martedì 18 agosto 2026

La politica parla d'altro

Lorenzo Castellani
Tra propaganda e distrazioni il paese reale è dimenticato

Domani, 16 agosto 2026

Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media

Sotto il sole d’agosto, la politica e il suo piccolo sistema mediatico trovano il tempo per consumarsi nel caso Ranucci. La questione è diventato l’ennesima risma di pozzi avvelenati tra palazzi, redazioni e social network. Uno spiacevole caso da ombrellone, che però distrae da ciò che conta davvero per la grandissima parte degli italiani.

Fuori dal recinto mediatico, infatti, c’è un popolo che avrebbe bisogno di discutere delle condizioni materiali della propria sopravvivenza sia come individui che come comunità. Alle prossime elezioni dovrebbe esserci un confronto su reddito, istruzione, cure mediche, lavoro e possibilità per i giovani di restare in Italia. Sono temi concreti e per questo scomodi, rimossi da tutto lo spettro politico e poco alimentati anche dagli stessi media.

Salari, sanità, pensioni

Si cominci dai salari. L’inflazione non finisce quando rallenta l’indice dei prezzi: continua nella perdita di potere d’acquisto accumulata negli anni. È un’inflazione occulta, invisibile nei titoli ma presente nella spesa, negli affitti, nelle bollette e nella rinuncia a consumi essenziali. Per molti giovani laureati l’emigrazione non è più una scelta cosmopolita, ma una strategia razionale di mobilità sociale. L’Italia perde capitale umano, indebolisce la propria base produttiva e aggrava la crisi demografica. Una politica seria dovrebbe discutere di produttività, fiscalità del lavoro, contrattazione, formazione: perché lavorare bene e studiare a lungo non garantiscono più un’esistenza autonoma?

Poi c’è il grande non detto delle pensioni. Il sistema protegge molto chi è già dentro e meno chi deve ancora entrarvi. Con pochi giovani, carriere discontinue e una popolazione sempre più anziana, la spesa pensionistica non potrà che crescere. Non si tratta di abbandonare gli anziani, ma di rendere gradualmente il sistema sostenibile: incentivare previdenza integrativa e privata, proteggere davvero i redditi bassi, smettere di scaricare sui lavoratori futuri promesse difficili da mantenere. Non esiste una ricetta senza sacrifici, ma varrebbe quanto meno aprire una discussione.

Lo stesso vale per la sanità. Il Servizio sanitario nazionale resta una conquista civile, ma la sua retorica universalistica non deve nascondere una realtà quotidiana: chi può permetterselo ricorre al privato, chi non può aspetta. La gratuità formale convive con disuguaglianze sostanziali. La domanda seria non è se abolire o santificare il pubblico, ma se abbia ancora senso che le fasce più benestanti usufruiscano, alle stesse condizioni degli altri, di prestazioni finanziate dalla fiscalità generale. Il pubblico dovrebbe garantire a tutti cure essenziali, tempestive e di qualità; per i redditi alti si dovrebbe favorire il ricorso a forme assicurative private, concentrando le risorse su chi dal sistema pubblico dipende davvero.

Scuola, ricerca, immigrazione

C’è poi la scuola, regolata ancora da tempi sociali ereditati dall’Italia di sessant’anni fa, quando molte donne non lavoravano stabilmente e i padri erano dispensati da una parte della cura educativa. Tre mesi e mezzo di vacanze mettono in difficoltà le famiglie, aggravano le disuguaglianze e peggiorano gli apprendimenti. Ripensare calendario, servizi estivi, tempo scuola e rapporto tra istruzione e lavoro è una riforma sociale, non un capriccio pedagogico. Da un governo di destra, che di certo non si associa con i sindacati dei professori, ci si sarebbe aspettati molto di più su questi temi.

Infine, ricerca e immigrazione. Un paese che investe troppo poco in ricerca e sviluppo non costruisce il futuro, lo compra all’estero quando può e lo subisce quando non può. Basti pensare che la media della spesa in ricerca e sviluppo tra i paesi Ocse è il doppio di quella italiana. Inoltre, un paese che ha bisogno di lavoratori immigrati ma non organizza percorsi di lingua, scuola, formazione, regolarizzazione e lavoro coltiva marginalità invece di integrazione.

Oggi, punti simili sembrano un programma di fantasia poiché non c’è traccia di essi nella discussione pubblica. Forse resteranno una noiosa riflessione estiva, destinata a dissolversi tra palinsesti e polemiche. Eppure gli elettori sono spesso più saggi della classe politica: conoscono la distanza tra la propaganda e i problemi che affliggono la vita concreta delle famiglie. E premieranno chi sembrerà il più adatto ad affrontare le questioni sulle quali si misura la capacità dell’Italia di restare in piedi e avere un qualche futuro.

Larissa

Giulia Zonca
Larissa Iapichino: "I nostri ori in ogni dove sono una poesia che cambia l'Italia"

La Stampa, 18 agosto 2026

BIRMINGHAM. Larissa Iapichino porta i segni dell’estate azzurra: sulla guancia c’è il baffo di un bacio con rossetto di mamma, l’oro al collo e luccichio negli occhi che resiste dopo la bolgia di medaglie. È un’onda lunga: nuoto, ginnastica, atletica e tennis, si vince da tutte le parti.

Successo nel salto in lungo in Inghilterra, un luogo a lei caro.
«Da bambina ci ho passato le mie estati, neanche tanto lontano da qui, a Derby. C’era la curva Iapichino, tutti i parenti di parte materna presenti. In questo stesso stadio, diversi anni fa sono venuta a tifare Gimbo in un meeting e a Londra ho visto Bolt vincere i 100 metri nella finale olimpica del 2012. In questo Paese ci ho costruito la mia cultura sportiva».

I risultati di questa Italia cambieranno la nostra?
«Me lo auguro. Mai dirò “Bisogna smettere di parlare di calcio”, c’è posto per tutti, ma allo sport bisogna essere educati. Capire il valore delle competizioni, essere consapevoli della condotta da pubblico. A Birmingham abbiamo battuto la Gran Bretagna in casa senza un insulto, solo calore».

È l’era dell’oro?
«Sono anni che resteranno. La prossima generazione potrà riconoscere una impresa sportiva e non si fermerà al tifo becero o a considerazioni legate unicamente al risultato».

Sua sorella Anastasia, più piccola di 7 anni, vede lo sport diversamente da lei?
«È una pigrona, ora va in palestra. Qui si è divertita. Mi ha fatto un cartellone anche se non ho idea di che dicesse: era bianco, non si leggeva nulla. Chissà che si era inventata. Noi siamo entrambe “Gen Z” eppure diverse. Usiamo tantissimo il telefono e per lei è già più naturale. Nella prossima fase gli smarphone potrebbero addirittura essere educativi».

Ci sono paesi che lo proibiscono ai ragazzi.
«Sbagliato. Renderei funzionale l’utilizzo. Le limitazione non portano mai risultati, anzi stimolano la trasgressione».

Tra lei e Sara Curtis c'è una sintonia che dura da un po’ di tempo. Come è nata?
«L’ho conosciuta due anni fa e mi ha colpita, abbiamo trovato una confidenza immediata e ci siamo scambiate esperienze. Lei è matura, vincente. Ora le scrivo, volevo farlo prima, però ogni giorno faceva un risultato più grande e ho aspettato. Ho un bel po’ di cose da dirle».

Sua madre le parlava proprio di Fiona May una delle prime afrodiscendenti in azzurro, come il modello da tenere a mente. Un precedente visto che lei è la prima afroitaliana nella nazionale di nuoto.
«Esistono coincidenze che ci legano ed è bello il viaggio in parallelo, io qui senza record del mondo, ma c’è l’oro in due squadre super».

Nella sua, Diaz ha saltato 18,15 metri nel triplo...
«Una poesia. Non ce n’è più per nessuno. Mi aspetto davvero per lui quel record straordinario che non oso nominare. Io balzo solo in allenamento, è tosta: sembriamo atleti che fanno castelli di sabbia in pedana ma è una disciplina traumatica, il triplo di più. Trovare tutta quell’eleganza mentre rischi ogni volta è da fuoriclasse».

Quale medaglia le ha dato più carica?
«Derkach. Altro oro nel triplo. Un esempio di determinazione e rivalsa. Dopo anni infernali si ripresenta al massimissimo con una decisione impressionante. Da brivido. Con tutta la storia che si porta dietro».

La sua mischia l’Italia alle origini giamaicane e inglesi.
«Per questo vincere il medagliere nel Regno Unito è particolare. Ho urlato come una matta durante la 4x400. Al traguardo, la Gran Bretagna perde e la gente si silenzia, per un attimo si è sentita solo la mia voce ululante. Pazzesco. Mi sono percepita connessa al luogo, a tutte le parti di me. Una bella emozione che mi porterò dietro».

Senza paragoni con sua madre perché lei il titolo europeo non lo ha vinto.
«Le ho detto “Questa è solo mia”. Ha riso. Ripete sempre che vuole essere superata, siamo due donne e anche due atlete che si vogliono bene, i confronti sono affari di altri, a noi non sono mai interessati».

All’Europeo l’abbiamo vista più stabile, serena.
«Un po’ i nervi si sono tirati perché ho in canna più di 7 metri. Anche babbo, che mi allena, me lo dice... Ma da qui usciamo ancora più convinti. Sono maturata tanto. Non mi aspetto che da qui in poi tutto vada bene, ho solo smesso di mettermi pressione. Se ci scopriamo bravi in qualche cosa siamo sempre capaci di metterci un chiletto di aspettative in più».

Ha mandato in pensione l’autosabotatrice di cui ha raccontato spesso?
«Ho smesso di avere paura di chi sono. Temevo di essere troppo, sto talento mi spaventava. Non è per essere smargiassa: voglio solo dare il massimo. A volte non basterà, ma voglio a gara finita poter dire sono stata completamente me stessa».

Chi è lei?
«Una ragazza di 24 anni che ha diritto di scoprirsi e imparare chi è. In pedana più aggressiva e nella vita più dubbiosa. Ne ho fatta di strada, se guardo dietro vedo insoddisfazioni e delusioni. Tutto mi ha portata a essere la donna di oggi».

Finale all’ultimo giorno nel crescere della baraonda, come si è concentrata?
«Sono rimasta solitaria, ho guardato pezzi di arredamento comprabili, ho letto pagine di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ho evitato i libri per gli studi di legge, meglio non esagerare: ho già dato l’esame di diritto del lavoro poco prima della Diamond League in cui ho fatto il record italiano, a Eugene. Va bene così per un po’».

Se le avessero detto ai tempi della pubblicità della fetta al latte che un giorno avrebbe vinto l’Europeo, come avrebbe reagito?
«Avrei risposto “Faccio davvero atletica?”. Non volevo finire su questa strada, mi ha convinto la magia. A lungo sono stata bastian contraria, dritta nell’opposto di ciò che dicevano i genitori. Testardaggine».

Inno con la mano sul cuore.
«Si, sono stonatissima per cui bassa voce fino che non parte il battimani e poi grido».

Lettera a Ulisse

Nicola Gardini

CARO ULISSE, TI SCRIVO... e ho DOMANDE per te

Lettera all’eroe omerico. Nicola Gardini, che da anni studia e divulga magistralmente l’«Odissea» manda una missiva al protagonista. Che parla di libertà, sfortuna, rifondazioni di civiltà e delle stagioni della vita umana

Nicola Gardini

Il Sole 24 ore, 2 agosto 2026

Caro Ulisse di Omero (ti va bene se ti chiamo con il nome latino?), spero che questa mia lettera ti arrivi al più presto. Perdonerai il tono confidenziale, ma, poiché continuiamo a parlare di te da millenni, e con frequenza crescente, mi viene spontaneo considerarti un amico. Adesso c’è pure un nuovo film a celebrarti! Oh, nessuna gloria più per l’ingegnoso Ulisse del cavallo di legno, che pure era il tuo principale vanto! La celebrazione qui mostra un uomo distrutto. Ne hai sentito parlare? Sarebbe bello avere un tuo parere. Se ne sono dette di cose sul tuo conto! Io, comunque, sto dalla tua parte. Io ho bisogno di te e mi fido di te.

L’idea del film mi pare giusta: bisogna andare da un’altra parte. E in fretta. È già l’idea di Dante (lo conosci? Lui, anche se ti ha chiuso nel fuoco dell’inferno, ti ha adorato) – ripartire per nuovi orizzonti. Prendere un’altra direzione. Ricominciare, poiché continuare così è impossibile. Tu, in effetti, già nell’Odissea antica non hai fatto che ricominciare: ogni tappa un ricominciamento. Per questo mi piaci. Io credo che tu non sia mai tornato. È ingenuo ridurti alla figura del reduce, come ha preteso una visione romantica del tuo destino. Itaca, certo, ti mancava e a Itaca hai rimesso piede. Ma è stato ritorno? Io non lo credo. Il tuo cosiddetto ritorno ha solo proseguito il viaggio.

D’altronde, come poteva esserci ritorno dopo vent’anni? Niente rimane uguale, quando ci si mette di mezzo il tempo. Cioè, mai. E forse nessuno torna mai a casa, cioè alla stessa casa, neppure quando rientra la sera dello stesso giorno. Figuriamoci quando sono trascorsi vent’anni. Telemaco è cresciuto e chiede che lo si consideri adulto, Penelope è invecchiata nelle preoccupazioni e nei dubbi, la mamma è morta di crepacuore, il papà si è ritirato nella decrepitezza, il palazzo è invaso dagli usurpatori… Il tuo ritorno non è stato altro che la constatazione del cambiamento generale, ed è stato cambiamento esso stesso non meno delle avventure che attraversasti dopo aver ridotto Troia in cenere. Perfino Itaca ha un’altra faccia! In un primo momento neanche la riconoscesti: guardavi il tuo paese ed eri spaesato. Sono d’accordo con Omero: la realtà non corrisponde alla memoria. Pure la memoria cambia; pure la memoria rifiuta di stare ferma. Disfà e rifà, come la tua Penelope la tela ogni notte. Come tu quando ti racconti ai Feaci e a quelli che ritrovi a Itaca. Ecco perché a un certo punto servono la cicatrice o il letto coniugale – per provare che esiste un passato. Per impedire che il presente si affacci su un baratro.

Tu sei l’incarnazione del tempo che va. La tua essenza è il divenire. Ti hanno reso celebre soprattutto la scena dell’arco e la strage dei pretendenti? La forza, il coraggio, la baldanza, gli stratagemmi, l’eroismo, la parola sagace, il nome “Nessuno”? Be’, ti dovrebbe rendere ancora più celebre il fatto che rappresenti le fasi della vita umana. La vera odissea è scivolare d’età in età. Su questo Omero è chiarissimo. Sei il seme da proteggere nel tiepido nascondiglio; e sei il bambino che si diverte a piantare gli alberi col papà; e sei il ragazzo che va a caccia e si lascia ferire da un cinghiale; e sei l’uomo che parte per la guerra. Sei quello che morirà. Così hai deciso. Calipso ti offre l’immortalità e tu ti tieni la finitudine. Tu preferisci il fato di svanire giorno per giorno. Tu anteponi la felicità di variare, perché è la felicità superiore di poter scegliere sempre.

Omero ti chiama polýtropos, “multiforme”. Lo siamo tutti, in fondo, sebbene abbiamo la presunzione di attribuirci identità immutabili. Presunzione grave, che ci blocca nei pregiudizi e ci toglie immaginazione. Infinite sono le possibilità da tentare, ma noi non le tentiamo. Noi non ci inventiamo, come ti inventi tu. Ci ripetiamo, indifferenti alle differenze che pure accadono ogni momento. Sono convinto che la maggioranza dei miei contemporanei sceglierebbe l’immortalità. Cioè la prigionia della fissità. Lo sai che molti si illudono di restare giovani anche da vecchi?

Tu sei libero. E la libertà, ovviamente, ti ha portato anche a commettere errori. Rientri a Itaca e non riporti a casa uno solo dei compagni che sopravvissero alla guerra. Loro senza dubbio hanno avuto le loro responsabilità, ma tu li hai esposti a tremendi pericoli, non li hai guidati con lo scrupolo necessario. Grande pianificatore, agivi anche tu talvolta senza piano, senza cautela. Dopo esser sfuggito al Ciclope, hai quasi riconsegnato alla sua furia te stesso e gli altri gridandogli dalla barca il tuo vero nome, che prima avevi avuto l’accortezza di nascondergli.

Sei fortunato, non c’è dubbio, perché la pelle l’hai salvata. Non dovrei parlare così, lo so. Ti sosteneva, infatti, non una forza insondabile e capricciosa, ma una divinità razionale e ferma come Atena. A ogni modo, la fortuna o, se preferisci, Atena non basta perché un uomo non vada in pezzi, non anneghi nell’egoismo, non impazzisca nel senso di colpa. Tu ti sei salvato seguendo un principio superiore, che voi greci chiamate xenia, “ospitalità”. Alla luce di tale principio tu hai cercato un tuo posto nel mondo. La xenia ti ha permesso di distinguere gli amici dai nemici. È, in sostanza, un principio di giustizia, la xenia, che tu hai onorato con fedeltà assoluta. I pretendenti, invece, no. Neanche Polifemo. I Feaci sì. Calipso e Circe in una certa misura. E noi?

Ma è ora che chiuda questa lettera, prima che cominci a parlar male del mio tempo. E arrivo alla domanda che avevo in mente di porti. Dopo aver causato tanta distruzione con la trovata del cavallo, hai veramente rifondato la civiltà da un’altra parte, come immagina il bravo regista al quale mi riferivo? E dove? Sei ancora lì, re per sempre redento? O la civiltà che hai ricreato è già finita e noi ne siamo l’ultimo brandello? Presto finirà tutto e saremo dimenticati? O finiranno prima la guerra e la violenza nel mondo?

Augurandomi di ricevere un tuo segno, ti abbraccio.

Nicola Gardini

lunedì 17 agosto 2026

Elogio di Nolan

                            

è nolan l’ingegno multiforme

Il film. Il regista ha sperimentato una tecnica nuova su pellicola, con profondità e risoluzione che portano a un’esperienza unica, in grado di togliere le sale dal ruolo di ancelle delle piattaforme

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026

Se la Musa oggi dovesse cantare un uomo dal multiforme ingegno, guarderebbe Christopher Nolan. Gli inganni della sua Odissea sono riusciti a puntino: il primo teso a Ulisse, che da eroe sagace e malinconico si torce a principale responsabile del tracollo di una civiltà. Il secondo al poema omerico, che taglia, intreccia, innesta (è pur sempre il regista di Inception) con Iliade ed Eneide. Il terzo a noi figli della cultura greco-romana, costretti a perdonargli – soprattutto nelle scene itacensi –, la sovrabbondanza informativa di una banalità pornografica, in cambio delle potentissime scene di flashback, dove lo spettatore è sempre accanto a Ulisse, non meno vigile, pauroso, stupito, confuso, angosciato.

Ma Nolan non pensa solo agli intrighi, porta anche doni: riempie i cinema a luglio e fa discutere la gente di una guerra iniziata tremila anni fa, dimenticando le nuove diramazioni di oggi. Ma, soprattutto, il regista con l’Odissea porta avanti una tecnologia che permette di vivere un’esperienza nuova e offre una chance alle sale di uscire dalla palude di ancelle delle piattaforme: l’Imax (crasi per Image MAXimum), un sistema di proiezione cinematografica in grado di restituire immagini di una grandezza e una risoluzione superiore. Già il Cinemascope nel 1953 e il VistaVision, l’anno dopo, avevano aumentato le dimensioni della pellicola, mentre i sistemi multi-proiettore come il Cinerama nel 1952 avevano allargato l’area di proiezione. Con Imax il fotogramma da 70 millimetri viene esposto orizzontalmente all’interno del proiettore (illuminato con una lampada speciale da 15 kW allo Xeno), mentre le tradizionali pellicole da 70 sono a scorrimento verticale. Per capirci meglio, “normalmente” una zona di immagine è larga 48,5 millimetri e alta 22,1 e comprende lo spazio di 5 perforazioni; con il sistema Imax le immagini sono larghe 69,6 mm e alte 48,5 mm ed occupano 15 perforazioni.

Il primo film girato con Imax è stato Tiger Child, portato all’Expo ’70 a Osaka. Nolan, assieme al suo direttore della fotografia, Hoyte van Hoytema, ha iniziato a usare il sistema con Il Cavaliere Oscuro (2008) solo per alcune scene, aumentandone l’utilizzo con Oppenheimer e realizzando il primo lungometraggio girato interamente con cineprese Imax con Odissea. La rivoluzione ha toccato anche gli attori, che hanno dovuto adattare le tecniche di recitazione, imparate col digitale e macchine da presa più piccole, a una cinepresa enorme, che li rapporta alla maestà degli scenari che riesce a comprendere. Nolan è tornato alla pellicola (usandone 640mila metri), utilizzando una cinepresa che doveva essere ricaricata dopo tre minuti e così rumorosa che gli attori dovevano urlare per sovrastarne il frastuono («come avere un frullatore in faccia», ha detto l’Odisseo Matt Damon). Gli ingegneri hanno dovuto escogitare un silenziatore (il blimp), un involucro che la trasforma in un frigo di circa 130 chili da trasportare su e giù sui terreni non esattamente amichevoli di sei Paesi: Grecia, Italia, Islanda, Marocco, Scozia e Stati Uniti. I costi della produzione, che si stimano attorno ai 250 milioni di dollari, sono già stati superati dal triplo (per ora) degli incassi.

Da Il cavaliere oscuro, passando per Interstellar o Inception, Nolan ha sempre radicato le sue storie nella realtà e con l’Odissea ha messo sé stesso e la troupe in una condizione di fatica fisica che potesse emulare il nostos di Ulisse e ha creato, dopo i tentennamenti del 3D, l’esperienza immersiva più forte di sempre, con una profondità e dettaglio mai sperimentati prima. Spingendo la tecnica cinematografica un poco più in là, ha fatto un regalo al cinema e ai registi di domani, perché le sale Imax sono meno di mille nel mondo e in Italia solo tre (Orio al Serio, Sesto San Giovanni e Roma) e non del tutto adatte al formato dell’Odissea. Chi scrive l’ha vista in un cinema “normale”, ma, anche senza Imax, si è calata con Ulisse dal cavallo con cui ha ingannato i troiani, ha sentito il terrore davanti al corpo latteo del Ciclope, si è riempita di stupore sotto la neve sull’isola dei terribili lestrigoni, è inorridita all’allungamento delle ossa con cui Circe ha trasformato i soldati in animali, ha subito le dita di Scilla, mentre prelevavano nel mucchio le vittime, senza alcun criterio, secondo l’ingiustizia del fato che piomba nella nostra quotidianità appena apriamo certe pagine di cronaca.

Ha provato la nausea nel mare in tempesta, avvertendo il freddo dell’acqua sulla pelle, ha sentito il rimorso degli errori passati, quando Tiresia è emerso dalla sabbia e ha scatenato la rabbia dei compagni morti per le strategie dell’egotico comandante. Certo, è stato più difficile rimanere a Ogigia con Calipso, che tenta di psicoanalizzare Ulisse, propinandogli consigli new age. Ma togliendo di mezzo il dio che decide dall’alto, Nolan ci piazza l’esplorazione dell’inconscio, rendendo Calipso una sorta di manipolatrice psicopatica, che cura Ulisse, facendolo ricordare e, in parte, drogandolo con il fiore di loto e fondendo l’episodio di Ogigia con quello dei lotofagi, che è espunto come altri, compreso quello di Nausicaa, che ha oltremodo offeso i puristi. Ma qual è la purezza di un poema orale?

Nolan ha tolto i canti i cui protagonisti sono dativi e positivi per lasciare spazio a una civiltà senza speranza, come ci appare ora la nostra. Inutile il dibattito sulle armature rispetto all’epoca, i peplum d’antan si sono ispirati per costumi e scenografie all’arte romantica e la spina dorsale esposta sul retro dell’elmo di Agamennone è un sublime simbolo di fragilità. Le spiagge in cui approda Ulisse sono fredde come quelle di Dunkirk, una metafora delle carneficine di guerra, impossibile non pensare alla Normandia, all’Ucraina, a Gaza, al Sudan, all’Iran e a tutte le altre guerre in corso. Il mare è nero, salvo rarissime inquadrature, la Grecia è buia, la furbizia di Ulisse non è benemerita: non vince con onore, infrange la legge della Xenia, una mossa lesiva anche sul piano economico perché per i greci l’ospitalità era un modo per oliare e far fiorire le rotte commerciali. La via della diplomazia è abdicata in favore della guerra, il logos calpestato: lo sa Polifemo, cui non è stata data la possibilità di essere ascoltato. Gli esseri umani sono per lo più avidi, narcisi e imbroglioni e le donne non sono migliori, nemmeno la bravissima Anne Hathaway (Penelope), che tratta Tom Holland (Telemaco), come un poppante, mentre un ventenne nell’età del Bronzo era più che adulto. 

Nolan ha scelto un cast di grande richiamo per attirare il pubblico più largo possibile. Damon non è mai retorico e Robert Pattinson è un Antinoo vigliacchissimo. Se non abbiamo avuto niente da ridire che Liz Taylor fosse l’egiziana Cleopatra, in base a quali criteri dovremmo lamentarci se Zendaya è Atena, e Lupita Nyong’o Elena e Clitemnestra? Il cast è eccezionale e questo basta (tranne Holland, piuttosto fesso, ma temo che sia la parte). Dimentichiamoci le pecche e godiamoci cinema e messaggio pacifista, anche per chi non ama Ulisse, come Bobi Bazlen, che lo considerava un borghesuccio, che, invece di godersi le esperienze psichedeliche e l’amore libero, non voleva far altro che correre a casa dalla moglie.



Come se nulla fosse

Mario Tozzi
Caldo estremo: solo adattarsi non basta
La Stampa, 17 giugno 2026

La successione incredibile di decine di giorni di gran caldo, ben al di sopra dei 32°C, e di notti tropicali in Europa, le temperature micidiali raggiunte globalmente dagli oceani, le perturbazioni meteorologiche a carattere violento che già si registrano, l’incremento delle morti per le ondate di calore, i milioni di sapiens e i miliardi di viventi in difficoltà in tutto il mondo stanno convincendo anche i più scettici che siamo nel mezzo di una crisi climatica così accelerata e violenta da non avere paragoni nella storia del mondo. Di fronte a questa incontestabile valanga di dati e fatti oggettivi, la strategia dei mercanti di dubbi, quelli che pongono infinita fiducia nel sistema economico attuale, generalmente perché ci lucrano profitti irresponsabili, è cambiata. Non si nega più che faccia più caldo, non si sostiene più che al tempo dei romani o nel Medioevo le temperature fossero più elevate, ma si rileva che ormai le cose stanno così e dunque che cosa ci possiamo fare ora? Non ci resta che adattarci, specialità nella quale i sapiens sarebbero maestri. L’adattamento è la risposta giusta? Soprattutto, è l’unica strada?

La risposta è no, prima di tutto per una ragione molto semplice: a che scenario vogliamo adattarci? Nel 2015 a Parigi si decise che l’incremento di 1,5°C nelle temperature medie atmosferiche globali fosse il confine non valicabile, quello al di là del quale gli scienziati raccomandavano di non andare perché si sarebbe varcato il limite biologico degli ecosistemi (VI Report Ipcc). Ma proprio mentre si enunciava questo principio, le compagnie Oil&Gas e carbone investivano nella prospezione e nell’estrazione somme talmente ingenti da far prevedere scenari molto diversi. Il Production Gap faceva già allora prevedere che si sarebbe arrivati facilmente a +2,7°C nell’immediato futuro, cosa che si sta puntualmente verificando. Eppure gli specialisti erano stati chiari: l’obiettivo era l’azzeramento delle emissioni climalteranti, categoricamente entro il 2050. Prima di tutto, cioè, la mitigazione del problema, poi, o al massimo contemporaneamente, l’adattamento. Se non si riducono significativamente le emissioni, si rischia di prepararci a uno scenario che sarà peggiore di quello previsto. Per esempio, costruisci opere contro alluvioni e mareggiate che, in pochi anni, saranno desuete e inutili. Ma soprattutto varchiamo quei limiti fisici e biologici dei sapiens e degli altri viventi così velocemente che nessuno riuscirà ad adattarsi, nemmeno chi ha tecnologie straordinarie. Perché non ci sarà tempo a sufficienza.

Gli scienziati hanno indicato la strada: lasciare sotto terra almeno il 90% del carbone e il 60% del gas e del petrolio. Nessuno ha seguito questa strada e, anzi, si continua a trivellare come se non ci fosse un domani, frase che rischia di non essere solo un modo di dire. Per seguire questa strada si dovrebbe eliminare ogni sorta di sussidio pubblico, diretto e indiretto, al mondo dei combustibili fossili. Invece, a seconda delle stime, si calcolano aiuti da 900 a 7000 miliardi di dollari all’anno, denari che potrebbero essere invece utilizzati per la riconversione energetica in fonti rinnovabili. Inoltre, secondo alcuni analisti, destinando il 3-5% dei profitti delle compagnie Oil&Gas e carbone alla riconversione si potrebbe uscire dall’era dei combustibili fossili senza che le compagnie vadano fallite e senza che i costi se li accolli il pensionato con la Panda euro 1 (Grasso e Vergine lo sintetizzano bene in un libro del 2020).

La massimizzazione dei profitti non permette, però, alcun tipo di mitigazione, così l’umanità viaggia a tutta velocità contro un muro, proprio mentre tutti i modelli climatici elaborati negli ultimi decenni risultano azzeccati o sottostimati. Ed ecco allora la scialuppa d’emergenza dell’adattamento, che però fa acqua da tutte le parti: anche in questo caso, gli scienziati suggeriscono che ci sarebbe spazio per piantare mille miliardi di alberi in più, rinforzando il ruolo di serbatoio naturale di CO2 delle foreste. Ma questo sforzo “verde” non si vede e comunque abbisogna di almeno due o tre decenni per mostrare i primi risultati. Si potrebbe incrementare il ruolo di “sink” del carbonio degli oceani, per esempio proteggendo le barriere coralline o incrementando il numero di balene (una balena permette l’assorbimento di 33 tonnellate di CO2/anno, funziona meglio di un bosco), ma nulla di questo genere si vede in atto.

L’adattamento si riduce a montare climatizzatori nella parte ricca del mondo, a produrre autovetture ibride (per carità, non elettriche) e a rifugiarsi in casa. L’energia la continuiamo a fare con le fonti fossili e nessun accordo internazionale vincolante è vicino. Mentre ci stiamo per lasciare alle spalle l’estate più fresca e umida di quelle che verranno, si naviga a vista affidandoci a una salvifica tecnologia futura che nessuno riesce nemmeno a immaginare.

Il gran caldo si può governare


Il gran caldo si può governare

Sarà il caldo, ma il dibattito pubblico italiano sul cambiamento climatico sembra affogare in un mare di sciocchezze. Il problema non è tanto il fatto che non si ascoltino gli scienziati – quando si tratta di definire politiche pubbliche, la scienza non conferisce particolare legittimità – quanto il fatto che sembra mancare coerenza nell’articolare cosa si debba fare rispetto a ondate di caldo, siccità e altri eventi. Come se bastasse sperare che non capitino più. Ma la speranza, come si dice, non è una strategia. Dobbiamo quindi parlare di cosa fare. Prima, però, val la pena assicurarsi che la diagnosi del problema sia chiara. Se no, va da sé che la soluzione sarà mal dimensionata e mal concepita. Partiamo quindi dalla diagnosi.
Primo, il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta. Non so come altro dirvelo: questa roba è certa. I dettagli ovviamente importano e non è questo il contesto per una lezione di fisica, ma se pensate di avere scoperto fattori che la comunità scientifica non ha considerato (vulcani, macchie solari, variabilità naturale, ere glaciali, o altro assortimento di fatti trovati su internet) o se avete letto da qualche parte che non tutti sono d’accordo, siete male informati. Non c’è alcun dubbio che quello che sta succedendo è anomalo e lo stiamo causando noi. Questo, come vedremo, importa per cosa fare in Italia.
Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e dovuto alle nostre emissioni non vuole dire che il problema sia di dimensioni apocalittiche e ingestibili. Nulla è mai così semplice. Ma passare il tempo a dibattere la scienza è una totale perdita di tempo. Che ci sia un problema serio è indubbio e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa.
Secondo, il cambiamento non si manifesta come un graduale aumento delle temperature medie ma come un’evoluzione della statistica meteoclimatica. Avrete sicuramente sentite parlare del limite che speriamo (con sempre meno convinzione) di rispettare, dettato dall’accordo di Parigi: 1,5 gradi centigradi in più nella temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Ma nessuno “sente” la temperatura media del pianeta. L’Europa, per esempio, si sta scaldando molto più rapidamente a causa di una serie di fattori geografici e dinamici - di come si comportano l'atmosfera e l'oceano sopra e intorno al continente. Siamo già a 2,5 gradi medi sopra le temperature storiche. Anche questa è una costruzione statistica. Non dice un gran che di cosa si senta, per dire, in via Indipendenza a Bologna o in corso Magenta a Milano, a metà luglio.
Questo è forse il punto che più di ogni altro cea confusione, gli eventi che osserviamo, che hanno un impatto sulla vita delle persone sono prevalentemente meteorologici, In Europa da ultimo abbiamo avuto ondate di calore in maggio, giugno e luglio, con migliaia di morti in più per le alte temperature. Si stima che nel solo mese di giugno siano morte una decina di migiaia di persone in più, il 90 per cento sopra i 65 anni. Alla fine dell'anno potremmo scoprire queste essere sottostime. In Francia sono stati bruciati centomila ettari - tre volte la media annuale, mentre in Spagna l'incendio di Àvila è stato il più grande della storia del paese. Tra i due sono state evacuate più di 300mila persone.
Questi sono eventi meteorologici, espressione della dinamica dell'atmosfera e, in parte, dell'oceano. Ma ciò che li rende significativi è che le loro caratteristiche - la frequenza con la quale si stanno manifestando, l'intensità e natura della loro evoluzione - sono semplicemente inspiegabili senza il contributo di un cambiamento sottostante delle statistiche del sistema climatico. In questo l'evidenza è schiacciante. Questo importa perché come si affrontano questi problemi cambia se si considerano un'emergenza contingente - grave, ma passeggera - o il sintomo di in cambiamento strutturale delle condizioni nelle quali operiamo. 

Nel primo caso, si affron­te­reb­bero come una sequenza di emer­genze, di devia­zioni estreme dalla nor­ma­lità. Que­sto è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichia­riamo sor­presi, ignari, stu­pe­fatti. Invo­chiamo la pro­te­zione civile per le allu­vioni, per­ché è emer­genza, igno­rando che si tratta di emer­genze che ormai capi­tano ogni anno. Nomi­niamo com­mis­sari, per la “straor­di­na­rietà” della sic­cità, come se l’ecce­zio­na­lità impli­casse dero­ghe a regole che altri­menti fun­zio­ne­reb­bero, invece di rico­no­scere, più sem­pli­ce­mente, regole ina­de­guate. Siamo in una situa­zione sur­reale: un po’ come se gli emi­ra­tini si stu­pis­sero ogni estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimen­ti­car­sene in inverno.

Il caldo di quest’estate ha sor­preso molti per inten­sità. Trat­te­niamo il respiro e spe­riamo che passi. E’ una fol­lia. Fac­cio una pre­vi­sione senza alcuna paura di smentita. Ci saranno estati peggiori nel futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura esic­cità, vi ricordo pure che le allu­vioni del 2023 e 2024 suc­ce­de­ranno di nuovo con simile o mag­giore inten­sità. Quello che abbiamo visto finora è la ver­sione più beni­gna di ciò che ci aspetta. Dob­biamo pre­pa­rarci.E’ del tutto evi­dente che il ter­ri­to­rio futuro dell’Ita­lia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi, con buona pace di coloro che pen­sano che il pae­sag­gio sia una car­to­lina immo­bile, verso il quale abbiamo solo respon­sa­bi­lità di tutela e non di svi­luppo. Il nostro­pae­sag­gio ­no­n è il Co­los­seo, e’dina­mico. Poco più di cent’anni fa, il ter­ri­to­rio ita­liano aveva un terzo delle fore­ste che abbiamo oggi e l’agri­col­tura impie­gava 8 milioni di per­sone invece che le odierne 800.000. Il pae­sag­gio cam­bia per­ché cam­biano noi, cam­bia la nostra eco­no­mia, e per­ché cam­biano le con­di­zioni nelle quali ope­riamo.

Come sarà fatto, quindi, il pae­sag­gio ita­liano del futuro? Affron­tare il caldo, allu­vioni, sic­cità, richiede inter­venti fisici sul ter­ri­to­rio e sulle nostre città. Inve­sti­menti per dotare le abi­ta­zioni di aria con­di­zio­nata, le città di zone verdi che ridu­cano gli impatti del caldo urbano, una mobi­lità orga­niz­zata per gestire una società che deve navi­gare con­di­zioni dif­fi­cili, un’infra­strut­tura idrau­lica e una gestione del ter­ri­to­rio agri­colo che sia in grado di acco­mo­dare una mag­giore varia­bi­lità delle piogge, un’agri­col­tura più resi­liente. Tutto que­sto è in linea di prin­ci­pio fat­ti­bile. Il nostro paese non sarà più caldo dell’ari­zona o della Gior­da­nia oggi, più secco del Nevada o con piogge peg­giori dei tifoni giap­po­nesi. Il pro­blema è che tra­sfor­mare un paese abi­tuato a un clima diverso costa. E gli inve­sti­menti devono avere un ritorno. Il ritorno per que­gli inve­sti­menti dovrà venire dalla cre­scita eco­no­mica, resa pos­si­bile a sua volta dalla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale.

La fron­tiera dell’inno­va­zione oggi risiede nell’uso dell’intel­li­genza arti­fi­ciale, nell’auto­ma­zione della pro­du­zione indu­striale, nella tra­sfor­ma­zione ad altis­simo valore aggiunto che molte aziende ita­liane già fanno (è la ragione per la quale il paese in que­sti anni è diven­tato il quarto espor­ta­tore indu­striale al mondo). Tutto que­sto quindi deve essere fatto, pen­sando a quell’eco­no­mia, che sarà pre­va­len­te­mente digi­ta­liz­zata, auto­ma­tiz­zata e, punto fon­da­men­tale, elet­tri­fi­cata. Il cuore di quell’eco­no­mia, della sua com­pe­ti­ti­vità, è il sistema ener­ge­tico nazio­nale, quindi, e da lì biso­gna par­tire.

Pen­sate alla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale del secolo scorso. L’indu­stria­liz­za­zione ita­liana fu fatta ali­men­tando le aziende mani­fat­tu­riere con l’idroe­let­trico, par­tendo dalla cen­trale Ber­tini della Edi­son, sull’adda, che fornì ener­gia elet­trica alle pic­cole aziende tes­sili del mila­nese. Quell’elet­tri­fi­ca­zione fu finan­ziata gra­zie anche ai con­tratti muni­ci­pali–lara­gio­ne­per­la­qua­le­daol­tre­cent’anni Milano ha il tram elet­trico. Il tram, a sua volta, era usato dai lavo­ra­tori di quelle fab­bri­che, creando un ciclo di cre­scita vir­tuoso. Buona parte della tra­sfor­ma­zione del ter­ri­to­rio nazio­nale fu quell’espe­rienza moltiplicata per le tante zonepro­dut­tive ita­liane, che aggre­ga­rono una tra­sfor­ma­zione nazio­nale, faci­li­tata dall’inter­vento finan­zia­rio, pro­get­tuale e rego­la­to­rio dello stato.

Que­sto non vuole dire che la Cina non usi petro­lio o gas oggi – è il più grande impor­ta­tore al mondo – ma se stiamo facendo una discus­sione di stra­te­gia–di co­me­ ci ­dob­bia­mo ­pre­pa­ra­re al ­fu­turo–è evi­dente che le ten­denze rac­con­tano una sto­ria di elet­tri­fi­ca­zione e di pro­gres­sivo abban­dono del fos­sile.

Dal punto di vista stra­te­gico, quindi, que­sto dovrebbe essere un buon segnale per l’ita­lia, un paese senza com­bu­sti­bili fos­sili, con un poten­ziale solare ed eolico signi­fi­ca­tivo, e con impatti cli­ma­tici sul ter­ri­to­rio tra i peg­giori di tutti i paesi avan­zati e che richie­dono inve­sti­menti pun­tuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di per­se­guire in maniera effi­cace la tran­si­zione di cui ha evi­den­te­mente biso­gno.

Mi si dirà che il solare in Ita­lia è cre­sciuto tan­tis­simo. E’ vero. In un futuro pros­simo, aggiun­gere solare in Ita­lia non aumen­terà di un gran che la capa­cità pro­dut­tiva per­ché il pro­blema è dare elet­tri­cità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può inve­stire nel sistema di stoc­cag­gio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibat­tito prende dire­zioni incom­pren­si­bili. Ci distra­iamo con discus­sioni sul costo delle rin­no­va­bili, ma solo coloro che non capi­scono come si for­mano i prezzi nel mer­cato elet­trico pen­sano che il pro­blema degli alti prezzi dell’ener­gia sia dovuto ad esse. La pro­du­zione mar­gi­nale di elet­tri­cità in Ita­lia è ed è sem­pre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta pro­du­cendo l’aumento di prezzi del sistema. Il pro­blema non è l’eco­no­mia delle sin­gole tec­no­lo­gie rin­no­va­bili, ormai banal­mente com­pe­ti­tive, ma come tra­sfor­mare un sistema otti­miz­zato su un com­bu­sti­bile che impor­tiamo da ses­sant’anni. Que­sto è ben chiaro agli esperti del set­tore ma rara­mente dibat­tuto in pub­blico. Si con­ti­nua a con­fon­dere una discus­sione di scelta tec­no­lo­gica, con una discus­sione di tra­sfor­ma­zione indu­striale. E’ pro­ba­bile che il gas con­ti­nuerà a essere parte del nostro mix tec­no­lo­gico per sva­riati anni, ma la que­stione è come instra­darsi verso l’eman­ci­pa­zione. Que­sta non è una que­stione solo di pro­du­zione, ma di strut­tura della rete, della distri­bu­zione, di gestione ter­ri­to­riale, di poli­tica tec­no­lo­gica e di rego­la­zione del mer­cato.

Un paese che si affida a solare, eolico, idroe­let­trico, bat­te­rie, geo­ter­mico e un mix decre­scente di gas e, forse, nucleare, avrà un ter­ri­to­rio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occu­pano suolo sog­getto a smot­ta­menti e inon­da­zioni, cen­trali ter­mi­che che dipen­dono da acqua di raf­fred­da­mento che potrebbe non esserci, e che ali­menta data­cen­ter che com­pe­tono per l’elet­tri­cità con l’aria con­di­zio­nata degli utenti in affanno. Affron­tare il pro­blema ener­ge­tico è quindi una con­di­zione fon­da­men­tale per gestire i cam­bia­menti ter­ri­to­riali che ci aspet­tano e un volano di atten­zione verso il ter­ri­to­rio.

C’è poi la tra­sfor­ma­zione fisica del ter­ri­to­rio nel suo com­plesso. Per il calore abbiamo una situa­zione strut­tu­rale di mal adat­ta­mento. Le città medie­vali ita­liane non si sono evo­lute per gestire set­ti­mane di tem­pe­ra­ture oltre i 35 gradi cen­ti­gradi. Le infra­strut­ture idrau­li­che che si sono accu­mu­late nei secoli non hanno mai dovuto affron­tare la fre­quenza annuale di pre­ci­pi­ta­zioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.

Ormai si mol­ti­pli­cano le stime di costo che que­ste con­ti­nue inter­ru­zioni impon­gono alla nor­male ope­ra­ti­vità dell’eco­no­mia: le stime oscil­lano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli oriz­zonti tem­po­ra­lie­del­le­con­di­zio­ni­fu­tu­re­pre­vi­ste.e’facile capire da dove ven­gono que­sti costi. Quando è caldo per diverse set­ti­mane all’anno, la pro­dut­ti­vità del lavoro esterno si riduce radi­cal­mente. Quando la logi­stica è inter­rotta dagli estremi si per­dono giorni di con­se­gna e si dete­riora l’infra­strut­tura dalla quale dipende la pro­du­zione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’eco­no­mia nazio­nale.

E poi, le grandi ten­denze demo­gra­fi­che cam­biano le con­di­zioni della popo­la­zione e mol­ti­pli­cano i costi. Con il paese che invec­chia, la vul­ne­ra­bi­lità sociale diventa eco­no­mica. Se le tem­pe­ra­ture supe­rano i 35 gradi, la mor­ta­lità delle per­sone sopra 65 cre­sce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto signi­fi­ca­tivo sulle strut­ture ospe­da­liere già sotto pres­sione e costi enormi sulla col­let­ti­vità. E’ del tutto evi­dente che il pro­blema è strut­tu­rale e di prim’ordine nella gestione dell’eco­no­mia del paese. Sipos­so­no­fa­re­mol­te­cose.i“pia­ni­caldo”come quello pre­sen­tato recen­te­mente a Roma offrono una serie di inter­venti sen­sati e neces­sari, che vanno dalla costi­tu­zione di zone verdi, all’ado­zione di aria con­di­zio­nata negli edi­fici pub­blici. Ma se il pro­blema è strut­tu­rale, le dimen­sioni della rispo­sta dovranno ecce­dere ciò che una sin­gola città o ammi­ni­stra­zione locale può fare. Se adot­te­remo livelli ame­ri­cani di aria con­di­zio­nata, la rete elet­trica dovrà affron­tare un pro­blema diverso. Se ser­vi­ranno inter­venti siste­ma­tici sugli edi­fici, si por­ranno que­stioni ine­lu­di­bili di bilan­cia­mento tra tutela del patri­mo­nio e la pre­pa­ra­zione per con­di­zioni che non abbiamo avuto nella sto­ria del paese.

Tutto que­sto costerà. Le stime variano, ma per l’adat­ta­mento dell’eco­no­mia per com’è oggi, si sti­mano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Que­sto però non tiene conto degli inve­sti­menti neces­sari per tra­sfor­mare l’eco­no­mia stessa, con­di­zione neces­sa­ria per potersi per­met­tere l’adat­ta­mento. Per­ché se è vero che adat­tarsi signi­fica rispar­miare costi sull’eco­no­mia futuro, è anche vero che il rispar­mio non costi­tui­sce un paga­mento reale che per­metta di finan­ziare gli inter­venti. Serve valore aggiunto.

Tutto que­sto richiede una fun­zione pub­blica in grado di pia­ni­fi­care la tra­sfor­ma­zione, lavo­rare con il set­tore pri­vato e con le auto­rità locali per svi­lup­pare pro­getti, lavo­rare con la com­mis­sione e le isti­tu­zioni euro­pee per mobi­li­tare finanza, ed ese­guire gli inter­venti per otte­nere i risul­tati. Ed è qui, lon­tano dai pro­blemi tec­no­lo­gici e dalle discus­sioni scien­ti­fi­che, che la discus­sione nazio­nale si dovrebbe con­cen­trare: sulla capa­cità dello stato ammi­ni­stra­tivo di spro­nare il paese in que­sta tran­si­zione.

Può sor­pren­dere che una rifles­sione sul clima e sul ter­ri­to­rio ci porti a par­lare di fun­zione pub­blica, ma que­sto è il grande assente dal dibat­tito oggi: non c’è solu­zione che ci per­metta di affron­tare quello che ci capi­terà nei pros­simi anni, le ondate di caldo, la sic­cità, le allu­vioni, che non richieda un radi­cale miglio­ra­mento della capa­cità dell’ammi­ni­stra­zione di otte­nere risul­tati tan­gi­bili in tempi pre­ve­di­bili sul ter­ri­to­rio. La nostra archi­tet­tura isti­tu­zio­nale e il sistema di incen­tivi che la governa è il pro­blema.

La riforma della pub­blica ammi­ni­stra­zione è sto­ria decen­nale. La gestione della cosa pub­blica in Ita­lia è sem­pre stata inse­pa­ra­bile dalla sua natu­rale ter­ri­to­riale, e infatti la prima grande sta­gione di tra­sfor­ma­zione avvenne con­te­stual­mente alla nascita delle regioni a sta­tuto ordi­na­rio negli anni Set­tanta. Lo scrisse Mas­simo Severo Gian­nini nel 1979, quando nel rap­porto “sui prin­ci­pali pro­ble­mi ­dell’ammi­ni­stra­zio­ne ­del­lo ­Stato” indi­viduò le dif­fi­coltà di uno Stato che non doveva solo eser­ci­tare auto­rità, ma ero­gare ser­vizi, ridi­stri­buire ric­chezza, inve­stire in infra­strut­ture, su un ter­ri­to­rio fram­men­ta­rio.

Lo vediamo oggi. L’auto­rità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pia­ni­fi­cato sulla base di un’idea di agri­col­tura e tes­suto pro­dut­tivo che attra­versa sva­riate regioni. Per i data­cen­ter serve acqua – dove li met­tiamo? Dove si favo­ri­scono gli inve­sti­menti in auto­ma­zione e mec­ca­nica? Quali pro­du­zioni vanno incen­ti­vate per aumen­tare le espor­ta­zioni? Quali per la sicu­rezza ali­men­tare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abba­stanza acqua sia per il riso del ver­cel­lese che per le pesche della Roma­gna, che per i data­cen­ter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede inter­venti sulla rete e di sacri­fi­care ter­reni alla pro­du­zione elet­trica, chi gesti­sce quei costi? Il pro­blema parte da un piano ter­ri­to­riale, ma nes­suna isti­tu­zione ha la respon­sa­bi­lità ultima di offrire e imple­men­tare rispo­ste a que­ste domande.

Ci tro­viamo a valle di decenni di riforme sostan­zial­mente cie­che su que­sta dimen­sione. Negli anni 90, la famosa “sta­gione delle riforme” portò una serie di cam­bia­menti impor­tanti: le auto­no­mie locali, la riforma Cas­sese per sepa­rare l’indi­rizzo poli­tico e la gestione ammi­ni­stra­tiva, la legge Bas­sa­nini per il fede­ra­li­smo ammi­ni­stra­tivo, fino alla riforma costi­tu­zio­nale del Titolo V. Que­ste riforme sulla carta avreb­bero dovuto por­tare a una fun­zione pub­blica più indi­pen­dente da favori poli­tici e più azien­dale, con una rela­zione tra auto­no­mie locali e stato cen­trale più pro­dut­tiva. Come spesso capita però l’attua­zione con­tin­gente creò l’esatto oppo­sto. Un’ammi­ni­stra­zione sem­pre meno capace di affron­tare i pro­blemi ter­ri­to­riali e un’archi­tet­tura sem­pre più para­liz­zata dalla con­fu­sione sulle respon­sa­bi­lità. La riforma del Titolo V in par­ti­co­lare ha creato temi con­cor­renti tra stato, regioni e vari enti, mol­ti­pli­cando il numero di attori che pos­sono bloc­care qual­siasi deci­sione. Ci sono stati ten­ta­tivi suc­ces­sivi di cor­reg­gere il tiro. Ma la riforma Bru­netta del 2009 che ambiva a una fun­zione pub­blica azien­dale e meri­to­cra­tica fu affon­data dalla crisi del debito del 2010 quando Tre­monti impose il blocco degli sti­pendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a respon­sa­bi­liz­zare i diri­genti dello stato fu affos­sata dalla scon­fitta del refe­ren­dum costi­tu­zio­nale del 2016 che avrebbe dovuto supe­rare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vin­colo insor­mon­ta­bile alla presa di respon­sa­bi­lità della diri­genza pub­blica sta­tale rispetto a deci­sioni ter­ri­to­riali.

Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha intro­dotto nel paese enormi risorse e potenti vin­coli esterni alla poli­tica nazio­nale. Dove il paese aveva capa­cità cen­tra­liz­zata di svi­lup­pare e imple­men­tare pro­getti, come nel caso delle fer­ro­vie o della digi­ta­liz­za­zione, siamo riu­sciti a fare passi avanti signi­fi­ca­tivi sulla spesa pre­vi­sta. Sui capi­toli ter­ri­to­riali della sicu­rezza idro­geo­lo­gica o urbana, i fondi ori­gi­nal­mente stan­ziati – già minimi rispetto al pro­blema – sono stati tagliati. La ragione? La sup­po­sta inca­pa­cità di auto­rità locali di strut­tu­rare ed ese­guire pro­getti nei tempi neces­sari.

La sto­ria di quest’estate di caldo è que­sta, quindi, e var­rebbe la pena ricor­darla anche quando il caldo tor­rido di que­sti mesi sarà sosti­tuito dalle ine­vi­ta­bili allu­vioni autun­nali: il pro­blema è la capa­cità ese­cu­tiva e ammi­ni­stra­tiva delle nostre isti­tu­zioni pub­bli­che. E’ vero, abbiamo pro­vato a rifor­marle in pas­sato, fal­lendo. Ma dovremo ripro­varci, per­ché non farlo signi­fica con­dan­nare il paese a pas­sare il tempo tra ven­ti­la­tori e salotti allu­vio­nati men­tre gli anziani muo­iono e i gio­vani se ne vanno.

Giu­lio Boc­ca­letti

Giu­lio Boc­ca­letti, for­ma­tosi come fisico presso l’uni­ver­sità di Bolo­gna, ha con­se­guito il dot­to­rato in Scienze atmo­sfe­ri­che e ocea­ni­che presso l'uni­ver­sità di Prin­ce­ton. Scrive per Pro­ject Syn­di­cate e per il Foglio. “The Envi­ron­men­tal Repu­blic: Why Citi­zens Will Save the World” (Prin­ce­ton Uni­ver­sity Press), pub­bli­cato nel mag­gio scorso, è il suo ultimo libro.