giovedì 21 maggio 2026

Bauman interprete e profeta

Francesco Antonelli
Bauman, a tu per tu con la modernità

il manifesto, 21 maggio 2026

C’è una domanda che continua a tornare, ogni volta che il nostro presente sembra precipitare dentro nuove crisi: cosa direbbe oggi Zygmunt Bauman? Che diagnosi darebbe di un mondo attraversato contemporaneamente da guerre, riarmo, crisi climatica, rivoluzione digitale, precarizzazione del lavoro e ritorno dei nazionalismi? La risposta, naturalmente, non possiamo conoscerla. Eppure pochi sociologi contemporanei hanno saputo fornire strumenti interpretativi tanto potenti da continuare a parlarci anche dopo la loro scomparsa.

BAUMAN NON È STATO soltanto uno dei più importanti interpreti della globalizzazione. È stato soprattutto un sociologo capace di trasformare l’esperienza diffusa dello spaesamento in linguaggio condiviso. La sua opera ha dato nome a sentimenti collettivi che milioni di persone sperimentavano senza riuscire ancora a tematizzarli pienamente: precarietà, insicurezza, fragilità dei legami, individualizzazione, paura dell’esclusione. La metafora della «modernità liquida» ha avuto successo proprio per questo: non semplicemente perché descriveva il mondo, ma perché permetteva di riconoscersi dentro di esso.
Per comprendere davvero Bauman bisogna però guardare alle diverse stagioni del suo percorso intellettuale. Un itinerario segnato non solo da svolte teoriche, ma da una biografia tragicamente intrecciata alla storia europea del 900. Ebreo polacco costretto alla fuga dopo l’invasione nazista del 1939, soldato nell’esercito sotto comando sovietico, poi intellettuale marxista nella Polonia socialista, infine espulso dall’università durante la campagna antisemita del 1968 e costretto a un nuovo esilio, prima in Israele e poi in Inghilterra. La sua sociologia nasce sempre da questa esperienza concreta dell’insicurezza, dell’estraneità e della discontinuità.

LA PRIMA FASE del suo pensiero è quella del rapporto tra sociologia e marxismo. Il giovane Bauman si forma dentro l’orizzonte del socialismo reale, ma progressivamente prende le distanze dalle sue degenerazioni burocratiche e autoritarie. Non abbandonerà mai, però, l’idea che la sociologia debba mantenere una tensione emancipativa. In questa stagione, il tema centrale è il rapporto tra cultura e potere: il modo in cui le strutture sociali plasmano le coscienze e costruiscono conformismo. Già qui emerge una delle intuizioni che attraverseranno tutta la sua opera: la critica di ogni riduzione dell’essere umano a semplice ingranaggio sistemico. La seconda fase coincide con il confronto con la postmodernità. La crisi delle grandi narrazioni, il tramonto delle appartenenze collettive e la dissoluzione delle identità stabili vengono letti da Bauman non come semplice liberazione, ma come apertura di una condizione profondamente ambivalente. Da una parte, il venir meno delle rigidità della modernità fordista produce nuovi spazi di libertà individuale; dall’altra dissolve quelle cornici simboliche e sociali che davano continuità e senso alle esistenze. È qui che Bauman affronta una delle questioni decisive della sociologia contemporanea: l’individualizzazione. Un processo che interpreta in modo molto diverso sia dall’ottimismo neoliberale sia dalle nostalgie comunitariste.

L’INDIVIDUO CONTEMPORANEO viene formalmente liberato da molti vincoli tradizionali, ma questa libertà si trasforma spesso in obbligo alla prestazione, all’auto-costruzione permanente, alla competizione continua. La biografia diventa un compito individuale, mentre problemi collettivi e sofferenze sociali vengono scaricati sulle spalle dei singoli. In questo passaggio Bauman riprende implicitamente una grande intuizione di Émile Durkheim: la modernità rischia continuamente di produrre anomia, disgregazione, perdita di legami. Già molti anni fa avevo cercato di mostrare come, pur partendo da presupposti differenti, Durkheim e Bauman condividessero la stessa preoccupazione per gli effetti distruttivi di un individualismo puramente utilitarista e competitivo. Se per Durkheim il «pathos del moderno» era il rischio della dissoluzione morale della società, in Bauman quel rischio sembra diventare realtà storica compiuta. La terza stagione del suo pensiero coincide con la teoria della globalizzazione e della modernità liquida. Qui il sociologo polacco descrive un capitalismo che non ha più bisogno di strutture stabili, di appartenenze durevoli o di identità coerenti. Tutto deve diventare flessibile: il lavoro, i rapporti affettivi, i territori, perfino il rapporto con sé stessi. La liquidità non è semplicemente una metafora culturale: è la forma sociale assunta dal capitalismo globale.

NELLA MODERNITÀ LIQUIDA, osserva Bauman, il potere si separa progressivamente dalla politica. I mercati globali acquisiscono una capacità di movimento e pressione che gli Stati nazionali non riescono più a controllare. La politica resta locale, mentre il potere diventa globale. È qui che nasce una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: cittadini formalmente sempre più liberi, ma concretamente sempre più impotenti. Questa impotenza alimenta paura, rancore e desiderio di protezione. Non sorprende che Bauman abbia dedicato tante pagine al rapporto tra insicurezza sociale e ritorno dei nazionalismi. La sua categoria di «retrotopia» descrive precisamente questa dinamica: quando il futuro smette di apparire promessa di emancipazione, le società si rifugiano nella nostalgia di un passato idealizzato. È ciò che vediamo oggi nelle nuove destre sovraniste, nelle politiche identitarie e nel ritorno della politica di potenza. Ma la modernità liquida non dissolve il bisogno di appartenenza. Lo rende invece più fragile, intermittente, ansioso. Ed è proprio questa fragilità che produce la ricerca di appartenenze compensative, capaci di offrire riconoscimento, protezione simbolica e senso. In fondo, la crisi delle appartenenze collettive nasce anche dall’indebolimento di quel compromesso tra libertà ed uguaglianza che aveva sorretto le democrazie europee del secondo dopoguerra: quando la libertà viene percepita come precarietà e competizione permanente, cresce inevitabilmente la domanda di protezione identitaria. Le nuove radicalizzazioni contemporanee – dai nazionalismi aggressivi ai movimenti misogini online, fino alle culture complottiste e alle nuove forme di estremismo digitale – possono essere lette anche così: tentativi dal segno culturalmente reazionario di ricostruire identità e legami dentro una società che individualizza sempre di più le biografie e privatizza le sofferenze collettive.

QUESTE CULTURE della violenza non nascono nel vuoto. Emergono dentro ecosistemi sociali e digitali segnati da precarietà esistenziale, crisi del riconoscimento e indebolimento delle tradizionali forme di integrazione collettiva. In questo senso, l’eredità di Bauman ci aiuta ancora oggi a comprendere uno dei grandi problemi del presente: il rapporto tra appartenenze fragili, insicurezza sociale e fascinazione per forme violente di soggettivazione.
Naturalmente, alcune parti della sua diagnosi vanno oggi ripensate. Il mondo contemporaneo non è più soltanto quello della fluidità neoliberale degli anni 90 e 2000. Accanto alla liquidità sono riemerse nuove rigidità: guerre tra potenze, sorveglianza digitale, capitalismo geopolitico, riarmo, confini, nuove forme di controllo statale. La globalizzazione non è finita, ma è entrata in una fase diversa e più conflittuale.

EPPURE molte intuizioni di Bauman continuano a mostrarci la loro forza: la fragilità dei legami sociali, l’insicurezza esistenziale, la trasformazione dell’identità in prestazione permanente, la privatizzazione delle sofferenze collettive, la difficoltà di costruire solidarietà durevoli. Forse è questo il suo lascito più importante: averci ricordato che la modernità non è mai soltanto un processo economico o tecnologico, ma sempre una questione morale e politica.
In un tempo attraversato da nuove paure collettive e profondi sconvolgimenti globali, Bauman continua allora a parlarci non perché possieda risposte definitive, ma perché ci costringe ancora a porci le domande essenziali: quale idea di essere umano stiamo costruendo? Quale rapporto vogliamo tra libertà individuale e responsabilità collettiva? E soprattutto: siamo ancora capaci di immaginare forme di appartenenza, modelli di società, non fondati sulla paura, sull’esclusione e sulla violenza?


Il presidente






Antonio Carioti
Italia, repubblica del Principe

Corriere della Sera, 21 maggio 2026

Tra poco festeggeremo gli ottant’anni della nostra Repubblica, ma Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello non fanno cominciare la sua storia dal 1946, bensì dal 1943. L’anno in cui cade il regime fascista, l’Italia cerca maldestramente di uscire dalla guerra e finisce spezzata in due, con i tedeschi che comandano al Centronord e gli angloamericani al Sud. Se guardiamo a come eravamo ridotti allora, la vicenda della democrazia italiana si può considerare un «sofferto successo», sostengono gli autori del libro Il Principe e la Repubblica, in uscita per Luiss University Press venerdì 29 maggio.

«Nel settembre 1943 — ricorda Quagliariello — ci viene imposta una resa incondizionata e il nostro esercito non riesce a difendere Roma dai nazisti. Il sentimento nazionale ne esce gravemente indebolito. Ciò nonostante, ci rimettiamo in piedi con la stesura della Costituzione, che è un compromesso indubbiamente felice, tenendo conto del quadro internazionale. La Costituente viene eletta mentre l’accordo tra le potenze vincitrici Usa e Urss tiene ancora, ma termina i lavori quando la guerra fredda è ormai esplosa. Eppure arriva in porto. Il merito è soprattutto dei partiti, ai quali la società civile si affida, ma il loro predominio si afferma in modo netto solo all’inizio degli anni Sessanta. Prima c’erano stati tentativi di attribuire più autorità al potere esecutivo, la cui debolezza è il problema principale della Costituzione».

Oggi però i partiti non svolgono più quel ruolo e i tentativi di riforma istituzionale sono falliti. Parlare ancora di «successo» non è troppo ottimistico? «Partivamo da un Paese distrutto — risponde Castellani — e oggi godiamo di un benessere allora inimmaginabile. Nella vicenda repubblicana gli elementi positivi superano quelli negativi anche negli ultimi anni. Nel 2011 abbiamo resistito alla crisi dell’euro, che poteva finire ben peggio. Poi abbiamo fronteggiato l’ascesa dei populismi, che tutto sommato sono stati addomesticati. E oggi registriamo una stabilità di governo che non ha riscontri negli altri grandi Paesi europei».

Il segreto di questa tenuta, secondo gli autori, risiede nel cambiamento del Principe a cui fa riferimento il titolo del libro. Alla perdita di rilievo dei partiti ha supplito il ruolo centrale assunto dal presidente della Repubblica. È un processo che Quagliariello fa risalire al settennato di Sandro Pertini: «Da allora si sono succedute al Quirinale personalità diversissime, ma tutte hanno mostrato un attivismo inedito. La funzione ha prevalso sulle caratteristiche dell’uomo. Francesco Cossiga fu eletto per riportare la calma dopo l’effervescenza di Pertini e finì per diventare il picconatore del sistema. Oscar Luigi Scalfaro venne scelto anche per tenere un profilo basso rispetto a Cossiga e poi esercitò un’influenza politica diretta ben maggiore. Più di recente, con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, il presidente è diventato una sorta di polo moderato del sistema. Le forze politiche si affermano puntando su proposte polarizzate di rottura (basti pensare a come i Cinque Stelle vinsero le elezioni del 2018) e poi il Quirinale provvede a stemperarle. Così l’opinione pubblica moderata, che non dispone più di una rappresentanza politica forte, ha trovato un punto di riferimento nel capo dello Stato».

Non è un problema però il fatto che i vari «governi del presidente» non corrispondano alla volontà espressa dall’elettorato, in quanto prodotto di convergenze tra forze che si sono fieramente contrapposte alla prova delle urne? «Si potrebbe rimediare — sostiene Quagliariello — se i partiti trovassero un accordo sulla legge elettorale, per assicurare che dal voto esca un vincitore chiaro. Non possiamo nasconderci infatti che la stabilità attuale, con il governo Meloni avviato a completare la legislatura, resta molto fragile. Ma il paradosso è che tutti giurano di non voler più formare maggioranze ibride tra formazioni rivali, i famigerati “inciuci”, e poi non sono disponibili a un compromesso che consenta di evitare soluzioni del genere».

Perché non introdurre allora l’elezione diretta del presidente della Repubblica? «Non mi pare una via praticabile — osserva Castellani — nell’attuale fase politica. Del resto non è detto che garantirebbe la stabilità, come dimostrano le difficoltà in cui si dibatte la Francia. Semmai si potrebbero costruire meccanismi che rafforzino il presidente del Consiglio, conservando al capo dello Stato quel compito di arbitro che lo fa assomigliare al re del primo Novecento e lo distanzia invece dal ruolo dei suoi predecessori nel primo periodo dell’italia repubblicana. Una situazione prodotta da un sistema politico incapace di riformarsi, per via della quale, con la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella, è venuta meno anche la consuetudine del singolo mandato del presidente».

Intanto nubi oscure si addensano sullo scenario internazionale, al quale nel libro è attribuito un peso determinante nella recente storia italiana. «Al mondo di ieri — riflette Quagliariello — non si può tornare. Dobbiamo accettare il fatto che le relazioni con gli Stati Uniti cambieranno, anche a prescindere da Donald Trump. Occorre però fare di tutto perché la tradizione democratica americana, sedimentata in 250 anni di storia, prevalga sul tentativo dell’attuale presidente di modificare gli equilibri istituzionali. Non è una partita perduta, è in pieno svolgimento. Quanto all’unione Europea, è una storia di successo, ma finora l’integrazione economica ha fatto premio di gran lunga su quella politica. Bisogna invertire le proporzioni e puntare su un’aggregazione a geometria variabile che consenta ad alcuni Stati di spingersi più avanti in campo politico, trovando il modo di recuperare sul terreno strategico la Gran Bretagna. Infine l’italia, data la sua posizione geografica, deve aprirsi all’africa: stabilire un rapporto positivo con l’altra sponda del Mediterraneo è indispensabile per consolidare i segni di risveglio del nostro Mezzogiorno, che è cresciuto negli ultimi anni più del Nord».

Leo Spitzer


Massimo Raffaeli
Leo Spitzer, il critico stilista che faceva cantare le idee
il manifesto, 17 maggio 2026

Esistono libri necessari e lo è Leo Spitzer Un profilo intellettuale (Carocci editore «Lingue e letterature», pp. 243, € 27,00) con il quale Riccardo Donati copre il vuoto monografico che da sempre caratterizza la ricezione italiana di Spitzer nonostante da noi il suo nome fosse un tempo di senso comune e legato alla vicenda di non pochi studiosi (Contini, Fubini, Schiaffini, Orlando, Mengaldo, Ceserani, Lavagetto) e di alcuni poeti quali Franco Fortini e specialmente Pier Paolo Pasolini che lo elesse a nume critico di «Officina» e dei saggi raccolti in Passione e ideologia (1960).

Spitzer fu un filologo nella accezione primaria e insieme metadisciplinare del termine, il suo raggio d’azione valicò largamente il recinto della filologia romanza in cui pretendeva di recluderlo la scansione accademica perché spaziava libero e felicemente asistematico dai testi della eredità medievale (celeberrimo è il suo L’amour lontain de Jaufré Rudel edito nel 1944) a quelli della cultura rinascimentale (egli era un lettore squisito di Racine ma allo stesso tempo un patito di Rabelais) fino ai più aspri contenziosi del moderno, di cui reca ampia traccia il volume che ne svelò anche in Italia l’originalità di critico letterario: Marcel Proust e altri saggi di letteratura francese, comparso da Einaudi nel ’59 a cura di Pietro Citati.

Di questo individuo cosmopolita e naturaliter poliglotta come può esserlo chi scriverà alternativamente nelle cinque lingue (tedesco, francese, spagnolo, italiano, inglese) che segnalano tanto l’integrale conoscenza della propria disciplina quanto le dislocazioni di una vita forzatamente errabonda, Donati traccia il diagramma nel primo dei tre capitoli in cui si divide un libro che, sia detto per inciso, non è la sommatoria di saggi distinti e raccordati dall’interno ma l’esito di un’unica intenzione saggistica, suffragata dalla limpidezza analitica e da uno spoglio bibliografico pressoché esaustivo.

La parabola giovanile di Spitzer muove dunque da Vienna dove nasce nel 1887 in una famiglia di ebrei benestanti e lì si forma all’Università con il principe dei grammatici, Wilhelm Meyer-Lübke, per approdare paradossalmente all’ufficio censura negli anni della Grande Guerra da cui fa uscire comunque un capolavoro, Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 insieme con la Perifrasi del concetto di fame. La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande Guerra (proposto, per la cura di Claudia Caffi, dal Saggiatore e ne scrisse per «Alias D» del 12 maggio 2019 una eccellente recensione Corrado Bologna).

Professore a Marburgo e Colonia, con l’ascesa di Hitler è costretto, come Auerbach e Curtius, all’esilio prima a Istanbul poi dal ’36 definitivamente a Baltimora, point de repère continentale per una maturità fitta di incarichi accademici, sia in America sia in Europa, di incontri e di viaggi fino alla morte che lo coglie proprio in Italia, sul mare prediletto di Forte dei Marmi, il 16 settembre del 1960: le ultime istantanee italiane sono di un’affollatissima conferenza alla Sapienza e del pranzo successivo in una trattoria del centro storico di Roma quando si ritrova davanti Pasolini, il «romanziere comunista» come lo definisce in una lettera.
Nel capitolo centrale del suo studio Donati interroga il senso della prassi critica di Spitzer, che se è estranea da un lato a qualunque dogmatismo metodico che non sia la buona fede del lettore e appunto la capacità di lettura integrale del testo, dall’altro è individuabile in alcuni automatismi ricorrenti e presto passati in proverbio: innanzitutto il principio di individuazione letteraria quale «scarto» linguistico-stilistico da una «norma» data o da uno standard (laddove sottotraccia sembra fermentare la diade langue/parole di Saussure, ma Donati non lo richiama), insomma il luogo di patente significazione che solo a una lettura intensiva si rivela con il comparire di una spia, il fin troppo celebre Clic cui però lo snobissimo Spitzer preferisce il francese e più raro Tiens!

Ma a chi e a cosa, infine, va la sua preferenza? Qui soccorre meglio l’esempio dei poeti, senz’altro Leopardi ma in primo luogo Paul Valéry nel cui vibrante nitore Spitzer vede un connubio di pulsione ed esattezza che Donati ascrive infatti a sua sola metafisica. E c’è un verso dello stesso Valéry che ne testimonia appieno il gusto poetico e l’attitudine critica, faire chanter des idées, «far cantare delle idee». Ciò spiega l’amore infinito per Racine, i cui versi gli paiono citare i sentimenti per non lasciarsene travolgere o, al contrario, la freddezza nei confronti della produzione d’avanguardia e surrealista in particolare in cui, evidentemente, vede pullulare la pulsione senza più il freno dell’arte. Detto in altri termini, nel secolo del Caos disgregatore il grande studioso cerca un ultimo principio ordinatore, vale a dire un Cosmo che non sia il semplice ripristino di un ordine perduto per sempre ma lo specchio, viceversa, del suo moderno antagonista: Spitzer sa che l’unico corrispettivo alla Commedia dantesca può essere al presente solo The waste land di Eliot o i Cantos di Pound. Non è un caso l’amore per la grandiosa architettura delle Cinq grandes odes (1907) scritte da un poeta che pure sembrerebbe ai suoi antipodi, il cattolicissimo Paul Claudel, come non è un caso che uno dei saggi più smaglianti e più rivelatori della sua indole di critico continui a essere L’enumerazione caotica nella poesia moderna la cui pubblicazione (1945) segna la piena maturità dello studioso.

Nell’amore di quanto Spitzer chiama «la cornucopia dell’Essere» (due altri massimi testimoni ai suoi occhi ne sono Victor Hugo e Marcel Proust) si intravede l’oroscopo intellettuale di chi Donati definisce nel terzo capitolo «campione di un umanesimo disilluso e ben temperato». E, si potrebbe aggiungere, estremo esemplare di quella che nell’Etica Nicomachea Aristotele chiama megalopsychìa e Alberto Magno traduce con magnanimitas e poi Dante, finalmente, con magnanimitade. (Sul fatto che Spitzer avesse un pessimo carattere, permaloso e litigioso specie coi colleghi ma che fosse anche molto generoso nei riguardi dei propri studenti esiste una letteratura il cui titolo maggiore in italiano è il bel volume di Dante Della Terza, Da Vienna a Baltimora. La diaspora degli intellettuali europei negli Stati Uniti d’America, Editori Riuniti 1987: qualche anno dopo, nel ’99 al seminario estivo di Bressanone, se è lecito introdurre una nota personale, Della Terza che lo aveva conosciuto quarant’anni prima a Seattle ne imitò, con l’ironia affettuosa che era soltanto sua, la cadenza espressiva, l’aria bohèmien e la mimica inconfondibile). È proprio per la ricerca di una armonia nella differenza, nella nativa pluralità delle scritture e delle voci, in queste parzialità che invocano la redenzione nella totalità espressiva, si caratterizza un altro dei saggi capitali, risalente ’44-’45, L’armonia del mondo. Storia semantica di un’idea (il Mulino 2009).

Qui Riccardo Donati ne isola il lascito testamentario: «La logosfera è la chiave d’accesso a una verità decisiva, riguardante il valore poetico del mondo (…) Com-prendere, com-porre la frammentata fenomenicità dell’esistente così da condurla direttamente al cospetto di un senso unico e universale è una vocazione profonda di Leo». Si potrebbe anche dire che questa è la vera legittimazione della sua grande opera di studioso.


Adolescenti di periferia

Chiara Saraceno
I ragazzi di periferia e lo sguardo degli altri

La Stampa, 21 maggio 2026

 «Servirebbero più parchi e meno pregiudizi sul mio quartiere». Così dichiara un tredicenne coinvolto nella ricerca di Save the Children sull’esperienza dei bambini e adolescenti che crescono nelle periferie urbane dei comuni capoluogo delle aree metropolitane (Luoghi che contano) presentata nei giorni scorsi. Periferie che non sono state individuate con un criterio geografico, ma utilizzando la mappatura realizzata dall’ISTAT in base ad un nuovo indice di disagio socio-economico elaborato sperimentalmente dall’ISTAT, che ne ha individuate 172 in tutto il paese, il 73% delle quali tuttavia si trova a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Periferie quindi non in senso geografico, ma in senso sociale, perché presentano sia una forte concentrazione di gruppi socio-economicamente svantaggiati, un’alta incidenza di dispersione scolastica, di microcriminalità e disagio psicosociale, sia una carenza di servizi, opportunità e infrastrutture essenziali, quali servizi educativi e sanitari di qualità, dotazioni culturali e sportive, spazi verdi, trasporti pubblici efficienti e connettività digitale. Sono a maggiore densità di bambini e adolescenti delle aree non deprivate, eppure sono oggetto di scarsi investimenti, quando non di vero e proprio abbandono. Chi cresce in questi contesti, non solo ha minori opportunità di sviluppare appieno le proprie potenzialità, rischia tassi di dispersione scolastica esplicita e implicita molto superiori a quelli di chi vive in altre zone della stessa città e di perdere per via persino la capacità di aspirare. Spesso soffre anche lo stigma associato al luogo in cui vive, che diventa anche uno stigma sulle persone che lo abitano, riducendo ulteriormente la possibilità di essere riconosciuti e valorizzati per quello che si è e si può essere. Come ha detto una quindicenne, “io per esempio ho vari amici che ho conosciuto da poco e quindi mi sono presentata. Appena gli ho detto che ero del rione (…) avevano già dato dei cattivi sguardi su di me perché pensavano che siccome ci sono persone così, magari posso esserlo pure io”.

Tra dati noti e meno noti ne emerge un quadro della difficoltà che incontrano troppi bambini e adolescenti nel loro percorso di crescita, e di quanto esse non siano imputabili solo a fragilità familiari o a particolari sfortune biografiche, ancor meno ad una cattiva disposizione dei bambini e adolescenti stessi. Conta l’incuria, indifferenza di politiche pubbliche che troppo spesso lasciano sguarniti di beni essenziali proprio i luoghi a maggiore concentrazione di povertà economica, bassa istruzione, difficoltà lavorative; salvo interpretarne i problemi in modo esclusivamente securitario quando succede qualcosa che disturba l’ordine pubblico. Il dato più nuovo su cui vorrei soffermarmi è l’ambivalenza con cui gli adolescenti intervistati considerano il luogo in cui vivono: luogo di mancanza di cose indispensabili – trasporti pubblici efficienti, servizi sanitari e sociali, spazi verdi, spazi in cui potersi incontrare e divertire in sicurezza e senza dover spendere, pulizia delle strade e svuotamento tempestivo dei cassonetti - ma insieme luogo di appartenenza, in cui si può stare con amici, tra pari, senza essere giudicati e guardati dall’alto in basso, luogo in cui si sono fatte e fanno anche cose belle (e per questo brucia lo sguardo negativo che sentono dall’esterno). Sarà perché hanno meno possibilità di uscire dal loro quartiere dei loro coetanei che abitano in zone meno, o non deprivate, sembra anche che abbiano una conoscenza, e identificazione, maggiore della zona dove vivono e delle persone che la abitano. Desiderio di andarsene per trovare occasioni migliori e invece che a migliorare sia il contesto in cui attualmente vivono per consentire loro di scegliere se rimanere o andarsene, convivono anche nella stessa persona. Una ambivalenza che è anche un interrogativo per i policy maker e un potenziale terreno su cui lavorare non solo per, ma con questi fin troppo consapevoli bambini e bambine, ragazzi e ragazze.

Utili indicazioni in questo senso si trovano nel capitolo conclusivo del rapporto di ricerca, a partire da quella che è necessario definire una strategia nazionale per le politiche urbane orientata all’infanzia, unitaria e stabile nel tempo, che assuma i contesti urbani più fragili come ambiti prioritari di intervento, al fine di garantire una tutela effettiva dei diritti di bambini, bambine e adolescenti. Ne dovrebbe fare parte, come una componente stabile e qualificante dei processi decisionali. Anche il coinvolgimento strutturato e continuativo di bambini, bambine e adolescenti nei processi di rigenerazione urbana.

Ben Gvir

Lucia Capuzzi
Chi è Ben Gvir, il colono pluriarrestato per sostegno al terrorismo

Avvenire, 20 maggio 2026

A lungo, alle pareti della casa dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, dove il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir risiede, spiccava il ritratto di Baruch Goldstein, il medico che il 25 febbraio 1994 ha massacrato 29 islamici in preghiera alla Tomba dei Patriarchi di Hebron, prima di venire a sua volta linciato dalla folla. Come lui, anche Itamar Ben-Gvir - al centro delle polemiche di queste ore per il trattamento di scherno e disprezzo riservato agli attivisti della Flotilla - è un fedele seguace del rabbino estremista Meir Kahane. Da adolescente ha militato nel suo partito radicale Kach e per questo è stato esonerato dal servizio militare. Arrestato più volte per incitamento all’odio e sostegno alle organizzazioni terroristiche, è diventato noto all’opinione pubblica nel 1995 quando, durante un corteo contro gli Accordi di Oslo, è stato filmato mentre gridava, con in mano il cofano dell’auto di Yitzhak Rabin: «Abbiamo la sua auto, prima o poi avremo anche lui». Qualche settimana dopo, il premier è stato assassinato da un estremista. Avvocato specializzato nella difesa dei coloni e agitatore esperto, Ben-Gvir, 49enne, ha abbinato la partecipazione politica legale alle azioni provocatorie, come le marce nei quartieri musulmani di Gerusalemme o le preghiere alla Spianata della Moschee (o Monte del Tempio). Gesti ripetuti anche da ministro della Sicurezza. Il suo partito, Otzmah Yehudit, “potere ebraico”, ha sei seggi: un pacchetto chiave – con gli 8 delle altre formazioni ultrà – per la maggioranza di Netanyahu. Come il collega ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, per le sue tesi razziste dallo scorso giugno è sotto sanzioni da parte di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Norvegia.

mercoledì 20 maggio 2026

Renzi il sinistro


Salvatore Merlo 
Il convertito zelante

Il Foglio, 20 maggio 2026

Matteo Renzi ha scoperto la sinistra come certi uomini scoprono il jogging: tardi, con metodo, e con risultati che fanno sentire pigri quelli che lo facevanob di già. “E’ riuscito a passare di slancio dal progetto di fagocitare Forza Italia a quello di spianare la strada a Elly Schlein. E siccome è una spanna sopra tutti ci sta pure riuscendo: lei è la faccia, lui è il bulldozer”. Al telefono parla così Luca Lotti, che Renzi lo conosce bene – abbastanza da non sorprendersi più di niente. L’uomo della rottamazione, del Jobs Act, quello che voleva ribaltare tutto il vocabolario della sinistra italiana ha dunque deciso di fare l’oppositore di sinistra-sinistra, il tessitore del campo largo, perfino l’amico di Giuseppe Conte se necessario. E lo fa con quella meticolosa applicazione del convertito che ha studiato il manuale, sottolineato i passi importanti, aggiunto i post-it e poi ha riletto tutto da capo per sicurezza. In Toscana si è pure alleato con i 5 stelle. “Matteo lavora per obiettivi”, dice Lotti. “A lungo termine”, aggiunge. I compagni di coalizione, quelli del Pd, gli uomini della segretaria, persino Fratoianni e Bonelli, lo guardano con un misto di gratitudine e sgomento che è esattamente lo sguardo dei parrocchiani quando arriva a messa uno sconosciuto che sa tutte le preghiere meglio di loro, le canta più forte, e durante il segno della pace stringe la mano al parroco con un’energia che lascia tutti leggermente a disagio. Lunedì mattina alle stazioni Termini di Roma e Centrale di Milano sono comparsi i suoi manifesti in stile Istituto Luce: “QVANDO C’ERA LEI i treni arrivavano in ritardo”, “QVANDO C’ERA LEI i giovani scappavano dall’italia”. La V littoria, il bianco e nero, la voce di Guido Notari. Efficace, divertente, politicamente scorretto con chi governa. Micidiale. Al Senato, dove il suo intervento polemico è ormai un appuntamento fisso, il 13 maggio aveva già detto a Meloni che il suo governo “sembra la famiglia Addams”. E fuori dall’aula, circondato dai cronisti come in un salotto, aveva aggiunto con soddisfazione “adoro farli incazzare, mi diverto un sacco”. Nel frattempo qualcosa nel suo lessico si è silenziosamente spostato, ha persino firmato per il salario minimo – lui che nel 2023 era stato l’unico leader di opposizione a non volerlo.
Il convertito supera sempre il fedele di nascita. Il vegano diventato tale a quarant’anni sa tutto sulla lisina e fa sentire in colpa chi mangia tofu dall’asilo. Renzi che scopre la sinistra è uguale. Arturo Scotto ci crede forse dalla culla, chissà, Igor Taruffi probabilmente dal grembo materno. Eppure nessuno dei due, nemmeno il gran visir Francesco Boccia, riesce a fare quello che Renzi fa in dieci minuti al Senato o con un manifesto a Termini. Ma ci crede lui? Forse non importa. Luca Lotti, a questo punto, aggiunge un dettaglio. Renzi fa tutto questo “con la morte nel cuore”, dice. Poi, dopo una pausa: “Ci vorrebbe essere lui al posto di Schlein. Pensa che sofferenza. E’ come Ronaldo, ma obbligato a passare sempre la palla a un altro”.

La clausura


 “Le chiavi del chiostro. Donne tra confinamento e libertà”, di Aude Loriaud, pubblicato da Armand Colin, 416 p., €23,90
Le Monde, 18 maggio 2026

Un monaco può vivere in clausura. Può anche scegliere di non farlo. Una suora, invece, lo fa sempre: è proprio ciò che la definisce. Questa era la regola che prevalse fino alla Rivoluzione. Imponendola dal Concilio di Trento nel 1563, formalizzò un'antica pratica, basata, come sottolinea Aude Loriaud, "su rappresentazioni denigratorie della natura femminile " e su un desiderio di controllo e correzione che, come dimostra la storica, aveva strutturato per oltre due secoli la società francese, dove le comunità religiose "costituivano i principali luoghi di reclusione per le donne " .

Mogli adultere o accusate di adulterio, donne che si prendono "libertà di condotta" o rifiutano matrimoni combinati, giovani ragazze mandate in convento per motivi familiari: questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano le pagine di questa ricca inchiesta, densa di materiale d'archivio spesso straziante. Ma non è solo straziante; attraverso la sua meticolosa analisi, Aude Loriaud riesce ad avvicinarsi alla realtà delle monache, alla loro capacità di agire – una libertà inaspettata, forgiata attraverso una costante negoziazione per trasformare il chiostro in uno spazio di sovranità, libero dalla morsa degli uomini. Dal libro emerge un quadro più ambivalente di quanto si potesse immaginare, che non si limita ad approfondire la nostra comprensione: ci sorprende e ci costringe a riscriverla.