Domenica, il primo giorno della settimana lavorativa israeliana, a meno di dieci giorni dalle elezioni del 27 ottobre, il sessantaquattrenne politico di sinistra Yair Golan ha iniziato la sua giornata recandosi in visita in un ospedale.

Il venerdì precedente la fotoreporter sessantacinquenne Heidi Levine, un’americana del Washington Post, era stata violentemente pestata dai coloni israeliani mentre seguiva la raccolta delle olive in Cisgiordania, rimediando due costole rotte, quattro vertebre fratturate e un dito contuso. Dopo la visita, Golan ha detto: «Questo terrorismo ebraico mette in pericolo tutti noi». È stato l’unico capo partito a visitare la giornalista. Su X l’ufficio del primo ministro ha scritto: «La dinamica dei fatti rimane poco chiara. Accuse gravi richiedono prove solide».

Il clima della campagna rimane teso e avvelenato. Giovedì il quotidiano online Ynet ha riportato indiscrezioni secondo cui, durante un colloquio a Gaza con Ramiz Alakbarov, il coordinatore umanitario dell’Onu, Hamas avrebbe minacciato Israele di un nuovo attacco «simile al 7 ottobre».

«Fare come Rabin»


Golan è il leader di “Democratici”, il partito della sinistra israeliana nato dalla fusione delle vecchie sigle HaAvoda e Meretz. L’abbiamo incontrato durante una manifestazione a Tel Aviv. Alla domanda «Sei tu il nuovo Rabin?», mi ha risposto: «Io non sono Rabin, ma farò quello che ha fatto Rabin». Faceva riferimento al primo ministro israeliano che più di tutti si è avvicinato a siglare una pace con i palestinesi con gli accordi di Oslo degli anni Novanta. Golan, infatti, è l’unico leader politico di spicco fra quelli che corrono alle elezioni del prossimo 27 ottobre a sposare un approccio al conflitto sostanzialmente in linea con le posizioni europee. Abbiamo chiesto a Golan che tipo di sacrifici politici sarebbe disposto a fare per la pace con i palestinesi. Lui ha risposto: «Molti».

Golan e il suo partito “Democratici” sono tutto ciò che resta della sinistra israeliana, un campo politico che negli ultimi 30 anni – dall’omicidio di Rabin per mano di un estremista israeliano, per l’appunto – si è progressivamente assottigliato. Fino, quasi, a scomparire.

A raccontare questo personaggio è anche il fatto che è uno che si ferma a parlare con chi lo interpella, senza preavviso. Uno dei capi della sua campagna elettorale racconta che questa naturalezza potrebbe rivelarsi il suo tallone di Achille politico. «Il problema di Yair è che dice sempre quello che pensa», ha confidato, allargando le braccia: «Ogni giorno in politica, per lui, è come se fosse il primo».

In mente aveva un’uscita pubblica in particolare, risalente allo scorso anno. Golan era ospite di un programma radiofonico quando si è lanciato in un duro attacco contro le azioni israeliane a Gaza: uno Stato sano di mente, ha detto, «non uccide neonati come passatempo».

Le sue parole provocarono un’indignazione generalizzata, anche presso parte dell’elettorato di sinistra. Secondo la fonte della sua campagna, quelle quattro parole gli sono costati almeno quattro seggi in parlamento. Uno per ogni parola. Un prezzo politico significativo se si considera che, secondo le proiezioni, il suo partito può ambire a circa 10 deputati. Un duro colpo alle speranze di diventare terzo partito.

In Israele c’è un sistema proporzionale puro senza premi di maggioranza: i partiti più grandi hanno sempre bisogno di creare ampie alleanze con i più piccoli per andare al governo. Oggi sia il blocco governativo che quello dell’opposizione avrebbero poco più di una cinquantina di seggi su 120. Avrebbero cioè bisogno dei partiti arabi, che valgono una quindicina di seggi, per arrivare ad un minimo di 61 deputati, cioè a una maggioranza.

Storicamente, però, e a maggior ragione dopo il 7 ottobre, i partiti arabi vengono quasi sempre ostracizzati, cioè non vengono considerati per le alleanze. Fra tutti i partiti di opposizione, quello di Golan è l’unico ad essersi dichiarato disponibile a rompere questo tabù dopo le elezioni. Golan non ha nemmeno fatto mistero dei propri obiettivi politici: ha detto di volere per sé il ministero della sicurezza nazionale, quello attualmente nelle mani del famigerato estremista Itamar Ben Gvir. E quello dell’istruzione per la sua vice, la promettente Naama Lazimi.

L’intervista radiofonica dello scorso anno non era la prima volta che un’uscita di Golan provocava un turbinio di polemiche. Un noto precedente risale a quando era vicecapo dell’esercito, dieci anni fa. In occasione della Giornata della Memoria della Shoah, disse di scorgere in Israele alcuni segnali preoccupanti che gli ricordavano i processi sociali sviluppatisi in Europa, e in particolare in Germania, alla vigilia e durante l'ascesa del nazismo. Il discorso di Golan è passato alla storia come il discorso di “taalihim”, cioè dei processi. Senza quel famoso discorso, che provocò l’indignazione di Netanyahu, avrebbe potuto ambire al vertice assoluto delle forze armate.

Tre anni fa


Quel 7 ottobre Golan si precipitò subito verso sud e riuscì ad estrarre vive sei persone dal massacro della festa Nova, al confine con Gaza, dove furono uccisi in poche ore quasi 400 israeliani. Più tardi avrebbe raccontato di aver provato rabbia sia verso Hamas sia verso il governo, che aveva contribuito a provocare quella tragedia.

La moglie di Netanyahu, Sara, in un’intervista all’emittente di propaganda Canale 14, ha accusato Golan di essere stato a conoscenza dei piani di Hamas in anticipo, cosa che gli permise di arrivare in modo così solerte al confine. È una versione della diffusa teoria cospirazionista del “tradimento dall’interno”, con cui Netanyahu cerca di spogliarsi di ogni responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre.

Alla vigilia del voto circa la metà degli elettori di destra pensa che elementi delle forze armate abbiano facilitato l’offensiva palestinese per provare a destituire Netanyahu. Un ennesimo complotto contro l’amato leader. L’indomani de 7 ottobre non è stata la prima volta che gli israeliani hanno celebrato Golan come eroe sul campo di battaglia. Sul corpo porta ancora le cicatrici delle pallottole di Hezbollah, rimediate quando nel 1997 rimase ferito nel sud del Libano. Tutto questo gli fornisce una maggiore autorevolezza mentre cerca di riproporre agli israeliani uno slogan che fu di Rabin: l’unica vera sicurezza viene dalla pace.