venerdì 17 aprile 2026

Max Ernst

 tutto l’impegno di max ernst

Renania. A 50 anni dalla morte, un docufilm e una mostra celebrano l’artista: è quanto mai attuale l’Europa dei conflitti nell’ottica del Surrealismo come movimento politico antifascista

Martina Mazzotta
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

 «Chi determina la storia mondiale? Non certo le persone più ragionevoli, quanto piuttosto dei folli. Dunque, se la pittura è un riflesso della realtà, deve essere folle, così da mostrare l’immagine veritiera della nostra epoca. Contrapponiamo una follia a un’altra follia».

Le parole sono di Max Ernst. L’epoca è quella delle dittature tra le due guerre in Europa che l’artista visse drammaticamente in prima persona: dalle trincee del primo conflitto mondiale ai campi di concentramento per intellettuali e artisti “degenerati” in Francia, nel 1940, dall’esilio al dramma dell’uccisione ad Auschwitz della prima moglie Luise Straus, importante storica e critica d’arte ebrea rimastagli sempre amica e madre del suo unico figlio, Jimmy. Queste stesse parole marcano le scene d’esordio di un ottimo docufilm che il regista di Colonia Daniel Guthmann e la sua Filmproduktion hanno prodotto in collaborazione con ZDF e Arte. Scritto insieme con Christian Buckard, s’intitola Max Ernst. Il surrealista e il mostro fascista (Max Ernst, der Surrealist und das Trampeltier/Max Ernst, le surréaliste et le monstre fasciste) e rappresenta un piccolo, inatteso gioiello che resterà visibile fino al 2030 nella Mediateca di Arte.

Analoghe istanze relative alla Storia europea riecheggiano in questi mesi a Bonn, nella stupenda Casa-Museo del “cavaliere azzurro” August Macke (amico caro di Ernst, morto durante la Prima Guerra, come il compagno Franz Marc), nelle sale della mostra curata dalla direttrice Friederike Voßkamp e intitolata «Max Ernst e August Macke. Visioni del modernismo».

Entrambe le iniziative, film e mostra, celebrano il cinquantesimo anniversario della morte di Ernst, avvenuta in coincidenza con la notte precedente al suo compleanno, il 2 aprile 1976.

Sebbene in tanti musei, come ad esempio il MoMa di New York, si parli di lui eminentemente quale artista franco-americano, e sebbene le sue opere siano disseminate un po’ in tutto il mondo, è altamente significativo che le due iniziative messe in moto in occasione dell’anniversario della morte siano state concepite nella sua vera Heimat. Parliamo di un Land tedesco incantato, di quel tratto di Renania che si estende tra Bonn e Colonia, nei cui paesaggi risuonano le sinfonie di Beethoven, ma anche le musiche di Brahms e dei coniugi Schumann (Ernst nacque a Brühl e studiò all’università di Bonn come Aby Warburg, nella culla della “Kulturwissenschaft”). Tappa del Grand Tour decantata da Lord Byron, meta di pellegrinaggi romantici e d’itinerari wagneriani, tale zona è peraltro ricchissima di musei di primo piano, anche al di fuori delle città maggiori.

Un esempio per tutti: il monumentale Arp Museum-Bahnhof Rolandseck (Arp fu amico del cuore di Ernst per più di cinque decenni). Il museo fu progettato da Richard Meier circa vent’anni fa e si trova a monte della storica stazione ferroviaria di Rolandseck, alla quale è collegato da un fantascientifico tunnel.

Ma torniamo al film e alla mostra di produzione renana. Entrambi i progetti hanno coinvolto attivamente storici dell’arte e curatori (tra i quali Jürgen Pech e chi scrive, presenti nel film come nel catalogo del Museo Macke) nell’affrontare temi e problemi dell’opera dell’artista che risultassero rilevanti per il mondo e le generazioni di oggi. La cornice resta l’Europa dei conflitti del “secolo della memoria breve”, anche in relazione alle culture distanti, nonché l’Europa nell’ottica del Surrealismo, quale movimento politico antifascista.

Attraverso brani di animazione digitale, fumetti, filmati originali, fotografie, interviste con specialisti e testimoni diretti, e poi riprese di luoghi storici, di mostre e musei, il film di Guthmann ha saputo intrecciare la Storia d’Europa e del Surrealismo con la produzione di opere d’arte di Ernst che si legano a temi politico-sociali. Da notare che i colori e la resa delle superfici di dipinti, collages, frottages, sculture presenti nella pellicola sono stati attentamente calibrati da Jürgen Pech, nel rispetto degli originali, proprio come accade con i libri (quelli buoni).

Da segnalare, inoltre, l’animazione ottimamente riuscita del capolavoro del 1937 L’angelo del focolare, opera che fu centrale nella rassegna milanese nel 2022-23 e di seguito anche in tutte le iniziative e mostre organizzate in diversi paesi in occasione del centenario del Surrealismo, nel ‘24. Il trionfo del Surrealismo è l’altro titolo dell’opera che fu ispirata, come racconta lo stesso Ernst, dalla guerra di Spagna nella quale aveva tentato di arruolarsi, da Guernica di Picasso, nonché dalla furia delle dittature, soprattutto in Germania. Alla presenza di fumetti si alternano interviste e documenti d’archivio quando il film affronta una storia poco nota, quella di camp des Milles. Nella Francia progressivamente occupata dai nazisti, infatti, oltre 3mila intellettuali e artisti austriaci e tedeschi residenti, ma considerati “nemici del Paese”, furono deportati in una immensa fabbrica di mattoni convertita in Lager. Lion Feuchtwanger ebbe modo di descriverlo nel libro Le diable en France (fu lui a far infine evacuare il campo di concentramento, in accordo col direttore, sottraendo tutti alla morte). A camp des Milles, e nella stessa cella, si ritrovarono Max Ernst, che vi realizzò la decalcomania L’angoscia dell’ebreo (1940), e Hans Bellmer, che ritrasse il suo compagno con un volto composto interamente di mattoni. Flashback riportano tra le macerie della Prima Guerra, che vide il soldato ferito Ernst ricomporre i frammenti delle rovine nei suoi collage degli anni 20, al tempo del Dada di Colonia, prima che le sue opere giungessero a Parigi e impostassero le basi fondamentali per la nascita del Surrealismo.

Attraverso opere significative come le serie de I Barbari che calpestano le proprie origini, il film racconta poi dell’approdo a Marsiglia nel ’41, alla Villa Air-Bel, da dove l’artista si avviò con Peggy Guggenheim sulla via della salvezza, verso l’America. E qui si conclude il film, quasi fosse una “parte I” (preludio a un sequel sulla seconda parte della vita dell’artista?). Nei fotogrammi conclusivi, un capolavoro assoluto quale L’Europa dopo la pioggia (1940-’42) viene accarezzato dalla telecamera che si ferma su una coppia, un uccello e una donna (Europa). Improvvisamente i due si animano, volgono le spalle a noi e all’oscurità e si dirigono verso la luce. Accompagnano la scena i versi finali del poema di Ernst Das Schnabelpaar, dove è la coppia Rondinel-Rondinella a guardare al futuro, indicando il cammino: «E quando ancora rovesciano piogge e mattoni / sull’Europa / sulla Kafkasia e la Kafkamerica / invece d’allegri compari di svaghi e d’amori / e quando le loro teste diventano pietre / e le loro digressioni giallo-senape chiaro / le schiene canicolari / le piume dure come correggie / che cosa fa rondinel / acchiappa quei duri titani / per le loro code di topo / e con un gesto indica il cammino».





David Hume filosofo

 

David Hume, il rivoluzionario

Biografie intellettuali. Nel suo libro Eugenio Lecaldano dimostra come sperimentalismo, naturalismo e scetticismo ritrovassero nel filosofo quell’armonia che era alla base della sua ricerca

Gianni Paganini
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026

Esistono rivoluzioni in filosofia? Il bel libro di Eugenio Lecandano su David Hume filosofo europeo dimostra con eleganza che una filosofia può spezzare paradigmi inveterati, senza ricorrere a forme oracolari, proclami di battaglia o formule apodittiche come quelle a cui ci hanno abituato (purtroppo) gli ultimi decenni.

Fu con la baldanza giovanile dei venti anni che Hume propose con pacate argomentazioni un’alternativa empiristica alle tradizionali metafisiche a priori, sostituendole con la scienza o geometria o anatomia della mente umana, con «l’applicazione sperimentale alla ricerca naturale», secondo il metodo newtoniano. Questa scienza diventava così la «capitale» da cui dipendevano tutte le altre province filosofiche: matematica, logica, critica, teoria della conoscenza, morale, politica, ma anche religione naturale. Era una metafisica di tipo nuovo, con ambizioni più limitate e e tuttavia procedeva a stabilire principi che avrebbero hanno retto la filosofia degli ultimi trecento anni (e ancora): il principio di verificazione o copy principle, per cui un’idea è solo copia di un’impressione, o in termini più aggiornati (dopo Popper) ogni falsificazione viene da dati indipendenti dalla teoria; i principi di associazione che combinano fra loro idee simili formando il «cemento dell’universo»; la cosidetta «legge di Hume> per cui da un enunciato descrittivo non si può ricavare un enunciato prescrittivo, e molti altri ancora.

Alcuni, già tra i contemporanei, accusarono Hume di mero scetticismo e di non essere andato oltre la pars destruens. In realtà, a differenza degli scettici antichi, Hume capì per primo che il problema non stava nel fenomeno o apparenza, bensì nella credenza (belief), l’idea vivace unita a un’impressione presente, che ci porta istintivamente, a «credere» al di là del fenomeno. Ne catalogò tre gruppi fondamentali: la credenza nella causalità e nel potere efficace delle cause; la credenza nell’esistenza indipendente e continua degli oggetti; la credenza nella permanenza e stabilità dell’io. Su ciascuno di questi punti gli argomenti di Hume contribuirono a destrutturare quel tessuto di credenze non giustificate razionalmente su cui pure basiamo la nostra vita di ogni giorno. Non c’è possibilità di dimostrazione razionale a priori di nessuna di questa credenza: secondo il celebre esempio portato nell’Estratto del Trattato, il primo Adamo che si fosse accostato a un tavolo da bigliardo non potrebbe potuto sapere a priori se la palla colpita sarebbe rimasta ferma o no. Solo l’esperienza avrebbe potuto sciogliere il dilemma e soprattutto il custom (l’abitudine) formerebbe sequenze di regolarità sempre più affinate ma mai definitive.

Hume stesso confessò che quello era il «peggior paradosso» che uno scettico avrebbe potuto presentare e infinite serie di razionalisti (leibniziani in primis), sostennero scandalizzati che il mondo di Hume, mancando del principio di ragion sufficiente, era assolutamente caotico e inconcepibile: qualunque cosa avrebbe potuto nascere da qualsiasi altra. Dimenticavano però una clausola determinante: lo “scandalo” è tale solo prima dell’esperienza o a priori, cioè la regolarità non è dettata da un principio razionale antecedente ma dall’esperienza che si perfeziona gradualmente.

Dopo aver demolito passo passo le certezze razionalistiche del secolo precedente, Hume era tuttavia consapevole che uno scetticismo totale o pirroniano (come si diceva all’epoca) non poteva essere vissuto nella realtà : «nessuno mai, né io né altri, è stato sinceramente e costantemente di questa opinione». A che pro allora tanta sottigliezza di analisi critica? Sarebbe sbagliato – riteneva - rigettare di colpo e senza esame tutti questi argomenti: non solo essi potevano essere sostituiti da uno scetticismo più «modesto» o «accademico» (cosa che avvenne nelle Ricerche sull’intelletto umano), ma di fatto non potevano essere aboliti pena l’estinzione della stessa filosofia. Mentre gli antichi avevano mirato all’atarassia (tranquillità della mente che non si compromette con i dogmatismi e ad essi oppone l’epoché: sospensione del giudizio), Hume aveva invece capito che una vita senza credenze è di fatto invivibile e che un equilibrio può essere raggiunto solo attraverso una dinamica della mente che di continuo gioca la ragione contro i sensi, l’immaginazione contro le percezioni, le passioni contro le argomentazioni, abitudini contro eccezioni ecc. Per questo, lo scetticismo humeano sempre contribuisce a frenare la tendenza spontanea degli istinti, a controllare i pregiudizi, a misurare le probabilità quando mancano le prove, a escludere dall’esame le materie che non sono alla portata dell’uomo (dal finalismo ingenuo alla superstizione, dalle credenze nell’aldilà al dogmatismo religioso). Con una formula felice, Annette Baier ha chiamato il procedimento di Hume un concetto riflessivo di razionalità, una revisione della mente da parte dell’intera mente. Con una formula simile, Don Garrett lo ha definito un’abilità ad accertare le relazioni tra idee più la proiezione associativa di regolarità da osservare. Il modello humeano è più complesso e articolato di quanto i suoi critici hanno creduto.

Con insolita irruenza Bertrand Russell ha scritto che l’irrazionalismo dell’Otto e del Novecento è nato dalla distruzione dell’empirismo operata da Hume. Bisogna dire che dopo il risveglio popperiano dal sogno induttivistico, dopo la caduta dei due dogmi dell’empirismo ad opera di Quine, dopo la svolta paradigmatica di Kuhn e quella dei programmi di ricerca di Lakatos, l’empirismo, malgrado le ferite e gli acciacchi, non se la passa ancora troppo male e accompagna (anche se non più guida) il progresso verso una migliore comprensione del mondo e un più efficace miglioramento della felicità umana.

Guardando all’Italia, si può dire che i semi piantanti da «l’umanesimo illuministico» di Mario Dal Pra, dallo «scetticismo illuministico» di Antonio Santucci o dalla lettura politica di Giuseppe Giarrizzo hanno continuato a dare buoni frutti. Con il libro di Lecaldano disponiamo oggi di una biografia intellettuale eccellente. Con il suo bel libro, sperimentalismo, naturalismo sentimentalistico e scetticismo critico ritrovano quell’armonia e collaborazione che erano alla base della ricerca di Hume e che ne rappresentano il filo conduttore.

Eugenio Lecaldano
David Hume Filosofo Europeo. Una vita di ricerca
Carocci Editore, pagg. 422, € 30

Marie-Thérèse libera

 


Una vedova francese di 86 anni torna a casa dopo la terribile esperienza di detenzione presso l'ICE

Marie-Thérèse Ross è stata arrestata il 1° aprile e detenuta in una struttura della Louisiana dalle autorità per l'immigrazione
The Guardian, venerdì 17 aprile 2026

Una donna francese ottantenne, arrestata e detenuta in un centro di detenzione per immigrati negli Stati Uniti, è tornata a casa in aereo. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti, Marie-Thérèse Ross è stata fermata in Alabama il 1° aprile dagli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo aver superato la durata del suo visto di 90 giorni. La vedova ottantaseienne era detenuta in un centro di detenzione federale per immigrati in Louisiana
La donna aveva sposato William Ross, residente in Alabama, nell'aprile dello scorso anno. L'ex capitano dell'esercito americano è deceduto a gennaio, scatenando una battaglia legale per l'eredità tra i figli e la vedova. Secondo un articolo del New York Times, un giudice del tribunale delle successioni ha scritto in una sentenza della scorsa settimana di ritenere che uno dei figli avesse sfruttato la sua posizione di dipendente pubblico per far arrestare Ross.
Il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha dichiarato venerdì ai giornalisti durante una visita nella città meridionale di Montpellier che Ross "è tornata in Francia questa mattina e ne siamo lieti".
Uno dei suoi figli ha dichiarato al quotidiano Ouest-France all'inizio di questa settimana che gli agenti dell'ICE hanno trattato sua madre come una criminale incallita. "Per noi è urgente farla uscire dal centro di detenzione e riportarla in Francia", ha affermato. "Date le sue condizioni di salute, non resisterà un mese in queste condizioni di detenzione".
Ha detto che lui, suo fratello e sua sorella non avevano avuto notizie della madre per una settimana dopo il suo arresto, fino a quando i funzionari consolari francesi non hanno potuto farle visita. Soffriva di problemi cardiaci e alla schiena e alla famiglia era stato detto che era detenuta insieme ad altri 70 detenuti.

Il terremoto nell'editoria francese

Maria Teresa Carbone
La strategia di Vincent Bolloré e l'assalto della destra alla cultura francese

il manifesto, 17 aprile 2026 

Il sito del Festival du Livre, in corso da oggi e fino a domenica al Grand Palais di Parigi, offre al suo pubblico tutto il corredo di punti esclamativi, iperboli e volti sorridenti che accompagna il lancio delle fiere editoriali. Ma non bisogna avere doti da indovino per immaginare che nello splendido padiglione di vetro e metallo costruito per l’Esposizione universale del 1900 poca attenzione si darà ai fumetti («ospiti d’onore!») o al Nocturne culinaire in programma stasera («esperienza unica, che mescola sapori e storie da tutto il mondo»). E come potrebbe essere diversamente, visto che uno dei maggiori marchi francesi, Grasset, ha subito un séisme absolu, un terremoto, come lo ha definito su Le Monde la giornalista Nicole Vulser?

POCO PIÙ DI VENTIQUATTR’ORE fa, infatti, oltre cento autori – alcuni dei quali, come Bernard-Henri Lévy o Virginie Despentes, di fama mondiale – hanno annunciato che lasceranno la casa editrice in segno di protesta per il licenziamento del presidente e direttore editoriale Olivier Nora, che la guidava dal 2000. Per la verità, Nora era perfettamente consapevole già dal 2023, da quando il gruppo Hachette Livre (il terzo per importanza nel mondo) era entrato nell’orbita di Vivendi, cioè del destrissimo Vincent Bolloré, che la sua sorte era appesa al proverbiale filo: «Se vogliono impallinarmi, mi impallineranno», pare dicesse spesso. E così è stato, anche se sulla causa immediata ci sono pareri discordanti. C’è chi la attribuisce all’atteggiamento tiepido di Nora per la scelta (imposta da Bolloré e dal presidente di Hachette Livre Arnaud Lagardère) di acquisire in Grasset lo scrittore franco-algerino Boualem Sansal, detenuto in Algeria per mesi con l’accusa di aver sostenuto posizioni filo-israeliane e liberato dopo intense pressioni diplomatiche.

In particolare, alla festa per i duecento anni di Hachette, con Jordan Bardella ed Eric Zemmour in platea, Sansal è stato presentato come un divo, ma Nora si è tenuto in disparte, «un distacco – scrive Vulser – che non sarebbe passato inosservato nei circoli del miliardario bretone». Per altri, invece, a determinare il licenziamento sarebbe stato il rifiuto di Nora alla richiesta di Lagardère di accogliere nel catalogo di Grasset un libro di Nicolas Diat, saggista legato all’ala più tradizionalista del cattolicesimo e già editore di Bardella per Fayard. Titolo: Rome, objet d’amour, «Roma oggetto d’amore» – e evidentemente anche di discordia.

DOVE, INVECE, DISCORDIA non c’è, è tra gli autori che abbandoneranno Grasset e che hanno superato differenze e rivalità firmando un documento comune. Il licenziamento di Nora – scrivono fra l’altro – «è un attacco inaccettabile all’indipendenza editoriale e alla libertà creativa. Ancora una volta, Vincent Bolloré dice ‘Sono a casa mia e faccio quello che voglio io’, mostrando un disprezzo totale verso chi pubblica, accompagna, corregge, produce, diffonde, distribuisce i nostri libri. E verso chi ci legge. Noi non vogliamo che le nostre idee, il nostro lavoro, siano di sua proprietà. Oggi abbiamo una cosa in comune: rifiutiamo di essere ostaggi di una guerra ideologica tesa a imporre l’autoritarismo ovunque nella cultura e nei media».

Gli avvocati sono già al lavoro per rescindere i contratti, gli effetti del terremoto si vedranno presto.

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Ecco la lista dei 115 autori decisi a lasciare Grasset (Ouest France, 16 aprile 2026)

Voici la liste des 115 auteurs :

Laure Adler, Claude Arnaud, Claude Askolovitch, Michka Assayas, Lila Azam Zanganeh, Jean-Luc Barré, Frédéric Beigbeder, Anne Berest, Jean-Marc Berthon, Laurent Binet, Maïtena Biraben, Evelyne Bloch-Dano, Dominique Bona, Julie Bonnie, Pascal Bruckner, Rosa Bursztein, Anna Cabana, Edouardo Castillo, Catel, Sorj Chalandon, Laurent Chalumeau, Georges Olivier Chateaureynaud, Grégory Cingal, Adelaïde de Clermont Tonnerre, Laetitia Colombani, Thierry Consigny, Oscar Coop Phane, Nadia Daam, Jean-Michel Décugis, Pauline Delassus, Julien Delmaire, Virginie Despentes, François Dosse, Pauline Dreyfuss, Alexandre Duval-Stalla, Jean-Paul Enthoven, Valentine Faure, Dalie Farah, Stéphane Faure, Thierry Frémaux, Balla Fofana, Caroline Fourest, Patrice Franceschi, Dan Franck, Fabrice Gaignault, Raphaël Gaillard, Victoria Gairin, Alain Genestar, Florent Georgesco, Hélène Gestern, Catherine Girard, Anne Goscinny, Philippe Grimbert, Pauline Guéna, Olivier Guez, Cécile Guilbert, Nicolas Guilbert, Maïram Guissé, Jean-Baptiste Harang, Delphine Horvilleur, Maïa Hruska, Emilie lanez, Vincent Jaury, Oriane Jeancour Galignani, Laurent Joffrin, Laurent Joly, Manon Jouniaux, Nelly Kaprielian, Gaspard Koenig, André Kozovoï, Dany Laferrière, Maria Larrea, Alexandra Lavastine, Viktor Lazlo, Elise Lépine, Marc Leplongeon, Bernard-Henri Levy, Bruno Lus, Richard Malka, Bruno Meyersfeld, Tania de Montaigne, Julie Neveux, Gaëlle Nohant, Véronique Olmi, Christophe Onot-dit-Biot, Christine Orban, Jean-Noël Örengo, Bruno Patino, Anthony Passeron, Judith Perrignon, Michelle Perrot, Yann Plougastel, Séphora Pondi, Didier Pourquery , Paul Preciado, Charlotte Pudlowski, Sonia Rachline, Léonor de Recondo, Jennifer Richard, Patrick Roegiers, Anne Rosencher, Adèle Rosenfeld, Baptiste Rossi, Gilles Rozier, Eric Sadin, Jean de Saint-Cheron, Colombe Schneck, Anne Sinclair, Stephen Smith, Seynabou Sonko, Vanessa Springora, Sylvie Tanette, Aude Terray, Alexandre Tharaud, Sandrine Treiner, Martin Untersinger, Fiammetta Venner, Yseult Williams, Carole Zalberg.





giovedì 16 aprile 2026

L' Ungheria di Stefano Bottoni


Francesca De Benedetti 
Questo libro su 
Orbán è una eresia. E la tipografia deve restare segreta
Domani, 28 maggio 2023

Ci sono libri che contengono storie, e poi ci sono libri che sono in sé una storia. È in sé una storia, un libro che viene stampato in una tipografia segreta, per esempio. «Abbiamo un patto: non dobbiamo rivelare qual è». Ed è in sé una storia, un libro che «nessuno era abbastanza coraggioso da pubblicare», come dice Csaba Lukács, che si è reinventato editore per l’occasione.

Che libro è questo, allora? Cosa conterrà mai di così eretico da dover essere stampato senza che si sappia dove? Nessuno immaginerebbe mai che la risposta a questa domanda sia: la rigorosa opera di uno storico. Nessuno lo immaginerebbe, a meno di rivelargli un dettaglio: l’opera ha un protagonista che non ammette critiche, Viktor Orbán, e viene stampata in Ungheria.

Questa è la storia di un libro il cui titolo recita: A hatalom megszállottja. Orbán Viktor Magyarországa, che in italiano suona: Stregato dal potere. L’Ungheria di Viktor Orbán.

L’autore e il «despota»


A scriverlo è stato lo storico Stefano Bottoni. Insegna storia dell’Europa orientale a Firenze, e in precedenza ha fatto ricerca all’accademia ungherese delle scienze: «Sono un cervello rientrato in Italia», scherza lui. Non si può dire che sia semplicemente italiano, né che sia ungherese: Bottoni ha passato mezza vita di qua, mezza di là. Il primo quarto di secolo a Bologna, e un’altra ventina d’anni a Budapest: oltre alla madre, anche la moglie è ungherese; i figli di Bottoni padroneggiano con disinvoltura entrambe le lingue.

Seguendo i crismi di un intellettuale che di lingue se ne intendeva, Bottoni è da definirsi a tutti gli effetti europeo: come diceva Umberto Eco, «la lingua dell’Europa è la traduzione». Il fatto è che non sempre tradurre – far parlare mondi, mettere in comunicazione culture, convertire da un contesto all’altro – è cosa semplice. Portare una biografia di Orbán in Ungheria, per esempio, si è rivelata un’impresa.

«A novembre del 2019 era già uscito il mio libro italiano, Orbán. Un despota in Europa. A distanza di quattro anni, in Ungheria Orbán è più despota, mentre c’è meno Europa. Il sistema orbaniano è uscito dalla zona ibrida ed è entrato nitidamente in quella che tra studiosi chiamiamo patronal autocracy, autocrazia padronale».

Tra l’edizione italiana e quella ungherese intercorrono quattro anni, una pandemia, la guerra in Ucraina, e una svolta; va detto che già nel 2019 Bottoni aveva inquadrato le derive dispotiche del premier, ma oggi sono maturate. «Basti pensare che lo stato di emergenza in Ungheria è stato continuamente prorogato, e vige tuttora: si governa spesso per decreto. Nella versione ungherese del mio lavoro, poi, il rapporto di Orbán con la Russia diventa un tema centrale: ricostruisco tutto l’arco delle sue relazioni con Putin».

I personaggi minori di Shakespeare

Sara De Simone
Shakespeare e il mondo comune

il manifesto, 16 aprile 2026

Hanno poche battute, sono poco o punto istruiti, a volte sono ubriachi, a volte criminali. Entrano in scena per qualche istante e non hanno la pretesa di condizionare il corso degli eventi, ma riescono a illuminarne contraddizioni e ipocrisie.

Sono i personaggi minori di Shakespeare, per lo più gente comune, uomini e donne del popolo, servitori, giardinieri, custodi, nutrici, una nuova classe di figure del teatro e della vita che preme per avere un proprio spazio, «per dare la propria versione dell’essere vivi». Anche loro pensano, sentono, sanno cos’è avere un corpo, conoscono l’esistenza. E reclamano la parola, che si tratti di un discorso di sole sette battute, o di una tirata comica e sgangherata sull’inferno che è diventato il mondo.

SONO I PROTAGONISTI del nuovo, illuminante libro di Nadia Fusini Rubare la scena. Balie, musici, delinquenti, popolane, filosofi, gente comune nel mondo di Shakespeare (Einaudi, pp. 145, euro 18), un vero e proprio atlante dei personaggi secondari nell’opera del grande Bardo, un libro sorprendente, pieno di gemme nascoste che Fusini riporta alla luce con impeccabile competenza e irresistibile verve. Ci si diverte a leggere del criminale Bernardino, che deve morire e invece vuole dormire, o della balia Angelica, che dell’amore «esalta il lato puramente materiale, fisico, corporale». Si prova pena per la povera e fedele Emilia, cameriera personale di Desdemona e moglie di Iago, che cerca di mettere in guardia la sua padrona ma non riesce a salvarla. Si riflette con il fool del Re Lear che capovolge le prospettive su pazzia e lucidità, e «parla, commenta, predica, svela, palesa, spiattella» le verità che nessuno (compresi noi) vuole ascoltare.

Che siano ridicoli come Malvolio, o degni di ammirazione come il giardiniere del Riccardo II, i personaggi che Nadia Fusini convoca e ci presenta, uno dopo l’altro, ci parlano, ci toccano, ci riguardano, la loro presenza non ci è indifferente, al contrario: «conta, significa, rimane viva dentro di noi».

È vivo dentro di noi l’incanto di Lucio, il giovane servo di Bruto nel Giulio Cesare, che ha tanto sonno ma non rinuncia ad allietare il proprio padrone, alla vigilia della battaglia di Filippi che gli sarà fatale. Lucio ha sonno ma suona, e suonando si addormenta; Bruto lo osserva con tenerezza e delicato gli toglie dalle mani lo strumento: ecco colui che ha pugnalato Cesare chinarsi con dolcezza sul corpo di un giovane innocente e carezzarne con lo sguardo la purezza. Chi può dimenticare questa scena che, come scrive Fusini, è quella in cui si profila «la possibilità di un altrove», un mondo dove «le azioni cruente, i traumi politici non dominano tutta la scena» e i grandi temi della tragedia retrocedono sullo sfondo?

ANCORA, vive in noi lo stupore di Bottom, il mastro tessitore che con la sua testa d’asino esperisce l’incontro sublime con la divinità, e non trova parole per raccontarlo e confonde i sensi, tanto da arrivare a dire: «Non c’è occhio d’uomo che abbia udito, né orecchio che abbia visto, né mano d’uomo che abbia potuto gustare, né lingua concepire, né cuore riferire che sogno è stato il mio». Umano, umanissimo Bottom, che davanti al mistero del divino non può che rimanere muto.

E d’altra parte come non ricordare il non-umano Calibano, il selvaggio della Tempesta schiavizzato da Prospero, il quale, ritenendosi portatore di civiltà, si autoproclama signore di un’isola che non è la sua, ma di Calibano, per l’appunto? Come non empatizzare con Caliban the cannibal, che alla fine dell’opera, dopo essere stato espropriato dei suoi beni e sfruttato in ogni modo, rimarrà solo e abbandonato nella sua terra?

Chi proprio non attira la nostra sympatheia, invece, sono gli interscambiabili Rosencrantz e Guildenstern, i falsi amici di Amleto, loschi figuri dal «sorriso furbetto», pronti a vendere i propri affetti e la propria coscienza al potere, ovvero all’usurpatore re Claudio.

Lo stesso vale per il parolaio Parolles, in Tutto è bene quel che finisce bene, il quale Parolles, nomen omen, in barba ai codici cavallereschi ed eroici, sceglie di salvarsi la vita spifferando al nemico tutto quello che sa del proprio signore, il conte di Roussillon, convinto che «non bisogna essere eroi per meritare di vivere».

Eppure, avverte Fusini, di questi personaggi minori che cercano di salvarsi la pelle a tutti i costi non c’è da osservare soltanto la pavidità o la cattiva coscienza.

PIUTTOSTO c’è da riconoscere che si tratta di figure nuove, il cui conatus essendi, per dirla con Spinoza, è più forte di ogni altro sentimento o paradigma. Parte della grandezza di Shakespeare è proprio in questa intuizione: portare sulla scena chi «non ha altro bene da difendere che la nuda vita», dandogli spazio e parola, e così anticipando l’avvento di personaggi che ben presto «conquisteranno la ribalta grazie a nuove forme di narrazione, come ad esempio il novel, il romanzo moderno».

Quanto agli eroi, c’è molto di nuovo da scoprire anche sul loro conto. Prendiamo Aufidio e Caio, i due acerrimi nemici del Coriolano, una delle più belle scoperte di questo libro. Fusini accende una luce imprevista su di loro, notando qualcosa che non era mai stato evidenziato: il protagonista Caio e il generale dei Volsci Aufidio sono in realtà due amanti. Ma andiamo con ordine: Caio Marzio, nominato Coriolano dopo aver distrutto la città di Corioli, è un uomo valoroso e integerrimo, «uno tutto Dio, patria e famiglia», che non si piega a nessun compromesso col potere e che proprio per questo sarà ingannato e sconfitto dalla sua stessa patria, dalla sua stessa famiglia. Bandito dalla città, travestito di umili panni, Caio decide di presentarsi alla porta del nemico giurato per chiederne l’alleanza. Ed è qui che accade l’inimmaginabile: Aufidio, commosso dal discorso di Caio, si getta tra le sue braccia.

All’abbraccio, accorato e insieme sensuale, si accompagna una vera e propria dichiarazione d’amore: «Tu sei Marte per me» – dice Aufidio – «Mi hai vinto dodici volte e sempre, sempre, notte dopo notte sognavo di incontrarti». L’attesa della vendetta diviene attesa amorosa, l’impetus bellico si fa slancio erotico: «Sognavo» – continua il generale dei Volsci, nella traduzione di Fusini – «notte dopo notte noi due a letto insieme che ci slacciavamo l’un l’altro l’armatura, ci liberavamo l’un l’altro dell’elmo, e ci prendevamo alla gola». Ecco l’eros che ruba la scena alla guerra! Ma come avevamo fatto a non accorgercene?

PER FORTUNA esistono libri come questo, libri che non impartiscono lezioni ma illuminano il pensiero, e invitano a una pratica ormai desueta: leggere insieme. La realtà, la vita. In questo senso, Nadia Fusini è davvero un’autrice: dal latino auctor, colui o colei che aumenta, accresce, arricchisce. Rubare la scena è un testo da cui si esce cresciuti, diversi.

Consapevoli che Emilia, Lucio, Caio, Aufidio, Bernardino, Calibano, Angelica sono parte di noi tanto quanto Amleto o Giulietta, e forse più di loro. Perché, come scrive ancora Fusini, «la verità è che c’è qualcosa di perturbante nel ritrovarsi a vivere, nel fatto puro e semplice di esistere. È un sentimento straniante che coinvolge tutti, nobili e servi, dame e delinquenti, eredi al trono e bastardi, musici innocenti, nutrici, operai». E anche noi: lettori e lettrici comuni.


Gli spaghetti alla puttanesca

Gianni Giacomino
Sesso e cucina erano un escamotage: il vero scopo di chef Francesca era derubare i clienti

La Stampa Torino, 15 aprile 2026

Sul sito di incontri per adulti Meetic si faceva chiamare «chef Francesca» e scriveva: «Il mio talento segreto è... cucinare». Può anche darsi visto che si proponeva come chef a domicilio su Prontopro.it: «Ho esperienza come chef su navi da crociera e ristoranti. Sono disponibile per preparare pranzi e cene per famiglie e privati. Sono capace di adattarmi a tutte le esigenze con piatti nazionali e internazionali». Ma la cuoca Ester Giglio, 49enne originaria di Venaria e il suo compagno 63enne, entrambi residenti ad Alessandria solamente da alcuni mesi, sono stati arrestati perché (secondo i carabinieri del nucleo operativo di Venaria) organizzavano cene di «alto livello» per stordire e derubare poi la vittima di turno.

Indagini e agenda con elenco di potenziali vittime

Nella loro casa gli investigatori, coordinati dal pm della procura di Ivrea Mattia Francesco Cravero, hanno trovato un'agenda che conteneva un elenco di potenziali vittime, a conferma della lucida premeditazione della coppia.

La cena trappola con un imprenditore di Venaria

Una delle ultime cene chef Francesca l'aveva fissata a casa di un imprenditore 68enne di Venaria, che l'aveva contattata proprio su Meetic: «Dai vengo io da te e ti cucinerò degli spaghetti alla puttanesca, che non hai mai assaggiato prima». Il 68enne è al timone di un'azienda alimentare nella periferia torinese, guida una Porsche e coltiva diversi hobby. È la fredda sera dello scorso 6 febbraio. Chef Francesca si presenta nel quartiere Gallo Praile di Venaria dove abita l'uomo, suona ed entra nell'elegante appartamento.

La scoperta del figlio e l'intervento dei soccorsi

Tre ore più tardi è tutta un'altra storia. Non c'è più la cenetta romantica con l'obiettivo di conoscersi meglio. Ma c'è il figlio dell'imprenditore, che arriva nel quartiere alla periferia della Venaria Reale dove abita il padre. È preoccupato perché non gli risponde al telefono. Quando entra in casa trova suo papà sul letto, intorpidito e confuso. Chiama i carabinieri e il 118. Anche perché si accorge che qualcuno ha rovistato in giro per l'appartamento. Ma perché il 68enne è in quello stato? I militari hanno il dubbio che il pensionato sia stato intossicato. Sospetto che viene confermato dall'analisi della pasta rimasta nella pentola: contiene benzodiazepine, lo psicofarmaco trovato nel sangue dell'uomo dopo le analisi effettuate in ospedale.

Furto di denaro e fuga ripresa dalle telecamere

Quando si riprende il 68enne, si accorge di non avere più l'orologio, i documenti e le carte di credito. E sono spariti pure gli oltre 10mila euro in contanti che teneva in casa. I carabinieri del nucleo operativo, però, sono già sulle tracce della donna che è stata ripresa da alcune telecamere mentre si allontana dalla residenza della sua vittima con passo veloce. Un altro occhio elettronico la immortala qualche centinaio di metri dopo, mentre salta a bordo di una macchina guidata dal compagno-complice. Strano davvero per la chef che, dalle risultanze degli investigatori, ha pure presentato un'istanza perché le venga riconosciuta un'invalidità permanente che l'ha ridotta sulla sedia a rotelle.

Tracce bancarie, blitz e prove raccolte

Ma non solo. Sia Giglio sia il compagno - assistiti dall'avvocato Marco Borio - pagano con le carte di credito rubate all'imprenditore di Venaria. Ovviamente, gli investigatori stanno tenendo d'occhio tutti i movimenti bancari. Indizio dopo indizio arrivano a due nomi e cognomi e all'indirizzo di una casa che si trova nell'Alessandrino. Così decidono di effettuare un blitz. All'interno trovano ancora circa 8mila euro in contanti, alcune confezioni di farmaci psicotropi - acquistati dal compagno con le carte di credito della vittima, come dimostrerà un filmato del sistema di videocontrollo della farmacia - l'orologio e le carte della vittima. E, poi, anche una serie di telefonini intestati a dei prestanome per eludere i controlli. Sequestrano alla donna anche un tesserino da falsa psicologa.