giovedì 30 aprile 2026

Vivaldi amore mio

Clarisse Fabre
In "Vivaldi e io", una giovane donna trova l'emancipazione attraverso la musica del compositore italiano

Le Monde, 29 aprile 2026

Il regista italiano Damiano Michieletto, nato nel 1975, prolifico regista d'opera invitato a lavorare nei teatri d'opera più prestigiosi del mondo, ha realizzato un efficace lungometraggio d'esordio (buoni attori, bella fotografia), seppur non originale. Ispirato al romanzo bestseller di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Christian Bourgois, 2011), Vivaldi e io ripercorre la storia di un'orfana che diventa violinista a Venezia, all'inizio del XVIII secolo.

La protagonista, Cecilia, interpretata dall'attrice e cantante italiana Tecla Insolia, viene abbandonata dalla madre in un orfanotrofio e conservatorio di musica, l'Ospedale della Pietà. Le ragazze più dotate imparano a suonare uno strumento o entrano a far parte del coro. La loro virtuosità conferisce prestigio all'istituto, che trae il proprio reddito dai concerti, ma anche dai matrimoni combinati. Infatti, intorno ai vent'anni, le giovani donne vengono date in sposa a uomini in cambio di una dote. Cecilia non fa eccezione e teme il momento in cui dovrà rinunciare al violino per prendersi cura del futuro marito.

La sua sensibilità musicale non sfuggì all'attenzione del nuovo compositore residente: Antonio Vivaldi (1678-1741), interpretato da Michele Riondino, era stato appena ingaggiato dall'Ospedale della Pietà per rinnovare il repertorio dell'orchestra, vista la forte concorrenza di altre sedi (Derelitti, ecc.). Il film racconta il legame emotivo che si instaurò tra questi due individui, in qualche modo distanti dal mondo. Vivaldi, virtuoso della musica barocca, era anche un sacerdote afflitto da una tosse cronica: avrebbe finito la sua vita in povertà e le sue partiture sarebbero state più o meno dimenticate prima di essere riscoperte all'inizio del XX secolo.

Una storia d'amore impossibile

Bisogna riconoscere il delicato talento dei due attori: quasi senza parole né manifestazioni di emozione, riescono a trasmettere il torrente d'amore che anima i loro personaggi. È una storia d'amore impossibile a causa delle regole del tempo, governate dal denaro, come si intuisce, ma anche dalla mancanza di coraggio del futuro compositore de Le Quattro Stagioni (1724), ferocemente geloso della propria reputazione. I loro momenti più intensi – e i migliori del film – sono quelli che li uniscono durante le esibizioni. Non saranno mai più così vicini, e allo stesso modo, gli altri musicisti trovano nuova ispirazione nella scoperta di queste partiture moderne che stanno eseguendo.

Non sorprende che l'attrice Tecla Insolia pronunci le battute femministe in questo dramma storico, battute già sentite innumerevoli volte in altri film a tema emancipatore. Un esempio, su un argomento simile, è il lungometraggio Gloria! (2024), di Margherita Vicario, con Galatea Bellugi. Racconta la tragica storia di musiciste orfane nella Venezia di fine Settecento che suonano sotto la direzione di un maestro crudele, in vista di un concerto per la visita del Papa.

Ciascuna di queste opere si addentra nelle vite di artiste dimenticate, rese invisibili per secoli: in "Vivaldi e io", Cecilia e le sue colleghe si esibiscono dietro una barriera o con il volto mascherato. Sebbene queste storie meritino a pieno titolo di essere raccontate, il loro adattamento attraverso uno stile cinematografico dettato dalle esigenze dell'industria finisce per sminuirle.

https://www.lemonde.fr/culture/article/2026/04/29/dans-vivaldi-et-moi-une-jeune-femme-s-emancipe-par-la-musique-du-compositeur-italien_6684237_3246.html

La Chiesa d' Inghilterra

Matteo Liut
Chi è Sarah Mullally, prima donna alla guida degli anglicani

Avvenire, 27 aprile 2026

Sarah Mullally, 63 anni, è entrata nella storia il 25 marzo scorso, quando è stata intronizzata nella cattedrale di Canterbury come 106ª arcivescovo di Canterbury, prima donna a ricoprire il ruolo di primate della Chiesa d’Inghilterra e punto di riferimento della Comunione anglicana mondiale, che riunisce oltre 85 milioni di fedeli in più di 160 Paesi. Questa mattina Mullally è ricevuta in udienza privata da papa Leone XIV in Vaticano, nel momento più significativo della sua prima visita all’estero dopo l’insediamento. È un incontro dal forte valore simbolico ed ecumenico: per la prima volta una donna alla guida dell’anglicanesimo mondiale entra nel Palazzo apostolico come interlocutrice diretta del Pontefice.

Dalla sanità pubblica all’episcopato

Nata a Woking nel 1962, Sarah Mullally ha alle spalle un percorso atipico rispetto ai tradizionali profili episcopali. Per oltre trent’anni ha lavorato nel Servizio sanitario nazionale britannico, specializzandosi come infermiera oncologica e arrivando a essere, a soli 37 anni, Chief Nursing Officer for England, la più giovane a ricoprire questo incarico. La vocazione al ministero ordinato è maturata in età adulta: ordinata sacerdote nel 2001, è diventata vescovo nel 2015 e nel 2018 è stata nominata vescovo di Londra, una delle diocesi più complesse e influenti della Chiesa d’Inghilterra. Nell’ottobre 2025 è arrivata la nomina ad arcivescovo di Canterbury, confermata ufficialmente nel gennaio successivo.

L’insediamento del 25 marzo

La cerimonia di intronizzazione si è svolta il 25 marzo 2026, solennità dell’Annunciazione, nella cattedrale di Canterbury, davanti a oltre duemila invitati e con la presenza del principe William e della principessa Kate, del primo ministro Keir Starmer e di numerose delegazioni ecumeniche e interreligiose. Nel suo primo sermone da primate, Mullally ha legato la figura di Maria alla chiamata della Chiesa oggi: una Chiesa chiamata a rispondere con fiducia, ma anche con verità e responsabilità, soprattutto verso le vittime di abusi, tema che segna profondamente l’inizio del suo mandato.

I nodi irrisolti dell’anglicanesimo

Mullally eredita una Chiesa attraversata da forti tensioni interne. Il suo predecessore Justin Welby si è dimesso nel novembre 2024 dopo la pubblicazione di un rapporto indipendente che ha documentato gravi fallimenti nella gestione di abusi sessuali all’interno della Chiesa d’Inghilterra. Accanto alla questione degli abusi, restano aperte le fratture sulla benedizione delle coppie dello stesso sesso, sull’ordinazione femminile e sull’assetto stesso della Comunione anglicana, sempre più segnata da sensibilità teologiche e culturali divergenti.
È in questo contesto che si colloca anche la distanza crescente tra Canterbury e molte Chiese anglicane di altri continenti, soprattutto dell'Africa, ormai uno dei dossier più delicati del suo ministero. Diversi primati del continente africano – in particolare in Nigeria, Uganda, Kenya e Ruanda – contestano apertamente le scelte dottrinali e pastorali della Chiesa d’Inghilterra su matrimonio, sessualità e ruolo delle donne, accusando Londra di essersi allontanata dall’interpretazione tradizionale della Scrittura. Il processo che ha portato alla benedizione delle coppie dello stesso sesso ha accelerato un progressivo disallineamento ecclesiale, con alcune province che hanno ridotto o congelato la comunione con l’arcivescovo di Canterbury come “strumento di unità”. Anche l’elezione di una donna alla guida dell’anglicanesimo, pur accolta con rispetto formale, è vissuta in alcune aree come un ulteriore elemento di distanza culturale e teologica.

Oggi l’incontro con il Papa

L’udienza odierna con papa Leone XIV si inserisce nel solco del dialogo inaugurato nel 1966 da Paolo VI e l’arcivescovo Michael Ramsey. Durante la visita romana, Mullally pregherà con il Papa e visiterà le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, sottolineando il carattere di pellegrinaggio più che di semplice visita diplomatica. La distanza dottrinale su temi come il sacerdozio femminile resta evidente, ma il clima resta di rispetto e collaborazione, soprattutto sui grandi temi globali: pace, migrazioni, povertà e custodia del creato.

A difesa del Quirinale


Andrea Colombo
L’opposizione abbassa i toni sul caso Minetti. E non insiste su Nordio
il manifesto, 30 aprile 2026

Per due giorni le agenzie di stampa sono state occupate in pianta stabile da commenti fulminanti sulla vicenda opaca della grazia a Nicole Minetti. Ieri il quadro appariva all’improvviso desertificato. All’irruenza si è sostituita la prudenza. «La confusione è tanta: bisogna capire meglio», commentano dallo stato maggiore del Pd e frenano persino i descamisados a cinque stelle.

CONSIGLIANO CAUTELA diversi elementi. Quello centrale è che tutti, in entrambi i poli, aspettano di capire se l’inchiesta-bomba del Fatto ha gambe solide o piedi d’argilla. Poi c’è il ruolo della procura generale di Milano, che soprattutto i 5S non hanno alcuna intenzione di prendere di mira. Infine l’attacco a gamba tesa contro il Colle da parte di alcune testate inclusa quella che ha dato fuoco alle polveri ha fatto risuonare sirene d’allarme a distesa soprattutto al Nazareno.

NELLA DISCREZIONE generale si fa sentire il capo dei senatori Pd Boccia e chiamarlo cauto è ancora poco: «Noi chiediamo solo chiarezza e trasparenza. Voglio essere chiaro: nessuno attribuisce responsabilità senza elementi. Nessuno nell’opposizione e men che meno nel Pd ha dato responsabilità precise a qualcuno». Boccia pesa le parole a ragion veduta. Che il caso avesse ricadute politiche potenzialmente enormi era evidente ma il Pd non ha alcuna intenzione di intentare processi al Colle. Quando ha colto quella deriva si è affrettato a premere sul freno a tavoletta.

«Abbiamo piena fiducia nel presidente della Repubblica, che ha chiesto chiarimenti come Nordio. Il presidente non è mai stato un passacarte. È l’arbitro, il garante dell’unità costituzionale», prosegue lanciato Boccia. Il Pd si allontana così dal rischio che la vicenda venga adoperata per indebolire il Quirinale, probabilmente in vista del ruolo centralissimo che potrebbe assumere il Colle dopo le prossime elezioni, in caso di pareggio. In realtà anche il Quirinale, con la dovuta discrezione, getta acqua sul fuoco, soprattutto per quanto riguarda il contrasto con Nordio. L’ira del presidente, concretizzatasi in quella richiesta di ulteriori accertamenti che è suonata come uno schiaffo al guardasigilli, era reale. Ma era dovuta soprattutto al suo silenzio nonostante le pressioni dello stesso presidente perché rispondesse agli attacchi quotidiani. Mattarella ha interpretato quel silenzio come un maldestro tentativo di far ricadere ogni eventuale responsabilità sul Quirinale e ha reagito di conseguenza.

MA IL COLLE, ALLO STATO, non attribuisce responsabilità a Nordio e non dà certo credito a scatola chiusa alla ormai celeberrima inchiesta. Quindi aspetta ed evita polemiche di sorta. Ovviamente il capo dello Stato era ed è consapevole della delicatezza del caso e di quanto la sua scelta fosse ad elevato rischio di massima impopolarità anche se non ci fossero stati dubbi di sorta sulla correttezza del rapporto a sostegno della domanda di grazia. Ha deciso di procedere comunque, fanno filtrare dal Quirinale, perché convinto a torto o a ragione che fosse giusto per la salute del bambino adottato. A via Arenula la trincea è molto simile.

Su un punto che è dirimente per quanto riguarda le eventuali responsabilità del ministero il viceministro Sisto interviene senza giri di parole: «Dire che il ministero ha dato indicazione di indagare solo in Italia circoscrivendo così il perimetro delle indagini è un balla spaziale. Noi non diamo indicazioni e non c’è nessun perimetro».

Il particolare è rilevante perché proprio da quella presunta “perimetrazione” dipenderebbe il bilanciamento delle responsabilità tra ministero e procura se dovessero emergere scorrettezze gravi nella procedura d’adozione o falle nel “ravvedimento” della graziata. Ma allo stato degli atti nessuno dà più nulla per certo. Lo stesso Sisto afferma che se emergessero elementi tali da revocare in dubbio la grazia preferirebbe lo strumento dell’annullamento. È la linea della premier. È convinta che sia possibile difendere la correttezza della posizione di Nordio, evitando così dimissioni, mazzata politica all’immagine del suo governo e un rimpasto che si trasformerebbe in una via crucis. Sempre che gli accertamenti permettano davvero di fare quadrato intorno al ministro.


Soli contro tutti

Gad Lerner
L'ideologia del "soli contro tutti" che alimenta il fanatismo

Il manifesto, 30 aprile 2026

L’ebreo fascista che il 25 aprile 2026 va a sparare sul raduno antifascista dell’Anpi, sentendosi con ciò guerriero d’Israele… non avrei mai immaginato che si arrivasse fino a dover provare questa vergogna, fino a un tale capovolgimento della storia. Ne proviamo una tristezza infinita.

Nel nostro immaginario ci sta che a Milano dei caporioni della destra al potere giustifichino un pestaggio squadristico perché strappare un manifesto commemorativo dell’orribile uccisione di Sergio Ramelli, proprio il giorno dell’anniversario, vorrebbe dire andarsela a cercare.

Ma non ci sta l’ebreo che prende la mira e spara sugli antifascisti. Perché noi serbiamo memoria dei martiri ebrei antifascisti della prima ora, da Carlo e Nello Rosselli a Leone Ginzburg, da Emanuele Artom a Eugenio Curiel.

E di protagonisti della Liberazione come Leo Valiani, Vittorio Foa, Umberto Terracini, Enzo ed Emilio Sereni (fratelli divisi sul sionismo ma uniti contro la marea nera che infestava l’Italia). E collochiamo nella giusta dimensione, dopo di loro, l’apporto – benvenuto e da onorarsi – della Brigata Ebraica sbarcata in Puglia solo nel marzo del 1945. Riesumata dall’Ucei (l’Unione delle comunità ebraiche italiane) a più di sessant’anni da quegli eventi, allo scopo di fomentare un separatismo ebraico nelle celebrazioni del 25 aprile che solidarizzavano con i palestinesi dei territori occupati da Israele.

L’importazione della guerra mediorientale nel dibattito pubblico italiano è stata una scelta scellerata, ha sparso sale sulle ferite. Ha propagato nelle Comunità ebraiche una sindrome di accerchiamento che neppure i rapporti privilegiati col governo di destra hanno potuto circoscrivere. È in questo ambito che da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele.

È l’ideologia sparsa a piene mani dalla destra israeliana del «soli contro tutti», di un «antisemitismo eterno» che prescinderebbe dai crimini perpetrati da Israele – e dunque lo assume a modello di brutalità necessaria.

Leader irresponsabili hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine. Si sono sentiti benvoluti all’interno delle Comunità, anche se la maggior parte degli ebrei italiani rifiuta il loro estremismo, e trattati con indulgenza da chi avrebbe dovuto vigilare.

Anche noi ebrei dissidenti dai vertici comunitari che hanno voluto trasformarsi in portavoce acritici delle guerre d’Israele, anche noi veniamo fatti oggetto di minacce, non solo verbali. Dopo la pubblicazione del nostro appello «No alla pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania», con stupore ho ricevuto dal Viminale l’avvertimento che visto il clima avrei avuto bisogno di protezione. Ho rifiutato. Dopo tante minacce ricevute da fascisti e da qualche leghista, figuriamoci se mi facevo intimidire da costoro.

Riporto testualmente il messaggio WhatsApp pervenutomi martedì notte, poche ore prima dell’arresto di Eitan Bondì: «Gad, ma ti pagano o fai uso di droga? Nella Brigata Ebraica vi erano degli arabi? Ma ti sei bevuto il cervello? Stai istigando all’odio contro gli ebrei con revisionismo della storia. I palestinesi erano alleati di Hitler». Evito di scrivere il nome di chi me lo ha inviato, tanto aggressivo quanto ignorante. Due anni prima che la Brigata Ebraica fosse costituita nel 1944 in Nordafrica, il Palestine Regiment in cui erano arruolati insieme arabi ed ebrei del mandato britannico aveva combattuto in Nordafrica contro le armate nazifasciste.

La storia è più complicata delle sue manipolazioni. Così, il fatto che un Gran Muftì di Gerusalemme fosse antisemita filonazista non può certo giustificare, di fronte al mondo indignato per la persecuzione che subiscono, un’equazione fra i palestinesi e i nazisti.

Non stupisce, purtroppo, che l’odio antiebraico si rigeneri e trovi alimento dalla fascistizzazione in corso di Israele. Anche le isolate, oscene urla sul genere «saponette mancate» che hanno insozzato il 25 aprile milanese rendono urgente un esame di coscienza di chi finora ha scelto di starsene chiuso nella propria appartenenza. Provare vergogna può essere salutare, ci ricorda Carlo Ginzburg. Di fronte agli spari di Roma speriamo che in molti aprano gli occhi.

mercoledì 29 aprile 2026

La vita privata di Maometto

Virginie Larousse
Hela Ouardi, ricercatrice: "Esplorare la vita privata del Profeta dell'Islam ci permette di riscrivere la sua biografia dall'inizio alla fine"

Le Monde, 29 aprile 2026 

Da oltre dieci anni, l'accademica tunisina Hela Ouardi si è impegnata in una vasta e coraggiosa impresa: rileggere le fonti della tradizione musulmana senza alcun intento apologetico, in particolare quelle che sono state ignorate dagli studiosi musulmani perché considerate troppo distanti dall'agiografia.

Dopo aver studiato la tragica fine della vita del Profeta in Gli ultimi giorni di Maometto (Albin Michel, 2016) e poi i regni dei suoi primi successori nella saga in tre volumi I califfi maledetti (Albin Michel, 2019 e 2021), in Maometto: una nuova biografia (Albin Michel, 416 pagine, €24,90) offre un ritratto affascinante e intimo del fondatore dell'Islam, concentrandosi principalmente sulla sua infanzia e sulla sua vita matrimoniale.

Un'opera esaustiva intitolata "Il Maometto degli storici" (Cerf, 2025), alla quale lei ha contribuito, è stata pubblicata alcuni mesi fa. La sua conclusione è che ciò che si sa con certezza sulla vita del Profeta dell'Islam può essere riassunto in poche righe. Eppure lei propone una biografia di oltre 400 pagine... Come spiega questo paradosso?

Il mio libro non pretende di presentare alcuna verità storica. Ciò che mi propongo è di ricostruire una narrazione basata su ciò che la tradizione musulmana dice di Maometto . In altre parole, lo tratto esclusivamente come una figura letteraria. Questo ovviamente non significa che non sia esistito storicamente. Ma, nonostante tutte le ricerche condotte per generazioni dagli studiosi islamici, sappiamo molto poco del Maometto storico. Divenne il protagonista di un'epopea costruita dalla tradizione musulmana, un secolo e mezzo o due secoli dopo la sua morte.

La nuova biografia che propongo esplora questo corpus di tradizioni in una prospettiva rinnovata. La mia narrazione si colloca all'interno di questa lunga linea letteraria che abbraccia dodici secoli. Non si tratta di finzione, perché non ho inventato nulla; ma, attingendo a resoconti preesistenti, ho costruito una narrazione alternativa basata sulla stretta correlazione tra la vita privata e quella pubblica del Profeta dell'Islam.

Quali sono esattamente queste fonti?

Tra queste fonti figurano le biografie tradizionali del Profeta, in particolare la sua biografia canonica – la Sira di Ibn Hisham – cronache storiche come quella di Tabari e dizionari biografici. Sebbene questo vasto corpus sia ora completamente digitalizzato e accessibile, è sempre stato appannaggio di coloro che cercano di imporre una versione ufficiale e ortodossa delle origini dell'Islam.

Finora, due aspetti delle narrazioni che circondano il Profeta sono stati trascurati nelle biografie destinate a un pubblico generale. In primo luogo, gli aspetti letterari, concentrandosi su come la figura di Maometto sia stata costruita traendo ispirazione da narrazioni ebraiche, cristiane o persiane. Poiché la tradizione musulmana era priva di fonti storiche, coloro che iniziarono a elaborare questa narrazione ufficiale – che potremmo definire il romanzo nazionale dell'Islam – potevano contare solo su elementi trasmessi oralmente. Nel trascriverli, dovettero attingere a modelli preesistenti del loro patrimonio culturale, in particolare alle narrazioni bibliche e agiografiche. Cercarono di dimostrare che Maometto somigliava a Mosè o a Gesù.

Il secondo aspetto è che certi elementi problematici della sua esistenza sono stati tralasciati senza approfondirli; è il caso, ad esempio, della morte del Profeta, come ho dimostrato ne Gli ultimi giorni di Maometto, sebbene sia argomento di numerosi capitoli nelle fonti della tradizione.

Nel materiale testuale ho trovato elementi sufficienti per realizzare un'altra biografia, altrettanto coerente, ma in cui ho invertito i ruoli. Le donne, che erano state marginalizzate nelle narrazioni – persino dai biografi occidentali del Profeta – a favore dei Compagni, che la tradizione cercava di collocare in prima linea per ragioni politiche, diventano centrali nella mia storia. Se Maometto rimane ancora oggi una figura così influente e fonte di ispirazione, è proprio perché la sua eredità letteraria è di una ricchezza senza pari.

Lei è professore di letteratura all'Università di Tunisi. Cosa risponde a coloro che le fanno notare che non è una esperta di studi islamici?

Innanzitutto, gli studi islamici come disciplina autonoma non esistono. Ci si avvicina allo studio dell'Islam attraverso i percorsi più disparati: filosofia, filologia, storia, letteratura e civiltà araba, diritto… Inoltre, chi si occupa delle origini dell'Islam trattando le fonti tradizionali, ovvero le narrazioni letterarie, come documenti storici, travisa completamente la materia. Se il mio progetto consistesse nello scrivere una biografia storica, sarei certamente un outsider. Mi sono avvicinata agli studi islamici attraverso la disciplina che è sempre stata la mia: la critica letteraria.

Cosa possiamo imparare dalla vita privata del Profeta: la sua cerchia familiare, i suoi rapporti con le donne, i suoi matrimoni?

Interi capitoli della tradizione musulmana narrano nel dettaglio ogni aspetto della sua vita privata. Secondo la tradizione, non c'è nulla di invadente o osceno nel raccontare questi dettagli: si tratta di stabilire norme che permettano ai musulmani di emulare il modello profetico nelle loro azioni più personali.

Se la vita privata di Maometto – la sua infanzia, i suoi rapporti con la famiglia e il clan, i suoi matrimoni – mi ha interessato, è perché questi aspetti non sono mai stati esplorati nelle biografie popolari su di lui, siano esse in arabo o in francese, antiche o nuove. In realtà, ho scritto il libro che avrei voluto leggere. Certo, studiosi come la sociologa Fatima Mernissi [1940-2015] hanno studiato le mogli del Profeta, ma si sono concentrati principalmente sul loro ruolo politico.

Credo che questo ritratto intimo apporti qualcosa di nuovo, perché il Maometto politico non è separato dal Maometto privato. Inoltre, quando ho iniziato a dipanare questo filo della vita privata del Profeta, l'intera narrazione agiografica che solitamente ritrae la vita di Maometto come una storia di successo è stata messa in discussione. In questo processo, il mito della nascita ex nihilo dell'Islam viene scosso, poiché sto cercando, sulla base degli indizi forniti dalla tradizione, di ristabilire il legame che potrebbe essere esistito tra la nascita dell'Islam e la guerra persiano-bizantina che si svolgeva nello stesso periodo.

A mio avviso, le fonti della tradizione sono come la caverna di Alì Babà, contenenti angoli che nessuno ha ancora esplorato, e la vita privata di Maometto è stata, per me, proprio questo aspetto trascurato che si è rivelato estremamente fecondo: non solo mi ha permesso di completare una biografia già esistente, ma di riscriverla da cima a fondo.

È chiaro che la mia storia può essere usata come strumento dai critici dell'Islam. Tuttavia, il mio scopo non è quello di dire se Maometto fosse cattivo, buono, un donnaiolo o altro del genere. Questo paradigma manicheo non mi interessa.

Ciò che mi affascina è come questo Maometto sia stato costruito dai testi della tradizione in modo così profondo e complesso che, quattordici secoli dopo, è diventato una figura universale, simile agli eroi delle grandi narrazioni, a prescindere dalla sacralità con cui i fedeli lo circondano. La mia ambizione è proprio quella di liberare Maometto dalla morsa fossilizzante del credo religioso e restituirgli la sua umana e vibrante universalità.

In effetti, lavorare sul Profeta dell'Islam è un argomento estremamente delicato. Non ha avuto la sensazione di infrangere un tabù?

No, perché ciò che riporto si trova nel corpus della tradizione musulmana. Cito sempre le fonti e utilizzo solo fatti o eventi attestati da molteplici fonti e quindi generalmente accettati. Di conseguenza, non c'è alcun pericolo.

Si sofferma a lungo sull'infanzia di Maometto. In che modo ha influenzato significativamente la sua vita?

Nell'economia narrativa della tradizione, sembra che Maometto fosse un bambino abbandonato dalla madre e orfano di un padre che non conobbe mai. Non ebbe mai una casa, il che fu indubbiamente una tragedia per lui, soprattutto perché persistevano dubbi sulla sua appartenenza alla tribù dei Quraysh della Mecca, da cui si supponeva discendesse. Fu affidato a una nutrice lontano dalla città, e sua madre si rifiutò ripetutamente di riprenderlo con sé. Gli mancò quel riconoscimento essenziale da parte di un padre e di una madre.

Questo racconto dell'infanzia lo colloca chiaramente all'interno degli archetipi del trovatello, come Mosè e Gesù: l'eroe è sempre una figura senza padre, nato in una famiglia importante ma cresciuto in povertà. Da giovane adulto, sposò Khadija, una donna più anziana e quindi una figura materna. Parto da questa iniziale vulnerabilità per fare del viaggio di Maometto non l'epopea di una religione, ma semplicemente l'epopea profondamente personale di un uomo alla ricerca di se stesso.

Come possiamo comprendere il divario tra il Maometto della Mecca, concentrato sulla diffusione del suo messaggio escatologico che annunciava la fine dei tempi e rigorosamente monogamo, e quello di Medina, segnato da violenza, politica e poligamia?

Questa discrepanza mi ha sempre incuriosita. Alla Mecca, abbiamo un uomo che è stato perfettamente monogamo per venticinque anni, pacifico, e che ha cercato di persuadere la gente della sua tribù in modo molto gentile. Pregava clandestinamente nella sua casa con la moglie e pochi compagni intimi. Ci troviamo chiaramente di fronte alla figura del santo perseguitato. E poi, improvvisamente, quest'uomo si trasforma. Emigra a Medina, diventa un donnaiolo, pur avendo più di cinquant'anni, e compie numerose incursioni e spedizioni omicide.

Qui non c'è coerenza logica, il che dimostra come la tradizione musulmana abbia sovrapposto due modelli narrativi: quello del santo perseguitato e quello del principe conquistatore. Se mi permettete il paragone, Maometto ha dovuto abbandonare il ruolo di santo perseguitato della prima stagione per poi risorgere con una personalità diversa nella seconda. Se non si conosce la dimensione letteraria della narrazione, tutto ciò può sembrare completamente incoerente; tuttavia, una logica sottostante esiste eccome.

Dal momento che lei dimostra che il personaggio di Maometto è il prodotto di una costruzione elaborata, è possibile che, in definitiva, alcuni aspetti della sua personalità o della sua vita siano stati inventati dal nulla?

Assolutamente, e questo vale sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi della sua personalità. Alcune fonti lo ritraggono come una figura ostentata e avida di denaro; altre, al contrario, affermano che morì indebitato e affamato. I resoconti si contraddicono a vicenda. Ogni credente sceglierà da queste narrazioni ciò che meglio si allinea alla propria immagine del Profeta. Ma perché non ammettere che Maometto potesse essere una persona piena di contraddizioni, come tutti noi?

Prima ha accennato al fatto che le biografie di Maometto hanno finora teso a sorvolare su alcuni elementi problematici. Da parte sua, non si è forse concentrata eccessivamente su questi aspetti, in particolare sulla violenza che ha accompagnato la nascita dell'Islam?

La tradizione musulmana, infatti, enfatizza questa violenza , e in modo molto più crudo di quanto io faccia nel mio libro. È importante capire che ciò che voi percepite come problematico è stato, per intere generazioni di musulmani, fonte di orgoglio, poiché i successi di Maometto erano visti come un segno del sostegno di Dio. Le narrazioni tradizionali hanno indubbiamente amplificato questa violenza, soprattutto perché, all'epoca, i valori cavallereschi erano associati alla pratica delle razzie e del banditismo. È anacronistico applicare a tali pratiche i nostri giudizi di valore.

Alla fine del libro, un capitolo è dedicato a questa sorprendente domanda: Maometto era felice? Perché questa domanda?

Perché morì infelice e molto solo. Perciò ho cercato di comprendere l'origine di questa sofferenza, per stabilire se fosse legata alla stanchezza della vecchiaia o se avesse origini più profonde.

A mio parere, chi si sposa tante volte lo fa perché è insoddisfatto; gli manca qualcosa. Questa felicità domestica, a quanto pare, l'ha conosciuta solo con Khadija, la sua prima moglie. L'immagine dell'eroe vittorioso e conquistatore, che sposa le donne più belle e di nobile stirpe e che ritorna glorioso nella sua città natale, circondato da fedeli compagni, contrasta nettamente con la fine della sua vita.

Avendo dedicato diversi libri alla vita e alla morte del Profeta, egli conserva ancora un alone di mistero ai vostri occhi?

Maometto rimane per me infinitamente misterioso e affascinante. Non come persona, ma come complessa costruzione letteraria. Tutti i tentativi di svelarlo che ho compiuto, dal mio primo libro a questo, non fanno che rafforzare, ai miei occhi, la sua natura imperscrutabile, come se fosse nascosto in una caverna sigillata da una ragnatela – come descritto in un celebre episodio della sua biografia canonica.

Nel tentativo di manipolare questa ragnatela testuale, mi sono resa conto di quanto fosse ben tessuta e di quanto fossero resistenti i suoi fili. Così ho cercato di vedere attraverso la ragnatela senza strapparla. Maometto rimane nell'ombra. Tutto ciò che resta di lui è la finzione tessuta decenni dopo la sua morte. Ma se non ha lasciato tracce materiali della sua esistenza, il Profeta è stato la matrice di una produzione letteraria da cui è emersa una religione. L'Islam è nato da un testo. Questo è ciò che lo rende, nonostante tutte le manipolazioni ideologiche, una religione moderna.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/04/11/hela-ouardi-chercheuse-explorer-la-vie-privee-du-prophete-de-l-islam-permet-de-reecrire-sa-biographie-de-fond-en-comble_6679322_6038514.html

La rosa cardinale

Federica Bassignana

Tu ricca come un ricordo, come la brulla campagna, tu dura e dolcissima parola, antica per sangue raccolto negli occhi”: sono alcuni tra i versi che Cesare Pavese dedica a Bianca Garufi, la donna che forse ha contato di più nel suo processo creativo. Ma oltre le poesie, la dedica dei Dialoghi con Leucò, il loro rapporto da “bellissima coppia discorde”, Bianca Garufi è stata molto di più: scrittrice, poetessa e psicoanalista di indirizzo junghiano con una voce autentica e, spesso, dimenticata. A vent’anni dalla sua scomparsa Edizioni di Atlantide pubblica il suo ultimo romanzo, La rosa cardinale, che racconta la storia di Sandra Albaro, una storia “finita male, volendo ammettere che esiste una fine”. Un’esistenza fatta di assenze: il marito, professore di Filosofia, che dopo la guerra si trasferisce in Australia; Enzo, il ragazzo dagli occhi così azzurri che Bianca non riesce a guardare, e che si sono spenti indebitamente dopo una lenta agonia; Nicola, un amore ingiusto che la mette in croce non appena scopre della sua gravidanza, scomparendo all’improvviso con una lettera di poche righe che termina con un beffardo “Spero che tu stia bene”. Tra il suo passato – fatto di ricordi famigliari e l’eredità di sua nonna che si diede anima e corpo alle pratiche ultraterrene – e il suo presente in una clinica della salute sul Lago Maggiore per via della sua obesità, Sandra racconta la sua vita, le sue inquietudini e irrequietezze, le sue domande: “Una rosa, lì, nata per caso, che vuol dire? Niente avviene per caso. Ma se niente avviene per caso perché quella rosa era nata? Perché, come, chi l’ha voluto?”. Sandra non può vivere e non sapere. Un accanimento che la condanna a ricercare le risposte, quando forse dovrebbe liberarsi dalle domande. Proprio lei che cerca l’amore per sentirsi intera, quando sente di aver ereditato, invece, la scissione: “Chi, come me, fra i miei progenitori si era sentito ogni giorno di più lacerarsi in due? Chi come me aveva lottato a sangue contro due nature nemiche? Chi di loro aveva provato una paura pari alla mia di fronte allo sfrenarsi del pensiero? E dopo la morte che c’è?”. Garufi restituisce una scrittura frammentata, poetica, a tratti ritmica e mai lineare, ma soprattutto: dolorosa dall’inizio alla fine. La sua è la testimonianza di una vita aggrovigliata, in un romanzo profondo e delicato, che fa di quel “caos vitale” strumento e, forse, salvezza per rimanere ancorati, per quanto possibile, alla vita.

Bianca Garufi
La rosa cardinale
Atlantide, 176 pp., 24 euro

La morte a Venezia

Andrea Martella
Salvatore Merlo
La morte a Venezia
Il Foglio, 29 aprile 2026

Venezia è tra le grandi città simbolo dell’Occidente, insomma tra Parigi, Londra, Roma, Milano, Amsterdam, Vienna, Barcellona, New York, la sola a non essere governata dalla sinistra. Si va al voto per il sindaco il 24 e il 25 maggio. E il centrodestra, nelle settimane decisive della campagna, ha trovato il modo di colpirsi da solo, con una precisione e una costanza che farebbero invidia a un avversario organizzato. Il centrodestra governa il comune veneziano da undici anni, e adesso punta su Simone Venturini, trentotto anni, già assessore della giunta di Luigi Brugnaro, di cui deve portare avanti l’eredità cercando però di non somigliarle troppo. L’avversario, Andrea Martella, senatore del Pd, guida un campo larghissimo: sette liste, dal M5s a Italia Viva. Sulla carta dovrebbe vincere il centrodestra. Ma ne siamo sicuri? Prendiamo la vicenda del teatro la Fenice. Lo scorso settembre la fondazione del teatro aveva approvato all’unanimità la nomina di Beatrice Venezi come direttrice musicale. Era una scelta politica dichiarata, rivendicata, difesa con ardore.
Quando i lavoratori del teatro la Fenice insorsero – scioperi, volantini in platea, spille dorate al Capodanno in Rai – la destra tenne il punto. Mesi di trincea. Mesi di “la sinistra non tollera il merito”. Mesi di Venezi come simbolo della riscossa culturale. Poi, improvvisamente, senza che nemmeno gli orchestrali più scatenati se lo aspettassero, la settimana scorsa il sovrintendente Colabianchi ha annullato tutte le collaborazioni future della direttrice, sostenendo che le dichiarazioni di Venezi a un giornale argentino erano “offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione”. La stessa Fondazione che l’aveva voluta. Lo stesso centrodestra che l’aveva nominata, difesa, celebrata al punto da farle assumere un ruolo simbolico, la scaricava nel giro di ventiquattr’ore, all’improvviso, con la disinvoltura di chi butta via un ombrello rotto.
Non è andata meglio con la Biennale. Pietrangelo Buttafuoco – scrittore, intellettuale, figura di riferimento della destra culturale italiana – era stato voluto dal governo alla presidenza della Fondazione. Poi ha deciso di riammettere la Russia all’esposizione internazionale. Il governo ha protestato, il ministro Alessandro Giuli ha disertato l’inaugurazione, e ieri sera i giuristi e i tecnici del ministero (e di Palazzo Chigi) erano ancora riuniti fino a notte per mettere a punto un decreto di commissariamento. Contro chi avevano scelto loro. E tutto per non fare la cosa più semplice: sequestrare il padiglione russo, che è lì, nei Giardini, e ci resterà. Difficile immaginare, per una destra che si era presentata al governo con esplicite ambizioni di egemonia culturale, un’immagine di disfacimento più eloquente di questa.
E ora ci sono pure le elezioni, senza Luca Zaia. E senza di lui, il centrodestra veneto ha una storia recente che fa paura: Verona, Vicenza, Padova, perse una dopo l’altra. A reggere la candidatura di Venturini, a Venezia, resta Fratelli d’italia – lo stesso partito che nelle settimane decisive della campagna ha trovato il modo di demolire non solo due delle sue figure culturali più rappresentative in città, ma ogni pretesa di essere qualcosa di più di una forza di governo. L’egemonia culturale, il sogno gramsciano della destra: tutto sepolto, a Venezia, in uno sbandamento generale che ormai ha i tratti di una crisi di nervi post-referendaria.