venerdì 6 marzo 2026

Il putinismo e la guerra


Françoise Thom ha esplorato a lungo la storia russa, mettendone in luce errori e tormenti. La sua opera monumentaleBeria (Cerf, 2013), traccia un ritratto dell'era stalinista; Le estremità del comunismo (Critérion, 1994) descrive la cruciale transizione da Gorbaciov a Eltsin; e Putin o l'ossessione del potere (Litos, 2022) analizza i meccanismi del regime. Osservando la Russia da storica, è sensibile alle continuità che a volte sfuggono ai cronisti; ha compreso che le uniche strutture sopravvissute agli anni turbolenti sono state il KGB e le mafie. Pertanto, ha immediatamente percepito il putinismo come un ritorno alla visione del mondo stalinista: il rafforzamento del potere personale e la militarizzazione della società che portano a una politica di aggressione.

"Total War" di Vladimir Putin si compone di cinque parti – studi che coprono gli anni 2021-2025 – che descrivono l'istituzione della macchina bellica, i suoi obiettivi e i suoi metodi. Ammesso che raggiunga i suoi obiettivi in Ucraina, Putin non limiterà le sue ambizioni a quel territorio, come lui stesso afferma: "La Russia non ha confini". L'avvertimento è chiaro per gli europei, insiste l'autrice, soprattutto dopo quella che definisce la "putinizzazione" di Trump. Se questo "tradimento americano" verrà confermato, l'Europa dovrà difendersi su più fronti, il che richiede un autentico riarmo intellettuale e morale. 

Elena Balzamo

La guerra totale di Vladimir Putin”, di Françoise Thom, prefazione di Wladimir Berelowitch, A est di Brest-Litovsk, 328 p., €22.



https://www.lemonde.fr/critique-litteraire/article/2026/03/01/les-breves-critiques-du-monde-des-livres-breyten-breytenbach-serguei-essenine-lionel-shriver-francoise-thom_6668954_5473203.html

La timidezza

 


la timidezza si prende la rivincita
Sentimenti

Il destino vuole che ogni giorno, nel recarmi a visitare una comunità di persone anziane, anziane e compassate, faccia il viaggio insieme a scolaresche e «mi trovi di fronte sogghignanti e impomatate ragazze che copiano la moda», per usare le parole di Philip Larkin nella poesia Le nozze di Pentecoste. Solo poche studentesse, abbigliate senza accentuare le fattezze dei corpi, risaltano in mezzo alle « girls in parodies of fashion». Hanno trovato il coraggio per differenziarsi dal conformismo dominante: il coraggio di apparire timide. Del coraggio di essere timidi ci parla l’ultimo libro di Massimo Ammaniti, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. Ci vuole coraggio per ribellarsi alla glorificazione del sé quando sempre più spesso la buona educazione viene scambiata per timidezza. Senza rievocare le origini remote di quell’abbigliamento casto e pudico, basta risalire al 1918 quando l’inglese Ings scrive Etiquette in Everyday Life. Nella presentazione all’edizione italiana di questo galateo (2015), Natalia Aspesi scrive: «Un mondo senza il Villanzone, la Maleducata, lo Sguaiato, l’Urlona: sarebbe bello se si tornasse a tener conto che un comportamento educato e attento agli altri abbellisce la vita. Purtroppo, invece, alle Pessime Maniere ci stiamo abituando». Ci stiamo abituando perché il confine tra timidezza e rispetto si è lentamente spostato. Oggi vengono classificate negativamente come manifestazioni di timidezza quelle che un tempo altro non erano che apprezzabili forme di buona educazione. Ci stiamo abituando a modi di fare sempre più aggressivi esibiti nella speranza di risvegliare l’attenzione altrui. Ings invece suggeriva: «… che la vostra conversazione sia leggera e piacevole. Evitate di apparire assertivi. Se è richiesta la vostra opinione esprimetela liberamente … ma abbiate la cortesia di ascoltare quella altrui...».

Lo spostamento del confine che separa due categorie adiacenti, ma in reciproco contrasto, viene talvolta interpretato dal senso comune come una conseguenza del cambiamento delle culture e delle mode. In realtà è un meccanismo molto più generale: l’effetto dell’adattamento delle nostre categorie al mutamento degli ambienti. Daniel Gilbert, insieme ad altri, lo ha mostrato con un esperimento in cui le persone dovevano classificare dei colori come viola o blu. Se c’erano degli oggetti sul confine tra il viola e il blu questi venivano classificati come viola in presenza di molti blu e, viceversa, come blu quando c’erano molti viola. Noi spostiamo il confine tra opposte categorie per adattarle a un mondo che cambia («Science», 2018). Ammaniti mostra come questo adattamento caratterizzi anche la timidezza: noi siamo capaci di disimpararla quando gli altri la confondono con una espressione di schiva e pavida ritrosia. Da piccolo mi era stato insegnato a non guardare negli occhi le persone importanti (di fatto quasi tutte) quando queste mi rivolgevano la parola. Crescendo mi accorsi che tale comportamento era interpretato dai più come mancanza di schiettezza e segno di timore (sentimenti a me ignoti). Così lentamente cambiai i miei modi di comportarmi. Mi ritrovai da grande nelle vicende del film Il Sole del regista Sokurov (2015) quando il generale MacArthur punisce l’americano che fa il traduttore perché il militare, esperto di cultura giapponese, abbassa rispettosamente lo sguardo di fronte all’imperatore Hiro Hito.

La timidezza, insomma, è un sentimento camaleontico che si adatta alle situazioni e muta di significato a seconda dei contesti. Ammaniti ci parla a lungo dell’intrinseca e nascosta ambiguità del concetto di timidezza ricordando come Jerome Kagan, nell’ambito degli studi sullo sviluppo infantile, avesse mostrato che fin dal primo anno di vita abbiamo bambini più riservati ma non impauriti (shy) e bambini timidi e timorosi (timid). Una volta superate le paure, il coraggio di essere timidi si rivela un vantaggio perché ci rende più curiosi, capaci di scoperte precluse ai narcisisti, dubbiosi. Dubbiosi non solo nei confronti degli altri ma anche di noi stessi.

Si è appena chiusa al Louvre una grande mostra dedicata a Jacques-Louis David. Amico di Robespierre, celebrò con i suoi quadri dapprima la Rivoluzione libertaria e, in seguito, il trionfo di Napoleone, un dittatore (per quanto illuminato). Nella sua carriera David si trova a dover attraversare ben sei regimi politici e ogni volta dirà con entusiasmo «Sì» al presente e «No» al passato appena lasciato alle spalle. Ma quando David si ritrova nel chiuso di una cella e decide di dipingere l’autoritratto, egli non riuscirà a descrivere la sua anima. Questa gli sfugge e – come ha osservato il critico Jason Farago – noi siamo colpiti dal suo coraggio nell’esibire una insuperabile, intima e sublime timidezza. Ogni volta aveva detto un risoluto «Sì» oppure «No» ai fatti del mondo ma poi, quando cerca di mostrarci chi è lui, l’autoritratto offre una terza risposta: «Io proprio non lo so».

Massimo Ammaniti

Il coraggio di essere timidi

Raffaello Cortina,

pagg. 174, € 16

Elogio della Stampa

 


Gad Lerner
La Stampa e il disastro del finanziere indispettito

il manifesto, 6 marzo 2026

John Elkann che svende La Stampa a un collezionista di giornali di provincia, messi insieme attraverso reti di finanziatori locali, simboleggia brutalmente l’addio del capitalismo novecentesco italiano alla sua città-fabbrica: Torino, ormai desertificata nei suoi impianti produttivi.

Resta ora solo da chiederci: a quando la cessione della Juventus? L’altro simbolo torinese di un’egemonia secolare degli Agnelli consumatasi nel giro di pochi anni, tra promesse menzognere e lo stato d’animo di perenne diffidenza che affligge un capo-azienda che si sente malvisto e incompreso. Una sfiducia che si è tradotta in improvvisazione. Basti pensare che il nipote di Agnelli ha piazzato la stessa persona [Maurizio Scanavino] sia alla guida del gruppo editoriale Gedi – ormai prossimo al definitivo smantellamento con la cessione di Repubblica al greco Kyriakou – sia alla guida della blasonata squadra bianconera: un manager digiuno tanto di editoria quanto di calcio, prescelto con l’unico criterio della fedeltà assoluta.

Torino sta facendo così i conti con il distacco sentimentale di una ricchezza finanziaria per sua natura indifferente a qualsivoglia responsabilità sociale dell’impresa, svuotata di ogni dimensione culturale. Aveva esordito nel 2020 con la superbia di chi si sente protagonista dei processi di trasformazione dell’economia mondiale, in grado di dar lezioni anche nel campo dell’editoria. Non ne ha azzeccata una; e patisce la perdita di reputazione in quello che fu il suo territorio domestico perché non ha avuto l’umiltà di comprendere che i giornali hanno un’anima, e quella non gliela puoi espiantare o trapiantare. Annunci roboanti di rivoluzione digitale, ostentazione di rapporti privilegiati con i big della new economy, empatia zero con un pubblico di lettori considerato obsoleto e rimpiazzabile, licenziamento in tronco a Repubblica del direttore Verdelli, sostituito con il corpo estraneo Maurizio Molinari elevato, niente meno, pure a direttore editoriale Gedi.

Io che ho lavorato tre anni con Ezio Mauro nella direzione de La Stampa, dal 1993 al 1996, posso testimoniare come quel giornale fosse riuscito a dar vita a un amalgama, un impasto fecondo di sensibilità radicate nella società circostante. Non solo gli interessi della Fiat e la vocazione internazionale, ma la storia di una borghesia torinese che nell’azionismo, durante la Resistenza, aveva superato il tabù anticomunista e cercato l’incontro con il movimento operaio. Penso alla vecchia guardia dei Primo Levi, Massimo Mila, Carlo Casalegno, Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Frane Barbieri, Vittorio Gorresio, Furio Colombo. Ma penso anche alla nuova leva dei Filippo Ceccarelli, Curzio Maltese, Pino Corrias, Massimo Gramellini, Aldo Cazzullo, Domenico Quirico.

Mi scuso per la lunghezza di questo, peraltro incompleto, elenco di firme. Oggi Elkann si libera di un giornale che ha saputo nonostante la crisi mantenere indubbia qualità. Benché le sue perdite di bilancio rappresentino spiccioli nel portafoglio Exor, recide un legame storico, indispettito perché La Stampa non è servita né a proteggerlo personalmente né a garantirgli buoni rapporti con il governo. Liquida con disinvoltura un passato glorioso assieme alla sua torinesità.

Mi è venuto da chiedermi come si sarebbe comportato di fronte a un tale scempio Gianni Agnelli, figura certo assai discutibile nelle sue scelte imprenditoriali di timoniere della Fiat, ma editore di ben altra levatura, sinceramente rispettoso dal mestiere giornalistico. Per com’era fatto non credo avrebbe reagito con l’esuberanza di Carlo De Benedetti che, dopo la cessione di Repubblica a Exor voluta dai suoi figli, ha finanziato di tasca sua Domani, piccolo giornale di indubbia qualità.

L’Avvocato era meno battagliero, badava piuttosto a un culto del sé che lo avrebbe tenuto lontano da avventure minoritarie benché prestigiose. Di certo, però, avrebbe sofferto questa perdita. Esportava molti capitali all’estero ma non si sarebbe mai intestato un abbandono così plateale di Torino.


La ragazza con la valigia

 

Stéphane du Mesnildot
La ragazza con la valigia

Le Nouvel Observateur, 11 febbraio 2026

Nei primi anni '60, sulle rive dell'Adriatico, la gente balla al ritmo della musica spensierata di Mina e Adriano Celentano. Sebbene troppo giovane per godersi appieno questa dolce vita, Lorenzo (Jacques Perrin) si innamora di Aida (Claudia Cardinale), una ballerina di cabaret recentemente abbandonata dal suo amante. Sentendo il bisogno di un cavaliere in armatura scintillante, ruba denaro alla sua ricca famiglia e si ritrova invischiato in una rete di bugie.

Ovviamente, tutto separa questo ragazzo che vive in un palazzo da Aida, che ha conosciuto solo squallide stanze d'albergo. Questa storia di formazione agrodolce è opera di Valerio Zurlini, il più romantico dei registi italiani, regista dei sublimi "Estate violenta" e "Il professore".

Illusioni della dolce vita

Emersa dai bassifondi milanesi di "Rocco e i suoi fratelli", Claudia Cardinale, una ragazza selvaggia con un viso da Madonna, fu catapultata sotto i riflettori e divenne una star. Sebbene le sue labbra imbronciate e i capelli spettinati tradissero l'influenza della Bardot, l'attrice era tutt'altro che una starlet. Già interprete affermata, trascese il cliché della giovane donna povera, sedotta e poi abbandonata.

Abbandonata dal miracolo economico, Aida capisce di essere solo un oggetto per uomini cinici che cercano di comprare il suo corpo o, come l'adolescente impacciato, i suoi sentimenti. Troppo immaturo, non si rende conto che il denaro priva l'amore di ogni valore.

La modernità di questo film, tuttavia, non si limita alla sceneggiatura, che avrebbe potuto essere l'ennesimo melodramma neorealista. Lontana dallo stile barocco di Fellini e dal formalismo di Antonioni, l'arte di Zurlini risiede nella sua rappresentazione impressionistica delle emozioni. Per esprimere le vette abbaglianti del primo amore, si limita a filmare il volto apparentemente stregato di Jacques Perrin. Anche l'uso di canzoni pop è innovativo: Adriano Celentano, con la sua voce scorticata, sembra urlare la silenziosa disperazione del ragazzo.

Come avrebbe fatto più tardi Wong Karwai, il suo vero erede, Zurlini riesce a rendere palpabile l'immaterialità dei sentimenti. Quando i due personaggi tornano ai rispettivi destini, il regista filma non solo un amore inappagato, ma anche il suo ricordo, ormai quasi cancellato.

La ragazza con la valigia


(Italia/Francia 1960, 1961, bianco e nero, 113m); regia: Valerio Zurlini; produzione: Maurizio Lodi Fé per Titanus/SGC; soggetto: Valerio Zurlini; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Giuseppe Patroni Griffi, Valerio Zurlini; fotografia: Tino Santoni; montaggio: Mario Serandrei; scenografia: Flavio Mogherini; costumi: Gaia Romanini; musica: Mario Nascimbene.

Aida Zepponi, una ragazza madre sventata quanto generosa che si guadagna da vivere come cantante e ballerina, è scaricata dal suo ultimo compagno occasionale. Attraverso un numero di telefono ne rintraccia l'abitazione, a Parma, dove conosce il fratello del play-boy, Lorenzo, un sedicenne timido e sensibile che è subito attratto da lei. Dapprima [il ragazzo] la aiuta economicamente, poi la sistema in un albergo di lusso e cerca invano di farla riassumere nel locale di Riccione in cui lavorava. Informato dalla zia di Lorenzo, don Pietro, il sacerdote che dà lezioni di matematica al ragazzo, incontra Aida e la convince a lasciare la città. Tornata sulla riviera adriatica, la giovane è raggiunta da Lorenzo proprio mentre sta per accettare le proposte di un figuro del sottobosco dello spettacolo. Infastidito dall'intrusione, l'uomo malmena il ragazzo. Sulla spiaggia, Lorenzo e Aida si abbandonano a un abbraccio struggente. Poi Lorenzo prende il treno del ritorno, lasciando una busta ad Aida. Questa la apre, scoprendo che non contiene una lettera d'addio, ma un fascio di banconote.

La ragazza con la valigia ripropone il tema della 'coppia impossibile', caro a Valerio Zurlini, collocandolo sullo scenario, ormai delineato, dell'Italia del boom. A differenza di Roberta e Carlo, separati dagli eventi bellici in Estate violenta (1959), Aida e Lorenzo trovano uno steccato invalicabile nelle ragioni di classe e di età. Dentro la valigia della giovane donna c'è un passato di ambizioni modeste e di sogni da fotoromanzo a cui corrispondono delusioni immancabili e una quotidianità risicata, sulla quale pesa talvolta l'esigenza primaria del cibo. Dell'adolescente conosciamo subito la situazione di privilegio, fatta di ville neoclassiche con bagni neri e armadi di biancheria "come in un ospedale". Di questo Lorenzo rappresenta la faccia pulita e sensibile, contrapposta all'altra, volgarmente edonista, del fratello maggiore, che innesca gli opposti sentimenti ‒ di colpa e di rivincita ‒ all'origine del rapporto tra i protagonisti. Tuttavia, nello sviluppare il rapporto tra Aida e Lorenzo, Zurlini non è mai tentato da schematismi: due assoluti ‒ la fragilità dell'una, la purezza dell'altro ‒ si 'sporcano' nelle esigenze del gioco delle parti, l'esercizio della menzogna si mescola inscindibilmente alla deriva dei sentimenti. Pur immersi nella trivialità del quotidiano, i due personaggi subiscono un processo di isolamento ‒ quasi un'iride, cinematograficamente parlando ‒ che li rende padroni assoluti dello spazio-set: così accade nella sequenza della scalinata di casa Fainardi, dalla quale scende Aida, sorpresa dalla celebrazione, anche ironica, dell'aria verdiana, offrendosi agli occhi desideranti di Lorenzo, basito in un intenso primo piano; in quella, più complessa, del ballo sulla terrazza del Jolly Hotel, in cui il gioco degli sguardi ‒ sfuggente quello di Aida, patetico e accusatorio quello di Lorenzo ‒ si combina con l'uso della profondità di campo, accentuando il significato di una gestualità 'epica', di una corporeità stilizzata che sembrano essere la cifra più congeniale allo Zurlini direttore d'attori; e infine in quella dell'abbraccio, intensissimo e disperato, sulla spiaggia di Riccione, in cui i volti di Aida e Lorenzo sono attraversati dalla stessa, stupefatta folgorazione, fino a quando la consapevolezza della donna si erge a guida dell'abbandono del ragazzo, con la 'carnalità' di Claudia Cardinale e la 'spiritualità' di Jacques Perrin, sul cui dosaggio si regge il magico lirismo del film, che si confondono in uno scambio estremo e irripetibile.

Un discorso a parte merita la magnifica sequenza della stazione ferroviaria, nella quale il regista fa apparentemente propri i dettami di un 'cinema dello sguardo' in qualche modo imparentato con le vagues coeve e dunque con il cinema 'moderno'. Stupisce qui la mobilità del punto di vista, la frantumazione del montaggio, l'essere presente quasi frenetico della macchina da presa sul luogo dell'azione, il suo rincorrere trafelato personaggi e situazioni. Niente camera a mano, ma una preparazione accurata dei campi e dei piani, un taglio infallibile dell'inquadratura, un montaggio dal ritmo incalzante. Momento alto dell'autore e della sua poetica, La ragazza con la valigia, respirando l'aria del suo tempo, presenta un connettivo, o uno sfondo, mutuato da quella sorta di metagenere che è la 'commedia di costume'. Ne partecipano, oltre ad alcuni vilain e all'uso diegetico ed esplicativo delle canzoni, l'idea di provvisorietà in evoluzione che caratterizza la stessa figura di Aida, già lontanissima dalle tante ballerine di fila del cinema italiano degli anni Cinquanta.

Interpreti e personaggi: Claudia Cardinale (Aida Zepponi), Jacques Perrin (Lorenzo Fainardi), Romolo Valli (don Pietro Introna), Riccardo Garrone (Romolo), Gian Maria Volonté (Piero Benotti), Corrado Pani (Marcello Fainardi), Luciana Angelillo (zia Marta), Renato Baldini (ingegner Francia), Elsa Albani (Lucia), Nadia Bianchi (Nuccia), Edda Soligo (professoressa Fiorena), Ciccio Barbi (Crosia), Enzo Garinei (Nino).


Paolo Vecchi
Treccani


Bibliografia

M. Morandini, Un poeta d'amore, in "Le ore", 28 febbraio 1961.

M. Verdone, La ragazza con la valigia, in "Bianco e nero", n. 2-3, febbraio-marzo 1961.

E. Bruno, La ragazza con la valigia, in "Filmcritica", n. 106-107, marzo 1961.

Hawk., La ragazza con la valigia, in "Variety", March 29, 1961.

A. Ferrero, La ragazza con la valigia, in "Cinema nuovo", n. 150, aprile 1961.

L. Skorecki, La fille à la valise, in "Cahiers du cinéma", n. 298, mars 1979.

L. Codelli, La ragazza in bilico, in Valerio Zurlini, a cura di A. Cattini, Mantova 1991.

T. Pedrini, Andata e ritorno per il mare, in Elogio della malinconia, a cura di A. Achilli, G. Casadio, Ravenna 2001.

Sceneggiatura: La ragazza con la valigia, Mantova 2000.

La crisi sistemica e gli eredi

Ettore Sequi
Una sola guerra e tante scommesse

La Stampa, 6 marzo 2026

Le borse crollano, il Brent supera gli 80 dollari, Hormuz diventa un imbuto energetico, Merz vola a Washington in piena emergenza strategica. Non sono episodi isolati ma i segnali di una guerra che ha già superato la dimensione regionale ed è ormai sistemica.

Il punto di svolta è stata l’uccisione di Khamenei. Fino a quel momento l’operazione era una campagna di deterrenza militare. Da lì è diventato chiaro che l’obiettivo fosse la caduta del regime. Nella Repubblica Islamica la Guida è il fulcro della legittimazione teologico-statale: il giurista supremo che governa in nome del dodicesimo Imam destinato a tornare alla fine dei tempi. La Guida è quindi il punto di fusione tra autorità religiosa e potere politico: la sua legittimazione deriva non dal popolo ma, in ultima istanza, da Dio. Eliminarla significa colpire il fondamento stesso del regime. Da quel momento per Teheran la lotta diventa esistenziale e coincide con la sopravvivenza del sistema e con l’allargamento deliberato del conflitto al Golfo per colpire energia, rotte marittime, hub finanziari e logistici. Nel Golfo si concentrano le basi americane, passa un quinto del petrolio mondiale e si regge l’architettura della stabilità regionale. Se il Golfo diventa instabile la crisi diviene sistemica ed è esattamente ciò che Teheran cerca: trasformare i paesi dell’area in mediatori coatti. Se la loro sicurezza vacilla, la pressione per fermare la guerra cresce. Teheran sa inoltre che la vera vulnerabilità americana non è militare ma politica: consenso fragile, elezioni vicine e base divisa. In una guerra di logoramento il tempo diventa un’arma.

Dall’altra parte non esiste una strategia unica. Stati Uniti e Israele condividono un obiettivo tattico — colpire rapidamente l’Iran — ma divergono sul fine ultimo. Per Israele la questione è esistenziale: il regime resta una minaccia e occorre quindi neutralizzarlo definitivamente. E consolidare una supremazia regionale. Per Washington la logica è diversa: operazione breve, senza occupazione, senza il rischio di impantanarsi. È la strategia “bomb and hope”: colpire, degradare e uscire prima che i costi politici esplodano. I “boots on the ground” evocati sono soprattutto deterrenza comunicativa.

Questa divergenza è decisiva. Una guerra breve favorisce Washington. Una guerra strutturale favorisce Israele. Una guerra lunga penalizza il Golfo. La tensione tra questi tre vettori è la variabile nascosta del conflitto.

In parallelo, Washington guarda alla dimensione globale. Una quota rilevante delle esportazioni petrolifere iraniane finisce in Cina. Se quei flussi vengono tagliati, insieme alla pressione sul petrolio russo e venezuelano, ciò restringe il margine negoziale della Cina sul piano energetico proprio mentre si intensifica la competizione per terre rare e tecnologie strategiche.

La guerra contro l’Iran non è dunque solo mediorientale: è un capitolo della competizione USA-Cina. Pechino protesta ma incassa. Non può proteggere militarmente Teheran e non romperà con Washington per l’Iran. Per Xi il dossier decisivo resta Taiwan e la stabilità del rapporto economico con gli Stati Uniti.

La Russia non interviene ma beneficia. Prezzi più alti di gas e petrolio finanziano l’economia di guerra. L’Ucraina scivola in secondo piano. Mosca non salva il partner -dopo il Venezuela vede cadere un altro alleato- ma capitalizza la crisi.

E mentre l’attenzione strategica mondiale si concentra sull’Iran, anche il dossier palestinese scivola ai margini: Gaza e soprattutto la Cisgiordania continuano a deteriorarsi sotto il rumore geopolitico di una guerra più grande.

L’Europa è l’attore vulnerabile. Esposta al Golfo per le sue importazioni energetiche, teme soprattutto uno shock sistemico sulle rotte commerciali. Macron lo ha detto esplicitamente: se Hormuz si blocca, la crisi smette di essere regionale e diventa globale. La visita di Merz a Washington dice il resto: comprendere la logica strategica dell’operazione americana ma cercare di influenzarne l’esito prima che l’escalation travolga l’economia europea. Si tratta del tentativo europeo di rientrare nella definizione dell’assetto del dopoguerra prima che l’escalation produca costi energetici e finanziari difficili da sostenere.

Resta il punto più delicato. Un Iran frammentato sarebbe una fonte permanente di instabilità: milizie non controllabili, traffici sulle rotte, shock energetici strutturali, radicalizzazione transnazionale. Il regime ha legittimità erosa ma controlla le armi. La variabile decisiva è la coesione dei corpi armati. Finché IRGC e apparati restano compatti il collasso è improbabile; se si fratturano può essere improvviso e caotico.

Questa guerra si regge su alcune scommesse: l’Iran sulla resistenza e sull’aumento dei costi globali; Israele su una finestra storica per eliminare la minaccia; gli USA su un colpo rapido senza impantanamento; il Golfo sulla possibilità di recuperare stabilità. Il problema è che queste scommesse non sono compatibili nel medio periodo.

“Epic Fury” è una dimostrazione di forza. Ma se mira a distruggere un equilibrio senza costruirne uno nuovo rischia di diventare “Epic Gamble”.




Piotr Smolar
La guerra. una prova politica sia per l'isolazionista J.D, Vance che per l'interventista Marco Rubio

Le Monde, 6 marzo 2026

Una guerra non è solo un'esercitazione militare. Serve anche come cartina tornasole politica. Entrambi i candidati all'eredità di Trump, il vicepresidente statunitense J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio, stanno gestendo l'offensiva contro l'Iran in modi molto diversi. Il primo, a disagio per questa incerta avventura militare, sta mantenendo un profilo più basso che mai dall'inizio del suo mandato. Il secondo, sostenitore dello smantellamento del regime iraniano, è inciampato proprio in ciò in cui si era avventurato con tanta sicurezza.

Il 2 marzo, Marco Rubio commise il suo primo grave errore politico nei corridoi del Congresso. Parlando ai giornalisti, sostenne una guerra preventiva contro l'Iran, citando le intenzioni israeliane. "Sapevamo che ci sarebbe stata un'azione israeliana, sapevamo che avrebbe scatenato un attacco [iraniano] contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo presi di mira preventivamente prima che questi attacchi venissero lanciati, avremmo subito perdite maggiori". Ciò suscitò indignazione tra i membri del MAGA ("Make America Great Again"). Gli Stati Uniti stavano forse venendo trascinati in una guerra imprevedibile da Israele?

Il giorno dopo la sua insolita gaffe, un Marco Rubio visibilmente irritato ha risposto nuovamente alle domande dei giornalisti al Campidoglio. Questi hanno affermato che aveva travisato le sue parole, il che non era vero. "Il presidente aveva già preso la decisione di agire ", ha affermato, aggiungendo che co-produrre l'operazione con Israele garantiva "le massime possibilità di successo ". Il ruolo esatto di Marco Rubio nella decisione di entrare in guerra rimane poco chiaro. Ma quando era senatore (Florida), profondamente coinvolto in questioni di politica estera, aveva sempre difeso posizioni filo-israeliane e sostenuto una linea dura nei confronti del regime iraniano.

In tempi normali, il Segretario di Stato mostra una rara padronanza dell'espressione pubblica, a differenza del resto dell'amministrazione. La sua comprensione delle questioni è evidente durante le audizioni al Congresso e le sue interazioni con la stampa. Dopo il rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela e il successivo passaggio forzato del potere al numero due del regime, Delcy Rodríguez, il sogno di un'America Latina rimodellata ha catturato l'attenzione di Marco Rubio, in particolare la prospettiva della caduta del regime cubano. La sua presenza alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco a metà febbraio ha confermato sia la sua compatibilità con le politiche e i metodi di Donald Trump, sia la sua capacità di distinguersi da essi nello stile.

Rubio, un "sostenitore passivo"

Per Curt Mills, direttore esecutivo di The American Conservative , una rivista contraria alle avventure militari americane all'estero, Marco Rubio ha poche possibilità di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2028. "È percepito come un falco tradizionale, e la sua base elettorale è comunque traballante. Non credo che abbia preso le decisioni in questa guerra, ma piuttosto un sostenitore passivo. È stata un'iniziativa del presidente Trump", ha dichiarato a Le Monde . Tuttavia, questa figura intellettuale della nuova destra ritiene che sarebbe prematuro parlare di una vittoria per il campo interventista, a cui Rubio appartiene. "Vedo questo momento come una supernova. È il sussulto finale, una stella che esplode. I falchi sono tutti piuttosto anziani. C'è un enorme divario generazionale su questo tema. E c'è la chiara sensazione che siano gli americani più anziani a guidare questa guerra: conduttori di Fox News, senatori settantenni. Non voglio sminuire il loro potere". Hanno appena ucciso sei americani e centinaia di iraniani. Ma per loro il tempo stringe.

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Curt Mills definisce il "tradimento" da parte di JD Vance dell'accordo MAGA, fondato sul principio "America First", un tradimento che lo pone anche in una posizione politica pericolosa. Il vicepresidente ha già avviato la sua campagna informale per il 2028, posizionandosi con cura per incarnare la nuova generazione della destra americana: anti-immigrazione, anti-globalizzazione e anti-interventista. Vance si trovava ad affrontare una crescente attenzione pubblica sul costo della vita.

Questa guerra contro l'Iran, così mal giustificata dall'amministrazione, rappresenta un ulteriore ostacolo, soprattutto se si protrae. "Abbiamo imparato una cosa dalla campagna del 2024 ", osserva Curt Mills. " È stato un errore strategico per Kamala Harris [vicepresidente e candidata democratica] allinearsi completamente con Joe Biden. Se JD Vance dovesse candidarsi, il mio consiglio gratuito sarebbe quello di iniziare a prendere le distanze [dalla guerra in corso] ".

La solitudine di Vance

Per ora, J.D. Vance sta tergiversando, ma rimanendo a bocca cucita. Il giorno prima dell'inizio del conflitto, il vicepresidente ha incontrato il ministro degli Esteri dell'Oman Badr Albusaidi, che stava tentando un ultimo tentativo di mediazione a Washington per convincere l'amministrazione che l'offerta dell'Iran riguardo al suo programma nucleare era seria e senza precedenti. Quando l'offensiva è stata lanciata la notte successiva, J.D. Vance non era con Donald Trump nella sua tenuta di Mar-a-Lago in Florida. Il presidente era notoriamente circondato dal suo capo di gabinetto, Susie Wiles, e da Marco Rubio. Una foto diffusa dalla Casa Bianca mostrava il vicepresidente nella Situation Room a Washington. Il suo isolamento politico era evidente.

Su X, JD Vance è rimasto in silenzio, mentre di solito ama i dibattiti vivaci, come durante le controverse operazioni di polizia a Minneapolis, Minnesota. Il 3 marzo è riapparso brevemente su Fox News, parlando con il compiacente conduttore Jesse Watters, per denunciare ancora una volta "20 anni di tentativi di stabilire una democrazia liberale in Afghanistan" e la guerra in Iraq. Nell'offensiva attuale, ha spiegato il vicepresidente, la differenza principale è che Donald Trump ha "chiaramente definito ciò che vuole realizzare", ovvero impedire all'Iran di acquisire armi nucleari. Le sue ripetute affermazioni secondo cui tutto era "chiaro" e "semplice" sembravano suggerire il contrario.

Poco prima delle elezioni del 2024, in un'intervista con il podcaster Tim Dillon, JD Vance espresse la sua preoccupazione per le ambizioni nucleari di Teheran, che riteneva inaccettabili, ma aggiunse: "Credo fermamente che il nostro interesse non sia quello di entrare in guerra con l'Iran, vero? Sarebbe un enorme dispendio di risorse. Sarebbe un costo enorme per il nostro Paese". Il 27 febbraio, alla vigilia dell'offensiva, JD Vance, che era stato dispiegato in Iraq come soldato, dichiarò al Washington Post : "L'idea che ci troveremo in una guerra in Medio Oriente per anni senza una fine in vista, non ha alcuna possibilità che ciò accada".

Appena arrivato al Senato nel gennaio 2023, JD Vance si è distinto prendendo posizione contro il sostegno illimitato e incondizionato degli Stati Uniti all'Ucraina sotto l'amministrazione Biden. Ha poi firmato un editoriale sul Wall Street Journal intitolato "La migliore politica estera di Trump? Non iniziare guerre". Più o meno nello stesso periodo, l'editorialista iraniano-americano Sohrab Ahmari ha co-firmato un articolo entusiastico su Vance sulla rivista Compact , sostenendo che stava indicando ai repubblicani "la via" incarnando un "populismo serio ". Questo autore è diventato un interlocutore familiare del senatore dell'Ohio.

Il suo articolo del 2 marzo sulla rivista britannica UnHerd , di cui è caporedattore negli Stati Uniti, è ancora più significativo. Segnala una sconfitta. "Apparentemente contro ogni aspettativa, sono i falchi neoconservatori ad emergere come i vincitori dell'era Trump, mentre gli intellettuali trumpisti si ritrovano a mani vuote (...). Il Vance che un tempo criticava aspramente una politica estera di "moralizzazione" ora sovrintende a scioperi esplicitamente volti a liberare il popolo iraniano ", si lamenta Sohrab Ahmari.

In questa fase, né Marco Rubio né JD Vance traggono vantaggio da una tale proiezione di potenza militare contro l'Iran, priva di una strategia chiara. Questa guerra provvisoria è principalmente opera di Donald Trump, che sembra in gran parte indifferente alla sua eredità politica. Il miliardario non ha mai avuto gusto per i dibattiti ideologici e finge disprezzo per l'onda d'urto che il conflitto sta provocando attraverso il suo stesso partito. A sette mesi dalle elezioni di medio termine, la priorità di Donald Trump rimane l'idea di essere l'unico centro dell'attenzione, incontrastato. I successi sono solo suoi. Quanto ai fallimenti, basterà negarli, altrimenti verranno identificati altri colpevoli.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/03/06/la-guerre-en-iran-une-epreuve-politique-aussi-bien-pour-l-isolationniste-jd-vance-que-pour-l-interventionniste-marco-rubio_6669704_3210.html?search-type=classic&ise_click_rank=2

giovedì 5 marzo 2026

L'invenzione del colore

 

storia di una vita e di una azienda

Penso che L’invenzione del colore di Christian Raimo si collochi idealmente e anche concretamente nella drammatica e illuminante linea della Dismissione di Ermanno Rea (2002) e di Memoriale Corporale di Paolo Volponi (1962 e 1974). È un romanzo sui passaggi e le conseguenze dell’evoluzione industriale e aziendale in Italia e in buona parte dell’Occidente, una persuasiva rappresentazione narrativa della «liturgia dell’industria del Novecento»; un’eredità di alienazione sociale, materiale e mentale, che si esprime attraverso uno stile segnato da frantumi e schegge, mimetico delle ferite aperte e dei reperti «dismessi» del passato boom economico.

L’invenzione del colore rivive la storia della Technicolor italiana (1958-2013), in cui dal 1962 lavorò come chimico il padre dell’io narrante e autore del romanzo. Il filo conduttore è la vita professionale di Raffaele Raimo dagli anni 60 alla morte (2009), che coincide con la vita e la morte della fabbrica stessa. Il libro è perciò prima di tutto un’inchiesta sull’universo del lavoro, sui pregevoli risultati tecnici e artistici di quell’esperienza. In particolare l’invenzione del processo di sviluppo cinematografico Enr che distinse il «colore» di film straordinari quali Apocalypse Now di Francis Ford Coppola e Reds di Warren Beatty, entrambi fotografati da Vittorio Storaro. Poi la crisi del sistema, il vincente «avvento del digitale», il tragico lascito corporale di un’industria che trasmise letali tracce tumorali a molti dei propri operai.

Raimo ha scritto un romanzo importante, dai tanti anfratti e vicoli luminosi e ciechi, vie principali e laterali, come è l’esistenza quotidiana stessa. Dà conto della famiglia di origine e di quelle in ardua costruzione, dell’amore di coppie storicamente diverse nell’Italia trasformata dai decenni. L’amore e il sesso di allora e di ora, la contestazione politica, il mondo dell’università e quello della scuola, la realtà e i sogni, la ricerca esteriore e quella interiore, tra geografie di luoghi e ispirazioni evangeliche. La piccola e la grande storia si intrecciano nella ricostruzione di qualche decennio di indimenticabile cinema e di eccezionali maestranze. Immagini, persone e anime in movimento, alcune adesso migrate verso un altrove che forse è «il paradiso, o qualcosa del genere».

Christian Raimo

L’invenzione del colore

La nave di Teseo,

pagg. 400, € 20