domenica 18 ottobre 2026

Un libro ad Auschwitz

Pagine per una tragedia. All’evacuazione del lager, lo scrittore riceve da un medico un romanzo. Quale? Perché? Che effetto avrà? Indaga Fabrice Gaignault

Sergio Luzzatto
Il Sole 24ore, 18 ottobre 2026

Un libro, ad Auschwitz? La domanda stessa ha dell’incredibile, e dell’incongruo. Con l’eccezione di una dozzina di volumetti per l’infanzia fortunosamente approdati al «blocco dei bambini», Auschwitz non era un paese per libri. Ci sarebbe voluta tutta l’ingenuità di Paul Steinberg – il giovanissimo ebreo deportato da Parigi destinato a diventare, sotto la penna di Primo Levi, l’«Henri» di Se questo è un uomo – per portarsi dietro fino in Polonia il manuale di chimica analitica comprato sulla Rive Gauche il giorno stesso della cattura. Sceso sulla Judenrampe, era riuscito a tenerselo ancora per qualche ora, finché a Monowitz, giocoforza, aveva dovuto separarsene. Lo aveva regalato lì, sul posto, a un medico francese: lui stesso un deportato, evidentemente, ma un deportato a suo modo privilegiato.

Tutt’altra faccenda, com’è ovvio, quella dei libri a disposizione non delle vittime, ma dei carnefici. Possiamo facilmente supporre qualche copia del Mein Kampf nei quartieri degli ufficiali di Auschwitz. Resta il fatto che l’esistenza stessa, in campo di sterminio, di una cosa a forma di libro aveva dell’improbabile. Chiamato a sostenere davanti al Doktor Pannwitz il suo «esame di chimica», Primo Levi resta sbigottito davanti a un manuale di chimica organica: «mi mostra il testo del Gattermann, e anche questo è assurdo e inverosimile, che quaggiù, dall’altra parte del filo spinato, esista un Gattermann in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia».

A Monowitz come a Birkenau, il Popolo del Libro non aveva diritto ad alcun libro. Il che rende tanto più notevole la scelta di Fabrice Gaignault: dedicare un libro intero all’unico libro che Primo Levi abbia potuto leggere ad Auschwitz. Siamo il 18 gennaio 1945, la notte dell’evacuazione di Monowitz. I sovietici stanno arrivando; decine di migliaia di prigionieri vengono avviati verso ovest nella «marcia della morte», mentre i malati incapaci di camminare sono abbandonati nel Ka-Be. Ed è a Levi, malato di scarlattina, che un «medico greco» – accingendosi a partire – pensa bene di rifilare, come il più avvelenato dei regali, un romanzo francese: «“Tieni, leggi, italiano. Me lo renderai quando ci rivedremo”». «Ancora oggi lo odio per questa sua frase. Sapeva che noi eravamo condannati».

Nel 1981, nella Ricerca delle radici, Levi avrebbe rivelato il titolo di quel libro del 1935: Remorques, romanzo di mare di Roger Vercel. «L’ho letto tutto intero nella notte spaventosa e decisiva in cui i tedeschi esitarono fra l’ucciderci e il fuggire». Ecco, Un libro di Gaignault è il racconto, delicato quanto sensibile, di quella singola notte. Con la libertà di parola dello scrittore – non soggetto ai vincoli dello storico – Gaignault immagina i pensieri che possono avere accompagnato Levi, attraverso gli umori mortiferi del Ka-Be, in corrispondenza con il bivio che separava un «sommerso» e un «salvato».

Viceversa, Gaignault rinuncia a interrogarsi sull’identità del lanciatore di libro: l’ebreo «prominente» rappresentato in Se questo è un uomo fra gli «squallidi esemplari umani» incontrati da Levi non soltanto fra i carnefici, anche fra le vittime. Chi era dunque il «medico greco»? La domanda merita di essere posta. Gettando Remorques sulla cuccetta, costui aveva compiuto infatti – agli occhi di Primo Levi il moralista – un gesto doppiamente maligno. Non soltanto aveva irriso il malato di scarlattina, il morituro del Ka-Be. Più perfidamente ancora, irridendo l’ebreo a digiuno di libri, aveva irriso il discendente del Popolo del Libro.

Levi attese vent’anni per rivelarne l’identità. Nel 1966, nella versione teatrale di Se questo è un uomo, lo designò semplicemente per cognome: «Samuelidis». Ma l’informazione pubblica era stata preceduta da un’informazione riservata. Il 14 giugno 1960, in una deposizione per i magistrati israeliani che preparavano il processo Eichmann, Levi aveva formalmente indicato il «Dott. SAMUELIDIS di Salonicco»: «non ascoltava i pazienti che a lui si rivolgevano per cure e denunciava gli ammalati alle SS tedesche!!!». Dobbiamo dunque presumere che l’«odio» di Levi per lui avesse, oltre al lancio del libro, una ragione ulteriore, e almeno altrettanto grave: l’accusa a Samuelidis di avere abusato del suo privilegio di medico del Lager a danno delle vittime.

Salomon Samuelides (questo il suo nome, e questa la traslitterazione corretta del cognome) apparteneva dunque a una comunità di deportati che ad Auschwitz faceva parte per sé stessa e di cui Levi – da antropologo del Lager – è stato un osservatore eccezionalmente acuto: «questi ammirevoli e terribili ebrei Saloniki tenaci, ladri, saggi, feroci e solidali, così determinati a vivere e così spietati avversari nella lotta per la vita». Una lotta per la vita (va aggiunto qui) da cui erano usciti sconfitti sia il padre di Salomon Samuelides, Ben Samuel, sia la moglie, Daisy Benveniste: entrambi transitati direttamente dalla Judenrampe di Auschwitz alle camere a gas di Birkenau.

A completare il quadro sul «medico greco», va detto che la severità retrospettiva di Primo Levi nei confronti del dottor Samuelides non risulta essere stata condivisa da altri salvati di Monowitz. Al contrario: più d’uno fra loro avrebbe testimoniato delle qualità umane di «Monis» Samuelides, e delle cure che riservava – da privilegiato del Lager – ai correligionari meno fortunati. Così un ebreo di Salonicco all’incirca suo coetaneo, l’ingegnere Jacques Stroumsa, noto agli storici della Shoah come il «violinista ad Auschwitz». E così Ernest Michel, giovane ebreo tedesco assegnato al Ka-Be di Monowitz quale paramedico prima di diventare, negli Stati Uniti del dopoguerra, una voce di salvato fra le più riconosciute: «Piccolino, snello, energico e molto efficiente, il dottor Samuelides ci incoraggiava a non perdere il morale e ci teneva uniti come squadra di lavoro. Era un ottimo medico, una bella persona, e una fonte di ispirazione per molti di noi».

Chissà se al dottor Samuelides — scampato alla marcia della morte e a Buchenwald, poi medico emigrato a Parigi — occorse mai una disavventura del genere di quella capitata a Paul Steinberg. Alla soglia dei settant’anni, Steinberg lesse la traduzione francese di Se questo è un uomo, si riconobbe in «Henri», rappresentato da Levi come un mostro di insensibilità, e non se ne diede più pace. Chissà se anche Salomon Samuelides, morto nel 1994 a ottantacinque anni, lesse un giorno Se questo è un uomo; e se ebbe la brutta sorpresa di riconoscersi nel lanciatore di libro del Ka-Be. Nel qual caso, chissà se si è fatto mai una ragione dell’odio che Primo Levi aveva maturato verso di lui.

La libertà mascherata

Quando la libertà procura un vero piacere

Libertinismo

Gianluca Montinaro 
Il Sole 24 ore, 18 ottobre 2026

Si fa spesso confusione intorno al termine «libertino», vocabolo che assume, a seconda del momento e del contesto, accezioni differenti. Se, nel linguaggio corrente, designa una persona dedita al piacere, nel passato questa parola aveva contorni meno netti, indicando colui che, in nome della libertà di pensiero e della ragione, enuncia posizioni e concetti eterodossi, spesso in contrasto con i precetti della religione: un atteggiamento intellettuale complesso e poliforme – quindi – che, assumendo la scepsi e la conoscenza sensibile come vie maestre, esperisce una strada alternativa al sapere.

Nei fatti, al di là delle molteplici sue declinazioni, nel termine «libertino» – che appare nella prima metà del XVI secolo – si riscontra comunque un elemento unitario: l’espressione di una libertà (di parola, di pensiero, di azione) svincolata da usi, abitudini, credenze e imposizioni. Un’affrancatura e una liberazione da una preesistente ‘schiavitù’: alla stregua di ciò che avveniva al liberto (libertinus propriamente è il figlio dello schiavo liberato) che tornavano a godere di una condizione originaria, disponendo del proprio corpo e della propria mente.

Il libertinismo, che eleva a modello di indagine gnoseologica lo scetticismo di Pirrone e di Sesto Empirico e gli insegnamenti di Epicuro e dei suoi numerosi seguaci, trova, nel corso dei secoli, molteplici espressioni. Se per Dante – per esempio – i seguaci di Epicuro sono tout court coloro che negano l’immortalità dell’anima in nome di un atomismo materialista e sibaritico («suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro tutti suoi seguaci, / che l’anima col corpo morta fanno»: e fra loro, oltre a Farinata degli Uberti, vi figura anche Federico II di Svevia), è poi fra Quattrocento e Cinquecento, anche grazie al progressivo affermarsi della stampa, che elementi di libertinismo si ritracciano in molti autori: dal realista Machiavelli, all’aristotelico Pietro Pomponazzi, al naturalista Gerolamo Cardano. Le quali opere subiscono poi, con la progressiva riduzione degli spazi di libertà intellettuale operata dalla Controriforma, la condanna all’Indice. Ma è proprio l’azione di controllo della Chiesa post-tridentina, stabilendo una cesura netta fra il pensiero ‘permesso’ e quello ‘vietato’, a rendere più evidente, fra le pieghe del nicodemismo, della dissimulazione, del dissenso, la natura del libertinismo. Ed è così che il libertinismo vero e proprio – intellettuale, o erudito – prende forma, divenendo quella dottrina «degli spiriti forti» (espressione usata in senso spregiativo da diversi, fra cui Jean de la Bruyère) che anima, con le grandi individualità dei liberi pensatori (soprattutto in ambito francese, con Tommaso Campanella, Giulio Cesare Vanini, Gabriel Naudé, Pierre Gassendi, Cyrano de Bergerac...), la cultura europea accompagnandola, come pungolo, sino ai Lumi. Perché sarebbe difficile pensare all’Illuminismo senza il progressivo percorso di avvicinamento alla ‘ragione’ aperto dai tanti che si sono opposti all’oscurantismo e al fanatismo di una religione che pretendeva di guidare in nome di una libertà rivelata, e quindi in alcun modo discutibile.

Del resto, ogni libero pensiero, frutto di atto razionale e autonomo, è – in ultima sostanza – un atto di libertinismo. Persino la “ribellione” di Martin Lutero il quale, quando con teutonico puntiglio si scaglia contro «i papisti», lo fa in nome della «libertà di coscienza di ogni cristiano»: libertà che il frate faceva discendere, addirittura, dalla «libertà di Cristo». Ed è in questa genealogia della libertà, prima ancora che del piacere, che va collocata l’avventura del libertinismo.

La parte forse meno conosciuta di questa storia è il suo incipit. A differenza di ciò che si pensa abitualmente non è stato Giovanni Calvino, in un suo testo del 1545, a utilizzare per primo la parola «libertino». Come ricostruito da Jérémie Barthas e da Luca Addante il termine appare, con accezione politica e ‘comunitaria’, nella Toscana del primo Cinquecento. A Siena, fra il 1524 e il 1530, esso designa i sostenitori della fazione popolare contrapposta all’oligarchia dei Petrucci: il 18 settembre 1524 un’insurrezione percorre la città al grido di «libertà, libertà!», e a suggellare quella stagione resta il giuramento con il quale Mario Bandini e i suoi compagni, autodefinitisi «libertini, sottoscrivono una carta intitolata Lodevole fratellanza de li difensori de la dolce et santa libertà.

Non dissimile, negli stessi anni, l’esperienza fiorentina dell’ultima repubblica (1527-1530), fra i cui fautori, non estranei alla cerchia di Machiavelli, si incontra il «libertino» Pierfilippo Pandolfini, che rivendica per i cittadini di Firenze il diritto di essere «nati per essere liberi», anticipando le tesi che La Boétie avrebbe poi sviluppato nel suo Discorso sulla servitù volontaria. Repubblicanesimo e libertinismo condividono dunque, sin dalle loro origini, una medesima radice semantica, ben prima che il termine scivoli, nel Seicento, verso l’accezione più nota, individualista e dai contorni meno netti, di libertà di pensiero e di costume.

Direttore de «La Biblioteca di Via Senato»


L'identità sfuggente

Mauro Bonazzi
L'identità (forse) non esiste

Corriere della Sera La Lettura, 18 ottobre 2026

E se fossimo della stessa consistenza delle nuvole, o delle onde che continuamente si formano e si ritraggono, in un movimento che non ha mai fine? Non c’è convinzione più radicata dell’io — che esista qualcosa, un «io» appunto, responsabile per quello che faccio, penso, dico. Paragonandoci alle onde, Friedrich Nietzsche era evidentemente di un altro avviso: e di certo non era il solo a sollevare dubbi sulla reale consistenza di questo presunto «io». Non senza ragione, verrebbe da aggiungere. Certo, dentro ciascuno di noi si annida la certezza incrollabile che noi siamo qualcosa di solido, stabile, duraturo. Io lo so che ci sono — e chi sono! Ma, quando poi uno prova a spiegarlo, tutto si complica. Perché noi viviamo immersi nel tempo, che tutto divora e tutto modifica, come Diotima aveva cercato di spiegare a Socrate: modifica i nostri corpi, lentamente forse ma inesorabilmente, come ci tocca riconoscere quando incontriamo un amico che non vedevamo da tanto tempo, magari non riconoscendolo neppure, ma comunque stupendoci di quanto è cambiato — di solito non in meglio: e anche lui starà pensando lo stesso di noi... Non diverso è però il cambiamento che riguarda i «nostri» pensieri, desideri, emozioni: anche quelli cambiano continuamente. «Eppure è considerato identico, ma sempre diventa nuovo, perdendo altre cose, sia per quel che riguarda i capelli, sia per la carne… e non solo per quel che riguarda il corpo, ma anche per l’anima: modi, abitudini, opinioni, desideri, piaceri dolori, paure, niente rimane mai lo stesso».

«Quand’era altro da quel ch’io or sono»: lo aveva capito anche Francesco Petrarca, anticipando a sua volta l’intuizione di Nietzsche. Un esperimento banale, in effetti, aiuta a capire meglio il problema: basta ricordare quello che pensavamo da bambini sull’amore, ad esempio, con tutto il corredo di principi e principesse; e quello che pensavamo di «noi» bambini da adolescenti, quando s’iniziavano ad avere i primi appuntamenti galanti (ma quello non ero io — penseranno gli adolescenti di quell’«io» passato e ormai irriconoscibile — ero ancora un bambino, non capivo); e poi, ancora, politica. storia quello che si pensava di questo «giovenile errore» da adulti (che ingenui che eravamo da adolescenti!). Arrivando così alla domanda più scontata: e fra vent’anni? Non penseremo sorridendo le stesse cose del «noi» di oggi? Ma se ogni volta cambiamo, chi siamo davvero? Le onde, intanto, continuano ad accendersi e spegnersi.

(Vale per ciascuno di noi e vale per noi tutti insieme, a livello collettivo. Che cosa significa, ad esempio, questa identità di italiani che molti celebrano a gran voce? In che cosa consisterebbe?).

L’intuizione di Nietzsche, insomma, non era così peregrina. Non esiste un nucleo stabile — noi siamo piuttosto un campo di possibilità. Quello che siamo dipende allora da quello che facciamo, da come ci confrontiamo con le sfide della vita. Per questo è inutile trincerarsi nell’illusione di essere qualcosa di stabile e duraturo. Quella, spiega sempre Nietzsche, è solo una scusa che accampiamo per giustificare i nostri difetti, paure e limiti: ho compiuto quell’azione meschina, ma non ero veramente io, perché io sono comunque una brava persona! No, risponderebbe Nietzsche: se quello hai fatto, quello sei. Dopo Nietzsche sarebbero arrivati Martin Heidegger e gli esistenzialisti a insistere sullo stesso punto. Gli esseri umani, soli tra tutto ciò che esiste, sono quegli esseri per cui l’esistenza viene prima dell’essenza. Nel caso di tutte le altre cose (una stella con la sua orbita, il leone che insegue la gazzella e la gazzella che scappa dal leone), ci sono nature date, con comportamenti in qualche modo già determinati: inutile sperare che il leone affamato giochi amichevolmente con la gazzella. Per noi vale il principio opposto: quello che saremo dipende da quello che faremo, da come avremo scelto di vivere. L’esistenza, appunto, la vita, precede l’essenza, ciò che siamo.

Il problema della nostra identità si complica, allora, configurandosi sempre di più come un progetto aperto, sempre passibile di cambiamenti e rovesciamenti. È una tesi che Nietzsche continua a ripetere, forse troppo radicalmente.

Davvero siamo come le onde che sempre cambiano, rendendo del tutto vuota l’idea stessa di una continuità? Forse così è troppo, e forse una soluzione alternativa c’è. Noi siamo la nostra memoria. Ecco l’àncora di cui eravamo in cerca, il centro di gravità che tiene tutto insieme. Non esiste forse un io stabile e già dato, va bene: noi siamo quello che facciamo. E la nostra coscienza di noi stessi dipende dalla memoria di quello che abbiamo fatto e siamo dunque stati.

Detto diversamente: potremmo insomma sostenere che noi siamo la nostra storia, la storia che raccontiamo di noi stessi, o meglio le tante storie che compongono il mosaico sempre in evoluzione delle nostre vite, con i suoi momenti belli e i suoi momenti brutti. Perché tutto serve per comporre il mosaico: anche nelle composizioni musicali servono note alte e note basse, no? Bisogna avere pazienza: non ci sono modelli precostituiti (un io già dato che realizza il suo destino), ma una storia che affiora progressivamente, sempre inattesa. La coscienza dell’io è qualcosa che creiamo vivendo, man mano che intrecciamo le nostre storie. Ci creiamo da soli, raccogliendo le nostre storie, e la memoria è ciò che unisce tutti questi sé in unico un io.

(E così vale anche per la nostra identità collettiva. Siamo la nostra storia, con i suoi alti e i suoi bassi).

Ma subito salta fuori un’altra complicazione, un’obiezione quasi scontata. Quanto affidabili sono queste storie? Perché la memoria, come ben noto, è tutt’altro che oggettiva: seleziona, taglia, scambia. Sono tante le cose che rimangono nell’ombra, fuori dal cono di luce. Davvero questo è l’unico strumento a nostra disposizione per dare un ordine stabile a ciò che siamo? Anche in questo caso, forse un correttivo c’è: che non ci offre una soluzione a tutti problemi, ma che aiuta ad allargare lo sguardo, oltre i paletti che limitano la nostra vista. Noi non siamo solo la nostra memoria o la storia che ci raccontiamo. Noi siamo anche la memoria che gli altri hanno di noi, la storia (o le storie) che gli altri raccontano di noi.

In fondo, è questo che era successo a Odisseo, l’eroe dall’intelligenza sempre viva, e che però non aveva capito nulla. Adriana Cavarero, sviluppando un’idea di Hannah Arendt, lo ha chiamato il paradosso di Ulisse: soltanto alla corte di Alcinoo, quando aveva ascoltato l’aedo cantare le sue imprese, Ulisse aveva capito chi era, e da «nessuno» si era finalmente potuto palesare, agli altri e ancora di più a sé stesso, per quello che era. Impegnato nel presente dell’azione, non aveva capito; mentre l’aedo inseriva ogni impresa in una sequenza temporale, secondo un prima e un poi, finalmente si riconosceva come il protagonista della sua storia, e si riappropriava di sé stesso. «Il racconto dell’aedo, il racconto di un altro, finalmente gli svela la sua identità».

È interessante: per secoli, e ancora più decisamente nel Novecento con la nascita della psicoanalisi, il viaggio della conoscenza di sé è sempre stato centripeto: un viaggio dentro di sé, rifuggendo dal rumore del mondo, immergendosi nelle proprie profondità interiori: torna in te stesso! come dicevano Plotino e Agostino. E invece è proprio il contrario. C’è sempre qualcosa che sfugge al nostro sguardo: per questo conviene aprirci a punti di vista differenti dal nostro. Diversamente, come potremo cogliere la complessità di quello che siamo, siamo stati, stiamo divenendo — e potremmo o vorremmo diventare? Non siamo i soli autori della storia di cui siamo protagonisti.

(È la parte più interessante, se pensiamo alla nostra identità collettiva. Siamo la nostra storia, certo, fatta di alti e bassi. Ma per capire chi siamo dovremmo guardare anche fuori dal cerchio ristretto delle nostre convinzioni. Quale immagine di noi ricaveremmo ascoltando ad esempio le voci di tutti quegli immigrati di seconda generazione, nati e vissuti in Italia, ma a cui incredibilmente non si concede il diritto di cittadinanza fino alla maggiore età? Che cosa direbbero di noi italiani questi giovani, che si considerano — e di fatto sono, essendo sempre vissuti qui — italiani, ma che molti di noi continuano a considerare estranei, come se appartenessero ad altre tradizioni — tradizioni di cui questi giovani sanno poco o nulla, visto che magari in quei Paesi non sono mai neppure andati? È il tema di Acqua sporca ,un bel romanzo di una giovane scrittrice italo-srilankese, Nadeesha Uyangoda, uscito l’anno scorso per Einaudi Stile libero — ed è un tema di tanta letteratura contemporanea. È frastagliata la nostra identità).

Non è semplice, certo, e non tanto perché queste storie, queste prospettive esterne, potrebbero renderci immagini non piacevoli di noi, come scoprì suo malgrado Vitangelo Moscarda, il protagonista del romanzo di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila (peraltro uscito esattamente un secolo fa, nel 1926) quando la moglie gli fece osservare che il suo naso pendeva a destra. Il problema vero è che anche questi sguardi esterni, non meno dei nostri interni, potrebbero renderci immagini tendenziose, distorte su di noi. Probabilmente il naso di Vitangelo Moscarda pendeva davvero a destra: ma dobbiamo sempre credere a tutto quello che gli altri dicono di noi? È tutto un gioco di prospettive e punti di vista, che si riflettono gli uni negli altri, moltiplicando l’immagine. Una situazione potenzialmente esplosiva, come era ben chiaro a Moscarda, che non necessariamente, però, deve portare alla sua disperazione. In fondo si tratta di prendere atto di questa nostra potenziale ricchezza, cercando di ricomporci in un ordine possibile, facendo tesoro di questa molteplicità di possibilità, che ci aiutano a conoscere aspetti sempre nuovi, inattesi, di quello che siamo. Siamo un campo di forze, il prodotto di una negoziazione, a volte faticosa a volte esaltante. Siamo un progetto in divenire, non un’entità data da proteggere in una campana di vetro.

Per arrivare così al punto più importante. Finora abbiamo parlato del presente e del passato. Del presente delle azioni e del passato che ricompone le azioni in storie. Ma quello che davvero conta è il futuro. Perché liberi dal peso del destino, dall’illusione dell’esistenza di un io già determinato che dobbiamo solo realizzare, si apre finalmente lo spazio per iniziare a pensare cosa vogliamo fare di noi stessi. Ci sono sfide più importanti?

(C’è bisogno di ricordare quanto importante sia questa domanda a livello collettivo? Cosa vorremo fare di noi italiani: rinchiuderci nel sogno di un’identità chiusa o provare ad accettare le sfide di un mondo che cambia, si muove e si rimescola? Quante storie abbiamo voglia di ascoltare per imparare a conoscerci meglio?).


https://machiave.blogspot.com/2026/10/la-paura-del-futuro.html

Italia in piazza

Vincenzo Bisbiglia e Davide Milosa 
Effetto Francia: la rivolta degli autoconvocati

Il Fatto Quotidiano, 18 ottobre 2026

Il centro di Milano trasformato in un campo di battaglia. Negozi saccheggiati e cassonetti incendiati dalla folla inferocita a Milano e a Torino. E poi a Bologna, a Firenze e in altre città minori assalti alla polizia, lanci di oggetti e cariche davanti alle stazioni e ai luoghi “sensibili”. Una guerriglia urbana diffusa che da tempo non si vedeva nel nostro Paese.

Il “germe” francese della protesta contro il caro-vita è arrivato anche in Italia. In maniera del tutto spontanea e – per i meno attenti alle dinamiche social – quasi silenziosamente. Da settimane, d’altronde, in Rete c’era una fortissima voglia di emulare i “cugini” transalpini. “Ma perché in Italia non siamo capaci di manifestare?”, è il refrain che ha rimbalzato a tutti i livelli. Detto, fatto.

Ieri in centinaia di migliaia hanno risposto all’hashtag #italiainpiazza. Un appello apolitico e trasversale, nato su Tiktok e su Instagram, che ha preso le forme consolidata grazie ai canali Telegram dedicati. “Il 17 ottobre alle ore 15 in tutte le piazze d’italia si scenderà per protestare contro il caro-vita”, recitavano le locandine realizzate con l’ia. In cima alle istanze i costi alle stelle della benzina e il caro affitti. Le grandi domande cui la cittadinanza sente di non avere risposta. “Ci parlano tutto il giorno della ricina e di Garlasco per distrarci”, recita uno dei post agganciato all’hashtag divenuto virale.

Una dinamica alla V per Vendetta che si era già vista ai tempi dei movimenti No Vax. Solo che a differenza del film tratto dalla celebre graphic novel di Alan Moore, qui la protesta è diffusa. E ogni città l’ha fatta sua declinandola alle proprie dinamiche territoriali.

LA SITUAZIONE più grave a Milano, In piazza c’erano per lo più giovanissimi, italiani di seconda e terza generazione. Il corteo di 2 mila persone, partito con l’inno di Mameli cantato a squarciagola, è presto degenerato. In via Broletto la polizia ha risposto con le cariche alla sassaiola partita dalla folla. Poi in piazza Duomo la battaglia: tavolini lanciati, cestini divelti e lancio di fumogeni contro gli agenti in tenuta antisommossa, che a loro volta hanno caricato i manifestanti tra i turisti in fuga. I tafferugli si sono poi spostati in altri punti del centro: devastato il Decathlon di largo Cairoli, saccheggiati i negozi Lacoste in via Dante, Footlocker vicino San Babila e Stone Island dietro via Montenapoleone. La guerriglia è poi arrivata a Corso Vittorio Emanuele, tra vetrine sfasciate, semafori divelti, insegne luminose sfondate e cestini incendiati. Devastata anche la Galleria Vittorio Emanuele. Le devastazioni sono continuate fino a tarda serata. Il bilancio del sabato meneghino si è concluso con più di 50 fermati (la metà minorenni) e 5 poliziotti feriti.

Scontri anche a Torino. Qui la scena l’hanno rubata i militanti legati ad Askatasuna, che che hanno preso il comando del corteo. L’episodio più grave è avvenuto alla Feltrinelli della stazione di Porta Nuova, dove alcuni manifestanti hanno messo a soqquadro gli scaffali. L’imposizione dei “rossi” [estrema sinistra antagonista] ha creato piccole risse tra gli stessi contestatori, con un esponente di Futuro Nazionale (il movimento di Roberto Vannacci), Marco Liccione – ex No Vax, autodefinitosi “uno degli organizzatori” – allontanato. Risultato: 12 fermati (10 minori).

Scontri in zona stazione anche a Bologna, dove i manifestanti incappucciati hanno lanciato vari oggetti, tra cui le biciclette del bike sharing, contro le forze dell’ordine. Altri hanno colpito a picconate marciapiedi e arredi urbani.

Tra le grandi città ha fatto eccezione Roma, dove in piazza del Popolo si sono radunate oltre 10mila persone sotto le bandiere della Cgil. Nella Capitale tuttavia, il fermento è palpabile. Fonti investigative, ragionando con il Fatto, individuano negli influencer di estrema destra i possibili leader della protesta, come dimostrano i cortei “spontanei” nella periferia est in chiave anti degrado.

NEI GIORNI SCORSI il ministro dell’interno Matteo Piantedosi al Foglio aveva parlato di una “regia internazionale” dietro queste proteste di cui, a suo dire, i nostri investigatori hanno “evidenze”. Ieri la premier Meloni ha elogiato la “manifestazione pacifica” della Cgil affermando però che “non si possono ignorare le altre piazze”.

La prossima data cerchiata in rosso sul calendario è quella del 30 ottobre: se il modello francese funziona, il rischio di un’escalation è dietro l’angolo.


Alberto Giulini
Guerriglia in centro per il carovita. Dodici attivisti fermati
Corriere Torino, 18 ottobre 2026


Un’ora abbondante di guerriglia urbana ha fatto calare il sipario sul corteo contro il carovita che ha sfilato ieri pomeriggio per le vie del centro di Torino. La manifestazione, ha visto la partecipazione di migliaia di giovani e studenti. Sono stati proprio loro a prendere il sopravvento, deviando rispetto al percorso concordato e tentando in un primo momento l’occupazione dei binari di Porta Nuova. Una decina di persone è riuscita solo a introdursi all’interno della Feltrinelli, messa a soqquadro, mentre il grosso del corteo ha ingaggiato un primo scontro con la polizia all’esterno della stazione: le forze dell’ordine hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni agli oggetti scagliati al loro indirizzo.

La manifestazione, tra gli slogan contro Meloni, Salvini, Vannacci e persino Mattarella, ha quindi fatto ritorno in piazza Castello. Quando tutto sembrava ormai concluso, lo scoppio di un paio di petardi e alcuni oggetti lanciati verso la prefettura hanno fatto di nuovo entrare in azione i lacrimogeni. Le forze dell’ordine e l’idrante hanno i manifestanti in via Po, ma molti, per lo più giovanissimi e a volto coperto, hanno provato a resistere con barricate improvvisate. Lo schieramento di polizia, carabinieri e finanzieri ha quindi fatto indietreggiare il corteo fino in piazza Vittorio Veneto anche con lacrimogeni che, secondo le proteste dei manifestanti, sarebbero stati sparati «ad altezza uomo». Il bilancio della manifestazione è di 12 persone fermate di cui 10 minorenni: sono state trovate in possesso di petardi, pietre e martelletti frangivetro, ma le operazioni di identificazione da parte della Digos sono in corso. Tra i manifestanti si registrano almeno tre feriti trasportati in ospedale. Tra i promotori, che hanno perso il controllo della manifestazione, c’è anche Marco Liccione. Celebre per l’organizzazione di manifestazioni contro il green pass, ha denunciato di essere stato aggredito ed etichettato come fascista: «Mi hanno picchiato in quindici, sono stato riconosciuto per la mia appartenenza a Futuro nazionale». Ricostruzione smentita dal partito di Vannacci: «Non ci rappresenta e non ricopre alcun incarico». Dura la condanna del sindaco Stefano Lo Russo: «Manifestare ed esprimere pacificamente le proprie idee è un diritto fondamentale, che va sempre rispettato e tutelato. La violenza rappresenta l’esatto contrario di questo principio e merita una condanna netta, senza ambiguità». Per il governatore Alberto Cirio «l’aggressione alle forze dell’ordine, le violenze, i danni e persino la devastazione di una libreria sono gesti intollerabili e chi li compie ha un solo nome: delinquente».

La violenza esplosiva

Valeria Pini
L'esplosione di violenza giovanile si combatte (anche) con meno web e più esperienze condivise

la Repubblica, 10 aprile 2026

BORMIO – Nascondono la fragilità con la violenza. Aggrediscono, perché credono che sia l’unico modo per farsi valere. Spesso sono giovanissimi e non percepiscono neanche il male che provocano. Uomini che uccidono le fidanzate, ragazzi che accoltellano compagni di scuola in classe o per strada. Baby-gang che colpiscono a morte per pochi euro. Se ne parla ogni giorno sui media e il tema è stato affrontato al XVII Congresso di Psichiatria di Bormio Conflitti nelle persone, nelle relazioni, nella comunità e riverberi psicopatologici.

In Italia, la violenza giovanile è in aumento, con il 12% di ragazzi coinvolto in aggressioni di gruppo e un netto incremento di risse e lesioni tra i 14-17 anni (dati Cnr), spesso legate all'uso di armi bianche. Il fenomeno è amplificato dai social media. E poi ci sono tutte quelle prevaricazioni che uomini adulti o giovanissimi commettono nei confronti delle compagne: in Italia, 1 donna su 3 tra i 16 e i 70 anni (31,5%) ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, spesso da partner o ex partner.

Ma che cosa spinge a questa violenza? E come possiamo arginarla? "Se non c’è più moderazione e controllo si lede l’altro. Nei casi di aggressività solo a volte si è in presenza di una psicopatologia. E alcune persone sono più a rischio di diventare aggressive. La probabilità di sviluppare disturbi psichici può essere associata a fattori genetici, psicologici e sociali, compresi traumi nell'infanzia. Oggi a contribuire all’aggressività sempre più dilagante c’è anche il problema delle dipendenze: alcol e droghe sono molto diffuse e sono un potente disinibitore che può generare comportamenti violenti. E questo accade soprattutto per chi è in una situazione di fragilità psicologica”, spiega Antonio Vita, presidente della Società di Psichiatria e Ordinario di Psichiatria e Prorettore ai Rapporti con le strutture sanitarie dell’Università di Brescia.

I fattori di rischio


Quando un adolescente colpisce un coetaneo o un adulto ferisce o uccide un’altra persona non si è sempre in presenza di un disturbo psichiatrico. Ma a volte è così. La storia di ognuno è diversa e quello che accade nella vita lascia spesso una traccia indelebile.

“I fattori psicosociali e sociali e i traumi rappresentano un fattore di rilevanza – aggiunge Vita – . Nella genesi di elementi psicopatologici dell’adulto c’è anche la storia di traumatismi infantili e nell’adolescenza. Nei giovani “ad alto rischio”, che hanno qualche elemento di disfunzione sociale o una storia familiare di malattia, la storia di traumi precedenti è altissima. Sono situazioni che possono contribuire all'insorgenza di patologie psichiatriche comprese le psicosi. Mi riferisco – sottolinea – ad abusi emotivi e fisici, ad atteggiamenti indifferenti o ipercritici dei genitori, all’aver assistito a violenza in casa o, in generale, alla trascuratezza emotiva o fisica verso il bambino. Sono ferite che tendono a generare situazioni che durano nel tempo. I fattori psicosociali e sociali e i traumi rappresentano un fattore di rilevanza quando si parla di disagio mentale e aggressività”.

Le donne


Un’aggressività che spesso colpisce le donne. "L’emancipazione femminile, per molti uomini, non è stata un arricchimento reciproco, ma una sottrazione di potere o meglio, di valore personale. Da qui nascono disorientamento, confusione e, nei casi più estremi, la violenza – spiega Emi Bondi, già presidente della Società italiana di Psichiatria e coautrice del libro Il maschio fragile (editore Mondadori) – . La società è diventata più complessa e competitiva e molti uomini, soprattutto i più giovani, vivono l’avanzamento delle donne come una minaccia. Ne deriva una sensazione di perdita di valore personale che alcuni cercano di compensare rifugiandosi in modelli arcaici di maschilità. Parliamo anche di ragazzi che non considerano la parità un modello vincente e non hanno un vero riferimento paterno”.

La normalizzazione della violenza


Fra i problemi, secondo gli esperti, c’è anche quello della "normalizzazione” della violenza. E questo accade soprattutto on line, sui Social. Diversi studi scientifici hanno rilevato che chi guarda video con scene di stupri o uccisioni resta colpito le prime volte, ma nel tempo si crea un’assuefazione al male.

"C'è una dilagante tendenza a rendere normale la violenza come prima e più semplice risposta. La ragione sta nel fatto che i giovani mostrano una crescente fragilità e incapacità a gestire relazioni affettive, confronti e contrasti relazionali. Gestire i rapporti con la violenza è invece molto più semplice e diretto. Siamo in presenza di una disregolazione emotiva e accresciuta impulsività determinata anche dal vivere sempre di più all'interno di contesti, reali o virtuali, all'insegna appunto della violenza. L'essere violenti risponde anche ad un sistema di esibizione: è un modo per apparire e c'è quasi un fascino esercitato da questa sub-cultura del coltello, delle baby gang e del gruppo". In questo contesto "vengono così meno i freni inibitori", spiega Claudio Mencacci, psichiatra, co-presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e direttore emerito del Dipartimento Neuroscienze Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco Milano.

Secondo Mencacci, non è casuale il ricorso sempre più frequente al coltello come arma, come è accaduto più volte, anche nell’omicidio nella scuola di La Spezia. “Il coltello - dice Mencacci - diventa quasi un 'costume', simbolo di autoprotezione e potenza facilitato dall'immediatezza d'uso". Questa normalizzazione della violenza, che diventa la "nuova cifra identitaria" in vari gruppi giovanili. “Il ragazzo non riesce più a vedere la sproporzione della sua risposta rispetto alla situazione che l'ha determinata. Ecco perché si pugnala un coetaneo magari per un semplice sguardo ad una ragazza". E spesso non si capisce quanto male si è provocato.

Contenere la violenza


Resta quindi da capire se questa violenza possa essere contenuta. “Difficile indicare un 'antidoto' per contrastare la situazione, perché il problema – sottolinea Mencacci – è culturale. Ma c'è una iniziativa concreta che sarebbe però possibile e oggi quanto mai necessaria. Dovrebbero essere introdotti nelle scuole dei corsi di educazione alle relazioni e alla emotività. È fondamentale educare i giovani al confronto. Solo così si potrà recuperare quella capacità di gestione dei conflitti e dei rapporti interpersonali che le nuove generazioni hanno perso, mascherando questa enorme mancanza con una forza e decisione che è però solo apparenza".

L’educazione nelle scuole è uno strumento utile anche per arginare l’aggressività nei confronti delle donne e i femminicidi. “È fondamentale lavorare sull’educazione affettiva fin dalle scuole. I ragazzi devono imparare ad accettare i “no”, a riconoscere i limiti, a rispettare le regole e le scelte dell’altro. È da lì che nasce una cultura delle relazioni più matura e meno violenta. Numerosi programmi di prevenzione mostrano che l’educazione affettiva riduce i comportamenti violenti e migliora la capacità di gestione emotiva”, spiega Bondi.

Stare insieme cura


Spesso anche la solitudine contribuisce a situazioni di malessere che possono provocare violenza. E oggi viviamo sempre più isolati e collegati a un mondo virtuale. E sempre più la scienza ricorda quanto le esperienze di condivisione con gli altri possano aiutare a stare meglio. Perché spesso lo stare insieme cura.

"La conflittualità è trasversale e connessa all’evoluzione dell’uomo – spiega Vita – . Oggi molti studi superano l’idea che l’aggressività favorisca l’evoluzione e l’affermazione dei caratteri più forti e mi riferisco alla tesi darwiniana. Questo tema è stato in parte rivisto e si è visto che la prevalenza oggi deve essere quella del gruppo e non del singolo. La cooperazione fra individui può fare vincere e rendere più forti. Può far emergere il gruppo rispetto agli altri gruppi. L’aggressività va considerata in questo ambito e stare insieme, aiutarsi può aiutare. lo scopo unico e l’obiettivo comune aiuta”, aggiunge Vita.

Le occasioni di condivisione


Quindi, per combattere la conflittualità, fermare la rabbia e la conflittualità, la ricetta potrebbe essere tornare a creare situazioni di socialità e di aiuto reciproco. “Creare occasioni di socialità viva, non mediatica e digitale che porta a solitudine ed a isolamento, è molto utile. Il digitale ci ha immerso in un mondo virtuale e ha creato solitudine.

Sarebbe utile, anche per i ragazzi, creare occasioni di aggregazione come lo sport, gli scout, gli incontri in parrocchia o i viaggi. Se il gruppo porta prevaricazione e bullismo si parla di bande, ma se il gruppo è sano porta invece un elemento positivo”.

sabato 17 ottobre 2026

Un viaggio autunnale nel Peloponneso

Chris Cotonou
Una Grecia per tutte le stagioni: il mio viaggio autunnale attraverso il Peloponneso
The Guardian, 17 ottobre 2026

Mentre percorrevo la strada rialzata che collega la minuscola isola fortificata di Monemvasia alla costa sud-orientale del Peloponneso, con l'Egeo scintillante tutt'intorno, mi è tornato in mente un verso di Yiannis Ritsos, uno dei più grandi poeti greci del XX secolo. Ritsos visse a Monemvasia, in una casa che oggi è un museo, situata su un tratto di selciato vicino alle mura color ocra del castello. Un suo verso prediletto recita: "Il viaggio non è né un addio né un ritorno a casa, ma un ponte etereo...".

La scusa per il mio viaggio nell'estremo sud del Peloponneso – Messenia, Mani e Laconia – si collocava a metà strada tra queste due idee. Mia madre ha origini nel Peloponneso – una sorta di ritorno a casa che desideravo esplorare da tempo – e, finita l'estate e con una gran voglia di avventura tutta per me, sono partito in auto, lasciando Kalamata, la verdeggiante città portuale e porta d'accesso alla regione, percorrendo una strada costiera ad anello.

L'autunno nel Peloponneso è un'altra Grecia. Dimenticate il bianco e l'azzurro delle Cicladi; le valli montane sono ricoperte da pinete e fiori selvatici, una distesa verde punteggiata da rustiche case in pietra calcarea. Questi villaggi, finalmente rinfrancati dalla fine di un'estate torrida, celebrano chiassose feste del raccolto: vino, arance e castagne in Laconia, fichi in Messenia e olive vicino a Kalamata. Questa è la Grecia che la diaspora rimpiange: il chorio , una parola che ci riporta ai nostri parenti e alla vita rurale greca, ai villaggi dove l'aria è salubre, il cibo dipende da ciò che viene coltivato a pochi metri di distanza e le taverne sono animate dalla gente del posto anziché dai turisti. Nella bassa stagione, il clima è abbastanza fresco per lunghe passeggiate lungo gli spettacolari sentieri della regione, ma con temperature intorno ai 25°C è ancora ideale per una nuotata.

Le acque del Mani sono così cristalline che le barche sembrano fluttuare sulla superficie.

Il viaggio di due ore verso Monemvasia iniziò con il passo del Taigeto, snodandosi tra villaggi e gallerie scavate nella roccia, mentre aquile reali volteggiavano sopra gli abeti. Dall'altro lato del Taigeto, la strada si apriva su Mystras, un sito archeologico bizantino arroccato sul fianco della collina. Salii fino al Palazzo del Paleologo e alle sue cappelle, poi scesi affamato fino al villaggio di Parori, dove la Taverna Ores serviva syglino , il tipico salume locale, e uno stufato di okra. Mi esercitai con il mio greco stentato con la cameriera e sua madre, che teneva d'occhio un quiz televisivo mentre mescolava le pentole dello stufato .

L'architettura bizantina greca di Monemvasia. Fotografia: Kisa_Markiza/Getty Images/iStockphoto

Dopo pranzo mi sono fermato a Sparta, sito dell'antica città-stato e della moderna metropoli. Ai piedi del Taigeto, nel silenzio spettrale degli uliveti, si ergono un'acropoli, un'agorà e poco altro. Eppure l'aria trasporta qualcosa sopra le rovine, ed è una breve ma necessaria sosta. Una statua di Leonida, eroe delle Termopili, si erge rivolta verso la città nuova, con le rovine alle sue spalle.

Questa è ancora la Grecia degli Spartani: gli abitanti del luogo rimangono profondamente legati alle loro antiche origini. Monemvasia ha un legame affascinante: si narra che nel 600 d.C. un vescovo abbia condotto la popolazione spartana sulla rocca per fortificarsi contro le tribù invasori. Adagiata su un pendio all'interno delle mura del castello, si trova una città di stretti vicoli e chiese ortodosse medievali. È un vivido incontro con l'architettura bizantina greca, così come con le tracce del commercio veneziano: la malvasia, un vino dolce e liquoroso, era un tempo un prodotto d'esportazione molto apprezzato. Persino la mia pensione, Kelia (camere da 70 €), in origine era la residenza di monaci nella piazza Chryssafitissa, affacciata sul mare.

Lasciata Monemvasia, ho fatto una deviazione verso sud per raggiungere le spiagge di sabbia dorata di Elafonisos. Per arrivare a quest'isola bisogna prendere un traghetto da Pounta, con una traversata di 10 minuti. Le acque turchesi della spiaggia di Simos sono deserte fuori stagione: una pausa necessaria prima dell'ora di viaggio in auto verso nord-ovest, dove trascorrerò la notte a Gythio. Questa cittadina portuale, ancora attiva, vanta palazzi neoclassici color pastello e ristoranti sul lungomare riforniti dai pescatori locali. Qui inizia la Mani.

La spiaggia di Simos è raggiungibile in traghetto da Pounta. Foto: Constantinos Iliopoulos/Alamy

“Vittoria o morte” recita lo stendardo maniota, sopra il motto spartano “Con lo scudo o sullo scudo”. La regione è nota per il suo stile di vita conservatore, che potrebbe sembrare fuori moda nella Grecia moderna, ma che io trovo affascinante. La bellezza del Mani deriva in parte dal suo isolamento. A un'ora di macchina da Vathia, montagne impervie sono coronate da labirintici villaggi di torri di pietra, costruiti dai clan manioti per proteggersi durante i periodi di vendetta o di scontri con gli Ottomani. Alcuni sono ormai città fantasma, altri sono stati trasformati in pensioni.

Questo è un posto speciale. Non possiamo continuare a nasconderci dal mondo.

Ma è stato a Gerolimenas che un amico greco mi ha suggerito di fermarmi per qualche notte. Il villaggio sul mare è un'ottima base per visitare sia la costa occidentale che quella orientale. Lungo quest'ultima, ho fatto un'escursione fino al punto più meridionale della Grecia continentale, il faro di Capo Tainaron, e mi sono concesso un bagno improvvisato. L'acqua del Mani è così cristallina che le barche sembrano fluttuare sulla superficie.

L' hotel Akroyiali (camere doppie da 80 € con colazione inclusa) ha aperto negli anni '70, prima che la maggior parte delle strade della regione fosse costruita. È edificato sulla costa di Gerolimenas, quindi mi sono addormentato cullato dal suono delle onde e dalle chiacchiere provenienti dalla taverna dell'hotel sottostante, dove il proprietario, il signor Theodorakakis, e la sua famiglia intrattenevano gli ospiti.

«La Mani sta cambiando secondo i suoi ritmi», mi ha detto Theodorakakis. «Questo è un luogo speciale. Non possiamo continuare a nasconderci dal mondo». La maggior parte dei greci preferisce visitarla fuori stagione, ha aggiunto. «Si può esplorare la regione senza soffrire il caldo. Ma attenzione al vento di nord-est. È tagliente!».

Lasciata Gerolimenas, ho guidato per 30 minuti lungo la strada costiera occidentale, entrando nella vivace cittadina di Areopoli, dove ho acquistato sale marino raccolto a mano e origano selvatico. Le graziose Limeni e Kardamyli – città natale dello scrittore britannico Patrick Leigh Fermor (che ha reso famosa la regione) – sono meta di numerose gite di un giorno nella Mani, anche da Kalamata. In ogni caso, in autunno è più tranquilla. Ad ogni tornante si aprono scorci sul mare, fiori e formazioni calcaree.

Stavo pranzando con vista su uno di quei promontori erbosi quando il proprietario della taverna mi parlò di una donna del villaggio che conosceva le miralogie . Si tratta di lamenti funebri manioti, struggenti e struggenti, che si cantano ai funerali e che oggigiorno si sentono raramente. Dopo due giorni di ricerche, trovai Kaiti Braimi in una piccola cappella dove accettò di cantare. "In un certo senso, sono meno necessarie", mi disse l'ottantenne. "Niente più vendette."

Le cascate di Polylimnio in Messenia. Fotografia: PitK/Alamy

I ritmi ammalianti della miralogia mi risuonavano nella mente mentre lasciavo il Mani per entrare in Messenia, attraversando di nuovo Kalamata, ma questa volta dirigendomi verso ovest. Qui, gli abitanti del villaggio erano in festa. I clarinetti risuonavano nei giardini delle taverne durante le feste domenicali in famiglia e i parenti si tenevano per mano in cerchio per ballare il kalamatianos . I passanti si alzavano e applaudivano prima di essere trascinati dentro.

Durante l'ora di viaggio da Kalamata a Pilo – che sarebbe stata la mia base – i monti Maniot si sono trasformati in lussureggianti foreste. Ai lati della strada sbocciavano fiori selvatici. Eppure, nell'immensa distesa verde della Messenia, si possono ancora scorgere tracce di antiche civiltà, tra cui il palazzo dell'età del bronzo di Nestore, a nord di Pilo.

Il mio percorso ha fatto una deviazione verso le cascate di Polylimnio. In Messenia è facile deviare dal percorso; ci sono spiagge incontaminate (come Tsapi sulla costa meridionale, dove le montagne si tuffano nel mare), così come zone per il canyoning, il ciclismo e il kayak. Dopo una breve escursione, mi sono immerso in limpide pozze circondate da pini, per lo più da solo, a parte una coppia ateniese. "Siamo qui per il mio compleanno", ha detto l'uomo. "La Messenia è il posto migliore in Grecia per le attività all'aria aperta". Mi hanno indicato un sentiero per il canyoning a nord della baia di Navarino: un consiglio per la mia prossima visita.

Quella sera, nel porto di Pilo, a solo un'ora di distanza da Kalamata, dove avevo iniziato il mio viaggio, mi fermai in un kafenion per un ouzo . Un gruppo di ragazzi stava guardando la partita di calcio tra Grecia e Germania in televisione. Si lamentavano a gran voce per ogni tiro sbagliato, ma quando la partita finì con la vittoria, i caffè lungo il porto esplosero in un boato di gioia.

Ripensai al mio viaggio attraverso l'estremo sud del Peloponneso, un percorso che mi aveva rivelato una Grecia rurale che avevo idealizzato fin da bambino grazie ai racconti della mia famiglia e che credevo stesse lentamente scomparendo. Ma non qui. Tra le montagne e le coste della Messenia, del Mani e della Laconia, ho trovato una Grecia per tutte le stagioni.