mercoledì 30 settembre 2026

Elogio della distinzione: fascismo, populismo, nazionalismo


L’illusione dell’universale astratto: approssimazione metodologica, culto dell'ideologia e necessità di un realismo radicale

1. Il cortocircuito epistemologico: dall'approssimazione all'inefficacia
Nel campo delle scienze sociali e della prassi politica, la superficialità metodologica non rappresenta un semplice vizio di forma, ma dà luogo a un errore sostanziale che compromette l'efficacia di qualsiasi azione. Come già evidenziato da Giovanni Sartori nella sua critica al "concettualismo stiracchiato", la tendenza a dilatare le categorie analitiche per comprendere fenomeni eterogenei svuota i concetti della loro forza euristica. Quando la distinzione tassonomica viene sacrificata sull'altare di una sintesi approssimativa, il dato reale viene rimosso. Questo deficit di partenza trova terreno fertile nell’ideologia dogmatica, intesa come sistema chiuso che deforma la contingenza storica per farla aderire a schemi prestabiliti. Laddove l'ideologia pretende che la realtà si adegui alla teoria, l'azione politica si condanna all'inefficacia: si strutturano risposte istituzionali e strategiche per problemi che non esistono, lasciando mutare e proliferare le dinamiche reali che si intendeva arginare.
2. L'errore categoriale: la triade concettuale alla prova dei fatti
L’esempio più manifesto di questa cecità interpretativa risiede nella sistematica sovrapposizione tra fascismo, populismo e nazionalismo, tre categorie politologiche strutturalmente irriducibili l'una all'altra.
La storiografia e la scienza politica più rigorosa – da Emilio Gentile a Cas Mudde – evidenziano le linee di frattura tra questi concetti:
Il fascismo storico si configura come un'ideologia totalitaria, caratterizzata dal mito palingenetico della nazione, dalla liquidazione violenta del pluralismo, dalla monopolizzazione statale della società e dalla sacralizzazione della politica.
Il populismo, al contrario, è definibile come un’«ideologia dal nucleo sottile». Esso non possiede una dottrina strutturata dello Stato, ma si articola attorno alla dicotomia morale tra un "popolo puro" e un'"élite corrotta". Il populismo non persegue necessariamente l'abbattimento della democrazia liberale attraverso la violenza squadrista; spesso ne sfrutta i meccanismi elettorali per contestare gli organi di mediazione (corpi intermedi, magistratura, stampa), agendo dall'interno della cornice democratica.
Ridurre infine entrambi i fenomeni al nazionalismo significa compiere un'indebita operazione di riduzione sincretica. Sebbene il fascismo abbia sussunto il nazionalismo in chiave imperialista e bellicista, il populismo non è intrinsecamente legato alla sovranità nazionale. La storia politica offre ampi esempi di populismi di sinistra (dal peronismo storico in America Latina a realtà europee contemporanee France Insoumise, Podemos e Syriza) la cui retorica si fonda sull'inclusione socio-economica delle classi subalterne e sulla redistribuzione del potere finanziario, indipendentemente da criteri di esclusione etnica o patriottica.
3. Le conseguenze pratiche: la diagnosi errata e il fallimento delle strategie
Confondere queste categorie produce conseguenze pratiche drammatiche sul piano delle strategie e della difesa delle istituzioni democratiche. 
Se le forze democratiche o i decisori politici interpretano il populismo contemporaneo esclusivamente come un "ritorno del fascismo degli anni Trenta", la strategia d'azione sarà strutturata attorno a strumenti di contenimento storico: appelli alla memoria, cordoni sanitari antifascisti o interventi giudiziari di impianto costituzionale. Tuttavia, questa strategia alla prova dei fatti si rivela debole e inefficace.
Il populismo prospera proprio sul risentimento verso l'auto-referenzialità delle élite; pertanto, l'adozione di un approccio puramente colpevolizzante o l'esclusione aprioristica dal dibattito pubblico non fanno altro che validare la narrativa populista, offrendo ai suoi leader la patente di unici e autentici rappresentanti del "popolo escluso". L'incapacità di scorgere che il populismo moderno è spesso una reazione disfunzionale alle promesse non mantenute della democrazia liberale (crisi della rappresentanza, disuguaglianze economiche, tecnocrazia) impedisce di elaborare le riforme strutturali capaci di disinnescarlo, o anche solo di proporre misure volte a combattere il disagio intervenendo sui problemi. 
4. Il realismo radicale come imperativo strategico
Per uscire da questa paralisi operativa, non è sufficiente invocare un generico pragmatismo utilitario, il quale rischia di scivolare in un banale opportunismo tattico privo di visione. È necessario, invece, un approccio di realismo radicale illuminato dai valori.
Il realismo radicale impone di guardare ai fatti politici nella loro cruda, immediata ed esatta consistenza, liberi da nostalgie interpretative o lenti deformanti. Significa riconoscere le asimmetrie del presente senza la pigrizia di applicarvi i modelli del passato. Questo realismo, tuttavia, non si traduce in un cinico adattamento allo status quo, poiché trova il suo orientamento nei valori normativi fondamentali (la dignità della persona, il pluralismo democratico, l'equità sociale).
In questa prospettiva, i valori non operano come dogmi rigidi a cui forzare la realtà, ma come la stella polare che guida la scelta delle strategie più adeguate ad ogni specifica situazione. Il realismo radicale analizza le coordinate precise del terreno di scontro; i valori determinano l'obiettivo da raggiungere. Soltanto combinando la precisione scientifica dell'analisi dei dati reali con il rispetto dei principi fondativi è possibile restituire efficacia all'azione sul terreno, superando il limite storico della chiusura concettuale.

La lezione di Togliatti in materia

Durante il VI Congresso dell'Internazionale Comunista (Comintern), svoltosi a Mosca tra l'agosto e il settembre del 1928, Palmiro Togliatti (che all'epoca interveniva con lo pseudonimo di Ercole Ercoli) si oppose apertamente alla nascente dottrina staliniana del "socialfascismo" ed evidenziò la necessità di non appiattire tutte le forme politiche borghesi in un unico blocco. [1, 2, 3]

L'intervento di Togliatti del 1928 rifletteva la specificità dell'analisi che il Partito Comunista d'Italia (PCd'I) stava sviluppando sul fenomeno fascista, e si articolava su due punti chiave: [1]

La critica all'equiparazione meccanica: Togliatti contestò la linea massimalista che la leadership del Comintern (guidata da Stalin e in procinto di lanciare la politica estremista del "terzo periodo") stava imponendo. Quella tesi sosteneva che la socialdemocrazia e il regime liberale borghese fossero sostanzialmente gemelli del fascismo. [1, 2]

La distinzione qualitativa dei regimi: Togliatti invitò i delegati a distinguere la dittatura fascista – intesa come distruzione reazionaria e terroristica delle istituzioni democratico-formali – dalle forme tradizionali dello Stato liberale e parlamentare. Sebbene entrambe le forme fossero per i comunisti espressione del dominio capitalista, il leader italiano avvertiva che negare le differenze istituzionali e storiche avrebbe impedito di comprendere il reale funzionamento della dittatura e, soprattutto, avrebbe isolato i comunisti dalle grandi masse dei lavoratori ancora legate alle libertà democratiche.

Nonostante le sue obiezioni e i tentativi di promuovere una strategia gradualista di alleanze antifasciste, nel luglio del 1929 la linea ultraradicale del "classe contro classe" fu formalmente imposta a tutti i partiti comunisti, costringendo Togliatti ad adeguarsi alla disciplina interna del Comintern per diversi anni. Le sue tesi e la sua profonda analisi differenziata del regime mussoliniano sarebbero tornate centrali a partire dal 1934-1935 con la svolta dei Fronti Popolari e le sue celebri Lezioni sul fascismo.  



La ciclabile umana


La ciclabile umana lungo corso Regina Margherita (Fabio Ferrari / La Presse)
 
Matilda Ferraris
Da una settimana a Torino c'è una lunga fila di persone che protegge una pista ciclabile
Il Post, 30 settembre 2026

Da una settimana a Torino un gruppo di residenti si trova alle 07:45 all’incrocio tra corso Regina Margherita e via Cesare Balbo, a nord del centro e vicino alla sede del campus universitario. Quando arrivano si dispongono in colonna lungo la linea tratteggiata che divide la pista ciclabile dalla strada in cui passano le macchine. Restano lì fino alle 08.45 per fare da barriera alle automobili e proteggere le persone che percorrono la pista in bicicletta durante gli orari di punta.

Hanno cominciato a farlo dopo il 22 settembre, quando Nicolò Di Ciò, un bambino di sette anni che viveva nel quartiere, è morto dopo essere stato investito da un’automobile mentre stava andando a scuola in bici, accompagnato dal padre. La polizia sta ancora indagando sull’incidente e ha sequestrato l’auto e la bicicletta coinvolte.

Il giorno dopo l’incidente diverse associazioni cittadine, il comitato del quartiere Vanchiglia, la Federazione italiana ambiente e bicicletta (FIAB), Bike Pride e alcuni volontari hanno cominciato a organizzare presidi e iniziative per sensibilizzare sul tema della sicurezza stradale e dell’uso della bicicletta in città.

Inizialmente si è parlato molto di come è fatta la strada in cui è avvenuto l’incidente, che è da tempo al centro di preoccupazioni sulla sicurezza dei ciclisti. Corso Regina Margherita è molto grande e trafficato, ha una carreggiata centrale riservata ad automobili e mezzi pubblici e due controviali laterali. È nei controviali che ci sono le piste ciclabili, delimitate a terra da strisce bianche. Le piste si trovano tra le corsie destinate alle automobili, decisamente strette, e quelle destinate ai parcheggi.

Questo significa che un’auto parcheggiata che vuole immettersi nella carreggiata deve prima attraversare le pista ciclabile, e quindi tagliare la strada alle biciclette.

Il limite di velocità nei controviali è di 30 chilometri orari, ma non ci sono autovelox o altri sistemi per verificare che venga effettivamente rispettato. Non c’è spazio per fare sorpassi, almeno in teoria, e si vedono spesso sconfinamenti nella ciclabile.

– Leggi anche: Quelli che vanno a scuola in bici, tutti insieme

Sono questioni molto sentite a Torino, dove la maggior parte dei corsi principali è fatta viali e controviali. C’è chi sostiene da tempo che il passaggio delle macchine dovrebbe essere perlomeno limitato, rendendo interamente pedonali e ciclabili i controviali.

Secondo Elisa Gallo, consigliera nazionale della Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta, la questione centrale da affrontare non è tanto vietare il passaggio delle auto, quanto piuttosto far rispettare i diritti delle persone che vanno in bici: «Se c’è una corsia ciclabile lungo una strada, quella ha la priorità, ma il problema è che quando si ha un flusso di automobili così grande attorno è difficile essere ascoltati e in alcuni casi addirittura visti».

Gallo ha una paletta montata sulla bicicletta che apre verso l’esterno ogni volta che va in bici: «Le macchine non mi vedono, ma sentono la paletta e si spaventano», racconta.

Le iniziative come quelle organizzate in questi giorni servono da una parte per creare consapevolezza e dall’altra per cercare di spingere l’amministrazione comunale a fare politiche per chi si muove in bici. Gallo è da anni è attivista per i diritti dei ciclisti, ma fa anche da consulente sulla mobilità sostenibile per diverse organizzazioni e ha lavorato a un progetto per il comune di Torino: dice che in tanti anni non aveva mai visto una mobilitazione simile.

Nel quartiere sono comparsi diversi segni di cordoglio. Il giorno dopo l’incidente, nelle vicinanze del luogo in cui era stato investito il bambino, è stata organizzata una manifestazione. Gli abitanti hanno appeso uno striscione con la scritta «È ora di cambiare, voleva solo andare a scuola». La seconda parte della frase, «voleva solo andare a scuola», è poi diventata lo slogan utilizzato dalle associazioni e dai cittadini durante i presidi, gli eventi e i cortei organizzati nei giorni successivi.

All’altezza del civico 63 di corso Regina Margherita è stata legata a un palo una bicicletta bianca, una delle modalità con cui vengono ricordate le persone morte in incidenti stradali che coinvolgono biciclette. Nei giorni successivi decine di persone, tra conoscenti e compagni di scuola, si sono fermate per lasciare un fiore, un messaggio, un disegno o un pupazzo. La quantità di oggetti lasciati intorno alla bicicletta è ormai tale che quasi non la si vede più.




Metternich e Napoleone

Stenio Solinas
Sfidò Napoleone il dio della guerra
Il Giornale, 30 settembre 2026

Nel giugno del 1813, quando Napoleone, imperatore dei francesi, e il principe von Metternich, ministro deli Esteri dell'imperatore d'Austria, si incontrarono a Dresda in Sassonia, il primo aveva quarantacinque anni e dettato legge in Europa per più di un decennio. Se con lo storico novecentesco François Furet si può dire che "la Rivoluzione in Francia non ha amato la vecchiaia", vista l'età dei suoi principali protagonisti, si può ragionevolmente sostenere anche l'opposto, dato lo scempio di giovinezze che si portò dietro, accelerando, comprimendo e bruciando vite senza nemmeno dar loro il tempo di un sospiro: quarant'anni, e sono già tutti morti, chi da poco, chi da molto, eccezion fatta per Marat, arrivato sulla soglia dei cinquanta, ma solo perché la sua data di nascita lo collocava più profondamente in quell'Ancien Régime in cui realmente aveva trascorso tutta la sua vita. Fra questa e il pugnale di Charlotte Corday che gliela tolse, la Rivoluzione non gli concede che lo spazio di un triennio. Altrettanto paradossalmente, chi quella soglia la supera sia pure di poco, è la stessa persona che aveva fatto coincidere la fine della Rivoluzione con il colpo di Stato che a trent'anni lo incorona primo console: Napoleone, appunto. A quarantasei anni, però ha già perso tutto, l'esilio come tomba, un morto che cammina nel nulla di un'isola fatta di niente. Più che a Furet bisognerebbe dar ragione alla scrittrice ottocentesca George Sand: "È la Rivoluzione che ha portato la vecchiaia nel mondo", visi febbrili e fisici usurati, rictus, nevrosi, senilità anzitempo di chi si ritrova a giocare con la vita altrui quando ancora non sa bene come comportarsi con la propria. 
È interessante notare però che Metternich, l'emblema storico della Controrivoluzione, l'artefice di quel Congresso di Vienna che di lì a poco segna e sogna un ritorno all'antico, sovrano e sudditi, trono e altare, tutto insomma all'insegna del "com'era, dove era", all'epoca di quell'incontro ha quarant'anni, pochi per un ministero degli Esteri, pochissimi se rapportati alla nazione, anzi all'impero di cui è il rappresentante politico, quell'Austria che proprio la Rivoluzione ha scosso dalle fondamenta, imponendole un'accelerazione e insieme un ringiovanimento. Del resto è un po' un figlio d'arte
cresciuto in fretta: a 22 anni ha sposato la figlia del cancelliere von Kaunitz, a 24 fa già parte, al seguito di suo padre, della delegazione austriaca al congresso di Rastadt, quello che deve ratificare il precedente trattato di Campoformio che si accinge a ridisegnare la geografia dell'Italia...
Quel 1813 in cui i due si incontrano è un anno nel quale, apparentemente, tutto è ancora in bilico e l'Austria potrebbe essere la potenza decisiva per far pendere la bilancia del mondo da uno dei suoi due lati, la Francia o le potenze della Coalizione, Russia, Prussia, Gran Bretagna, sia per mantenere un equilibrio per quanto precario esso possa rivelarsi. È un mediatore quello che Napoleone sta in quel momento cercando, reduce dall'immane disastro in Russia, ma fresco di una serie di vittorie nei campi di battaglia prussiani, a 
Lützen, a Bautzen, a Dresda. Non sa però quanto e se Metternich possa e voglia essere l'uomo di cui ha bisogno. Ed è per questo che lo ha invitato. In fin dei conti, l'imperatore d'Austria è pur sempre suo suocero, avendone sposato la figlia, Maria Lui­gia, e pro­prio Met­ter­nich è stato l’arte­fice di quel matri­mo­nio...
Il risul­tato di quell’incon­tro, nove ore di col­lo­quio, un record se non nella sto­ria diplo­ma­tica, di certo in quella di Napo­leone, di cui sono note l’impa­zienza, le deci­sioni tanto rapide quanto improv­vise, è al cen­tro del libro di Gio­vanni Iudica, Metternich e Napoleone. Lo statista e il piccolo caporale, (La Vita felice, 135 pagine, 14 euro). Iudica è un civi­li­sta di lungo corso, uno di quei giu­ri­sti colti di cui si è ormai perso lo stampo... Qui ha fatto un’ope­ra­zione inte­res­sante, che da un lato ha a che fare con la sapienza inve­sti­ga­tiva e dall’altro con l’appro­fon­di­mento pisco­lo­gico. Di quelle nove ore di col­lo­quio, noi cono­sciamo infatti i punti salienti, tra­man­da­tici da ambe­due le parti in causa, le richie­ste di Met­ter­nich per un ritiro della Fran­cia nei suoi con­fini natu­rali come base di par­tenza di ogni pos­si­bile trat­ta­tiva di pace, i dinie­ghi vee­menti di Napo­leone al riguardo, con­diti di insulti allo stesso Met­ter­nich («Quanto vi ha dato l’Inghil­terra per con­vin­cervi a farmi la guerra?»), il coup de théâtre di quest’ultimo nel con­ge­darsi: «Voi siete per­duto, Sire. Ne avevo il pre­sen­ti­mento venendo qui, ora che me ne vado ne ho la cer­tezza...».
Ciò che però non sap­piamo, e che Iudica rico­strui­sce attra­verso dedu­zioni, illa­zioni, valu­ta­zioni, come lui stesso dice, «di mera pos­si­bi­lità o forse di pro­ba­bi­lità», è  che cosa i due in quel col­lo­quio così lungo e così intenso si siano detti men­tre sem­pre più si anda­vano ren­dendo conto che il loro era un dia­logo fra sordi... Giu­sta­mente Iudica lascia a Napo­leone la parte prin­ci­pale in quella che è dopo­tutto una
rap­pre­sen­ta­zione sce­nica o, se si vuole, un gioco di sedu­zione. Met­ter­nich, natu­ral­mente, è un attore di grande talento, tal­mente abi­tuato a dis­si­mu­lare il suo pen­siero «che non si può mai sapere a che punto si sia con lui», ma l’altro è un mat­ta­tore, uno che oltre­tutto si è for­mato sui campi di bat­ta­glia, sul con­tatto diretto con i sol­dati e di tutto que­sto il primo è per­fet­ta­mente con­sa­pe­vole: «Non poteva trat­te­nersi dal fare un para­gone tra il suo impe­ra­tore, un brav’uomo, di grande tra­di­zione, di altis­simo lignag­gio, al quale aveva giu­rato fedeltà, e que­sto gia­co­bino mal­ve­stito e gras­soc­cio, che ema­nava cari­sma e fascino da tutte le parti, dal suo mitico fel­tro nero alle punte inzac­che­rate dei suoi sti­vali, così come un santo emana attorno a sé un’aureola e un pro­fumo di sacra­lità». È molto pro­ba­bile, insomma, che in quelle nove ore Napo­leone abbia rac­con­tato, ricor­dato, pole­miz­zato e Met­ter­nich abbia ascol­tato spesso assen­tito, a volte inter­lo­quito e sostan­zial­mente dis­sen­tito. Iudica coglie un punto impor­tante quando nota che in fondo quest’ultimo «si sen­tiva inti­ma­mente estra­neo a quel pro­getto di società che con tanta pas­sione Napo­leone gli stava illu­strando. Pen­sava di essere nato in un’epoca sba­gliata. Per sen­tirsi a pro­prio agio sarebbe dovuto nascere almeno due­cento anni prima». È sua del resto quella frase sull’Ita­lia come «nient’altro che un’espres­sione geo­gra­fica» desti­nata nel giro di nem­meno un decen­nio a rivol­tar­glisi con­tro...
Sotto que­sto aspetto, Napo­leone rap­pre­senta il futuro tanto quanto Met­ter­nich sim­bo­leg­gia il pas­sato. È tut­ta­via un futuro troppo aperto per­ché il primo se lo possa inte­stare ed è pro­prio que­sto che sta alla base della sua caduta rovi­nosa. Ha costruito un impero che non ha fon­da­menta, se non le sab­bie mobili della sua fami­glia, e per tenerlo in piedi non può che alzare ogni volta la posta: è la guerra che lo tiene in vita, non la pace, è la man­canza del senso del limite a per­derlo. In que­sto Met­ter­nich ha ragione: «Una volta con­su­mata que­sta gene­ra­zione, chia­me­rete alle armi la gene­ra­zione suc­ces­siva?». Detto in altri ter­mini, sarebbe arri­vato il giorno in cui i regnanti euro­pei sareb­bero stati «stufi di per­dere» e i fran­cesi «stan­chi di vin­cere»...


La protesta dei giovani in Francia

Kim Willsher
Centinaia di persone arrestate mentre le proteste studentesche in tutta la Francia degenerano in violenza

The Guardian, 30 settembre 2026

Martedì, in Francia, sono state fermate più di 400 persone, per lo più bambini, dopo che adolescenti di tutto il paese hanno bloccato le loro scuole per protestare contro le classi sovraffollate, la carenza di insegnanti e gli orari scolastici eccessivamente lunghi.

Il ministro dell'Interno Laurent Nunez ha dichiarato a BFM TV: "440 persone sono state fermate su tutto il territorio nazionale. Non abbiamo ancora il bilancio definitivo, ma mi è stato riferito che due terzi sono stati posti in custodia cautelare".

Il ministero dell'Istruzione ha dichiarato che martedì 400 scuole, su circa 3.700 in tutto il paese, sono state interessate da proteste o interruzioni delle lezioni.

Le manifestazioni sono iniziate a Parigi la scorsa settimana e da allora si sono intensificate e diffuse in tutta la Francia. Martedì, gli studenti delle scuole superiori di Lilla, nel nord della Francia, hanno dato fuoco ai cassonetti e lanciato bottiglie, pietre e altri oggetti contro la polizia. Gli agenti hanno risposto con gas lacrimogeni dopo che i manifestanti avevano vandalizzato pensiline degli autobus e cartelloni pubblicitari.

Martedì, manifestazioni e tentativi di blocco hanno interessato diverse scuole superiori nella regione del Rodano, in particolare a Lione, Villeurbanne, Décines-Charpieu e Thizy-les-Bourgs. Foto: Adrien Pittore/SIPA/Shutterstock

"Non c'è nulla che giustifichi il presentarsi davanti alle istituzioni per manifestare, mascherati, con il volto coperto, armati di oggetti e in attesa dell'intervento delle forze dell'ordine solo per poi aggredirle", ha dichiarato Nunez, aggiungendo che negli scontri di martedì si sono verificati sette casi di lancio di acido cloridrico contro gli agenti. In totale, 48 agenti di polizia sono rimasti feriti durante gli scontri in tutto il paese.

Si sono verificati scontri tra giovani e polizia anche a Bordeaux, Rennes e Nantes, nella Francia occidentale, e a Marsiglia, nel sud. Al liceo Lamartine, nella zona nord di Parigi, gli studenti hanno sventolato cartelli lamentandosi degli orari scolastici estenuanti. Su uno di essi si leggeva: "Dalle 8:00 alle 18:00. Più ore di lezione che di sonno".

Nel sobborgo parigino di Seine-Saint-Denis, il sindaco Bally Bagayoko si è unito a una protesta di centinaia di studenti presso il liceo Paul-Eluard.

Guidando gli studenti nell'esecuzione dell'inno nazionale, ha descritto le proteste come "completamente legittime" e si è lamentato del fatto che le aree a basso reddito ricevano meno risorse rispetto a quelle ad alto reddito.

Quando si è formata una folla, la polizia, munita di scudi antisommossa, ha colpito gli studenti con i manganelli, secondo quanto riportato dall'Agence France-Presse.

Martedì, alcuni manifestanti hanno dato fuoco ai cassonetti della spazzatura nei Lycées du Rhône. Foto: Adrien Pittore/SIPA/Shutterstock

Il primo ministro, Sébastien Lecornu, aveva affermato in precedenza che intensificare le manifestazioni sarebbe stato "irresponsabile". Su X aveva scritto: "Fuochi d'artificio, incendi, violenza vicino alle scuole superiori: nulla giustifica il mettere in pericolo studenti, personale scolastico o polizia".

Jean-Luc Mélenchon, leader del partito di estrema sinistra France Inbowed (LFI), ha risposto alle istruzioni impartite dai ministri alla polizia, pubblicando lunedì su X: "Gli studenti delle scuole superiori che protestano sono innocui. Il governo Lecornu ha ordinato una repressione. Questa brutalità è irresponsabile e ha una chiara connotazione razzista. Giù le mani dai nostri giovani. Funzionari eletti e attivisti di France Insoumise, intervenite dove potete".

Martedì, presso il liceo Baggio di Lille, gli studenti si sono trovati di fronte alla polizia. Foto: Jean-François Badias/AP

Lecornu, replicando su X, ha definito l'intervento di Mélenchon un'“escalation irresponsabile”. “Il dovere di un funzionario eletto della repubblica è proteggere i giovani e invitare alla calma. Sfruttare la loro rabbia per fini di parte è sbagliato”, ha scritto.

Ha aggiunto che l'accusa di razzismo mossa da Mélenchon era "un insulto".

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