mercoledì 17 giugno 2026

Musicisti alla corte di Borgogna

Rogier Van der Weyden, Filippo III il Buono, 1450 circa

Bart Van Loo
Les Téméraires
traduit du néerlandais par Daniel Cunin et Isabelle Rosselin
Champs histoire, Paris 2023

Il Borgognone aveva chiaramente buon gusto, a giudicare dalla scelta dei compositori per la sua cappella: Guillaume Dufay e soprattutto Gilles Binchois, nato a Mons. Questi due musicisti sarebbero entrati più tardi negli annali come i fondatori di quella che sarà chiamata la polifonia fiamminga, i cui principali esponenti erano fiamminghi di lingua francese. Filippo si sarà rallegrato del fatto che Dufay e Binchois componessero musica non solo di Chiesa ma anche profana, che fossero anzi stati i primi a colmare con eleganza il fossato tra il sacro e il quotidiano, la disrtanza da una parte tra il cerebrale e l'itellettuale e dall'altra il fisico e il sensuale. Basta ascoltare la messa L'Homme armé di Dufay o certi canti profani di Binchois per convincersi della bellezza mozzafiato e relativamente accessibile delle loro composizioni in questa fine del Medioevo, della fluidità delle voci o degli strumenti che seguivano la loro linea melodica propria e che emettevano tuttavia dei suoni armoniosi. 

   

Massimo Mila, Guillaume Dufay, Einaudi, Torino 1997

Specialista di Mozart, di Verdi e di Brahms, Massimo Mila ha affrontato con il coraggio intellettuale che gli era proprio anche l'insidioso terreno della polifonia quattrocentesca, affascinato com'era dalla voce del suo artista più insigne, Guillaume Dufay (1400 ca.-1474), il compositore franco-fiammingo che aveva trovato nella corte dei duchi di Borgogna un ambiente congeniale. Artista di transizione, tipico esponente dell'autunno del medioevo, o artista "moderno", dopo il quale la musica non sarà più la stessa? Alla luce di questo interrogativo Mila ripercorre il profilo biografico del compositore, delinea la parabola della sua produzione sullo sfondo dei principali eventi del Quattrocento musicale europeo e passa poi a un'ampia disamina delle opere.

Carlo Ginzburg, il necrologio uscito su Le Monde


Anne Dujin
È morto l'italiano Carlo Ginzburg, figura fondativa della microstoria
Le Monde, 17 giugno 2026

Il grande storico italiano Carlo Ginzburg è scomparso mercoledì 17 giugno a Bologna, all'età di 87 anni. Nato il 15 aprile 1939 a Torino, crebbe in un ambiente colto e politicamente impegnato. Sua madre era la romanziera Natalia Ginzburg (nata Levi, 1916-1991), prima traduttrice in italiano delle opere di Marcel Proust. Suo padre, Leone Ginzburg (1909-1944), proveniva da una famiglia ebrea di Odessa emigrata in Italia. Giornalista e professore di letteratura russa, fondò nel 1933 la casa editrice Einaudi con Giulio Einaudi (1912-1999), che sarebbe diventata una delle principali case editrici italiane. Nel 1940, la sua attività antifascista lo portò all'esilio in un villaggio abruzzese. Nel 1943, Leone Ginzburg fu arrestato dalla Gestapo. Morì sotto tortura nel febbraio del 1944 nel carcere di Regina Coeli a Roma. Il piccolo Carlo non aveva ancora compiuto cinque anni.

Ginzburg spesso sottolineava l'importanza di questa precoce esposizione alla violenza politica nel suo interesse per la marginalità, la persecuzione e la prospettiva delle vittime, temi strutturali della sua opera. Della sua intensa immersione nella letteratura durante l'infanzia, diceva che essa aveva nutrito la sua "immaginazione morale", il desiderio di assumere il punto di vista di un personaggio, di vedere il mondo attraverso una singolare incarnazione.

Fu proprio attraverso la letteratura, infatti, che sviluppò la passione per la storia. A diciotto anni, la lettura di *Mimesis* di Erich Auerbach ebbe un profondo impatto su di lui. Con questo saggio, pubblicato nel 1946 e dedicato all'evoluzione della "rappresentazione della realtà nella letteratura occidentale ", Carlo Ginzburg comprese il valore dell'interpretazione di un'opera a partire da un breve passaggio, la cui analisi approfondita rivela più di qualsiasi commento generale. L'opera del teorico letterario austriaco Leo Spitzer gli offrì la stessa lezione: lo stile di un autore si rivela nei dettagli.

Nello stesso periodo, da giovane studente di storia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, Ginzburg scoprì *Il tocco reale* (1924) di Marc Bloch, opera che si rivelò di fondamentale importanza. Attraverso l'analisi di un fenomeno singolare e marginale – i poteri curativi attribuiti ai re di Francia e d'Inghilterra tramite il tocco sulle ferite dei malati – Bloch aveva infatti svelato le profonde radici del potere monarchico nel Medioevo e il legame tra la sua dimensione temporale e quella spirituale. Furono così gettate le basi per le intuizioni che avrebbero guidato tutta la ricerca di Carlo Ginzburg.

Collaborazioni fruttuose

Le sue prime ricerche lo condussero a Venezia nel 1962, negli archivi dei processi dell'Inquisizione del XVI e XVII secolo. Lì si imbatté nei benandanti , nome dato ai contadini nati con la membrana amniotica che ricopre la testa, i quali, secondo la tradizione contadina, combattevano in sogno, in certe notti, contro gli spiriti maligni che minacciavano i raccolti. Ginzburg seguì questa pista e si recò poi a Udine, capoluogo del Friuli, dove scoprì che decine di processi dell'Inquisizione erano stati condotti contro questi contadini. Questo divenne l'argomento del suo primo libro, pubblicato in Italia nel 1966, *Le battaglie notturne* (Verdier, 1980).

Negli stessi archivi, trovò riferimenti a due processi per eresia intentati contro un contadino e mugnaio di nome Menocchio, bruciato vivo intorno al 1600 per aver elaborato e condiviso con i suoi contemporanei una teoria sulla creazione del mondo per analogia con la formazione del formaggio nel latte. Questo lo portò al suo secondo libro, *Il formaggio e i vermi* (Aubier, 1980), pubblicato nel 1976, in cui il "caso" di Menocchio diventa una lente attraverso cui esaminare le trasformazioni sociali e culturali dell'Europa di fine Cinquecento  nel contesto della Riforma protestante e della diffusione della stampa. Tradotto rapidamente in inglese e francese, il libro riscosse un notevole successo di pubblico e di critica.

Nel 1979, nell'articolo "Segni, tracce, piste: radici di un paradigma dell'indice", tradotto in francese nel 1980 sulla rivista Le Débat, Ginzburg sviluppò le implicazioni metodologiche delle sue prime ricerche. Con audacia, tracciò parallelismi tra Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi, il detective immaginario Sherlock Holmes e lo storico dell'arte Giovanni Morelli per evidenziare come tutti e tre condividessero una pratica professionale comune: affidarsi a dettagli apparentemente insignificanti, che acquisivano poi valore indicale per stabilire la verità.

Considerato fondamentale nel campo della microstoria, l'articolo evidenzia il valore dell'anomalia nella comprensione della norma: sebbene la natura "anormale" dei benandanti friulani o del mugnaio Menocchio abbia portato alla loro persecuzione, il loro studio si rivela particolarmente istruttivo per comprendere la società in cui vivevano. Il dibattito sulle sfide della microstoria si è sviluppato attorno alla rivista Quaderni Storici, con i suoi colleghi Giovanni Levi, Edoardo Grendi e Carlo Poni.

La ricerca di dettagli rivelatori permette anche proficui confronti tra diverse aree geografiche o periodi storici. Questa dimensione comparativa viene esplorata nel 1989 in " Il sabba delle streghe " (Gallimard, 1992), in cui Ginzburg individua corrispondenze tra diverse forme di repressione che colpiscono figure marginali in tutta l'Europa medievale (streghe e maghi, lebbrosi, ebrei, donne), organizzate attorno allo stesso mito del sabba diabolico, alimentato da elementi della cultura popolare e reinterpretato dal clero.

Qualche anno prima, nel 1981, in Enquête sur Piero della Francesca (Flammarion, 1983), un libro dedicato alla riscoperta dell'opera del maestro toscano del XVsecolo, aveva già tentato di coniugare elementi formali e stilistici (l'analisi dei dipinti del pittore) e dati storici sul contesto sociale e politico dell'epoca.

Confidare nel caso

Dalla fine degli anni Settanta in poi, i progressi nella microstoria hanno trasformato profondamente la scienza storica. Le scale di indagine sono cambiate e i confini con altre discipline, come l'antropologia, la storia dell'arte e la letteratura, sono stati messi in discussione. Sono inoltre emerse nuove domande riguardo allo status delle testimonianze d'archivio: come possiamo ricostruire la prospettiva delle vittime a partire da documenti creati dai loro persecutori?

Ginzburg difende la rilevanza di un metodo storico che ricerca le tracce lasciate dagli individui nei testi che li riguardano, compresi quelli scritti a loro insaputa. In questo, esprime il suo disaccordo con il filosofo Michel Foucault, che pure studiò le pratiche di oppressione ed esclusione dei gruppi marginalizzati, ma si concentrò in ultima analisi solo sulle strutture di potere e sui loro meccanismi. Questo rischia di cancellare le esperienze vissute e influenzate dal potere, riducendole a semplici comparse nella grande narrazione dell'arbitrarietà statale. Contrariamente alla tentazione dello scetticismo e della decostruzione radicale che caratterizzarono le scienze sociali alla fine del XX secolo  , Ginzburg afferma, nella sua opera del 2006, *Il filo e le tracce* (Verdier, 2010), che il compito dello storico è quello di muoversi tra "il vero, il falso, il fittizio ", senza rinunciare all'accertamento dei fatti.

È sempre stato diffidente nei confronti delle rumorose ingerenze degli intellettuali nel dibattito pubblico. Ha ripetutamente espresso il suo disaccordo con la tesi di Umberto Eco sull'esistenza di un "fascismo eterno ". Nel 2020, mentre il filosofo Giorgio Agamben vedeva nelle risposte sanitarie alla pandemia di Covid-19 la prova che lo stato di eccezione è ancora latente nel cuore della democrazia, Ginzburg sosteneva, al contrario, la necessità di una distanza critica di fronte a un evento senza precedenti.

Questa cautela intellettuale, tuttavia, non gli ha mai impedito di confrontarsi con il presente. Quando il suo amico Adriano Sofri, attivista di estrema sinistra, fu accusato di aver ordinato l'assassinio del commissario Luigi Calabresi nel 1972, intraprese un'approfondita analisi dell'ampio fascicolo del caso, che avrebbe poi raccolto in un libro nel 1991, *Il giudice e lo storico* (Verdier, 1998). Un altro esempio del suo impegno si ebbe nel 1994, quando annunciò il suo addio alla casa editrice Einaudi, cofondata da suo padre, in seguito all'acquisizione da parte del gruppo Mondadori, a maggioranza controllata dalla holding di Silvio Berlusconi. Successivamente, nel 2022, accettò l'invito dell'organizzazione russa per i diritti umani Memorial, interessata al suo metodo di analisi dei processi dell'Inquisizione per offrire una nuova prospettiva sui processi dell'era stalinista.

Riguardo a uno dei suoi ultimi libri, *La lettera uccide* , pubblicato in Italia nel 2021 (Verdier, 2024), Ginzburg ha affermato che gli ha permesso di articolare "l'unica idea veramente originale che [abbia] mai avuto". Il libro è una raccolta di articoli dedicati alla difficoltà che gli storici incontrano nel districarsi tra il significato letterale di un documento storico, ciò che il suo autore potrebbe aver scritto "tra le righe ", e le interpretazioni che si sono accumulate nel tempo, rischiando di soffocarne il significato originario. Nell'ultimo articolo della raccolta, intitolato "  Svelare l'Apocalisse", Ginzburg discute di come Sant'Agostino si sia basato su una lettura letterale dell'Antico Testamento per formulare l'idea che il Cristianesimo sia al tempo stesso erede del Giudaismo e, al contempo, lo trascenda.

Questa concezione agostiniana del rapporto con l'ebraismo ebbe implicazioni decisive per il pensiero occidentale. La filosofia della storia di Hegel, ispirata dalla sua lettura di Sant'Agostino, riprende questa dialettica tra eredità e trascendenza. Ne è l'espressione secolarizzata. In definitiva, conclude Ginzburg, la prospettiva storica tanto cara al pensiero occidentale è il frutto dell'ambivalenza cristiana nei confronti degli ebrei. Un'ambivalenza in cui vicinanza e persecuzione si alimentano e si alternano nel corso della storia.

Con questa lezione fondamentale, Ginzburg ci ha ricordato che la storia è fatta di digressioni e chiaroscuri, tra i quali lo storico deve sapersi orientare. Diceva anche che, in questo percorso, bisogna affidarsi al caso, lasciarsi guidare da esso. Solo così lo storico può scongiurare il rischio maggiore che corre: quello di trasformarsi in inquisitore, ovvero di trovare solo ciò che cerca. Per questo amava sottolineare che "caso" e "caso" sono la stessa parola in italiano . Un'altra corrispondenza, una di quelle che hanno conservato fino alla fine la sua insaziabile curiosità e la sua gioiosa erudizione.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/06/17/l-italien-carlo-ginzburg-figure-fondatrice-de-la-microhistoire-est-mort_6704205_3382.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Carlo Ginzburg in poche date

15 aprile 1939 Nascita a Torino

1966  Pubblicazione del suo primo libro, "Les Batailles nocturnes" (Le battaglie notturne)

1976 "Il formaggio e i vermi"

1979  Pubblicazione dell'articolo "Spie. Le radici di un paradigma indiziario", considerato fondamentale nel campo della microstoria.

1989 "Il Sabba delle streghe"

2006 “Il filo e le tracce”

2021 "La lettera uccide"

17 giugno 2026  Morte a Bologna

La Torino di Natalia Ginzburg

 

Julien Thèves
Se vi piace Natalia Ginzburg, vi piacerà Torino

Le Monde, 23 novembre 2025

Nata a Palermo e morta a Roma, dove fu anche parlamentare per il Partito Comunista Italiano, la grande scrittrice Natalia Ginzburg (1916-1991) era in realtà torinese. Nata Levi, proveniva da una famiglia ebrea da parte di padre, professore di medicina. Raccontò la sua infanzia e giovinezza a Torino ne *Le parole della tribù * (Grasset, 1966), vincitore del Premio Strega nel 1963, il cui bellissimo titolo originale è *Lessico famigliare*. Ripercorrere le orme di questa romanziera di storie intime, con la sua voce accattivante, significa tornare nel quartiere di San Salvario, dove visse la sua famiglia.

Tra la stazione di Porta Nuova (da cui venivano deportati gli ebrei italiani dal binario 17) e il Parco Valentino, che costeggia il Po, si estende un quartiere riqualificato, ma non eccessivamente. Come in altre zone della città, la pianta urbanistica è a griglia: è facile perdersi in questa organizzazione razionale, che può risultare disorientante per i viaggiatori abituati a orientarsi tra le strade in continua evoluzione.

Al numero 11 di Via Oddino Morgari (già Via Pallamaglio), una targa commemora il fatto che Natalia Ginzburg visse qui. «L'appartamento era all'ultimo piano e si affacciava su una piazza dove sorgevano una chiesa brutta, una fabbrica di vernici e un bagno pubblico; e mia madre non trovava nulla di più triste che vedere, dalle sue finestre, la gente entrare nei bagni pubblici con un asciugamano sotto il braccio», scrisse.



La chiesa neogotica è ancora in piedi, e le terme sono diventate la Casa del Quartiere di San Salvario, un centro comunitario con un ristorante a prezzi accessibili, un ampio cortile e uno spazio per eventi festivi. A San Salvario, come altrove, si ammirano gli edifici in stile Liberty (Art Nouveau italiano). Molti presentano bovindi, e alcuni utilizzano
il litocemento (pietra artificiale) per un effetto rococò (come il numero 17 di Via Federico Campana). Dall'epoca fascista in poi, il travertino importato da Roma venne utilizzato per imitare il marmo: era arrivata l'epoca della grandezza.

Città incantevole

Durante la Seconda Guerra Mondiale, la sinagoga del quartiere fu bombardata. La piazzetta su cui sorge questo imponente edificio neomoresco prende il nome da Primo Levi (1919-1987), anch'egli torinese e non imparentato con Natalia Ginzburg. Tornando verso i viali del centro storico (i viali sono alberati, ma le strade ne sono prive), si rimane affascinati da questa città adornata di portici, la cui bellezza classica sembra fatta apposta per essere percorsa a piedi. «Io e i miei amici cercavamo i luoghi più tristi della città per i nostri incontri (...)  : i cinema più squallidi, i caffè più spogli e deserti; e avevamo la sensazione, immersi in quelle ombre desolate o su quelle panchine ghiacciate, di essere alla deriva su una nave che aveva rotto gli ormeggi », racconta la scrittrice.

Natalia Ginzburg, nella sua casa di Roma, nel 1973.

Nel 1938, Natalia sposò Leone Ginzburg (1909-1944), cofondatore con Giulio Einaudi (1912-1999) della casa editrice Einaudi, dove lavorava anche Cesare Pavese (1908-1950). Era l'epoca del suo attivismo antifascista. La giovane donna passeggiava per Corso Re Umberto e frequentava il Caffè Platti, uno di quei famosi caffè torinesi con le panche rosse e le boiserie d'epoca. Lì si servivano ancora tramezzini , pasticcini e cioccolato in tutte le sue forme (da bere, da mangiare...).

https://www.lemonde.fr/m-perso/article/2025/11/23/vous-aimez-natalia-ginzburg-vous-aimerez-turin_6654531_4497916.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

Ouidad Bakkali

 


«Vai a casa zingara. Remigrati, beduina», la deputata del Pd legge in Aula gli insulti ricevuti su social
Agenzia VISTA / Alexander Jakhnagiev / CorriereTv, 17 giugno 2026

«Fossa comune per te e la tua famiglia; a casa zingara; t...; remigrati; la beduina ha parlato; topo di fogna, zingara, e chi te segue è peggio di te; una che riproduce maranza; disinfestazione; dimmi tu sta mao mao; scimmia remigra con loro, maledetta; gli piace proprio farsi struprare; farete una brutta fine; sparati; ti aprono come una mela; merda beduina sappiamo dove vivete». Questi solo alcuni dei 13.500 commenti ricevuti sui social dalla deputata democratica Ouidad Bakkali per aver postato la foto della sua partecipazione alla manifestazione antifascista di sabato a Roma contro la remigrazione.
«Le parole sono lame - commenta Bakkali - la violenza è reale e dagli schermi di un telefono è un attimo che divampi come un incendio estivo impossibile da spegnere. L'uso dello squadrismo organizzato sulle piattaforme, veicolato da algoritmi e chiare volontà politiche che li muovono deve iniziare a preoccupare seriamente le forze democratiche, tutte. Il veleno sociale iniettato da Vannacci e dai suoi soldatini di pezza sta attecchendo nella coscienza del Paese ed è irresponsabile che non vi si ponga un argine. Serve un patto Repubblicano che richiami ad abbassare i toni e stigmatizzi tutto ciò che invece sembra ormai sdoganato».

Carlo Ginzburg (1939-2026)

È morto lo storico Carlo Ginzburg

Il Post, 17 giugno 2026

È morto stanotte a Bologna Carlo Ginzburg, lo storico italiano più conosciuto all’estero e tra gli autori italiani contemporanei più tradotti al mondo: aveva 87 anni. Lo ha detto al Post la sua famiglia. Ginzburg era conosciuto principalmente per i suoi studi sulla storia delle persecuzioni, dell’eresia e della cultura popolare del Medioevo e dell’Età moderna. Ma anche fuori dagli ambienti accademici era uno degli studiosi e saggisti italiani più ammirati per la sua capacità di analizzare grandi fenomeni storici da prospettive particolari e marginali, partendo da aspetti della vita quotidiana delle classi subalterne, e integrando nella sua ricerca anche approcci etnologici e antropologici.

Era nato a Torino nel 1939, figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg. Professore emerito alla Scuola Normale di Pisa, in cui si era formato, aveva insegnato fin dagli anni Settanta anche all’università di Bologna e in quelle americane di Harvard, Yale, Princeton e California (UCLA).

Negli anni Sessanta, studiando alcuni documenti dell’Archivio arcivescovile di Udine, Ginzburg aveva scoperto un culto pagano diffuso in Friuli nel Cinquecento e nel Seicento, i cui membri erano una specie di guaritori sciamani accusati di eresia dall’Inquisizione, detti “benandanti”. È il titolo del suo primo libro, uscito nel 1966, in cui ricondusse le origini di questo culto contadino a più antiche credenze diffuse in Europa centrale.

Di eresia Ginzburg si era poi occupato estesamente nel libro del 1976 Il formaggio e i vermi, in cui ricostruisce i processi contro un mugnaio friulano del Cinquecento accusato di avere idee eretiche sull’origine del mondo e su Gesù Cristo. È uno dei libri da cui emerge più chiaramente l’inclinazione di Ginzburg a studiare i rapporti di forza tra la cultura delle classi dominanti e quella popolare, e a descrivere questo approccio come un metodo rigoroso e necessario per la comprensione della storia.

Per Einaudi, editore di molti suoi libri e con cui collaborò per lungo tempo per la collana “Microstorie”, Ginzburg aveva scritto anche il saggio Folklore, magia, religione, contenuto nel primo volume della Storia d’Italia di Einaudi, degli anni Settanta. Oltre che uno storico noto e rispettato in ambito accademico, Ginzburg era un intellettuale apprezzato da un pubblico più ampio per la sua capacità di analizzare criticamente il presente. Capacità emersa in diversi suoi libri, tra cui il saggio del 1991 Il giudice e lo storico, in cui analizzava – con un approccio da storico, appunto – i documenti e i metodi d’indagine del processo per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

In altri libri, pubblicati perlopiù nella seconda parte della sua vita, Ginzburg si era concentrato sulla storia del pensiero politico, su questioni di metodo storico e sulla relazione tra verità e menzogna. Aveva scritto delle difficoltà dello storico a mantenere una giusta distanza da ciò che studia, senza aderire a una sola prospettiva, e di come difficoltà simili a queste possano presentarsi in molti altri contesti.

In un’intervista pubblicata nel 2023 sulla rivista di cultura e attualità Lucy, disse: «Io direi che si tratta di tradurre questo approccio anche nella vita quotidiana, dove abbiamo a che fare con persone che sono diverse da noi. Per capire quello che ci dicono dobbiamo riformulare le nostre eventuali ipotesi, basate su tratti fisiognomici, espressioni, intonazioni di voce, eccetera, per cercare di capire che cosa ci stanno veramente dicendo».

Le sorprese di una guerra

Alberto Negri
L'Iran ha vinto la guerra e guarda il "fumo" a Evian

il manifesto, 17 giugno 2026

Nello Stretto di Hormuz un Paese senza marina militare dal 28 febbraio ha bloccato gli Usa e i traffici mondiali determinando per americani e israeliani una delle più colossali sconfitte della storia recente. Teheran ha tenuto testa, sia pure con pesanti perdite umane e materiali, a due superpotenze nucleari e tecnologiche alleate. Il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente non si è rafforzato ma indebolito, questo è stato il risultato che i più non avevano previsto pensando che l’Iran, un Paese in guerra da 45 anni, fosse una tigre di carta.

Ma al G-7 di Evian, sulle rive del lago dove un incendio devastante ispirò Smoke on the water dei Deep Purple, l’atmosfera è sembrata, almeno in apparenza, rarefatta. Persino ilare a sentire la premier Meloni: «con Trump abbiamo riso e scherzato come se nulla fosse» – già, le vittime civili iraniane non contano nulla; comunque, dichiarazioni che fanno i maturandi la notte prima degli esami, forse evocati da Macron che all’arrivo di Meloni ha fatto suonare per lei Felicità di Al Bano. Alla prossima bilaterale Francia-Italia di Antibes il 25 giugno, si raccomandano pizza e mandolino.

Tra le tante chiacchiere volte a coprire la sconfitta americana (e israeliana) ci sono tre punti fondamentali che anche a Evian non hanno potuto ignorare: 1) Hormuz riapre con il ritiro degli americani non prima, vedremo se sarà venerdì quando firmano 2) Israele non si ritira dal Libano e può far saltare l’accordo quando vuole 3) I “falchi” iraniani non sono una fazione di Teheran, come scrivono i giornali, ma quelli che hanno fatto la guerra e comandano.

Sul terzo punto Trump ha tenuto a dire che il regime è cambiato, per aggiungere poi il contrario e arrampicarsi sugli specchi come al solito. In realtà l’Iran, dopo la guerra dei dodici giorni del giugno 2025, ha saputo rispondere alla sfida israeliana e americana. Lo spiega bene lo studioso irano-americano Vali Asr su Foreign Affairs. Le forze armate iraniane, scrive, si sono riorganizzate in una rete di comandi operativi che somiglia più a una forza di guerriglia che a un esercito convenzionale, con l’autorità concentrata tra gruppi di persone affini piuttosto che distribuita tra varie fazioni.

Larijani, Mousavi, Pakpour e Shamkhani – oltre alla Guida Suprema Alì Khamenei – sono stati tutti uccisi nei primi attacchi israeliani ma la catena di comando non ne è uscita intaccata. È comprensibile che per i leader del G-7 sia dura riflettere in queste ore sulla clamorosa sconfitta della leadership americana – che è anche la loro – davanti alle placide acque del Lemano. Ma sul campo di battaglia, le forze armate iraniane hanno applicato con precisione gli insegnamenti della guerra del giugno 2025. Hanno risposto all’attacco israelo-americano con salve sistematiche di missili e droni, progettate per esaurire le scorte di intercettori statunitensi e israeliani in tutta la regione del Golfo.

Immaginavano che i loro avversari si aspettassero di distruggere rapidamente la loro capacità missilistica e quindi non fossero preparati a una campagna prolungata. Le cose sono andate in maniera molto diversa: mentre nel 2025 gli iraniani erano stati obbligati a usare i missili da basi orientali note e distanti, in seguito hanno disperso i lanciatori su un vasto territorio continuando a sparare più a lungo di quanto Israele e gli Usa avessero previsto. Le Guardie Rivoluzionarie, i Pasdaran, hanno anche impiegato droni a basso costo per colpire i sistemi radar e le postazioni americane nel Golfo e in Israele, ostacolando la campagna di bombardamenti e aprendo rotte missilistiche verso obiettivi in tutta la regione. Questo sicuramente lo hanno spiegato a Evian, magari con una certa enfasi, gli sceicchi presenti dell’Oman e soprattutto degli Emirati Arabi Uniti.

Così la famigerata Rii, la repubblica islamica iraniana, non solo è sopravvissuta alla decapitazione ma ha consolidato il controllo sullo Stretto di Hormuz e resistito al blocco navale Usa. Ha inflitto danni alle basi americane nel Golfo e le milizie irachene filo-sciite hanno costretto gli Stati Uniti ad abbandonare la base militare Camp Victory a Baghdad (racchiusa in uno degli stravaganti palazzi di Saddam Hussein) che occupavano dal 2003. A tutto questo si aggiunge il colpo inferto alle infrastrutture delle monarchie del Golfo, che gli Usa non sono stati in grado di proteggere. Altro che Patto di Abramo: Usa e Israele hanno un po’ di cose da spiegare agli arabi.

La svolta iraniana non è stata solo militare strategica ma anche politica e ideologica. In primo luogo sono andati in prima fila i rappresentanti di una generazione lontana dalla tradizione rivoluzionaria: i vecchi sono rimasti con un compito di supervisione e al comando sono saliti leader più giovani, Pasdaran, militari e tecnocrati, che hanno impresso una virata decisamente nazionalista, senza abbandonare gli alleati regionali, da Hezbollah agli Houthi. Hanno appena annunciato un pacchetto di riforme perché hanno compreso che la crisi economica rappresenta la minaccia reale alla loro stabilità politica e che il malcontento economico è il vero moltiplicatore dell’opposizione. Saranno più “moderati”, più “tolleranti”? Probabilmente meno dogmatici, sul resto c’è da dubitarne.

L’Iran sa comunque che una vera pace con gli Usa non arriverà mai a queste fragili condizioni. Intanto però gli iraniani guardano il G-7 dall’altra sponda del Lemano, dalle vetrate lucide degli uffici che a Ginevra custodiscono il tesoro della Fondazione dei Martiri e della Guida Suprema. Da quella parte del lago c’è ancora Smoke on the water.

martedì 16 giugno 2026

La fortuna di Tolkien in Italia

Quirino Principe
Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia

endore.it
La rivista della Terra di Mezzo

L’avvento di Tolkien in Italia è una storia da narrarsi in breve, tutt’altro che complicata per ciò che riguarda i fatti puri e semplici. È molto intricata, e richiederebbe un discorso lungo e analitico, se la poniamo in relazione con le controversie ideologiche degli anni Settanta e Ottanta, e con gli indecorosi tentativi di strumentalizzazione che sono stati messi in atto di recente da varie parti. Per fortuna mia e dei lettori, ho il compito di parlare soltanto del primo aspetto, anche se non giuro di non sfiorare mai il secondo. Il caso, che mi è stato benevolo, ha voluto che la vicenda editoriale di John Ronald Reuel Tolkien in Italia sia in gran parte legata al mio lavoro. Era, credo, il 1964 quando mi fu noto per la prima volta il nome dello scrittore anglo-sudafricano, e non per The Lord of the Rings bensì grazie a una citazione che fuggevolmente, in un libro sulle poetiche della fiaba, chiamava in causa Tree and Leaf. Dell’opera maggiore udii parlare Elémire Zolla nel 1968. Ne fui molto incuriosito, e decisi che avrei letto The Lord of the Rings non appena fosse possibile. Nessun presentimento, allora, di ciò che avrebbe riempito la mia esistenza per anni. Nel 1969 ero impegnato part time alla Garzanti, come redattore di dizionari e di enciclopedie nella sezione “Grandi Opere” diretta da Giorgio Cusatelli, più tardi divenuto eccellente maestro di germanisti all’Università di Pavia. Onoravo quell’impegno dal 1962, l’anno in cui da Gorizia mi ero trasferito a Milano. Dal 1964 ero professore di ruolo in un liceo classico milanese, il “Manzoni”. Lavoravo negli uffici di via della Spiga nel pomeriggio, mentre la mattina insegnavo. Sorvolo sui rapporti che l’editore Livio Garzanti riusciva a intrattenere non soltanto con me ma con qualsiasi redattore laureato e dotato di idee passabilmente chiare: rapporti nevrotici e instabili, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un odio freddo e umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata. L’autunno 1969 era stato una fase aurea: ero stato “promosso” per volontà dello stesso Garzanti, e divenuto coordinatore della sezione storica dell’Enciclopedia Europea allora in gestazione. Per la prima volta in vita mia avevo avuto un ufficio mio, una scrivania mia e persino una segretaria (che mi odiava, ma allora non lo sapevo). Nel tardo pomeriggio di venerdì 12 dicembre uscii dalla sede di via della Spiga alle 19.30 (ostentavo un piglio da stakanovista), percorsi via Manzoni e vidi una folla agitata dinanzi alla Libreria Feltrinelli. Il muro esterno era tappezzato da giornali della sera che annunciavano la strage di piazza Fontana. La mattina dopo, al Liceo, si discusse dell’avvenimento con toni arroventati e con acri veleni ideologici. Nel pomeriggio andai alla Garzanti, e verso le 17.30 arrivò negli uffici Livio Garzanti, che imponeva spesso la propria presenza parlando con i dipendenti di argomenti a ruota libera, amando ascoltarsi e dando libero sfogo ai propri umori. Entrò, assunse un’aria cordiale, domandò che cosa ne pensassimo, finse d’interessarsi alle nostre opinioni, e infine, rivolto a me, proclamò con voce tagliente: «Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini». Sono notoriamente impulsivo e violento. Senza riflettere neppure per una frazione di secondo, sollevai in alto la scrivania su cui avevo collocato qualche settimana prima — all’apice delle mie fortune garzantiane — un barattolo con penne e matite e la fotografia di mio figlio appena nato, e la lasciai cadere con fragore. Il piano della scrivania si spaccò in due, la fotografia andò in mille pezzi, penne e matite si sparsero crepitando sul pavimento. Afferrai la mia cartella e a grandi passi, con l’ira che mi devastava, scesi le scale e in pochi istanti fui sulla strada. Non misi mai più piede in quell’edificio, e lasciai là lo stipendio dell’ultimo mese. Perché ho narrato tutto questo ? Sembrerà strano, ma devo a quell’atto violento e a quella scrivania infranta il mio destino tolkieniano. L’ambiente editoriale milanese è discreto e riservato. Cinque minuti dopo, in tutte le case editrici della città si parlava del mio gesto, gonfiandolo e variandolo a dismisura. Il giorno dopo mi telefonò Alfredo Cattabiani, che avevo conosciuto fortuitamente due mesi prima. Commentò brevemente l’inqualificabile frase di Livio Garzanti, e mi propose di entrare, come consulente e redattore, nella casa editrice che proprio in quei giorni stava nascendo e che era stata ideata da Edilio Rusconi. Fu Cattabiani, uomo di altissima qualità intellettuale, colui che fondò di fatto la “Rusconi Editore”, più tardi denominata “Rusconi Libri”; colui che la organizzò e articolò, facendone una protagonista della cultura italiana per almeno quindici anni, prima che una decadenza tutt’altro che inevitabile, dovuta esclusivamente all’avversione che essa suscitava in Alberto Rusconi figlio di Edilio, la conducesse alla morte. Ad essere precisi, si trattava almeno formalmente di una “rifondazione”: era esistita negli anni Sessanta la Rusconi & Paolazzi, che aveva pubblicato un numero esiguo di buoni libri, ma senza una linea riconoscibile, e poi si era arenata. Ad essere meno ufficialmente precisi e più veritieri, l’editrice messa in piedi e governata con mano ferma da Cattabiani era tutt’altra cosa: una cosa nuova, e in quel momento storico inattesa e a giudizio di alcuni scandalosa, poiché politicamente e culturalmente scorrettissima, tale da scontentare la “sinistra” ma anche (e forse più) la “destra”. Pongo sempre tra virgolette questi termini sciocchi e banali che rispondono a metafore puramente segnaletiche e sono assolutamente privi di qualsiasi significato. Intelligentemente, Cattabiani scelse in principio un numero ristrettissimo di collaboratori. Si trattava per lo più di consulenti: fra essi, i più attivi erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce, Rodolfo Quadrelli, io stesso. Ma soltanto io, nei primi due anni di vita della Rusconi, lavorai sia pure part time in sede. Nell’edificio di via Vitruvio 43 eravamo in quattro: Cattabiani, la segretaria tuttofare Maura Bastiglia (i visitatori, vedendola, rimanevano a bocca aperta per qualche minuto, tanto era bella), l’indimenticabile Lorenzo Fenoglio, leggendario e onnisciente editor e correttore di bozze e tante altre cose insieme, e io.. Poca brigata, vita beata. Era la fase progettuiale. In poche settimane si costituì il primo nucleo del catalogo Rusconi. Cattabiani volle realizzare alcuni suoi antichi amori, fra cui Heschel, Sedlmayr, Reck-Malleczewen, le Soirées di Joseph de Maistre. Quadrelli propose alcuni libri di Demant, di Muggeridge e di Voegelin per la collana tascabile “Problemi attuali”. Io intervenni proponendo libri miei, che avrei pubblicato a partire dai primi mesi del 1970. Zolla suggerì autorevolmente alcune opere fondamentali: Heliopolis di Ernst Jünger e Il significato della musica di Marius Schneider (entrambi curati da me), e, rendendosi conto della mole di lavoro che ciò avrebbe implicato, The Lord of the Rings di Tolkien. Ma da parte di Cattabiani non ci fu alcuna resistenza, grazie a una circostanza fortunata: egli aveva già, sugli scaffali del suo studio, l’edizione originale in lingua inglese pubblicata dalla Allen & Unwin di Londra, e per giunta possedeva il dattiloscritto completo ( e di immani dimensioni) della traduzione italiana del Signore degli Anelli (d’ora in poi userò il titolo nella nostra lingua) realizzata da Vicky Alliata di Villafranca, che era quindicenne quando l’aveva ultimata. Tanto di cappello, malgrado le acerbità, le ingenuità e gli errori di scelta commessi dalla bella signorina dallo straordinario talento. Non basta: Cattabiani aveva nel suo ufficio anche una copia dell’ormai mitica edizione del I volume, La compagnia dell’Anello, unica parte edita della traduzione della Alliata, uscita presso Ubaldini nel 1967 e rimasta senza seguito dopo avere venduto in tutto qualche decina di copie. Come mai Cattabiani era in possesso dei tre oggetti, edizione inglese, dattiloscritto della traduzione, I volume ubaldiniano ? Semplice: quando nell’ambiente editoriale si era sparsa la voce che sarebbe nata la Rusconi editore, che Cattabiani (la cui vocazione intellettuale a favore della Tradizione, della fiaba, del mito era nota) ne sarebbe stato il direttore e il fondatore di fatto, e che Zolla era previsto come uno dei principali consulenti, Ubaldini aveva “regalato” al caro Alfredo, allora poco più che trentenne, tutto il materiale che, a mo’ di nobile relitto, testimoniava il fallimento dell’impresa tolkieniana sub specie Ubaldinorum. «Per me è stato un disastro: se ti interessa, tutto questo è tuo e fanne quel che vuoi». Cattabiani aveva fiutato la grandezza possibile dell’esito, e vale la pena osservare che, sin dalla prima apparizione rusconiana del capolavoro di Tolkien, Il Signore degli Anelli fu per Rusconi una miniera d’oro, il best seller per eccellenza e senza fluttuazioni di fortuna presso il pubblico, anzi, semmai, in progressiva crescita. Cattabiani chiese il parere di Zolla e il mio. Zolla, più che confermare il proprio suggerimento, ordinò imperiosamente che il libro fosse pubblicato in edizione italiana, pena l’anatema, e propose che fossi io il curatore totale. Ne fui entusiasta. Quando mi fissarono i tempi di consegna, inorridii e mi disperai: pochi mesi. Poi mi rinfrancai e mi misi all’opera, rinvigorito anche dalla pubblicazione presso Rusconi, nel febbraio 1970, del mio primo libro, Vita e morte della scuola (andò benissimo, fu subito esaurito, ebbe una seconda edizione e un'ulteriore ristampa, e se ne parlò molto, con entusiasmo da parte dei tradizionalisti, con apprezzamento a denti stretti da parte dei marxisti e dei demoproletari, con vituperio e volgari insulti da parte dei cattolici, ciò che mi rese felice). Acquisito un minimo di prestigio d’autore, ebbi l’incarico d’incontrare Vicky Alliata, venuta espressamente da Roma, per un colloquio. Ammiravo la Alliata da tempo, come traduttrice: anch’io sono traduttore, e di innumerevoli scritti fra cui molti libri, e considero quel mestiere uno fra i più nobili e decisivi nella storia della specie umana. Sentivo grande rispetto per quella ragazza, che all’inizio del 1970 aveva diciotto anni: era veramente brava, e vorrei avere il suo talento e la sua velocità nel tradurre, per non parlare della sua mirabile conoscenza della lingua inglese e di questo o quello slang. Ma ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney. Mi limito a tre esempi tipici, topici e tipologici (l’assonanza con “Topolino” è puramente casuale). I Baggins, nella traduzione Ubaldini e nel resto del dattiloscritto, erano divenuti “i Sacconi”: brutto e semanticamente sbagliato, poiché l’onomastica fuori dal tempo e dello spazio poteva e doveva essere adottata nelle parti del libro ambientate fra gli Elfi, o a Brea, mentre nelle pagine ambientate nella Contea occorreva qualcosa d’inglese che alludesse alla similarità tra la Contea medesima e, che so, il Galles, la campagna britannica, i paesaggi di Thomas Hardy o di Montague Rhodes James. Benissimo “i Serracinta”, famiglia di contorno, benissimo lo “scattanello”, ballo simpatico ma un po’ troppo sfrenato, ma i Baggins devevano rimanere Baggins, per non scivolare in un’aura troppo realistica e familiare. I Serracinta si limitano a mangiare e a bere, come nella bassa padana; i Baggins, vivaddio, sono quelli che contendono il tesoro a Gollum, che lottano contro Shelob e contro i cavalieri neri. Non prendiamoci troppe confidenze con loro. Secondo esempio: Thorin Oakenshield era stato trasformato dalla Alliata in “Torinio Ochescudo”. Soluzione orripilante, e soprattutto fuorviante, che butta via imperdonabilmente la semantica implicita nel bel nome inventato da Tolkien. Restaurai immediatamente i significati, decidendomi per “Thorin Scudodiquercia”, la qual cosa ha un vago sentore araldico che ben si addice ai Nani tolkieniani, per lo più impettiti e vanitosi oltre che autenticamente coraggiosi e generosi. (Io stesso sono un nano, e mi riconosco in simili vizi e virtù). Terzo esempio, e questa è davvero grossa. Merry era diventato, manu alliatensi, “Felice”: insomma, traduzione letterale. Poteva anche andare, ma come si poteva poi giustificare il fatto che “Merry” (lo si dice nel testo) fosse il diminutivo di “Meriadoc” ? Un errore madornale. Restaurai la forma originale. E via dicendo. Avrei reso ragione delle mie scelte correttive o restauratrici nella prefazione del curatore che figura all’inizio dell’edizione italiana. Vicky Alliata disdisse più volte l’appuntamento, e finalmente venne a Milano al principio dell’estate. L’abbigliamento dell’aristocratica diciottenne era quasi da spiaggia: la gonna era una sottile striscia di pelle annodata alla vita, e si armonizzava con il resto, e, malgrado tutto, con eleganza, incredibile dictu. Entrò, sedette, accavallò le gambe sprofondata in una poltrona, sì che non sapevo dove guardare. Per tutto il colloquio fissai più o meno il soffitto. Mi accorsi subito che la traduttrice non opponeva alcuna resistenza alle mie angosciate osservazioni. Non si offese per nulla e accettò tutto. Era svagata, languida, mondana, ciarliera, simpaticissima, cordialona. Liquidò la mia problematica traslatoria in pochi secondi, e preferì chiedermi consiglio su come trovare casa a Milano. Non sapevo come aiutarla. Mi propose di accompagnarla da qualche antiquario per scegliere i mobili: cominciai a sudare freddo, trattandosi di operazione che mi ripugna anche quando riguarda me. Si accomiatò, e mi telefonò qualche giorno dopo per annunciarmi festante che da un “rigattiere” aveva trovato bellissimi mobili antichi “per niente” (lei diceva: «per nìente», con l’accento tonico sulla ì). Cinguettando, mi disse: «Vediamoci presto, chiacchieriamo, magari scambiamoci idee su Tolkien. Le telefonerò». Non la vidi mai più in vita mia, né so dove ora ella viva. So che in quei tempi tenne una rubrica mondana sullo «Specchio» e più tardi andò in Medio Oriente per scrivere un libro sugli harem. È una delle persone più amabili che io abbia mai conosciuto. Eppure, sentii sollievo quando vidi che non avrei lavorato con lei a fianco a fianco. Libero da imbarazzanti concorrenti e da un’ingombrante partner, mi misi all’opera sistematicamente. Il testo di Tolkien mi sommerse, mi assorbì, mi inabissò Rividi interamente la traduzione, producendo migliaia di schede topiche e casistiche. Mio figlio, allora di due anni, crebbe e cominciò a parlare in modo logico-sintattico sulla base di una materia tolkieniana. Per lui inventavo fiabe con i personaggi del Signore degli Anelli, soprattutto quelli malvagi e negativi che sono i più affascinanti. Poiché mi riesce facile disegnare, dipingere e scolpire, fabbricai per il mio bambino decine di statuine di creta o di Das, accuratamente dipinte e smaltate, che raffiguravano Frodo, Bilbo, Gandalf, Smaug, Ancalagon, Sauron, Gollum, Galadriel, Aragorn, eccetera. Mi strozzai durante l’estate, rinunciando anche a un solo giorno di vacanza, alle notti, alle domeniche: un inferno, un carcere. Riscrissi da cima a fondo le intricate appendici, per adattarle al lettore italiano. Disegnai la cartina che si trova tuttora nell’edizione Bompiani, erede di Rusconi. Passavo a Fenoglio cento pagine per volta: Fenoglio le inviava in tipografia, sicché già correggevo le prime e seconde bozze e magari le cianografiche dei sedicesimi da pagina 1 a pagina 800 mentre ancora lavoravo sul dattiloscritto della Alliata o rielaboravo le appendici. Consegnai l’ultima infornata ai primi di settembre. Si finì di stampare l’edizione italiana del Signore degli Anelli, da me curata, il 18 ottobre 1970, presso la Cromotipia E. Sormani in via Solari (angolo con via Montevideo) a Milano. The Return of the King, terza e conclusiva sezione del romanzo tolkieniano, era stata pubblicata da Allen & Unwin nel 1955. Quindici anni separano l’apparizione dell’opera originale dalla nascita dell’edizione italiana da me curata. Nacque una controversia interna alla Rusconi. Lo zelante e un po’ interventista Fenoglio aveva trasformato gli “Elfi” in “Gnomi”, restaurando la soluzione della Alliata, da me modificata in “Elfi” sin dalla prima fase del mio lavoro, e male interpretando un’osservazione di Cattabiani. A me non era stato detto nulla. Quando lo seppi andai su tutte le furie e volli intervenire, ma era troppo tardi poiché si era già alle cianografiche. Quel che è peggio, Fenoglio, che venerava il dogma della “uniformazione”, modificò anche l’introduzione di Elémire Zolla, in cui giustamente si parlava di “Elfi”. Questa volta fu Zolla ad andare in collera, e ritenendomi responsabile se la prese con me. Non mi fu possibile spiegarmi, dato il carattere dell’illustre saggista, e così Zolla e io non ci parlammo più vita natural durante. Peccato! L’inconveniente trovò presto rimedio: la prima tiratura rusconiana del Signore degli Anelli andò a ruba, e bastò poco tempo per stamparne un’altra con l’opportuna correzione di “Gnomi” in “Elfi”. Sfioro, come avevo minacciato, questioni non propriamente editoriali. L’apparizione del Signore degli Anelli suscitò equivoci odiosi e un ridicolo imbarazzo. La “destra” decise che quel libro e quell’autore le appartenevano: una convinzione che continua nei decenni. In primo luogo, Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso. In secondo luogo, se si vuol parlare di consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tokien soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un comportamento cosiddetto “etico”. Tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale. Il panorama della cultura italiana, eccettuati rari individui numerabili sulle falangi di un dito, non offre alcunché di compatibile con Tolkien. Oggi l’equivoco mostra la corda. La sciocca presunzione e arroganza della “destra” nel far proprio Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella “destra”, a privilegiare tutto ciò che è non-occidentale e anti-occidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o “tradizionale” (ripugnante aggettivo !). Da un’altra sponda, la cultura cosiddetta “di sinistra” prese le distanze mostrando però un vivo desiderio di ridurle non appena fosse possibile. Esemplare resta nella memoria l’articolo di Umberto Eco, La parabola del buon reazionario, uscito sull’ «Espresso» nel dicembre 1970: vi si descriveva l’editrice Rusconi come un killer mascherato da buon samaritano, esponente di una “destra” colta e non violenta, presentabile in pubblico e persino seducente, e Tolkien era visto come l’esperimento strategicamente più astuto di questo maquillage rusconiano. Più perplesso, non cinico come Eco, di conseguenza più attento e pronto all’apprezzamento, fu Tito Perlini su una colta e seriosa rivista dell’ultrasinistra, all’inizio del 1971: Rusconi era un ircocervo, e nella sua sembianza proteiforme si nascondeva un’ammirevole abilità di proposte culturali. Proporre un testo inattaccabile (così Perlini) qual è il romanzo di Tolkien era stata una mossa magistrale. Perlini lo scriveva con disappunto, rendendo all’avversario (?) l’onore delle armi. Infame e ridicolo ad un tempo è stato il tentativo di annettersi Tolkien da parte della cultura cattolica. Negli anni Ottanta, l’arcivescovo di Bologna indisse un convegno dedicato al corpus tolkieniano e in particolare al Signore degli Anelli. Le interpretazioni espresse negli interventi erano a senso unico: io, naturalmente, non fui invitato. Si ignorò la mia esistenza. Non essendo stato presente, posso soltanto immaginare quel convegno: ci sarà stato di che divertirsi. Simili tentativi da parte di settori del mondo cattolico sono divenuti numerosi da allora. Oggi, il desiderio di dimostrare che Il Signore degli Anelli è un grande testo cristiano è addirittura spudorato: non c’è, nel grande libro di Tolkien, né esiste in qualsiasi altro libro tolkieniano, il minimo riferimento alla religione, al cristianesimo o a qualsiasi altro culto. Una volta espressi questa mia considerazione a un alto prelato, il quale mi fece notare che nel discorso di Faramir a Frodo si dice. «La verità è figlia del tempo», il che fa venire in mente «veritas filia temporis», tre parole che, come pretendeva il porporato cattolico, «vengono dai Vangeli» [!!!]. Da quale Vangelo, da quale capitolo e versetto, domandai all’Eminenza. Vidi perplesso il coltissimo pastore d’anime. In realtà, quelle parole non sono scritte in un testo cristiano né religioso purchessìa, bensì in un passo di un antico scrittore latino che più pagano non potrebbe essere (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XII, 11, 2 ). Del resto, per avere la misura di quanto sia arrogante e velenoso questo atteggiamento, si pensi a come la pubblicistica cattolica diffamò a suo tempo l’onesta e laica biografia di Tolkien scritta da Daniel Grotta (1976) e pubblicata in Italia da Rusconi (1983); la sprezzante liquidazione recensoria era il movente da cui partire per vantare i pregi della biografia di Humphrey Carpenter uscita presso Ares (l’editoriale dell’Opus Dei) e ora ripubblicata da Fanucci. Altre case editrici, colpite dal successo culturale e commerciale del Signore degli Anelli, s’incamminarono sulla via dell’emulazione e dello scavo. Come Wagner quando ideò Der Ring des Nibelungen (anche qui un anello: una mera coincidenza o un archetipo narratologico ?) e procedette a ritroso mediante una catena di antefatti e antefatti degli antefatti, così Tolkien, negli anni Sessanta, aveva scritto una serie di testi che idealmente andrebbero letti “prima” del Signore degli Anelli, come per esempio Le avventure di Tom Bombadil (1962). Esistono però anticipazioni reali, il cui ordine cronologico di scrittura corrisponde alla logica della successione narrativa. The Silmarillion, libro fondante e “arcaico” che espone sistematicamente i miti impliciti in tutti gli altri testi del ciclo Hobbit compreso The Lord of the Rings, fu iniziato da Tolkien già nel 1917, quando egli era venticinquenne (era nato a Bloemfontein in Sudafrica domenica 3 gennaio 1892). Egli vi lavorò per tutta la vita, e quando morì il 2 settembre 1973 (ancora una domenica, giorno fatale per lui !) in un ospedale di Bournemouth, in terra britannica, non era riuscito a dargli un assetto definitivo. L’opera fu completata e data alle stampe da Christopher Tolkien, figlio dello scrittore, nel 1977. Ma, prima di The Lord of the Rings, Tolkien aveva prodotto un testo assolutamente compiuto e perfetto, pietra miliare nella creazione della Terra di Mezzo, della Contea, di Numenor e delle varie stirpi, e immediato antefatto all’opera maggiore: il raffinatissimo The Hobbit (1936-1937), primo frutto della fantasia “elfica” di Tolkien ad essere edito. L’editrice milanese Adelphi ne pubblicò nel 1973 la traduzione italiana, realizzata da Elena Jeronimidis Conte. Proprio Lo Hobbit, libro importantissimo nella sfera tolkieniana, sfuggì dunque a Rusconi, malgrado i miei fermi consigli che ne suggerivano l’edizione italiana. Come mai ? Fu, forse, uno strano capriccio di Zolla, che influì su Cattabiani; una stecca un poì malinconica fra gli accordi armoniosi della rusconiana età dell’oro. Ce ne consolò la preziosa accuratezza dell’edizione Adelphi. Eppure, eppure… Bella, elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”, fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog” pensa allo smog, e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i bambini: «Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!». Durante l’era Cattabiani, che si concluse nel 1980 ma si era già rannuvolata irrimediabilmente verso il 1977 a causa di incomprensioni con Edilio Rusconi, uscirono in ambito rusconiano le traduzioni italiane di Tree and Leaf (Albero e foglia, 1976), e nel 1978 Il Silmarillion e Tom Bombadil. A Cattabiani seguì una diarchia: un direttore generale, Ugo Braga, e un direttore editoriale in sottordine, Raffaele Crovi. In quel breve interregno gli interessi tolkieniani della Rusconi si affievolirono: uscirono soltanto le Lettere di babbo Natale (1980) e i Racconti incompiuti.(1981) secondo l’originale curato da Christopher Tolkien. Tutto il resto edito in italiano uscì presso Rusconi durante l’era successiva, in cui Ferruccio Viviani fu l’ottimo direttore editoriale (Braga come direttore generale rimase per un periodo limitato) e, dal 1989, Cristina Poma fu direttore letterario e capo redazione. A quegli anni risalgono le edizioni italiane dei Racconti ritrovati a cura di Christopher Tolkien ( la cui arroganza e invadenza creò non pochi problemi alla casa editrice e al lavoro sul corpus tolkieniano), delle Immagini (1990), di una scelta di lettere (La realtà in trasparenza, 1991). Questi ultimi due volumi furono curati da me. Nel 1991 uscì anche presso Rusconi Lo Hobbit annotato, secondo l’originale inglese: una bella iniziativa, tale che le moltissime note ai margini e in calce costituiscono una vera enciclopedia della Terra di Mezzo in compendio. Fu quasi un rimedio postumo all’infortunio del 1973, quando Adelphi aveva “soffiato” Lo Hobbit alla casa di via Vitruvio. Fu l’ultima bella impresa tolkieniana della Rusconi, che allora conosceva una seconda giovinezza, un’età argentea dopo quella aurea del 1969-1974, grazie alla diarchia Viviani-Poma. Quella diarchia, storicamente, sta all’era Cattabiani come l’impero di Traiano e Adriano sta all’età augustea, “si parva licet [parvis] componere magnis”. Nel 1993, Viviani abbandonò la casa editrice per crescenti attriti con il nuovo proprietario ed erede, Alberto Rusconi: il futuro distruttore dell’azienda, poi passata al gruppo RCS RizzoliBompiani. Quel che seguì fu una sorta di decadenza imperiale del III secolo dopo Alessandro Severo: réguli incompetenti, piccoli mestieranti. La Rusconi rovinò sempre più: ciò che il suo proprietario, in fondo, bramava. Alla fine spuntò all’orizzonte l’Aureliano (o il Diocleziano) della situazione: il bravo colto e coraggioso Alberto Conforti, che prese in mano le redini con forza e con idee illuminate. Ma era troppo tardi: l’azienda era in crisi inarrestabile, e Alberto Rusconi aveva deciso irrevocabilmente di liquidarla, ciò che avvenne nel 1997-1998. Nel periodo 1992-1998 ci furono soltanto ristampe del Signore degli Anelli, nelle quali una mia introduzione aveva preso il posto di quella originaria scritta da Zolla. Al di là della vicenda editoriale, non particolarmente clamorosa né avventurosa, l’opera di Tolkien ha lasciato un forte segno in me, e ne ho parlato volentieri. La mia persona, tuttavia, è stata cancellata dalla memoria storica. Del disprezzo con cui i cattolici mi hanno sempre considerato, ho già detto. Da altro fronte, il disprezzo si è trasformato in giudizio di nullità ontologica. Qualche anno fa, parlando di Tolkien sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», Cesare Medail narrava a beneficio dei lettori, in poche righe e con innumerevoli errori, la storia che io ho narrato in queste pagine. A proposito del Signore degli Anelli, Medail scrisse che «uscì a cura di Cattabiani». Mi affrettai a scrivergli una lettera presso il «Corriere», pregandolo di rettificare. Non rettificò, né mai si degnò di rispondermi. Anzi, in un intervento successivo su quel quotidiano egli ribadì l’assurda notizia. Serbo un caro e grato ricordo di tanta gentilezza e di così squisita civiltà; spero di ricambiare, all’occasione. Quest’anno, quando uscì la seconda e bella versione cinematografica del romanzo tolkieniano, la RAI (Radio 3) pose un quesito lampo a uno scrittore, Alberto Bevilacqua, e a un critico letterario, Emanuele Trevi: Il Signore degli Anelli è o non è un capolavoro ? Bevilacqua rispose che un vero capolavoro deve parlare della vita quotidiana e dei problemi “reali”. Ecco finalmente serviti a dovere e pronti per l’immondezzaio Le mille e una notte, i Kinder- und Hausmärchen dei Grimm, l’Iliade, l’Odissea, il Ramayana, Pinocchio, Orlando Furioso, la Commedia di Dante, i Racconti di Poe. Trevi fu più drastico, osservando che Il Signore degli Anelli, quasi un fumettone, induce a paragoni impietosi se confrontato con l’opera di scrittori contemporanei a Tolkien, per esempio con i romanzi di Céline. Giusto: è sempre un utile esercizio intellettuale domandarsi se siano più buone le albicocche o la mortadella. Possiamo dormire tra due guanciali.

https://www.ilpost.it/2022/09/20/tolkien-estrema-destra/
https://machiave.blogspot.com/2026/02/l-abuso-di-tolkien.html