lunedì 18 maggio 2026

Il crimine razzista di Taranto

 


Valentina Petrini  Paolo Di Falco 
Bracciante ucciso dal branco, quei post d'amore per i killer di Taranto

La Stampa, 16 maggio 2026

Pubblica una sua foto su Instagram con occhiali da sole, vistosa collana d’oro e simboli inquietanti: due spade incrociate e un emoji divertito con la lingua di fuori. È uno dei minorenni arrestati. Condivide questa storia due giorni dopo aver ammazzato Bakari Sako con il resto del branco. Quando lo fa è ancora a piede libero. Non sembra preoccupato di un arresto imminente, che invece arriverà lunedì sera. Ma Instagram non è l’unico social per capire qual è la rete degli adolescenti che sabato scorso hanno spezzato per sempre una vita umana: omicidio in concorso aggravato dai futili motivi. È su TikTok che si trovano i contenuti più inquietanti: alcuni diventano virali proprio dopo i fermi e la conferenza stampa di magistrati e inquirenti.

È semplice imbattersi in post così: una foto dei quattro minori arrestati, facce visibili, cuoricini e al centro la scritta «una presta libertà fratelli miei vi amo». L’autore è un ragazzo, 1.114 condivisioni. Ora la foto è stata cancellata. Basta seguire la rete delle loro amicizie per approdare su altri profili analoghi e leggere commenti del tipo: «Sempre uniti uno la spalla dell’altra forza ragazzi». «O giusto o sbagliato io sarò sempre dalla vostra parte». «Fratelli miei dalla nascita vi amo tanto e vi aspetto». «Nonostante i mille ostacoli sempre la stessa bandiera». «Fratelli nostri sempre insieme mai staccati». Condividono simboli e linguaggio da gangster, frasi scritte subito dopo la diffusione della notizia degli arresti, che poco dopo però - diventano contenuti privati o non più disponibili. Alcuni account dei presunti amici del branco, infatti, ieri erano pubblici, adesso sono stati limitati.

Simboli da malavitosi

Usano quasi tutti lo stesso emoji: le catene, nel loro gergo probabilmente un rimando al carcere. C’è chi aggiunge anche il simbolo della goccia di sangue alla fine del commento. Si proclamano fratelli dei carnefici, qualsiasi cosa abbiano fatto. Tra i post diventati virali c’è quello di una ragazza che sembra la “fidanzatina” di uno degli arrestati. Lei fissa il suo “omaggio” al carnefice, la sua promessa di amore per sempre, in alto al profilo, come si fa solo con i contenuti importanti. Scrive: «Sei la mia vita» sotto una foto di loro due insieme. Il post raccoglie 19.825 visualizzazioni e 812 condivisioni. Anche qui sotto si trovano commenti di adesione: «Sempre con te anima mia… ci dobbiamo fare forza per loro». «Sorellina mia è sempre con te». «Vita mia ritornerete più forte di prima». «Più forti di prima vite mie».

Ve li proponiamo fedelmente, senza correzioni ortografiche e grammaticali. Tra i più visti e condivisi, 45 mila views, altri due post, anche questi poi cancellati: «Sempre forti nati nei guai e nati a non mollare mai. Una presta libertà fratelli miei» e «Siamo abituati al buoi però ricordatevi che il buoi non fa paura». Dove buoi sta per buio. Chissà se il buio a cui alludono è proprio il carcere. E come se i contenuti menzionati finora non fossero già abbastanza inquietanti, qualcuno aggiunge: «Orgoglio», con tanto di foto insieme ai minorenni arrestati. «Città vecchia vi aspetta» ha 669 condivisioni. E vai con altre foto di gruppo del branco sorridente. La gravità di tanta solidarietà assume contorni ancora più grandi se confrontata con i messaggi circolati tra sabato e domenica, appena si è diffusa la notizia dell’uccisione di Bakari Sako, quando ancora non lo chiamavamo per nome ed era per molti solo un immigrato, straniero, forse spacciatore. C’è chi ha scritto «meno uno», «se l’è cercata». Sono i toni dell’odio.

Taranto tra sabato e domenica è distratta dai festeggiamenti di San Cataldo e dal derby calcistico della squadra ionica in Eccellenza. Complice anche il silenzio di gran parte delle istituzioni. Per molti la dinamica è chiara anche senza evidenze: «Regolamento di conti», «avranno litigato per storie di droga». E neanche dopo che si siamo affrettati a sottolineare che Bakari aveva i documenti, era bracciante, pagava le tasse e l’affitto, si è fermata la banalità estrema di chi, davanti allo schermo di un computer, ha continuato a scrivere: «Hanno sbagliato però stessero a casa loro».

Su TikTok ci sono anche le mamme. Due di loro, dopo l’arresto dei figli, si sfogano: «Parlano solo sui social ma faccia a faccia non avranno mai il coraggio. I miei figli li ho cresciuti sola con tanti sacrifici e gli ho insegnato valori e dignità. Gli errori si possono fare, siamo tutti peccatori, ma noi gli errori li paghiamo sempre a testa alta». Un’altra condivide un video con le foto del figlio arrestato: 31 mila visualizzazioni. «Non ho mai provato dolore più grande vita della mamma. Ormai non vivo ma sopravvivo, ti amo».

Yvonne de Galais

Meaulnes, il grande Meaulnes, l'eroe del mio libro, è un uomo la cui infanzia fu troppo bella. Durante tutta la sua adolescenza se la trascina dietro. Di tanto in tanto pare che tutto quel paradiso immaginario che fu il mondo della sua infanzia, stia per sbocciare al culmine delle sue avventure... Ma sa già che questo paradiso non può esistere di nuovo»: così Alain-Fournier in una lettera del 1910 all’amico fraterno Jacques Rivière riassume il senso dell’opera che gli ha dato la fama. Delicata fiaba poetica, elegia simbolista, racconto d’avventura, romanzo di formazione: sono molte le interpretazioni proposte per questo libro di culto apparso nel 1913, nel quale Alain-Fournier ha trasfigurato la sua esperienza personale un anno prima di morire al fronte nella battaglia della Marna. Attorno al rimpianto per un amore impossibile divenuto l’ossessione della sua vita, trasformato in simbolo di un mitico paradiso perduto, prende forma un romanzo che è una raffinata parabola sul mistero dell’infanzia, sulla poesia dell’adolescenza con i suoi sentimenti puri e la sua ansia di evasione, sulla ricerca di una felicità irraggiungibile, aspirazione e condanna di ogni umana esistenza. (presentazione editoriale)


Alain-Fournier, pseudonimo di Henri Alban Fournier (1886 -1914), è autore di un solo straordinario romanzo, Il grande Meaulnes, nel quale catturò e trasfigurò l’impalpabile magia del suo primo amore per Yvonne Quiévrecourt (nel romanzo Yvonne de Galais).

L'incontro con Yvonne de Galais

[I]l entendit des pas grincer sur le sable. C’étaient deux femmes, l’une très vieille et courbée; l’autre, une jeune fille, blonde, élancée, dont le charmant costume, après tous les déguisements de la veille, parut d’abord à Meaulnes extraordinaire. Elles s’arrêtèrent un instant pour regarder le paysage, tandis que Meaulnes se disait, avec un étonnement qui lui parut plus tard bien grossier: – Voilà sans doute ce qu’on appelle une jeune fille excentrique – peut-être une actrice qu’on a mandée pour la fête. Cependant, les deux femmes passaient près de lui et Meaulnes, immobile, regarda la jeune fille. Souvent, plus tard, lorsqu’il s’endormait après avoir désespérément essayé de se rappeler le beau visage effacé, il voyait en rêve passer des rangées de jeunes femmes qui ressemblaient à celle-ci. L’une avait un chapeau comme elle et l’autre son air un peu penché; l’autre son regard si pur; l’autre encore sa taille fine, et l’autre avait aussi ses yeux bleus: mais aucune de ces femmes n’était jamais la grande jeune fille. Meaulnes eut le temps d’apercevoir, sous une lourde chevelure blonde, un visage aux traits un peu courts, mais dessinés avec une finesse presque douloureuse. Et comme déjà elle était passée devant lui, il regarda sa toilette qui était bien la plus simple et la plus sage des toilettes. Perplexe, il se demandait s’il allait les accompagner, lorsque la jeune fille, se tournant imperceptiblement vers lui, dit à sa compagne: – Le bateau ne va pas tarder, maintenant, je pense?... Et Meaulnes les suivit. La vieille dame, cassée, tremblante, ne cessait de causer gaiement et de rire. La jeune fille répondait doucement. Et lorsqu’elles descendirent sur l’embarcadère, elle eut ce même regard innocent et grave, qui semblait dire: – Qui êtes-vous? Que faites-vous ici? Je ne vous connais pas. Et pourtant il me semble que je vous connais. D’autres invités étaient maintenant épars entre les arbres, attendant. Et trois bateaux de plaisance accostaient, prêts à recevoir les promeneurs. Un à un, sur le passage des dames, qui paraissaient être la châtelaine et sa fille, les jeunes gens saluaient profondément, et les demoiselles s’inclinaient. Étrange matinée! Étrange partie de plaisir! Il faisait froid malgré le soleil d’hiver, et les femmes enroulaient autour de leur cou ces boas de plumes qui étaient alors à la mode... La vieille dame resta sur la rive, et, sans savoir comment, Meaulnes se trouva dans le même yacht que la jeune châtelaine. Il s’accouda sur le pont, tenant d’une main son chapeau battu par le grand vent, et il put regarder à l’aise la jeune fille, qui s’était assise à l’abri. Elle aussi le regardait. Elle répondait à ses compagnes, souriait, puis posait doucement ses yeux bleus sur lui, en tenant sa lèvre un peu mordue. Un grand silence régnait sur les berges prochaines. Le bateau filait avec un bruit calme de machine et d’eau. On eût pu se croire au cœur de l’été. On allait aborder, semblait-il, dans le beau jardin de quelque maison de campagne. La jeune fille s’y promènerait sous une ombrelle blanche. Jusqu’au soir on entendrait les tourterelles gémir... Mais soudain une rafale glacée venait rappeler décembre aux invités de cette étrange fête. On aborda devant un bois de sapins. Sur le débarcadère, les passagers durent attendre un instant, serrés les uns contre les autres, qu’un des bateliers eût ouvert le cadenas de la barrière... Avec quel émoi Meaulnes se rappelait dans la suite cette minute où, sur le bord de l’étang, il avait eu très près du sien le visage désormais perdu de la jeune fille! Il avait regardé ce profil si pur, de tous ses yeux, jusqu’à ce qu’ils fussent près de s’emplir de larmes. Et il se rappelait avoir vu, comme un secret délicat qu’elle lui eût confié, un peu de poudre restée sur sa joue... À terre, tout s’arrangea comme dans un rêve. Tandis que les enfants couraient avec des cris de joie, que des groupes se formaient et s’éparpillaient à travers bois, Meaulnes s’avança dans une allée, où, dix pas devant lui, marchait la jeune fille. Il se trouva près d’elle sans avoir eu le temps de réfléchir: – Vous êtes belle, dit-il simplement. Mais elle hâta le pas et, sans répondre, prit une allée transversale. D’autres promeneurs couraient, jouaient à travers les avenues, chacun errant à sa guise, conduit seulement par sa libre fantaisie. Le jeune homme se reprocha vivement ce qu’il appelait sa balourdise, sa grossièreté, sa sottise. Il errait au hasard, persuadé qu’il ne reverrait plus cette gracieuse créature, lorsqu’il l’aperçut soudain venant à sa rencontre et forcée de passer près de lui dans l’étroit sentier. Elle écartait de ses deux mains nues les plis de son grand manteau. Elle avait des souliers noirs très découverts. Ses chevilles étaient si fines qu’elles pliaient par instants et qu’on craignait de les voir se briser. Cette fois, le jeune homme salua, en disant très bas: – Voulez-vous me pardonner? – Je vous pardonne, dit-elle gravement. Mais il faut que je rejoigne les enfants, puisqu’ils sont les maîtres aujourd’hui. Adieu. Augustin la supplia de rester un instant encore. Il lui parlait avec gaucherie, mais d’un ton si troublé, si plein de désarroi, qu’elle marcha plus lentement et l’écouta. – Je ne sais même pas qui vous êtes, dit-elle enfin. Elle prononçait chaque mot d’un ton uniforme, en appuyant de la même façon sur chacun, mais en disant plus doucement le dernier... Ensuite elle reprenait son visage immobile, sa bouche un peu mordue, et ses yeux bleus regardaient fixement au loin. – Je ne sais pas non plus votre nom, répondit Meaulnes. Ils suivaient maintenant un chemin découvert, et l’on voyait à quelque distance les invités se presser autour d’une maison isolée dans la pleine campagne. – Voici la «maison de Frantz », dit la jeune fille; il faut que je vous quitte... Elle hésita, le regarda un instant en souriant et dit: – Mon nom?... Je suis Mlle Yvonne de Galais... Et elle s’échappa.
Alain-Fournier, Le Grand Meaulnes, Paris, Éditions Émile-Paul, 1913



Presso il Bisenzio

Mario Luzi
1963

La nebbia ghiacciata affumica la gora della concia
 e il viottolo che segue la proda. Ne escono quattro
non so se visti o non mai visti prima,
 pigri nell’andatura, pigri anche nel fermarsi fronte a fronte.
Uno, il più lavorato da smanie e il più indolente,
mi si fa incontro, mi dice: “Tu? Non sei dei nostri.
 Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male”.
Lo fisso senza dar risposta nei suoi occhi vizzi, deboli,
e colgo mentre guizza lungo il labbro di sotto un’inquietudine.
 “Ci fu solo un tempo per redimersi” qui il tremito
 si torce in tic convulso “o perdersi, e fu quello”.
Gli altri costretti a una sosta impreveduta
dànno segni di fastidio, ma non fiatano,
muovono i piedi in cadenza contro il freddo
 e masticano gomma guardando me o nessuno. 
 “Dunque sei muto?” imprecano le labbra tormentate
 mentre lui si fa sotto e retrocede
frenetico, più volte, finché è là
fermo, addossato a un palo, che mi guarda
 tra ironico e furente. E aspetta. Il luogo,
quel poco ch’è visibile, è deserto;
 la nebbia stringe dappresso le persone
 e non lascia apparire che la terra fradicia dell’argine
 e il cigaro, la pianta grassa dei fossati che stilla muco.
 E io: “È difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
 per me era più lungo che per voi
 e passava da altre parti”. “Quali parti?”
 Come io non vado avanti,
mi fissa a lungo ed aspetta. “Quali parti?”
 I compagni, uno si dondola, uno molleggia il corpo sui garetti
 e tutti masticano gomma e mi guardano, me oppure il vuoto.
 “È difficile, difficile spiegarti.”
C’è silenzio a lungo, mentre tutto è fermo,
 mentre l’acqua della gora fruscia.
 Poi mi lasciano lì e io li seguo a distanza.

Ma uno d’essi, il più giovane, mi pare, e il più malcerto,
 si fa da un lato, s’attarda sul ciglio erboso ad aspettarmi
 mentre seguo lento loro inghiottiti nella nebbia. A un passo
 ormai, ma senza ch’io mi fermi, ci guardiamo,
 poi abbassando gli occhi lui ha un sorriso da infermo.
 “O Mario” dice e mi si mette al fianco
 per quella strada che non è una strada
 ma una traccia tortuosa che si perde nel fango
 “guardati, guardati d’attorno. Mentre pensi
 e accordi le sfere d’orologio della mente
 sul moto dei pianeti per un presente eterno
 che non è il nostro, che non è qui né ora,
 volgiti e guarda il mondo com’è divenuto,
 poni mente a che cosa questo tempo ti richiede,
non la profondità, né l’ardimento,
 ma la ripetizione di parole, la mimesi senza perché né come
 dei gesti in cui si sfrena la nostra moltitudine
 morsa dalla tarantola della vita, e basta.
Tu dici di puntare alto, di là dalle apparenze,
 e non senti che è troppo. Troppo, intendo,
 per noi che siamo dopo tutto i tuoi compagni,
giovani ma logorati dalla lotta e più che dalla lotta, dalla sua mancanza umiliante.”
 Ascolto insieme i passi nella nebbia dei compagni che si eclissano
 e questa voce venire a strappi rotta da un ansito.
Rispondo: “Lavoro anche per voi, per amor vostro”.
Lui tace per un po’ quasi a ricever questa pietra in cambio
 del sacco doloroso vuotato ai miei piedi e spanto.
 E come io non dico altro, lui di nuovo: “O Mario,
 com’è triste essere ostili, dirti che rifiutiamo la salvezza,
né mangiamo del cibo che ci porgi, dirti che ci offende”.
Lascio placarsi a poco a poco il suo respiro mozzato
 dall’affanno mentre i passi dei compagni si spengono
 e solo l’acqua della gora fruscia di quando in quando.
“È triste, ma è il nostro destino: convivere in uno stesso tempo e luogo
 e farci guerra per amore. Intendo la tua angoscia,
ma sono io che pago tutto il debito. E ho accettato questa sorte.”
E lui, ora smarrito ed indignato: “Tu? Tu solamente?”.
Ma poi desiste dallo sfogo, mi stringe la mano con le sue convulse
 e agita il capo: “O Mario, ma è terribile, è terribile tu non sia dei nostri”.
E piange, e anche io piangerei
 se non fosse che devo mostrarmi uomo a lui che pochi ne ha veduti.
 Poi corre via succhiato dalla nebbia del viottolo.
Rimango a misurare il poco detto,
 il molto udito, mentre l’acqua della gora fruscia,
mentre ronzano fili alti nella nebbia sopra pali e antenne.
“Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro,
mi dico, potranno altri in un tempo diverso.
Prega che la loro anima sia spoglia
e la loro pietà sia più perfetta.”

 

La più alta delle solitudini



Giulio Sapelli
Noi, i migranti e la lezione della Francia

Libero, 18 marzo 2026

Mi ha sempre dato un profondo senso di disagio veder citato Frantz Fanon solo per i suoi, per altro interessantissimi, scritti anticolonialisti raccolti sotto il titolo dell’edizione einaudiana “I dannati della terra” e non leggere mai nessun riferimento ai lavori pionieristici ed epici che lo consegnano alla storia della psichiatria mondiale e che analizzano come non mai la malattia spirituale dell’immigrato che dal Nord Africa giungeva in una Francia terribile per tutti coloro che francesi non erano. Vorrei ricordare che negli anni Sessanta (del Novecento!), nel luglio del 1961, la polizia parigina uccise un centinaio di algerini che manifestavano per l’indipendenza della loro Patria e ne gettò a decine nella Senna senza che lo scandalo provocasse crisi di governi e dilemmi di coscienza su scala di massa. Il seguito lo sappiamo: la reclusione nelle periferie e poi oggi il fenomeno “islamo-gauchiste” di Jean-Luc Mélenchon, con tutto ciò che consegue. In Italia nulla del genere, anzi: i maranza, ossia gli immigrati di seconda generazione, hanno la simpatia di molti e la nazione è spaccata in due proprio sui temi dei migranti e sul posto che debbono avere nella società. Ora abbiamo davanti ai nostri occhi lo spaventoso fatto di Modena - una città che amo e che conosco bene, forse più di tanti modenesi, proprio perché non ne sono figlio - che sbaglieremmo a giudicare come la conseguenza di politiche anti-migratorie e che invece è originata da quei fenomeni di sradicamento tanto precocemente descritti da Fanon. Fenomeni che, ieri come oggi, producono quel male mortale (per sé e per gli altri) che è il non lavoro o il lavoro dominato dal caporalato (di cui la rossa Puglia per decenni è stata la patria italica) come i recenti terribili avvenimenti hanno dimostrato. A Modena siamo stati dinanzi a un fatto terribile di cui Sechi ha scritto a caldo pagine da imparare a memoria e su cui noi dobbiamo meditare, riflettendo sul fatto che, se non troviamo quanto prima una unità nazionale sul piano politico, si potranno ripetere frequentemente. Una politica migratoria inizia sottraendo il fenomeno migratorio ai trafficanti, come oggi è, e consegnandolo invece - come era prima dell’era terribile delle liberalizzazioni dell’Unione europea - allo Stato e non più al mercato dei commercianti di carne umana e della benevolenza pelosa.

domenica 17 maggio 2026

Bernie Sanders a Torino

Lara Ricci
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

«Non penso che la stragrande maggioranza delle persone abbia capito l’impatto inaudito che l’Ai avrà sulla nostra società». Bernie Sanders, il celebre senatore statunitense, autore - fra l’altro - del recente Contro l’oligarchia (trad. di Davide Martirani, Chiarelettere) è arrivato a Torino apposta per parlare al Salone del libro, dove lo attendeva un tifo da stadio, e quel che è parso premergli di più dire, dopo essersi premurato di assicurare agli europei che «le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano in alcun modo la posizione della stragrande maggioranza degli americani» è mettere le persone in guardia dai rischi della concentrazione di potere, denaro e tecnologia nelle mani di pochissimi e di un’intelligenza artificiale e una robotica non controllate, dedicate ad arricchire i loro proprietari, capaci di sapere tutto dei cittadini, penetrare nelle loro menti e creare addirittura con loro relazioni affettive.

Il discorso integrale
Il Fatto Quotidiano, 17 maggio 2026

 È un onore per mia moglie Jane e per me essere qui al Salone del Libro di Torino. E voglio ringraziare tutti voi per essere venuti questa sera.

Prima di andare oltre, voglio che sappiate tutti che le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano — sottolineo non rappresentano — in alcun modo, forma o misura la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano.

Molte persone nel mio Stato del Vermont e in tutti gli Stati Uniti hanno genitori, nonni e bisnonni che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi nordici e da altri luoghi. Nel mio caso, mio padre arrivò negli Stati Uniti dalla Polonia.

Posso dirvi, senza esitazione, che il popolo del mio Paese desidera un rapporto forte e positivo con l’Europa e faremo tutto il possibile per ristabilire quel rapporto il prima possibile.

Ora, riguardo al libro che ho scritto, intitolato “Fight Oligarchy”, voglio arrivare al punto centrale. E cioè che un piccolo numero di persone incredibilmente ricche, che io definisco oligarchi, possiede oggi più ricchezza e più potere di qualsiasi altro gruppo simile nella storia della civiltà moderna. Nonostante ciò, queste persone non sono soddisfatte di ciò che hanno. Vogliono di più, sempre di più, indipendentemente dalla sofferenza che causano.

Negli Stati Uniti di oggi, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 93% più povero della popolazione.

Incredibilmente, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli amministratori delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi. Solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, i miliardari americani hanno più che raddoppiato la loro ricchezza.

Mentre la classe dei miliardari e l’1% stanno meglio che in qualsiasi altro momento della storia americana, oltre il 60% degli americani vive stipendio dopo stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali.

Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa, tenendo conto dell’inflazione.

Ma non si tratta solo di disuguaglianza di reddito e ricchezza. Abbiamo una concentrazione della proprietà economica più elevata che mai. Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari e così via — imponendoci prezzi scandalosamente alti per i prodotti che acquistiamo. Incredibilmente, quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle nostre corporation.

E quando parliamo dell’enorme concentrazione della proprietà negli Stati Uniti, non dobbiamo dimenticare i media. Negli Stati Uniti, sei grandi conglomerati mediatici controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge. E questi conglomerati sono posseduti dai super ricchi.

Elon Musk possiede Twitter. Jeff Bezos possiede il Washington Post e Twitch. Mark Zuckerberg possiede Meta — che comprende Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads. Rupert Murdoch possiede Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post. Larry Ellison possiede CBS, TikTok, Paramount Pictures, Skydance, MTV ed è sulla strada per acquisire CNN e Warner Brothers.

Ma non sono solo l’economia e i media a essere controllati da questi oligarchi. Nell’America di oggi, i miliardari stanno facendo tutto il possibile per controllare anche il nostro sistema politico. A causa della disastrosa sentenza Citizens United della Corte Suprema, i miliardari possono legalmente spendere quanto vogliono nelle campagne elettorali attraverso i cosiddetti super PAC.

E sia chiaro: questa tendenza, per cui i super ricchi diventano sempre più ricchi e potenti mentre la gente comune fatica a sopravvivere, non sta avvenendo soltanto negli Stati Uniti. Sta avvenendo anche in Italia. Negli ultimi 16 anni, il 91% di tutta la nuova ricchezza creata in Italia è andato al 5% più ricco. Mentre i salari reali del lavoratore medio italiano oggi sono inferiori rispetto a prima della pandemia, i 79 miliardari italiani sono diventati più ricchi di quasi 64 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno.

E non riguarda soltanto l’Italia e gli Stati Uniti. È un fenomeno globale. Mentre una persona su quattro nel mondo soffre la fame, l’1% più ricco del pianeta possiede più ricchezza del 95% più povero dell’umanità. Le 12 persone più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà dell’umanità. Questo è il punto in cui siamo arrivati nel 2026. Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. E insieme faremo di meglio.

L' elezione di Leone XIV

 


cardinali e cordate: come andò quel conclave

L’elezione di Leone XIV

Carlo Marroni
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026

A un anno dall’elezione, Leone XIV ha impresso una nuova dinamica del pontificato. Viaggi, nomine, e anche un nuovo approccio con il mondo esterno, emerso con evidenza nella missione in Africa, e infine anche nella visita a Napoli.

Per capire come si è arrivati all’elezione servono codici di decrittazione, una guida che legga la successione degli eventi di poco più di un anno fa. Ecco che arriva L’ultimo conclave, di Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué, giornalisti esperti di Vaticano e non solo, autori di libri e di inchieste, profondi conoscitori di Francesco. Il libro è scritto come un diario di viaggio tra gli ultimi giorni di Bergoglio e il periodo che va dalla fine del pontificato – la “sede vacante” – all’elezione, una narrazione molto documentata, piena di fatti inediti, e una ricostruzione costante dell’insieme. Leone è eletto l’8 maggio, ma il 3 – solo cinque giorni prima, e tre dall’inizio del conclave, con 133 cardinali da 70 Paesi – tutto è in alto mare. Mentre l’ala conservatrice «sembra pronta a votare per il candidato più forte e più conosciuto, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, diplomatico che si presenta come chi metterà ordine nella “rivoluzione bergogliana”, dall’altra parte si cerca la soluzione migliore per evitare un ritorno indietro e consolidare il percorso riformista del papa dalla fine del mondo». Nel campo progressista c’è molta incertezza e spuntano via via dei nomi, soprattutto tra quelli che sono stati più vicini a Francesco, specie nell’ultima fase. Tra i quali, a un certo punto, arriva quello del cardinale agostiniano Robert Francis Prevost, sulla cui votazione il libro offre una dettagliata e coinvolgente ricostruzione.

Al primo voto la sera del 7 maggio i maggiori consensi vanno ai cardinali Erdő , Prevost e Parolin, mentre alla seconda le cose cambiano e il risultato è: Prevost, Parolin, Erdő e Aveline. Qui si innesta un altro aspetto che il testo di O’Connell e Piqué mette in luce: la narrazione emersa dopo il voto è che, durante il pranzo del secondo giorno, l’8 maggio, Parolin, «avrebbe capito che la cosa era ormai decisa e avrebbe suggerito ai suoi sostenitori di appoggiare Prevost. Ma diversi elettori ci hanno detto che non è andata così, che è falso che Parolin abbia fatto un passo indietro e chiesto ai suoi sostenitori di votare» per il cardinale americano. Si arriva al voto decisivo (anche questa volta come nel 2013 una votazione viene ripetuta per una scheda attaccata a un’altra), ed è il quarto, con Prevost che resta molto tranquillo, «era impressionante come sembrasse in pace», testimonia un cardinale.

Superato il quorum scatta un lungo applauso, cinque minuti, e alla fine la votazione è di 108 voti per il nuovo Papa, un numero che fino ad oggi era sconosciuto.

Gerard O’Connell ed Elisabetta Piqué

L’ultimo conclave
Lindau, pagg. 444, € 26

Violenza cieca a Modena

Estefano Tamburrini 
L'auto a 100 all'ora sui passanti, la fuga, il coltello: un giorno di terrore a Modena
Avvenire, 17 maggio 2026

Otto feriti, di cui tre gravi, portati via dal 118. Almeno uno in pericolo di vita, secondo quanto commentano fonti qualificate. Una di loro, 55enne, ha perso le gambe a causa dell’impatto. È stata portata in elicottero a Bologna, all’Ospedale maggiore. Preoccupano una 53enne e un 69enne ricoverati a Modena. È il risultato di un atto di violenza che si è verificato ieri, alle 16.30 a Modena, in via Emilia Centro, quando una macchina è improvvisamente piombata sui pedoni in transito. «Un fatto anomalo. Era a velocità di autostrada», dicono i testimoni. La vettura, giunta da Largo Garibaldi (lato est della via), si è poi schiantata circa cento metri dopo, contro il negozio “Dallari abbigliamento”. Vetrina frantumata. E una passante schiacciata dall’impatto.
Il conducente, un 31enne, identificato come Salim el Koudri Salim, nato a Seriate, in provincia di Bergamo, residente a Ravarino, nel Modenese, ha provato a darsi alla fuga. All’inizio non riusciva ad aprire lo sportello, che è stato forzato da un passante da lui aggredito. È stato in seguito intercettato, decine di metri dopo (tra Rua Pioppa e Corso Adriano). Lo hanno fermato in quattro, tutti passanti (tra cui anche due stranieri) buttandolo a terra e assicurandolo alle forze dell’ordine. Era armato di coltello e ha ferito una persona. Esclusa l’ipotesi di consumo di alcol o stupefacenti da parte del 31enne, inizialmente avanzata da alcuni testimoni. La Polizia ha aperto le indagini per chiarire le motivazioni del violento atto. Previste anche perquisizioni nell’abitazione del giovane, anche nella sua abitazione di Ravarino. Per il momento gli investigatori tendono a scartare la pista dell’attentato terroristico. In passato El Koudri è stato sottoposto a cure psichiatriche. Ma è ancora presto per capire le ragioni del gesto.
Immediata la risposta delle forze dell’ordine, che nell’arco di cinque minuti si sono recate sul posto, transennando l’area. In seguito il giovane è stato portato in questura, venendo interrogato dagli agenti. Danni contenuti, poteva andare peggio. Lo choc però rimane. E in città non si parla d’altro. Anche il sindaco Massimo Mezzetti si è recato subito in via Emilia insieme al prefetto Fabrizia Triolo. «Quanto accaduto oggi, qui a Modena, è gravissimo», ha commentato Mezzetti, invitando alla prudenza. «Stiamo cercando di capire meglio l’origine di questo evento», ha detto il primo cittadino, che sottolinea l’anomalia della vicenda. «Inaspettato che una persona entri così, in pieno centro, investendo i passanti». Mezzetti ha inoltre ringraziato i quattro cittadini che, «con grande coraggio e senso civico» hanno affrontato l’aggressore. Anche il prefetto Triolo si è associato ai ringraziamenti del sindaco: «Giornata terribile che almeno registra un fatto straordinariamente positivo – ha riferito –. Ho fatto il punto pochi minuti fa con la presidente del Consiglio Meloni la quale vuole ringraziare questi quattro cittadini per il grande senso civico e il grande coraggio». L’assessore alla Sicurezza, Alessandra Camporota, che in passato ha anche ricoperto il ruolo di prefetto: «Sono molo vicina ai feriti e a tutti i modenesi. Soffriamo insieme a loro». Camporota ha commentato la notizia come «terribile» e ha manifestato la propria vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie. Sulla vicenda è intervenuto anche monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi. «Modena è una città ferita da questa violenza insensata, che si è abbattuta su persone innocenti e su tutti i cittadini, profondamente colpiti e addolorati». Il presule ha ribadito la vicinanza della Chiesa locale alle vittime e alle loro famiglie, «cerchiamo di sostenere l’azione di tutti coloro che credono nella pace, non solo a livello geopolitico, ma anche a livello civile». Inoltre, oggi le comunità parrocchiali di Modena-Nonantola aggiungeranno un’intenzione per i feriti e le loro famiglie durante la preghiera dei fedeli.
Oltre alla Procura di Modena, anche l’antiterrorismo della Dda di Bologna sta seguendo attentamente le fasi dell’indagine. In serata, tre persone ricoverate per accertamenti sono state dimesse. Ma non c’è solo il buio della tragedia. In queste ore l’intero Paese si stringe intorno alla Ghirlandina, con voci di solidarietà che includono tutti i settori della politica nazionale, dalla premier Meloni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Questa è una città che sa rialzarsi da ogni prova. Le difficoltà? Un’occasione per uscirne più forti», ha dichiarato Mirella, altra modenese presente in via Emilia.