lunedì 15 giugno 2026

Fulgida stella, fossi...


John Keats
Bright Star

Fulgida stella, fossi fermo come tu lo sei
ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,
a vegliare, con rimosse le palpebre in eterno,
come paziente di natura, insonne eremita,
le mobili acque nel loro dovere sacerdotale
di puro lavacro intorno ai lidi umani della terra,
oppure guardare la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.
No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,
sul vago seno in fiore dell'amor mio, sempre 
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre desto
in una dolce ansia a udire sempre, sempre
il suo respiro attenuato, 
e così viver sempre
– o se no venir meno nella morte.

°°°

Bright star, would I were stedfast as thou art—

         Not in lone splendour hung aloft the night

And watching, with eternal lids apart,

         Like nature’s patient, sleepless Eremite,

The moving waters at their priestlike task

         Of pure ablution round earth’s human shores,

Or gazing on the new soft-fallen mask

         Of snow upon the mountains and the moors—

No—yet still stedfast, still unchangeable,

         Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,

To feel for ever its soft fall and swell,

         Awake for ever in a sweet unrest,

Still, still to hear her tender-taken breath,

           And so live ever—or else swoon to death.

Version transcribed by Keats on 28 September 1820 and published in 1838.

 

Bright Star, un film del 2009 scritto e diretto da Jane Campion, racconta gli ultimi tre anni di vita del poeta inglese. Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne è inoltre il titolo del libro in cui sono raccolte le lettere  di Keats all’amata.

Fanny Brawne, e cioè la giovane donna per cui il poeta perde la testa, abita nella casa accanto. Oltre la porta di fronte, nel cottage a lato. A Wentworth Place. La casa è ancora lì, bianca e linda, ora la sede del Keats Museum, o Keats House di Londra. A ogni ora del giorno i due innamorati si scambiano visite, occhiate, biglietti. E l’amore scoppia, ed è una passione bruciante. È una febbre, un’eccitazione incontenibile. Il poeta vorrebbe come ogni altro uomo amare, amare… Vorrebbe vivere per amare una donna che paragona a una stella, alla quale si rivolge come alla “sua” stella lucente. La più lucente. Nello stesso momento deve affrontare una tremenda verità che lo annienta: se prima aveva pensato che fosse la devozione all’arte – alla quale aveva scelto di sacrificare se stesso – a renderlo straniero al mondo, ora scopre che non ha niente da sacrificare, perché la vita non ce l’ha. E quel che lo rende straniero, il suo esilio dalla vita lo paga alla sventura di una morte così precoce, così maligna, da togliergli l’amore e la poesia in un solo colpo. Queste lettere d’amore sono tra le più belle mai scritte. Nel loro candore, nella loro febbre, nella loro lontananza da ogni cliché stilnovista o romantico, ci incalzano a battere l’unico tempo che l’ebrezza dell’amore conosca: quello spasmodico di quando a danzare sono amore e morte, fino al diapason.” (Nadia Fusini)


Marc Bloch a Venezia

Panthéon/1. Il 23 giugno approda nel mausoleo parigino lo storico più insigne. Che, nel 1934, andò a Venezia e fu accolto dal collega Gino Luzzatto: i due si riconobbero.
Il racconto di Tommaso Munari e Francesca Trivellato

Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

Il 23 giugno la Francia celebrerà l’ingresso al Panthéon – il mausoleo parigino dei «grandi» – del suo storico più insigne: Marc Bloch (1886-1944). «Per la sua opera, il suo insegnamento e il suo coraggio», come annunciato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Oltre che un illustre studioso del Medioevo, infatti, Bloch fu un militare e un partigiano, giustiziato dalla Gestapo dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia. Echi delle celebrazioni che in Francia hanno prodotto un’ondata di convegni e pubblicazioni stanno giungendo anche in Italia, dandoci l’occasione di riscoprire non solo la lezione di un grande maestro, ma anche i suoi legami con uno dei maggiori storici del nostro paese.

Il 12 settembre 1934 Bloch partì da Strasburgo con la famiglia per un viaggio in automobile lungo il fiume Po. La vacanza culminò a Venezia, dove i Bloch furono accolti da Gino Luzzatto (1878-1964), il quale li guidò alla scoperta della città. In un breve resoconto del viaggio inviato a Henri Pirenne, lo studioso francese ricordò sia il fascino «ineguagliabile» di Venezia sia le conversazioni «competenti» col collega italiano, di cui lo colpì anche il fermo antifascismo: «Il pover’uomo non è molto ben visto, non porta la camicia nera e risponde ai saluti romani con un semplice “buongiorno” e il braccio ostinatamente immobile». In quei giorni, oltre a conoscersi di persona, i due storici si riconobbero.

Bloch e Luzzatto erano entrati in contatto nell’ottobre del 1930. Il primo aveva proposto al secondo di collaborare alle «Annales d’histoire économique et sociale», un’ambiziosa e innovativa rivista fondata l’anno prima assieme al collega Lucien Febvre.

Luzzatto, che ne era un attento lettore sin dal primo numero, aveva accettato con entusiasmo, salvo poi impiegare vari anni per inviare il proprio contributo (un cesellatissimo articolo sulle attività economiche del patriziato veneziano apparso nel 1937). Un segno di ponderatezza e non d’indolenza, che Bloch avrebbe perdonato e apprezzato. Pur nella diversità dei loro metodi e risultati – imparagonabili gli affreschi interdisciplinari di Bloch con le ricerche certosine di Luzzatto – i due studiosi erano infatti accomunati dall’estremo rigore con cui concepivano il proprio mestiere.

Comuni erano anche l’origine ebraica e tutto ciò che essa comportava per chi, come loro, visse a cavallo fra emancipazione e antisemitismo. Quando nel 1938 le leggi razziali spezzarono la carriera di Luzzatto, Bloch comprese meglio di altri quel senso del baratro che egli dovette avvertire (a un amico comune confessò: «Non oso scrivergli»). E quando, per evitare la censura tedesca, il cognome di Bloch scomparve dalla copertina delle «Annales», Luzzatto riprovò sulla propria pelle l’umiliazione di doversi nascondere, per continuare a pubblicare, dietro a uno pseudonimo. D’altronde, di fronte alla persecuzione nazifascista, le loro diverse posizioni politiche – patriota moderato Bloch, socialista internazionalista Luzzatto – contarono ben poco.

Purtroppo, a eccezione di due sole lettere, la loro corrispondenza è andata perduta, ma la biblioteca di Luzzatto conserva indizi rivelatori del loro rapporto. Le dediche sugli estratti donatigli da Bloch negli anni Trenta, per esempio, si fanno col tempo più amichevoli. L’iniziale «Monsieur Luzzatto» si trasforma presto in un «mon cher collegue», il sentimento «dévoué» diviene in fretta «sympatique» e, dopo l’incontro a Venezia, l’«hommage» si tramuta in «souvenir». Un po’ alla volta, insomma, il rispetto diventa affetto, senza che ciò attenui minimamente la vivacità del loro dialogo intellettuale. Nonostante il comune interesse per la storia economica del Medioevo, infatti, Bloch fu più attento all’agricoltura e alle campagne, Luzzatto al commercio e alle città, e sul rapporto fra storia rurale e storia urbana i due furono raramente concordi.

Per rendersene conto basta confrontare il capolavoro critico di Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese (1931), e il vasto affresco di Luzzatto, Storia economica dell’età moderna (1932). Ma la biblioteca di quest’ultimo riserva un’ulteriore sorpresa. La sua copia dei Caratteri è costellata di glosse che testimoniano di una lettura ben più infervorata di quella che riflette la recensione dedicata al libro nel 1933. Laddove Bloch formula una delle sue tesi principali, ossia che la forza della proprietà contadina era riuscita a ritardare la rivoluzione agraria, Luzzatto chiosava scettico, forse pensando a Gramsci: «Sì, tutto bene, ma il ritardo nella trasformazione è dovuto soprattutto ad un’altra causa: la difficoltà di comunicazione per cui la maggior parte dei coltivatori non poteva mettere in valore i prodotti della terra».

Qui sta la principale differenza fra Bloch e Luzzatto: coraggioso e inventivo il primo, prudente e fattuale il secondo. Mentre l’uno riteneva indispensabile aggiungere alla ricerca d’archivio «un pizzico di follia accanto a una buona dose di saggezza», l’altro si premurava di ancorare ogni affermazione al documento e di dichiarare provvisoria qualunque conclusione, foss’anche il frutto dello scavo archivistico più approfondito.

Una complementarità, più che una differenza, e forse la ragione più profonda della loro intesa. Dunque celebriamo e rileggiamo il grande storico francese che si appresta a entrare al Panthéon, ma impariamo anche a riscoprire i nostri Marc Bloch che sembrano essere stati dimenticati perfino dagli studiosi.

Munari e Trivellato approfondiscono questo tema nell’articolo «Il ne porte pas la chemise noire»: Marc Bloch et Gino Luzzatto», in uscita nel prossimo numero delle «Annales. Histoire, Sciences Sociales» (3/2026), dedicato alla pantheonizzazione dello storico francese.

Marc Bloch e gli individui

 

il maestro e l’invito a guardare gli individui

Panthéon/2

David Bidussa
Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

La salma di Marc Bloch verrà traslata al Panthéon, il luogo di culto della nazione dei francesi, il 23 giugno: mi piace pensare che quel giorno segni, più che l’omaggio a un martire, la presa in carica della funzione pubblica dell’intellettuale.

Marc Bloch non ha mai disertato. Quella lezione costituisce un punto fermo per gli storici. Tra questi, da una parte Carlo Ginzburg che lo ha ripetuto anche di recente sia nel suo Il vincolo della vergogna. Letture oblique sia nel suo La lettera uccide (entrambi Adelphi), e lo ha ricordato in una raccolta dal titolo Dialogue avec Marc Bloch (PUL 2025); dall’altra Massimo Mastrogregori, che ha curato vari scritti di Bloch (Apologia della storia, Feltrinelli 2024; Carnets inédits, Aragno 2016).

Il nucleo generativo del loro invito a leggere e rileggere Bloch è ancora quella Apologia della storia o mestiere di storico, testo che Bloch lascia «non concluso» nel febbraio 1943, quando compie la sua scelta resistenziale (per la quale morirà ucciso da un plotone di esecuzione il 16 giugno 1944 insieme ad altri 26 prigionieri) e che anche di recente ha avuto edizioni e proposte editoriali in Italia (oltre a quella di Feltrinelli già citata, anche Rizzoli, per mia cura, nell’aprile 2026).

Apologia della storia o mestiere di storico nasce come un testo da «mettere in salvo». Quando Bloch aderisce alla Resistenza si preoccupa di proteggerlo da sottrazioni, perquisizioni o sequestri come già era capitato, nella primavera del 1942, alla sua biblioteca di studioso, sequestrata dalle SS nella sua casa di Parigi.

All’indomani della guerra i suoi famigliari e gli amici delle «Annales» pensano che pubblicare quel «pacco di carte» e trasformarlo in libro non sia pubblicare un inedito, ma ridargli voce.

Apologia della storia è importante perché è un costante invito a guardare gli individui, ad ascoltare le loro parole, che anche quando si ripetono nel tempo non sempre hanno lo stesso significato. «Con somma disperazione degli storici – osserva Bloch nelle prime pagine del saggio – gli uomini non cambiano il vocabolario ogni volta che cambiano abitudini». [Rizzoli, 2026, p. 31].

Ma è anche un costante invito, oltre le parole, a concentrarsi non sui fatti, ma su come la narrazione dei fatti diventa linguaggio pubblico (e dunque quali parole tornano e, con esse, quali immagini, quali paure, si ripropongono).

Scrive ancora l’autore: «Tra le vite dei santi dell’Alto Medioevo, i tre quarti almeno sono incapaci di insegnarci qualcosa di concreto sui devoti personaggi di cui vorrebbero tratteggiare i destini. Interroghiamole, però, sul modo di vivere o di pensare delle epoche in cui furono scritte (…) e si riveleranno una risorsa inestimabile. Nella nostra inevitabile sudditanza verso il passato, almeno in un aspetto ci siamo saputi emancipare: e cioè che, malgrado siamo condannati a conoscerlo solo in base alle sue tracce, riusciamo comunque a sapere su di lui più di quanto abbia ritenuto opportuno rivelarci. Una bella rivincita dell’intelligenza sul mero dato materiale» [Rizzoli, 2026, p.51].

Studiare il passato per Bloch non è, solo, conoscere i fatti. Una conoscenza è priva di significati se insieme non si impegna a cercare di capire come quei fatti sono percepiti, comunicati, costruiti e memorizzati nell’opinione collettiva. In quelle pagine scritte in clandestinità Bloch ci consegna un manuale per indagare il passato con passione. Condizione che è il tratto costante del suo modo di praticare il «mestiere di storico». La sua cifra.

Considero quattro suoi testi «occasionali», più che «minori». Quella stessa cifra lo muove nel 1921 quando scrive sul tema della costruzione delle false notizie che nascono come montaggio di parole che si ripetono e di convinzioni che si formano (una macchina che poi è al centro de I re taumaturghi, come hanno sottolineato sia Ginzburg che Jacques Le Goff).

Ancora ritorna nel 1935 quando si interroga su dove stia l’identità dell’Europa e dove stabilirne il confine. Dice in quel saggio, che per molti aspetti parla ancora oggi di noi e a noi, che la linea identitaria dell’Europa si costruisce a partire dal panico. Panico che costituisce non tanto la condizione del vissuto politico dell’Europa ma la ragione che essa narra a sé stessa della sua individualità storica. Uno stato d’animo su cui l’Europa ha costruito la sua stessa fisionomia territoriale.

Si ripresenta in due diverse occasioni, nel 1928 e nel 1930 nelle domande che Bloch pone sul significato di comparazione in storia che non vuol dire andare a cercare le cose uguali, ma capire quali bisogni muovano e motivino le persone rispetto all’agire economico, alla scelta dei consumi, al loro modo di vivere la quotidianità.

E ancora innerva la lezione che nel 1914 tiene ad Amiens agli studenti del liceo, su che cosa sia una fonte storica e come lavorarci. «Le testimonianze si pesano, non si contano», dice. E la testimonianza opposta di voci rispetto allo stesso evento obbliga a farsi domande. «Se il vostro vicino di sinistra dice che due per due fa quattro, e il vostro vicino di destra che due per due fa cinque, non tirate la conclusione che due per due fa quattro e mezzo».

Studiare storia non è conoscere i fatti: quello è solo la premessa. Sulla tomba di Marc Bloch a Le Bourg d’Hem, nella regione dell’Aquitania, che si sta muovendo in questi giorni per andare al Panthéon, si legge l’incisione: Dilexit veritatem. ovvero “Ha amato la verità”. La verità per Bloch era scavare nella sensibilità pubblica, nelle scelte di governanti e governati. Indagare le convinzioni, i timori, gli immaginari che uniscono potenti e sudditi.



Contro il monopolio della parola

Eshkol Nevo

Chiara Saraceno
Quando l'ideologia soffoca il pensiero

La Stampa, 15 giugno 2026

Ha ragione Anna Foa. Nella petizione contro l’invito a Eshkol Nevo si intrecciano due questioni che la perdurante tragedia di Gaza ed ora del Libano si sono fuse, ma hanno origini e motivazioni distinte.

Una riguarda l’opportunità di escludere, in contesti di dibattito culturale, chi non è allineato al millimetro con le posizioni di chi invita su una questione che questi ritiene dirimente per riconoscere lo statuto di interlocutore, che si tratti di come definire ciò che il governo israeliano sta facendo a Gaza, nella Striscia, in Libano, della guerra russo-ucraina, ma anche delle varianti del femminismo, lo statuto da riconoscere alle persone trans, la possibilità di essere fortemente in accordo con il papa su alcune cose e in disaccordo su altre, l’equità fiscale e via elencando.

L’altra riguarda come trattare chi, ebreo e israeliano, si batte contro il proprio governo, ne critica le nefandezze, ma, appunto non ha posizioni perfettamente allineate con chi, non israeliano, ha deciso quale sia l’unica posizione giusta da tenere. Perciò è ritenuto di fatto assimilabile al governo che critica e combatte. È lo stesso atteggiamento per cui è stato impedito alla brigata ebraica di partecipare alle celebrazioni del 25 aprile e alla associazione LGBT ebraica di partecipare alle manifestazioni per il gay pride a Roma perché, secondo gli organizzatori, non avevano preso “adeguatamente” le distanze dal governo israeliano. Una richiesta, per altro, non fatta ad altri gruppi, ma solo a loro, appunto perché ebrei, quindi per principio sospetti di intelligenza con Netanyahu e il suo governo.

Peraltro, come accenna signorilmente solo di sfuggita Anna Foa nel suo bel commento di ieri, non si vede altrettanto acribica attenzione da parte dei custodi dell’ortodossia anti–Netanyahu a difesa di quegli e quelle italiane ebree che, come la stessa Foa, sono state ostracizzate dalla comunità ebraica romana a motivo della loro forte ed esplicita denuncia come genocidio di ciò che succede a Gaza e in Palestina.

Anna Foa ha descritto meglio di quanto possa fare io il rischio di antisemitismo strisciante presente in questo tribunale permanente in cui si giudicano le posizioni dei singoli ebrei rispetto a ciò che fa il governo israeliano, oltre che di delegittimazione e indebolimento dell’azione di chi, in Israele, si batte nei modi che ritiene più opportuni e efficaci contro il governo, tenendo conto anche della complessità del contesto e delle questioni in gioco. Qui vorrei tornare alla prima questione: la polarizzazione diffusa e crescente che sta caratterizzando il dibattito culturale e politico, non solo tra gli schieramenti politici in senso stretto, ma anche all’interno di quello progressista ed anche nelle manifestazioni culturali.

Non sono così ingenua da non sapere che ogni iniziativa culturale ha, necessariamente, un’idea di ciò che ritiene importante discutere, promuovere, fare circolare. Gli inviti sono quindi fatti entro quella cornice, a persone che si pensa portino un contributo a sollecitare la riflessione, provocare confronti. So anche che dagli intellettuali che sono figure in qualche modo pubbliche spesso ci si aspetta che esprimano opinioni e diano indicazioni su questioni che non sono di loro stretta competenza incoraggiando forme di sopravvalutazione di sé pericolose e a rischio di franare quando la risposta non corrisponde alle attese. Ma questo non significa, non dovrebbe significare, una perfetta omogeneità di vedute e tantomeno una patente preventiva di aderenza a posizioni su questioni che possono o meno avere a che fare con il tema oggetto dell’incontro, festival, rassegna, mostra.

È del tutto legittimo organizzare incontri solo tra e con persone con cui si ha un’identità di vedute. Ma non può essere l’unica prassi nell’attività culturale (ed anche politica, credo), perché si rischia l’asfissia del pensiero, l’incapacità di adottare prospettive diverse, di comprendere la complessità e accettarne la sfida. La logica dicotomica amico/nemico, simile/dissimile, nella sua mancanza di articolazione è una forma di vannaccismo culturale che andrebbe lasciato al suo inventore e contrastato sul piano dell’esercizio al confronto, allo scambio delle idee e delle proprie ragioni.

domenica 14 giugno 2026

Un viaggio a Klagenfurt

Francesco Fiorentino
Uwe Johnson torna dove Ingeborg vide Hitler

il manifesto, 14 giugno 2026

«Una spiegazione generale del mondo e della storia» – scrive Italo Calvino nella Strada di San Giovanni – «deve innanzi tutto tener conto di com’era situata casa nostra». È la casa dell’infanzia, dunque, a determinare la prospettiva entro cui per ogni individuo prendono forma lo spazio e il tempo del resto del mondo: a maggior ragione per chi scrive, tanto più se quel luogo viene sottratto con la violenza, com’è avvenuto a Ingeborg Bachmann, che aveva dodici anni quando le truppe di Hitler entrarono nella sua città: «Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno», una lacerazione che strutturererà la memoria e l’esperienza di una delle scrittrici più grandi del Novecento. L’invasione nazista dell’Austria è per la ragazzina che tutti chiamavano Inge un’«immane brutalità», dalla quale le deriva una frattura angosciosa e irreparabile tra la propria soggettività e il mondo della vita.

Come molti altri scrittori alla ricerca di una dimora che possa placare il loro senso di sradicamento, anche Bachmann l’ha cercata e trovata a Roma, dove visse per molti anni e dove è morta il 17 ottobre 1973; ma è a Klagenfurt che venne sepolta, la città da cui era fuggita e in cui riusciva a tornare solo per visite brevi e con molta difficoltà: «non sarebbe lecito essere cresciuti qui ed essere io, e ritornarci ancora», scriverà.

Legato a Bachmann da un’amicizia intensa, traversata da un’ammirazione profonda e riservata, Uwe Johnson, anche lui scrittore tra i più originali del secondo Novecento, ha fatto dell’intreccio tra memoria dei luoghi, storia collettiva e biografie individuali uno dei temi centrali della sua scrittura. Non riuscì a partecipare al funerale dell’amica, e così, quattro giorni dopo la sepoltura, il 29 ottobre 1973, andò a Klagenfurt per renderle omaggio, visitare la sua tomba e cercare i luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Aveva intuito quale ruolo la città d’origine avesse avuto nella storia di Ingeborg, e avrebbe voluto che fosse stata lei a mostrargliela; ma non fecero in tempo. Johnson decise di compiere quel viaggio da solo, facendosi guidare da una costellazione di frasi dell’amica.

Trascorse quattro giorni a Klagenfurt nel tentativo di rintracciare le «condizioni oggettive» della memoria sofferente di lei, le ragioni «della sua fuga» dall’Austria e «della sua scelta di vivere a Roma».

Un anno dopo, da Suhrkamp, uscì Un viaggio a Klagenfurt, il resoconto letterario di questo soggiorno, e nel 1988 Luigi Reitani ne curò l’edizione italiana per i tipi di SE, che ora L’orma editore ripropone con l’aggiunta di una splendida recensione di Heinrich Böll (che qui accanto, in parte anticipiamo, pp. 144, € 18,00).

Johnson assembla e commenta documenti sulla Klagenfurt del passato e del presente, sulla storia della Carinzia dilaniata da conflitti etnici tra slavi e tedeschi, sugli sconvolgimenti dell’occupazione tedesca e poi di quella britannica.

Combinando materiali eterogenei – informazioni sulle derive turistiche del dopoguerra e dati statistici sui bombardamenti subiti dalla città, ampi estratti da quotidiani cittadini, dai testi dell’amica e dalla loro corrispondenza – il magistrale montaggio di Johnson riesce a restituire le coordinate storiche di un vissuto dolorante con una concretezza che ha effetti perturbanti proprio perché non si affida mai alla linearità del racconto.

La scrittura si muove inquieta, come a ricordarci che il vero lavoro della rammemorazione – quello che si espone alla sfida di lasciar emergere quanto è stato rimosso – non si realizza in un movimento che ricompone, ma in un’attività che disgiunge, disarticola, analizza. Johnson procede per deviazioni e accostamenti inaspettati, lasciandosi attirare lungo traiettorie che sembrano portare lontano dalla vicenda esistenziale dell’amica, ma che per vie oblique continuano a gravitarle intorno. Quando si ferma sulla storia del Cimitero acattolico del Testaccio, a Roma, per esempio, continua in realtà a parlare per via indiretta di Bachmann, della condizione di straniera a cui il trauma infantile l’ha consegnata. A Roma il senso di estraneità sembra sospeso, attenuato da una familiarità viscerale ma piena di riserbo, dal sentimento di partecipazione a una realtà quotidiana fatta di azioni semplici e piene di senso: «dal cucinare e lavare, dal picchiare e accarezzare i bambini, dall’imprecare e cantare… in verità ognuno lavora per proprio conto nel modo più discreto».

È una sensibilità piena di garbo quella che permette a Uwe Johnson di comprendere il nucleo traumatico dell’opera di Bachmann, e dà luogo a un piccolo capolavoro di scrittura dell’amicizia, dove il ricordare la sodale di giorni passati diventa una costruzione di memorie congiunte, fatte di continui inserti delle parole di lei.

Partenza lenta per il Brasile

Alberto Simoni
Partenza lenta per Ancelotti
La Stampa, 14 aprile 2026

EAST RUTHERFORD (NEW JERSEY). Le telecamere scovano sulle tribune del New York/New Jersey Stadium di East Rutherford Ronaldo il Fenomeno e Roberto Carlos. Troppo facile pensare cosa sarebbe con due tipi così in campo in un Brasile, con Ancelotti all’esordio su una panchina mondiale, lento, macchinoso, prevedibile e che i guizzi di Vinicius junior salvano dalla sconfitta non dal sospetto che la prossima volta con Haiti, l’undici di partenza sarà diverso. Un assaggio il c.t. italiano lo dà già nel secondo tempo: dentro il Danilo ex juventino e Fabinho per i disastrosi Ibanez a destra e Casemiro, entrambi ammoniti, nel cuore del centrocampo. Paquetà è poco brillante, inventa ma spreca tanti palloni, una sua girata – di stinco – è l’unico brivido che genera.

Davanti a 80mila persone e una parata di vip – dal sindaco di New York Mamdani, a Tom Brady, da Zidane a Kakà – da rivaleggiare con il mondo di Hollywood sbarcato venerdì sera al SoFi Stadium di Los Angeles, la nazionale verdeoro fa 1-1 con il Marocco, semifinalista in Qatar. I Leoni d’Africa sono svelti di gambe e di testa, e sovrastano il Brasile a centrocampo con Ounahi – versione non ancora in gran spolvero di 4 anni fa – El Aynaoui e soprattutto Bouaddi, neanche 19 anni, che domina a centrocampo fra recuperi e strappi sempre a testa alta.

Per 30 minuti è solo Marocco il cui dinamismo manda in bambola gli undici di Ancelotti, statici e incapaci di controffensive, bloccati a seguire il fraseggio svelto ma mai banale e una rotazione di palla che chiama Hakimi da una parte e Mazraoui dall’altra ad accompagnare l’offensiva.

L’azione del vantaggio è un lancio di Brahim Diaz che infila i due centrali brasiliani, Marquinhos e Magalhaes. Saibari brucia sul tempo Alison e lo supera con un tocco sotto dal limite dell’area.

È la mancanza di reazione brasiliana a stonare con aspettative e ambizioni. Ed è un fulmine di Vinicio, tanto inaspettato quanto isolato, a salvare la baracca. Il 7 brasiliano entra in area da destra, manda fuori giri El Aynaoui (ma li forse dovevano agire il centrale Diop e Hakimi, un 2 che gioca più da ala che da terzino) e batte l’incolpevole Bounou nell’angolo alto alla sua sinistra.

Il Brasile prende coraggio, ma senza crescere nel gioco. I cambi del secondo tempo aggiustano il tiro, si passa a un 4-2-4 dove Cunha entrato per Igor Thiago – clamoroso il liscio di testa ancora sul punteggio di parità che ai più attempati ricorda lo sciagurato Serginho del Mundial ’82 - affianca Raphinha e Luiz Henrique manovra sulla destra. C’è qualche occasione, calci d’angolo creano più apprensione che pericoli, l’unico è una fuga di Vinicio che Cunha tramuta in un tiro bloccato senza troppi patemi dall’estremo difensore africano.

Il Marocco prova ancora a giocare sospinto da Bouaddi ma senza Brahim Diaz rimasto negli spogliatoi per un guaio fisico e senza più l’energia dei primi 30 minuti resta incompiuto. È comunque Alison al minuto cento a salvare i brasiliani con un doppio intervento prima su un tiro da lontano di El Aynaoui e poi immolandosi respingendo il tap-in del neo entrato El Mourabet. Un punto per uno, per Ancelotti una serata di riflessione.

«Non possiamo aspettarci che la squadra sia perfetta alla prima partita; la Coppa del Mondo non si vince alla prima gara», il commento di Ancelotti nel post-partita. «La fiducia (nei giocatori) è totale. Nel calcio non tutto va sempre per il verso giusto. Quando succede, dobbiamo offrire critiche costruttive. Questo è solo l'inizio del percorso», ha detto il c.t. ammettendo che i primi 45 minuti sono stati difficili; «La squadra era ansiosa, abbiamo perso il possesso palla e c’era poco equilibrio in campo. Il secondo tempo è stato molto meglio; miglioreremo per la prossima partita». Appuntamento a venerdì a Philadelphia con Haiti.

Le ombre del dopoguerra

Guido Rampoldi
Il dopoguerra è già iniziato ed è affollato dalle ombre

Domani, 14 giugno 2026

La pace non è stata ancora firmata ma il dopoguerra sembra già cominciato e si può scommettere che non mancherà di sorprenderci. Innanzitutto perché il campo di battaglia ha dimostrato che la formidabile alleanza israelo-americana non è quale si pretendeva all’inizio del conflitto: né onnipotente né solidissima.

La sua indiscussa superiorità tecnologica deriva dall’impiego di armi certo dominanti, ma costosissime e contrastabili con armi molto più economiche. Quando occorre un missile Patriot da 4 milioni di dollari per abbattere un drone costato cento volte di meno, la sproporzione condanna chi impiega hi-tech a chiudere in fretta il conflitto prima che il costo diventi insostenibile. Tanto più se il nemico, com’è il caso dell’Iran, riesce a incassare i colpi, moltiplicare i fronti e dilatare la geografia del conflitto.

Secondo uno dei migliori specialisti di Iran, Trita Parsi, con questa guerra gli Stati Uniti hanno perso la capacità di farsi assecondare lanciando intimazioni muscolari. La constatazione ha irritato l’amministrazione Trump, dove alcuni hanno suggerito di deportare Parsi. L’equivalente di sparare al messaggero perché il messaggio è sgradito. Col risultato di aumentarne la risonanza.

Inoltre le monarchie del Golfo hanno dovuto prendere atto che gli Stati Uniti non erano in grado di proteggerle dalle rappresaglie iraniane, pessima sorpresa per stati che attiravano grandi investitori con la garanzia d’essere al riparo da turbolenze e rischi mediorientali. Furenti con Trump e con Netanyahu per averli coinvolti nel conflitto, ora quei sovrani dovranno trovare il modo di convivere con il nemico di sempre, l’Iran. L’occasione la offrirà la necessità di inventare un patto regionale per la navigazione nello stretto di Hormuz.

Per trovare un compromesso con Teheran le petro-monarchie dovranno necessariamente marcare la distanza da Israele, che da anni confidava di attrarli in una rete di alleanze con la politica detta dei “patti abramitici”. Perfino l’alleato arabo del governo Netanyahu, gli Emirati, dopo aver sperato inutilmente nella resa degli ayatollah ha preferito negare all’aviazione israeliana il permesso di sorvolo che le era necessario per continuare a bombardare l’Iran. A sua volta il vertice iraniano continuerà a coltivare propositi di vendetta contro Israele, ma probabilmente attenuerà i furori ideologici verso i regni sunniti e si scoprirà pragmatico, soprattutto se in futuro potrà impiegare i fondi attualmente congelati all’estero per rilanciare un’economia disastrata. In quel caso i primi beneficiari saranno le Fondazioni, conglomerati che curano la vasta clientela del regime.

Per Netanyahu la guerra che doveva far implodere l’Iran si è dimostrata non solo un fallimento ma perfino un boomerang. Dopo aver convinto Washington a lanciare l’attacco promettendogli una vittoria facile, il premier israeliano è ora il condottiero di un paese screditato, impopolare perfino nel segmento giovane della destra Usa. Trump lo tratta con malagrazie e non lo nasconde. L’opposizione gli rimprovera di ubbidire a Washington. E lui non sa come chiudere le guerre in cui è impelagato: Libano, Gaza, West Bank, Siria. È improbabile che Washington gli volti le spalle concludendo con l’Iran una sorta di pace separata.

Ma non è Teheran che deve preoccuparlo. Con la guerra è entrata in crisi la logistica cui Israele affidava la speranza di una propria centralità nello spazio tra l’oceano Indiano e l’Europa. Lo strumento sarebbe stato l’Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor), da Mumbai all’Europa via Emirati, Arabia Saudita, Giordania, Israele, Grecia, Trieste e Marsiglia. A scalzare Israele da quella direttrice potrebbe essere una variante in via di costruzione lungo l’asse Turchia-Arabia Saudita-Siria, quest’ultima avviata a diventare un protettorato commerciale turco. I frequenti scambi di insulti tra Erdogan e Netanyahu («genocida!») sono la teatralità di un’inimicizia che rimanda a duri interessi strategici. La sorte di Gaza e dei gazawi non potrà che inasprirla.