Giorgio Burreddu
Ragazzo, uomo, campione del mondo: il romanzo di formazione di Kimi Antonelli
Domani, 1 novembre 2026
Piange, ride, piange di nuovo. Lasciati andare, ragazzo: «We did it», ce l’abbiamo fatta. Si è ricordato persino degli altri, Kimi Antonelli. Del team, degli avversari, degli amici. Della famiglia, certo, stretta attorno a lui mentre piangeva («Sì, sto piangendo troppo») sul podio che lo ha consacrato campione del mondo (il più giovane della storia). È l’ultima riga delle favole, e questa volta per davvero. We did it, noi, italiani, un po’ presuntuosi, che questo Mondiale di Formula 1 ce lo sentiamo addosso.
Indulgente, l’onore ce lo ha concesso lui: «Sono momenti che vivrò per sempre. È un orgoglio vincere per l’Italia». Il ragazzo si farà, lo diciamo tutte le volte. Poi è arrivato il Gp del Canada, quello in cui Antonelli si è messo a fare le sportellate con George Russell, uno più grande di lui di otto anni, sei mesi e dieci giorni. Una vita, quando fai l’atleta di alto livello. Come osa un ragazzino al secondo anno di F1? Antonelli aveva già vinto tre Gran premi e rivelato a tutti il suo talento. Ma non è questo il punto.
Metamorfosi
Benvenuti al Truman Show. Quello di Antonelli, lo spettacolo in cui abbiamo visto il nuovo campione del mondo sbagliare, piangere, crescere, giocare. Insomma, diventare grande. Tutto in diretta. Nel mitico show della F1, e nel successo storico di un italiano dopo 73 anni, si legge però in controluce un vero romanzo di formazione.
Solo un anno fa era il rookie dalla faccia pulita, simpatico, che andava a sbattere e mandava fuori pista gli avversari. Da Lewis Hamilton a Max Verstappen. A Monza, nel 2024, andò a muro durante le libere. Non è niente, cucciolo: take it easy. Si presentò davanti ai microfoni con le lacrime agli occhi. E chiese scusa al team. «Ho spinto troppo».
Un anno dopo, eccolo lì a firmare l’impresa più incredibile che si sia mai vista negli ultimi trent’anni: vincere partendo 19°, con 26 sorpassi, nel Tempio della velocità, un successo diventato immediatamente leggenda. Disse: «Gli errori che ho fatto un anno fa mi sono stati utili». Antonelli si fece preparare un piatto di tagliatelle, poi le mangiò direttamente dalla coppa, affacciato alla balaustra dell'autodromo. Una cartolina impossibile da scordare.
Non è solo l’evoluzione di un pilota: quella di Kimi è stata la crescita di un ragazzo che si è fatto uomo. E infine campione. Una metamorfosi repentina, e questo rende il suo successo nel Mondiale anche più speciale. Se in Canada aveva tirato fuori gli attributi, in altri momenti della stagione Antonelli ha mostrato nuove virtù. Compresa l’altra sua grande caratteristica: l’intelligenza. Nel Gp d’Austria, ad esempio, chiuso al terzo posto, aveva saputo gestire la gara con carattere, lucidità e furbizia.
Lo sport, del resto, è un ambiente strano. Si vince quando si combinano determinazione, capacità, grinta, fortuna, talento. Non necessariamente in quest’ordine. Antonelli ce le ha fatte vedere una dopo l’altra. Non ha mai dimenticato nemmeno la sportività. Come quando, a proposito di Russell, dopo il Gp d’Olanda disse: «George è un uomo squadra».
Tra i due sembrava non correre buon sangue. Invece era solo una rivalità interna. Sana, mai banale. «Kimi è stato migliore di me. Tra noi non ci sono tensioni. È un ragazzo simpatico», ha detto il britannico. Che però ha disertato la festa, beccandosi una multa dalla Fia. Antonelli piace a tutti, persino ai suoi avversari. Su di lui ironizzano, ma lo rispettano. E adesso lo celebrano.
Farsi ascoltare
Ha studiato e lavorato sodo per essere in cima al mondo. Durante la pausa forzata tra il Gp del Giappone e quello di Miami, ad aprile, Kimi si è concentrato quasi ossessivamente sulle partenze. Ha raccontato di aver effettuato tra le 100 e le 150 partenze simulate di fila, tanto da essersi procurato forti dolori al braccio per lo sforzo. La Mercedes lo ha aiutato modificando la monoposto: a partire dal Canada è stato introdotto un volante aggiornato con una nuova leva della frizione, pensata appositamente per migliorare la sua sensibilità nello stacco.
È diventato virale un aneddoto riguardante il fine settimana di Austin: Kimi è stato visto aprire il portatile al ristorante durante una cena per studiare i video delle partenze di Max Verstappen. I frutti di questo lavoro si sono visti proprio ad Austin, quando è scattato perfettamente dalla pole position, ha difeso il suo primo posto e ha vinto. Questo netto miglioramento lo ha reso quasi inarrestabile nella seconda metà del campionato.
Ma nemmeno tutto questo è sufficiente a dire cos’ha di speciale Kimi. È la faccia bella della sua generazione, quella che lotta per farsi ascoltare. E di cui tutti ora si affrettano a dire qualcosa. Dai vip ai politici. Anche Giorgia Meloni. Un successo, ha detto la presidente del Consiglio, «che riporta un pilota italiano sul tetto del mondo, premiando talento, impegno, determinazione e dedizione. Un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione. Complimenti, Kimi».
Antonelli è uno che ha pescato un sogno dal cassetto, lo ha coltivato, amato, custodito. Ha avuto rispetto per se stesso e per gli altri, dalla famiglia agli avversari: nessuno escluso. Si potrebbe persino dire che è un esempio. E se ci fa strano perché ha solo vent’anni, beh, forse non abbiamo capito che generazione sta arrivando.





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