lunedì 19 febbraio 2024

José Gotovitch

 

 


Un "mostro sacro" della ULB ci ha appena lasciati. José Gotovitch detto Gotò è morto. Nato nel 1940, nelle Marolles, rione popolare vicino al centro di Bruxelles, sarà salvato dalla deportazione grazie alla solidarietà di quartiere durante una retata e vivrà la guerra dalle parti di Namur come bambino nascosto. Iscritto nel 1957 alla ULB, partecipa alle attività del Circolo studentesco comunista. Il giovane attivista è appassionato di solidarietà e lotta. Nel 1960 lo studente parte per Cuba. Incontrando laggiù Che e Fidel Castro. Questo incontro gli dà un'aura con le generazioni che ha formato. Sarà tra i primi a lavorare sulla storia della seconda guerra mondiale e pubblicherà con Jules Gérard-Libois "L'An 40", libro che mantiene la sua rilevanza ancora oggi, uno dei bestseller della storia belga. José diventa quindi un personaggio pubblico, ospite molto regolare di programmi radiofonici o televisivi. Rinomato specialista della seconda guerra mondiale, dedicò la sua tesi di dottorato alla resistenza comunista e diresse CegeSoma, il Centro Federale per gli Studi della Guerra e della Società. Oltre a dirigere questo centro di eccellenza, affascinerà generazioni di studenti delle scienze umanistiche e sociali nel suo grande corso di storia contemporanea. José amava insegnare, era, secondo le sue parole, "la gioia della sua vita". Ha anche guidato il seminario di storia contemporanea e ha insegnato ai giovani storici il metodo, il rigore e la "costruzione" della storia. Insegnare era "il suo respiro". Per la sua finezza e intelligenza ma anche per la sua eloquenza ed entusiasmo, José Gotovitch non poteva lasciare indifferente. Impegnato, rigoroso, lascia un vuoto enorme ma anche inevitabile lavoro di ricerca.

Annemie Schaus, rettrice dell'Università libera di Bruxelles

 https://www.journalbelgianhistory.be/nl/system/files/edition_data/articlepdf/ART_Lagrou_Conway_BTNG-RBHC_2019.2-3.pdf

domenica 18 febbraio 2024

Schlein, qualcosa si muove


                                                             Alessandra Todde

 

Marina Della Croce, Schlein avvisa i suoi: «La destra è divisa». Nodo terzo mandato, il manifesto, 18 febbraio 2024

Elly Schlein riunisce la segreteria del Partito democratico in vista della direzione di domani e invita i suoi a restare all’erta: «Le divisioni delle maggioranza sono sempre più evidenti». Il riferimento è allo scontro di questi giorni sul terzo mandato ma anche alle divaricazioni che emergono sulla politica estera. La segretaria ha rivendicato «l’avanzamento che il Pd ha fatto fare al Parlamento con la richiesta del cessate il fuoco in Medio Oriente» e ha citato gli imbarazzi dei salviniani sulla morte di Navalny: «Le Lega ieri ha difeso Putin attraverso le dichiarazioni di Crippa a cui abbiamo reagito – afferma – Per noi le responsabilità di Putin sono forti».

IL RESTO della discussione ha riguardato il congresso del Pse dei prossimi 1 e 2 marzo. Il fatto che i socialisti europei abbiano scelto Roma per il congresso, che si terrà alla Nuvola dell’Eur, dimostra che «l’Italia sarà centrale nella sfida tra la nostra famiglia politica e la destra». Per il Pd si tratta di un «riconoscimento delle battaglie che il partito e la segreteria Schlein stanno portando avanti». Durante il congresso verrà anche adottato il manifesto elettorale del Pse per le europee, anche se le linee politiche dei diversi partiti fratelli in questi mesi non sono apparse del tutto coincidenti (si pensi alle diverse posizioni prese dal premier spagnolo Pedro Sanchez e dal presidente del consiglio tedesco Olaf Scholz). Ma circola già una bozza di documento al quale Schlein avrebbe contribuito «in maniera fondamentale» su due punti in particolare: pace e lavoro. L’occasione non è servita a dirimere la questione su un impegno diretto della segretaria all’appuntamento elettorale di giugno. «Prima viene la squadra – ribadiscono dal Partito democratico – Facciamo le liste e poi valutiamo se è utile una candidatura della segretaria. Nessuno durante la segreteria di questa mattina ha messo sul tavolo la questione. Il fatto che ci stia ragionando su non è tatticismo politico, ma una scelta di metodo».

MA LA VICENDA del terzo mandato ha creato tensioni anche tra i dem. Dalla riunione di ieri tendono a minimizzare. «Il punto vero è la divisione della maggioranza – dicono – Il Pd non ha i numeri per decidere, la nostra posizione passa in secondo piano mentre di là litigano. Quelle della destra sono divisioni, le nostre sono discussioni. Noi siamo un partito che discute non un partito a conduzione familiare». Dunque, anche questa discussione si farà proprio in direzione, coinvolgendo anche gli amministratori locali e «senza posizioni cristallizzate». La vicenda è rilevante anche perché se, come al momento sembra, con la destra è divisa si dovesse arrivare alla conta in commissione affari costituzionali, la posizione assunta dal Partito democratico potrebbe fare la differenza. Dopo la strage di Firenze, inoltre, il Pd intende seguire il modello della mozione sul Medio Oriente e richiamare l’attenzione del governo anche sul tema della sicurezza sul lavoro «dal momento che palazzo Chigi «ha gli strumenti per affrontare la questione: non basta più il cordoglio, servono misure urgenti ed efficaci». Quanto al confronto tv con Giorgia Meloni, trapelano le seguenti cose: si farà, non si sa ancora su che canale televisivo, non sarà a brevissimo. 

IERI GIUSEPPE CONTE, impegnato per le regionali per Alessandra Todde, ha esaltato il modello della coalizione e chiesto che Schlein compaia al suo fianco su di un palco isolano in occasione della fine della campagna elettorale: «Sicuramente questo è un esperimento che ha portato a un progetto serio e credibile – ha detto il leader del Movimento 5 Stelle – Forze progressiste e civiche che hanno lavorato intensamente per un programma coeso e obiettivi condivisi». Al Nazareno, dove si attendono che lo stesso spirito ecumenico emerga anche in altri territori (in primis il Piemonte), fanno sapere di aver «registrato» la richiesta dell’avvocato.

Elly Schlein riunisce la segreteria del Partito democratico in vista della direzione di domani e invita i suoi a restare all’erta: «Le divisioni delle maggioranza sono sempre più evidenti». Il riferimento è allo scontro di questi giorni sul terzo mandato ma anche alle divaricazioni che emergono sulla politica estera. La segretaria ha rivendicato «l’avanzamento che il Pd ha fatto fare al Parlamento con la richiesta del cessate il fuoco in Medio Oriente» e ha citato gli imbarazzi dei salviniani sulla morte di Navalny: «Le Lega ieri ha difeso Putin attraverso le dichiarazioni di Crippa a cui abbiamo reagito – afferma – Per noi le responsabilità di Putin sono forti».

IL RESTO della discussione ha riguardato il congresso del Pse dei prossimi 1 e 2 marzo. Il fatto che i socialisti europei abbiano scelto Roma per il congresso, che si terrà alla Nuvola dell’Eur, dimostra che «l’Italia sarà centrale nella sfida tra la nostra famiglia politica e la destra». Per il Pd si tratta di un «riconoscimento delle battaglie che il partito e la segreteria Schlein stanno portando avanti». Durante il congresso verrà anche adottato il manifesto elettorale del Pse per le europee, anche se le linee politiche dei diversi partiti fratelli in questi mesi non sono apparse del tutto coincidenti (si pensi alle diverse posizioni prese dal premier spagnolo Pedro Sanchez e dal presidente del consiglio tedesco Olaf Scholz). Ma circola già una bozza di documento al quale Schlein avrebbe contribuito «in maniera fondamentale» su due punti in particolare: pace e lavoro. L’occasione non è servita a dirimere la questione su un impegno diretto della segretaria all’appuntamento elettorale di giugno. «Prima viene la squadra – ribadiscono dal Partito democratico – Facciamo le liste e poi valutiamo se è utile una candidatura della segretaria. Nessuno durante la segreteria di questa mattina ha messo sul tavolo la questione. Il fatto che ci stia ragionando su non è tatticismo politico, ma una scelta di metodo».

MA LA VICENDA del terzo mandato ha creato tensioni anche tra i dem. Dalla riunione di ieri tendono a minimizzare. «Il punto vero è la divisione della maggioranza – dicono – Il Pd non ha i numeri per decidere, la nostra posizione passa in secondo piano mentre di là litigano. Quelle della destra sono divisioni, le nostre sono discussioni. Noi siamo un partito che discute non un partito a conduzione familiare». Dunque, anche questa discussione si farà proprio in direzione, coinvolgendo anche gli amministratori locali e «senza posizioni cristallizzate». La vicenda è rilevante anche perché se, come al momento sembra, con la destra è divisa si dovesse arrivare alla conta in commissione affari costituzionali, la posizione assunta dal Partito democratico potrebbe fare la differenza. Dopo la strage di Firenze, inoltre, il Pd intende seguire il modello della mozione sul Medio Oriente e richiamare l’attenzione del governo anche sul tema della sicurezza sul lavoro «dal momento che palazzo Chigi «ha gli strumenti per affrontare la questione: non basta più il cordoglio, servono misure urgenti ed efficaci». Quanto al confronto tv con Giorgia Meloni, trapelano le seguenti cose: si farà, non si sa ancora su che canale televisivo, non sarà a brevissimo.

IERI GIUSEPPE CONTE, impegnato per le regionali per Alessandra Todde, ha esaltato il modello della coalizione e chiesto che Schlein compaia al suo fianco su di un palco isolano in occasione della fine della campagna elettorale: «Sicuramente questo è un esperimento che ha portato a un progetto serio e credibile – ha detto il leader del Movimento 5 Stelle – Forze progressiste e civiche che hanno lavorato intensamente per un programma coeso e obiettivi condivisi». Al Nazareno, dove si attendono che lo stesso spirito ecumenico emerga anche in altri territori (in primis il Piemonte), fanno sapere di aver «registrato» la richiesta dell’avvocato.

lunedì 12 febbraio 2024

Luisa Ghini

   

 


Maria Luisa Righi

Nel giorno del ricordo
10/02/1920 - 27/04/2006. Viekoslava Deskovic da noi conosciuta come Luisa Ghini, è nata a Sebenico in Dalmazia.
Militante antifascista iugoslava, fu portata al confino a Ventotene dalle milizie fasciste che occupavano il suo paese.
Nella primavera del 1942 tutta la sua famiglia venne arrestata, e la madre e la sorella Julka, alla quale avevano fucilato il marito, rinchiuse nel carcere di Fossombrone. Suo fratello Ivan era già nel carcere di Alessandria.
Luisa fece domanda al Ministero degli Interni affinché la sorella fosse trasferita a Ventotene.
II trasferimento fu approvato e Luisa poté ricongiungersi con la sorella. " Quando sulla piazzetta apparve la sottile figura di mia sorella avvolta in nero, il cuore mi si fermò".
Luisa Ghini viene trasferita con la sorella Julka nel campo di concentramento di "Fraschette" vicino ad Alatri. "Lungo il viaggio di trasferimento" racconta Luisa, "cantavamo le nostre canzoni rivoluzionarie, tanto, dicevamo, i poliziotti non ci capiscono!" In quel campo vi erano richiusi più di 4000 iugoslavi in prevalenza donne e bambini. Luisa incontra le madri dei sui compagni di lotta partigiana. fucilati dai fascisti . "La vita nel campo era disastrosa. I bambini non avevano neppure un poco di latte. Noi a Ventotene avevamo imparato che si combatte anche nei campi di concentramento, andammo subito a protestare presso la direzione. Ricordo che con il mio italiano un poco sgrammaticato minacciai il direttore che ci saremmo rivolti alla Croce Rossa perché conoscevamo le norme sul trattamento degli internati. Il giorno dopo i bambini ebbero il loro latte."
L'8 settembre 1943 nel campo di Fraschette arriva la notizia dell'Armistizio. "Era verso sera. Il campo esplose. I canti, i cortei, madri con i figli in braccio tutti felici, finalmente si pensava, saremmo tornati a casa." Ma la gioia durò poco, qualche giorno dopo il quel campo arrivarono i camion di tedeschi.
Si riunì allora il comitato del partito per capire cosa fosse meglio fare. Luisa e un gruppo di altre quattro compagne decisero di evadere. "Noi provenienti da Ventotene sapevamo che il Partito comunista italiano in caso di occupazione tedesca avrebbe organizzato la resistenza chiamando alla lotta tutti gli antifascisti" Scrive sempre Luisa nell'articolo richiamato. "Bisognava parteciparvi" .
Così quella notte Luisa e le sue compagne scavalcano la recinzione. "Nel correre via, le nostre gavette legate alla cintola tintinnavano come campanelle, potevamo essere scoperte da un momento all'altro ma a noi, giovani e forse un po' incoscienti, la cosa fece ridere a crepapelle!"
Dopo la rocambolesca fuga dal campo, Luisa arriva al Roma e poi si reca a Bologna dove abitava la famiglia di Celso Ghini (divenuto suo compagno a Ventotene). Nell'agosto del '44 la sorella Julka che faceva la staffetta per i partigiani, da Bologna si sposta a Parma, dove purtroppo viene arrestata e deportata a Ravensbruck dove morirà.

sabato 10 febbraio 2024

Eric Zemmour

 


 

 

 Il tribuno razzista alleato di Meloni in Europa

editorialista
di Massimo Nava

Éric Zemmour considera l’Islam - e non solo l’islamismo radicale - come un fatto politico, non religioso. Un fatto politico non può essere assimilato. È uno Stato nello Stato. Quindi, un nemico. È in questo spirito che ha scelto il nome Reconquete per il suo un partito. Un ricordo della Reconquista spagnola sotto i re cattolici, che terminò con la successiva espulsione degli ebrei (1492) e dei musulmani (1502). Nelle circostanze attuali, è un avvertimento rivolto a questi ultimi: sta ai musulmani di Francia scegliere tra la religione o la valigia. Zemmour non esita, pur essendo ebreo, a difendere la memoria del maresciallo Pétain. Di conseguenza, il capitano Dreyfus sarebbe stato davvero un «traditore».

Un fenomeno culturale amplificato ha conseguenze politiche impreviste. La Francia è percorsa da anni dalla roboante retorica nazionalista dello scrittore che ha sognato di passare dalla testa delle classifiche in libreria al comando della Nazione, agitando i fantasmi dell’islamizzazione del Paese con spregiudicate diagnosi sul «tradimento» dei padri della patria, Victor Hugo e il generale de Gaulle. Dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, eliminato dalla corsa con un modesto 7 per cento, Zemmour continua a troneggiare nelle vetrine delle librerie e nei media francesi. La narrazione è fatta di provocazioni politiche, conferenze contestate o annullate, cronache giudiziarie e gossip sulla vita privata e sentimentale. Durante la campagna elettorale, è stata resa pubblica la love story con la sua assistente e responsabile per la stampa. Il profeta dell’apocalisse sociale della Francia ha risvegliato gli anticorpi della politica, ma ha obbligato la classe politica e l’opinione pubblica a fare i conti con i suoi proclami e a interrogarsi sullo stato di salute sociale della Francia.

La storia personale scrive al tempo stesso il percorso drammatico di un intellettuale brillante e una vicenda emblematica dell’immigrazione francese, dello scontro sotterraneo fra ebraismo e radicalismo islamico e della reazione emotiva di fronte a fenomeni che fanno parte della storia nazionale. La sua famiglia proviene dall’Algeria. Infanzia e giovinezza s’intrecciano con le vicende della ex colonia. Due anni prima dello scoppio della guerra d’Algeria - siamo nel 1952 - Roger e Lucette Zemmour, i suoi genitori, lasciarono Constantine per trasferirsi a Montreuil, periferia di Parigi. Montreuil è il cuore dell’immigrazione, la periferia più interessante per chi vuol studiare un microcosmo di culture, etnie e religioni. Zemmour ha cancellato anche la storia, i ricordi, i condizionamenti di un’evoluzione sociale complessa fino ad elaborare la teoria della sostituzione progressiva, il tempo in cui nordafricani e e musulmani avranno il sopravvento demografico sulla popolazione francese europea e bianca. Tema questo caro a un altro scrittore di successo, Michel Houellebecq.

Zemmour è il più deciso sostenitore di politiche di espulsione dei nuovi arrivati e rieducazione degli stranieri, senza troppi distinguo fra quanti sono migranti e quanti sono figli e nipoti dei primi migranti e oggi cittadini francesi. Zemmour si rivolge alla borghesia cosiddetta «patriottica» contro una quinta colonna definita: i musulmani. È un’epidemia di parole. Nato in Francia nel 1958, si dichiara un francese di fede ebraica e di origine berbera, ma nega la lontana discendenza araba. Il teorema è semplice: il musulmano postcoloniale di oggi è discendente dell’arabo colonizzato di ieri e rappresenta un pericolo demografico e culturale. Le tensioni tra giovani ebrei e musulmani sono in aumento. Zemmour ha pubblicato un romanzo nel 2008, Petit Frère, ispirato alla storia di un giovane francese di fede ebraica assassinato da un vicino di casa di origine musulmana, nel 19° arrondissement di Parigi. In un’intervista al settimana di destra Valeurs (5 gennaio 2022), ha spiegato programma e pensiero. «Il popolo si è allontanato dalla sinistra, per la semplice ragione che la sinistra si è allontanata dal popolo per sottomettersi alle minoranze. Ponendo la questione della sopravvivenza della Francia, non ignoravo a cosa mi stavo esponendo. È la domanda fondamentale che tormenta i francesi e che è proibita dai media, dalle élite politiche, culturali e intellettuali. E poiché nessuno ha osato fare questa domanda, non ho avuto altra scelta che presentarmi alle elezioni».

«L’assimilazione che propongo è stata la regola per secoli. Quando ero a Sciences Po, negli anni 70, nessuno si scandalizzava nel sapere che certi benefici sociali erano riservati ai cittadini francesi». Zemmour, allontanato a suo tempo dal Figaro e non gradito su diversi canali televisivi che peraltro avevano contribuito al suo successo editoriale, è traslocato sui canali del finanziere Vincent Bolloré
e in particolare sulla rete di notizie 24 ore, CNnews. Da qui ha lanciato la candidatura all’Eliseo, auspicando deportazioni di clandestini e assimilazione di minoranze etniche. Naturalmente, i media di Bollorè hanno continuato ad ospitare e pubblicare personalità politiche e intellettuali di varie tendenze (uno degli autori di spicco è Bernard Henri Lévy), ma il megafono a favore di Zemmour, in stile Fox News, è suonato in modo così ossessivo da provocare addirittura un’audizione al Senato.

«Ci sono tante posizioni nei nostri programmi e nei libri che pubblichiamo. Non ha senso un canale d’opinione. Non ho il potere di nominare nessuno. Gli interessi del nostro gruppo sono il cinema, lo sport e le serie», si è difeso Bolloré. In effetti, le recenti simpatie islamofobiche e sovraniste contrastano con relazioni a tutto campo, com’è buona regola per un uomo d’affari. Il gruppo ha curato a suo tempo la comunicazione di personalità della sinistra, da Bernard Kouchner a Dominique Strauss Kahn, il candidato socialista all’Eliseo poi travolto dallo scandalo della cameriera stuprata al Sofitel di New York. Padre e figlio, Iannick, hanno sostenuto la sindaca socialista di Parigi. In precedenza, avevano sostenuto il sindaco socialista Bertrand Delanoe, in coincidenza dell’appalto per le auto elettriche in car sharing. Uno degli ascoltati consiglieri di Bollorè è stato Alain Minc, oggi vicino a Macron.

Ma che cosa succederà se un giorno non lontano Marine Le Pen o Eric Zemmour dovessero conquistare l’Eliseo? Bollorè consoliderà la rivoluzione/evoluzione del conservatorismo francese? La risposta potrebbe risiedere nelle pieghe meno evidenti dell’impero: il settanta per cento dei libri scolastici, la metà dei tascabili, la distribuzione dei libri, le grandi case editrici e le vetrine invase da Zemmour e Houellebecq. Ma sopratutto il consenso di una Francia (e di un’Europa) spaventata dai flussi migratori incontrollati, dall’insicurezza - percepita - nelle città, dalla crisi economica che declassa il ceto medio e rende i ricchi sempre più ricchi. Se la sinistra annaspa o si radicalizza, la destra seduce. E il mondo inquinato dai social network produce semplificazioni antagoniste: noi e loro, io e l’altro. Zemmour, cervello fino, lo ha capito con grande anticipo.

venerdì 19 gennaio 2024

L'ora di Lysenko

 

 

 

Trofim Denisovič Lysenko

Il caso Lysenko appartiene ormai a un lontano passato. Detto in poche parole, consisteva in una invasione di campo. Il partito comunista dell'Unione Sovietica si arrogava il diritto di stabilire quale fosse la teoria giusta nel settore degli studi biologici. Veniva condannata la genetica e veniva promossa invece una particolare concezione della biologia, quella ideata dall'agronomo ucraino Trofim D. Lysenko (1898-1976). Già nel 1938 si era avuta una prima consacrazione, quando Lysenko era diventato presidente dell' Accademia pansovietica di scienze agrarie Lenin. Nel 1948 si arrivò al trionfo supremo: in una sessione di questa accademia Lysenko fu riconosciuto ufficialmente come la massima espressione della scienza biologica. L'apice della sua fortuna si può collocare nell'agosto 1948 quando quella stessa Accademia sovietica di scienze agrarie annunciò che da allora in poi il lysenkoismo sarebbe stato insegnato come "l'unica teoria corretta". L'incursione del potere politico nel dominio della scienza diventò oggetto di discussione in Occidente e anche in Italia. Nel clima ormai imperante della guerra fredda si formarono due correnti di opinione, una favorevole alla libertà della scienza, l'altra contraria, attratta dal richiamo di una scienza «sovietica» superiore, impegnata in una prometeica opera di potenziamento dell’agricoltura, attenta ai bisogni della società e fedele al materialismo dialettico. La consacrazione finale del lysenkoismo fu una vera tragedia per la scienza, la coscienza, la stessa vita di molti studiosi sovietici. Per i partiti comunisti dell’Occidente essa segnò invece l’inizio di una stagione di drammatiche lacerazioni. Gran parte dei biologi si schierarono per il mantenimento di criteri scientifici staccati dalle ideologie. Da buon comunista fedele alla linea del partito Calvino si schierò dalla parte di Lysenko. Tutta questa materia è trattata nel volume di Francesco Cassata, Le due scienze" Il "caso Lysenko" in Italia, Bollati Boringhieri, Torino 2008; l'articolo di Calvino sull'Unità edizione piemontese è citato e in parte ripreso a pagina 39 del testo. In precedenza gli Editori riuniti avevano pubblicato Il caso Lysenko (ed. or. 1976) di Dominique Lecourt. 

Italo Calvino, La verità sul dibattito Lysenko, l'Unità edizione piemontese, 31 dicembre 1948

 I giornali borghesi continuano a parlare di Lysenko e della polemica sulla biologia svoltasi lo scorso agosto nell'Unione Sovietica. Ne parlano, come al solito, con superficialità, volgarità e malafede per penna dei loro giornalisti, e con la cronica incomprensione di tutto ciò che avviene nel paese del socialismo, per penna di scienziati peraltro seri. Non è perciò il caso di rispondere ai singoli articoli: prima di tutto occorre dare quella base d'informazioni che ai più manca. La rivista parigina Europe nel suo ultimo numero (ottobre '48) pubblica il testo integrale della relazione Lysenko, le discussioni all'Accademia di Scienze Agrarie e le risoluzioni finali. Cercheremo di darne un esauriente riassunto; ma prima di tutto occorre mettere in luce come mai un dibattito di biologi diventa in U.R.S.S. una questione di interesse nazionale, che occupa per giorni e giorni intere pagine della Pravda e degli altri quotidiani, una questione cui s'interessano milioni e milioni di cittadini e silla quale dà il proprio parere il Comitato Centrale del Partito. In un paese socialista il progresso della cultura non è staccato dal progresso comune di tutta la società; la scienza non compie le sue ricerche chiusa nei laboratori, dando alla società solo i prodotti immediatamente utilizzabili delle sue ricerche, indifferente al fatto che essi vengano usati come armi di distruzione o come farmaci. La società socialista è un tutto armonico in cui lo sviluppo di una parte è condizione dello sviluppo del tutto: non ci si può fermare né si può pretendere di sviluppare anarchicamente le proprie ricerche; chi perde il contatto con i bisogni della società perde ogni facoltà di controllare se la direzione in cui si muove è giusta o sbagliata. Lo scienziato socialista, strettamente legato alla pratica, ha possibilità che lo scienziato della società socialista non si sogna d'avere. La condizione tradizionale della scienza che compie le sue ricerche a dispetto della classe dominante, che vede le sue scoperte usate come mezzo di speculazioni e non per il bene dell'umanità, si va sempre più trasformando, nell'epoca dell'imperialismo in una condizione ancor più tragica: le possibilità della scienza possono essere limitate anche nella società borghese, ma nella misura in cui le sue ricerche hanno un interesse per la guerra. In U.R.S.S. al contrario lo scienziato ha a sua disposizione tutto un sesto del mondo come laboratorio per verificare la giustezza dei suoi ritrovati: può vedere le sue scoperte subito adottate in larghissima scala, e usate per il bene dell'umanità. Ma perché questo avvenga, bisogna che lo scienziato non si proponga «la scienza per la scienza», bensì i suoi obiettivi coincidano con gli obiettivi generali della società. In un tutto che ha come ragione di vita la trasformazione in una data direzione (prima la costruzione del socialismo attraverso i piani quinquennali, per l’industrializzazione del paese, poi il passaggio dal socialismo al comunismo mediante un enorme aumento delle capacità produttive) ogni sforzo va teso in quella direzione; non può essere sprecato né un pensiero né un gesto; il primo criterio deve essere: serve o non serve allo sviluppo della rivoluzione? Chi seguendo le sue ricerche specifiche perde di vista gli interessi generali diventa un veicolo di ideologie reazionarie [reazionario nel testo originale]. Ecco perché Lysenko e i biologi della scuola miciuriniana, che moltiplicano la produzione delle patate e trasformano le steppe in campi coltivati, sono i naturali portavoce del materialismo dialettico in campo biologico, mentre i genetisti tradizionali, occupati in studi non immediatamente immissibili nel processo produttivo, aprono le porte nel campo della teoria ad illazioni idealistiche, irrazionali e pessimistiche e nel campo della pratica monopolizzando gli studi biologici, sottraggono forze alla trasformazione della natura da parte dell'uomo e sabotano la rivoluzione, la costruzione della società comunista. Se dei paralleli possono essere fatti tra settori diversi della cultura, la vittoria della scuola miciuriniana sulle altre scuole biologiche può essere paragonata alla vittoria, avvenuta anni orsono, della tendenza del realismo socialista in letteratura e in arte, sulle altre scuole più o meno contaminate dal formalismo. Solo il realismo socialista in tutta l’ampiezza dei suoi possibili sviluppi, può procedere di pari passo con lo sviluppo generale della società, continuamente nutrendolo ed essendone nutrito. E veniamo dunque alla relazione sulla «situazione della scienza biologica» alla sessione estiva dell'Accademia Lenin di Scienze Agrarie, tenuta dal presidente dell'Accademia, T. D. Lysenko. Egli si rifà alla dottrina di Darwin che segnò l'inizio della biologia scientifica e che con la teoria della selezione naturale e artificiale diede una spiegazione razionale allo sviluppo della materia vivente. Ma la teoria di Darwin, dice Lysenko, indiscutibilmente giusta e materialista nelle sue linee fondamentali, non fu immune da errori: nella concezione di «lotta per l'esistenza» le infiltrazioni della teoria di Malthus forzarono il significato storico e filosofico del darwinismo mettendolo alla stregua delle altre dottrine borghesi dell'epoca la «guerra di tutti contro tutti» di Hobbes in filosofia, la libera concorrenza in economia, il principio malthusiano della popolazione in sociologia). Nel periodo post-darwiniano i biologi progressisti, come Timiriazev, sostennero e svilupparono il darwinismo come dottrina dello sviluppo della natura vivente e lo difesero dagli attacchi degli oscurantisti e della Chiesa. I biologi reazionarin cercarono invece di spogliare la dottrina di Darwin dei suoi elementi materialisti e di ridare la biologia in balia dell'idealismo. Lysenko accusa uno dei fondatori della genetica moderna, il Weissmann, d'aver rifiutato di ammettere l'ereditarietà dei caratteri acquisiti, e d'aver dichiarato guerra ai principi di Lamarck, cioè all'azione direttamente trasformatrice dell'ambiente. Secondo Weissmann, la «materia ereditaria» è costituita solo dai cromosomi, ciascuna delle cui particelle determina una data parte dell'organismo: i cromosomi costuirebbero un mondo a parte, autonomo dall'organismo e dalle sue condizioni d'esistenza. «Una materia ereditaria immortale senza rapporti con le caratteristiche qualitative dello sviluppo d'un corpo vivente, che governa il corpo mortale ma che non può avere origine da esso: tale è la concezione apertamente idealista, mistica nella sua essenza che Weissmann presenta sotto il travestimento di neodarwinismo», dice Lysenko. E accusa i seguaci di Mendel e di Morgan d'aver aggravato le posizioni idealistiche implicite in Weissmann, fino a negare l'evoluzione o a riconoscerla solo come processo di cambiamenti quantitativi. Oggi le due posizioni della biologia: reazionaria e progressiva, sono particolarmente nette. L'agricoltura socialista, il regime dei kolkoz e dei sovkoz ha dato origine a una nuova scienza biologica le cui basi sono state poste dai grandi agrobiologi sovietici Miciurin e Williams. Secondo i miciuriniani i noti principi del lamarckismo, che ammettono la funzione attiva dell'ambiente nella trasformazione dei corpi viventi, sono giusti e pienamente scientifici. L'eredità dei caratteri acquisiti è possibile e indispensabile; ma il fatto essenziale della dottrina di Miciurin è che ad ogni biologo è aperta la prospettiva di dirigere la natura degli organismi vegetali e animali, la prospettiva di poter trasformare questa natura conformemente alle necessità pratiche. Il nocciolo della disputa tra le due tendenze biologiche è dunque questo: è possibile la ereditarietà dei caratteri acquisiti dagli organismi vegetali e animali nel corso della loro vita? I miciuriniani dicono di sì, i mendelisti-morganisti lo negano. Lysenko passa poi a citare affermazioni di morganisti sovietici, mettendo in luce come le loro idee li portino a negare che le trasformazioni del sistema abbiano influenza sulla «materia ereditaria». La lotta tra miciuriniani e morganisti era in una fase acuta già da tempo. Lysenko rigetta le accuse mossegli dagli avversari d'aver sabotato le loro ricerche e li accusa a sua volta di aver fatto di tutto, benché in minoranza nell'Accademia Lenin, per ostacolare gli studi dei giovani miciuriniani, tanto fruttuosi per l'agronomia socialista, mentre loro rivolgono tutta la loro attenzione a sterili statistiche di cromosomi. Invece il motto di Miciurin fu: «Noi non ci attendiamo che la natura ci elargisca i suoi doni; il nostro compito è di strapparglieli». Per Miciurin l'organismo e le condizioni di vita ad esso necessarie sono un tutto indivisibile. L'eredità è la proprietà che un corpo vivente ha d'esigere date condizioni di vita e di sviluppo e di reagire in una data maniera a tale o tal altra condizione». La conoscenza delle esigenze naturali e del rapporto dell'organismo con l'ambiente dà la possibilità di dirigerne la vita e lo sviluppo, non solo, ma la stessa ereditarietà. Le trasformazioni sono causate dalle modificazioni del tipo d'assimilazione; se la vernalizzazione del grano di primavera avviene a temperature più basse, esso può essere trasformato dopo qualche generazione in grano d'inverno. La teoria cromosomica dell'ereditarietà nega anche ogni possibilità d'ottenere degli ibridi per altra via che non la via sessuale. Miciurin sostenne la possibilità anche di ibridi vegetativi, mediante innesto. Egli termina la sua relazione con una serie di critiche e di autocritiche sulle deficienze della lotta contro il contrabbando ideologico dei morganisti, e ribadisce la necessità che si sviluppi una nuova generazione di biologi sovietici miciuriniani. Nella discussione della relazione Lysenko gli interventi più numerosi e più interessanti sono quelli che documentano i magnifici risultati dell'agrobiologia miciuriniana: dalla produzione di nuove scpecie di montoni astrakan al grano della Siberia, dall'avicoltura alla coltivazione della «steppa di pietra» del sud-est. Su questi risultati pratici già il nostro giornale ha pubblicato diversi articoli, e altri ne pubblicherà ancora. Qui daremo notizia degli interventi più propriamente ideologici. Molti scienziati ribadiscono il carattere reazionario della «genetica formalista»: Glutcenko, Dolgucin, Dimitriev, Dimitov, Mitin, Lobanov mettono l'accento sui rapporti del morganismo col malthusianesimo, col razzismo, col pessimismo sociale. La rivista «Europe» riassume anche gli interventi degli avversari di Lysenko che rispondono alle critiche mosse loro: Jebrak difende gli studi sui cromosomi, Zavadovsky si dichiara anche lui contrario alla genetica formalista ma dice che le tendenze sono tre: darwinismo logico, weismanismo reazionario e lamarckismo meccanicista, materialista volgare. Contrari a Lysenko si dichiarano Rapoport, Alikhamin, Kislowsky, Jukowsky e Shmalgausen: essi, pur dichiarandosi materialisti, antidealisti e in una certa misura miciuriniani, difendono determinati aspetti delle loro teorie genetiche. Particolare interesse ha una lettera al Comitato Centrale del Partito e al compagno Stalin di Youri Zdanov, scienziato e collaboratore del Comitato Centrale. La lettera è un'autocritica di Youri Zdanov in cui egli riconosce d'aver sbagliato tentando di smorzare il contrasto tra le due tendenze avverse e lasciandosi fuorviare dagli aspetti d'interesse personale della lotta senza mettere in evidenza il fondo ideologico della questione. Egli riconosce anche di aver criticato aspramente Lysenko (con cui egli continua a essere in disaccordo su parecchi punti) senza pensare che questo portava acqua al mulino della ideologia reazionaria. 

giovedì 11 gennaio 2024

Italo Calvino, Se questo è un uomo

 

 


Se questo è un uomo, il libro al quale Primo Levi affidò la sua testimoniaza della vita nei campi, era stato rifiutato da Einaudi. Uscì, nella sua prima edizione, nell'autunno del 1947 (e non nel 1948, come sostiene Calvino nell'articolo che segue) per la piccola casa editrice torinese De Silva diretta da Franco Antonicelli.
Del libro furono stampati 2500 esemplari e ne furono venduti 1500, che da anni ormai sono diventati oggetti preziosi e quasi introvabili sul mercato antiquario; l'opera ebbe recensioni autorevoli, tra cui quella di Italo Calvino che la definì un libro magnifico, le cui pagine, di autentica potenza narrativa, sarebbero rimaste nella nostra memoria tra le più belle della letteratura sulla seconda guerra mondiale.
Quella recensione è successivamente diventata il risvolto editoriale del volume pubblicato da Einaudi nel 1958. Figura nel Libro dei risvolti (Einaudi, 2003, ultima edizione Il libro dei risvolti. Note introduttive, quarte di copertina e altre scritture editoriali, Mondadori, 2023).

Italo Calvino, Un libro sui campi della morte. "Se questo è un uomo", L'Unità edizione piemontese, 6 maggio 1948

C'era un sogno, racconta Primo Levi, che tornava spesso ad angustiare le notti dei prigionieri dei campi di annientamento: il sogno di essere tornati a casa e di cercare di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, ed accorgersi con un senso di pena desolata ch'essi non ascoltano, che non capiscono nulla di quello che loro si dice. Io credo che tutti gli scampati che abbiano provato a scrivere le loro memorie su quella terribile esperienza si siano sentiti prendere da quella pena desolata: di aver vissuto un'esperienza che passa i limiti del dicibile e dell'umano, un'esperienza che non potranno mai comunicare in tutto il suo orrore a nessuno, e il cui ricordo continuerà a perseguitarli con un tormento della sua incomunicabilità, come un prolungamento della pena.
Per fatti come i campi d'annientamento sembra che qualsiasi libro debba essere troppo da meno della realtà per poterli reggere. Pure, Primo Levi ci ha dato su questo argomento un magnifico libro (Se questo è un uomo, Ed. De Silva 1948) che non è solo una testimonianza efficacissima, ma ha delle pagine di autentica potenza narrativa, che rimarranno nella nostra memoria tra le più belle della letteratura sulla seconda guerra mondiale.
Primo Levi fu deportato ad Auschwitz al principio del '44 insieme col contingente d'ebrei italiani del campo di concentramento di Fossoli. Il libro si apre appunto con la scena della partenza da Fossoli (vedi l'episodio del vecchio Gattegno) e in cui già si sente quel peso di rassegnazione di popolo ramingo sulla terra da secoli e secoli che peserà su tutto il libro. Poi, il viaggio, l'arrivo ad Auschwitz, e altra scena di struggente potenza, la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, di cui mai più sapranno nulla. Poi la vita del campo: Levi non si limita a lasciar parlare i fatti, li commenta senza forzar mai la voce e pure senza accenti di studiata freddezza. Studia con una pacatezza accurata cosa resta di umano a chi è sottoposto a una prova che di umano non ha nulla.
Null-Achtzen, «zero-diciotto», il suo compagno di lavoro che ormai è come un automa che non reagisce più e marcia senza ribellarsi verso la morte, è il tipo umano cui i più si modellano, in quel lento processo d'annientamento morale e fisico che porta inevitabilmente alle camere a gas. Suo termine autentico è il «Prominenten», il privilegiato, l'uomo che si «organizza», che riesce a trovare il modo di aumentare il suo cibo quotidiano di quel tanto che basta per non essere eliminato, che riesce ad acquistare una posizione di predominio sugli altri e vivere sulla rovina altrui; tutte le sue facoltà sono tese ad uno scopo elementare e supremo: sopravvivere.
Le figure che Levi ci disegna sono dei veri e proprii personaggi con una compiuta psicologia: l'ingegner Alfred L., che continua a mantenere tra i compagni di sofferenze la posizione di predominio che ha sempre tenuto nella vita sociale, e quell'assurdo Elias, che sembra nato dal fango dei Lager e che è impossibile immaginare come un uomo libero, e quell'agghiacciante personaggio del dottor Pannwitz, personificazione del fanatismo scientifico del germanesimo. Certe scene raccontate dal Levi ci ricostruiscono tutta un'atmosfera e un mondo: il suono della banda musicale che accompagna ogni mattina i forzati al lavoro, fantomatico simbolo di quella geometrica follia; e le notti angosciose nella stretta cuccetta, coi piedi del compagno vicino al volto; e la terribile scena della scelta degli uomini da mandare alle camere a gas, e quella dell'impiccagione di chi, in quell'inferno di rassegnazione e di annientamento, trova ancora il coraggio di cospirare e resistere, con quel grido sulla forca: «Kamaraden, ich bin der Letzte!». Compagni, io sono l'ultimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 






























martedì 9 gennaio 2024

Italo Calvino: "Il muro" di Jean-Paul Sartre

 


Italo Calvino, "Il muro" di Jean-Paul Sartre, L'Unità edizione piemontese, 12 gennaio 1947

Sartre è un po' il grande fatto culturale di questi ultimi anni e io non mi fermerò, recensendo questo libro di racconti, a rifare la storia della sua filosofia, a sceverare quanto sia di letterario e di filosofico nella sua letteratura, né accennerò al genere creativo in cui egli è più noto in Italia e cui probabilmente resterà legata la sua fama: il teatro. Il tempo deciderà quanto Sartre abbia detto di valido nelle sue varie attività: certo, alcuni esempi anche nostrani come Pirandello, ci invitano a diffidare degli scrittori troppo intenzionalmente preoccupati  a una problematica d'ordine filosofico.
I racconti di Le mur, insieme al romanzo La nausée, sono la prova più significativa del Sartre narratore: ché la vasta trilogia 
non ancora compiuta de Les chemins de la liberté sembra risentire troppo della sua programmaticità d'esemplificazione esistenzialista.
I racconti di Sartre che ora appaiono per la prima volta in Italia sotto una serafica copertina illuminano la natura umana senza risparmiare alcun andito, una natura umana già di per sé turpe, legata al marchio d'una qualche anomalia sessuale a un peso di carne sopportato con schifo. L'introspezione di Sartre ancor più che psicanalitica potrebbe dirsi fisiologica, se si guarda con quale zoologica esattezza egli controlla le reazioni organiche dei suoi personaggi, dallo svuotarsi di ghiandole al gorgogliare degli intestini. Da questa condizione di schiavitù umana Sartre suscita i momenti d'esistenzialistica angoscia, d'assoluta libertà, di scelta dove il peso dello schifo umano sembra svanire nel vuoto del nulla.
Il muro consta di cinque racconti. In quello che dà il titolo al volume, un episodio della guerra civile spagnola, tutto è davvero espresso narrativamente: è una descrizione della paura di morire fisiologica e metafisica insieme; sarebbe un bellissimo racconto se un ingiustificato finale a sorpresa non lo sciupasse. Ottimo è anche, per l'intensità di clima che raggiunge, La camera, che racconta il caso di coscienza della moglie di un pazzo, simile a quello della commedia italiana Un gradino più giù di Stefano Landi. Eratostene è un caso di misantropia d'origine sessuale che porta alla pazzia; Intimità sono scene coniugali d'un impotente e una frigida. L'infanzia di un capo, che è il racconto più lungo del libro potrebbe essere definito Le vie della libertà all'incontrario. Come nella trilogia Sartre ha voluto rappresentare la via dell'uomo verso l'autodecisione e la realizzazione di sé stesso, qui è un po' la storia delle vie d'uscita che si chiudono e dell'uomo che si trova ad essere qualcosa che in fondo non voleva. E' la storia d'un giovane dell'alta borghesia nel periodo tra le due guerre, all'epoca dei surrealisti e dell'Action française e, come nei Chemins, il maggior interesse del racconto è nella documentazione storica, genere di cui Sartre è un maestro. Poi, nei momenti culminanti, il suo protagonista attacca a ragionare di essere e di nulla, e allora il lettore bene informato può rinfrescare le sue cognizioni d'esistenzialismo.