domenica 16 agosto 2026

De Gaulle al cinema, un successo

Kim Willsher
"Lo spirito di resistenza": il film biografico su de Gaulle si rivela un successo a sorpresa tra i giovani francesi

The Guardian, 16 agosto 2026

Il 18 giugno 1940, Charles de Gaulle , allora un giovane ufficiale dell'esercito poco conosciuto, sedeva in uno studio della BBC a Londra e lanciò il suo famoso appello alla resistenza francese contro l'occupazione nazista e il suo governo fantoccio di Vichy.

Agli occhi del primo ministro britannico Winston Churchill, De Gaulle era una spina nel fianco arrogante, ostinato e ribelle per lui e per gli alleati, ma il francese non smise mai di credere nella grandezza della Francia e nella necessità della resistenza.

Ora, un nuovo film biografico in due parti, basato su una biografia di De Gaulle scritta da un autore britannico, si è rivelato un inaspettato successo estivo nei cinema francesi e ha regalato ai giovani del paese un nuovo vecchio eroe.

La Battaglia di Gaulle, in uscita nelle sale cinematografiche del Regno Unito il 28 agosto e il 19 settembre, ha già attirato un pubblico di 5 milioni di persone dalla sua uscita a giugno, rivaleggiando con i blockbuster hollywoodiani Spider-Man: Brand New Day e The Odyssey. E non solo perché le sale cinematografiche sono state rifugi climatizzati dalle ondate di calore che si sono susseguite.

La storica francese Alya Aglan, professoressa all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi e coautrice del bestseller De Gaulle, Francia e il mondo, ha affermato: "Nella storia della Francia abbiamo sempre avuto un 'uomo provvidenziale', qualcuno che è arrivato al momento giusto e ha trasformato una situazione di debolezza in una posizione di forza.

"L'entusiasmo dei giovani per il film deriva dalla scoperta di aspetti di una storia a loro sconosciuti: quella di un uomo che ha conosciuto fallimenti, esitazioni, difficoltà e che ha incarnato lo spirito di resistenza rimanendo fedele a se stesso contro ogni avversità, anche a costo di apparire a volte ridicolo."

Un'immagine dalla prima parte de La Bataille de Gaulle – L'age de Fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

"C'è emozione, ci sono informazioni che non conoscevano e che risuonano con i giovani di oggi, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali in cui ci troveremo in una situazione di forte divisione."

I due film, entrambi della durata di quasi tre ore e con un budget di produzione fino a 80 milioni di sterline, sono tratti dalla biografia di De Gaulle del 2018 intitolata "A Certain Idea of ​​France: The Life of Charles de Gaulle" di Julian Jackson, professore di storia alla Queen Mary University di Londra.

La prima parte, L'Âge de fer (L'età del ferro), ripercorre il viaggio di De Gaulle a Londra nel giugno del 1940 e la fondazione delle forze della Francia Libera per combattere i nazisti, mettendo in evidenza la battaglia di Bir Hakeim, in cui 3.700 soldati della Francia Libera resistettero nel deserto libico contro 37.000 soldati nazisti guidati da Erwin Rommel per 16 giorni, consentendo all'Ottava Armata britannica di ritirarsi. La seconda parte, J'écris ton nom (Scrivo il tuo nome), copre il resto della guerra fino alla liberazione della Francia nel 1944.

Diretto da Antonin Baudry, diplomatico francese ed ex consigliere ministeriale, il cast comprende Simon Abkarian, che ha interpretato il cattivo Alex Dimitrios in Casino Royale di James Bond, nel ruolo del generale de Gaulle, e il pluripremiato attore shakespeariano britannico Simon Russell Beale nel ruolo di Winston Churchill.

Il secondo film, J'écris ton nom, ripercorre la storia di De Gaulle fino alla liberazione della Francia. Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

Baudry ha dichiarato alla radio francese di voler che i film "parlassero ai giovani... e affrontassero i temi della guerra, della resistenza e dell'impegno".

Dopo la prima uscita, il film biografico sembrò un flop; ma per attirare un pubblico più giovane, la casa di produzione Pathé organizzò delle proiezioni di gruppo condotte dall'influencer di YouTube e Instagram Inoxtag, offrendo ai giovani spettatori l'opportunità di incontrare Baudry. Anche le amministrazioni locali offrirono biglietti gratuiti agli studenti e la notizia si diffuse rapidamente.

Fuori da un cinema del centro di Parigi la settimana scorsa, Alex, studente di economia aziendale, e i suoi amici hanno detto di aver apprezzato il film. "Ne avevamo sentito parlare sui social media e abbiamo deciso di vederlo", ha detto Alex. "A scuola ci insegnano la storia della Francia Libera e di De Gaulle, ma c'erano molte cose che non sapevo. È stato interessante vedere come gli studenti parigini abbiano risposto all'appello alla resistenza di De Gaulle".

Simon Abkarian nel ruolo di Charles de Gaulle in L'Age de fer. Fotografia: TCD/Prod.DB/Alamy

Lo storico Henry Rousso, specialista della seconda guerra mondiale, ha affermato: "Ci sono pochissimi film nel cinema francese che possono essere definiti 'epopee' storiche e questo è uno di questi. Il regista è riuscito forse perché si tratta di una delle più grandi epopee della storia francese."

“De Gaulle fu un personaggio eccezionale durante la sua vita e lo rimane ancora oggi per i francesi, in un momento in cui non esiste una figura politica equivalente.”

Non tutti sono altrettanto entusiasti. Arnaud Teyssier, storico e biografo di De Gaulle, ha liquidato il film biografico definendolo una "striscia a fumetti" che non rendeva giustizia al soggetto.

«Il film non è privo di grande fascino: ha avuto un budget elevato, una buona distribuzione ed è basato su una biografia giustamente rispettata. Ma la delusione è altrettanto grande», ha scritto sulla rivista Le Point .

Simon Russell Beale interpreta il primo ministro britannico Winston Churchill (a sinistra). Foto: TCD/Prod.DB/Alamy

"De Gaulle... con il suo atteggiamento sfuggente, è molto più complesso da ritrarre rispetto a Churchill, per il quale basta un attore corpulento che snocciola una battuta dopo l'altra fumando sempre un sigaro", ha scritto Teyssier.

Nathalie Cieutat, vicedirettrice generale della distribuzione di Pathé Films, ha affermato che le ricerche della società hanno dimostrato che "è il tema della resistenza ad aver reso il film particolarmente popolare tra i giovani".

Mentre la Francia si avvicina a quelle che si preannunciano come elezioni presidenziali molto combattute il prossimo anno , che secondo gli attuali sondaggi potrebbero sfociare in una battaglia tra l'estrema destra del Rassemblement National e l'estrema sinistra di France Insoumise, Aglan ha affermato che la figura di De Gaulle ha una risonanza particolarmente attuale.

«Quando i francesi sono divisi e si trovano di fronte all'estrema destra e all'estrema sinistra, e non sanno per chi votare quando non desiderano né l'una né l'altra, vorrebbero avere la possibilità di scegliere un uomo o una donna provvidenziali che possano salvarci da scelte così terribili», ha affermato.

“De Gaulle infonde speranza perché ha resistito e in questo momento tutti stanno pensando a come resistere.”

Introvabile Itaca. La nostalgia

Maurizio De Giovanni
La nostalgia è un utensile ambivalente. Può darci felicità e pace, o fare e farci del male

La Stampa, 16 agosto 2026

Anche la nostalgia che sembra più sana potrebbe rivelarsi ambigua… col passare del tempo non ricordiamo tutto nei minimi particolari. In un ricordo che ci sembra innocente, potrebbe celarsi anche una certa atmosfera stagnante e perversa che si confonde con i momenti che appaiono limpidi ed evanescenti contemporaneamente.

Questa riflessione mette in discussione un’idea molto diffusa: che la nostalgia sia sempre qualcosa di buono e puro. Però il ricordo non è una fotografia, ma una ricostruzione della memoria, e quindi può mescolare elementi diversi. La nostalgia tende a idealizzare, e ciò che appare limpido potrebbe non esserlo stato del tutto. Con il passare degli anni, i contorni si sfumano; le emozioni piacevoli rimangono più vive, mentre gli aspetti meno luminosi possono essere rimossi oppure fondersi in un’atmosfera difficile da decifrare.

Dal punto di vista psicologico, l’intuizione ha un fondamento: la memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ogni volta che ricordiamo, in parte ricreiamo il passato alla luce del presente. Per questo la nostalgia può essere insieme autentica e ingannevole.

Dal punto di vista spirituale la nostalgia può diventare ambigua quando ci porta a vivere rivolti all’indietro, come se il bene appartenesse solo al passato. La tradizione cristiana invita invece a fare memoria con gratitudine, senza trasformare il passato in un idolo. Il passato può essere una sorgente di sapienza, ma non deve sostituire il presente, che è il luogo in cui Dio continua a operare.

Questa riflessione richiama, in fondo, una distinzione sottile: non tutto ciò che è nostalgico è vero, e non tutto ciò che è vero è nostalgico. La memoria può illuminare, ma può anche velare.

Forse la nostalgia più autentica non consiste nel desiderare di tornare indietro, bensì nel riconoscere ciò che di vero e di bello merita di essere portato nel presente.

Pier Angelo Piai – Cividale del Friuli

Carissimo Pier Angelo,

la sua bella lettera è uno spunto straordinario per una riflessione sul passato, sulla memoria e soprattutto sul nostro modo di vivere tenendone conto. Ha ragione, la vita che abbiamo alle spalle può costituire una terribile tentazione, soprattutto se, come purtroppo accade nella maggioranza dei casi, vi si trovano luoghi, persone e situazioni decisamente più piacevoli o belle di quelle che ci offre il presente; ma come tutti gli strumenti fabbricati dall’uomo, la nostalgia è un utensile ambivalente. Può servire a darci felicità e pace, o a fare e farci del male.

Del resto, la stessa parola è molto chiara: significa letteralmente “la sofferenza del ritorno”, e al solito i greci sapevano benissimo quello che volevano dire. Per come pare al sottoscritto, infatti, tornare indietro è comunque e in ogni caso fonte di sottile dolore: il rimpianto, il rimorso risiedono nel passato, chiaramente. E nel passato abitano quei frammenti di felicità che abbiamo avuto senza riuscire a rendercene conto. Immagini, caro Pier Angelo, di scavare in una scatola di metallo, di quelle che una volta erano piene di biscotti e che adesso fanno da contenitore alle vecchie foto sbiadite dei tempi in cui non esistevano i cellulari, e immagini di trovare alla rinfusa momenti della sua infanzia, dell’adolescenza o dei suoi primi anni, pieni di speranze legate alla maturità. Potrà trovarsi facilmente di fronte a un se stesso bambino, magari con la faccia imbronciata per un momentaneo fastidio, mano nella mano ai genitori o a un nonno, sullo sfondo di una perduta lontana estate, così diversa da questa per sapori e odori. Guardando quell’immagine con l’odierna consapevolezza, cercando le tracce dei pensieri di quel bambino, potrebbe fare una tragica scoperta: e cioè che, senza averne la minima idea, quel bambino era felice. Erano tutti vivi, genitori, nonni, zii; il cuore non aveva solitudini né malinconie, non c’era nessuno dei problemi che sono venuti dopo, tradimenti, soldi, salute; tutti si adoperavano perché lei, Pier Angelo, fosse felice, nutrito, vestito e in piena salute. In quella vecchia immagine, insomma, lei troverà quella stessa felicità per la quale si alza ogni giorno, nella vana speranza di poterla ritrovare.

Non è l’effetto della nostalgia che ci spaventa, insomma. È quello che noi stessi abbiamo fatto e facciamo da allora, quanto siamo stati in grado di allontanarci dal poco che realmente ci serviva rincorrendo quello che ci sembrava necessario, e che alla prova dei fatti non lo era per niente.

È la lezione di Ulisse, a ben vedere; non quello post traumatico e in crisi di coscienza di Nolan, ma quello pensato da Omero. Uno che voleva solo tornare a casa, per scoprire che il luogo dove voleva tornare non esisteva più.

O che forse non era mai esistito.

sabato 15 agosto 2026

I cocci aguzzi di bottiglia

Adriano Sofri
Piccola posta

Il Foglio, 15 agosto 2026

Alessandra Ginzburg è morta l’11 agosto, è stata un’educatrice, una psicoanalista e una studiosa di letteratura.l’ho conosciuta quando avevo quasi sedici anni, e lei quasi quindici. Eravamo allo stesso liceo romano, il Virgilio. E’ di qua dal Tevere, di fronte a Regina Coeli, dove Leone, suo padre, era stato ucciso. Erano alunni del Virgilio anche i suoi fratelli maggiori, Carlo e Andrea, e fra poco la mia sorella minore, Stella. Alessandra e io non eravamo nella stessa sezione, ma ci capitò di fare amicizia, la scuola allora era un ambiente raccolto, le voci correvano. Mi introdusse in casa sua, conobbi allora Natalia, i cui scritti erano prediletti da mia madre. Più tardi avrei ritrovato Alessandra a Pisa, dove era venuta a vivere e a studiare, e infine, dopo una lunga interruzione, a Bologna, perché Carlo moriva, due mesi fa.

Avevo un debito con lei, rimasto chiaro nella mia memoria. Un giorno che passeggiavamo, all’uscita da scuola, sul tratto di Lungotevere che va a Ponte Sisto, Alessandra mi chiese se conoscessi il Montale di Meriggiare pallido e assorto: non lo conoscevo. Allora me lo recitò, fino alla fine, “E andando nel sole che abbaglia / sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".
Nella mia infanzia, e per molto tempo ancora, i cocci aguzzi di bottiglia erano dappertutto, e al confronto con la pubblicità criminale dei sistemi antifurto di oggi sembrano belli e perduti. Ma quei versi, la vita una muraglia e in cima i cocci aguzzi di bottiglia, mi diedero una specie di entusiasmo. Sono contento di averglielo detto, quasi settant'anni dopo. 


L'apparenza del sistema bloccato


Il testo sembra presupporre che la crisi abbia trovato un suo punto di equilibrio nel blocco del cambiamento. In realtà il sistema per quanto reso rigido dai veti incrociati sta rivelando impensabili doti di flessibilità. Ha già prodotto una destra aperta al riconoscimento di una realtà nuova, dal ruolo dell'Europa al rapporto con la tradizione democratica del Paese negli ultimi ottant'anni. La sinistra tarda a entrare in sintonia con le opportunità offerte dalla situazione stessa del Paese. Ma non si vede perché la previsione si debba basare solo sulla sottolineatura dei fattori negativi.

L’autore guarda all'immobilismo formale delle riforme istituzionali mentre trascura la dinamicità sostanziale dell'evoluzione politica. Se i testi costituzionali rimangono rigidi a causa dei veti incrociati, gli attori politici dimostrano una notevole capacità di adattamento e pragmatismo.L'evoluzione dei due poli principali evidenzia questo dinamismo.
La metamorfosi della destra: Il passaggio da posizioni storicamente euroscettiche o di rottura a una postura di governo pienamente inserita nelle coordinate delle istituzioni europee ed atlantiche dimostra che il sistema esercita una forte spinta alla moderazione e al realismo politico.
Le sfide della sinistra: Il ritardo nel cogliere le nuove opportunità non è necessariamente un blocco permanente, ma la ricerca di una nuova identità in un panorama in cui i vecchi confini ideologici si sono ridefiniti.
Questa flessibilità suggerisce che il sistema politico italiano non sia semplicemente "bloccato", ma che trovi la sua stabilità proprio nella capacità di assorbire e normalizzare le spinte radicali, trasformandole in forze di governo. La focalizzazione dell'editoriale sui soli fattori negativi rischia quindi di confondere la difficoltà di cambiare le regole scritte con l'effettiva capacità del sistema di evolversi nella prassi. 

Giovanni Orsina
Un sistema politico che non regge le sfide del mondo

La Stampa, 15 agosto 2026

Benché il gabinetto Meloni si avvii a diventare il più duraturo della storia repubblicana, la sua longevità fatica a mascherare la precarietà strutturale del sistema politico italiano che le prossime elezioni politiche potrebbero riportare in piena luce. Gli oppositori del governo hanno delle ragioni quando lo accusano di non averci fatto molto, con questa stabilità. Ma si dimostrano pessimi studenti di storia, e osservatori del presente perfino peggiori, quando negano che nell’attuale situazione globale, imprevedibile e gravida di rischi, la stabilità sia un valore in sé.

Oggi non ha alcun senso ragionare di politica italiana se non si parte dal quadro internazionale. La cui condizione storica mi pare possa esser condensata nelle seguenti tre frasi. All’indomani della Guerra Fredda ci si è sforzati di costruire un ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. Nell’ultimo ventennio circa questo progetto ha mostrato tutta la sua fragilità ed è stato rifiutato sia da un Sud Globale sempre più assertivo sia da fasce crescenti delle opinioni pubbliche occidentali. Il caos attuale è figlio dell’incertezza identitaria dell’Occidente, del profondo ma disordinato ripensamento del proprio ruolo globale in corso negli Stati Uniti, del processo di ridefinizione di equilibri e regole del sistema internazionale.

Al netto delle oscillazioni congiunturali, nelle democrazie occidentali questo caos spinge verso destra. Poiché lo genera la crisi di un ordine universalista, la risposta viene cercata in un ritorno al particolare, nell’enfasi sulla difesa di sé e della propria comunità. Al centro di quella ricerca e di quest’enfasi c’è lo Stato-nazione, un’entità che, per quanto indebolita, è presente e visibile nelle vite quotidiane delle persone, ancora detiene del potere e fornisce un qualche ancoraggio identitario. Le destre si stanno mostrando inadeguate a incanalare questa spinta storica, che le favorisce, in una direzione costruttiva. Se non altro perché non riescono a pensare un nuovo equilibrio fra le reti di solidarietà internazionale e il proprio Stato-nazione, che nella maggior parte dei casi è troppo piccolo per affrontare da solo le sfide globali. Ma almeno il nazionalismo dà loro un punto di riferimento e un pugno di slogan cui settori sempre più ampi degli elettorati, sconcertati e spaventati, si dimostrano disposti ad aggrapparsi.

Nell’affrontare il nuovo mondo, le forze politiche progressiste appaiono molto più indietro. Continuando a insistere sull’universalismo, la sinistra tradizionale si sta sempre più rinchiudendo nel recinto di un elettorato colto, benestante e urbano. Ampio sì, ma non abbastanza da sostenere una maggioranza. Le nuove sinistre populiste hanno cercato di ricostruire il tessuto comunitario in vari modi, anche dando della nazione una lettura non conservatrice, ma finora hanno faticato a stabilizzarsi. E sommare establishment e populisti, a sinistra, si è rivelato molto difficile.

Nel caos globale, sta affondando l’Unione europea. Prima con l’atto unico nel 1986 e poi con Maastricht nel 1992, l’Europa si è pensata interamente immersa nell’ordine mondiale ispirato ai valori universalisti dell’Occidente e garantito dall’egemonia americana. La crisi di quell’ordine ne ha reciso le radici. Con immensa fatica e qualche risultato sta adesso cercando di ripensarsi, ma è vano illudersi che questo processo possa essere altro che lungo, disordinato e doloroso. Ed è molto probabile che a guidarlo saranno sempre di più gli Stati nazionali, non Bruxelles – e Stati nazionali, per giunta, governati in molti casi da forze politiche di destra. È improbabile che fra dieci anni l’Unione europea non esista più, ma mi pare assai probabile che avrà allora un volto molto diverso da quello che conosciamo oggi.

Politicamente instabile per tradizione, l’Italia ha spesso ritrovato un minimo di ordine appoggiandosi, anche grazie all’opera del Quirinale, al quadro internazionale e soprattutto europeo. Basti pensare ai due ultimi governi presieduti da tecnici, quello di Mario Monti venuto dopo il collasso della repubblica bipolare e quello di Mario Draghi che ha concluso l’assurda legislatura 2018-2022. Oggi questa possibilità non si dà più. Al contrario: in movimento frenetico e in corso di profonda ridefinizione, il quadro internazionale e quello europeo iniettano ulteriore instabilità nel nostro Paese. Ma più instabili siamo, meno potremo partecipare alla faticosissima costruzione di un nuovo ordine, più rischiamo di uscirne stritolati.

Nel suo complesso, il nostro sistema politico è del tutto impari a queste sfide. Le istituzioni restano fragili e, a giudicare dai risultati degli ultimi referendum costituzionali, sono irriformabili. Tiene per fortuna il Quirinale, ma si trova a dover svolgere funzioni per le quali non è stato pensato. E comunque, poiché il secondo mandato di Sergio Mattarella scade nel 2029, col voto dell’anno prossimo anche la successione alla Presidenza della Repubblica sarà risucchiata nel vortice politico. I partiti sono debolissimi, privi di idee e guidati da classi dirigenti scadenti. L’opinione pubblica è distratta, delusa, sfilacciata, e gli elettori si astengono in percentuali crescenti. Danno un po’ di stabilità le leadership individuali, che nel deserto dei corpi intermedi riescono ancora a stabilire un collegamento minimo fra paese legale e paese reale – la longevità del governo Meloni va ascritta innanzitutto alla solidità della sua leadership. E potrebbe aiutare la legge elettorale che sta passando in queste settimane in parlamento.

Questo è il quadro generale che ci consente di pensare le prossime elezioni e le sfide che forze politiche e coalizioni dovranno affrontare lungo il percorso verso le urne. 

Dariya Derkach, oltre la paura

Giulia Zonca
Dariya Derkach: "Ci sarà sempre qualcuno per cui non sono italiana. È il mio Paese, mi ha nutrita"

La Stampa, 15 agosto 2026

Con l’oro in tasca Dariya Derkach ritrova finalmente il ritmo della propria vita. Prima nel salto triplo agli Europei a 33 anni, con il personale di 14,60 metri: «Una medaglia ricca, pesante. C’è dentro il viaggio».

A 8 anni, con un cappotto rosso, partiva su un autobus da Vinnytsia, in Ucraina, dove è nata. Ora è avvolta in una bandiera tricolore. Si chiude un cerchio?

«Ricordo un proverbio che dice: c’è la terra che ti dà la nascita ma è la patria che ti sfama. Ecco, la nazionalità è proprio questo».

Serve pure l’opportunità di averla. Oggi in Italia c’è la voce di Vannacci, la richiesta di chiudere le frontiere con la Spagna per i migranti che tentano di attraversare il confine a Ceuta.

«I discorsi sulle frontiere non sono mai un punto di partenza e quelli sulla rappresentanza meritano serietà. Prendo me stessa. Ci sarà sempre qualcuno per cui non sarò mai del tutto italiana. Vivo in Italia da 26 anni, è il Paese che mi ha dato un’istruzione, mi ha nutrita, mi ha regalato ogni possibilità, è il Paese per cui ho vinto l’oro».

È stata una bimba predestinata che poi ha inseguito le promesse per decenni, quanto hanno pesato l’aspettativa e l’attesa della cittadinanza?

«Vedere tutte le gare giovanili in tv da primatista di salto in lungo e salto triplo è stata dura. Ero consapevole che l’atletica vera era l’altra, quella dei grandi. Forse ho aspettato un po’ troppo per diventare grande».

Ha perso gli anni di solito dedicati all’esperienza.

«Mi ha penalizzato passare dalle gare regionali a quelle internazionali senza nulla in mezzo. Il giorno prima le rivali erano gigantesse in tv e il giorno dopo mie pari in pedana. Non tornavano le proporzioni: mi bloccavo. È passata solo dopo la medaglia indoor nel 2023. Prima avevo la sindrome dell’impostore. Dopo ho visto le occasioni perse».

La più dolorosa?

«Europei 2016, ad Amsterdam: ero in forma e ancora non pronta. Un salto nullo che sarebbe stato la svolta mi ha tolto ogni forza. A Birmingham niente mi avrebbe spiazzata, ho passato tre giorni a calcolare il vento in ogni direzione».

La vittoria restituisce la fatica di decenni?

«Se penso al passato mi sembra assurdo, ma l’ho vissuto giorno per giorno, non vedevo la trama. Anche nel calvario delle tre operazioni ai tendini... ho reagito. Non mi rendevo neppure conto di quanto la situazione fosse grave e guardando indietro dico: cavolo».

Guardando in basso vede due caviglie martoriate.

«Le cicatrici stanno insieme alla medaglia, un tutt’uno».

Ha avuto mai voglia di mollare?

«No, ma nel 2018-2019 non sapevo come continuare. Avevo problemi di peso, ero persa e confusa. Eppure, come sempre, come oggi: la voglia era integra. Ho vissuto per l’atletica, unico pensiero dominante. In quelle stagioni depresse in cui ho saltato 12 metri e sono arrivata a pesare 60 chili, con il fisico sballato, era tutto storto. Anche psicologicamente, assalita dagli attacchi di panico: era ora di cambiare e non ne avevo il coraggio. Poi ho imboccato la strada giusta».

Allora l’allenava suo padre, ex decatleta che oggi lavora con la nazionale cinese.

«Quando le cose vanno bene in famiglia si amplifica la condivisione, quando vanno male è un inferno».

A un certo punto della carriera consiglia un cambio ai tanti colleghi che si allenano con i parenti?

«Se ci sono i risultati è giusto andare avanti, se le cose iniziano a non girare però quella è una condizione in cui si peggiora ed è tempo che non ti restituisce nessuno».

Se questo oro fosse arrivato 10 anni fa, come da pronostico, lei sarebbe diventata la faccia dell’atletica italiana?

«Di sicuro: eravamo pochi a valere le finali. Ricordo l’investitura e anche la tensione per sto passaporto. Tempi previsti dalla legge: 12 anni di limbo, sono tanti, ma l’iter era quello. Una volta indossata la maglia azzurra le controprestazioni mi hanno segnato. Ho patito».

In che senso?

«Quando ho raggiunto la prima medaglia, tre anni fa, ero così abituata al senso di colpa che il giorno dopo il podio guardavo Larissa Iapichino in pedana e pensavo: che fortuna, se la può giocare. Mi ero scordata del mio argento. Ho detto: oddio Dariya calmati, butta sta pressione. Non essere all’altezza dell’idea che si aveva di me ha condizionato il percorso».

Ora l’Italia è in stato di grazia. Non passa giorno senza medaglie.

«Pazzesco. Eravamo davvero indietro nel 2013, non eravamo competitivi e questo exploit della nostra atletica ha spostato la consapevolezza e alzato il livello».

Sara Curtis, record del mondo a ripetizione nel nuoto, supernova dell’estate. La guarda e che cosa pensa?

«Spettacolare. Fa parte di una generazione che ha la stessa nostra voglia di fare, ma un entusiasmo diverso. Vale soprattutto per le ragazze».

Perché?

«Noi eravamo spaventate, chiuse, problematiche. Loro osano».

Lei è salita su un bus per lasciare casa a 8 anni.

«Mi vantavo con le amiche di andare in Italia. Non ero consapevole».

Dicono di lei che ha una sopportazione fuori soglia. Non sarà che questa attitudine alla resistenza l’ha danneggiata?

«Di certo. Mi lamentavo quando era già tardi, però il disastro dopo le operazioni ai tendini mi ha messo le antenne. Ora se c’è qualche cosa che non va mi fermo. Non solo per i fastidi fisici».

Che rapporto ha con l’età? Nella telecronaca Rai i suoi 33 anni sono stati sottolineati parecchio.

«È normale, il tempo va. Io penso anche al dopo carriera. Vorrei stare nello sport, non più in pista: calpesto il tartan da che sono nata. Vedremo dopo le Olimpiadi».

È previsto un trasferimento a Torino.

«L’idea è quella. È la città del mio allenatore Alessandro Nocera e mi convince. Dopo tanti anni a Formia a inseguire la tranquillità, vorrei vibrazioni diverse e un posto dove curare il fisico con una supervisione accurata».

Che cosa le ha detto sua madre dopo il successo?

«Che il mio cane Cesare le si è seduto davanti a guardarmi in tv e non si è più mosso. È lui che ha raccolto tutte le mie confidenze».