lunedì 31 agosto 2026

Bobbio e la Toscana

Roberto Barzanti
Norberto Bobbio, gli anni Belfagor, scritti e carteggi

il manifesto, 30 agosto 2026

Le infami leggi razziali che il regime fascista emanò nel 1938 ebbero riflessi drammatici nelle Università, e anche l’Ateneo senese fu tenuto ad applicarle. Il docente Guido Tedeschi, titolare della cattedra di Diritto civile, fu costretto a lasciare l’insegnamento. Il Rettore Raselli nella relazione inaugurale dell’anno accademico, il 13 novembre 1938, ne dette notizia con un’untuosa formula rivolgendo «un’affettuosa parola di commiato – disse –, al nostro ottimo collega, (…) che lascia l’insegnamento, in seguito ai provvedimenti ispirati alle superiori esigenze di difesa della razza».

Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004) sarebbe giunto a Siena pochi mesi dopo. «Quando arrivai a Siena – precisa in una lettera del 19 febbraio 2000 –, probabilmente alla fine dell’anno 1938, Tedeschi non c’era più e quindi non l’ho conosciuto. Si sapeva che era andato ad abitare in Israele. Riguardo alla campagna razziale, ci siamo comportati quasi tutti, come pretendeva la dittatura, con opportunistica rassegnazione, salvo considerarla in privato un’infamia». Da questo scarno frammento traspare l’amara onestà di chi ripensa la sua vita dentro le tragedie del Novecento senza reticenti giustificazioni.

Dal 1939 Bobbio aderì all’attività clandestina del movimento liberal-socialista, incontrandovi Guido Calogero e Aldo Capitini. Nel ’35 era già stato schedato dalla Questura di Torino come «elemento antifascista» per la frequentazione di esponenti di «Giustizia e Liberà», tra i quali spiccavano Leone e Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Massimo Mila. Vinto il concorso a cattedre, che in un primo momento gli era stato impedito di affrontare, Bobbio iniziò la sua carriera accademica presso l’Università libera di Camerino per essere poi chiamato a Siena a sostituire Felice Battaglia come straordinario di Filosofia del diritto. Vi rimase meno di due anni e approfittò della vicinanza di Firenze recandovisi spesso, attratto da personalità come Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei e Luigi Russo (Delia, 29 novembre 1892 – Marina di Pietrasanta, 14 agosto 1961).

Il rapporto con il futuro direttore della Normale di Pisa (nel 1943 e, dopo breve interruzione, dal ’44 al ’48) divenne salda consuetudine. Uno stretto legame, di quelli destinati a lasciare il segno, aveva coltivato con Giovanni Gentile. Nella premessa all’edizione del ’34 di Vita e morale militare – ma la stesura risaliva al ’17 – Gentile dichiarò il suo apprezzamento, perché il giovane autore si era «ispirato alle idee del più elevato e schietto idealismo». Viene da interrogarsi sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio; il temperamento focoso e irruente del critico era infatti del tuttio opposto a quello dell'allievo prediletto di Gioele Solari [la formulazione originaria di questa frase risulta incomprensibile: "Viene da interrogarsi  sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio, il cui temperamento era del tutto opposto a quello polemico e irruente dell’allievo prediletto di Gioele Solari"].

Alessio Panichi, che ha curato e introdotto con minuzioso acume i quindici contributi pubblicati dal grande politologo piemontese nella rivista bimestrale fondata da Russo nel 1946 mutuando il titolo da un sulfureo arcidiavolo machiavellico (Norberto Bobbio, Per Belfagor. Gli interventi e le corrispondenze con Luigi e Carlo Ferdinando Russo (Aragno «Biblioteca», pp. LXXI-517, € 60,00) ritiene che proprio le differenze di carattere furono un fattore determinante e complementare.

Bobbio non aveva un cuor di leone. Russo, presentando in Normale Antonio Gramsci in un appassionato discorso (27 aprile 1947), ringraziò Togliatti di avergli messo tra le mani gli scritti ancora inediti dei Quaderni. Li disse scaturiti dall’animo di un «cristiano senza retoriche religioserie»: «Popolarismo più che comunismo nel significato stretto del termine poteva dirsi la sua fede politica». I due carteggi inseriti nella raccolta – 26 scambi con Russo dal 1947 al 1961; 117, dal 1962 al 2001, con il figlio di Russo «Lallo» (1922-2013), raffinato filologo classico laureatosi con Pasquali – documentano tematiche privilegiate e sintomatiche convergenze.

«Belfagor» è stata una rivista unica: né altezzosamente accademica, né populisticamente facile, alternava rigorosi saggi e maliziosi interventi nella rubrica «Noterelle e schermaglie». Il criterio vigente era un pluralismo aperto a «tutti gli studiosi di buona volontà, dai liberali ai comunisti». Una tale impostazione era in piena sintonia con l’ottica di Bobbio circa la distinzione tra politica e cultura. Leggendo le missive e curiosando negli schietti giudizi espressi è come entrare in un frenetico laboratorio, dove gli intendimenti e le posizioni hanno una non filtrata franchezza. Quando Bobbio ringrazia Russo (24 dicembre 1950) per l’invio della nuova edizione di Problemi di metodo critico (Laterza 1950), non nasconde che gli tornano in mente le diatribe che quel testo aveva acceso su Benedetto Croce: «tutti crociani, si accorreva compiaciuti e incuriositi dove si sentiva odore di eresia».

La questione del rapporto con Croce è tra le centrali e invoglia a esplorare le traiettorie formative della generazione diventata adulta col fascismo, non radicata nel passato prefascista, incapace di dar vita a una corrente dotata di originalità, «ma anche troppo vigile e critica – scrive Bobbio a Russo nell’aprile 1955 – per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista». In questa sbrigativa affermazione sopravviveva il legame mai dissolto con il crocianesimo. In La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce Bobbio sostiene che ebbe influenza decisiva, non solo nei giovani, Storia come pensiero e come azione, feconda guida per un liberalismo che ambisse a risolversi anzitutto in «un atteggiamento morale e non politico»: dunque valido per opporre una resistenza al potere imperante.

In un commosso omaggio Bobbio addita Piero Calamandrei quale figura tra le più rappresentative dei giuristi-moralisti di contro ai giuristi-tecnici. I bersagli presi criticamente di mira sono il formalismo e il positivismo ottocentesco, che non si calavano entrambi in una contestuale analisi dei duri problemi di cui occuparsi. Lo storicismo che egli aveva seguito «era sospeso ad un dubbio finale sul senso ultimo della storia: dubbio che non doveva (o non poteva) avere risposta».

Il fatto è che lo «storicismo italiano» era inteso quale umanesimo storico-filologico, «il frutto più cospicuo e duraturo» della filosofia di Croce. In Gramsci e la cultura politica italiana (1978) Bobbio non nascose le critiche più volte indirizzate alle tradizioni che si rifacevano a Marx: l’assenza di circostanziate proposte degli esiti istituzionali e della prospettazione di come contrastare gli abusi del potere conquistato. Questo deficit nel descrivere l’architettura istituzionale da edificare fu un permanente rimprovero.

In una lettera dell’11 aprile 1978 a «Lallo» Russo, riferendosi a un articolo di Aldo Monti pubblicato nella «rivista di varia umanità», Bobbio non esita a rimarcare il suo accordo con l’estensore che «mette bene in rilievo come e qualmente Gramsci, anche lui, come tutti i marxisti (…), non si sia mai occupato delle istituzioni, e abbia sempre considerato gli istituti della tradizione liberal-democratica dal loro lato negativo (che c’è) e mai in quel che avevano di progressivo rispetto allo stato assoluto…». Molto ci sarebbe da aggiungere su un passaggio davvero cruciale se si oltrepassassero i confini cronologici del volume. Bobbio ammise che i limiti gramsciani erano assai diffusi. Commemorando Luigi Russo lo esaltò come uno «storicista militante» con una punta di amichevole ammirazione da parte di chi aveva preferito indossare le vesti di un esigente politologo.

«Belfagor», che chiuse i battenti per volontà di «Lallo» nel 2012, ci ha lasciato 400 fascicoli nei quali si condensa uno spazio memorabile di ritratti, indagini, interrogativi. In essi risiedono solo alcuni tratti di un itinerario in continua evoluzione. Introducendo la nuova edizione di Politica e cultura (2013) – il classico di Bobbio uscito nel 1955 –, Franco Sbarberi si è soffermato sulla consapevolezza dell’autore delle inquietanti alternative «tra Oriente e Occidente, tra secolarizzazione e riconquista religiosa, tra globalizzazione e localismo». Il ruolo proprio dell’intellettuale resterà quello di farsi autonomo «mediatore culturale» fra le diverse civiltà, opponendosi alle ideologie fondamentaliste e alla feroce contrapposizione tra soggetti collettivi e singole persone. Con Kant sconfinerà in un laico profetismo. Il progresso non è necessario, è possibile, dirà a Madrid (L’età dei diritti, 1987). La pace sarà stabile «solo quando vi saranno cittadini non più soltanto di questo o quello stato, ma del mondo». E suprema regnerà la «mitezza»: «l’antitesi della politica».

L'amore funesto


Francesca Ferri
Tra le righe dei classici, lì dove si impara l'amore

Domani, 29 agosto 2026

«Quando mi sono innamorata per la prima volta ho scoperto che tutto quello che avevo sempre creduto dell’amore era una deliziosa menzogna. Di colpo mi si è rivelato un grande segreto: il motivo per cui fatichiamo così tanto a stabilire relazioni interpersonali appaganti e durature è che, tutti, cadiamo spesso vittime di un grande malinteso che ci porta a confondere l’amore e i discorsi sull’amore. No, non sono sovrapponibili. Anzi, a ben vedere procedono proprio in direzioni opposte».

Da questa premessa Rebecca Fierro, conosciuta sui social come Fiorebecca, parte per un viaggio sentimentale letterario per provare a restituirci quell’amore che, nel tentativo di raccontarlo, abbiamo finito per allontanare. Dopo gli studi in Lettere, nel 2023 ha aperto un profilo su TikTok, dove ha iniziato a parlare di relazioni attraverso le grandi opere della letteratura. Da questa idea è nato il podcast Le forme dell’amore, prodotto da BSMT, e poi il suo primo libro L’amore tra le righe. Educazione sentimentale e letteraria per chi va di fretta (Longanesi, maggio 2026).

Con il cuore spezzato, Rebecca Fierro ha deciso di appellarsi ai grandi classici della letteratura e della filosofia per indagare i meccanismi nascosti dell’amore, del desiderio e dell’immaginazione. Dalla letteratura libertina ai romance, da Platone a Dostoevskij, Kafka ed Eco, passando per McEwan, Ginzburg, Nabokov e Calvino, l’autrice svela come i modelli culturali abbiano formato il nostro immaginario sentimentale.

Educazione sentimental-letteraria


Che cos’è l’amore di oggi, quindi, se non il risultato di quel lavoro letterario, filosofico e poetico che, nel corso della storia, ha plasmato silenziosamente le nostre idee, le preferenze e perfino i sogni? Per rispondere Rebecca Fierro ci invita a risalire alle origini dei nostri sentimenti, riconoscere le storie che ci abitano e comprendere, finalmente, che ogni amore si alimenta anche della sua narrazione. L’autrice sfata così i falsi miti che la specie umana ha costruito nei secoli per spiegarsi l’inspiegabile. Tra storie personali e universali, Fierro offre un’educazione sentimentale e letteraria per chi va di fretta, una geografia affettiva per capire lo sguardo della Generazione Z sull’amore.

«Mi interessava mettere in discussione alcune bugie che ci raccontiamo e capire in che modo noi, anche come generazione, possiamo emanciparci da queste narrazioni per costruirne di nuove, più consapevoli», così Rebecca Fierro spiega l’intento del suo libro.

Ogni epoca, d’altronde, costruisce e decostruisce i propri miti romantici. «Oggi per esempio bisognerebbe riconoscere che amare più persone contemporaneamente è possibile. Questo non significa mettere in discussione il valore della monogamia o giustificare qualsiasi comportamento. Significa, piuttosto, essere onesti rispetto alla complessità dell’essere umano. E proprio questa consapevolezza rende ancora più importante la responsabilità che abbiamo nei confronti dell’altro».

Se il cuore fosse in grado di rivolgersi a una sola persona alla volta, allora il tradimento sarebbe soltanto un capriccio, continua Rebecca Fierro. Ma Norwegian Wood di Haruki Murakami «dimostra magistralmente che il cuore umano non è progettato per funzionare seguendo una linea retta. Se dunque la monotonia è una scelta, non può altresì considerarsi una condizione naturale dell’assetto umano». Come suggerisce anche il film Anatomia di una caduta (2023) di Justine Triet, Rebecca Fierro riflette «con lucidità su ciò che, nelle relazioni, rifiutiamo ostinatamente di vedere: la naturale pluralità dei nostri affetti».

Anime gemelle?


Un altro falso mito che l’autrice tenta di sfatare è quello del destino: l’idea di una volontà superiore che provveda per noi. È la fede nella Provvidenza che porta Lucia, ne I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, a dire a Renzo: «Dimenticatevi di me: si vede che non eravamo destinati!» Fortunatamente sappiamo che il matrimonio si compie, perché i due protagonisti riescono infine a sottrarsi alla logica del destino.

«Ancora un falso mito a cui ci si aggrappa con sorprendete facilità è l’idea che l’amore vinca su tutto», come insegna Virgilio nelle Bucoliche: «Omnia vincit amor: et nos cedamus amori», cioè «L’amore vince su tutto, arrendiamoci anche noi all’amore». Invece Romeo e Giulietta di Shakespeare ricorda che «l’amore, per quanto trascinante, non basta a disinnescare un contesto che rema in direzione opposta».

L’autrice, inoltre, decostruisce il modello di relazione che oggi definiremmo tossico, fondato su logiche di dominio, possesso e narcisismo, che ruota attorno alla figura del libertino, nata probabilmente con il romanzo galante del Seicento ma che ancora vive nel nostro immaginario collettivo. «Christian Gray – protagonista di Cinquanta sfumature di grigio – è il perfetto discendente letterario di figure come il Don Giovanni di Molière o il Valmont delle Relazioni pericolose di De Laclos».

Impegno e Gen Z


Alla ricerca di un senso, Rebecca Fierro torna spesso agli scritti di Kierkegaard che considera illuminanti e che l’hanno aiutata nei momenti più difficili. Ma se dovesse consigliare a un ventenne un solo libro sarebbe «La fabbrica delle parole, una fiaba francese di Agnès de Lestrade. Credo che la letteratura per l’infanzia riesca a condensare i grandi significati della vita con una semplicità che noi adulti spesso dimentichiamo. Alla fine possiamo analizzare l’amore all’infinito, ma nella sua essenza resta qualcosa di semplice. Dobbiamo tornare a fidarci di quella semplicità, senza dimenticare che ogni relazione è anche un sistema complesso, fatto di persone diverse e variabili infinite».

Eppure oggi psicanalizziamo ogni relazione sottoponendola a una continua diagnosi. Lo dimostrano i termini nati all’incrocio tra psicologia e cultura digitale ormai entrati nel linguaggio comune, come red flag, ghosting, gaslighting e love bombing. «Facciamo fatica ad abbandonarci, a tollerare il rischio, che invece è una componente essenziale dell’amore. Vorremmo innamorarci come se firmassimo un contratto, con la garanzia di non soffrire mai».

La nostra società ci chiede di essere sempre interessanti, desiderabili, emotivamente maturi, finendo per vivere le relazioni come l’ennesima performance nella nostra frenesia quotidiana. «Abbiamo razionalizzato talmente tanto questo sentimento da avere l’impressione di poterlo gestire, analizzare e controllare completamente. Finisce così per diventare qualcosa da organizzare, quasi da inserire in agenda, anziché un’esperienza che attraversa l’esistenza. Viviamo in un sistema che ci chiede continuamente di essere produttivi e performanti. E questa logica finisce inevitabilmente per contaminare anche le relazioni. È questa un’altra tendenza contro cui dovremmo resistere».

Di conseguenza la Generazione Z viene spesso descritta come allergica all’impegno. «Credo sia necessario considerare il contesto in cui viviamo. Ci sono stati cambiamenti antropologici profondi, come la trasformazione dei ruoli di genere, e cambiamenti economici altrettanto importanti, tra cui la precarietà, la mobilità continua, l’incertezza sul futuro. Viviamo inoltre immersi in un flusso costante di informazioni. Passiamo da un video leggero alle immagini di una guerra nel giro di pochi secondi. È inevitabile che questo produca anche un senso di impotenza. Quando perdiamo fiducia nella possibilità di costruire qualcosa di stabile, tendiamo a investire soprattutto su noi stessi. Per questo credo piuttosto che la Generazione Z abbia perso fiducia nell’impegno».

Tra il disincanto e la ricerca di un approdo, Rebecca Fierro naviga in questa Odissea collettiva tenendo sempre in mente Itaca. «Vivere significa allontanarsi, perdersi, sostare e imparare a riconoscere ciò a cui fare ritorno. Seguire la scia di ciò che il dolore di una separazione ci indica non significa tornare a ciò che eravamo, ma arrivare a ciò che siamo diventati».

Sognare si può, anzi si deve

Severino Salvemini
L'Italia deve tornare a sognare

Corriere della Sera, 31 agosto 2026 

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante i nostri giovani lascino lo Stivale per trasferirsi all’estero in cerca di un futuro migliore. La fuga dei cervelli spinta da scarse opportunità di lavoro e da ruoli demotivanti, carriere opache e scarse retribuzioni. E da una difficile transizione dalla scuola alla occupazione, aggravata dalla richiesta costante di esperienza cumulata per posizioni iniziali.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante circa una donna su tre abbia subito violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita, con la maggior parte delle aggressioni che avvengono all’interno delle mura domestiche. Una emergenza costante, spesso sommersa e esplosa puntualmente con il crescente numero di femminicidi.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il talento femminile si scontri con ostacoli culturali e sociali che frenano la crescita professionale del genere e limitino l’accesso a ruoli di vertice. I carichi familiari e le discriminazioni quotidiane fanno sì che il famoso «soffitto di vetro» sia ancora intatto a più di cinquant’anni dall’avvento del femminismo.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante un crescente disagio culturale e digitale, che si registra con una forte contrazione della spesa per beni culturali come libri e giornali, a favore di una connessione digitale pervasiva, ma spesso superficiale e polarizzata.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante l’aumentata fragilità del welfare e della sicurezza, con una rinnovata sfiducia verso i sistemi sanitari di cura, di assistenza e verso la capacità di affrontare eventi ambientali e sociali.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante una lunga gelata industriale che rischia di scivolare nel gelido inverno della de-industrializzazione, con una nazione che spende più per interessi per il suo debito pubblico (85,6 mld) rispetto all’ammontare degli investimenti per il futuro (78,3 mld).

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante alcuni casi eclatanti come l’ilva di Taranto in profonda crisi finanziaria e industriale da più lustri, in una Italia a cui piace vantarsi di essere la seconda potenza manifatturiera europea. E una manifesta incapacità politica e sindacale di delineare le priorità di un turnaround dove sono coinvolti migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto, che dipendono dagli ammortizzatori sociali e con un timore concreto di una catastrofe occupazionale.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante il nostro stellone non sia presente nei Mondiali di calcio da tre edizioni e si sia assistito dopo settimane di consultazione ad un vergognoso papocchio decisionale per nominare il Commissario Tecnico della Nazionale. Con un caos politico e sportivo fatto di veti incrociati, dimissioni eccellenti e un clamoroso ritiro di un allenatore già nominato e poi sostituito da un altro, che in passato aveva voltato le spalle alla bandiera italiana grazie ad una fuga verso compensi arabi.

Siamo il Paese più bello del mondo, nonostante, dulcis in fundo, un conduttore di una trasmissione televisiva, che, paladino del giornalismo d’inchiesta che racconta le zone d’ombra del potere, si attovagliava a cena un giorno sì e un giorno no con un faccendiere dal profilo grottesco e poco raccomandabile.

Nonostante, perché il nostro è un luogo ammirato e invidiato, specialmente dagli stranieri, che lo considerano il Paese migliore per vivere serenamente: per la sua cultura, per la sua capacità manufatturiera e artigianale, per la sua geografia che mette insieme mari e monti, per la tolleranza del carattere dei suoi abitanti, per la passione che i lavoratori mettono nel loro operato. Insomma per quel soft power tutto italico che riesce a tenere insieme ossimori spesso inconciliabili in altri contesti globali, come la bellezza, il buon gusto e la razionalità programmatica. Diceva alcuni anni fa un claim pubblicitario del film di Giovanni Veronesi Italians: «La vita è troppo breve per non essere Italiani».

Però noi abitanti del Bel Paese siamo un po’ troppo nostalgici verso gli anni passati e ipercritici sulle capacità di scavallare le grandi montagne dei problemi. Le nostre potenzialità non riescono a scaricarsi a terra e viviamo prigionieri della path dependence, ossia del nostro retaggio storico (fantastico, ma troppo conformistico e spesso ostacolo alle novità). Un blocco alle autentiche virtù che spesso, cinici con noi stessi, snobbiamo o non riusciamo a percepire.

Si avverte lo spegnimento di una visione o di un obiettivo comune in cui riconoscersi come nazione. Per uscire da un declino asfittico della recente storia italica e approdare ad una più felice crescita, occorrerebbe un «purpose» sosterebbero gli economisti anglosassoni. Una linea programmatica che aiuti la propensione del Paese a smettere di rimpiangere l’era che fu e invece a ricominciare a immaginare una fiducia collettiva dove gli ingredienti che ci sono riconosciuti come l’estetica, il senso di comunità, la flessibilità, l’innovazione, la qualità della vita prendono insieme corpo in un programma di rilancio e di entusiasmo. Insomma, un manifesto condiviso che sia un colpo d’ala di coraggio e di rischio.

Gli italiani contemporanei, o meglio la giovane generazione che sarà al comando tra dieci anni, deve uscire dalla placida comfort zone e ritrovare la dote di visionari tipica della metà del Novecento, cambiando rotta e riabituandosi a scrivere il proprio futuro e quello dei propri figli. Sognare si può. Anzi si deve.

domenica 30 agosto 2026

La regina Murat

Carolina Bonaparte Murat, regina di Napoli, Castello di Malmaison, 1810

carolina, una vita da collezione

La storia in mostra. Da Parigi a Napoli, a Chantilly una bella esposizione racconta la passione della regina Murat, capace di coltivare gusto e ambizioni artistiche promuovendo anche una cultura del mecenatismo. La partenza con Canova

Fernando Mazzocca
Il Sole 24 ore, 30 agosto 2026

Dopo l’ effimero regno del fratello maggiore di Napoleone Giuseppe Bonaparte, si insediarono nel 1808, su quello che era stato il soglio degli esiliati Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’ Asburgo, Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, la più giovane delle sorelle di Napoleone. Due figure assolutamente diverse rispetto a quelle dei vecchi sovrani, hanno portato anche per il loro carattere e la giovinezza – si erano sposati nel 1800 quando lei aveva solo diciotto anni e lui trentatré – una vera ventata di novità che ritroviamo lungo tutto il corso di una lunga passione collezionistica e di un impegno mecenatesco iniziati subito dopo il matrimonio e proseguiti, con una mirabile coerenza, da Parigi a Napoli.

Dopo la nomina regale i Murat dovettero rinunciare, per volere dello stesso Napoleone, alle loro sontuose dimore in Francia comprese le opere d’ arte e gli arredi, destinati alle residenze imperiali, tra quelle ufficiali e la Malmaison, la splendida dimora prediletta dall’ imperatrice Joséphine. Il loro gusto e le ambizioni collezionistiche avevano cominciato a prendere corpo durante il primo soggiorno in Italia, tra Firenze e Roma, dove nel 1801 Gioacchino non si era fatto sfuggire un’ occasione strepitosa acquistando due dei maggiori capolavori di Canova nel genere mitologico, i gruppi di Amore e Psiche giacenti e Amore e Psiche stanti ora a Louvre, accreditandosi dunque come il primo a possedere in Francia le opere del grande scultore.

Subito dopo l’arrivo a Napoli, città che le entrò subito nel cuore, Carolina si occupò soprattutto di formare una ambiziosa collezione personale destinata ai nuovi appartamenti di Palazzo Reale e alla ristrutturata residenza di Portici, del loro arredamento, degli scavi di Ercolano e Pompei, dell’educazione artistica dei giovani, dell’ incoraggiamento delle manifatture e del sostegno a nuovi artisti, soprattutto quelli chiamati dalla Francia o di una figura come quella del vedutista austriaco Rebell raccomandatole da Eugenio de Beauharnais.

Un impulso decisivo alla formazione della collezione venne dall’acquisto di tredici dipinti, che ne condizioneranno le future scelte e la fisionomia, alla più importante esposizione del tempo, la rassegna apertasi al pubblico nelle sale del Campidoglio il 19 novembre 1809. Alla predilezione per i paesaggi di Pierre-Athanase Chauvin, Nicolas Didier Boguet, Joseph Anton Koch, si affiancano anche le opere del prediletto Granet e un capolavoro perduto di Ingres, la Dormiente. Si tratta di un precedente che deve aver determinato il futuro soggiorno del pittore a Napoli dal febbraio al maggio del 1814, decisivo per l’incremento della collezione dei Murat che poteva ora vantare, accanto alle opere degli amati Gérard e Gros, quelle del più innovativo degli allievi di David che realizzò in quella circostanza per la corte partenopea, oltre al più bello dei ritratti di Carolina rappresentata in una stanza di Palazzo Reale con la finestra aperta sul Vesuvio, ora eccezionalmente in mostra, uno dei suoi dipinti più emblematici La Grand Odalisque e due quadri più piccoli di gusto troubadour (Paolo e Francesca, Il fidanzamento di Raffaello con la nipote del cardinale Bibiena) caratterizzati da una originale sintesi lineare alla Flaxman, cui non devono essere stati estranei la visita agli scavi di Pompei e lo studio dei vasi greci della collezione della regina.

Anche il grande Canova, che tante impronte di sé aveva lasciato a Napoli e che aveva ricevuto l’incarico per un monumento equestre a Napoleone mai realizzato, nel febbraio del 1813 frequentò, per ritrarli, Carolina e Gioacchino. Della versione in marmo di queste due opere, note attraverso i modelli in gesso, se ne erano perdute le tracce sino alla recente ricomparsa dello straordinario busto di lui che, nell’incredibile naturalezza dei tratti del volto e nel fascino dei lunghi capelli riccioluti grande vanto di quest’uomo leggendario per la sua spavalda bellezza, rappresenta una strepitosa novità della mostra dove dialoga con i bellissimi ritratti, in divisa e in costume di corte, di Gérard, il grande ritrattista ufficiale di Napoleone e della famiglia Bonaparte, come dimostra il monumentale dipinto dove Carolina appare appunto a Napoli, nel momento più bello della sua vita, raggiante e circondata dai suoi quattro figli.

Quando nel 1815 la regina lasciò precipitosamente Napoli per l’ esilio, fu costretta ad abbandonare la maggior parte delle opere acquistate che finirono nelle mani del principe di Salerno, ultimogenito di Ferdinando I di Borbone ritornato sul trono. Nel 1851, alla sua morte, passarono al genero il duca d’ Aumale, quarto figlio di Luigi Filippo, ed entrarono a far parte della sua straordinaria raccolta destinata al castello di Chantilly che aveva acquistato e fatto risorgere alle sue rovine. Nasceva dunque, anche grazie alla raccolta di Carolina, uno dei più importanti musei privati del mondo il Musée Condé che con questa mostra ripercorre una parte della sua storia e una delle vicende collezionistiche più affascinanti dell’ Ottocento, perfettamente ricostruita in questa occasione grazie all’ impegno dei due curatori, Mathieu Deldicque, direttore del Museo, e Gennaro Toscano, consigliere scientifico della Bibliothèque Nationale de France.

De Naples à Chantilly. Les collections de la Reine Caroline MuratChantilly, Musée Condé
Fino al 1 ottobre




Re Lear

 re lear, tra prove d’amore e tragedie annunciate

Piero Boitani

Il Sole 24ore, 30 agosto 2026

La pubblicazione di opere di Shakespeare è divenuta un’industria proficua per gli editori di tutto il mondo, perché il Bardo viene rappresentato, letto, insegnato e studiato ormai in tutto il pianeta. Ma non tutte queste pubblicazioni, neppure nei paesi di lingua inglese, raggiungono il livello necessario a presentare adeguatamente l’opera di un autore immenso, complesso e ormai antico quale Shakespeare. L’anglistica italiana, tra le più avvertite d’Europa, ha sempre mantenuto un livello scientifico (e traduttivo) di tutto riguardo, ed è in questo solco che s’inserisce con forza ed eleganza l’edizione del Re Lear di Silvia Bigliazzi. Un volume che comprende non solo una importante Introduzione, ma anche un testo criticamente affidabile (e discusso in apposita Nota), una traduzione assai leggibile, una bibliografia (grazie al cielo) selezionata ma ampia, un apparato di varianti testuali, e un commento (finalmente a piè di pagina) che, senza essere sterminato, tocca tutti i punti che necessitano di chiarimento. Insomma, un modello di come debba oggi essere presentato un dramma di Shakespeare. Un volume simile, pur tenendo conto dell’edizione postuma di Alessandro Serpieri, non esisteva sul mercato italiano dal 1979, quando Giorgio Melchori trasportò in «Oscar Biblioteca» la sua edizione del Re Lear per i Meridiani.

«C’era una volta un re che aveva tre figlie», comincia l’Introduzione a questo Re Lear, immettendo quindi una delle tragedie più cupe del canone shakespeariano nell’albero genealogico delle fiabe, e in particolare nell’ambito delle storie di Cenerentola. Il grilletto che fa scattare lo svolgimento tragico è il «love test», la prova d’amore che il padre richiede alle figlie, perché due, Goneril e Regan, dichiarano di amarlo più d’ogni altra cosa, mentre la più giovane, e favorita, Cordelia, proclama di amarlo nella misura giusta, quanto richiede il rapporto ma non di più (non lo amerà, per esempio, più del futuro marito). Lear, padre senza misura, s’infuria e bandisce Cordelia, privandola della dote. Le due sorelle premiate nella spartizione del regno si rivelano subito malvage, togliendo a Lear i cavalieri del suo seguito e in sostanza spogliandolo di qualunque prerogativa regale egli voglia mantenere. Chiunque prenda le parti di Cordelia, come il Duca di Kent, viene bandito allo stesso modo. Nel frattempo, cresce una trama secondaria, parallela e poi intrecciata alla prima. Qui, «c’era una volta un duca – il Duca di Gloucester – con due figli», uno legittimo, Edgar, e uno bastardo, Edmund. Il secondo complotta per fare in modo che il padre cacci l’erede legittimo lasciando lui padrone del ducato. Assistiamo, così, a tre progressive cadute: di Lear che, privato del potere, si ritrova sulla brughiera, in compagnia di Kent e del Matto, a sprofondare nella follia; di Gloucester, che, spodestato da Goneril e Regan su spinta di Edmund, e addirittura accecato, finisce per raggiungere Lear; e di Edgar che, per sfuggire all’ingiusta condanna comminata dal padre, si trasforma in povero mendicante, Tom O’ Bedlam, e si unisce anche lui al re.

La desolata brughiera devastata dalla tempesta, e in essa una misera capanna, occupano perciò le scene centrali del dramma, la quarta e la sesta del terzo Atto. Lear, Kent, il Matto, il povero Tom, poi Gloucester, sono presenti su questo palcoscenico nel quale allo sconvolgimento della natura corrisponde il progressivo decadere della mente di Lear e l’esplodere della logica della pazzia con il Matto e Tom. È un andare del mondo verso il turbine del nulla che culmina in momenti di spaventosa intensità, come quando Lear se la prende con l’ingratitudine filiale, che è la causa immediata della sua caduta: «Come se questa bocca mordesse questa mano / perché porta il cibo! Ma io punirò tutto questo. / No, non piangerò più. Chiudermi fuori / in una notte simile! Avanti, scatenatevi, sopporterò / … Oh, questo mi porta alla pazzia; ma mi sia risparmiato; / Non voglio pensarci più». O nelle battute allucinate di Edgar/Tom: «Chi dà qualcosa al Povero Tom? L’immondo demonio l’ha trascinato tra fuoco e fiamme, per guadi e per gorghi, paludi e pantani». O infine nel farsesco processo che Lear intenta alle figlie cattive.

Pensiamo di avere raggiunto l’acme della tragedia. Ma ci sono altri due Atti e un quarto in cui la trama si attorce attorno ai due protagonisti principali, Lear e Gloucester, che si incontrano e si riconoscono in una scena che spacca il cuore; si raddoppia in Tom che conduce il padre cieco sulle scogliere. E sembra risolversi nel sublime riconoscimento fra Lear e Cordelia – per precipitare nella loro sconfitta e nella loro morte. Tutto viene usato ed evocato da Shakespeare: la crudeltà più perversa e la più alta nobiltà d’animo, la fedeltà e la lussuria, l’Arcadia di Sidney e le cronache medievali, Giobbe e san Paolo. Quando, alla fine, Lear porta sulle braccia il cadavere di Cordelia ululando, «Urlate, urlate, urlate, urlate! Oh, siete uomini di pietra! / Se avessi le vostre lingue e occhi li userei fino a / schiantare la volta del cielo! Se ne è andata per sempre!», per poi stramazzare morto a terra, possiamo davvero commentare soltanto con le parole conclusive di Edgar: «I vecchi hanno sopportato più di ogni altro. Non vedremo / noi giovani tanto, né altrettanto vivremo»?

William Shakespeare, Re Lear, a cura di Silvia Bigliazzi,  testo inglese a fronte, in collaborazione con l’Associazione Italiana di Anglistica, Mondadori, BUR Classici, pagg. 412, € 10