Hala Kodmani Walid Jumblatt, figura di spicco fra i drusi del Libano: alza la voce Libération, 26 maggio 2026
«Non mi piacciono queste formule orientaliste di Medio Oriente e Estremo Oriente, inventate dall'Occidente coloniale», afferma l'autore di "Un destino nel Levante". «Il Levante è più semplice, forse molto francese, è più circoscritto», spiega l'autore, che definisce i confini della sua regione come: Siria, Libano, Giordania, Palestina e Israele. Scritto con lo storico Sébastien de Courtois, il suo libro viene pubblicato cinquant'anni dopo quello di suo padre, Kamal Jumblatt, assassinato nel marzo del 1977 dai servizi segreti siriani, nel pieno della guerra civile libanese. L'illustre predecessore era il capo della comunità drusa, ma anche del «campo islamista progressista», come veniva chiamata allora l'alleanza tra la sinistra libanese e i palestinesi di Yasser Arafat, con base a Beirut. «Da figlio unico, mi era impossibile sfuggire al mio destino e a quello dei miei antenati fin dal XIX secolo», dice l'uomo che, a 28 anni, ha dovuto prendere il posto del padre. Nutrendo assoluta ammirazione e lealtà per il padre, si ritrovò a guidare la sua comunità, il Partito Socialista Progressista, e a combattere la guerra in corso contro le milizie della destra cristiana libanese. "Ho seguito le orme di mio padre in politica, ma non in religione. Lui aveva intrapreso lo studio del sufismo, poi del cristianesimo, e alla fine della sua vita cercò rifugio in un ashram in India per sfuggire al mondo arabo. Quando avevo 17 anni, cercò di trasmettermi un po' di quella gioia spirituale, ma io ero ribelle e gli dissi che non faceva per me."
Con i suoi grandi occhi azzurri sporgenti socchiusi, Walid Jumblatt parla a bassa voce, con voce stanca, frasi brevi, in un francese fluente. È cresciuto parlando la lingua con la madre libanese francofona. Poi, dopo il divorzio dei genitori , "Madame Yvonne ", la governante francese, si è occupata della sua educazione. Ha frequentato il liceo francese Abdel-Kader a Beirut. "Le donne della mia famiglia hanno sempre avuto un ruolo importante nella mia vita, in diverse fasi", afferma Jumblatt, che racconta del ritorno della madre per sostenerlo dopo l'assassinio del padre. Dedica persino un capitolo alla sua influente nonna paterna, Sitt Nazira, conosciuta come "la regina della montagna " a Moukhtara. "C'è una mancanza di riconoscimento per le donne nel mondo politico libanese e arabo", lamenta Joumblatt, che ha istituito una quota del 30% per le donne nel suo Partito Socialista Progressista.
Sposato per la prima volta, contro il volere del padre, con una bellissima attrice iraniana che "morì tragicamente dopo pochi anni di matrimonio", si sottomise poi a un secondo matrimonio combinato dalla sua famiglia con una lontana cugina circassa in Giordania. Gervette, madre dei suoi tre figli – due maschi e una femmina – condivise la sua vita per circa dieci anni. Ma fu il terzo matrimonio a rivelarsi quello giusto, con Nora Charabati, di origine siriana, sua compagna, confidente e protettrice, presente durante tutte le sue interviste. "Siamo sposati da trent'anni", dice Walid a Nora, che gli ricorda il loro matrimonio del 1989, prima di aggiungere con un sorriso: "Gli uomini non si ricordano mai queste date, vero???.
Sebbene affermi di essere sollevato per aver ceduto pacificamente le sue responsabilità al figlio maggiore, Taymour, membro del Parlamento libanese dal 2018, Walid Jumblatt non ha abbandonato completamente l'attività politica. L'uomo che ora appare come una figura saggia tra i leader libanesi estremisti delle varie fazioni si dispera per non riuscire a far sentire la propria voce. "Non posso più, non so più come parlare con Hezbollah! Ai tempi di Nasrallah, potevo contattarlo e discutere, ma dopo il suo assassinio per mano di Israele nel 2024, non c'è più nessuno con cui parlare. La nuova leadership è completamente sotto l'influenza iraniana", si lamenta. "Quanto al campo opposto, quelli che mio padre chiamava gli 'isolazionisti', i libanesi anti-Hezbollah sono completamente trincerati. Il leader cristiano, Samir Geagea, si crede Mosè. Tutti sono intrappolati nel ciclo della violenza e si scagliano insulti a vicenda, mentre nessuna voce ragionevole viene ascoltata".
Prima che il Libano esplodesse di nuovo in fiamme, Walid Jumblatt aveva tentato di proporsi come mediatore con la comunità drusa in Siria durante gli scontri con le forze delle nuove autorità di Damasco che nell'estate del 2025 causarono centinaia di morti. "Ricordavo che le foto di mio padre, Kamal Jumblatt, erano state esibite durante le pacifiche manifestazioni druse contro il regime di Bashar al-Assad due anni prima. Pensavo che sarei stato ascoltato, ma mi hanno odiato per aver incontrato il presidente Ahmed al-Sharaa . Ora sono considerato un traditore dai drusi siriani, che, per inciso, sono di origine libanese", lamenta il leader della comunità. Egli vede un crescente "isolazionismo druso". Chi lo sostiene afferma: "Non siamo arabi, ma una tribù separata, distinta persino dall'Islam". E Jumblatt denuncia il ruolo svolto da Israele nell'influenzare alcuni leader religiosi drusi siriani. "Sento crescere l'influenza separatista e partigiana", aggiunge Walid Jumblatt, che vede riemergere il vecchio progetto attribuito a Israele "per creare entità settarie, religiose e tribali, e per inventare qualsiasi cosa pur di destabilizzare l'intera regione".
Proseguendo con il suo monotono racconto dello scenario catastrofico che, a suo avviso, si sta delineando, indica "il disordine diffuso che si sta impadronendo del Medio Oriente" e denuncia "la totale impunità di Israele, che ha carta bianca per distruggere Gaza, il Libano meridionale e colonizzare ciò che resta del territorio palestinese in Cisgiordania". E quando gli viene fatto notare che Trump e Netanyahu non sono immortali, ricorda a tutti che il primo rimarrà alla Casa Bianca per quasi altri tre anni e che il secondo sta portando avanti il progetto sionista, vecchio di oltre un secolo. Prevede che la guerra contro l'Iran si protrarrà "perché sono in molti a trarne vantaggio, tra cui le aziende produttrici di armi e di petrolio. Quanto ai fornitori di nuove tecnologie di intelligenza artificiale, hanno un campo di prova nel Golfo! Inoltre, la borsa è in rialzo, e così anche l'oro ", osserva l'uomo che ammette di essere "completamente pessimista". È nero, è nero, non c'è più speranza!
Stefano Petrucciani Gennaro Sasso, nel protagonismo della filosofia italiana il manifesto, 26 maggio 2026
Nel panorama della recente filosofia italiana Gennaro Sasso,
scomparso ieri all’età di 97 anni, è stato per varie ragioni una
figura assolutamente singolare. Unica era la sua capacità di
attraversare discipline e campi di studio molto diversi. Dopo aver
esordito come storico delle dottrine politiche (Urbino fu la sua
prima sede) e come studioso di Machiavelli, Sasso, presto chiamato in
Sapienza, ha dato contributi fondamentali agli studi su Platone,
Lucrezio, Dante, Croce, Gentile, la cultura italiana del Novecento,
per citare solo i suoi maggiori campi di lavoro.
L’ALTRA
CARATTERISTICA che ne fa una personalità unica è la
incredibile quantità di volumi (certo più di cinquanta) che ha
pubblicato. La sua impressionante capacità di lavoro (lo dico con
cognizione di causa, avendolo seguito dai tempi dell’Università ed
essendomi laureato con lui) non si era attenuata neanche dopo il
superamento del traguardo dei novant’anni.
Data la vastità
dei suoi interessi, Sasso ha sviluppato la sua personalità
scientifica in diverse direzioni. Cominciò con Machiavelli, un
autore che non ha mai abbandonato. Il «segretario fiorentino» era
infatti per lui un amore destinato a durare: ne apprezzava e ne
condivideva il realismo politico, non meno che la pugnace polemica
anticristiana. Per quanto riguarda invece la filosofia speculativa,
Sasso inizia a svilupparla con un singolare volume di circa 1200
pagine, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica,
che pubblica nel 1975. Dal punto di vista della storia della cultura,
Sasso voleva contrastare la rimozione di Croce che aveva segnato la
filosofia italiana dopo il 1945. Ma non lo faceva certo da una
posizione «crociana»; al contrario, dava di Croce una lettura
fortemente aporetica, perché la sua ricerca della dialettica si
risolveva, come quella hegeliana, in un fallimento.
LA
RICERCA TEORETICA di Sasso si volgeva perciò verso
un’alternativa radicale, verso un’ontologia della immobilità
come quella di Parmenide. Alla costruzione di una filosofia
dell’Essere, ben diversa però da quella di Heidegger, Sasso si
dedicò innanzitutto nel volume Essere e negazione, del 1987. A
partire da lì, ha sviscerato in molte direzioni i problemi che
l’approccio ontologico portava con sé: il rapporto dell’unica
verità con le tante opinioni, del permanente con il mutevole e il
divenire. Questo è ancora il filo che Sasso segue nel suo ultimo
grande libro, uscito per Bibliopolis nel 2024 col titolo: Essere,
storia. La virgola che separa i due termini, dove ci aspetteremmo una
congiunzione, sta appunto a significare che tra le due dimensioni non
c’è rapporto, che l’ontologia non spiega il mondo e non se ne
lascia contaminare.
Ma
proprio perché la sua teoresi si collocava in una dimensione così
inospitale, Sasso ha sempre bilanciato la ricerca teoretica con
vastissimi interessi di storia della cultura. Da Machiavelli e
Guicciardini è passato all’idealismo italiano di Croce, Gentile e
dei loro allievi (notevolissimo il libro su Ernesto De Martino); poi
è risalito indietro a Dante, protagonista assoluto dei suoi studi
dell’ultimo ventennio. Era tanto insofferente verso le molte forme
di malcostume italico, quanto intento a rivendicare (non con i
proclami, ma con le migliaia di pagine scritte) le vette della
cultura italiana. Una forma di singolare amore per il suo paese:
sulla nostra cultura vertono infatti quasi tutti i suoi libri (anche
se in essi non mancano finissime discussioni di grandi pensatori come
Kant, Hegel, Heidegger e tanti altri).
SASSO
NON ERA SOLO uno studioso ma anche impegnato su molti
fronti. Accademico dei Lincei; direttore dell’Istituto italiano di
studi storici di Napoli, la «scuola» fondata da Benedetto Croce
alla quale dette un nuovo impulso; direttore della rivista «La
Cultura». Era anche uno straordinario docente: a lezione sezionava
puntigliosamente le pagine dei grandi classici antichi e moderni, da
Aristotele a Kant, e concludeva invariabilmente mostrando le aporie
che ne insidiavano i levigati sistemi.
Alessandro De Angelis Se il campo largo è ancora da inventare La Stampa, 27 maggio 2026
Peggio del voto c’è solo il dopo-voto, come accade spesso in questi tempi di social-democrazia, intesa come democrazia dei social, grande luna park del battutismo quotidiano. Chi vince, anche nel paesino più sperduto, accende giostra e lucette neanche avesse preso la Bastiglia, sopravvalutando il risultato a favor di curva. Chi perde, in questo caso il centrosinistra, le spegne. Financo negando il valore politico del voto, che aveva amplificato prima. Testuale di Elly Schlein: «Da qui (Venezia) parte la riscossa per battere il governo».
Ebbene sconfitta e frettolosa rimozione, come valore politico, sono più grandi di Venezia e del test locale nel suo insieme. Lo sono in relazione al contesto: un voto dopo la scossa referendaria, un pesante aggravamento delle condizioni materiali del Paese, segnalato da ultimo anche ieri da Confindustria e accolto da una premier disarmata su salari e energia. E lo sono in relazione all’iniziativa messa in campo: pressoché inesistente in uno schieramento che ha messo in scena il Festival delle ambizioni e della vanità. Come se ormai le “secondarie” fossero un dato acquisito dopo il referendum, è partita la competizione tutta tarata sulle “primarie”.
I mesi trascorsi (e buttati) sono la storia di ego sfoggiati più che di progetti costruiti, da parte di leader (del centrosinistra) che non hanno trovato una sola occasione per chiudersi in una stanza e mettere giù almeno quelle quattro o cinque cose da fare se andassero al governo. Persi, ognuno coi propri sodali, tra campagne d’ascolto, foto opportunity e toto-cariche tra chi sogna palazzo Chigi, chi il Quirinale, chi si vede alla presidenza del Senato e chi al Viminale.
Ecco il film proiettato. L’uno (Giuseppe Conte) prima ha proposto le primarie, e ha scritto anche un libro per l’occasione, poi ha frenato sulle primarie, pensando evidentemente per sé a una carica istituzionale. E, dopo lo «scavalcamento a sinistra», si è cimentato nello «scavalcamento al centro», segnalato da una postura più moderata nei toni e nei temi. A confronto, Matteo Renzi, sembra un «tupamaro» con la sua guerriglia di manifesti nelle stazioni.
L’altra (Elly Schlein), in auto-promotion internazionale, tra un incontro con Obama, uno con Bernie Sanders e un vertice del Pse a Barcellona, ha lanciato, come unica iniziativa, una «piazza per la pace». Poi se ne è persa traccia. Serviva solo quel giorno per oscurare, con un titolo forte, la presentazione in pompa magna del libro di Conte. Con una agenda così fitta, non c’era il tempo per cimentarsi con le candidature dove si registra, come ogni volta su liste e candidati, la rinuncia alla discontinuità e al rinnovamento, da Venezia a Salerno. È la fotografia di uno iato tra un’ambizione coltivata (palazzo Chigi), peraltro accompagnata da un radicalismo parolaio, e una prassi da notaio delle correnti.
Il tema che si propone nella sua urgenza, nel voto di Venezia - circoscritto nella Ztl e perso nelle zone popolari anche sul tema sicurezza - e altrove intercettato solo attraverso la filiera dei “capibastone”, è quello del “popolo”. Se il problema fossero le primarie, la discussione si potrebbe chiudere qui. Le vince Elly Schlein proprio grazie all’organizzazione del partito, da ricompensare poi distribuendo seggi in Parlamento. Non c’è partita con Conte che a Reggio Calabria non riesce neanche a presentare le liste e nel Nord è al tre per cento.
Ma il problema squadernato è ben altro. E attiene alla costruzione di un’alternativa, perché il popolo non è un’entità sociologica che si mobilita nella declamazione di ciò che non va, ma una composizione politica complessa. Non basta agitare gli indicatori di Pil per creare un’appartenenza. Come non bastano i numeri del no al referendum, perché lì dentro c’è una potenzialità su cui lavorare non un «già fatto»: tanti popoli diversi, liberi proprio dalla logica di schieramento, compresa quella «generazione Gaza» che poco si appassiona ai cacicchi. E, infatti, proprio perché è un’altra cosa, dopo la grande partecipazione al referendum, è tornata la grande astensione alle comunali.
Dunque l’errore del centrosinistra riguarda proprio l’analisi di fondo, nel rapporto tra sé e il popolo. Non è l’unità dall’alto contro qualcuno che crea il basso, a maggior ragione non la crea una competizione leaderistica senza un progetto collaudato. Ma il processo sociale guidato - e i comuni sono una frontiera del basso - attorno a cui prende forma un corpo e una testa. Ed è proprio della politica “separata” dal popolo, praticare la rimozione della sconfitta e il non concepirsi fuori dalle alchimie e dall’autoreferenzialità del linguaggio. In definitiva, la rinuncia a essere alternativi a se stessi, come unico modo per costruire un’alternativa agli altri.
Alvise Sperandio Parla Simone Venturini: "Per Venezia ho rinunciato al posto fisso. Premiato il programma non ideologico" Avvenire, 26 maggio 2026
Con i suoi 38 anni, il civico Simone Venturini diventa il più giovane sindaco della storia di Venezia. Ha vinto al primo turno, con il 51% dei voti e un risultato strabiliante della lista che porta il suo nome: 30%, primo partito in città. Due mesi fa, quando l’aveva presentata, aveva presagito questo risultato mentre più di qualcuno lo pensava esagerato. Il “ragazzo di Marghera”, sposato con Carolina Fullin e oggi residente in centro storico a due passi dal municipio di Ca’ Farsetti, si è laureato in Giurisprudenza all’università di Padova. È cresciuto in parrocchia, un impegno nel volontariato e nell’associazionismo con gli scout. Ha partecipato alla scuola di formazione all’impegno sociale e politico della diocesi di Venezia negli anni in cui era patriarca il cardinale Angelo Scola. Eletto per la prima volta consigliere comunale nel 2010 nelle fila dell’Udc, nel 2015, con la discesa in campo dell’imprenditore Luigi Brugnaro, è entrato nella sua “lista fucsia” ed è diventato assessore. Incarico confermato nel 2020, quando è stato il candidato più votato, con deleghe di peso: Sociale, Turismo, Sviluppo economico, Casa e Lavoro. Se gli chiedi chi sia la figura che più ha segnato la sua formazione, Venturini risponde: «San Giovanni Paolo II». Sindaco Venturini, quando ha capito che avrebbe dovuto mettersi in gioco per la città? È un percorso iniziato tanti anni fa. Sentivo questa ispirazione. Ne parlai con il cardinale Scola con cui mi sono più volte consigliato. Ho studiato molto la Dottrina sociale della Chiesa e quando sono diventato amministratore, ho cercato di metterla in pratica. Lei sindaco a 38 anni, in Veneto governatore Alberto Stefani a 33: è la gioventù che avanza? Anche lui, come me, è cresciuto in parrocchia. Lui, poi, è esperto di diritto canonico. Siamo amici e questa alleanza Regione-Comune servirà molto a Venezia. Perché si è candidato? Sei mesi fa ho rinunciato a un posto sicuro in Regione. Mi sono chiesto dove sarei stato più utile e ho scelto. Se mi fossi accomodato in un posto sicuro, avrei seppellito i miei talenti. Invece ho preferito metterli in gioco, pur col rischio di perdere tutto. Come dice il cardinale Scola: liberi dall’esito. Come si spiega un risultato così netto? I cittadini hanno premiato un programma molto pratico e una proposta non ideologica. Soprattutto i cittadini hanno scelto la persona. Sono 11 anni che cerco di essere dappertutto, sette giorni su sette, “h24”. La città la conosco bene, ci ho messo la faccia. È anche un premio alla doppia giunta Brugnaro? Sicuramente è un riconoscimento fatto all’enorme lavoro di questi anni. Abbiamo risanato la città e l’abbiamo rilanciata. Più che di continuità parlerei di evoluzione. Come assessore, di quali risultati è più orgoglioso? Nel sociale ho raddoppiato il budget. E ho assegnato 1.200 case pubbliche, molte a giovani coppie che iniziavano la vita in comune. Ha mai temuto di non farcela dopo che in città, alle Regionali di novembre, aveva vinto il centrosinistra e dopo l’affermazione recente in Comune del No al referendum? La strada era in salita. Dall’altra parte erano molto sicuri di loro, ma mentre qualcuno ha messo in giro ad arte dei sondaggi “fake”, io sentivo nell’aria una narrazione diversa. Ero ottimista. Quale sarà la prima cosa che farà da sindaco? La costituzione di un board di livello internazionale di ambasciatori nel mondo di Venezia, per attrarre investimenti e talenti. Venezia ha il problema del cosiddetto “overtourism”: resterà il ticket d’accesso per i giorni da “bollino rosso”, per la massiccia presenza di visitatori in centro storico? Ha funzionato, resterà e lo potenzieremo, sempre con lo strumento della prenotazione. Venezia ha l’urgenza della salvaguardia: quale futuro per il porto? Il porto deve continuare a operare, per cui bisogna fare le opere di manutenzione ordinaria, in primis scavare i canali. Il Mose è una realtà, per anni ci sono stati i comitati che l’hanno sempre avversato. Oggi ci salva dalle acque alte. Certo, c’è molto da fare sulle opere complementari. Venezia a Statuto speciale è più un’ipotesi o un’utopia? È una battaglia da portare avanti tutti, ma è un obiettivo a medio-lungo termine, visto che serve una riforma costituzionale. Nel frattempo c’è la quotidianità da gestire: l’unicità di Venezia chiede un rifinanziamento strutturale della legge speciale. Ora è sindaco di Venezia. È l’inizio anche di un’avventura politica nazionale?Per me questo è un punto d’arrivo. Non c’è niente di più importante e di più bello che servire la città del tuo cuore.
Non è stata resa nota la causa del decesso, ma il comunicato afferma che "il Colosso del Saxofono" è morto nella sua casa di Woodstock, New York, lunedì pomeriggio. Il comunicato riportava una riflessione di Rollins sulla morte: "Credo che quando una persona creativa muore, continui a vivere nell'esistenza successiva. Io credo che questa vita non sia la fine di tutto. Una persona spirituale non la pensa così."
Con oltre 60 album pubblicati a partire dalla fine degli anni '40, incluse collaborazioni con Miles Davis, Thelonious Monk, John Coltrane e altri, Rollins è stato una delle ultime stelle viventi della generazione bebop , che ha portato il jazz da una forma prevalentemente da ballo o ballata a un territorio espressivo nuovo e sorprendente.
Rollins stesso era un genio della melodia, le cui linee brillanti e orecchiabili – siano esse standard jazz o composizioni proprie – venivano rielaborate, ampliate e rimodellate in assoli improvvisati e talvolta epici. Il sassofonista Branford Marsalis lo ha definito "il più grande improvvisatore nella storia del jazz" insieme a Louis Armstrong; quando gli conferì la National Medal of the Arts nel 2011, Barack Obama disse che Rollins lo aveva ispirato a "correre rischi che altrimenti non avrei corso".
Walter Theodore Rollins nacque a New York nel 1930 e crebbe nel quartiere di Harlem, guadagnandosi il soprannome di Sonny dalla nonna. Ispirato dalla sorella pianista e dal fratello violinista, nonché da eroi del jazz come Louis Jordan e Fats Waller, iniziò a studiare il sassofono a sette anni. La scena jazz della sua zona era così vivace che una delle sue prime band, al liceo, annoverava tra le sue fila future star come Jackie McLean , Kenny Drew e Art Taylor; subito dopo aver terminato gli studi, iniziò a suonare con talenti locali come Bud Powell e con star in tournée come JJ Johnson , e iniziò a comporre i suoi primi brani.
Rollins una volta si descrisse come "primitivo... mi lascio guidare più dalle emozioni che dalla ragione", e fu proprio questa propensione a rompere con le convenzioni e ad abbracciare l'improvvisazione che contribuì a tracciare una nuova rotta per il jazz insieme a Davis, Charlie Parker e altri nella scena bebop, che presto si sviluppò ulteriormente nell'hard bop e nel post-bop. Lo stesso Davis scrisse di come Rollins divenne rapidamente "una leggenda, quasi un dio per molti dei musicisti più giovani... era un musicista aggressivo e innovativo che aveva sempre idee musicali fresche". Dal canto suo, Rollins, ricordando i suoi primi anni di vita, disse: "Il jazz è bello . Non è solo musica da lezione, non è musica per ballare. È tutto. Non ti fa venire voglia di litigare. Ti fa sentire che c'è un Dio".
Fu però distratto dall'eroina e nel 1950 commise una rapina a mano armata per procurarsi i fondi necessari a finanziare la sua dipendenza, descrivendosi in seguito come "un personaggio davvero spregevole... Ho allontanato tutti tranne mia madre". Fu incarcerato per 10 mesi a Rikers Island, a New York, ma riuscì a disintossicarsi grazie a un programma di riabilitazione nel 1955.
La disintossicazione contribuì a stimolare una straordinaria esplosione di creatività: Rollins pubblicò il suo album di debutto come leader della band nel 1953 e ne registrò altri 17 entro la fine del decennio, tra cui capolavori come Saxophone Colossus (1956) , che includeva il brano simbolo St Thomas , un omaggio al calypso e intitolato al luogo di nascita caraibico di sua madre; lo stile "strolling" senza pianoforte esplorato in Way Out West (1957); e Freedom Suite (1958) , dove la sua composizione emancipata nella title track di 20 minuti divenne un'elegante argomentazione a favore della libertà nel pieno del crescente movimento per i diritti civili. Tra i suoi collaboratori di questo periodo figurano Dizzy Gillespie, Max Roach, Art Blakey e altri.
Nel 1959, Rollins si prese una pausa di tre anni dalle registrazioni e dalle esibizioni dal vivo, affinando la sua arte esercitandosi fino a 15 ore al giorno sulla passerella pedonale del ponte di Williamsburg, in parte per non disturbare i vicini – esperienza che ispirò il suo album del ritorno del 1962, The Bridge . A parte un altro periodo sabbatico tra il 1969 e il 1971, durante il quale si recò in un ashram indiano per studiare yoga, filosofia e meditazione, in questi due decenni si unì alle correnti avanguardistiche e fusion della scena jazz, suonando musica latinoamericana in What's New (1962); improvvisazioni più libere (ma comunque molto melodiche) in Sonny Meets Hawk! (1963) e East Broadway Run Down (1966); e, negli anni '70, interpretazioni in chiave R&B di brani di Stevie Wonder, Patrice Rushen e altri. Ha inoltre composto ed eseguito la colonna sonora del film Alfie del 1966 con Michael Caine (esclusa la canzone tema di Cilla Black).
Negli anni '80, continuò a fondere il suo stile con il funk e il calypso, e contribuì con un assolo non accreditato all'album dei Rolling Stones del 1981, Tattoo You. Spostò le sue esibizioni dal vivo dai "night club pieni di fumo e di gente che batteva la cassa" a palchi più grandi, e si impegnò nella lotta contro la crescente crisi climatica con concerti di beneficenza e con il suo album del 1998, Global Warming . "In questo momento, è come se fossimo sul Titanic, ma tutti stessero solo guardando il Titanic", disse in seguito.
Rollins si sposò due volte: la prima (e breve) con Dawn Finney nel 1957. In quell'anno conobbe la sua seconda moglie, Lucille Pearson, che sposò nel 1965, rimanendo insieme fino alla morte di lei nel 2004. L'11 settembre la coppia si trovava a casa, a soli sei isolati dal World Trade Center, e fu evacuata nello stato di New York, con Rollins che portava con sé solo il suo sassofono. Tre giorni dopo, si recò a Boston per un acclamato concerto dal vivo che sarebbe stato pubblicato con il titolo Without a Song: The 9/11 Concert , e che gli valse un Grammy come miglior assolo strumentale jazz. Rollins in seguito dichiarò al Guardian: "Ho perso molti oggetti preziosi l'11 settembre e ho imparato una lezione: i beni materiali non sono ciò che conta".
Nel 2004 ha ricevuto un Grammy alla carriera e, dopo aver girato il mondo e essersi esibito per tutta la vita, si è ritirato nel 2014 a seguito della diagnosi di fibrosi polmonare. " Ho attraversato un periodo di depressione; ero davvero a terra ", ha dichiarato nel 2017. "Avevo intrapreso questa ricerca per cercare di realizzare il mio potenziale con la musica, e non essere più in grado di suonare significava che non avrei avuto la possibilità di farlo. Ma alla fine sono uscito dalla depressione quando ho capito che, invece di essere depresso, avrei dovuto essere grato . Ho avuto l'opportunità di vivere una vita da musicista, cosa che ho sempre desiderato fare."
Una volta disse che il suo obiettivo era "raggiungere un livello in cui non smetterò mai di progredire " e persino nel 2013, poco prima del suo ritiro, sosteneva di avere ancora molto da fare: "La gente dice: 'Sonny, prenditela con calma, rilassati. Il tuo posto è sicuro. Sei il grande Sonny Rollins; hai tutto ciò che ti serve'. Io sento queste cose e penso: 'Beh, al diavolo Sonny Rollins. Voglio andare oltre Sonny Rollins. Molto oltre'".
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