mercoledì 3 giugno 2026

Schumann e Brahms

Giovanni Iudica
L'incontro e l'amicizia tra i due grandi

Bocconi, 19 maggio 2009

Quando pensiamo a Brahms lo vediamo vecchio, con una barba imponente, un'aria pensosa, severa. Da ragazzo sembrava essere un'altra persona: fragile, dai lineamenti fini, capelli biondi lunghi e lisci, occhi azzurri come il cielo del Nord, e uno sguardo innocente e incantato. Sembrava un angelo. Aveva un sogno: poter incontrare il suo idolo, l'autore della Kreisleriana e dei Kinderszenen, Robert Schumann. Gli aveva inviato le sue composizioni, accompagnate da lettere di ammirazione, senza riceverne riscontro, e aveva pure tentato di incontrarlo, ad Amburgo, ma non fu ricevuto. Schumann non aveva tempo per gli importuni. L'incontro avvenne il 30 settembre 1853, a Düsseldorf, nella casa dell'illustre compositore, e accadde l'inimmaginabile. Appena quell'angelo ventenne iniziò a interpretare la sua prima Sonata, l'infastidito, nevrotico Maestro ebbe un sussulto. Chiamò la moglie Clara, per condividere con lei la forte emozione. Entrambi capirono di trovarsi dinnanzi a un miracolo. "Vi è un giovane di Amburgo, scrisse Schumann nel suo famoso articolo Vie Nuove, dotato di un tale genio che eclissa tutti gli altri giovani compositori". La stima, l'amicizia e l'affetto che nacquero in quell'incontro, tra i due coniugi e quel giovanotto, generarono uno dei più sorprendenti sodalizi artistici che la storia ricordi. "Maestro onorato", scrisse il giovane Johannes a Schumann, "lei mi ha dato una tale felicità che non sono in grado di ringraziarla con semplici parole. Dio voglia che con le mie opere possa dimostrarle quanto il suo affetto e la sua bontà mi hanno stimolato e incoraggiato". Dal giorno di quell'incontro, il grande Maestro e il giovane compositore non si separarono più. Trascorrevano i pomeriggi insieme, a suonare i grandi classici, alternandosi al pianoforte, a ragionare di composizione e di musica. La sera partecipava anche Clara, raffinata intenditrice e lei stessa autrice di non insignificanti composizioni. La felicità creativa di queste tre anime durò appena un anno. La notte dell'11 febbraio 1854 Schumann non riuscì a prendere sonno: sentiva un fortissimo, identico suono. Nei giorni seguenti, quel tremendo suono che gli faceva scoppiare la testa persisteva implacabile. I medici non riuscirono a fornire né risposte né terapie; si limitarono a dire che l'equilibrio del paziente si era spezzato. Brahms scrisse che l'essere del suo grande protettore "si era staccato troppo presto dal proprio corpo".

Dopo quella crisi la salute di Schumann sembrò migliorare. Il Maestro riuscì a leggere le Variazioni e le Ballate che il giovane allievo gli aveva consegnato. "Sono incomparabilmente belle. Vi si riconosce la smagliante ricchezza della tua fantasia e la profondità della tua arte, due qualità che non mi era mai capitato di trovare riunite nella stessa persona". Schumann trascorse il 1855 entrando e uscendo dagli ospedali psichiatrici. Il 27 luglio 1855 Clara fu chiamata d'urgenza al manicomio di Endenich, dove il marito giaceva, ormai irriconoscibile, in una stanza triste e grigia. Clara, accompagnata da Brahms, si precipitò per essergli vicino e per stringergli la mano. Il 29 luglio Schumann aprì gli occhi, sorrise a entrambi, e poi li richiuse per sempre. Dopo la morte del Maestro, Brahms inondò Clara di lettere appassionate. "Penso continuamente a voi. Come sarei infelice se non vi avessi!". Tra le altre, le scrisse una lettera con un enigmatico pensiero: "All'immortalità nell'aldilà non crediamo veramente. L'unica vera immortalità si trova nei bambini".

Gad Lerner su Israele


 

“Sionismo non è fascismo. Società israeliana malata di fanatismo, i problemi non sono solo Netanyahu e Ben Gvir”, parla Gad Lerner. L'intervista di Umberto De Giovannangeli

l'Unità, 2 giugno 2026

"Conduco le stesse battaglie di Anna Foa, ma tra noi ci sono sfumature di idee diverse. Sì, io sono sionista ed esisto perché i miei nonni erano profughi. Non conquistatori. Oggi la società israeliana si è ammalata di fanatismo, la gioventù di Israele si sposta a destra"
Per la sua storia personale e per quella professionale, Gad Lerner è una delle voci più importanti, autorevoli, libere, dell’ebraismo italiano. Lo testimonia il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le prese di posizione che gli hanno scatenato contro anche dolorose accuse dei vertici della diaspora. Nel 2024 ha scritto un libro di grande successo che ha fatto molto discutere: "Gaza. Odio e amore per Israele" (Feltrinelli). All’inizio del libro, riferendosi al 7 ottobre 2023 – proprio a quel terribile giorno, ‘l’11 settembre d’Israele – Gad Lerner scrive: “Bisognava decidere, dunque, quale posizione assumere. Schierarsi in nome del mio vincolo di appartenenza al popolo ebraico, del mio amore nonostante tutto per questo Israele che da anni mi appariva prossimo allo snaturamento? Schierarsi e basta, di fronte all’aggressione subita, ammettendo che neanch’io avrei mai immaginato un fallimento tanto catastrofico quando scrivevo di un Israele che stava andando verso la perdizione? Tacere per non espormi all’accusa di tradimento che già in passato mi era stata rivolta e che sapevo mi sarebbe di nuovo toccata?”.
Gad ha deciso di non tacere. Una scelta difficile, dolorosa, che ha portato avanti con grande intensità e coerenza, umana e politica. Nel 2025 è stato tra i firmatari di un appello contro la pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania promosso da “Mai indifferenti. Voci ebraiche per la pace” e “Laboratorio ebraico antirazzista”. Gad Larner ha mantenuto sempre la schiena dritta, e di questi tempi è gran cosa. Quella che leggerete è una intervista “vissuta”, nella quale riflessioni politiche s’intrecciano indissolubilmente con la storia della famiglia Lerner e con la rivendicazione forte, accorata, di un sionismo di libertà e di giustizia che vive nel cuore e nella mente di Gad Lerner.
Afferma Anna Foa nell’intervista a questo giornale: “Se pensi ad un grande Stato con due popoli, devi rinunciare all’idea sionista. Questa, in sostanza è l’essenza del conflitto tra democrazia e sionismo”. Tu, prendendo la parola dal palco della grande manifestazione contro il genocidio a Gaza, il 9 giugno dello scorso anno a Roma, in una piazza San Giovanni stracolma, hai rivendicato il tuo essere sionista.
Ricordo benissimo quel pomeriggio, quella grandiosa manifestazione, nella quale intervenne, con un messaggio registrato, anche Anna Foa, raccontando e dichiarando il suo non essere sionista. Del resto, la biografia della sua famiglia si è svolta tutta in Italia e la conversione religiosa e identitaria di Anna Foa all’ebraismo avviene in età adulta. Non è parte determinante della sua formazione famigliare in una famiglia antifascista così importante per la nostra democrazia, sia dalla parte di Vittorio che dalla parte della madre Lisa Giua. Quello mi diede lo spunto nel mio intervento, ma l’avevo già meditato, deciso, di chiarire invece che si poteva e si doveva stare in piazza per Gaza, come io ho fatto in tutti questi anni, firmare con Anna e tanti altri, come Stefano Levi Della Torre che voi de l’Unità sentite spesso, Carlo Ginzburg, documenti contro la pulizia etnica e contro l’abuso della memoria della Shoah per lanciare anatemi su chi difendeva la causa palestinese. Si poteva fare e io continuo a fare tutto questo, anche avendo il sionismo, mi viene da dire, come elemento biografico imprescindibile. L’avevo già scritto nel mio libro "Gaza. Odio e amore per Israele": per me sionismo è sinonimo di salvezza.
Perché?
Perché penso alle diverse storie della mia famiglia. Sia dalla parte di mia madre, nata a Tel Aviv ma figlia di ebrei, i miei nonni materni, che erano già nati in Palestina sotto l’impero ottomano, arrivati dalla Lituania con il movimento Hovevei Zion (“Amanti di Sion”, ndr) della seconda aliyah (ascesa, ndr), sia dalla parte di mio padre, nato ad Haifa dai miei nonni paterni, gli unici sopravvissuti alla Shoah di una grande famiglia. Chi li aveva molto sconsigliati di emigrare in Palestina, dicendo loro che era una assurdità, una scelta folle, è stato sterminato: io sono andato con i miei figli a rendere omaggio alle fosse comuni nelle quali erano stati seppelliti già nei giorni dell’Operazione Barbarossa del 1941, perché si trovavano sul confine. Il mio è un sionismo naturale, di chi ha avuto per lingua madre l’ebraico e che ha vissuto la nascita dello Stato d’Israele come qualcosa di provvidenziale. Da questo punto di vista, la controversia storica, se il sionismo debba oppure no considerarsi un movimento coloniale, io la ritengo, appunto, materia per gli storici. Se io guardo ai miei nonni e addirittura ai miei bisnonni, non vedo le divise di un esercito imperiale, colonialista che conquista un territorio, ma vedo dei profughi, vedo della gente che scappa e io devo a questa loro scelta la mia esistenza. Che poi a quell’epoca, in un Medio Oriente, poteva voler dire, per mio padre, andare a vivere ad Aleppo da bambino fino all’età adulta, per mia madre vivere a Beirut sin da bambina piccola e lì sono nato io. Andare e venire da quella Palestina che dal 1948 diventava una frontiera non attraversabile, per via del conflitto. Fino ad allora, all ’48, andavano e venivano, io sono nato pochi anni dopo. La dimensione personale mi sembrava giusto riportarla perché dentro alla stessa esperienza famigliare, io so che il sionismo non è nato come esclusivismo. So bene che ci sono stati correnti del sionismo, fin dal principio, che non solo in opposizione a Jabotinsky ma anche a Ben Gurion, affermavano la necessità di una convivenza con chi già abitava su quella terra e quella convivenza la perseguivano e la praticavano anche nell’esperienza di vita. Posso consigliare un libro illuminante in proposito?
Certo che sì.
È il libro di Arnold Zweig "Il ritorno di Isaak de Vriendt. Intrigo a Gerusalemme" (Orma editore). Un libro illuminante, anche se è un romanzo, proprio nel descrivere questa doppia situazione: i conflitti, anche sanguinosi, fra le due comunità che però all’epoca si conoscevano, si frequentavano e, invece, episodi di segno opposto, con gli ebrei di Hebron salvati durante il pogrom del 1929 dai loro vicini arabi e viceversa.
Cosa racconta questa storia?
Racconta che il percorso di una convivenza sullo stesso territorio non era in contraddizione con gli ideali e anche con molte esperienze pratiche del sionismo. E questo io credo che andasse sottolineato, non per fare una precisazione sul passato ma perché è molto importante tenerlo presente nell’immaginare il futuro, cioè il destino che in un percorso di pace che noi ricerchiamo debba toccare in sorte a 7 milioni di ebrei che abitano lì e che nella loro grande maggioranza sono nati lì. Ormai la percentuale elevatissima di questi 7 milioni di ebrei che abitano Israele e che fanno d’Israele il Paese con più ebrei al mondo, perché da poco è avvenuto il sorpasso sugli Stati Uniti, questo elemento dice della naturalezza del rapporto con quella terra e il sionismo ne è una componente ovvia. Questo, mi permetto d’insistere, va pensato per il futuro, non per il passato. Il sogno di avere una patria ebraica è qualche cosa che certamente ha a che fare, che entra in relazione con la nascita dei movimenti nazionalistici europei nella seconda metà del XIX° secolo, ma ha a che fare anche con il XXI° secolo.
Questa tua idea valoriale, identitaria, progressiva del sionismo, oggi in Israele ha un nemico assoluto: il governo di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich …
Non c’è dubbio. Ed è la ragione per la quale da alcuni anni il dissenso ebraico, l’espressione di dissenso, di obiezione di coscienza, di battaglia culturale, è diventata centrale nella mia esperienza. Come sai, ho fatto il giornalista in Italia, ho fatto il militante politico, e non mi sarei mai aspettato che, passati i 70 anni, diventasse il mio impegno principale quello di combattere per cercare antidoti, difese immunitarie da una degenerazione della società israeliana che si risolve anche in una catastrofe spirituale dell’ebraismo, sia nella sua declinazione religiosa, di interpretazione della Bibbia, sia di contributo che dall’emancipazione in avanti, attraverso personalità illuminate, ha dato in vari campi della cultura, all’idea di un codice morale e di diritti universali dell’uomo. Le personalità che possiamo citare sono sia della diaspora sia “sabra”, nate in Israele: scrittori, pensatori che tutti abbiamo letto, seguito e ammirato. Quella società si è ammalata di fanatismo. Non basta, purtroppo, puntare il dito contro Netanyahu, tantomeno soltanto contro gli estremisti di destra che svolgono un ruolo decisivo all’interno del suo governo e che, contravvenendo agli impegni che aveva preso nella campagna elettorale del 2022, Netanyahu ha imbarcato nel governo finendone in parte complice, supervisore ma anche ostaggio.
Non basta additare Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich ... Cosa c’è che ti preoccupa di più?
Un movimento dal basso radicato, agguerrito, fortemente ideologizzato. E fatto di giovani. Nei giorni scorsi sono uscite delle indagini statistiche piuttosto credibili, che indicano una maggioranza della gioventù israeliana che guarda a destra. Israele è uno dei pochi paesi nei quali la gioventù è più a destra. Come si inferocisce dal basso, come si desensibilizza sulla sorte dei propri vicini, come arriva a vivere anche l’esibizione di crudeltà e di violenza come se fosse una manifestazione di forza e di superiorità; questi sono interrogativi pesantissimi che non intendo rimuovere. Mi spavento quando vedo molti amici ebrei ma anche israeliani - ho fatto diverse visite di recente - che vogliono rimuovere questo dato di fatto che una volta avremmo chiamato una fascistizzazione della società israeliana. Io sono convinto, perché è già avvenuto nella storia ed è già avvenuto in altri paesi, che siano fenomeni reversibili. Non credo che siano definitivi perché altrimenti cadremmo nello stereotipo, nel pregiudizio dell’ebreo perfido, predatore, crudele. Non era valido neanche per la società tedesca nei dodici anni del Terzo Reich. Credo che tanta gente in Israele dovrà risvegliarsi da questo sonno della ragione e chiedersi come ha potuto ignorare le deroghe, i tradimenti ai codici fondamentali dell’ebraismo a cui stiamo assistendo, ed è il motivo per cui noi anche in Italia sviluppiamo questo movimento di dissenso con Anna Foa, con tante differenze al nostro interno. Io posso tranquillamente farlo in base alla mia storia personale e contestando chi vorrebbe che noi, da sempre, considerassimo sionismo sinonimo di fascismo. Non è vero. È proprio un’altra cosa.
Tu hai scritto un libro dolorosamente bello su Gaza. Oggi di Gaza non se ne parla più, eppure in quel lembo di terra martoriata si continua a morire, a soffrire.
Non sarei così tranchant. Gaza non è stata dimenticata. Gaza è rimasta un epicentro dell’attenzione, soprattutto dei movimenti giovanili. Penso, ad esempio, alle tre flotille già partite e sono convinto che ne partiranno delle altre. Sono convinto che il governo israeliano si sia comportato in maniera oltre che criminale anche dissennata, autolesionistica, trattando come ha trattato le due flotille intercettate in mare in acque internazionali, la terza è stata fermata in Libia. Queste azioni non violente delle flotille sono, a mio avviso, efficacissime nel denunciare Gaza come epicentro di un senso di giustizia che muove all’indignazione in tutto il mondo. In questi giorni di campagna elettorale in Israele è lo stesso Netanyahu a riportare Gaza al centro dell’attenzione, quando proclama, parlando peraltro in una colonia della Cisgiordania, che ha dato ordine di estendere il controllo territoriale, in deroga agli accordi di cessate il fuoco, fino al 70 per cento della Striscia di Gaza. La folla a cui si rivolgeva si è messa a gridare “al cento per cento, cento per cento” e lui ha risposto, compiaciuto, ‘calma, calma, ci arriveremo, cominciamo dal 70 per cento’. Gaza resterà centrale, io credo. Ma vi sono altri epicentri dell’ingiustizia che non vanno dimenticati. Mi riferisco a quello che continua ad accadere in Cisgiordania o a quello che sta avvenendo in Libano. Se c’è una differenza è che ciò che sta avvenendo in quei due luoghi di sofferenza e di sopraffazione non ha le stesse dimensioni catastrofiche che invece Israele ha cercato a Gaza, perché ha voluto rade

Il successo che non fa notizia


Francesco Attesti Fb Il silenzio che stona: quando un italiano vince il “Nobel del violoncello” e l’Italia non se ne accorge

Un italiano di 23 anni vince il Concorso Regina Elisabetta 2026 per violoncello. A Bruxelles, davanti alla giuria più temuta del mondo classico, porta a casa il Primo Premio – Premio Regina Mathilde da 25.000 euro e il prestito per quattro anni del Goffriller “Casals” del 1733, il violoncello che fu di Pablo Casals. In finale ha suonato la Sinfonia concertante di Prokofiev con l’Orchestre National de Belgique.
Si chiama Ettore Pagano. Romano, classe 2003, allievo di Jens Peter Maintz all’Universität der Künste di Berlino dopo il Conservatorio di Santa Cecilia. Non è il primo successo: Premio Abbiati 2025, ICMA Classeek Award 2025, secondo al Concorso Enescu 2024, primo al Khachaturian 2022.
Eppure, provate a cercare titoli sui grandi quotidiani italiani del 1° giugno. Provate a sentire i TG. Provate a scorrere le home dei siti di informazione generalista.
Il nulla. O quasi.
Cos’è il Queen Elisabeth, per chi se lo fosse perso
Il Concorso Regina Elisabetta non è “un concorso”. È il concorso. Fondato nel 1937, è considerato tra i più esigenti al mondo. Ha lanciato carriere come quelle di David Oistrakh, Gidon Kremer, Vadim Repin. Dal 2017 ha aperto al violoncello, e in tre edizioni ha già ridefinito la gerarchia mondiale dello strumento.
Vincere significa tournée internazionali, contratti discografici, l’ingresso nell’olimpo. Significa che per quattro anni suoni lo stesso strumento che Casals usò per le sue incisioni storiche. Significa che la Pau Casals Foundation ti mette in mano un pezzo di storia della musica.
La stampa italiana: dov’era?
A 24 ore dalla proclamazione del 31 maggio, le uniche voci italiane a darne conto sono riviste specializzate. Sui grandi giornali? Silenzio. Sui TG? Zero servizi. Sui social dei ministeri? Nessun post di congratulazioni.
Eppure parliamo di un ragazzo che a 22 anni viene definito “assoluta scoperta della serata” dalla critica estera, “maturità espressiva sorprendente” dagli addetti ai lavori. Un talento che la critica italiana stessa ha premiato con l’Abbiati 2025 “per la sua intensa attività concertistica”.
Il paradosso del “successo che non fa notizia”.
Se Pagano avesse segnato un gol in Conference League, avremmo avuto dirette, moviole, interviste alla nonna. Se avesse vinto un reality, avremmo saputo cosa mangia a colazione. Ma vince la competizione più dura al mondo per il suo strumento e diventa trasparente.
Non è snobismo dire che la cultura paga. È realismo. Il Belgio dedica a questo concorso una settimana di dirette radio-tv, il Re e la Regina presenziano, le istituzioni ci mettono la faccia. In Italia, la classica è roba da nicchia, da trafiletto, da “se avanza spazio”.
Il problema non è Pagano. È lo specchio.
Tre domande scomode
1. Dove sono le istituzioni? Un ragazzo italiano porta prestigio internazionale in un settore dove l’Italia ha inventato tutto – dal violino di Stradivari al belcanto. Il Ministero della Cultura, quello che dovrebbe esaltare le “eccellenze”, ha detto qualcosa?
2. Dove sono i media? La notizia c’era, era verificata, era grossa. Testate estere l’hanno battuta subito. Perché da noi serve che lo dica prima il New York Times?
3. Dove siamo noi? Se una notizia non arriva su Instagram in 15 secondi, non esiste. Abbiamo educato il pubblico a pensare che la cultura sia lenta, vecchia, non “cliccabile”. Poi ci stupiamo se i teatri sono vuoti.
La vittoria c’è. Manca il racconto
Ettore Pagano il 2 giugno sarà alla Queen Elisabeth Music Chapel di Waterloo per la cerimonia ufficiale. Suonerà il Goffriller “Casals” per i prossimi quattro anni. Girerà il mondo come ambasciatore di un’Italia che sa ancora formare talenti assoluti.
La domanda è: lo racconteremo? O lasceremo che l’ennesima eccellenza italiana diventi famosa ovunque tranne che a casa sua?
Perché il vero scandalo non è che Pagano ha vinto. È che in troppi non lo sanno. E in un Paese che si riempie la bocca di “orgoglio italiano”, questo silenzio stona più di un violoncello scordato

Marta Kostyuk

 


Briefing sulla guerra in Ucraina: "Il vostro Paese sta uccidendo altre persone" - la stella del tennis attacca i rivali russi


Warren Murray con giornalisti e agenzie del Guardian
1 giugno 2026


  • L'ucraina Marta Kostyuk, neo semifinalista del Roland Garros, ha criticato duramente le sue avversarie russe, accusandole di aver chiarito "da che parte stanno" con il loro silenzio dopo la notte di attacchi con droni e missili a Kiev e in altre città, che hanno causato almeno 23 morti. "Voglio iniziare parlando di questa partita storica che abbiamo giocato oggi con Elina [Svitolina]", ha detto Kostyuk dopo aver sconfitto la sua connazionale . "Abbiamo vissuto un'altra notte molto difficile in Ucraina, soprattutto a Kiev. Tante vittime. Voglio dedicare questa partita al popolo ucraino e alla sua resilienza ... Con tutto quello che sta succedendo, per me essere qui è una vera benedizione e non penso alla vittoria. Sono qui per rappresentare l'Ucraina e per divertirmi".

  • A Kostyuk è stato chiesto un commento sulle sue rivali russe, tra cui Diana Shnaider e la sua prossima avversaria in semifinale, Mirra Andreeva, che in passato hanno affermato di concentrarsi solo sulla pallina da tennis ed evitare discussioni politiche. "Sono tutte adulte. Sanno di cosa parlano. Sanno cosa sta succedendo. Hanno i telefoni. Hanno Instagram. Si informano", ha detto Kostyuk. "Vorrei che prendessero una posizione più chiara su ciò che sta accadendo, soprattutto quando il loro Paese sta uccidendo altre persone".

Gli spettatori del Roland Garros si avvolgono in una bandiera ucraina. Foto: Thibault Camus/AP

  • Kostyuk ha elogiato Daria Kasatkina , che ha cambiato la sua fedeltà dalla Russia all'Australia, come esempio di qualcuno che si è espresso pubblicamente nonostante le pressioni sulla sua famiglia . "Non credo che viva in Russia, ma la maggior parte delle giocatrici non vive in Russia", ha detto Kostyuk. "Non c'è niente che ti impedisca di farlo se non credi in qualcosa... Conosco persone che hanno lasciato la Russia nel momento in cui è iniziata la guerra, che hanno venduto tutte le loro attività, che si sono lasciate tutto alle spalle perché semplicemente non sono d'accordo con quello che il loro paese sta facendo ad altre persone". Kostyuk ha affermato che rappresentare l'Ucraina è diventato più importante dei risultati.

  • I micidiali attacchi contro l'Ucraina di martedì dimostrano come la Russia sia in grado di sfruttare la carenza globale di missili intercettori per la difesa aerea , scrive Peter Beaumont. Il MIM-104 Patriot è stato ampiamente utilizzato dagli alleati degli Stati Uniti, soprattutto nel Golfo, e anche dall'Ucraina. La campagna israelo-americana contro l'Iran, oltre che contro l'Ucraina, ha scatenato una corsa alle scorte sempre più scarse di missili intercettori. Volodymyr Zelenskyy, presidente dell'Ucraina, ha ripetuto più volte il suo appello agli Stati Uniti per un aumento delle scorte di intercettori.

"Non posso respirare"

Ragazzo bianco ucciso da un sikh . Monta la protesta in Inghilterra : "Basta con il razzismo al contrario"

Redazione esteri, Quotidiano Nazionale, 3 giugno 2026

I tribuni della destra populista hanno già pronto lo slogan rovesciato, "White Lives Matter"; ma, strumentalizzazioni a parte, le ragioni per sollevare pesantissimi interrogativi sulla sconcertante fine di Henry Nowak ci sono tutte. Il caso è quello di un 18enne inglese, studente universitario al primo anno, accoltellato a morte con ferocia a inizio dicembre in una strada di Southampton dal 23enne Vickrum Digwa, cittadino britannico di radici indiane e fede religiosa sikh, riuscito poi ad accreditarsi incredibilmente di fronte alla polizia, nell’immediatezza dei fatti, come vittima lui di una fantomatica aggressione razzista. La condanna all’ergastolo inflitta lunedì all’assassino non è bastata a placare lo sdegno della famiglia Nowak.

Intanto nel Regno Unito continuano a montare le proteste alimentate sin dall’inizio della vicenda da esponenti e gruppi del nazionalismo radicale contro le forze dell’ordine. E contro le colpe addossate al "progressismo politically correct". Al centro della bufera c’è comunque in primis la Hampshire and Isle of Wight Police, i cui agenti si fecero fuorviare inizialmente da Digwa, capace di simulare un episodio di razzismo a carico della povera vittima. E finirono per ammanettare il 18enne, già agonizzante, prima di accorgersi delle sue ferite mortali. Alcuni testimoni avevano raccontato con orrore degli ultimi flebili lamenti di Henry. E di come i ‘tutori della legge’ si fossero spinti addirittura a rifocillare l’aggressore, prima di capire l’inganno.

Dettagli che hanno costretto la stessa polizia – dopo le scuse pubbliche nel processo – a rilasciare in queste ore le immagini e l’audio choc registrati dalla videocamera di uno degli agenti intervenuti: registrazione che mostra le manette di plastica strette inconcepibilmente ai polsi dello studente morente, riverso sul marciapiede; e svela le ultime parole sussurrate dal ragazzo – "Non posso respirare" – identiche a quelle pronunciate tragicamente dall’afroamericano George Floyd a Minneapolis nel 2020. Dopo un’altra frase disperata, "sono stato accoltellato", alla quale un poliziotto replica assurdamente: "Non credo proprio, amico".

Il padre, la madre e la sorella di Henry in ogni modo non si accontentano e chiedono azioni concrete, sia agli organi disciplinari della pubblica sicurezza, sia al governo laburista di Keir Starmer: limitatosi per ora a condannare il fatto di sangue e a ribadire l’impegno a combattere la diffusione nel Regno dei "crimini all’arma bianca", spesso commessi e subiti da giovanissimi, per "mettere fine a un ciclo di orribili tragedie". Il caso è approdato pure in Parlamento, dove la ministra dell’Interno, Shabana Mahmood, ha riconosciuto che la famiglia "ha diritto a risposte precise" dopo la diffusione del video "tragico e choccante" sulla morte del 18enne.

BBC
2 giugno 2026

La famiglia dello studente assassinato, Henry Nowak, ha dichiarato che porterà il dolore "ogni singolo giorno" per il resto della sua vita e ha chiesto al governo di considerare i reati commessi con armi da taglio come un'emergenza nazionale.

La notizia giunge dopo che Vickrum Digwa, 23 anni, è stato condannato all'ergastolo , con un minimo di 21 anni di reclusione, per aver accoltellato un diciottenne a Southampton lo scorso dicembre con una lama di 21 cm (8 pollici) che, a suo dire, portava con sé come parte della sua fede sikh.

Digwa aveva mentito alla polizia, affermando di essere stata vittima di un attacco razzista, e gli agenti hanno arrestato e ammanettato Nowak mentre giaceva morente a terra.

La famiglia dello studente ha definito il trattamento ricevuto dalla polizia "inumano e degradante". La polizia dell'Hampshire si è scusata.

La sorella maggiore di Henry, Olivia Nowak, ha definito suo fratello, originario di Chafford Hundred nell'Essex, il suo "migliore amico" e ha affermato che avevano "un legame indissolubile" in una dichiarazione letta in tribunale, in cui spiegava come la sua morte le avesse cambiato la vita.

Il Commissario di Polizia e Criminalità (PCC) dell'Hampshire e dell'Isola di Wight, Donna Jones, ha dichiarato: "È stata una situazione stressante, ma sono stati commessi degli errori e questi devono essere accertati. Il mio compito non è difendere la polizia, ma garantire che la polizia stia facendo ciò che dovrebbe fare".

Il commissario di polizia ha aggiunto che la donna aveva scritto al primo ministro chiedendo una "revisione urgente sul porto di armi da taglio per scopi religiosi e cerimoniali".

Il Ministero dell'Interno è stato contattato per un commento.

Due stecche

Daniela Preziosi
Lo spettacolo di Mattarella, pop e non divisivo. Ma per fortuna ci sono due stecche

Domani, 3 giugno 2026

Ci vogliono due artisti di classe, l’attrice Paola Cortellesi e il signore della canzone Gianni Morandi per piazzare con consumata esperienza un paio di stecche, bonarie e quasi affettuose, le uniche dello spettacolo «I volti della Repubblica», che tiene quasi tremila invitati fino a mezzanotte davanti al palco montato a piazza del Quirinale. Giochi di luce un po’ Sanremo un po’ varietà del sabato sera, per il racconto in musica e parole degli 80 anni della Repubblica: un racconto preciso, puntuale, decennio per decennio eppure miracolosamente conciliante, non divisivo. È l’Italia che affronta drammi sociali, economici e cataclismi, ma alla fine ce la fa grazie all’unità nazionale, un’Italia in cui a ogni storia di terrorismo «nero» corrisponde una di terrorismo «rosso». In una parola: un racconto quirinalizio.

Del resto in questi giorni di celebrazioni, il presidente Sergio Mattarella ha sparso in tutti i suoi discorsi a piene mani il concetto della «Repubblica casa comune» e la sua pedagogia costituzionale inclusiva. Dunque il mandato agli autori sembra chiaro: questa storia d’Italia e di Repubblica deve andare bene a tutti, anche a quelli della prima fila. Dov’è seduta Giorgia Meloni e sorella Arianna, più un drappello di ministri del governo di destra, a prevalenza post missina, cioè gente che della storia della Repubblica pensa generalmente il contrario di quello che è successo davvero.

E così il racconto affidato alle prudenti alchimie di Rai cultura – siamo in diretta su Rai1 e in Eurovisione –, viene raccontato che è stata una combine fra il direttore Fabrizio Zappi e l’ex direttrice Silvia Calandrelli. Con la supervisione del Quirinale: del resto Giovanni Grasso, il portavoce di Mattarella, è anche uno scrittore con la passione del teatro, si indovina che nella regia e nei testi c’è anche il suo zampino.

Le due stecche, dicevamo, sono brevi e magnifiche. L’attrice e regista Paola Cortellesi parla di partigiane e resistenti, Annuska, Tina Anselmi, Irma Bandiera. Legge testi misogini contrari al voto alle donne, che invece il 2 giugno 1946 viene concesso per la prima volta: le donne  «rubano il lavoro agli uomini». Le basta un gesto e mezza parola per far capire che anche oggi c’è qualcuno che pensa cose simili, stavolta contro gli immigrati: sono appunto quelli delle prime file.

Cortellesi si dà il cambio sul palco con Gianni Morandi, che canta La Storia siamo noi di Francesco De Gregori, e poi C’era un ragazzo: sì, perde una nota, ma chissenefrega, ha una bella età e resta un grande, «oggi festeggiamo una mia coetanea», dice parlando della Repubblica, «anzi no, è un anno più giovane di me». Ma poi non molla il microfono fino a che non dice la sua: «Difendiamo la Repubblica da quelli che vogliono demolirla». Di nuovo, sono quelli della prima fila.

Che ci fa sentire uniti


La serata era iniziata con un tramonto romano vista Gianicolo, e il saluto dal palco di Sergio Mattarella. L’anziano presidente scende dal palazzo con la consueta compostezza, ma la facciata è illuminata con il tricolore e l’entrata scenica è sontuosa. È arrivato in grande forma alla fine delle due giornate di festeggiamenti dell’80esimo della Repubblica: «Ricordiamo un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori che ha superato momenti difficili e vissuto momenti esaltanti, risaldando quel vincolo di solidarietà e di appartenenza che ci rende e ci fa sentire uniti», dice, «facciamoci gli auguri». Un applauso lunghissimo, l’ultimo della lunga serie che ha raccolto in questi giorni, si allarga su tutta Roma, siamo sul colle più alto. 

Meloni entra in piazza al braccio di Ignazio La Russa: nessuna Santanché è stata in grado di dividerli. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti fraternizza il collega dello Sport Andrea Abodi e si butta fra gli atleti, invitati in massa: tutto pur di evitare le domande dei colleghi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli se ne sta fra sé e sé, defilato e solitario. Quello degli Esteri Antonio Tajani parla a voce alta con tutti, per dimostrare che non è intimidito da chi dice che la famiglia Berlusconi non lo sopporta più. Matteo Salvini non c’è, non era alla parata militare e ora non c’è alla festa di Mattarella. C’è Francesco Gaetano Caltagirone, ed è una notizia. 

Platea lato sinistro


Le sedie sono divise per settori, il settore Rai – direttori, dirigenti e aspiranti – è di gran lunga il più zeppo, segno inequivocabile che in azienda si fiutano cambi di potere e ci si muove di conseguenza. C’è anche l’opposizione, quella che la mattina ha disertato la parata militare: Elly Schlein in abito scuro si accompagna a Betta Piccolotti e Nicola Fratoianni, poi si alza per salutare Carlo Calenda. Più in là Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, un passo oltre Massimo D’Alema. Parlamentari democratici alla spicciolata: Walter Verini, Federico Fornaro, Anna Rossomando, Valeria Valente, Laura Boldrini. 

Lo spettacolo è un varietà, ma di lusso: la soprano Cecilia Bartoli si acconcia a cantare Te voglio bene assaje,  i jazzisti Danilo Rea e Paolo Fresu duettano al cielo sulle musiche di Nino Rota, Carlo Verdone racconta la storia della sua vita a Luca Barbarossa, Carolina Crescentini legge Elsa Morante, Luca Zingaretti legge una lettera di Aldo Moro alla moglie scritta negli ultimi giorni di prigionia, che scatena l’applauso più lungo, insieme a quelli sulle immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Giuseppe Bergomi e Alessandro del Piero ricordano le due Coppe del mondo vinte nel 1982 e nel 2006, e non si capisce perché non chiamino sul palco Damiano Tommasi, che ha vinto uno scudetto della Roma e oggi siede in platea con fascia tricolore, è sindaco di Verona. Cristiana Capotondi legge Alda Merino sulle vittime di mafia. Uno strepitoso Flavio Insinna legge Marcovaldo di Italo Calvino sulle folle dei consumatori immaginari, siamo ai tempi del boom econimico. Massimo Popolizio recita un Antonio Manzini da L'amore ai tempi del Covid 19. Giuliano Sangiorgi duetta con Fresu, Meraviglioso, meravigliosi entrambi. Le campionesse olimpiche Arianna Fontana, Federica Brignone e Bebe Vio salgono sul palco per una volta in abito da sera.

Il finale è il filmato di Roberto Bolle che danza il Va pensiero all'interno del Quirinale. Piove, Giorgia Meloni aspetta nervosamente la fine dello spettacolo.

Mattarella resta fino alla fine sorridente, seduto accanto alla figlia Laura. Rifiuta persino l’ombrello: dopo il miracolo che ha fatto, cioè far digerire la storia di ottanta anni di Repubblica a un governo riluttante, che viene dalla storia contro la Repubblica, due gocce d’acqua, che vuoi che siano.