lunedì 14 settembre 2026

La Mostra di Venezia, un bilancio

 


il leone politico al corpo delle donne

Venezia ’83. Il miglior film alla danese May el-Toukhy, che si aggiudica anche la coppa Volpi per la protagonista Arcel. Malkovich miglior attore, a «Naza» su Gaza il premio speciale della giuria

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Con il Leone d’oro a Woman unknown la giuria guidata da Maggie Gyllenhaal è riuscita in un compromesso da capolavoro, mettendo insieme il cinema e la politica, presenza forte in tutta la Mostra. Anzitutto è l’unico film in concorso girato da una donna, May el-Toukhy (la minoranza femminile è il neo grosso della rassegna), e ha come tema il corpo femminile controllato, abusato, punito, abituato alla sopportazione silente dei dolori legati alla sessualità. La trama ci porta nella Danimarca del 1945, subito dopo la liberazione, quando la bambinaia e domestica Marie (Mathilde Arcel) è in predicato di sposare Christian (Carsten Bjørnlund), ricco imprenditore, sedicente antinazista, vedovo.

Il salto sociale per lei è vicino, mentre osserva terrorizzata Copenhagen sfogare la rabbia dell’occupazione contro le donne che hanno avuto relazioni con i tedeschi, rasate e oggetto di sevizie pubbliche (saranno classificate negli archivi come “donne sconosciute”). Rossi sono la bandiera danese, il maglione di Marie e la svastica che la bambinaia si trova una mattina sulla porta di casa, mettendo a repentaglio il suo futuro. Misurata e trattenuta, complessa e screziata Arcel – meritata Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile –, viene inquadrata spesso di spalle o dietro una grata, dove viene messa e si mette metaforicamente, in un’estetica e una fotografia (di Jasper Spanning) alla Dreyer. Per chi scrive, cinematograficamente il film migliore è stato Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con una sceneggiatura che mescola, senza sbavature, poliziesco, azione, memoir e commedia. Si ride ma con un sottofondo tutt’altro che leggero: l’ingerenza degli Usa sullo scenario internazionale, dalla Baia dei Porci all’omicidio Kennedy, attraverso i servizi segreti. Il protagonista, e meritatissima Coppa Volpi al migliore interprete maschile, è Chris-John Malkovich (che però non è venuto a ritirare il premio), agente della Cia, che in una valigetta si porta il fucile usato per colpire JFK. Si trova in Cile alla vigilia del golpe dell’11 settembre 1973 e la sua malattia terminale lo porta a un irrefrenabile bisogno di dire la verità a chiunque, soprattutto con alcuni giovani che finiranno sui voli della morte. Probabile che vedremo Malkovich al Dolby Theatre, rispettando la tradizione che lega Oscar e Lido anche in una Mostra senza Hollywood.

Raramente così azzeccato il Gran Premio della Giuria a Possible love di Lee Chang-dong, una lotta di classe alla sudcoreana, ma con un’accezione diversa dal Parasite di Bong Joon-ho. Un licenziamento di massa in una fabbrica e la violenta repressione di uno sciopero, realmente accaduti, hanno dato lo spunto al regista per pensare a un’inedita amicizia tra una documentarista impegnata nel filmare la vita dei licenziati e la moglie di un ex operaio caduto in depressione. La vicinanza tra le due donne porta l’operaio, riluttante ad aprirsi, a farsi intervistare e la moglie a sognare un altro destino, forse un altro amore. In un fine settimana in una villa da sogno i due proletari scoprono di essere due pedine nella vita senza rischi e dinieghi della documentarista e del marito. Il film ha una regia in crescendo, sensibilissima alle umanità che si rivelano nella trama con profondità e originalità poetica.

Il contestatissimo Dau, per l’origine russa dell’autore, del regista dissidente Ilya Khrzhanovsky, ha vinto il Leone d’argento per la regia. Forse è stato un tributo al lavoro, durato vent’anni, di Khrzhanovsky, a metà tra cinema totale ed esperimento artistico e che ha portato anche a polemiche per i presunti abusi sul set. Il regista, esiliato a Berlino, si è ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica per raccontare la figura di uno scienziato idealista che finisce per piegarsi alla logica dell’impero sovietico, riproducendo in scala nel suo istituto scientifico la follia, la violenza, la repressione, la paranoia dell’Urss per quattro decenni. Un lavoro monster, frastagliato, confuso e affascinante, ultima parte di un’opera in tre parti con altrettanti direttori della fotografia, scenografi e costumisti e migliaia di comparse.

Il premio per la Migliore sceneggiatura va a Stéphane Brizé (anche regista), Coralie Amédéo, Olivier Gorce per Un bon petit soldat. Si tratta del quarto capitolo, dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, dello scavo di Brizé sul mondo del lavoro. Finora il regista francese lo aveva analizzato dalla parte del dipendente, mentre oggi esplora le dinamiche cui è soggetta una capa del personale, Carla - la bravissima Alba Rohrwacher nella migliore interpretazione che chi scrive ricordi -, in una grande società di assicurazioni. La capacità, l’umanità, la devozione al lavoro di Carla finiscono per insicurezza per plasmarsi alle regole maschiliste e patriarcali, dettate dal capo dell’azienda (un altrettanto eccezionale Vincent Lindon), che le richiede di affermare la sua idea vetusta di potere e le sue logiche manipolatorie.

Il premio speciale della giuria va al film che ha scosso il Lido, Naza degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei registi del collettivo che ha vinto l’Oscar per No other land nel 2025. Naza è il nome in codice che i servizi segreti israeliani usano per indicare i danni collaterali, ovvero le vittime civili a Gaza dei bombardamenti dell’esercito israeliano per annientare Hamas. Le interviste a 24 testimoni del Mossad e dell’esercito con sembianze e voci contraffatte dall’Ia - fatto che ha creato polemiche e su cui l’affidabilità e autorevolezza del «The Guardian», anche produttore, fanno da scudo – rivelano i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza e l’anteriorità del programma di controllo alla tragedia dell’7 ottobre 2023. Abraham ha ricordato i 200 giornalisti palestinesi morti e l’attacco al film da parte della stampa e della politica israeliana senza averlo visto.

Il Marcello Mastroianni a una giovane attrice emergente va a Malou Khebizi per il film 15/18 (A place to heal) di Cédric Kahn, che si insinua con delicatezza in un istituto di psichiatria giovanile per raccontare il tabù del corpo adolescenziale, l’autolesionismo e le difficoltà familiari in un approccio antiretorico ed empatico. Peccato aver dimenticato le due piccole protagoniste del sognante Look back di Hirokazu Koreeda, che scava nell’infanzia come serbatoio di bellezza nel sogno di due disegnatrici bambine di manga. Il cinema italiano a mani vuote in un festival ricchissimo di contenuti fa male per i talenti e l’industria d’eccellenza che abbiamo, con il vizio di essere ancorati a un passato glorioso che va superato e trasformato. Strippoli, in un film non del tutto riuscito, per lo meno ci ha provato. Per Bechis peccato: saranno gli spettatori a premiare il suo Ritorno a Buenos Aires.

Don Giovanni al tempo dei lumi

 


se don giovanni ama i lumi più delle donne

Mozart inedito. Lidia Bramani regala un’ottica nuova sul capolavoro: non frutto di un genio inconsapevole ma di una riflessione legata alla massoneria viennese che spinge la musica ad affrontare temi rivoluzionari

Raffaele Mellace
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Merita attenzione l’idea argomentata con piglio avvincente da Lidia Bramani nel suo Don Giovanni uscito per i tipi del Saggiatore. Già dalla pretesa dell’assunto, non proprio banale, che s’accampa al cuore del libro. L’intento dichiarato consiste infatti nel capovolgere la lettura, di stampo ancora sostanzialmente romantica, di uno dei capisaldi del repertorio lirico e, insieme, dell’immaginario occidentale. La tradizione cioè che vede nell’opera di Mozart e Da Ponte, la versione più influente di quasi mezzo millennio di riletture del seduttore impenitente, la glorificazione del personaggio di quest’ultimo, proiettato verso un orizzonte tragico dai risvolti metafisici ben oltre gli usi dell’opera buffa. Il libertino viene così a giganteggiare come l’eroe d’una sfida prometeica condotta in nome di un eros incoercibile e legittimato: profilo che avrebbe suggerito a Søren Kierkegaard la nota teoria della «spiritualizzazione della carne». Ora, sostiene Bramani, tutto questo risponde a un’interpretazione ex post, priva di fondamento nelle intenzioni autoriali che presiedettero alla concezione dell’opera, cui andrà conferito piuttosto ben altro significato. Data per acquisita, contro la vulgata del genio inconsapevole alla Amadeus di Miloš Forman, l’immagine d’un Mozart intellettuale illuminista (lo dichiara il sottotitolo, ripreso curiosamente pari pari da un precedente studio dell’autrice e parafrasi di un terzo), Bramani procede, come ci ha abituati, sondando un ampio contesto letterario e culturale, che soccorre l’argomentazione ora ponendo il lettore davanti a una negletta versione femminile del mito (Valor, agravio y mujer della scrittrice sivigliana Ana Caro de Mallén), ora ricordandogli la frequentazione mozartiana della cultura francese, da Rousseau a Beaumarchais.

Il corpo a corpo con la concezione dei personaggi, le loro relazioni e la traduzione di tale vita scenica in segni musicali rivela dunque una diversa verità. L’operato di Don Giovanni, peraltro fallimentare su tutta linea («Vanno mal tutti quanti», ammette lui stesso), non è oggetto di esaltazione romantica bensì di critica illuminista verso un ethos radicalmente devastante dei rapporti umani, privo anzi di qualsiasi umanità, come la musica di Mozart si premura in ogni occasione di ricordare.

Gli eroi del dramma sono piuttosto quelli cui la lettura romantica ha sempre riservato pessima stampa: Donna Anna e Don Ottavio, una «troppo indipendente per essere simpatica», sospettata persino del «desiderio di essere abusata», l’altro «per lo più bollato come una mezza calzetta priva di midollo spinale». I due personaggi seri dell’opera, insomma, guardati con istintivo fastidio, come stantio residuo ancien régime, dall’Ottocento borghese. Dimenticando, aggiunge chi scrive, che i personaggi dell’opera corrispondono senza troppe licenze ai ruoli del dramma giocoso goldoniano: una donna seria e due buffe, quattro uomini variamente caratterizzati; resta fuori, pour cause, il solo Commendatore, letteralmente extraterrestre. Insomma, di un’opera buffa settecentesca con tutti i crismi si tratta, e come tale proiezione d’un sistema valoriale perfettamente coerente con la cultura illuminista del 1787.

Nel suo ragionamento Bramani trae partito dalla versione dell’opera preparata da Mozart per Vienna, cui appartiene la nuova, sublime aria di Don Ottavio «Dalla sua pace»: innesto grazie al quale «l’immagine di Don Ottavio risulta arricchita da nuove dimensioni», sosteneva il compianto Stefan Kunze, mentre «il sentimento di Anna e Ottavio ne esce ingigantito, le loro psicologie sviscerate, la loro confidenza fortificata», scrive ora Bramani. La questione cruciale su quale sia il vero oggetto (e dunque il vero messaggio) dell’opera si propone ben prima. La pone, programmaticamente, la celebre ouverture che, com’è noto, contrappone due momenti antitetici. Se è pacifico che l’Andante d’apertura anticipi l’incombere metafisico del Commendatore che nella penultima scena (forse ultima a Vienna) reclama da Don Giovanni il conto dei suoi misfatti, il successivo Molto allegro viene genericamente interpretato come una rappresentazione baldanzosa della sicumera cavalleresca del libertino. La somiglianza del tema con un frammento melodico («(l’ombra omai del genitore) pena avrà de’ tuoi martir») intonato da Don Ottavio, a consolare l’angoscia dell’amata, nel Sestetto «Sola sola in buio loco» suggerisce piuttosto che sia un altro il ritratto che Mozart sceglie di collocare in questo dittico ad apertura dell’opera: quello del nobile amante di Donna Anna. Quest’ultima, effigiata indirettamente dalla musica che ne ritrae rispettivamente il padre e l’amato, viene così indicata, prima ancora che s’alzi il sipario, come il cardine dell’opera, che si propone, né più né meno del Fidelio, come esaltazione della profondità d’un affetto coniugale contro la prevaricazione di classe e di genere. Altro che elogio del libertinaggio. Un fascino meno scontato ma più sottile.

Lidia Bramani, Don Giovanni. Mozart massone e illuministail Saggiatore, pagg. 426, € 38

La risposta alla solitudine


Come fermare l'onda nera? È questo l'interrogativo che circola variamente formulato e articolato tra quanti non si rassegnano al predominio dei sovranisti che si sono arrogati il monopolio della tutela contro le minacce. Il direttore del quotidiano Domani ha deciso di mandare ogni settimana un messaggio ai lettori. Scriveva stavolta: 

Per evitare che l'onda nera spazzi quel che resta dello spirito europeista che tra mille difficoltà ha garantito al vecchio continente ottant'anni di pace e prosperità, la sinistra e la destra democratica devono rimboccarsi le maniche. Non urlare solo ai fascisti, ma agire e convincere l'elettorato con nuove promesse di emancipazione. Bisogna martellare e convincere con proposte concrete sui salari, sulla casa come bene inalienabile, sulla sanità pubblica, sul rilancio delle scuole. Pretendere una protezione del lavoro durante la necessaria transizione ecologica, che non può essere un processo pagato solo da chi ha meno.
In Italia il campo largo deve smettere, soprattutto, di presentarsi come il partito che amministra l'inevitabile declino, e di chiedere voti solo per impedire il peggio.
La Taz in un articolo illuminante di qualche giorno fa ha colto un altro un elemento centrale: i post nazisti piaccia o meno riescono a comunicare energia, forza, orgoglio e futuro. Mentre i progressisti elencano soprattutto vincoli, serietà e “impossibilità” di scardinare il sistema. La promesse di AfD e camerati assortiti sono naturalmente fasulle, ma una speranza falsa sconfiggerà sempre una proposta politica che ne è priva.

Buoni propositi che vogliono rimediare a una carenza reale dei progressisti. Non si può adottare solo una linea difensiva, non si può "urlare solo ai fascisti". Che cosa proporre allora? Qui il discorso si concentra su una ripresa aggiornata degli obiettivi che hanno a lungo caratterizzato le politiche della sinistra. Ecco, ci sarebbe bisogno di un nuovo inizio e da questo lato manca quasi tutto. Solo l'ecologia sembra rappresentare un segnale diverso. Nulla sul fisco. Nulla sulle esigenze di protezione e di tutela. Per questo l'editoriale che pubblicava ieri l'Avvenire appare molto più in armonia con i segni dei tempi. Ecco.

Mauro Magatti
L'onda populista? È il prezzo dell'abbandono

Avvenire, 13 settembre 2026 

L’ascesa dell’AfD in Germania, e con essa il consolidarsi delle destre radicali in buona parte d’Europa, insieme alla crisi dei partiti che per decenni hanno occupato il centro dei sistemi democratici – popolari, socialisti, liberali – segna la fine di un ciclo. Non è l’oscillazione del pendolo elettorale. È lo sfaldamento delle condizioni che quel pendolo rendeva possibili. Alla radice c’è la crisi di una certa idea di libertà. Negli ultimi decenni il liberalismo – una grande tradizione politica che era stata capace di tenere insieme diritti individuali e responsabilità comuni – si è sdoppiato in due riduzioni speculari. Da un lato è diventato liberismo economico: il mercato come unico meccanismo di coordinamento, l’efficienza come unico criterio, la crescita come unico orizzonte. Dall’altro si è fatto liberalismo dei diritti, tutto concentrato sull’autodeterminazione del singolo, sulla rimozione di ogni vincolo, sulla libertà intesa come assenza di legami.
Per anni queste due visioni si sono combattute, e ancora oggi si presentano come avversarie. In realtà, esse condividono la stessa antropologia: l’Io sovrano, proprietario di sé, che rivendica la propria libertà di scelta. Un individuo pensato come punto di partenza e non come esito di una storia, di una lingua, di una cura ricevuta. E in questo slittamento, la libertà smette di essere ciò che si costruisce insieme e diventa ciò che si rivendica contro. La crisi multiforme che stiamo attraversando fa emergere l’inadeguatezza di questo dualismo. Sul piano economico, decenni di deregolazione e di finanziarizzazione hanno eroso il ceto medio: lavoro discontinuo, salari fermi, case inaccessibili, figli rinviati. Ma il danno più grave è la disgregazione del tessuto relazionale e culturale che rendeva sopportabile l’insicurezza: famiglie più fragili, quartieri svuotati, corpi intermedi indeboliti (sindacati, parrocchie, associazioni, partiti), mancanza di senso. Milioni di persone si sono ritrovate insieme più povere e più sole. E la solitudine, quando diventa un fatto sociale, è materiale infiammabile. Il problema è che le classi dirigenti non riescono a leggere questo disagio. Non solo quelle politiche, ma anche quelle economiche e culturali. Formate in un mondo che premia mobilità, competenza e adattabilità, hanno scambiato la propria condizione per la condizione di tutti. Finendo per leggere la fatica dei molti come un ritardo da correggere: un deficit di istruzione, un pregiudizio da rieducare, una nostalgia da compatire. Un distacco che col tempo è diventato sempre più marcato. Non solo di reddito, ma anche di linguaggio e di esperienza.
Ecco perché sono gli strati popolari che dispongono di risorse economiche e culturali sempre più inadeguate che si ribellano. E, non trovando rappresentanza, si consegnano nelle mani di chi ne strumentalizza la rabbia e la paura. Liquidare gli andamenti elettorali come irrazionali è, da questo punto di vista, un grave errore. La sofferenza che li alimenta è reale: falsa è la risposta che viene offerta, fatta di un nemico da additare, di un confine da chiudere, di un passato da restaurare. Gli ultimi pontificati sono stati tra le poche voci che hanno avvertito dei rischi associati a tale evoluzione. Benedetto XVI ha denunciato la chiusura di una ragione che si autolimita a ciò che può essere misurato e calcolato, e che proprio per questo diventa incapace di giudicare i propri fini. Francesco ha dato un nome all’effetto sociale di quella chiusura: la cultura dello scarto, un sistema che produce eccedenze umane e le lascia ai margini. E oggi Leone chiede che dentro la trasformazione tecnologica in corso siano rimessi al centro il lavoro e la dignità delle persone. Voci inascoltate, quando erano invece diagnosi realistiche di quello che stava accadendo.
Ora siamo all’ultimo allarme. Il passo da compiere – difficilissimo, a quanto pare, per le classi dirigenti – è riconoscere che il pensiero liberale si è smarrito nel momento in cui ha smesso di riconoscere la struttura relazionale della vita umana e la sua costitutiva domanda di senso. Non si tratta di tornare indietro. Di rimpiangere le società chiuse, i vincoli imposti, le libertà negate: le conquiste di questi decenni vanno difese. Si tratta di ammettere che gli esseri umani non sono monadi che negoziano interessi. Vengono al mondo dipendenti, diventano se stessi attraverso i legami, hanno bisogno di riconoscimento e di un orizzonte di senso che nessuno può produrre da solo. Una libertà che non sa nulla di tutto questo non è più libertà: è abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto. È da qui che si può ricominciare. Da un’economia che non misuri soltanto il prodotto, ma la qualità dei legami che produce o distrugge. Da politiche che tornino a investire nei luoghi e nelle istituzioni dove le persone si incontrano (la scuola, il lavoro, la città, le associazioni). Da una cultura che smetta di trattare il bisogno di appartenenza come un residuo arcaico da superare e cominci a considerarlo per quello che è: una esigenza che se non trova risposte buone ne troverà di pessime.
La democrazia non si difende soltanto denunciando chi la minaccia. Si difende ricostruendo le condizioni che la rendono desiderabile. Finché continueremo a curare i sintomi ignorando la causa, l’onda continuerà a salire.

https://machiave.blogspot.com/2026/09/la-classe-operaia.html


La via svedese

Magda Andersson

Monica Perosino
La Svezia sceglie lo Stato sociale. Andersson vince, frenata l'ultradestra

La Stampa, 14 settembre 2026

Alla fine gli svedesi hanno scelto il modello svedese. Quello fondato su uno Stato sociale forte, su una scuola pubblica che funziona, su una sanità accessibile e su una rete di protezione pubblica che resta uno dei pilastri dell’identità nazionale.

Dopo una campagna elettorale cominciata sotto il segno della criminalità, dell’immigrazione e della sicurezza e finita invece sui temi del welfare, dalle urne sarebbe uscita una maggioranza che torna al centrosinistra di Magdalena Andersson e ridimensiona la destra nazionalista di Jimmie Åkesson.

Con un’affluenza che ha superato 80% e lo spoglio ancora parziale il blocco formato da Socialdemocratici, Sinistra, Verdi e Centro arriva a 175 seggi, contro i 174 dei quattro partiti che hanno sostenuto il governo uscente di Ulf Kristersson. Un margine non abbastanza largo da togliere al risultato quella suspense che aveva accompagnato fino all’ultimo una delle campagne elettorali più incerte degli ultimi anni.

I Socialdemocratici restano di gran lunga il primo partito con il 28 per cento. Perdono quasi due punti rispetto al 30,3 conquistato da Andersson nel 2022 e non possono quindi parlare di trionfo. Ma tanto basta. A crescere è invece la Sinistra di Nooshi Dadgostar, che passa dal 6,8 all’8 per cento. Ma crescono soprattutto i Verdi, dal 5 al 6, 4, mentre il Centro sale dal 6, 7 al 7,1 .

È come se il voto avesse redistribuito le carte dentro il campo che si opponeva al governo Kristersson senza cancellarne il messaggio fondamentale. E quel messaggio, molto più che una svolta ideologica a sinistra, riguarda il modello di società che gli svedesi vogliono conservare.

Per settimane i sondaggi avevano raccontato proprio questo. Immigrazione e criminalità, i due temi che avevano trascinato i Democratici Svedesi fino al 20,5 per cento nel 2022 e avevano consentito ad Åkesson di diventare l’azionista decisivo della maggioranza, non erano più in cima alle preoccupazioni degli elettori. Al loro posto erano tornate la sanità e la scuola. Il welfare, insomma: il terreno sul quale la socialdemocrazia svedese ha costruito non soltanto il proprio potere, ma una parte dell’identità nazionale.

È probabilmente qui che si trova una delle spiegazioni della sconfitta più pesante della serata. I Democratici Svedesi scendono dal 20,5 al 17,7 per cento, perdendo oltre tre punti e soprattutto il primato nel campo della destra conquistato quattro anni fa. La perdita maggiore, pari al 7%, si osserva tra gli elettori più giovani, di età compresa tra i 19 e i 21 anni.

Åkesson aveva cominciato la campagna con l’ambizione di entrare per la prima volta formalmente nel governo. La termina al terzo posto, dietro ai Moderati.

Anche il premier uscente Ulf Kristersson perde, ma riesce almeno a riprendersi la leadership della destra: i Moderati ottengono il 19,8 per cento. È un’inversione rispetto al 2022, quando Åkesson con il 20,5 aveva superato nettamente Kristersson, fermo al 19,1. Ma per i conservatori è una magra consolazione. Il premier aveva rotto il vecchio cordone sanitario della politica svedese, governato per quattro anni grazie all’appoggio esterno di SD e, in questa campagna, compiuto l’ultimo passo promettendo ad Åkesson la possibilità di entrare direttamente nell’esecutivo. Gli elettori hanno fermato l’esperimento proprio sulla soglia.

E hanno prodotto un altro piccolo paradosso. I Liberali, che per mesi erano sembrati destinati a scomparire dal Riksdag, superano invece con il 5, 4 per cento la fatidica soglia del 4. Il voto tattico degli ultimi giorni li salva, ma non salva la maggioranza alla quale appartenevano.

E ora comincia la parte più svedese della politica svedese: trovare un governo.

Magdalena Andersson ha vinto, ma la sua maggioranza elettorale non coincide automaticamente con la maggioranza politica. Il Centro non vuole governare con la Sinistra; la Sinistra non intende regalare i propri voti a un esecutivo che non tenga conto delle sue richieste; e la stessa Andersson ha lasciato aperta la possibilità di un governo di minoranza sostenuto dall’esterno da alcuni dei partiti che l’hanno portata alla vittoria. In Svezia le trattative possono durare settimane, talvolta mesi. Nel 2018 durarono 134 giorni.

Una cosa però il voto l’ha già decisa. Quattro anni fa la Svezia aveva scelto di sperimentare una destra dipendente da un partito nato ai margini dell’estremismo neonazista e diventato il secondo del Paese. Questa volta, quando Åkesson ha chiesto di fare l’ultimo passo ed entrare nelle stanze del governo, gli elettori hanno risposto arretrando.

Hanno distribuito i voti tra Andersson, la Sinistra, i Verdi e il Centro, premiando forze molto diverse tra loro. Ma nel momento in cui gli elettori hanno smesso di chiedere soltanto chi fosse più duro con immigrati e criminali e hanno cominciato a chiedere quale scuola, quale sanità e quale protezione sociale dovesse avere il Paese, il terreno si è spostato.

E sotto quattro anni di svolta a destra è riemersa una vecchia Svezia che forse non era mai scomparsa: quella convinta che prima ancora di essere un sistema di governo, lo Stato sociale sia un tratto identitario del Paese.

Irene Soave
"Su migranti e accoglienza il paese è cambiato"

Corriere della Sera, 14 settembre 2026

 «La Svezia si è a lungo pensata, ed è stata percepita, come una superpotenza morale: accogliente e munifica entro i confini, e fuori disposta a investire fino all’1% del Pil in aiuti. Una reazione alla connivenza sostanziale avuta con la Germania nazista. Ma ora le cose sono cambiate, e non all’improvviso». Lars Trägårdh, storico dell’università di Uppsala, ha pubblicato per il governo uscente un rapporto sul canone culturale svedese: cento voci da Pippi Calzelunghe a Ingmar Bergman, dall’ikea allo stato sociale. «Il contratto sociale qui è sempre stato: se lavori sei un cittadino, se paghi le tasse hai dei diritti. La base era la fiducia. Il welfare non era per i poveri, come altrove, ma per tutti i contribuenti».
Perché parla al passato?
«Il sistema ha funzionato finché abbiamo avuto un’immigrazione basata sul lavoro. Fino agli anni ’70 c’erano immigrati, molti italiani, che venivano per lavorare e volevano assimilarsi».
La Svezia ha avuto una grande cultura dell’asilo.
«Sempre per espiare le colpe della guerra, la Svezia accolse migliaia di immigrati dal Libano, dall’iran, dall’iraq, dal Cile. Erano colti, impegnati, si inserirono bene. Negli anni Novanta arrivarono dai Balcani; coi siriani e gli iracheni si pose anche il tema dell’islam. Venivano come rifugiati, a migliaia; non c’erano lavori né case per tutti, e non si assimilavano. Il 2015, con la crisi siriana, è il punto di non ritorno di un processo iniziato prima».
Qui inizia l'avanzata dei democratici svedesi
«Erano i soli a dire che l’assimilazione non era ben gestita, che non funzionavano bene i corsi di lingua e di lavoro. Nel 2015 anche la sinistra firmò un accordo di larghe intese per chiudere di fatto i confini».
Hanno spostato a destra l'agenda politica?
«Non hanno idee così di destra. Non sono come AFD in Germania, non vogliono smantellare lo Stato, sono a favore degli aiuti all’ucraina. Non c’è motivo per averne paura. E non riapriremo più le frontiere nemmeno coi socialdemocratici al governo».

domenica 13 settembre 2026

Un racconto narrato da un idiota




Camillo Venesio 
Amore, potere e sconfitta: Shakespeare preso in parola

La Stampa, 12 settembre 2026

Max Meredith Reese nel fondamentale Shakespeare. Il suo mondo e la sua opera [il Mulino, 1989 / 1986] sintetizza la potenza della sua arte: «La sua opera vive nel tempo perché egli disse cose significative sull’umanità, lodando quelle specifiche qualità umane, fedeltà, pazienza, amore, coraggio e perdono, che resistono all’imperio delle passioni e rendono più lieve il peso del peccato e del dolore. La sua forza non sta in una profonda sapienza filosofica, né in una esaltante visione spirituale, ma semplicemente nella sicura presa sull’esperienze comuni della vita, quelle a cui ci richiamiamo giorno per giorno (…). Egli non offre la promessa di una felicità che ci riscatti dopo la morte, dove tutto è silenzio. Il suo messaggio riguarda la vita, e la capacità, che è in tutti noi, di rischiararne le correnti corrotte prima che il giorno luminoso se ne vada e rimaniamo al buio».

Attraverso la «illimitata varietà di talenti» (Amleto), Shakespeare, con la sua umana comprensione della nostra storia e del nostro destino, ci aiuta a capire le dinamiche del mondo moderno; le trame sono spesso complesse ma, con brevi, apparentemente semplici tratti di penna, apre spazi sconfinati alla riflessione. La sua opera è pervasa dalla consapevolezza della caducità della vita umana: «Noi siamo fatti della medesima sostanza di cui sono fatti i sogni, e la nostra vita breve è circondata dal sonno» (Prospero, La tempesta), «Non hai né giovinezza né vecchiaia, ma soltanto una specie di sonno pomeridiano nel quale tu sogni di entrambe» (Duca, Misura per Misura), «Tutto quello che vive deve morire passando, attraverso la natura, all’eternità» (Regina Gertrude, Amleto), «La vita non è che un’ombra in cammino; un povero attore, che s’agita e si pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa più nulla, è un racconto narrato da un idiota, pieno di strepito e di furore, senza alcun significato» (Macbeth), «Sei soltanto lo zimbello della morte, dal momento che tutti i tuoi sforzi son tesi a fuggirla mentre la tua corsa verso di lei mai non s’arresta» (Duca, Misura per Misura), «Sì, ma morire e andare non si sa dove» (Claudio, Misura per Misura), «Ma c’è sempre speranza e perdono: più tardi, in tempi migliori di questi, cercherò di farmi meglio conoscere e amare da voi» (Le Beau, Come vi piace), «I desideri del vostro cuore siano con voi» (Celia, Come vi piace), «Perdono è una parola intesa, oggi, per tutti» (Cymbeline), «E così come voi vorreste essere perdonati dei vostri peccati, fate che la vostra indulgenza mi rimetta in libertà» (Prospero, La Tempesta).

Alcune sue potenti pagine raccontano l’incredibile seduzione per il potere del duca di Gloucester, poi Riccardo Terzo, di Lady Anna, vedova di Edoardo appena ucciso dallo stesso Gloucester (Riccardo III), per infine definire la sconfitta: «Io vedo, come in una mappa, la fine di tutto» (Regina Elisabetta, Riccardo III). La ricerca del potere è una costante: «Vorresti essere grande; non ti manca l’ambizione, ma ti manca il mal volere che dovrebbe accompagnarlesi: quel che tu ardentemente desideri, vorresti ottenerlo santamente. Non vorresti agire in modo sleale, eppure vorresti ottenere a torto» (Lady Macbeth). Il potere è sempre temporaneo: «Là dove salire fino alla cima vuol dire essere certi di cadere» (Belarius, Cymbeline), «Sediamoci sulla terra e raccontiamo le tristi storie della morte dei re». (…)

È cosciente della forza immaginifica degli uomini e dei loro limiti: «Il vasto mondo sognante delle cose che verranno» (Sonetti, 107), il pragmatismo: «Posso evocare gli spiriti dalle profondità dell’abisso, lo so fare anch’io e lo sa fare chiunque altro: ma vengono, poi, dopo che li hai evocati?» (Glendower e Hotspur, Enrico IV) e la possibilità di ricominciare: «Non parlate oltre, signore. Non carichiamo il fardello dei nostri ricordi con la tristezza d’un passato che non è più» (Prospero, La tempesta).

Straordinaria è la consapevolezza delle difficoltà di esecuzione delle strategie: «Se fare fosse facile come sapere quel che sarebbe giusto fare, piccole cappelle sarebbero grandi chiese e baracche di pover’uomini palazzi di principi» (Porzia, Il mercante di Venezia), così come la percezione di alcuni basilari principi economici in un’epoca in cui la religione cattolica proibiva i prestiti con interesse: «O il vostro oro e argento sono pecore e montoni?» (Antonio, Il mercante di Venezia).

Shakespeare dà indirizzi ai capi saggi: «Sarà nostro compito intendere quel che loro fraintendono» (Teseo duca d’Atene, Sogno di una notte di mezza estate). «E quindi, dal momento che la brevità è l’anima stessa della saggezza, e quel che la rende tediosa, invece, sono soltanto le fiorettature e gli ornamenti esteriori, sarò breve» (Polonio, Amleto), «Non credere impossibile quel che sembra soltanto improbabile» (Isabella, Misura per Misura). Coglie l’importanza di gestire rischi attesi e inattesi: «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non se ne sognino nei nostri sistemi filosofici» (Amleto).

È insofferente all’incompetenza e alla disonestà dei governanti: «È la maledizione di questi tempi che i pazzi debbano guidare il cammino dei ciechi» (Gloucester, Re Lear), «Che può importare alla legge che siano dei ladri a condannare degli altri ladri?» (Angelo, Misura per Misura).Infine, l’amore. Quello paterno: «Nessun padre ha mai nutrito, per il proprio figlio, un affetto più grande del mio» (Gloucester, Re Lear, che Shakespeare rappresenta in poche parole: «Nessun padre è più caro a suo figlio»), all’esaltazione della costanza e dell’immortalità: «L’amore non è lo zimbello del Tempo, anche se rosse labbra e guance cadono nel compasso della sua falce ricurva; l’amore non muta con le sue brevi ore e settimane, ma resiste fino all’orlo del Giudizio. Se questo è errore e mi sia provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato» (Sonetti, 116). O un augurio all’amato: «Mille volte buona notte» (Giulietta, Romeo e Giulietta). Per un capo: «Se avete lacrime preparatevi a versarle adesso» (Antonio, Giulio Cesare). E l’amore non corrisposto: «Rinuncia tu al tuo potere di attrarmi e io non avrò più la forza di seguirti» (Elena, Sogno di una notte di mezza estate).

Nel settembre del 2022, mi chiedevo se coloro che avrebbero scritto l’orazione funebre per la regina Elisabetta II, ne avrebbero citato un passaggio, così è stato: «And flights of angels sing thee to thy rest», «E voli d’angeli ti accompagnino cantando al tuo riposo» (Orazio, Amleto).



Italia di fatto

Si Mohamed Kaabour

Youssef Hassan Holgado e Marika Ikonomu
L'islamofobia è un disegno politico: le destre negano un'Italia che c'è

Domani, 13 settembre 2026 

Creare un’emergenza per alimentare la percezione di insicurezza. È il filo che unisce i partiti della destra estrema in Europa, da Alternative für Deutschland di Alice Weidel a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Passando anche per partiti di governo come Fratelli d’Italia e Lega. A giudicare dall’exploit ottenuto da AfD alle elezioni in Sassonia-Anhalt e dalla crescita nei sondaggi di Fn, sul piano del consenso funziona. Meno nella descrizione del reale.

«I bambini tedeschi vengono aggrediti perché cristiani», sostiene Weidel, secondo cui «diventiamo stranieri a casa nostra». Per Vannacci «l’omogeneità culturale è già compromessa, con oltre il 12 per cento di stranieri sul suolo nazionale». Il suo programma non include «l’immigrazione», ma la «remigrazione». Che, lo ha detto ospite da Otto e mezzo, significa di fatto «deportazione». Chi rimane, quel 4 per cento di popolazione di origine straniera fissato come tetto massimo, secondo l’ex generale, deve assimilarsi. E vuole «che in Italia vivano gli italiani».

Italia di fatto


Ma cosa significa essere italiani? Per i partiti post-fascisti europei l’Islam non è compatibile con la cultura occidentale, le persone in movimento sono invasori e l’identità europea ha origini romano-cristiane e greche. Non può essere contaminata, scrive Fn.

Qual è, invece, l’«Italia di fatto»? È un paese «già cambiato», «fatto di storie, percorsi e biografie differenti che contribuiscono ogni giorno alla vita democratica». Lo scrive Idem Network, una rete che riunisce amministratori e amministratrici locali, con background migratorio e non, che accoglie chiunque condivida una visione partecipata e solidale della politica. Una realtà che «testimonia come nel nostro paese ci sia una classe dirigente capace di leggere e interpretare la complessità dei nostri tempi» e contrasta le «semplificazioni “identitarie”», riflettendo sul «significato contemporaneo dell’essere italiani, sul rapporto tra cittadinanza e appartenenza». «L’italianità non è granitica», precisa SiMohamed Kaabour, consigliere comunale a Genova, insegnante e coordinatore della rete.

In un paese in cui le persone con background migratorio sono considerate permanenza provvisoria, relegate a essere forza lavoro, «esiste un’Italia in carne e ossa che nessuno può negare», continua. «La classe dirigente futura avrà sempre più una testimonianza interna di persone che hanno una storia di migrazione in famiglia».

Le persone di origine straniera in Italia, secondo la Fondazione Ismu, al 1 gennaio 2025 erano 5 milioni e 898mila. Il 9,1 per cento della popolazione del paese. Si stimano 339mila persone senza permesso di soggiorno, mentre, a scuola, circa uno studente su otto non ha la cittadinanza, di questi tre su cinque sono nati in Italia. Invece di riconoscere formalmente l’Italia di fatto, nella corsa sempre più a destra di questa campagna elettorale, la Lega sta accelerando l’approvazione del ddl Iezzi, previsto in aula il 21 settembre, che prevede casi di sospensione o revoca della cittadinanza.

Se lo Stato non riconosce


Il clima che si respira è percepito come pesante, soprattutto dalla popolazione di origine straniera, spiega Kaabour. L’appartenenza a un territorio non è automatica. Lo sa Raisa Labaran, infermiera e consigliera comunale a Brescia, nata e cresciuta nella città lombarda da genitori di origine ghanese e nigeriana. «Certo che mi sento italiana, ma avrei voluto che per andare in gita sulla mia carta di identità non ci fosse scritto “non valida per l’espatrio”. L’appartenenza può essere forte, ma serve la formalità per sostenerla». Labaran, che ha ottenuto la cittadinanza a 18 anni, ha le deleghe ai temi della Salute e lavora in un’agenzia di prevenzione. Come lei, ci sono sempre più persone con background migratorio impegnate in politica, soprattutto a livello locale. «Qualitativamente parlando, però», dice, «la strada è ancora lunga. C’è sempre la narrazione che ci vuole in politica perché portiamo i voti di una comunità. Io non sono rappresentativa di una comunità, ma della società in cui vivo».

L’attivismo di Labaran non è iniziato con la candidatura in una lista civica. È nato 25 anni fa, all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle, sui temi dell’inclusione, dei diritti delle persone con background migratorio, anche musulmane: «Per far capire che non tutti i musulmani sono terroristi, per i giovani nati o cresciuti in Italia smarriti in un racconto che ci accusa di cose che non ci appartengono».

Se a livello locale c’è un’apertura, «a livello regionale, nazionale o europeo, gli spazi della politica sono ancora chiusi», afferma Othmane Yassine, avvocato e consigliere a Fermignano, con deleghe all’Europa e alle politiche di inclusione, a cui si sono aggiunte le deleghe al Pnrr. Yassine è nato nel 1990 a Casablanca, in Marocco, e nel 1996 si è trasferito con la famiglia nella provincia di Pesaro e Urbino. Ha studiato Giurisprudenza, poi un dottorato di ricerca internazionale, e all’età di 24 anni è entrato in politica, dopo aver visto lo slogan della Lega che recitava: «Le palestre ai nostri figli». «Io ero figlio di quel paese non potevo trovarmi emarginato», racconta. Anche Kaabour è nato in Marocco e, arrivato in Italia a dieci anni, non ha potuto ottenere la cittadinanza ai 18. Un mancato riconoscimento che ha avuto anche conseguenze, per un periodo, sul suo lavoro.

Violenza del linguaggio


Il linguaggio escludente non è frutto di questa campagna elettorale. La Lega ha sempre portato avanti campagne contro le persone di origine straniera, ma «c’era un limite». Ora il linguaggio si è fatto «sempre più aggressivo», denuncia Labaran. Tanto che, per la prima volta nella sua vita, ha pensato: «Se a un certo punto mi chiederanno di andarmene, dove potrei andare? Non vedo un altro posto come casa».

Le parole maranza, remigrazione, deportazione, movimentazione coatta, rastrellamenti, «vengono ripetute con facilità e senza coglierne la portata storica né il significato reale», sottolinea Kaabour, che recentemente ha ricevuto migliaia di attacchi, offese razziste e minacce di morte sui social. Un’escalation di violenza che il consigliere ha notato anche nelle istituzioni ed è «frutto di un clima costruito in modo consapevole». Yassine, alla sua prima candidatura, ha ricevuto insulti come «Terrorista islamico» e una lettera con minacce di morte. Attacchi che continua ancora oggi a ricevere sui social, in quello che chiama «uno sdoganamento del razzismo».

Descrive l’islamofobia come disegno politico, una storia già vista con altre religioni: «Una politica che mira al consenso e alla creazione di una società chiusa, che prende di mira un determinato gruppo e disegna tutto lo scandalo possibile affinché possa attecchire l’idea della paura». Le persone musulmane chiedono di esercitare il diritto di professare il loro credo nelle moschee, create, in mancanza di una legge per l’edilizia di culto, in spazi privati. L’unico strumento giuridico offerto loro per potersi riunire, spiega l’avvocato, è l’associazione culturale: «Di fatto, però, tutte le moschee vengono strumentalmente chiamate abusive, quando in realtà, a livello giuridico, nessuna lo è».

Nel rifiuto dell’Islam, c’è poi un ulteriore piano che – come mostra il divieto di niqāb e burqa in classe che il ministro Valditara vuole introdurre – si appropria del linguaggio femminista e della parità di genere per rappresentare le donne musulmane esclusivamente come vittime e oppresse. «Da donna in politica, in più musulmana e con il velo, la gente mi vede come quella che non riesce a liberarsi dalle tradizioni, che non ha un suo pensiero», racconta Labaran.

«Tutto ciò è in funzione di una riuscita politica – conclude Kaabour –, ma di una disfatta del paese. La riuscita politica è individuale, mentre la disfatta del paese è collettiva». In questo modo, per Yassine, «stiamo negando a questo paese di strutturarsi in prospettiva». L’impegno politico dei tre amministratori locali guarda anche alle nuove generazioni con una storia di migrazione in famiglia, perché si sentano riconosciuti e rappresentati. Occorre quindi, dicono, occupare gli spazi pubblici, portare la propria voce, la propria narrazione, i propri corpi, con un impegno quotidiano.