domenica 25 ottobre 2026

Il presunto ideatore del movimento

Mohamed El Badie, guida suprema della Fratellanza musulmana dal 2010 al 2023

Simone Marcer 
Chi è e come è stato fermato Youssef Siher, la "mente" del Movimento 17 ottobre
Avvenire, 24 ottobre 2026

All’ora X, le 14.30 di sabato 24 ottobre, quando dovevano essere virtualmente aperte “le buste” con i tre punti di ritrovo dei casseurs, il canale Telegram e il profilo Instagram del Movimento 17 ottobre non hanno dato segni di vita. Il giorno stesso infatti la polizia ha fermato il presunto amministratore della pagina del movimento. Youssef Siher, 30enne, nato a Brescia, di origine marocchina. Colui che si pensa sia la mente degli scontri e dei saccheggi di sabato e domenica 17 e 18 ottobre è indagato dalla Procura di Milano per istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico. Gli investigatori lo ritengono l’organizzatore del «Movimento 17 ottobre». In casa a Brescia durante le perquisizioni sarebbero state trovate anche mappe delle piazze individuate per le mobilitazioni. Sabato è stato interrogato nella sede della polizia postale a Milano.
«Non saranno possibili zone franche e la risposta dello Stato sarà immediata contro chiunque pensa di poter organizzare aggressioni e rivolte credendo di riuscire a nascondersi dietro un passamontagna o l’anonimato dei social», ha scritto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha fatto i complimenti agli investigatori e ha accostato la figura del 30enne fermato «alla galassia ProPal che vanta legami con gli antagonisti». L’Aisi (una delle due agenzie di servizi informazioni italiane) ha rintracciato l’autore della pagina dopo averne seguito le tracce sul web da lunedì scorso, quando la denominazione del movimento è spuntata nella galassia dei social rivendicando la paternità di scontri e saccheggi. Da quest’anno Siher risulta lavorare per Mercor, la startup americana di intelligenza artificiale il cui motto è «organizzare l’intelligenza umana per alimentare l’economia dell’IA». «Contribuisco - si legge sul suo profilo Linkedin - a diversi progetti di etichettatura dei dati, valutazione e addestramento di intelligenze artificiali». E questo spiegherebbe come sia riuscito a far proseliti fino a rendere virale il movimento dei giovani e al contempo a restare nascosto fino a sabato. Il profilo del fermato è quanto di più distante dagli stessi casseur che sarebbero stati attivati da lui. Le poche carte finora scoperte su di lui potrebbero indicarlo o come un cattivo maestro - di una nuova epoca in cui i maestri non siedono in cattedra né scrivono libri o vengono più letti sui giornali, ma gestiscono canali social, intercettano tendenze, sapendo come garantirsi l’anonimato - o, in alternativa, come un pezzo importante di un grande gioco (al momento non ci sono evidenze di ciò, e per capirlo occorrerà attendere gli sviluppi delle indagini della procura).
Laureato in Comunicazione con un master in Scienze politiche presso l’Università degli Studi di Milano, bilingue, essendo madrelingua arabo e italiano, parla fluentemente inglese e spagnolo. Più che istruito, erudito, Siher vanta nel proprio curriculum collaborazioni con testate nazionali come «Il Foglio» - «ha scritto un articolo solo una volta quattro anni fa, sul Pakistan», precisano dal quotidiano - e «il Fatto Quotidiano», dove avrebbe fatto anche uno stage nella redazione on-line. Nel 2024 vanta anche un passaggio come stagista presso il prestigioso istituto di ricerca Ispi (istituto per gli studi di politica internazionale), confermato dallo stesso istituto di geopolitica e analisi politico-economica. In quel periodo presso Ispi Siher sarebbe stato Research Trainee presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa. Nello stesso anno l'Intelligence italiana lo aveva segnalato per la costituzione dell’Organizzazione «Alba nascente», che secondo un report degli stessi servizi contribuiva a diffondere nelle comunità musulmane europee propaganda riconducibile ad Hamas e al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, nell’organizzazione logistica delle manifestazioni di piazza Pro-Palestina, nella gestione dei rapporti con circuiti dell’estrema sinistra antagonista radicale. Il fermato avrebbe inoltre descritto l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre del 2023 come «un atto rivoluzionario di decolonizzazione». Interrogativi anche sulla «bio» di Instagram scritta in arabo che recita «non puoi sconfiggere coloro che credono che la morte non sia la fine» e che potrebbe strizzare l’occhio a chi vede il martirio e la morte come strumenti di lotta. Fermata la mente del movimento, e bloccato di fatto il suo profilo, il sabato di Milano è tornata a essere una normale giornata di manifestazione, partecipata e senza disordini.


Andrea Siravo
Fermato Youssef Siher: è la "mente" del movimento 17 ottobre. Indagata anche la moglie

La Stampa, 24 ottobre 2026

II servizi dell’intelligence interna dell’Aisi lo scovano in rete e lo segnalano alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione. Questa mattina scatta il blitz tra Milano e Brescia. Le Digos delle due questure e la Postale perquisiscono Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la “mente” del Movimento 17 ottobre legato agli scontri avvenuti nel centro del capoluogo lombardo lo scorso weekend. In serata è stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher. Le ipotesi di accusa sono istigazione a delinquere con l'aggravante della finalità di terrorismo e l'articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati.

Quella del «Movimento 17 ottobre» è una realtà nata dopo i disordini e i saccheggi del weekend scorso con l’obiettivo di dare vita a una mobilitazione permanente su scala nazionale contro il governo Meloni. Il primo banco di prova sarebbe dovuto essere proprio oggi con la convocazioni di manifestazioni pomeridiane nelle principali piazze di diversi capoluoghi di regione.

II poliziotti lo trovano in un’abitazione al Corvetto, quartiere popolare e multietnico di Milano. Nella casa, intestata a un’amica, con Siher c’è anche la moglie. Il trentenne viene portato in questura. Negli uffici di via Fatebenefratelli ci rimane per almeno dodici ore in forza al fermo di prevenzione di polizia varato dal decreto Sicurezza. Il gruppo Telegram di M1710, che conta quasi diecimila scritti, rimane muto. Nessuna indicazione viene data alle 14.30 sui luoghi a sorpresa in cui gli aderenti al movimento avrebbero dovuto radunarsi. Nel frattempo, gli specialisti della Postale analizzano il contenuto dei suoi dispositivi elettronici e altro materiale sequestrato anche nell’appartamento dei genitori tra Mazzano e Gavardo, nel Bresciano, dove risulta residente.

Nel decreto di perquisizione, firmato dai pm della sezione distrettuale antiterrorismo di Milano, Siher è accusato di istigazione per delinquere pluriaggravata attraverso l’uso di piattaforme informatiche e da finalità di terrorismo contro lo Stato. Fino a tarda serata gli investigatori hanno lavorato per mettere in mano al pm Francesca Crupi, coordinato dal procuratore Marcello Viola, fino alla decisione di emettere un provvedimento restrittivo di fermo di indiziato di delitto.

Di Siher gli investigatori tracciano il profilo di un giovane accademico di elevata cultura con una casellario giudiziario immacolato. Nato e cresciuto nel Bresciano, approda a Milano per motivi di studio. Alla laurea in Scienze della Comunicazione, un master in Scienze Politiche all’Università Statale, dove per due anni ricopre anche l’incarico di senatore accademico, è seguito un tirocinio nel 2024 come ricercatore all’Istituto per gli studi di politica internazionale. «I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’Islam politico, sui movimenti politici islamici e sul rapporto tra Islam e nazionalismo arabo.

È bilingue, essendo madrelingua arabo e italiano, e parla fluentemente inglese e spagnolo», recita il profilo ancora online. L’esperienza nel prestigioso think tank non prosegue. «Da allora non ha più collaborato con l’Istituto», precisa in una nota lo stesso Ispi. Le sue competenze sul mondo arabo e islamico diventano anche opportunità per delle collaborazioni saltuarie, come giornalista pubblicista, con diversi quotidiani italiani come Il Fatto Quotidiano, il Foglio e la rivista online Voice Over. L’ultimo contributo che si trova in rete è un articolo del 22 luglio dal titolo «Fakir e la “caccia allo straniero” di Stato» sulla vicenda del quarantaduenne marocchino morto durante un intervento della polizia a Bologna. Gli analisti della piazza milanese ricordano il suo nome per un’attiva partecipazione alle prime manifestazione Pro Pal che dal 7 ottobre 2023 ogni sabato, tra presidi e cortei, si svolgono nel capoluogo lombardo.

Con tweet «Allah Akbar» con i colori della bandiera palestinese aveva replicato a un post pubblicato Matteo Salvini in cui il vicepremier e leader della Lega dava il suo sostegno al popolo israeliano per gli attacchi di Hamas. Non è considerato un leader del movimento, ma Siher in più occasioni aveva preso il microfono in testa a cortei. Con posizioni nette: «Oggi siamo qui per dimostrare alla questura e allo Stato che noi non abbiamo paura delle vostre intimidazioni e della vostra repressione». Una posizione che non è cambiata e che Siher avrebbe riproposto nel manifesto del Movimento 17 ottobre. «La repressione non arriva più solo dopo: è diventata preventiva e penetrativa. Schedature, fogli di via, denunce a pioggia, infiltrazioni, pressioni su chi si espone. Si colpisce prima che un movimento nasca e si entra nei collettivi per svuotarli dall’interno. A questo si aggiunge l’aggressione dei fascisti, tollerata, quando non coperta, da chi dovrebbe garantire l’agibilità politica. Un movimento con un capo ha un bersaglio. Un movimento con un indirizzo ha un’irruzione. Un movimento con un elenco di iscritti ha un fascicolo. Noi non offriamo bersagli».

Di lui o di profili a lui collegati al momento non c’è traccia nei gruppi “Italia in piazza”, la piattaforma che aveva promosso il 17 ottobre una serie di proteste di piazza contro il carovita che erano degenerate in violenze contro le forze dell’ordine e negozi.

Massimo Boffa. Un mondo

Bruno Gravagnuolo
Massimo Boffa, il mestiere della libertà
Il ricordo di un amico e maestro di giornalismo: gli anni a Rinascita, le battaglie culturali, la pittura e un’amicizia rimasta intatta.
Rinascita, 22 ottobre 2026

Una pugnalata improvvisa. Al risveglio, questa mattina. Massimo Boffa, amico di una vita, se n’è andato a Milano, a 75 anni. La malattia l’aveva tenuta nascosta. Me ne dà notizia il comune amico Duccio Trombadori. Era malato da tempo ma non ne aveva fatto parola. Con stile. Non rispondeva al telefono e mi ero allarmato. Non leggeva nemmeno ciò che scrivevo, cosa che prima faceva puntualmente. Eppure avevo rimosso quell’allarme. Mai avrei immaginato la silenziosa tragedia che lo stava consumando, perché era sempre vitale e spiritoso e al più mi diceva: «Ce ne andremo, stai tranquillo, ormai siamo passati già».

Il solito mix di humour e disincanto: la sua cifra esistenziale, ironica e sfrontata da sempre. Quella per cui lo abbiamo amato da subito come un fratello. Era nato a Parigi da Beppe Boffa, grande storico dell’URSS, e da Laura, slavista. Le radici erano a Cervia, che adorava e che ispirò molti suoi quadri, frutto della sorprendente vocazione emersa nell’ultima parte della sua vita. Era divenuto un pittore novecentista, magico e delicato. Nella pittura aveva recuperato tutta la nostalgia di un’infanzia moscovita, dopo gli anni tempestosi di antisovietismo che ci avevano accomunati a Rinascita, insieme a Duccio Trombadori, Umberto De Giovannangeli, Giorgio Fabre, Bruno Schacherl.

Senza Massimo non sarei quel che sono. Mi ha insegnato tutto. Ma proprio tutto del mestiere. Un mestiere che, quando mi ci affacciai, ritenevo un ripiego. Giugno 1982. Mi concepivo come uno studioso, ma era complicato andare avanti con contratti precari. E lui mi fa: «Vuoi venire a metà tempo a Rinascita?». Collaboravo a Repubblica, Paese Sera, Rinascita stessa. Con Massimo, che era responsabile del Contemporaneo e di Libri e Cultura, avevamo già progettato insieme qualche numero. Mi convince. Entro, e la mia vita cambia. Avevo tutte le credenziali per starci a Rinascita, grazie alla mia precedente militanza nel Pci, abbandonata anni prima per dedicarmi agli studi. Ma non era facile trovarsi alle prese con i bozzoni, la tipografia e i tagli massicci ai pezzi: ai miei, noiosissimi, in primo luogo!

E nemmeno era facile duellare con Barca, Schacherl, Chiarante, Marcella Ferrara, a suo tempo severissima segretaria di Togliatti. Ero nel sancta sanctorum. «Massimo», gli dissi, «mi sta stretta questa divisa». E mi fece: «Dai, puoi sbottonarla, no?». C’era tutto in quella battuta. La libertà. L’abitudine al conflitto, il coraggio. La gioia di scrivere e vivere le proprie idee. Ed era il cuore del Pci! Mi trasmise quel modo di essere, a cominciare dall’irriverenza educata con cui imparai a chiedere pezzi, a scrivere, a chiamare i chierici e i mostri sacri della politica e della cultura. Divenni il suo successore. Ma ai miei occhi lui restava un mago: nell’immaginare titoli e iniziative, duelli e interviste, nello scegliere le foto per illustrare le pagine. Era il suo amore artigiano per la rivista.

Tante le discussioni e le serate. Era stato inviato in Iran e, prima ancora, segretario di sezione a Monteverde. Piuttosto trotzkista ai miei occhi, diciamo sinistro libertario, ma leale al Pci. Poi, via via, cominciò ad allontanarsene. Al centro di quel passaggio, essenziale per la sua vita, c’era il corto circuito tra l’esperienza rivoluzionaria in Iran e la revisione della rivoluzione francese. Aveva infatti conosciuto il grande storico Furet, quello di Critica della rivoluzione francese degli anni 80. Era giunto alla conclusione che la dinamica rivoluzionaria di massa trasformasse l’esplosione vitale in totalitarismo. Il passaggio dal movimento al regime seguiva, nel suo ragionamento, la logica ferrea e giacobina della democrazia diretta del partito unico.

Di qui il rifiuto della tradizione leninista e la critica a tutta la tradizione comunista. Era diventato un liberale scettico. Questo mi rattristava, anche se continuavamo a parlare la stessa lingua e la nostra amicizia fraterna rimaneva intatta. Poi cominciò a coltivare autori più metafisici, De Maistre in primo luogo. A interrogarlo erano la crisi dell’autorità e dei fondamenti etici dell’esistenza, lo scontro perenne tra libertà nichilista e tirannia. Come in un eterno ritorno del tragico nella storia umana. Non che la passione politica lo avesse abbandonato, ma ragionava ormai su un’altra lunghezza d’onda: esistenziale e amara, scettica ma pur sempre libertaria. Facemmo in tempo a concepire un Contemporaneo sul bicentenario della rivoluzione francese. Poi ci perdemmo di vista e lui, in rotta col neocomunismo di Asor Rosa, emigrò in altri giornali.

Concluse la carriera come caposervizio culturale a Panorama, a Segrate, dove conobbe la moglie Patty, scomparsa da qualche anno in modo tragico e improvviso. Negli ultimi tempi ci siamo reincontrati più volte, con intatto affetto. Nel frattempo, però, in lui era avvenuta una nuova mutazione, che teneva insieme la pittura delicata e nostalgica e il ritorno alle radici familiari. Era divenuto un vero artista: novecentista magico dell’anima di un secolo. Paesaggi industriali, solitudini svuotate di illusioni ideologiche. Scenari urbani di un’infanzia moscovita perduta. E poi l’ultima battaglia di Massimo.

Eccola. L’ostinato recupero della coesistenza pacifica. La difesa della Russia come paese europeo segnato da immani catastrofi, che l’Occidente, a suo avviso, aveva tentato di umiliare e isolare. Massimo voleva la pace. Non riusciva ad accettare la geopolitica euro-americana che aveva precipitato l’Ucraina in una guerra per procura, mirata al cuore della Russia per spezzarla. Mi diceva sempre: «Putin non è Dugin ma è il più moderato. È lui a tenere a freno i demoni del panslavismo di un grande paese, che si è sentito umiliato e tradito malgrado il tentativo di Gorbaciov».

Aveva ragione. Aveva ormai recuperato una saggezza e un sapere politico che lo riconciliavano pienamente con le sue radici, la sua famiglia e la sua storia personale. Con la nostra storia, alfine. La nostra lotta. E insomma con la nostra indistruttibile amicizia, malgrado la morte. Vivrai, Massimo, vivrai in me e in chi ti ha amato. Con l’eleganza dei tuoi pensieri e della tua onestà morale. Grazie di esserci stato, amico mio fraterno. E di avermi illuminato la strada.

La potenza e l'ostacolo

Joseph De Maistre
Le serate di San Pietroburgo o colloqui sul governo temporale della Provvidenza 

postumo, 1821

Settimo colloquio

... C'è sempre un certo equilibrio nell'universo politico, e non è nemmeno in potere dell'uomo romperlo (tranne in alcuni rari, specifici e limitati casi). Ecco perché le coalizioni sono così difficili: se non lo fossero, poiché la politica è così poco governata dalla giustizia, la gente si riunirebbe ogni giorno per distruggere un potere; ma questi progetti raramente hanno successo, e persino i più deboli ne escono con una facilità sorprendente nella storia. Quando una potenza eccessivamente dominante terrorizza il mondo, le persone si irritano per non trovare un modo per fermarla; scagliano aspri rimproveri contro l'egoismo e l'immoralità dei governi che impediscono loro di unirsi per scongiurare il pericolo comune: questo era il grido che si udiva all'apice del regno di Luigi XIV; ma, in sostanza, queste lamentele sono infondate. Una coalizione tra più sovrani, formata sui principi di una moralità pura e altruistica, sarebbe un miracolo. Dio, che non è in debito con nessuno e che non rende nessuno inutile, impiega due mezzi più semplici per ristabilire l'equilibrio: a volte il gigante si uccide da solo, a volte una potenza molto inferiore gli frappone un ostacolo impercettibile, che però poi cresce in qualche modo sconosciuto e diventa insormontabile; come un ramo debole, bloccato dalla corrente di un fiume, che alla fine produce un insabbiamento che lo devia.


sabato 24 ottobre 2026

Un esame di coscienza

Massimo Raffaeli
Barbara Allason, pubblico esame di coscienza

il manifesto, 18 ottobre 2026

Alcuni tra i lettori più anziani ricorderanno forse il nome di Barbara Allason (Pecetto Torinese 1877-Torino 1968) associandolo ad alcuni classici della letteratura tedesca da Schiller a Goethe di cui tradusse il Faust in prosa: la seconda uscita del quale, nel ’65, precede di cinque anni quella in versi di Franco Fortini, teste diretto per entrambi, come in un duplice interfaccia, Cesare Cases che stimava molto il lavoro di Allason (e qui si veda il fondamentale e postumo Laboratorio Faust. Saggi e commenti, a cura di Michele Sisto e Roberto Venuti, Quodlibet 2019). Stando solo al catalogo generale Le edizioni Einaudi 1933-2018 (Einaudi 2018) vi sono menzionate otto sue traduzioni unitamente alla curatela complessiva dell’Epistolario 1865-1900 (ivi 1962) ascrivibile nientemeno a un Friedrich Nietzsche non ancora riammesso fra gli autori compatibili con il senso comune.

Ma il lavoro di traduttrice, va subito detto, è solo la zona più vistosamente emersa di colei che da un lato fu una scrittrice a pieno titolo (e firmataria di una vasta bibliografia dove figurano romanzi – Quando non si sogna più, del ’20, che piacque a Benedetto Croce – diverse biografie fra cui spicca una tuttora notevole Vita di Silvio Pellico, del ’32, e un libro tra storia e rêverie dedicato alla terra d’origine, Vecchie ville vecchi cuori del ’50, riproposto da Aragno nel 2008); ma dall’altro lato Allason, precocissima amica di Gobetti, fu una militante politica che pagò le proprie scelte con il carcere come testimoniano le sue Memorie di una antifascista 1919-1940 che uscirono una prima volta nel ’46 e nel ’61 vennero riprese dalle Edizioni Avanti! (il logo della collana «Il Gallo», un coq révolutionnaire, ne annunciava il responsabile, Gianni Bosio) e infine riedita da Spoon River, con una prefazione di Massimo Novelli, nel 2006.

Ora, si deve alle edizioni di Nino Aragno e al lavoro del filologo Giacomo Jori sul Fondo Allason, ospitato dal Centro Studi Piero Gobetti di Torino, l’avvio di una riproposta organica dell’opera di Allason il cui primo titolo (e per molti lettori si è trattato di una rivelazione) è il già citato Vecchie ville vecchi cuori, evocazione del Piemonte atavico e dell’aristocrazia borghese (militari, magistrati, alti dignitari statali) da cui la scrittrice proviene accettandone, e anzi radicalizzandolo in senso socialista, il liberalismo cosmopolita. Testimonianza laterale ma non meno vivida ne sono anche le Confessioni di una letterata («Biblioteca Aragno», pp. XL-72, € 18,00) che Jori nella sua doviziosa introduzione rivela essere il testo, rivisto e parzialmente integrato, di una conferenza tenutasi a Torino il 27 maggio del 1950 nella sede dell’Unione Culturale in Palazzo Carignano, presentatore Franco Antonicelli, nome che di per sé evoca la matrice di Giustizia e Libertà cui Allason aveva a suo tempo e si direbbe naturaliter aderito: va aggiunto che il titolo originale della conferenza era Esame di coscienza di una letterata ma il curatore ha scelto di variarlo per non ingenerare equivoci con il testamento celeberrimo di Renato Serra né va dimenticato che integra il volume un commosso e coevo Ricordo di Piero Gobetti.

Allason sceglie la forma della ricapitolazione, necessariamente molto sintetica ma ciò nonostante limpida e intessuta di aneddoti che hanno la funzione di veri e propri apologhi: non si tratta di una prosa d’arte evasiva o decorativa, ma semmai, rileva Jori per le pagine maggiori, di una prosa «sapientemente antiquaria, intreccio di aneddotica e storia, di culto erudito e autobiografia», tale da evocare il raffinato esempio di Mario Praz.

Sono almeno due gli elementi pervasivi della conferenza torinese: sullo sfondo sta la rivendicazione della coerenza di un percorso ideale prima che ideologico (con i neri suggelli della persecuzione politica e della incarcerazione), in primo piano c’è lo sviluppo di una vocazione letteraria che sente sottovalutata o, comunque, non riconosciuta appieno.

Allason è un maestra del ritratto, specie se preso di scorcio, e infatti scandisce la narrazione per figure emblematiche che fungono, di volta in volta, da specchio o da contraltare. Basterebbe citare ad esempio la figura di Annie Vivanti, restituita nella sua imperturbabile schiettezza come nella sua elegante trasandatezza: «La donna più divertente ch’io abbia conosciuto: zingara, sempre in moto, senza una patria, senza una propria lingua, parlava e scriveva indifferentemente l’inglese, il tedesco, l’italiano – ma l’italiano con pronuncia inglese; viveva in un perpetuo turbinio di lettere non lette sino alla fine, di valigie mezzo disfatte, di appartamenti che stava per lasciare»; né può mancare, in simili Confessioni, quanto è diffusamente dichiarato nel Ricordo di Piero Gobetti, commosso richiamo all’indimenticabile maestro e amico: «Che Piero Gobetti, questo giovane dal genio quasi profetico, questo uomo dal carattere di diamante e di fuoco abbia dedicato tanto della sua attività preziosissima e troppo breve al mio piccolo libro [Quando non si sogna più, ndr] resterà finché io viva – e forse più in là – uno dei ricordi miei più cari, più sacri».

Come succede a molti traduttori, Allason scrive meglio ovvero più efficacemente di molti scrittori ufficialmente tali: si è detto della concisione dello stile e però è una concisione sempre chiara e memore di un precedente per lei mai smentito, la clarté di Anatole France. (Non è proprio un caso che la maggiore traduttrice italiana dal tedesco del secondo Novecento sia stata Anita Rho – 1906-1980 –, nipote e allieva di Barbara Allason). Perciò si fa più urgente data anche la calamità dei tempi, e questa è una esplicita richiesta a Nino Aragno e Giacomo Jori, la riproposta filologicamente suffragata delle Memorie di una antifascista. Il valore documentario e la forza evocativa di questo libro risultano in proporzione inversa alla sua presenza nelle bibliografie di settore e nelle letture formative degli antifascisti medesimi. C’è oltretutto un tabù o meglio un taciuto più o meno imbarazzante circa il nome di Barbara Allason, cioè il fatto che costei, ripetutamente interrogata in carcere dall’Ovra avesse finito nel ’34 prima con il fare il nome di Leone Ginzburg sotto processo, quale dirigente del gruppo italiano e nella fattispecie torinese di Giustizia e Libertà e poi avesse scritto una lettera di supplica a Benito Mussolini che, platealmente, la liberò graziandola.

Ma la verità testimoniale e storica in Memorie di una antifascista non viene intaccata né dal senso di colpa (perché Allason ammette la sua trascorsa debolezza e le sue personali contraddizioni) né dal risentimento per il gelo che dovette sentire intorno a sé nell’immediato dopoguerra cui giusto la conferenza del 1950 all’Unione Culturale, organizzatale dall’amico Franco Antonicelli, vorrebbe cominciare a sottrarla. È vero che l’aveva salvata il grande reticolo delle amicizie e il rango degli stessi interlocutori, ma un certo amareggiato disincanto traspare tuttavia nell’incipit della conferenza: «La prima confessione che vi farò è che, sebbene io scriva e pubblichi da più di mezzo secolo (…) io sono tuttora, dico, una specie di enigma. (…) Basta, niente da fare. Per gli italiani dalla sponda destra del Po in giù il mio nome è un nome straniero». Merito dunque di chi con tanto fervore ne recupera le opere, se oggi lo è decisamente meno.

Il mondo diviso in tre

Steve Bloomfield
Mentre il tempo di Trump volge al termine, questa potrebbe essere la sua eredità più pericolosa: un mondo diviso in tre
The Guardian, 24 ottobre 2026

Negli ultimi due anni di una presidenza statunitense, quando il Congresso è ormai perduto, gli indici di gradimento crollano e il partito inizia a pensare a chi verrà dopo, chi occupa la Casa Bianca può sentire il proprio potere svanire. L'iter legislativo interno, soprattutto in un'epoca in cui la cooperazione bipartisan è quasi inesistente, si blocca. Ma mentre i giorni scorrono verso la fine e i presidenti iniziano a riflettere sulla propria eredità, c'è un aspetto del loro lavoro in cui conservano ancora potere: il resto del mondo.

Nelle ultime settimane della sua presidenza, nel 1992, George H.W. Bush inviò 28.000 soldati americani in Somalia per contribuire a porre fine alla carestia. Per Bill Clinton, si trattò di un tentativo utopistico di portare la pace in Medio Oriente ponendo fine al conflitto israelo-palestinese. Barack Obama ristabilì le relazioni diplomatiche con Cuba, compiendo una storica visita all'Avana, e portò a termine con successo l'accordo sul nucleare iraniano.

Tra dieci giorni, Donald Trump entrerà nella sua personale zona crepuscolare. È quasi certo che perderà il controllo della Camera e non è impossibile che si trovi ad affrontare anche un Senato a maggioranza democratica. Ogni speranza di approvare provvedimenti di politica interna – non che se ne sia preoccupato più di tanto durante i suoi primi due anni – svanirà. Al contrario, dovrà affrontare una serie di indagini che potrebbero portare, ancora una volta, all'impeachment.

Sulla scena mondiale, tuttavia, la storia sarà diversa. E a differenza di Bush padre, Clinton e Obama, le sue ambizioni non saranno pacifiche. I primi due anni del suo secondo mandato sono stati catastrofici; gli ultimi due potrebbero essere persino peggiori.

Una volta terminate le elezioni di metà mandato, si ritiene che gli Stati Uniti stiano pianificando di riprendere la loro guerra persa in partenza contro l'Iran , conducendo già esercitazioni con l'esercito israeliano e ritirando i diplomatici dalla regione. Il tradimento dell'Ucraina da parte di Trump è già in atto. La scorsa settimana ha affermato che "la Russia, francamente, si è comportata bene nei confronti dell'Ucraina", mentre il suo inviato Steve Witkoff ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, elogiandolo in un incontro televisivo come "un umanitario... e io lo saluto, lo elogio e lo ringrazio ancora".

Oltre a una guerra sconsiderata in Medio Oriente e alla politica di appeasement in Europa, si profila l'ombra di un nuovo ordine mondiale, che Trump perseguirà senza sosta nei suoi ultimi anni di mandato. Putin ha proposto un vertice tra lui, Trump e il presidente cinese Xi Jinping , da tenersi in Cina il mese prossimo.

Un incontro senza precedenti di questo tipo, qualora si tenesse, avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti per tutti noi. I tre leader ambiscono a trasformare il modo in cui il mondo è governato, dividendolo essenzialmente in sfere d'influenza. Un vertice non trasformerebbe un'idea in realtà, ma ci condurrebbe su una strada molto pericolosa. In Europa, un eventuale rifiuto degli Stati Uniti di aiutare a proteggere le nazioni minacciate dalla Russia avrebbe ripercussioni ben oltre l'Ucraina . In Asia orientale, il ritiro della protezione americana causerebbe enormi problemi a Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Australia.

Negli ultimi due anni abbiamo parlato molto della fine dell'Occidente: sembra che questo sia il momento in cui molte di queste paure si concretizzeranno.

L'ambizione dell'amministrazione Trump di dividere il mondo in sfere e schierarsi con i dittatori anziché con i democratici è da tempo evidente. La Strategia di Sicurezza Nazionale dello scorso anno criticava aspramente gli alleati tradizionali degli Stati Uniti in Europa e in Asia orientale. Ma ciò che è stato più scioccante è stato ciò che non ha detto. Sia la Russia che la Cina hanno evitato critiche dirette. Nei sei paragrafi che descrivono la minaccia a Taiwan, la Cina non è stata menzionata nemmeno una volta. In altre parti del documento, la Cina è stata addirittura elogiata come "ricca e potente... che usa la sua ricchezza e il suo potere a suo considerevole vantaggio". La sezione sulla guerra russa in Ucraina non menzionava come fosse iniziata e non suggeriva che Putin dovesse essere sconfitto; si concentrava invece su come gli Stati Uniti potessero aiutare l'Europa e la Russia a ricucire i loro rapporti. Il documento di 33 pagine discuteva dell'importanza del controllo statunitense sull'emisfero occidentale, ma chiariva che, finché gli Stati Uniti avessero mantenuto il dominio economico, si sarebbero preoccupati poco della protezione di altre parti del mondo. "Gli affari di altri paesi", affermava, "ci interessano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi". Secondo la loro argomentazione, per troppo tempo gli alleati dell'America ci avevano "trascinato in conflitti e controversie fondamentali per i loro interessi, ma marginali o irrilevanti per i nostri".

Per Putin, si tratta di un successo atteso da quasi trent'anni. Da tempo considera il sostegno americano alla democrazia nell'Europa orientale e nell'Asia centrale come un'“ingerenza” nel cortile di casa della Russia. Ora ha un presidente americano che concorda con lui. Trump ha inoltre posto Putin su un piedistallo ben più alto di quanto l'economia russa e la sua superiorità tecnologica meritino.

Anche Xi ha accolto con favore il ritiro retorico degli Stati Uniti dall'Asia orientale, soprattutto se ciò consentirà alla Cina un maggiore controllo marittimo nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale. L'opinione pubblica mondiale sulla Cina è migliorata drasticamente, mentre quella sugli Stati Uniti è peggiorata. Come ha affermato questa settimana Chrystia Freeland, ex ministro degli Esteri canadese, "non c'è stato un presidente più vantaggioso per la Cina di Donald Trump".

In gioco non c'è solo il controllo territoriale. Tutti e tre i governi intravedono la possibilità di intensificare i legami economici. Per Stati Uniti e Cina, le questioni più importanti riguardano il futuro controllo delle catene di approvvigionamento economiche e delle piattaforme tecnologiche, mentre anche le risorse di combustibili fossili della Russia rappresentano un fattore rilevante. Tutti e tre sono attori chiave nella prossima corsa allo spazio, sia in termini di controllo commerciale che militare. Se queste tre nazioni iniziassero a collaborare, a scapito dell'Europa e del resto del mondo, la natura della geopolitica cambierebbe radicalmente. Dieci anni fa, il dibattito su un mondo multipolare si basava sull'idea che Stati Uniti, Cina e Unione Europea fossero i tre blocchi più potenti. In qualche modo, Bruxelles è stata rimpiazzata da Mosca.

Non era Kennedy

Thomas Legrand
Ecco cos'era il macronismo: caos e una deriva illiberale

Libération, 21 ottobre 2023

 I francesi credevano di aver eletto Kennedy, ma dieci anni dopo si ritrovano con un presidente trasparente il cui ministro dell'Interno parla come Viktor Orbán. I primi processi sommari, lunedì 19 e martedì 20 ottobre, hanno mandato in carcere manifestanti incensurati, in custodia cautelare in attesa del processo che si terrà tra qualche mese, oppure con condanne immediate e definitive. Ci sono saccheggiatori colti in flagrante, certo, ma anche manifestanti comuni arrestati per strada durante le cariche della polizia. Gli avvocati esperti in casi di ordine pubblico sono sconvolti dalla severità delle condanne e dalle richieste di custodia cautelare, che riempiranno le carceri per mesi.

La detenzione viene disposta per principio, senza che i casi abbiano avuto il tempo di essere esaminati nel dettaglio. In un sistema giuridico basato sulla libertà, non si incarcera nessuno senza aver prima studiato i fatti e la personalità dell'imputato. Questo metodo di incarcerazione quasi automatica, inteso a compiacere la linea dura prevalente, è in contrasto con il principio della pena individualizzata.

Un individuo, in definitiva, solo e impotente.

Le roboanti dichiarazioni del Ministro della Giustizia Gérald Darmanin, apparentemente volte a far dimenticare il fiasco della polizia del fine settimana , rappresentano una sfida allo stato di diritto e alle libertà individuali. Dal punto di vista giuridico, nulla di quanto affermato da Darmanin lunedì sera su TF1 è fondato: "Ho chiesto ai pubblici ministeri, e in particolare al procuratore di Parigi, di impugnare sistematicamente tutte le sentenze che non rispecchiano la gravità di quanto abbiamo subito". La parola "sistematicamente" trasforma il ruolo del giudice in una decisione quasi amministrativa. Una sentenza deve essere non solo individualizzata, ma anche proporzionata. L'articolo 8 della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino viene qui seriamente violato.

E quest'idea che gli individui debbano essere condannati non in base ai fatti loro attribuiti, ma in base a "ciò che abbiamo vissuto" : chi è "noi"? Persone oneste? Le vittime dei saccheggi in generale? Gli spettatori traumatizzati? Tutti noi che abbiamo visto, sui nostri schermi, tutto ciò che è realmente accaduto, ma anche ciò che l'intelligenza artificiale ha distorto, ciò che l'interferenza straniera ci ha riversato addosso? Noi, gli utenti del Comune di Limoges? Noi, i francesi? Dovremmo, secondo questo nuovo principio di "ciò che abbiamo vissuto", giudicare gli individui in base al trauma collettivo? Questa è davvero una sorta di giustizia politica, una punizione collettiva, una vendetta di Stato, un sacrificio quasi rituale, un'offerta agli dei dell'autorità e della popolarità. Insomma, niente a che vedere con la giustizia.

Il 17 ottobre ha dimostrato che dieci anni di presidenza Macron hanno prodotto l'esatto opposto di quanto promesso da questo brillante giovane, un uomo che intendeva reinventare il "progressismo" per combattere l'"illiberalismo" che, a suo dire, minacciava l'Europa e non solo. Il 17 ottobre è stato teatro di uno scontro diretto tra la polizia e una parte della popolazione, perché il Presidente, contraddicendo la sua promessa di pragmatismo e di valorizzazione delle "soluzioni dal basso", ha trascurato e quindi danneggiato gli organi intermedi che regolano e incanalano la rabbia e le aspirazioni del popolo. Il 17 ottobre è stato teatro di palesi fallimenti in due funzioni essenziali di cui il Presidente è garante: l'ordine repubblicano e le libertà individuali.

Il 17 ottobre è una data chiave anche nella campagna presidenziale. Conferma che il suffisso "-ismo" in "macronismo" non si riferisce a un campo politico, a un quadro programmatico, a una tendenza, a una coalizione, a un'ideologia o persino a un metodo di governo, né tantomeno a un bilancio di successi, bensì a un individuo che, in definitiva, è solo e impotente. Inoltre, coloro che un tempo erano macronisti, per convinzione o per opportunismo, non lo sono più. Non si definiscono più tali e stanno addirittura sviluppando una retorica di rottura. Si presentano in modo frammentato per succedergli, in competizione per vedere chi riuscirà a chiudere questo capitolo dannoso.

Il macronismo, emerso nel 2017 come faro di speranza per un rinnovamento democratico, si è trasformato in un conservatorismo impotente. Nel 2022, era concepito come baluardo contro l'estrema destra; oggi, soprattutto nel nostro stato di torpore post-17 ottobre , ci rendiamo conto che, lungi dall'essere un baluardo, Emmanuel Macron è stato una porta d'accesso per Marine Le Pen.