sabato 20 giugno 2026

E Burnham va

Leonardo Clausi
Burnham va, per Starmer assedio o assalto

il manifesto, 20 giugno 2026 

«Congratulazioni a Andy Burnham, nuovo deputato laburista di Makerfield. Gli elettori hanno preferito la campagna del Partito Laburista all’insegna della speranza e dell’ottimismo, a quella basata sulla divisione e sull’odio. » Così l’agnello Keir Starmer – si fa per dire – salutava ieri stoicamente su X il suo lupo, dopo la vittoria di Burnham alle suppletive di Makerfield.

UNA VITTORIA schiacciante quella di Burnham, che forse non si aspettava nemmeno lui; soprattutto dopo i sondaggi della vigilia, che gli avevano intimato una riduzione del vantaggio sull’idraulico misogino Robert Canyon – il candidato dei faragisti di Reform Uk – rimasto invece al palo. Con 24.937 voti e una sonora maggioranza del 55% che travalica i voti della destre di Reform Uk e Restore Britain messi insieme – Burnham ha capitalizzato il suo essere “uno di noi,” figlio di quei territori del Nord ancora economicamente sfregiati dal thatcherismo e finiti nelle fauci della destra brexit-omane. Per il Partito Laburista questa è «l’ultima occasione per cambiare, e la coglieremo» ha commentato. «C’era il rischio che la politica britannica si dirigesse verso maggiore oscurità e divisione, finendo in una situazione simile a quella degli Stati Uniti d’America, dove le persone non si rivolgono la parola per strada se votano diversamente. Da noi non permetteremo che accada».

ORA STARMER e Burnham, che non si sono parlati al telefono nemmeno una volta nell’ultimo mese anche se avrebbero dovuto (la campagna elettorale lo imponeva ma è umanamente comprensibile che si detestassero), dovranno farlo per forza e non sarà esattamente una ciacola al Pimm’s. Burnham ha usato l’elezione di Makerfield solo per rientrare in parlamento e deporre il premier ufficialmente meno gradito della storia nazionale e responsabile della disfatta alle amministrative di maggio, nonostante questi fino all’ultimo abbia tentato di staccarselo di dosso promettendogli ruoli governativi importanti.

IL DATO POLITICO essenziale è che la piallatura dei fascisti in abiti civili segna ancor più indelebilmente il destino di Starmer: “Andy” ha dimostrato che il Red Wall si può riconquistare, che si può non morire faragisti e che il “paese reale” – almeno una sua parte – crede ancora nell’idea novecentesca di una politica fatta da politici, al punto da lasciarsi usare come un taxi diretto a Downing Street. Gli allibratori – i sondaggisti d’azzardo – sostengono che i laburisti abbiano recuperato, riportandosi testa a testa con Reform. Questo perché l’ex sindaco di Manchester, esponente della sinistra floscia che ricorda Jim Kerr dei Simple Minds, piace. Ideologicamente flessibile quanto basta, ha ricoperto una serie di incarichi nel governo Brown e all’opposizione. Poi i tentativi falliti di corsa alla leadership, prima contro Ed Miliband – attuale suo alleato – nel 2010, e poi contro Jeremy Corbyn nel 2015.

NON È CERTO cosa accadrà nell’immediato. Le pressioni perché Starmer accetti l’ineluttabile ed esca silenziosamente di scena evitando che volino troppi stracci non sembrano aver molte speranze. Si prospetta una guerra civile laburista vera e propria, in sostanza – se non in stile – equivalente a quelle ripetutamente inscenate dai conservatori in questi ultimi anni. Alle “primarie” per la leadership alle quali votano gli iscritti al partito e ai sindacati – circa 250mila persone – ciascun candidato deve recare 80 sostegni parlamentari ufficiali. Starmer, che è in carica, non ne ha bisogno e ha ripetuto più volte di voler lottare duro: pare sia convinto di poter battere Burnham, tanto che avrebbe anche in mente di fare un rimpasto punitivo per far cadere anzitempo le mele marce (i ministri intenzionati a mollarlo) dall’albero del governo. Se così fosse, oltre che con lui, per ora Burnham dovrà vedersela con Wes Streeting, l’estremo centrista ex-ministro della salute che aveva dato le dimissioni già settimane fa nella speranza di vedersi seguire da altri solo per guardarsi alle spalle e trovare il deserto. E forse la ex vicepremier Angela Rayner. Il nuovo leader potrebbe ungersi a settembre, in occasione del congresso.

IL TUTTO AVVIENE in concomitanza con l’anniversario Brexit: sono dieci anni che il paese è fuori dall’Unione Europea e in perpetuo tumulto, la cosiddetta ingovernabilità. E non sono due anni che Starmer trionfava in mezzo alle fanfare.

La vittoria di Burnham lascia vacante lo scranno di sindaco di Greater Manchester. La data delle elezioni è stata appena annunciata: giovedì 30 luglio.

Callas, la grandezza insondabile

Alberto Mattioli
Callas, il genio e la malattia e i misteri della musica

La Stampa, 20 giugno 2026 

Non fu l’improvviso dimagrimento, che magari si era provocato, come si favoleggiò all’epoca, ingurgitando di proposito un vorace parassita in una coppa di champagne. Neanche le fatiche di una carriera onerosa, e fatta con una voce tutta “costruita”, in natura né bella né potente. E neppure la relazione con l’orrendo Aristotile Onassis, con conseguenti catastrofi sentimentali.

A causare l’improvviso declino vocale di Maria Callas, ultima opera cantata in pubblico una Tosca londinese del 5 luglio 1965, a nemmeno 42 anni d’età e dopo appena 18 di carriera (tralasciando il periodo ateniese) fu una rara malattia autoimmune che colpisce i muscoli ed è ignota ai più: la dermatomiosite. Non si tratta della solita bufala per melomani, e i fan “della Maria” sono i più feticisti di tutti, ma dello studio di un gruppo di ricerca di specialisti dell’Università di Padova pubblicato sul Journal of Voice, una specie di diagnosi postuma sulle corde vocali più celebri della storia dell’opera. I sintomi sono affaticamento vocale, perdita del sostegno respiratorio, “disfonia fluttuante” e insomma tutto quel che si inizia ad avvertire nel canto della Callas più o meno dal ’57 in poi.

Si sa: il cantante d’opera è l’unico musicista, beninteso quand’è musicista, che porta il suo strumento dentro di sé. Questo ha delle conseguenze fisiologiche e soprattutto psicologiche enormi. Luciano Pavarotti mi raccontava che sì, lui cantava sotto la doccia come tutti, ma che se appena intuiva che qualcosa, là nelle fibre più nascoste del suo corpaccione, non funzionava a dovere, erano subito stress e angoscia. Sapevamo che qualche ingranaggio, in quella perfetta macchina da canto che era Maria Callas, a un certo punto smise di girare a dovere; adesso sappiamo anche perché, supponendo beninteso che i professori di Padova abbiano azzeccato la diagnosi. E tuttavia questa scienza che oggi spiega molto non riuscirà mai a spiegare tutto. Può forse illuminarci sulle ragioni del declino, non su quelle della grandezza. Non può dirci perché una ragazza greca nata a New York che parlava italiano con un accento veneto spaventoso (e non il veneto di Goldoni, ma quello dei macchinisti dell’Arena, dal quale del resto l’aveva imparato) canti un italiano perfetto, caricando di senso e di sottigliezza ogni parola e perfino la punteggiatura. Non può spiegare perché nella pazzia dei Puritani declami una frasetta semplicissima, «Egli piange… forse amò» e fa piangere anche noi, solo ascoltandola; perché nell’Anna Bolena, quando sente passare Enrico che sposa la nuova moglie, dica «Suon festivo?» e in quelle due parolette misteriosamente ci sia tutto, il dolore la rabbia la disperazione; perché, come commentò Eugenio Montale dopo la famosa Traviata alla Scala, «bisognerebbe scrivere molte pagine per illustrare ciò che ella ottiene in “Dite alla giovane” cantando come una cosa morta, come uno straccio inanimato». Perché, insomma, è unica e inimitabile, e ha la facoltà divina dei poeti, dei musicisti, dei creatori ma anche dei loro interpreti di esprimere quel che proviamo e non riusciamo a dire.

E nel caso di Callas non c’è dermatomiosite o tenia o Onassis che tenga. Diceva Stendhal che quel che contraddistingue il grande artista è «l’infinitamente piccolo». In alternativa, si può chiamarlo genio.

Il sogno della fabbrica

Goffredo Fofi
Il sogno della fabbrica: gli immigrati dal Sud e quei treni diretti a Torino

La Stampa, 20 giugno 2026

Perché si emigra? I più rispondono di essere partiti dal loro paese perché non trovavano un lavoro. E se anche c’è, non è fisso e continuo, è pagato male, bisogna sempre ubbidire anche agli ordini ingiusti del padrone, e non basta mai per vivere. Perciò tutti i sogni, le speranze di questi uomini sono rivolti alle fabbriche. Il lavoro in fabbrica è visto come la sola possibilità per vivere, anche perché nel luogo dove abitano mancano del tutto le fabbriche. Specialmente i giovani non vogliono più lavorare la terra e fare la vita dei genitori, quando sentono parlare di Torino che, come altre città del Nord, può dare loro un lavoro sicuro. Gli artigiani del Sud si lamentano non solo per le tasse e per i debiti, ma anche perché non riescono ad avere i soldi del loro lavoro, a causa della povertà della gente. Anche i minatori hanno grossi problemi, sia perché molte miniere vengono chiuse, sia perché il loro lavoro causa delle gravi malattie che spesso li portano alla morte. Molti partono per unirsi ai figli, sorelle o amici già a Torino. Qualcuno dice chiaramente che la ragione della partenza è stata la “disperazione”. Altri dicono ancora che è per la paura che i figli facciano la loro stessa vita.

Come avviene la partenza

Nelle famiglie quasi sempre tutti insieme decidono quando e se partire. Prima però chiedono un consiglio ai genitori, agli amici, o scrivono a parenti e conoscenti già partiti per Torino. Di solito non è importante quando si parte. Ma per i contadini il momento migliore è la fine del raccolto. Per andare via servono i pochi soldi risparmiati negli ultimi tempi, un aiuto dai parenti e la vendita di qualche proprietà. A volte, se l’emigrante è molto povero, deve fare debiti. Ma per primo parte sempre l’uomo da solo e si porta via circa 50.000 lire. Il resto deve servire intanto per la famiglia che resta e per quando la moglie e i figli lo raggiungeranno. Alcuni, invece, partono subito con la famiglia e questi hanno quasi tutti un fratello o un amico che li terrà in casa sua finché l’uomo non avrà trovato un lavoro e una piccola casa. In questo caso vendono tutto, fanno pacchi, pacchetti e valigie con quello che è necessario e partono. La sera prima vengono i parenti e gli amici per salutare e fare gli auguri. Una famiglia della provincia di Salerno aveva la fortuna di avere un parente che guidava un camion. Su di esso hanno messo i tre figli, un po’ di mobili, qualche sacco di patate, molte bottiglie di salsa di pomodori, alcuni sacchi di pasta avuta dal pastificio del luogo, in cambio della loro farina. Nel portafoglio dell’uomo c’erano 100.000 lire prese dalla vendita della casa e della terra.

Il viaggio

Così un operaio ricorda il suo viaggio. Dopo avere aspettato tanto, finalmente il treno arriva. Fra saluti e pianti l’uomo parte; subito sembra che tutto sia diventato triste. Dopo avere salutato per l’ultima volta dal finestrino parenti e amici, cerca un posto tra i viaggiatori. In fondo al vagone si sentono molte voci. Sono circa dieci persone e quando uno di loro lo vede, capisce, dai numerosi pacchi che ha con sé, che anche lui è un emigrante. Lo fa sedere vicino, così faranno insieme il lungo viaggio e l’altro si siede contento. In compagnia dei nuovi amici gli sembra ancora lontana la nuova vita che lo aspetta a Torino.

Dopo molte ore di viaggio, viene la sera. Tutti mangiano, poi le voci diventano sempre più basse, infine si addormentano. Vi sono padri di famiglia che hanno dovuto lasciare la loro casa con solo qualche mille lire, mentre la famiglia mangerà, se troverà ancora qualcuno che l’aiuti. C’è anche un uomo di 50 anni ed è sicuro di trovare lavoro. Suo figlio, da pochi mesi a Torino, gli ha mandato i soldi del viaggio, ma la vita sarà ancora una volta crudele con lui, quando si sentirà dire:«Mi dispiace, prendiamo solo giovani».

È l’alba. Il treno ferma in una stazione e sale molta gente; sono operai, impiegati, che lavorano nella città vicina. Dopo poco tempo arrivano a Genova. I compagni di viaggio scendono e si perdono nella folla, ognuno col suo pacco. I posti vuoti sono già tutti occupati, l’uomo vorrebbe parlare con i nuovi viaggiatori, ma non lo fa perché quelli sono saliti in silenzio. I settentrionali parlano soltanto fra di loro nel dialetto che egli non conosce. Guarda lontano dal finestrino, comincia a vedere nella nebbia della pianura le Alpi ancora bianche di neve sulla cima. È un paesaggio nuovo per lui: le case sono abbastanza pulite, non come quelle del suo paese, abbandonate alla rovina del tempo e della povertà insieme alla gente. Sta arrivando a Torino, si vedono già le prime fabbriche e le strade sono più affollate. Da questo momento entra di colpo in una nuova vita, un mondo diverso dal suo, senza nessun aiuto. Prima di scendere sente le gambe tremare per la paura. È un momento terribile, questo, per il giovane. Non lo dimenticherà mai. Tutti i suoi sentimenti si uniscono per andare incontro a tutte quelle cose nuove che lo aspettano.

Il retroscena della foto

Ilario Lombardo
Meloni e il retroscena della foto: l'ansia nei giorni del G7 e i tentativi di ricucire con Trump

La Stampa, 20 giugno 2026

La diplomazia ha i suoi codici e i suoi artifici: Donald Trump li infrange sistematicamente tutti. Su quel particolare palcoscenico che sono i vertici internazionali tra i leader ci sono delle regole: si sorride a favore di telecamera, ci sono conversazioni private i cui contenuti non vanno svelati, c’è tanta retorica («ottimi rapporti», «sono molto soddisfatta»), e una buona dose di ipocrisia messa in scena. Le fotografie sono una parte fondamentale di questo spettacolo. Quelle di gruppo, e quelle che invece immortalano come un ritaglio un confronto tra due leader, colgono le espressioni dei volti e la loro spontaneità, a volte sapientemente costruita. Il fotografo dei leader si aggira, durante le pause dei lavori, ben posizionato, nei saloni dei vertici o nei giardini, pronto a scattare al momento giusto.
Per questo è interessante capire cosa c’è dietro l’immagine incriminata di Giorgia Meloni e Donald Trump seduti su un divanetto al termine del G7 di Evian, e perché il presidente americano ha detto quello che ha detto, e cioè che la premier lo ha «implorato» di fare una foto con lei, che se la voleva risparmiare ma che gli «ha fatto pena», a tal punto da aver ceduto.

Durante la conferenza stampa, al termine del G7, Meloni dirà di non riconoscersi nelle ricostruzioni giornalistiche. Sosterrà che non ci sono state «battute scherzose», come è stato scritto da tutti, né che «c’è stato bisogno di chiarimenti», che il rapporto con Trump «è immutato», e che le incomprensioni sul pontefice, sullo Stretto di Hormuz, sulla base militare di Sigonella non concessa all’esercito Usa, sono la conseguenza di «due caratteri forti» che «difendono» il proprio interesse nazionale. Meno di 48 ore Trump smentirà queste dichiarazioni di Meloni, umiliandola pubblicamente.

Va detto che è la premier ad annunciare personalmente, sempre in quella conferenza, di aver avuto un incontro con il leader statunitense, poco prima, proprio al termine dei lavori. Subito dopo, sarà sempre la parte italiana a diffondere fotografie e video di Trump e Meloni sul divanetto. La richiesta era partita da Palazzo Chigi. Uno scambio di pochi secondi, in cui si vede la premier sorridere insistentemente, l’americano dire qualcosa, poi alzarsi, stringere la mano di lei e andare via. Una situazione quasi identica a quella dell’anno scorso, al G7 in Canada: stessa strategia, stessa foto tra i due, in disparte, fornita dallo staff italiano, lei che parla e lui che ascolta. In un clima diverso: di amicizia e fiducia, prima dello strappo dei mesi scorsi.

Per tutte le quasi 72 ore di G7 filtra una certa agitazione nella cerchia di Meloni: come se la premier avesse l’ansia di controllare il racconto dei suoi scambi con Trump. Nelle immagini dei circuiti internazionali la si vede spesso cercare il tycoon, raggiungerlo ovunque sia, affiancarsi a lui, parlargli con una spigliata familiarità, modi che faranno anche discutere i media in Giappone perché paragonati a quelli invece descritti come più remissivi della premier Sanae Takaichi.

Ma così come possono esaltare un momento di confidenza, le immagini possono anche essere traditrici. E Meloni non può certo controllare cosa viene registrato a sua insaputa dai canali internazionali. Come quando con le braccia sui fianchi, in una posa inquieta, come stesse sulle spine, si piazza davanti a Trump e al cancelliere Friedrich Merz ad attendere il suo turno per parlare il tycoon. O, poco dopo, quando il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa scherzando chiede: «Siete ancora amici?», lei risponde: «Siamo sempre stati amici» e con una risata piena di complicità accoglie quella battuta maliziosa di Trump: «Mi hai abbandonato». Battuta che ora assume tutt’altro significato, dopo la rottura definitiva, e rivela quello che ieri ha detto il magnate repubblicano: «Era una mia fan, non lo è più». È la maniera di intendere i rapporti di fedeltà del leader Usa. Chi indossa il cappellino Maga, chi ha sposato la dottrina del Make America Great Again, come Meloni, è considerato un seguace, non un alleato. Con il risultato che la premier è precipitata nel cortocircuito della destra sovranista, nonostante abbia continuato testardamente a credere che lei, solo lei, potesse rabbonirlo, pensando di parlare la stessa lingua.

Alla fine tra i colleghi leader i primi a dirsi colpiti e a offrirle pubblicamente la propria solidarietà non sono stati due amici ma il francese Emmanuel Macron e lo spagnolo Pedro Sánchez. Quando erano stati loro a essere sbertucciati, offesi, insultati da Trump, Meloni non commentò. A gennaio, dopo la pesante derisione di Macron e della moglie Brigitte, con tanto di messaggi privati svelati in pubblico dal tycoon, le venne chiesto se ci si potesse ancora fidare di Trump. La premier rispose che la domanda era inopportuna.

Mussolini riveduto e corretto

Gianni Santamaria
Il Duce e Margherita. Una resa dei conti postuma

Avvenire, 19 giugno 2026

In un giorno cupo d’autunno del 1924 Benito Mussolini è in barca con un’amica. Vede un pelo bianco sul braccio e se lo tira via. «Vedi questo? Questo singolo pelo del mio braccio sinistro è più caro e per me vale di più di tutta l’umanità messa insieme». A queste parole l’interlocutrice, Margherita Sarfatti, si sente «attraversata da un brivido di disagio e ribrezzo. Era solo una battuta? Certo. Ma a volte in una battuta può esserci molto. Ahimè, a volte perfino una verità nel fondo di un lurido pozzo». È un Mussolini freddo, privo di qualunque empatia, irresoluto e per questo duro e deciso all’apparenza, succube della moglie, malaticcio e nel 1920 consumatore di cocaina quello che emerge dai ricordi che la sua amica, consigliera e amante, prendendone le distanze, scrisse in esilio, tra la fine della guerra e il 1947. Il memoriale, intitolato My Fault (“È colpa mia”) nella stesura definitiva in inglese, venne proposto da Sarfatti per la pubblicazione a editori statunitensi senza che se ne facesse nulla. Un testo dalla genesi complessa. Forse fu iniziato in Francia, poi nel giugno 1945, appena due mesi dopo piazzale Loreto, sul giornale argentino “Critica” apparvero 14 puntate intitolate Mussolini como lo conocì . Quando l’esperta d’arte e intellettuale socialista – che con la biografia Dux nel 1925 aveva conosciuto il successo internazionale – rientrò in Italia, il testo era troppo scomodo per essere pubblicato. Molte delle personalità ritratte con una certa durezza, da Rachele Mussolini a Edda Mussolini Ciano, erano ancora in vita. Il dattiloscritto rimase così in possesso della famiglia Sarfatti e di lì approdò all’Archivio del ’900 presso il Mart di Rovereto. Su My Fault si è basato nel 2010 Roberto Festorazzi per il suo Margherita Sarfatti, La donna che inventò Mussolini (Angelo Colla editore). Dopo un’edizione americana del 2014, pesantemente interpolata con altri testi, il memoriale ora viene proposto per la prima volta in Italia a cura di Pierfrancesco De Robertis, già direttore de “La Nazione” di Firenze, con un titolo e un sottotitolo che riprendono le due versioni: Margherita G. Sarfatti, È colpa mia. Mussolini come l’ho conosciuto (Paesi edizioni, pagine 252, euro 20,00).
Lo sguardo è retrospettivo e risente della delusione che la donna aveva provato dagli anni Trenta in poi, quando il rapporto con l’amico, amante e futuro dittatore si era progressivamente deteriorato, fino alla decisione dell’ebrea Sarfatti di lasciare il Paese dopo le leggi razziali del 1938. A pesare è anche l’ostilità che la famiglia del duce, i Ciano e i Petacci, qui ritratti a tinte fosche, avevano manifestato per la donna che aveva sul loro marito, padre, amante e capo un grande ascendente intellettuale. E non solo.
Il testo è perciò pieno di reticenze e allusioni. E in realtà, a dispetto del titolo, nota De Robertis nell’introduzione, «la trama del diario scorre su una linea narrativa che tende sempre ad assolvere l’autrice». In modo intelligente, «Margherita cerca di far passare l’idea di aver creduto a un fascismo “buono”, quello che secondo lei salvò l’Italia dal bolscevismo e di avere invece preso le distanze successivamente dalla dittatura quando essa si trasformò in uno strumento di oppressione in mano a un uomo che si era fatto sopraffare dalla smania di potere e che aveva perso la sua caratteristica originaria di positivo rinnovamento della società».
Tre sono i quadri storici su cui le pagine del memoir fanno trasparire prospettive inedite o poco note. Innanzitutto i giorni dell’omicidio Matteotti. Sarfatti dice di aver creduto alle parole di Mussolini che le giurava di non sapere del complotto per uccidere l’oppositore. Ma indica anche un precedente che va in senso contrario. Fa, infatti, riferimento en passant , allo «strano accenno di apprezzamento» con il quale Mussolini, molto tempo prima dei fatti, le aveva parlato della pratica con cui un’organizzazione di fanatici nazionalisti tedeschi, la Heilige Vehme (Sacra Vehme), conduceva nella Repubblica di Weimar omicidi mirati senza lasciare tracce, spurlos . Mussolini aveva notato che tale termine non esisteva in italiano e tale modalità ripugnava allo stile teatrale, alla Bruto, dell’omicidio politico italiano. «Eppure – aveva aggiunto – la sparizione, spurlos , è più d’effetto. E soprattutto… efficace». Certo, non si possono fare processi alle intenzioni, previe oltretutto. Ma la suggestione che il rapimento del leader socialista possa aver corrisposto a una logica del genere, c’è. Sarfatti si pone, poi, degli interrogativi di fronte all’atteggiamento del re. Questi aveva opposto un netto “no”, in nome del liberalismo, alla richiesta del presidente del Consiglio di sciogliere le Camere sotto l’«inutile e sbagliato» Aventino. Mussolini arrivò perfino, scrive l’allora amica, a minacciare Vittorio Emanuele III, che non si piegò. «Perché allora concesse in seguito tutto ciò che seguì e permise cose illegali che gridavano vendetta al cielo?».
Infine i ritratti dei familiari e del “cerchio magico” del Duce. Da Rachele - donna rozza che trascura i figli e, pistola alla mano, insegue il marito traditore per Villa Torlonia - a Edda, descritta come una viziata perdigiorno, al marito il conte Galeazzo, che esercitò un influsso negativo su Mussolini. Sarfatti ce l’aveva con il genero dell’illustre amico, perché aveva avuto il torto di censurare il suo Dux nei punti in cui faceva riferimento alla povertà delle origini della sua famiglia, che – assurta al titolo nobiliare – faceva affari grazie al duce. E il padre Costanzo armatore era anche ministro della Comunicazioni. Una famiglia di arrivisti, secondo Sarfatti, nella quale il rampollo era sì un presuntuoso, ma non un malvagio. Soprattutto era anti-tedesco ed era intervenuto su Vienna a favore dell’ebreo Freud. Infine, Claretta che, stando a Sarfatti, il Duce non amava (perché non era capace di amare nessuno), che faceva parte della schiera di profittatori e si era avvicinata al duce dopo aver già avuto un figlio da un altro.
Ma al centro di tutto c’è sempre lui, l’uomo che posponeva l’idea all’azione, che aveva – al di là della gestualità e della retorica trascinante - una concezione teatrale, shakespeariana, della politica e della vita. «Per anni ho vissuto intellettualmente vicino a lui, l’ho sentito pensare ad alta voce davanti a me, aiutandolo a chiarirsi le idee, talvolta ponendo qualche domanda mirata o semplicemente stando in silenzio e attenta. Non era affatto un teorico né un filosofo, Come spesso accade agli uomini d’azione, non aveva bisogno di affaticarsi a pensare: le idee pensavano per lui». In fondo, però, Benito era un insicuro, come dimostra l’uso di cocaina che – racconta l’amica – aveva consumato nel 1920 presso una non meglio precisata “Casa delle Tre streghe”. «Conservo ancora il pacchetto che gli strappai con la forza un giorno a Milano. Pallido, con gli occhi grandi e cerchiati di rosso, entrò in casa mia barcollando come se fosse ubriaco», scrive Margherita. Non fu, questa, l’unica dimostrazione di debolezza psicologica e fisica da parte di un uomo che, da ragazzo aveva rischiato di morire ed era oppresso da ulcere gastriche. Inoltre conservava abitudini da campagnolo. Non solo in società. Anche le famose nuotate, durante le quali veniva immortalato dalla propaganda, non gli venivano naturali. C’era sempre lo zampino di Margherita. «Avevo cercato di migliorare la sua maniera di nuotare, prima di allora alquanto rozza: esibiva lo stile di un ragazzo di campagna che sguazza nei fossi e nei fiumi d’estate». Sul litorale di Castel Porziano, però, non esitava a spingersi al largo. Alla fine ha osato troppo.



venerdì 19 giugno 2026

Garlasco saga infinita

Luigi Manconi: "Il colpevole di Garlasco siamo noi"
Huffington Post, 19 giugno 2026

 "Dopo il delitto resta solo il delitto e appena qualche granello di polvere in più", con questa citazione presa in prestito da Georges Simenon, Luigi Manconi, in un editoriale su La Repubblica, riflette sul caso Garlasco e lo fa sottolineando come il racconto del crimine finisca per alimentare se stesso. Secondo l’analisi, pentimento ed espiazione non riguardano soltanto gli autori dei reati, ma anche i media, che oscillano tra fascinazione e turbamento senza mai modificare davvero i propri meccanismi. Era già accaduto ai tempi di Mani Pulite, quando l’esposizione pubblica degli indagati contribuì a diversi suicidi, ma "il turbamento fu di breve durata".

Il caso di Garlasco rappresenta oggi "quel punto di non ritorno", scrive Manconi, da cui emerge la consapevolezza che non è più possibile attribuire le responsabilità ad altri. L’informazione rischia infatti di trasformarsi in "una attività di denudamento e brutalizzazione di tutte le vittime". L’articolo richiama poi la vicenda di Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, ricoverata dopo aver assunto una quantità eccessiva di farmaci. Che si sia trattato di un incidente o di un gesto volontario, resta evidente una situazione di "stress intollerabile", aggravata dall’esposizione continua allo sguardo pubblico, spesso descritto come "feroce". Negli atti giudiziari compare una frase della donna: "È colpa mia, gli ho detto io di tenere lo scontrino, gli ho rovinato la vita all’Andrea", riferita alla ricevuta del parcheggio di Vigevano, alibi di Andrea Sempio, divenuta oggetto di controversia.

Per Manconi, l’intera vicenda è diventata una "saga infinita" nella quale atti, intercettazioni e dettagli privati vengono divulgati senza riguardo per riservatezza e dignità, fino a risultare "osceni", cioè offensivi del "comune senso del pudore civile". Il fenomeno riguarda ormai tutta la cronaca nera, trasformata in true crime ancora prima dell’avvio formale delle indagini. L’attenzione morbosa verso confessioni, fantasie sessuali e aspetti intimi non nasce però solo dai media: "Tutto ciò è prodotto né più né meno che da noi stessi". In un Paese affascinato dai delitti e dalle indagini, il caso Garlasco incarna il mondo della provincia e della piccola borghesia, segnato da "virtù avvizzite e vizi insondabili", fino a fare del delitto "una delle molte forme del consumismo di massa".

Mi ha fatto pena

 


La trascrizione integrale della telefonata in cui Trump dice che Meloni gli ha «fatto pena»
Il Post, 19 giugno 2026

Una telefonata del presidente Donald Trump con la trasmissione televisiva di La7 L’aria che tira sta creando un caso politico tra l’Italia e gli Stati Uniti. Riferendosi al G7 appena concluso, cioè la riunione dei capi di stato e di governo di sette tra le democrazie più importanti al mondo, Trump ha detto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni gli ha «fatto pena» perché avrebbe cercato in tutti i modi di fare una foto con lui. Giorgia Meloni ha risposto con un video in cui dice che sono «dichiarazioni del tutto inventate» e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato una visita ufficiale negli Stati Uniti.

L’aria che tira ha fornito al Post la versione integrale in lingua originale della telefonata tra il giornalista di La7 Daniele Compatangelo e Trump. Qui sotto c’è la trascrizione tradotta in italiano.

   Trump: Salve.

Compatangelo: Salve, signor presidente. Buonasera. Sono Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca.

Trump: Mi dica.

Compatangelo: Ho due domande sull’Ucraina e su Hezbollah, se possibile.
Se l’Ucraina continuasse a mostrare interesse per una futura adesione all’Unione Europea, questo potrebbe complicare i suoi sforzi per raggiungere un accordo con il presidente Putin? L’Ucraina dovrebbe restare neutrale? Cosa può porre fine a questo conflitto?

Trump: Non sono coinvolto in questa questione. Noi vogliamo solo la pace. Come sta la vostra presidente del Consiglio? Come sta?

Compatangelo: Be’, si è appena incontrata con lei al G7. Cosa ne pensa? Cosa pensa della conversazione che avete avuto seduti sul divanetto?

Trump: Che cosa ha detto quando mi ha incontrato?

Compatangelo: Immagino che fosse contenta di incontrarla e di avere un amico come lei?

Trump: Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!

Compatangelo: Mi dica com’è andato l’incontro.

Trump: Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva una foto con me a tutti i costi. Non l’avrei fatta, ma mi ha fatto pena!

Compatangelo: Che cosa ha suggerito di fare sull’Ucraina a lei e agli alleati europei? Ha già risolto otto conflitti, che cosa ha suggerito loro?

Trump: Gli europei sono pessimi sull’energia e sono pessimi sull’immigrazione, e se non sistemano queste cose, l’Europa non sarà mai più la stessa. Probabilmente non possono sistemarle. L’immigrazione è un disastro e l’energia, con tutte quelle pale eoliche, che sono dei fallimenti, è un disastro. Lei ha una bella voce, grazie, ma devo andare.

Compatangelo: Grazie, signor presidente.