sabato 7 novembre 2026

Bob Dylan in Vaticano

 

Gertrude Stein, un incontro

Laura Pezzino
Deborah Levy: “Nell’epoca delle scrittrici suicide Stein voleva una vita bella e felice”
La Stampa, 30 ottobre 2026

«Ho perso il filo. Chi è Gertrude Stein?».

Ci sono autrici che riescono a essere interessanti anche quando raccontano di un caco che matura sul davanzale o della frustrazione per non riuscire a capire granché della persona sulla quale stanno scrivendo un libro.

Nel Mio anno a Parigi con Gertrude Stein la britannica Deborah Levy ci trascina in una questa terra di mezzo tra fiction e narrazione, dove una narratrice inglese arriva a Parigi per scrivere su Stein, ma più va avanti con le sue ricerche più le cose, invece che chiarirsi, si intorbidiscono.

Nata nel 1874 in Pennsylvania da immigrati tedeschi e poi emigrata a sua volta a Parigi, Gertrude Stein è stata non solo una delle più originali avanguardiste del modernismo (celebrata per l’Autobiografia di Alice B. Toklas del 1933, ma per il resto considerata un’autrice ostica e piuttosto oscura), ma anche animatrice di uno dei salotti letterari più famosi dei Ruggenti Venti, al 27 di rue de Fleurus sulla Rive Gauche, frequentato da artisti come Picasso, Matisse, Hemingway e Braque.

In questo libro, ritroviamo una Levy non troppo diversa da quella che abbiamo amato nella formidabile Autobiografia in movimento. Anche qui è praticamente impossibile sfuggire all’incantesimo della sua scrittura mentre fa la spola tra XX e XXI secolo, due epoche che riesce a cucire assieme, anche, grazie al mistero di un gatto andato perduto.

Come si è appassionata a Gertrude Stein?
«Quando ero una studentessa di letteratura modernista, i professori mi davano da leggere James Joyce, Camus, T.S. Eliot, Virginia Woolf, ma nessuno mi aveva mai detto di dare un’occhiata a Gertrude Stein. Eppure, anche se non amo tutta la sua scrittura, è stata una vera leonessa della letteratura, una pioniera. Quando proposi al mio editore questo libro, parecchio tempo fa, non c’era quasi nulla su di lei. Anzi, era stata a lungo oggetto di insulti e caricature».

Da dove è partita per studiarla?
«Mi interessava soprattutto la giovane Gertrude, quella che si era iscritta al Radcliffe College, un’università femminile oggi parte di Harvard, per studiare psicologia con William James, fratello del romanziere Henry. Aveva deciso di farlo dopo aver assistito, durante una passeggiata in California, a una scena in cui un uomo colpiva una donna con un ombrello. Voleva capire le ragioni di quel comportamento e pensava che lo studio della psicologia potesse darle una risposta. Quella però fu una fase molto breve della sua vita: in realtà non le interessava veramente diventare un medico».

Il suo libro però non è una semplice biografia.
«No, anche se all’inizio lo era stato. Poi un giorno, mentre mi trovavo in un bellissimo caffè di Parigi, mangiavo un delizioso croissant e sentivo le campane di Notre-Dame, lo rilessi e lo trovai noiosissimo».

Cosa fece quindi?
«Uscii a camminare sotto la pioggia e mi venne un’idea: avrei costruito una specie di schermo diviso in due, come in un film. Da un parte il XX secolo, con Gertrude che arriva a Parigi a 29 anni, si trasferisce a casa del fratello Leo e non sa che cosa fare della propria vita. Dall’altra il XXI secolo, con una narratrice, un “io” che fa la scrittrice ed è a sua volta straniera a Parigi. Ho pensato anche di darle due amiche più giovani, una delle quali ha un gatto che scompare e loro escono a cercarlo. Durante quelle passeggiate parlano, perché è sempre molto interessante ascoltare le donne che parlano della vita, dell’amore, di cucina, di delusioni, di idee. È così che il libro ha preso forma».

Ragiona molto sulla modernità di Stein. In che cosa consiste?
«Moderno è il suo modo anticonvenzionale di vivere. Essendo nata nell’Ottocento, avrebbe dovuto essere una donna dedita alla casa, piccola e quasi invisibile. Invece era un’intellettuale pubblica, una presenza enorme, e anziché essere una moglie è stata lei ad averne una, Alice B. Toklas. Non corrispondeva ad alcun modello vittoriano di femminilità. Anche nella scrittura era una sperimentatrice molto vicina alla nostra contemporaneità: abbandona virgole, punteggiatura e punti interrogativi, scrive al presente. Ma ciò che mi colpisce più di lei è la sua capacità di costruirsi una vita felice in un’epoca in cui ci si aspettava che le scrittrici si suicidassero tutte. Era molto brava a vivere. Naturalmente anche lei ha attraversato momenti difficili, perché raggiunse il successo soltanto in una fase avanzata della vita».

Nel suo libro scrive che sia Stein che Virginia Woolf poterono esprimersi liberamente solo dopo la morte dei rispettivi padri. Anche per lei è stato così?
«Io ho avuto un padre che, pur essendo molto patriarcale, è stato meraviglioso, dolce e gentile. Leggeva con attenzione i miei libri e voleva discuterne, cosa che io ho sempre trovato molto difficile. La mia esperienza, quindi, è diversa da quella di Woolf, che disse che, se suo padre non fosse morto, non avrebbe scritto nulla, ma anche da quella di Stein, che descrisse il proprio come un tiranno la cui morte fu per lei una grande liberazione. Per me, invece, la morte di mio padre è stata profondamente dolorosa».

Dietro al successo del loro salotto letterario, c’era quello di una coppia.
«Si erano costruite una casa davvero felice in un periodo storico molto complicato. Le dinamiche tra di loro non erano semplici, ma una cosa certa è che Stein ha inscritto Alice B. Toklas nella storia dell’arte, e non sono stati molti i mariti che hanno fatto lo stesso per le proprie mogli. Non sto dicendo che il loro debba essere un modello da imitare, mi sono limitata a osservare la loro esperienza. Avevano organizzato la propria vita intorno alla fiducia reciproca, agli interessi comuni, alla passione intellettuale e sessuale, e anche all’amore per i loro due adorati barboncini. Non significa che fosse l’unico modo giusto di vivere, ma per loro ha funzionato».

Stein venne spesso derisa e discriminata per il proprio aspetto fisico. Ezra Pound la descrisse come «un barile con due gambe». Come reagì a critiche di questo genere?
«Credo che non potremo mai sapere per davvero come si fosse sentita, ma sembrava essere molto a suo agio nel proprio corpo. Quando Pound, che a Parigi tutti volevano incontrare, volle rivederla, lei gli fece recapitare un biglietto per dirgli che era andata a raccogliere fiori selvatici con Alice. Mi sembra un ottimo esempio di senso dell’umorismo».

Freud una volta disse a Jung: “Devo sempre avere un oggetto da amare”. Anche i suoi libri sono pieni di oggetti.
«Li amo moltissimo, ma cerco di non collezionarne troppi perché tutte le mie case, compreso lo studio a Parigi, ne sono ormai piene. Tutti gli oggetti custodiscono al loro interno una storia sepolta. Hanno una loro consistenza, una loro atmosfera, contengono sentimenti o sono io a proiettare i miei su di loro. A volte, semplicemente, mi suggeriscono idee per il mio lavoro. Di recente mi sono sottoposta a un intervento al ginocchio e, durante la convalescenza, ho dovuto usare un bastone per camminare. In casa ne avevo uno comprato a Napoli molti anni fa, con un piccolo piede come impugnatura: è un piacere usarlo. Ogni tanto però mi viene da pensare che forse non avrei dovuto comprarlo, come se fosse stato lui a portarmi sfortuna e a provocare quello che mi è successo. Mi rendo conto che sono pensieri irrazionali, ma adoro farli».

Alla fine del suo libro c’è anche un bacio. Perché ha deciso di inserirlo?
«Eravamo a Parigi. Pioveva. C’erano dei bellissimi lampioni ed era tutto nato da un malinteso. Mi sono detta: perché no? È stato irresistibile».

La pizza all'ananas

Luca Cesari 
L'ananas sulla pizza è un insulto alla nostra grande cucina italiana, ed ecco perché in segreto lo adoriamo.
The Guardian, 7 novembre 2026

Forse avrete sorriso alla notizia di qualche giorno fa: lo chef italiano Davide Tamburella è stato licenziato da un ristorante di Brisbane per essersi rifiutato di mettere l'ananas su una pizza. Poco importa che il Queensland produca quasi tutto l'ananas australiano. Tamburella non ha ceduto né ai clienti né al suo datore di lavoro, insistendo sul fatto che l'abbinamento fosse un insulto alla cultura italiana.

Per quanto strano possa sembrare, non è il primo. Nel 2017, Maurizio Landi, uno chef bolognese, è stato licenziato da un bistrot vicino a Lione dopo essersi rifiutato di cuocere la pasta più a lungo e di servire spaghetti alla bolognese, un piatto che non esiste nella sua città natale. Per chi non lo sapesse, Bologna è l'unica città al mondo in cui il ragù si mangia esclusivamente con le tagliatelle, e usarlo con gli spaghetti rasenta l'oltraggio.Perché gli italiani preferirebbero perdere il lavoro piuttosto che mettere in discussione le proprie certezze culinarie? La risposta si trova a metà strada tra l'antropologia e la storia. Le mode gastronomiche cambiano più velocemente che mai. Ci sono più chef in televisione che nonne che cucinano in casa, e gli italiani percepiscono i pericoli che incombono sulla loro amata cucina.

È un po' come se i dipinti rinascimentali si stessero sgretolando davanti ai nostri occhi mentre restiamo a guardare impotenti. Eppure c'è una differenza cruciale tra la Cappella Sistina e una pizza. Gli affreschi di Michelangelo sono rimasti immutati per mezzo millennio, mentre una pizza di un secolo fa non aveva nulla a che vedere con quella che mangiamo oggi.

Alcuni dei peccati più eclatanti contro la cucina italiana sono semplicemente vecchie abitudini alimentari che gli italiani stessi non riconoscono più. La pasta scotta e la pasta come contorno ne sono due esempi. Sfogliando vecchi ricettari, si scopre che la pasta si mangiava morbida per secoli, mentre i maccheroni al formaggio venivano serviti come contorno ai piatti di carne fin dal Medioevo.

Ma basta molto meno per far impazzire un italiano. Un cucchiaio di panna in una carbonara è sufficiente per farti cacciare dal paese. Peccato, quindi, che anche questa sia una vecchia abitudine, introdotta negli anni '60 da alcuni cuochi romani e mantenuta per almeno 40 anni, un piccolo dettaglio che tutti sembrano aver dimenticato.

Poi c'è il formaggio grattugiato sulla pasta con il pesce, un'offesa per molti italiani, pronti a dimostrare scientificamente che il formaggio rovina il sapore del pesce, dimenticandosi al contempo di piatti di pasta ultra-tradizionali come le cozze al pecorino.

Nessun elenco di abbinamenti estremi sarebbe completo senza il cappuccino, che gli stranieri ordinano a fine pasto sotto lo sguardo inorridito dei camerieri. Chiedete un caffè macchiato, che è un cappuccino in miniatura, e nessuno batte ciglio. Non tutti gli italiani sono così rigidi, e persino l'ananas sulla pizza ha i suoi estimatori tra i grandi pizzaioli.

Qualche anno fa, Gino Sorbillo, uno dei pizzaioli più stimati al mondo , ha aperto la strada a questo abbinamento, sebbene solo su una pizza bianca senza pomodoro, che altrimenti la renderebbe troppo acida. Franco Pepe, considerato da molti il ​​miglior pizzaiolo del mondo , ha ideato l'AnaNascosta, un cono di pizza ripieno di ananas, prosciutto di San Daniele e fonduta di Grana Padano, rendendo rispettabile questo connubio eretico. E quest'estate, Berberè, una catena di pizzerie con cinque sedi a Londra, ha lanciato una pizza con salsa all'ananas speziata, per rompere definitivamente con i pregiudizi.

L'ananas è solo l'ultima blasfemia ad essere stata attribuita a una pizza. Un articolo intitolato "Pizza napoletana", pubblicato sul Morning Post del 17 dicembre 1860, recitava: "Esistono altri modi di preparare la pizza, sostituendo la panna e il formaggio grattugiato con acciughe fresche, fette di salsiccia o funghi; ma le massime autorità in materia trattano con disprezzo tutte queste innovazioni moderne e protestano che una pizza preparata in questo modo non ha alcun diritto di chiamarsi pizza napoletana".

L'ondata musulmana

Igiaba Scego
Velo, preghiera e causa pro-pal, l'orgoglio dei musulmani vincitori

La Stampa, 7 novembre 2026

Darializa Avila Chevalier ha degli occhiali bicolore che esaltano i suoi occhi intelligenti. Statunitense di origine domenicana, convertitasi all’Islam qualche anno fa e vicina alla causa palestinese, Darializa fa parte della Muslim Wave, l’ondata musulmana, che ha caratterizzato la schiacciante vittoria del Partito democratico alle ultime Midterm. Un’onda diversificata, dove l’Islam è fatto di tutte le sue galassie: donne con il velo, donne senza velo, persone come Darializa (ma anche come André Carson) che si sono convertite per ritrovare sé stesse (per Darializa l’Islam per esempio è una pratica d’amore che le ha dato pace), altre che nell’Islam ci sono nate e lo hanno portato come rifugiati da un altrove, altri ancora nati in America che l’Islam l’hanno vissuto nell’intimità di casa e nel calore delle moschee.

Di fatto l’Islam non è il monolite che avversari e una certa propaganda islamofobica tende a mostrarci. Si è diversi per genere, razza, orientamento politico, esperienze vissute. E molti elettori questo lo hanno capito e hanno premiato le politiche che ognuno di questi candidati portava. Molte persone in Michigan per esempio, dove era in corso una delle sfide più attese quella tra Mike Rogers e il democratico Abdul El-Sayed, hanno più volte detto che “non importa” la religione del candidato, importa solo cosa lui porta ai michiganders. E infatti molta della campagna elettorale dei candidati musulmani da Darializa Avila Chevalier ad Abdul El-Sayed è stata soprattutto sul carovita, la mancanza di una casa, la dissennata e controproducente politica estera di Trump. Naturalmente nessuno di loro ha nascosto la propria identità musulmana, questa traspariva in modo naturale dai discorsi, dai gesti, dalle parole, dai loro stessi nomi. Ed è questa normalità, questo essere musulmano, ma anche fieramente del Michigan, dell’Ohio, del Minnesota, di New York che ha fatto perdere la bussola a Trump. Non a caso Abdul El-Sayed, oggetto di una campagna islamofobica feroce, rispondendo ai numerosi attacchi ha fatto notare che parlare continuamente del suo nome e della sua fede era un modo per distrarre e che «il mio nome non è la ragione per cui la benzina costa di più». Ma è proprio quel nome, che è stato insultato, che il neo senatore El Sayed ha voluto pronunciare nella sua versione completa, Abdulrahman Mohamed El-Sayed, nel momento della vittoria. Un moto non solo di orgoglio, ma una dichiarazione di intenti, siamo qui e non ce ne andremo via. Facciamo parte della Nazione con uguali diritti e doveri.

Anche Ilhan Omar, somala di origine, alla sua quinta elezione al congresso, si è sfogata a modo suo: danzando. La deputata presa di mira da Trump fin dal primo mandato, in questa campagna elettorale ha sofferto particolarmente per atti di intimidazione degni di un regime autoritario. La sua casa è stata perquisita, la sua cittadinanza è stata messa in discussione, la sua persona esposta al pericolo. Ma invece di arrendersi, ha lottato come una leonessa per l’America che ama. E la sera della vittoria, con un caftano blu che ricordava i colori della bandiera statunitense, ha danzato in un luogo simbolo della diaspora somala di Minneapolis: quel Karmel Mall dove la comunità ha costruito una “little Mogadishu” fatta di negozietti, presa di mira ferocemente dalle retate dell’ice lo scorso gennaio. E la vittoria di Ilhan Omar ha trascinato tanti somali-americani alla vittoria nelle elezioni locali, tra cui Omar Fateh e Zaybab Mohamed. C’è orgoglio e sorrisi in queste vittorie. E c’è anche la voglia di riprendersi le parole che in passato sono state criminalizzate, basti pensare che Adam Hamawy, il primo musulmano eletto al Congresso nel New Jersey, ha chiuso il suo discorso della vittoria con “Allah akbar” (Dio è grande), una frase che in Occidente è legata alla paura, ma che fa parte della dottrina e della vita di ogni musulmano. In Hamawy, che ha prestato servizio come medico a Gaza, c’era la voglia di riappropriarsi di qualcosa che l’odio aveva scippato. La vittoria è stata storica, ma c’è in tutti questi candidati, da Rashida Tlaib a Aisha Wahab, da Aber Kawas a Nabeela Syed la consapevolezza che la guerra contro l’odio e l’ignoranza non è finita. Ma come ha ben notato El-Sayed, si è passati da “in šāʾ Allāh” (se Dio vuole) ad “Alhamdulillah” (grazie a Dio), ovvero prima i musulmani erano marginalizzati, considerati le quinte colonne dell’11 settembre, discriminati, mentre oggi occupano uno spazio politico. E vogliono fare la differenza. Da gennaio li vedremo all’opera.

venerdì 6 novembre 2026

Non è finita

Jonathan Freedland
Dopo le elezioni di metà mandato, la destra globale è in difficoltà. Ma il pericolo del trumpismo non scomparirà mai.
The Guardian, 6 novembre 2026

È a terra, ma non del tutto fuori gioco. Salvo interventi divini o di altro genere, Donald Trump rimarrà nello Studio Ovale per altri due anni e dieci settimane. O, come ha scritto la Casa Bianca in un lamentoso post sui social media, intriso di bisogno: "PSA [Pubblico Annuncio]: Trump è ancora il vostro presidente". Ma non è l'unica ragione per cui le celebrazioni globali che hanno accolto l'ondata democratica che ha spazzato via i repubblicani persino dalle loro roccaforti più profonde dovrebbero essere ridimensionate, anche solo un po'.

Non fraintendetemi, i risultati delle elezioni di metà mandato di martedì sono motivo di autentica esultanza internazionale. Le sconfitte degli alleati di Trump in Serbia e Brasile sono state un delizioso antipasto, ma questa è stata la vera festa. Non si è trattato di una semplice battuta d'arresto elettorale, in linea con la tradizione delle elezioni di metà mandato, bensì di una netta sconfitta del secondo mandato di Trump e del trumpismo. Il 16% di voti a favore dei Democratici per la Camera dei Rappresentanti è stato persino superiore all'11,2% registrato nelle elezioni di metà mandato del novembre 1974, in seguito allo scandalo Watergate e alle dimissioni in disgrazia di Richard Nixon. Trump si era impegnato a fondo per mesi per minare queste elezioni , manipolando i distretti elettorali a suo favore o preparando il terreno per una successiva accusa di brogli, ma senza successo: il sistema democratico si è dimostrato troppo resiliente e il popolo americano troppo determinato a far sentire la propria voce. E l'ha fatta sentire, forte e chiara.

Al di là degli Stati Uniti, sarà forte la tentazione di vedere questo come il momento in cui il carrozzone populista, nazionalista e autoritario che ha attraversato gran parte della nostra politica nell'ultimo decennio è deragliato. La caduta di Viktor Orbán ad aprile è stata cruciale, ma l'umiliazione di Trump era destinata ad avere un impatto maggiore. Grazie alla pura potenza degli Stati Uniti, Trump è stato per un decennio il motore dell'internazionale illiberale. E ora sta vacillando.

Tutto ciò è motivo di gioia. Ma il rischio è che coloro che hanno combattuto il populismo nazionalista prendano il successo di martedì come un segnale per rilassarsi. Sarebbe come ripetere l'errore commesso dallo stesso Trump – e da troppi altri – nel novembre 2024, quando interpretò la sua vittoria su Kamala Harris non come il grido di un pubblico stufo dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari e della benzina, ma come un "cambiamento di atmosfera" permanente nella cultura e un mandato per trasformare gli Stati Uniti in un'autocrazia, smantellare le agenzie governative statunitensi, far rapire e sparare ai cittadini americani per le strade da uomini mascherati, lanciare una guerra destinata al fallimento e disastrosa e riempire la capitale di monumenti alla sua vanità, il tutto mentre si arricchisce e riempie le tasche della sua cerchia ristretta.

L'errore equivalente, questa volta, che venga commesso negli Stati Uniti o all'estero, sarebbe quello di interpretare i risultati delle elezioni di metà mandato come la fine della minaccia Trump e come la prova che la normalità tornerà presto. Il pericolo del trumpismo, purtroppo, non scomparirà mai. Perché se qualcosa può accadere una volta, può accadere di nuovo. Trump era possibile, il che significa che un altro Trump è possibile.

Questa è la lezione che gli alleati tradizionali degli Stati Uniti, in Gran Bretagna, nell'UE o altrove, devono interiorizzare. Anche se Capitol Hill sarà presto in mani più sagge, anche se il successore di Trump sarà un buon internazionalista che crede in un ordine basato sulle regole, l'affidabilità degli Stati Uniti come alleati non potrà mai più essere data per scontata. Dopo Trump, lo status degli Stati Uniti come garanti della sicurezza occidentale è tutt'altro che garantito, essendo subordinato all'esito di questa o quella elezione. Il che significa che il resto dell'Occidente deve comunque pianificare la propria protezione e difesa.

Certo, il populismo nazionalista è ormai gravemente danneggiato, additato come la causa dei perdenti. Inoltre, Trump potrebbe aver dimostrato che i movimenti nazionalisti la cui unica moneta di scambio è il risentimento sono destinati a fallire, scoraggiando così gli elettori in Francia e Germania tentati di votare per Marine Le Pen o per l'AfD.

Ma, ripeto, è difficile fare affidamento su questo. Trump ha fallito perché i politici del suo stampo falliscono sempre? O è stato perché ha preso decisioni stupide e, soprattutto, evitabili, come attaccare l'Iran – una decisione che non solo ha infranto la sua promessa fondamentale, tanto cara agli elettori di MAGA, di porre fine alle guerre anziché iniziarle, ma ha anche alimentato proprio l'inflazione che era stato eletto per frenare? In entrambi i casi, è difficile parlare di fallimento inevitabile quando si descrive un uomo che, nonostante tutto il caos che ha scatenato la prima volta – inclusa la violenta insurrezione del 6 gennaio 2021 – è stato rieletto per un nuovo mandato meno di quattro anni dopo. Si è disonorato, ma è stato ricompensato con la vittoria.

Inoltre, è troppo presto per parlare di Trump al passato. È vero, ha perso la Camera dei Rappresentanti, che gli faceva da zerbino, e il Senato, che gli permetteva di agire senza freni. Ma un Trump indebolito non è necessariamente un Trump domato. Penso all'esperto di Washington che mi disse che Trump, in caso di sconfitta, potrebbe diventare "un animale messo alle strette". Quando si tratta della scena internazionale, ha ancora il potere di agire – la politica estera è in gran parte prerogativa del presidente – e un duplice motivo per farlo. In primo luogo, vorrà lasciare un'eredità che compensi la storica disfatta di questa settimana e, in secondo luogo, e ancor più in profondità, brama l'attenzione. L'idea di cedere i riflettori ai Democratici, o a chiunque altro, lo ripugna.

Fino al 20 gennaio 2029, quelle decisioni spetteranno a Trump. Ha ancora il potere di influenzare gli eventi mondiali, anche se tale potere si è affievolito. Prendiamo, ad esempio, il rapporto tra Stati Uniti e Israele. La scorsa settimana, Israele ha tenuto le proprie elezioni che, pur essendo ben lungi dal rappresentare la smentita di Benjamin Netanyahu auspicata da molti israeliani, hanno comunque spazzato via la sua maggioranza parlamentare. Sono in corso le trattative per la formazione della coalizione e le elezioni di metà mandato statunitensi stanno già giocando un ruolo importante. I leader dell'opposizione israeliana sostengono che ciò che Netanyahu ha a lungo considerato un punto di forza – la sua vicinanza a Trump – dopo martedì si è trasformato in un ostacolo, rendendo il primo ministro israeliano " indesiderato " tra i democratici che presto eserciteranno il potere a Capitol Hill. Se questa tesi dovesse prevalere, lo tsunami blu non si sarebbe portato via solo il Kansas e il Texas, ma anche l'uomo un tempo soprannominato il senatore repubblicano di Gerusalemme .

La mattina del giorno delle elezioni, Trump ha annunciato la sospensione degli aiuti militari a Israele, forse in un ultimo disperato tentativo di conquistare il favore dei repubblicani di Tucker Carlson , ostili al Paese. Potrebbe proseguire su questa strada, soprattutto se intendesse punire Netanyahu per il suo ruolo nella guerra congiunta israelo-americana contro Teheran, che ha segnato la fine della sua presidenza, oppure, in alternativa, potrebbe sfidare Vance e stringere un legame più stretto con il Primo Ministro israeliano.

Il punto è che queste scelte cruciali spettano ancora a Trump. I Democratici avranno presto il potere di indagare sulle accuse di corruzione e di chiedergli conto delle sue azioni. Gli alleati dell'America in Europa e altrove troveranno presto a Washington persone che parlano come partner, non come nemici. Entrambe le prospettive rappresentano un grande sollievo. Ma ciò non cambia due fatti fondamentali: Trump è arrivato – ed è ancora lì.

  • Jonathan Freedland è un editorialista del Guardian.