mercoledì 19 agosto 2026

Itaca per noi



 la terra dei padri e del «nostos» aspro

A Itaca/1 L’isola è piccola, austera e brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati appena si esce fuori dalla capitale in miniatura Vathi dove ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea

Claudio Visentin

Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Da sempre i marinai raccontano di isole capricciose e ballerine, isole che si nascondono allo sguardo e all’approdo, isole che si allontanano quando credi di averle raggiunte, isole che forse neppure esistono eppure sono l’ossessione di qualcuno. A volte penso che Itaca sia una di queste. Ogni estate un tale si sveglia e decide che la vera Itaca non è l’isola che abbiamo sempre chiamato così, che non è nell’arcipelago delle Ionie, porta della Grecia, ma in qualche altro mare. Di rado è la proposta di un archeologo o un geografo; più spesso sono studiosi improvvisati provenienti da tutt’altri mestieri. Per esempio un ingegnere nucleare (!) ha immaginato che la vicenda dell’Odissea si svolga tra Baltico, Scandinavia e Atlantico settentrionale; Itaca sarebbe allora la piccola isola danese di Lyø (mentre quello di Ulisse diventa il classico esempio di viaggio senza gli abiti adatti). Altri hanno trasportato l’intera geografia omerica nell’Atlantico, collocando Itaca presso Cadice (e Troia in Inghilterra), o ancora nella Sicilia occidentale (Samuel Butler), con un disinvolto Ulisse trapanese. L’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld, tra Otto e Novecento, sostenne invece che la vera Itaca fosse l’isola di Leucade, più a nord nell’arcipelago delle Ionie. Infine questa estate, complice il gran caldo credo, diversi autori hanno rilanciato con qualche aggiustamento la tesi di Robert Bittlestone che già vent’anni fa identificava l’Itaca omerica con Paliki, la penisola occidentale di Cefalonia. Abbandonata dopo ricerche infruttuose la teoria che la penisola fosse un tempo un’isola, separata da Cefalonia da un canale, si sostiene ora che di “isola” in senso stretto nel poema non si parla mai a proposito di Itaca: insomma una teoria smentita dalla geologia e poi riformulata attraverso la filologia. Diciamo subito che il testo omerico qualche dubbio lo fa sorgere, per esempio quando Ulisse descrive la sua amata isola come «l’ultima là, in fondo al mare, / verso la notte». Ma a occidente di Itaca c’è la massiccia Cefalonia – e dunque Itaca ultima non è – e appunto Paliki segna qui un punto a suo favore.

Ma ha senso questa acribia filologica applicata a un passo controverso di un poema nato da una lunga tradizione orale, sedimentata e ricomposta per secoli? Ogni altra considerazione poi ci spinge a pensare che Itaca sia … Itaca. Per cominciare così si è creduto fin dall’antichità (e non è argomento da poco) e questa identificazione ha dalla sua una tradizione lunghissima. Inoltre sappiamo da diverse fonti che gli abitanti di Itaca in età ellenistica veneravano Odisseo come eroe locale e organizzavano giochi in suo onore. A Itaca si sono poi trovate testimonianze epigrafiche del culto di Odisseo, con frammenti che riportano il suo nome; nella grotta di Polis sono emersi anche i celebri tripodi di bronzo, di epoca più tarda ma sorprendentemente simili a quelli che nell’Odissea i Feaci donarono a Ulisse. A Paliki invece… poco o nulla. E se tutte queste faticose corrispondenze vi hanno già stancato, sappiate che già alcuni tra gli antichi liquidavano la questione facendosi beffe di chi cercava in un poema precisi riscontri geografici. Per esempio il sommo geografo ellenistico Eratostene, nel III secolo a.C., mette in guardia dalla tentazione di trasformare il mito in geografia reale e ironizza dicendo che si sarebbe scoperto dove aveva viaggiato Odisseo quando si fosse trovato il calzolaio che aveva cucito l’otre dei venti.

Ma queste in fondo sono discussioni da eruditi, condotte nei loro studi tra carte e libri. Se a Itaca si ritorna davvero, come faccio ogni anno da nove anni con la mia scuola di scrittura di viaggio, la prospettiva sul campo è subito diversa. Già lo sbarco dal traghetto nel modesto approdo di Piso Aetos, un piazzale polveroso da dove parte una strada che s’inerpica sulla collina, ridimensiona le aspettative. L’isola è piccola, austera, brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati se appena si esce dalla capitale in miniatura Vathi, distesa intorno a una baia luminosa e affollata di turisti. A Stavros, il più importante villaggio del nord dell’isola, ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea e certi dubbi sono semplicemente un’eresia. Ma Itaca non vive solo del passato omerico, anche perché la sua storia è stata assai varia: dopo l’età micenea l’isola conobbe le dominazioniù di romani, bizantini, normanni e latini, poi ottomani, veneziani, francesi e inglesi. Si fa prima a dire chi non è passato di qui.

All’inizio del Cinquecento, quando i veneziani presero il controllo dell’isola, la trovarono quasi spopolata dopo decenni di guerre, pirateria e occupazione ottomana, tanto da dover rifondare la società attirando immigrati. E tuttavia la maggior parte degli edifici, testimonianza delle diverse epoche, è stata cancellata dal terribile terremoto del 1953. Quel tragico evento accelerò l’emigrazione verso Atene e Paesi lontani (Canada, Australia), già avviata nella seconda metà dell’Ottocento. In compenso altri sono arrivati: il portiere della locale squadra di calcio per esempio è albanese: quando non gioca fa il muratore o la guida omerica. Un buon numero di suoi connazionali giunse qui dopo la caduta del regime comunista di Tirana nel 1990-1991, sostituendo gli itacesi emigrati nell’edilizia e nell’agricoltura.

Ma poi per un giorno possiamo dimenticare dispute e rivendicazioni per abbandonarci alla natura; il mare brilla immobile nella luce calda dell’estate, il canto delle cicale è assordante. Al di là di quegli oscuri e gloriosi inizi, Itaca è forse solo un’isola greca come tante altre. Del resto anche Ulisse, nell’Odissea, non rivendica per Itaca nessun primato e non ne nasconde i limiti, pur descrivendola con desiderio e tenerezza, lui che per tornarvi ha respinto l’allettante offerta d’immortalità della dea Calipso: «Aspra, ma buona nutrice di giovani e io nulla / più dolce di quella terra potrò mai vedere». Itaca è la casa, la terra dei padri, e come tale comanda amore. Invece di discutere delle isole altrui – sembra dire – ognuno impari ad amare la propria.


ulisse non c’è, ma frequentiamo la scuola di omero

A Itaca/2

Emanuele Papi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Quando c’è di mezzo Ulisse, il pericolo è noto: trovare quel che si va cercando. Già gli antichi litigavano sulle coordinate della sua carta nautica. Eratostene, scettico, suggeriva che fosse più facile rintracciare il pellaio che aveva cucito l’otre dei venti di Eolo; Polibio, più fiducioso, misurava correnti, distanze e pesci; Strabone era per il compromesso: Omero inventava, ma con materiali veri.

Da allora gli interpreti più spericolati cercano di far combaciare la mappa omerica con il Mediterraneo: un muro diventa la reggia di Ulisse, una costa la terra delle Sirene, qualche faraglione minaccioso il paese dei Ciclopi. Di recente è stata riesumata la teoria che trapianta Itaca nella penisola di Paliki, a Cefalonia. Quando la geografia non coincide con Omero, si può sempre cambiare la geografia.

Ulisse sfuggì a Polifemo, ma da secoli non riesce a liberarsi dei suoi inseguitori e, da eroe astuto, continua a giocare loro qualche scherzo. Il suo palazzo a Itaca occupa poco spazio negli studi, moltissimo in TV, sul web e nell’orgoglio degli abitanti delle isole Ionie. Il problema non è soltanto l’entusiasmo dei divulgatori. È anche il silenzio degli archeologi, che ritengono la questione troppo fatua per meritare una replica. Così i due mondi procedono senza parlarsi: i giornali rivelano scoperte e l’accademia inarca il sopracciglio.

A Itaca è stato trovato qualcosa di meno spettacolare ma più interessante: non il domicilio di Ulisse, bensì il luogo dove gli abitanti, molti secoli dopo la composizione dell’Odissea, lo veneravano. Il luogo si trova ad Agios Athanasios, a nord dell’isola; è chiamato «Scuola di Omero», un nome che promette troppo e spiega poco. Al centro emerge una grande roccia; le strutture occupano due terrazze: in alto resta una torre del III secolo a.C., più in basso un edificio con spazi per le offerte.

Gli scavi, condotti dal 1994 al 2011, hanno ricostruito una storia di millenni. Il luogo fu frequentato già nel Neolitico, tra il V e il IV millennio a.C. Al XIV e XIII secolo a.C., in età micenea, risalgono una trentina di vasi. Presenze antiche, ma che non bastano a consegnare le chiavi di casa a Ulisse. In età ellenistica e romana l’area conobbe il suo periodo più intenso. Sono stati riconosciuti bacini per aspersioni, molti ex-voto e oltre cento monete, coniate dal III secolo a.C. al II secolo d.C. in città lontane: la zona non era frequentata soltanto dagli isolani. Il più celebre viaggiatore greco era diventato a sua volta meta di viaggio.

Le tegole conservano due iscrizioni: in una si legge «di Odisseo», nell’altra «a Odisseo». Altri marchi certificano la proprietà pubblica delle costruzioni. Nel 1904 l’archeologo olandese Carl Wilhelm Vollgraff aveva trovato una testa bronzea di Ulisse con il suo berretto a cono. Nessuno di questi indizi, considerato isolatamente, sarebbe sufficiente a identificare il santuario dell’eroe. Nel loro insieme, però, architetture, offerte, monete e iscrizioni compongono un quadro difficile da liquidare e collegano l’area a un luogo di culto già noto dalle fonti scritte. Intorno al 207 a.C. la città di Itaca emanò infatti un decreto che menziona un Odysseion, il santuario di Odisseo, e gli Odysseia, gare in suo onore. A quel punto Ulisse non apparteneva più soltanto ai cantori: era entrato nel calendario, nei culti e nelle istituzioni della città. Agios Athanasios offre concretezza alle parole dell’iscrizione.

A Itaca c’è anche la grotta di Polis, esplorata negli anni Trenta dall’archeologa britannica Sylvia Benton. Qui si rinvennero molti doni cerimoniali tra cui una dozzina di tripodi, sostegni in bronzo per calderoni. È inevitabile pensare ai tripodi donati a Ulisse dai Feaci e nascosti nella grotta delle Ninfe. Ma la coincidenza non basta: la cavità fu un luogo di culto e vi compare anche una dedica «a Odisseo»: testimonianza sicura della devozione per l’eroe, non un punto GPS dell’antro descritto nel XIII libro dell’Odissea.

L’archeologia non ha trovato Ulisse. Ha trovato una comunità che trasformò il protagonista del poema in un antenato della storia civica, gli dedicò un centro religioso, offerte e giochi. Gli eroi non hanno bisogno di essere esistiti: cominciano a vivere quando qualcuno li riconosce come propri. Per questo, presentare l’Odysseion di Itaca come la magione del re significa confondere due storie diverse. L’identificazione funziona bene sugli schermi, meno in archeologia. Tra il culto di Ulisse e il celebre letto nuziale costruito attorno a un olivo resta ancora molto spazio, che è tutto occupato dalla poesia.





Iperpolitica, tanta mobilitazione per nulla

Giuseppe Sarcina
Iperpolitica. La stagione del paradosso
Corriere della Sera, 19 luglio 2026

In Alice nel paese delle mera­vi­glie, il Gatto del Che­shire si dis­solve len­ta­mente, fino a lasciare, come unica trac­cia, il suo largo sor­riso. È la meta­fora chiave usata per spie­gare la dina­mica poli­tica dei nostri giorni dallo sto­rico Anton Jäger, 32 anni, nato a Bru­xel­les, ricer­ca­tore all’Uni­ver­sity of Oxford. Il suo libro più recente, Hyper­po­li­tics, pub­bli­cato da Verso, sta spo­po­lando nel Regno Unito. A Lon­dra, chi vuole pro­cu­rarsi una copia car­ta­cea deve aspet­tare almeno tre giorni. Suc­cesso di pub­blico e di cri­tica, anche negli Stati Uniti. Il quo­ti­diano bri­tan­nico «The Guar­dian» segnala che oggi è il testo «divo­rato dagli espo­nenti della sini­stra». Per il «New York Times» è «uno dei migliori ten­ta­tivi per raf­fi­gu­rare il pre­sente di una poli­tica dalle folli stra­nezze».

In realtà, il primo nucleo risale al 2023, quando lo stu­dioso pub­blicò un arti­colo dal titolo Iper­po­li­tica e altri sin­tomi sul numero marzo-aprile della rivi­sta belga «De Witte Raaf». Nei mesi suc­ces­sivi, Jäger ampliò il suo lavoro tra­sfor­man­dolo in un breve sag­gio, pub­bli­cato in Ger­ma­nia da Suhr­kamp Ver­lag, nell’autunno di quello stesso anno. Nel 2024, Mat­tia Sal­via lo tra­dusse in ita­liano per la casa edi­trice romana Nero. Una ver­sione tut­tora dispo­ni­bile (Iper­po­li­tica. Poli­ti­ciz­za­zione senza poli­tica).

L’acco­glienza è stata buona sia in Ger­ma­nia che in Ita­lia. Tut­ta­via, nel mondo anglo­sas­sone, Hyper­po­li­tics è diven­tato un caso edi­to­riale e cul­tu­rale. Pro­ba­bil­mente per­ché — ma è solo un’ipo­tesi — attinge la mag­gior parte del mate­riale sto­rico dalle vicende ame­ri­cane e bri­tan­ni­che.

La tesi cen­trale si può rias­su­mere age­vol­mente: più o meno dal 2020 la poli­tica è tor­nata a cata­liz­zare l’atten­zione delle per­sone nelle demo­cra­zie occi­den­tali. Ha occu­pato i social, cioè gli spazi dove si incro­ciano pub­blico e pri­vato, ma anche, in modo più tra­di­zio­nale, le strade e le piazze. L’elenco delle «prove» ini­zia con le mani­fe­sta­zioni anti­raz­zi­ste orga­niz­zate negli Stati Uniti da Black Lives Mat­ter per rea­gire all’ucci­sione dell’afroa­me­ri­cano George Floyd, da parte della poli­zia di Min­nea­po­lis, nel mag­gio del 2020. Pro­se­gue con l’assalto dei mili­tanti trum­piani a Capi­tol Hill, il 6 gen­naio 2021. In paral­lelo, la Rete viene som­mersa da teo­rie cospi­ra­tive, peti­zioni, pas­sioni, risse ver­bali tra schie­ra­menti oppo­sti pra­ti­ca­mente su ogni argo­mento. Non solo Donald Trump, Vla­di­mir Putin, Volo­dy­myr Zelen­sky, Gaza, Ben­ja­min Neta­nyahu e, in Ita­lia, Gior­gia Meloni, Mat­teo Sal­vini, il Movi­mento 5 Stelle e così via. Ma anche il Covid-19, i vac­cini, l’orien­ta­mento ses­suale, la scuola, la sanità e tutto ciò di cui fac­ciamo espe­rienza ogni giorno. Con quali risul­tati? Per Jäger, come si legge nel sot­to­ti­tolo del libro, siamo di fronte a «un’estrema poli­ti­ciz­za­zione senza con­se­guenze poli­ti­che». L’autore si chiede: che cosa è rima­sto di Black Lives Mat­ter? Oppure delle pro­te­ste per il cam­bia­mento cli­ma­tico? Pra­ti­ca­mente nulla. Pro­prio come il Gatto nato dalla fan­ta­sia di Lewis Car­roll: quelle mani­fe­sta­zioni così impo­nenti, quei movi­menti così «cari­chi di senso poli­tico» si sono dis­solti, lasciando come trac­cia solo un grin, un largo sor­riso.

Da qui in avanti, ini­zia l’ana­lisi forse più inte­res­sante. Il para­dosso di Hyper­po­li­tics — grandi mobi­li­ta­zioni nelle città e sui social con impatto nullo o tra­scu­ra­bile sulla realtà — è l’approdo di una sequenza com­plessa. Si parte dell’epoca della «poli­tica di massa», nel «Secolo breve» (1914-1989), secondo la nota defi­ni­zione dello sto­rico Eric Hob­sbawm; poi ecco la «post poli­tica» nei «lun­ghi anni Novanta» (1989-2008); quindi «l’anti­po­li­tica» negli anni Dieci e infine, i nostri giorni, quelli dell’«iper­po­li­tica». L’autore li riper­corre chia­mando in causa non solo filo­sofi, sto­rici e socio­logi, ma anche scrit­tori e altri arti­sti.

Il periodo tra le due guerre è quello dei movi­menti di massa, cul­mi­nati nel fasci­smo, nel nazi­smo e nella mili­tanza comu­ni­sta. La vita pub­blica è domi­nata dal Par­tito. Jäger descrive lo sce­na­rio citando, tra gli altri, due intel­let­tuali ita­liani. Nel 1931, in una pagina dei suoi Qua­derni dal car­cere, Anto­nio Gram­sci para­gona il ruolo del Par­tito a quello del Prin­cipe descritto da Nic­colò Machia­velli: «Il Prin­cipe moderno non può essere un indi­vi­duo con­creto… ma un orga­ni­smo, un ele­mento com­plesso della società… in cui prende forma una volontà col­let­tiva». Le idee, i sen­ti­menti, gli inte­ressi delle diverse classi sociali diven­tano poli­tica, mora­lità, fede con­di­visa. Un modello dif­fuso soprat­tutto a sini­stra, con il Pcf, il Par­tito comu­ni­sta fran­cese e il Pci, l’omo­logo ita­liano, elo­giato per la sua fun­zione di «custode della dignità» da Pier Paolo Paso­lini. Come è noto, la fine della guerra fredda spazza via que­sta archi­tet­tura sociale. Dal 1989, la data sim­bolo con la caduta del Muro di Ber­lino, dimi­nui­scono le mani­fe­sta­zioni ocea­ni­che. I par­titi fati­cano a man­te­nere la presa su ampie fasce della società. Comin­cia l’epoca della «post poli­tica», da noi pas­sata alle cro­na­che come «riflusso». Lo sto­rico belga ripro­duce quell’atmo­sfera affi­dan­dosi alle imma­gini del foto­grafo tede­sco Wol­fgang Till­mans, alla scrit­trice fran­cese Annie Ernaux (pre­mio Nobel nel 2022) e a un altro cele­bre roman­ziere fran­cese, Michel Houel­le­becq. Una foto di Till­mans, Love (hand in hair), scat­tata pro­prio nel 1989, com­pare sulla coper­tina di que­sto breve sag­gio: mostra il volto di una gio­vane donna con gli occhi chiusi, in un momento di rapi­mento, men­tre un uomo le passa le dita tra i capelli. Le vicende per­so­nali, l’amore, gli affetti, il diver­ti­mento pre­val­gono su tutto il resto. Così come i ricordi, l’inti­mità fami­liare rac­con­tati da Ernaux in Gli anni (2008, in Ita­lia pub­bli­cato da L’orma), oppure le esi­stenze soli­ta­rie e tor­men­tate raf­fi­gu­rate da Houel­le­becq in Le par­ti­celle ele­men­tari (1998, nel nostro Paese pro­po­sto prima da Bom­piani, poi da La Nave di Teseo).

Fin qui, in realtà, non c’è molto di nuovo. Jäger, però, aggiunge un’osser­va­zione più ori­gi­nale, che ci con­sente di inter­pre­tare anche gli ultimi eventi poli­tici e di pro­vare a imma­gi­nare che cosa ci riserva il futuro pros­simo. Nel ripie­ga­mento verso il pri­vato si pro­duce una frat­tura che non sarà mai più sanata. Le orga­niz­za­zioni, le isti­tu­zioni non for­me­ranno più il nerbo delle comu­nità. A par­tire da allora, la società resterà for­mata da atomi, da indi­vi­dui, capaci di indi­gnarsi, mobi­li­tarsi, ma senza quella capa­cità di tra­sfor­mare il sistema poli­tico-isti­tu­zio­nale, come acca­deva nel «Secolo breve» gra­zie alla «poli­tica di massa». È il para­digma fis­sato dal socio­logo ame­ri­cano Robert Put­nam in quella che Jäger con­si­dera una delle opere fon­da­men­tali del primo quarto di secolo: Bow­ling Alone: the Col­lapse and the Revi­val of Ame­ri­can Com­mu­nity, uscito nel 2000 per Simon & Schu­ster (in Ita­lia Capi­tale sociale e indi­vi­dua­li­smo, il Mulino, 2004).

Put­nam sostiene che all’alba del terzo mil­len­nio, anche gli uomini e le donne con uno spic­cato senso civico abbiano «gio­cato a bow­ling da soli», allon­ta­nan­dosi dai par­titi, dai sin­da­cati, dalle orga­niz­za­zioni poli­ti­che, dalle chiese. Secondo Jäger, que­sto feno­meno ha segnato gli ultimi vent’anni, inci­dendo più a sini­stra che a destra dello spet­tro poli­tico, ideo­lo­gico e cul­tu­rale. Le rivolte dell’«anti­po­li­tica», inne­scate dal crack finan­zia­rio dei mutui sub­prime nel 2008 si sono sus­se­guite vor­ti­co­sa­mente: da Occupy Wall Street, alle «pri­ma­vere arabe» nel Nor­da­frica e in Medio Oriente, fino alle marce con­tro il cam­bia­mento cli­ma­tico. Hanno scosso il sistema, ma non l’hanno cam­biato in pro­fon­dità. In fondo, è la con­clu­sione del gio­vane sto­rico, il «teo­rema di Put­nam» vale anche oggi, immersi come siamo nell’«iper­po­li­tica». I graffi sui media, sui social, per quanto pro­fondi se non addi­rit­tura vio­lenti, si limi­tano a scal­fire i rap­porti di pro­du­zione, l’assetto isti­tu­zio­nale, il fun­zio­na­mento con­creto delle nostre demo­cra­zie. Ma non hanno corpo, non hanno sostanza poli­tica per durare.

https://machiave.blogspot.com/2026/07/il-tempo-del-denaro-al-potere.html

Uno smemorato senza ritegno

Claudio Cerasa 
La verità di Maria Falcone. Grazie

Il Foglio, 19 agosto 2026

Bisognerebbe dare un premio a Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone, per aver messo di fronte agli ayatollah del circo mediatico una verità drammatica ma necessaria a lungo rimossa dal dibattito pubblico. Maria Falcone, come sapete, due giorni fa ha risposto a Marco Travaglio, che prendendo spunto da un articolo del Foglio in cui Pietro Grasso, Giuseppe Ayala e Luciano Violante sostenevano che Giovanni Falcone non sarebbe mai andato a cena con Lavitola, ha fatto riemergere una serie di veleni politici riversati contro il fratello magistrato prima della sua morte. Falcone, ha scritto Travaglio, ha fatto di peggio che andare a cena con Lavitola: ha lavorato nel governo di Andreotti. Come a voler dire: se fate i moralisti con Ranucci, che sobriamente giorni fa si era paragonato ad Aldo Moro e Giovanni Falcone, toccherà fare i moralisti anche con Falcone.
A Maria Falcone andrebbe dato un premio non solo per aver ricordato al giornale di Marco Travaglio la differenza tra speculazioni e verità: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti ma lavorava per lo Stato italiano” (della sberla data da Maria Falcone a Marco Travaglio, fatto non irrilevante, ieri sul giornale di Travaglio, che fino a prova contraria si chiama il Fatto, nessuna notizia, nessun riferimento, nessun commento, ma siamo certi che oggi Travaglio recupererà).
Un premio, Maria Falcone, lo meriterebbe prima di tutto per altro: per aver ricordato che il partito della gogna che oggi si alimenta di allusioni, di moralismo, di falsità è lo stesso che anni fa contribuì a delegittimare Giovanni Falcone, prima della sua morte, con quel “cattivo giornalismo che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti, e dolorosamente anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi”. Maria Falcone 
fa riferimento ad alcuni fatti precisi. Ricorda, probabilmente, quando nel 1988 il Csm preferì Antonino Meli a Falcone alla guida dell’ufficio istruzione di Palermo. Ricorda, probabilmente, quando il pool antimafia, di Falcone, venne progressivamente smantellato e quando alcune indagini furono sottratte a Falcone. Ricorda quando, tra il 1989 e il 1991, arrivarono le accuse del “corvo” e quelle di Leoluca Orlando sui presunti “cassetti” di Falcone con prove contro politici mafiosi. Ricorda quando Falcone fu accusato di insabbiare indagini, di essere troppo prudente e poi quando, andando al ministero con Martelli, fu accusato di essersi avvicinato al potere. Ricorda quando nel 1991 Falcone dovette difendersi davanti al Csm da queste accuse. Ricorda quando nel 1992 una parte del Csm si oppose anche alla sua nomina a procuratore nazionale antimafia. Ricorda quando alcuni suoi colleghi gli rimproverarono di non aver attribuito la giusta valenza alle dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia (Pellegriti e Calderone) che, secondo i critici di Falcone, avrebbero potuto aiutare a combattere con più efficacia Cosa Nostra. A quelle accuse infamanti, costruite su illazioni, false verità, sospetti trasformati in condanne, Falcone rispose punto per punto, il 15 ottobre 1991, non molti mesi prima di essere ucciso a Capaci. I documenti di quell’audizione sono stati desecretati nel maggio del 2017 e raccontano un tratto del pensiero di Giovanni Falcone sistematicamente rimosso da tutti coloro che anni dopo ne ricorderanno la storia celebrandola ma rimuovendone il pensiero.
Fu in quel contesto che Falcone ricordò quello che un Travaglio e un Ranucci non potrebbero mai accettare: compito dei magistrati, disse Falcone, è ricordarsi che “la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”. Fu in quell’occasione che Falcone, pochi mesi prima di essere ucciso, mostrò la sua idea di giustizia demolendo tutto ciò su cui si fonda oggi la dittatura della gogna e la cultura del sospetto, attaccando la politicizzazione dell’azione giudiziaria (“Sono convinto non che la via giudiziaria sia una bella scorciatoia per risolvere i problemi politici ma che la presenza dello Stato è fondamentale in una zona per combattere certi fenomeni che, prima che economici e sociali, sono squisitamente fenomeni di pertinenza criminale…”), ricordando che i magistrati non devono occuparsi dei pettegolezzi ma hanno il dovere di fare attenzione alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (“A me sembra profondamente immorale che si possano avviare delle imputazioni e contestare delle cose nell’assoluta aleatorietà del risultato giudiziario. Non si può ragionare: intanto contesto il reato e poi si vede. Perché da queste contestazioni poi derivano conseguenze incalcolabili”), denunciando l’oscenità di chi già all’epoca puntava più sui processi celebrati sui media che sui processi celebrati nelle aule di un tribunale (“L’informazione di garanzia – ricordò Falcone in quella audizione – non è una coltellata che si può infliggere così, è qualcosa che deve essere utilizzata nell’interesse dell’indiziato”). Il Giovanni Falcone che si muoveva contro la cultura del sospetto, considerata l’anticamera del khomeinismo, è un Falcone la cui memoria nel migliore dei casi è stata rimossa (Sigfrido Ranucci), nel peggiore dei casi è stata sfregiata (Marco Travaglio) e nel più grottesco dei casi manipolata (come fece Nicola Gratteri nella celebre puntata di “Dimartedì” quando si inventò una frase di Falcone contro la separazione delle carriere, frase mai pronunciata). E’ il Falcone che denunciava il meccanismo della gogna, in base al quale prima si formula un sospetto, poi il sospetto diventa sentenza mediatica, quindi la sentenza mediatica diventa verità, quindi la verità mediatica produce pressione sul magistrato, quindi il tribunale del popolo trasforma ogni disallineamento dalla verità mediatica in una prova di connivenza con l’indagato di turno. Diceva Falcone, sempre nella stessa audizione, che a forza di legittimare i linciaggi morali, a forza di legittimare i processi costruiti senza prove, a forza di investire nella cultura del sospetto, “l’italia, pretesa culla del diritto, rischia di diventarne la tomba”. Il Falcone che abbiamo rimosso e che Maria Falcone ci ha meravigliosamente ricordato in questi giorni è il magistrato antimafia che odiava la repubblica del sospetto e che all’antimafia delle chiacchiere preferiva quella dei fatti. Si capisce che il partito dei mozzorecchi oggi, di fronte a quelle lezioni, nel migliore dei casi sia costretto a travisarlo, nel peggiore dei casi a sfregiarlo e nei casi più surreali a manipolarlo. L’anticamera del khomeinismo, quando si parla di giustizia, in fondo si costruisce anche così. Rimuovendo, sporcando, sfregiando, manipolando. Viva Maria Falcone.

martedì 18 agosto 2026

La politica parla d'altro

Lorenzo Castellani
Tra propaganda e distrazioni il paese reale è dimenticato

Domani, 16 agosto 2026

Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media

Sotto il sole d’agosto, la politica e il suo piccolo sistema mediatico trovano il tempo per consumarsi nel caso Ranucci. La questione è diventato l’ennesima risma di pozzi avvelenati tra palazzi, redazioni e social network. Uno spiacevole caso da ombrellone, che però distrae da ciò che conta davvero per la grandissima parte degli italiani.

Fuori dal recinto mediatico, infatti, c’è un popolo che avrebbe bisogno di discutere delle condizioni materiali della propria sopravvivenza sia come individui che come comunità. Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media.

Salari, sanità, pensioni

Si cominci dai salari. L’inflazione non finisce quando rallenta l’indice dei prezzi: continua nella perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni. È un’inflazione occulta, invisibile nei titoli ma presente nella spesa, negli affitti, nelle bollette e nella rinuncia a consumi essenziali. Per molti giovani laureati l’emigrazione non è più una scelta cosmopolita, ma una strategia razionale di mobilità sociale. L’Italia perde capitale umano, indebolisce la propria base produttiva e aggrava la crisi demografica. Una politica seria dovrebbe discutere di produttività, fiscalità del lavoro, contrattazione, formazione: perché lavorare bene e studiare a lungo non garantiscono più un’esistenza autonoma?

Poi c’è il grande non detto delle pensioni. Il sistema protegge molto chi è già dentro e meno chi deve ancora entrarvi. Con pochi giovani, carriere discontinue e una popolazione sempre più anziana, la spesa pensionistica non potrà che crescere. Non si tratta di abbandonare gli anziani, ma di rendere gradualmente il sistema sostenibile: incentivare previdenza integrativa e privata, proteggere davvero i redditi bassi, smettere di scaricare sui lavoratori futuri promesse difficili da mantenere. Non esiste una ricetta senza sacrifici, ma varrebbe quanto meno aprire una discussione.

Lo stesso vale per la sanità. Il Servizio sanitario nazionale resta una conquista civile, ma la sua retorica universalistica non deve nascondere una realtà quotidiana: chi può permetterselo ricorre al privato, chi non può aspetta. La gratuità formale convive con disuguaglianze sostanziali. La domanda seria non è se abolire o santificare il pubblico, ma se abbia ancora senso che le fasce più benestanti usufruiscano, alle stesse condizioni degli altri, di prestazioni finanziate dalla fiscalità generale. Il pubblico dovrebbe garantire a tutti cure essenziali, tempestive e di qualità; per i redditi alti si dovrebbe favorire il ricorso a forme assicurative private, concentrando le risorse su chi dal sistema pubblico dipende davvero.

Scuola, ricerca, immigrazione

C’è poi la scuola, regolata ancora da tempi sociali ereditati dall’Italia di sessant’anni fa, quando molte donne non lavoravano stabilmente e i padri erano dispensati da una parte della cura educativa. Tre mesi e mezzo di vacanze mettono in difficoltà le famiglie, aggravano le disuguaglianze e peggiorano gli apprendimenti. Ripensare calendario, servizi estivi, tempo scuola e rapporto tra istruzione e lavoro è una riforma sociale, non un capriccio pedagogico. Da un governo di destra, che di certo non si associa con i sindacati dei professori, ci si sarebbe aspettati molto di più su questi temi.

Infine, ricerca e immigrazione. Un paese che investe troppo poco in ricerca e sviluppo non costruisce il futuro, lo compra all’estero quando può e lo subisce quando non può. Basti pensare che la media della spesa in ricerca e sviluppo tra i paesi Ocse è il doppio di quella italiana. Inoltre, un paese che ha bisogno di lavoratori immigrati ma non organizza percorsi di lingua, scuola, formazione, regolarizzazione e lavoro coltiva marginalità invece di integrazione.

Oggi, punti simili sembrano un programma di fantasia poiché non c’è traccia di essi nella discussione pubblica. Forse resteranno una noiosa riflessione estiva, destinata a dissolversi tra palinsesti e polemiche. Eppure gli elettori sono spesso più saggi della classe politica: conoscono la distanza tra la propaganda e i problemi che affliggono la vita concreta delle famiglie. E premieranno chi sembrerà il più adatto ad affrontare le questioni sulle quali si misura la capacità dell’Italia di restare in piedi e avere un qualche futuro.

Larissa

Giulia Zonca
Larissa Iapichino: "I nostri ori in ogni dove sono una poesia che cambia l'Italia"

La Stampa, 18 agosto 2026

BIRMINGHAM. Larissa Iapichino porta i segni dell’estate azzurra: sulla guancia c’è il baffo di un bacio con rossetto di mamma, l’oro al collo e luccichio negli occhi che resiste dopo la bolgia di medaglie. È un’onda lunga: nuoto, ginnastica, atletica e tennis, si vince da tutte le parti.

Successo nel salto in lungo in Inghilterra, un luogo a lei caro.
«Da bambina ci ho passato le mie estati, neanche tanto lontano da qui, a Derby. C’era la curva Iapichino, tutti i parenti di parte materna presenti. In questo stesso stadio, diversi anni fa sono venuta a tifare Gimbo in un meeting e a Londra ho visto Bolt vincere i 100 metri nella finale olimpica del 2012. In questo Paese ci ho costruito la mia cultura sportiva».

I risultati di questa Italia cambieranno la nostra?
«Me lo auguro. Mai dirò “Bisogna smettere di parlare di calcio”, c’è posto per tutti, ma allo sport bisogna essere educati. Capire il valore delle competizioni, essere consapevoli della condotta da pubblico. A Birmingham abbiamo battuto la Gran Bretagna in casa senza un insulto, solo calore».

È l’era dell’oro?
«Sono anni che resteranno. La prossima generazione potrà riconoscere una impresa sportiva e non si fermerà al tifo becero o a considerazioni legate unicamente al risultato».

Sua sorella Anastasia, più piccola di 7 anni, vede lo sport diversamente da lei?
«È una pigrona, ora va in palestra. Qui si è divertita. Mi ha fatto un cartellone anche se non ho idea di che dicesse: era bianco, non si leggeva nulla. Chissà che si era inventata. Noi siamo entrambe “Gen Z” eppure diverse. Usiamo tantissimo il telefono e per lei è già più naturale. Nella prossima fase gli smarphone potrebbero addirittura essere educativi».

Ci sono paesi che lo proibiscono ai ragazzi.
«Sbagliato. Renderei funzionale l’utilizzo. Le limitazione non portano mai risultati, anzi stimolano la trasgressione».

Tra lei e Sara Curtis c'è una sintonia che dura da un po’ di tempo. Come è nata?
«L’ho conosciuta due anni fa e mi ha colpita, abbiamo trovato una confidenza immediata e ci siamo scambiate esperienze. Lei è matura, vincente. Ora le scrivo, volevo farlo prima, però ogni giorno faceva un risultato più grande e ho aspettato. Ho un bel po’ di cose da dirle».

Sua madre le parlava proprio di Fiona May una delle prime afrodiscendenti in azzurro, come il modello da tenere a mente. Un precedente visto che lei è la prima afroitaliana nella nazionale di nuoto.
«Esistono coincidenze che ci legano ed è bello il viaggio in parallelo, io qui senza record del mondo, ma c’è l’oro in due squadre super».

Nella sua, Diaz ha saltato 18,15 metri nel triplo...
«Una poesia. Non ce n’è più per nessuno. Mi aspetto davvero per lui quel record straordinario che non oso nominare. Io balzo solo in allenamento, è tosta: sembriamo atleti che fanno castelli di sabbia in pedana ma è una disciplina traumatica, il triplo di più. Trovare tutta quell’eleganza mentre rischi ogni volta è da fuoriclasse».

Quale medaglia le ha dato più carica?
«Derkach. Altro oro nel triplo. Un esempio di determinazione e rivalsa. Dopo anni infernali si ripresenta al massimissimo con una decisione impressionante. Da brivido. Con tutta la storia che si porta dietro».

La sua mischia l’Italia alle origini giamaicane e inglesi.
«Per questo vincere il medagliere nel Regno Unito è particolare. Ho urlato come una matta durante la 4x400. Al traguardo, la Gran Bretagna perde e la gente si silenzia, per un attimo si è sentita solo la mia voce ululante. Pazzesco. Mi sono percepita connessa al luogo, a tutte le parti di me. Una bella emozione che mi porterò dietro».

Senza paragoni con sua madre perché lei il titolo europeo non lo ha vinto.
«Le ho detto “Questa è solo mia”. Ha riso. Ripete sempre che vuole essere superata, siamo due donne e anche due atlete che si vogliono bene, i confronti sono affari di altri, a noi non sono mai interessati».

All’Europeo l’abbiamo vista più stabile, serena.
«Un po’ i nervi si sono tirati perché ho in canna più di 7 metri. Anche babbo, che mi allena, me lo dice... Ma da qui usciamo ancora più convinti. Sono maturata tanto. Non mi aspetto che da qui in poi tutto vada bene, ho solo smesso di mettermi pressione. Se ci scopriamo bravi in qualche cosa siamo sempre capaci di metterci un chiletto di aspettative in più».

Ha mandato in pensione l’autosabotatrice di cui ha raccontato spesso?
«Ho smesso di avere paura di chi sono. Temevo di essere troppo, sto talento mi spaventava. Non è per essere smargiassa: voglio solo dare il massimo. A volte non basterà, ma voglio a gara finita poter dire sono stata completamente me stessa».

Chi è lei?
«Una ragazza di 24 anni che ha diritto di scoprirsi e imparare chi è. In pedana più aggressiva e nella vita più dubbiosa. Ne ho fatta di strada, se guardo dietro vedo insoddisfazioni e delusioni. Tutto mi ha portata a essere la donna di oggi».

Finale all’ultimo giorno nel crescere della baraonda, come si è concentrata?
«Sono rimasta solitaria, ho guardato pezzi di arredamento comprabili, ho letto pagine di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ho evitato i libri per gli studi di legge, meglio non esagerare: ho già dato l’esame di diritto del lavoro poco prima della Diamond League in cui ho fatto il record italiano, a Eugene. Va bene così per un po’».

Se le avessero detto ai tempi della pubblicità della fetta al latte che un giorno avrebbe vinto l’Europeo, come avrebbe reagito?
«Avrei risposto “Faccio davvero atletica?”. Non volevo finire su questa strada, mi ha convinto la magia. A lungo sono stata bastian contraria, dritta nell’opposto di ciò che dicevano i genitori. Testardaggine».

Inno con la mano sul cuore.
«Si, sono stonatissima per cui bassa voce fino che non parte il battimani e poi grido».

Lettera a Ulisse

Nicola Gardini

CARO ULISSE, TI SCRIVO... e ho DOMANDE per te

Lettera all’eroe omerico. Nicola Gardini, che da anni studia e divulga magistralmente l’«Odissea» manda una missiva al protagonista. Che parla di libertà, sfortuna, rifondazioni di civiltà e delle stagioni della vita umana

Nicola Gardini

Il Sole 24 ore, 2 agosto 2026

Caro Ulisse di Omero (ti va bene se ti chiamo con il nome latino?), spero che questa mia lettera ti arrivi al più presto. Perdonerai il tono confidenziale, ma, poiché continuiamo a parlare di te da millenni, e con frequenza crescente, mi viene spontaneo considerarti un amico. Adesso c’è pure un nuovo film a celebrarti! Oh, nessuna gloria più per l’ingegnoso Ulisse del cavallo di legno, che pure era il tuo principale vanto! La celebrazione qui mostra un uomo distrutto. Ne hai sentito parlare? Sarebbe bello avere un tuo parere. Se ne sono dette di cose sul tuo conto! Io, comunque, sto dalla tua parte. Io ho bisogno di te e mi fido di te.

L’idea del film mi pare giusta: bisogna andare da un’altra parte. E in fretta. È già l’idea di Dante (lo conosci? Lui, anche se ti ha chiuso nel fuoco dell’inferno, ti ha adorato) – ripartire per nuovi orizzonti. Prendere un’altra direzione. Ricominciare, poiché continuare così è impossibile. Tu, in effetti, già nell’Odissea antica non hai fatto che ricominciare: ogni tappa un ricominciamento. Per questo mi piaci. Io credo che tu non sia mai tornato. È ingenuo ridurti alla figura del reduce, come ha preteso una visione romantica del tuo destino. Itaca, certo, ti mancava e a Itaca hai rimesso piede. Ma è stato ritorno? Io non lo credo. Il tuo cosiddetto ritorno ha solo proseguito il viaggio.

D’altronde, come poteva esserci ritorno dopo vent’anni? Niente rimane uguale, quando ci si mette di mezzo il tempo. Cioè, mai. E forse nessuno torna mai a casa, cioè alla stessa casa, neppure quando rientra la sera dello stesso giorno. Figuriamoci quando sono trascorsi vent’anni. Telemaco è cresciuto e chiede che lo si consideri adulto, Penelope è invecchiata nelle preoccupazioni e nei dubbi, la mamma è morta di crepacuore, il papà si è ritirato nella decrepitezza, il palazzo è invaso dagli usurpatori… Il tuo ritorno non è stato altro che la constatazione del cambiamento generale, ed è stato cambiamento esso stesso non meno delle avventure che attraversasti dopo aver ridotto Troia in cenere. Perfino Itaca ha un’altra faccia! In un primo momento neanche la riconoscesti: guardavi il tuo paese ed eri spaesato. Sono d’accordo con Omero: la realtà non corrisponde alla memoria. Pure la memoria cambia; pure la memoria rifiuta di stare ferma. Disfà e rifà, come la tua Penelope la tela ogni notte. Come tu quando ti racconti ai Feaci e a quelli che ritrovi a Itaca. Ecco perché a un certo punto servono la cicatrice o il letto coniugale – per provare che esiste un passato. Per impedire che il presente si affacci su un baratro.

Tu sei l’incarnazione del tempo che va. La tua essenza è il divenire. Ti hanno reso celebre soprattutto la scena dell’arco e la strage dei pretendenti? La forza, il coraggio, la baldanza, gli stratagemmi, l’eroismo, la parola sagace, il nome “Nessuno”? Be’, ti dovrebbe rendere ancora più celebre il fatto che rappresenti le fasi della vita umana. La vera odissea è scivolare d’età in età. Su questo Omero è chiarissimo. Sei il seme da proteggere nel tiepido nascondiglio; e sei il bambino che si diverte a piantare gli alberi col papà; e sei il ragazzo che va a caccia e si lascia ferire da un cinghiale; e sei l’uomo che parte per la guerra. Sei quello che morirà. Così hai deciso. Calipso ti offre l’immortalità e tu ti tieni la finitudine. Tu preferisci il fato di svanire giorno per giorno. Tu anteponi la felicità di variare, perché è la felicità superiore di poter scegliere sempre.

Omero ti chiama polýtropos, “multiforme”. Lo siamo tutti, in fondo, sebbene abbiamo la presunzione di attribuirci identità immutabili. Presunzione grave, che ci blocca nei pregiudizi e ci toglie immaginazione. Infinite sono le possibilità da tentare, ma noi non le tentiamo. Noi non ci inventiamo, come ti inventi tu. Ci ripetiamo, indifferenti alle differenze che pure accadono ogni momento. Sono convinto che la maggioranza dei miei contemporanei sceglierebbe l’immortalità. Cioè la prigionia della fissità. Lo sai che molti si illudono di restare giovani anche da vecchi?

Tu sei libero. E la libertà, ovviamente, ti ha portato anche a commettere errori. Rientri a Itaca e non riporti a casa uno solo dei compagni che sopravvissero alla guerra. Loro senza dubbio hanno avuto le loro responsabilità, ma tu li hai esposti a tremendi pericoli, non li hai guidati con lo scrupolo necessario. Grande pianificatore, agivi anche tu talvolta senza piano, senza cautela. Dopo esser sfuggito al Ciclope, hai quasi riconsegnato alla sua furia te stesso e gli altri gridandogli dalla barca il tuo vero nome, che prima avevi avuto l’accortezza di nascondergli.

Sei fortunato, non c’è dubbio, perché la pelle l’hai salvata. Non dovrei parlare così, lo so. Ti sosteneva, infatti, non una forza insondabile e capricciosa, ma una divinità razionale e ferma come Atena. A ogni modo, la fortuna o, se preferisci, Atena non basta perché un uomo non vada in pezzi, non anneghi nell’egoismo, non impazzisca nel senso di colpa. Tu ti sei salvato seguendo un principio superiore, che voi greci chiamate xenia, “ospitalità”. Alla luce di tale principio tu hai cercato un tuo posto nel mondo. La xenia ti ha permesso di distinguere gli amici dai nemici. È, in sostanza, un principio di giustizia, la xenia, che tu hai onorato con fedeltà assoluta. I pretendenti, invece, no. Neanche Polifemo. I Feaci sì. Calipso e Circe in una certa misura. E noi?

Ma è ora che chiuda questa lettera, prima che cominci a parlar male del mio tempo. E arrivo alla domanda che avevo in mente di porti. Dopo aver causato tanta distruzione con la trovata del cavallo, hai veramente rifondato la civiltà da un’altra parte, come immagina il bravo regista al quale mi riferivo? E dove? Sei ancora lì, re per sempre redento? O la civiltà che hai ricreato è già finita e noi ne siamo l’ultimo brandello? Presto finirà tutto e saremo dimenticati? O finiranno prima la guerra e la violenza nel mondo?

Augurandomi di ricevere un tuo segno, ti abbraccio.

Nicola Gardini

lunedì 17 agosto 2026

Elogio di Nolan

                            

è nolan l’ingegno multiforme

Il film. Il regista ha sperimentato una tecnica nuova su pellicola, con profondità e risoluzione che portano a un’esperienza unica, in grado di togliere le sale dal ruolo di ancelle delle piattaforme

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Se la Musa oggi dovesse cantare un uomo dal multiforme ingegno, guarderebbe Christopher Nolan. Gli inganni della sua Odissea sono riusciti a puntino: il primo teso a Ulisse, che da eroe sagace e malinconico si torce a principale responsabile del tracollo di una civiltà. Il secondo al poema omerico, che taglia, intreccia, innesta (è pur sempre il regista di Inception) con Iliade ed Eneide. Il terzo a noi figli della cultura greco-romana, costretti a perdonargli – soprattutto nelle scene itacensi –, la sovrabbondanza informativa di una banalità pornografica, in cambio delle potentissime scene di flashback, dove lo spettatore è sempre accanto a Ulisse, non meno vigile, pauroso, stupito, confuso, angosciato.

Ma Nolan non pensa solo agli intrighi, porta anche doni: riempie i cinema a luglio e fa discutere la gente di una guerra iniziata tremila anni fa, dimenticando le nuove diramazioni di oggi. Ma, soprattutto, il regista con l’Odissea porta avanti una tecnologia che permette di vivere un’esperienza nuova e offre una chance alle sale di uscire dalla palude di ancelle delle piattaforme: l’Imax (crasi per Image MAXimum), un sistema di proiezione cinematografica in grado di restituire immagini di una grandezza e una risoluzione superiore. Già il Cinemascope nel 1953 e il VistaVision, l’anno dopo, avevano aumentato le dimensioni della pellicola, mentre i sistemi multi-proiettore come il Cinerama nel 1952 avevano allargato l’area di proiezione. Con Imax il fotogramma da 70 millimetri viene esposto orizzontalmente all’interno del proiettore (illuminato con una lampada speciale da 15 kW allo Xeno), mentre le tradizionali pellicole da 70 sono a scorrimento verticale. Per capirci meglio, “normalmente” una zona di immagine è larga 48,5 millimetri e alta 22,1 e comprende lo spazio di 5 perforazioni; con il sistema Imax le immagini sono larghe 69,6 mm e alte 48,5 mm ed occupano 15 perforazioni.

Il primo film girato con Imax è stato Tiger Child, portato all’Expo ’70 a Osaka. Nolan, assieme al suo direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, ha iniziato a usare il sistema con Il Cavaliere Oscuro (2008) solo per alcune scene, aumentandone l’utilizzo con Oppenheimer e realizzando il primo lungometraggio girato interamente con cineprese Imax con Odissea. La rivoluzione ha toccato anche gli attori, che hanno dovuto adattare le tecniche di recitazione, imparate col digitale e macchine da presa più piccole, a una cinepresa enorme, che li rapporta alla maestà degli scenari che riesce a comprendere. Nolan è tornato alla pellicola (usandone 640mila metri), utilizzando una cinepresa che doveva essere ricaricata dopo tre minuti e così rumorosa che gli attori dovevano urlare per sovrastarne il frastuono («come avere un frullatore in faccia», ha detto l’Odisseo Matt Damon). Gli ingegneri hanno dovuto escogitare un silenziatore (il blimp), un involucro che la trasforma in un frigo di circa 130 chili da trasportare su e giù sui terreni non esattamente amichevoli di sei Paesi: Grecia, Italia, Islanda, Marocco, Scozia e Stati Uniti. I costi della produzione, che si stimano attorno ai 250 milioni di dollari, sono già stati superati dal triplo (per ora) degli incassi.

Da Il cavaliere oscuro, passando per Interstellar o Inception, Nolan ha sempre radicato le sue storie nella realtà e con l’Odissea ha messo sé stesso e la troupe in una condizione di fatica fisica che potesse emulare il nostos di Ulisse e ha creato, dopo i tentennamenti del 3D, l’esperienza immersiva più forte di sempre, con una profondità e dettaglio mai sperimentati prima. Spingendo la tecnica cinematografica un poco più in là, ha fatto un regalo al cinema e ai registi di domani, perché le sale Imax sono meno di mille nel mondo e in Italia solo tre (Orio al Serio, Sesto San Giovanni e Roma) e non del tutto adatte al formato dell’Odissea. Chi scrive l’ha vista in un cinema “normale”, ma, anche senza Imax, si è calata con Ulisse dal cavallo con cui ha ingannato i troiani, ha sentito il terrore davanti al corpo latteo del Ciclope, si è riempita di stupore sotto la neve sull’isola dei terribili lestrigoni, è inorridita all’allungamento delle ossa con cui Circe ha trasformato i soldati in animali, ha subito le dita di Scilla, mentre prelevavano nel mucchio le vittime, senza alcun criterio, secondo l’ingiustizia del fato che piomba nella nostra quotidianità appena apriamo certe pagine di cronaca.

Ha provato la nausea nel mare in tempesta, avvertendo il freddo dell’acqua sulla pelle, ha sentito il rimorso degli errori passati, quando Tiresia è emerso dalla sabbia e ha scatenato la rabbia dei compagni morti per le strategie dell’egotico comandante. Certo, è stato più difficile rimanere a Ogigia con Calipso, che tenta di psicoanalizzare Ulisse, propinandogli consigli new age. Ma togliendo di mezzo il dio che decide dall’alto, Nolan ci piazza l’esplorazione dell’inconscio, rendendo Calipso una sorta di manipolatrice psicopatica, che cura Ulisse, facendolo ricordare e, in parte, drogandolo con il fiore di loto e fondendo l’episodio di Ogigia con quello dei lotofagi, che è espunto come altri, compreso quello di Nausicaa, che ha oltremodo offeso i puristi. Ma qual è la purezza di un poema orale?

Nolan ha tolto i canti i cui protagonisti sono dativi e positivi per lasciare spazio a una civiltà senza speranza, come ci appare ora la nostra. Inutile il dibattito sulle armature rispetto all’epoca, i peplum d’antan si sono ispirati per costumi e scenografie all’arte romantica e la spina dorsale esposta sul retro dell’elmo di Agamennone è un sublime simbolo di fragilità. Le spiagge in cui approda Ulisse sono fredde come quelle di Dunkirk, una metafora delle carneficine di guerra, impossibile non pensare alla Normandia, all’Ucraina, a Gaza, al Sudan, all’Iran e a tutte le altre guerre in corso. Il mare è nero, salvo rarissime inquadrature, la Grecia è buia, la furbizia di Ulisse non è benemerita: non vince con onore, infrange la legge della Xenia, una mossa lesiva anche sul piano economico perché per i greci l’ospitalità era un modo per oliare e far fiorire le rotte commerciali. La via della diplomazia è abdicata in favore della guerra, il logos calpestato: lo sa Polifemo, cui non è stata data la possibilità di essere ascoltato. Gli esseri umani sono per lo più avidi, narcisi e imbroglioni e le donne non sono migliori, nemmeno la bravissima Anne Hathaway (Penelope), che tratta Tom Holland (Telemaco), come un poppante, mentre un ventenne nell’età del Bronzo era più che adulto. 

Nolan ha scelto un cast di grande richiamo per attirare il pubblico più largo possibile. Damon non è mai retorico e Robert Pattinson è un Antinoo vigliacchissimo. Se non abbiamo avuto niente da ridire che Liz Taylor fosse l’egiziana Cleopatra, in base a quali criteri dovremmo lamentarci se Zendaya è Atena, e Lupita Nyong’o Elena e Clitemnestra? Il cast è eccezionale e questo basta (tranne Holland, piuttosto fesso, ma temo che sia la parte). Dimentichiamoci le pecche e godiamoci cinema e messaggio pacifista, anche per chi non ama Ulisse, come Bobi Bazlen, che lo considerava un borghesuccio, che, invece di godersi le esperienze psichedeliche e l’amore libero, non voleva far altro che correre a casa dalla moglie.