Walter Nardon
Il beneficio dell'influenza. Conversazione con Michele Mari
Le parole e le cose, 17 aprile 2014
Walter Nardon: chiunque
voglia impegnarsi nell’arte deve confrontarsi con le opere dei
maestri e deve cominciare a farlo fin dagli anni della sua
formazione, oggi diremmo da quelli dell’istruzione scolastica.
Quale forma prende, però, questo rapporto? In che modo ci si
confronta con i maestri? Cosa resta di questo confronto? Molti anni
fa, riflettendo su questo tema, Harold Bloom parlò di angoscia o
ansia dell’influenza: The
Anxiety of Influence.
Scegliendo di intitolare questo incontro Il
beneficio dell’influenza,
tu hai espresso l’intenzione di partire da una prospettiva che si
oppone decisamente al libro di Bloom. Ti ringrazio e ti cedo dunque
subito la parola.
Michele
Mari: Partirò dall’occasione contingente che mi ha fatto
venire in mente questo titolo. Ero stato invitato da Marcello Fois a
tenere una lezione in una scuola di scrittura, a studenti che avevano
già superato numerosi corsi ed esami. Preciso che non ho mai voluto
insegnare in una scuola di scrittura, perché non credo che la
scrittura letteraria sia una materia insegnabile, perché non credo
di essere la persona adatta, perché non saprei da che parte
cominciare. Quando invece mi si chiede di parlare delle mie
idiosincrasie, o del modo in cui io lavoro, allora rispondo: se vi
interessa ve lo racconto, ma senza alcuna ambizione cattedratica e
senza alcuna intenzione esemplare.
Fois
mi disse: “Abbiamo un problema in cui da mesi siamo incartati.
Vorrei la tua illuminante parola. Il problema è che io mi sto
sforzando di far capire a questi ragazzi pieni di talento e di buona
volontà l’importanza della lettura, della conoscenza dei classici
– dove per classici non si intendono solo Eschilo o Tucidide, ma
anche Kafka o Gadda – perché questi ragazzi hanno un senso della
tradizione azzerato, o continuamente autoazzerantesi. Pensano che la
lingua e la letteratura nascano con una nuova percezione del mondo e
che tutto ciò che per loro è e sarà letteratura debba avere più o
meno la loro età biologica. Il resto è vecchiume, qualcosa di molto
rispettabile e di molto bello, come una vecchia magione di campagna
tanto lussuosa da non essere mantenibile, perché per farlo ci
vorrebbero maggiordomi, inservienti, giardinieri. Morale, la grande
letteratura tanto è bella quanto impraticabile, e perciò la si
lascia sullo sfondo. Vorrei far capire a questi studenti perché
invece la grande letteratura deve essere aggredita, violentata, ci si
debba dialogare, ci si debba muovere al suo interno, non ci si debba
solo sentire nani sulle spalle dei giganti. Certo ci si può sentire
nani, ma fra i piedi dei giganti, in mezzo ai giganti, non sulle loro
spalle, come se quei fiumi, quell’erba, quelle radici non ci
appartenessero più.”
Fois
si è quindi tirato da parte. La discussione si è dunque svolta fra
me e gli studenti, che hanno cominciato a pormi delle domande.
L’obiezione più frequente era questa: “Io quando leggo un
classico, e so che ne esistono tanti altri, vengo preso dallo
sgomento e dalla mortificazione, perché mi dico: a che cosa vale che
mi impegni a scrivere di quei dati turbamenti, di quei lutti, gioie,
avventure, se sono state già raccontate così bene, e pare
insuperabilmente, da Conrad, da Maupassant, da Gadda?” Di qui la
convinzione che tutto sia stato già detto e che a noi non resti che
il misero e avvilente ruolo di epigoni, di ricamatori alessandrini,
di chi possa più o meno dottamente girare intorno alle cose, ma con
lo spirito di chi scrive una nota al testo, non di chi entra nel
testo. Altri mi hanno detto: “La grande letteratura è
impraticabile, è imbarazzante, perché è ridotta a cartigli dei
Baci Perugina. Quella famosa frase di Shakespeare non è più
contestuale al mondo di Shakespeare, ma è divenuta contestuale ai
cioccolatini. Dante: Amor
ch’a nullo amato amar perdona,
una frase divenuta ora kitsch, blasfema.” Su questo punto devo dire
che ho avuto poco da rispondere. Ho avuto molto più da dire sul
primo interrogativo, su ciò che quei ragazzi confessavano in termini
di frustrazione e di rinuncia. Ho cercato di far capire che certe
cose non solo si possono continuare a dire bene e originalmente anche
se sono state già dette, ma che ci sono cose – anzi, la
letteratura è proprio la patria di queste cose – che si possono
dire solo
perché sono
state già dette, proprio
perché sono
state già dette. Ho citato quel famoso paradosso di La Rochefoucauld
che dice più o meno: se gli uomini non avessero mai sentito parlare
dell’amore, se non avessero mai letto un libro d’amore, se non
sapessero che esiste al mondo qualcosa che si chiama innamoramento,
non si innamorerebbero, ubbidirebbero solo ad impulsi primari e
animali. Che è poi quel che ci dice anche Dante. Paolo e Francesca
cadono nel peccato non perché – e in questo Dante si contraddice
felicemente – siano lussuriosi e incontinenti, no, cadono nel
peccato a causa della forza e del fascino della letteratura. Leggono
del bacio di Lancillotto e Ginevra e in quel momento cambiano il loro
destino, e diventano a loro volta personaggi letterari, perché
quello che è stato il destino esemplare di Lancillotto e Ginevra
diventa anche il loro. Chissà quanti adolescenti si sono dati il
primo bacio (o almeno lo hanno immaginato) avendo letto di Paolo e
Francesca…
Non
solo. Se pensiamo a tutta una serie di situazioni che non esistevano
nella percezione, che non avevano nome, e che hanno incominciato a
definirsi alla nostra coscienza di lettori o di scrittori (qui non
sto ancora distinguendo il rapporto che ha un lettore con la
tradizione da quello che ha uno scrittore), ci rendiamo conto di
quante percezioni e sensibilità ci siano state regalate dalla
letteratura: come se la letteratura ci avesse dato dei filtri
cromatici, delle lenti, degli amplificatori. Grazie alla potenza
dell’arte noi leggiamo la realtà molto più profondamente, molto
più archetipicamente (e molto più esteticamente) di quanto potremmo
farlo senza letteratura. Quando, nella pagina sportiva di un
quotidiano, si legge di un litigio fra il presidente e il suo
allenatore, o tra l’allenatore e la squadra, e si apprende che
all’interno dello spogliatoio della Cavese o della Sanbenedettese
c’è una sorta di spaccatura shakespeariana, ci potrà essere un
involontario effetto di parodia, ma sarà anche un’occasione per
andare sotto alle cose, e vedere quanto di drammatico, di
metastorico, di metacalcistico, si celi in esse.
E’
stato detto da tutti, ed è diventato un luogo comune, che dopo
Leopardi la luna non è più la stessa. Non c’è solo la luna
piena, quella calante, la falce a ponente, la gobba a levante, la
luna limpida: no, dopo Leopardi c’è anche la luna leopardiana, che
non è un satellite, è un pianeta. Esiste. Chiunque di noi in certe
sere la guarda e la riconosce. La letteratura ha aggiunto qualcosa
alla realtà, ha creato qualcosa. C’è un bellissimo racconto di
Borges, Una
rosa gialla,
dove si narra del cavalier Marino che scrive l’Adone e
si dispera perché ha l’ambizione di restituire la complessità
gaddianamente barocca e imprendibile del mondo – un po’ come i
geografi del famoso racconto della mappa dell’imperatore, che
vogliono cartografare in scala 1:1 il mondo e alla fine soffocano il
mondo sotto una carta grande come il mondo stesso. Marino ha
l’ambizione di dare un corrispettivo verbale del mondo, e quindi
scrive l’Adone,
anche se è continuamente preso da momenti di sconforto perché si
rende conto che per quanto lungo e bello il suo poema non sarà mai
come il mondo. Il mondo sarà sempre più ricco, più vario del suo
poema. Anche se per un istante il suo poema raggiungesse il mondo, un
secondo dopo il mondo sarebbe già lontano, avrebbe già prodotto un
nuovo filo d’erba, un nuovo girino, una nuova gemma. Di colpo
Marino si rende conto di cosa sia l’arte: non specchio del mondo,
come si va ripetendo platonicamente, non riflesso, epitome del mondo,
rincorsa riassuntiva del mondo: no, l’arte è una
cosa,
una realtà, un oggetto che viene aggiunto al mondo, e di colpo
Marino si rende conto del senso della propria vita: quella rosa
gialla che descrive nell’Adone non
è la copia vacua e verbale delle rose vere, ma è un’altra rosa,
una rosa sui
generis,
che si aggiunge alle rose. Il rapporto non è vicario, non è
subordinato.
Sono
esempi un po’ difformi e casuali, ma sono esempi che ci portano a
sospettare che, a furia di leggere libri, a furia di interiorizzare
aggettivi anche abusati come kafkiano o proustiano (oggi anche chi
non ha letto Kafka o Proust capisce, se non è del tutto sprovveduto,
cosa si intende con questi termini), troviamo forme di arricchimento,
forme di sensibilizzazione, sensori che fanno sì poi che, nei
confronti della vita, o di quella vita di secondo grado che è la
letteratura, il grande lettore abbia molte più antenne, perché ha
vissuto più vite. Vi chiedo: perché quando leggo un romanzo – e
posso addirittura essere pagato da un editore per farlo – posso
stabilire (certo anche sbagliando) che si tratta di un capolavoro o
di una schifezza, oppure posso sospendere il giudizio perché il
romanzo appartiene ad un genere che non fa per me? Perché invece chi
ha letto pochi romanzi, o li ha letti solo obbligato dalla scuola o
dalla famiglia e mai per proprio piacere, non è capace di fare
altrettanto? Perché io di romanzi ne ho letti infinitamente di più,
perché li ho letti con passione e trasporto quasi religioso, perché
li ho letti ogni volta come entrassi in un mondo di cui accettare
ciecamente le convenzioni e le regole, come quando si sogna e si è
totalmente pervasi da quelle angosce e da quelle gioie, secondo
quella che Coleridge chiamava la volontaria sospensione
dell’incredulità. Rimanete chiusi due ore in una sala
cinematografica, vedete un film di fantascienza, totalmente
inverosimile, ma trepidate, palpitate, vi emozionate, perché avete
sospeso l’incredulità. Provate ad andare al cinema con una persona
che non ha mai visto un film di fantascienza. E’ l’esperienza più
irritante del mondo. Sei lì, vedi Alien e
sei solo nell’astronave col mostro, e quell’altro ti comincia a
dire, dopo due minuti: “Che scemenza. Ma figuriamoci”. E’
raggelante. Poi quello magari legge la Bibbia e non dice mai: “Ma
figuriamoci”.
Aver
letto tanto mi ha consentito di vivere tante vite alternative alla
mia (che, evidentemente, se ero un tale compulsivo lettore, non
doveva essere molto gratificante); e il fatto che per me la
letteratura fosse quasi tutto ha fatto sì che, “da grande”,
quasi per una sorta di riflesso pavloviano, tutte le emozioni,
distrazioni, evasioni, scioglimenti emotivi, commozioni, esaltazioni
che già a loro tempo provocavano quel meccanismo di ricreazione che
è il parlottio interiore (il vero lettore entra nel libro e a libro
finito lo prosegue), si traducessero per contagio, per una sorta di
infezione, in letteratura. Non esiste un grande libro che non sia
infetto, diceva Manganelli, che non sia il regalo a doppio taglio di
un untore. Un grande libro non ti lascia più come prima. Se hai
letto la Cognizione
del dolore non
sei più come prima, soprattutto se hai avuto certe esperienze; ma
anche se non le hai avute. Mi ricordo che in età non sospetta,
quando lessi I
turbamenti dei giovani Törless,
ne rimasi turbato ben più del giovane Törless. I turbamenti erano i
miei. Quando ho fatto il servizio militare e ho incontrato figure di
prevaricatori simili a quelli che tormentano il povero Törless, ho
vissuto il mio servizio in quella chiave. Il che mi è stato anche
utile sul piano pratico, perché sapevo come il libro è andato a
finire, e comunque sapevo anche quanta miseria e quanta povertà
umana ci fosse dietro quella violenza. Era come se in quella vita ci
fossi già passato. Con questo non voglio dare della letteratura
un’idea di catalogo delle vite possibili, come se leggendo di più
fossimo più attrezzati, perché posso leggermi tutta la letteratura
sul pugilato, da Hemingway a Jack London, ma se poi litigo con uno
più grosso di me, con quattro sberle mi mette a terra. Da questo
punto di vista, anzi, la letteratura è per definizione ciò che “non
serve”.
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Il
primissimo racconto che ho scritto (nella mia fantasia era un
romanzo), dato che in quel periodo leggevo molto Poe, Lovecraft,
il Dracula di
Bram Stoker, si intitolava L’incubo
nel treno.
Era un thriller-horror, se oggi dovessero collocarlo. La cosa
particolare non è tanto il racconto in sé quanto il modo in cui
l’ho scritto, in cui l’ho reificato, perché ho preso un
cartoncino nero, ho messo dentro dei fogli – i miei erano grafici,
perciò avevo in casa del materiale e avevo ereditato un po’ di
pratica – li ho rilegati, ho goffrato e cucito la copertina, ho
preparato un frontespizio. Ho messo “Michele Mari” come autore,
“Mari Michele” come editore, e poi “Collana Libri neri, numero
1”. Il gioco, più che nel racconto, era nel confezionamento,
frutto a sua volta dell’aver maneggiato tanti oggetti che erano
libri. In questo caso l’influenza della letteratura nera o gialla è
stata linfa, vita, energia.
Siccome
penso che le forme artistiche siano ricche, generose, imprevedibili,
interagenti di volta in volta in modo dialettico con le persone, ho
sempre creduto che il tempo e la moltiplicazione dei romanzi non
esaurisse il dicibile. Il 90% dei libri che escono sono tutti uguali,
sono fatti con lo stampino. Cosa esauriscono? Esauriscono se stessi,
non esauriscono nulla. Quindi, non solo di cose da dire ce ne sono
sempre e sempre ce ne saranno, ma il fatto che i limiti sembrino
essersi ristretti rende il gioco più interessante. E’ come quando
Dante si trova a dover fare le acrobazie in una terzina per chiudere
rime difficilissime. E guarda caso proprio in quei punti gli escono
delle terzine geniali, perché ha il canto limitato. Naturalmente,
poi, ogni autore ha le sue profilassi e i suoi campanelli d’allarme.
Alcuni temi per me sono tabù, nel senso letterale del termine,
perché so che lì darei il peggio di me, la mia prosa sarebbe opaca,
stentata. Per esempio storie d’amore, scene di sesso.
Sempre
rifacendomi al tema dell’incontro, alla parola beneficio,
che non è una gran parola, lo ammetto, ma è quanto di meglio sia
riuscito a trovare, specularmente, rispetto all’angoscia di
Bloom, penso a tutto il filone della letteratura di mare. Sono
convinto che Stevenson, Melville, Conrad, London, chi più chi meno –
perché non tutti hanno sempre e solo scritto di mare – si siano
divertiti, si siano appassionati proprio perché il filone già
esisteva, abbiano sentito il piacere di essere una perla della
collana. Credo che qui narcisismo ed ego contino poi fino a un certo
punto, in quanto il piacere di far parte di una compagnia è premio a
se stesso. Se io sono un appassionato del pallone e mi invitano a
giocare nella mia squadra del cuore, o forse solo anche a portare le
borse col ghiaccio, per me è un grandissimo onore. Non pretendo di
diventare il numero dieci di quella squadra. Soltanto andare in
pizzeria con loro, dopo la partita, lo riterrei un privilegio. So che
può sembrare un discorso ingenuo, ma spesso scrivere di determinati
argomenti, secondo determinate retoriche e determinate topiche
dipende anche da un elemento affettivo. Così come noi ci scegliamo
certi amici, andiamo in certi ristoranti, ci vestiamo in un certo
modo, andiamo a funghi o non andiamo a funghi, andiamo a pesca o non
andiamo a pesca. Frequentiamo certi scrittori e non altri per avere
degli amici di famiglia, e gli scrittori pure, fra di loro, si
frequentano e si vampirizzano, si copiano, si sfottono, gareggiano.
Da qui nascono i grandi sodalizi, i grandi incroci per cui sembra che
tutto il meglio della letteratura si sia consumato in quel trentennio
in quel determinato punto del mondo, Londra o Vienna o Parigi o Roma.
C’erano
due grandissimi amici, di solito considerati inglesi, mentre in
realtà uno era un americano trapiantato in Inghilterra, Henry James,
e l’altro uno scozzese, Robert Louis Stevenson. Questi due
scrittori, che si stimavano enormemente e hanno intrattenuto un
bellissimo carteggio in cui discutono dei propri libri, hanno parlato
molto di queste cose. A Henry James, che aveva una stima assoluta di
Stevenson, non andava giù che questi continuasse a scrivere storie
di pirati. “Ma come, uno come te, con la penna che hai tu, che
potrebbe scrivere le cose più profonde, più psicologicamente
raffinate del mondo, bamboleggia con queste storie di pirati, di
coccodrilli, di gente ubriaca di rum nelle taverne?” Stevenson gli
rispose pubblicamente su una gazzetta da Edimburgo e gli disse: “Caro
Henry, evidentemente tu non hai mai giocato ai pirati da bambino,
perché se avessi giocato ai pirati non mi faresti questa obiezione.”
Piccato, James, che forse non aveva bene inteso l’argomento,
rispose: “Sì, in effetti non ho mai giocato ai pirati da bambino e
ne sono ben contento, perché quello dei pirati era un gioco
stupido.” Allora Stevenson, con la grazia che gli è propria,
disse: “Benissimo, l’argomento è chiuso per sempre. Adesso
sappiamo tutti quello che abbiamo sempre sospettato: il signor Henry
James non è mai stato bambino.” Quindi, da parte di Stevenson, la
frequentazione di questo genere è stato un atto volutamente
regressivo. Pensiamo anche a uno scrittore così diverso come
Dickens, che parla di scioperi, di problemi sociali, di governi: ma
quand’è che Dickens è Dickens? Quando parla di bambini, quando
parla di orfani, quando lui stesso torna bambino. Non penso solo
a Oliver
Twist o
a David
Copperfield,
ma anche al
suo racconto più famoso, il Racconto
di Natale,
in cui Dickens si è trasfuso in Ebenezer Scrooge, questo vecchio
cattivo, misantropo, acido, che però ci commuove perché, quando
vede se stesso bambino e capisce che è diventato così perché era
un bambino sempre solo, che nessuno invitava a giocare, dà luogo a
una grande trovata dello scrittore: noi ci commuoviamo, lui no. Lo
vediamo solo nell’aula, mentre tutti stanno fuori a giocare e lui
si dice: “Già, chissà perché me ne stavo tutto solo nell’aula?
Forse mi andava così.” Noi ci commuoviamo, lui lo trova normale.
(Questo tema regressivo, questa esuberanza del motivo infantile è
anche il motivo per cui la letteratura libera l’inconscio e più lo
libera quanto più è sorvegliata. Personalmente, ritengo che il più
grande regista dei nostri tempi sia stato Kubrick perché,
notoriamente perfezionista, ha fatto dei film – tranne l’ultimo,
che gli perdoniamo – che sono dei cristalli, eppure sono i film più
conturbanti e liberatori d’inconscio che io riesca ad immaginare,
che fra l’altro è anche il motivo per cui ieri abbiamo parlato dei
Pink Floyd e della loro classicità).