giovedì 22 ottobre 2026

Siate sinceri, non neutrali

Margaret Sullivan 
Il consiglio di commiato di Christiane Amanpour ai giornalisti è assolutamente azzeccato.
The Guardian, 22 ottobre 2026

Dopo decenni di carriera come rinomata giornalista internazionale, la star della CNN Christiane Amanpour ha annunciato il suo ritiro, affermando che lascerà presto l'emittente via cavo alla quale si era unita nel 1983.

Ci mancherà il coraggio dimostrato nelle zone di guerra e la sua schiettezza, qualità che l'hanno resa uno dei nomi più noti nel mondo dei media.

Amanpour lascia in eredità non solo il suo straordinario lavoro, ma anche quattro parole di consiglio che tutti coloro che lavorano nel settore dell'informazione dovrebbero ascoltare.

"Siate sinceri, non neutrali", ha esortato più volte, anche questa settimana.

Tatuatevelo sull'anima, giornalisti.

Ciò che Amanpour sta dicendo in queste poche parole migliorerebbe enormemente gran parte della copertura mediatica a cui assistiamo oggi, dato che le principali testate giornalistiche cercano disperatamente di raggiungere il pubblico più vasto evitando di offendere nessuno e aggirando con cautela la realtà corrosiva della politica odierna.

Così facendo, troppo spesso tendono a minimizzare la verità.

Non definiscono le falsità dei politici menzogne, bensì "affermazioni infondate". Descrivono i funzionari che aspirano all'autoritarismo come persone che "aggirano le norme" anziché come nemici della democrazia. Minimizzano i comportamenti folli e presentano entrambe le parti di ogni controversia come sostanzialmente equivalenti.

Amanpour non sta certo esortando i giornalisti a diventare attivisti. Non li sta spingendo ad abbandonare l'ideale di obiettività in cui prevalgono il giornalismo e le prove, non l'ideologia. Non sta suggerendo loro di schierarsi politicamente e di farsi portavoce di qualsiasi partito o candidato.

Tutt'altro, in realtà.

Li esorta ad abbandonare la falsa pretesa di neutralità e a concentrarsi invece sul nocciolo della questione, ovvero sulla verità.

Non intendo dipingere Amanpour come una santa. Come chiunque lavori nel mondo dei media da decenni, ha i suoi detrattori, coloro che pensano che abbia favorito una parte o l'altra e che sia stata imparziale nei suoi reportage.

Ma in un momento in cui il giornalismo – sottoposto a forti pressioni da parte delle grandi aziende e alle realtà di un modello di business trasformato – non si è attenuto in modo coerente alla sua missione fondamentale di informare onestamente il pubblico, le sue parole sono un faro.

Lo storico Garrett Graff ha scritto di recente sui fallimenti della stampa americana nella pericolosa era Trump, soprattutto in vista delle importanti elezioni di metà mandato per il Congresso e con l'aggravarsi delle minacce alla democrazia.

"I media, che sono a loro volta sottoposti a immense e straordinarie pressioni, continuano a non riuscire a trasmettere quanto siano straordinari questi sviluppi e cambiamenti nella nostra vita quotidiana", ha scritto Graff. "Troppo spesso, queste storie vengono trattate singolarmente, ma non come un modello".

In sostanza, quindi, i media non stanno rispettando la direttiva di Amanpour di "essere veritieri", perché non colgono il quadro generale.

La decisione di Amanpour di ritirarsi è stata influenzata dalle "pressioni straordinarie" nel mondo dei media?

Non lo ha detto esplicitamente quando ha annunciato la sua decisione, ma i suoi precedenti commenti sui cambiamenti imminenti alla CNN suggeriscono che nutrisse una certa preoccupazione che la ricerca della verità potesse essere minacciata dalle pressioni aziendali.

È facile capire perché questo le passi per la testa.

La società madre della CNN è stata appena acquisita da un colosso dei media, Skydance, guidato da David Ellison, figlio di uno degli uomini più ricchi del mondo, Larry Ellison. Le mosse del giovane Ellison alla CBS News, in particolare l'arrivo della controversa giornalista d'opinione Bari Weiss, hanno gettato nel caos la storica emittente televisiva. Giornalisti di spicco come Scott Pelley e Anderson Cooper hanno lasciato l'emittente o sono stati licenziati, e fonti interne hanno accusato la dirigenza di aver interferito con l'indipendenza editoriale.

La scorsa primavera, Amanpour ha osservato, durante un'apparizione pubblica a Londra, di essere preoccupata per il "riallineamento ideologico della CBS e la potenziale distruzione di 60 Minutes", il programma di punta dell'emittente dedicato all'attualità.

La sua partenza, tuttavia, è avvenuta in buoni rapporti con l'amministratore delegato della CNN, Mark Thompson, che per il momento rimarrà alla CNN, il che è rassicurante per il personale dell'emittente via cavo.

Nell'annunciare la sua partenza, Amanpour ha tenuto a precisare che avrebbe continuato a sostenere la sua città natale e "la sua storia di giornalismo indipendente".

È difficile credere che l'incerto futuro della CNN non abbia in qualche modo influito sulla sua decisione, sebbene si sia certamente guadagnata la possibilità di allontanarsi dal tumulto e dalle pressioni del giornalismo e dei commenti dall'estero.

I giornalisti più giovani e meno esperti, ancora immersi nella mischia quotidiana, saranno in grado di dare ascolto alle sue parole: "siate sinceri, non neutrali"? O le pressioni aziendali e commerciali li spingeranno ulteriormente verso quella neutralità di facciata che mina la verità?

Grazie alla sua brillante carriera e ai suoi preziosi consigli, Amanpour ha alzato l'asticella.

Speriamo che i giornalisti e i loro superiori – non solo alla CNN, ma anche altrove – riescano a superare questo ostacolo, meglio di quanto abbiano fatto in passato. Ne va molto.


  • * Margaret Sullivan è una editorialista del Guardian US che si occupa di media, politica e cultura.

I marrani

Paolo Vernaglione Berardi
Un «divenire altro» che forgia il destino individuale oltre l’identità di nascita
il manifesto, 22 ottobre 2026

I marrani erano gli ebrei iberici costretti a convertirsi al cristianesimo ma che conservarono la fede mosaica trasformandola in una forma di vita segreta. Chiamati conversos, i marrani a partire dalla metà del XIV secolo formano comunità disperse che, dal 1492, anno dell’editto dell’Alhambra furono obbligati al cattolicesimo. Così, molti ebrei e molti islamici andalusi, costretti dalle delazioni e dalla minaccia dell’Inquisizione del terribile Torquemada, generarono una doppia spiritualità, cristiana all’esterno, ebraica nell’intimo, che nel corso del tempo si rivelò una vera e produttiva invenzione di una forma di vita contaminata e contaminante in cui erano impastati messianesimo ebraico antitradizionale, messianesimo paolino, mistica ed eresie millenariste che avrebbero a loro volta segnato i momenti di trasformazione della storia europea dal XV al XVIII secolo.

Sulla scorta dello studio del marranesimo di Donatella Di Cesare, nella cultura marrana si individua la figura dell’«errante», attore di commerci, spedizioni e viaggi, che cambiava patria e bandiera dovendosi adattare alle esigenze dei suoi interlocutori. Marinai, mercanti, missionari, schiavi, avventurieri, pirati, in un mondo difficile erano spinti a mutare il loro rapporto al sacro attraverso la conversione o la simulazione.

NELLA GIUSTA RICOSTRUZIONE di alcune figure esemplari di marranesimo, Pierre Dalla Vigna, docente di estetica all’università di Parma e fondatore della casa editrice Mimesis, evidenzia come l’erranza storica, geografica e di pensiero, da elemento identitario delle comunità ebraiche della diaspora, si è estesa dal Mediterraneo al Portogallo, dalle Fiandre ad Amsterdam, alle Indie e alle Americhe, alimentando sincretismi e nuove tradizioni e soprattutto una letteratura, una cultura e un’arte della vita in cui il disfarsi dell’identità produce una contestazione permanente dei lugubri simbolismi identitari di «sangue e suolo», massacri e conquiste.

I profili delineati ne I Marrani. La nascita della società in divenire nella cultura occidentale (Meltemi, pp. 152, euro 15) sono accomunati da un «divenire altro» che decide le traiettorie di vita scartando l’ipotesi di un destino individuale assegnato alla nascita. Colombo, Mendes Pinto, Cervantes, Velazquez, Rembrandt, Uriel da Costa, Spinoza, Kafka, potevano essere e non essere «marrani» nel senso della definizione, perché non esiste un’identità marrana. Si tratta piuttosto di una condizione di esistenza segnata da un’identità cangiante in cui necessarie strategie di adattamento trasformavano modi, maschere e finzioni in risorse intellettuali e pratiche e in una continua sperimentazione di alternative ai poteri dominanti.

UNO DEI MOVIMENTI che ha accompagnato la vita marrana è stato quello degli alumbrados (illuminati) di origine araba ed ebraica che, tramite l’antica gnosi, professava il rapporto diretto con Dio e lo sviluppo di una mistica come esperienza di vita comunitaria. Agli alumbrados aderirono anche molti ebrei conversi, costretti a lottare sia contro i «vecchi cristiani» che proclamavano la limpieza de sangre e non ritenevano possibile il passaggio dall’ebraismo al cristianesimo, sia contro l’ebraismo tradizionale che condannava qualsiasi eterodossia.
Colombo, «cristianissimo», abile affabulatore, epigono dei «cretesi mentitori» dell’antico paradosso, fece dell’essere sradicato la sua forza di conquista, di simulazione e di rivendicazione. Sosteneva che il «nuovo mondo» era il paradiso, che le crociate e la «reconquista» erano necessarie e che lui aveva diritto al titolo nobiliare di «don», a prebende e ricchezze cospicue.

Cervantes, l’autore del Don Chisciotte e Velázquez con Las Meninas segnano il limite della cultura del Rinascimento e sono artefici geniali della scomposizione della rappresentazione che, come aveva mostrato Michel Foucault, ha deciso l’ingresso nell’età classica (il XVII secolo) con la separazione di parole e cose. Shakespeare, nel mistero più svelato dell’identità di un autore di origine ebraica, John Florio, marrano per molti aspetti, ben oltre l’adesione al protestantesimo apre il pensiero anti-umanistico in cui si insediano altri marrani virtuali come Marlowe, Montaigne e Giordano Bruno.

NELLA GENEALOGIA del marranesimo è il nomadismo spirituale a dar vita alla grande mistica della seconda metà del XVI secolo, Teresa d’Avila, Juan de la Cruz, alle eretiche condannate, Isabel de la Cruz e Maria Cazalla, ai «Cristiani senza Chiesa» nel nord-Europa alle imponenti correnti dell’utopismo ermetico-messianico di John Doe, alle tragiche imprese mistico-comunitarie di Shabbettai Zevi e Jakob Franck, felicemente studiate da Gershom Scholem, Jakob Taubes e dall’etnologo della cultura Furio Jesi. Trasposta in una genealogia della scrittura, l’erranza svela l’origine del processo inquisitorio che Kafka ha illuminato.

Una grande questione sociale

Andrea Carugati
Mattarella bacchetta il governo: risposte ai giovani

il manifesto, 22 ottobre 2026

«La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. È una grande questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società». Sergio Mattarella torna ad affrontare la grande questione che agita la politica dallo scorso fine settimana. Lo fa parlando alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito del Lavoro» ai Cavalieri nominati il 2 giugno scorso e i riconoscimenti ai giovani alfieri del lavoro. «Occorre uno sguardo di ampia visione che si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore di asservimento o di emarginazione. Tanto più in questi tempi così tumultuosi e incerti».

PER IL CAPO DELLO STATO quello della sottovalutazione delle esigenze e dei problemi del mondo giovanile è un tema ricorrente. Così come il monito ad affrontare il «grave peso» della fuga dei neolaureati all’estero. «Molti rientrerebbero volentieri se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi adeguatamente realizzare». E ancora: «Serve un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza».

MONITI CHE FINORA non sono stati ascoltati, in particolare dal governo che non ha messo in campo misure adeguate per favorire il rientro. Ma ora la questione si è fatta ancora più spinosa. Lunedì, dopo gli scontri di Milano, Mattarella (dopo aver definito «inaccettabile» la violenza e portato solidarietà alle forze dell’ordine) aveva definito «necessaria una analisi intelligente e approfondita» degli scontri e dei saccheggi e di come una simile devastazione sia stata possibile. «Va elaborata una attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso, da parte di soggetti inediti», il suo ragionamento. «C’è da riflettere sotto diversi profili».

A TUTTI ERA PARSO chiaro che le sue parole fossero anche un invito al governo a non a reagire con l’ennesima stretta repressiva di corto respiro. Ma, appunto, con una «analisi approfondita» del malessere di giovanissimi che sfugge a vecchie lenti di lettura. E invece il governo ha reagito con il solito riflesso reazionario, fino ad immaginare di affidare poteri di polizia giudiziaria ai militari. Un’ipotesi su cui il Quirinale ha posto un veto fortissimo, fino a farla sparire dal testo dell’ennesimo decreto sicurezza approvato martedì dal consiglio dei ministri. Un confronto duro, quello tra gli uffici di palazzo Chigi e del Quirinale. Non inedito, certo, visto che lo stesso film si era già visto per i precedenti decreti sicurezza, con Mattarella intento a cassare gli aspetti più palesemente incostituzionali. Come nel caso dell’ultimo decreto. Ma anche, e basta andare indietro di poche settimane, sul decreto scuola, quello che fissa al 30% il tetto di stranieri per classe e impone il divieto di velo e burqa per le alunne. In quel caso, il Colle ha cassato le norme che ipotizzavano la revoca della responsabilità genitoriale o del permesso di soggiorno per i genitori stranieri che non avessero frequentato i corsi obbligatori di lingua italiana. Anche stavolta a Mattarella è toccato il compito di ridurre il danno. Ma non senza chiarire al paese la propria posizione. Come ha fatto ieri al Quirinale, in quella che a molti è parsa come una stroncatura dell’azione del governo. Ipotesi ovviamente non confermata dal Colle, da dove viene ricordato che l’impegno di Mattarella sul tema dei giovani è una costante dei suoi 11 anni di mandato. Non a caso il 2 giugno si era fatto intervistare da 10 giovani, per dire che «nella generazione che va salendo vedo una quantità di elementi positivi maggiori di quelli che avevano le precedenti». E del resto ieri anche Mario Draghi, parlando con Bloomberg, ha commentato le rivolte in Spagna, Francia e Italia parlando di «blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti».

NEL GOVERNO, IN ATTESA che il decreto arrivi al Colle per la firma, si discute ancora sulla sua applicazione, a partire dal ruolo dei 500 parà della Folgore in arrivo a Milano, uno dei reparti più duri dell’esercito. La Difesa spinge per un ruolo proattivo, non un semplice rafforzamento dell’operazione «Strade sicure». «I militari faranno dei pattugliamenti dinamici a fianco delle forze dell’ordine nelle aree più sensibili, oggetto in questi giorni di episodi di estrema violenza», ha detto ieri il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, in pole position come candidato della destra a Milano. «Non pattuglieranno e basta: l’unica cosa che non potranno è arrestare i soggetti coinvolti, ma li possono fermare e con l’ausilio della polizia condurre poi nelle caserme o nelle questure». Il Viminale si limita a parlare di pattuglioni misti formati da poliziotti e militari ma con compiti diversi. Questi «verranno assegnati dall’autorità di pubblica sicurezza, che nella fattispecie è il prefetto», ha detto Piantedosi. Di certo, i parà non saranno dotati di taser e spray urticanti, avranno i manganelli ma li potranno usare solo in casi specifici.

mercoledì 21 ottobre 2026

Umberto Eco falsificato

Il falso Umberto Eco creato con l'AI: una performance che ha ingannato gli intellettuali

Finestre sull'Arte
3 ottobre 2026

Ci sono cascati tutti: una falsa Bustina di Minerva attribuita a Umberto Eco ha fatto il giro dei social, convincendo anche diversi intellettuali, tra cui anche un Premio Nobel. A crearla è stato Ciro Ascione con l'aiuto dell'intelligenza artificiale: una beffa che, proprio attraverso l'inganno, è diventata una riflessione sulla fragilità della verifica nell'era dell'IA.

Come le fausses nouvelles dei dadaisti: il falso articolo di Umberto Eco che ha circolato a lungo nelle scorse ore sui social prima di essere riconosciuto come un fake potrebbe essere considerato una specie di opere d’arte. Una falsa pagina della Bustina di Minerva, la rubrica che Umberto Eco teneva su L’Espresso, diffusa sui social network: l’immagine mostrava la pagina 114 del settimanale, datata 11 aprile 2010, con un articolo intitolato “La macchina che avrà letto tutto”, firmato per la celebre rubrica La Bustina di Minerva da Umberto Eco.

Accompagnata dalla frase “Umberto Eco aveva già capito tutto o quasi dell’intelligenza artificiale”, la notizia ha fatto rapidamente il giro del web. Per ore, lettori, docenti universitari, intellettuali e giornalisti, e addirittura un premio Nobel come Giorgio Parisi, hanno celebrato il testo come la profezia definitiva del semiologo piemontese: una visione capace di anticipare con anni di anticipo ChatGPT, le allucinazioni dei modelli linguistici, le scorciatoie degli studenti e il rischio che i contenuti sintetici inquinino il web. C’era tuttavia un dettaglio fondamentale: Umberto Eco non ha mai scritto quel testo.

Il finto articolo di Umberto Eco
Il finto articolo di Umberto Eco

A svelare la natura dell’operazione è stata dapprima una serie di verifiche condotte da testate e portali d’informazione e fact-checking come Open, BUTAC, Tlon e Mac Peer, e poi è stato l’autore stesso della bufala, Ciro Ascione, a rivendicarla come il concentrato di una temporanea alleanza tra l’essere umano che l’ha ideata e fatta circolare e l’intelligenza artificiale che è stata usata come braccio operativo della... performance. L’immagine diffusa su Facebook, malgrado la credibilità dello stile del finto Eco, presentava un’irrefutabile traccia tecnologica: l’analisi dell’immagine condotta con gli strumenti di OpenAI ha confermato che l’impaginato era stato generato mediante intelligenza artificiale. Un evidente indizio visivo tradiva la natura sintetica del documento: sotto la grande lettera “M” dell’incipit appariva una parola deformata e priva di significato, tipico artefatto grafico dei generatori d’immagini. A ciò si aggiungeva un errore cronologico decisivo: l’11 aprile 2010 cadeva di domenica, giorno in cui L’Espresso non usciva nelle edicole, rendendo del tutto inesistente la numerazione di pagina esibita. Nello stesso periodo, il 16 aprile 2010, la rivista pubblicava invece un’autentica Bustina di Minerva di Eco, intitolata “Alto medio basso”.

L’origine dell’invenzione porta la firma di Ciro Ascione, massmediologo ed ex insegnante di scuola media nato a Torre del Greco nel 1968, noto soprattutto nell’ambito del web per le sue “trollate”, come si dice in gergo tecnico, ovvero le sue azioni provocatorie condotte col mezzo digitale. Autore di volumi come La grande bottega degli orrori (1996), Videogames - Elogio del tempo sprecato (1999) e Troll - Come ho inguaiato Internet (2006), Ascione è noto fin dalla fine degli anni Novanta nei newsgroup italiani per le sue provocazioni telematiche, tra cui la creazione della finta Associazione Carlo Borromeo e il falso sulla morte del personaggio di Marge Simpson nel 2008. Il 1° ottobre 2026, Ascione ha pubblicato il testo della finta Bustina sulla propria pagina Facebook, trascrivendolo integralmente e presentandolo come autentico.

Al di là della falsificazione visiva, l’elemento più affascinante dell’operazione risiede nel contenuto del testo apocrifo e nella sua capacità di mimetizzarsi nello stile di Eco. Il brano immagina che le macchine del futuro non saranno supercomputer ribelli sulla scia di HAL 9000, ma dispositivi capaci di “continuare una frase” in modo plausibile. Il testo spingeva la riflessione sulle allucinazioni e sulla fabbricazione di falsi storici, mostrando come la macchina permetta di democratizzare l’inganno consentendo a chiunque di costruire dispute erudite e citazioni inesistenti. La satira tocca anche il mondo della scuola: si immaginano studenti che commissionano all’IA un tema su Giovanni Pascoli, per poi chiederle di inserire appositamente errori, banalità e opinioni personali pur di superare i controlli dei docenti. Si prefigurava infine il pericolo del model collapse, ovvero l’effetto di macchine che apprendono da testi generati da altre macchine: se nel Medioevo occorrevano secoli perché una falsa reliquia creasse una tradizione, alla macchina bastano tre pomeriggi.

Intellettuali e studiosi vi hanno creduto perché la pagina possedeva una struttura credibile del saggio di Eco: l’erudizione, i riferimenti al Medioevo, l’ironia sulla cultura di massa e la battuta finale sull’essere umano. Nei commenti e nelle analisi di fact-checking, l’operazione è stata infatti interpretata, soprattutto da BUTAC, come un’azione di arte concettuale e situazionista. Un altro dei più noti troll della rete, Ermes Maiolica, la ha definita provocatoriamente una “nuova cappella sistina del trolling”. Piuttosto che una banale bufala, il testo si è trasformato in una specie di performance in cui il pubblico colto, cadendo nell’inganno, è diventato attore protagonista di una dimostrazione sulla fragilità della verifica nell’era digitale. Una dinamica del tutto coerente con la lezione del vero Umberto Eco.

“Negli ultimi due giorni”, ha poi scritto Ascione, “un fake che ho prodotto in mezz’ora con ChatGPT sta dettando l’agenda del dibattito nazionale sull’Intelligenza Artificiale. È stato condiviso da Giorgio Parisi, Luciano Floridi, Loredana Lipperini, Andrés Neumann e tante altre persone così importanti che se organizzassero un flash mob ne verrebbe fuori la versione contemporanea della Scuola di Atene di Raffaello. Andrea Colamedici, che l’anno scorso ha sbancato con Ipnocrazia, attribuito all’inesistente filosofo cinese Janwei Xun, ha subito scritto un articolo su Tlon per debunkare il testo. Un po’ come quei bambini grassi che si portano via il pallone se non sono loro a tirare il rigore. Quasi tutti hanno attribuito l’inesistente Bustina di Eco all’intelligenza artificiale, dimenticandosi completamente dell’umano che si annidava dietro al prompt. Forse per l’elite culturale nazionale è più comodo pensare di essere stati fregati da una macchina malvagia tipo Skynet e non da un falsario che ha piegato la macchina alla propria volontà. Ma, parafrasando una scena di Boris, è meglio mantenere la discussione tra pochi amici fidati”.

“Proprio nel momento storico in cui la società si interroga smarrita su dove stiamo andando con l’AI e sulla nostra residua capacità di distinguere la realtà dalla simulazione”, ha scritto invece Ermes Maiolica, “questa pagina è arrivata come una cometa sulla terra, spazzando via in un secondo ogni piglio critico. Ed è esattamente qui che risiede l’arte autentica. Quello che i pigri liquidano con l’etichetta sbrigativa di ‘trolling’ non è altro che il situazionismo eterno, la riattivazione dell’atto concettuale necessario che scuote l’apatia della bolla culturale. In un sistema che spinge l’arte verso la mercificazione del prodotto fetish da galleria, quest’opera dimostra che l’arte autentica non si tocca, non si vende e non ha neanche bisogno di esistere fisicamente o storicamente come fatto ‘vero’. […] Eco, che alla forza del falso, al complotto e alla falsificazione dei documenti ha dedicato saggi fondamentale e romanzi come Baudolino e Il pendolo di Foucault, avrebbe applaudito a questa sovversione semiotica. Complimenti a Ciro Ascione per questo capolavoro, che forse posso definire, la nuova cappella sistina del trolling”.

Il governo della guerra ai ragazzini

Gad Lerner
Il governo della guerra ai ragazzini

il manifesto, 21 ottobre 2026

Un giorno circonderanno d’inferriate il quadrilatero milanese della moda, come già i compound di lusso a Lagos o Città del Messico? Siamo complici dei teppisti se diciamo che il 17 e 18 ottobre sotto la Madonnina si è consumata violenza in miniatura?

Un milione di danni, suvvia, deprecabile ma incomparabile alla violenza quotidiana teorizzata via social e messa in pratica dai potenti della terra. Capi di Stato e tecnocrati che detengono le armi vere e teorizzano di remigrare nei Paesi degli antenati una quota dei loro concittadini in quanto «spazzatura», «zombie», «invasori».

Sarebbe da liquidarsi alla voce «militari in passerella», come i Lince che fanno bella mostra della propria inutilità fuori dalle stazioni ferroviarie dacché la destra governa, anche l’invio di cinquecento rinforzi dopo le vetrine mandate in frantumi nella Milano fashion che amiamo, ci mancherebbe, con tutti i suoi stranieri visitatori ricchi e, assai più numerosi ma essenziali, residenti poveri. Purché tale spedizione non sia il preannuncio di un’applicazione all’italiana del modello Trump: l’esercito non può fare rastrellamenti.

LA FACCIA FEROCE esibita dal governo distoglie l’attenzione non tanto dai suoi modesti risultati in materia di ordine pubblico, quanto dalla realtà che tutti ci ha lasciati sbigottiti: non sappiamo null’altro degli sconosciuti devianti acciuffati nel centro di Milano eccetto la precocità.

Mai vista nel secolo scorso, dal ’68 al ’77, una rivolta i cui primattori fossero adolescenti. Under 18 per nulla bisognosi di cattivi maestri perché le assemblee, gli scioperi, i cortei, tanto meno gli opuscoli celebrativi del fascino dei passamontagna calati sul volto, mica rientrano nel loro alfabeto. Hanno imparato già da bambini quel che pubblicitari, stilisti, musicisti, atleti vanno ripetendo nel loro stesso gergo: vince ciò che «spacca». Da qui l’idea del saccheggio come unica protesta efficace, illusione momentanea di riscossa dei poveri, rivalsa sull’indigenza: «Quella borsa in vetrina costa più di quanto mio padre guadagna in un mese».

STIAMO PARLANDO difatti dei figli dell’«infrastruttura paraschiavistica» (copyright Luca Ricolfi) divenuta componente strutturale del sistema economico italiano, dalla logistica ai servizi di cura, dal caporalato alla catena dei subappalti. Fin dall’infanzia conoscono l’ingiustizia sociale e l’ostracismo culturale, impresso su di loro come un marchio. L’aver vissuto direttamente o nella biografia dei genitori la privazione dei diritti di cittadinanza li fa inoltre sentire parte di una comunità mondiale che trova il suo simbolo nella tragedia dei palestinesi di Gaza.

Raccolgono in modalità spaccatutto un guanto di sfida che altri hanno sistematicamente lanciato contro di loro, i «maranza», le «baby gang», terminologia del disprezzo adottata ormai non solo dalla (ex) grande stampa ma anche dal Viminale e da palazzo Chigi.

Per trent’anni abbiamo tirato sospiri di sollievo perché nelle città italiane l’immigrazione non dava luogo a conglomerati urbani paragonabili alle banlieues francesi (è del 1995 il film L’odio di Mathieu Kassovitz) ma nel frattempo politica urbanistica e propaganda xenofoba lavoravano insieme per ghettizzarne le seconde generazioni. Il governo Meloni, infine, ha fatto della «guerra ai ragazzini» una sua ragion d’essere. Ce la siamo dimenticata la grande Operazione Antimaranza del 20 luglio scorso, chiamata proprio così in un video trionfale rilanciato dalla premier? In un solo lunedì arrestati 539 giovani per poi il giovedì successivo decretare l’abbassamento a 14 anni della procedibilità penale. «È un principio che vogliamo affermare in ogni ambito: chi aggredisce, chi rapina, chi devasta, deve pagare sempre. Anche se ha 15 o 16 anni», proclamava Giorgia Meloni. Oggi sembrano le parole famose.

NON APPAGATA, il 20 settembre, dal palco della festa della Gioventù Nazionale intitolata «Il tempo del coraggio», Meloni annunciava con finto sdegno il decreto che impone un tetto del 30% agli studenti stranieri in classe: «Non esiste, non esiste che in una classe italiana a sentirsi nell’angolo siano bambini italiani perché sono divenuti una minoranza!».

Vogliamo farla così fessa da pensare che provocazioni del genere non urtassero la sensibilità dei bersagli verso cui aizzava il rancore del suo elettorato? Diciamo almeno che lo sconquasso del 17 ottobre non è giunto come un fulmine a ciel sereno.

P.S. Lo so, non ho ancora scritto la parola «condanna». Se la aggiungo solo in fondo non è perché giustifico l’aggressione alle forze dell’ordine, il furto e i danneggiamenti. Ma perché questi ragazzini andavano rispettati prima che si rendesse necessario punirli.


La deriva autoritaria in Francia

Thomas Legrand
Deriva autoritaria, continuazione: Gérard Larcher sta valutando la possibilità di vietare LFI
Libération, 20 ottobre 2026

 La destra sta perdendo la calma. Alcuni parlano dell'inizio di una guerra civile, ma nessuno in quello schieramento ha nulla da dire sulla ben documentata violenza della polizia. E ora, il solitamente placido e misurato Gérard Larcher, Presidente del Senato, l'assemblea che dovrebbe rappresentare la moderazione repubblicana, dichiara in un'intervista a Le Figaro , riguardo all'idea di sciogliere il partito il cui leader principale è considerato un potenziale finalista presidenziale: " La questione si può sollevare [...] Siamo riusciti a sciogliere Generation identitaire [un gruppo di estrema destra] e La Jeune Garde [un movimento di estrema sinistra]. LFI è un partito politico che contribuisce all'espressione della nazione. Lo capisco. Ma ha una grande responsabilità per l'incitamento all'odio ". 

Gérard Larcher sta riproponendo un riflesso ottocentesco, contrapponendo il partito dell'ordine al partito della piazza, con l'idea assolutamente assurda e lesiva delle libertà di considerare la messa al bando di un'organizzazione politica rappresentata nell'Assemblea Nazionale. Seguendo Bruno Retailleau , Larcher parla di mettere al bando La France Insoumise (LFI) perché i suoi membri credono che "la polizia uccida". Jean-Luc Mélenchon e i suoi sostenitori si appropriano, come slogan scioccante, dei numerosi studi accademici che dimostrano come l'organizzazione della polizia, l'attuale dottrina del mantenimento dell'ordine e il declino della polizia di prossimità abbiano reso questa istituzione un'organizzazione il cui stesso sistema alimenta la brutalità poliziesca . La LFI viene criticata per aver alimentato le fiamme appoggiando le rivendicazioni degli studenti delle scuole superiori e non condannando i blocchi stradali o gli slogan di protesta oltraggiosi come ACAB (All Cops Are Bastards - Tutti i poliziotti sono bastardi) .

Fantasie

Tutte queste accuse dipingono un quadro a metà tra realtà e fantasia , ma certamente non sufficiente a giustificarne lo scioglimento. La realtà è che LFI è un partito con un discorso radicale, a volte brutale, e una pratica politica basata sul conflitto. Questo modo di fare politica può essere criticato e contrastato. E lo è ampiamente, anche a sinistra. Ma se il radicalismo e la violenza della sua retorica sono motivi sufficienti per metterlo al bando, allora basta accendere per qualche minuto un qualsiasi telegiornale e ascoltare i portavoce del Raggruppamento Nazionale per concludere che questo partito, così come quello di Eric Zemmour, dovrebbe essere messo al bando. Anche le dichiarazioni rilasciate dalla destra in generale fin dagli albori del movimento, e dal Presidente del Senato in particolare riguardo a LFI, sono intrise di fantasia. Affermare che questo partito sia il burattinaio degli studenti delle scuole superiori, degli studenti universitari e soprattutto della popolazione delle periferie è un'illusione che, in realtà, non fa che rafforzare l'influenza di La France Insoumise (LFI), così designata come l'unico sbocco politico per una gioventù che deve trasformare la propria rabbia e le proprie aspirazioni in proposte politiche. Ma se questo movimento studentesco delle scuole superiori, pur radicale, sventola bandiere tricolori e canta la Marsigliese, è perché, a differenza di tanti altri movimenti "di sinistra" del passato, si inserisce in una cornice repubblicana, anche grazie a LFI.

Quest'idea, priva di qualsiasi fondamento giuridico valido, di sciogliere LFI (La France Insoumise), un'idea che verrebbe certamente respinta dal Consiglio di Stato, segna la quasi totale convergenza tra destra ed estrema destra . L'altra idea, diffusa nella destra dal 17 ottobre, secondo cui il caos è dovuto in gran parte all'"immigrazione di massa" e non alla ghettizzazione spaziale che ha relegato generazioni di discendenti di immigrati ai margini della prosperità, ci convince definitivamente che la destra si sta schierando dalla parte della soluzione autoritaria . Se persino Gérard Larcher si unisce a questo coro, significa che il dado è tratto: destra ed estrema destra sono ormai nello stesso campo, sulla stessa strada verso l'erosione delle libertà civili .