giovedì 5 novembre 2026

Il riassetto dei sovranisti in Europa

Francesca De Benedetti
Gli effetti del midterm sull'Europa: "Trump chi?", i sovranisti si riassettano

Domani, 5 novembre 2026

Le stesse destre che fino a qualche mese fa si contendevano fra loro il brand Maga ora invece prendono tatticamente le distanze dall’impopolare presidente. Questo voto americano offre svariate opportunità e lezioni agli europei. Se solo Bruxelles non preferisse ignorarle...


Fino a un anno e mezzo fa, tra le destre estreme era tutta una gara a chi ce l’ha più Mega, la convention: ci si litigava il brand («Make Europe Great Again»), coi Patrioti di Marine Le Pen e Matteo Salvini pronti a dedicare al Maga-Mega e ai suoi slogan il summit madrileno ospitato da Santiago Abascal, mentre i Conservatori europei di Giorgia Meloni correvano, altrettanto frettolosi, a inventarsi pure un sito e a portare il «Mega2025» (l’evento) nel cuore delle istituzioni europee. E invece adesso ci si inabissa dietro un «non siamo mica americani» («Je ne suis pas américain, je ne suis pas électeur», per dirla con Jordan Bardella): se prima la rincorsa era ad accaparrarsi la declinazione europea del trumpismo, ora la rincorsa è il più lontano possibile da Donald Trump (almeno agli occhi dei propri elettori).

Il riassetto a destra


Gli esperti avevano avvertito – si rileggano le parole del politologo Ivan Krastev su Domani a inizio anno: «Se i democratici dovessero registrare un sonoro successo e Trump di conseguenza si indebolisse, la questione sarà in che modo la destra trumpiana europea ricalcolerà le proprie decisioni, come rinegozierà i rapporti con gli Usa e come ridefinirà la propria strategia». Eccolo, il primo effetto europeo del midterm americano: costringere le destre nostrane a un riassetto.

Per dirla tutta, Giorgia Meloni – alla quale l’astuzia tattica non manca di certo – ha cominciato il riadattamento da tempo. E proprio come, dopo aver ricevuto il bacio sulla fronte e la benedizione politica da Joe Biden, si riavvicinò a Trump – comparendo al fianco di Elon Musk – quando capì che sarebbe tornato alla Casa Bianca, allo stesso modo qualche mese fa, notando la evidente impopolarità di Trump non solo tra gli americani ma anche tra gli italiani specialmente dopo la guerra in Iran, la premier ha esibito scaramucce e distanziamenti. Che sono prevalentemente di facciata: gli accordi tra governi e i rapporti politici continuano, proprio come continuavano con Viktor Orbán anche quando lui, nella primavera del 2022, perse la faccia sull’Ucraina e lei, Meloni, d’un colpo si negò ai selfie.

Quest’anno delle elezioni multiple verrà ricordato per svariate ragioni: la sconfitta di Viktor Orbán dopo 16 anni di ininterrotta deriva autocratica, e poi la batosta per Donald Trump in un mandato che è una versione accelerata di autocrazia per l’America, sono senz’altro tra queste. E un’elezione condiziona l’altra: anche se il trumpismo continua ad agire per destabilizzare l’Europa (basti pensare anche soltanto a quel che è ufficiale, come le linee di finanziamento aperte dall’amministrazione Usa per i think tank filo Maga in Ue, per non parlare delle sparate delle ex ambasciatrici Usa sui cambi di governo o di quelle di Musk sul «terrorismo in Europa»), nel frattempo i cosiddetti sovranisti prendono atto che è meglio nascondere in soffitta il cappellino rosso.

Se alle scorse presidenziali polacche l’ultraconservatore Karol Nawrocki aveva fatto di tutto per un endorsement (con foto) alla Casa Bianca, c’è da pensare che alle prossime elezioni politiche (entro l’autunno) qualcosa possa cambiare. Lo ha già capito Meloni, lo avevano già capito anche Bardella e Marine Le Pen, che ha il chiodo fisso dell’Eliseo e il voto di primavera all’orizzonte: anche il Rassemblement National ha riadattato già prima del midterm la sua strategia, almeno sul versante comunicativo. E in questo il sovranismo offre un assist: basta dichiarare, in fondo, che ognuno pensi al paese suo. Presentare poi ogni rapporto come una cooperazione tra Stati «nell’interesse nazionale», non come un gemellaggio col trumpismo: sia Meloni che Le Pen così già dicono.

Lezioni per l’Europa


Il copione delle destre pare infrangersi, almeno negli Usa del midterm, su due parole chiave, che gli strateghi dem pronunciano in inglese – accountability e affordability, il dovere democratico di render conto e il poter permettersi una vita degna – e che in italiano possono essere sintetizzate in una: potere, potere alle persone. Potere democratico, contro un sistema corrotto che non fa gli interessi popolari, e potere d’acquisto, contro gli effetti nefasti di guerra e inflazione.

In questo specifico frangente della vita politica americana, le guerre culturali – quelle culture wars tanto care a trumpiani, orbaniani e sovranisti – sono finite sullo sfondo perché davanti c’era la lotta sociale: un’alleanza d’occasione tra la classe media impoverita e quelle popolari. Questa sarebbe la lezione, o almeno una delle possibili, per la classe politica europea: ma sarà disposta ad ascoltarla?

L'altra America


Maurizio Molinari
Finisce l'era del populismo Maga, e l'America dovrà reinventarsi

La Stampa, 5 novembre 2026

Con il voto di Midterm l’America si ridisegna in maniera brutale e immediata: a perdere è il populismo di Donald Trump e a vincere i democratici, specchio di diversità e contraddizioni del nostro tempo. Il presidente molto indebolito dovrà ora vedersela per due anni con un Congresso agguerrito che gli darà battaglia su ogni fronte ed è questa la cornice in cui inizia da oggi, di fatto, la lunga corsa verso la Casa Bianca 2028.

A descrivere la trasformazione uscita dalle urne sono numeri e volti: i democratici hanno espugnato roccaforti repubblicane come Texas, Kansas, South Carolina ed Ohio; hanno vinto tutti i seggi in bilico per il Senato; hanno conquistato il 70 per cento delle preferenze di giovani e ispanici; rappresentano una coalizione liberal dalle coste all’entroterra che include moderati, indipendenti ed anche conservatori; portano alla ribalta donne come Gina Hinojosa, afroamericani come Keisha Lance Bottoms, seminaristi come James Talarico, ebrei come Jon Ossoff, musulmani come Abdul El-Sayed e gay come Chris Pappas che descrivono una nazione diversa in tutto ma unita nella volontà politica di porre fine al populismo di Donald Trump.

Se con la vittoria presidenziale del 2016 Trump fu il primo leader populista ad imporsi in una democrazia occidentale e nel 2020 perse contro Joe Biden sul terreno dei diritti - dalle donne agli afroamericani, fino al clima - ora la sconfitta arriva sul terreno che più accomuna, identifica, l’elettorato americano: l’economia. La stessa nazione che nel 2024 ha fatto tornare Trump alla Casa Bianca premiando le sue promesse contro l’inflazione oggi punisce i suoi repubblicani imputandogli il carovita perché i dazi all’import hanno fatto impennare i prezzi sul mercato interno e le guerre, dall’Ucraina al Medio Oriente, generato rincari sull’energia che flagellano il ceto medio in ogni Stato, contea e città.

L’America è, sin dalle origini, una democrazia vibrante e imprevedibile che si ridefinisce in fretta, a ritmi da capogiro, a tratti con brutalità rivoluzionaria: dopo Clinton venne Bush, dopo Bush arrivò Obama, dopo Obama fu il momento di Trump seguito da Biden e poi ancora da Trump. Quanto avvenuto nell’ultimo quarto di secolo è una sequenza mozzafiato di radicali capovolgimenti politici ed identitari che oggi porta alla sconfitta senza appello del modello populista di Trump. Esaltando il valore del suo nemico preferito: il Congresso. Alla Convention di Milwaukee, quando Trump riceve la nomination presidenziale, ridefinisce i repubblicani come il suo movimento - la cui identificazione con se stesso è totale - e negli ultimi 24 mesi così ha governato la nazione, inclusa la maratona finale di comizi negli Stati conservatori durante la quale ha chiesto il voto esaltando ciò che lui dice, fa, pensa e progetta. È questa identificazione assoluta fra movimento e leader che Trump incarna, il populismo rappresenta e che l’America ha rigettato. Con il contributo importante di tanti conservatori moderati che vedono in lui la negazione dell’identità del Grand Old Party di Eisenhower, Nixon, Reagan, Bush e McCain. Come commenta Nikki Haley, l’ex ambasciatrice all’Onu che sfidò Trump nelle primarie del 2024: «Abbiamo perso in maniera così inequivocabile perché non siamo più noi stessi».

L’avvio di tre processi differenti

Ecco perché il voto spartiacque di Midterm segna l’inizio di tre processi diversi e coincidenti destinati a ridisegnare la politica americana e dunque la proiezione degli Usa nel mondo. Primo: il braccio di ferro che si apre il 3 gennaio fra il Congresso di Washington e il presidente “anatra zoppa” vedrà i leader democratici lanciare una raffica di inchieste contro Trump, la sua famiglia e i suoi ministri trasformando per 24 mesi Capitol Hill nel palcoscenico di un processo pubblico ad errori, eccessi e reati dell’amministrazione destinato ad allargare ulteriormente i confini del popolo anti-Trump. Secondo: i democratici sono chiamati ad armonizzare le profonde differenze che li dividono, trasformando il no a Trump in una proposta politica positiva comune per riconquistare la Casa Bianca e ciò significa riuscire a far convergere i liberal di Alexandria Ocasio-Cortez, i moderati di Ossoff e i socialisti di El-Sayed su una comune idea di nazione. Terzo: i repubblicani travolti dal ciclone anti-Trump vanno incontro ad una resa dei conti fra JD Vance, erede di Donald, e Marco Rubio, leader di ciò che resta dei conservatori tradizionali, che si giocherà durante la campagna delle primarie destinata a iniziare, di fatto, quando l’attuale Segretario di Stato si dimetterà, forse già ad inizio del nuovo anno in coincidenza con l’atteso rimpasto di governo.

Tutto ciò significa che il diritto di voto dei cittadini americani è riuscito lì dove l’impeachment e le inchieste giudiziarie avevano fallito: decretare l’inizio della fine dell’era Trump. Non c’è alcun dubbio che l’attuale presidente darà battaglia e tenterà di risollevare le sorti dei Make America Great Again ma il tempo adesso gioca contro di lui perché davanti alla nuova coalizione democratica uscita dalle urne, lui rappresenta oramai il passato. Tutto ciò contiene un messaggio inequivocabile per gli avversari delle democrazie: le autocrazie di Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang che le aggrediscono da fuori, con armi convenzionali ed ibride, così come i populisti che le indeboliscono da dentro, di estrema destra o sinistra poco importa, devono fare i conti con la resilienza di un modello di governo che deve la propria forza alla costante capacità di rinnovarsi grazie alla libertà di voto e al sistema rappresentativo. Come Abramo Lincoln sottolineò nel primo discorso inaugurale del 4 marzo 1861 citando il preambolo della Costituzione che indica fra i suoi scopi «to form a more perfect Union», formare un’Unione più perfetta: ovvero rinnovarsi sempre.

mercoledì 4 novembre 2026

Il grande Kimi Antonelli

Giorgio Burreddu
Ragazzo, uomo, campione del mondo: il romanzo di formazione di Kimi Antonelli

Domani, 1 novembre 2026

Piange, ride, piange di nuovo. Lasciati andare, ragazzo: «We did it», ce l’abbiamo fatta. Si è ricordato persino degli altri, Kimi Antonelli. Del team, degli avversari, degli amici. Della famiglia, certo, stretta attorno a lui mentre piangeva («Sì, sto piangendo troppo») sul podio che lo ha consacrato campione del mondo (il più giovane della storia). È l’ultima riga delle favole, e questa volta per davvero. We did it, noi, italiani, un po’ presuntuosi, che questo Mondiale di Formula 1 ce lo sentiamo addosso.

Indulgente, l’onore ce lo ha concesso lui: «Sono momenti che vivrò per sempre. È un orgoglio vincere per l’Italia». Il ragazzo si farà, lo diciamo tutte le volte. Poi è arrivato il Gp del Canada, quello in cui Antonelli si è messo a fare le sportellate con George Russell, uno più grande di lui di otto anni, sei mesi e dieci giorni. Una vita, quando fai l’atleta di alto livello. Come osa un ragazzino al secondo anno di F1? Antonelli aveva già vinto tre Gran premi e rivelato a tutti il suo talento. Ma non è questo il punto.

Metamorfosi


Benvenuti al Truman Show. Quello di Antonelli, lo spettacolo in cui abbiamo visto il nuovo campione del mondo sbagliare, piangere, crescere, giocare. Insomma, diventare grande. Tutto in diretta. Nel mitico show della F1, e nel successo storico di un italiano dopo 73 anni, si legge però in controluce un vero romanzo di formazione.

Solo un anno fa era il rookie dalla faccia pulita, simpatico, che andava a sbattere e mandava fuori pista gli avversari. Da Lewis Hamilton a Max Verstappen. A Monza, nel 2024, andò a muro durante le libere. Non è niente, cucciolo: take it easy. Si presentò davanti ai microfoni con le lacrime agli occhi. E chiese scusa al team. «Ho spinto troppo».

Un anno dopo, eccolo lì a firmare l’impresa più incredibile che si sia mai vista negli ultimi trent’anni: vincere partendo 19°, con 26 sorpassi, nel Tempio della velocità, un successo diventato immediatamente leggenda. Disse: «Gli errori che ho fatto un anno fa mi sono stati utili». Antonelli si fece preparare un piatto di tagliatelle, poi le mangiò direttamente dalla coppa, affacciato alla balaustra dell'autodromo. Una cartolina impossibile da scordare.

Non è solo l’evoluzione di un pilota: quella di Kimi è stata la crescita di un ragazzo che si è fatto uomo. E infine campione. Una metamorfosi repentina, e questo rende il suo successo nel Mondiale anche più speciale. Se in Canada aveva tirato fuori gli attributi, in altri momenti della stagione Antonelli ha mostrato nuove virtù. Compresa l’altra sua grande caratteristica: l’intelligenza. Nel Gp d’Austria, ad esempio, chiuso al terzo posto, aveva saputo gestire la gara con carattere, lucidità e furbizia.

Lo sport, del resto, è un ambiente strano. Si vince quando si combinano determinazione, capacità, grinta, fortuna, talento. Non necessariamente in quest’ordine. Antonelli ce le ha fatte vedere una dopo l’altra. Non ha mai dimenticato nemmeno la sportività. Come quando, a proposito di Russell, dopo il Gp d’Olanda disse: «George è un uomo squadra».

Tra i due sembrava non correre buon sangue. Invece era solo una rivalità interna. Sana, mai banale. «Kimi è stato migliore di me. Tra noi non ci sono tensioni. È un ragazzo simpatico», ha detto il britannico. Che però ha disertato la festa, beccandosi una multa dalla Fia. Antonelli piace a tutti, persino ai suoi avversari. Su di lui ironizzano, ma lo rispettano. E adesso lo celebrano.

Farsi ascoltare


Ha studiato e lavorato sodo per essere in cima al mondo. Durante la pausa forzata tra il Gp del Giappone e quello di Miami, ad aprile, Kimi si è concentrato quasi ossessivamente sulle partenze. Ha raccontato di aver effettuato tra le 100 e le 150 partenze simulate di fila, tanto da essersi procurato forti dolori al braccio per lo sforzo. La Mercedes lo ha aiutato modificando la monoposto: a partire dal Canada è stato introdotto un volante aggiornato con una nuova leva della frizione, pensata appositamente per migliorare la sua sensibilità nello stacco.

È diventato virale un aneddoto riguardante il fine settimana di Austin: Kimi è stato visto aprire il portatile al ristorante durante una cena per studiare i video delle partenze di Max Verstappen. I frutti di questo lavoro si sono visti proprio ad Austin, quando è scattato perfettamente dalla pole position, ha difeso il suo primo posto e ha vinto. Questo netto miglioramento lo ha reso quasi inarrestabile nella seconda metà del campionato.

Ma nemmeno tutto questo è sufficiente a dire cos’ha di speciale Kimi. È la faccia bella della sua generazione, quella che lotta per farsi ascoltare. E di cui tutti ora si affrettano a dire qualcosa. Dai vip ai politici. Anche Giorgia Meloni. Un successo, ha detto la presidente del Consiglio, «che riporta un pilota italiano sul tetto del mondo, premiando talento, impegno, determinazione e dedizione. Un motivo di grande orgoglio per la nostra Nazione. Complimenti, Kimi».

Antonelli è uno che ha pescato un sogno dal cassetto, lo ha coltivato, amato, custodito. Ha avuto rispetto per se stesso e per gli altri, dalla famiglia agli avversari: nessuno escluso. Si potrebbe persino dire che è un esempio. E se ci fa strano perché ha solo vent’anni, beh, forse non abbiamo capito che generazione sta arrivando.