giovedì 2 aprile 2026

Alice Cordier vendicatrice


Maxime Macé  Pierre Plottu
Alice Cordier dei Nemesis, un viaggio estremamente estremo

Libération, 2 aprile 2026

Il suo volto è apparso su numerosi media dopo la morte di Quentin Deranque, attivista radicale di estrema destra deceduto a seguito delle ferite riportate in una rissa con antifascisti a metà febbraio a Lione. Alice Cordier, 28 anni, aveva espresso il suo dolore ancor prima che la morte dell'uomo che, a suo dire, voleva "proteggere" gli attivisti del suo gruppo, il collettivo Némésis, vicino al Rassemblement National (RN ), fosse ufficialmente annunciata. Questi attivisti erano intervenuti per interrompere una conferenza tenuta da Rima Hassan, europarlamentare per La France Insoumise (LFI). Il presidente del collettivo, di cui LFI chiede ora lo scioglimento, ha puntato il dito contro la sinistra, arrivando a chiedere che il movimento antifascista venisse definito "terroristico", rimanendo in silenzio sull'attivismo nazionalista-rivoluzionario della vittima. Secondo le nostre fonti, il leader di Némésis aveva stretti legami con questo movimento radicale.

Arrivata a Parigi nel 2017 da Orléans, dove si era fatta le ossa tra i monarchici di Action Française, ha frequentato l'Institut de Formation Politique (IFP), un istituto popolare tra i giovani identitari . Nel 2019 ha fondato Némésis. Il collettivo, registrato ufficialmente solo nel marzo 2021, prende il nome dalla dea greca della vendetta. Basato principalmente su xenofobia e islamofobia, il gruppo si oppone a qualsiasi rivendicazione di parità salariale, accesso all'aborto o diritti delle donne in generale, sostenendo, secondo il suo sito web, che questi non costituiscono "violenza concreta".
Vicina a un membro di spicco del gruppo che è succeduto al GUD

L'azione fondativa ha dato il tono: una trovata di agitazione e propaganda xenofoba durante la manifestazione contro la violenza sulle donne organizzata dal collettivo #NousToutes, che da allora hanno regolarmente interrotto. Alice Cordier frequentava poi le feste della società parigina radicale e in particolare gli attivisti più alla moda dell'epoca, quelli della Generazione Identità, come Thaïs d'Escufon , che in seguito è diventata una influencer maschilista.

In questi incontri, Alice Cordier si mescolava anche a figure ben più radicali, del tipo che oggi ritroviamo in gruppi nazionalisti-rivoluzionari come la GUD e Luminis a Parigi. Oltre alla foto che la ritrae mentre fa un simbolo neonazista accanto ad attivisti di estrema destra radicale nel 2022, Libération l'ha rintracciata in ambienti ben meno inclini al discorso politico. E a ragione: la sicurezza per le feste di Némésis era a lungo garantita dagli Zouaves Paris, un gruppuscolo neofascista sciolto nel gennaio 2022 a causa della sua violenza. Questo collegamento è stato stabilito tramite Alice Cordier, che, secondo le nostre fonti, era vicina a un membro di spicco del gruppo che ha succeduto alla GUD già nel 2020.

Bastien M., questo il suo nome, è una curiosa combinazione di attivista neonazista e teppista razzista. Poeta con il braccio destro tatuato con una mazza da baseball incrociata con una mazza da golf (un'arma prediletta dagli "Zouavi"), è il luogotenente del leader del gruppo di estrema destra parigino, Marc de Cacqueray-Valménier . Il tipo che fa il saluto nazista nelle foto di feste con gli amici, stando alle immagini pubblicate sul sito per adulti del gruppo Azione Antifascista della Periferia di Parigi.

Vere e proprie trappole tese agli attivisti di sinistra

Nello stesso periodo, la giovane donna entrò in contatto con una piccola cerchia di attivisti di estrema destra che, per scherzo, adottarono il soprannome di "Pussyfafs". Si trattava di un riferimento alle Pussycat Dolls, un gruppo femminile americano, unito al termine "faf", abbreviazione di "Francia ai francesi", un soprannome usato dagli stessi radicali di estrema destra. Tra loroc'erano la cantante suprematista bianca e antisemita Epona, una certa Amélie, attivista neofascista che all'epoca aveva una relazione con Marc de Cacqueray-Valménier, e Nina Smarandi, che lavorò brevemente come assistente parlamentare del deputato del Rassemblement National Joris Hébrard prima che Libération rivelasse i suoi legami neofascisti nel 2023 .

Insieme escono, fanno sport o vanno al poligono di tiro. Nel settembre 2023, secondo le immagini ottenute da Libération , Cordier e le "Pussyfafs" erano testimoni e damigelle d'onore al matrimonio di Epona e Pierre-Guillaume Mercadal, amico intimo dell'influencer di estrema destra Papacito . "Salute, Felicità e WP", per "white power" (potere bianco), ha scritto una di loro come didascalia di una foto della sposa e degli invitati che salutavano, un gesto che alludeva anch'esso a questo slogan suprematista bianco .

Come rivelato di recente da L'Humanité, un gruppo di neonazisti con base a Lione ha organizzato elaborati agguati contro attivisti di sinistra. A novembre, il gruppo ha tentato di interrompere un incontro pubblico a Orléans organizzato dal deputato Raphaël Arnault (LFI) e dall'avvocata Elsa Marcel (Révolution permanente). Non lontano da loro, secondo fonti di Libération, pattugliava la zona una banda guidata dal noto neonazista Christopher del Frate, membro del GUD (Groupe Union Défense). Del Frate "celebra" il compleanno di Hitler davanti a un busto del Führer. È un recidivo, coinvolto in attentati nella regione del Loiret e a Parigi, e ha avuto precedenti penali .

Questo scenario ricorda quello che portò alla morte di Quentin Deranque a Lione, meno di tre mesi dopo. La conferenza di Orléans "ha potuto svolgersi senza incidenti grazie alla vigilanza del personale di sicurezza e degli attivisti antifascisti", ha sottolineato il Collettivo Antifascista di Orléans in un resoconto della serata. Questa volta.


Arte e psicanalisi



quanta creatività che viene fuori dallo stare male
Arte & Psicoanalisi
Sara Boffito
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

È vero che il rapporto tra malattia mentale e creatività, tra arte e psicoanalisi è uno dei più navigati, celebrati e anche reciprocamente nutrienti – basti pensare alla celebre lettera inviata da Schönberg a Kandinsky in cui il compositore sentenziava che «l’arte appartiene all’inconscio»; all’altrettanto nota affermazione di Freud a proposito del primato dei poeti, che conoscono «una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta»; alla misteriosa enigmatica relazione analitica tra Samuel Beckett e il geniale psicoanalista Wilfred Bion; a come, più recentemente, Louise Bourgeois abbia dedicato quasi la sua intera produzione artistica alla psicoanalisi; per non parlare della miriade di volumi in cui si analizzano opere o artisti dal vertice psicoanalitico.
Un recente ricchissimo libro a cura di Marco Manzoni osserva questa relazione da un’inclinazione specifica: l’intreccio tra creazione artistica, malessere e solitudine. Il volume si apre con una prima sezione in cui grandi nomi della psichiatria, della psicoanalisi e della filosofia (Eugenio Borgna, Carla Stoppa, Iolanda Stocchi, Luigi Zoja, Emanuele Severino, Carlo Bo) s’interrogano appunto sulla «malattia creativa», un’espressione di Ellenberger ripresa sia da Zoja che da Stocchi, per fare poi spazio a un coro di voci, tra le più importanti della critica, della letteratura e della filosofia, che tentano in queste pagine di scioglierne l’enigma (Giovanni Testori su Van Gogh, Marco Garzonio su Montale, Giovanni Raboni su Proust, Sergio Perosa su James, Nadia Fusini su Kafka, Giuseppe Zigaina su Pasolini, Patrizia Violi su Yourcenar, Carlo Sini su Nietzsche, Marco Gay su Jung, Quirino Principe su Schumann, Andrea Bisicchia su Strindberg e Remo Bodei su Hölderlin).
L’atto creativo ha a che fare con il tempo, un kairós sfuggente, che può essere avvicinato in quelli che Manzoni nella sua introduzione identifica come «momenti critici e topici» dell’esistenza. L’ouverture è un piccolo esemplare saggio di Eugenio Borgna, alla cui memoria il volume è dedicato, che avvicina l’esperienza psicotica ricordandoci che l’irrompere della follia, quella radicale rottura del contatto con il reale, «è in ogni caso una possibilità umana». E aggiunge che attraverso percorsi diversi da quelli abituali, sentieri misteriosi, l’esperienza psicotica trasforma e rinnova: talora può farsi esperienza creativa. Tornano alla mente le osservazioni di Donald Winnicott, che vede l’artista come qualcuno che ha “la capacità e il coraggio” di restare in contatto con quei processi primitivi che le persone sane rischiano di perdere, impoverendosi. Processi tanto vitali che per lui uno dei compiti della psicoanalisi è «permettere alla follia di diventare un’esperienza accettabile», se non la si evita. Per questo l’esperienza degli artisti è così fondamentale. Ed è di solitudine, una solitudine essenziale, «una solitudine intrinseca fondamentale e inalterabile» che caratterizza lo stato originario in cui «l’essere emerge dal non essere» e che permane durante tutto il corso della vita.
Nell’opera di alcuni artisti rintracciamo «l’esile inconfondibile tramatura atmosferica» dell’angoscia psicotica, che Borgna identifica nella straordinaria bellezza e «friabilità mortale» delle liriche di Hölderlin – poeta che fa da cornice al volume di Manzoni, poiché a lui è dedicato anche l’ultimo saggio di Remo Bodei. In effetti Hölderlin è il poeta della Umnachtung, quella situazione di ottenebramento in cui sulla mente è calata la notte e il pensiero è avvolto. Anche Jean Laplanche, in un magnifico libro a lui dedicato, immagina Hölderlin come qualcuno che, «raggiunto da quel cono d’ombra che la terra proietta», ha in qualche modo scelto di puntare dritto verso il sole, un sole nero. La solitudine, per tutti gli artisti narrati in questi saggi, ha a che fare con il buio e con la ricerca della luce. In un piccolo delizioso inedito, dono di questo volume di Manzoni, Giovanni Testori riconosce in Van Gogh – che per comunicare la sua decisione di farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, aveva scritto al fratello Theo: “sto pensando di accettare completamente il mio mestiere di pazzo” – una traiettoria in qualche modo affine e parallela nel corteggiare luce e oscurità. Testori identifica come tratto distintivo dell’opera di Van Gogh la “sconfinatezza della luce, che va ben oltre le luci che fin lì la pittura aveva conosciuto”, luce di fronte alla quale, nelle sue oscillazioni di follia, disperazione, esaltazione, l’artista riesce “miracolosamente a sostare e resistere”. Giovanni Raboni, nel saggio dedicato a Proust, identifica la solitudine come uno strumento indispensabile per raggiungere il bene supremo, «la conoscenza del senso, l’anima delle cose»: è necessaria perché crea uno «spazio» reale, proprio come accade nello studio della struttura della materia, che è visibile solo all’interno di un acceleratore di particelle. E Nadia Fusini, alcune pagine dopo, fa eco a questi raggi ragionando sulla ferita di Kafka per cui «definitivo è solo il dolore», la notte. Tanto che appunta sul suo diario «Di giorno non so scrivere. La luce distrae». Eppure, attraverso il buio della solitudine, il dolore ci consegna la forma. Niente come i versi di Emily Dickinson descrive come quella luce laterale, filtrata – «quell’angolo di luce» «che opprime come musica»– può trovare nella solitudine uno sfondo necessario all’emergere, forse, di qualcosa di nuovo: «Insegnarla è impossibile - / il suggello è l’angoscia, / imperiale afflizione / discesa a noi dall’aria. / Quando viene, il paesaggio /ascolta, fino l’ombre / trattengono il respiro. /E quando va, somiglia alla distanza / sul volto della morte». 

Marco Manzoni (a cura di) Creazione e mal-essere. Quando la solitudine diventa arte
Moretti&Vitali, pagg. 272, € 24

Il linguaggio di Fantozzi

Ilaria Fiorentini
L'italiano di Fantozzi, un successo pazzesco

Avvenire, 1 aprile 2026

In un’intervista a “La Stampa” per i 40 anni dal primo Fantozzi (del 1975, diretto da Luciano Salce), Paolo Villaggio notava che, nei film, «la cosa più nuova era il linguaggio», ricordando anche Fellini gli aveva detto: «Paolino, tu hai ampliato e modificato la lingua italiana». Nel 2018 viene registrato come neologismo dall’Enciclopedia Treccani fantozzismo, sostantivo maschile etichettato come “scherzoso”, la cui definizione recita: «Atteggiamento o comportamento tipico del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio interpretato da Paolo Villaggio, che rappresenta un assortimento di vizi italiani». Il termine, insieme all’aggettivo fantozziano e al sostantivo fantozzi, entra quindi tra le parole che l’italiano contemporaneo ha ereditato dall’universo creato da Paolo Villaggio a partire dai libri e, in seguito, dai film: un universo che, a livello linguistico, appare ancora oggi ben stabile e vitale nell’immaginario e nella lingua di italiani e italiane, e di cui vedremo di seguito una panoramica, necessariamente parziale.
Partiamo dai nomi. Come detto, fantozzi (con la minuscola) è attestato con uso antonomastico col significato di (secondo Treccani) «uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffe e a sottomettersi ai potenti»: oggi mi sento proprio un fantozzi, i fantozzi della politica. L’espressione è ancora ben presente nell’uso: se leggiamo “Io stesso sono un Fantozzi in carriera. Ho la nuvola dell’impiegato e un collega alla Filini” (esempio reale tratto dal web), siamo immediatamente in grado di ricostruire il significato e le sfumature di tutte le figure evocate. Allo stesso modo, sono ancora presenti i nomi il già citato Filini, signora Pina e Mariangela, quest’ultimo talvolta usato come sinonimo di bruttezza estrema: “diamole tutte le attenuanti del caso, alla Mariangela Fantozzi del mondo automobilistico” (altro esempio reale da un forum online in cui si discute di automobili).
Un ulteriore aspetto persistente della lingua di Fantozzi riguarda l’esagerazione, sia, per così dire, verso l’alto, sia verso il basso. Sono infatti frequenti, nella varietà fantozziana, due strategie di grado opposto: l’iperbole e l’attenuazione. Nel primo caso abbiamo accrescitivi di vario tipo, forme il cui significato viene amplificato tramite aggettivi (tragico, abissale, allucinante) o avverbi (mostruosamente), che funzionano come veri e propri intensificatori stereotipati, ma anche espressioni “estreme” (milioni di gradi Fahrenheit), nonché creazioni proverbiali come nuvolone da impiegato. Un’enfasi che si ritrova anche in appellativi ridicolmente “gonfiati” come Megadirettore Galattico: a questo proposito, megagalattico (registrato ufficialmente nel vocabolario nel 1987) è un aggettivo tuttora diffuso. La trasformazione di situazioni ordinarie in eventi eccezionali contribuisce a costruire una percezione deformata ma riconoscibile dell’esperienza quotidiana: per questo motivo, i corrispettivi linguistici restano identificabili e produttivi.
Dall’altra parte, l’attenuazione si manifesta nel servilismo di alcune espressioni, come formule apparentemente ossequiose, ma in realtà critiche (e talvolta smascheranti) nei confronti del potere: per esempio com’è umano lei, oggi quasi proverbiale (e molto presente sui social e nei meme), oppure servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo, che mescola e risemantizza espressioni tipiche del linguaggio burocratico (il “burocratese” presente in Fantozzi ha a sua volta lasciato un segno evidente).
In maniera parzialmente diversa, ma comunque riconducibile a questa dinamica, si inserisce anche la celebre, e a sua volta proverbiale, risposta della moglie di Fantozzi che, alla domanda «Ma tu, a me, mi ami?», replica in più occasioni: «Io ti stimo moltissimo». In questo caso, l’effetto comico nasce da uno scarto pragmatico: al posto dell’attesa dichiarazione di affetto viene utilizzata una formula fredda e, a sua volta, dal sapore aziendale, che riproduce nella sfera privata una distanza analoga a quella gerarchica.
Questi aspetti possono essere ricondotti, in senso più generale, alla deviazione dalla norma, dallo “standard” linguistico: l’italiano di Fantozzi, pur comicamente esagerato al limite del grottesco, non fa che replicare tratti e caratteristiche effettivamente presenti nella lingua quotidiana di milioni di italiani e italiane. Sebbene caricaturale, quindi, non è una lingua “irreale”, ma riflette, talvolta estremizzandoli, meccanismi comuni, sia sul piano linguistico sia, in una prospettiva più ampia, su quello sociale.
Il tratto probabilmente più evidente, e sicuramente il più ricordato, di questo allontanamento dalla norma riguarda il congiuntivo: i famigerati venghi, vadi, batti lei, costantemente presenti nelle interazioni fantozziane e usati sia dagli impiegati sia dalla classe dirigente (“Vadino fuori dalle palle”, conclude il Megadirettore dopo un’arringa diretta ai dipendenti – o meglio, come dice lui, agli “inferiori”). Quest’uso, comico perché esagerato, ma al tempo stesso non distante dal reale, è oggi ancora presente e utilizzato, anche in chiave didattica: le forme errate vengono presentate come caveat, aiutando a esemplificare ciò che deve essere evitato se si vuole “parlare bene”. Similmente, ogni qualvolta qualcuno le impieghi non ironicamente, il riferimento all’uso fantozziano è quasi inevitabile: a inizio 2019, per esempio, numerosi giornali hanno riportato la notizia del sindacalista Maurizio Landini che aveva sbagliato un congiuntivo (ripetendo più volte vadi), con titoli del tipo “Landini come Fantozzi”.
Un ultimo, ma non meno importante, lascito fantozziano ancora oggi vivo nell’immaginario e nella lingua degli italiani è il turpiloquio. Anche questo aspetto è trasversale alle classi sociali: si va dal già citato fuori dalle palle del Megadirettore all’onnipresente merdaccia, usato come allocutivo per il povero Fantozzi, fino all’esclamazione forse più nota e ancora oggi diffusissima, una cagata pazzesca, usata originariamente in riferimento al film La corazzata Potëmkin (ma “Kotiomkin” nel film); quest’ultima, ormai cristallizzata, è entrata stabilmente nel repertorio linguistico dei parlanti italiani.
Nell’epoca dei social, dunque, il linguaggio fantozziano, lungi dall’essere scomparso, si è adattato ai formati rapidi della comunicazione digitale, mantenendo intatti e riconoscibili la sua struttura e i suoi meccanismi. Oggi, a distanza di decenni, questo linguaggio, con i suoi aggettivi, le sue iperboli, le sue espressioni proverbiali, costituisce un vero e proprio codice linguistico condiviso, un insieme stabile di risorse espressive entrate a pieno titolo nell’italiano contemporaneo. È la conferma di quanto detto dallo stesso Villaggio in quell’intervista del 2015: «alla fine, qualcosa di me rimarrà. Gli altri muoiono definitivamente, io forse no».

Non è colpa di nessuno

Gianluigi Buffon, Gennaro Gattuso con Gabriele Gravina durante la conferenza stampa di presentazione del commissario tecnico

Antonio Lamorte
Perché l’Italia è ancora fuori dai Mondiali: uno psicodramma a oltranza ma non è colpa di nessuno
l'Unità, 1 aprile 2026

 Adesso è facile ed è inarrestabile. Cambiare tutto, azzerare e ripartire, ridisegnare, ripianificare, riprogrammare. La Federazione, la Serie A, i settori giovanili, gli stadi, i rapporti con i club, le serie minori, le primavere, gli italiani in campo, i premi partita, le accise, i vitalizi dei parlamentari, il passaggio dall’ora legale all’ora solare e che altro più. Riformare insomma, tirare una linea, punto e a capo. Perché è figlia di tutto questo l’eliminazione dell’Italia alla finale playoff contro la meritevole, coraggiosa e concentrata, pur sempre mediocre Bosnia Erzegovina. E comunque, a quanto pare, non è colpa di nessuno.

Non è colpa del Presidente delle Figc dal 2018 Gabriele Gravina. “Devo fare i complimenti a Rino Gattuso, credo che sia stato un grande allenatore. Gli ho chiesto di rimanere alla guida tecnica di questi ragazzi, così come lo ho chiesto a Buffon, c’è stato un momento di sintonia nello spogliatoio con questi ragazzi – ha detto in conferenza stampa – I ragazzi sono stati eroici. La parte tecnica è da salvaguardare al 100%, per quanto riguarda la parte politica c’è una sede, abbiamo convocato un Consiglio Federale la prossima settimana. Capisco l’esercizio della richiesta di dimissioni a piè sospinto, ma sono valutazioni che spettano nelle norme al consiglio federale”. E l’Italia, per chi non ricordasse, non partecipa ai Mondiali da Brasile 2014.

Non è colpa di Gennaro Gattuso, allenatore chiamato all’inizio dei gironi delle qualificazioni al posto di Luciano Spalletti per salvare la patria: è stato incensato, celebrato il clima dello spogliatoio, lo spirito di collaborazione e mutuo soccorso tra compagni di squadra, l’attaccamento e il progetto tecnico. Perfino ieri, a fine gara. “Chiedo scusa, non ce l’ho fatta. I ragazzi non si meritavano una batosta così, hanno corso, hanno lottato. Devo solo ringraziarli. Una mazzata così difficile da digerire, fa male. Volevamo passare per noi, per l’Italia, per tutto il movimento”. Non è colpa neanche del capo delegazione Gianluigi Buffon, paragonato più volte all’inimitabile e indimenticato Gigi Riva, tra i principali fautori di questo nuovo corso tecnico della Nazionale.

Sul campo: gol di Moise Kean regalato dalla difesa della Bosnia in apertura, Azzurri mai più pervenuti fino alla sciagurata espulsione di Alessandro Bastoni, quello della simulazione-esultanza nell’ultimo derby d’Italia. Sotto di un uomo per il resto della gara, cambi a casaccio, assedio perenne in aria di rigore, una serie di occasioni buone e l’Italia raggiunta nel suo momento migliore, 1 a 1 e supplementari. Zero rigoristi in campo per gli Azzurri. Sbagliano Francesco Pio Esposito – ormai nuovo “Van Basten” grazie a Totò Di Natale – e Bryan Cristante, passa la Bosnia, Italia a casa per la terza volta di fila. Niente mondiali, come per Russia 2018 e Qatar 2022. Il dato di fatto è che ormai l’Italia non è più una grande Nazione del calcio Mondiale. Nonostante quattro Mondiali vinti. Lo sarà per le scommesse e per il Fantacalcio, non lo è per il campo.

Adesso è facile ed è inarrestabile desiderare le purghe, immaginare riforme e rifondazioni che pure i giornalisti più acuti e implacabili in queste ore non avevano pensato pochi giorni fa. Oggi è facile, bravi tutti. Sembra esser passata un’era geologica da quando si esultava per il passaggio della Bosnia piuttosto che del Galles alla finale playoff. Avevano cominciato ad autocelebrarsi: che bel gruppo, che bel percorso. Oggi siamo al giorno della Marmotta. Come nel post Europei, post Macedonia del Nord, post Svezia. Prima che le urne aperte per il referendum della Giustizia parlassero, nessuno aveva chiesto niente a nessuno, niente dimissioni. A risultati acquisiti è scattata la resa dei conti nel governo Meloni. Cos’era cambiato nel frattempo in quelle situazioni individuali? Niente. Non è la stessa cosa, ma è un vademecum. Nel calcio intanto non si è dimesso nessuno, di questi uomini, ancora nessuno. Non è colpa di nessuno insomma. Nessuno ha responsabilità. A questo giro non c’è neanche un capro espiatorio: forse è un indizio.

mercoledì 1 aprile 2026

L' abitudine alla sconfitta

Olivier Bonnel
Delusione in Italia, che, ancora una volta, non parteciperà al Mondiale: “Il dramma è che non è più un dramma, ma un’abitudine”
La Nazionale è stata eliminata martedì nella finale dei play-off dalla Bosnia-Erzegovina (1-1, 4 tiri in porta), e mancherà per la terza volta consecutiva il Mondiale. Una nuova rotta che solleva interrogativi sul livello del calcio transalpino.
Le Monde, 1 aprile 2026

Conosciuta per la sua attività sismica, la penisola italiana ha sperimentato, la sera di martedì 31 marzo, una nuova scossa, e non da poco. Eliminata ai rigori dalla Bosnia-Erzegovina, nella finale dei play-off (1-1, 4 tiri in porta a 1), la Squadra Azzurra non vedrà la Coppa del Mondo di calcio, e questo per la terza volta consecutiva. Una disfatta davanti al focoso pubblico bosniaco di Zenica che perseguiterà a lungo le notti di molti tifosi.

Tuttavia tutto è iniziato bene, con un gol, dal 15° eminuto, dell'attaccante della Fiorentina Moise Kean, rafforzando la speranza della selezione italiana di volare in pochi mesi per Stati Uniti, Messico e Canada, Paesi padroni di casa della Coppa del Mondo 2026 (dall'11 al 19 luglio).

Tuttavia, l'esclusione di Alessandro Bastoni, poco prima dell'intervallo, ha inferto un duro colpo alla Nazionale. Successivamente, la prospettiva di partecipazione al Mondiale non ha mai smesso di allontanarsi. Questa eliminazione con un sapore amaro lascia sbalorditi i sostenitori transalpini. “Avevo 13 anni al mio ultimo Mondiale con l’Italia. Avrò 30 anni per il prossimo, e ancora, non è certo se non ci interroghiamo”, ha detto Dario, 26 anni, che ha seguito la partita in un pub nel quartiere di Aurelio, a Roma.

“Una nuova serata deprimente per il calcio italiano”, ha commentato il Corriere dello Sport, pochi minuti dopo il fischio finale. “Tutti esci! "Intitolato, mercoledì, Tuttosport. Nel complesso, la stampa sportiva transalpina non ha avuto parole abbastanza dure per descrivere la nuova debacle della nazionale.

Mancanza di stelle internazionali

Questa partita di cut-off è finita sotto cattivi auspici: giovedì 26 marzo, dopo la vittoria della Bosnia-Erzegovina contro il Galles, già ai calci di rigore, una telecamera della Rai aveva sorpreso i giocatori italiani che guardavano la fine della partita e contenti all'idea di incontrare gli Zmajevi ("Dragons"). Nonostante le scuse fatte dalle parti interessate, questo video, diventato virale, e che ha suscitato l'indignazione della Federazione bosniaca, era stato considerato una chiara mancanza di rispetto nei confronti della squadra balcanica. Di conseguenza, lo stadio Zenica è stato particolarmente ostile alla squadra azzurra martedì sera.

Al di là di questa occasione persa, il male transalpino è profondo. La campagna di playoff di Coppa del Mondo è iniziata nel giugno 2025 con una rotta contro la Norvegia (3-0), che era valsa al tecnico, Luciano Spalletti, vincitore del campionato italiano con il Napoli la stagione precedente, la rimozione dall'incarico.

Davanti ai loro schermi, molti italiani hanno creduto in un felice colpo di destino, senza avere illusioni su una squadra che avrebbe avuto bisogno di rilancio e di stelle internazionali. “Abbiamo giocatori che non sono pronti a morire in campo per diversi anni. Mi rattrista molto”, ha detto Fabio Rustichelli, sostenitore della Roma. Dobbiamo ripensare l'intera organizzazione del nostro calcio, e sicuramente dovremo rivolgerci ai dirigenti per vedere cosa cambiare. »

Introspezione

Non sorprende che gli organi di governo siano insultati. Il presidente della Federazione Italiana Calcio (FIGC), Gabriele Gravina, ha assicurato dopo la partita che avrebbe convocato un consiglio federale la settimana del 6 aprile per “valutazioni”, ma non dovrebbe sopravvivere a questo affondamento. Molti parlamentari hanno chiesto le sue dimissioni. “Fa male, perché avevamo bisogno di questa qualifica per noi, per le nostre famiglie, per tutta l’Italia, per il calcio italiano”, ha detto l’allenatore Gennaro Gattuso. Sull’orlo delle lacrime a fine partita, ha dato in diretta all’Italia “le sue scuse”.

Ex gloria del Milan AC, il tecnico simboleggia crudelmente l'ultima età d'oro del calcio italiano, con la quarta stella da campioni del mondo, vinta nel 2006 contro la Francia di Zinédine Zidane. Al suo fianco c"è l'ex portiere Gianluigi Buffon, manager della squadra e consacrato, come lui, vent'anni fa. Ha promesso di rimanere in carica fino a giugno.

L’eliminazione di martedì sera fa precipitare il calcio transalpino nell’introspezione, con la sensazione palpitante di perdere la svolta post-2006. Perché l'Italia non è più in grado di produrre giocatori di livello mondiale, come Alessandro Del Piero, Andrea Pirlo o Francesco Totti, anche lui eroe del Mondiale in Germania? La domanda torna in bocca a molti commentatori. Proprio come la mancanza di investimenti in giocatori italiani in Serie A, i club della Penisola preferiscono attrarre talenti stranieri piuttosto che formare le stelle nazionali di domani. In questa stagione, solo il 33% dei giocatori del campionato sono italiani.

A metà marzo, la Federazione ha presentato un progetto per rafforzare i centri di formazione giovanile nelle scuole di calcio e per facilitare il legame tra i piccoli club e gli allenatori nazionali under 14. “Sarà una questione di favorire il gioco attraverso la tecnica, non la ricerca sfrenata del risultato attraverso le tattiche”, ha detto la FIGC. Mentre aspetta che questi progetti portino i loro frutti, l'Italia continua a piangere la sua assenza ai Mondiali. “Il dramma è che non è più un dramma, ma un’abitudine”, ha detto l’editorialista sportivo Maurizio Crosetti nelle colonne de la Repubblica. Più che un peccato, è una scomparsa. Siamo sull'orlo dell'estinzione, come le foche monache.»



Il nazionalpopulismo in Europa



Julie Carriat 
Marc Lazar, storico: “La grande forza del nazionalismo è rispondere alla rabbia sociale con una narrazione mobilitante”
In un'intervista a "Le Monde", il ricercatore riflette sulle lezioni apprese dall'ascesa al potere dei "nazional-populisti" in Ungheria, Italia e Polonia, basandosi su una nota scritta in collaborazione con l'Institut Montaigne.

Le Monde, 1 aprile 2026

Marc Lazar è uno storico. Ha pubblicato, nel 2025, da Gallimard, Pour l’amour du peuple. Storia del populismo in Francia, XIX-XXI secolo.  È anche coautore di una nota di analisi sulle politiche “nazionali-populiste” in Ungheria, Italia e Polonia, per l’Institut Montaigne, con il politologo Christophe Jaffrelot, direttore degli studi dell’Institut Montaigne, Blanche Leridon, e Jeanne Lebaudy, project manager all’interno del think tank liberale.

Ungheria, Polonia, Italia: tre paesi in cui i nazionalisti – Fidesz, Diritto e Giustizia nazionalconservatrice (PiS) e Fratelli d’Italia – sono saliti al potere. Cosa insegna lo studio comparativo di questi tre casi?

Il nostro lavoro mira a capire cosa succede quando questi nazionali-populisti di destra salgono al potere. Al di là dei discorsi sulla “minaccia” [che rappresentano], abbiamo guardato i fatti e abbiamo voluto identificare i punti in comune come elementi di grande differenziazione.

Mentre in Francia si profila la possibilità di una vittoria del Raggruppamento Nazionale [nelle elezioni presidenziali del 2027], ci è sembrato fondamentale descrivere i fatti. I contesti differiscono, ma molto spesso queste formazioni arrivano al potere in un contesto di difficoltà socio-economiche e grande diffidenza politica. Anche l'unione della destra è un elemento favorevole, con il dominio schiacciante di Viktor Orban in Ungheria in questo campo.

È così anche in Italia, dove Giorgia Meloni, nel 2022, ha beneficiato, tra l'altro, di un sistema elettorale in cui la coalizione di destra ha presentato un solo candidato per il ballottaggio di un solo membro in un turno. È apparsa anche come una persona nuova in campo politico, dopo essersi rifiutata di partecipare al governo di unità nazionale di Mario Draghi durante la pandemia nel 2021.

E Giorgia Meloni ha fatto una campagna su un discorso nazionale mescolando indignazione contro i prezzi dell'energia e l'ostilità all'immigrazione.

In tutti e tre i paesi, questi corsi di formazione assumono il malessere sociale. In Polonia e Ungheria, questa retorica sociale è unita a una critica radicale delle élite, contrarie al popolo sofferente. La grande forza del nazional-populismo è rispondere alla rabbia sociale con una narrazione mobilitante. Quest'ultimo si è talvolta tradotto in una vera e propria politica basata sullo Stato, come in Polonia, dove, grazie in particolare al sostegno dell'Unione europea, il governo ha saputo evidenziare una forte crescita e tutta una serie di nuove prestazioni sociali. Ma nell’Ungheria di Orban, la retorica sociale non si è affatto tradotta in azione.

I tre paesi condividono, alla base di questa promessa sociale mantenuta o meno, una "narrazione nazionale", come direbbe lo storico Pierre Nora, una storia sulla nazione, con la promessa di dare priorità ai cittadini rispetto agli immigrati e la valorizzazione del paese in tutta la sua gloria storica.

Tuttavia, le discussioni si arenano su un certo pragmatismo, soprattutto per quanto riguarda l'immigrazione...

Questa è la difficoltà affrontata dai leader nazionali-populisti: una delle ragioni del loro successo è la retorica anti-migranti, ma l’esercizio del potere li porta a dedicarsi. Di fronte a un calo dei dati demografici, i tre paesi hanno bisogno di una forza lavoro immigrata. In Ungheria come in Polonia, il 7% della popolazione è un immigrato; in Italia, 5 milioni di immigrati sono stati colpiti per una ventina di anni. Orban, dopo aver accusato le élite globalizzate e Bruxelles, sta cercando di farla franca con un discorso sul “lavoratore ospite”, che dovrebbe andarsene mentre veniva.

Inoltre, tutti e tre i paesi hanno attuato politiche pronataliste che, finora, hanno avuto un effetto molto limitato. Ma l'esempio più eclatante in termini numerici è quello dell'Italia. Meloni ha emanato due decreti, ognuno dei quali ha portato all'ingresso di poco meno di 500.000 lavoratori immigrati, tra cui, in entrambi i casi, 185.000 lavoratori stagionali nei settori dell'agricoltura e del turismo. Questo approccio molto fermo di Meloni contro l'immigrazione clandestina, unito a politiche di immigrazione legale selettiva – che, peraltro, selezionano attentamente i paesi di origine per cercare di evitare gli immigrati musulmani – sta trovando sempre più consenso in Europa.

Nonostante un discorso comune sull’“Europa delle Nazioni”, lei dimostra che in termini di geopolitica, ciascuno dei paesi adotta una linea separata...

Se tutti parlano di sovranità nazionale da riconquistare contro l'Unione europea, la loro strategia in questo settore è diversa. Inoltre, i tre partiti non siedono in un gruppo unico al Parlamento europeo: Fratelli d’Italia e il PiS siedono nel gruppo ECR [conservatori e riformisti europei], Fidesz in quello dei patrioti europei.

È soprattutto intorno alla guerra in Ucraina che compaiono differenze, con Polonia e Italia impegnate con Kiev, mentre l'Ungheria è molto più vicina a Vladimir Putin. Rispetto agli Stati Uniti, se i tre Paesi sono profondamente atlantisti, compongono in modo diverso con Donald Trump. Orban è stato un'ispirazione dal trumpismo e ha un forte sostegno ideologico. D’altra parte, possiamo vedere il disagio di Meloni di fronte alle avventure militari di Trump, in particolare in Iran, e al fallimento del suo tentativo di imporsi in intermedio tra Roma, Bruxelles e Washington.

Un'altra caratteristica comune a questi leader: ovunque, lavorano per smantellare sistematicamente lo stato di diritto…

È quasi una lista di cose da fare per i nazionalpopulisti: quando si arriva al potere, si prende il controllo della magistratura, si attaccano i giudici e le corti costituzionali, si intimidisce l'opposizione, ma anche i media, gli intellettuali e le università. L'Ungheria è il paese in cui questo processo è più avanzato. Orbán ha realizzato una "democrazia illiberale", più che in Polonia, dove la resistenza è persistita. Tuttavia, la partita non è ancora finita; a due settimane dalle elezioni parlamentari in Ungheria [del 12 aprile] , l'opposizione non è stata eliminata.

La democrazia italiana, dal canto suo, si distingue per la sua resilienza. È una democrazia consolidata, ben più radicata che in Ungheria o in Polonia, dove rimane, per molti aspetti, un concetto relativamente nuovo. L'Italia ha ancora un Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, garante della Costituzione; ha ancora giudici che hanno bloccato determinate misure, ad esempio dichiarando incompatibile con lo stato di diritto l'esternalizzazione in Albania della gestione delle richieste di asilo; e, infine, l'Italia si distingue per la resistenza dell'opinione pubblica. L'opposizione è certamente divisa, ma il 54% degli elettori ha respinto il referendum Meloni sulla riforma giudiziaria del 23 marzo. Una grave battuta d'arresto.

La democrazia italiana, invece, è illustrata dalla sua capacità di resistenza. È una democrazia consolidata, molto più stabile che in Ungheria o Polonia, dove rimane, per molti versi, una nuova idea. L'Italia ha ancora un Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, garante della Costituzione; ha ancora giudici che hanno bloccato la strada verso determinate misure, ad esempio dichiarando non in conformità con lo stato di diritto l'esternalizzazione in Albania della gestione delle domande di asilo; e, infine, l'Italia è illustrata dalla resistenza del pubblico. L'opposizione è certamente divisa, ma il 54% degli elettori ha votato contro il referendum sulla giustizia a Meloni il 23 marzo. Una battuta d'arresto importante.

Leggendo i suoi lavori, ci si rende conto anche che l'adesione dei nazionali-populisti al potere segni l'inizio di lunghi cicli politici dagli esiti incerti...

Assolutamente. In Polonia, nonostante una forma di alternanza dall'elezione nel 2023 del liberale Donald Tusk, il PiS rimane il primo partito nel Paese, e il presidente della Repubblica ne è espressione. In Italia, Meloni rimane molto popolare, nonostante la sua battuta d'arresto nel referendum. Il nazionalismo è un fenomeno politico profondo che abbraccia questioni esistenziali sulla democrazia, l’Europa, la situazione sociale, l’identità, la ricerca del significato, l’aspettativa di un leader forte e al contempo il desiderio di partecipazione diretta. È, per me, quella che caratterizza il nostro XXI° secolo.


https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/04/01/marc-lazar-historien-la-grande-force-du-national-populisme-est-de-repondre-a-une-colere-sociale-par-un-recit-mobilisateur_6675837_823448.html?search-type=classic&ise_click_rank=1


L' ospite regale


il naufragio di una famiglia perfetta Henrik Pontoppidan.
«L’ospite regale» arriva una sera e con i suoi modi signorili, in cui però traspare qualcosa di volgare, confonde le carte in tavola e si insinua nella relazione tra un giovane medico e la moglie, mandandola all’aria 
Marta Morazzoni 
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Dopo il corposo Pietro il fortunato ora un piccolo romanzo, L’ospite regale da Iperborea. 800 pagine all’incirca da una parte, dall’altra 99 non proprio fitte. Il romanzo è un elemento flessibile e si adatta a ogni misura senza perdere nulla della completezza necessaria a farne il privilegiato tra gli impianti narrativi. Pontoppidan, autore dei due lavori accennati, è in alto nella scala degli scrittori danesi tra Otto e Novecento; nel 1917 ricevette il Nobel ex aequo, un caso abbastanza singolare nella storia del premio più prestigioso al mondo. Ma fuori dalla patria e negli anni a venire la sua fama è rimasta in una nicchia ed è stata, per l’Italia, la proposta nel 2022 da parte di Fazi di Pietro il fortunato a riportare l’attenzione su un nome di primo piano tra i nordici. A monte dell’Ospite regale, scritto nel 1908, si agita l’ombra del Faust di Goethe, mentre dopo Pontoppidan, e con una lunga gestazione, il tema tornerà con Il maestro e Margherita di Bulgakov, scritto negli anni ’30. Parentele apparentemente stiracchiate, ma a ben guardare parentele a tutti gli effetti. Mephisto, il prestigiatore Woland e il regale ospite di una sera di Carnevale in un paese sperduto dello Jutland hanno dei tratti in comune, un modo di guardare, un’eleganza di toni e la signorilità in cui si insinua qualcosa di volgare che confonde le carte in tavola e spariglia il gioco con regole nuove. Ho amato molto il romanzo di Bulgakov e sentito la dovuta soggezione nei riguardi del Faust goethiano, devo quindi stare attenta a non lasciarmi trasportare dal gioco delle analogie, che potrebbe confondere toni e voci. Ma l’ospite imponente e bizzarro che Pontoppidan immagina irrompere la sera di Carnevale in una casa felice, un paradiso domestico in cui la tentazione non era mai entrata prima, ha una qualche affinità con i due altolocati personaggi di cui sopra, anche se con una funzione diversa. Riconosciamo subito che pochi altri come questa figura dai tanti nomi (qui Principe Carnevale) hanno avuto una così grande sagacia nel leggere e comprendere il contesto in cui si insinuano e mettere in campo poi con abilità la provocazione che ne scompagina l’ordine. La casa del giovane medico Arnold Højer, di sua moglie Emmy e dei loro bambini è un piccolo, dichiarato eden in cui si inquadra la famiglia perfetta; e allora viene da pensare che la perfezione, anche in formato ridotto, non sia di questo mondo, sicché occorre sparigliare le carte e portare alla luce quel grumo di oscurità che ciascuno chiude in sé, conscio o meno di un segreto desiderio, di un’aspirazione inconfessata.
Carnevale è il tempo della sospensione delle regole, difficile però, una volta soppiantato anche per gioco l’ordine consueto, ricomporlo senza pagare pegno per il momento di follia. Che poi sia solo la follia di un momento è tutto da dimostrare. Se Pietro il fortunato è un lungo, frastagliato percorso per arrivare alla conoscenza di sé, l’ospite di questo piccolo romanzo scardina invece le certezze che sei anni di matrimonio hanno dato alla coppia, su cui scivolano ora ombre e sospetti e ripensamenti che ne sovvertono gli equilibri. È sano o malsano questo procedimento insinuante? Vengono in mente due battute del Faust di Goethe, che Bulgakov cita a premessa al suo romanzo: Chi sei? Io sono una parte di quella forza che vuole il Male e opera costantemente il Bene. Non è una piccola osservazione. Questo Principe Carnevale, che accende tutte le luci della casa del dottore, che accende i sensi della coppia e li provoca insinuando il germe della gelosia nell’uomo e un desiderio prepotente nella donna, insieme a una indefinita nostalgia, ha in fondo una funzione di questa natura.
È interessante che sia la musica, perfetta costruzione matematica e insieme potente cardine emozionale, a sollecitare il gioco incrociato di desideri e gelosie. Gli equilibri messi in discussione in una notte sospesa nel tempo (e il Carnevale è appunto una parentesi nell’equilibrio e nell’ordine) preparano una misura nuova del rapporto tra i due coniugi: dall’eden sono stati invitati a uscire ma, una volta varcata questa soglia, non c’è modo di tornare indietro e l’avventura interiore che è cominciata per gioco diventa un passo definitivo. L’ospite regale potrebbe essere un piccolo divertissement letterario, quasi una parentesi nel lavoro impegnativo dei tre grandi romanzi che, ci ricorda nella postfazione Fulvio Ferrari, declinano la complessità della storia politica e culturale della Danimarca negli anni successivi alla guerra persa contro la Germania. Una divagazione, però che contiene alcune notazioni profonde, gioca di leggerezza per affondare poi nei meandri dell’anima senza illudersi di risolverne l’ambiguità. Il «conosci te stesso» di Pietro il fortunato (il solo dei tre grandi romanzi tradotto in italiano) in realtà si rinnova anche nel piccolo Ospite regale, dove la componente irrazionale, l’inconscio, si fa largo nel nuovo inquietante sguardo sulla mente umana e sui suoi inciampi. A ragione alla gente del paese pare che nella casa del dottor Højer ci siano ora «correnti d’aria dappertutto, quasi l’impressione di stare seduti davanti a porte aperte…» appunto! aperte sull’ignoto che ogni individuo ha in sé. 

Henrik Pontoppidan,  L’ospite regale, Traduzione e postfazione di Fulvio Ferrari
Iperborea, pagg. 110, € 16