venerdì 3 luglio 2026

Rastignac


Nato nel 1798, Eugène de Rastignac occupa una posizione centrale ne "La Comédie humaine" di Balzac; appare in molti romanzi della serie, da "Le Père Goriot" a "Illusions perdues", da "La Peau de Chagrin" a "La Maison Nucingen". Il suo stesso nome è diventato sinonimo di ambizioso, perfino arrivista, spregiudicato. Ciò non toglie che il Rastignac del Père Goriot resta senza dubbio la più viva, la più simpatica figura di giovane uomo presente nell'opera dello scrittore.

Honoré de Balzac, Le Père Goriot , 1834

Ah! sappiatelo: questo dramma non è una finzione, né un romanzo. All is true, è così vero che ciascuno può riconoscerne gli elementi intorno a sé, forse nel proprio cuore. 

«Più freddamente calcorete, più andrete avanti. Colpite spietatamente; sarete temuto. Considerate uomini e donne soltanto come cavalli da posta, che lascerete crepare ad ogni stazione, in questo modo raggiungerete l'apice dei vostri desideri. Voi non sarete nulla qui, vedete, a meno che una donna non si interessi a voi; e bisognerà che sia giovane e ricca, e una donna di mondo. Eppure, se avete un cuore, nascondetelo attentamente custodendolo come un tesoro; non lasciate che nessuno lo penetri, altrimenti sareste perduto; cessereste di essere il boia, e diverreste la vittima. E se mai doveste amare, non lasciate che il vostro segreto vi sfugga.»

Saché, settembre 1834






Il sogno sospeso di Amna

Widad Tamimi
Il sogno sospeso di Amna

il manifesto, 3 luglio 2026

Il 4 giugno 2026, a meno di un’ora dal giuramento del quarto governo sloveno di Janez Janša, la bandiera palestinese che sventolava sul palazzo del governo di Lubiana dal maggio 2024 è stata ammainata. Un colpo di spugna ideologico con cui il nuovo premier della destra nazionalista ha liquidato il riconoscimento dello Stato di Palestina operato dal precedente esecutivo di centrosinistra, bollandolo come «antisemitismo attivista».

Dietro i simboli e la spietata provocazione che infiamma la Slovenia in queste settimane, ci sono i corpi e i destini sospesi di chi da quella terra cercava protezione. C’è la storia di Amna. Ed è per lei, e per la sua famiglia sopravvissuta all’inferno di Gaza, che oggi si leva un appello urgente affinché l’Italia le conceda il diritto al resettlement, ovvero al reinsediamento, e a una protezione stabile. Questa richiesta non si limita a una pur doverosa spinta umanitaria, ma si fonda su precisi e stringenti presupposti di diritto internazionale, europeo e costituzionale.

HO CONOSCIUTO AMNA nell’ottobre del 2024. Era arrivata a Lubiana dal Cairo insieme a un gruppo di bambini e ventenni di Gaza che avevano subito gravi amputazioni, grazie al programma di una fondazione slovena. Amna si distingueva per un’eleganza austera: camminava avanti e indietro, senza darsi tregua, facendo saltellare le stampelle sul pavimento con l’unica gamba rimasta. Dietro una timidezza da passero, emergeva a tratti la grinta che avrei imparato a riconoscerle. Mi ha detto con fermezza che voleva finire gli studi in veterinaria.

QUALCHE MESE PIÙ TARDI, Amna ha varcato la soglia di casa nostra. Dividendo la stanza con nostra figlia Neza, è diventata in fretta la sorella che lei, cresciuta tra soli fratelli, non aveva mai avuto. Credo che per Amna, invece, quell’intimità domestica abbia rappresentato quantomeno un rifugio dall’angoscia di saper la sua splendida famiglia ancora intrappolata nell’inferno di Gaza. Eppure il futuro che attendeva lei e gli altri giovani palestinesi in Slovenia ha rischiato da subito di arenarsi in un vicolo cieco assistenziale.

Il primo muro è stato accademico: l’Università di Lubiana si è rifiutata non solo di concederle una borsa di studio, ma persino di riconoscere i tre anni di esami già superati a Gaza.

Di fronte a questa chiusura, ho scelto di superare ogni mia storica ritrosia verso l’idea di fondare l’ennesima associazione umanitaria. Per aiutare Amna, e allo stesso tempo evitare una logica meramente assistenzialista che mal si confaceva al mio modo di operare, con un gruppo di persone care abbiamo messo in piedi un progetto che offrisse strumenti reali di emancipazione, affinché ciascuna delle persone sostenute potesse riappropriarsi del proprio destino attraverso lo studio e il riscatto.

PER E GRAZIE ad Amna è nata così Ioien, un nome che si ispira al movimento verso il futuro racchiuso nell’unico frammento superstite, un ottativo, di una lirica di Saffo. Attraverso questa realtà, nata per scardinare l’inerzia dei canali istituzionali, siamo riusciti – grazie a borse di studio e a una faticosa raccolta fondi – a portare in salvo in Italia le sue tre sorelle, suo fratello e molti altri giovani palestinesi, oggi tutti studenti modello nelle università italiane. Il paradosso è che in questo mosaico di rinascite l’unico tassello mancante resti proprio lei, Amna, imprigionata in un limbo burocratico e politico ormai insostenibile.

La richiesta del suo trasferimento in Italia si fonda anzitutto su stringenti necessità mediche, un criterio espressamente previsto dal Resettlement Handbook dell’Unhcr quando il Paese di primo asilo non può garantire cure adeguate o percorsi di reale integrazione. Se il sistema sanitario sloveno ha mostrato pesanti limiti logistici, senza saper offrire le possibilità riabilitative e protesiche ad alta specializzazione necessarie per un trauma così profondo, l’eccellenza clinica italiana ha risposto alla paralisi amministrativa con i fatti.

ACCOGLIENDO l’appello lanciato da Ioien, la Fondazione Don Gnocchi e l’Istituto Carlo Besta di Milano hanno formalizzato la disponibilità a curare Amna, supportati da una donazione privata di 70mila euro già stanziata per coprire le spese assistenziali. Tanto costa, oggi, il diritto di riappropriarsi del proprio corpo e di una gamba nuova e meccanica.

A questo si aggiunge la piena garanzia del diritto allo studio: l’Università di Milano le ha già assegnato una borsa e un alloggio, rispondendo in tutto e per tutto al principio europeo di condivisione delle responsabilità, nonché ai doveri di solidarietà e cooperazione tra Stati membri. Il secondo criterio internazionale invocato riguarda invece l’unità familiare. Tutti i fratelli di Amna risiedono oggi legalmente in Italia. La burocrazia segue solitamente un rigido principio verticale, dai figli ai genitori, e impedisce il ricongiungimento orizzontale tra fratelli; eppure Amna necessita quotidianamente del supporto del suo unico nucleo familiare attivo per curare ferite sia fisiche sia psicologiche. La separazione forzata da loro lede apertamente il diritto alla vita familiare sancito dall’articolo 8 della Cedu e dall’articolo 7 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue.

Se già sotto il profilo logistico e medico la Slovenia ha mostrato pesanti carenze, la svolta geopolitica impressa dal governo Janša nel giugno 2026 rende la permanenza di Amna in territorio sloveno del tutto imprudente e rischiosa. Il nuovo esecutivo di destra ha impresso una sterzata radicale a tempo di record, allineandosi totalmente alla leadership israeliana di Benjamin Netanyahu.

L’11 GIUGNO 2026, il Consiglio dei ministri sloveno ha revocato ufficialmente il divieto di ingresso che il precedente governo Golob aveva imposto a Netanyahu e ai suoi ministri per via delle azioni a Gaza. Subito dopo, il ministro degli esteri israeliano Gideon Sa’ar ha annunciato l’apertura della prima ambasciata residente a Lubiana, mentre Janša ha confermato l’intenzione di trasferire l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme, rompendo apertamente con la linea diplomatica dell’Unione europea. A rendere lo scenario ancora più opaco concorrono le rivelazioni dei media internazionali, secondo cui esponenti del partito di Janša avrebbero incontrato l’agenzia di intelligence privata israeliana Black Cube durante la campagna elettorale, sollevando denunce di attività occulte che avrebbero influenzato l’esito delle ultime elezioni a favore della destra nazionalista.

UN PAESE che cancella i simboli palestinesi e accoglie i responsabili dello stesso conflitto che ha amputato Amna non può più essere considerato un luogo adatto a garantirle protezione internazionale. Garantire il reinsediamento ad Amna in Italia non è solo un atto di giustizia, ma è l’unico modo per applicare il diritto internazionale e sottrarre una giovane vita palestinese alla violenta strumentalizzazione della geopolitica reazionaria.

Tra la cavaliera e il generale

Andrea Colombo
Tra la cavaliera e il generale. Il vicolo cieco della premier

il manifesto, 3 luglio 2026

Non è questione di preferenze. Non è neppure solo questione dei conti che, pallottoliere alla mano, gli alleati di FdI, fanno chiedendosi se non gli converrebbe far finta di niente e votare con una legge, il Rosatellum, che spunterebbe le unghie a Vannacci.

Il fatto è invece che la stretta sulla legge elettorale e l’irruzione sulla scena di un competitor agguerrito a destra fa emergere tutte le tensioni latenti e sin qui nascoste all’interno del centrodestra. Tensioni terragne, perché i seggi da spartirsi, e per FdI da “regalare” agli alleati, saranno comunque molti meno che nell’irripetibile 2022. Ma anche tensioni realmente politiche, perché la presenza di Vannacci sul fronte destro e la fibrillazione di Marina Berlusconi su quello centrista costringono la premier, che adora tenersi nel mezzo, a caratterizzare la coalizione che guida in un senso o nell’altro.

Qualche giorno fa Marina Berlusconi ha preso l’iniziativa, ha telefonato a Meloni non per discutere sul che fare ma per avvertirla che l’eventuale arrivo in coalizione di Fn spingerebbe gli azzurri a tirarsene fuori. È una forzatura della “padrona” nei confronti del suo stesso partito, nelle cui file molti, di fronte allo spettro della sconfitta, sarebbero invece disposti a bere dall’amaro calice.

Ma tant’è. Con sincronia quasi perfetta Vannacci ha assicurato che il suo partito è nato «per dialogare col centrodestra», ponendo però paletti tali, quelle che lui definisce «linee rosse», che implicherebbero un secco spostamento della attuale maggioranza sulle posizioni della destra più radicale: neppure il Rassemblement national di Marine Le Pen ma la AfD tedesca.

In realtà, da quel che filtra dallo stato maggiore del generale, Vannacci preferisce di gran lunga tenersi fuori dall’alleanza, almeno nelle prossime elezioni. Non può né potrà dirlo perché non vuole assumersi apertamente la responsabilità di provocare la sconfitta della destra, a maggior ragione ora che Meloni ha scelto l’all in facendo del Quirinale parte integrante della posta in gioco. «Chi erige muri, chi dice che noi non siamo compatibili, chi dice che non farà mai un’alleanza con noi sono gli altri, non noi», ha tuonato ieri e lo ripeterà di qui alle elezioni.

In compenso Vannacci alzerà sempre più i paletti per costringere la maggioranza a dichiarare impossibile l’accordo. Le «linee rosse», in fondo, servono proprio a questo. L’obiettivo è continuare a crescere, sia che Meloni ce la faccia comunque sia che invece finisca sconfitta, per poi trattare la necessaria alleanza con FdI e probabilmente anche con la Lega partendo da una posizione di forza, in nome di una politica di destra e basta, senza legacci centristi di mezzo.

Per Meloni non si tratta solo di un dilemma tattico in vista delle prossime elezioni. In ballo c’è una scelta identitaria. Lasciare a Vannacci il monopolio della destra radicale, slittando inevitabilmente su posizioni più centriste, è un’opzione che la ex missina neppure contempla. Ma allo stesso tempo non può neppure spostarsi sul terreno dei “futuristi” col rischio di spingere gli azzurri verso la porta d’uscita, di rompere con l’Europa e oltretutto di dover subire continuamente l’iniziativa del rivale.

Il vicolo cieco in cui Meloni si trova oggi è anche conseguenza della rigidità con cui difende una legge elettorale cucita a misura di una maggioranza priva di nemici a destra. Tra le sirene che echeggiano in questi giorni nei ranghi di una maggioranza più allo sbando di quanto appaia aleggia non a caso l’ipotesi di alzare la soglia del premio di maggioranza dal 42 al 45%. Forse per Meloni quella sarebbe oggi l’opzione migliore: probabilmente nessuno raggiungerebbe la soglia e lei, come leader del partito di maggioranza relativa, avrebbe comunque margini di gioco ampi. Ma una simile sterzata contrasta sia con l’ideologia maggioritaria che con il carattere poco elastico di Meloni.

Addossare alla scomoda presenza di Vannacci i grossi guai della maggioranza e della sua leader sarebbe però confondere un sintomo con la malattia. Alle origini della crisi ci sono la sconfitta referendaria e lo scacco matto subìto in politica estera in seguito alla rottura con Trump. Ieri sera, per l’Indipendence Day, a Villa Taverna si sono presentati tutti tranne Meloni e il più perentorio è stato La Russa: «Tra noi e gli Usa non ci sono ponti da ricostruire perché nessun ponte è stato abbattuto». Peccato che non sia vero.

Faccetta nera

Ariela Desio  Emanuele Ertola
Cazzullo in Africa. Un'occasione persa

Jacobin Italia, 2 luglio 2026

Il documentario sul colonialismo italiano si riduce a una sequela di eventi bellici e luoghi comuni esotici: una versione aggiornata di «italiani brava gente» 

A cavallo fra maggio e giugno è andato in onda su La7, con enorme successo di pubblico, Faccetta nera, un documentario in due puntate sulla storia del colonialismo italiano. Scritto e condotto da Aldo Cazzullo, il progetto è imponente in termini di lunghezza e sforzo produttivo, rappresenta per molti aspetti un unicum nella storia dei palinsesti italiani, e merita senz’altro di essere commentato e discusso. 

Le premesse non erano delle migliori. Il reportage con cui il 15 maggio Aldo Cazzullo, sulle colonne dell’inserto 7 del Corriere della Sera, anticipava il lungo documentario che sarebbe stato trasmesso in prima serata, già faceva inarcare le sopracciglia del lettore accorto. Certo il pezzo non appartiene al vecchio repertorio apertamente apologetico: riconosce l’uso dei gas, parla della guerra fascista come di un crimine contro l’umanità, ricorda la brutalità dell’occupazione italiana; allo stesso modo, però, fa uso di registri narrativi che continuano a riprodurre l’immaginario coloniale anche mentre denunciano apertamente la violenza del colonialismo. L’Africa del reportage resta soprattutto uno scenario per un viaggio nella memoria nazionale: Massaua, Asmara, Addis Abeba non vengono realmente restituite come luoghi dotati di una propria soggettività storica e politica; diventano piuttosto tappe di un pellegrinaggio sentimentale, in un testo attraversato dalla continua oscillazione fra condanna morale e fascinazione estetica. Non si tratta della negazione dei crimini, ma si nota il rischio di una loro neutralizzazione narrativa dentro un racconto estetizzante, paternalista e sentimentale dell’esperienza coloniale. Il rischio di un’Italia che riesce ormai a riconoscere la violenza del colonialismo senza riuscire però davvero a decentrarsi dal proprio sguardo coloniale. 

Le premesse, dicevamo, non erano delle migliori. Poi il 27 maggio è andata in onda la prima parte del documentario, con ombre e luci. Partiamo da queste ultime: apprezzabile la volontà di non ridurre la violenza coloniale al solo fascismo esplicitando con molta chiarezza le brutalità commesse dall’Italia liberale, dal carcere di Nocra allo scandalo Livraghi; le poche ma precise parole con cui Igiaba Scego ha inquadrato i rapporti di genere all’interno di una relazione sempre gerarchica; l’accenno non scontato al fatto che l’impiego della violenza estrema e degli stessi gas è di per sé il prodotto di una visione razzista dell’altro, privato della sua umanità. Elementi di una ricostruzione che venti, venticinque anni fa non avremmo visto in prima serata. E di questo va dato atto al programma: una denuncia così netta, esplicita, documentata dei crimini commessi dal colonialismo italiano, in televisione non si era mai vista. 

Se proviamo infatti a collocare lo speciale Faccetta nera nella storia della divulgazione televisiva degli ultimi trent’anni, questo è senz’altro uno dei primi documentari sul colonialismo destinati a un pubblico televisivo ampio, e il primo a mostrare tanto chiaramente la portata dei crimini coloniali italiani. Negli anni Novanta la Rai aveva acquistato Fascist Legacy di Ken Kirby, una produzione Bbc che metteva in luce con chiarezza i crimini di guerra del fascismo italiano; tuttavia non fu mai trasmesso e si dovette attendere il 2003 per vederne alcuni stralci su La7 e poi, tre anni più tardi e su un canale a pagamento, la versione integrale. Se poi cerchiamo tracce di una maggiore consapevolezza del tema nella televisione italiana degli anni successivi, bisogna attendere la nascita di Rai Storia nel 2009 e qualche episodio isolato, come la puntata del 2007 di Correva l’anno dedicata all’impero fascista o quella del 2014 de Il Tempo e la Storia sulla figura di Omar Al-Mukhtar, o ancora quella del 2016 dello stesso programma, in cui Ernesto Galli della Loggia veniva invitato a parlare di colonialismo italiano e della strage di Debra Libanòs, che minimizzava affermando come tutto il colonialismo europeo fosse costellato di episodi simili. Peraltro, si tratta di trasmissioni di breve respiro, certamente non destinate alla prima serata, e che mantengono un profilo molto basso nel racconto dei crimini, sia nella narrazione sia nei contenuti visivi. Dunque, contestualizzandolo e mettendolo in prospettiva storica, il documentario di Aldo Cazzullo emerge senz’altro come una positiva novità. 

Certo nella prima parte c’è qualche scivolone in fondo perdonabile – a cui accenniamo rapidamente: un po’ superficiale il modo in cui si mostrano i memorabilia nella collezione Badoglio (e poi, nella seconda puntata, in quella di Vittorio Emanuele III) senza problematizzarli; un po’ orientalista lo sguardo, soprattutto su un’Eritrea solo capre e rovine – e un grosso, grosso problema proprio al centro della puntata. Ci riferiamo all’enorme spazio dato a Indro Montanelli, e l’imbarazzante modalità con cui è stata gestita la questione della sua sposa bambina, affidando a Dacia Maraini (con tutto il rispetto per l’autrice: ma perché?) una debolissima accusa, e a Marco Travaglio la difesa d’ufficio – ripetendo argomenti già detti altrove e riassumibili in «così facevan tutti»: no, Marco, punto primo non lo facevano tutti, punto secondo lo facevano lì e non in Europa (dove andare a letto con una 12enne sarebbe stato illegale e moralmente riprovevole anche allora) proprio perché il ruolo dei dominatori consentiva la libertà assoluta di trascendere i limiti etici e appropriarsi a piacere di spazi, risorse, corpi.

Detto di questo segmento indifendibile, nel complesso la prima parte ha lasciato con un’impressione interlocutoria, rafforzata nei giorni seguenti dal fatto che nei social media, al netto dei molti complimenti, la quasi totalità delle (non poche) voci critiche accusava Cazzullo di essere stato troppo critico, troppo anti-colonialista, troppo anti-italiano (adducendo le solite argomentazioni, oscillanti tra il benaltrismo di «sì ma gli inglesi» e il classico «però gli abbiamo costruito le strade»). Certo, se queste sono le reazioni di una parte del pubblico italiano – per quanto rappresentativi possano essere i commenti sui social – allora il documentario, con tutti i suoi limiti, una qualche utile funzione pedagogica ce l’ha. O in altre parole: non stiamo tanto a sottilizzare, ché qui di lavoro da fare ce n’è ancora moltissimo, ci pare.

Poi, il 3 giugno è andata in onda la seconda e ultima puntata, che avrebbe dovuto (in teoria) esaurire il tema della guerra e parlare di tutto il resto. Il problema è che questo resto (ben poco a dire il vero) è stato rappresentato dando continuamente di gomito allo spettatore, che apprende dell’imperatore Haile Sellassie, figura ricostruita tra aneddoti di sapore esotico e puntualizzando tra le righe che il merito di aver abolito la schiavitù comunque spetta agli italiani; che la presenza italiana ha lasciato molte eredità linguistiche, culinarie e architettoniche (che ci sono, ma sarebbe meglio osservarle in maniera meno autocompiaciuta); che il tenente Guillet abbandonò «in lacrime» la compagna africana per tornare dalla moglie italiana (presentato come aneddoto romantico e non come un comune destino di migliaia donne e figli abbandonati dai maschi rimpatriati). Un malcelato e ammiccante compiacimento – sorvolo sulla citazione letterale, quasi con occhiolino al pubblico, dell’ascaro secondo cui «Italiani grandi soldati, fare culo così agli abissini» – ha ammantato queste poche cose non militari. 

La deriva nostalgica che si innesca non appena entrano nell’inquadratura le permanenze italiane nell’Eritrea di oggi è peraltro una retorica già vista nel dibattito pubblico italiano degli ultimi decenni. Non è un caso che un articolo de L’Espresso del 2000 a firma Pietro Veronese definisse Asmara una «commovente città italiana» – immagine che sembra riecheggiare anche nell’approccio di Cazzullo – come se questo luogo rappresentasse una sorta di zona franca nella memoria del colonialismo, in cui (a differenza dell’Etiopia) prevalgono immagini di «modernità» e «italianità» mentre il carattere violento e gerarchico del dominio coloniale resta più facilmente sullo sfondo.

Colpisce inoltre, con la parziale eccezione della scrittrice di origine somala Igiaba Scego coinvolta soprattutto nella prima parte, l’assenza di voci autorevoli. Interpellati sul tema del colonialismo sono infatti il giornalista Marco Travaglio e il regista Luca Guadagnino, forti della loro riconoscibilità pubblica ma certo non qualificabili come esperti.

Il risultato è che gran parte di queste altre due ore abbondanti è stata, di nuovo, tutta schiacciata su una ricostruzione vecchio, vecchissimo stampo. In cui non si fa altro che sciorinare elenchi di dati (uomini, mezzi, munizioni, morti), battaglie dopo battaglie; ripetere mantra che si sarebbe potuto leggere ottant’anni fa (gli italiani che a Keren «si batterono magnificamente»). Una narrazione quasi interamente occupata dal fatto bellico, lasciando da parte la cultura e la società: donne e uomini, la loro vita, lavoro, interazioni, mancano completamente. L’Africa che Aldo Cazzullo racconta è ancora sostanzialmente l’«avventura» (il termine ricorre più volte nella puntata del 3 giugno) che raccontava – sarà un caso la scelta del titolo? – Arrigo Petacco in Faccetta nera (Mondadori 2003), per non citare che un esempio editorialmente fortunato; o l’Africa del cuore raccontata per decenni dagli ex coloni. Con l’aggiunta, certo, di copiose informazioni sui crimini. Ma se il fenomeno è riassumibile in una guerra, e alla fine la «colpa» coloniale è condensata nei crimini di guerra e non in una relazione strutturalmente violenta e razzista, cosa rimane? Un’occasione perduta – una grande occasione, considerando che mai nella tv italiana si era visto tanto spazio, tempo, risorse e telespettatori (1,2 milioni la prima sera) dedicati a questo tema – di dare agli italiani un affresco più completo, ampio, sfaccettato. 

Viene allora da chiedersi quale sia il senso di tutta l’operazione, quale l’obiettivo, il messaggio. E sorge il sospetto che la risposta sia da cercare nelle ultime frasi, che chiudono reportage e documentario, restando alla fine impresse nella mente del pubblico. Frasi con cui Aldo Cazzullo conclude sostenendo che tutta la ricostruzione conferma e dimostra una cosa: che gli orrori coloniali sono stati un’eccezione rispetto alla vera identità italiana, anzi, alla «vera vocazione» degli italiani che è «la pace», rispetto a cui tutto il resto è un errore o, crocianamente, una parentesi. 

L’operazione allora a questo serviva: a rinnovare il repertorio retorico classico degli «italiani brava gente», ma in una forma aggiornata, post-negazionista? Mandare a dormire gli spettatori tranquilli, perché i crimini vengono sì denunciati con forza, forse per la prima volta con questa forza in Tv, ma la violenza viene poi reinterpretata come deviazione temporanea rispetto a un carattere nazionale fondamentalmente mite, umano, pacifico? Peccato.

*Ariela Desio è dottoranda in Studi storici presso l’Università di Siena e l’Università di Firenze. La sua ricerca analizza i dibattiti pubblici sul passato coloniale italiano tra il 1990 e il 2020, attraverso i media tradizionali e digitali. È membro del progetto Horizon Europe Conciliare – Confidently Changing Colonial Heritage ed è stata Visiting PhD Researcher presso il Centre for Contemporary and Digital History (C2DH) dell’Università del Lussemburgo. Prima di intraprendere il dottorato, ha insegnato lingua e letteratura italiana nelle scuole secondarie di secondo grado statali. Emanuele Ertola è ricercatore presso l’università di Siena dove insegna Storia contemporanea. Si è occupato prevalentemente di storia del colonialismo, della decolonizzazione, e di memoria pubblica. Il suo libro più recente è Tracce fasciste. l’eredità materiale del Ventennio (Laterza, 2026).

giovedì 2 luglio 2026

Il disprezzo di classe in una parola

Anne-Toscane Viudes
L'inafferabile bifolco: una storia di disprezzo di classe attraverso i secoli

Le Monde, 2 luglio 2026

Una parola nell'aria. "Vedi, si può essere di sinistra e comunque essere un bifolco [beauf] misogino", ha affermato l'attivista Rose Lamy rivolgendosi a François Bégaudeau sul suo account Instagram il 13 giugno. La fonte del diverbio tra i due autori: le pagine che François Bégaudeau dedica nel suo ultimo libro, Du mépris (pubblicato da Cause perdue, 160 pagine, 15 euro), al libro di Rose Lamy, Ascendant beauf, pubblicato nel 2025 da Éditions du Seuil. Per lo scrittore che si dichiara di sinistra – e che durante il processo intentatogli nel 2024 dalla storica Ludivine Bantigny, di cui aveva scritto che "tutti gli autori  della casa editrice La Fabrique  erano stati a letto con lei" – questo archetipo è una figura di destra, distinta da quella del proletario e forgiata da una critica al conformismo e alla ristrettezza mentale.

Rose Lamy, dal canto suo, ritiene che il "beauf" sia definito da come viene percepito dalle classi dominanti, ovvero come un individuo "culturalmente carente" . Ma chi è davvero questo sfuggente "beauf", che ha suscitato passioni per mezzo secolo e rivela tanto sul sociotipo che designa quanto su coloro che usano il termine?

Senza molta benevolenza, il dizionario Larousse definisce "beauf" talvolta come "cognato" [beau-frère], talvolta come "un tipo di francese medio, reazionario e razzista, ispirato a un personaggio dei fumetti ". In effetti, è al fumettista Cabu (1938-2015) che dobbiamo la creazione di questo personaggio, apparso per la prima volta nel 1972. Questo burbero, appassionato di pétanque e viaggi in camper, incline tanto a commenti razzisti quanto a battute misogine, è, come ha sottolineato il sociologo Gérard Mauger su France Culture nel 2023, l'opposto di un altro personaggio dell'universo di Cabu: Grand Duduche. Le convinzioni progressiste e la placida spensieratezza di quest'ultimo incarnano tutte le caratteristiche apprezzate nei primi anni Settanta, mentre il beauf presenta valori morali e gusti estetici sinonimo di ristrettezza mentale e volgarità.

Il termine "beauf" (un termine dispregiativo per indicare una persona stereotipata, rozza e spesso volgare) emerse, non a caso, proprio nel momento in cui le speranze rivoluzionarie del maggio '68 stavano svanendo. Sebbene coniato dalla sinistra, il termine "beauf" era comunque inteso a ridicolizzare una parte della classe operaia e i suoi costumi. Per una sinistra borghese, intellettuale e urbana, era un modo per denigrare "i 'cattivi poveri', che non aspirano all'emancipazione attraverso la cosiddetta conoscenza 'legittima', che non lottano contro il loro destino e rimangono intrappolati nella loro bassezza", come spiegò Rose Lamy in un'intervista del 2025 a Le Monde . I progressisti, secondo il vocabolario dell'epoca, venivano criticati per aver preferito il benessere materiale, l'ordine e la sicurezza a un futuro migliore.

Lo stereotipo del "beauf" (bifolco) di Cabu, come quello raffigurato in varie rappresentazioni, si evolve con il tempo. Dopo la versione iniziale degli anni '70, il "beauf" degli anni '90 è più appariscente, ostentato e desideroso di imitare un idealizzato stile di vita americano. Tutte queste incarnazioni sono definite da colpevoli carenze culturali e dal loro presunto "cattivo gusto".

La copertina di "L'Intégrale Beauf" di Cabu, pubblicato nel 2014 da Michel Lafon.

Il ritornello di "Les Lacs du Connemara" cantato a tarda notte , l'indossare una canottiera e un taglio di capelli a mullet – il "beauf" (termine dispregiativo per indicare una persona rozza e stereotipata) è, nell'immaginario collettivo, un'estetica che riflette il profondo cambiamento avvenuto nelle pratiche culturali a cavallo tra gli anni Settanta. Gilles Suchey, autore di * On ne dit pas tu écoutes de la merde* (pubblicato da Battements par minute, 2025), ritiene che "la diffusione del termine 'beauf' sia fortemente correlata alla centralità della televisione nella produzione del conformismo e del gusto. Ma la 'cultura di massa prodotta industrialmente' non ha un legame automatico con i sentimenti politici del primo personaggio di Cabu " .

Questa massificazione della cultura permette l'emergere di forme e tendenze artistiche denigrate dai sostenitori della cultura legittima, osserva Gilles Suchey: "Negli anni Settanta, la distinzione borghese si opponeva alla musica industriale di massa, che all'epoca era grosso modo limitata alla musica di varietà francese, ma anche alla valanga di successi provenienti dal mondo anglosassone".

"Zio razzista"

Sebbene la distinzione tra alta cultura e cultura popolare abbia a lungo definito i canoni del buon gusto, così come stabiliti da Pierre Bourdieu (1930-2002), oggi questa distinzione è meno valida. La vera sfida, ora, è citare con la stessa disinvoltura gli incantesimi del mondo di Harry Potter e i segreti del dietro le quinte di Quarto Potere , e animare una serata karaoke con un'interpretazione di Céline Dion pur essendo appassionati di jazz.

L'eclettismo è il nuovo metro di misura del buon gusto, mentre il palese disprezzo di classe sembra essere diventato piuttosto superato. "Le modalità di distinzione si stanno evolvendo e, dai tempi di Bourdieu, si basano meno sulla compartimentalizzazione e più sull'espansione ", continua Gilles Suchey. La "bellezza" (termine dispregiativo per indicare una persona rozza e incolta) è ora definita meno in termini di gusti culturali e più in termini di valori morali e politici; e l'incarnazione del rozzo nel 2026, secondo Rose Lamy, assumerà la forma dello zio razzista, dell'elettore del Rassemblement National (RN) o del fan di Cyril Hanouna.

La questione, quindi, non è tanto se questo archetipo sia di destra o di sinistra, quanto piuttosto cosa produca questo sguardo stigmatizzante, la cui violenza simbolica aggrava le disuguaglianze socio-economiche. Il sociologo Félicien Faury ha condotto una ricerca nella regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra dal 2016 al 2022 sulle motivazioni degli elettori del Rassemblement National (RN). In un episodio del podcast "Viviamo felici prima della fine del mondo", trasmesso nel 2025, sottolinea l'importanza di questi "fortissimi stigmi sociali ", sostenendo che il principale fattore predittivo di questa scelta elettorale "non è il livello di reddito, ma il basso livello di istruzione. Il dominio di classe è percepito principalmente come dominio culturale, che genera risentimento ". Forse è giunto il momento di abbandonare questo termine intriso di disprezzo di classe e ammettere che un "beauf" (termine dispregiativo per indicare una persona rozza, incolta e priva di cultura) è prima di tutto qualcuno che crede nella "beaufitude" [bifolcaggine] (termine dispregiativo per indicare una persona rozza, incolta e priva di cultura).