domenica 17 maggio 2026

Bernie Sanders a Torino

Lara Ricci
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

«Non penso che la stragrande maggioranza delle persone abbia capito l’impatto inaudito che l’Ai avrà sulla nostra società». Bernie Sanders, il celebre senatore statunitense, autore - fra l’altro - del recente Contro l’oligarchia (trad. di Davide Martirani, Chiarelettere) è arrivato a Torino apposta per parlare al Salone del libro, dove lo attendeva un tifo da stadio, e quel che è parso premergli di più dire, dopo essersi premurato di assicurare agli europei che «le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano in alcun modo la posizione della stragrande maggioranza degli americani» è mettere le persone in guardia dai rischi della concentrazione di potere, denaro e tecnologia nelle mani di pochissimi e di un’intelligenza artificiale e una robotica non controllate, dedicate ad arricchire i loro proprietari, capaci di sapere tutto dei cittadini, penetrare nelle loro menti e creare addirittura con loro relazioni affettive.

Il discorso integrale
Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2026

 È un onore per mia moglie Jane e per me essere qui al Salone del Libro di Torino. E voglio ringraziare tutti voi per essere venuti questa sera.

Prima di andare oltre, voglio che sappiate tutti che le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano — sottolineo non rappresentano — in alcun modo, forma o misura la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano.

Molte persone nel mio Stato del Vermont e in tutti gli Stati Uniti hanno genitori, nonni e bisnonni che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi nordici e da altri luoghi. Nel mio caso, mio padre arrivò negli Stati Uniti dalla Polonia.

Posso dirvi, senza esitazione, che il popolo del mio Paese desidera un rapporto forte e positivo con l’Europa e faremo tutto il possibile per ristabilire quel rapporto il prima possibile.

Ora, riguardo al libro che ho scritto, intitolato “Fight Oligarchy”, voglio arrivare al punto centrale. E cioè che un piccolo numero di persone incredibilmente ricche, che io definisco oligarchi, possiede oggi più ricchezza e più potere di qualsiasi altro gruppo simile nella storia della civiltà moderna. Nonostante ciò, queste persone non sono soddisfatte di ciò che hanno. Vogliono di più, sempre di più, indipendentemente dalla sofferenza che causano.

Negli Stati Uniti di oggi, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 93% più povero della popolazione.

Incredibilmente, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli amministratori delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi. Solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, i miliardari americani hanno più che raddoppiato la loro ricchezza.

Mentre la classe dei miliardari e l’1% stanno meglio che in qualsiasi altro momento della storia americana, oltre il 60% degli americani vive stipendio dopo stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali.

Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa, tenendo conto dell’inflazione.

Ma non si tratta solo di disuguaglianza di reddito e ricchezza. Abbiamo una concentrazione della proprietà economica più elevata che mai. Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari e così via — imponendoci prezzi scandalosamente alti per i prodotti che acquistiamo. Incredibilmente, quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle nostre corporation.

E quando parliamo dell’enorme concentrazione della proprietà negli Stati Uniti, non dobbiamo dimenticare i media. Negli Stati Uniti, sei grandi conglomerati mediatici controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge. E questi conglomerati sono posseduti dai super ricchi.

Elon Musk possiede Twitter. Jeff Bezos possiede il Washington Post e Twitch. Mark Zuckerberg possiede Meta — che comprende Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads. Rupert Murdoch possiede Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post. Larry Ellison possiede CBS, TikTok, Paramount Pictures, Skydance, MTV ed è sulla strada per acquisire CNN e Warner Brothers.

Ma non sono solo l’economia e i media a essere controllati da questi oligarchi. Nell’America di oggi, i miliardari stanno facendo tutto il possibile per controllare anche il nostro sistema politico. A causa della disastrosa sentenza Citizens United della Corte Suprema, i miliardari possono legalmente spendere quanto vogliono nelle campagne elettorali attraverso i cosiddetti super PAC.

E sia chiaro: questa tendenza, per cui i super ricchi diventano sempre più ricchi e potenti mentre la gente comune fatica a sopravvivere, non sta avvenendo soltanto negli Stati Uniti. Sta avvenendo anche in Italia. Negli ultimi 16 anni, il 91% di tutta la nuova ricchezza creata in Italia è andato al 5% più ricco. Mentre i salari reali del lavoratore medio italiano oggi sono inferiori rispetto a prima della pandemia, i 79 miliardari italiani sono diventati più ricchi di quasi 64 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

E non riguarda soltanto l’Italia e gli Stati Uniti. È un fenomeno globale. Mentre una persona su quattro nel mondo soffre la fame, l’1% più ricco del pianeta possiede più ricchezza del 95% più povero dell’umanità. Le 12 persone più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà dell’umanità. Questo è il punto in cui siamo arrivati nel 2026. Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. E insieme faremo di meglio.

L' elezione di Leone XIV

 


cardinali e cordate: come andò quel conclave

L’elezione di Leone XIV

Carlo Marroni
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

A un anno dall’elezione, Leone XIV ha impresso una nuova dinamica del pontificato. Viaggi, nomine, e anche un nuovo approccio con il mondo esterno, emerso con evidenza nella missione in Africa, e infine anche nella visita a Napoli.

Per capire come si è arrivati all’elezione servono codici di decrittazione, una guida che legga la successione degli eventi di poco più di un anno fa. Ecco che arriva L’ultimo conclave, di Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué, giornalisti esperti di Vaticano e non solo, autori di libri e di inchieste, profondi conoscitori di Francesco. Il libro è scritto come un diario di viaggio tra gli ultimi giorni di Bergoglio e il periodo che va dalla fine del pontificato – la “sede vacante” – all’elezione, una narrazione molto documentata, piena di fatti inediti, e una ricostruzione costante dell’insieme. Leone è eletto l’8 maggio, ma il 3 – solo cinque giorni prima, e tre dall’inizio del conclave, con 133 cardinali da 70 Paesi – tutto è in alto mare. Mentre l’ala conservatrice «sembra pronta a votare per il candidato più forte e più conosciuto, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, diplomatico che si presenta come chi metterà ordine nella “rivoluzione bergogliana”, dall’altra parte si cerca la soluzione migliore per evitare un ritorno indietro e consolidare il percorso riformista del papa dalla fine del mondo». Nel campo progressista c’è molta incertezza e spuntano via via dei nomi, soprattutto tra quelli che sono stati più vicini a Francesco, specie nell’ultima fase. Tra i quali, a un certo punto, arriva quello del cardinale agostiniano Robert Francis Prevost, sulla cui votazione il libro offre una dettagliata e coinvolgente ricostruzione.

Al primo voto la sera del 7 maggio i maggiori consensi vanno ai cardinali Erdő , Prevost e Parolin, mentre alla seconda le cose cambiano e il risultato è: Prevost, Parolin, Erdő e Aveline. Qui si innesta un altro aspetto che il testo di O’Connell e Piqué mette in luce: la narrazione emersa dopo il voto è che, durante il pranzo del secondo giorno, l’8 maggio, Parolin, «avrebbe capito che la cosa era ormai decisa e avrebbe suggerito ai suoi sostenitori di appoggiare Prevost. Ma diversi elettori ci hanno detto che non è andata così, che è falso che Parolin abbia fatto un passo indietro e chiesto ai suoi sostenitori di votare» per il cardinale americano. Si arriva al voto decisivo (anche questa volta come nel 2013 una votazione viene ripetuta per una scheda attaccata a un’altra), ed è il quarto, con Prevost che resta molto tranquillo, «era impressionante come sembrasse in pace», testimonia un cardinale.

Superato il quorum scatta un lungo applauso, cinque minuti, e alla fine la votazione è di 108 voti per il nuovo Papa, un numero che fino ad oggi era sconosciuto.

Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué

L’ultimo conclave
Lindau, pagg. 444, € 26

Violenza cieca a Modena

Estefano Tamburrini 
L'auto a 100 all'ora sui passanti, la fuga, il coltello: un giorno di terrore a Modena
Avvenire, 17 maggio 2026

Otto feriti, di cui tre gravi, portati via dal 118. Almeno uno in pericolo di vita, secondo quanto commentano fonti qualificate. Una di loro, 55enne, ha perso le gambe a causa dell’impatto. È stata portata in elicottero a Bologna, all’Ospedale maggiore. Preoccupano una 53enne e un 69enne ricoverati a Modena. È il risultato di un atto di violenza che si è verificato ieri, alle 16.30 a Modena, in via Emilia Centro, quando una macchina è improvvisamente piombata sui pedoni in transito. «Un fatto anomalo. Era a velocità di autostrada», dicono i testimoni. La vettura, giunta da Largo Garibaldi (lato est della via), si è poi schiantata circa cento metri dopo, contro il negozio “Dallari abbigliamento”. Vetrina frantumata. E una passante schiacciata dall’impatto.
Il conducente, un 31enne, identificato come Salim el Koudri Salim, nato a Seriate, in provincia di Bergamo, residente a Ravarino, nel Modenese, ha provato a darsi alla fuga. All’inizio non riusciva ad aprire lo sportello, che è stato forzato da un passante da lui aggredito. È stato in seguito intercettato, decine di metri dopo (tra Rua Pioppa e Corso Adriano). Lo hanno fermato in quattro, tutti passanti (tra cui anche due stranieri) buttandolo a terra e assicurandolo alle forze dell’ordine. Era armato di coltello e ha ferito una persona. Esclusa l’ipotesi di consumo di alcol o stupefacenti da parte del 31enne, inizialmente avanzata da alcuni testimoni. La Polizia ha aperto le indagini per chiarire le motivazioni del violento atto. Previste anche perquisizioni nell’abitazione del giovane, anche nella sua abitazione di Ravarino. Per il momento gli investigatori tendono a scartare la pista dell’attentato terroristico. In passato El Koudri è stato sottoposto a cure psichiatriche. Ma è ancora presto per capire le ragioni del gesto.
Immediata la risposta delle forze dell’ordine, che nell’arco di cinque minuti si sono recate sul posto, transennando l’area. In seguito il giovane è stato portato in questura, venendo interrogato dagli agenti. Danni contenuti, poteva andare peggio. Lo choc però rimane. E in città non si parla d’altro. Anche il sindaco Massimo Mezzetti si è recato subito in via Emilia insieme al prefetto Fabrizia Triolo. «Quanto accaduto oggi, qui a Modena, è gravissimo», ha commentato Mezzetti, invitando alla prudenza. «Stiamo cercando di capire meglio l’origine di questo evento», ha detto il primo cittadino, che sottolinea l’anomalia della vicenda. «Inaspettato che una persona entri così, in pieno centro, investendo i passanti». Mezzetti ha inoltre ringraziato i quattro cittadini che, «con grande coraggio e senso civico» hanno affrontato l’aggressore. Anche il prefetto Triolo si è associato ai ringraziamenti del sindaco: «Giornata terribile che almeno registra un fatto straordinariamente positivo – ha riferito –. Ho fatto il punto pochi minuti fa con la presidente del Consiglio Meloni la quale vuole ringraziare questi quattro cittadini per il grande senso civico e il grande coraggio». L’assessore alla Sicurezza, Alessandra Camporota, che in passato ha anche ricoperto il ruolo di prefetto: «Sono molo vicina ai feriti e a tutti i modenesi. Soffriamo insieme a loro». Camporota ha commentato la notizia come «terribile» e ha manifestato la propria vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Sulla vicenda è intervenuto anche monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. «Modena è una città ferita da questa violenza insensata, che si è abbattuta su persone innocenti e su tutti i cittadini, profondamente colpiti e addolorati». Il presule ha ribadito la vicinanza della Chiesa locale alle vittime e alle loro famiglie, «cerchiamo di sostenere l’azione di tutti coloro che credono nella pace, non solo a livello geopolitico, ma anche a livello civile». Inoltre, oggi le comunità parrocchiali di Modena-Nonantola aggiungeranno un’intenzione per i feriti e le loro famiglie durante la preghiera dei fedeli.
Oltre alla Procura di Modena, anche l’antiterrorismo della Dda di Bologna sta seguendo attentamente le fasi dell’indagine. In serata, tre persone ricoverate per accertamenti sono state dimesse. Ma non c’è solo il buio della tragedia. In queste ore l’intero Paese si stringe intorno alla Ghirlandina, con voci di solidarietà che includono tutti i settori della politica nazionale, dalla premier Meloni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Questa è una città che sa rialzarsi da ogni prova. Le difficoltà? Un’occasione per uscirne più forti», ha dichiarato Mirella, altra modenese presente in via Emilia.

Se Giuli cita Balzac

Mario Baudino
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Giovedì. Salone del libro: all’incontro sul prossimo festival delle riviste, a Pistoia, il ministro Alessandro Giuli (qui con Massimo Cacciari) ha citato con un largo sorriso un romanzo (breve) di Balzac, La pelle di zigrino, a proposito delle molte cose da fare insieme con gli altri ministeri cugini (Istruzione e Università) in “così poco tempo”. Bel riferimento, ma forse un po’ equivoco. E’ vero, il tempo fugge, e Balzac lo sa bene. Ma il suo romanzo dice molte altre cose, e soprattutto non è per niente allegro. Lo sapeva bene Sigmund Freud, che la notte prima di chiedere al medico l’iniezione fatale (il cancro alla mandibola non gli dava tregua, e il dolore resisteva ormai a qualsiasi dose di morfina), lo lesse per l’ultima volta. E’ rimasto sul suo comodino.
Il romanzo mette in scena il topos del talismano fatato, caro a un Balzac lettore delle Mille e una notte: è questo il dono (avvelenato) che riceve il giovane De Valentin, proprio quando sta per gettarsi nella Senna causa delusioni, assenza di prospettive e di denaro, debiti di gioco, amori frustrati. Gli viene offerto da un misterioso e vecchissimo antiquario un altrettanto misterioso pezzo di cuoio (lo zigrino sarebbe una pelle ricavata da squali e altri pesci, usata ad esempio per le rilegature, ma Balzac la attribuisce all’onagro, un asino selvatico originario dell’Asia) dallo straordinario potere; grazie ad essa tutti i suoi desideri verranno soddisfatti, ma al contempo la sua vita sarà abbreviata in proporzione all’entità del desiderio stesso.
La pelle diviene così una sorta di calendario; ogni volta che esegue il suo compito magico si restringe, scandendo il passo della morte. Raphaël, quando comprende il meccanismo fatale, cerca di impedirsi – inutilmente - di desiderare alcunché: è impossibile. Finirà in breve per accasciarsi, benché ricco e potente, fra le braccia della donna amata, dando un disperato morso al suo seno (un ultimo morso alla vita). Freud vedeva in quelle pagine la pulsione di morte al servizio del principio del piacere. E il ministro? Che nella sua citazione ci sia nascosto il desiderio di smettere di desiderare perché tutto gli va troppo bene e i desideri vengono subito esauditi? A giudicare dalla cronaca, non si direbbe.

La solitudine dell'imperatore fragile

Ezio Mauro
Il declino dello spirito del caos

la Repubblica, 17 maggio 2026

Come se la politica fosse ridotta a incantesimo — il nome che diamo alle grandi suggestioni di massa quando non le sappiamo spiegare — , improvvisamente il sortilegio che ha liberato lo spirito imperiale di Donald Trump sembra spezzarsi, rivelando la fragilità del progetto onnipotente, testimoniata dalla sua inconcludenza, dalla sproporzione tra gli annunci e i risultati, dalla debolezza strategica di un leader che apre una crisi dopo l’altra senza riuscire mai a chiuderle.

In realtà non è così semplice interpretare la deriva di un fenomeno politico che ha deviato il corso del secolo, e che può ancora tenere in scacco l’America e il mondo. Certamente il presidente degli Stati Uniti, nell’affanno dei sondaggi sfavorevoli con midterm che si avvicina, ha ridimensionato inconsciamente la sua leadership parlando di «declino» americano (anche se lo ha attribuito interamente all’eredità negativa di Biden) e soprattutto ha trasmesso l’impressione fisica, antropologica, di cercare nel vertice di Pechino con Xi Jinping qualcosa di più di un’intesa: quasi un appoggio, forse un sostegno a distanza. Addirittura una sponda.

Pechino, 14 maggio: Xi Jinping e Donald Trump
Pechino, 14 maggio: Xi Jinping e Donald Trump 

Questa condizione di necessità denuncia la solitudine in cui si muove il capo della Casa Bianca dopo aver disarticolato la rete di alleanze internazionali costruite nel dopoguerra, e dopo aver disattivato il circuito occidentale che garantiva la persistenza attiva di una cultura della democrazia come risorsa permanente.

È una solitudine anche tecnica, perché le centrali operative dell’amministrazione americana sono state svuotate dall’alto dalla gestione personale e individuale di tutti i dossier da parte del presidente, e sono state esautorate dal basso con la discesa in campo dei suoi inviati speciali nelle aree di crisi, trasformati in plenipotenziari occasionali e mediatori improvvisati.

Un Trump indebolito, dunque, alle prese con tutti i segnali di una crisi che sconcerta, perché ribalta nel vuoto il titanismo autoritario di chi vuole tutto, non concede nulla, e si prende ciò che crede, solo perché gli serve. Ma leggere questo passaggio ricorrendo alle categorie extra-politiche della leadership trasformata in suggestione e dell’istinto convertito in carisma mitizza tutto e non spiega niente, perché accetta di mantenere l’esperimento Trump nel registro leggendario dell’eccezione, della rappresentazione e dell’illusione: mentre in realtà la politica può smontare l’epica e tornare alla realtà, spiegando il tutto.

Trump è in difficoltà perché il saldo tra il nuovo e il caos è diventato negativo. Il grande spettacolo del leader trasformato in performer non funziona più. Il suo continuo sfondamento del limite gli consentiva di spuntare ogni giorno in una zona imprevista del campo con una nuova pretesa, un’altra minaccia, un diverso nemico da colpire. Prometteva di esplorare l’inaudito, di conquistare l’impensabile, dunque di attraversare ogni volta la linea rossa del possibile e del consentito. La stessa destra nelle sue mani si trasformava andando oltre se stessa, spostando non solo il confine dell’estremismo, ma la sua natura identitaria.

È evidente che a questo punto Trump fuorusciva addirittura dalla politica in un continuo esperimento che evocava Marte e la Groenlandia, voltava le spalle a Zelensky e applaudiva Putin, trattava i nuovi imperatori come partner e i vecchi alleati come sudditi, imponeva i dazi e annunciava il superamento della democrazia, cercava il Nobel per la pace alzando in volo i bombardieri. Soprattutto demoliva i punti di resistenza del sistema (che coincidevano con gli istituti di garanzia democratica) spianandolo e preparandolo all’avvento della nuova era.

Questa era la vera cifra del trumpismo: trasformare la destra in quella che abbiamo chiamato «la fabbrica del nuovo» e coinvolgere in questo impeto l’intera società americana, anche la parte che non lo approvava politicamente, grazie alla forza dell’innovazione. È come se il presidente avesse individuato una sorta di nuova frontiera immateriale, qualcosa che esiste da sempre e per sempre nel profondo dell’anima dell’America e che la spinge a sporgersi oltre il confine, ad andare più in là, a esplorare forzando il limite.

E qui sta la vera ragione dell’adesione al progetto trumpiano da parte del capitalismo tecnologico della Silicon Valley, lo spettacolo indecoroso di un capitalismo innovatore e nello stesso tempo irresponsabile, che non sente il dovere di difendere dall’attacco del presidente la democrazia in cui ha prosperato: perché preferisce lucrare l’abbattimento del confine tra tecnica e politica, che consente di trasformare la tecnologia nell’ultima ideologia, partecipando direttamente alla re-distribuzione delle quote del potere, e addirittura alla riscrittura delle tavole della legge.

Oggi questi soggetti insieme americani e universali sono i primi a rendersi conto che il trumpismo non riesce a tenere il ritmo dell’accelerazione promessa e s’incaglia. Il meccanismo si è inceppato, rallenta, sfasa i tempi tra la distruzione — facile — degli assetti esistenti e la difficile ricostruzione di un nuovo ordine mondiale. Si misura il costo di questa distonia e di questo divario, si somma il prezzo del caos, si calcola il peso della nuova insicurezza americana, e si ottiene la cifra del vuoto di governo.

La fabbrica del nuovo, alla resa dei conti, produce più sganghero che innovazione. Il dispositivo è in atto, va avanti, ma la fase in cui stiamo entrando è la più pericolosa, perché l’innovazione che demolisce l’esistente senza realizzare se stessa rischia di produrre deformazione, e nient’altro. In più non sappiamo come reagirà il titanismo al fallimento, o almeno all’incompiuta, comunque alla mediocrità anonima dei risultati.

Quello che appare certo è che intanto si sono indeboliti i meccanismi democratici di salvaguardia, le istituzioni terze, gli organismi arbitri, che dovrebbero intervenire proprio nei momenti decisivi di reset del sistema. Rischiamo di assistere, come ultimo atto, a un corpo a corpo tra la forza declinante e la democrazia risorgente: con lo spirito del caos che difficilmente accetterà di rientrare da solo nella bottiglia da cui è fuoruscito stravolgendo il mondo.

sabato 16 maggio 2026

La verità in letteratura

Giorgio Mariani
Herman Melville, una finzione in grado di avvalorare il vero

il manifesto, 10 maggio 2026

Se per Cesare Pavese, all’inizio degli anni Trenta, tradurre Moby-Dick era un modo per «mettersi al passo coi tempi», una ventina d’anni più tardi, in Marinai, rinnegati e reietti, CLR James avrebbe sostenuto che la storia di Herman Melville e quella «del mondo in cui viviamo» erano sovrapponibili, perché l’universo culturale e ideologico descritto in Moby-Dick anticipava di un secolo quello della Guerra Fredda. Anche per Paolo Simonetti, autore de L’arte della fiducia Herman Melville, letteratura e post-verità (Mimesis, pp. 336, € 28,00), lo scrittore americano è indubbiamente nostro contemporaneo, ma — e questa è la prima novità di uno studio ricco di sorprese — l’analisi non si sviluppa a partire dall’abituale centralità di Moby-Dick. A fungere da perno del discorso critico è viceversa l’ultimo romanzo di Melville, The Confidence-Man. His Masquerade, apparso nel 1857 e condannato a un lungo oblio cui neppure il «Melville Revival» degli anni Venti era riuscito a porre fine, ma che negli ultimi decenni è stato elevato dagli americanisti di ogni latitudine al rango di secondo grande romanzo melvilliano, soprattutto in virtù della sua impietosa analisi della società americana.

Tradotto in italiano con tre titoli diversi (L’uomo di fiducia, Il truffatore di fiducia, L’impostore) Il romanzo è ambientato su un battello in viaggio lungo il fiume Mississippi con destinazione New Orleans. L’azione, con una scelta che anticipa l’Ulisse joicyano, si svolge nello spazio di una sola giornata (non a caso un primo di aprile) su un palcoscenico dove una galleria di variopinti personaggi si confronta con uno, o forse più truffatori, il cui scopo non è tanto quello di estorcere loro del denaro quanto metterne a nudo la grettezza, l’ipocrisia, il cinismo. «Romanzo-enciclopedia, che fonde narrazione e speculazione in una struttura polifonica, abbandonando tutti gli elementi codificati della forma romanzesca» e in cui è assente «un protagonista con cui il lettore può identificarsi», The Confidence-Man, per Simonetti, non è solo «un libro-labirinto [ …] profondamente teatrale, vicino all’astrattezza dell’enciclopedia e del dialogo filosofico» ma un’opera in cui Melville «mette in scena un repertorio di strategie discorsive che oggi riconosciamo con inquietante familiarità: dalla costruzione di identità fittizie alla manipolazione delle fonti, dal gaslighting all’influenza delle echo chambers, dalla ripetizione ipnotica di accuse, smentite e giustificazioni fino alle più smaccate professioni di sincerità e onestà».

«Post-verità» è il concetto chiave dell’impianto teorico del libro. Se le preoccupazioni melvilliane nei confronti della Verità, icasticamente riassunte nella definizione della letteratura come Great Art of Telling the Truth, sono state spesso indagate alla luce di un contesto romantico e metafisico, in questo studio la questione della verità, o meglio della sua relativizzazione, cancellazione o destrutturazione acquista uno spessore marcatamente storico-sociale e ideologico. In The Confidence-Man Melville ci pone di fronte a domande cruciali per ogni società che voglia definirsi democratica: «come affrontare la discrepanza tra ciò che riteniamo vero e ciò che ci viene raccontato? Su quali basi fondare la fiducia nel prossimo, e quando è legittimo concederla, pretenderla o negarla? Quali effetti produce una narrazione quando si confonde, o viene fatta passare, per verità? O, viceversa, quando vengono presentati come fake news eventi palesemente documentati?»

«La tesi cardine di questo libro», precisa Simonetti, «è che The Confidence-Man costituisca il perno della produzione melvilliana – cerniera tra due fasi della sua carriera e autentico centro gravitazionale del suo percorso artistico e intellettuale». L’arte della fiducia non offre dunque solo un’interpretazione dettagliata di The Confidence-Man, ma si avventura con successo in una ricognizione dell’intero corpus melvilliano, dai primi schizzi giovanili sino alle ultime poesie. Senza per questo negare che altre ricostruzioni della produzione melvilliana siano possibili, L’Arte della fiducia risulta convincente nella sua lettura di The Confidence-Man come «crocevia da cui si diramano i percorsi della narrativa melvilliana» e, soprattutto, nella sua insistenza sull’attualità dei temi che il romanzo esplora, e che spaziano dall’etica capitalista allo sfruttamento della natura, dal discorso religioso alla violenza insita in una società che ha costruito le sue fortune sulla base di un colonialismo sanguinario.

Come molte critiche radicali dell’esistente, che non pretendono di avanzare soluzioni sul piano pratico, la satira è segnata da un profondo e onnipervasivo scetticismo, riconducibile, a giudizio di Simonetti, alla lettura da parte di Melville non solo di autori come Montaigne ma in particolare all’attenta frequentazione delle opere di Pierre Bayle (e in particolare del suo Dizionario storico-critico, del 1697). «Bayle offre a Melville un modello alternativo tanto al dogmatismo quanto al nichilismo: una via narrativa, obliqua e refrattaria a ogni conclusione definitiva» che per Simonetti si configura come un atteggiamento vigile e critico nei confronti di qualsiasi assoluto.

Quest’ultimo punto merita di essere sottolineato perché conduce a un’ulteriore, anche se da Simonetti solo parzialmente percorsa, via interpretativa, in grado di aprire una nuova prospettiva sul rapporto tra Herman Melville e il filosofo e saggista Ralph Waldo Emerson, dal primo ammirato e al tempo stesso dileggiato.  Per decenni la critica si è concentrata sugli attacchi che il romanzo muove alla visione trascendentalista di Emerson e Thoreau, denunciandola in termini sprezzanti come non solo ingenuamente ottimista, ma anche come gelidamente cinica. Melville ha colto senza dubbio alcuni dei più perniciosi usi ideologici che il capitalismo americano ha fatto della filosofia di Emerson, ma si deve al tempo stesso osservare che tutta la fase più tarda del suo pensiero è profondamente influenzata dallo scetticismo di quello stesso Montaigne cui anche Melville attinge a piene mani in The Confidence-Man.

Non è facile rintracciare nella mascherata melvilliana segnali, seppur flebili, di speranza. A mano a mano che le pagine scorrono, il riso si fa sempre più amaro e, nelle pagine finali lo stesso testo biblico è impietosamente coinvolto nell’infinito gioco di specchi e narrazioni fittizie di un universo postmoderno ante litteram, connotato però non dalle scintillanti immagini della società dei consumi bensì dall’oscurità di una notte senza fine. Ma se «l’ultima beffa dell’Uomo della fiducia è aver prefigurato, nella parodia della fine da lui orchestrata, l’era della post-verità», per Simonetti qualcosa d’importante sopravvive, perché «se è vero che l’arte getta la verità nella confusione, non lo fa per renderla opaca né per compiacersi di un gioco intertestuale, ma per restituircela più preziosa, una volta riconquistata attraverso la fiction».


Il comunismo nella storia

Stefano Petrucciani
Una lente da detective su Marx
il manifesto, 14 maggio 2026

L’ultimo testo di Luciano Canfora, appena pubblicato da Feltrinelli (Comunismo. Un’altra storia, pp. 364, euro 22), torna a riflettere sulla vicenda storica del comunismo tra Otto e Novecento. Il metodo è quello tipico di questo notevole studioso: si parte da questioni specifiche e molto determinate, che vengono affrontate con un approccio investigativo quasi da detective. Ma non ci si ferma lì. Si muove dal particolare per giungere a misurarsi con i problemi della interpretazione di una intera epoca.

PER RAGIONARE sul comunismo, Canfora si concentra su due passaggi decisivi, che ne hanno determinato le due diverse ondate: la pubblicazione, nel 1848, del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels; e gli anni che seguono la presa del potere di Lenin, la fase tra il 1919 e il 1920. Da sagace detective, Canfora si accosta al Manifesto ponendosi un problema che potrebbe sembrare banale, ma in realtà non lo è affatto: in che data, esattamente, il testo è stato pubblicato? La questione è importante perché il 24 febbraio del 1848 è il giorno in cui scoppia a Parigi la rivoluzione quarantottesca, che abbatte la monarchia di Luigi Filippo, fonda la repubblica e contagia rapidamente il continente. Secondo la vulgata, avvalorata anche da Engels, il Manifesto sarebbe uscito o subito prima o in contemporanea con la rivoluzione di febbraio; secondo qualcuno avrebbe anche contribuito a innescarla. Ma Canfora mostra che le cose stanno diversamente: il Manifesto, stampato a Londra e scritto in tedesco, arriva a Parigi a rivoluzione già fatta, il 18 marzo 1848. Anzi, sembra implicitamente tenere conto del fatto che già Parigi si è mossa e dunque si dedica, nell’ultima parte, a ragionare sulla possibile rivoluzione tedesca.

Qui veniamo alla questione sostanziale. Lo schema teorico nel quale Marx ragiona, e che sarà ripreso da Lenin, è molto chiaro: prima si deve affermare la rivoluzione borghese, con il capitalismo e la democrazia formale, e solo a partire da qui la rivoluzione proletaria o socialista, con l’emancipazione dallo sfruttamento e la democrazia sociale. Ma quando Marx si accinge a riflettere sulla situazione concreta, lo schema si trasforma: la rivoluzione sociale potrebbe arrivare non nel Paese capitalistico più avanzato, l’Inghilterra (come Engels, ad esempio, pensava prima del 1848) ma in Germania. Perché? Perché la Germania, a differenza dell’Inghilterra e della Francia, non ha ancora conosciuto la sua rivoluzione borghese. Essa è dunque imminente, e nel momento in cui dovesse scoppiare, la rivoluzione socialista e proletaria potrebbe innestarsi in rapida successione sulla scia della prima.

LA PAROLA D’ORDINE, dunque, è di lottare prima insieme alla borghesia contro il retaggio aristocratico e feudale; dopo che la borghesia avrà vinto, lottare contro di essa per rovesciarne il potere. Ma questa strategia delineata dal Manifesto non funziona, perché la borghesia non è così scema da allearsi con il proletariato per poi farsi fregare da esso. Preferisce avanzare lentamente, facendo compromessi con l’aristocrazia. Marx si scaglia contro la pavidità della borghesia tedesca, ma il fatto è che la sua scommessa non si è rivelata vincente.

NONOSTANTE CIÒ, la Germania resta centrale nella dinamica politica innescata dal Manifesto di Marx. In Germania infatti nascerà, nel 1875, il primo grande partito dei lavoratori, la socialdemocrazia tedesca, i cui dirigenti più prestigiosi si richiamano all’insegnamento di Marx ed Engels (mentre altri seguono quello di Ferdinand Lassalle). Ma dopo la morte di Marx (1883), con la crescita del Partito e i suoi brillanti risultati elettorali, l’impostazione rivoluzionaria cederà progressivamente il passo a un orientamento socialdemocratico non solo nel nome ma anche nei fatti.

Nel 1895 l’ultimo Engels, scrivendo una famosa introduzione alle marxiane Lotte di classe in Francia, spiega che il tempo delle barricate è finito, e che tutto è cambiato ormai rispetto al comunismo del 1848. Engels non vuole certo passare per un riformista (e lo dice con nettezza). Non c’è dubbio però che il suo testamento spirituale, valorizzato più tardi da Togliatti, segni un punto di svolta. Netta è la conclusione che ne trae Canfora: l’esito della prima ondata del comunismo è la socialdemocrazia.

Ma col nuovo secolo si profila una seconda ondata. Nel 1905 il vento della rivoluzione ricomincia a soffiare, questa volta in Russia. E Lenin si ritrova in una situazione non molto diversa da quella di cui aveva parlato Marx per la Germania. La Russia zarista e feudale è alla vigilia della rivoluzione democratico-borghese; ma la borghesia russa è debole come quella tedesca; perciò il proletariato dovrà prima mettersi alla testa della rivoluzione borghese, e nel frattempo prepararsi a passare alla seconda fase, quella della rivoluzione sociale. La rivoluzione del 1905 viene sconfitta, ma lo schema sembra funzionare nella rivoluzione del 1917: prima, nel febbraio, la rivoluzione borghese liberale; poi in ottobre, nel vuoto di potere che si è determinato, la presa del Palazzo d’Inverno da parte dei bolscevichi.

Due rivoluzioni che dovrebbero segnare due epoche si succedono nel giro di pochi mesi. Ma, anche se si è preso il potere, non ci sono le condizioni materiali per costruire il socialismo. E infatti Lenin e i suoi pensano che la rivoluzione russa potrà svilupparsi positivamente solo se troverà una sponda in Occidente, nei paesi europei più progrediti. Le cose non vanno così, e la Russia si ritrova accerchiata e alle prese con la guerra civile interna, appoggiata da Francia e Inghilterra. Non le resta perciò, come spiega Canfora nella seconda parte del libro, che cercare una pacificazione con le potenze capitalistiche rinunciando alla speranza della rivoluzione europea. Il processo rivoluzionario, come Lenin aveva intuito prima della guerra parlando del «risveglio dell’Asia», non cammina verso Occidente ma verso Oriente. Anche in questo caso, però, il risultato non sarà il comunismo vagheggiato da Marx, ma qualcosa di molto diverso.

L’ESITO del comunismo leninista, scrive Canfora, è «il processo inarrestabile e contrastato della decolonizzazione, in lotta quotidiana contro la ricolonizzazione occidentale». Il comunismo, della prima e della seconda ondata, cambia certamente il mondo, ma in un senso molto diverso da quello previsto. Così viene alla luce un deficit profondo della teoria: l’idea che la storia dovesse marciare secondo la linea ascendente delle due rivoluzioni, prima quella borghese, poi quella proletaria e socialista, era affascinante, ma non afferrava il reale.

Nella realtà delle cose, i paesi che avevano fatto la rivoluzione borghese non hanno avuto la seconda rivoluzione, anche se il movimento operaio li ha trasformati in profondità. La rivoluzione «socialista», invece, si è sviluppata verso Oriente, dove non ha superato, ma piuttosto sostituito, quella borghese che non c’è stata. Per concludere con Canfora, dunque, «caotico, disordinato, distruttore di idoli» è il movimento permanente della storia, che non si lascia imbrigliare né anticipare dalle teorie, ma è pur sempre movimento.