Roberto Barzanti
Il Palio, l'industria del cavallo e il drappellone contestato
il manifesto, 17 agosto 2026
La data delle festività dell’ Assunzione in cielo di Maria – anima e corpo – cade il 15 agosto, ma a Siena i festeggiamenti più solenni si celebrano il giorno dopo, allorché si svolge nel Campo il Palio alla tonda che ebbe formale inizio nel XVII secolo. Fino ad allora la corsa si dipanava lungo le affollate strade della città ed era aperta a chiunque volesse parteciparvi. Il trasferimento della contesa nel teatro del Campo fu determinante nel dare stabilità e continuità all’avvenimento. È insomma la festa del giorno dopo, di quando, esaurita la componente civico-liturgica con la quale Siena e le terre da lei dominate si recavano in Cattedrale in una rituale processione, irrompeva il momento sfrenato e gioioso che aveva a protagonista le Contrade. Lo spettacolo teatrale fu accolto con tale meraviglia che, per così dire, si consolidò e proseguì contro ogni ostacolo.
Caduta la Repubblica a metà Cinquecento, sopravviveva nelle insegne, nei costumi, nei simboli che sfilavano nel circuito del Campo la fiera nostalgia per un’indipendenza perduta. Lungo i secoli i mutamenti e le regole hanno subito modifiche a non finire, ma lo spirito sotteso che sommuove il trionfo cittadino non si è spento. Il Palio post-moderno, insomma, cita il passato e lo riversa nel presente. Ha inevitabilmente acquisito sempre di più caratteri tipici della scalcinata ippica superstite. Le rivalità tra le diciassette Contrade serbano l’asprezza di una volta, ma si intrecciano con il crescente predominio di fantini e scuderie. Ci si interroga accanitamente se Giovanni Atzeni detto Tittia, vincitore di dodici Pali sui quarantadue a cui ha preso parte, eguaglierà il gruzzolo delle tredici vittorie conquistate da Luigi Bruschelli detto Trecciolino o addirittura riuscirà a battere il primato detenuto da Andrea De Gortes detto Aceto che su cinquantotto corse si è imposto vittorioso ben quattordici volte. Ora Andrea ha addirittura aperto un museo su se stesso ad Asciano, paese a due passi da Siena dove risiede come un divo ineguagliabile.
Se prima i cavalli assegnati alle Contrade erano spesso ronzini da traino di carrozze, oggi si è fatto spazio a cavalli di grande qualità, curati con rigore scientifico e protetti da esperti veterinari. Si tratta per lo più di esemplari mezzosangue, sovente angloarabi ottenuti incrociando il purosangue inglese o l’arabo con fattrici appositamente scelte. Sono più robusti e più adatti – si dice – ad affrontare le spigolosità di un percorso accidentato, ma i rischi permangono (come del resto può accadere in qualsiasi ippodromo) e creano preoccupazioni o sorprese che talvolta vanificano gli occulti patti dell’affaccendata diplomazia contradaiola.
La quale, si deve aggiungere, può essere stravolta da accordi tra fantini, tradimenti e colpi di scena che sono il sale di una carriera in cui la Fortuna gioca un ruolo di antagonista alla Virtù umana. Questo dualismo sembra riflettere una visione alla Machiavelli.
La commedia può avere esiti tragici, non è mai scritta prima di essere recitata. Si è formata attorno al Palio una specie di industria del cavallo che ha raggiunto numeri impensabili anni addietro. Alla tratta del 13 agosto sono stati provati ben trentacinque degli oltre cento esemplari candidati. Tutti i migliori sono stati ammessi. Le dieci Contrade in lizza giostreranno non tute certo con identiche chances ma, come si diceva, le scadenti brenne di una volta sono scomparse. La Lupa ha avuto Diodoro, portato alla vittoria lo scorso luglio da Tittia, l’Aquila ha affidato Benitos a Carlo Sanna detto Brigante e il Nicchio, Contrada che non vince da tanti anni, è riuscita ad accaparrarsi la monta di Tittia che guiderà Anda e Bola. Non val la pena di sbilanciarsi in previsioni che rischiano di essere smentite da un soffio della malasorte.
Il Palio di questo agosto passa alla storia anche per una vicenda che investe la qualità del serico stendardo di seta – il drappellone – da consegnare a chi ha trionfato. Da quando si son chiamati, a partire dal 1970, artisti non tradizionalmente legati ai moduli figurativi in voga a Siena, non sono mancate discussioni anche molto severe. Raffigurare l’Assunta oggi è per parecchi autori un’impresa difficile da assolvere. Le dispute insorgono perché non si tien conto, aldilà di quanto disposto dal regolamento del Palio circa gli obblighi araldici che l’oggetto del desiderio non è un quadro da collocare su un altare ma una prova di invenzione creativa che registra i linguaggi e le tendenze della contemporaneità.
Taluni protestano invocando una maggiore presenza di senesi, ma così facendo non si accorgono di esprimere un’idea che sa di razzismo anagrafico. Tra gli autori pure stranieri incaricati all’uopo dall’amministrazione comunale e chi a Siena pratica l’arte pittorica si deve stabilire – questo era il fine – un dialogo intenso e fecondo. In buona misura l’effetto è stato raggiunto perché ogni città oggi è un pezzo di mondo e l’arte non ha anagrafe. Sarebbe assurdo chiedere di riprodurre fedelmente l’Assunta così come veniva rappresentata, sempre uguale a se stessa, in drappelloni di stampo artigianale senza sintonizzarsi con tendenze e interpretazioni innovatrici tali da parlare al mondo.
Soluzioni iconografiche molto discutibili se ne sono avute ma accolte perlopiù con generosa comprensione. Certo si sono avuti anche casi limite: l’arcivescovo Buoncristiani si rifiutò di benedire il drappellone di Charles Szymkowicz perché aveva immaginato una Madonna molto imparentata con il neoespressionismo europeo e con lineamenti non certo dolci e regali. Alcuni autori, come Bruno Cassinari e Ernesto Treccani, non tennero conto che l’Assunta non deve avere tra le braccia il bambino Gesù, dal momento che il Figlio era morto adulto da tempo. Però opere come quelle di Marco Tanganelli, senese che guardava lontano, o Valerio Adami, malgrado dubbi e perplessità, sono ora esibite come testi di cui andare fieri. Occorre continuare per questa strada. Per il 16 agosto del 2026 il drappellone è stato commissionato alla rumena Teodora Axente e doveva celebrare anche la vittoria dei senesi nell’avventurosa battaglia di Camollia del 1526. In effetti il risultato di un’opera rimuginata con eccesso di zelo, è stata assai deludente.
Il presentatore ha cercato di spiegarla evocando la capacità di sintetizzare da parte dell’esecutrice, il linguaggio della celebre scuola di Cluj con i moduli della tradizione locale. Francamente: è venuto fuori un insieme in cui allegorie ispirate al Buon Governo lorenzettiano e lambiccate mostruosità dettate da un bizzarro surrealismo non si amalgamano in un’opera dotata di una plausibile coerenza. Sarebbe un errore cogliere le riprovazioni e i dubbi espressi da molti e soprattutto in ambito ecclesiastico per interrompere una scommessa che enormemente arricchito il patrimonio artistico delle contrade e della città. Il vescovo cardinale di Siena Augusto Paolo Lojudice ha osservato che il lavoro della Axente «non riflette né i canoni della tradizione culturale, né della devozione o dell’espressione delle Madonne come siamo abituati e come sarebbe giusto esprimere» e ha suggerito che tutti gli artisti abbiano un confronto con i correttori, cioè con i sacerdoti che in ogni Contrada curano gli aspetti devozionali e i momenti di culto.
L’illuminato don Enrico Grassini si è spinto più in là e ha proposto che «l’artista deve essere edotto ben prima di concepire l’opera» confrontandosi con la quotidianità di Siena e dei suoi rioni. Si dimentica ancora una volta che il Palio deve parlare a tutti, credenti e non credenti e che se il senso della sacralità deve sopravvivere non può essere declinato ripetendo all’infinito una figuratività ormai inerte e pigramente consolatoria. Se si teorizza una svolta del genere si certifica che l’arte contemporanea non è più abilitata a rappresentare il rapporto con il sacro in termini coraggiosamente innovatori e tali da essere capiti e amati, magari non immediatamente, a chi rimanga sentimentalmente legato all’ovvia pretesa estetica del santino. Il discorso da sviluppare è solo apparentemente secondario e anzi tocca un tema chiave.
Io, come sindaco – mi scuso se mi premetto di inserire una notazione autobiografica – mi sono pentito di non aver avuto il coraggio di affidare l’elaborazione di un palio ad Alberto Burri. Forse non c’era pittura che in modo più coinvolgente avesse dato dolente concretezza di un’arte non consolatoria alle lacerazioni dei nostri anni turbati.

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