mercoledì 26 agosto 2026

Il diritto internazionale

 

Il diritto penale internazionale va difeso, nell'interesse di tutti. Un'intervista a Chantal Meloni

a cura della Redazione

Dissonanze, 7 agosto 2026

  • Chantal Meloni è professoressa di Diritto penale all'Università Statale di Milano, dove insegna fra l'altro Diritto penale internazionale. Ha lavorato in passato alla Corte penale internazionale e dal 2015 è Senior Legal Advisor dell'European Center for Constitutional and Human Rights a Berlino. Proprio a Berlino l'abbiamo incontrata per uno scambio di idee sullo stato del diritto internazionale nel contesto di tensioni e conflitti che caratterizza la nostra epoca.

Partiamo da una domanda tanto semplice quanto fondamentale: «esiste ancora il diritto internazionale?».

C.M. Il diritto internazionale è vivo e vegeto, anche se forse non ci rendiamo conto di quanto sia indispensabile per tante piccole cose della nostra vita quotidiana, dall’utilizzo della tecnologia che ci permette di comunicare ogni giorno, agli scambi internazionali, ai trasporti aerei. Viviamo in un mondo irrimediabilmente interconnesso, che poggia sulle regole del diritto internazionale, dove la stragrande maggioranza dei suoi princìpi è rispettato. A destare scandalo in questi anni, a partire forse dallo shock subito dall’Europa il 24 di febbraio del 2022 con l’aggressione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, è la violazione di uno dei pilastri del diritto internazionale, vale a dire l’uso della forza. Dopo la Seconda guerra mondiale abbiamo vissuto nell’illusione che quella regola, contenuta nell’articolo 2, comma 4 della carta fondativa delle Nazioni unite, fosse un dato assodato. In Europa ci siamo dovuti ricredere amaramente. Da lì una catena di eventi che fanno sì che oggi molte persone dubitino dell’esistenza del diritto internazionale, come se fosse qualcosa in cui credere e nel quale avere fede quando in realtà si tratta di uno strumento che può essere utilizzato bene o male. Sta a noi, e in particolare ovviamente ai governi, rispettarne le regole o meno.

Negli ultimi anni abbiamo assistito, alla messa in discussione di alcuni princìpi, per non dire altro. Siamo di fronte a un arretramento rispetto a questi princìpi o c’è qualcosa di più? Siamo forse a un passaggio per cui le regole che abbiamo scritto non sono più adeguate al nuovo mondo che sta emergendo?

C.M. È il rischio di fronte a eventi come quelli che abbiamo visto in questi anni in Palestina, a Gaza, in Ucraina, in Sudan. Se tali regole siano o meno ancora in grado di porre un freno alla violenza è una domanda aperta: credo che molto dipenda da quello che sarà l’atteggiamento degli Stati. Le aggressioni, in particolare da parte di alcuni Stati molto potenti sullo scacchiere mondiale – penso in primo luogo alla Russia, agli Stati Uniti, a Israele – sono tali da scardinare tutto l’impianto che è stato faticosamente costruito ottant’anni fa. Gli organismi a tutela di queste regole ci sono ancora e continuano a ribadirne la validità. Prendiamo il pilastro del diritto internazionale umanitario: attaccare i civili è vietato ed è da considerarsi un crimine di guerra. Una norma oggi costantemente violata: pensiamo a Gaza, dove sono stati attaccati scuole, ospedali e infrastrutture civili; ma anche all’Ucraina, dove tra l’altro sono state ripetutamente prese di mira le strutture sanitarie. Quello che tuttora non si riesce a ottenere è sanzionare queste violazioni a partire dall’accertamento delle responsabilità.

Da questo punto di vista la situazione peggiora da quando la guerra non è tanto contro altre realtà statali ma contro «il terrorismo».

Si tratta di un pretesto: la cosiddetta «guerra al terrorismo», così come definita dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001, un momento spartiacque del nostro tempo, è stata usata come pretesto per giustificare ciò che il diritto vieta in modo assoluto. Da allora è stato sdoganato un sistema per combattere un nemico amorfo. Pensiamo ai targeted killings, gli omicidi mirati, l’utilizzo dei droni, il disconoscimento di qualsiasi tipo di protezione al nemico che non è più né un combattente e neanche un civile protetto ma appunto enemy combatant, come lo chiamano gli americani; appunto un nemico combattente privato di ogni tipo di garanzia. Basti pensare a Guantanamo.

Attaccare i civili è vietato ed è da considerarsi un crimine di guerra. Ma si tratta ormai di una norma costantemente violata

Tu hai citato l’Ucraina la Siria, la Striscia di Gaza, il Sudan. Tutti àmbiti su cui può esserci una risposta del diritto internazionale, quantomeno per cercare di intervenire ed evitare diciamo l’estendersi del conflitto?

C.M. In realtà, si tratta di situazioni differenti e come tali vanno affrontate. Un conto è parlare della Siria, dove esiste un conflitto armato di carattere domestico che adesso, dopo l’esautorazione di Assad, cerca di trovare le risorse internamente per passare oltre in una fase di transitional justice ancora tutta da verificare, con enormi problemi e difficoltà. Per quanto riguarda il conflitto russo ucraino, invece, abbiamo a che fare con due Stati, due entità sovrane che si confrontano. In questo caso penso ci sia bisogno di un intervento esterno della comunità internazionale, specialmente in situazioni di sproporzione così evidente: se non ci fossero stati gli aiuti all’Ucraina la guerra sarebbe finita molto tempo fa. Ciò che trovo riprovevole da parte della comunità internazionale è aver fatto finta di aprire gli occhi solo il 24 febbraio 2022, quando c’erano segnali da molto tempo, perlomeno dal 2014, l’annessione della Crimea, come pure i fatti di Maidan dopo che l’Ucraina si era espressa a favore del proprio ingresso nell’Unione europea. Tant’è vero che la Corte penale internazionale aveva un fascicolo di indagine aperto allo stadio preliminare già dal 2014.

Si sono persi moltissimi anni in cui il popolo ucraino è stato lasciato al proprio destino. Certamente non possiamo abbandonarlo adesso: l’Ucraina si trova in una situazione così compromessa anche perché noi europei ci siamo fatti garanti insieme ad altri Paesi terzi della sua sicurezza. Non credo che le soluzioni siano tanto sul piano militare, né che queste crisi possano essere risolte con una corsa al riarmo, anche se purtroppo il mondo sta andando in questa direzione. Israele e Palestina sono un altro caso in cui, senza un intervento della comunità internazionale, la Palestina non può avere nessuna possibilità neanche di sopravvivere. Mentre il Sudan è un ulteriore esempio di un grave ritardo da parte della comunità internazionale; anche qui si tratta di un problema interno, quindi per certi versi più difficile da gestire. Oggi siamo di nuovo di fronte a una situazione che è, sostanzialmente, ai limiti del genocidio, a causa di decenni di mancanze che si sono stratificate. Non esistono facili soluzioni, anche se credo si debba passare, innanzitutto, attraverso a un serio accertamento delle responsabilità individuali.

Proprio pensando a tutte le violazioni di cui abbiamo parlato, che negli ultimi anni sono aumentate e vengono perpetrate anche da Stati ideologicamente diversi fra loro, viene il sospetto che ci si stia abituando al fatto di chiamare «diritti» situazioni che non sono poi effettivamente tutelate, contribuendo così a un generale arretramento dell’idea stessa dei diritti, che prima o poi investirà anche i diritti oggi ancora sotto tutela.

C.M. Ma non abbiamo iniziato certamente oggi a chiamare diritti queste situazioni. Perlomeno da quando abbiamo le Carte costituzionali, quindi da almeno ottant’anni per quanto riguarda una parte dell’Europa, abbiamo deciso in modo molto netto che tutti noi in quanto esseri umani abbiamo dei diritti che sono inalienabili – come il diritto alla vita, il diritto all’integrità fisica, quello a non essere sottoposti a tortura – il diritto, se vogliamo parlare di questioni più collettive, all’autodeterminazione dei popoli ormai un patrimonio globale. Il vero problema è che non abbiamo mai preso abbastanza sul serio la loro tutela. È vero che, anche in Europa, è stato fatto un lavoro molto importante, ma dobbiamo renderci conto che non tutti i Paesi, non tutti i sistemi funzionano sulle stesse premesse.

Abbiamo accettato a livello statuale che esista un livello sovraordinato, che è quello del diritto internazionale; per cui, in modo in parte simile in parte diverso, tutti i Paesi europei si conformano al diritto internazionale. C’è quindi un assunto in base al quale se uno Stato si pone al di fuori del diritto internazionale con le sue leggi, con i suoi comportamenti, con le sue politiche ci può essere un giudice superiore – la Corte europea dei diritti dell’uomo o, a livello penale, la Corte penale internazionale – che può permettersi di giudicare. Bisogna però tener presente che ci sono altri Paesi che questi princìpi non li hanno mai accettati: non solo gli Stati Uniti, ma anche la Cina, l’India, Israele.

Ma se persino gli Stati Uniti, che sono stati tra i fondatori di quest’ordine, se ne allontanano, spesso anche in modo brusco, come si può difendere e custodire l’ordinamento internazionale?

C.M. Innanzitutto, bisogna bloccare gli Stati Uniti, per quanto possibile e con i mezzi e le misure che abbiamo. Faccio solo un esempio. Da quando Trump è tornato al potere nel gennaio del 2025, il suo governo ha adottato, attraverso una serie di ordini esecutivi, sanzioni anche di natura penale nei confronti di un numero sempre più ampio di giudici della Corte penale internazionale. Si tratta di misure draconiane: nel momento in cui una persona è sanzionata dagli Stati Uniti, allora le banche devono chiuderne il conto corrente, bloccarne le carte di credito; quindi, ci sono giudici o esperti dell’Onu che non possono più pagare una spesa, usare un servizio di prenotazione o abbonarsi a un servizio di streaming. Persino chi li aiuta può essere sanzionato. In Europa ci sarebbe la possibilità di attivare una legislazione che si chiama blocking statute che mitiga, perlomeno, se non addirittura neutralizza le conseguenze di tali sanzioni. Si tratta di rovesciare questa situazione kafkiana nella quale coloro che cercano di accertare le responsabilità dei criminali di guerra vengono trattati come se fossero a loro volta criminali o terroristi.

Abbiamo ascoltato di recente il segretario di Stato degli Stati Uniti, Marco Rubio, dichiarare esplicitamente i prossimi passi che il suo governo ha intenzione di effettuare per, uso le sue parole, «smantellare la Corte penale internazionale, se necessario mattone per mattone». Fra questi, oltre alle sanzioni, ci sono tutta una serie di pressioni sugli altri Stati che fanno invece parte della Corte penale internazionale per tentare di farne uscire il maggior numero possibile. Attualmente, nella Corte ci sono 125 Stati: Rubio sostiene che si tratta di un’istituzione illegittima che si erge ad arbitro assoluto. Nella concezione dell’amministrazione americana gli Stati Uniti costituirebbero l’unica autorità in grado di interpretare il diritto internazionale. Tuttavia, bisogna aggiungere che questa ossessione nei confronti dei giudici della Corte, paradossalmente, lascia qualche speranza, perché dimostra che in fondo i meccanismi della giustizia, e in particolare della giustizia penale internazionale, funzionano. Altrimenti non si darebbero tanta pena per smantellarla.

Ma, come si diceva poc’anzi, non ci sono solo gli Stati Uniti. Anche la Cina, non sembra interessarsi alle regole del diritto internazionale. Se il mondo va verso quello che alcuni chiamano multipolarismo, non è forse necessario individuare regole per questo nuovo mondo multipolare e non affidarsi esclusivamente alle attuali istituzioni sovranazionali?

C.M. Magari ci fosse un multipolarismo. Non credo sia questo il caso, al contrario c’è un’egemonia ancora molto forte degli Stati Uniti, forse si può parlare di un duopolio Stati Uniti e Cina che si delinea all’orizzonte, ma non andiamo molto oltre. Ne è dimostrazione il fatto che nessuno sembra in grado di contrapporsi al delirio trumpiano che sulla questione dell’attacco alla Corte penale internazionale trova nell’attuale governo israeliano un alleato. Spererei che ci fosse un multipolarismo e un riequilibrio, che comporti anche una rifondazione dell’Onu e in particolare del suo Consiglio di sicurezza su basi più democratiche, che rispecchino equilibri diversi rispetto a quelli creatisi dopo la Seconda guerra mondiale, in base ai quali solo cinque Paesi hanno il diritto di veto e un saggio permanente nel Consiglio di sicurezza, il che genera un sistema di veti incrociati.

L’Unione europea dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le cose che essa stessa ha sottoscritto. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati

La Corte penale internazionale, limitandoci alla giustizia penale, rappresenta esattamente il multilateralismo, la negoziazione. Costituisce il primo giudice internazionale non imposto dalle potenze vincitrici come a Norimberga o a Tokyo o dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, come per i casi nella ex Jugoslavia o del Ruanda. È veramente deprimente pensare che gli Stati più ricchi e più potenti possano affossare il progetto di profonda umanità, per certi versi rivoluzionario, rappresentato dalla Corte penale internazionale: ogni Stato, come nell’Assemblea generale dell’Onu, vale uno. A comandare non è la legge del più forte ma la forza del diritto.

Cosa dovrebbe o potrebbe fare l’Unione europea, quantomeno per rafforzare la sua voce in quest’ambito?

C.M. Da anni penso che l’Unione europea dovrebbe innanzitutto prendere sul serio le cose da essa stessa sottoscritte: facciamo accordi di associazione con Paesi extraeuropei che sono basati su clausole di rispetto dei diritti umani. Dovremmo far applicare le regole che ci siamo dati. E invece, purtroppo, da parte europea assistiamo a molti doppi standard. In questi anni l’Unione ha utilizzato due pesi e due misure rispetto alla Russia e rispetto a Israele, indebolendo la propria credibilità. Dopodiché, in particolare rispetto agli Stati Uniti, dall’Ue ci si aspetterebbe di vederla porsi in modo compatto nel rifiutare una determinata logica della violenza.

Occorre proteggere la Corte penale internazionale, che non è solo frutto dell’Europa ma nasce anche dal contributo degli Stati africani e degli Stati dell’America Latina. Il problema è che siamo noi europei per primi a essere molto divisi e a non prendere sufficientemente sul serio la questione. Basti citare, ad esempio, il caso Almasri, che può apparire secondario rispetto alle cose di cui stiamo parlando – trattandosi di una mancata cooperazione nell’Italia con la Corte penale internazionale rispetto al ricercato libico. Ma in realtà cela un atteggiamento e una politica molto preoccupanti. Dimostra, in modo concreto, come anche un Paese come l’Italia, che si dice ancora legato al progetto di giustizia internazionale, in realtà ha evitato di consegnare una persona ricercata per gravissimi crimini per proprio tornaconto politico-economico. Tutto ciò è sintomatico di un sistema che, alla lunga, sta perdendo credibilità dal suo interno ancora prima che a causa di attacchi esterni.


Fabrizio De André, Le nuvole

 



NUVOLOSO E POLITICO CAPOLAVORO DI FABER

Musica. «Le nuvole» è uno dei lavori più importanti di de André: contemplando il panorama, constata il degrado della società. Otto tracce in italiano, genovese, sardo e napoletano, dall’iconica «Don Raffaè» a «Monti di Mola»

Enzo Gentile

Il Sole 24ore 23 agosto 2023


  • Oggi che un disco, una canzone, gli stessi artisti vivono o vivacchiano lo spazio di un mattino, se va bene, parlare di un’opera musicale di trentasei anni fa può sembrare un audace ossimoro. Eppure riprendere, rivivere un album come Le nuvole, ennesimo capolavoro di Fabrizio De André permette di assaporare, ancora una volta, il fulgido esempio, l’altezza, l’unicità di un autore che peraltro alla qualità più sopraffina ci aveva abituati. Preso in prestito il titolo dall’amato Aristofane, quel disco si può ricordare e celebrare per diversi motivi: fu quello che richiese la più lunga gestazione, ad esempio, oltre sei anni dopo Creuza de ma. Che resta una folgorazione, a partire dalla lingua, genovese antico, e dai suoni, assimilati, stratificati nelle civiltà che si tuffano sul Mediterraneo. Qui colpiscono le otto tracce, da Le nuvole a Monti di Mola, parentesi che si apre e si chiude con l’osservazione di un universo fisico, cui l’artista si affacciava dal buen retiro di Gallura – nel nord della Sardegna –, dopo avere esaminato, come un entomologo nelle altre tracce, la realtà umana corrente, il disfacimento della società.Le nuvole è il lavoro più dichiaratamente politico di Fabrizio che agisce proteso su un mondo che sta cambiando in modo vertiginoso e produce veleni, tra muri che cadono e guerre che deflagrano (l’invasione del Kuwait e tutto quel che ne consegue porta la stessa targa temporale del disco, 1990): e poi c’è l’Italia, malata di ingiustizie e vessazioni, che ritroviamo in due quadri a tinte forti, fortissime, Don Raffae’ che rimbalza e se la gioca con La domenica delle salme. Qui una punta di sarcasmo amaro, di sorriso sbieco, là lo sdegno, la ripulsa: vincerà, a mani basse, il premio Tenco, per l’album e la canzone (con il video affidato alla regia di Gabriele Salvatores).Come gli è capitato tante volte, ma qui il format è elevato ad eccellenza e perfezionamento, anche Le nuvole è opera nata sotto il segno della condivisione, della collegialità, grazie all’intervento di protagonisti diversi, amici, colleghi, professionisti che concorrono a quel mistero unico che resta la canzone. Le firme che apprezziamo di fianco a quella di Fabrizio sono tutte autorevoli e di garanzia, Ivano Fossati, Mauro Pagani, Massimo Bubola, agli arrangiamenti e alla direzione d’orchestra cominciamo a trovare Piero Milesi, talento purtroppo dimenticato che sarà fondamentale, anche alla produzione, nel mandare in porto Anime salve, disco destinato a chiudere la parabola di De Andrè, 1996. E poi ci sono i musicisti, una quantità di collaboratori pregiati, il fior fiore del made in Italy. Serviranno ad incastonare la parola e le lingue di De André, che qui si manifesta come l’involontario (?) capitano di un vascello vocato a solcare le acque della world music: ancor più che in Creuza de ma, forse. Ora abbraccia l’idioma della natia Genova, A’ cimma (La cima) e Megu megun (Medico medicone), accarezza la Sardegna che lo ha ospitato da metà anni Settanta, in Monti di Mola (così un tempo veniva chiamata la Costa Smeralda) e poi c’è il napoletano ‘creativo’ di Don Raffae’, cronache di carcere e arte di arrangiarsi. Su tutto governano loro, le nuvole: «Vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo, sembra che ti guardano con malocchio». È l’incipit magistrale del disco, affidato alla voce remota, invincibile di Maria Mereu.
    Faber dedicava una cura spasmodica alla prosa, levigava e sceglieva i termini come un amanuense, un calligrafo fuori tempo: e si schermiva quando provavano a definirlo poeta, buttando magari nella mischia gli incastri nonsense, il grottesco 
    divertissement che attraversano Ottocento, declamata in punta di sberleffo.
    Diceva, non a caso: «Le canzoni servono a formare una coscienza. Sono una piccola goccia dove servirebbero secchi d’acqua. Cantare, credo che sia l’ultimo grido di libertà. Forse il più serio. Scrivere canzoni sta diventando una responsabilità sociale, ma se ne sono accorti in pochi. Esse entrano a far parte del patrimonio culturale di un popolo, sono parte della coscienza».
    Impegnato, abituato a non gettare mai via un concetto, una frase, a evitare di sversare nell’
    entertainment le sue canzoni come uno dei tanti affluenti alla vita collettiva, De André anche nei 42 minuti dell’album sa come alternare invettive, immagini, riprovazione, porgendole tramite partiture complesse quanto fruibili, impreziosite dal suo timbro, rimasto nelle orecchie, nell’anima di tutti. Nella decadenza dei costumi e del genere umano, Fabrizio si era specchiato, persino affettuosamente, la denuncia come sorte ultima da veicolare attraverso la forza di una canzone. Le nuvole ne riassume la potenza e la profondità di cantore maturo – ha appena compiuto cinquant’anni – che conosce i modi per raggiungere le corde delle persone, e continuerà a farlo: Fabrizio cita, coglie e dispensa riferimenti, qui tra le righe peschiamo da Roberto Murolo alle Stagioni di Čajkovskij.
    Testimone di un’era che di eredi non ne ha prodotti, De André, affilato, profetico, non sbagliava un colpo e rileggerlo, oltre che ascoltarlo resta un godimento, da concedersi spesso e volentieri.Così, ad esempio aveva deciso di chiudere il libretto che riproduceva i testi dell’album: «io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». (Samuel Bellamy, pirata alle Antille nel XVIII secolo). 




  • n principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare». (Samuel Bellamy, pirata alla Antille nel XVIII secolo).

La testa fra le nuvole

 


quando colette osservava le nubi d’argento

Nuvole scritte

Giuseppe Scaraffia

Il Sole 24ore, 23 agosto 2026

Contrariamente a quanto si pensi, le nubi sono state a lungo abitate. Gli dei della Grecia osservavano dall’alto le vicende degli uomini nascosti da una cortina di nubi. Zeus era il signore del cielo, il radunatore di nubi e aveva trasformato una nuvola in una ninfa, Nefele. Dopo di loro il dio dei cristiani aveva a lungo abitato le nubi bianche come la sua lunga barba, irritando Majakovskij che si era rivolto direttamente a lui: «Signor Dio, sentite, / non ne avete abbastanza / di inzuppare ogni giorno gli occhi paffuti / nella gelatina di nuvole?». A lui le nuvole ricordavano “operai bianchi” che «si separano, / dopo aver dichiarato al cielo uno sciopero rabbioso». Molti scrittori sostengono di avere la testa tra le nuvole per fare i loro comodi. Marina Cvetaeva però specificava: sì, «il poeta ha la testa tra le nuvole» , ma era vero soltanto per una razza di poeti: i solo-sublimi, i solo-spirituali. «E tra le nuvole non hanno solo la testa: ci abitano».

Il migliore punto d’osservazione sono senza dubbio le finestre di casa. Colette, immobilizzata dai disturbi dell’età, aveva trasformato il suo appartamento al Palais-Royal in un osservatorio dei capricci delle nuvole. Tra l’ottobre e il novembre del 1933, Walter Benjamin aveva abitato al Palace Hôtel per sette settimane. Dalla finestra si vedeva una delle due torri di Saint-Sulpice, «al di sopra e dietro la quale le nuvole non smettevano di parlare nella loro lingua».

Con le nubi bisogna essere cauti: Antoine de Saint-Exupéry, grande frequentatore di nuvole in quanto aviatore, pur ammettendone il fascino, ricordava che, se al di sopra dei mari di nubi si stava benissimo, al di sotto c’era l’eternità.

Ma bisogna fare attenzione perché in pochi attimi una nube può trasformare il mondo in un tetro caos. «Quella nuvola bianca», osservava Guy de Maupassant, «salendo come una marea, avvolgeva tutto, mutava quella valletta in un paese di fantasmi dove gli uomini strisciavano come ombre, senza riconoscersi a dieci passi di distanza». Ad altri, come H.G. Wells, l’innegabile inconsistenza delle nubi ricordava quella della vita: «Siamo solo fantasmi di fantasmi come le ombre delle nuvole». Ma quella soffice presenza può anche confortare. Persino una rivoluzionaria come Rosa Luxemburg invita a non scordare, mentre camminiamo assorti nei nostri impegni, di alzare la testa un istante per dare un’occhiata alle immense nubi d’argento che nuotano nel tranquillo oceano del cielo. L’inquieta Annemarie Schwarzenbach era rassicurata dallo spettacolo delle nuvole, che, spinte dal forte vento, sembravano giocare a rincorrersi.

Certo, in un istante le nubi possono diventare nere e minacciose portatrici di pioggia. «Perché lasciarsi indurre dalle nuvole a tremare e a singhiozzare?» si chiedeva Virginia Woolf. Eppure il pessimista Emil Cioran confessava: «Se dovessi diventare cieco, quello che mi darebbe più fastidio sarebbe non potere più guardare fino a perdere la testa la parata delle nubi».

A tratti le nubi possono sembrare quasi solide: R.L. Stevenson era stato colpito da una nuvola grande come una montagna, larga quanto una contea, che viaggiava. davanti al vento. Truman Capote aveva visto nuvole come cotone alzarsi sopra la sommità di Arran come un enorme castello. Javier Marìas aveva dovuto ammetterlo: le nuvole, formando una massa inerte, compatta e inespugnabile, coprivano l’orizzonte. Per Virginia Woolf le nubi avevano un aspetto di candide montagne, tanto che pareva di poterne tagliar via dei macigni con l’accetta. Conrad era stato impressionato da un denso banco di nubi comparso verso nord con una sinistra tinta olivastra chee incombeva basso e immobile sul mare, come un massiccio ostacolo.

Solo alcuni possono vedere certe nubi. La donna che aveva sentito il rumore di uno sparo si era precipitata verso la stanza di Majakovskij. Quando era entrata, aveva visto sopra quello che si era definito “una nuvola in calzoni” una nuvoletta di fumo, ma nessuno le aveva creduto.

Il principe Andrea di Guerra e pace, caduto a terra ferito durante una battaglia, riusciva a vedere soltanto le nuvole grige che strisciavano placidamente nel cielo immensamente alto . Sopra di lui non c’era più nulla, soltanto il cielo. E le nubi. «Come tutto è tranquillo, calmo e solenne, totalmente e diverso da quando correvo gridando! Come mai prima non vedevo questo cielo alto? E come sono felice di averlo finalmente conosciuto! Sì! tutto è vuoto, tutto è inganno tranne questo cielo infinito. Nulla, nulla esiste, tranne questo».








Le nubi in letteratura e in poesia

 


principe delle nubi, il poeta ci canta peso e leggerezza

Nuvole & parole/2

Carlo Ossola

Il Sole 24ore, 23 agosto 2026

Il diaframma dei celesti è lì, nel cuore delle nubi; si alza d’improvviso e il suo sospiro è, per gli umani, diluvio: «Le nubi rovesciarono acqua, / scoppiò il tuono nel cielo; / le tue saette guizzarono. // Il fragore dei tuoi tuoni nel turbine, / i tuoi fulmini rischiararono il mondo, / la terra tremò e fu scossa. // Sul mare passava la tua via, / i tuoi sentieri sulle grandi acque / e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 18-20). “Invisibili” perché bastano, al nostro terrore, i messaggeri celesti: «Io guardavo, ed ecco un vento tempestoso avanzare dal settentrione, una grande nube e un turbinìo di fuoco, che splendeva tutto intorno, e in mezzo si scorgeva come un balenare di metallo incandescente. Al centro, una figura composta di quattro esseri animati, di sembianza umana con quattro volti e quattro ali ciascuno» (Ezechiele, 1, 4-6; ripreso da Dante nel Purgatorio, XXIX, 100-102).Certo ci sono concesse tregue: nella quiete, impalpabili sembrano le nubi, cumuliformi o diafani veli, cirri o riccioli svagati delle schiere angeliche; eppure Lucrezio vedeva nelle vaporose bizzarrie del cielo l’acuto pungere degli atomi trasvolanti in incessanti forme: «Tutte le cose infine che vedi dileguarsi in un attimo, / come il fumo, le nuvole e le fiamme, è necessario che, seppure / non siano tutte fatte di atomi lisci e rotondi, / tuttavia non siano impedite da elementi intrecciati / sì che possano pungere i corpi e penetrare i sassi» (De rerum natura, lib. II).
Anche il levigato Monsignor Della Casa, quando deve definire l’avventura umana non ha che pari accenti: «Questa vita mortal, che ’n una o ’n due / Brevi e notturne ore trapassa, oscura / E fredda, involto avea fin qui la pura / Parte di me, nell’atre nubi sue... ». E poco dopo Torquato Tasso, nelle sue rime, con simil figura e toni supplica: « Padre del ciel, or ch’atra nube il calle / Destro m’asconde, e vie fallaci io stampo / Per questo paludoso instabil campo / De la terrena, lagrimosa valle, / Reggi i miei torti passi, ond’io non falle».
Se la preghiera tassiana qualche spiraglio lascia, un grande ammiratore del Tasso, e cioè Baudelaire, sigillerà tutte le vie del cielo. Nuvole nere di spleen soffocano la plumbea vicenda terrena: nelle Fleurs du mal egli celebra l’Alchimia del dolore come l’ascesa di un immenso sepolcreto nel «sudario delle nubi»: «Nel sudario delle nubi / Scopro un cadavere caro / E sulle rive celesti / Innalzo grandi sarcofagi». Sale con Baudelaire l’Inferno agli astri: «Cieli lacerati come scogliere, / In voi si specchia il mio orgoglio; / Le vostre immense nuvole in lutto / Sono i carri funebri dei miei sogni, / E i vostri bagliori mandano il riflesso / Dell’inferno in cui il mio cuore si compiace» (Horreur sympathique). Persino la Béatrice in Baudelaire incede con una parure di demoni: «Je vis en plein midi descendre sur ma tête / Un nuage funèbre et gros d’une tempête, / Qui portait un troupeau de démons vicieux» (La Béatrice).
Nube funebre”, il cielo di Baudelaire consegna tuttavia al poeta il compito, gravido di tragica impotenza, di essere il messaggero deriso di un annuncio incompreso: «Il Poeta è come lui, principe delle nubi / che sta con l’uragano e ride degli arcieri; / esule in terra fra gli scherni, impediscono / che cammini le sue ali di gigante» (Baudelaire, L’albatros, dalle Fleurs du mal, traduzione di Giovanni Raboni). Quell’eredità ha trovato nel Novecento alti interpreti, a cominciare dal baudelairiano Ungaretti che, sin dal Porto Sepolto, ripropone la stessa questione metafisica: «Ogni mio momento / io l’ho vissuto / un’altra volta / in un’epoca fonda / fuori di me // Sono lontano colla mia memoria / dietro a quelle vite perse // […] / Rincorro le nuvole / che si sciolgono dolcemente / cogli occhi attenti / e mi rammento / di qualche amico / morto // Ma Dio cos’è?» (Risvegli).
Soprattutto negli ultimi anni, quando il poeta s’interroga su quel che rimanga del mito della “Terra Promessa”, l’espressione finale insinua l’emblema barocco della vanitas, così presente in Baudelaire (L’Horloge): «Quel nonnulla di sabbia che trascorre / Dalla clessidra muto e va posandosi, / E, fugaci, le impronte sul carnato, / Sul carnato che muore, d’una nube…» (Variazioni su nulla).
Ciò che le nubi dell’esilio terreno ci fanno sentire è il peso del cielo, ultimo trono della sovranità: « Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire, Spleen).

 sovranità: « Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle»; a quel primo verso corrispondendo la nostra disfatta nell’ultimo: «Sur mon crâne incliné [l’Angoisse] plante son drapeau noir » (Baudelaire, Spleen).

martedì 25 agosto 2026

La Francia immobile

Il punto di vista del Guardian sulla campagna elettorale presidenziale francese: solo l'estrema destra trarrà vantaggio dalla divisione
7 giugno 2026

A meno di un anno dalle elezioni presidenziali francesi più importanti nella storia della Quinta Repubblica, la guerra fittizia è quasi giunta al termine. Il 7 luglio, un tribunale deciderà se accogliere il ricorso di Marine Le Pen contro la condanna per frode e il divieto di ricoprire cariche pubbliche per cinque anni. In caso di sconfitta, il trentenne presidente del suo partito, Jordan Bardella, verrebbe confermato come candidato del Rassemblement National e favorito nella corsa alla presidenza. 
Gli elettori dovranno però attendere ancora a lungo prima di avere chiarezza su chi si opporrà all'estrema destra. Jean-Luc Mélenchon, il veterano leader del partito di sinistra radicale La France Insoumise (LFI), ha già annunciato la sua quarta candidatura alla presidenza. Ma mentre Emmanuel Macron si avvia alla fine di un secondo mandato segnato da errori evitabili, molteplici personalità si contendono la scena politica sia al centro-sinistra che al centro-destra, in una frenetica valutazione delle probabilità di successo.
Si stima che il numero di potenziali candidati sia finora  pari a 35. Non tutti si lanceranno nella corsa, ma mesi di lotte per la posizione si preannunciano come uno spettacolo poco edificante in un Paese dove la fiducia nella politica è ai minimi storici. È allarmante constatare che un numero così elevato di candidature potrebbe trasformare uno scenario da incubo in uno plausibile.
I primi sondaggi suggeriscono che una divisione dei voti tra più candidati potrebbe consentire a Mélenchon di piazzarsi al secondo posto, dietro a Bardella o Le Pen, al primo turno, qualificandosi così per il ballottaggio. Il settantaquattrenne Mélenchon è un politico formidabile, con un sostegno fedele tra i giovani, nelle periferie e tra gli elettori appartenenti a minoranze etniche. Tuttavia, è anche uno dei politici più controversi di Francia; mobilitare un "fronte repubblicano" attorno a lui per contrastare la minaccia dell'estrema destra sarebbe problematico. Un sondaggio ha stimato che, in un eventuale secondo turno con il leader di LFI, Bardella otterrebbe oltre il 70% dei voti.
Lo spettro di una vittoria schiacciante dell'estrema destra dovrebbe far riflettere più di quanto sembri aver fatto. Due dei numerosi ex primi ministri di Macron, Gabriel Attal ed Édouard Philippe, si contenderanno la carica con un programma centrista. Attal, in particolare, rischia di essere compromesso dall'associazione con un presidente che languisce con un indice di gradimento superiore al 75%. Sul fronte del centro-destra, tre candidati si sono già presentati e altri probabilmente seguiranno. Ma in assenza di primarie ufficiali, non è ancora stato concordato un processo di selezione dei candidati.
All'estremità progressista dello spettro politico, il quadro è altrettanto confuso. Le lotte intestine nel Partito Socialista sul processo di selezione riflettono i dilemmi strategici sull'opportunità di virare a sinistra o verso il centro. Numerosi potenziali aspiranti, tra cui l'ex presidente François Hollande , stanno valutando le proprie opzioni. Se un candidato di centrosinistra vuole avere qualche possibilità di accedere al ballottaggio, i Socialisti, i Verdi e gli altri partiti minori dovranno certamente unirsi attorno a un candidato, cosa che non sono riusciti a fare nelle due precedenti elezioni presidenziali. Ma non è stato ancora concordato alcun processo di "primarie" di centrosinistra.
Si tratta di un inizio poco promettente per una campagna elettorale il cui esito sarà cruciale per determinare il futuro dell'Europa, nonché quello della Francia. Una vittoria il prossimo maggio per l'estrema destra nazionalista euroscettica, nel Paese che, insieme alla Germania, ha guidato il processo di integrazione europea, rappresenterebbe una svolta. Finora, i politici tradizionali non si sono dimostrati all'altezza della gravità del momento.


La benzina del sindaco

Valeria D'Autilia

Il successo della “benzina del sindaco”: così un paese nel Teramano fa invidia a tutta Italia

A Valle Castellana il Comune gestisce direttamente il distributore e abbatte i costi per il carburante

La Stampa, 25 agosto 2026 

Un piccolo paesino sospeso nel tempo. E non solo per le antiche rovine, il fascino medievale, la dimensione autentica o il contatto con la natura. Ma per qualcosa che, riportando all’attualità, ha a che fare con aspetti più pratici e meno romantici: il costo del carburante. Perché qui lo si può ancora trovare a 1,75 euro al litro per la benzina e 1,89 per il gasolio. Prezzi, decisamente, ormai fuori dal comune. E se tutta Italia continua a fare i conti con il costante aumento e a nulla serve la caccia al distributore più competitivo, ecco che a Valle Castellana, nel Teramano, accade un piccolo «miracolo». Con la colonnina gestita direttamente dal comune.

Guadagnati azzerati

L'impianto vende il carburante quasi a prezzo di costo e comunque con un margine di guadagno molto ridotto. Era stato il comune ad intervenire direttamente, per evitarne la chiusura. Ed è così che, con lungimiranza e un pizzico di fortuna, ha impedito non soltanto che i residenti dovessero spostarsi altrove per rifornire i propri mezzi, ma anche che tutto ciò potesse incidere in maniera significativa sulle loro tasche. Chiudere per sempre avrebbe significato obbligarli a percorrere svariati chilometri in più per un pieno. E a costi decisamente più alti. Sui social e da queste parti la chiamano la "benzina del sindaco" e costa circa 20 centesimi in meno rispetto alla media nazionale. Qui, nel cuore dell’Abruzzo più verde, ecco che i circa 800 abitanti non devono fare i conti con i rincari degli ultimi tempi né ad esempio con la stangata estiva dei prezzi nel primo controesodo estivo.

La vicenda

La gestione pubblica è nata come necessità, nel 2022, per evitare di perdere l’ultima stazione di rifornimento, fondamentale anche per turisti diretti al Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga e pendolari. Soprattutto operai, impegnati nei cantieri per la ricostruzione dopo il terremoto del 2016. «Mi è parso del tutto naturale – fa sapere il sindaco di Valle Castellana, Camillo D'Angelo - considerare servizio pubblico la pompa di benzina e quindi rilevarla quando stava chiudendo e gestirla direttamente come amministrazione». Il primo cittadino non immaginava certo che questa iniziativa potesse avere una tale risonanza. Lui stesso, più volte, ha denunciato i problemi delle aree interne, molte delle quali già martoriate da sisma e frane e «la carenza di tutti i servizi essenziali, da quelli tradizionali come le scuole, le strade o i servizi sanitari, a innovativi e digitali che in alcune aree non garantiscono nemmeno la copertura telefonica».

I numeri

Quello che è nato dalla necessità di non far venir meno l’ennesimo servizio, è oggi un progetto virtuoso. Il carburante viene acquistato attraverso Consip e viene rivenduto con un rincaro di pochissimi centesimi, necessario a fronteggiare i soli costi diretti, come le manutenzioni o la gestione del self-service. Facendo un esempio e considerando proprio l’Abruzzo, i dati ufficiali del ministero delle Imprese, aggiornati alle ultime ore, parlano di un prezzo medio (per l’erogazione self-service) di 2,136 euro per il gasolio e 2,015 per la benzina. Numeri in linea con il resto d’Italia e che, per quanto riguarda la rete autostradale, schizzano ulteriormente raggiungendo i 2,207 per il gasolio e 2,091 per la benzina. E di certo non in modalità «servito». Conti alla mano, se con i prezzi attuali il pieno per un’auto a diesel di media cilindrata supera i 100 euro per 50 litri, a Valle Castellana scende – e non di poco – rispetto a quella cifra. Un risparmio considerevole che ha premiato la scelta insolita di un’amministrazione comunale di rilevare la licenza di una stazione di servizio, ammodernarla e gestirla. Al punto che non è certo mistero che qui, dove la densità di abitanti è di appena 6 per chilometro quadrato, per fare rifornimento ormai arrivino appositamente anche dalle aree limitrofe.

Destra di rottura o di dialogo

Luca Sforzini

Fabio Rubini
Duello sul generale

Quei vannacciani delusi dal programma di Vannacci "Sono idee retrograde"
Libero, 25 agosto 2026

L’aborto non è un diritto; no alle coppie di fatto; educazione militare a scuola. Sono solo alcune delle proposte contenute nella seconda parte del programma politico di Futuro Nazionale, la formazione guidata da Roberto Vannacci. Proposte che fanno discutere non solo tra le forze politiche che gli si oppongono, ma anche all’interno dello stesso partito.

A dar voce al malcontento interno è ancora una volta Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale, che fin dalle origini si è posto come think thank di Futuro Nazionale, che sintetizza così la situazione: «Ci sono momenti nei quali il problema di un progetto non sono i suoi avversari. Sono i suoi consiglieri». Una frase che fa sottendere che in questo programma il Centro studi è stato tagliato fuori. «Ogni leader - prosegue nell’analisi Sforzini - soprattutto quando cresce rapidamente e intorno a lui cominciano ad affollarsi aspiranti strateghi, teologi improvvisati, reduci di battaglie perdute e custodi autoproclamati dell’ortodossia, dovrebbe ricordare una regola antica: i cattivi consiglieri sono assai più pericolosi dei buoni nemici. I nemici, almeno, stanno di fronte. I cattivi consiglieri siedono accanto, sussurrano, suggeriscono, spiegano che per essere più riconoscibili bisogna essere più estremi, che per essere coerenti bisogna essere restringere il campo, che per costruire il futuro occorre tornare indietro».

Riflessioni che partono proprio dal programma di Futuro nazionale, che al netto di alcune prese di posizioni comuni ad altre forza del centrodestra, come ad esempio la difesa delle radici e della cultura cristiana del nostro Paese, entra nei dettagli. Pur non chiedendo di cancellare la legge 194 sull’aborto, il programma di Futuro Nazionale interviene pesantemente su di essa: auspica la presenza delle associazioni pro-vita all’interno dei consultori, vieta la somministrazione ambulatoriale o domiciliare della “pillola del giorno dopo”. Il programma, poi, riconosce il concepito «come soggetto titolare di interessi giuridicamente tutelati» e propone di considerare il bambino già durante la gravidanza ai fini dell’accesso a bonus e agevolazioni, dalle borse di studio alle case popolari. Una scelta che in ottica vannacciana dovrebbe servire a incentivare la natalità, ma che allo stato attuale rischia di trasformarsi in un boomerang, visto che al momento i figli li fanno solo gli immigrati (come certificato da tutti i dati sul tema), che dunque verrebbero ancor più agevolati rispetto agli italiani. Insomma, un controsenso. Così come lasciano perplessità altre proposte come il “Reddito di rinascita” per le madri o ancora il “Mutuo tricolore” che azzera gli interessi al terzo figlio. Per non parlare dell’idea di dare il “voto

Anche perché spiega il presidente del Centro Studi: «Una destra che voglia governare una grande nazione occidentale dovrebbe avere l’ambizione di persuadere uomini liberi, non quella di educarli sotto tutela. Il punto, dunque, non è essere “più a destra”. È capire quale destra. Esiste una destra liberale, risorgimentale, nazionale, occidentale - analizza Sforzini -, che considera la libertà individuale non una concessione dello Stato, ma il limite dello Stato. Esiste una destra che difende la famiglia senza entrare nelle camere da letto, che può sostenere la natalità senza istituire polizie morali. E poi esistono le cornacchie nere. Sono quelle che consigliano di rispondere alle inquietudini del XXI secolo con il prontuario del XIX». Un’analisi lucida che pone a Vannacci un grande interrogativo: costruire una forza politica in grado di dialogare col centrodestra, o una che giochi in solitaria occhieggiando pericolosamente al passato?