mercoledì 16 settembre 2026

L'originalità di Mozart

Linus Chen-Plotkin

Tom Service
Svelato il segreto del genio di Mozart: un adolescente è riuscito dove generazioni di musicologi hanno fallito?
The Guardian, 16 settembre 2026

È una domanda che ha tormentato gli studiosi di musica per secoli: cos'è che rende la musica di un compositore più distintiva di quella di chiunque altro? Intere discipline del pensiero accademico, dell'analisi musicale e della musicologia storica, così come la formazione del canone dei "grandi" compositori della musica classica, sono state dedicate a questa singola idea: si può dimostrare che Mozart, ad esempio, fosse misurabilmente "migliore" di altri compositori?

La nostra sensazione istintiva riguardo alla magia sensuale della musica di Mozart è parte dell'equazione, ma spiegare precisamente come le sue opere possano resistere a un ascolto che dura tutta la vita, perché il loro piacere non sembri mai stancare e siano ancora capaci di sorprenderci anche quando le conosciamo a menadito: ecco, questa è la domanda musicologica da un milione di dollari.

Ciò che generazioni di analisti musicali hanno tentato, in gran parte senza successo, di fare attraverso metodi imperfetti e tecniche soggettive, uno studente americano di 18 anni è riuscito a dimostrare grazie a una combinazione di dati e ingegno interpretativo.

Un recente studio condotto dallo studente di Filadelfia Linus Chen-Plotkin dimostra che le melodie di Mozart sono più sorprendenti nel modo in cui si sviluppano, momento per momento e nota per nota, rispetto a quelle dei suoi contemporanei e successori, Haydn, Beethoven e Schubert.

Chen-Plotkin ha analizzato 600 movimenti delle sonate per pianoforte e dei quartetti per archi di questi quattro compositori utilizzando un software personalizzato, basato su catene di Markov e altri strumenti statistici e matematici ( spiega il suo lavoro qui ). I dati hanno rivelato che le melodie di Mozart hanno una "memoria" più breve rispetto a quelle di altri compositori. Ciò significa che il loro sviluppo è meno prevedibile: Mozart crea schemi di aspettativa nelle sue melodie e idee che poi confonde anziché confermare.

Si può percepire istintivamente questa sua caratteristica in molti momenti dei suoi quartetti per archi: l'idea iniziale del quartetto in mi bemolle maggiore , K428, che già dalla terza nota si discosta dalle convenzioni; oppure l'inizio del Quartetto delle Dissonanze , K465, la cui intera introduzione è una sequenza di movimenti melodici e armonici sempre più sorprendenti.

Chen-Plotkin è cauto riguardo alle conseguenze del suo lavoro, riconoscendone sia i limiti che le potenzialità. Di fatto, le sue analisi statistiche avvalorano le conclusioni a cui i musicologi sono spesso giunti riguardo alla musica di Mozart: che sia vertiginosamente ricca e bizzarra nel modo in cui si muove da una nota all'altra e da una frase all'altra, ma che Mozart fosse meno interessato a trovare strutture nuove o imprevedibili nell'arco di interi movimenti. In realtà, se Chen-Plotkin avesse analizzato l'imprevedibilità nell'ambito di brani interi e non su scala ridotta, ovvero di singole melodie, probabilmente avrebbe ottenuto risultati molto diversi: la mia impressione è che Beethoven e Haydn avrebbero vinto quel confronto.

Sia chiaro, Chen-Plotkin non sta suggerendo che la matematica sostituisca la musicologia. Oltre a essere contrario all'uso dell'intelligenza artificiale generativa nella creazione artistica, la sua ambizione è semplicemente quella di dimostrare come l'analisi statistica possa aiutare a rivelare i modelli sottostanti alla creatività umana. E il suo lavoro è appena iniziato: si iscriverà all'università questo autunno e ha già intrapreso un'analisi computazionale delle opere e delle parole di Chaucer.

L'operaismo

Mariano Croce
La rivoluzione inattua(bi)le: cosa è stato l'operaismo

Domani, 13 settembre 2026

Verso la fine del 1964 Mario Tronti inviò a Einaudi la prima versione di un saggio intitolato Marx, forza lavoro e classe operaia, che sarebbe poi confluito nel libro Operai e capitale. L’editor Luca Baranelli chiese un parere a Norberto Bobbio, che riservò al testo una stroncatura in guanti di pizzo: apparteneva a un genere di letteratura verso il quale egli non provava alcuna simpatia e che lo obbligava a un giudizio prevenuto. Si trattava dell’«ennesimo tentativo di indicare i metodi e le condizioni migliori per la conquista del potere da parte del proletariato, una ricetta, l’unica, la vera, finalmente svelata, ricetta per fare la rivoluzione. Ma non dice niente su quel che verrà dopo, cioè su che cosa dovrà fare o farà la classe operaia dopo aver rovesciato la situazione, e se l’umanità starà meglio o peggio».

Come si vedrà, il giudizio di Bobbio conteneva un nucleo di oculata verità; eppure, Operai e capitale incontrò notevole fortuna. Uscito per Einaudi nel 1966, il libro fissò le coordinate teoriche dell’operaismo italiano, un ampio e vitale movimento formatosi all’indomani della crisi politica aperta nel 1956 dall’insurrezione ungherese, che aveva lasciato senza sbocco la sinistra luxemburghiano-consiliarista e rendeva urgente un ritorno a Marx. 

Proprio allora un gruppo di giovani studiosi e militanti torinesi, che aveva preso a interrogarsi sulla metamorfosi della classe operaia nel pieno del boom economico, si coagulò attorno alla figura di Raniero Panzieri, romano formatosi politicamente nel socialismo siciliano. Germogliò da questa esperienza fondativa, nell’autunno del 1961, la rivista Quaderni rossi, da cui, nel decennio successivo, sarebbero nati, attraverso vari passaggi intermedi, alcuni importanti movimenti della sinistra extraparlamentare, tra i quali Potere Operaio e Lotta Continua.

Fu Tronti, tuttavia, a imprimere all’operaismo quella che venne definita una “rivoluzione copernicana”, a partire dall’editoriale del numero 2 (1962), La fabbrica e la società, nel quale rovesciava il rapporto causale che, secondo il marxismo classico, intercorreva fra capitale e classe operaia: non è il capitale a svilupparsi secondo una propria logica interna, tecnologica ed economica, con gli operai che si limitano a reagire e ad adattarvisi; di contro, è il conflitto operaio che obbliga il capitale a trasformarsi.

Si ribaltava in tal modo l’intera problematica, là dove la motrice di tutto era ravvisata nella lotta di classe operaia. Ogni assetto dello sviluppo capitalistico andava interpretato come una risposta a un ciclo di lotte precedente, plasmata dall’esigenza di ricondurre la forza lavoro alla passività e di superare le forme di resistenza operaia emerse nella fase storica precedente. Persino la formazione del mercato mondiale, nell’ottica di Tronti, era l’esito della reazione del capitale all’unità di movimento internazionale della classe operaia.

Di queste vicende e dell’orizzonte speculativo che vi faceva da sfondo si trova un’analisi minuziosa e ragionata nel corposo libro di Damiano Palano, Nietzsche a Mirafiori. Per una storia critica dell’operaismo italiano (Scholé 2026), che, con sguardo autoptico, passa a sapiente scrutinio le dinamiche generative del movimento.

Rivoluzione inattuabile


Assai più che una mera storia delle idee, Palano sottrae l’operaismo dall’archivio della costellazione marxista d’antan per avanzare una tesi in controluce sull’idea stessa della rivoluzione e delle sue possibilità pratiche entro quella cornice teorico-movimentista. L’ipotesi di fondo è che l’operaismo, fin dal principio – dunque ben prima delle riforme degli anni Ottanta, fine certificata di ogni orizzonte trasformativo – sia stato abitato dalla lucida consapevolezza circa l’inattua(bi)lità della rivoluzione come rottura radicale del sistema capitalistico.

La parabola storica dell’operaismo articolava dunque una risposta consapevolmente scettica alla domanda, oggi poco sentita ma non per questo meno urgente, sulla praticabilità della rivoluzione – domanda nella quale risuonava una pulsione di morte originaria, se è vero com’è vero che, già negli anni Sessanta, coloro che avevano saputo immaginare con più coerenza la trasformazione sociale avevano già escluso che questa potesse darsi sotto la forma di una rottura radicale con l’ordine esistente.

L’operaismo, specie quello di matrice trontiana, teorizzò un potere operaio segnatamente “katecontico”, vale a dire in grado di frenare l’avanzata della modernizzazione capitalistica, ma senza alcuna pretesa di superarla. Il più energico e noto tentativo di reazione a questa postura scientemente rinunciataria fu quello di Antonio Negri, che abbracciò un orizzonte prometeico, in cui i soggetti incarnati – gli operai – venivano rimpiazzati da processi storici de-individualizzati, che avrebbero spontaneamente condotto la società oltre il capitalismo.

Interpretare le contraddizioni 


Se il teleologismo effervescente ma infruttuoso di Negri non fu capace di mobilitare che piccole sacche insurrezionali, assieme a ridotti circoli accademici, l’operaismo, in ogni sua forma, dovette secondo Tronti arrendersi al suo più feroce avversario: la democrazia, qui intesa come il dominio del borghese medio e dell’uomo-massa prodotto su scala pressoché universale dalla civiltà dei consumi – nemico della classe operaria che pure nessuna piattaforma politica, oggi, ha davvero l’intenzione di combattere, là dove si dà come condizione diffusa, senza volto né sede, eppure capace di voto.

Insomma, almeno sul punto in questione, Bobbio aveva ragione, e forse fu persino clemente: quella dell’operaismo era una pratica rivoluzionaria programmaticamente destinata all’auto-abolizione; puro freno, lagnanza da chiusura di stagione, che con mirabile fermezza seppe accompagnare la definitiva sconfitta operaia dei primi anni Ottanta. Non fu certo sua la responsabilità: anzi, come il libro di Palano illustra, l’operaismo seppe interpretare al meglio la contraddizione di una rivoluzione senza futuro. Ma l’esito complessivo della parabola, agli occhi del lettore odierno, è persino più disarmante, perché proprio la forza più desiderosa di spezzare le catene avvolte ai nostri polsi concluse che, al più, queste si possono un poco allentare – nella speranza che non si finisca con l’amarle.

Il cambio di regime

Alfio Mastropaolo
Legge elettorale: paese spaccato e tutto il potere a una sola parte

il manifesto, 16 settembre 2026

In quel singolare libretto che è Tecnica del colpo di Stato Curzio Malaparte sostiene che i golpisti, da Napoleone a Hitler, amino a modo loro il parlamento. Per quanto valga l’azione di una forza armata esterna, il parlamento garantisce una sottile, ma preziosa parvenza di legalità.

A servizio dei loro disegni identitari, autoritari, reazionari, Orbán, Putin, Erdogan l’hanno usato in luogo delle forze armate e non hanno neanche cancellato del tutto la competitività delle elezioni: l’hanno ridisegnata a loro vantaggio. Nessuno sogna più d’instaurare un Reich millenario. Ma se l’orizzonte è più breve, non è meno scomodo per chi vi è sottomesso.

Donald Trump ci sta provando, usando pure le squadracce. Meloni, si sa, è buona allieva e ha pure discrete competenze di suo. La legge elettorale approvata ieri in senato è un golpe parlamentare, che conclude per il peggio un percorso iniziato negli anni ’80.

Allora l’intento era cambiare la democrazia voluta dai padri costituenti, cioè incline a mediare tra formazioni politiche eterogenee, in democrazia bipolare. Poco consapevoli della storia del paese, gli apprendisti stregoni non si aspettavano il dualismo avvelenato che ne è scaturito. E ha inquinato la vita democratica, in coincidenza, fra l’altro, con una stagnazione economica ultratrentennale. Adesso è sopraggiunta quella che qualcuno ha definito una tempesta perfetta.

Tra i regimi democratici di qualche tradizione nessuno si è mai concesso un cambiamento radicale di legge elettorale della portata di quello introdotto nel 1993 dal cosiddetto Mattarellum. In Francia, nel 1958, fu scritta una nuova costituzione. I tempi cambiano, cambiano le società, cambiano i rapporti di forza tra forze politiche e parti sociali, le regole vanno aggiornate, ma su quelle elettorali ci si muove coi piedi di piombo. Nel 1993 è invece iniziato un dissennato valzer di revisioni, promosse dalle maggioranze in carica: di centrodestra e di centrosinistra. Finché, tra un cambiamento e l’altro, si è insediata al potere una destra per ragioni culturali e politiche incompatibile con la Costituzione del ’48.

La legge elettorale in attesa di varo definitivo è pessima. Ma soprattutto configura un cambiamento di regime, fondato sulla rottura degli ultimi fili tessuti dalla Costituzione repubblicana. Se con la nuova legge la destra ottenesse una solida maggioranza dalle urne, il paese sarà definitivamente diviso in due parti. Una avrà per intero il potere nelle sue mani e si darà da fare per opprimere l’altra: per sottomettere il potere giudiziario, neutralizzare la Corte costituzionale e la Corte dei conti, sancire con l’autonomia differenziata la definitiva emarginazione del Mezzogiorno. C’è da aspettarsi che il dissenso sia ulteriormente represso, il diritto di sciopero sospeso, soffocato quel po’ di libera stampa che resta. Il governo detterà i programmi scolastici, l’evasione fiscale sarà la regola, le città saranno consegnate alla speculazione e all’iperturismo, le tutele ambientali saranno abbattute, le disuguaglianze cresceranno ancora, i giovani torneranno in divisa e seguiteranno ad espatriare, il decadimento industriale sarà incontrastato e i salari in caduta libera, il Mediterraneo sarà una tomba sempre più capiente. Il governo più longevo della Repubblica ne ha concesso un assaggio.

C’è ancora possibilità di difendersi? Molti sono i dubbi di costituzionalità della nuova legge. Ma i tempi sono stretti e la maggioranza potrebbe accorciarli. Non conviene contarci. A dispetto delle anime belle dell’alternanza, l’unica possibilità è trasformare le prossime elezioni in un referendum, in cui scegliere tra l’instaurazione di una democrazia “illiberale” e il ripristino di una più accettabile fisiologia costituzionale.

Al cospetto di un’alternativa secca, il no al referendum sulla separazione delle carriere ha mostrato come gli elettori abbiano una preferenza per la Costituzione repubblicana. È stato un gravissimo errore lasciar evaporare lo spirito di quel momento e impaniarsi in beghe sulle primarie, la leadership e il programma incomprensibili per i cittadini. Nulla era meno opportuno, quand’era già chiaro come la maggioranza avesse un terribile obiettivo di riserva.

Nel 1953 le forze democratiche sventarono la cosiddetta “legge truffa”. Il Melonellum è una truffa ben più grave.

La moglie venduta

Caterina Soffici
Violentata per vent'anni dal marito e da altri tredici uomini. Un nuovo caso Pelicot scuote l'Inghilterra

La Stampa, 16 settembre 2026

Uomo, circa 60 anni, di Stockport, periferia di Manchester. Ha drogato la moglie e ne ha abusato sessualmente per 20 anni, dal 2004 al 2025. L’ha data in pasto ad altri 13 uomini, di età compresa tra i 28 e i 73 anni. Ha filmato mentre abusavano di lei, ha diffuso immagini online, le ha vendute.

Il pensiero va subito lì: un caso Gisèle Pelicot in terra britannica. Ma c’è una differenza. L’uomo è senza nome perché la moglie ha deciso di non rinunciare al diritto all’anonimato previsto per proteggere le vittime.

Aveva tracciato un solco, Gisèle. Aveva deciso di metterci la faccia. Non era lei a doversi nascondere. «Che la vergogna cambi campo», aveva detto. Una frase che ha cambiato la storia. Ha voluto un processo a porte aperte, un caso mediatico che ha sconvolto la Francia e ha profondamente turbato chiunque. Sempre in Inghilterra lo scorso dicembre era venuta alla scoperto Joanne Young, drogata e stuprata per 13 anni (dal 2010 al 2023) dall’ex marito, Philip Young, 48 anni, ex consigliere comunale per il partito conservatore. Anche lei ha denunciato, ci ha messo la faccia.

La moglie di Stockport, riferisce il Guardian, è seduta in prima fila al processo. Ci sono altri familiari, l’aula della corte penale di Manchester è affollata e l’uomo senza nome si dichiara colpevole e ammette 60 reati: stupri, violenze sessuali, atti di violenza con penetrazione e condivisione di immagini intime senza consenso. Rick Jackson, vicecapo della polizia della Greater Manchester, esorta: «Se temete che voi, o qualcuno che conoscete, possiate essere stati vittime di abusi sessuali facilitati dall’uso di sostanze stupefacenti, sappiate che non avete bisogno di prove, certezze o ricordi chiari per essere presi sul serio. Se hai la sensazione che sia successo qualcosa, ti preghiamo di segnalarlo o di chiedere aiuto».

Parlare, dunque. Denunciare. Non avere paura. La vergogna è il primo nemico da sconfiggere.

I coimputati della porta accanto

Per quei curiosi meandri della legge, lo scorso giugno, grazie alla revoca delle restrizioni sulla divulgazione delle notizie, i giornali inglesi hanno rivelato i nomi dei 13 coimputati. Per loro accuse pesantissime: associazione a delinquere finalizzata allo stupro e all’aggressione con penetrazione. Loro sì, sono i classici tipi della porta accanto. Gli insospettabili. Alcuni si sono presentati in abiti eleganti, giacca e cravatta, ignari che l’abito non fa il monaco. Altri in tuta da ginnastica, cappellini e felpe col cappuccio per evitare i fotografi. Un infermiere dell’Nhs di 43 anni, un tassista di 58, un dogsitter di 31, l’allenatore 42enne di una squadra di calcio giovanile, un dj 70enne, un operaio metalmeccanico di 37, un pensionato di 73, un recruiter di 28. C’è di che farne un trattato sociologico: uno spaccato sociale variegato e di età trasversale. È la stessa curiosità sociologica che ha spinto Manon Garcia, ricercatrice a Harvard e Yale, PhD alla Sorbona, a seguire per tre mesi le udienze del processo Pelicot alla ricerca di un perché: le età, le storie, i profili così diversi degli imputati non le hanno fornito una riposta, ma spunti di riflessioni per indagare - ancora una volta - il tema della banalità del male. Per chi fosse interessato, ne ha scritto in Vivere con gli uomini. Che cosa ci insegna il caso Pelicot (Einaudi Stile Libero).

martedì 15 settembre 2026

Quel che resta di Brigitte

 


mareggiata di ricordi bb

All’asta. Il 21 settembre vanno all’incanto a Parigi i cimeli dell’attrice. Oggetti personali, diamanti e occhiali. Soffia un vento di nostalgia, bellezza, gioventù

Laura Leonelli
Il Sole 24ore, 13 settembre 2026

Andrebbe sfogliato ascoltando La Madrague, leggerissima canzone che celebra la fine dell’estate su una spiaggia ormai deserta, forse a Saint-Tropez, quando il mistral non ha più vele da gonfiare e il sole non brucia più la pelle delle ragazze al primo topless. Andrebbe sfogliato così, sentendo l’odore degli anni 60 e 70 in Costa Azzurra, il catalogo Brigitte Bardot. La vente, asta di nostalgia incendiaria che Millon presenta il prossimo 21 settembre a Parigi, alle ore 11 nella sala 9 di Drouot. E B.B., “Bibi” per noi e “Bebè” oltralpe, è tutta lei a partire da una copertina a quadretti bianchi e azzurri, finta infantile e finta innocente, che raccoglie per l’ultima volta insieme 285 oggetti provenienti dalle tre case della diva, due a Saint-Tropez, La Madrague appunto come il titolo di una delle sue canzoni più famose, La Garrigue, più segreta e inaccessibile rispetto alla celebre dimora di pescatori acquistata nel 1958, e un classico appartamento parigino nella borghesissima rue de la Tour.

Tra le oltre centoquaranta pagine del catalogo, quasi un diario, splendono disegni, arredi, abiti, dalle camice da notte, vedi guardaroba di “nuisette” in seta rosa cipria, ai tailleur nero-lutto a sostegno della causa animalista, quindi i celebri occhiali a oblò, La sphinge de Brigitte firmata da Léonor Fini, qualche rosario, molti crocefissi, un set di cuscini con ricami Kamasutra, un anello Meller con diamante da 3,6 carati, una coppia di tende a perline, e anche lì dobbiamo immaginare il suono di una cascata che ondeggia accarezzando il corpo della Bardot.

Quarant’anni fa, nel 1987, Millon aveva organizzato la prima e leggendaria asta del mondo B.B., e allora Brigitte, che aveva abbandonato il cinema nel 1972 all’alba dei suoi splendidi trentotto anni, aveva salutato lo straordinario successo della vendita dicendo, testualmente, che se aveva donato la sua giovinezza e la sua bellezza agli uomini, ora offriva saggezza, esperienza, “il meglio di me stessa”, agli animali.

Alla Fondation Brigitte Bardot, ancora oggi attivissima, e alle sue battaglie saranno dedicati giustamente anche i proventi della prossima vendita. Ma in verità sono ad altre battaglie che vogliamo tornare guardando questi cimeli, con stime base dai dieci ai diecimila euro, e la B.B. che ricordiamo – e vorremmo possedere, vedi lotto 220, servizio di piatti da otto in ceramica rosso fuoco, prezzo di partenza 30-50 euro – è quella che danzava a piedi nudi davanti a Jean-Louis Trintignant, amante straziato dalla gelosia (ma che sciocco, Brigitte/Juliette lo amava!) nel film Et Dieu…créa la femme, di Roger Vadim del 1956, oppure ne Le Mépris di Jean-Luc Godard, quando la nostra, cerbiatta tra le lenzuola, chiedeva a un estasiato Michel Piccoli: “tu les trouves jolies, mes fesses?”. Quella Bardot lì, che Simone de Beauvoir elesse regina dell’emancipazione femminile, sono anche le sue scarpette da ballo Repetto, a partire da 300 euro per due paia, o un bracelet à breloques, in oro giallo da 800 euro in su (tra i pendagli un cuore, una gabbia, una mano, una medaglia di Sainte Brigitte, due chitarre), e ancora, appunto, le due chitarre, classica e da flamenco, che l’attrice amava suonare tra amici, come i Gipsy Kings. “La nostra fata”, così Chico Bouchikhi salutava l’attrice, e di presenze “fatate”, forse a sorpresa, la vendita è ricchissima, pensando per esempio al lotto 68, una classica Olivetti Lettera 22 su cui la Bardot aveva scritto la seconda parte della sua biografia, o una poltrona Emmanuelle, o una collezione di sculture della Vergine in legno dipinto, e sempre B.B. teneva in borsa una Madonnina e quando le cose non andavano per il verso giusto invece di pregare più intensamente rimproverava con asprezza la madre di Nostro Signore.

A questa mareggiata di ricordi, non ultimi i ritratti che amici, fans e artisti le avevano dedicato, Brigitte Bardot aveva dato l’affettuoso nomignolo di “merdouilles”, perfettamente traducibile in italiano. Eppure ognuna di queste innocenti “merdouilles” ci aiuta a mettere da parte la violenza questa sì fecale delle ultime dichiarazioni di B.B.. Non è lei che vogliamo, grazie anche no, noi vogliamo la ragazza con i capelli arruffati dal vento, come cantava ne La Madrague, o quella ancora più ironica e sensuale di Me laisse pas l’aimer, quando inutilmente nel 45 giri del 1964 chiedeva alle amiche di trattenerla dall’ennesimo amore folle. Ecco, lasciateci amare ancora una volta B.B., proprio quella con gli stivali rosso cuoio, taglia 36-37. Per gli interessati è il lotto 61, stima 40-80 euro.


Brigitte Bardot. La venteMillon, 21 settembre, Parigi


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Racconti di scuola

Giacomo Giossi
Di cosa è fatta la scuola? I racconti per scoprirlo

Domani, 15 settembre 2026

Capire cosa sia la scuola nella sua forma e nella sua sostanza non è facile perché si tratta di un’architettura fatta di multipli strati. Un’ecosistema di esperienze singole acutissime e al tempo stesso potentemente coinvolgenti e collettive. Insegnanti e studenti rappresentano due corpi contrapposti, anche solo per una pratica quotidiana in cui oltre che a trasmettere conoscenza si agisce anche un insito conflitto di carattere generazionale.

Ma in realtà si stratta più profondamente ancora di una relazione stretta che vive di ore, giorni, mesi e anni condivisi. Donne e uomini adulti e giovani vivono infatti per anni nelle medesime aule e con l’identico obbligo di riuscire a cavarsela dentro come fuori dalla scuola che resta sì un’istituzione idealmente aperta, ma anche un luogo radicalmente chiuso nelle esperienze vissute giorno dopo giorno.

Aule e corridoi, bagni e palestre rappresentano esperienze precise, passaggi di stato e consapevolezze acquisite così come sconfitte e fallimenti a volte dai risvolti dolorosissimi. Ovviamente ci sono anche splendide conquiste e quel senso intimo di avercela fatta, di averla scampata che vale enormemente più di ogni primato.

La scuola è fatta di risultati e di relazioni e di una forma di apprendimento continuo che va ben oltre gli esami e le interrogazioni. Si tratta infatti spesso della prima esperienza di vita collettiva all’infuori della famiglia e in alcuni casi potrebbe trattarsi per molti studenti anche dell’unica possibilità di emancipazione dall’ambito famigliare e dalle sue regole. La scuola è un vortice dentro cui si viene attratti ed espulsi, coinvolti e abbandonati, strattonati e continuamente ripresi. Si tratta di una lotta e di una messa in discussione e chiunque rifiuti l’una e l’altra rischia di perdersi prima che con gli altri con sé stesso.

Di scuola racconta con il contributo di scrittrici e scrittori, la bellissima antologia, Racconti di scuola (Einaudi) a cura di Christian Raimo che a scuola vi lavora quotidianamente e che di scuola si occupa anche su questo giornale nello spazio di Tempo Pieno, evidenziando i ritardi di un sistema che parla d’innovazione e mai di persone, di opportunità di lavoro e mai di crescita esistenziale.

L’approccio di Raimo è politico, pedagogico e fortemente umanistico: la scuola non può essere ridotta a un contenitore asettico e soprattutto anaffettivo perché è fatta di corpi e quindi di sentimenti anche contrastanti e contraddittori che vanno liberati e accompagnati, fatti crescere e portati oltre l’inferno di una società così infelice da non riuscire a immaginare di sé stessa un futuro migliore.

Un luogo fondamentale


L’appassionata prefazione di Christian Raimo già racconta molto dell’approccio sincero e coinvolto di chi nella scuola crede e che per questo si trova a criticarne fortemente visioni politiche retrograde (seppure tanto di moda anche tra chi si definisce progressista) che eludono ogni possibilità di ridurre diseguaglianze e distanze per chi nella propria infanzia e giovinezza sta ricercando insieme al proprio sé anche un ruolo nel mondo, un senso alla propria esistenza.

Movimenti che si traducono nella pratica, per le studentesse e gli studenti, in percorsi di studio e carriere lavorative più o meno soddisfacenti, ma quanto consapevoli e quanto capaci di mantenere vivo il dubbio e la ricerca di sé? Contro il realismo scolastico è il titolo alla Mark Fischer che Raimo dà alla sua prefazione e con cui chiarisce fin dal principio il vizio dentro cui vive la scuola: «All’interno di un quadro capitalista non c’è spazio per concepire forme alternative di strutture sociali, figuriamoci forme alternative di scuola per come la conosciamo».

Racconti di scuola prova così a proporre un corpo e un’istituzione immaginata e diversa rompendo – e inevitabilmente ricostruendo – un canone. Lo fa con una selezione di autori che rappresentano una potenziale classe scolastica dentro alla quale la diversità di ognuno non impedisce mai una visione collettiva. Uno sguardo sulla scuola compatto e chiaro che si regge grazie proprio alla diversità narrativa di stili e generi che Raimo ha saputo assemblare aderendo al senso e alla forma di una scuola come organismo.

Infatti seppure tra le molte differenze che passano tra autori come Gianni Celati e Stephen King, Erri De Luca e Clarice Lispector così come tra Marco Lodoli e Ray Bradbury non si può non cogliere come tutti questi autori e autrici abbiano fortemente presente nella propria letteratura il racconto della gioventù, spesso di una giovinezza espansa che va ben oltre gli stretti confini della formazione e che diventa elemento universale di racconto dell’esistenza. Perché tutto quello che accade nel qui e nell’ora dell’infanzia come dell’adolescenza, in quei corridoi e in quelle aule, sarà per sempre e definitivamente fondamentale per tutto il resto della vita.

Superare confini


Sogno della classe scolastica di Gianni Celati tratto da Costumi degli italiani è forse il racconto che più di tutti mostra il senso dell’intera antologia perché riesce a mostrare quel confine dato dalla scuola, ma che la scuola stessa dovrebbe chiedere di superare.

Scrive Raimo: «Il sogno per Celati è il luogo in cui il tempo circolare delle ore di lezione sopravvive nell’adulto, continuando a strutturare la percezione di sé e del mondo, anche quando la scuola è finita da un pezzo. Perché se è vero che la scuola finisce, la sua potenza narrativa interminabile ci perseguita».

L’orrore è una delle forze narrative del racconto sulla scuola che precede la visione formativa e anche quella politica. L’orrore è infatti quello spazio di frattura che si genera nel momento in cui si perde per sempre l’innocenza che ci accompagna dall’infanzia. Seguono così il dubbio, le contraddizioni e anche l’odio verso l’istituzione scolastica perché l’esistenza non può ridursi a un triste realismo fatto di funzioni e strumenti. La scuola è fatta di sistemi e di visioni, di pratiche e di utopie che devono alimentarsi a vicende, crescendo ed essendo anche sempre messi in crisi da una moltitudine critica che non deve mai venire meno, nonostante i desiderata di ministri, provveditori e presidi.

Racconti di scuola offre uno sguardo non su quello che la scuola è o che dovrebbe essere, ma sul segno che la scuola vissuta così come immaginata lascia nella vita di ognuno di noi. Dai muri delle aule ai compagni di banco, dalla fatica estenuante di pomeriggi trascorsi sui libri e spesso senza alcun risultato, agli esiti infelici dei primi tentativi amorosi sospinti da un eros sempre più incombente e incontrollabile.

Imbarazzi e fallimenti, gioie infinite e mai più provate, ma anche vittorie inaspettate che hanno il sapore di un bacio a marzo così come di un’interrogazione a giugno che salva un anno intero. E poi la scuola è anche fine e ritorno, ultimi riti di una società piatta che qui resistono nell’ultimo e nel primo giorno di scuola. E con Christian Raimo non ci si può che commuovere nel vedere questi due passaggi div vita in cui gli studenti, cambiano, crescono e provano con rabbia, follia e gioia a diventare sempre più sé stessi.