Era il 3 febbraio 2015 quando il destino mise di fronte Graziano Stacchio e Albano Cassol, il primo era un benzinaio di 65 anni, il secondo un rapinatore che stava svaligiando una gioielleria accanto al suo distributore. Stacchio impugnò il suo fucile, sparò e lo uccise.

Qualche settimana dopo passai un pomeriggio con lui, era al lavoro con la tuta e il berretto in testa alla sua pompa di Ponte di Nanto in provincia di Vicenza. Qui arrivavano in pellegrinaggio telecamere, comitati che raccoglievano le firme e Matteo Salvini.

Stacchio era l’opposto del vendicatore: era un donatore di sangue, cattolicissimo, impegnato in parrocchia e nel gruppo volontariato degli alpini, iscritto alla Dc e poi al Pd. «Una volta ho comprato una pistola, ma l’ho restituita, avevo paura di fare del male», mi disse. Si tormentava per aver ucciso un uomo, non voleva diventare una bandiera, «mi sono sentito un eroe quando ho salvato alcune persone che stavano annegando in un fiume», i tifosi se ne andarono, fu prosciolto.

Undici anni dopo Salvini è andato in carcere a trovare Mario Roggero, il gioielliere condannato per aver ucciso due rapinatori del suo negozio, «vorrei candidarlo». Roggero prima di entrare in cella ha attaccato Sergio Mattarella cui chiede la grazia. Anche Stacchio ha detto di sperare nella clemenza. Ma l’uso politico e cinico di questo caso drammatico ci dà la misura di un Paese ancora più imbarbarito di undici anni fa, con la dignità e la sofferenza del benzinaio che sembrano un ricordo sommerso dalle tifoserie di queste ore.

Chi governa si allontana dai principi di civiltà fissati dai fondatori della Repubblica e della Costituzione. «La pena è umana nella sua manifestazione, non può essere concepita come la comprensibile reazione rabbiosa di un privato che si faccia giustizia da sé. La pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati, è la calibrata risposta dell’ordinamento giuridico», insegnava ai suoi studenti il professor Aldo Moro, nelle sue lezioni universitarie di Istituzioni di diritto e procedura penale.

La destra che governa vorrebbe, al contrario, che «la passionale e smodata vendetta» del privato diventi legge dello Stato. Oggi è il presidente Mattarella a difendere i cardini del vivere insieme, attaccato a testa bassa da direttori sedicenti liberali. Luigi Zanda, ieri sul Sole 24 Ore, ha scritto che «la crisi del senso del dovere, è un punto non teorico, ma fattuale del declino italiano». Il venir meno del dovere di solidarietà tra cittadini e istituzioni che trasforma lo Stato in un nemico, che si tratti di rivendicare il diritto di farsi giustizia da sé, o di non pagare le tasse.

Lo stato della destra

La bandiera Roggero fotografa lo stato della destra italiana. Illustri politologi e costituzionalisti stanno esercitandosi sulla nuova legge elettorale che favorirebbe le ali estreme delle coalizioni. Ma in Inghilterra lo storico bipolarismo conservatori-laburisti è messo in crisi da Farage, non dai liberaldemocratici. In Germania i liberali sono usciti dal Bundestag, il sistema Cdu-Spd è devastato dall’avanzata dell’Afd. In Spagna i Ciudadanos si sono dissolti da tempo. In Francia, dopo dieci anni di presidenza Macron, la condannata Marine Le Pen è ampiamente in testa nei sondaggi. E da noi in poche settimane Roberto Vannacci ha doppiato nei sondaggi i partiti centristi.

L’incertezza, le guerre, le pandemie, la paura di perdere il lavoro provocata dall’Ia, la sfiducia verso le istituzioni democratiche, hanno cancellato quello che una volta si sarebbe chiamato elettore moderato. L’Italia è da più di trent’anni il laboratorio europeo della mutazione genetica del moderato in elettore radicalizzato di destra.

Il voto della Camera sulla legge elettorale dimostra che il progetto di Giorgia Meloni di dipingere Vannacci come l’utile idiota della sinistra è già tramontato, semmai sono loro, i leader della destra, utili o no, a lavorare per la leadership del generale. Alimentata dai pochi che prosperano, fanno carriera, collezionano direzioni e programmi, si arricchiscono sul rancore, la rabbia, l’odio dei molti.

L’alternativa

Eppure. Eppure l’alternativa c’è, nonostante i retroscena. L’alternativa è quella che il nuovo premier laburista inglese Andy Burnham ha definito cambiamento, ribaltare quarant’anni di abbandono delle persone, anche a sinistra, con lo slogan “For Us”: per noi. Ma anche in questo l’Italia ha anticipato la politica europea, dopo la sconfitta del 2022.

Uscire dalla trappola della polarizzazione dei media e dei social della destra che vogliono imporre l’agenda, parlare della vita reale delle persone in carne e ossa di questo paese che non sono la curva rabbiosa che viene raccontata: i salari, la sanità, la casa, l’istruzione, i trasporti, la sicurezza come garanzia di serenità nelle scelte, il desiderio di futuro e di felicità, la coesione che è il vivere insieme, non uno contro l’altro. Serve essere non solo testardamente unitari, ma anche molto combattivi e fiduciosi per voler rappresentare questo Paese non visibile mediaticamente ma che c’è. Il Paese dei diritti di libertà e del dovere di solidarietà che ricordiamo oggi, 19 luglio, con Paolo Borsellino, gli agenti della sua scorta, e Andrea Purgatori.