venerdì 5 giugno 2026

La vera bellezza

Matteo Marchesini
DIECI TESI PER UN’ESTETICA TASCABILE Facebook, 5 giugno 2026

 9. PERCHE’ LA POESIA DELUDE. Credo che chi si occupa di letteratura debba oggi più che mai indicare un equivoco: quello per cui, quasi sempre sbagliando, ci si attende di trovarla là dove mostra insegne così riconoscibili da essere già la caricatura di sé stessa, e quindi da risultare subito pienamente accettabile o socializzabile. Da un lato, di solito, spiccano le insegne dello stile da serie o da pool editoriale, dietro cui avanza lo scrittore o la scrittrice che identifica la letteratura con il «lavorare bene» dei tecnici (giocatori, allenatori...); dall’altro lato c’è l’opposizione gradita a sua maestà, cioè il gruppo di opere che esibiscono enfaticamente una Dismisura, uno Sfregio, una Ricerca o una Sperimentazione già neutralizzati dalla puerilità meccanica con cui vengono proposti (in mezzo, a volte, spuntano libri di buona fattura ma culturalmente piuttosto conformisti, tipo "Ferrovie del Messico", in cui però il lettore benpensante crede di vedere chissà cosa solo perché riconosce il suo stesso retroterra scolastico). E’ un difetto che si riscontra anche nello studio della letteratura del passato prossimo: pletoriche bibliografie su autori – non importa se grandi o no – che offrono subito un appiglio linguistico, culturalistico o tematico visibile a occhio nudo, e disarmante silenzio su quelli che richiederebbero uno sguardo o un orecchio più sottili (le infrazioni alla lingua comune di Gadda o Sanguineti, o le allusioni storiche di Sereni, possono essere colte da un lettore qualunque senza l’aiuto dei nostri commentatori zelanti; mentre il miracolo per cui in Sandro Penna una lingua lisa, pascolian-dannunziana, sembra a un tratto luminosa e nuova, o il modo in cui Moravia, sotto la patina di una finta medietà, sceglie con eccezionale esattezza gli aggettivi e inventa una «meravigliosa lingua di plastica», secondo la definizione di Luigi Baldacci, esigerebbero l’intervento di una critica integrale ormai scomparsa). Oggi più che mai si dimentica che la letteratura capace di rivelare davvero qualcosa si trova spesso là dove non la si aspetta - là dove è ancora senza nome e dove a una prima occhiata sembra inappariscente, ovvero non classificabile neppure nella comoda categoria dell’Inclassificabile. Cade qui a proposito un passo di Proust, che commenta la delusione degli spettatori dopo un concerto molto bello: «La vera bellezza è (…) la sola cosa che non possa rispondere alle aspettative di un’immaginazione romanzesca. Tutte le altre cose non sono inferiori all’idea ch’essa se ne faceva: l’abilità la meraviglia, la volgarità la lusinga, la sensualità l’inebria, l’ipocrisia l’abbaglia. Ma la bellezza, essendosi legata nella notte dei tempi alla verità con un’eterna amicizia, non ha a sua disposizione tutti questi incanti».




Piacere senza sesso

 


solitudine e castità, esperienze vitali e feconde

Melissa Febos

Laura Di Corcia
Il Sole 24ore, 31 maggio 2026

Sono anni che l’esperienza viene intercettata come segmento fecondo per aspirare ad una vita più ricca, più intensa, più autentica. Tutta la narrazione degli anni della contestazione spinge in questa direzione e da più parti questo approccio è stato accusato di non rappresentare affatto una critica (né un’alternativa) al sistema, senza che però l’immaginario ne risulti intaccato, alimentato dal cinema (un certo cinema) e dalla musica (una certa musica). Vivi, fai esperienza, accumula non solo denaro, ma anche esperienze come capitale simbolico. Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso, dell’ americana Melissa Febos guarda in una direzione opposta e così facendo non solo ci consegna riflessioni non banali sul senso dell’esistenza, ma da un certo punto di vista rivitalizza un genere, quello dell’autofiction, spesso permeato da un gusto per l’esperienza eccentrica, anti-borghese, come se la via della dissoluzione e dell’accumulazione di avventure fosse un modo per tracciare meglio i confini della propria identità, e non per disperderli in un pulviscolo di tracce, possibilità, scosse, lungo una spirale compulsiva.

E quindi Dry Season non è solo un libro sull’originale e poco di moda tema della castità, ma è una riflessione sul vuoto, sulla solitudine come esperienza vitale e feconda, sulle varie forme di dipendenza e sul processo del ritorno a sé come via maestra per la conoscenza e per delle nuove forme di (possibile) felicità. L’autrice, dopo un’esperienza amorosa devastante da lei stessa chiamata «il Vortice», decide di trascorrere un periodo di tempo «a secco», senza incontri con altre persone, rendendosi conto che, per tutta la sua vita, non aveva fatto altro che passare da una relazione all’altra, perdendosi, immancabilmente. Gli esempi che la aiutano ad attraversare e anche prolungare questo periodo di tempo, che dai tre mesi di “digiuno” si estende fino a coprire l’arco di un anno, arrivano tutti da figure di mistiche e battagliere, in primis le beghine, donne laiche che avevano scelto una vita fatta di castità e preghiera; protofemministe, come ci fa notare l’autrice, che nell’astinenza sessuale avevano trovato una via di libertà, autonomia e indipendenza. Nelle mani di Febos l’autofiction diventa un modo per esplorare desideri e dipendenze, fame e bisogno di riconoscimento e per spingere il femminismo verso una zona più intima (e anche meno conosciuta) al confine con la ricerca personale e spirituale. Se le prime pagine di Dry Season sono sorprendenti, nell’ultima parte del libro bisogna ammettere che la narrazione stagna e il meccanismo sembra perdere forza. E questo è l’unico punto debole di un libro interessante, che spicca dalla media, e generoso, che ha voluto dire tanto, forse troppo.

Melissa Febos
Dry Season, traduzione di Federica Principi
Nottetempo, pagg. 360, € 18

Sedersi sotto una quercia


Natalie Fée
Esperienza: mi sono seduta sotto una quercia per un anno

The Guardian, 5 giugno 2026

Nel 2022 mi sono trasferita a Clevedon, vicino a Bristol. Appena ho visto la quercia dietro il mio appartamento, ho iniziato a sedermi sotto di essa. Non si trova in un luogo incantevole e isolato, bensì su una collina urbana circondata da prati, ma come albero solitario sul fianco della collina, ha attirato la mia attenzione.

Ero esausta. Per 10 anni avevo gestito un'organizzazione no-profit che si occupava dell'inquinamento da plastica. Eravamo riuscite a convincere il governo a vietare le posate di plastica e gli imballaggi da asporto in polistirolo, e i supermercati a vietare i bastoncini di cotone in plastica. Erano stati grandi successi, ma era stato un lavoro duro ed ero sfinita. Stavo gradualmente abbandonando l'attivismo e lavoravo solo tre giorni a settimana.

Alla ricerca di maggiore serenità, ho avuto un'idea un po' folle: come sarebbe meditare sotto lo stesso albero ogni giorno per un anno intero? Ho deciso di iniziare con il solstizio d'inverno del 2023.

I primi mesi sono stati pesanti e desolanti. Pioveva molto ed ero sferzata da temporali e venti fortissimi. Portavo sempre con me un piccolo pezzo di pelle di pecora su cui sedermi, e a volte una borsa dell'acqua calda. Non succedeva granché sotto l'albero e l'idea di dover fare tutto questo per un anno intero mi intimoriva un po'. Alcuni giorni mi chiedevo perché lo stessi facendo, ma volevo portare a termine la sfida.

Di solito trascorrevo i primi 10 minuti seduta immobile, guardandomi intorno per godermi ciò che accadeva. Poi chiudevo gli occhi e meditavo per 20-30 minuti, tornavo a casa e scrivevo appunti e una poesia. Rileggendo quelle che ho scritto quell'inverno, mi sembrano piuttosto introspettive.

La primavera portò con sé un senso di speranza. L'inverno era sembrato un periodo di pausa; ora era come se qualcuno avesse premuto play. Il giorno in cui i narcisi spuntarono sotto l'albero fu una festa. Li avevo visti arrivare e ogni giorno pensavo: "Sbocceranno da un momento all'altro".

All'improvviso mi ritrovai con compagnia, questo grande e luminoso cespuglio di fiori accanto a me, ma dopo due settimane erano spariti. Erano cresciuti per 50 settimane; mi colpì la consapevolezza di quanto effimera possa essere la vita. Poi arrivarono i nontiscordardimé, e da lì in poi fu un'esplosione di vita e colore. La prateria desolata si trasformò in un tripudio di vita e colori.

È stato incredibile assistere a tutti i piccoli cambiamenti della natura. I ranuncoli sembravano spuntare dal nulla, così come i grilli: un giorno non ce n'era nessuno, il giorno dopo cantavano tutt'intorno a me. Un altro giorno ancora, ho sentito il canto di un uccello nuovo. "Ah, sono arrivati ​​i rondoni", ho pensato. Tutto questo stare seduta in silenzio ha affinato i miei sensi. Tornavo a casa quasi ogni giorno raggiante.

Con l'arrivo dell'estate, mi sembrava che tutto nel prato si riposasse, tranne me. Pur apprezzando il mio rituale, durante il giorno continuavo a sfinirmi lavorando, componendo musica e scrivendo poesie. Ma mi resi conto che si trattava di riconnettermi con la natura, quindi avrei dovuto fare ciò che la natura stava facendo. Rallentare richiese uno sforzo, ma era necessario.

Sotto l'albero tutto sembrava più tranquillo e, senza le solite distrazioni, la mia meditazione era più chiara. Una volta, aprii gli occhi e vidi un cervo davanti a me. Poi un cane attraversò di corsa e il cervo scappò via.

Ho sentito un miglioramento sia nella mia salute mentale che fisica. Non avevo più mal di schiena e il mio senso di pace e meraviglia è salito alle stelle. Ho provato una felicità che non provavo dall'infanzia e ho riscoperto la voglia di giocare.

Sedermi in mezzo alla quercia ha anche cambiato la mia prospettiva sul tempo. Prima cercavo di controllare le cose, ma ora sono diventato più paziente e fiducioso nei loro tempi naturali.

In una giornata di fine estate, i rondoni erano insolitamente attivi: facevano un gran baccano. Il giorno dopo erano spariti, come se avessero annunciato la loro partenza. Con l'arrivo dell'autunno, il vento si era intensificato e le foglie avevano iniziato a cambiare colore.

Il mio ultimo giorno, nel solstizio d'inverno del 2024, ho preso la mia chitarra e ho ringraziato l'albero per avermi offerto rifugio per un anno. La sfida era compiuta e avevo ritrovato una nuova forza interiore. Ero anche sollevata di poter viaggiare e rivedere la mia famiglia.

Non c'è bisogno di andare lontano per trovare un angolo di natura dove sedersi e riflettere. La natura sa di cosa hai bisogno ed è sempre pronta a offrirtelo: devi solo trovare la tranquillità necessaria per riceverla. Io continuo a visitare l'albero quasi tutti i giorni, anche se devo ammettere che evito quelli di pioggia.

Come raccontato a Fleur Britten




Morta l'autrice di Persepolis



Alessia Melcangi
Addio Marjane Satrapi autrice di Persepolis che sfidò il regime iraniano: "È morta di tristezza"

La Stampa, 5 giugno 2026

Sarebbe stato il dolore per la perdita del marito, l’attore e sceneggiatore Mattias Ripa morto lo scorso anno, il motivo della scomparsa di Marjane Satrapi. La fumettista iraniana naturalizzata francese ha perso la vita a 56 anni. A annunciarlo il suo entourage con un comunicato trasmesso alla France Presse. È «morta di tristezza poco più di un anno dopo il decesso di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita», si legge nella nota.

Nata a Rasht, in Iran, Satrapi si è fatta conoscere al grande pubblico dopo la pubblicazione di "Persepolis”, graphic novel autobiografica in quattro volumi usciti in Francia tra il 2000 e il 2003, adattati in una versione cinematografica con un film di animazione nel 2007 che ricevette il Premio della Giuria al Festival di Cannes.

«Il mio dovere è quello di vendere la bellezza. Magari così facendo non cambierò il mondo, ma cambierò una visione del mondo», disse al Figaro nel 2020 parlando del suo stile grafico.

Il fumetto fu un successo planetario, recentemente definito dalla rivista Le Nouvel Obs come il «più importante del XXIimo secolo». Nell’opera l’autrice ha raccontato la sua storia partendo dalla giovinezza vissuta a Teheran nel periodo della Rivoluzione islamica fino al suo arrivo in Europa dopo aver lasciato il suo Paese Natale (è stata naturalizzata in Francia nel 2006).

Nel 2025 la fumettista rifiutò la Legione d’onore conferitagli dalle autorità francesi per denunciare «un atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran». I «giovani iraniani amanti della libertà, dissidenti e artisti si vedano rifiutare i visti», mentre i figli degli «oligarchi iraniani» «si aggirano tra Parigi e Saint-Tropez come se fossero a casa loro, senza che ciò susciti alcun problema», disse.

In un’intervista rilasciata a La Stampa nel 2023, Satrapi si diceva certa della caduta del regime iraniano, in quel momento scosso dalle protesta scoppiate dopo al morte di Mahsa Amini, una ragazza che perse la vita dopo essere stata fermata dalla polizia perché non portava correttamente il velo. «Gli iraniani vogliono la scomparsa del regime», affermò in quel momento.


La mala educaciòn

Luciana Cimino 
La "mala educaciòn" di Valditara ora è legge

il manifesto, 5 giugno 2026

«Così tuteliamo gli studenti dalla propaganda gender». La teoria del gender non ha nessun fondamento scientifico ma il governo italiano ha adesso la sua legge per tutelare omofobia e sessismo e la spaccia per educazione affettiva. Con queste parole il ministro dell’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara ha festeggiato il via libera al provvedimento che porta il suo nome. Dopo il passaggio alla Camera, è stato approvato ieri dal Senato con 78 sì e 38 no il testo che disciplina le ore di «relazioni» e «empatia» (con la sessualità relegata all’ambito biologico) nelle scuole.

Vietate nella primaria, saranno possibili solo a partire dalle medie e superiori ma previo consenso dei genitori. Le famiglie potranno anche visionare i materiali utilizzati e valutare gli eventuali soggetti esterni coinvolti. Nella pratica si tradurrà nell’esclusione da questi presunti percorsi proprio degli alunni che provengono dalle famiglie più vulnerabili rispetto al tema della violenza domestica, fortemente religiose o ideologizzate oppure senza strumenti o motivazione per parlarne, lasciandoli ai siti porno.

«È una riforma storica», ha detto il ministro leghista che lo scorso novembre nel corso della discussione alla Camera, per sostenere il suo ddl era arrivato anche a insultare le opposizioni. Valditara, dopo aver modellato le scuole tecniche e professionali sui desiderata di Confindustria, in questo caso ha pagato pegno alle associazioni più conservatrici che sostengono la maggioranza. Non è un caso che gli applausi arrivano dal Moige e dai Pro Vita & Famiglia. «Un passo storico», l’ha definito il movimento dei “genitori italiani”. La stessa enfasi di Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione Pro Vita che ha rivendicato: «Questa legge mette un freno all’indottrinamento ideologico nelle scuole, una vittoria che sentiamo nostra».

Le realtà che si occupano di famiglie arcobaleno o violenza sulle donne sono, invece, sconcertate. Anche perché il ddl Valditara si pone in contrasto con le indicazioni dell’Oms, dell’Unesco e della Convenzione di Istanbul sull’educazione alle sessualità. «Una scelta politica gravissima che segna un ulteriore passo nella deriva autoritaria e conservatrice del paese, le domande delle persone più giovani non scompaiono perché una legge prova a zittirle», ha commentato l’Arcigay. Mentre Una, Nessuna e Centomila sottolinea: «Davanti all’aumento della violenza sessuale e delle malattie sessualmente trasmissibili tra gli adolescenti, la risposta del ministero è ostacolare anche quel minimo di informazione che entrava a scuola». «Avevamo chiesto di fermarsi – ricostruisce la rete Ready (Regioni e enti locali impegnati per prevenire le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) – la nostra esperienza di enti locali dice l’esatto contrario del ddl: serve fare i progetti di educazione sessuo affettiva già nei primi anni di scuola».

Nessun emendamento delle opposizioni per migliorare il testo è stato tenuto in considerazione: il ddl è stato approvato così come disegnato dal suo autore tra le proteste in Aula. Anche perché il ministro ha lasciato l’emiciclo durante la discussione. «È una grave responsabilità quella che la maggioranza si sta assumendo di fronte ai femminicidi, una generazione crescerà senza strumenti per riconoscere il consenso – ha detto la senatrice Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd nella commissione Istruzione di Palazzo Madama – L’effetto, voluto, è quello di mettere sotto accusa i progetti oggi attivi nelle scuole e di tanti enti locali per sposare una tesi oscurantista che fa diventare l’educazione sessuo-affettiva una questione etica opzionale e non un diritto educativo universale». Anche per Avs il testo di Valditara è sbagliato perché «scarica sulle famiglie una responsabilità enorme senza riconoscere che non sono tutte uguali», ha spiegato il senatore rossoverde Peppe De Cristofaro. Commenti analoghi da Italia Viva e M5s per i quali la legge «crea un precedente pericoloso».

Voci da un mondo sommerso

 


la delucidazione della memoria

Alberto Arbasino. L’«Autocronologia», curata da Raffaele Manica, è uno strumento conoscitivo eccezionale per capire come lo scrittore rivedesse continuamente il suo passato a fini letterari

Andrea Cortellessa

È un clic notevole quello riportato da Raffaele Manica nelle pagine preposte alla Cronologia da lui redatta per i «Meridiani», nel 2009, a festeggiare gli ottant’anni di Arbasino (compiuti giusto fra il primo e il secondo volume). Del format di collana insospettiva l’interessato lo strumento più feticizzato dagli aficionados: la biografia dell’autore disposta, per tradizione, in forma annalistica. «Prima tentò di sviare, poi pretese che tutto fosse contenuto in una cartellina di non più che duemila battute, poi mi disse di procedere per conto mio», racconta Manica, «salvo criticarmi aspramente per il fatto di utilizzare interviste e dichiarazioni […] che ora appassivano tristemente». E poi appunto l’obiezione paradossale: «diceva che le cose che andavo scrivendo già le conosceva bene (stesso discorso per le sue varianti di scrittura). Non c’era modo di farlo persuaso che non a lui autore erano dirette, ma a un lettore a venire».

Sempre aristocraticamente sprezzante le tirature dei libri (se le classifiche di vendita significassero qualcosa, era solito motteggiare, il ristorante migliore sarebbe McDonald’s), era già lecito il sospetto che Arbasino – quest’ibrido bizzarro fra T.S. Eliot e la compagnia D’Origlia-Palmi – scrivesse, sovranamente, per sé solo. Ma il bon mot è eloquente, anche se non è dato sapere se sovrasegmentalmente più sprezzante o rassegnato. Era un puzzle mentale, quella memoria d’elefante suo superpotere e insieme maledizione; e in cuor suo sono convinto sapesse – come quel personaggio di Perec che si insegue per tutta la vita, senza mai raggiungersi – che non ne sarebbe mai venuto a capo. Fatto sta che alla fine, nonché duemila battute, Arbasino mise insieme quelle che, nell’impaginato della Piccola Biblioteca Adelphi, assommano a più di duecento pagine (al netto dei raccordi discreti del curatore, qui segnalati fra parentesi quadre): autocommento esplicito dunque, che in altri volumi della stessa collana era stato condotto in forme più oblique (si veda il numero 3, 2024 della rivista «InOpera»). Lo stesso titolo Autocronologia è d’autore: così aveva definito Arbasino le Memorie quasi indiscrete pubblicate sulla «Repubblica», nel 2003, «per un uso editoriale postumo» (che invece, come si vede, si lasciò indurre ad anticipare). L’ultima battuta, nel «Meridiano», suona infatti: «lavoro a un’elaborazione di varie memorie».

Se Arbasino non ha mai cessato di riscriversi, lo ha fatto per paradossalmente aggiornarle, quelle memorie: come se la distanza di tempo, anziché appannarle, dovesse lucidarle sino al parossismo. Ma ci sono memorie e memorie. Quelle di cui l’Elefante Alberto non s’è mai stancato di stipare i suoi libri sono “esterne”: il «magnetofono ben temperato», come lo definì Paolo Milano, infaticabile registrava rumori o voci, nonché ritratti e immagini, di cui s’era votato a testimone e historicus; viceversa le memorie “interne” erano proibite, censurate, tecnicamente parlando forcluse. La «reticenza» che a ragione Manica considera una strategia «retorica» (e dunque certo, perché no ohibò?, una poetica), non riguarda il prossimo (agli esordi, anzi, certa sua spregiudicatezza gli aveva procurato più d’una noia) ma sé stesso. Bando dunque al «proustismo di maniera», «nonne e bisnonne, e tanti sacrifici tra mangiarini e cuoricini e dispiaceri in casolari», e via libera semmai (come ha mostrato Silvia De Laude in Arbasino A-Z) al Proust 2.0, a suo tempo brandito dalla nouvelle critique: che nel Contro Sainte-Beuve raccomanda «di lasciar perdere le invadenze ficcanaso e biografiche».

E questo sin dal principio, cioè sin dalle Piccole vacanze occhiutamente vagliate da Calvino nel ’57: «di solito il primo libro è un libro-confessione. Per me no. Non c’è niente di autobiografico nel mio debutto. Sono diverse storie unite da uno stesso tema: tanti sforzi per conseguire l’Amore, e poi invece si incontra il dolòr». La vera vacanza, insomma, era da sé stessi. Anche se nel racconto dal titolo cardarelliano Distesa estate qualche eco più personale si percepisce. Lo dice pure il finale, sia pure nella scoperta parodia manzoniana: «Addio giallo paese che ricade nel sonno, Grand Hôtel sepolcrale, ombroso parco spazzato dal vento, addio bosco tennis piscina ore pungenti, giorni che da oggi in poi rimpiangerò […], addio fiori scale orologio immobile giochi perduti; non sarò ragazzo mai più e neanch’io lo vorrei, però mi è piaciuto molto».

Non c’è dubbio che a far rumore, a suo tempo, sia stata soprattutto la prima parte dell’Autocronologia – quella i cui estratti offriamo ai nostri lettori –: che faceva aggallare a sorpresa le «sensazioni vivissime e poi mai sfruttate» delle due estati violente, e tutt’altro che distese, del Quarantatré e Quarantaquattro. Dove Arbasino alterna le fughe in bici dai mitragliamenti con quelle a caccia di libri (se ne ricorderà nella Gita a Chiasso del ’63), anche se è reticente pure su queste ultime (quando per esempio menziona il Tesoretto dello «Specchio», non dice come lì gli apparve il Gadda destinato a più salargli il sangue, quello dell’Adalgisa).

Il valore di queste pagine, intrinsecamente letterario prima che ficcanaso e biografico, è fuori discussione.

Un altro documento resterebbe a questo punto da estrapolare, ancor più problematico e rivelatorio: quelle «centoventi tremende pagine», come le ha definite Giovanni Agosti, che – seminascoste nel tumultuare dei Fratelli d’Italia del ’93 – recano il titolo, a proposito di Gadda, di Condizione del dolore. Dalla tumulazione dell’Elefante sono passati più di sei anni; eppure non ne siamo mai sazi.

Alberto Arbasino

Autocronologia
A cura di Raffaele Manica
Adelphi, pagg. 246, € 16

https://machiave.blogspot.com/2026/06/la-passione-dei-classici.html

giovedì 4 giugno 2026

La passione dei classici

A lezione di Classici fra le brande nella scuola requisita

L’estratto dell’«Autocronologia»

Alberto Arbasino
Il Sole 24ore, 31 maggio 2026

Si arrivava in bicicletta alle librerie di Pavia, fermandosi poco, tra gli allarmi aerei; erano pericolosi i ponti di barche sul Po e sul Ticino, strettissimi, sia per mitragliamenti improvvisi sia perché invece dei parapetti avevano solo un filo metallico all’altezza dei pedali, che vi si potevano impigliare. Dalle date risulta che Montale e Campana furono acquistati nel ’44, Quasimodo nel ’45, Ungaretti nel ’46, The Albatross Book of Living Verse nel ’47; e Il Tesoretto. Almanacco dello Specchio 1942-XX, prima di tutti. (In quegli Indici, Gadda non c’era). Ma le prime intimazioni di realismo furono sconcertanti: Gino Cervi si gratta il sedere levandosi all’alba nel film Quattro passi tra le nuvole, mentre in un bestseller Bompiani di Cronin uno zio catarroso espettora su quadratini di giornale.

Oltre alle vacanze estive, alla Rivetta si passarono tutti gli anni dello sfollamento. Mesi al mare, in villette fra orti e giardini e figurine di Biancaneve e ceramiche a Finalmarina, Albisola, Celle Ligure. D’inverno, in un appartamento sul mare e le ondate a Pegli, con la tosse asinina e la cuoca Carolina che ripeteva «non mi Pegli più». In montagna, prima a Ortisei, poi sull’Appennino più vicino. Nell’estate del 1943 ero in collegio, un ex-grande albergo di Ponte di Legno dove la sera del 25 luglio abbiamo ascoltato alla radio il discorso di Badoglio: e la mattina dopo erano già partiti i figli dei gerarchi. L’istituto era svizzero e laico, però molto visitato da don Siri, poi cardinale di Genova, a causa di parecchi rampolli di prosapie liguri (d’altronde per lo più allievi di due cugine Arbasino insegnanti all’istituto gesuitico Arecco: mentre una sorella della mamma era professoressa a Bolzano). Ma lì i miei amici migliori erano Sandro e Maurizio Chiari, di Parma, allievi di Attilio Bertolucci e di Pietro Bianchi. Ci scambiavamo Comisso, Vittorini, Caldwell, James Cain, Ungaretti, Montale, notizie su Proust, e salamini.

La tremenda estate del ’44 la incominciammo a Sant’Albano, nell’alta Valdinizza, dove i partigiani di Luchino Dal Verme stavano impiantando un accampamento nei boschi di Oramala, secondo l’abituale Medio Evo appenninico: ancora assai feudale, nelle rocche dei signorotti e nei covi delle bande, con rapimenti e riscatti e taglie e rappresaglie e atrocità. Mentre la nonna “Mia”, per salvare le figlie e i nipotini dai bombardamenti, era sfollata presso il parroco di Romagnese, altro futuro partigiano tra i più ricercati.

Tutti dovemmo dunque scappare (anche con sensazioni vivissime e poi mai sfruttate: le foglie davanti alla faccia perforate in fila dalla mitraglia dei caccia alleati, buttandoci automaticamente nei fossi in vigna se ci piombavano sopra le teste).

E lì cominciarono i rastrellamenti e gli incendi delle truppe mongole nell’esercito tedesco mentre il generale Alexander proclamava il rinvio dell’offensiva alla stagione prossima. Spari notturni di bande anche in cortile: tutte le cancellate ottocentesche disegnate dal nonno erano state requisite per la patria (e giacquero in una discarica fin dopo la fine della guerra). Bisognava nascondere gli “airedales” perché i cani di razza hanno spesso istinti protagonistici.

Si mitragliavano anche le faraone sugli alberi. Fra gli ammazzamenti anche successivi dei civili per strada o in casa. E le devote: «Ce lo siamo meritato!». Uno scolaretto fu brevemente notorio perché invitato a spiare le SS in pianura, poi riferì in montagna: «Tutti belli e cattivi».

Ma da Milano si sfollava ancora su Voghera. Nel passeggio lungo la via Emilia appariva caratteristico e immancabile il pittore astrattista Atanasio Soldati, con gli artisti locali. Chissà se vendé quadri.

La scuola fu dura specialmente negli ultimi inverni di guerra, perché da casa nostra al liceo erano circa quindici chilometri, si potevano fare solo in bicicletta, ma la strada restava gelata per mesi, i controlli ai posti di blocco erano continui, e quando s’abbassava un aereo per mitragliare bisognava buttarsi nei fossi, spesso fra le pallottole. («Hai visto la testolina del pilota?»).

Non girava neanche una macchina (la nostra Ardea era sepolta fra le balle di paglia per salvarla dalla requisizione), un solo autobus passava la sera a fari spenti, e il padre di un mio compagno di banco, un magnate genovese, avendo chiesto un passaggio a un carretto di botti per salire l’erta verso il suo castello, a Montalto, venne mitragliato da un aereo in picchiata e ne morì. Siccome poi il liceo era troppo vicino al nodo ferroviario, lezioni e interrogazioni sui Classici vennero trasferite fra le brande mongole, nelle scuole elementari requisite.