaneamente.

Questa riflessione mette in discussione un’idea molto diffusa: che la nostalgia sia sempre qualcosa di buono e puro. Però il ricordo non è una fotografia, ma una ricostruzione della memoria, e quindi può mescolare elementi diversi. La nostalgia tende a idealizzare, e ciò che appare limpido potrebbe non esserlo stato del tutto. Con il passare degli anni, i contorni si sfumano; le emozioni piacevoli rimangono più vive, mentre gli aspetti meno luminosi possono essere rimossi oppure fondersi in un’atmosfera difficile da decifrare.

Dal punto di vista psicologico, l’intuizione ha un fondamento: la memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricreiamo il passato alla luce del presente. Per questo la nostalgia può essere insieme autentica e ingannevole.

Dal punto di vista spirituale la nostalgia può diventare ambigua quando ci porta a vivere rivolti all’indietro, come se il bene appartenesse solo al passato. La tradizione cristiana invita invece a fare memoria con gratitudine, senza trasformare il passato in un idolo. Il passato può essere una sorgente di sapienza, ma non deve sostituire il presente, che è il luogo in cui Dio continua a operare.

Questa riflessione richiama, in fondo, una distinzione sottile: non tutto ciò che è nostalgico è vero, e non tutto ciò che è vero è nostalgico. La memoria può illuminare, ma può anche velare.

Forse la nostalgia più autentica non consiste nel desiderare di tornare indietro, bensì nel riconoscere ciò che di vero e di bello merita di essere portato nel presente.

Pier Angelo Piai – Cividale del Friuli

Carissimo Pier Angelo,

la sua bella lettera è uno spunto straordinario per una riflessione sul passato, sulla memoria e soprattutto sul nostro modo di vivere tenendone conto. Ha ragione, la vita che abbiamo alle spalle può costituire una terribile tentazione, soprattutto se, come purtroppo accade nella maggioranza dei casi, vi si trovano luoghi, persone e situazioni decisamente più piacevoli o belle di quelle che ci offre il presente; ma come tutti gli strumenti fabbricati dall’uomo, la nostalgia è un utensile ambivalente. Può servire a darci felicità e pace, o a fare e farci del male.

Del resto, la stessa parola è molto chiara: significa letteralmente “la sofferenza del ritorno”, e al solito i greci sapevano benissimo quello che volevano dire. Per come pare al sottoscritto, infatti, tornare indietro è comunque e in ogni caso fonte di sottile dolore: il rimpianto, il rimorso risiedono nel passato, chiaramente. E nel passato abitano quei frammenti di felicità che abbiamo avuto senza riuscire a rendercene conto. Immagini, caro Pier Angelo, di scavare in una scatola di metallo, di quelle che una volta erano piene di biscotti e che adesso fanno da contenitore alle vecchie foto sbiadite dei tempi in cui non esistevano i cellulari, e immagini di trovare alla rinfusa momenti della sua infanzia, dell’adolescenza o dei suoi primi anni, pieni di speranze legate alla maturità. Potrà trovarsi facilmente di fronte a un se stesso bambino, magari con la faccia imbronciata per un momentaneo fastidio, mano nella mano ai genitori o a un nonno, sullo sfondo di una perduta lontana estate, così diversa da questa per sapori e odori. Guardando quell’immagine con l’odierna consapevolezza, cercando le tracce dei pensieri di quel bambino, potrebbe fare una tragica scoperta: e cioè che, senza averne la minima idea, quel bambino era felice. Erano tutti vivi, genitori, nonni, zii; il cuore non aveva solitudini né malinconie, non c’era nessuno dei problemi che sono venuti dopo, tradimenti, soldi, salute; tutti si adoperavano perché lei, Pier Angelo, fosse felice, nutrito, vestito e in piena salute. In quella vecchia immagine, insomma, lei troverà quella stessa felicità per la quale si alza ogni giorno, nella vana speranza di poterla ritrovare.

Non è l’effetto della nostalgia che ci spaventa, insomma. È quello che noi stessi abbiamo fatto e facciamo da allora, quanto siamo stati in grado di allontanarci dal poco che realmente ci serviva rincorrendo quello che ci sembrava necessario, e che alla prova dei fatti non lo era per niente.

È la lezione di Ulisse, a ben vedere; non quello post traumatico e in crisi di coscienza di Nolan, ma quello pensato da Omero. Uno che voleva solo tornare a casa, per scoprire che il luogo dove voleva tornare non esisteva più.

O che forse non era mai esistito.

sabato 15 agosto 2026

I cocci aguzzi di bottiglia

Adriano Sofri
Piccola posta

Il Foglio, 15 agosto 2026

Alessandra Ginzburg è morta l’11 agosto, è stata un’educatrice, una psicoanalista e una studiosa di letteratura.l’ho conosciuta quando avevo quasi sedici anni, e lei quasi quindici. Eravamo allo stesso liceo romano, il Virgilio. E’ di qua dal Tevere, di fronte a Regina Coeli, dove Leone, suo padre, era stato ucciso. Erano alunni del Virgilio anche i suoi fratelli maggiori, Carlo e Andrea, e fra poco la mia sorella minore, Stella. Alessandra e io non eravamo nella stessa sezione, ma ci capitò di fare amicizia, la scuola allora era un ambiente raccolto, le voci correvano. Mi introdusse in casa sua, conobbi allora Natalia, i cui scritti erano prediletti da mia madre. Più tardi avrei ritrovato Alessandra a Pisa, dove era venuta a vivere e a studiare, e infine, dopo una lunga interruzione, a Bologna, perché Carlo moriva, due mesi fa.

Avevo un debito con lei, rimasto chiaro nella mia memoria. Un giorno che passeggiavamo, all’uscita da scuola, sul tratto di Lungotevere che va a Ponte Sisto, Alessandra mi chiese se conoscessi il Montale di Meriggiare pallido e assorto: non lo conoscevo. Allora me lo recitò, fino alla fine, “E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".
Nella mia infanzia, e per molto tempo ancora, i cocci aguzzi di bottiglia erano dappertutto, e al confronto con la pubblicità criminale dei sistemi antifurto di oggi sembrano belli e perduti. Ma quei versi, la vita una muraglia e in cima i cocci aguzzi di bottiglia, mi diedero una specie di entusiasmo. Sono contento di averglielo detto, quasi settant'anni dopo. 


L'apparenza del sistema bloccato


Il testo sembra presupporre che la crisi abbia trovato un suo punto di equilibrio nel blocco del cambiamento. In realtà il sistema per quanto reso rigido dai veti incrociati sta rivelando impensabili doti di flessibilità. Ha già prodotto una destra aperta al riconoscimento di una realtà nuova, dal ruolo dell'Europa al rapporto con la tradizione democratica del Paese negli ultimi ottant'anni. La sinistra tarda a entrare in sintonia con le opportunità offerte dalla situazione stessa del Paese. Ma non si vede perché la previsione si debba basare solo sulla sottolineatura dei fattori negativi.

L’autore guarda all'immobilismo formale delle riforme istituzionali mentre trascura la dinamicità sostanziale dell'evoluzione politica. Se i testi costituzionali rimangono rigidi a causa dei veti incrociati, gli attori politici dimostrano una notevole capacità di adattamento e pragmatismo.L'evoluzione dei due poli principali evidenzia questo dinamismo.
La metamorfosi della destra: Il passaggio da posizioni storicamente euroscettiche o di rottura a una postura di governo pienamente inserita nelle coordinate delle istituzioni europee ed atlantiche dimostra che il sistema esercita una forte spinta alla moderazione e al realismo politico.
Le sfide della sinistra: Il ritardo nel cogliere le nuove opportunità non è necessariamente un blocco permanente, ma la ricerca di una nuova identità in un panorama in cui i vecchi confini ideologici si sono ridefiniti.
Questa flessibilità suggerisce che il sistema politico italiano non sia semplicemente "bloccato", ma che trovi la sua stabilità proprio nella capacità di assorbire e normalizzare le spinte radicali, trasformandole in forze di governo. La focalizzazione dell'editoriale sui soli fattori negativi rischia quindi di confondere la difficoltà di cambiare le regole scritte con l'effettiva capacità del sistema di evolversi nella prassi. 

Giovanni Orsina
Un sistema politico che non regge le sfide del mondo

La Stampa, 15 agosto 2026

Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé.

Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale.

Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi.

Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile.

Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati.

Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento.

Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne.