martedì 26 ottobre 2021

L'infinito


 

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

PARAFRASI

Sempre caro fu a me questo colle solitario
e anche questa siepe, che sottrae alla mia vista
una parte tanto ampia dell'orizzonte più lontano.
Ma rimanendo seduto e osservando il quadro con cura,
io mi figuro mentalmente spazi sterminati oltre la siepe,
e silenzi umanamente inimmaginabili
e profondissima quiete, tanto che per poco
il mio animo non si spaventa. E non appena odo
il vento stormire tra le piante, paragono
quell'infinito silenzio a questo rumore:
e mi viene in mente l'idea dell'eternità,
i tempi già trascorsi e dimenticati, e quello attuale e
ancor vivo, con la sua voce. Così il mio pensiero
sprofonda in quest'immensità dello spazio e del tempo:
e sparire in questo mare mi dà un senso di dolce abbandono.

Versi scritti duecento anni fa. La situazione descritta non ha nulla di eccezionale: la coesistenza del finito e dell'infinito nella visione, e nell'ascolto, di un paesaggio. Tutta la magia poetica deriva dal ricorso al sublime nell'espressione. Si fa plausibile l'annullamento del desiderio in uno stato di abbandono a una appartenenza di ordine cosmico. La parafrasi può essere approssimativa. Dà però un'idea dei meccanismi messi in atto. Meccanismi che Leopardi stesso porta alla luce nello Zibaldone, quando scrive:
Del rimanente, alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.  [1820]
Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’Infinito e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, la cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso pure sia posto in declivio ec. ec. ec. Una fabbrica una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec.
[1821]
A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà, quando non sia vinto dalla paura, il fragore del tuono, massime quand’é piú sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocché oltre la vastità e l’incertezza e confusione del suono non si vede l’oggetto che lo produce, giacché il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi o la voce ec. Perocché l’eco non si vede ec. E tanto piú quanto il luogo e l’eco è piú vasto, quanto piú l’eco vien da lontano, quanto piú si diffonde; e molto piú ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono né i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto piú quanto piú negligentemente son messe e toccando il soggetto, senza mostrar l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son per produrre e di non toccarli se non per ispontanea e necessaria congiuntura e indole dell’argomento ec. [1821]
La consapevolezza poetica ha anticipato quella teorica. Di che si tratta alla fine? Il poeta arriva a fissare un momento di ebbrezza cosmica partendo dall'idea di un orizzonte nascosto al suo sguardo. La poesia resta, l'incanto si rinnova a ogni lettura. Frase per frase, parola per parola. Deus sive natura: per l'effetto di una splendida illusione l'uomo, che contempla il tutto, nel tutto si perde, o si riconosce.

 

lunedì 25 ottobre 2021

Crepax, Valentina e Trockij

 
In Viva Trotsky, una delle avventure di Valentina, Crepax esprime chiaramente il suo credo antistalinista e antiautoritario. La storia parla di un viaggio onirico in cui Valentina si trova immersa in uno scontro tra zaristi e bolscevichi che si contendono la conquista di un treno in corsa. L’assalto alla locomotiva diventa metafora della conquista del potere: liberatasi degli zaristi e dei loro alleati occidentali, Valentina saluta la vittoria della rivoluzione rispondendo al pugno chiuso dei “rossi” con le parole del poeta Alexandr Blok (“Con tutto il corpo, con tutto il cuore, con tutta la coscienza, ascoltiamo la rivoluzione”), ma subito dopo vede a terra il corpo senza vita di Trotskij, il conducente della locomotiva. Un soldato le comunica che anche Ulianov (Lenin) è morto e che ora comanda Dzugasvili, il vero nome di Stalin. Poi, in una semplice battuta, Crepax delinea l’esito finale della Rivoluzione russa: “La Burocrazia Ferroviaria (il Soviet Supremo) garantisce il perfetto funzionamento del nostro treno. Gli altri treni non ci interessano!”. Come a dire: la rivoluzione finisce qui. A una malinconica Valentina, tornata alla realtà, non resta che scrivere il nome di Trotskij sul finestrino del treno. A futura memoria.
 
La tomba di Trotsky nel patio della sua casa a Città del Messico

sabato 16 ottobre 2021

Tre piani, il film di Nanni Moretti

 


Simone Lorenzati

Tre piani è l’ultimo film di Nanni Moretti. Doveva uscire un anno e mezzo fa, ossia ad aprile 2020, ma, com’è noto, si era in piena pandemia covid. E così tutto è inevitabilmente slittato. Ma viene da pensare, malignamente forse, che si sarebbe ancora potuto attendere altro tempo. Già perché, Tre piani, è una pellicola piuttosto deludente. Lo sarebbe in generale ma, trattandosi di Moretti, la delusione risulta ancora più accentuata. Il film è tratto dall’omonimo film dello scrittore israeliano Eshkol Nevo – si passa semplicemente da Tel Aviv a Roma – e ci mostra tre famiglie che vivono all’interno dello stesso palazzo. E già dalla prima scena, un incidente automobilistico inquadrato in tutta la sua crudezza, le vite delle tre famiglie cominciano ad intrecciarsi. Famiglie cupe, scure, rigidissime. Ed incapaci di cambiare, fosse pur solo minimamente, per poter affrontare il susseguirsi degli eventi. Nanni Moretti si perde in storie accennate e mai davvero approfondite, in una sequenza di eventi che si potrebbero tranquillamente già ipotizzare di volta in volta, per tacere di un sentimentalismo da telenovela che, talvolta, fa capolino. Con l’intento, probabilmente, di alleggerire la cupezza delle tre storie. E rendendole così, invece, pure ridicole. Intendiamoci. Ci sono spunti anche interessanti, c’è un voler creare una sorta di psicanalisi collettiva. Ma, per l’appunto, mai un approfondimento, mai un guizzo, mai un colpo di scena. Che ne è del Moretti che non lasciava adito a dubbi? Quello che creava personaggi approfondendone ogni minimo particolare? E la sua pungente ed amata ironia? Nulla, assolutamente nulla di tutto ciò. La storia, di cinque anni dopo in cinque anni dopo, si perde nella rigidità e nella fissità dei suoi protagonisti. Per poi arrivare ad un melodrammatico finale, con momenti alla Cento Vetrine, di mediasettiana memoria. Che poi, in effetti, ben rispecchia la recitazione di certi giovani protagonisti dell’opera. Ed a proposito di attori. Aleggia dietro di loro una psicologia che tinteggia di sensi di colpa, di sospetti, di solitudini, di attese e di speranze svanite nel nulla. Alba Rohrwacher è bravissima nei panni di una mamma bipolare in perenne attesa del marito Adriano Giannini (buona la sua parte), mentre Margherita Buy, giudice e moglie dello stesso Moretti, è ormai una solida certezza. Bene anche la coppia anziana Anna Bonaiuto – Paolo Graziosi, così come Elena Lietti, moglie di Riccardo Scamarcio. Ecco, Riccardo Scamarcio. Se ancora oggi, nel 2021, il bel ragazzo pugliese viene considerato un attore, beh allora vi sono speranze per ognuno di noi davvero in qualsivoglia campo. Lo stesso Nanni Moretti, infine, convince piuttosto poco pure nelle vesti di attore. La speranza è che Nanni Moretti abbia preso un abbaglio affidandosi ad una storia scritta da altri. La certezza, invece, è che di piano ne sarebbe stato ampiamente sufficiente uno.

venerdì 15 ottobre 2021

Una apparizione

 


 

Gustave Flaubert, L'educazione sentimentale, 1869 


Fu come un'apparizione.
Ella sedeva, tutta sola, al centro della panchina; o almeno, egli non intravide altri, preso dal bagliore sprigionato dagli occhi di lei. Quando lui  passò, ella alzò la testa: Federico curvò d'istinto le spalle; poi, messosi più lontano, dalla sua stessa parte, si voltò a guardarla.
Aveva un cappello di paglia, largo, con dei nastri rosa dietro che il vento faceva palpitare. I capelli neri le scendevano in lunghe bande lisce, sfiorando l'estremità dei grandi sopraccigli, come per serrare teneramente l'ovale del suo viso. La veste di mussola chiara a piccoli pois ricadeva in fittissime pieghe. Era intenta a un lavoro di ricamo; e il profilo diritto, la linea del mento, tutta la sua figura erano incisi nel blu cielo dello sfondo.
Dato che lei non mutava atteggiamento, Federico fece parecchi giri in qua e in là per dissimulare la manovra, poi venne a installarsi proprio accanto al suo parasole, ch'era appoggiato alla panchina; e fingeva d'interessarsi a una scialuppa sul fiume.
Mai aveva visto splendore come quello della sua pelle bruna, né grazia pari a quella dei suoi fianchi, né la dolcezza fragile delle sue dita orlate dalla luce. Contemplava il suo cestino da lavoro con meraviglia, come un oggetto straordinario. Qual era il suo nome, quali la sua dimora, il suo passato, la sua vita? Avrebbe voluto conoscere i mobili della sua stanza, tutti gli abiti che aveva portato, la gente che frequentava; il desiderio di possesso fisico era come soffocato da una voglia più profonda, in una curiosità dolorosa e senza freni. 

 Ce fut comme une apparition :
Elle était assise, au milieu du banc, toute seule; ou du moins il ne distingua personne, dans l’éblouissement que lui envoyèrent ses yeux. En même temps qu’il passait, elle leva la tête; il fléchit involontairement les épaules ; et, quand il se fut mis plus loin, du même côté, il la regarda.
Elle avait un large chapeau de paille, avec des rubans roses qui palpitaient au vent derrière elle. Ses bandeaux noirs, contournant la pointe de ses grands sourcils, descendaient très bas et semblaient presser amoureusement l’ovale de sa figure. Sa robe de mousseline claire, tachetée de petits pois, se répandait à plis nombreux. Elle était en train de broder quelque chose ; et son nez droit, son menton, toute sa personne se découpait sur le fond de l’air bleu.
Comme elle gardait la même attitude, il fit plusieurs tours de droite et de gauche pour dissimuler sa manœuvre ; puis il se planta tout près de son ombrelle, posée contre le banc, et il affectait d’observer une chaloupe sur la rivière.
Jamais il n’avait vu cette splendeur de sa peau brune, la séduction de sa taille, ni cette finesse des doigts que la lumière traversait. Il considérait son panier à ouvrage avec ébahissement, comme une chose extraordinaire. Quels étaient son nom, sa demeure, sa vie, son passé ? Il souhaitait connaître les meubles de sa chambre, toutes les robes qu’elle avait portées, les gens qu’elle fréquentait; et le désir de la possession physique même disparaissait sous une envie plus profonde, dans une curiosité douloureuse qui n’avait pas de limites.

mercoledì 13 ottobre 2021

Stendhal e Leopardi sull'amore

la cristallizzazione in Stendhal 

Circa l’amore, Stendhal ha dato il nome di cristallizzazione a quel processo di idealizzazione dell’altro che in Dell’amore spiega con un aneddoto: “Comincia la prima cristallizzazione. Ci si compiace di ornare di mille perfezioni la donna del cui amore siamo sicuri (qualche volta anche quella di cui non siamo sicuri, ndr), ci si rappresenta la propria felicità in tutti i suoi particolari con infinita compiacenza. Tutto ciò si riduce a esagerare un magnifico possesso, che ci è caduto dal cielo, che ci è sconosciuto, ma siamo certi che è nostro. Lasciate lavorare la testa di un innamorato per ventiquattr’ore, ecco cosa troverete. Nelle miniere di sale di Salisburgo si usa gettare nelle profondità abbandonate della miniera un ramo sfogliato dal gelo; due o tre mesi dopo lo si ritrova coperto di fulgide cristallizzazioni; i più minuti ramoscelli, quelli che non sono più grossi dello zampino di una cincia, sono fioriti di una miriade di diamanti mobili e scintillanti, è impossibile riconoscere il ramo primitivo. Quello che io chiamo cristallizzazione, è l’opera della mente, che da qualunque occasione trae la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato”. Ecco all’opera, in termini poetici, quel processo di idealizzazione connesso alla nascita dell’amore che, come Freud ha dimostrato, conferisce all’oggetto amato tutte le qualità sognate e determina in lui l’illusione di essere amato per le sue qualità spirituali, mentre al contrario “solo la gratificazione sensuale ha potuto procurargli tali meriti”. (Gabriele Lodari) 

l’idea della follia in Leopardi 

È degno di nota il fatto che proprio in Aspasia, sorta di poesia-trattato, troviamo esposta una teoria dell’amore (di come l’uomo si innamora e prova amore per la donna) che ha parecchio in comune con la teoria stendhaliana della cristallizzazione: “Raggio divino al mio pensiero apparve, / Donna, la tua beltà. […] Vagheggia / Il piagato mortal quindi la figlia / Della sua mente, l’amorosa idea, / Che gran parte d’Olimpo in sé racchiude, / Tutta al volto ai costumi alla favella / Pari alla donna che il rapito amante / Vagheggiare ed amar confuso estima”. Incrociando ancora Stendhal, troviamo, a proposito dell’amore, la denominazione di “follia”, cioè cristallizzazione, come follia, nel senso di un totale travisamento della realtà, di una sostituzione di una realtà immaginata alla realtà effettiva, è l’esperienza testé descritta da Leopardi: “La parola nuova cristallizzazione […] esprime il fenomeno principale di questa follia chiamata amore, follia che procura però all’uomo i più grandi piaceri che sia dato agli esseri della sua specie di gustare sulla terra”. La parola “cristallizzazione” è usata da Stendhal per indicare proprio “quell’atto di follia che ci fa scorgere tutte le bellezze, tutte le specie di perfezione nella donna che cominciamo ad amare” o anche “una certa febbre d’immaginazione, che rende irriconoscibile un oggetto il più delle volte abbastanza ordinario, e ne fa un essere a parte” o ancora un “insieme di illusioni incantevoli”. (Roberto Carnero) http://www.treccani.it/scuola/lezioni/in_aula/lingua_e_letteratura/comparatistica/carnero.html

sabato 2 ottobre 2021

Le conseguenze politiche di Draghi

Massimo Rostagno, DRAGHI: PRESENTE O FUTURO? Il Mondo di Pannunzio, 1 ottobre 2021 La figura di Draghi è come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. Queste righe non sono un elogio di Mario Draghi. Sarebbe inutile. L’uomo è l’italiano più conosciuto e riconosciuto al mondo, ha ridato prestigio internazionale al nostro paese, sta affrontando con successo la catastrofe pandemica e rappresenta la garanzia internazionale per l’assegnazione degli ingenti fondi europei. Di fronte ad una tale evidenza dei fatti, non vi è alcun bisogno di aggiungere commenti, perché la realtà si commenta da sé. Piuttosto il vero problema è un altro: l’esperienza del governo Draghi è destinata ad esaurirsi con lui o può essere il seme di una proposta compiutamente politica che ancora non c’è? Se osserviamo i primi mesi del suo governo, l’impatto sul quadro politico appare notevole. I partiti protagonisti della stagione populista e i loro alleati appaiono scompaginati. I penta stellati, che nascono come barbarica forza antiestablishment fanno a gara per allinearsi nel modo più diligente possibile alle decisioni del premier; il partito democratico, in perenne confusione mentale, dopo aver scommesso sull’alleanza strategica con il populismo grillino, si misura con la sua dissoluzione e forse comincia a porsi qualche dubbio. Ma è soprattutto nella Lega che le contraddizioni esplodono producendo uno scenario impensabile fino a qualche settimana fa: il leader finora indiscusso rischia di perdere non soltanto consensi, ma addirittura il proprio partito, osteggiato dalla propria ala “governista”, ormai insofferente alla perenne demagogia del capo. La figura di Draghi, il suo stile politico, la sua tecnica di governo stanno mettendo la maggioranza dei partiti che lo sostengono di fronte alla pochezza delle proprie proposte e del proprio personale politico. È come un catalizzatore che accelera reazioni chimiche, altrimenti molto più lente. L’Italia e l’elettorato italiano sono stati da anni sottoposti alla cura intensiva di messaggi demagogici, mirati ad intercettare i peggiori umori della gente, in una ricerca spesso indecente, del consenso immediato. La cultura del populismo trionfante ha prodotto tonnellate di chiacchiere, dichiarazioni, pose più o meno gladiatorie, con dentro il nulla. La sua egemonia nel dibattito pubblico, con la complicità di gran parte del sistema dell’informazione e dei media, l’ha resa maggioritaria nel paese. Persino un partito come il Partito democratico, nato su presupposti diametralmente opposti e su una base solidamente riformista, di fronte alla potenza dell’ondata demagogica, non ha trovato di meglio che tradire sé stesso per diventarne alleato. Le tragiche elezioni del 2018 hanno consacrato politicamente la forza d’urto populista producendo i due peggiori governi della storia repubblicana: il Conte I e il Conte II. Dopo aver proclamato per legge la fine della povertà, e dichiarato guerra a migliaia di disgraziati che sbarcavano sulle coste meridionali, all’insorgere di un problema vero e drammatico come la pandemia, l’inettitudine di quei governi e di quel ceto politico è venuta al pettine. Colpo di palazzo o meno (nel caso, benvenuto), è stato necessario ricorrere proprio a Mario Draghi per prendere in mano un paese che la sua classe dirigente aveva portato allo sbando. Questo è il contesto in cui è atterrato l’ex presidente della BCE. Che sia o no il salvatore della patria, l’uomo della provvidenza non interessa. Sarebbe un dibattito sterile. Non è sterile invece ricordare come il suo arrivo abbia rappresentato la certificazione del fallimento di un’intera stagione politica e come la sua prassi di governo sia esattamente l’opposto di quanto ci è stato somministrato negli ultimi anni: Persino la modalità comunicativa è stata ribaltata: “prima si fanno le cose, e poi le si comunica”, ha dichiarato poco dopo il suo insediamento, gettando nel panico l’intero sistema mediatico, abituato a costruire audience su annunci, chiacchiere, dichiarazioni tanto fragorose quanto inconcludenti. Ma oltre a tutto questo – che già è moltissimo – Draghi ha soprattutto mostrato di avere una visione chiarissima e non retorica del bene collettivo, dell’interesse generale del paese. Il premier non ha avuto esitazione a dichiarare pubblicamente che strizzare l’occhio ai no vax per lucrare il loro voto equivaleva ad invitare la gente a morire. Matteo Salvini non l’ha presa bene, ma si è adeguato. Draghi sembra peraltro consapevole che il perseguimento del bene pubblico di lungo periodo non è un pranzo di gala. Comporta scegliere tra interessi, colpire resistenze e abbattere privilegi consolidati. Significa non assecondare il sentire comune del momento. Citando Andreatta, ha affermato che occorre fare ciò che è necessario, anche prescindendo dal consenso immediato. Di fronte alla puntuale serie di decisioni precise, nette adottate dal governo i partiti sono obbligati dalle circostanze ad approvare. Non hanno molte scelte. Ma per notificare al mondo la loro esistenza in vita, si vedono costretti a mettere stancamente in scena una rappresentazione teatrale, cui affidare i residui della propria identità politica. Gli scontri quotidiani tra Letta e Salvini, cercati da entrambi proprio per questo, ne sono l’esempio più eloquente. Ormai anche l’elettore medio però è in grado di misurare l’abissale distanza tra l’azione del governo che – la si condivida o no- incide come un bisturi sulla realtà, e il teatrino dei pupi della politica, in cui ci si scambia a giorni alterni il ruolo di Angelica, di Orlando e di Agramante. E qui giungiamo al nocciolo della questione. Se quella che sta mettendo in campo Draghi è alta scuola di governo, può generare qualcosa che diventi patrimonio duraturo della politica italiana, una volta esaurita la sua esperienza, si spera non prima del 2023? Chi sta apprezzando l’azione dell’attuale governo e del suo premier – e stando ai sondaggi sulla fiducia pare che non siano pochi – può accettare di tornare alle risse da talk show, ai selfie, alle dirette Facebook, al bipopulismo e alle demagogie contrapposte in competizione tra loro? Difficile. Sarebbe come bere vino al metanolo dopo aver assaggiato il barbaresco. Non è dato sapere, al momento, quale forma potrà prendere l’eventuale continuazione dell’esperienza del governo attuale: partito di Draghi? Scomposizione e ricomposizione del quadro politico? Assunzione piena ed esplicita dell’agenda del premier da parte di qualche soggetto politico? Si vedrà. La speranza però è che il ‘draghismo’ – inteso come insieme delle prassi messe in opera dal premier – contamini e rigeneri quel che resta della politica italiana. E che i partiti attuali prendano coscienza del fallimento di una stagione e di quanto tossici siano stati i suoi frutti. Sarebbe già molto.

Il premierato assoluto

Marco Revelli, Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi Volere la luna, 30 settembre 1921 "Se ci fosse il partito di Draghi, questo sarebbe il suo congresso fondativo e questi 1200 industriali in grisaglia, che si spellano le mani a ogni suo passaggio, i suoi delegati. Il partito del Pil". Non è un grido d’allarme. Al contrario la frase è stata scritta con soddisfatto compiacimento in apertura dell’ articolo di commento all’Assemblea di Confindustria sul portale del quotidiano italiano che più si è distinto nell’apologetica draghiana. E purtroppo corrisponde a verità. In effetti il 23 settembre, al Palazzetto dello sport di Roma, è nato il “partito unico dei padroni” intorno al suo leader massimo e indiscutibile, l’ex banchiere di Stato Mario Draghi. E nello stesso momento, con la proclamazione del medesimo a suo capo carismatico e titolare naturale di un Esecutivo sintetizzato nella sua persona, è stata annunciata la nuova forma di governo definibile come “Premierato Assoluto” (nulla di più lontano dal dettato costituzionale). L’evento è stato accolto dal coro bulgaro dei media (tutti quelli mainstream, TG di stato in testa, a far gara nell’abbinare le Ola dei confindustriali con gli abbracci degli atleti con tanto di dono della bicicletta, come dire denaro e muscoli uniti nell’applauso) ormai senza pudore nell’ostentare un culto della personalità degno di altri tempi. E accanto a loro la politica, anche qui senza quasi eccezioni, a invocare lunga vita al premierato dorato, se fosse possibile vita eterna, come nelle monarchie d’altri tempi… Se valessero ancora le “regole auree” fissate dalla politologia novecentesca – mica quella marxista o socialdemocratica, ma la politologia liberaldemocratica, di orientamento comportamentista, egemone nell’area anglosassone – si dovrebbe dire che siamo fuori dal quadro democratico. In quel paradigma, infatti, la cifra di una democrazia sana, o comunque accettabile, stava nella netta separazione (in una effettiva “divisione del lavoro”, si diceva) tra i sottosistemi fondamentali: quello Politico, quello Economico e quello Culturale (ovvero Parlamento e Governo, Imprese e Banche, Informazione e Media). Quando uno di questi travalica la propria sfera e prende il controllo degli altri, si esce dai limiti dalla forma democratica: se la Politica pretende di annettersi Economia e Cultura si ha il “totalitarismo”, se l’Economia si compra Politica e Media si ha una abnorme variante di quello che Max Weber chiamò “patrimonialismo”, se la Cultura domina sugli altri due si ha una “teocrazia”. Il 23 settembre abbiamo avuto l’immagine plastica di questo cortocircuito malsano, che stava nell’aria, si percepiva da tempo, ma che mai era stato così materialmente visibile ed evidente. Draghi Non stupiscono in questo i 1200 imprenditori che facevano la Ola nel parterre del Palazzetto dello Sport (anche il genius loci qui conta): erano lì a incassare le cedole del loro investimento, fatto già nel 2018, immediatamente dopo i risultati delle elezioni politiche in teoria più destabilizzanti del secolo (nuovo), quando appunto la bandiera di Mario Draghi fu alzata contro l’esito delle urne, e continuò a essere agitata ad ogni tornante di questa tormentata legislatura, fino alla liquidazione dell’ultimo governo Conte. Il rito ricordava i Te Deum cantati nelle cattedrali di mezza Europa dopo il congresso di Vienna, con i vecchi sovrani e le loro aristocrazie di corte a celebrare l’avvenuta Restaurazione. E nemmeno coglie di sorpresa più di tanto(avremmo dovuto esserci preparati) il ruere in servitium quasi unanime del coro mediatico: si tratta appunto di organi di stampa quasi tutti proprietà di gruppi industriali e finanziari che Draghi l’hanno da sempre considerato “uno dei loro”, se non altro per il suo essersi distinto in quelle “privatizzazioni senza liberalizzazioni” (così le definisce, con felice espressione, Giulio Sapelli sulle neonate pagine cartacee di “Tpi”) che costituiscono il suo capolavoro da grande Commis d’Etat. Forse colpisce un po’ di più la velocità con cui i partiti, nella stragrande maggioranza, si sono affrettati a consumare la propria (terminale) cessione di sovranità, e a certificare così la propria crisi strutturale. Esempio di scuola di autolesionismo delle élites nella fase del loro strutturale declino. Perché è fin troppo evidente – anche un bambino lo capirebbe – che all’ombra di questo Premierato Assoluto, con un Capo onnidecidente e il resto che, come l’intendenza napoleonica, deve seguire, tutto ciò che sta al piano terra della cuspide del potere, in primo luogo il “sistema dei partiti” che la tradizione politologica vorrebbe essenziale cerniera e canale di comunicazione tra Società e Istituzioni, avvizzisce e marcisce. Bonomi applaude DraghiIl fenomeno è evidente nelle traversie dei 5 Stelle, movimento sempre più evidentemente privo di radicamento territoriale. O nelle recenti convulsioni della Lega, dilaniata dalla sua Bestia. Ma se ne può cogliere un segno, di questo avvizzimento, anche nella prima esternazione del Segretario del PD dopo l’assemblea confindustriale romana, quando ha detto che il suo vuol essere “il partito degli industriali e dei lavoratori” (proprio così, letteralmente: “dell’Impresa e del Lavoro”). Ora Enrico Letta è uomo troppo erudito in fatto di culture politiche per non aver letto Alfredo Rocco o Ugo Spirito e ignorare che quella è la base del corporativismo d’infausta memoria. Quella voce “dal sen fuggita” deve essere frutto di un appannamento collettivo grave, che tuttavia getta una luce inquietante sull’altro nodo gordiano emerso da quell’Assemblea. La questione del “Patto Sociale”. Rimasto evidentemente l’ultimo strumento nella mani dell’establishment per immaginare un qualche rapporto tra le Istituzioni e il Sociale, dopo l’evaporazione del canale partitico. E infatti è stato il secondo coniglio tirato fuori dal cilindro da Draghi, sia per tracciare un percorso oltre l’emergenza sanitaria, sia anche, forse, par attenuare l’immagine di un suo eccessivo schiacciamento sulla parte confindustriale; sia infine per esorcizzare un conflitto che cova tra le pieghe di un mondo del lavoro angariato e sfidato da chiusure, tagli all’occupazione, vessazioni diffuse. Ma sarà davvero questo? Un patto tra pari per regolare le relazioni Capitale/Lavoro nel nuovo contesto? Credo che sia lecito dubitarne fortemente, data l’asimmetria drammatica tra le due parti (soprattutto se una può contare sull’appoggio o l’identificazione col Governo). E d’altra parte il clima che si respira “in alto”, dove persino la formula moderata del “salario minimo” evoca reazioni isteriche, non invoglia all’ottimismo (Draghi infatti si è affrettato a derubricarlo). Più probabilmente quello a cui si mira è un “patto leonino” in cui un movimento sindacale timido verrebbe chiamato a far da palo a una “politica dei redditi” punitiva per il lavoro. Ma la partita è aperta. E bisognerà giocarsela, soprattutto “in basso”. Una versione leggermente più breve dell’articolo è stata pubblicata sul Manifesto del 29 settembre col titolo Ecco s’avanza il partito unico dei padroni Marco Revelli E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993). Vedi tutti i post di Marco Revelli 3 Comments on “Il partito unico dei padroni e il premierato assoluto di Mario Draghi” Roberto ha detto: 30/09/2021 alle 4:10 pm Non è solo corporativismo. Prima è la dottrina sociale della chiesa Rispondi benvenuti sul titanic ha detto: 01/10/2021 alle 8:39 am un ex banchiere, neoliberista, al comando, ovviamente senza passare da elezioni politiche, e – udite udite – pure con il plauso e il sostegno delle sinistre. misure contro i lavoratori pesantemente provati dalla pandemia: se non ti vaccini non puo lavorare. unico stato al mondo! il secolo scorso in questo paese era il datore di lavoro a dover per legge garantire a sue spese (!) la salute sul posto di lavoro. adesso fanno pagare pure i tamponi (obbligatori per lavorare) e le mascherine (anch esse obbligatorie per lavorare). e con legge hanno sollevato il datore da qualsiasi responsabilita in caso di contagio covid. é la trama di un film fantascienza che ha vinto qualche oscar? no, no é la realta. un costo del denaro sottozero (pure in termini reali), grazie alle politiche della BCE (ma tu guarda le coincidenze). toglieranno il reddito di cittadinanza, aumentera la forza lavoro da paesi poveri per dare una bella abbassata al valore del lavoro (come se ce ne fosse bisogno). l evasione fiscale galoppa. elezioni politiche? figurarsi. quando le faranno ci sarà un esplosione delle destre, le uniche che promettono di stare dalla parte di chi è piu debole. del resto hanno gioco facile: le sinistre non esistono, appoggiano e sono indistinguibiil dai neoliberisti. ai disperati e alle persone in difficolta non rimane altra scelta. i giovani senza santi in paradiso scappano all estero (e fanno bene). Rispondi Antonino C. Bonan ha detto: 01/10/2021 alle 10:35 am Facciamo un po’ di fanta(???)politica. Al Quirinale Draghi e al Governo Giorgetti, o in alternativa figure meno decidenti al posto loro (e loro stessi a fare da Richelieu). Mario Mori senatore a vita: con le mafie si tratta, per condividere il governo effettivo del vero potere. Maggioranze liquide, in un Parlamento ancora più denso e viscoso, che le tiene a galla. Periodiche emersioni della realtà nelle maglie dei media, giusto per eliminare la “vecchia politica” (i militanti, i partiti e altri corpi intermedi). Costanti derive, che perfino vanno oltre la consunta deriva al centro o a destra. Derive in basso, direi. Dal bar dello sport con gli amici pensionati o dalla macchinetta del caffè coi colleghi… allo schermo del proprio smartphone: un tempo si diceva “l’han detto in tv”, ora si dirà “me l’ha certificato l’app”. In tutto ciò, è riduttivo cercare nei protagonisti della politica italiana di oggi le reminiscenze della peggior politica novecentesca. Si tratta solo di barlumi. La luce promana dal futuro, più di quanto non promani dal passato cui asseritamente o inconsciamente si ancorano costoro. Per riconoscere quel futuro, non serve fare i complottisti. Basta non chiudere gli occhi e fare non solo uno più uno, ma tutta l’algebra che si può e si sa fare. Ad esempio, quando Draghi dice cose “di sinistra” e a sinistra paiono tirare sospiri di sollievo (perchè altrimenti Salvini e Meloni ecc. ecc.), costa così tanto dirne a gran voce l’inconsistenza intellettuale (sono solo slogan!) prima ancora della contradditorietà rispetto alla concreta azione di governo? Finchè non lo si facesse a sufficienza, ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire “sì, però se non c’era Draghi ti sognavi quell’innovazione”… che magari in singoli contesti sociali ha pure portato una ventata di giustizia! E allora cosa si risponderebbe?