sabato 23 maggio 2026

Il nemico facile


Francesca Mannocchi
Ben Gvir, il nemico facile, ecco perché non si può accusare solo lui

La Stampa, 23 maggio 2026

Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra le centinaia di attivisti della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte di una nave, mani legate dietro la schiena, volti a terra ha fatto il giro del mondo. Ben-Gvir ha la bandiera israeliana in pugno, si avvicina a uno di loro e dice: «Benvenuti in Israele. Siamo i padroni di casa». Da un altoparlante si diffonde l’inno nazionale. Una donna urla «Free Palestine» e viene buttata a terra da un agente. Lo sdegno è stato immediato e pressoché universale. Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno convocato gli ambasciatori israeliani. Il presidente Mattarella ha parlato di «trattamento incivile». Tajani di «linea rossa superata». Persino Netanyahu ha preso le distanze, definendo il comportamento del suo ministro contrario ai valori e alle norme di Israele. Ed è esattamente qui, in questo sdegno compatto e soddisfatto, che si annida il problema.

Le immagini sono insopportabili non perché mostrino qualcosa di sconosciuto, ma perché lo mostrano senza più mediazioni, ed è precisamente qui che comincia l’ipocrisia. Perché Ben-Gvir è un nemico facile. È volgare, esplicito, compiaciuto della propria brutalità. Non chiede neppure lo sforzo dell’interpretazione. È l’estremista che si presenta come estremista, il ministro che fa della crudeltà una scena pubblica, l’uomo che consente alle democrazie occidentali di indignarsi senza interrogarsi troppo. Se il problema è lui, allora basta sanzionare lui. Se il problema è la sua oscenità personale, allora basta espellerla simbolicamente dal perimetro della rispettabilità.

Ma Ben-Gvir non è il contrario del sistema israeliano. Ne è una forma più esibita, più sfrontata, più impaziente. Non è l’incidente che contraddice la norma. È l’estremo che permette di leggere il centro. Da anni, e con una accelerazione feroce dopo il 7 ottobre, Ben-Gvir ha fatto delle prigioni uno dei luoghi centrali della sua politica. La novità è che questa volta i corpi inginocchiati erano corpi europei, occidentali, riconoscibili all’opinione pubblica che di solito riesce a distogliere lo sguardo quando gli stessi gesti e umiliazioni ben peggiori che vengono inflitte ai palestinesi. È questa la soglia morale che il video rivela: per anni la detenzione palestinese è stata raccontata come un capitolo interno alla sicurezza israeliana, un materiale opaco, periferico, confinato nelle denunce delle organizzazioni per i diritti umani. Quando la stessa grammatica è stata applicata agli attivisti stranieri, è diventata scandalo internazionale. Non perché fosse più grave, ma perché era leggibile come violazione di un corpo che l’Europa riconosceva come simile a sé.

Ma l’errore più grave sarebbe fermarsi al carattere grottesco del ministro. Ben-Gvir non nasce nel vuoto. Non cade dal cielo sulla politica israeliana come una deviazione improvvisa. È il prodotto di una lunga abitudine al doppio regime: democrazia per alcuni, dominio militare per altri; cittadinanza piena da una parte, permessi, check-point, detenzione amministrativa, demolizioni, espropri dall’altra; diritto come garanzia interna e diritto come amministrazione della subordinazione nei territori occupati. Una democrazia può continuare a chiamarsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza concedere loro sovranità, uguaglianza, libertà di movimento, rappresentanza politica? La domanda non nasce con Ben-Gvir. Lui la rende soltanto più difficile da eludere. C’è un modo molto comodo di guardare all’estremo: usarlo per assolvere il centro. Ma le società non precipitano nell’estremo soltanto quando eleggono uomini estremi. Ci arrivano prima, quando si abituano a eccezioni permanenti, quando costruiscono categorie di esseri umani per i quali la dignità diventa condizionata, quando convincono sé stesse che il diritto può valere pienamente dentro i propri confini e sospendersi appena oltre una linea militare.

Lo stesso vale per gli insediamenti. Pensare che l’annessione strisciante della Cisgiordania sia una invenzione esclusiva di Netanyahu o della destra messianica significa cancellare una parte decisiva della storia israeliana. L’impresa degli insediamenti comincia dopo il 1967, attraversa governi diversi, anche laburisti. La destra religiosa e nazionalista l’ha radicalizzata, ha smesso di dissimularne il fine, ha trasformato l’occupazione in annessione dichiarata. Ma non l’ha inventata. Netanyahu l’ha protetta, accelerata, normalizzata dentro alle istituzioni. Smotrich e Ben Gvir l’hanno resa programma ideologico esplicito. Quegli insediamenti non sono cresciuti solo sotto governi di destra. Sono cresciuti sotto Rabin, sotto Barak, sotto Olmert. Successivi governi israeliani hanno sfruttato il complesso schema giurisdizionale degli accordi e le numerose scappatoie per minimizzare il trasferimento di territorio e autorità alle istituzioni palestinesi, usando Oslo come copertura per l’espansione massiccia degli insediamenti.

Ben-Gvir non è il padre di questa storia. Ne è il figlio più rumoroso.

Per questo la sanzione individuale contro Ben-Gvir, da sola, serve a dire: abbiamo identificato il mostro, abbiamo isolato l’eccesso, il resto può continuare. Ma il punto non è punire un ministro per avere umiliato degli attivisti davanti a una telecamera, il punto è riconoscere che quella umiliazione appartiene a una politica di Stato, a una cultura dell’impunità che nessun governo europeo può più fingere di non vedere. L’Europa non manca di strumenti. Può sospendere accordi, interrompere privilegi commerciali, bloccare cooperazioni, applicare misure contro lo Stato e contro le istituzioni che rendono possibile la violazione sistematica del diritto internazionale. Quello che manca non è l’architettura giuridica. È la volontà politica. Guardare Ben-Gvir, allora, serve se capiamo che l’estremo è un rivelatore, mostra ciò che il linguaggio istituzionale aveva reso più accettabile, ciò che i governi precedenti avevano amministrato con toni più sobri, ciò che l’alleanza occidentale ha tollerato perché veniva ancora pronunciato nel vocabolario della sicurezza.

La domanda, dunque, non è se Ben-Gvir meriti sanzioni. La risposta è ovvia. La domanda è perché si continui a pensare che sanzionare Ben-Gvir basti. Perché un ministro può essere rimosso, isolato, interdetto, e tuttavia il sistema che lo ha reso possibile può restare in piedi, continuare a espandere insediamenti, a incarcerare senza processo, a restringere il cibo dei detenuti, a governare vite palestinesi come materiale amministrativo. L’indignazione per Ashdod avrà senso solo se smetterà di funzionare come una parentesi morale. Solo se porterà l’Europa a dire che il problema non è l’imbarazzo prodotto da un video, ma la lunga normalizzazione politica di ciò che quel video ha mostrato. Ben-Gvir è la faccia più facile da guardare. Proprio per questo è anche la più pericolosa: perché permette di non guardare tutto il resto

Cosa dice El Koudri

l'avvocato Fausto Gianelli

Alfio Sciacca
L'ossessione di El Koudri: volevo lavorare, lo devo ai miei

Corriere della Sera, 23 maggio 2026

Salim El Koudri cerca di spiegare. Parla per la prima volta di ciò che lo tormentava. Quel tarlo che lo avrebbe spinto a lanciarsi con l’auto in corsa sulla folla in pieno centro a Modena. «I miei genitori hanno fatto tanti sacrifici per far studiare me e mia sorella. Non potevo deluderli. Avevo assolutamente bisogno di trovare un lavoro, ma si erano messi tutti contro di me».

MODENA «I miei genitori sono stranieri e hanno fatto tanti sacrifici per farmi studiare, non potevo deluderli. Avevo il dovere di trovare un lavoro adeguato, ma si erano messi tutti contro di me». Salim El Koudri, per la prima volta, prova a spiegare ciò che lo tormentava e che lo avrebbe spinto a lanciarsi con l’auto in corsa sulla folla in pieno centro a Modena. Ieri ha incontrato il suo legale Fausto Gianelli. Oltre due ore di colloquio.

L’avvocato

«Mi ha chiesto della turista amputata e come stanno le altre persone investite»

Ha parlato di quello che nella sua mente era una sorta di complotto per impedirgli di trovare un’occupazione. Lui che è italiano, ma si sentiva trattato ancora da marocchino. Durante l’interrogatorio di garanzia, quando gli era stato chiesto di declinare la nazionalità, con tono sicuro aveva risposto: «italiana». E ieri ha insistito: «Io sono italiano. Sono nato qui. Questo è il mio Paese, mentre i miei genitori sono stranieri. Sono venuti dal Marocco per dare un futuro migliore a noi figli».

Come già emerso dai primi accertamenti della polizia, la ricerca di un lavoro era diventata un’ossessione. Tempestava di mail e telefonate le agenzie per la ricerca di lavoro. «Io mandavo in continuazione mail — ha raccontato ieri —, ma non rispondevano. Mi hanno sabotato il pc non facendo partire le mail o forse mi hanno fatto il malocchio». E spiega sempre così il perché usciva poco da casa e non aveva amici. «Ma io non potevo mica perdere tempo stando in giro a far nulla — ha detto —. Io dovevo concentrarmi nella ricerca del lavoro». «Non specifica chi ce l’avesse con lui — spiega l’avvocato Gianelli—. Non ha fatto alcun riferimento all’università, alla quale in passato aveva mandato delle mail, o a qualche datore di lavoro in particolare. Ha detto che in generale c’erano persone che ce l’avevano con lui e che gli impedivano di fare quello che lui riteneva adeguato alla sua laurea per dare soddisfazione alla madre e al padre».

La figura del padre torna spesso nei discorsi di Salim. Un genitore colto, con una laurea in letteratura araba, ma anche dispiaciuto perché il figlio «aveva perso la fede».

Salim, infatti, non frequentava la moschea, beveva, e non osservava il Ramadan. Mentre il padre in passato ha frequentato regolarmente l’associazione islamica di Ravarino. Questo diverso approccio alla fede sarebbe stato anche motivo di tensione in famiglia.

Da una settimana la vita di Salim è racchiusa tra quattro mura spoglie. Isolamento totale per rischio suicidio. Senza la tv o un libro. Glieli farà arrivare il suo legale. Ha chiesto la Bibbia, anche se lui non si è mai convertito e non è neppure battezzato. «Quanto ai libri — ha detto al legale — non mandi romanzi, ma testi di storia e di attualità». Da tre giorni ha cominciato anche la cura farmacologica e il periodo di osservazione psichiatrica voluto dalla Gip.

Per flash comincia a parlare anche di quel che ha fatto sabato scorso e dei feriti. «Mi ha chiesto delle loro condizioni e in particolare della turista tedesca di cui gli avevo parlato, che ha perso le gambe», spiega l’avvocato Gianelli. Riesce anche a ricostruire tutta la dinamica. La strada da Ravarino fino a Modena e di lui che quella mattina «sapeva che doveva morire». Quanto al movente, però, non dice esplicitamente che in quel modo si voleva vendicare perché non trovava lavoro.

Per il momento non vuole incontrare i familiari. «Perché non mi sono ancora lavato», continua a ripetere. Nelle sue parole nessun segno di pentimento. «Sta pian paino prendendo coscienza, ma il pentimento è una cosa seria — spiega il legale —. Se io lo forzassi in tal senso sarebbe solo una grande ipocrisia. Salim deve ancora fare un lungo percorso prima che sia un pentimento vero».

venerdì 22 maggio 2026

La filosofia a scuola

Christian Raimo
Senza storia del pensiero resta una filosofia da talk show

Domani, 22 maggio 2026

Purtroppo la filosofia che si studia nei licei spesso non la decidono gli insegnanti ma una sincopata corsa a usare le pochissime ore rimaste dopo l’intrusione delle ore di formazione scuola-lavoro, educazione civica, orientamento… Sulla carta filosofia sarebbero 99 o 66 ore l’anno a seconda dell’indirizzo; nei fatti è difficile che si riesca ad arrivare a poco più della metà.

I docenti non riescono a strutturare e programmare le lezioni, ma si ritrovano costretti a delegare la maggior parte dello studio al lavoro a casa e ai manuali scolastici, che vengono adottati e poi seguiti inerzialmente. L’Abbagnano-Fornero o il Reale-Antiseri passano di generazione in generazione non perché siano i migliori possibili ma perché rassicurano i docenti, ricalcandone le aspettative e lo stile di lezione. La lettura diretta di testi filosofici è una lodevole rarità.

La discussione sulle nuove Indicazioni nazionali per i licei evita di affrontare questo elefante nella stanza e ne fa entrare un altro, ancora più ingombrante: un canone filosofico virato verso una maggiore attenzione all’idealismo italiano e al pensiero cristiano del personalismo di Maritain e Mounier, tra l’altro mal interpretati. La fissa del ministro Valditara e della presidente della commissione Loredana Perla per il personalismo e il suo inserimento pervasivo nel documento è la parte scoraggiante di questo dibattito.

La «temeraria esclusione»

La polemica sulla mancata citazione di Marx, Spinoza o Gramsci non è pretestuosa. La critica chiama «temeraria esclusione» quella del pensiero come Spinoza, Marx o Gramsci dalla lista degli autori consigliati, mentre si chiede ai docenti di scegliere «almeno uno» tra Hobbes, Locke e Rousseau quasi fossero intercambiabili della razionalità politica moderna o si vuole un recupero di una non meglio specificata filosofia italiana dell'Ottocento (Rosmini? un’altra fissa ministeriale).

Chiunque legga le pagine delle Indicazioni di filosofia ci legge un’intenzionalità che rispecchia anche la selezione della sottocommissione: i coordinatori sono Adriano Fabris, un docente di morale che si è occupato molto di filosofie cristiane e di Heidegger e che ha appena pubblicato un discutibile libro sull’Ia con Loredana Perla; e Massimo Mugnai, professore di logica in pensione che l’anno scorso ha pubblicato un discussissimo libro intitolato Come non insegnare la filosofia.

La difesa d’ufficio dei coordinatori della commissione poggia sul fatto che si tratti di Indicazioni e non di programmi vincolanti; per fortuna, si direbbe, esiste ancora l’articolo 33 della Costituzione. I commissari sostengono che la struttura a due binari, uno diacronico e uno tematico, serva a rendere la filosofia più aderente ai bisogni degli studenti. Ma è proprio qui che il progetto appare regressivo: la cosiddetta “modalità tematica” rischia di diventare una pseudo-metodologia d’importazione che diluisce l’inquadramento storico-critico a favore di uno sguardo approssimativo sull’attualità, come nel caso dell’ossessione per l’intelligenza artificiale, che spunta un po’ ovunque nelle linee guida.

Ci si poteva aspettare che andasse a finire così del resto leggendosi il testo di Mugnai di due anni fa, Come non insegnare la filosofia: un’indagine fatta di aneddotica e snobismo usata per trarre conclusioni sistemiche in cui si propone una prospettiva ancorata a un’idea di erudizione d'élite che non tiene conto delle trasformazioni reali della scuola di massa.

Parcellizzazione del sapere

Mugnai denuncia la deriva storicista di matrice gentiliana che ha cancellato il positivismo e la pedagogia scientifica dalla tradizione italiana, ma il suo attacco alla scuola delle “competenze” appare spesso come un lamento nostalgico verso un liceo che non esiste più. Il limite del suo approccio sta nel non vedere come le nuove Indicazioni stiano realizzando proprio quel tipo di parcellizzazione del sapere che lui stesso deplora: un sapere ridotto a «competenza trasversale», dove la filosofia serve a «governare le proprie emozioni» invece che a collocare storicamente il dibattito anche di oggi.

Se leggiamo queste riforme alla luce di un dibattito pedagogico internazionale, emerge il rischio di sostituire lo storicismo con la learnification – la riduzione dell’educazione a puro apprendimento individuale, dove l’insegnante scompare per diventare un mero facilitatore. Le nuove linee guida spingono lo studente a «fare pratica di filosofia» ma gli tolgono gli strumenti storici e materiali per capire da dove vengano quelle idee. Senza le categorie centrali della storia della filosofia, senza il conflitto delle interpretazioni, la filosofia rischia di diventare un talk-show sulle grandi questioni, svuotato però di radicalità politica.

Sembra ancora più debole e pretestuosa l’aggiunta di qualche nome di filosofa, da Ipazia a Simone Weil, o filosofe cristiane come Ildegarda di Bingen o Edith Stein, che pur essendo una novità rilevante nelle fonti ministeriali, rischia di apparire come un’operazione da libro rosa per un canone molto orientato: non è dichiarato in modo trasparente, ma dalle Indicazioni manca totalmente il femminismo.

Carlo Petrini

Roberto Fiori
Addio a Carlo Petrini. Il fondatore di Slow food è morto a 76 anni
La Stampa, 22 maggio 2026

BRA (CUNEO). Addio a Carlo Petrini. Il fondatore di Slow Food e Terra Madre è deceduto nella tarda serata di ieri nella sua abitazione di Bra, all’età di 76 anni, dopo aver dedicato l’intera vita a promuovere in tutto il mondo il cibo buono, pulito e giusto. «Chi semina utopia, raccoglie realtà», amava dire Carlin, che sintetizzava così la sua vita, convinto che sogni e visioni, quando sono belli, giusti, capaci di coinvolgere e vissuti con convinzione e passione, possono essere realizzabili. «Sapeva sognare e divertirsi, costruire e ispirare, verso un concreto riscatto sociale, lavorando con le persone, i giovani in particolare, auspicando fraternità, intelligenza affettiva e austera anarchia» è il ricordo commosso dell’associazione.

Petrini è stato gastronomo, giornalista, scrittore e un instancabile promotore di un sistema alimentare sostenibile e giusto. Nel gennaio 2008 fu l’unico italiano inserito dal quotidiano inglese The Guardian tra le 50 persone che «potrebbero salvare il pianeta». Nel settembre 2013 gli venne conferito dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP) il premio Campione della Terra. Era il 26 luglio del 1986 quando nasceva Arcigola (in seguito Slow Food Italia), esperienza che ben presto si diffuse in tutta la penisola e anche all’estero, tant’è che il 9 dicembre 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food fu firmato da oltre venti delegazioni provenienti da tutto il mondo e Petrini fu eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 2022.

Grazie alla sua visione lungimirante, Petrini ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di Slow Food, ideando e promuovendo i suoi progetti, oggi di grande visibilità internazionale. Tra i suoi numerosi traguardi figura la creazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Bra), la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che farà da apripista a esperienze simili in altri atenei. Con l’ideazione dell’Università di Pollenzo, dopo aver assegnato al cibo valenza politica, Petrini gli ha attribuito un ruolo sempre più di rilievo all’interno del mondo accademico.

Petrini è stato l’ideatore di Terra Madre nel 2004, una rete internazionale di comunità del cibo che riunisce piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi, giovani, accademici ed esperti. Terra Madre è da allora il cuore pulsante di Slow Food, consentendo al movimento di diffondersi in oltre 160 Paesi; rappresenta una globalizzazione positiva e dà voce a chi rifiuta di arrendersi a un approccio industriale all’agricoltura e all’omologazione delle culture alimentari. Inoltre, insieme a monsignor Domenico Pompili, attuale vescovo di Verona, nel 2017 ha fondato le Comunità Laudato Si’, una rete di circa 80 realtà territoriali che, raccogliendo persone di ogni fede, accomunate dall’amore per la nostra casa comune, operano in piena sintonia con il messaggio dell’omonima Enciclica di Papa Francesco. Un esempio concreto di conversione in grado di innescare la transizione ecologica partendo dal basso.

Come giornalista, Carlo Petrini ha collaborato con La Stampa, La Repubblica, Il Manifesto, Millenium de Il Fatto Quotidiano e Vita Pastorale, affrontando temi quali lo sviluppo sostenibile, la cultura, la gastronomia e il rapporto tra cibo e ambiente. Tutti i proventi delle sue attività giornalistiche sono stati destinati a progetti di Slow Food e di Unisg. Le sue esperienze e riflessioni hanno trovato uno sviluppo organico nella forma del saggio. Nel 2001 Petrini ha pubblicato per Laterza "Le ragioni del gusto”. Con il giornalista Gigi Padovani ha firmato nel 2005 il libro (tradotto anche in inglese) “Slow Food Revolution”, edito da Rizzoli. Esce per Einaudi nel 2005 “Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia”, dove si tracciano le linee di sviluppo teorico del concetto di «eco-gastronomia».

Tra i progetti editoriali recenti, nel 2020 esce “Terrafutura - Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale”, un testo nato dalle loro conversazioni nel corso degli anni sui temi dell’ecologia e della difesa del pianeta. Nel 2023 viene pubblicato il libro “Il gusto di cambiare - La transizione ecologica come via per la felicità”, un dialogo con l’economista e gesuita Gaël Giraud. Nel 2025 ha pubblicato, insieme all’attore Paolo Tibaldi, “Vite di Langa e Roero”, un volume volto a sensibilizzare le giovani generazioni sulla storia e sulle trasformazioni socio-economiche che hanno permesso alle Langhe di passare dalla malora fenogliana a un territorio celebre nel mondo per la sua enogastronomia. Nell’aprile dell’anno scorso l’incontro a Ravenna con re Carlo d’Inghilterra e la regina Camilla: un’amicizia ventennale.


Massimo Mathis 
Dall'Arcigola a papa Francesco: biografia di un grande visionario. Chi era Carlin Petrini

La Stampa, 22 maggio 2026

Giornalista, gastronomo, grande visionario. Carlo Petrini, morto ieri sera all’età di 76 anni, era tutto questo e molto di più.

Nato nel 1949 a Bra, in Piemonte, è stato gastronomo, giornalista, scrittore e promotore di un sistema alimentare sostenibile e giusto. Era il 26 luglio del 1986 quando nasceva Arcigola (in seguito Slow Food Italia), esperienza che ben presto si diffuse in tutta la penisola e anche all’estero, tant’è che il 9 dicembre 1989, a Parigi, il Manifesto Slow Food fu firmato da oltre venti delegazioni provenienti da tutto il mondo e Petrini fu eletto presidente, carica che ha ricoperto fino al 2022.

Una visione lungimirante

Grazie alla sua visione lungimirante, Carlo – per tutti Carlin – Petrini ha svolto un ruolo decisivo nello sviluppo di Slow Food, ideando e promuovendo i suoi progetti, oggi di grande visibilità internazionale. Tra i suoi numerosi traguardi figura la creazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Bra), la prima istituzione accademica al mondo a offrire un approccio interdisciplinare agli studi sul cibo, che farà da apripista a esperienze simili in altri atenei. Con l’ideazione dell’Università di Pollenzo, dopo aver assegnato al cibo valenza politica, Petrini gli ha attribuito un ruolo sempre più di rilievo all’interno del mondo accademico. Anche questo è stato un percorso visionario e pragmatico, culminato nel 2017 quando lo Stato italiano ha istituito la Classe di Laurea in Scienze Gastronomiche, aprendo la strada alla legittimazione accademica — e non solo — della figura del gastronomo: un professionista che studia il cibo attraverso i suoi processi culturali, storici, socio-economici e ambientali.

Dalla sua fondazione, l’Ateneo di Pollenzo ha formato circa 4000 gastronome e gastronomi provenienti da 100 Stati. Petrini è stato l’ideatore di Terra Madre nel 2004, una rete internazionale di comunità del cibo che riunisce piccoli produttori agricoli, pescatori, artigiani, cuochi, giovani, accademici ed esperti. Terra Madre è da allora il cuore pulsante di Slow Food, consentendo al movimento di diffondersi in oltre 160 Paesi; rappresenta una globalizzazione positiva e dà voce a chi rifiuta di arrendersi a un approccio industriale all’agricoltura e all’omologazione delle culture alimentari. Inoltre, insieme a Mons. Domenico Pompili, attualmente Vescovo di Verona, nel 2017 ha fondato le Comunità Laudato Si’, una rete di circa 80 realtà territoriali che, raccogliendo persone di ogni fede, accomunate dall’amore per la nostra casa comune, operano in piena sintonia con il messaggio dell’omonima Enciclica di Papa Francesco. Un esempio concreto di conversione in grado di innescare la transizione ecologica partendo dal basso.

Il pensiero e l’autore

Come giornalista, Carlo Petrini ha collaborato con La Stampa, La Repubblica, Il Manifesto, Millenium de Il Fatto Quotidiano e Vita Pastorale, affrontando temi quali lo sviluppo sostenibile, la cultura, la gastronomia e il rapporto tra cibo e ambiente. Tutti i proventi delle sue attività giornalistiche sono stati destinati a progetti di Slow Food e di Unisg.

Le sue esperienze e riflessioni hanno trovato uno sviluppo organico nella forma del saggio. Nel 2001 Petrini ha pubblicato per Laterza “Le ragioni del gusto”. Con il giornalista Gigi Padovani ha firmato nel 2005 il libro (tradotto anche in inglese) “Slow Food Revolution”, edito da Rizzoli. Esce per Einaudi nel 2005 Buono, pulito e giusto. Principi di nuova gastronomia, dove si tracciano le linee di sviluppo teorico del concetto di «eco-gastronomia». Il libro è stato tradotto in inglese, francese, spagnolo, tedesco, polacco, portoghese, giapponese e coreano. Nel 2009, “Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo”, viene pubblicato da Giunti – Slow Food Editore. Nel suo libro Cibo e libertà. Slow Food: storie di gastronomia per la liberazione (2013), Petrini ha raccontato come il cibo può diventare strumento di liberazione da fame, malnutrizione e omologazione del pensiero, attraverso le storie che lo hanno accompagnato negli anni nel mondo della gastronomia. Nel 2014 ha pubblicato “Voler bene alla terra. Dialoghi sul futuro del pianeta”, che raccoglie molte conversazioni con scienziati, scrittori, economisti e chef sulla sostenibilità. Nel giugno 2015 ha curato la guida alla lettura dell’Enciclica di Papa Francesco “Laudato Si’” per le Edizioni San Paolo. Nel 2020 esce “Terrafutura – Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale”, un progetto editoriale di grande spessore dove Petrini ha affrontato alcuni degli aspetti più problematici dell’attualità nella forma di dialogo con il Santo Padre, con il quale lo legava un rapporto di amicizia e profonda stima. Nel 2023 viene pubblicato il libro “Il gusto di cambiare – La transizione ecologica come via per la felicità”, dove, attraverso il dialogo con l’economista e gesuita Gaël Giraud, è entrato nel merito dei cambi necessari alla nostra società per dare vita a una nuova era storica, definita per l’appunto transizione ecologica. Nel 2025 ha pubblicato, insieme all’attore Paolo Tibaldi, “Vite di Langa e Roero”, un volume volto a sensibilizzare le giovani generazioni, che vivono in questo areale del Basso Piemonte, sulla storia e sulle trasformazioni socio-economiche che hanno permesso alle Langhe di passare da la malora fenogliana a un territorio celebre nel mondo per la sua enogastronomia.

Il tema della sostenibilità

Il contributo di Petrini al dibattito sulla sostenibilità del cibo e dell’agricoltura in relazione alla gastronomia è stato riconosciuto dal mondo accademico. Nel 2003 l’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli gli ha conferito una laurea honoris causa in Conservazione dei Beni Culturali e nel maggio 2006 ha ricevuto una laurea honoris causa in Humane Letters dalla University of New Hampshire (USA) per i suoi risultati come “precursore rivoluzionario [e] fondatore dell’Università di Scienze Gastronomiche”. Il suo lavoro è stato ulteriormente riconosciuto dall’Università di Palermo nel 2008, quando gli è stata conferita una laurea honoris causa in Scienze e Tecnologie Agrarie. Nel 2014 riceve la laurea honoris causa in Legge comparata, economia e Finanza dell’International University College di Torino. Nel maggio 2023, l’Università Americana di Roma (AUR) ha conferito a Carlo Petrini un dottorato honoris causa, in considerazione del suo impatto sulla vita e sulla cultura italiana. Mentre, nel 2025, all’Università di Messina ha ricevuto il dottorato di ricerca honoris causa in Scienze Umanistiche.

Il carisma di un personaggio globale

Carlo Petrini ha viaggiato in tutto il mondo partecipando a conferenze, incontrando le comunità della rete Terra Madre, tenendo lezioni in prestigiose università, ed è stato invitato a intervenire a dibattiti sulla sostenibilità alimentare e l’agricoltura presso le istituzioni dell’UE e la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura). Il contributo straordinario di Carlo Petrini nel campo dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile è stato riconosciuto anche dalle Nazioni Unite. Nel 2012, in qualità di Presidente di Slow Food, è intervenuto al Forum Permanente delle Nazioni Unite sui Popoli Indigeni a New York. Alla Conferenza ONU sullo sviluppo sostenibile Rio+20 in Brasile, ha partecipato al dialogo globale su sicurezza alimentare e nutrizione. Il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente lo ha nominato co-vincitore del premio Champion of the Earth 2013 per la categoria “Ispirazione e Azione”. Nel 2016 è stato nominato Ambasciatore Speciale FAO per il programma Fame Zero in Europa. Ha preso parte, nel 2019, al Sinodo “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale” in Vaticano invitato da Papa Francesco.

L’impegno di Petrini e Slow Food si concretizza così nella sfera del sociale e dell’ambientalismo, mantenendo ben correlati tra loro questi due aspetti: appare ormai evidente quanto dallo stato di salute del Pianeta – quindi degli ecosistemi e del cibo – dipenda il benessere degli individui e, viceversa, come una maggiore consapevolezza dei cittadini possa modificare le scelte al momento dell’acquisto prediligendo quei prodotti che prestano grande attenzione verso i diritti dei lavoratori, la salute dei consumatori e la salvaguardia della biodiversità. A questo proposito sono pietre miliari alcuni importanti progetti realizzati da Slow Food come: gli Orti in Africa, l’Orto in Condotta, l’Arca del Gusto e i Presìdi Slow Food.

Le sue capacità comunicative, l’originalità e la pregnanza del suo messaggio, realizzato attraverso i progetti Slow Food in tutto il mondo, hanno suscitato l’interesse di opinion leader e media internazionali. Nel 2004 è stato nominato Eroe europeo dalla rivista Time e, nel gennaio 2008, è stato l’unico italiano incluso nella lista delle 50 persone che potrebbero salvare il mondo, stilata dal prestigioso quotidiano britannico The Guardian.