Massimo Onofri
Riscoprire Garibaldi oltre la leggenda
Avvenire, 19 febbraio 2026
belfagor
politica e cultura
giovedì 19 febbraio 2026
Garibaldi in due romanzi
La strana coppia
Mattia Ferraresi
I buchi nell'acqua di Witkoff e Kushner, una "strana coppia" per risolvere le guerre
Domani, 19 febbraio 2026
L’amministrazione Trump potrebbe iniziare «molto presto» un’operazione militare contro l’Iran. Lo riferiscono fonti dell’amministrazione ad Axios, testata solitamente molto informata e piuttosto incline a mettere in risalto gli interessi inespressi del governo di Israele. Alla luce delle monumentali proteste di piazza e della repressione del regime, un’operazione contro Teheran assumerebbe i contorni di una campagna su larga scala, tutt’altra cosa rispetto alla guerra dei dodici giorni dello scorso giugno.
Secondo Axios, che parla di un Donald Trump «che si sta spazientendo» delle lungaggini negoziali, si tratterebbe di un’azione congiunta Usa-Israele, con obiettivi estesi al programma nucleare e missilistico iraniano e con potenziali implicazioni esistenziali per il regime. Mentre si moltiplicano le indiscrezioni bellicose, gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, gestiscono tre crisi simultanee.
Negoziatori e miliardari
La coppia formata da un immobiliarista vecchio amico di Trump e il genero per tutte le stagioni ha incontrato a Ginevra funzionari russi, ucraini e iraniani, prima di fare ritorno verso Washington per la riunione del Board of Peace.
I due miliardari gestiscono la diplomazia del presidente Trump, una rete informale che aggira il dipartimento di Stato e fatalmente sovrappone le ragioni della politica estera americana agli interessi patrimoniali della famiglia presidenziale (i figli di Witkoff e Trump sono a capo dell’impero crypto, ma è soltanto uno dei tanti esempi).
Nella missione di Ginevra, Witkoff e Kushner hanno operato su due binari. Da un lato i colloqui tra Ucraina e Russia, nel tentativo di frenare una guerra che Mosca combatte con crescente forza. Dall’altro, un incontro con funzionari iraniani per evitare l’escalation mentre Washington schiera le armate a distanza di tiro da Teheran.
Le speranze per un accordo con l’Iran sono avanzate ben poco. Gli iraniani hanno parlato di «principi guida» fissati per negoziare, ma da Washington il vicepresidente, JD Vance, ha detto che Teheran rifiuta le linee rosse fissate dalla Casa Bianca.
Witkoff è un ricco immobiliarista e un amico di vecchia data di Trump. Kushner il marito di Ivanka Trump. Sono entrambi imprenditori che disprezzano le strutture diplomatiche e affrontano i conflitti come negoziati d’affari. Il mandato diretto del presidente è il loro lasciapassare, ma i risultati della loro azione finora suscitano soltanto preoccupazioni.
Witkoff esce dagli incontri con Vladimir Putin e i sui emissari ripetendo le posizioni del Cremlino, e Bloomberg ha anche rivelato una telefonata in cui l’inviato istruiva un funzionario russo su come rivolgersi a Trump. Il piano di pace in 28 punti sembrava scritto da Mosca e ci sono volute settimane di limature e negoziati prima che potesse servire da base.
Witkoff e Kushner possono però rivendicare uno dei successi diplomatici, se così si può definire l’arciviolato cessate il fuoco a Gaza. La loro diplomazia discreta ha prodotto una fine ufficiale dei combattimenti, con il ritorno degli ostaggi israeliani in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi.
Ma la prima fase era quella facile. La seconda coinvolge il disarmo di Hamas, una forza di stabilizzazione internazionale e un piano di ricostruzione monitorato dal Board of Peace. Trump ha promesso uno stanziamento di 5 miliardi di dollari promessi, ma la fase 2 appare come un vicolo cieco.
Tre crisi, stessi ostacoli
Ogni tentativo negoziale si scontra con il rifiuto di compromessi su questioni fondamentali. Putin vuole – come minimo – continuare a combattere fino alla conquista del Donbass, territorio che Kiev non vuole assolutamente cedere per ragioni fondamentali di giustizia, ma anche perché sarebbe soltanto il preludio a un attacco futuro verso la capitale.
L’Iran ha le sue linee rosse. A parole gli ayatollah sono pronti a discutere del programma nucleare, ma Teheran rifiuta di negoziare i sui missili balistici e gli alleati regionali. Trump perderebbe credibilità se firmasse qualcosa che assomiglia al rinnegato patto nucleare dell’era Obama, e pensa che un cambio di regime sia «la cosa migliore». Ma forzarlo scatenerebbe conseguenze imprevedibili.
L’approccio immobiliaristico e irrituale di Witkoff-Kushner ha svuotato lo sforzo istituzionale del dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, a sua volta diviso fra mille compiti e nomine presidenziali, fra cui quella di viceré del Venezuela, consigliere per la sicurezza nazionale e scintillante portavoce presidenziale ora che la stella di Vance si è appannata. Gli inviati torneranno a Washington per la riunione del Board of Peace, mentre si allunga l’ombra di un attacco all’Iran e la Russia non accenna a smettere di bombardare.
Meloni inarrestabile
Andrea Fabozzi
Il referendum come stress test delle istituzioni
il manifesto, 19 febbraio 2026
L’uscita di ieri del presidente Mattarella, uscita in senso proprio perché per dire quello che voleva dire ha lasciato il Quirinale e si è andato a sedere sulla poltrona di presidente del Csm, se non funzionerà come richiamo all’ordine funziona benissimo come segnale di allarme. Parla quindi più ai cittadini prossimi elettori del referendum e intanto spettatori dello «scontro istituzionale» che ai governanti che dovrebbero darsi una calmata.
Il ministro della giustizia Nordio ha immediatamente promesso di darsela, la calmata, comprendendo (era facile) di essere soprattutto lui il bersaglio della reprimenda presidenziale. Mentre è solo il più maldestro interprete di una linea politica di trasparente aggressione alla magistratura, quando non è allineata con il governo, che è anche la cifra comunicativa con la quale Meloni sta provando a salvare un referendum che la destra credeva di aver già vinto.
La campagna della premier dunque prosegue, procurando altre preoccupazioni al presidente della Repubblica, costretto (lo faccio per «necessità» prima che per «desiderio» ha chiarito) a un gesto che non si era mai risolto a compiere – ha sottolineato – in undici lunghi anni di permanenza al Quirinale. Anni nei quali scontri tra politica e giustizia certo non sono mancati.
Ma adesso siamo a un salto di qualità: dallo scontro si passa a sfiorare la crisi istituzionale, quando manca ancora un mese al referendum. La forza del gesto di Mattarella sta nell’averlo platealmente segnalato ai cittadini. Il suo limite nel non riuscire a fermare la deriva.
Meloni lo ha dimostrato solo poche ore dopo – a lei è bastato il solito video -, per di più dicendosi consapevole di «deludere più di qualcuno» e respingendo al mittente l’alto invito quirinalizio («intervengo più nella mia veste di presidente della Repubblica che di presidente del Csm») alla cautela e al rispetto tra istituzioni.
La presidente del Consiglio ogni giorno dimostra di considerare la sua postazione di potere come l’avamposto di un’impresa autoritaria, così ridicolizzando gli attestati di leader responsabile che l’infinita schiera di adulatori continua a tributarle. La sua affinità allo stile trumpiano è totale, la partecipazione dell’Italia al Board degli speculatori che oggi sarà celebrata a Washington non è dunque un dettaglio imbarazzante da camuffare dietro giri di parole ma una rivendicazione programmatica coerente con le mosse di politica interna.
La condizione di stress permanente che impone all’architettura istituzionale è un metodo, importato dagli Usa. Compiutamente trumpiano, come orbaniano, è il rifiuto di riconoscere qualsiasi legittimità al controllo della magistratura sugli atti di governo. Meloni considera il suo potere sovrano al punto da non tollerare smentite. La «legalità» per lei si è trasferita nelle sue intenzioni e promana dai suoi video, non sta nelle leggi che la magistratura continua ad applicare nel rispetto della gerarchia delle fonti – per la quale la Costituzione viene prima dell’ultimo decreto.
Si è convinta (non senza l’aiuto di una tremula opposizione) che su due temi soprattutto può rompere gli argini, due presunte emergenze: la sicurezza e la «minaccia» migratoria. E lì batte senza mancare un colpo, anche se si tratta di colpire il Quirinale. Lo fa perché su questi temi pensa di riuscire più facilmente a gonfiare l’impopolarità dei giudici, è lì che proverà a vincere il referendum. Che sempre più diventa un test sull’autoritarismo e, al contrario, sulla volontà popolare di tenersi stretta la separazione dei poteri.
C’è da augurarsi che Meloni come altri prima di lei stia producendo anticorpi e costruendo la sua sconfitta.
Il maschio smarrito
L’avvincente romanzo sulla maschilità che sta piacendo alla critica di mezzo mondo
Il Post, 21 novembre 2025
Da diverse settimane giornali, riviste e siti di critica letteraria internazionale dedicano più spazio del solito al libro vincitore del Booker Prize, il più famoso e influente premio letterario del Regno Unito. Lo ha scritto in inglese l’autore ungherese David Szalay e si intitola Nella carne (in Italia pubblicato da Adelphi e tradotto da Anna Rusconi). Aveva ricevuto estesi apprezzamenti e attenzioni già prima del premio, per la qualità della prosa, per quanto è avvincente e soprattutto per un altro motivo: racconta attraverso la storia di un uomo, singolare ma nemmeno tanto, un modello di maschilità succube e tormentata, familiare a molte persone.
È la storia di un ragazzo ungherese di origini modeste, István, che diventa un uomo attraverso varie esperienze sessuali, di violenza e di solitudine. Alcune lo segnano profondamente, senza che lui ne abbia grande consapevolezza o responsabilità, e influenzano il resto della sua vita e il suo rapporto con il mondo: le cose gli succedono, ma come succede la pioggia. Non è guidato da particolari ambizioni né ideali morali, ma solo da un desiderio sessuale e da un senso del dovere che cerca di contemperare alla meno peggio, con estrema accondiscendenza e senza farsi tante domande.
Sia per i temi che affronta sia per il periodo in cui è ambientato (dagli anni Ottanta al presente) è un romanzo contemporaneo, del tipo in cui gli eventi influenzano i personaggi più di quanto i personaggi influenzino gli eventi. Sta in quella categoria che la critica letteraria Molly Young, suggerendo la lettura del libro a giugno, definì sul New York Times «romanzi sui modi in cui la storia agisce su una persona comune». E il contesto storico, in questo caso, è la globalizzazione, l’ingresso dell’Ungheria nell’Unione Europea, le divisioni culturali ed economiche in Europa, l’emigrazione, i social media, la pandemia.
Szalay (si pronuncia “Sol-oy”) è nato nel 1974 a Montréal, da madre canadese e padre ungherese, ma è cresciuto a Beirut e a Londra, e vive a Vienna. Nella carne non è un romanzo autobiografico, ma descrive in qualche modo esperienze comunque familiari all’autore, dato che il protagonista vive tra Londra e l’Ungheria, senza sentirsi del tutto a casa né in un posto né nell’altro.
Nel 2024, parlando della trama del libro, Szalay aveva detto al New Yorker di avere voluto includere eventi reali perché la vita del protagonista, come quella di chiunque, è «parte di una storia più ampia, con la quale [István] ha un rapporto essenzialmente passivo». E aveva aggiunto di essere interessato al rapporto del singolo essere umano con eventi al di fuori del suo controllo e al modo in cui ciascuno affronta praticamente ed emotivamente il fatto di esserne vittima.
Già un precedente libro di Szalay, Tutto quello che è un uomo, era entrato nella selezione del Booker Prize, nel 2016. Era una raccolta di nove racconti di storie di uomini di diversi paesi europei e diverse età, tra 17 e 73 anni. Nella carne riprende in parte quella prospettiva, ma la concentra su un uomo soltanto. «Non avevamo mai letto niente di simile. È un libro cupo, per molti versi, ma è una gioia leggerlo», ha detto lo scrittore irlandese Roddy Doyle, presidente della giuria e vincitore del premio nel 1993.
Il libro di Szalay parla anche di altre cose: classi sociali, relazioni familiari fragili, ricchezza e potere. Il motivo principale per cui se ne sta parlando è però il modo in cui racconta la maschilità, un argomento da tempo oggetto di discussioni e trattazioni di vario genere, a volte vaghe e superficiali, altre volte specialistiche e di non immediata comprensione. Lo fa in un modo letterario e non letterale (la parola “mascolinità” compare solo una volta in tutto il libro), ma finisce per chiarire l’argomento più di quanto si prefiggono di fare tentativi espliciti e diretti di spiegarlo.
In parte è il compito della letteratura, che rispetto ad altre forme può assumersi dei rischi estetici, formali e morali, come ha detto lo stesso Szalay dopo aver ricevuto il premio, riferendosi alla possibilità che il protagonista del libro susciti disapprovazione e disprezzo. Parlando con il Telegraph, ha aggiunto che nella prima stesura la parola “mascolinità” compariva molte più volte, ma in quella finale ha quasi del tutto evitato di usarla perché non voleva che sembrasse un’«istruzione scritta» su come leggere il libro.
mercoledì 18 febbraio 2026
Federica Brignone raddoppia
Mattia Chiusano
Brignone senza limiti: oro nel gigante, bis da sogno dopo il SuperG: "Mi è sembrato tutto più facile"
la Repubblica, 15 febbraio 2026
Cortina – C'è un prima e un dopo Federica Brignone. C’è un prima e un dopo questa Olimpiade di Milano Cortina che sposta in avanti i confini della resilienza umana e della classe immensa, fuse nella stessa atleta, “Fede“, la Tigre, che dopo l'oro del superG vince anche quello del gigante con una prova superba. Come se l’infortunio dello scorso 3 aprile non ci fosse mai stato. In una gara tra le più incerte e tirate della storia Federica vince con margine, 62 centesimi, di fronte alla coppia d’argento composta dalla svedese Sara Hector e dalla norvegese Thea Louise Stjernesund, che appena lei taglia il traguardo si inginocchiano, come è raro vedere tra campionesse. Per cinque centesimi non è sul podio anche Lara Della Mea, che recupera undici posizioni su un tracciato fatale a molte delle favorite, prima fra tutte l’austriaca Julia Sheib quinta, ma anche Mikaela Shiffrin è uscita dalla top ten: undicesima, a 0”92.
Brignone: “Al traguardo non capivo nulla”
Federica è stata di parola. Alla vigilia aveva detto: “Dovrò fare il massimo con quello che ho”, ma quel che aveva nel serbatoio era abbastanza per scrivere una storia che resterà per sempre. Alla fine, sul traguardo, era quasi incredula: “Vi giuro che sono senza parole, non riesco a capire niente. Ero veramente tranquilla, avevo paura di essere fin troppo rilassata dopo la prima manche e mi chiedevo come mai. Mi sembrava di aver fatto una seconda manche così così, al traguardo ho solo sentito le urla del pubblico e non ho capito più niente. L’ho vista come una gara di sci, molto easy, ho pensato al mio sci, me la sono goduta. Mi dispiace per Lara Della Mea, quarta a soli cinque centesimi dal podio. Certo, un po’ brucia, ma deve essere solo orgogliosa di se stessa”.
Goggia: “Soddisfatta perché ho dato tutto”
Bronzo a PyeongChang 2018, argento a Pechino 2022, ora la medaglia d’oro di Cortina: questo il cammino olimpico in gigante di Brignone, che parte da Vancouver 2010 e continua fino alla assolata giornata sulle Tofane. L’ultimo oro azzurro in gigante alle olimpiadi risaliva ai tempi di Deborah Compagnoni prima a Lillehammer 1994, poi a Nagano 1998. Alla grande festa poteva unirsi Sofia Goggia, terza dopo la prima manche, ma finire a 87 centesimi l’ha fatta scivolare al decimo posto perdendo sette posizioni: “Non posso non essere contenta, penso di aver disputato una delle mie gare più belle in gigante, sono a 25 centesimi dall’argento, la seconda manche non era semplice, girava di più, ho commesso qualche piccolo errore ma ho dato tutto, è andata così, sono comunque soddisfatta. Nella mia Olimpiade potevo fare di più però ho la consapevolezza di aver dato il massimo. Porto a casa ‘solo’ un bronzo, in discesa, ma estremamente difficile da conquistare. Questa, ripeto, è stata una gran gara, non era la mia disciplina, non l’avevo preparata, non ho rimpianti. E chi si ferma è perduto”.

La gara delle altre, poi è arrivata Brignone
Federica ha vinto una gara straordinaria, non solo per come l’ha interpretata, ma anche per il livello altissimo dello slalom gigante femminile attuale, fotografato mai come prima, soprattutto nella prima manche. Dieci atlete in 45 centesimi di secondo, l’incredibile leadership di tre campionesse con lo stesso tempo spaccato, prima la norvegese Stjernesund, poi la campionessa olimpica svedese Sara Hector, infine l’italo albanese Lara Colturi, nel miglior momento della sua stagione in questa specialità. Poi è arrivata Federica e ha cominciato un altro gioco, quantificato alla fine in 74 centesimi sulle leader del momento, ma soprattutto da una sciata in totale controllo, come se si fosse tornati indietro di un anno, e il devastante infortunio fosse sparito all’improvviso.

La formula di un tale vantaggio? “Attaccare, essere pulita, intelligente sui cambi di terreno”. Quel che non era scontato invece era l’atmosfera: “Al cancelletto sentivo il rumore che veniva dall’arrivo, bello e adrenalinico”. Ma siccome per la famiglia Brignone questa Olimpiade è un film, con sceneggiatura addirittura esagerata, per creare suspense in vista della seconda manche hanno battuto un colpo prima la tedesca Lena Duerr seconda e poi una new entry: Sofia Goggia. Bravissima a interpretare il tracciato filante, ma non preparata per una manche così bella, conclusa al terzo posto e commentata con buffa espressione di incredulità. Ma a essere incredulo in questo momento è tutto il mondo dello sport, che di resurrezioni ne ha viste tante. Ma una così le batte tutte.
Umberto Eco presente
Carmen Pellegrino
Dieci anni senza Umberto Eco ma i suoi testi continuano a parlarci
Corriere della Sera, 18 febbraio 2026
Se Umberto Eco fosse qui, saprebbe leggere questo presente. Ne riconoscerebbe le derive e le follie che, ciclicamente, riportano la violenza al centro della storia, e metterebbe a fuoco le verità che si consumano in fretta, sostituendosi l’una all’altra. Ma Eco non c’è. Da dieci anni non c’è, e la sua assenza si misura anche in questo «uso mancato» di lui: nella possibilità che c’era prima di ricorrere a una voce capace di attraversare i saperi senza confonderli, di parlare a molti senza rinunciare alla precisione, di esercitare l’intelligenza come forma di responsabilità.
Umberto è il libro che Roberto Cotroneo gli ha dedicato, pubblicato dalla casa editrice (La nave di Teseo) che Eco aveva contribuito a fondare come atto finale della sua vita: «L’ho conosciuto il giorno prima che iniziasse la sua vita da celebre scrittore. Il nome della rosa era uscito da poco più di due mesi e il suo sguardo era ancora quello di un brillante professore, molto noto, anche fuori dall’Italia, negli ambienti universitari ed editoriali… Eco era un’eco. Una voce che correva dappertutto come qualcosa che era entrata a far parte della coscienza intellettuale di chiunque. Era centrale e marginale, schivo ed egocentrico. Capace soprattutto di prevedere quello che sarebbe accaduto perché aveva una forma di intelligenza naturale che assomigliava molto a quella artificiale di cui parliamo oggi».
È un libro singolare, soprattutto per ciò che non è. Non biografia, né raccolta di aneddoti. È il taccuino di uno scrittore che riconosce il limite di ogni celebrazione e fa l’unica cosa sensata: rinviare ai segni, ai libri, al metodo stesso di Eco. Un frammentario memoriale, si potrebbe dire, costruito sulle ellissi, sugli atti mancati, sui «non ricordo». In questo modo, Cotroneo predispone uno spazio in cui il lettore non si senta escluso, ma possa collaborare, dubitare liberamente. E scoprire, così, che il pensiero di Eco non si chiude in un’opera definitiva, nemmeno quando parliamo di capolavori come Il pendolo di Foucault, perché resta, prima di tutto, un metodo: un’opera aperta.
«Cosa so di lui?» si chiede Cotroneo. «Scrivendo, capisco quello che so. Perché senza queste parole non ci riuscirei». La loro è stata una lunga frequentazione, ma di questo c’è solo qualche traccia nel libro. L’attenzione è rivolta agli strumenti, a ciò che Eco ha lasciato.
«Bisogna continuare a leggere, capire quelle pagine, i suoi romanzi», sottolinea Cotroneo. «C’è un patrimonio immenso, di testi diversissimi, dal saggio accademico al pastiche letterario. Una carta ge«uscivo ografica per comprendere questo tempo, il presente e il futuro».
Eco ha saputo attraversare i saperi senza ridurli né a specialismo né a intrattenimento. Filosofo, semiologo e romanziere, capace di far convivere, in un’unica trama di senso, Aristotele e Superman; collezionista di testi rari e apocrifi, medievista e teorico dei mass media. Ha mostrato che l’intelligenza non è una specializzazione, ma una pratica che esige rigore senza rinunciare all’ironia. Al centro della sua riflessione, la questione del senso. Non come qualcosa da svelare, ma come costruzione fragile, storicamente situata, reversibile. I segni, per Eco, non conducono mai direttamente alle cose: passano attraverso biblioteche, memorie condivise, saperi impliciti. L’interpretazione è inevitabile, ma non illimitata. Il testo non impone una verità, ma nemmeno si consegna inerme: chiede cooperazione, attenzione. Il testo oppone resistenza.
Ne aveva fatto esperienza lui stesso dopo essersi imbattuto, a vent’anni, in Sylvie, di Gérard de Nerval, racconto che sarebbe diventato una costante della sua vita. Scrisse: dal racconto come se avessi gli occhi impastati… Ho riletto tante volte questo racconto negli ultimi quarantacinque anni, e ogni volta cercavo di spiegare a me stesso e agli altri perché mi facesse quell’effetto. Ogni volta credevo di averlo scoperto, eppure ogni volta che riprendevo a rileggere mi ritrovavo come all’inizio, come prigioniero dell’effetto-nebbia».
Cotroneo, nel sottolineare come il racconto di Nerval abbia rappresentato per Eco un filo da sbrogliare lungo tutta la vita, richiama implicitamente anche il carattere elusivo della sua figura intellettuale: un pensiero che si lascia seguire, ma mai definitivamente afferrare, sempre in movimento tra interpretazione e distanza.
«Quando ho cominciato a lavorare a questo libro, è da Sylvie che sono partito. Sapendo che nella nebbia non ci sono verità sicure. Da qualche parte l’intelligenza logica e brillante di Eco doveva lasciare il passo a un enigma. Questo enigma stava certe volte nel suo sguardo, che procedeva per lampi improvvisi. Era un enigma nitido, se mai può esistere».
Diciamolo: quando uno scrittore decide di scrivere di un altro, dietro l’ammirazione si intravede spesso un velo di narcisismo. Parlare di quello diventa un modo per parlare di sé, con l’immagine dell’altro ridotta a specchio opaco, che riflette più di quanto riveli. È un sospetto che ha accompagnato il confronto di Elias Canetti con Kafka, per fare un esempio. Cotroneo, invece, questo rischio lo elude con intelligenza, mettendo al centro non sé stesso ma la propria difficoltà a riconoscersi in un tempo in cui la letteratura ha perduto qualsiasi peso, soppiantata da un’autorialità esibita e rigorosamente à la page.
«Ricordo ogni sua pagina, ma non ricordo le parole che mi disse. E in un mondo che è fatto solo di parole al vento significa molto. Sarebbe impossibile scrivere un libro fatto di dimenticanze. Eppure in quelle dimenticanze trovo un sollievo, perché sono certo che da qualche parte quei discorsi perduti sono qui, finanche nella punteggiatura e nella scelta di spezzoni che sembrano non avere una logica, e forse non ce l’hanno. Perché ormai è così che scrivo, facendo disperare i commerciali delle case editrici, e persino certi librai, attaccati al plot come a una boa arrugginita in un mare che non sarà mai più il mare che ci ostiniamo a sognare».
Senza plot né aneddoti, Cotroneo ha scritto un libro nel quale riconosciamo il nostro stesso vacillare sui frammenti di un mondo che non esiste più. Eppure, in quelle pagine c’è la bellezza a cui possiamo, ancora, disperatamente aggrapparci «sapendo che, alla lunga, vincerà».
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