domenica 11 ottobre 2026

La voce di Luigi Nono

Helmut Failoni
Libera come le note. È la voce di Luigi Nono

Corriere della Sera La Lettura, 11 ottobre 2026

Il titolo che dà il nome alla nuova edizione del festival Luigi Nono — in diversi luoghi a Venezia dal 30 ottobre al 4 dicembre — Voci destroying muros (voci che distruggono i muri), deriva dall’omonima opera per voci femminili, voci recitanti, coro e piccola orchestra del compositore veneziano (1924-1990), scritta nel 1970 su commissione dell’Holland Festival. «È un titolo in tre lingue — spiega a “la Lettura” Serena Nono, figlia del compositore e anima della Fondazione a lui intitolata — che abbiamo scelto anche perché contiene testi presi da lettere dal carcere di donne che hanno combattuto l’ingiustizia. È nostra intenzione infatti portare avanti anche l’impegno di mio padre, senza chiuderci, senza essere solo un archivio di consultazione, una biblioteca polverosa: vogliamo che la fondazione sia un luogo vivo, che produca cultura».

Il sottotitolo della nona edizione è: Le figure femminili nell’opera e nella vita di Luigi Nono. Sono naturalmente diversi i temi che verranno estrapolati dall’universo del grande compositore e declinati nel corso dei concerti, degli incontri, dei workshop. «Il festival — sottolinea ancora Serena Nono — oltre a celebrare il passato, vuole avere sempre anche un rapporto stretto con il presente. Per questo avremo ospiti, fra l’altro, anche diverse attiviste che si sono battute e si battono per i diritti civili». A partire dalla leggendaria attivista afroamericana Angela Davis (1944) — alla quale Nono nel 1971 dedicò Ein Gespenst geht um in der Welt (Uno spettro si aggira per il mondo) — che il 12 novembre sarà protagonista di un incontro alla Fondazione Prada dal titolo Dialogo tra musica e protesta.

Nel corso del festival uno dei focus principali sarà quello legato alla voce. Quella voce femminile che il Novecento musicale, dai suoi albori in poi, ha utilizzato andando alla ricerca delle zone rimaste ancora inesplorate dell’universo canoro. Quella voce che è anche il cuore della musica di Nono e che — ricorda la figlia — lui ha sempre considerato «lo strumento musicale in assoluto più importante, più versatile». E che ha sempre utilizzato in modi che hanno cambiato la nostra percezione, la nostra abitudine all’ascolto, trovando per esempio nella dimensione dei pianissimo un’inaspettata vitalità interna.

Dice a «la Lettura» lo storico della musica e drammaturgo Guido Barbieri, che introdurrà e modererà alcuni incontri sul tema: «Nei lavori corali per voci miste, come Il canto sospeso e i Cori di Didone, la pars femminile dell’insieme vocale partecipa naturalmente alla frammentazione dell’espansione del tessuto sonoro, ma insinua un timbro tagliente, acuminato, come una ferita nel corpus del suono. Ma è in due opere affidate alla voce solista che emerge la natura più autentica della voce femminile: La fabbrica illuminata (1964, ndr) e Djamila Boupachá (1962, ndr), la prima immersa nel densissimo magma sonoro del nastro magnetico, la seconda (dedicata all’omonima politica e attivista algerina, classe 1938, simbolo della lotta per l’indipendenza del suo Paese dal colonialismo francese, ndr) lasciata invece nella sua assoluta purezza. In entrambi i casi la denuncia della condizione di sfruttamento del lavoro operaio e, dall’altra parte, l’indignazione per le torture inflitte dalla polizia francese all’attivista assumono la forma di un canto nuovo, teso, inaudito, che scava il testo fino a rivelarne l’essenza profonda e nascosta».

Il 13 novembre il Conservatorio veneziano Benedetto Marcello, a partire dalle ore 10, ospiterà un workshop sulla vocalità a cura del soprano Maria Eleonora Caminada, che sarà poi ospite di una conferenza (a cura di Angela Ida De Benedictis, musicologa e responsabile scientifica e di ricerca della Paul Sacher Stiftung di Basilea), un forum (con il musicologo Veniero Rizzardi) e infine protagonista di una performance di Djamila Boupachá, che è il secondo movimento, per soprano solo, dei Canti di vita e d’amore: sul ponte di Hiroshima. De Benedictis raggiunta telefonicamente in Svizzera, specifica che considera «Djamila Boupachá il manifesto della vocalità noniana. Mi concentrerò su questa dicotomia tra voce e canto che apre a tutto quello che la voce porta con sé, a prescindere dal testo».

La musicologa De Benedictis cita un’intervista a Nono del 1996 realizzata da Martine Cadieu, figura fondamentale per la diffusione della musica d’avanguardia in Francia, in cui la domanda è sulla voce, sul canto. E la risposta è uguale alla frase che Nono diceva alla figlie Serena e Silvia: la voce è il più libero e straordinario degli strumenti. «La voce — aggiunge De Benedictis — non ci porta necessariamente un testo, un qualcosa che dobbiamo percepire e tradurre in un significato. La voce ci porta un’esperienza, un’espressione. Ci porta anche quella che è una problematica sociale, storica. In questo senso, anche, considero Djamila Boupachá un capolavoro». Qui una voce sola incarna i due poli opposti di drammaticità e di speranza. «Nono indaga molto l’oggetto musica con gli strumenti, però è proprio con la voce che culmina la sua sperimentazione nei vari decenni».

De Benedictis aggiunge una riflessione finale. «Se pensiamo ad altri compositori, per esempio a Karlheinz Stockhausen e a Luciano Berio, hanno tutti scritto comunque prima o poi un testo, anche se solo teorico, sull’uso della voce, Nono invece mai». Con Rizzardi, De Benedictis — in 1.300 pagine suddivise in due volumi editi da Ricordi nel 2001 — ha analizzato Scritti e colloqui di Luigi Nono. «Non c’è un testo che sia uno dove Nono dica veramente quello che per lui rappresenta la voce. Per lui era talmente importante che non poteva scriverne...».

Il destino attuale dei giovani

Michela Ponzani
Proteste francesi e vergogna italiana: proviamo ad ascoltare i giovani

Domani, 11 ottobre 2026

L’altro giorno, dopo lezione, uno studente è venuto a chiedermi la tesi. Non un fatto originale per una che insegna all’università, mi rendo conto. Eppure i suoi progetti per il futuro sembrano funestati dal presente. Non dai sacrifici, sia chiaro. Quelli gli studenti sono abituati a farli. Trenta agli esami (anche trenta e lode), sveglia all’alba per seguire i corsi da pendolari, ore sui libri e poi via a incastrare il lavoro: il pomeriggio, la sera, persino nei fine settimana. Anzi, pare che le aziende vadano proprio a caccia di studenti: preparati, flessibili, possibilmente senza troppe pretese. Così almeno mi raccontano.

Del resto, a vent’anni anche lo sfruttamento te lo possono spacciare per una splendida opportunità di crescita. Ma sarà che a me piace parlare con loro (ne ho circa 300 all’anno nel mio corso di storia contemporanea). E più li ascolto, più mi convinco che le loro storie dovrebbero suscitare qualcosa di più dell’innocua indignazione che ci concediamo fra un talk show e un editoriale. Dovrebbero provocare vergogna. Anzitutto la vergogna di chi ci governa. Ma anche di una generazione di adulti che ha trasformato i diritti conquistati in privilegi ereditari. Siamo il paese che ha insegnato ai figli ad essere brillanti, competitivi, instancabili, ma che non riesce a garantire loro il diritto di diventare adulti.

Volti e storie 


C’è Alessia, che dopo le lezioni corre a Termini per prendere il treno, attraversando la stazione a tarda sera con il cuore in gola. Un problema che al mio collega maschio, che non vuole mettere lezione al primo pomeriggio, con la bella casa in centro e la bicicletta per rientrare, probabilmente non è mai passato per la testa. In fondo il privilegio è anche questo: potersi permettere di ignorare la paura degli altri.

C’è Cristian, che studia, lavora e trova persino il tempo di fare volontariato con ragazzi che soffrono di disturbi psichiatrici. C’è Paolo, al quale qualcuno ha appiccicato l’etichetta della dislessia, quasi fosse una condanna, e invece è un talento naturale. C’è Samira, che porta il velo, fuma in corridoio con le amiche e ride dell’ultima tendenza in fatto di manicure.

E poi c’è Jonny, un ragazzone alto, sorridente, entusiasta della tesi. Discutiamo di libri, biblioteche, archivi. Prende appunti, fa domande. Poi, quasi incidentalmente, mi racconta che dorme sul divano di un amico, a Ostia. La famiglia vive a Grosseto. Lui studia e lavora a Roma, ma una stanza non può permettersela. Cinquecento euro al mese per un posto letto, sono davvero troppi. Ma tutto questo me lo racconta sorridendo non lamentandosi.

Come se fosse normale non avere una casa a vent’anni. E intanto continua a chiedermi dei libri, delle biblioteche che vuole consultare e mi assicura che troverà il tempo. Che in qualche modo farà. Così mentre me ne torno a casa, dopo lezione, non smetto di pensare a quel divano, alla fatica, al fatto di non avere una porta da chiudere e un posto dove sentirsi a casa.

E soprattutto penso che Jonny non mi ha chiesto aiuto. Mi ha chiesto dei libri.

Ci penso e mi vergogno. Perché viviamo in un paese che celebra il merito e costringe i ragazzi a mendicare un letto. Che pretende eccellenza e considera un lusso il diritto di studiare senza chiedersi dove dormire.

È soltanto l’inizio


Sulla strada di casa continuo a pensarci e mi chiedo quando abbiamo deciso che la meglio gioventù dovesse accontentarsi degli avanzi del nostro benessere? Quando abbiamo cominciato a chiamare sacrificio quello che dovremmo chiamare ingiustizia?
Poi accendo la TV e appare la foto di un ragazzo francese, in una Parigi in fiamme.

Tiene per le mani un cartello: «Je vous parle d’un temps que les + de 20 ans ne peuvent pas comprendre». Vi parlo di un tempo che chi ha più di vent’anni non può capire. È il rovesciamento geniale della Bohème di Aznavour. Non sono più gli adulti a raccontare ai giovani un mondo scomparso. Sono i giovani a dirci che il loro mondo non lo capiamo più.

E forse hanno ragione. Noi raccontiamo quanto fosse difficile vivere ai nostri tempi. Loro ci chiedono come si faccia a cominciare a vivere nel loro di tempo. Ma si sa la Francia non è l’Italia e mentre a Parigi si scende in piazza contro la precarietà, le disuguaglianze, il futuro negato, in Italia basta che una ragazza alzi la voce perché si scateni il tribunale dei vecchi saggi.

È successo con Virginia Libero, giovane segretaria dei Giovani Democratici, che rigettando al mittente la guerra ha parlato di diserzione. Invece di discutere con lei i soloni del giornalismo italiano hanno alzato il ditino, pronti a insegnare a una giovane donna che cosa debba pensare.

Sembrava di risentire i padri di fine Ottocento al circolo dei notabili: «Stai zitta, sei una donna. E pure giovane. Che cosa vuoi saperne?». Ma mentre l’arrogante paternalismo discettava dal suo salotto ammuffito, nessuno si è posto una semplice domanda: e dovessimo crescere noi? Se fossimo noi a dover imparare ad ascoltare chi non riconosce più l’autorità di chi pretende rispetto senza offrire risposte?

Intanto questi ragazzi ci dicono qualcosa di ancora più scomodo: non vogliono ereditare le nostre guerre. Non intendono morire per il nazionalismo di chi agita bandiere dal comodo delle proprie poltrone. «Le guerre le avete volute voi. Perché dovremmo combatterle noi?».

Una domanda feroce. Che meriterebbe risposte migliori delle prediche sul patriottismo. Perché amare il proprio paese significa anche pretendere che sia degno dell’amore dei suoi cittadini. E perché no, significa anche disobbedire.

Un augurio dunque: che si trovi il coraggio di uscire dai salotti per scendere in piazza con loro. Non per guidarli, né per impartire l’ennesima lezione. Ma per ascoltarli. E rispedire al mittente la presunzione di aver capito un mondo che continua a cambiare mentre noi siamo rimasti intrappolati nelle nostre certezze. Quanto a Jonny, il mio studente, non ho più voglia di dirgli che deve resistere, che prima o poi ce la farà. Non c'è bisogno di essere eroi per vivere una vita normale.

Ma se il futuro continua a dormire sul divano, allora, ragazzi, alzate la voce.

Disturbate le nostre certezze. Costringeteci a guardare quello che abbiamo preferito ignorare.

E magari, stavolta, saremo noi a seguirvi.

«Ce n’est qu’un début!», si diceva ai tempi del maggio francese nel 1968. E forse è proprio così. 

È soltanto l’inizio.

Tolstoj fanciullo

Alessandro Piperno
Un neo rese grande il piccolo Tolstoj

Corriere della Sera La Lettura, 11 ottobre 2026 

Un capolavoro letterario va letto per sé, non come l’abbozzo di un affresco a venire. È solo uno dei precetti virtuosi messi a dura prova dalla trilogia giovanile di Lev Tolstoj. Eppure, per quanto ogni capoverso di questi tre romanzi brevi, variamente autobiografici, appaia una smagliante prefigurazione delle opere della maturità, il tolstoiano devoto farà bene a dimenticarsene e ad abbandonarsi all’incanto.

È quel che, non sempre con successo, ho provato a fare affrontando la nuova edizione di Infanzia, Adolescenza, Giovinezza nella bella traduzione di Laura Gelfi per gli Oscar Mondadori. Uso di proposito il termine «incanto»: sin dalle prime righe a colpire è il sapore primigenio della prosa, come se fosse stata appena inventata. Leggi e ti domandi se la narrativa autobiografica (un genere fortunato allora come oggi) non sia nata con Tolstoj. Leggi e dubiti che gli esempi di Jean-Jacques Rousseau, Laurence Sterne e Charles Dickens abbiano davvero avuto il peso che il nostro giovane memorialista attribuiva loro. Ma soprattutto leggi e ti rifiuti di credere che certi brani siano stati scritti da un ragazzo poco più che ventenne.

Concentrerò la mia indagine esclusivamente su Infanzia. Sono convinto, infatti, che questo primo volume racchiuda in sé il codice genetico e la tensione morale della trilogia. D’altra parte, poiché non dispongo delle competenze per affrontare il testo in tutte le sue infinite risonanze — e per questo rimando volentieri alla splendida introduzione della slavista Ornella Discacciati —, la mia lettura sarà deliberatamente rapsodica e personale.


L'invenzione feconda


Per sgombrare il campo da ogni equivoco sarà bene ricordare che non si tratta di un’autobiografia. Il narratore non è Tolstoj, bensì il suo alter ego, Nikolaj Irten’ev. Per ragioni che Discacciati spiega bene, all’autore è convenuto alterare alcuni dati biografici, a cominciare dall’età in cui il suo eroe ha perso la madre: dieci anni, mentre Lev ne aveva meno di due quando morì la sua. Lo spostamento produce un duplice effetto: da un lato permette a Nikolaj (il narratore) di conservare della madre quei ricordi che a Tolstoj erano preclusi, dall’altro conferisce agli anni della fanciullezza un’aura edenica che altrimenti non avrebbe ragion d’essere (ci tornerò). Insomma, pur esordiente, Tolstoj ha già le idee chiare: in arte nulla è più fecondo dell’invenzione, e l’autenticità stessa ne è il frutto.

Di fatto, se non avesse posticipato la morte della madre del suo eroe, Tolstoj non avrebbe potuto permettersi considerazioni come questa: «Quando cerco di ricordarmi la mamma com’era allora mi si presentano alla mente solo i suoi occhi castani, che esprimevano sempre la stessa gentilezza e amore, il neo sul collo, un pochino più in basso rispetto al punto in cui si arricciavano le piccole ciocche di capelli, il colletto bianco ricamato, la tenera mano magra, che così spesso mi accarezzava e che altrettanto spesso baciavo, ma la sua fisionomia nell’insieme mi sfugge». È un cortocircuito straordinario: la fisionomia sfugge, ma il dettaglio resta. E quei pochi frammenti salvati dall’oblio — gli occhi, il neo, la mano — risultano perfettamente consustanziali al ritratto morale della madre, così come lo vedremo emergere nelle pagine successive.

Nel capitolo intitolato Chi era mio padre? Tolstoj adotta un procedimento analogo, anche se per certi versi ribaltato. Parte dal carattere — «un uomo del secolo passato», e quindi dotato di spirito cavalleresco, intraprendenza e una certa sconsideratezza — e giunge agli «occhietti piccoli e sempre sorridenti» e al «gran naso aquilino». In queste righe, con una tecnica inimitabile che negli anni non farà che affinare, Tolstoj amalgama pregi e difetti del personaggio in modo imprevisto, e insieme così naturale da renderli inestricabili. Niente illustra meglio il suo atteggiamento verso le proprie creature della frase che in Guerra e pace metterà in bocca a Platon Karataev: «Dove si giudica non c’è giustizia». Proprio perché è un narratore profondamente morale, Tolstoj sa che la sola forma di moralità permessa al romanziere è evitare i giudizi sommari.


La felicità


A distinguere Tolstoj dai tanti illustri colleghi — russi, inglesi o francesi che siano — non è solo questo, ma anche e soprattutto la centralità conferita alla felicità. Mica una cosa da niente: chiunque si sia cimentato nella scrittura di un romanzo sa quanto sia difficile darne conto senza indulgere alla retorica o scadere nella melensaggine. Gustave Flaubert, per fare un esempio che mi sta a cuore, si diffonde volentieri sugli ardori del desiderio, sui turbamenti della carne e persino sui fugaci trionfi mondani dei suoi eroi e delle sue eroine. Ma sulla loro felicità tace, come se non sapesse raccontarla, forse perché in fondo non ci crede. Tolstoj, invece, la pensa altrimenti e la celebra senza riserve. «Felice, felice tempo dell’infanzia che non tornerà mai più! Come si può non amare, non accarezzare i ricordi? Questi ricordi illuminano ed elevano la mia anima e sono per me fonte delle più grandi gioie». Così scrive all’inizio del quindicesimo capitolo. Quel «non tornerà mai più» dice già tutto: la felicità è per sua natura fragile, in pericolo. Su di essa grava sempre un presagio funesto. A minacciarla, però, non sono solo i lutti che incombono, ma anche un’insidia più sottile: la bellezza. Tolstoj ne è ossessionato.


La bellezza


Sarà un caso, ma in Infanzia la felicità coincide quasi sempre con l’immersione in un paesaggio, con un delizioso quadretto domestico, con l’apparizione di una ragazza graziosa o di un uomo avvenente. E se la felicità si misura sulla bellezza, chi ne è privo resta escluso. È il caso del narratore. Funestato dal proprio aspetto, Nikolaj scopre che la bellezza che lo rende felice è la stessa che gli nega una felicità completa: può contemplarla, ma non potrà mai incarnarla. Come se si trovasse sempre davanti ai cancelli dell’Eden, senza poterli varcare. Lo confessa lui stesso: «Avevo un concetto stranissimo della bellezza: persino Karl Ivànyc [il precettore tedesco] mi sembrava il più bell’uomo del mondo, ma sapevo molto bene che io non ero bello e in questo non mi sbagliavo assolutamente. Per questo motivo ogni allusione al mio aspetto esteriore mi offendeva dolorosamente». Un senso di inadeguatezza che talvolta lambisce la disperazione: «Mi immaginavo che non ci sarebbe stata felicità al mondo per una persona con un naso così largo, labbra così grosse e piccoli occhietti grigi come li avevo io. Chiedevo a Dio di fare un miracolo: di trasformarmi in un Adone e avrei ceduto tutto quello che avevo nel presente, tutto quello che avrei avuto nel futuro, per un bel volto».


I colori della bellezza


Ed ecco l’altra faccia del paradosso. Nikolaj sarà anche brutto, sarà pure condannato alla sorte dei brutti, ma è proprio questa consapevolezza ad acuire, fin quasi allo strazio, la sua sensibilità per il bello. Lo si vede bene nel capitolo dedicato alla caccia, dove il giovanissimo narratore si rivela un paesaggista impareggiabile: «La raccolta del grano era in pieno svolgimento. Lo sterminato campo giallo splendente era cinto da un lato da un bosco azzurreggiante che mi sembrava allora il posto più remoto e misterioso, dietro al quale o finiva il mondo o cominciavano lande disabitate». Un bosco azzurreggiante? E perché no? Solo i narratori di terz’ordine pensano che i boschi siano verdi o color ruggine a seconda della stagione. L’occhio di Tolstoj è fatto in modo da cogliere tutte le sfumature possibili. E acuta non è solo la vista: ogni senso è all’erta, pronto a fondersi con gli altri in un’estatica sinestesia: «Il chiacchiericcio della gente, il calpestio dei cavalli e il rumore dei carri, il verso allegro delle quaglie, il ronzio degli insetti che svolazzavano in sciami compatti nell’aria, l’odore della menta, della paglia e del sudore dei cavalli, migliaia di colori diversi e di ombre che il sole cocente disegnava sulla stoppia paglierina, sull’orizzonte azzurro del bosco e sulle nuvole gridelline, le ragnatele bianche che aleggiavano nell’aria o si stendevano per la stoppia: tutto questo io lo vedevo, lo sentivo e lo percepivo».


La tirannia dei sensi


È fatale che a un’indole così precoce e ricettiva corrisponda una tirannia dei sensi. Ne abbiamo un assaggio nel nono capitolo, non a caso intitolato Qualcosa come un primo amore. A prima vista, niente di speciale: il piccolo Nikolaj, non riuscendo a trattenersi, stampa un bel bacio sulla spalla nuda di Kàten’ka, una ragazzina appena più grande. Il bello sta tutto nel modo in cui Tolstoj prepara l’episodio. È la comparsa di un verme a far precipitare le cose, come il serpente nell'Eden. E tra il disgusto per quella creatura strisciante e l'eccitazione erotica che scuote il bambino si stabilisce un legame indissolubile. Il tutto assume i tratti di una rivelazione. "Avevo le lacrime agli occhi", scrive Tolstoj. "Non distoglievo lo sguardo da Kàten'ka. Già da tempo ero abituato al suo visino fresco, circondato dai fini capelli biondi, e l'avevo sempre amato, ma in quel momento mi misi a osservarlo più attentamente e mi piacque ancora di più". 


Il contrario della bellezza


A colpire sono la semplicità e la naturalezza con cui certe verità essenziali affiorano nella coscienza del bambino. Il dramma irrompe nel capitolo ventisei, quando il padre e i figli, richiamati da una lettera dopo un lungo soggiorno a Mosca, tornano in campagna e si trovano davanti alla malattia terminale della madre. È allora che il piccolo Nikolaj capisce che il contrario del bello non è il brutto, come aveva sempre creduto, bensì la morte. Tolstoj sta ben attento a spogliarla di ogni lirismo romantico. Anzi, con un realismo che, a dispetto dei miei buoni propositi, non posso esimermi dal definire tolstoiano, va dritto al cuore dell’orrore. A rivelarne la verità è una bimba, figlia di una contadina, che alla vista del cadavere caccia un urlo straziante. La presa di coscienza del nostro orfano risulta non meno atroce: «Solo in quel momento compresi da cosa proveniva quell’odore forte, pesante, che, misto a quello dell’incenso, aveva riempito la stanza; e il pensiero che quel volto che avevo amato più di ogni altra cosa al mondo, potesse suscitare terrore mi rivelò, per la prima volta, una verità amara e riempì la mia anima di disperazione». E non è l’unica sconsolata scoperta di Nikolaj. Un’altra riguarda lui stesso, il suo contegno e la natura impura del suo lutto: «Prima e dopo il funerale non smettevo di piangere e di essere triste, ma mi vergogno a ricordare quella tristezza, poiché a essa si era sempre mescolato un certo sentimento di amor proprio: ora era il desiderio di mostrare che ero il più dispiaciuto di tutti, ora la preoccupazione per l’effetto che avrei prodotto sugli altri, ora una curiosità inutile che mi costringeva a esprimere commenti sulla cuffia di Mimì e i volti dei presenti».


La vanità


Non c’è azione umana esente dalla vanità, neppure il lutto. Nikolaj lo scopre scrutando nel fondo di sé stesso. Non che il dolore sia scomparso: è ancora lì, ma sepolto, per così dire, sotto un imbarazzante strato di artificio ed esibizionismo. Come spiegare altrimenti la preoccupazione di piangere nel modo giusto, l’attenzione rivolta agli abiti nuovi — la giacca, la piega dei pantaloni —, per non parlare delle occhiate furtive con cui verifica che la sua messinscena funzioni?

Solo allora si accorge degli altri. Se ne accorge perché, quanto ad artificio, non scherzano neanche loro. A un funerale, del resto, le persone che soffrono davvero sono poche: una decina, al massimo. I più saranno pure dispiaciuti, ma quella morte non cambierà le loro vite. Nikolaj lo avverte con la lucidità spietata dei bambini, e non glielo perdona: «Gli estranei presenti alle esequie mi erano insopportabili. Le frasi di consolazione che dicevano a mio padre — che là lei sarebbe stata meglio, che non era fatta per questo mondo — suscitavano in me una certa stizza. Che diritto avevano di parlare di lei e di piangerla? Alcuni, parlando di noi, ci chiamavano “orfani”. Come se non sapessimo anche senza di loro che i bambini senza madre si chiamano così! Probabilmente doveva far loro piacere essere i primi a chiamarci in quel modo, proprio come di solito ci si affretta a chiamare “Madame” una ragazza appena sposata».

Che il piccolo Nikolaj (o chi per lui) un giorno diventerà uno scrittore lo si capisce dal modo in cui le cose gli risuonano dentro. Come se qualcosa gli impedisse di abbandonarsi, come se a trattenerlo fosse un eccesso di coscienza. Solo questo spiega la continua auscultazione cui sottopone la sua anima, e il desiderio di trarre da tale scrupolosa osservazione di sé una legge che valga per tutti. È così, attraverso questa prima esperienza della morte, a cui presto ne seguiranno altre, che il bambino, ormai adulto, giunge a una verità tanto chiara quanto sconfortante: «La vanità è il sentimento più incompatibile con il vero dolore e allo stesso tempo questo sentimento è così insito nella natura umana che molto raramente persino il più grande dei dolori lo scaccia. La vanità, nel dolore, si esprime con il desiderio di sembrare o dispiaciuti o infelici o duri. E questi vili desideri, che non ammettiamo ma che quasi mai — persino nel dolore più grande — ci abbandonano, privano il dolore della sua forza, della sua dignità e della sua sincerità».

Può il romanziere convivere con il moralista? Non può, deve. A patto di intendere il moralismo nel senso giusto, non come una griglia di regole con cui giudicare il prossimo, non come un atteggiamento diffidente e censorio. Il moralista, almeno nell’accezione tolstoiana, è colui che parte da sé stesso per capire gli altri e, visto che c’è, per tentare di perdonarli.




 





Il bene e il male

Carlo Bordoni
La malvagità non è un destino

Corriere della sera La Lettura, 11 ottobre 2026

Per la filosofa Susan Neiman ci siamo convinti che tutto sia dominato dalla lotta per la ricchezza e il potere. «Ecco perché non è così»

«Male» è una parola terribile, assoluta; esprime qualcosa che non è superabile nella sua negatività. Al concetto di male Susan Neiman ha dedicato molti studi, fin da Evil in Modern Thought (2002), tradotto col titolo In cielo come in terra (Laterza). Dopo La sinistra non è woke (2023), torna in libreria, sempre per Utet, con Politica della malvagità. Il bene e il male nell’era di Trump, Putin e Netanyahu. Neiman, filosofa americana di origine ebraica, già docente di filosofia a Yale e a Tel Aviv, ha diretto l’Einstein Forum di Potsdam dal 2000 allo scorso giugno. Ora è visiting professor all’Università di New York, dove vive. Scrive che questo no
n è un libro su Donald Trump: il problema è capire cosa sia cambiato nella cultura e nell’opinione pubblica per riporre fiducia in una figura come lui. Qui ne discute con «la Lettura».
L'autoritarismo è tornato ad esercitare un certo fascino?

«Preferisco non usare il termine “autoritarismo” per definire l’attuale amministrazione. Nell’ottobre 2024, l’ex presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore, Mark Milley, definì il suo ex comandante Trump “fascista fino al midollo”. Non appena è iniziato il secondo mandato, la gente ha cominciato a usare l’espressione molto più innocua di “autoritarismo”. Difficile dire se il suo fascismo abbia la stessa attrattiva che aveva quello di Mussolini, ma ci sono persone che lo ammirano».
C'è un'ideologia che sostiene questa deriva?

«Il libro mostra come Trump sia la conclusione logica di un’ideologia che abbiamo assorbito nell’ultimo secolo: l’unica cosa che spinge gli esseri umani è la lotta per la ricchezza e il potere, e chiunque la pensi diversamente è uno sciocco. Si tratta di un’ideologia che combina letture distorte di Adam Smith, Charles Darwin e, dalla fine del XX secolo, un pizzico di Michel Foucault. Non è necessario leggere questi autori per esserne influenzati; basta un giornalista che abbia frequentato l’università e abbia veicolato il messaggio nei media».
Che cosa accade esattamente?

«Siamo arrivati a credere, secondo le parole del consigliere senior della Casa Bianca, Stephen Miller, che queste siano le leggi ferree della storia. Non ho idea se sapesse di fare eco al giurista nazista Carl Schmitt, o addirittura agli Ateniesi citati da Tucidide nel suo Dialogo dei Meli, il dialogo sul primo genocidio della storia occidentale. Ma l’argomentazione non è una legge ferrea della storia, né tantomeno un fatto; è un’affermazione filosofica che può essere contestata. Poiché pochissimi se ne rendono conto, pochi sono pronti a contestarla. Accettano Trump perché pensano che almeno lui sia onesto, mentre altri politici si nascondono dietro una retorica moralistica».
"In cielo come in terra" uscì nel 2002. Subito dopo l'attacco alle Torri Gemelle, forse era chiaro dove fosse il male. Cos'è cambiato?

«Neanche allora fu facile stabilire dove fosse il male. La maggior parte delle persone riconosceva il male immediato nell’attacco terroristico che aveva ucciso migliaia di civili. Non tutti si resero conto del male della guerra illegale di Bush all’Iraq, che aveva causato oltre centomila vittime e ridisegnato il Medio Oriente in modi che continuano a essere dannosi».
Ci sono parallelismi con l'oggi?

«Sì, e sono difficili da ignorare. Fu subito chiaro che l’attacco di Hamas contro i civili israeliani era malvagio. Quando Joe Biden si precipitò a trovare Benjamin Netanyahu, disse qualcosa di insolito: “Capisco la vostra rabbia, capisco il vostro dolore, ma per favore non fate l’errore degli Usa dopo l’11 settembre”. Per chi ha seguito l’evoluzione del governo israeliano, non sorprende che Netanyahu non abbia seguito il consiglio. Ora la maggior parte del mondo ritiene che le azioni dell’esercito israeliano a Gaza siano crimini contro l’umanità o addirittura un genocidio, ma c’è ancora chi le definisce legittima difesa. Io non lo credo. Entrambi i crimini sono stati malvagi, ma gli attacchi contro i palestinesi sono stati di gran lunga più distruttivi».
Oggi sembra più difficile una definizione del concetto di "male". Eppure la storia dell'ultimo secolo ci ha dato esempi incontrovertibili.

«Spesso pensiamo che il male si riferisca solo ad azioni particolarmente sanguinose, crudeli e intenzionali. In realtà, come ha dimostrato Hannah Arendt in La banalità del male, le forme più pericolose sono commesse da persone prive di intenzioni particolarmente malvagie. Le affermazioni di Arendt sull’uomo Adolf Eichmann si sono rivelate storicamente false, come hanno mostrato studiosi più recenti che hanno avuto accesso a materiali che lei non aveva. Ma ciò non confuta la sua tesi principale. Nemmeno mille Eichmann avrebbero potuto portare a termine l’Olocausto da soli; era necessaria la complicità di persone normali».
"Politica della malvagità" è un'accusa all'America di Trump e ai leader che si sono affrettati ad allinearsi alla sua morale con una sorta di "obbedienza anticipatoria": lei sostiene che sia la stessa "vorausellende Gehorsam" degli apparati istituzionali tedeschi, pronti a compiacere il regime nazista. 

«Il libro che meglio descrive il fenomeno è il romanzo di Daniel Kehlmann, Il regista (Feltrinelli), ispirato a Georg Wilhelm Pabst, collaboratore del regime durante la guerra. Parla di nazismo, ma è diventato bestseller quando è stato tradotto in inglese, poiché rispecchia perfettamente il modo in cui i media, le università e le grandi aziende si sono piegati alla seconda amministrazione Bush».
Nel nostro "ottimismo della volontà" eravamo inclini a pensare che il mondo si muovesse verso il bene, e il male appartiene al passato. Ci siamo illusi come il Candido di Voltaire?

«L’attuale forma del male ha origini più antiche, ma ha messo radici profonde nel XX secolo. Se ho compreso correttamente la citazione di Antonio Gramsci, l’ottimismo della volontà deve essere combinato col pessimismo dell’intelligenza. Significa che va riconosciuto quanto male c’è nel mondo, senza garanzie che ci si stia muovendo verso il bene. Nessun pensatore serio ha mai creduto al progresso inevitabile. L’Illuminismo ha introdotto l’idea che fosse possibile. Se non lo crediamo, non possiamo lavorare per il progresso. E se non lo facciamo, il mondo finirà davvero all’inferno».

sabato 10 ottobre 2026

Genocidio come deterrente

Vincent Duclert

Anne-Cécile Robert 
Crimini internazionali consolidati

Le Monde diplomatique, gennaio 2026

I crimini di guerra, i crimini contro l'umanità e il genocidio sono distinti, ma di una gravità equivalente nel diritto internazionale. La stragrande maggioranza degli Stati si è impegnata a prevenirli o a porvi fine. Tuttavia, nonostante l’ampio consenso legale che si è gradualmente formato sulla natura di ciò che Israele stava commettendo a Gaza, l’inazione ha prevalso. 

Si distinguono tre reati internazionali, definiti in particolare dallo statuto della Corte penale internazionale (ICC) : crimine di guerra, crimine contro l'umanità, genocidio.

Non esiste una gerarchia tra questi crimini che sono di gravità equivalente. Come tale, l’attenzione sull’esistenza di un genocidio a Gaza potrebbe essersi rivelata “controproducente” distogliendo l’attenzione da altri reati che già imponevano reazione, prevenzione e repressione.

Dopo gli attacchi di Hamas in Israele il 7 ottobre 2023 e la guerra iniziata come rappresaglia da parte di Tel Aviv a Gaza, sono stati aperti diversi procedimenti legali:

• Corte Internazionale di Giustizia (ICJ): la denuncia del Sudafrica contro Israele per aver violato la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (29 dicembre 2023).

• CPI: mandati di arresto contro MM. Benjamin Netanyahu e Yoav Galant (21 novembre 2024). I procedimenti contro i leader di Hamas Yahya Sinwar, Ismael Haniyeh e Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri (noto come   “Deif”) hanno perso il loro scopo a causa della morte degli imputati.

• Corte di giustizia dell’Unione europea: leggi contro la Commissione e il Consiglio dell’Unione europea per l’inazione di fronte alla carestia e al genocidio a Gaza da parte dell’Associazione degli avvocati per il rispetto del diritto internazionale (Giurdi) del 16 e 29 luglio 2025 dinanzi al Tribunale di primo grado dell’Unione e poi in appello alla Corte di giustizia dell’Unione europea (causa T-482/25 e causa T-482/25).

• Procedure francesi: ricorso alla giustizia amministrativa per le consegne di armi a Israele e inosservanza dei mandati di arresto della CPI entro Jurdi (6 luglio 2025).

La giurisprudenza internazionale è molto severa sulla caratterizzazione del genocidio, che deve essere l'unica spiegazione logica per gli atti criminali dell'imputato. I termini per la sentenza possono essere prorogati nel corso di diversi anni. Questo è anche il motivo per cui la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del crimine di genocidio (1948) stabilisce criteri specifici per agire fin dai primi segni, senza attendere l'effettiva realizzazione del genocidio. Nel contesto della guerra condotta da Israele a Gaza, la Corte di giustizia ha riconosciuto, a partire dal 26 gennaio 2024, la sua giurisdizione ai sensi della Convenzione del 1948, e ha imposto misure provvisorie (confermate e amplificate il 28 marzo e il 24 maggio 2024). Gli Stati hanno quindi l'obbligo di agire per prevenire il peggioramento della situazione e per porre fine agli atti criminali. Non è necessario attendere che la Corte di giustizia decida sulla sostanza (esistenza o meno di genocidio) per sollevare la questione, il dibattito e l'atto 3. Finora, nessuno stato è stato condannato per aver commesso un genocidio. Nel caso di Srebrenica, in Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro è stata condannata per non aver impedito e punito il genocidio 4(4).

La caratterizzazione giuridica degli eventi a Gaza è ora oggetto di ampio consenso. Il 9 agosto 2025, 150 professori di spicco del diritto internazionale di lingua francese e del diritto penale internazionale – cui hanno aderito 146 colleghi di lingua inglese nel novembre 2025 5 – hanno accettato di denunciare gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. La loro analisi è coerente con le indagini e le relazioni di diversi organismi e organizzazioni non governative delle Nazioni Unite (ONG) sull'esistenza di crimini internazionali nella Striscia di Gaza:

• Israele non può rivendicare il diritto all’autodifesa (articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite) perché è la Potenza occupante della Striscia di Gaza. Ha il diritto di adottare misure per garantire la sua sicurezza, ma ha anche il dovere di proteggere le popolazioni del territorio che occupa (ICJ, parere del 19 luglio 2024).

• I palestinesi formano un gruppo protetto dal diritto internazionale, compresa la Convenzione sul genocidio del 1948. I palestinesi di Gaza sono una  “parte  sostanziale” di questo gruppo protetto (ICJ, ordinanza del 26 gennaio 2024).

• I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi da Hamas il 7 ottobre 2023 non giustificano quelli accusati in Israele perché, da un punto di vista legale, il crimine non può giustificare il crimine.

• Le azioni di Israele non rispettano due principi fondamentali del diritto internazionale umanitario: il principio di proporzionalità tra gli obiettivi e i mezzi utilizzati e il principio di distinzione tra civili e combattenti.

• Molte delle azioni di Israele nella Striscia di Gaza rientrano nella categoria dei crimini di guerra e contro l’umanità.

• La qualificazione del genocidio può essere utilizzata per alcune delle azioni di Israele nella Striscia di Gaza, almeno dalla primavera del 2025 e dalla cessazione totale degli aiuti umanitari.

 
Vincent Duclert, storico: “L’attenzione alla fattispecie di un genocidio a Gaza è controproducente”
Le Monde, 11 giugno 2025

Come specialista in materia di genocidio, sono spesso interpellato sulla realtà del genocidio a Gaza. Alla domanda sullo stesso tema durante la sua intervista su TF1, martedì 13 maggio, Emmanuel Macron ha fatto riferimento agli storici, citandomi per via dei miei studi sul genocidio degli armeni e per il rapporto della commissione di ricerca sulle responsabilità della Francia nel genocidio dei tutsi in Ruanda. Perché questa precedenza data agli storici per una domanda che anzitutto chiama in causa la legge?

La doppia identificazione del genocidio e del crimine che il termine definisce è opera di un avvocato polacco, Raphael Lemkin, ex procuratore di Varsavia, la cui famiglia è stata sterminata dai nazisti, mentre lui stesso sfuggì per poco alla cattura riuscendo poi a rifugiarsi negli Stati Uniti. Fu lì che completò, nel 1943, il libro che definisce il crimine di genocidio studiando il destino degli ebrei in Europa occupati dalle forze dell'Asse. Si basa anche sulla conoscenza dello sterminio degli armeni da parte dei giovani turchi unionisti nell'Impero ottomano. Per raggiungere questa qualifica, che è all'altezza del livello dell'impresa genocida, Lemkin ha lavorato come storico. Il genocidio così come definito dalla giustizia internazionale nel 1945 stabilisce quindi il legame con la storia più antica del genocidio armeno. C'è un apporto reciproco tra storici e avvocati, spesso decisivo.

Diversi storici, tra cui alcuni israeliani, così come dei giuristi, hanno concluso che c’è un genocidio commesso dallo Stato di Israele. La Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) ha avvertito il 26 gennaio 2024 di un “rischio reale e imminente [di] danno irreparabile” in base all'incriminazione per genocidio. La Corte penale internazionale (Cpi), da parte sua, persegue, dal 21 novembre 2024, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, e il comandante di Hamas Mohammed Deif (ora deceduto) per crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

Un bambino palestinese, in un cimitero di Nuseirat, nel centro della Striscia di Gaza, nella giornata di Eid-el-Kebir, il 6 giugno 2025. Ces décisions de justice sont totalement rejetées par les mis en cause qui dénoncent l’antisémitisme des juges –

Queste decisioni giudiziarie sono totalmente respinte dagli imputati che denunciano l’antisemitismo dei giudici – Netanyahu addirittura paragonandosi al capitano Dreyfus. La Cpi è sotto attacchi definitivi da parte del presidente Donald Trump mentre il Sudafrica, che ha portato il caso di Gaza alla Corte penale internazionale, è soggetto a rappresaglie massicce. Siamo molto lontani da esempi come quello di Zoran Djindjic, il primo ministro della Serbia che ha eseguito, nel giugno 2001, una decisione del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia facendo arrestare l'ex presidente Slobodan Milosevic e trasferendolo all'Aja per il processo. Per questo atto di coraggio e rispetto per la giustizia, sarà assassinato dallo Stato profondo serbo due anni dopo.

Inquietante gioia

In ventiquattro anni, è avvenuta un'evoluzione dell'uso del termine, ulteriormente accentuata dalla guerra contro Gaza. La proclamazione pubblica del genocidio sostituisce l’autorità di una decisione del tribunale il cui torto è quello di intervenire dopo il crimine: così come il Consiglio d’Europa, per il quale gli atti israeliani “vanno nella direzione della pulizia etnica e del genocidio”; o dei media che avvisano di “una guerra genocida”; o dei ricercatori che stabiliscono un “futuricidio” contro gli abitanti di Gaza. Lo scopo è quello di significare l'estrema gravità degli atti commessi con l'intenzione di distruggere un gruppo. A parte la protesta contro il genocidio, nulla sembra contare. Un tale proclama giustifica poi le azioni più radicali e, a volte, un'inquietante gioia nell'accusare il popolo sopravvissuto dell'Olocausto di una perpetrazione di genocidio.

Il governo israeliano denuncia questa accusa con la stessa radicalità: sostiene la natura antisemita di qualsiasi sfida alla sua politica a Gaza, che equivarrebbe addirittura all'adesione al gruppo terroristico responsabile dell'attacco del 7 ottobre. Questo fece precipitare gli ebrei e il mondo nel timore di un ritorno dell'Olocausto. Giustifica l’attuale guerra di Israele contro Gaza. Fin dove?

Per gli attivisti sinceri che cercano di strappare i palestinesi da una morte annunciata, l'obiettivo è quello di usare un deterrente che possa fermare il governo israeliano. Poiché il genocidio è ritenuto “il crimine dei crimini”, la sua proclamazione deve ostacolare un disastro in corso. Ma questo significa che ha fallito, e ha indebolito la portata della criminalizzazione stessa. Per cercare di ripristinarlo, dobbiamo tornare alla storia partendo dalla conoscenza dei genocidi di armeni, ebrei e tutsi: come emergono dalla giustizia penale internazionale, sia in termini di repressione che di prevenzione, in base alla Convenzione del 1948 e allo status della Cpi. E poi tornare al diritto.

Non sostituire i giudici

L’attenzione sul verificarsi di un genocidio – come se le accuse di crimini contro l’umanità e crimini di guerra non fossero abbastanza gravi – è controproducente. Una mobilitazione dell'opinione internazionale su questi crimini commessi a Gaza non sarebbe meno potente. Il procedimento per  crimini contro l'umanità contro Netanyahu ha avuto un effetto educativo diretto e pieno: quando una minaccia di carestia generale a Gaza è derivata dal pieno blocco imposto sul territorio dal 2 marzo si è concretizzato, il rischio di dover rispondere di questo crimine ha certamente portato Benjamin Netanyahu ad annunciare, il 19 maggio, di voler sospendere questo blocco. Penalmente, questi crimini hanno lo stesso status del crimine di genocidio, ma non lo stesso significato simbolico. Sono spaventosi e saranno processati, e i loro responsabili puniti se condannati.

Gli storici non sono un sostituto dei giudici o degli avvocati. Per giudicare se Israele è colpevole di genocidio, deve essere deciso, sulla base della Convenzione del 1948, se gli atti di crimine di guerra e di crimine contro l’umanità sono commessi con “l’intenzione di distruggere, o in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. La risposta è inseparabile da una politica di raccolta sistematica dei dati e da fonti che Israele ma anche Hamas stanno vanificando dall'inizio della guerra. Si noti che questo blocco delle informazioni può essere molto incriminante per i loro responsabili.

La ripetuta richiesta di Emmanuel Macron per la nascita di uno stato palestinese ridà il suo posto all’azione politica. Ma che risposta merita la sua interiezione: “Chiedete agli storici! Cosa possono fare gli storici? Quali doveri hanno verso i loro contemporanei ossessionati dalla distruzione di Gaza e del suo popolo?

Documentare sistematicamente i fatti come gli storici sanno fare, anche andare sul campo come recentemente Jean-Pierre Filiu? Questa è la base. Aiutare la democrazia israeliana a rompere la trappola mortale dell’ultranazionalismo e della ragione di stato? Senza dubbio. Riesaminare con gli avvocati i criteri del genocidio e l’“intenzione di distruggere”, visto il modello di ripetizione e accumulo di atti di distruzione commessi nonostante tutte le condanne? È un’opzione. Sarebbe probabile restituire alla criminalizzazione del genocidio un significato che ha perso? Gli storici stanno lavorando a lungo termine, ma possono rendere conto anche del presente. Gli storici non sono sostitutivi dei giudici, ma anche le norme giuridiche si basano sulla storia che essi scrivono. Quella dei genocidi, purtroppo, non è finita.

Vincent Duclert è uno storico, ricercatore presso la Scuola di Studi Avanzati in Scienze Sociali/Cespra, autore di “Francia di fronte al genocidio dei Tutsi” (Tallandier, 2024) e “Armenia. Genocidio e giustizia”, con Thomas Hochmann e Raymond H. Kévorkian (Les Belles Lettres, 160 pagine, 19 euro).

 https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/06/11/vincent-duclert-historien-la-focalisation-sur-l-occurrence-d-un-genocide-a-gaza-est-contre-productive_6612121_3232.html