domenica 5 luglio 2026

Master of Ballantrae

Jean Echenoz
Il diavolo in nero con cui Stevenson continua a sedurci

la Repubblica, 5 luglio 2026

Il Master di Ballantrae esce nel 1889, tre anni dopo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (scritto in una settimana), sei anni dopo L’isola del tesoro e cinque anni prima della morte di Robert Louis Stevenson all’età di quarantaquattro anni. Tutto accade in fretta nella vita di quest’uomo.

Molto in fretta: a tre anni di distanza, con L’isola del tesoro e Il dottor Jekyll e il signor Hyde, Stevenson ha creato due miti letterari. Il Master di Ballantrae, che riprende, amplifica, distorce i due temi essenziali di quei libri, dà forma a una rêverie nata una notte d’inverno del 1887 a Saranac, sui monti Adirondack, allorché Stevenson ha da poco riletto La nave fantasma, romanzo marinaresco di Frederick Marryat – secondo lui sono infatti tre le letture necessarie per penetrare i segreti di un libro, per studiare i meccanismi del giocattolo. «Dovetti constatare che da troppo tempo non avevo elaborato un intreccio,» racconterà quattro anni dopo «e sfidai me stesso a idearne uno, seduta stante. Doveva essere una storia di ampio respiro, che coprisse svariati anni, in modo che potessi raffigurare i personaggi nello slancio della giovinezza e nel declino dell’età, e che si svolgesse in diverse contrade cosicché potessi collocarli in ambienti diversi e sorprendenti – e poi soprattutto una storia che mettesse in scena la stessa accumulazione di eventi spettacolari del libro di Marryat, affrontati nella stessa maniera ellittica e concisa».

In questo libro avviato con frenesia non lontano dalla frontiera canadese, faticosamente portato a termine l’anno seguente a Waikiki, nei pressi di Honolulu, figurerà tutto l’armamentario del romanzo d’avventura. Tanto che viene da chiedersi se lo sia veramente. Pirati, battaglie, contrabbandieri, cacciatori di pellicce, tesoro e tradimenti, duelli, burrasca e ammutinamento, fachiro e pellirosse, pianeta percorso in lungo e in largo dalle Indie all’Alaska, non manca nulla. E, al centro del teatro, il mortale conflitto tra due fratelli, James e Henry Durie.

Due fratelli che tutto oppone o sembra, all’inizio, opporre. Di fronte all’aspetto riservato, misero e scialbo di Mr. Henry si erge la figura affilata, cinica, elegante di James, Master di Ballantrae. Abito nero, diamante, neo. All’internazionale potere di seduzione di James non corrispondono, in Henry, che probi e sedentari talenti di veterinario e pescatore. L’avventuriero senza morale contro l’amministratore senza scintillio. Il perverso contro l’umiliato.

Lo scrittore francese Jean Echenoz

Lo scrittore francese Jean Echenoz

È il perverso che ci interessa, ovvio. È l’eroe romantico contorto. È questa seduzione che ci attrae, e non siamo i soli. Dal momento in cui il padre del Master identifica il figlio con il diavolo, ammettendo nella medesima frase, a sua grande vergogna, che è comunque sempre stato il favorito, noi condivideremo quella vergogna (...). Una volta emessa la sentenza paterna, le marche sataniche si moltiplicheranno non appena si fa cenno a James Durie. Indirette o meno, tali allusioni brulicano, non c’è un solo capitolo in cui non si manifesti la medesima ombra. Ombra che giungerà a sdoppiarsi quando il Master si imbarca su una nave pirata il cui capitano, mediocre psicopatico, si crede lui stesso il diavolo, tanto che ha sbattezzato la sua nave, la Sarah, per chiamarla Inferno. Un delicato conflitto prende allora avvio fra il Master di Ballantrae, diavolo principe, e questo diavoletto da strapazzo che si dipinge la faccia di nero e mastica schegge di vetro, addobbandosi ingenuamente degli orpelli di un Maligno di cui solo il Master ha colto al volo l’essenza.

Quindi è lui, probabilmente. Seduzione, bellezza, sadismo e imbonimento. Smania di pervertire e manipolare. Eterni espedienti per ricominciare da capo. Bellezza che raggiunge l’apice, nota dolorosamente l’intendente Mackellar, quando il Master supera sé stesso nell’oltraggio. Ma se possiamo seguire a occhio nudo, come su un campo innevato, gran parte di queste tracce diaboliche, ve ne sono altre che attraversano più discretamente il romanzo – per esempio il singolare dettaglio, buttato lì come per caso e dunque ancor più inquietante, relativo alle letture di James Durie, e soprattutto al suo modo di leggere: sembra che il Master si interessi solo alla forma del testo, trascurandone il significato. Con lo stesso piacere epidermico può scorrere brani della Bibbia o di Clarissa, senza distinzione alcuna, giacché entrambi non sono che transitorie fonti di soddisfazione, violino in un cabaret – brivido lungo la schiena.

Soprattutto, grava sul Master un sospetto di immortalità. Regolarmente lo si dà per morto in guerra, morto in duello, morto di sfinimento – e lui riappare sempre più scintillante, ogni volta più pericoloso. Un procedimento che lo stesso Stevenson esita a sistematizzare, come confessa in una lettera a Henry James, «posto che il terzo, per così dire, decesso e le circostanze della terza riapparizione sono impervi; impervi, Sir. Anche troppo impervi». Che fare di fronte a un personaggio simile? Ci si ritrova in una posizione non diversa da quella di Mackellar, protagonista del libro e insieme suo supposto autore. Stretto fra la devozione nei confronti di Mr. Henry e l’ammirazione per il Master, Mackellar è lacerato e la sua situazione impossibile: scrivere un libro in memoria dell’uno per celebrare, di fatto, la gloria dell’altro.

Situazione impossibile, fratelli impossibili: tutto ciò che James irride, tutto ciò con cui si trastulla, Henry vi resta senza scampo invischiato. L’amore. Il denaro. Il ruolo di figlio. I domestici. I vicini. L’alcol. Ma non si tratta di antagonismo tra bene e male. Se il Master incarna il diavolo nel suo sfarzo, il fratello minore non è in alcun modo il suo rovescio: il fatto che venga umiliato, offeso, non implica che rappresenti la virtù. All’angelo nero, caduto ma scintillante, luciferino e dunque portatore di luce, sembra piuttosto opporsi un angelo grigio, scialbo e purgatoriale. Greve più che lastricato di buone intenzioni. Disastroso come seduttore. Capace solo di gettarsi a capofitto nelle trappole più banali, dall’eccesso di zelo all’abuso di alcol. Si tratta, più che del conflitto fra valori opposti, della combinazione di due perdite, di due modi di perdere, di due forme di stile: spento o brillante (...). Già nello Strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde l’antagonismo tra un bene jekylliano e un male hydiano non è così marcato. Jekyll non è buono, diagnostica Nabokov. Jekyll è un essere composito, una miscela di buono e cattivo, una soluzione di «jekyllite» al 99% e di «hydite» all’1%. Hyde è invece un precipitato di male allo stato puro, nel senso chimico del termine, dal momento che qualcosa del Jekyll composito permane e si interroga con orrore su Hyde allorché questi commette i suoi delitti. Ci sono, come dice Nabokov, tre personalità: Jekyll, Hyde e il residuo di Jekyll quando è Hyde a prendere il sopravvento. Certo, ma il punto d’incontro dei fratelli Durie, il punto in cui Stevenson fa sì che si incontrino, è laddove si fondono in una contraddizione, in un’ambivalenza: quella di Mackellar che diventa a sua volta una sorta di Jekyll-Hyde affettivo, binario, tormentato dai rischi dell’attaccamento e della fascinazione (...).

Inseparabili nell’antipatia che nutrono, indivisibili, Henry e James Durie sono il recto e il verso di questa ghinea. I loro nomi, fra l’altro, ricompongono l’identità dello scrittore più vicino e più lontano ma comunque il più vicino, si direbbe, a Stevenson in quegli anni. È a Henry James che Stevenson illustra, in una lettera del marzo 1888 («Mio caro, delizioso James»), l’intreccio del romanzo, senza precisare i nomi, ma affacciando l’ipotesi che siano stati il diavolo e gli Adirondack a suggerirgli la conclusione; il diavolo, senza dubbio. Ed è James, due anni dopo, quando Il Master è uscito da sei mesi, a confessare a Stevenson: «Il palpito più intenso della mia vita letteraria, come di molti altri, è stato Il Master di Ballantrae– un cristallo duro e puro, ragazzo mio». Non c’è altro da aggiungere. Al contempo, di fronte alla rivalità dei fratelli Henry e James Durie, il pensiero va, con discrezione, ai problemi che lo stesso James aveva con il fratello maggiore William, autore di preziosi Principi di psicologia.

Nel progetto iniziale Stevenson prevede di attraversare una buona metà del pianeta, nell’arco di una generazione, facendo ricorso a quattro attori, due fratelli, un padre, un’eroina. Sopraggiunge poi Mackellar, in apparenza secondario nel suo personaggio di intendente, ma essenziale in quanto narratore e dunque intendente del romanzo stesso: l’intendenza seguirà gli eventi. Mackellar che non occorre descrivere, perché la sua cronaca dei fatti, il suo modo di riferirli ne compongono anche l’autoritratto. Mackellar combattuto tra le due funzioni, così come tra i sentimenti che nutre per i fratelli Durie – lui che tiene i sentimenti in così poco conto da confessare, garbatamente, di non aver mai guardato all’amore con occhio favorevole. Non è il solo d’altro canto, tutti sono combattuti: il padre, l’eroina, noi stessi. Nessuno sa venire a patti con il potere di seduzione del Master, a proposito del quale occorre pur ricordare che è una losca canaglia: lo conferma ogni suo atto, ne è consapevole ogni familiare, ma si corre il rischio di dimenticarlo. Avendo designato Mackellar come narratore, Stevenson si scontrerà con i gravi problemi tecnici di una costruzione romanzesca in prima persona, problemi che a quanto pare hanno trasformato in un incubo la parte conclusiva della stesura del Master. A un certo punto Mackellar non basta più, non può più farsi carico da solo della narrazione, non è più all’altezza: altri dovranno assisterlo. Così, verso la fine splendidamente abborracciata di questo romanzo, piena di toppe e zeppe narrative, nuove testimonianze intervengono, si affollano verrebbe da dire, per giustificare le circostanze («impervi; impervi, Sir») della morte e dell’ultima resurrezione del Master, prima che i due fratelli Durie si ammazzino a modo loro. Non lontano dal lago Champlain, sugli Adirondack. Proprio là dove Stevenson ha concepito la loro storia.

Traduzione di Giorgio Pinotti

Il tabù

Il cambio della guardia al Quirinale

Ezio Mauro
Lo sguardo della destra oltre il Colle

la Repubblica, 5 luglio 2026

Ma di cosa parliamo quando discutiamo l’idea di Giorgia Meloni di portare un nome di destra al Quirinale? Apparentemente la questione è semplice, e il sistema politico per il momento si è accontentato di questa lettura semplificata, per cui dal punto di vista delle regole non c’è alcun ostacolo alla nomina di un esponente della destra alla presidenza della Repubblica. Ma subito dopo, se ci si sofferma a riflettere, la questione si complica: perché ci sarà pure una ragione se in questi ottant’anni la destra di cui Meloni è interprete non è mai riuscita ad avanzare una candidatura per il Quirinale, nonostante la via per il palazzo fosse libera da impedimenti formali. Il problema è evidentemente politico, e dev’essere di grande rilievo, se la stessa premier lo ha definito un “tabù”, che dura da quasi un secolo. È esattamente questo nodo politico che la leader della destra vuole affrontare, anche se è partita da lontano, con una miccia lunga, che però illuminerà presto gli aspetti nascosti di questo dossier delicatissimo, attraversando tutta la campagna elettorale per poi esplodere nel triangolo tra il Quirinale, il parlamento e il governo, cioè nel cuore del sistema.

Meloni ha parlato di “destra” senza specificazioni: ma intendeva sé stessa, il suo partito, il mondo residuo che deriva da Salò e che lei ha portato al governo con la vittoria elettorale, egemonizzando Lega e Forza Italia. Quel mondo, proprio per la cultura post-neo-fascista di cui è erede, è perfettamente consapevole di dover affrontare nella salita al Quirinale un interdetto storico e civile: potremmo dire un interdetto repubblicano, perché la repubblica che si definisce “democratica” è nata dalla riconquista della libertà nella Resistenza al nazifascismo, non è una costruzione artificiale a tavolino. La persistenza di un legame col fascismo e il suo carattere antidemocratico cozza contro lo spirito della Costituzione, la sua storia e i suoi principi. Da questo evidente contrasto nasce un interrogativo che dovrebbero porsi per primi i leader della destra: si può essere nello stesso tempo custodi della memoria di quella stagione mantenendola viva, e garanti della Costituzione nata dalla ribellione alla dittatura? Si può fingere di non vedere l’ostacolo, scivolando da una stagione politica all’altra contando sulla capacità di adattamento degli italiani e sull’assoluzione preventiva del mondo intellettuale, compiacente: ma non si sfugge alla sostanza del problema, che infatti insegue Meloni da quando è entrata a palazzo Chigi.

Per la verità la premier ha pronunciato giudizi importanti di condanna di singole atrocità del nazifascismo: ma non ha mai sentito finora la responsabilità di dare un senso politico e addirittura storico a quelle dichiarazioni di buona volontà personale e di necessaria conformità istituzionale. Sarebbe nell’interesse di tutti che questo nodo si sciogliesse nella scelta della democrazia occidentale, senza naturalmente che ciò significhi per Meloni perdere quello spirito ribelle, quasi antisistema, che coltiva con attenzione insieme con il suo opposto, l’esercizio del governo. Per la destra si tratta di accettare compiutamente il codice democratico europeo, imboccando così l’unica vera via di divaricazione e distinzione da Vannacci, compiendo la storia italiana con una parabola che non obbliga la destra sovranista a diventare una forza moderata e tardo-dorotea. Ma qui c’è il secondo problema: Meloni non cerca l’integrazione col sistema, rifiuta l’omologazione: certo per ragioni elettorali, ma soprattutto per motivi identitari. Non vuole essere la leader che porta al Quirinale (dopo palazzo Chigi) una destra estenuata, impallidita, irriconoscibile a sé stessa, convertita e alla fine arresa: punta al testacoda decisivo, guidando alla scalata del vertice istituzionale italiano non un partito o una coalizione, ma una storia intera e intatta, con tutto il peso della sua alterità.

La presidente del Consiglio è perfettamente consapevole che questa scelta le consente di rappresentare insieme l’eccezione e il suo superamento, e soprattutto di portare la contraddizione che ha introdotto nel sistema al punto finale, contro il suo principio costitutivo. Il culto dell’identità prevale sul calcolo delle opportunità. Anche perché c’è un contro-calcolo segreto, riposto in qualche angolo di palazzo Chigi: la possibilità, attraverso questa strada, di rompere la cornice costituzionale portando sul colle più alto dello Stato quell’identità storica e politica estranea alla Carta, fuoruscendo dalla Costituzione per entrare definitivamente nella Seconda Repubblica, troppe volte annunciata e mai veramente iniziata. Una Repubblica che vedrebbe così la destra esclusa nel ‘48 diventare addirittura madre costituente ottant’anni dopo, con la sua storia, i suoi riferimenti e la sua tradizione integri: e con Meloni a capotavola.

Tutto si tiene, a questo punto. La destra italiana realizzerebbe l’obiettivo ideologico delle destre estreme in tutto il mondo, rafforzare la potestà di chi ha vinto le elezioni prendendo quote supplementari di potere, oltre a quelle legittime, fuori dal perimetro della Costituzione. Sarebbe la conclusione della corsa ai “pieni poteri” di Salvini, dell’inseguimento al premierato forte da parte di Meloni. Con la legge elettorale in gestazione, si regalerebbero i voti che mancano in parlamento per mandare la stessa leader della destra sul Colle, da dove controllerebbe il governo con un premier esecutivo gregario. Compiendo di fatto la riforma che non è riuscita a realizzare di diritto.

Manca solo un elemento, che unisca tutti i puntini di questa storia: qual è l’obiettivo finale di questa manovra? Certo non può essere solo il rafforzamento del ruolo di premier, visto che Meloni già oggi non ha veri ostacoli nella sua alleanza. Né soltanto uno squilibrio dei poteri istituzionali, come si è tentato coi torni esagitati contro la magistratura nel referendum, dove la destra è stata sconfitta dal voto popolare. Il vero traguardo è evidente: dopo aver realizzato il cambio di governo, la destra punta ormai al cambio di regime. Da un sistema parlamentare nato dall’antifascismo a una Repubblica neutra, senza più una cultura civile di riferimento e senza legami con la sua storia: che infatti può essere infine ribaltata.

Un comunista singolare

 quella sintesi tra idea comunista e visione riformista

Valentino Parlato

Raffaele Liucci
Il Sole 24ore, 5 luglio 2026

Tra i padri fondatori nel ’69 del «manifesto» insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e altri, Valentino Parlato (1931-2017) era senza dubbio il meno utopista. Essendo un giornalista soprattutto economico, sapeva benissimo che in una società capitalistica avanzata la «rivoluzione» avrebbe potuto rappresentare al massimo un orizzonte ideale, non una prospettiva concreta.

Cosicché, come ricorda Pierluigi Ciocca introducendo questa antologia di scritti – interviste, commenti, reportages – curata da Gabriele Polo, Parlato cercò sempre una sintesi fra l’istanza radicale dell’ideale comunista e il necessario riformismo: unico strumento a disposizione per correggere gli squilibri sociali alleviando le sofferenze dei più deboli. Insomma, più che «fare come in Russia» bisognava attuare la nostra Costituzione. Non a caso si autodefiniva, con un ossimoro, «amendoliano di sinistra» (inteso come Giorgio).

Questa sua propensione spicca particolarmente nelle interviste a diversi protagonisti del mondo politico ed economico, da Riccardo Lombardi a Paolo Leon, da Luigi Spaventa a Guido Rossi e Bruno Trentin, nel corso delle quali era particolarmente attento ad affrontare i modi con cui correggere le principali storture italiane: le rendite intoccabili, l’evasione fiscale, l’inflazione, i bassi salari, le infrastrutture insufficienti, il sottosviluppo del mezzogiorno, la povertà.

Il suo principale interlocutore era Federico Caffè, collaboratore non del «Corriere della Sera», ma proprio del «manifesto». Nel 1997, in occasione del decennale della sua misteriosa scomparsa, Parlato ne ricordò un «memorabile articolo», La solitudine del riformista, pubblicato il 29 gennaio 1982. Il grande economista rivendicava l’opportunità di preferire «il poco al tutto» e «il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del “sistema”». Eppure, concludeva amaramente Parlato, nell’Italia dell’Ulivo, governata da un centrosinistra in teoria più avanzato di quello che nel 1962 aveva nazionalizzato l’energia elettrica, il tema all’ordine del giorno non era rifondare lo stato sociale, bensì ridimensionare le sue ambizioni.

Giungiamo così al cuore del libro. Se il «manifesto» era nato nel 1969 con l’intento di superare da sinistra, e non da destra, l’ormai sclerotizzato socialismo reale, dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 sorgerà un problema di natura analoga: salvaguardare l’eredità e il radicamento del comunismo italiano di fronte alla presunta «fine della Storia». Gli eredi del Pci si mostreranno invece più sensibili alle ragioni del neoliberalismo. Eppure, sin dall’inizio Parlato aveva lucidamente capito che la globalizzazione non sarebbe stata «un pranzo di gala» e che una declinazione soprattutto monetaria dell’europeismo avrebbe condotto a una crisi di rigetto da parte dei cittadini, oggi sotto gli occhi di tutti.

Che Parlato fosse una penna di prim’ordine lo confermano anche questi pezzi, dallo stile scarno ed essenziale, proprio del giornalista puro estraneo ai manierismi e agli arzigogoli. Ne Il signor di Bric a Brac, un bel documentario a lui dedicato, disponibile su youtube, ad un certo punto viene ripreso seduto alla scrivania mentre, avvolto in una nuvola di fumo, batte i tasti di una vecchia macchina da scrivere, circondato da libri e fogli di appunti. Proprio così gli piaceva apparire ai lettori: non parlando di sé, ma riflettendo su problemi, avvenimenti e persone, con uno sguardo sempre penetrante e lievemente ironico.

Essendo soprattutto un uomo di redazione (e, innumerevoli volte, di direzione), Parlato non fu mai un grande viaggiatore. Però il curatore ha ugualmente inserito un paio di suoi reportages. Il primo lo condusse in Afghanistan, dove – ospite di Emergency – vi passò tre settimane insieme al vignettista Vauro nel 2004, tenendo sul comodino uno scritto di Engels sul popolo «focoso», «turbolento» e onusto di storia che viveva tra quelle montagne.

Il secondo è il nostos del 1998 nella natia Libia. Dopo essere stato espulso nel novembre 1951 in quanto «pericoloso comunista», la ritrova, quasi mezzo secolo più tardi, trasfigurata dal petrolio. Le baracche e le catapecchie di Tripoli avevano lasciato il posto a «dignitosi edifici di case popolari», mentre il buono stato dell’agricoltura era testimoniato dalla «grande abbondanza di frutta, ortaggi, gigantesche zucche gialle e montagnole di vasi di miele» esposti nei mercati e nelle botteghe lungo le strade di campagna.

Nella sua ammirazione per il «welfare gheddafiano», secondo lui ben diverso da quello «satrapesco» degli Emirati o del Kuwait, Parlato tradiva un certo debole per il rais, intervistato nella sua tenda di Sirte. Chissà, forse il fondatore del «manifesto» faceva davvero parte di quel «partito libico trasversale» che, secondo Miguel Gotor, in Italia «andava dall’estrema sinistra sino all’estrema destra, passando per il centro in tutte le sue sfumature possibili».

Valentino Parlato
Non solo la domenica. Interviste, commenti, reportage 1973-2011
A cura di Gabriele Polo, con uno scritto di Pierluigi Ciocca
Quodlibet, pagg. 288, € 19

L'ascesa di Alcaraz e Sinner

 Carlos, Jannik... e nulla fu più come prima

Tennis. Giri Nathan racconta l’ascesa di Alcaraz e Sinner, due campioni che hanno cambiato lo scenario di questo sport: la tecnica, i risultati, le personalità, le debolezze in un racconto godibile

Eliana Di Caro
Il Sole 24ore, 5 luglio 2026

L’erba di Wimbledon «è bellissima da guardare anche senza che ci si giochi sopra un bel tennis. E quando poi comincia il tennis si sente solo una quiete dove dovrebbe esserci il suono, attutito dalla vegetazione: niente cigolii di suole, niente rimbombi della palla che colpisce il campo, solo lo scoppio limpido di quando sbatte sulle corde, una serena semplicità sonora. Non ci sono le insegne sgargianti degli sponsor che deturpano solitamente le linee laterali di ogni altro torneo: sulla pubblicità Wimbledon è schizzinosa, e la riduce al minimo. I giocatori, vestiti di un obbligatorio bianco integrale, attenuano ulteriormente gli stimoli visivi»: non si può non cominciare da qui, dalle parole che Giri Nathan dedica al più prestigioso torneo del mondo – oggi ci sono gli ottavi di questa edizione – per parlare di Cambiocampo, il libro che esplora la rivalità tra Carlos Alcaraz e Jannik Sinner (ma non solo). Un’opera di grande successo negli Stati Uniti, ora tradotta in italiano.

Sin dalla copertina – con i due tennisti in azione nelle loro traiettorie estreme sullo sfondo di terra rossa – il volume dichiara il proprio intento: raccontare l’ascesa incontrastata dello spagnolo e dell’italiano che nel 2024 e nel 2025 si sono spartiti gli Slam e gran parte dei Masters 1000, lasciando agli altri le briciole. L’autore trova il giusto equilibrio nel dar conto di tecnica di gioco e risultati da un lato, tratti caratteriali e aneddoti dall’altro. Ne viene fuori una lettura godibile e stimolante: per chi segue il tennis, scatta immediatamente il confronto con le proprie idee e i propri ricordi; chi sa poco o nulla di questo mondo si incuriosisce e – chissà – magari gli si avvicina.

Tutto nasce da una sera degli Us Open del 2022 in cui Nathan decise, sfinito da una giornata a Flushing Meadows (uno dei luoghi sacri del tennis, ma molto grande, rumoroso e stancante), di tornare a casa e guardare lì il quarto di finale tra due giocatori della nuova generazione, Sinner e Alcaraz, appunto. Se ne pentì perché in quelle intensissime cinque ore fu definitivamente chiaro che il circuito si arricchiva di due campioni che avrebbero cambiato per sempre lo scenario di questo sport. Lasciandosi alle spalle, una volta per tutte, i big three, o meglio: Roger Federer e Rafa Nadal, ma non Novak Djokovic che aveva – e ha, pervicacemente – ancora qualcosa da dire.

Nathan ha seguito i due giovani talenti passo dopo passo, arrivando a decifrarne il carattere, le fragilità, il rapporto con il team. Se all’inizio balzano agli occhi gli elementi comuni – la potenza dei colpi, la velocità negli spostamenti, la destrezza acrobatica in difesa, la mentalità vincente che porta sempre a cercare il punto –, seguendoli appena un po’ emergono subito le differenze: Carlos «gioca con calore», Jannik «sembra vivere nel permafrost», il primo «cerca la partecipazione del pubblico», il secondo «la riservatezza». Per lo spagnolo «il tennis è una passione», per l’azzurro, «una religione». Nathan si sofferma sul suono della palla: il rumore dei colpi di Sinner è inconfondibile, pare quello di un’arma da fuoco, eppure generato con il proverbiale controllo del suo gioco ordinato e geometrico. Alcaraz è estroso e imprevedibile, non sai mai cosa aspettarti: «Combina in un unico psichedelico punto tanti aspetti che normalmente non stanno insieme», scrive Nathan. Due giocatori diversi e complementari. Man mano che si rinnovano le sfide tra loro – le finali che tutti aspettano, con il paradosso che i match degli altri quasi perdono d’interesse – la rivalità diventa più affascinante, caratterizzata da temperamenti così diversi e un gioco sempre spinto al limite. Un binomio celebrato anche dall’espressione Sincaraz (ma i sostenitori del rimpianto “Fedal” – Federer + Nadal – non ammettono paragoni...).

Certo, nel momento in cui licenziava il libro, l’autore non poteva immaginare i colpi di scena di quest’anno (l’infortunio al polso dello spagnolo che è fermo da metà aprile; il tonfo di Jannik al Roland Garros, sconfitto al secondo turno dal meno talentuoso dei fratelli Cerundolo, dopo un’infilata di successi nei precedenti Masters 1000). Abituati alla vincente regolarità dei big three, è sembrato uno strano tiro giocato dai numeri 1 e 2 del mondo. Ma in fondo per chi, come Giri Nathan, ama il giocatore più eccentrico e meno classificabile in schemi tradizionali – Daniil Medvedev – neanche poi tanto.

Al russo l’autore dedica un capitolo appassionato. Una vera e propria dichiarazione d’amore. Ne ricorda lo stile di gioco tutto particolare, il furioso nervosismo in campo e, per contro, la calma e ironica postura nelle conferenze stampa post match in cui Daniil spiega pacatamente che cosa non ha funzionato, dove l’avversario è stato superiore, perché non è riuscito a raddrizzare la partita. O viceversa. Non solo: capita che faccia osservazioni schiette sul gioco dei suoi colleghi, e spesso – scrive l’autore – risultano più utili di quanto detto dai diretti interessati.

A proposito di conferenze stampa (e di libertà di un giornalista di fare le domande che vuole), Nathan cita «il tono lievemente frettoloso e divertito» con cui Sinner «lascia intendere che stia trovando la domanda sciocca, che vorrebbe che tu fossi bravo col tuo lavoro quanto lui lo è nel suo», e rievoca la vicenda del Clostebol – sostanza dopante cui l’italiano è stato trovato positivo e per la quale è stato sospeso tre mesi – ricordando come in quel caso (agli Us Open 2024) fosse stato invece «impeccabilmente paziente e chiaro» con tutti loro. Una fase difficile che il tennista di Sesto Pusteria ha saputo superare brillantemente, tornando in campo alla grande nella primavera del 2025 e sfiorando il colpaccio in finale al Roland Garros, su quella terra che ancora doveva regalargli un successo importante: sciupò tre match point contro Carlitos, arrendendosi al supertiebreak del quinto set dopo cinque ore e mezza di battaglia. Una partita epica, «un tennis migliore di qualsiasi cosa questi due avessero prodotto fino a quel momento», un epilogo che probabilmente ha rubato il sonno a Jannik per più di una notte. Ma l’azzurro era già pronto a prendersi Wimbledon, il primo italiano di sempre.

In attesa di un vero terzo incomodo (Fonseca? Jodar?) non resta che attendere il rientro di Alcaraz. E il prossimo libro di Giri Nathan.

Giri Nathan
Cambiocampo. È iniziata un’altra epoca del tennis
Traduzione di Luca Sofri
Altrecose, pagg. 360, € 20

sabato 4 luglio 2026

La Sanseverina

 

Sulla Sanseverina di Stendhal
Time's Flow Stemmed, 13 aprile 2011

Giunti a circa due terzi de La Certosa di Parma , ciò che colpisce maggiormente è la vitalità che Stendhal infonde ai suoi personaggi. La trama può affievolirsi, le sfumature della vita di corte italiana possono perdere la loro immediatezza, ma alcune figure rimangono vivide: Fabrizio del Dongo, il malinconico Conte Mosca e, soprattutto, la Duchessa Sanseverina.

Simone de Beauvoir, una delle prime e più fedeli ammiratrici di Stendhal, ne elogiò la profonda comprensione della condizione femminile. Ne Il secondo sesso , scrisse che Stendhal, un amico intimo delle donne, non credeva nel mistero femminile: per lui non esisteva un'essenza eterna che definisse la femminilità. Rifiutava la ripetizione pedante di tratti attribuiti a uomini e donne, paragonandola agli errori di valutazione di un parigino che, osservando i giardini di Versailles, giungesse alla conclusione che gli alberi nascono già potati.

De Beauvoir ha inoltre osservato che Stendhal non descrive mai le sue eroine semplicemente in relazione ai suoi eroi: attribuisce loro un destino proprio. Il suo sforzo di immedesimarsi in un personaggio femminile, suggerisce, era unico tra i romanzieri.

Questa è la forza di Sanseverina, e anche di Clelia, la seconda donna che ama Fabrizio. È attraverso queste donne che Fabrizio impara a conoscere il mondo, eppure esse rimangono figure indipendenti, le cui vite sono plasmate da scopi che vanno oltre lui. Anche se Fabrizio dovesse svanire sullo sfondo di Certosa , la storia di Sanseverina persisterebbe, insistente e completa.

Stendhal, La Certosa di Parma, 1839  

Umiliato dal rifiuto della duchessa Sanseverina di cedere, il principe di Parma coglie l'occasione per imprigionare Fabrice, nipote della duchessa, per il quale lei farebbe qualsiasi cosa. Il principe crede di poter finalmente costringere la duchessa a obbedire. Ma le cose andranno ben oltre.

In questa scena emerge la figura quanto mai vivida della duchessa Sanseverina, una donna italiana piena di forza e carattere, che configura uno dei personaggi femminili più seducenti di tutta la letteratura coeva.

Capitolo XIV

Quello che la duchessa diceva lo pensava e alle sue ultime parole i domestici scoppiarono in pianto; anche lei aveva gli occhi umidi; aggiunse con voce commossa: “Pregate Dio per me e per monsignor Fabrice del Dongo, primo gran vicario di questa diocesi, che verrà domani condannato alla galera, o ciò che sarebbe già meno stupido, alla pena di morte.
La commozione della servitù si manifestò senza più ritegno e cominciavano già ad udirsi grida poco meno che sediziose quando la duchessa salì in carrozza e si fece condurre a palazzo. Malgrado l'ora indebita, pregò di sollecitarle un'udienza presso il sovrano il generale Fontana, aiutante di campo di servizio; il quale non nascose il suo profondo stupore, vedendo che la duchessa non era in abito di corte. Il principe invece, nonché irritarsi, di quella richiesta d'udienza non fu neppure sorpreso. Stropicciandosi le mani, si disse: "Ora vedrò dei begli occhi piangere! Viene a chieder grazia. La vedrò finalmente umiliarsi questa altezzosa bellezza. Era intollerabile, con le sue arie d'indipendenza! Alla menoma cosa che la urtasse, i suoi occhi che parlano pareva mi dicessero: - Napoli o a Milano sarebbero un soggiorno ben altrimenti piacevole di questa vostra cittadina di Parma - .  È vero: io no regno su  Napoli né su Milano; ma, insomma, la gran dama viene lo stesso a chiedermi qualche cosa che dipende unicamente da me e ch'essa arde dal desiderio di ottenere. Ho sempre pensato che dalla venuta di quel suo nipote qualche cosa di buono l'avrei tirato".
Sorridendo a questi pensieri e abbandonandosi alle più rosee previsioni, il principe andava su e giù pel gabinetto, mentre il generale Fontana restava ritto impalato sulla soglia come un soldato al presentat'arm. Vedendo gli occhi del principe brillare, e ricordando che la duchessa era in abito da viaggio, il generale credette alla fine della monarchia. Ma il suo stupore divenne sbalordimento quando udì il principe dirgli: - Preghi la signora duchessa di attendere un breve quarto d'ora. 
... Passati venti minuti il fido Fontana si presentò all'uscio, ma senza dir motto. - La duchessa Sanseverina può entrare, - declamò il principe in tono teatrale. "Ora si dà inizio alle lacrime" e, come per prepararvisi, tirò fuori il fazzoletto.
Mai la duchessa era stata così vivace, e così bella: in questo momento non aveva venticinqu'anni. Vedendo di che passetto svelto sfiorava il terreno, il povero aiutante di campo credette di sognare. 
- Ho molte scuse da chiedere a Vostra Altezza Serenissima, - disse la duchessa con la sua voce agile e gaia; - mi son presa la libertà di presentarmi con un abito che non è precisamente quello che ci vorrebbe; ma Vostra Altezza è stata sempre buona con me che oso sperare vorrà passare anche su questa mia sconvenienza.
Parlava adagio per darsi il tempo di godere della faccia del principe: divertentissima pel profondo stupore che esprimeva in contrasto con quel che restava del piglio maestoso, ancora testimoniato dall'atteggiamento del capo e delle braccia. Il principe era rimasto come fulminato; la sua vocetta agra e impacciata s'udiva scoppiare in dei: "Come! come!" appena articolati. La duchessa, snocciolato il suo complimento, come per deferenza tacque lasciando all'altro yuyyo il tempo per rispondere; quindi, aggiunse: 
- Ardisco sperare che Vostra Altezza Serenissima si degni di scusare la  sconvenienza del mio abito -. Ma così dicendo le guizzava negli occhi un tal sarcasmo che il principe, a disagio, distolse i suoi e guardò la volta: segno in lui del maggior imbarazzo.
- Come! come! - squittì ancora; poi, per sua fortuna trovò una frase:
- Signora duchessa, s'accomodi dunque! - e spinse verso di lei una poltrona con sufficiente galanteria. Toccata da quel gesto, la duchessa moderò la petulanza dello sguardo.
Un: "Come! come!" venne fuori per la terza volta: il principe s'agitava nella poltrona, pareva non trovasse modo di sistemarvisi.
- Approfitto del fresco della notte per viaggiar con la posta; e siccome la mia assenza può protrarsi alquanto, non ho voluto uscire dagli Stati di Sua Altezza Serenissima senza averla ringraziata di tutte le bontà che in questi cinque anni si è dagnata di avere per me.
A queste parole il principe finalmente capì e divenne pallido: nessuno soffriva come lui di vedersi deluso nelle proprie previsioni. Quindi assunse un'aria maestosa per niente indegna del ritratto di Luigi XIV che gli stava davanti.
"Alla buon'ora!" pensò la duchessa.
- E qual è il motivo della sua improvvisa partenza? - chiese il sovrano d'un tono abbastanza fermo. 
- Da tanto avevo questo progetto, - rispose la duchessa, e mi fa affrettare la partenza il trattamento, piuttosto ingiurioso, che si usa a monsignor del Dongo, il quale sarà domani condannato a morte o alla galera.
- E quale città è meta del vostro viaggio?
- Napoli, penso -. Ed aggiunse alzandosi: Altro non mi resta che prender congedo da Vostra Altezza Serenissima e umilmente ringraziarla delle sue passate bontà. 
A sua volta parlava con un tono così deciso che il principe capì che entro due secondi tutto sarebbe finito; se la duchessa arrivava a partire, egli sapeva che non vi sarebbe stato più rimedio: non era donna, quella, da tornare sulle proprie decisioni. Le corse dietro e prendendole una mano:
- Ma lei sa, signora duchessa, che io le ho sempre voluto bene; ho sempre avuto per lei un'amicizia alla quale sarebbe dipeso unicamente da lei dare un altro nome. Ora, un omicidio è stato commesso, è cosa che non si può negare: io ho affidato l'istruttoria del processo ai miei migliori giudici...
A queste parole la duchessa si drizzò in tutta la sua alterezza; ogni apparenza di deferenza e in di urbanità sparì da lei in un batter d'occhio; restò solo la donna oltraggiata, ed una donna oltraggiata che parla ad uno ch'essa sa in malafede. Col tono della più viva collera ed anzi del disprezzo disse al principe, calcando ogni parola:
- È per non sentir parlare mai più del fiscale Rassi e d'altri infami assassini che hanno condannato a morte mio nipote, come han fatto per tanti altri innocenti, che io abbandono per sempre gli Stati di Vostra Altezza Serenissima. Se Vostra Altezza non vuole che un senso di amarezza turbi gli ultimi istanti che passo presso un principe sempre cortese e intelligente quando non è ingannato, la prego umilissimamente di non ricordarmi codesti giudici infami che si vendono per mille scudi o per una croce. 
Il tono e soprattutto l'accento di convinzione con cui quelle parole furono pronunziate federo trasalire il principe; un attimo temette che un'accusa anche più diretta venisse a mettere in gioco la sua dignità; ma, tutto sommato, la sua sensazione finì per essere di piacere: ammirava la duchessa: fremente da capo a piedi, era in questo momento superba di bellezza. "Gran Dio! com'è bella! - si disse, - bisogna lasciar passare qualche cosa ad una donna quale forse non esiste forse un'altra in tutta Italia.. Con un po' di politica potrei fose farmene un giorno l'amante; c'è una bella differenza tra lei e quella pupattola della matchesa Balbi, che,  ancora, smunge ogni anno trtecentomila lire almeno sai miei poveri sudditi... Però, mi sbaglio, o l'ha detto? Di colpo si sovvenne: condannato mio nipote e tanti altri innocenti! Allora la collera ebbe il sopravvento e fui con la fierezza degna del sovrano che dopo una pausa disse: - E che bisognerebbe fare perché la signora non partisse?
Qualche cosa di cui Vostra Altezza sarebbe incapace, ribattè la duchessa col tono della più amara ironia e del disprezzo meno dissimulato. 






In viaggio per Itaca

Kevin Rushby
La mia personalissima Odissea greca: un viaggio in barca a vela verso l'isola di Itaca

The Guardian, 4 luglio 2026

Scendendo a riva dalla barca, scorgo una stretta spiaggia di ciottoli ricoperta di legni portati dalla corrente. Ci sono tronchi, canne di bambù e le assi essiccate al sole di un vecchio relitto. La ripida salita sulla collina alle mie spalle non è facile. Costeggio fitti cespugli spinosi e antichi ulivi abbandonati, arrampicandomi su affioramenti calcarei frastagliati. Ogni volta che infilo le dita in una nicchia rocciosa penso ai serpenti. Gli unici abitanti, però, sono i ragni. Le loro tele sono tessute tra gli alberi, così fitte e resistenti che afferro un bastone per tagliarle. Nessuno è stato qui per molto tempo.

Vicino alla cima della collina mi imbatto in un edificio di pietra in rovina. Chissà chi ci abitava? E dove saranno andati? Pochi passi più avanti, il paesaggio termina bruscamente in una scogliera bianca a picco su un mare di un blu improbabile. In lontananza, nella foschia, scorgo un arcipelago di isole Ionie e so che una di queste deve essere Itaca.

Illustrazione: Guardian Graphics

In quel momento sento dei passi che mi corrono sulla fronte e lascio uscire un urlo involontario. Un Achille aracnide è venuto a vendicarsi. Balzo in piedi, agitando le braccia. L'eroe a otto zampe si dirige verso gli inferi della mia ascella sinistra.

Nei racconti epici originali di avventura umana, l'azione inizia nel mezzo della storia, una regola identificata per la prima volta dal poeta romano Orazio. In quel momento cruciale il nostro protagonista si trova in una situazione terribile: probabilmente perso in mare, spesso nudo e sempre solo. Vogliamo sapere: come si è arrivati ​​a questo punto di non ritorno e dove andrà a finire? È uno schema che si ripete all'infinito. Prendiamo, ad esempio, il classico del 2002 The Bourne Identity, con Matt Damon, che appare nelle sequenze iniziali galleggiando nel Mediterraneo come un polpo stordito. Non sa nemmeno chi sia, ma grazie all'ospitalità degli sconosciuti e a catartici sfoghi di estrema violenza, si avvicina lentamente alla felicità.

Matt Damon nei panni di Ulisse nel film di Christopher Nolan. Fotografia: Melinda Sue Gordon/Universal Pictures

Ora Matt ha l'opportunità di rifare tutto da capo, con una gonna a pieghe e un elmo di bronzo, nei panni di Ulisse ne "L'Odissea" di Christopher Nolan, un blockbuster da 250 milioni di dollari in uscita il 17 luglio nel Regno Unito e negli Stati Uniti, con un cast stellare che include quasi tutte le divinità del firmamento hollywoodiano. Tornando però all'Ulisse letterario (con la brillante traduzione di Emily Wilson), si scopre che è molto più di un eroe d'azione hollywoodiano. Questo marito amante della casa è anche un bugiardo patologico, un donnaiolo seriale, un assassino, un falegname e, soprattutto, un viaggiatore. E come tutti i viaggiatori, seduto attorno a un fuoco da campo in un futuro imprecisato, con gli ascoltatori in trepidante attesa, è costretto ad affrontare il difficile problema di come trasmettere appieno l'impatto viscerale di ciò che è accaduto durante il suo viaggio e al tempo stesso catturare l'attenzione del pubblico. Tradizionalmente, ci sono due opzioni: la verità completa o una verità più completa.

L'inizio della nostra odissea è di buon auspicio. Lasciata Palairos, navighiamo verso un branco di delfini che si stringono intorno alla prua, abbastanza vicini da poter incrociare i loro sguardi.

Tornato sulla cima della scogliera, tormentato dal solletico di Achille, mi tuffo nell'improbabile mare blu solo per scoprire che il mio aggressore si è trasformato in un mostro a sei teste che mi trascina verso un gigantesco vortice. E ho perso gli occhiali.

Ero arrivato qualche giorno prima sulla terraferma greca e mi ero imbarcato per Itaca. In realtà è più facile di quanto sembri. Per prima cosa, bisogna trovare un amico con le giuste credenziali veliche (o ottenerle direttamente alla Royal Yachting Association ), poi radunare un equipaggio e cercare una barca. In alternativa, si può pagare un supplemento e noleggiare uno skipper. Noi abbiamo navigato con Neilson Holidays , che ha una base sulla terraferma vicino a Palairos, nel Mar Ionio. A seconda dell'esperienza e delle qualifiche, si può seguire una flottiglia o andare da soli. Arriviamo e troviamo la nostra barca, Cafard, che il mio amico skipper poliglotta, Fabian, traduce come Scarafaggio Depresso . Mi chiedo se sia un errore di ortografia di Cavafy (Costantino P), il poeta greco che scrisse:

Quando parti per Itaca
Chiedi che il tuo viaggio sia lungo,
pieno di avventura e di insegnamenti

Kevin Rushby e la sua squadra in viaggio verso Ithaca. Foto: Kevin Rushby

Facciamo rifornimento e salpiamo. L'avventura e l'apprendimento sono ciò che ci aspetta. Mia moglie, Sophie, non ha mai navigato prima e sta ingoiando pastiglie contro il mal di mare più velocemente di quanto gli uomini di Ulisse divorarono le mandrie del dio Sole, e quella non finì bene. Riusciremo a riscoprire il senso omerico di meraviglia e novità nel nostro viaggio verso Itaca? E a raccontarvelo con sincerità?

Nonostante il nome dello yacht, l'inizio è promettente. Lasciata Palairos, navighiamo verso un branco di delfini che nuotano intorno alla prua, così vicini da poterci guardare negli occhi. Trascorriamo la notte a Kalamos, un'isola boscosa dalle pareti scoscese con un piccolo porto. Nella taverna, i gatti si sdraiano sotto le sedie dove anche i vecchietti si godono un bicchiere di ouzo. Si parla di un drone militare precipitato, ritrovato da alcuni pescatori in una grotta marina a nord di qui. Il motore era ancora acceso e a bordo c'erano 100 kg di esplosivo. Mi chiedo se anche questa storia sia un po' esagerata. O forse è collegata alla presenza di russi ostili su alcune isole, nascosti dietro cartelli di avvertimento per cani feroci? A Ulisse non sarebbe piaciuto. Era infallibile nel riconoscere qualsiasi abuso di ospitalità, e forse un po' troppo sensibile quando si trattava di altri uomini che flirtavano con sua moglie.

A Meganisi troviamo la tranquillità: facciamo snorkeling tra banchi di pesci, esploriamo vaste grotte marine e brindiamo a Omero.

La mattina successiva salpiamo, fermandoci a Porto Leone, un villaggio di Kalamos abbandonato dopo il terremoto del 1953. Il programma prevede una nuova sosta all'isola di Atokos, dove si dice che i cinghiali selvatici nuotino al largo della spiaggia, ma il vento si alza e ci ritroviamo a sbattere violentemente contro le onde. Fabian si sta divertendo un mondo. Sophie, stupita di non soffrire il mal di mare, lancia grida di gioia.

Ci dirigiamo verso Kioni, sull'isola di Itaca, poco più di un piccolo agglomerato di vecchie case che si affacciano su un porto incantevole. Mi dicono che ad agosto i posti barca sono tutti occupati prima di pranzo. Il lungomare è un delizioso mix: un negozio all'angolo che vende di tutto, un panificio di prim'ordine, taverne e boutique eleganti, il tutto avvolto da coloratissime bouganville. In uno studio d'arte, un velista dai capelli ramati e dai modi regali sta chiedendo il prezzo di una scultura a forma di pesce spada.

"Sono 15.000 euro", sussurra l'assistente.

Non tutto è così costoso: abbiamo scoperto che una buona cena con vino si può fare con meno di 25 euro a persona.

Il giorno successivo, percorro alcuni dei sentieri dell'isola, una rete che avrebbe un disperato bisogno di una potatura. Nella cittadina di  Stavros , il piccolo museo custodisce una straordinaria collezione di tesori omerici ritrovati in una grotta vicina: un frammento di ceramica del II secolo a.C. con l'iscrizione "prega Ulisse" e diversi pezzi di calderone tripode in bronzo databili al IX secolo a.C. Nell'immaginario locale, questi sono alcuni dei doni feaci menzionati nell'Odissea.

Esplorazione delle grotte di Meganisi in paddleboard. Fotografia: Kevin Rushby

Un miglio più avanti lungo il sentiero, in un sito noto come la Scuola di Omero, si trovano le rovine di quello che potrebbe essere stato un palazzo: una prova sufficiente per gli abitanti del luogo per costruire un modellino nella piazza di Stavros e identificare con sicurezza la camera da letto di Ulisse. Ascoltando attentamente, si può quasi sentirlo: "Onestamente Penelope, mi hanno stregato entrambe. Ero uno schiavo sessuale. Non vedevo l'ora di tornare a casa". La tradizione di narrare le gesta di Ulisse è ancora in ottima salute.

Nel rinomato Margarita Cafe si può ammirare un'altra prelibatezza tradizionale: i dolci. La specialità locale è il rovani , una deliziosa preparazione speziata servita con gelato.

Il nostro viaggio tocca Cefalonia e il rumoroso porto di Sivota, sulla terraferma, ma il momento clou arriva con l'ancoraggio solitario al largo della misteriosa isola di Meganisi. Alcune zone della costa ionica sono in piena espansione edilizia: palazzi di vetro e cemento si estendono sulle colline come una brutta eruzione cutanea. Ma qui troviamo la tranquillità: snorkeling tra banchi di pesci, esplorazione di vaste grotte marine e un brindisi al magnifico poeta Omero e all'ispirazione che ha dato a così tante persone per quasi tre millenni. Dopo una settimana in mare, facciamo ritorno a Palairos. Ci siamo divertiti tutti moltissimo, persino io, che ero un marinaio alle prime armi ma un po' nervoso. Parto con ricordi vividi, non ultimo quello disperato scontro subacqueo con la micidiale donna ragno che mi ha rubato gli occhiali.

Il viaggio è stato offerto da Neilson Holidays : una crociera di sette giorni in flottiglia nel Mar Ionio meridionale a partire da £595 a persona (per quattro adulti), voli da Gatwick inclusi ; imbarcazione con skipper a partire da £1.145 a persona . Il viaggio verso Londra è stato offerto da LNER e l'alloggio per la visita alla sezione dedicata all'antica Grecia del British Museum dal Radisson Blu Bloomsbury.