Porta Sant’Anna, ore 15.30 Avevo fissato un appuntamento con Bob Dylan alle 15.45 di mercoledì 4 novembre alla Porta di Sant’Anna, all’ingresso del Vaticano. Lui e i suoi collaboratori sono arrivati alle 15.00, circa. Hanno fatto dei giri per passare il tempo. Ricevo un messaggio alle 15.25: siamo già qui intorno. Dico di avvicinarsi. Avviso Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, che sta per arrivare. Ero con Carlo Feltrinelli, l’editore italiano di Dylan, intorno alla Porta. Andiamo a passo spedito per incontrarli. Bob era seduto, vestito di nero, con la cravatta, i guanti e il cappuccio della felpa alzato sulla testa. Ho visto che aveva anche un ombrello in mano, ma solo quando è sceso dalla macchina. Lo usava come un bastone. Ho esitato un momento, e ho chiesto ai suoi collaboratori se non convenisse abbassarlo davanti al Papa. La risposta è stata semplice: per lui quella è la normalità, e toglierlo avrebbe significato presentarsi come qualcun altro, non Bob. Mi è bastato. Era il suo modo di essere sé stesso adesso, e davanti al Papa voleva sentirsi sé stesso. Nel 1997, a Bologna, si era presentato a Giovanni Paolo II con il cappello da cowboy, e se l’era tolto per salutarlo. Ventinove anni dopo, il cappello era diventato un cappuccio e sarebbe rimasto al suo posto. I gendarmi vaticani ci hanno scortati fino al Palazzo apostolico. Eravamo molto in anticipo, e abbiamo aspettato quasi tre quarti d’ora. Tre quarti d’ora di attesa Abbiamo chiacchierato con lui e i suoi collaboratori. Sia Carlo sia Andrea sono grandi appassionati di Dylan. L’uno, editore, è in grado di ricordare a memoria qualsiasi concerto e qualsiasi scaletta. Il giornale che Monda dirige ha fatto un lungo percorso con Dylan. Nel 2010 lo aveva escluso da una lista dei dieci dischi indispensabili, accusandolo di aver dato il via a generazioni di cantautori con «belle parole più tre note»; nel 2016 aveva commentato che il Nobel non doveva aver fatto piacere agli «scrittori veri». Da quando Monda ne ha assunto la direzione, alla fine del 2018, Dylan è diventato una presenza regolare: tra il 2019 e l’ottobre 2026 lo nominano in ottantatré articoli. E lo scorso luglio l’Osservatore ha stampato il suo nome in nota a un testo del Papa. Durante la visita ho chiesto a Bob di firmarmi un libro, 64 Lyrics, l’antologia bilingue delle sue canzoni curata per Crocetti da Alessandro Carrera e dallo stesso Carlo Feltrinelli. Ha sorriso e mi ha detto “may be”. Gli ho porto una piccola penna a quattro colori che porto spesso con me, e l’ho settata sul nero. Me l’ha dedicata. E poi ha scritto le altre dediche a Carlo e Andrea, e abbiamo pensato di farne una dedicata ad Alessandro Carrera, suo grande studioso. Come si arriva a un pomeriggio del genere? È una domanda che, in quei giorni, mi è stata posta in molti modi. Preferisco tenere la risposta per me. Per quanto mi riguarda, il mio compito è stato quello di connettere i fili. Dylan desiderava incontrare Leone, e Leone era del tutto aperto all’incontro. Nessuno doveva essere convinto: un’udienza del genere la decide il Papa, e lui soltanto. Il lavoro vero è stato far combaciare due agende, quella di un musicista in tournée, che aveva suonato a Milano lunedì e avrebbe suonato a Roma giovedì, e quella di un Papa che venerdì sarebbe partito per l’Uruguay, l’Argentina e il Perù. Questi incontri non nascono da un piano disegnato a tavolino. Nascono da amicizie e relazioni concrete, e sono belli proprio perché informali, fuori dal protocollo e dai programmi di belle udienze. Terza Loggia, ore 16.20 Alle 16.20 siamo saliti alla Terza Loggia, all’appartamento del Papa. Ho sentito il brivido di vivere un incontro dal sapore della storia, con la sensazione che a ogni passo potesse accadere qualsiasi cosa. Dylan è imprevedibile, e un incontro con lui non segue un copione. Camminava con la testa bassa, sotto il cappuccio. Da dietro sembrava un monaco che camminava in meditazione nel suo chiostro. Dunque perfettamente contestualizzato. Il filo che lo aveva portato fin lì era una nota a piè di pagina. Il 21 luglio l’Osservatore aveva pubblicato il testo inedito in cui Leone XIV introduce Disarmata e disarmante. La pace è un dono, un’antologia dei suoi interventi sulla pace per la Libreria Editrice Vaticana. Nelle note, dopo Agostino, Giovanni Paolo II e Paolo VI, compariva un quinto rinvio: «Bob Dylan, Go Away You Bomb, 1963». Il Papa lo chiama in causa per sostenere che, nell’era atomica, a generare la pace è il disarmo, e lo presenta così: «Come scrisse il cantautore e poeta Bob Dylan, rivolgendosi figurativamente alla Bomba atomica, in una sua composizione poetica». Nello stesso testo compaiono Dorothy Day, Giorgio La Pira e Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che nel 1983 non trasmise un allarme missilistico che i computer davano per certo. L’uomo che stavo accompagnando aveva scritto quel testo quando era poco più che ventenne. Nel 1963 Izzy Young, che al Greenwich Village teneva il Folklore Center, preparava un canzoniere contro la bomba atomica. Quando gliene parlò, Dylan tornò il giorno dopo con un foglio battuto a macchina: un uomo parla alla bomba, la insulta, le ordina di andarsene. Il canzoniere non uscì, e Dylan quella canzone non la incise mai. Young, trasferitosi a Stoccolma, ritrovò il foglio in un cassetto e nel 2013 lo affidò a Christie’s. All’asta nessuno lo comprò, ma i giornali pubblicarono i versi, e così una canzone che nessuno aveva mai sentito cantare è arrivata sulla scrivania di un Papa. Leone avrebbe potuto scegliere Masters of War, dello stesso anno e celebre in tutto il mondo. Lo aveva già evocato, del resto: il 16 aprile, a Bamenda, nel Camerun anglofono, aveva denunciato i «masters of war», i padroni della guerra che fingono di non sapere che per distruggere basta un istante. Per la nota ha scelto invece una pagina che conosce chi ha ascoltato e letto Dylan a lungo. Il verso citato rimprovera alla bomba di essere opera dell’uomo, e qui sta il nodo della sua predicazione sulla pace: le armi nascono da decisioni umane, e decisioni umane possono disfarle. La stretta di mano, ore 16.30 Quando Bob è entrato, il Papa non ha mostrato il minimo imbarazzo, e neanche sorpresa. Lo ha accolto subito così com’era. Dylan si è tolto i guanti per salutarlo, e i due si sono dati una forte stretta di mano guardandosi negli occhi. In quel momento mi sono commosso. Bob ha salutato quasi timidamente, sussurrando le sue parole. Lo si vede anche nelle fotografie: Leone sorride. L’ultima volta che Dylan aveva stretto la mano a un papa era la sera del 27 settembre 1997, a Bologna, a conclusione del Congresso eucaristico nazionale. Aveva cantato Knockin’ on Heaven’s Door e A Hard Rain’s A-Gonna Fall davanti a Giovanni Paolo II e a trecentomila ragazzi; poi era salito impacciato i gradini e aveva stretto la mano a Wojtyła, che di anni ne aveva settantasette. Io a Bologna non c’ero. Quella sera il Papa riprese Blowin’ in the Wind nel suo discorso ai giovani: «Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo per potersi riconoscere uomo? Vi rispondo: una! Una sola è la strada dell’uomo, e questa è Cristo». Il cantante interrogava, il Papa rispondeva. Il cardinale Ratzinger non era d’accordo con quell’invito, e dieci anni dopo, ormai Benedetto XVI, scrisse di essere stato scettico sull’opportunità di far intervenire «questo tipo di profeti». In quella stretta di mano alla Terza Loggia lo schema di Bologna si era rovesciato. Leone non aveva preso in considerazione la domanda di Dylan per precisarla. Aveva preso un suo verso e lo aveva messo a sostegno della propria tesi, con titolo e anno, come si fa con una fonte. Il «profeta» di cui Ratzinger dubitava era finito in nota accanto a Paolo VI, chiamato poeta, e adesso stringeva la mano al Papa. Anche Patti Smith, il 31 luglio, aveva cominciato con un sussurro. Seduta davanti a Leone, nella biblioteca del Palazzo apostolico dove l’avevo accompagnata, aveva detto soltanto «Hi», come all’inizio di Wave, la canzone del 1979 in cui immagina di parlare con Giovanni Paolo I. Il Papa aveva riso, aveva riconosciuto il riferimento e le aveva risposto «Hi». Il tavolo della biblioteca Dopo i saluti con tutti noi, si sono susseguite alcune foto. Poi mentre li lasciavamo soli, Leone e Dylan si sono seduti uno di fronte all’altro, nell’angolo di un tavolo della biblioteca, come due vecchi amici. Il Papa ha settantun anni ed è nato a Chicago; Dylan ne ha ottantacinque ed è cresciuto a Hibbing, in Minnesota. Due americani del Midwest: il ragazzo del Minnesota che ha vinto il Nobel e il ragazzo di Chicago diventato Papa. Robert Prevost era adolescente nel passaggio tra gli anni Sessanta e Settanta, e la musica americana di quegli anni ha fatto parte del suo bagaglio fin dalla giovinezza. Alla Villanova University un compagno di studi, Jim Musselman, grande ammiratore di Dylan, parlava molto di musica con lui e gli fece leggere un saggio in cui Dylan era indicato come il talento poetico della loro generazione. Dylan fa parte della colonna sonora della generazione di Leone. Un disco o un periodo preferito? Non gliel’ho mai sentito dire. Posso solo notare che le due canzoni che ha citato in pubblico risalgono al 1963 e parlano di guerra. Due giorni dopo Mario Trifunovic di katholisch.de mi avrebbe chiesto se il Papa sia ormai diventato una sorta di popstar che incontra altre popstar. A quel tavolo non c’era un palco, non c’era un pubblico. Una popstar ha bisogno di una platea; lì c’era un uomo di ottantacinque anni che salutava quasi timidamente, davanti a un altro uomo che conosce le sue canzoni da quando era ragazzo a Chicago. Era un incontro privato, non un’udienza ufficiale, e non era stato annunciato. Poi i doni. Su un vassoio c’era una piccola scatola rossa con dentro un rosario: è il regalo che Leone ha fatto a Dylan, lo stesso che gli aveva fatto Giovanni Paolo II a Bologna. Dylan ha portato al Papa una copia firmata di Chronicles. Volume One, il libro in cui racconta a modo suo come è diventato Bob Dylan. Quel dono mi ha colpito. Un’autobiografia consegnata a un figlio di sant’Agostino, cioè dell’uomo che con le Confessioni ha dato all’Occidente il modello del racconto di sé come ricerca di Dio. L’8 maggio 2025, dalla loggia di San Pietro, Leone si era presentato al mondo proprio come «un figlio di sant’Agostino». Non potevo fare a meno di pensare che Dylan, nel 1967, aveva sognato quel santo. In I Dreamed I Saw St. Augustine, nell’album John Wesley Harding, il narratore vede Agostino camminare tra i più poveri in cerca di chi ha già venduto la propria anima, assiste al suo martirio, che nella storia non è mai avvenuto, e al risveglio scopre di essere stato lui stesso tra la folla dei carnefici. Il modello era una ballata degli anni Trenta su Joe Hill, il sindacalista fucilato nello Utah che in sogno torna a parlare ai minatori; Dylan mise al suo posto il vescovo di Ippona, e l’invito alla lotta diventò un esame di coscienza. È una canzone bella e dura. L’accostamento è mio, non del Papa, come avrei precisato il giorno dopo a Ray Padgett. C’era anche un altro filo, meno visibile. Dylan è un ebreo del Minnesota che ha imparato a scrivere nella lingua della Bibbia. A Hibbing, cittadina mineraria a maggioranza cattolica, non c’era un rabbino, e per il suo bar mitzvah, nel 1954, la famiglia ne fece venire uno da fuori, che prese alloggio sopra un caffè dove si suonava rock and roll. «Sono una persona religiosa», disse al Wall Street Journal nel 2022, mettendo nella stessa frase i cinque libri di Mosè, le lettere paoline e l’invocazione dei santi. Il Papa agostiniano aveva davanti a sé un uomo che parlava la lingua della Scrittura da sessant’anni. A quattr’occhi Di quello che si sono detti Leone e Bob non so nulla, ed è giusto così: ciò che due persone si dicono a un tavolo resta tra loro. Posso dire come si guardavano, ed era uno sguardo bello, intenso. Quando, dopo circa 15 minuti o poco più, Bob è uscito, aveva un’espressione intensa ed estremamente concentrata. È rimasto in totale silenzio, ma si vedeva che era contento. Gli ho camminato accanto fino all’ascensore che ci avrebbe portati al Cortile di San Damaso. In silenzio. Poi ho sentito di dire a tutti: «allora siamo contenti!» e lui lì ha sorriso sussurrando un «sì». Dylan evita le apparizioni pubbliche da sessant’anni, e nel 2016 alla cerimonia del Nobel non andò: fu Patti Smith a cantare A Hard Rain’s A-Gonna Fall al suo posto. Se ha attraversato il Palazzo apostolico con il cappuccio in testa, è perché quell’incontro lo voleva. Per chi ha scritto contro la bomba poco più che ventenne, sentirsi citare da un Papa a ottantacinque anni significa vedere che quella parola non si è persa. Ore 17.03 La notizia è uscita a incontro avvenuto, come accade per le udienze private, che non si annunciano. Alle 17.03 Vatican News ha pubblicato su X le fotografie di Vatican Media: il Papa in bianco che sorride, Dylan in nero con il cappuccio alzato. Dopo aver rilanciato su Instagram il post dell’Osservatore Romano, sei minuti dopo ho pubblicato il mio post personale. Scrivevo del privilegio e della gioia di aver accompagnato Bob dal Papa, dell’emozione di vivere «un incontro che ha il sapore della storia» e della sensazione che, «ad ogni passo nel Palazzo apostolico, sarebbe potuta accadere qualunque cosa». L’Osservatore Romano aveva appena pubblicato il mio articolo Dylan l’agostiniano, dando la prima foto dell’incontro. La fotografia ha fatto metà del lavoro. Un uomo in bianco e un uomo in nero, uno che sorride e l’altro con il cappuccio in testa. Dylan si fa vedere pochissimo lontano dal palco, e trovarlo seduto a un tavolo, così vicino a qualcuno, sorprende già di per sé. Poi la rete ha cominciato a giocare: per New York Magazine Dylan era un signore dei Sith, il paragone con l’imperatore Palpatine di Guerre stellari è diventato il più ripetuto, GQ ha titolato sul fatto che fosse vestito come Timothée Chalamet. Dylan è un uomo che da sessant’anni si sottrae a chi vuole definirlo, e che la rete abbia fatto della sua figura una maschera proprio il giorno in cui era venuto a mostrarsi senza maschere ha una sua ironia. Il cappuccio A sera inoltrata, meditando su quell’incontro, ho scritto un post intitolato Bob e il cappuccio. Scrivevo che molti mi chiedevano perché Bob porti sempre il cappuccio, anche ai concerti, sempre. Le sue ragioni sono sue, e non tocca a me giudicarle. So però che è così che si sente sé stesso, e così ha voluto presentarsi al Papa: un artista di grande sensibilità, che non vuole indossare maschere. E il Papa ha accolto questo suo modo di essere con grande naturalezza, come dicevo. Nei giorni seguenti me lo hanno chiesto ancora, e la risposta non è cambiata. Per le udienze esiste un’etichetta che richiede un abbigliamento sobrio e scuro, e chi accompagna un ospite gliela spiega. Con un artista si tiene conto anche di chi è: arriva con la propria figura pubblica e, talvolta, l’abito ne fa parte. Dylan è venuto in nero e con la cravatta. Non mi è mai capitato di dover chiedere a un artista di cambiarsi d’abito: si spiega il contesto, e chi accetta di venire, in genere, lo ha già capito da sé. C’è anche una ragione più profonda per leggere quel cappuccio senza scandalo. Leone è un agostiniano, e le Confessioni si aprono con un cuore inquieto che non trova pace. Chi è inquieto non lascia la propria inquietudine sulla porta, neanche sulla soglia dell’appartamento pontificio. Dylan non si è mai lasciato incasellare, e il cappuccio gli appartiene come gli appartengono le sue reticenze. Ma è entrato in silenzio, con discrezione, in punta di piedi, timidamente, mi verrebbe da dire. Il rispetto si vede nel modo in cui ci si comporta davanti a una persona. Nel 1997 Dylan si era tolto il cappello; alla Terza Loggia si era tolto i guanti per stringere la mano al Papa, guardandolo negli occhi. Sabato 7 il tour di Dylan è arrivato a Bologna, nella città in cui ventinove anni fa salì impacciato i gradini verso Giovanni Paolo II. |









