venerdì 20 marzo 2026

Dentro il mondo di Bluey

Andrea Zanini 
Un modello di paternità sana: perché “Bluey” è il cartone migliore di tutti
Domani, 18 marzo 2026

C’è un costante senso del “nuovo”, quando sei genitore, e i primi anni conti un sacco di prime volte: i primi vagiti le prime parole i primi passi, ovviamente, ma anche, più tardi, il primo giorno di asilo, la prima notte al pronto soccorso, la prima bugia seria, la prima volta che in bici senza rotelle, la prima volta che con la bici rischia davvero la vita, il primo giorno di elementari, che ora si chiama scuola primaria e hanno tutti quegli zaino-trolley giganti. Al contempo, credo che si sottovaluti molto il senso delle seconde volte. La prima volta la vita ti arriva in faccia con tutta la sua forza, alla seconda occasione le cose si possono riprovare con un minimo di esperienza in più. C’è quasi tempo per osservare.

I miei figli hanno sette (Tommaso) e due anni (Matilde), per cui, riniziato il giro di giostra, sto avendo la possibilità di guardare nuovamente Bluey.

La prima volta era stata una rivelazione: un cartone animato capolavoro, un milieu culturale che è purtroppo appannaggio di quella – statistiche Istat alla mano, sparuta – minoranza di genitori che hanno figli dai due ai sei anni circa.

Bluey è il miglior cartone per bambini al mondo, per distacco, e tutti i giovani genitori lo sanno, e tutti gli altri non sanno neanche che esiste.

Dentro il mondo di Bluey

Lo raccontiamo anche a chi di voi non ha a che fare con piccoli umani: Bluey è un cartone australiano, nato nel 2018 e che da subito ha conquistato prima il mondo anglosassone e poi l’Europa. Non fa che seguire le ordinarissime e straordinarie avventure di Bluey, eponima eroina, cagnolina blu di sei anni, sorella maggiore di Bingo, che ne ha quattro, e figlia di Bandit e Chilli.

Sono cani parlanti, che vivono e lavorano e giocano come esseri umani. Spesso le puntate sono tutte confinate all’ampia casa con giardino nella periferia di Brisbane. Seguono la loro vita, i giochi in giardino, gli scherzi in macchina, le piccole grandi avventure al torrente o al parco giochi o in piscina. La trama non dice granché, i disegni sono carini ma superficialmente niente di che (mentre, a ben vedere, c’è un lavoro eccezionale di inquadrature, montaggio, animazione, colori, prospettive, scrittura, colonna sonora da mettere in imbarazzo metà della produzione cinematografica attuale) ma il punto, come sempre, è nel come si fanno le cose.

Bluey poteva essere un cartone animato come ce n’è un milione, e invece, un episodio di sette minuti alla volta, rappresenta quella gigantesca commedia umana che è l’infanzia. Al centro di ogni cosa c’è il gioco: come in Calvin e Hobbes ogni gioco, per quanto piccolo e scemo sia, apre universi, e il giardino diventa giungla, una sedia diventa taxi che gira nella notte, delle tessere sparse sul pavimento diventano il cerchio magico delle fate che intrappolano i nostri eroi e li costringono a ballare la danza irlandese.

Innestato su questo motore narrativo, praticamente sempre presente, Bluey si prende il tempo di esplorare, a piccoli ma sicuri tratti, la difficoltà di crescere, i rapporti fra sorelle, i litigi fra amici, il potere dei soldi, i primi innamoramenti, ma anche la difficoltà di gestire lavoro e famiglia, la sensazione di sentirsi inadeguati come genitori, la difficoltà di vedere tua sorella felice con i suoi bimbi quando tu di bimbi non puoi averne.

Se mettessimo in fila tutti i cartoni animati per complessità psicologica ed emozionale, Bluey vincerebbe tutte le categorie. Peppa Pig e Paw Patrol – che sono industrie milionarie in termini di visualizzazioni e marketing – a questo sport non partecipano neanche. Masha e Orso è divertente, animato con grande tecnica e maestria, ma sostanzialmente ci mostra una bambina senza regole fare il bello e cattivo tempo e un povero orso che raccoglie i cocci dopo ogni suo passaggio. Intrattiene, ma non fa pensare.

Bing è sicuramente più psicologico e pedagogico, ma ha un po’ il difetto che tutto il mondo gira attorno al coniglietto nero, le emozioni esplorate sono quasi esclusivamente le sue, al massimo quelle dei pochi bambini suoi amici, sempre in rapporto con lui (è un po’ viziato, Bing, diciamocelo). Gli adulti in Bing sono pazientissimi e monodimensionali – tanto che sono letteralmente bambole di pezza, figure vaghissime e lievemente inquietanti che non sappiamo neanche se siano papà, mamme, zii o tate.

In Bluey, al contrario, c’è tutto: l’intrattenimento e l’educazione, la stupidaggine e la frase che trasforma una puntata divertente in un momento in cui ti viene il magone. Bluey parla ai bambini e agli adulti insieme – lezione che impara dai migliori fratelli maggiori, come i grandi cartoni animati cinematografici di Disney e Pixar.

Trasforma la visione del cartone in un momento comune, in un piccolissimo e quotidiano rito collettivo, sette minuti alla volta. Non è raro trovarsi a fine visione con la lacrima che scorre sulla guancia, mentre tua figlia se la ride ignara e felice.

Il segreto di Bandit

Una delle innovazioni più evidenti, un vero colpo di genio, è il padre di Bluey, Bandit.

Forse oso troppo, ma voglio osare: non c’è mai stato, nella storia della letteratura e dei fumetti e del cinema, nella storia delle arti tutte, un padre come Bandit. Il padre migliore del mondo, semplicemente. Un papà (quasi) sempre disposto a giocare, entusiasta e divertente, che si dedica completamente a ogni scherzo e ogni fantasia. È paziente e caciarone, creativo, generoso con le proprie figlie fino all’autoumiliazione, pieno di energia. Ha tanti amici, un rapporto invidiabile con la moglie Chilli, è semplicemente adorato dalle proprie bimbe. Probabilmente non se la cava neanche male a lavoro, per potersi permettere una casa così grande e bella.

È dunque insopportabile Bandit, e tutti noi padri lo amiamo e lo odiamo ugualmente, perché ci mette di fronte alla nostra inadeguatezza e vorremmo un po’ essere come lui, e sappiamo non sarà mai possibile.

La prima cosa che colpisce, soprattutto nella prima stagione, è quanto sia presente: a volte Bandit è l’unico genitore per tutta la puntata, è semplicemente da solo con le sue figlie e le porta al parco e in spiaggia e al ristorante cinese e all’autolavaggio. Consola le figlie se si fanno male, gli fa fare la pipì in un cespuglio, mette a posto i giochi con loro, le pulisce quando vanno al gabinetto di notte. Cucina le torte mentre la moglie è fuori con le amiche.

È quasi sciocco dirlo, ma fosse stata la mamma a fare tutto questo non ce ne saremmo neanche accorti.

Quando gioca, Bandit diventa un method actor alla Daniel Day Lewis, sciogliendosi completamente nel ruolo, anche se deve fare il gorilla o un polpo, emettendo strani suoni per tutta la puntata. È talmente convincente che solitamente la sua piccola tenera Bingo prova compassione per lui. In quei momenti, è bene dirlo, Bandit è lontanissimo da noi genitori reali, quasi urticante nella sua evidente superiorità di padre. È un personaggio spesso mal sopportato per questo.

Un modello per tutti 


Ammetto che anche io ho avuto i miei momenti di complesso di inferiorità, ma a questo secondo giro di visione  – un momento in cui siamo in effetti molto simili, perché ora una figlia femmina ce l’ho anche io, e la distanza di età fra Bluey e Bingo non è così diversa fra quella dei miei Tommi e Matilde – la paturnie sono evaporate e posso finalmente godermi un modello sì irrealizzabile, ma almeno aspirazionale.

Noi uomini siamo così pieni di modelli irrealizzabili unidirezionali  calciatori, miliardari, maschi alpha, tronisti vari, tutte ipostasi della trinità “sesso, soldi, potere” – che avere come stella polare un cagnone blu che gioca troppo e troppo bene con le sue bimbe non può essere poi così dannoso.

Una delle qualità più invidiabili di Bandit, è che quando gioca, non si risparmia, non sospira, non controlla l’orario ogni due minuti. È davvero in un “qui e ora” con le sue bimbe: un qui e ora nel gioco, contemporaneamente da pari e da genitore. Si diverte come un bambino, ma non perde mai di vista il suo ruolo di adulto nella stanza. La distanza con noi padri moderni con il cellulare in mano è evidente. Giocare con i bimbi senza cellulare è un esercizio zen fra i più difficile, un apprendistato nel diventare genitori migliori.

Dove Bandit ritorna a parlare a noi padri reali, ancora di più, è quando fallisce o sbaglia. Nel finale – spesso molto emozionale, a volte proprio strappalacrime (vedi ancora alla voce Disney-Pixar) – Bandit sa chiedere scusa, ammetta la propria fragilità o vulnerabilità, sa dire alle sue bimbe che lui non sa tutto e non ha tutte le risposte, o ancora si lascia andare del tutto, sciogliendo un grumo di ansia o tensione che l’aveva trattenuto.

In un episodio Bandit si accascia a terra perché non riesce a fare la torta-anatra che aveva promesso a Bingo; in un altro, è sgarbato con la piccola che lo tempesta di domande mentre lui è in una call di lavoro, innescando la maledizione delle fate; in un altro, si vergogna di fare dei versi di balena al parco perché ci sono altri adulti nelle vicinanze. Fosse stato solo un giullare, non sarebbe stato lo stesso.

Se Bandit svetta, è perché i papà degli altri cartoni sono a dir poco mediocri. In Peppa Pig, si riconosce solo per essere più alto, più grasso, più grosso e più tonto di sua moglie. Lo hanno paragonato un po’ a alla cerchia di Fred Flintstone e Homer Simpson: un uomo fatto e finito, ma in cosa è davvero un papà? Papà Pig viene spesso preso in giro e basta per la sua dabbennaggine – e, d’altronde, se lo merita.

John Brum, il creatore di Bluey, ha fatto la gavetta proprio su Peppa Pig in Inghilterra, per poi tornare nel 2009 in Australia a voler fare qualcosa di suo. Voleva cani ai posto dei maiali: ma soprattutto, voleva un papà migliore.

Van Dyck a Genova





Nobildonna genovese


Ritratto di Ambrogio Spinola

Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra

Palazzo Ducale presenta la più grande mostra degli ultimi 25 anni dedicata a uno degli artisti più iconici della storia dell’arte internazionale e tra i più amati dal grande pubblico, Anton van Dyck.

Un “genio”, appunto, capace di scavalcare i secoli e incontrare il gusto, per contenuti e tecnica pittorica, di diversi contesti sociali e di molte epoche storiche. Van Dyck fu un artista che riuscì a mettere a sistema una serie di soluzioni e di sensibilità provenienti da vari ambienti e, nello stesso tempo, a tradurle in formule innovative.

L’eccezionalità della mostra – che si propone come una retrospettiva aperta a uno sguardo internazionale – si deve al numero davvero straordinario di opere di Van Dyck (60 in dieci sezioni tematiche), prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, tra cui il Louvre di Parigi, il Prado e il Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid e la National Gallery di Londra, e italiani, tra cui la Galleria degli Uffizi, la Pinacoteca di Brera di Milano, i Musei Reali di Torino, oltre che da prestigiose fondazioni e collezioni internazionali, quali la belga Phoebus e la portoghese Gaudium Magnum.

Anton van Dyck, Sposalizio mistico di Santa Caterina,1618-1620© Photographic Archive. Museo Nacional del Prado. Madrid 

Van Dyck fu un pittore europeo, nel senso letterale del termine: saranno presentate opere dell’importante periodo italiano tra il 1621 e il 1627, in cui Genova ebbe un ruolo centrale, ma anche numerose opere eseguite nei diversi momenti della carriera del pittore, nelle Fiandre, sua patria, e a Londra, dove venne chiamato a lavorare per il re Carlo I d’Inghilterra. La parabola artistica del pittore corre sul filo della storia anche economica e politica dell’Europa.

La mostra vuole essere, così, un viaggio alla scoperta del Van Dyck di “tre patrie” e di “tre stagioni” distinte, che condurrà il visitatore non in un percorso strettamente cronologico, ma con proposte tematiche che più chiaramente testimoniano come la sua arte sia stata in grado di adattarsi e di maturare. Ma soprattutto di conquistare il gusto e il favore di tutti, allora come oggi.

In mostra ci saranno tele di grandi dimensioni e il visitatore verrà naturalmente immerso in vere e proprie scene teatrali, piene di colori, di personaggi, di suggestioni. Non ci sarà, però, soltanto il Van Dyck ritrattista, attività che lo ha reso celebre e che certo verrà rappresentata con opere di ogni stagione della sua attività, da Anversa, all’Italia, all’Inghilterra.

Anton van Dyck, Due studi di testa d’uomo, 1615-1617 ca., KBC Art Collection Belgium, Antwerp, Museum Snijders&Rockox House

Il visitatore scoprirà, forse per la prima volta, il Van Dyck delle opere sacre: un mix di teatro e pathos, religione e sentimento, che sarà più coinvolgente di quanto si possa pensare, per la pura bellezza della sua pittura e per la capacità, comunque e sempre, di sedurre il suo pubblico.

Le collezioni civiche genovesi avranno un ruolo rilevante nell’accogliere i tanti visitatori da fuori Genova, ma anche i genovesi, grazie a un percorso di valorizzazione dei dipinti di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici allestiti nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco).

L’incanto e lo stupore della mostra di Palazzo Ducale potranno proseguire infatti grazie alla segnalazione di itinerari a Genova, città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza.



La violenza sessuale nei doposcuola a Parigi

 

Gioco di parole: périscolaire (doposcuola) diventa Peris (deformazione di Paris) e colère (collera)

Dibattito sulle elezioni comunali di Parigi: come la violenza sessuale nei programmi doposcuola è diventata un tema della campagna elettorale
Libération, 19 marzo 2026

La questione è emersa come una delle più controverse nella campagna elettorale per le elezioni comunali di Parigi. Mercoledì 18 marzo, durante il dibattito tra Emmanuel Grégoire, Rachida Dati e Sophia Chikirou su BFM TV , la violenza nei doposcuola ha dominato la discussione, portando a una serie di attacchi diretti contro il candidato socialista. Rachida Dati lo ha accusato di aver "esposto i nostri figli" al "più grande scandalo di pedofilia francese nei doposcuola". Sophia Chikirou lo ha criticato per aver ignorato gli avvertimenti dei sindacati, dei responsabili delle attività e un rapporto del 2015 dell'Ispettorato Generale della Città di Parigi, che aveva già evidenziato carenze nell'organizzazione dei doposcuola e sollevato preoccupazioni circa l'alto rischio di reati sessuali.

Quando, in autunno, si moltiplicarono le denunce di abusi sessuali nelle scuole materne parigine , la campagna elettorale comunale non era ancora iniziata, ma le ripercussioni furono immediate. La destra si aggrappò a questa macchia indelebile sul curriculum di Anne Hidalgo per attaccare il suo aspirante successore, Emmanuel Grégoire. A novembre, il Comune di Parigi, apparentemente consapevole della portata del problema, presentò rapidamente un piano d'azione , promettendo di non tollerare alcuna violenza contro i minori. Emmanuel Grégoire, ex primo vicesindaco di Anne Hidalgo (dal 2018 al 2024), sorprese tutti il ​​24 novembre rivelando a France Inter di essere stato lui stesso vittima di abusi sessuali in un doposcuola quando frequentava la quarta elementare. Questa rivelazione mise a disagio alcune famiglie delle vittime, che la considerarono intempestiva.

Alla fine di gennaio, la messa in onda di un'inchiesta di Cash Investigation sui programmi doposcuola ha riacceso la polemica. Il servizio, in particolare, mostrava una giornalista reclutata – senza qualifiche né esperienza nel lavoro con i bambini – presso una scuola materna pubblica del VII arrondissement di Parigi, la scuola Saint-Dominique, dove aveva filmato di nascosto episodi di negligenza, urla, violenza e comportamenti inappropriati da parte del personale. Il giorno prima della messa in onda, il Comune di Parigi aveva tenuto una conferenza stampa per fornire aggiornamenti sul suo piano d'azione. Nulla di nuovo, solo un tentativo di riprendere il controllo prima della tempesta mediatica. L'opposizione ha colto immediatamente l'occasione e il gruppo di Rachida Dati ha persino sfruttato l'ultima seduta del Consiglio comunale di Parigi presieduta da Anne Hidalgo come tribuna, abbandonando in massa l'aula per denunciare la situazione dei programmi doposcuola a Parigi.

Il caso di una scuola nel 7° arrondissement trasformatasi in campo di battaglia.

Il caso della scuola Saint-Dominique ha messo in luce tensioni particolari perché coinvolge parti contrapposte: da un lato, il Comune, rappresentato da Emmanuel Grégoire, e dall'altro, la sindaca del 7° arrondissement, Rachida Dati, la cui stretta collaboratrice, Emmanuelle Dauvergne, ha seguito da vicino la vicenda. Fin dall'inizio dell'anno scolastico, i genitori avevano espresso preoccupazioni riguardo a problemi con il doposcuola e alle urla e agli abusi psicologici perpetrati da un membro del personale, che è stato poi trasferito alla scuola Volontaire (15° arrondissement). Solo con la messa in onda del programma investigativo "Cash Investigation" i genitori sono venuti a conoscenza della prima denuncia presentata nel maggio 2025 contro ignoti per violenza sessuale nei confronti del coordinatore del doposcuola. Le informazioni, rimaste riservate per mesi, erano note ai rappresentanti dell'associazione dei genitori, i quali affermano che Emmanuelle Dauvergne, responsabile degli affari scolastici presso il municipio del 7° arrondissement, avesse dato loro istruzioni di non divulgare la denuncia agli altri genitori. La funzionaria eletta nega tale accusa a Libération.

A febbraio, Rachida Dati ha visitato la scuola Saint-Dominique per incontrare le famiglie. Secondo diversi genitori, l'incontro è stato teso. "È stato un po' come una pubblica umiliazione; è stata praticamente insultata da alcuni genitori", ha raccontato uno dei partecipanti. Alcuni, tuttavia, hanno accolto con favore la sua presenza: "Almeno è venuta a parlare con noi, visto che gli altri non vogliono risponderci". Un terzo genitore ha minimizzato l'accaduto: "È stata appena interrotta da quattro persone... Ma ha detto 'Me ne occuperò io' e poi non ha fatto nulla".

Durante il dibattito di mercoledì, Rachida Dati ed Emmanuel Grégoire si sono scambiati accuse reciproche sul caso Saint-Dominique. Il giorno prima, su RMC, Dati si era spinta ancora oltre, affermando che l'animatore, trasferito nel XV arrondissement, era stato spostato perché il Comune "voleva dare un'altra possibilità a questo pedofilo". Tuttavia, all'epoca, non era stato oggetto di alcuna denuncia per abusi sessuali. Su BFM TV, Sylvain Maillard, portavoce della campagna di Rachida Dati, si è perso in cifre fantasiose, menzionando "200 dipendenti assunti dal Comune di Parigi", di cui "75 accusati di pedofilia", prima di convertire la seconda cifra in percentuale. Il Comune di Parigi parla di 46 animatori sospesi nel 2025, di cui 20 per "sospetti di cattiva condotta sessuale", su quasi 16.000 dipendenti.

"Abbiamo urlato da soli nella notte per cinque anni."

Chi è vicino a Emmanuel Grégoire considera la strategia della destra e di "chi crede di poter sfruttare la questione" "molto rischiosa". Un membro del team di Pierre-Yves Bournazel, che si è ritirato dalla corsa a favore di Rachida Dati, liquida i due principali candidati: "Da parte dei LR, sono stati molto espliciti, e giustamente, sulla sostanza della questione, ma non hanno le mani pulite. Il comportamento di Dauvergne è stato inaccettabile. Da parte del PS, oltre alla loro inerzia, non hanno compreso la portata di questo scandalo. Stanno scaricando la responsabilità, e i parigini sono solo una cornice".

Per i gruppi di genitori mobilitati, lo scontro tra lo scandalo e la campagna elettorale permette finalmente di far sentire la propria voce. "In questo momento", spiega Anne, fondatrice del collettivo SOS Périscolaire , " siamo opportunisti quanto i candidati. Abbiamo gridato da soli nella notte per cinque anni, quindi siamo opportunisti perché il momento è propizio". E, di fatto, la questione è entrata a far parte dei programmi di tutti i candidati: Rachida Dati vuole il ritorno alla settimana scolastica di quattro giorni e controlli più severi, Emmanuel Grégoire promette "trasparenza" e una "riforma completa dei programmi extrascolastici" attraverso una "convenzione dei cittadini per l'orario scolastico", e Sophia Chikirou vuole stanziare quasi 19 milioni di euro per assumere più animatori con stipendi più alti di quelli attualmente offerti.

Ma dietro tutto questo, ci sono genitori sconvolti che faticano ad accettare che i candidati si stiano scaricando la responsabilità sulla storia dei loro figli. "Non appena la politica entra in gioco, la questione dei bambini viene completamente messa da parte", si lamenta Juliette, una genitrice della scuola Saint-Dominique. " Siamo tutti disgustati da questo opportunismo politico. Nessuno ha protetto i nostri figli". "Non è più una questione di sinistra, destra o centro", aggiunge Bastien, un altro genitore della scuola nel 7° arrondissement. "Se i bambini non sono la priorità di tutti, allora ci siamo persi qualcosa". Piuttosto che scontri politici, Bastien avrebbe desiderato "almeno un po' di empatia, qualcuno che ci ascoltasse e delle scuse". Barka, un'attivista del collettivo #MeTooEcole, formatosi dopo le rivelazioni di violenza sessuale alla scuola Baudin nell'11° arrondissement di Parigi, spera che la questione non svanisca dopo il secondo turno delle votazioni. "Siamo uniti e mobilitati, abbiamo il sopravvento, non li lasceremo andare."

Il linguaggio e lo stile di Bossi


Paolo Martini
Adnkronos

C’è stato un tempo in cui la politica italiana si parlava addosso con il lessico felpato della Prima Repubblica, fatto di perifrasi, allusioni e prudenza. Poi arrivò Umberto Bossi, e la lingua cambiò di colpo: meno congiuntivi, più viscere. Meno retorica istituzionale, più slogan da stadio. Il Senatùr non si limitò a guidare il suo movimento, la Lega Nord: ne inventò la grammatica, costruendo un codice comunicativo che mescolava dialetto, provocazione e una dose calcolata di scurrilità.

"Roma ladrona” non è stato soltanto uno slogan: per il Senatur è stata una formula magica per far breccia nell'opinione pubblica dell'Italia settentrionale, che per lui era la "Padania", altra parola resa un luogo metaforico del suo linguaggio. Tre sillabe e un’accusa, capaci di condensare un intero impianto ideologico. Nello slogan "Roma ladrona" (poi con l'aggiunta della piazza "La Lega non perdona"), si ritrova l’idea di uno Stato predatore, di un Nord produttivo contrapposto a un centro parassitario, di una rabbia che cerca un bersaglio semplice e riconoscibile. Non è un caso che proprio Roma - la città simbolo della nazione . venga trasformata nel nemico per eccellenza: non una critica amministrativa, ma una narrazione.

E poi c’è l’altro slogan, quello che ha fatto più discutere: “la Lega ce l’ha duro”. Qui il linguaggio si fa corporeo, quasi tribale. Non è più solo politica, ma identità virile, appartenenza fisica. È una comunicazione che rifiuta deliberatamente il decoro, perché nel rifiuto del decoro trova la sua forza. La volgarità non è un incidente: è un messaggio. È la dichiarazione di guerra a un’élite percepita come distante, sofisticata, ipocrita.

Bossi parlava come un militante, non come un leader. E forse proprio per questo riusciva a esserlo davvero. I suoi comizi non erano conferenze stampa, ma riti collettivi: urla, applausi, gesti teatrali. In un’epoca in cui la politica si affidava sempre più alla televisione, lui privilegiava la piazza, 'il pratone di Pontida', il contatto diretto, la parola gridata. Una scelta che lo avvicina, per certi versi, ai capi carismatici di altri movimenti populisti europei, ma con una peculiarità tutta italiana: l’uso spregiudicato della cultura popolare e dei simboli.

Emblematico è il rapporto con gli inni. Il ricorso ossessivo al coro del 'Và pensiero' - tratto dall'opera lirica 'Nabucco' di Giuseppe Verdi - a scapito dell'inno nazionale, Il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli, non è solo una scelta musicale. È un gesto politico: sostituire il simbolo dell’Unità nazionale con quello dell’esilio e della nostalgia. È la "Padania" immaginata come un popolo oppresso, in cerca di riscatto. Una narrazione potente, anche se storicamente fragile.

Il linguaggio del Senatùr ha spesso superato i limiti del politicamente accettabile. Dalle offese personali - come il celebre “Monti vaffa…” rivolto al presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Montialle invettive contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ('terùn") fino alle provocazioni sul Tricolore, “buono per pulirsi…”, ogni uscita contribuiva a costruire un personaggio. Un personaggio che viveva di eccessi, ma che proprio negli eccessi trovava visibilità e consenso. Eppure, ridurre Bossi a una caricatura sarebbe un errore. Dietro la rudezza c’era una strategia comunicativa precisa. Il suo linguaggio “povero” era in realtà estremamente efficace: accessibile, memorabile, replicabile. Non richiedeva mediazioni, non necessitava di interpretazioni. Era fatto per essere ripetuto, scritto sui muri, urlato nelle piazze, come ebbe ad annotare negli anni '90 il linguista Gian Carlo Oli, il celebre padre del Vocabolario della lingua italiana pubblicato da Le Monnier. 

Filippo Ceccarelli
Umberto Bossi è morto, il leader della Lega che ha stravolto la politica italiana

la Repubblica, 19 marzo 2026

Se n'è andato Umberto Bossi, a 84 anni, ma qui non si proseguirà con la retorica del Vecchio Leone. Da Mussolini Craxi Berlusconi la storia politica italiana è piena di vecchi leoni ed è un modo troppo facile per rendere l'onore delle armi e lavarsi la coscienza. L'antica e ancora valida distinzione di Machiavelli consente semmai di riconoscere nel Senatùr anche un sentore di selvatico, un tratto di non addomesticabilità che ha qualcosa della volpe, fiuto, furbizia e denti aguzzi – per quanto la raffigurazione zoologica si fermi all'anno 2004, quando il personaggio ebbe un coccolone e non tornò più a essere quel formidabile animale politico che era stato.

Poi la vita dei popoli è più complicata delle semplificazioni giornalistiche e degli inesorabili coccodrilli e ci si chiede se e quanto Bossi abbia contribuito al bene comune, alla soluzione dei problemi, a rendere migliore questo paese. E la sentenza, oltre che ardua, è sfuggente a dir poco, quando non è conveniente rifugiarsi nel giudizio dei posteri.

Anticipare umori e linguaggi

Ma questo nostro presente deve moltissimo al Senatùr. Divertente, aggressivo, pallonaro, un artista della mascherata e dell'insulto. Difficile per chi non l'ha mai conosciuto stabilire quale fosse la maschera e quale l'uomo, forse l'una e l'altro coincidevano in mirabile sintesi, forse c'era e al tempo stesso ci faceva. Però di sicuro ha anticipato linguaggi e modalità espressive oggi del tutto in voga, probabilmente senza rendersi conto, o meglio fregandosene, che mettevano in causa fenomeni epocali, la crisi della democrazia, la fine di una stagione a suo modo di speranza, la presa d'atto che l'idea stessa di futuro stava abbandonando le menti e i cuori dei responsabili di una cosa pubblica che si faceva via via sempre più minuscola.

E il Nord, d'accordo, anzi per dirla a suo modo “il Grande Nord”. Ma proprio l'enfasi, che nella fase gloriosa del Carroccio raggiunse picchi impensabili, devia il ricordo verso le immagini, i suoni, lo spettacolo. Da giovane Bossi fu cantante, con il nome di “Donato”, e lo si comprese dal modo in cui sui palchi della politica afferrava il microfono; secondo alcune testimonianze partecipò al Festival degli Sconosciuti di Castrocaro 1961, a suo tempo un vecchio 45 giri fu messo all'asta. Altre fonti documentarie consentono di ricordare il testo, invero piuttosto inquietante, di un brano dal titolo “Caterpillar”: "Noi siam venuti dall’Italy,/ abbiamo un piano per far la lira:/ entriamo in banca col caterpillar,/ e ci prendiamo il grano".

La scoperta dell’autonomismo

Fu studente svogliato, velocista controverso, diplomato per corrispondenza alla Scuola Radio Elettra di Torino; studente di medicina a tempo perso, con la giovane moglie si spacciò laureato; prima di appassionarsi alla fotografia arrostì salamelle al festival dell'Unità. Ma più che da partiti o passioni si può dire che lo smossero gli scombussolamenti socioeconomici della sua terra, il proliferare di capannoni e viadotti, le acque del lago inquinate, le tradizioni che andavano a ramengo. Si appassionò al dialetto, scrisse poesie, nemmeno brutte, entrò nel giro più che minoritario degli autonomisti. L'odierno, maniacale e a tratti anche manicomiale revival dell'identità deve molto a Bossi. Come spesso accade, il primo leghismo fu un fenomeno iper-folkloristico, ma proprio in questo – a parte la radice lessicale che identifica il folk nel popolo – tanto sottovalutato quanto a suo modo profetico. Senza la predicazione del Senatùr non avremmo passato trent'anni appresso al federalismo, né staremmo oggi a dilaniarci sull'autonomia col rischio di spacchettare l'Italia. Se dar conto degli inizi ha un senso, va detto che negli anni 80 la Lega Nord nacque contro i meridionali dando voce a un razzismo che, dopo essere compresso nei bar sugli autobus, non si vergognava più di esprimere se stesso sui palchi e nei manifesti.

Solo una ventina d'anni dopo si convertì in aperta xenofobia (“Fora dai ball!” gridava un manifesto con vignette che delineavano gli stereotipi dell'arabo crudele, del nero stupratore, dell'albanese spacciatore). Ma fino alle elezioni del 1992, ignari della loro sorte, i partiti grandi e piccoli della Prima Repubblica non videro arrivare Bossi e la sua scalcagnatissima congrega.

Barbaro e fiero di esserlo

In compenso il giornalismo gli diede subito il ruolo, tutto letterario, del barbaro, ciò che a lui piacque moltissimo. Capelli come nido di cicogna, abituccio verde facis, cravatta slacciata, la potenza di un voce roca, inconfondibile e indispensabile per la sparata della ridondanza e la fantasia dell'oltraggio. Scrisse Montanelli che Bossi non si lavava; in un magistrale articolo Pietro Citati, critico raffinatissimo, lo descrisse come l'uomo del bar, dai vetri appannati, che diceva cose strambe sull'universo mondo. A Roma, intesa come cassa di risonanza di Transatalantico, Rai, Curia e salotti, corse voce che si nutriva di pizza e cedrata e che ruttava ovunque e senza pietà. Tutto ciò aumentava la stima e l'affetto del suo pubblico al Nord, dove la Dc soprattutto, ma anche i sindacati, cominciavano di brutto a perdere consensi.

I parlamentari che Bossi si portò nella capitale erano personaggi pazzeschi, senza istruzione né ritegno. Mentre grazie al contributo dei leghisti l'impalcatura della Repubblica dei partiti veniva giù, uno di loro esibì un cappio sui banchi di Montecitorio. Una volta all'anno li faceva giurare fedeltà a Pontida, ma spesso cacciava via in malo modo qualcuno che gli faceva ombra. Tra lui e gli altri leghisti c'era in effetti l'abisso; impossibile che le leghiste, specie se giovani e belle, non fossero innamorate del Senatùr. Anche la fine della democrazia interna nei partiti gli deve moltissimo: stava per aprirsi o meglio per riaprirsi la strada dei partiti carismatici e personali, l'epoca regressiva dei re; e non è un caso che una ventina d'anni dopo proprio in casa leghista si sia tentata una successione basata sul sangue – che l'esperimento del Trota sia fallito miseramente è un'altra di quelle circostanze spiegabili col fatto che dopo l'ictus Bossi era ormai l'ombra di se stesso.

Nemici e minacce

Ma prima, di tutti i politici affermatisi nel corso dell'interminabile transizione all'italiana, fu il più astuto e spavaldo nel rispondere alle aspettative del suo popolo, anch'esso abbastanza barbarico. Il punto più alto – o basso, dipende dai punti di vista – venne raggiunto allorché lanciò nell'agone quella specie di esclamazione priapesca, “La lega ce l'ha duro!”, che una volta volle accompagnare con gesto minatorio rivolto alla povera Margherita Boniver (con cui peraltro si ritrovò qualche anno dopo al governo), il braccio nudo che fuoriusciva con pugno dalla manica della giacca. E la “gabina”, e la canotta, e “Roma ladrona”, e “attacati al tram” detto in tv a De Mita, e “Berluscaz” e “Berluscaiser”, e “la scureggia nello spazio” con cui liquidò l'illustre politologo Gianfranco Miglio, che pure per qualche anno ebbe come consigliere ideologico, consiglio interrotto dopo una selvaggia litigata.

Passò quindi alle minacce insurrezionali, che negli anni 90 facevano più effetto per via della guerra divampata nella ex Jugoslavia, a qualche km di distanza dal confine. Pallottole, esplosivi sui tralicci, l'eco di non so quanti bergamaschi in armi che sarebbe rimbombato nelle valli. Come spesso accade in Italia, un po' faceva ridere, un po' metteva spavento, entrambi le reazioni gli davano la carica, a un certo punto fondò una sorta di milizie, le camicie verdi (si scoprirono poi made in China).

La rottura con Berlusconi

Il furbo Berlusconi se lo portò al governo, ma Umbertone era più furbo, capì che il Cavaliere gli voleva comprare il partito sotto il naso e dopo essersi accordato a tavola con D'Alema Buttiglione lo fece cadere. Dopo di che diede il via al periodo più incredibile, l'epopea eroicomica di marca celtica, per cui da zero inventò una vera e propria Terra Promessa, la Padania, nozione sconosciuta a qualsiasi storico e geografo. E insieme ad essa, frettolosamente brevettandoli alla luce di un marketing ruspante, escogitò un popolo, una tradizione, una simbologia, una mitologia, una cosmogonia, insomma tutto, compresa la bandiera con il Sole delle Alpi, che poi con le Alpi c’entrava e non c’entrava, trovandosene traccia anche nell’Africa settentrionale.

E' possibile che lo scorrere degli anni ci restituisca la preveggenza di quella fantasmagoria o che invece avvalori la convinzione che di trattava al massimo di una nazione-scimmia; è possibile che anche per Bossi si troverà un posticino nella storia che non sia legato solo al grottesco. Ma lì per lì tutto fu duplicato, fino alla schizofrenia, governo, parlamento, toponomastica, nazionale di calcio, scuola (con movimento degli orsetti padani), meteo, circoli scacchisti, “Collare verde” per cani, pure la creazione di un circo padano fu messa in programma.

La magia che si spegne

Grazie a Bossi tornò a contare – sempre molto all'italiana - la componente mitico-magica che per tanti anni in Italia Prima Repubblica aveva fatto evaporare. Ecco quindi l'acqua santa del Po raccolta sul Monviso, l'ampolla, la gita sul grande fiume, la catena umana di un milione anzi due, lo sversamento nelle acque della laguna, giuramenti, bambini, volo di piccioni, nascita ufficiale di Padania, in pratica la secessione – ma non accadde nulla. Da una finestra una signora esponeva il tricolore, lui disse infamie, ci si pulisca il culo, con relativa condanna.

Ancora oggi è incredibile quanta gente gli credette. Molti rimasero fregati acquistando le zolle del sacro prato di Pontida, o aprendo supermarket made in Padania o quote di villaggi turistici in Croazia; fino a quando non venne fondata e presto affondata la banca, Crediteuronord, e furono guai seri perché con la finanza non si scherza.

Sulla via del declino

La storia è crudele ed è inevitabile stabilire qualche rapporto tra la montagna di debiti e il ritorno dell'alleanza con il Cavaliere, che nel 2001 lo mise alle riforme istituzionali. Lì è difficile dire cosa fece e cosa non fece, mentre è facile illudersi che la sua pazza corsa nella storia politica italiana ebbe una continuazione e forse addirittura un compimento.

Il mito e l'idolatria di Bossi furono spezzati dal malore che impietosamente se lo prese nel 2004, reduce da un spasmodico duetto con Mino Reitano al dopo-festival di Sanremo, il cantante gorgheggiava Italiaaaa Italiaaa e lui, abbracciandolo paonazzo in volto, contraccambiava Padaniaaa! Padaniaaaa!

Il vecchio re barbarico continuò a vivere a lungo nel ricordo come se fosse ancora quello di un tempo; ora che non c'è più davvero, resta da capire quale ruolo tocca dargli nella storia – ammesso che al giorno d'oggi abbia tutta questa importanza.