sabato 5 settembre 2026

Bardella alle Maldive


Charlotte Belaïch  Laurent Léger  Nicolas Massol 

“Attratto da tutto ciò che brilla”: la metamorfosi jet-set di Jordan Bardella

Libération, 4 settembre 2026

È necessario immaginare Jordan Bardella che batte i tasti del suo computer per descriversi come “la voce delle rabbie e delle speranze” dei francesi, per divagare su questa “Francia lavoratrice, umile e silenziosa”, deplorando l’“indifferenza” che l’“élite” porta alle classi lavoratrici.

Sfondo della scena: un hotel nel cuore delle Maldive, arcipelago piantato in mezzo all'Oceano Indiano con i suoi atolli, lagune, acque traslucide. Un’ambientazione accessibile a questa “élite” che il boss del RN critica, dove, secondo le nostre informazioni, il trentenne aveva scelto di isolarsi per stare dietro alla scrittura del suo secondo libro, Cosa vogliono i francesi, pubblicato nell’ottobre 2025 da Fayard.

Questo è stato il momento in cui il presidente del RN si immaginava ancora un candidato presidenziale del 2027, grazie a una complicata equazione giudiziaria per Marine Le Pen. Fayard era appena caduto nel quadrato di Vincent Bolloré, un industriale in una crociata per l'ascesa dell'estrema destra al potere, e piegato in quattro per vendere ovunque il manifesto del suo tesoro. L’ironia di questa storia continua, dal momento che il lavoro dell’autoproclamato “detentore vocale” del popolo è stato venduto più di 100 000 copie e ha permesso al suo autore, già a capo di un piccolo patrimonio i cui dettagli hanno rivelato Libération, di salire al grado di milionario.

Questa fuga a cinque stelle non sbalordisce nella vita del potenziale futuro Primo Ministro di Marine Le Pen, che non nasconde più il suo appello per la vita facile delle sfere benestanti. Alle serate jet-set, nei ristoranti dal lusso ostentato, si sono aggiunte le teste coronate: ufficializzata nella primavera del 2026, la sua storia d'amore con la principessa Maria Carolina di Borbone delle Due Sicilie, duchessa di Palermo e Calabria, è ormai la delizia delle riviste popolari. Il 9 aprile, pochi mesi dopo la loro prima apparizione pubblica la sera del 200° anniversario di Le Figaro al Grand Palais, è su Paris Match con annuncio in copertina che la coppia decide di ufficializzare a colpi di foto false rubate in Corsica. Le fotografie negoziate con Bardella e convalidate dall'azionista del titolo, il gruppo Lvmh, sono firmate da Sébastien Valente, noto per essere il fotografo quasi nominato di Nicolas Sarkozy. Il boss della RN non nasconde la sua ammirazione per l’ex presidente “bling”, che cita come esempio. A chi, come Bardella, marcia nel suo ufficio, Sarkozy ripete a volte il suo segreto: "Devi lanciarti, mostrare tua moglie".

In questa settimana di ritorna a scuola, la coppia era ancora sulla copertina di Closer, affondata nel divano di un beach club privato di Sainte-Maxime, un elegante covo della Costa Azzurra. La tentazione di seguirli è tanto più grande per le gazzette in quanto la sua partner è una buona cliente, dato che conduce una vera carriera come influencer globalizzato. Il suo account Instagram è una miniera d'oro: qui, posa a Dubai in un'auto che galleggia sull'acqua, lì viene esposta durante una serata organizzata dal gioielliere Chopard durante il Festival di Cannes. Il 26 agosto, ha pubblicato un selfie tutti i sorrisi, la testa abbronzata del suo compagno posizionata sulla sua spalla, didascaliata con un cuore trafitto da una freccia. La coppia trascorre le vacanze nella lussuosa casa di Bourbon, in Sardegna, poi va avanti con qualche giorno in Costa Azzurra. I suoi avversari di La France insoumise non hanno perso l’occasione, proponendo con gioia, prima dell’estate, il soprannome “Giordano di Monaco”. Anche Marine Le Pen ha cercato di riformulare il suo puledro in diretta. “C’è stato un piccolo allarme bling Jordan”, ha detto uno stretto collaboratore del presidente del gruppo RN in Assemblea, cosa che viene negata dall’entourage di Bardella.

Di certo, la morsa si è allentata attorno al genero ideale dell'estrema destra da quando Marine Le Pen ha deciso, la sera del 7 luglio, dopo la sentenza sul caso degli assistenti parlamentari, di candidarsi alle elezioni presidenziali. Il giovane rimane, però, al centro del gioco, rappresentando metà del pacchetto presidenziale promesso ai francesi da Le Pen: a lei l'Eliseo, a lui Matignon. Ma come denunciare il “sistema” quando si è immersi in esso fino al collo?

Fonte spessa e tessuti stropicciati

La narrazione era, fino ad allora, perfettamente ordinata. Quante volte Bardella ha raccontato la sua modesta adolescenza esposta alla durezza di una vita nella città di Gabriel Péri, a Saint-Denis (93), cresciuto da Luisa, la madre single? Questa narrazione era il suo marchio politico e un argomento elettorale per il RN, troppo felice di essere finalmente rappresentato da una figura radicata nel reale. Suo padre, Olivier Bardella, è a capo di una piccola azienda che gli permette di portare il figlio in vacanza e persino di offrirgli un'auto per i suoi 18 anni. Tuttavia, per il futuro eurodeputato, il potere non era a portata di mano. “È un ragazzo di periferia, che si è costruito contro Marine Le Pen, analizza un ex consigliere del candidato. Marine aveva un inquadramento di vita borghese, pur senza essere accettata. Il suo populismo si inserisce lì dentro. Lei incolpa le persone che l’hanno rifiutata”. Bardella sembra aver deciso di forzare le porte.

Chi conosceva il futuro presidente del RN, prima del suo incontro con l’ereditiera del ramo di Borbone discendente di Luigi XIV, percepiva già questo desiderio di avere “un posto a parte”, questa attrazione per ciò che è “socialmente prestigioso”. Quello che ha iniziato la sua ascesa a metà del 2010, come leader locale del RN di Seine-Saint-Denis, ha da tempo un modello: James Bond. Per anni, ha passato in rassegna i suoi abiti setacciando e sognando il giorno in cui forse, finalmente, poteva spingere la porta del negozio Omega, rue de Sèvres, per acquistare lo stesso orologio dell'eroe di Ian Fleming. Risvolto pesante, tessuto stropicciato, Jordan Bardella ha anche la passione per i begli abiti. “Se mi posso permettere, il suo sarto è lo stesso di quello del presidente Macron, sono abbastanza abile nell’identificazione degli abiti”, ha detto un giorno al giornalista Darius Rochebin sul set di LCI. Nel 2017, quando ha scoperto il nome del sarto presidenziale, il giovane frontista ha preso la sua Smart e si è precipitato a questo indirizzo ben nascosto del Terzo arrondissement di Parigi. Una volta lì, cade su altri giovani lupi, esca, come lui, dalla veste del potere. “È sempre stato attratto da tutto ciò che brilla, il lusso è il suo punto debole”, dice un ex consigliere.

La principessa si è preparata per il suo potenziale status di first lady

Chi è preoccupato per questa inclinazione è stato confortato dagli eventi del 7 giugno. Quel giorno, mentre il paese è attraversato da cortei bianchi in omaggio alla piccola Lyhanna, assassinata nel Gers, il giovane viene fotografato, l'aria deliziata, con la sua principessa, nella tribuna VIP del Gran Premio di Monaco, bicchiere in mano. Costretto a spiegare, rivelerà di non aver brindato allo champagne ma alla Coca-Cola, sostenendo che comunque “ai francesi non piacciono gli attacchi alla privacy”...

Fino al 7 luglio, la sua compagna, esponente di una famiglia italiana ancorata a Monaco, si preparava per il suo potenziale status di first lady, consapevole che avrebbe dovuto “cambiare il suo approccio ai social network”. “Maria Carolina è consapevole delle conseguenze per lei se viene eletto presidente ma non ha strutturazione politica, sa solo un po’ di cosa sia il RN”, ha detto un parente dei Borbone prima del crollo del destino presidenziale di Bardella. Brava studentessa, la principessa ha visionato due lunghe interviste con Bernadette Chirac condotte nell’ambito del documentario del giornalista Henry-Jean Servat, “Premières Ladies”, risalenti al 2007 e trasmesso su France 3. “Spontaneamente, è stata lei a chiedermi di poterli ascoltare”, ricorda Servat, un amico delle celebrità e delle teste coronate. Le piaceva il fatto che il dialogo si spostasse dalla vicinanza del potere all'Eliseo, sotto oro e pannelli, a una vita più normale nel servizio e nel contatto delle persone. Avevo la sensazione di parlare con qualcuno che stava imparando sul possibile ruolo che avrebbe dovuto assumere”.

L'ufficializzazione della coppia ha messo sotto pressione la famiglia Borbone. Maria-Carolina si è assicurata i servizi di un comunicatore in politica: Aline Poulain, passata dai gabinetti ministeriali di sarkozia e macronia, è anche socia dal 2025 di Cyril Hanouna e di un ex dirigente dei repubblicani, in un'agenzia di com, ChapChak. Prima del suo reclutamento, lo stesso Bardella ha chiamato l'ex headliner della tv di Bolloré per informarsi su di lei, recentemente sostituita da Joseph Pons. Bardella e Hanouna si conoscono bene. Con il giovane conduttore televisivo Jordan de Luxe, hanno a lungo setacciato indirizzi di lusso, da Parigi a Saint-Tropez.

Vale per nascondere il “semiastice blu” sotto l’insalata

Il presidente della RN conosceva già la città costiera, apprezzata dal jet-set. Molto prima, tra la fine del 2010 e l’inizio del 2020, scendeva spesso a visitare il sindaco RN di Fréjus, David Rachline, che divenne un paria di partito essendo troppo invischiato in rapporti di affari. Al loro fianco, un altro uomo: l’ex squadrista Frédéric Chatillon, uomo chiave della galassia frontista, con la quale le sue attività come fornitore gli sono valse, nel giugno 2024, una condanna in appello a due anni e mezzo di carcere sospeso per “truffa e abuso di proprietà sociale”. Festaiolo accanito, con il quale molto prima di Bardella, la studentessa Marine Le Pen stava già facendo tutte le bravare possibili negli anni 1980 in luoghi parigini che sono diventati storici, come Castel, il Queen o il Man Ray. Conosciuto per la sua passione per il Terzo Reich, Châtillon diventerà persino suocero di Bardella durante i pochi mesi in cui Bardella ha una relazione con sua figlia, Kerridwen.

Nel programma dei loro festeggiamenti: gite in barca e deviazioni attraverso la spiaggia privata di Nikki Beach, dove si fa festa vicino all'acqua bevendo bottiglie di rosato i cui prezzi, 50 euro minimo, volano facilmente. In questo momento, Bardella sta ancora cercando di nascondere la sua attrazione per lo sfarzo. Quando pranza al Cardinal, vicino alla sede del RN, si sforza di nascondere il “semiastice blu” sotto l’insalata che ha ordinato.

L'ipotesi della sua candidatura presidenziale e la sua crescente popolarità concentreranno l'attenzione su questo giovane primo attore senza lasciarsi sfuggire nulla. All’inizio di luglio, il Canard enchaîné rivela che il divo è andato al Jimmy’z, una discoteca esclusiva a Monaco, sulla scia del Gran Premio, cosa che viene negata dal suo comunicatore Victor Chabert. Prezzo dei tavoli quella sera nel club: 25 000 euro.

A Parigi, Bardella viene regolarmente avvistato nei luoghi più appariscenti con spese vertiginose. Una sera a casa di Gigi, uno sfarzoso ristorante italiano di Avenue Montaigne, appena sopra il Théâtre des Champs-Elysées. Un giorno in uno dei più importanti club francesi, il Cercle de l’Union Interalliée, rue du Faubourg Saint-Honoré, per un pranzo con i massoni della Gran Loggia francese. Un'altra volta, festeggia con lo champagne l'uscita del suo secondo libro in un teatro situato di fronte all'Eliseo, il Marigny, il cui velluto e dorature Fayard ha affittato. Ovunque, come a Bruxelles o Strasburgo, dove ha un seggio, l'eurodeputato dà un appuntamento nei grandi alberghi. “I luoghi che frequenta sono gli stessi frequentati dai giornalisti e da altri politici”, ha detto Chabert.

 La diplomazia del bicchiere di champagne

Per essere sicuri di incontrarlo, devi andare da Laurent, ex residenza di caccia di Luigi XIV, di proprietà della società di Laurent de Gourcuff, Paris Society, una filiale del gruppo Accor. Il trentenne Bardella si ritrova da diversi anni già in questo stabilimento di fascia alta ma austero al fondo degli Champs-Elysées, dove le star degli anni Ottanta come Sylvie Vartan, che hanno festeggiato l'anniversario del suo incontro con il marito il 31 maggio sulla terrazza, sotto tendaggi di tessuti disposti a cascata, in compagnia del cantante Dave, il fotografo Jean-Marie Périer o Etienne Daho.

Jordan Bardella non pranza mai nella grande sala o sotto gli ombrelloni sparsi nel cortile, dove le celebrità della politica e degli affari sfregano le spalle con la gente comune e vogliono mostrarsi. Prende solo i suoi pasti in uno dei salotti: quello annidato al piano terra o uno di quelli situati al piano di sopra, su entrambi i lati di un vasto corridoio dove plana in permanenza una musica lounge, di modo che le confidenze scambiate dietro le porte non raggiungano le orecchie indiscrete. Bardella prende un areopago eclettico, consiglieri, funzionari eletti, a volte media o anche un “esperto” di eleganza maschile, Hugo Jacomet, creatore di un blog e canali Youtube con il nome che tintinna alle sue orecchie: Gentleman Parigino. Può anche incontrare con discrezione una personalità che non vuole mostrarsi al suo fianco - questo è stato il caso di Antoine Arnault, il secondo figlio del magnate del lusso.

Secondo le nostre informazioni, Tony Gomez non fa pagare Jordan Bardella per la prenotazione dello spettacolo: questa è la regola che il volteggiante maestro di cerimonie dello stabilimento applica ai clienti abituali - è un modo “per viziarli”, confida a Libé il capo che pratica anche la diplomazia del bicchiere di champagne offerto per ringraziare i clienti abituali della loro fedeltà. Per i clienti ordinari che desiderano essere serviti al piano di sopra, saranno da 800 a 1 200 euro oltre all'aggiunta, a seconda delle dimensioni del soggiorno e dell'accesso alla terrazza.

Bardella frequenta Tony Gomez dal 2020. “Lo conosceva dal tempo del Manko, la cui cucina peruviana amava”, dice un anziano di questo ristorante notturno su Avenue Montaigne. Tony Gomez è ora il principale ospite di Laurent. Questo ex re della notte e uomo d’affari nel settore immobiliare, eterno sorriso sulle labbra e “rubrica degli indirizzi del mondo”, secondo uno dei suoi conoscenti, è prolisso e gioviale quando si tratta di nominare davanti a Libé Rachida Dati o François Hollande, anche loro clienti del luogo. «repertorio mondiale di indirizzi», secondo una delle sue conoscenze. Diventa sorprendentemente muto quando si tratta di Bardella. Secondo un vecchio cliente dello stabilimento  quest'ultimo“sarebbe l’unica preoccupazione di Tony Gomez”.

Nel corso degli anni, Laurent è diventato l’ultimo luogo alla moda per “sovranisti e rappresentanti dell’estrema destra”, secondo questo ex habitué, che ora evita di ricorrere ad esso per i suoi appuntamenti. Incontriamo Sébastien Chenu, Jean-Philippe Tanguy, Erik Tegnér, il direttore della rivista d'identità Frontières, e molti headliner di CNews. Senza venire lì così frequentemente, Pascal Praud pranza lì di tanto in tanto. A giugno, Victor Chabert, l'addetto stampa del RN, ha celebrato il suo matrimonio lì.

All'inizio dell'ascesa di Jordan Bardella, una coppia di dirigenti storici del FN, Steve Briois e Bruno Bilde, aveva preso il giovane sotto la sua ala protettrice. Situato nel comune popolare di Hénin-Beaumont, nel Pas-de-Calais, il duo ha visto in Bardella un possibile alleato nella loro lotta interna contro la tendenza liberal-conservatrice. Un decennio dopo, però, è in questa squadra che giocano i loro ex puledri, la cui plasticità ideologica disarma i migliori conoscitori del partito. “È qualcuno che integra l’ideologia dei circolt che penetra”, dice un ex parente. Con sempre la stessa domanda: tra la nuova stella dell’estrema destra, e le élite ora costrette a prendere in considerazione l’arrivo del RN al potere, chi usa chi?


 


Libertà e ragione in Hegel

 

Francesca Iannelli
Francesco Di Frischia
Hegel maestro attualissimo risponde ai dilemmi dell'oggi

Corriere della Sera, 5 settembre 2026

Libertà e ragione sono il fulcro del pensiero di Hegel. Per il filosofo tedesco fare filosofia significa imparare a pensare e a vivere liberamente. A confermare ampiamente queste tesi è l’analisi preliminare finora condotta da un team internazionale sulle 5.200 pagine manoscritte — scoperte nel 2022 — che documentano le lezioni tenute dal maestro a Heidelberg tra il 1816 e il 1818. Il materiale inedito è tuttora in fase di trascrizione e studio e sarà presto pubblicato. Questi sono solo alcuni degli argomenti che, dal 1° settembre a ieri, sono stati approfonditi e analizzati all’università Roma Tre durante il 36º congresso della Società internazionale hegeliana. All’evento hanno partecipato quasi 500 esperti e filosofi provenienti dai cinque continenti.

Tra i nuovi focus dell’estetica di Hegel sono stati sottolineati lo straordinario interesse per la pittura italiana, così come i principi fondamentali di una moderna filosofia della natura e i concetti di vita e di sostenibilità. Ulteriori innovative prospettive mostrano, non da ultimo, come il filosofo tedesco (1770-1831) sia stato anche il fondatore di una moderna teoria dei segni e del linguaggio.

Ma il tema che domina il dibattito è la straordinaria attualità della filosofia di Hegel: molte delle domande decisive del nostro tempo, infatti, possono ancora trovare risposta proprio nelle sue tesi filosofiche, dimostrando come il futuro continui ad avere un cuore antico. E fa certamente riflettere il fatto che il pensiero di un filosofo nato in Germania tra il XVIII e il XIX secolo continui ancora oggi a promuovere il dialogo tra culture diverse — a volte persino antitetiche — e offrire preziosi strumenti teorici per affrontare le sfide del presente.

Senza dubbio la diffusione mondiale del pensiero di Hegel dipende dalla capacità emancipativa di alcune sue categorie concettuali efficaci per interpretare la nostra epoca: dal riconoscimento reciproco come condizione di un’autentica libertà alla Bildung (istruzione, ndr) come progetto permanente di formazione dell’essere umano, dal ruolo strategico di arte, religione, filosofia al complesso rapporto tra natura e cultura.

Il congresso si è aperto con i saluti del rettore dell’università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e dell’ambasciatore della Repubblica federale di Germania in Italia, Thomas Bagger. A fare da sfondo al convegno — diretto da Francesca Iannelli, docente di Estetica a Roma Tre — è certamente anche il rinnovato interesse suscitato dal ritrovamento, quattro anni fa, degli appunti delle lezioni tenute da Hegel a Heidelberg di cui si erano perse le tracce. I preziosi documenti (sui quali è impegnata anche Iannelli) sono stati ritrovati fortuitamente dallo studioso tedesco Klaus Vieweg. Ieri lo stesso studioso, in una delle sessioni del congresso, ha approfondito le prospettive interpretative aperte da questa straordinaria scoperta (già documentata su «la Lettura» nel maggio 2023). Si tratta evidentemente — secondo molti ricercatori — di materiali destinati a modificare profondamente la conoscenza del sistema hegeliano. Come ha dichiarato lo stesso Vieweg: «L’edizione delle trascrizioni di Carové, primo assistente di Hegel, dei corsi tenuti dal maestro a Heidelberg, rivoluzionerà la ricerca sul filosofo. Non a caso questo sensazionale ritrovamento è stato paragonato alla scoperta di una partitura di Mozart o di un testo di Shakespeare». «Solo così sarà possibile prendere pienamente coscienza della prima forma assunta dal sistema di Hegel nella sua completezza che fornisce una base indispensabile per ulteriori ricerche sull’enciclopedia delle Scienze filosofiche — ha aggiunto Vieweg — che Hegel definisce come scienza della libertà».

Tra gli studiosi del panorama internazionale intervenuti a Roma, Andreas Arndt, Paul Kottman, Valerio Rocco Lozano ed Erzsébet Rózsa. Tra gli appuntamenti più seguiti la conferenza di Slavoj Žižek, uno dei filosofi contemporanei più influenti e autore di Hegel e il cervello postumano (scritto nel 2021, Ponte alle Grazie), che ha tenuto un incontro al Teatro Palladium dal titolo "Tutto quello che volevi sapere su Hegel, ma che avevi paura di chiedere a Hegel". Secondo Žižek «molte delle domande decisive del nostro tempo possono ancora trovare risposta proprio nella filosofia hegeliana». Infatti, se il filosofo tedesco era considerato un corruttore di giovani, «tale “corruzione” è oggi più che mai necessaria, nel nostro Occidente liberale e permissivo, dove la maggior parte delle persone non è nemmeno consapevole del modo in cui l’establishment le controlla proprio quando sembrano libere: quindi la mancanza di libertà più pericolosa è quella che viviamo come libertà». O come disse Goethe due secoli fa: «Nessuno è più irrimediabilmente schiavo di chi crede falsamente di essere libero».

Mio fratello il Che


Andrea Pasqualetto
«Era straordinario, non un mito Fu tradito dai comunisti boliviani Magliette, spille, merchandising: il capitalismo ha colpito anche lui»
Corriere della Sera, 5 settembre 2026

All’ultimo tavolo del Panera Rosa, locale modaiolo di Soho, siede un uomo baffuto dall’aria bohémien. È il fratello di una leggenda: Ernesto Guevara de la Serna, per tutti il Che, mito rivoluzionario di mezzo mondo. Siamo in un quartiere elegante di Buenos Aires che non è esattamente il mondo di Juan Martin Guevara, ma a lui va bene così: «Este lugar es perfecto!». Dice che questo posto tutto pastelli rosa e musica pop, dove nessuno lo conosce, è perfetto. Arriva la giovanissima cameriera: «Señor?». «Tè y dos medialunas, por favor». Un tè e due cornetti per il fratello del Che che uno immagina con un sigaro fra i denti e in mano il bicchierino di rum al banco di una vecchia osteria.

Spiazza un po’ l’ultimo degli hermanos di Ernesto, il solo vivente dopo la morte della sorella Celia nel 2023. Oggi ha 83 anni e alle spalle una storia legata a doppio filo con quella del fratello, del quale condivise le idee e la lotta pagandola con otto anni di carcere quando era dirigente del Partido revolucionario de los trabajadores. Allora Juan Martin faceva il sindacalista ma la sua è stata una vita dai mille mestieri: autotrasportatore, editore, libraio, commerciante di sigari e rum cubani. È l’unico dei Guevara a non essersi laureato, per scelta: «Volevo essere proletario e sono diventato camionista». Il fratello del Che è loquace e allegro, parla e addenta un cornetto, parla e scoppia a ridere e con la sua voce possente riempie il locale. Poi si ferma e ti guarda: «Hablame, hablame». 
Señor Guevara, ci sarebbero mille domande. Quanto tempo abbiamo?

«Hablame».
Cosa significa essere il fratello del Che?

«Significa essere il fratello di un uomo che ha fatto cose straordinarie. Non un mito, detesto i miti».
In che senso?

«Ernesto non è uscito dal nulla o da una specie di galleria di uomini superiori. Veniva da una famiglia fatta di varie anime, con pregi e difetti».
Com'erano i Guevara?

«Un po’ matti. I miei genitori avevano dietro famiglie ricche e importanti e insieme formavano una coppia eccentrica e squattrinata. Mio padre era un picaflor, un po’ qui un po’ lì, ah ah, entiendes?, gli piacevano le donne, tanguero, imprevedibile, fantasioso, opportunista, libero. Un incantatore di serpenti. Mia madre era una donna colta, intellettuale, femminista, contestatrice, rigorosa. Noi figli siamo il risultato di questo miscuglio. In quella casa c’era poi una regola fondamentale: bisognava avere umorismo. Regnava l’ironia».
Lei molto più giovane di lui come lo vedeva?

«Per me era un raggio di sole. Era il fratello grande che faceva cose incredibili, che partiva, viaggiava, viveva avventure. Giocava a rugby correndo come una furia anche se aveva l’asma, andava a scalare le montagne, sfrecciava con la moto, era coraggioso, divertente, pazzo. Una volta ricordo che si è messo a camminare in equilibrio sul bordo di una ringhiera, bastava un passo sbagliato e sarebbe caduto da un’altezza che non perdonava. Era capace di buffonate infantili e di grande serietà, un divoratore di libri, come mia madre del resto. Ed era anche ottimo scacchista e gran bevitore di mate, molto esigente col mate. Ma la sue grandi qualità erano soprattutto l’autoironia e la lealtà».
Che ricordo ha del famoso viaggio di Ernesto con l'amico Alberto raccontato nei "Diari della motocicletta"?

«Non era la prima volta che partiva per un viaggio. Aveva iniziato molto presto a odiare la civiltà, diceva che le folle cittadine si muovevano al ritmo del rumore che era l’opposto della pace. All’inizio andava in bicicletta poi i viaggi si sono fatti più lunghi e prendeva la moto. Quella volta con Alberto volevano arrivare addirittura negli Stati Uniti ma, si sa, la Poderosa si fermò in Cile. Per me stavano facendo una cosa fantastica, per mio padre una cosa da idioti. Era arrabbiatissimo perché voleva che Ernesto finisse Medicina. Quando in Venezuela lui e Alberto si divisero e mio fratello tornò a casa fu una festa per tutti. Come promesso a mio padre, si laureò velocemente, diventò medico ma poi ripartì e non tornò più. Per qualche anno abbiamo comunicato solo per lettera. Ogni volta che ne arrivava una a casa era un avvenimento. Ci si riuniva e iniziava il rito della lettura che richiedeva molto tempo per la scrittura illeggibile. Erano lettere tenere e profonde, scriveva delle condizioni miserabili dei minatori in Bolivia, degli indigeni in Perù, l’imperialismo Usa in Costa Rica. Ed è finito a Cuba a fare la rivoluzione con Fidel Castro».
E lei?

«Lo raggiunsi a Cuba dopo la vittoria del 1959 dei guerriglieri di Fidel e di Ernesto sulla dittatura di Batista. Lo ritrovai circondato e osannato da migliaia di persone. Lì non era più Ernesto, era per tutti il codalla mandante Che. Ma per me restava mio fratello e quando riuscivamo a stare insieme senza tutta quella gente facevamo pure a botte per gioco».
Com'era Cuba in quei giorni?

«Impressionante. L’avana era in festa, piena di gente armata, di guerriglieri con gli zaini, di persone che arrivavano Sierra. Noi alloggiavamo all’hotel Hilton, quello che diventò Habana Libre. Avevo conosciuto Fidel ma non potevo fare molti discorsi con lui, avevo 16 anni e lo vedevo come una figura enorme, mi metteva soggezione. Mio fratello, che aveva già una grande cultura, ci parlava invece molto».
C'è chi considera il Che un assassino per le fucilazioni avvenute dopo la vittoria.

«Non era lui a ordinarle. Ernesto comandava la Cabaña (la fortezza dell’avana in cui si svolsero processi ed esecuzioni degli uomini di Batista ndr), non faceva il giudice. C’era chi veniva assolto, chi veniva condannato al carcere e chi condannato a morte».
Fu ucciso a 39 anni in Bolivia, dove voleva esportare la rivoluzione. Che idea si è fatto della sua morte?

«Penso che il suo grande errore sia stato quello di affidarsi al Partito comunista boliviano. I dirigenti probabilmente non credevano che Cuba avrebbe mandato un gruppo armato a iniziare la lotta rivoluzionaria in Bolivia. Quando si trovarono davanti alla realtà, gli negarono l’appoggio e questo costò la vita a Ernesto. Poi, io ho un mio convincimento sui mandanti». 

Cioè?

«L’ordine al tenente che lo uccise partì dall’esercito boliviano ma sul posto c’era anche un agente della Cia, Felix Rodriguez, e io non ho alcun dubbio che dietro ci fossero gli Stati Uniti».
Non è una verità accertata.

«Por favor».
Qual è stato il momento più bello vissuto con Ernesto?

«Le lunghe chiacchierate in Uruguay quando io avevo circa diciotto anni ed ero già politicamente impegnato. Si parlava di Cuba, del mondo, del futuro. Mi regalò un manuale di economia politica dell’unione sovietica. Disse: “Non sono d’accordo su nulla ma devi leggerlo per cultura”. Lo aprii e lo richiusi, un mattone».
La prima qualità del Che?

«La rettitudine, l’integrità, un senso di equità e giustizia sociale a prova di bomba. Ernesto arrivava a negare anche il minimo privilegio a chiunque, indistintamente, familiari compresi. Ricordo un’infinità di episodi che parlano in questo senso».
Ce ne racconta qualcuno?

«Quando si trattò di andare a Cuba dopo la rivoluzione noi parenti avevamo approfittato di un volo organizzato per i cubani che erano stati costretti all’esilio. Lui s’infuriò: “L’aereo era destinato agli esiliati, non alla mia famiglia”. Mio padre, che non condivideva questo rigore, quando arrivò a Cuba cominciò immediatamente a fare conoscenze, cercare opportunità. Ernesto fu molto netto: “Essere mio padre non ti autorizza ad avere privilegi”. Era così anche con sé stesso: voleva per esempio essere pagato come i soldati, non da comandante. Te ne racconto un altro che per me dice molto di lui: una volta una donna che si chiamava Guevara gli chiese se per caso erano parenti. Le rispose così: “Se lei è capace di indignarsi davanti alle ingiustizie del mondo, siamo compagni, che è molto più importante che essere parenti”».
Venendo a lei: ci spiega la scelta di fare il camionista?

«Io avevo gli amici che erano ragazzi di strada, figli di povera gente. Mentre mio padre mi portava dai suoi di amici che erano potenti. Ho conosciuto così sia il mondo di sotto sia quello di sopra e ho scelto quello di sotto. Volevo lavorare, lasciai l’università contro il parere di Ernesto e feci il camionista».
Il Che sognava l'"uomo nuovo" per una società basata sull'uguaglianza. È rimasto un sogno.

«Sì, un sogno. Io non so se sia possibile arrivare a un mondo in cui non esista lo sfruttamento dell’essere umano ma so che bisogna continuare a lottare in questa direzione».
Serve un'altra rivoluzione?

«Servirebbe ma per farla ci vogliono idee nuove, organizzazione e circostanze favorevoli che ora non vedo».
Come vede il comunismo?

«La storia ha dimostrato che un certo comunismo ha fallito. Evidentemente quella non è la soluzione. Ma non lo è nemmeno il capitalismo che crea continui squilibri e crisi. Io sto con Epicuro e con la necessità da parte dell’uomo di governare i piaceri materiali privilegiando quelli che danno serenità all’anima. Quando l’equilibrio fra piaceri materiali e spirituali si rompe nasce il problema. E il capitalismo finisce sempre per rompere questo equilibrio perché tende all’accumulo senza guardare abbastanza cosa succede agli altri».

Senza Fidel Castro ci sarebbe stato il Che?

«No, Ernesto probabilmente sarebbe stato altro. Ma con Fidel è nato il Che e per qualche ragione il personaggio continua a resistere. In qualsiasi parte del mondo vedo il suo volto, magliette, spille. La sua immagine è merce, pensa il paradosso. Lui che odiava la mercificazione viene sfruttato per vendere prodotti, per guadagno. È la riprova che il capitalismo trasforma sempre tutto in guadagno, plata, plata».
Come vede l'ascesa di Javier Milei in Argentina?

«Milei è il prodotto di un vuoto. Da una parte lui ha saputo sviluppare la sua idea, presentarsi al momento giusto. Dall’altra, quelli che gli si opponevano continuavano a ripetere le stesse cose senza offrire nulla di nuovo. La gente ha pensato: gli altri li conosco già, vediamo che cosa fa questo».

E l'Italia?

«Penso che anche lì si sia creato un vuoto che Giorgia Meloni ha saputo occupare. Ma l’Italia è molto diversa dall’Argentina: ha una struttura industriale importante, grandi imprese che competono nel mondo. Questo le dà molto più potere».

Cosa fa oggi Juan Martin Guevara?

«Il pensionato solitario. I figli sono all’estero e io abito in un appartamento in affitto cercando di campare».
Mogli? Compagne?

«Sono divorziato, credo». Scoppia a ridere e ridono pure i ragazzi del Panera Rosa. È arrivata l’ora di andare: «Tengo que tomar el colectivo». Deve prendere l’autobus per tornare a casa, dall’altra parte della città. Infila una mano in tasca, conta i pesos, vuole pagare lui: «Plata, plata». Sorride, ti abbraccia e se ne va, nel rumore di Buenos Aires.



venerdì 4 settembre 2026

Il partito mai nato. Mussi e D'Alema

Andrea Carugati
D'Alema: "Sul Pd aveva ragione lui"
il manifesto, 4 settembre 2026

«Ci siamo conosciuti nell’autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte, fu il nostro battesimo».

Massimo D’Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite che si sono incrociate per quasi sessant’anni attraverso il ’68, i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del centrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi decise di non aderire al Pd. «Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari dissensi politici, l’amicizia si è sempre mantenuta», racconta D’Alema al manifesto.

Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci. «Eravamo contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po’ male. Lui, che amava le citazioni latine, mi disse “Extra ecclesiam nulla salus”. Frase che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd».

«Nel 1969 eravamo funzionati del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente…». «Lui fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un “bambolotto di pezza” e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente. Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne Veltroni alla segreteria. E mi disse: “Amicus Plato sed magis amica veritas”. Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio sul fatto che dall’altra parte ci fosse la Verità…».

Vennero poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio Cofferati, all’opposizione della segretaria Fassino che era sostenuta da D’Alema. Fino alla nascita del Pd. «Fabio non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui…». «E pensare», ricorda l’ex premier, «che lui era stato ultra ulivista e l’Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni evolvono».

Un altro ricordo è dell’autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l’idea che bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei Balcani».

«Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere sui temi dell’ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso…».

Negli ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo. «Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto, ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell’amicizia non si è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata anche negli ultimi anni».

David Allegranti
Fabio Mussi ci spiega chi aveva ragione tra lui e D'Alema

Il Foglio, 22 settembre 2017

Roma. Fabio Mussi e Massimo D’Alema, insieme. Di nuovo, dopo una vita spesa fra Pci, Pds e Ds. Alla festa di Sinistra italiana di Reggio Emilia, ieri l’altro. Il primo, allo scioglimento dei Ds, pronunciò un assordante “Io mi fermo qui”, l’altro gli disse “extra ecclesiam nulla salus” e proseguì nel Pd. Adesso si sono ritrovati, fuori dal “partito mai nato”, come lo chiama Mussi. Ma per fare cosa? Un duello, un confronto? “Una cosa a mezzo”, dice al Foglio l’ex ministro dell’Università e della Ricerca, che con D’Alema ha da sempre un rapporto intenso, diciamo. Ora devono fare insieme la sinistra; peccato che, spiega Mussi, “la sinistra è un continente, solo che è la Polinesia. Alle prossime elezioni dobbiamo diventare la Nuova Zelanda”. Dice Mussi che “in questo paese c’è la necessità storica – un aggettivo che di solito uso con qualche prudenza – di una sinistra politica”. Anche perché le distinzioni fra destra e sinistra esistono, checché se ne dica. “E’ una sentenza che è stata emessa più volte, ma se devo dire chi è Trump come lo definisco? Dico che è di destra. E Sanders com’è? Di sinistra”. E Renzi com’è? “Renzi è di Rignano – ride – e lo dico con rispetto per i rignanesi…”. Renzi “è un autopromoter, uno che pensa che il problema sia dare a Matteo il giusto spazio. Difficile inquadrarlo, anche se ha fatto cose che sono nitidamente di destra. Cose che ha tentato di realizzare Berlusconi, solo che poi per prudenza ha fatto un passo indietro, penso all’articolo 18”. E D’Alema come l’ha trovato l’altra sera? “D’Alema l’ho trovato favorevole a un quarto polo di sinistra, cosa che mi fa piacere. Era dialogante, disteso, gli avrà fatto bene la festa di Sinistra italiana, oppure il dialogo con un antico amico come me. L’ho trovato particolarmente disteso”. Ma perché di solito D’Alema è così arrabbiato? “D’Alema non è arrabbiato, casomai è sovente sarcastico. E il sarcasmo è una forma di arrabbiatura che passa attraverso un filtro”.  

Ai tempi – era dieci anni fa – D’Alema lo salutò dicendogli che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Oggi aveva ragione lei, Mussi? “Avevo ragione io non si dice mai perché non è elegante. Io comunque non sono mai stato seguace di San Cipriano, il principale attore del concilio di Cartagine. Il Papa non andò e lui mandò una lettera di sintesi, dove c’era scritto, appunto ‘extra ecclesiam nulla salus’. Da allora quella frase è diventato una specie di motto integralista”. “Io – dice Mussi al Foglio – non ci ho mai creduto a questa frase, né per quanto riguarda i partiti né per la chiesa”.
Figurarsi oggi “che i partiti non ci sono più e sono solo dei simulacri”. Nella sua scala gerarchica, ci sono sempre stati in ordine di importanza “l’imperativo morale, che risponde alla coscienza, poi la fedeltà alla costituzione, infine l’appartenenza a un partito. Ma non essendo convinto del Pd, li ho salutati”. E ora lei e D’Alema siete insieme. Avete fatto un giro immenso e poi vi siete ritrovati. “Sì, ora ci si ritrova, per costruire questo quarto polo di sinistra”. Ma con tutti questi generali come fa a nascere una sinistra unita? “Oh ragazzi, il Pd è stato fatto con una cooperativa di trentatré correnti. Noi siamo di meno, ma parecchi di meno. Ora però mi scusi, devo andare ché ho le valigie in mano e la famiglia protesta”.


Il War Requiem di Britten

Luca Castelli
"Un requiem di guerra. È un appello ai vivi"

Corriere Torino, 4 settembre 2026

È la prima volta a Torino, dopo quarant’anni di carriera, per Simone Young. La grande direttrice australiana debutterà lunedì sera al Toscanini nel concerto che apre il percorso cittadino di Mito, replica dell’inaugurazione del festival il giorno precedente alla Scala. Young dirigerà l’osn Rai, i cori del Regio e i solisti nel War Requiem di Benjamin Britten.

Iniziare un festival con un requiem di guerra è un segno dei tempi?

«Purtroppo sì. In quest’opera ci sono tracce della prima guerra mondiale, nei versi del poeta Wilfred Owen morto al fronte poco prima della fine del conflitto; della seconda, visto che fu presentata alla consacrazione della cattedrale di Coventry, ricostruita dopo i bombardamenti del 1940; e della Guerra Fredda, che stava entrando nel vivo quando Britten la compose. Come esseri umani siamo proprio stupidi, ripetiamo gli stessi errori e oggi stiamo di nuovo parlando di guerre. E pensare che durante il Covid dicevamo che ne saremmo usciti migliori. Ma il tema del festival è l’armonia e nel War Requiem ce n’è tanta, fino alla luminosa e catartica riconciliazione finale, quando scopriamo che le anime rappresentate dalle voci bianche sono arrivate in paradiso. Non è una messa per i morti, ma — come la Nona di Beethoven — un appello ai vivi».



MITO

Settembre musica 

Un avvertimento per iniziare: il War Requiem di Britten

Milano e Torino 
/ 8 Luglio 2026

MITO si apre in tutte e due le città con il War Requiem di Benjamin Britten. Non è una messa per i morti, ma un avvertimento ai vivi, scritto sulle macerie di una guerra e affidato alle parole di un soldato.

C'è qualcosa di spiazzante nell'aprire un festival con un requiem. Ma il War Requiem non è musica da lutto. È musica che chiede a chi ascolta di non voltarsi dall'altra parte. 

La poesia di un soldato

Britten costruisce l'opera su due testi che non sarebbero concepibili assieme, se non nella mente di un genio: da un lato la liturgia latina della messa da requiem, dall'altro le poesie di Wilfred Owen, ufficiale inglese della Prima guerra mondiale, ucciso in trincea a venticinque anni una settimana prima dell'armistizio. Owen non aveva il lusso di una posizione gloriosa, da grande combattente. Scriveva del fango, della paura, dei ragazzi mandati a morire. In epigrafe alla partitura Britten pose alcune sue parole:

«Il mio tema è la guerra e la pietà della guerra. La poesia è nella pietà… Tutto ciò che un poeta può fare, oggi, è ammonire.»

È la chiave dell'intera opera. Un requiem prega per i morti; questo, mentre lo fa, si rivolge ai vivi. La liturgia promette riposo eterno e subito la voce di Owen interrompe quella promessa con la realtà concreta e terrena della guerra. Non si può rincorrere una facile consolazione, piuttosto si può galleggiare nel contrasto, che il brano tiene in campo fino alla fine.

Alla fine, i due nemici

Il momento che anche da solo vale l’intero concerto arriva in chiusura. Due soldati si incontrano in una specie di aldilà: erano nemici, si sono uccisi a vicenda. E uno dice all'altro, con le parole di Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio.»

Da lì in poi la musica ricerca un’idea di tregua. Le voci si raccolgono su un ultimo invito al sonno e alla pace, mentre da lontano il coro di voci bianche intona il latino della liturgia. La riconciliazione, qui, non è un'idea astratta: sono incarnate in due interpreti senza colore né schieramento. È il senso più nudo e crudo di Harmonia messo in scena da un capolavoro del Novecento.

https://www.flaminioonline.it/Guide/Britten/Britten-Warrequiem66-testo.html

Le donne inascoltate

Gisèle Pélicot
La violenza non smetterà finché non crederete alle donne

La Stampa, 4  settembre 2026

Il discorso di Gisèle Pelicot premiata a Venezia per i Dvf Awards

Desidero esprimere la mia immensa gratitudine per aver ricevuto il Dvf Leadership Award. Ringrazio Diane von Fürstenberg, così come tutti coloro che rendono possibili questi premi, per un onore così grande e per la calorosa accoglienza che ho ricevuto. So di ricevere un riconoscimento molto importante e sono felice di condividerlo con donne straordinarie i cui percorsi, impegni e lotte meritano la mia ammirazione.

Essere qui e vedere celebrati il coraggio, la forza e la capacità delle donne di trasformare le nostre società è profondamente emozionante, perché sono qui oggi dopo un calvario che non avrei mai immaginato di dover affrontare nella mia vita. Durante il processo contro i miei aggressori nella seconda metà del 2024, ho ricevuto migliaia di messaggi e lettere di sostegno da tutto il mondo. Alcune persone non sapevano a chi scrivere per trovarmi. Sulle buste delle lettere, a volte, scrivevano semplicemente «Madame Pelicot, Francia» o «Gisèle Pelicot, Avignone». Attaccavano un francobollo e, per un miracolo delle poste che ancora oggi mi stupisce, le lettere arrivavano al tribunale, dove venivano sistemate nella stanza in cui prendevo fiato tra un’udienza e l’altra. Quelle lettere mi hanno ulteriormente chiarito che la violenza contro le donne non conosce confini, né barriere culturali. Colpisce persone di tutte le età e provenienze.

Molte di quelle lettere parlavano di silenzio, solitudine e vergogna. E io conosco quella vergogna. E so che deve ricadere sui carnefici: devono provarla loro. A 73 anni non pretendo di avere la soluzione a un dramma che mai avrei immaginato di dover vivere. Però, voglio che le vittime sappiano che, anche se isolate, non saranno mai sole, perché milioni di altre, milioni di donne come noi, hanno subito la stessa violenza o la subiscono ancora. Voglio dire loro che possiedono risorse interiori di cui non sono consapevoli e che devono credere nella loro capacità di superare tutte le prove, anche quando sembrano non esserci speranze di farlo. E voglio anche dire loro di chiedere aiuto, di parlare e, quando possibile, di denunciare.

Affinché le vittime possano dire e chiedere aiuto, la società deve essere pronta ad ascoltarle e a tendere loro la mano. E può farlo solo tenendo in maggiore considerazione le loro voci, cambiando mentalità e offrendo un’adeguata educazione. Quando parlo di educazione, non mi riferisco solo all’istruzione dei bambini, adolescenti e giovani adulti: penso a un risveglio collettivo, a tutte le età, di consapevolezza delle cause profonde che permettono a questa violenza di esistere. Cambiare le leggi è molto più facile che cambiare la mentalità. Le donne premiate con il Dvf Award ci ricordano che ognuna di noi, a suo modo, può contribuire a questo cambiamento.

Il coraggio può assumere molte forme. Il coraggio di parlare. Il coraggio di difendere gli altri. Il coraggio di rifiutare l’ingiustizia. Il coraggio di trasmettere la conoscenza. A volte, semplicemente, il coraggio è la capacità di continuare a vivere e ricostruirsi.

Oggi, penso a tutte le donne vittime di violenza che lottano per riconquistare la propria integrità, sia nei tribunali che nella società: donne che, nonostante la sofferenza, studiano, lavorano, si prendono cura dei propri cari e cercano di rivendicare quella parte di felicità cui ogni essere umano ha diritto di aspirare. È a loro che desidero esprimere la mia ammirazione e dedicare questo Premio Dvf per la Leadership, affinché appartenga anche a loro e ricordi a ciascuna che la sua voce conta, che la sua dignità non può essere cancellata e che anche dopo le prove più terribili ci si può rialzare. Spero che il premio possa contribuire, in modo concreto, a questa lotta. Ecco perché ho scelto di donarlo all’associazione M’endors pas (Non addormentarmi), fondata da mia figlia Caroline, che è attiva nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sottomissione chimica, si impegna a insegnare a donne e uomini a riconoscere una forma di violenza ancora in gran parte sconosciuta e a sostenerne le vittime. È il mio modo di trasformare un premio in un sostegno concreto e per continuare, nel mio piccolo, la mia lotta.

Traduzione di Simonetta Sciandivasci

giovedì 3 settembre 2026

La musica rimossa

Franco Cardini
Ignoranze suprematiste

Il Fatto quotidiano, 3 settembre 2026

In Italia c'è sempre clima preelettorale. Non si fa più politica, si fa solo propaganda in cerca di voti.

 Se una parte del nostro elet­to­rato, la più igno­rante e la meno cosciente di che cosa sia la poli­tica seria, si dà all’anti­sla­mi­smo più becero e impianta una ridi­cola cro­ciata con­tro la pro­spet­tiva di una moschea a Vene­zia, ecco i destrorsi più tri­na­ri­ciuti par­tire all’assalto. E così per tutto.

Nono­stante ciò, non c’è dub­bio che la difesa della cul­tura occi­den­tale sia un sacro­santo dovere di tutti i buoni cit­ta­dini. Tan­topiù poi allor­ché si tratta di pre­sen­tare in modo spe­ciale la cul­tura ita­liana come ferro di lan­cia del mondo che ci si pro­pone di difen­dere. E il nostro Mini­stero, anche di recente, ha deciso in modo par­ti­co­lare di sal­va­guar­dare il cor­retto inse­gna­mento nella nostra scuola della sto­ria occi­den­tale in genere, di quella ita­liana in par­ti­co­lare.

Cul­tura bistrat­tata Per secoli l’opera ita­liana è stato il rife­ri­mento euro­peo

Mi per­met­te­rei di asso­ciarmi a que­sta buona causa ricor­dando come, quando si parla di glo­rie ita­liane, ce n’è una alla quale non si allude quasi mai: e il cui inse­gna­mento anzi, è un po’ la Cene­ren­tola della nostra scuola.

Per­ché ver­go­gnarci, amici di destra, del fatto che il Bel Paese è stato in pas­sato primo nell’eser­ci­zio di un’atti­vità pri­ma­ria della nostra cul­tura, e lo ha fatto addi­rit­tura in senso impe­ria­li­stico? Eppure tutto ciò è avve­nuto in uno di quei momenti che a scuola è uno dei più dimen­ti­cati: fra metà Cin­que­cento e metà Set­te­cento, allor­ché – sosten­gono sprez­zanti molti cul­tori di sto­ria – l’ita­lia era immersa nella ver­go­gna, preda delle pre­pon­de­ranze stra­niere. Ecco un bel­lis­simo tema di riscossa!

Su ogni leggìo del mondo, da Tokyo a Bue­nos Aires, un musi­ci­sta legge le stesse parole: alle­gro, ada­gio, piano, cre­scendo. Sono ita­liane, e nes­suno le tra­duce. È un resi­duo tenace di un’epoca in cui l’ita­liano fu la lin­gua franca di un’arte intera: e quell’epoca è, non per caso, quella che l’ita­lia con­tem­po­ra­nea pre­fe­ri­sce igno­rare oppure ama calun­niare.

Nel rac­conto che il paese fa di sé, i secoli fra Cin­que e Set­te­cento sono un vuoto. C’è lo splen­dore dei Comuni e del Rina­sci­mento, poi il buio della “deca­denza” e della “domi­na­zione stra­niera”, infine la reden­zione risor­gi­men­tale. Chi riven­dica iden­tità ed eccel­lenze ita­liane si ferma prima e riparte dopo, per­ché in mezzo l’ita­lia non era uno Stato: era un mosaico di corti e pro­vince che face­vano capo a Madrid, a Vienna, a Parigi. Come van­tare un’ita­lia­nità di ciò che poli­ti­ca­mente appar­te­neva ad altri?

L’obie­zione ha un difetto: scam­bia la sovra­nità per l’iden­tità. E l’osses­sione iden­ti­ta­ria è essa stessa recente: le nazioni, come ha mostrato fra gli altri Eric Hob­sbawm, sono costru­zioni moderne, figlie dell’otto e Nove­cento, non essenze che attra­ver­sano i secoli. Pro­prio la musica mostra quanto sia fra­gile lo scam­bio, per­ché il periodo di mas­sima subor­di­na­zione poli­tica coin­cide con quello di mas­simo irrag­gia­mento cul­tu­rale – e i due feno­meni cor­rono sullo stesso canale.

L’opera nasce a Firenze tra la Dafne di Peri, verso il 1598, e l’orfeo di Mon­te­verdi, 1607. Nell’arco di un secolo e mezzo diventa lo spet­ta­colo euro­peo per eccel­lenza, e lo diventa in ita­liano. Ma la via lungo cui viag­gia è esat­ta­mente quella delle monar­chie che “occu­pa­vano” la peni­sola. Vienna è il grande mer­cato dell’opera ita­liana: Meta­sta­sio vi è poeta cesa­reo per mezzo secolo, Salieri vi lavora una vita intera. Cate­rina II chiama Pai­siello e Cima­rosa a Pie­tro­burgo. Le tre opere mag­giori di Mozart, fra il 1786 e il 1790, sono in ita­liano su libretti di Lorenzo Da Ponte, veneto, poeta di corte a Vienna. La sud­di­tanza e l’ege­mo­nia non sono in ten­sione: sono la stessa cosa vista da due lati. Gli ospe­dali di Vene­zia e i conservatòri di Napoli – nati come isti­tu­zioni cari­ta­te­voli – espor­ta­vano can­tanti e mae­stri in tutta Europa; Cre­mona con Amati, Stra­di­vari e Guar­neri, espor­tava gli stru­menti. La mappa del potere dice ser­vitù, quella del pre­sti­gio dice ege­mo­nia, e dise­gnano lo stesso spa­zio. Non è solo que­stione di musica. Negli stessi decenni la com­me­dia dell’arte con­qui­stava le corti d’europa con le sue maschere: Arlec­chino diven­tava Arle­quin, i comici ita­liani reci­ta­vano per i re di Fran­cia, e a Parigi Tibe­rio Fio­rilli – lo Sca­ra­mou­che – divi­deva il tea­tro con Molière. L’attore sud­dito sostan­ziava il tea­tro del Re Sole.

Per­ché allora dimen­ti­chiamo tutto que­sto? Per­ché la sto­rio­gra­fia nazio­nale dell’otto­cento aveva biso­gno di un rac­conto a lieto fine, in cui l’unità poli­tica fosse il tra­guardo e tutto il resto la lunga attesa. In quello schema, tre secoli senza Stato non pote­vano che essere deca­denza. E c’è un’iro­nia in fondo all’idea: “espres­sione geo­gra­fica”, la for­mula con cui si liquida l’ita­lia pre-uni­ta­ria, è di Met­ter­nich, dell’austriaco: cioè, della potenza che avrebbe can­cel­lato l’ita­lia­nità men­tre la sua corte, in musica, par­lava ita­liano.

Va evi­tato l’ana­cro­ni­smo oppo­sto, però: non si tratta di ritro­vare una nazione che non c’era. Il punto è più netto. L’iden­tità cul­tu­rale fun­zionò senza lo Stato, e per­fino attra­verso la sua assenza. Non aveva biso­gno di sovra­nità per irra­diarsi.

Se oggi tutto que­sto ci suona estra­neo, una ragione è in casa. La riforma Gen­tile del 1923 fissò una gerar­chia dei saperi in cui il pen­siero teo­rico stava in alto e le arti pra­ti­che in basso: la musica fu con­fi­nata nel con­ser­va­to­rio, come adde­stra­mento pro­fes­sio­nale, ed espulsa dalla for­ma­zione del cit­ta­dino. Sotto cor­reva una radice filo­so­fica più pro­fonda: l’este­tica di Croce, ege­mone per gene­ra­zioni, non sapeva dove col­lo­care la musica stru­men­tale, muta di con­cetti. Il paese che aveva dato al mondo l’opera si diede una cul­tura alta strut­tu­ral­mente sorda al pro­prio mas­simo pro­dotto.

Il vuoto lasciato da quella sor­dità andava pure riem­pito, e i can­di­dati non man­ca­vano; solo che si sono rive­lati, uno dopo l’altro, troppo mal­fermi. Una gene­rica iden­tità “occi­den­tale”, invo­cata di con­ti­nuo e mai cir­co­scritta, che nes­suno sa dire dove cominci e dove fini­sca. Un’anti­chità greco-romana più imma­gi­nata che per­ti­nente, esi­bita come bla­sone e in realtà poco fre­quen­tata, ridotta a qual­che parola d’ordine. E quando ogni rife­ri­mento più alto si allon­tana o si dis­solve – com­presi il foot­ball e il cicli­smo, le glo­rie del dopo­guerra – ecco l’ultima spiag­gia, la più con­creta di tutte: la cucina, l’unica iden­tità che si debba esal­tare, ser­vire e difen­dere piatto per piatto; e i nostri liceali che sognano un futuro glo­rioso da chef. Quando lo sto­rico Alberto Grandi, sul Finan­cial Times nel 2023, ha osser­vato che la car­bo­nara è ricetta recente, la rea­zione è stata furi­bonda come se fosse stato toc­cato un pila­stro dell’esser ita­liani.

Non è un rim­pro­vero alla cucina, che ha una sto­ria degna. È il segno di una mono­cul­tura dell’iden­tità, cre­sciuta là dove si è reso muto tutto il resto.