sabato 27 giugno 2026

Il riscatto di Ivana, un cortometraggio

Livia Pruccoli
Farian Sabahi, il riscatto di Ivana
il manifesto, 27 giugno 2027

L’inquadratura è stretta su di lei, Ivana, adagiata con dignitosa eleganza su una poltrona, un braccio appoggiato sullo schienale. Subito dietro, come sfondo non casuale ma simbolico, un angolo del suo appartamento affastellato di foto di famiglia, ricordi, quadri e quadretti, icone e ninnoli, quasi una casa di bambola. Pezzi di memoria amorevolmente raccolti di una storia lunga, ma a lungo anche dolorosa e difficile. Una storia, alla fine però, di coraggioso riscatto, che adesso Ivana – 92 anni, capelli rossi elettrici, occhi verdi, trucco spavaldo e un’aria felliniana – può raccontare, sguardo in macchina malinconico e fiero, al pubblico di un breve ma intenso film che le viene dedicato.

Ivana è il titolo del cortometraggio (22’) realizzato da Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria, specializzata sul Medio Oriente soprattutto su Yemen e Iran (e quindi particolarmente sensibile al tema della condizione della donna). Sabahi con Ivana ha messo in scena la testimonianza sofferta di una donna, ma espressa a testa alta. Una testimonianza fortemente necessaria per il messaggio che comunica. Quello di una vita segnata dalle molestie nell’infanzia e in gioventù, ma sempre cocciutamente contraddistinta dalla resistenza a quelle prevaricazioni, e dalla ricerca di una via di fuga e di speranza per un futuro migliore.

Ad ascoltarla dalla voce, ma anche a interpretarla dagli occhi e dai gesti della protagonista, questa storia sembrerebbe piuttosto singolare, tanto le offese umane si sono accanite in serie con Ivana fin da quand’era piccola. Un’esistenza all’inizio di povertà, la sua, che nel racconto comincia col nonno materno di Parma che trova lavoro come spazzino e becchino a Varigotti, sulla Riviera ligure di Ponente. Nel 1933 la madre di Ivana si innamora di un marinaio napoletano, ma quando rimane incinta lui torna a Napoli dove ha un’altra donna, pure incinta. E così a Varigotti Ivana è «figlia di enne enne». Quando ha sette anni, la madre si sposa con un uomo che abusa della figliastra, minacciandola – se lei avesse parlato – di «portarla in cima a una montagna e di lasciarla là». Ma Ivana a dieci anni trova – piangendo – il coraggio di parlare, e il patrigno finirà in carcere. Dopo qualche mese, lei si ammala e resterà claudicante. Poi questa ragazza, perché povera e perché non ha un padre a farle da scudo, viene ancora molestata, quando è ricoverata, quando viaggia, nei primi luoghi di lavoro. Eppure resiste e riesce a trovare un’occupazione da segretaria in un ambiente sereno.

Fa un mutuo e compra casa, si sposa e ha una figlia.

È una storia tanto singolare questa? Confessata con questa sincerità forse sì. Ma che una simile frequenza di molestie sia molto più diffusa di quel che si sappia, emerge dalle reazioni del pubblico femminile dopo ogni visione di questo lavoro, che Farian Sabahi sta portando con passione in tour in Italia in grandi e piccoli centri.

Ivana – con la colonna sonora originale del pianista Nicola Parisi – è stato proiettato in prima nazionale a Milano in marzo al festival «Sguardi altrove». Ha ottenuto la menzione speciale «Io Posso» al festival Zonta Club di Alessandria. È stato presentato al Cinema Farnese a Roma, nel savonese al Teatro Gassman di Borgio Verezzi, all’auditorium Santa Caterina di Finalborgo, al teatro Defferrari di Noli e alle Officine Solimano di Savona. A Gorizia si è tenuta una presentazione il 29 maggio alla 6a edizione di «èStoria Film Festival», dove questa vicenda di atea «redenzione» dialogava col tema «Religioni». Il 15 giugno è stata la volta del Museo del Cinema di Torino, e il prossimo lunedì 29 giugno, alle 18, il film arriverà al Palazzo Ducale di Genova (ingresso libero e gratuito), presenti la regista e la protagonista.

Dopo le proiezioni di Ivana donne di ogni età, con discrezione, si avvicinavano a Farian Sabahi sussurrando parole commosse di ringraziamento. Indizi di una partecipazione non solo emotiva, ma di sicuro profondamente personale, alla testimonianza vista sullo schermo. E col passaparola le arrivano messaggi di donne vittime di abusi da piccole.

Il film nasce da un progetto di storia orale di Farian su Varigotti, luogo che lei considera il «baricentro» della sua vita, dove i suoi genitori avevano comprato casa. In questo contesto conosce un’amica della figlia di Ivana e si avvicina alla madre, sentendosi così «in dovere» di raccontare la sua storia. Alternando il racconto a letture, disegni, foto d’epoca e documenti di famiglia, immagini di Varigotti, Farian Sabahi ci «accompagna» con rispetto e sobrietà nella scoperta di una realtà amara molto più comune di quel che immaginiamo. In questa chiave, Ivana ci aiuta a sentire e vedere la violenza che cova sotto molta presunta normalità.

Tolkien conservatore ecologista

Edoardo Rialti
Tolkien non era di destra, né razzista o capitalista ma conservatore ecologista
La Stampa Tuttolibri, 27 giugno 2026

Tolkien ha vinto. E ha perso. A guardarsi intorno il pensiero di chi ammira la sua opera oscilla tra queste due opzioni. Il fantasy, di cui egli costituisce ancora il crocevia e lo spartiacque (A.T- D.T), si è imposto come uno degli orizzonti più pervasivi per le nuove generazioni: persino la mera struttura dei social media - come ha notato Vanni Santoni - si ispira ai giochi di ruolo, alle schede personaggio. Una citazione di Gandalf compare addirittura nella più recente enciclica papale. Al tempo stesso, dentro una simile onnipresenza, spiccano abusi, storture ideologiche. E la riduzione a brand commerciale del suo immaginario sforna prodotti sempre più numerosi, e scialbi. La situazione è spesso dolorosa, frustrante, per chi lo ama e studia. Negli editoriali e interventi televisivi si sentono ripetere i vecchi mantra sul “fantasy reazionario”. Ad ogni nuovo intervento della destra che sventola Tolkien, si avverte la pressione d’ una sorta di interiorizzato sogghigno di vecchi detrattori: «Avete visto. Anni di raffronti con Joyce o Yourcenar e poi le mostre patrocinate dal governo o i comizi di partito. Allora era veramente fascista». La vera domanda preliminare sarebbe perché proprio quest’opera abbia colpito così tanto il 900, perché questa mitologia privata sia diventata un punto di riferimento così esteso e intenso, suscitando entusiasmi e immedesimazioni che altre grandi voci letterarie non sembrano in grado di innescare. La destra continua spasmodicamente a “arruolare Tolkien”, appellandosi all’eroismo “conservatore” degli Hobbit per svolgere - invece - il lavoro sporco degli Orchi: plutocrati avvelenano il pianeta e sognano di divorare la luna, politici agitano i vessilli dell’odio razziale e del disprezzo per gli oppressi, compagnie di sorveglianza sono battezzate Palantir, e si teorizza lo sconfinamento di tutti i limiti (morte compresa, che per il professore di Oxford era l’unica garanzia di senso per ogni anelito umano). A ciò cerca di fare da goffo contraltare un saltuario inseguimento “a sinistra”, da partiti che alle risorse di senso del mito e della immaginazione hanno così lungamente preferito lo stesso culto del mero progresso materiale del capitalismo che dicevano di avversare o “regolare”, comunque asserviti ai giocattoli luccicanti del progresso tecnologico che alimentano l’erosione degli spazi sacri dell’esistenza.

In tutto questo, l’Anello del Potere trionfa. Il talismano stregato non è allegoria di niente in particolare, la Bomba H o l’AI, ma incarna una tentazione costante del nostro rapporto col mondo, quella della fuga e controllo, nelle parole di Rowan Williams: vedere senza essere visti, dominare e in fondo essere dominati dalle forze a cui abbiamo delegato la nostra realizzazione. Quella contrapposizione tra vittoria e sconfitta è comunque sbagliata, in fondo. Le stelle continuano a brillare ben oltre la loro esistenza. Non possiamo misurare con questi metri il lascito di una voce che ci ha consegnato “la” più grande storia condivisa del ventesimo secolo.

Tra le correnti profonde che la attraversano, non separabile dalla dinamica stessa delle vicende, spicca il leitmotiv d’un “complesso di Atlantide”, la premonizione di un perenne cataclisma, più o meno esteso, nel quale la nostra vita individuale e collettiva può precipitare, e che va contrastato con vigilanza costante: la catastrofe ambientale e quella morale in Tolkien sono tutt’uno, come ci insegnano anche la Caduta di Adamo, le tragedie di hybris della mitologia greca.

Sulla natura profondamente ecologica di tale “ossessione” tolkieniana si impernia Tolkien contro le macchine del giornalista Sébastien Fontanelle (ed Blackie, con la prefazione di Wu Ming 4), un saggio che del pamphlet combattivo ha il pregio della limpidezza e della chiarezza su tanti punti tuttora così facilmente ignorati dell’affaire Tolkien, e i limiti (i riferimenti critici esterni son o- forse necessariamente - molto circoscritti). Conservatore non è sinonimo di reazionario, men che meno di razzista o capitalista. La questione è cosa si vuole conservare, come e perché: è possibile sempre partire e ripartire da un principio “altro”, lo sviluppo organico della vita individuale e collettiva - di cui il processo creativo è parte integrante - senza soggiacere a quello meramente additivo di sempre più innesti che atrofizzano - nel sostituirle - altre facoltà già potenzialmente presenti, come semi.

Gli uomini trovano la loro anima quando amano, notava Simone Weil: anche per Tolkien, unico vero eroismo è quella dedizione dell’amore a una storia cosmica che ci precede e ci comprende e supera di gran lunga. «Prima l’amore, poi la tecnica», sentenziava Gaudì: l’architetto della Sagrada parlava di competenza, ma è possibile dare a quelle parole un significato più ampio, quella preminenza accordata al non essere padroni del mondo, ma giardinieri, che consente di non piegarsi alle facili seduzioni di un rapporto falsato col cosmo e con noi stessi.

Zoe uccisa per un rifiuto

Andrea Galli
Zoe uccisa per un rifiuto, la missione della madre: "Aiuto le donne maltrattate"

Corriere della Sera, 27 giugno 2026

NIZZA MONFERRATO (ASTI) Campi di girasole, vigneti, poi una rotonda, un condominio alto e largo, la campana di raccolta del vetro, un vecchio cancello elettronico, infine il deposito di bevande, uno spiazzo assolato sopra cui rotola la polvere spinta dal vento caldo di un’imminente bufera, e il capannone, con gli scaffali, il camion, i bancali. Qui Zoe Trinchero, 17 anni, correva e giocava e rideva e scherzava fin da bimba, qui ha imparato a spillar birra, spostare le casse d’acqua e vino, a preparare gli ordini; qui lavora sua mamma, Mariangela detta Angy, impiegata, nel container che funge da ufficio; qui lavora suo papà, Fabio, fattorino, che gira il Piemonte per le consegne tra locali e case. L’appuntamento era per le 11, poi è slittato e slittato fino al pomeriggio, nel mezzo i messaggi d’aggiornamento anzi di scuse di Fabio, non richiesti, ovvio: «Stiamo sforando per via del lavoro. E il lavoro è lavoro».

Specie adesso. Specie dal 6 febbraio, quando il 20enne Alex Manna, appassionato di moto, intere giornate a sgasare impennando, cresciuto a Montegrosso d’asti, 13 chilometri di distanza, ha tolto la vita a Zoe, forse dopo il rifiuto di un approccio, di un inizio di relazione, di chissà cosa lo sa soltanto lui, isolato in galera nel timore che altri detenuti lo aggrediscano per appunto l’omicidio di una ragazzina; invano l’avvocato ha tentato di farlo passare per incapace d’intendere e volere; le indagini dei carabinieri non sono concluse.

Il lavoro, dicevamo. Angy e Fabio, separati da anni ma uniti, ancor prima della tragedia, da forte affetto: «Come fai a sopravvivere? O ti chiudi in camera, ti lasci morire, oppure ti butti negli impegni, in questo deposito di bevande coi tuoi compiti routinari da svolgere, per fortuna».

Stasera, evento nella piazza del municipio in memoria di Zoe. Fabio: «Suoneranno tante bande, io stesso, voce e chitarra, sarò sul palco col mio gruppo. A volte, non lo nascondo, e non siamo gente che si nasconde, mi dico: “Ma che c… canti e suoni, piantala Fabio, piantala con ’ste robe!!”. Però torniamo a quel discorso, rimanere saldi prima del precipizio, non abbandonarsi…».

Angy: «Quante volte, quante volte penso a quel giorno, e mi torturo, mi torturo, mi torturo, penso a Zoe che mi dice che esce, io che le dico “Non far tardi che domattina presto devi fare la babysitter”, anche se era retorico ricordarglielo, faceva la babysitter, faceva la barista, puntuale, rigorosa, seria, brava… Aspettavo che rientrasse, non rientrava, non era da Zoe non rientrare in orario».

Abbondano domande perfino volgari, in circostanze così. Angy e Fabio: «No, la famiglia del ragazzo non si è fatta sentire. No, non ha mandato lettere, per vicinanza, per pietà, per fingere... Speriamo nella certezza della pena. Non risulta, ma magari

. l’inchiesta scoprirà il contrario, che la perseguitasse… E se la mia Zoe avesse avuto dei timori, lo avrebbe detto. Diceva tutto quanto».

Questo è il primo caso di femminicidio dopo la nuova specifica legge emanata lo scorso dicembre.

Angy: «Due signore si sono presentate da me. Signore del paese. I mariti le picchiano. Hanno chiesto aiuto. Abbiamo pianto insieme». Fabio: «Sta nascendo un’associazione nostra a nome di Zoe. Avrà molteplici obiettivi: intanto sensibilizzare sul tema delle violenze contro le donne».

Sono due persone semplici, pratiche, forti, incredibilmente forti. «Puntiamo a formare una squadra di professionisti, avvocati, psichiatre, criminologi, in maniera tale, laddove vengano da noi donne bisognose, di sostenerle in modo concreto, da subito». I loro avvocati, Fabrizio Ventimiglia e Marco Giannone, li appoggiano, senza inseguire pubblicità.

Fabio: «Fosse capitato, questo disastro, a una sua conoscente, Zoe di sicuro si sarebbe comportata uguale, si sarebbe sbattuta per lasciare un segno, e sarebbe stato sotto il palco a danzare... Che bella, Zoe». Angy: «A Nizza ci sono tanti bar ma la sera chiudono. Pure l’oratorio chiude, e proveremo a far sì che tenga aperto cercando volontari».

Zoe era amica di Matilde, vent’anni, morta l’11 dicembre in un incidente causato sulla tangenziale di Asti da Franco Vacchina, alla guida di una Porsche in una gara clandestina a duecento all’ora. Angy e Fabio: «A nostra volta siamo amici della mamma. Ci eravamo chiesti, all’epoca, come si poteva, santo cielo, sopportare...». Angy: «L’ho appena rivista, la mamma. L’11 dicembre Matilde, il 6 febbraio Zoe. Due mesi, e il buio».

Manna aveva raccontato che lui e Zoe avevano subìto un’imprecisata aggressione, poi aveva suggerito che il colpevole fosse un uomo, e se l’avessero trovato per strada, tale era la rabbia del paese, beh, l’avrebbero linciato, poi aveva evocato una droga che gli avevano sciolto nella birra per annebbiarlo, tutte balle, tutte menzogne, mentre nell’immediatezza della tragedia Vacchina era preoccupato, nell’interagire con gli amici, più dei danni alla sua dannata Porsche che delle condizioni di Matilde.

venerdì 26 giugno 2026

Passa la nave mia

 


Petrarca, Passa la nave mia

Rerum Vulgarium Fragmenta, 189
Canzoniere CLXXXIX


Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.

A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.


La mia nave, con il suo carico di oblio, attraversa il mare tempestoso, fra Scilla e Cariddi (stretto di Messina), d’inverno, nel mezzo della notte; e la guida il mio signore, anzi, il mio nemico (amore). Ad ogni remo (sta) un pensiero animoso e malvagio, che sembra ignorare la tempesta e il suo esito: un vento umido, che in eterno trascina sospiri, speranze e desideri, lacera la vela. Una pioggia di pianto, una nebbia di sdegno bagna e distende i già logori cordami, ed io sono avvolto dall’errore e dall’ignoranza. I due miei riferimenti abituali si nascondono: la ragione e l’arte sono morte fra le onde, tanto che io comincio a disperare di poter giungere al porto.
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In questo sonetto – che nella redazione cosiddetta Chigi del Canzoniere (1359-63) costituiva parte di un trittico dedicato al tema del viaggio – Petrarca utilizza la metafora della navigazione per indicare il suo percorso esistenziale e poetico. Qui la navigatio marina, più che la peregrinatio terrestre, consente al poeta di rappresentare il proprio travagliato mondo interiore, la cui condizione non è quella dell’andare ma del fluttuare; lungi dall’approdare a una meta sicura, la navigazione conduce la nave dell’io a una condizione di possibile naufragio.
Come rivela tra l’altro il riferimento ai mortali scogli di Scilla e Cariddi (al v. 3), Petrarca assume le sembianze di un Ulisse navigatore, che rende imprescindibile il riferimento al precedente dantesco. Tuttavia la navicella dell’Ulisse di Dante forza le colonne d’Ercole, rendendo il viaggio espressione della sete indomita di conoscenza dell’uomo che volge il proprio sguardo intellettuale verso l’esterno (l’idea della sapientiae cupido di Ulisse compare per la prima volta nel De finibus di Cicerone). Al contrario la nave dell’UIisse-Petrarca compie il proprio itinerario verso l’interiorità, e non consegue nessuna conoscenza, non giunge a nessuna certezza: spalanca, piuttosto, gli abissi dell’ignorantia (al v. 11: il vocabolo compare solo in questo punto del Canzoniere, e per di più accanto a errore, termine programmatico della poesia petrarchesca). Oblio, errore, ignorantia sono le forze irrazionali che governano il viaggio esistenziale del poeta, in balia del dispotico amore che tiene saldo il timone della sua barca. Errore, poi, trova qui il proprio valore etimologico più pieno e si identifica con lo stesso errare della nave petrarchesca senza rotta, piccolo vascello di un naufrago le cui fragili parti (vela, sarta) sono esposte a una tempesta di elementi che diventano tutt’uno con le forze emotive del poeta: il vento dei sospiri, la pioggia delle lacrime e la nebbia degli sdegni (vv. 8-9). Si ricorda che anche Dante nel Canto l dell’Inferno (vv. 22-27) propone una metafora marina per designare la situazione di chi – lui stesso – si era trovato a un passo dal medesimo naufragio-morte di Ulisse. Nel caso di Dante però interviene un fatto provvidenziale che lo porta a invertire la rotta. Per il Petrarca protagonista di Passa la nave mia, invece, questo intervento provvidenziale non vi è stato. Nel prologo della Commedia il protagonista ha superato il rischio di naufragio e può guardarsi indietro con la rasserenante consapevolezza di esserne ormai fuori; al contrario, nel sonetto petrarchesco il poeta si trova nel pieno del pericolo, con una salvezza che appare lontana e problematica da raggiungere. Pertanto, si potrebbe quasi dire che il mito-modello di Ulisse sia molto più vicino alla realtà di Petrarca che a quella di Dante: se Dante appare anzi una sorta di anti-Ulisse, Petrarca vede rispecchiata nell’eroe greco la propria condizione di errante senza meta e senza pace.
Loredana Chines  Marta Guerra, Petrarca, Bruno Mondadori 2005

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Passe ma nef avec son fret d’oubli
par grosse mer, à la minuit l'hiver;
entre Scylle et Charybde, et à la barre
siège mon sire, ou mieux mon ennemi.

A chaque rame un penser prompt au mal
qui tempête et naufrage semble mépriser
un vent découd la voile, humide et éternel,
de soupirs, d’espérances, de désir.

Pluie de larmes et brumes de dédain
trempe et détend les haubans déjà las
qui sont tressés d’ignorance et d’erreur;

Mes deux doux phares coutumiers se cachent,
morte parmi la vague est la raison et l'art,
si que commence à perdre espoir du port.


traduit par Gérard Genot

Genocidio, la parola

Alberto Mittone
Genocidio: storia di una parola
Doppiozero, 13 gennaio 2026

Genocidio: storia di una parola

13 Gennaio 2026

Il termine ‘genocidio’ è sorto nel novecento quando gli omicidi in massa delle popolazioni civili assunsero una dimensione non solo quantitativa ma anche qualitativa. Da essi emergeva cioè il carattere ideologico per la natura totalitaria dei regimi che li attuarono, per l’essere il risultato di politiche ipernazionaliste (la pulizia etnica degli armeni ad esempio) o di programmi rivoluzionari (l’epurazione di classi o gruppi sociali in Unione Sovietica, in Cina, in Corea del Nord, in Cambogia). Questa riflessione, e cioè l’essere espressione di rapporti di potere, vale anche di fronte alla specificità tragica della Shoah, pianificata con la creazione di “apparati di distruzione di massa”, l’organizzazione “industriale” dello sterminio, l’installazione di ‘fabbriche della morte’ e cioè i campi di annientamento.

La definizione genocidio venne coniata e approfondita dal giurista Raphael Lemkin, nato in un villaggio russo, oggi in Bielorussia, nel 1900 e morto nel 1959, uno dei tanti ebrei segnati dall’emigrazione e dallo sradicamento, vissuto lontano dai riflettori, mite, solitario, poco noto tanto che Hannah Arendt non lo ricorda (Meyer, Hannah Arendt. Una vita filosofica, Feltrinelli, 2025). Era però coriaceo, instancabile, impegnato per tutta la vita a perseguire un obiettivo: disegnare le linee normative del reato e farlo inserire tra i crimini penalmente perseguibili. Fu un “profeta insistente”, così come definito in un saggio recente che, corredato da preziosi documenti non facilmente reperibili, lo accompagna negli anni (De Michele, Il profeta insistente, Neri Pozza, 2025).

Gli approfondimenti di Lemkin si sono sviluppati in varie tappe. Nel 1944 pubblica il volume Axis Rule in Occupied Europe avente come oggetto non già lo sterminio degli ebrei, ma come la Germania riuscì a dominare l’Europa anche attraverso la legislazione emanata nei territori occupati. Nel capitolo 9, dopo aver esaminato come la politica nazista si sia distinta nel progetto di cancellare l’identità dei popoli, illustra e approfondisce il concetto di genocidio. Si tratta di un neologismo ottenuto dall’incrocio del termine greco ‘genos’ (razza o tribù) con quello latino ’caedere’ (uccidere), e definito dal saggio come un “piano coordinato di differenti azioni mirante alla distruzione dei fondamenti essenziali della vita di gruppi nazionali, con l’intento di annientarli con la disintegrazione sociale e la distruzione biologica del gruppo”. Gli individui non vengono cioè perseguitati per le loro azioni, ma in quanto appartenenti a un gruppo inteso come stirpe, popolo. L’obiettivo è la distruzione della loro identità e il loro annientamento fisico, e a tal fine vengono adottate “tecniche’, cioè misure appositamente studiate per quelle finalità. Vi rientrano atti quali l’uccisione dei membri del gruppo, le lesioni gravi alla loro integrità fisica o mentale anche attraverso lo stupro, la creazione di condizioni di vita funzionali alla distruzione fisica anche parziale, l’impedire nascite all’interno del gruppo, il trasferire con la forza fanciulli da un gruppo a un altro. Il reato rende punibile l’accordo o anche solo la complicità nel commettere queste azioni, la loro istigazione diretta e pubblica, il tentativo di realizzarne gli obiettivi anche se non si raggiunge il risultato.

Fra il 1945 e il 1946 Lemkin fu consulente di Robert H. Jackson, nominato procuratore capo nel processo di Norimberga, cioè in quella Corte militare internazionale (International Military Tribunal) istituita nell’agosto del 1945 dall’Accordo di Londra per giudicare i nazisti. Nello Statuto la fattispecie di genocidio non compare (cfr. “Norimberga e i tribunali internazionali” in questa rivista 2022) forse per l’influenza di un altro giurista, Lauterpach, anche egli studente a Leopoli come Lemkin (cfr. “Philippe Sands, gestire la memoria”, in questa rivista) che, ispirato da H. Kelsen, celebre giurista di quegli anni, insistette con successo per inserire un altro reato, i “crimini contro l’umanità” in base al quale i criminali nazisti risultano “hostis generis humani”, cioè nemici del genere umano. Al di là di questa controversia davanti alla Corte di Norimberga furono sollevate questioni processuali di non poco peso. Alcuni difensori rilevarono che con questa imputazione veniva vulnerato il principio di legalità secondo cui si può essere puniti solo per i reati vigenti al momento delle azioni commesse e non per quelli introdotti successivamente. L’eccezione fu respinta osservando che i crimini da giudicare rappresentavano una violazione di leggi internazionali preesistenti quali la Convenzione dell’Aja, di Ginevra e il Patto Briand-Kellogg. Si replicò che quei trattati non erano vincolanti per Germania, Italia e Giappone essendo nazioni che non li avevano ratificati, ma anche questo argomento fu superato con una decisione a dir poco eccentrica. Si notò che una convenzione internazionale, se ratificata da un certo numero di Stati per un periodo di tempo ragionevolmente lungo, può considerarsi vincolante per ogni nazione e non solo per quelle che l’hanno recepita. L’obiettivo dei giudicanti, neppure troppo nascosto, era punire i crimini richiamando presupposti “naturali”, cioè ‘leggi non scritte’ applicabili sempre in quanto presupposti decisivi e necessari per il vivere civile. Ma le obiezioni non mancarono, anche provenienti da voci autorevoli come quella di Carl Schmitt, uno dei maggiori giuristi tedeschi di quel periodo, secondo cui la Corte alleata era ispirata da motivi politici e non giuridici (Risposte a Norimberga, Laterza 2006). La stessa Hannah Arendt non trovò validi argomenti per ribattere: “le motivazioni di solito addotte per giustificare il Tribunale di Norimberga sono piuttosto deboli. È vero che dopo la Prima guerra mondiale Guglielmo II fu citato dinanzi a un tribunale delle potenze alleate, ma il reato contestato non era la guerra, ma la violazione dei trattati. È anche vero che il patto Briand-Kellogg del 1928 condannò la guerra come strumento di politica nazionale, ma non conteneva un criterio per stabilire che cos’è un’aggressione, né accennava a sanzioni” (La banalità del male, Feltrinelli 1963). In Italia Piero Calamandrei, lasciati i panni del giurista per indossare quelli del polemista, sentenziò: “Qualche anima bennata si sente offesa e impietosita dinanzi a queste forche e a questi giustiziati. […] Non sarebbe stato possibile, di fronte a milioni di martirizzati innocenti, adottare cautele che avrebbero trasformato la legge in uno sterile legalismo…. Norimberga aveva dimostrato che la spietata inumanità è sempre esposta al castigo”. (Le leggi di Antigone, 1946). Nel luglio del 1947, all’Assemblea Costituente, Benedetto Croce fu tagliente come un rasoio: “Segno di turbamento sono i tribunali …che il vincitore ha istituito per giudicare, condannare, impiccare… abbandonando la diversa pratica, esente da ipocrisia, onde un tempo non si dava quartiere al vinto o ai suoi uomini e se ne richiedeva la consegna per metterlo a morte”. Il tribunale dei vincitori “offende la verità e la moralità perché cela l’utile”. Questo non fu il solo inciampo giuridico a Norimberga in quanto si pose anche il problema dell’imparzialità, principio antico secondo cui la giustizia deve essere neutra, al di sopra delle parti in conflitto, mentre nella Corte traspariva dominante la giustizia politica. Nacquero dibattiti anche di alto livello (su questi profili, tra i molti, Portinaro, I conti con il passato, Feltrinelli 2011) e un eccellente giurista, il Kelsen dianzi citato, sostenne che: “solo una corte costituita da un trattato internazionale del quale anche gli stati sconfitti siano parti contraenti non incontrerà le difficoltà con cui dovrà invece confrontarsi una corte nazionale” (Il processo di Norimberga ed il diritto internazionale,1989). Qualche anno dopo, nel 1946, la risoluzione n. 96 delle Nazioni Unite qualificò il genocidio “crime under international law”, e nel dicembre del 1948 fu approvato dall’Assemblea Generale il testo finale della Convenzione sul genocidio cui Lemkin aveva fornito indefessamente il suo contributo (Convention on the Prevention and Punishment of the Crime of Genocide). Esso qualifica il genocidio come “crimine di diritto internazionale” stabilendo il dovere per gli stati contraenti di perseguirlo (art.1), mentre l’art. 2 definisce che le vittime devono appartenere a un gruppo definito in base a nazionalità, etnia, razza o religione. Con questa categoria anche giuridica il baricentro si sposta dall’ambito militare (i crimini di guerra) a quello politico, affiancando alla criminalità individuale quella di sistema che ricomprende quanto commesso per ordine o per compiacenza delle autorità politiche. Inoltre vengono elencati gli atti genocidari (‘il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale e parziale, l’uccisione di membri del gruppo, le lesioni gravi alla loro integrità fisica o mentale, il sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica; l’adottare misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; il trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo a un altro). E sono punibili gli atti finalizzati a commettere uno o più dei cinque crimini previsti; l’intesa (conspiracy) diretta a commettere il genocidio; l’incitamento (ossia l’istigazione) pubblico; il tentativo e la complicità nel porlo in essere. Va sottolineato che la punibilità scatta se esiste l’intenzione di distruggere anche parzialmente un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso e deve esistere una pianificazione di cui l’esecutore è a conoscenza, quindi un nesso tra l’atto individuale e l’azione collettiva. Nella sostanza il reato del genocidio mira a difendere i gruppi umani o meglio difende il singolo in quanto appartenente a un gruppo specifico. La Convenzione però non include i motivi politici o sociali in quanto qualche stato (Stati Uniti, Inghilterra, Sovietici) osservò che solitamente si tratta di ribelli alle autorità costituite e quindi da considerare nemici dello stato secondo criteri sociopolitici e non etnoreligiosi. È stata una decisione destinata a incidere sull’efficacia della Convenzione dal momento che le politiche genocidarie potevano e possono includere la liquidazione di élite e attivisti politici, come la storia ha dimostrato.

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È rilevante sottolineare che la Corte penale internazionale dell’Aja, istituita nel 1998 e operativa dal luglio del 2002, prevede il genocidio all’art.6 definendolo come “l’uccisione, in tutto o in parte, intenzionale e deliberata, di persone appartenenti a un particolare gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Essendo punibile soltanto la responsabilità personale e non quella collettiva, per i lavori della Corte si apre un delicato scenario di indagine: occorre individuare i vertici che hanno ordinato quei crimini e se l’ordine è stato emanato in quei termini o se gli esecutori se ne sono distaccati operando autonomamente? Problema non lieve per i crimini di guerra e contro l’umanità, più agevole forse per il crimine d’aggressione e per il genocidio eseguito automaticamente seguendo le iniziative del vertice. La Corte non sostituisce la giurisdizione nazionale, ma la affianca (Su questi temi, tra i molti, Archibugi-Pease, Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi internazionali, Castelvecchi 2017; Baldissarra - Pezzino, Giudicare e punire. I processi per crimini di guerra, L’Ancora del mediterraneo 2005) creando un problema non secondario, cioè lasciando trasparire un vizio procedurale in quanto potrebbe essere violato il principio secondo cui l’imputato non può essere giudicato due volte per lo stesso reato, in questo caso dalla giustizia nazionale e da quella internazionale. Oggi sono 123 gli Stati che hanno aderito alla Corte dell’Aja anche in tempi diversi, la Corte, in decenni di attività, ha aperto numerose indagini incriminando però poche decine di persone e concludendo non molti processi. Ha incontrato spesso difficoltà per l’inedia o la freddezza degli stati membri, ma anche per un difetto genetico, in quanto grandi potenze come Russia, Cina, India, ed USA non vi hanno aderito e quindi non ne sono tenuti al rispetto. Lucida e senza fronzoli è la notazione di autorevoli commentatori: “dopo vent’anni di attività la Corte presenta purtroppo un bilancio miserevole: cinque condanne, due terzi dei dossier contro mestieranti della sopraffazione internazionale si sono dissolti in insufficienza di prove, tredici imputati latitanti. Molto gesticolare inutile.” (D. Quirico, Karim Khan e l’illusione del giudizio universale, La Stampa 22.5.2024).

Dopo il 1948 il concetto di genocidio è stato definito come un “significante fluttuante” per le numerose oscillazioni, ampliamenti e distorsioni rispetto alla sua storia. Questo avviene soprattutto nel contesto della guerra fredda, che viene combattuta anche sul terreno dei diritti umani, ad esempio con campagne anticomuniste rispetto ai programmi di repressione promosse da fuoriusciti dall’Unione Sovietica, mentre Lemkin volendo mantenere il concetto originario si oppose alla proposta di attivisti afroamericani di tutelare la popolazione nera. Una sorta di mutamento genetico che ne dilata i confini, etichettando con quel termine anche violenze che non comportavano necessariamente discriminazioni di minoranze, politiche di espulsione, pogrom, includendo in esso le politiche di sopraffazione (i cosiddetti “olocausti coloniali”), i bombardamenti su Hiroshima o sul Vietnam, gli eccidi con motivazione politica dando sempre maggior spazio al conflitto sociali, ad esempio il genocidio “indiretto” per carestia politicamente indotta come nel caso dell’Holodomor, la grande fame in Ucraina conseguente alla collettivizzazione forzata di Stalin nei primi anni trenta. Si discute sul controverso neologismo ‘democidio’ cioè la persecuzione per ragioni politiche, l’epurazione sociale, le forme di omicidio di massa compiute da organi governativi, il ‘politicidio’ cioè gli eccidi con motivazione politica, e così l’‘indigenicidio’, il ‘femminicidio’, il ‘gendericidio’. Altre espressioni non implicano necessariamente l’eliminazione di esseri umani come l’‘etnocidio’ (la cancellazione di una cultura), ‘ecocidio’ (la catastrofe ambientale), il ‘memoricidio’ (la cancellazione della memoria), l’‘olocidio’ o ‘urbicidio’ (distruzione da bombardamenti anche su città). Negli anni novanta con sempre maggior forza il concetto si lega ai conflitti derivanti dalla colonizzazione e si avvia a diventare quello che è oggi, strumento potente di denuncia della violazione di diritti umani. E in quel stesso periodo tende a diffondersi una ‘politica di riconoscimento’ allorché si affermano sempre più le rivendicazioni per il riconoscimento di identità specifiche (genere, etnia o altro) oltre a quelle più tradizionali. 

Come osserva Di Michele, l’elaborazione del ’genocidio’ ha presentato così problemi di natura storico-politica. Esso è divenuto e si è consolidato come regime di memoria ereditato dalla Seconda guerra mondiale, centrato sull’Occidente per cui altre forme di violenza verso i civili, pur condannabili, sono tendenzialmente considerate meno gravi, come quelle in cui mancherebbe l’ideologia di sterminio e l’intento specifico. Sembra cioè che l’Occidente detenga una sorta di ‘sovranità intepretativa’ definendo cosa è e cosa non è, mentre rimangono irrisolti i profili della categoria oscillanti tra crimini contro l’umanità, pulizia etnica, sterminio di una etnia o razza. 
Non solo: questo processo di ampliamento del termine conduce a un tema cruciale nei rapporti storici e tradizionali tra lo stato, la punizione, il riflesso sulla collettività, cioè l’uso, ampliato o ristretto, del diritto penale. Si tratta del noto fenomeno del cosiddetto ‘panpenalismo’, secondo cui l’intervento del penale e la punizione dominano, sono appoggiati perché indicati come la risoluzione di ogni problema conflittuale. Non solo: il genocidio comporta complessi problemi applicativi come le difficoltà di accertamento, l’individuazione dei colpevoli in un mondo spesso gerarchico e, non da meno, la scarsa collaborazione degli Stati che può condurre, come spesso verificatosi, a scarsi risultati. Di qui l’amarezza della sconfitta dopo tante dichiarate aspettative.

Le troppe illusioni sul clima

Telmo Pievani
Le troppe illusioni sul clima

Corriere della Sera, 26 giugno 2026

Un’ondata di calore opprimente e insistente sta rendendo più difficile la nostra vita. Non possiamo lavorare all’aperto nelle ore centrali della giornata. Anziani, bambini e persone fragili rischiano danni seri alla salute. Il Po in una settimana ha perso il 60% della sua portata d’acqua. Alla siccità e alla canicola fanno da contraltare temporali violenti e grandinate devastanti. Come dicono i contadini, piove male.

Dobbiamo considerare tutto ciò come un’emergenza di cui sorprenderci, una calamità ineluttabile, come un evento eccezionale che racconteremo ai nostri nipoti? Purtroppo no. Quanto sta accadendo è la nuova normalità che dovremo vivere a ogni stagione, per i prossimi decenni. Lo sanno bene le assicurazioni, che hanno aumentato di molto i costi per le coperture degli eventi naturali. Siamo dentro un grande processo di cambiamento, al quale abbiamo contribuito e che adesso ha un’inerzia tutta sua che non possiamo fermare. Le leggi della fisica sono indifferenti ai nostri discorsi. Possiamo anche decidere di ignorarle, ma loro continueranno ad agire.

Ogni volta che la cappa torrida ricopre il nostro Paese, scatta il dibattito se essa sia causata o meno dal riscaldamento climatico. La causa specifica di queste temperature è un anticiclone africano che trattiene sull’italia masse di aria calda di origine subtropicale. Dunque il clima non c’entra nulla? Al contrario.

La causa di fondo è che il riscaldamento globale indotto dalle attività umane rende questi fenomeni estremi più frequenti, più intensi e più lunghi. Una metafora calcistica ci può aiutare. Se Lionel Messi ha segnato due gol all’austria, la causa diretta sta nella respinta imperfetta del portiere in quel momento o nel passaggio filtrante di un compagno. Ma se Messi ha una media di uno o due gol a partita, è assai probabile che segnerà anche la prossima. Come giudichereste un allenatore che incontra l’argentina e non mette un difensore a marcare Messi perché tanto l’ultimo gol che ha fatto è stato fortunoso e ha pure sbagliato un rigore? Per capire il clima, non bisogna guardare il fatto specifico, ma le tendenze complessive.

Certe bolle di afa asfissiante ci sono state anche in passato, certo, ma erano meno frequenti, più brevi e circoscritte. L’improbabile adesso diventa possibile. Non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio o un’inondazione. L’europa si sta scaldando più velocemente del previsto. La temperatura superficiale del Mediterraneo centrale in estate supera i 30 gradi, come ai tropici. Tutto quel calore significa energia in circolo, vapore acqueo che si sposta, poi incontra masse di aria fredda e scatena piogge torrenziali altrove. Quando faremo il bagno quest’estate in un mare caldo come un brodo, pensiamo alle alluvioni di Valencia e della Romagna: è lo stesso processo.

Chi sa di essere dentro un cambiamento dovrebbe agire di conseguenza e farsi trovare pronto. Ci vogliono realismo e prevenzione. Non serve che la scienza con largo anticipo ci dica esattamente quando e dove ci sarà il prossimo evento estremo. Se le evidenze suggeriscono che le probabilità di un evento avverso in un dato territorio (il rischio) sono alte, significa che quell’evento accadrà, che ci piaccia o no, in un certo lasso di tempo medio.

Quindi, invece di chiedere ogni volta stati di calamità e fondi speciali, ammettiamo di essere in uno stato di vulnerabilità permanente. Le emissioni globali di gas serra continuano ad aumentare e il passaggio a energie rinnovabili è rallentato da ostacoli, diversivi, ostilità di ogni tipo e forti interessi economici contrari. Ma la transizione è inevitabile: la questione è in quanto tempo la faremo. Più aspetteremo e più il conto economico del riscaldamento climatico lieviterà. Lo pagheranno i nostri figli.

Nel frattempo dovremo adattarci alle nuove circostanze, riducendo i danni, mettendoci fantasia, innovazione e lungimiranza. La soluzione non è certo aria condizionata per tutti. Un esempio virtuoso fra i molti: depavimentare e piantare alberi. Anziché continuare a consumare suolo, togliere dalle città cemento e asfalto dove non sono necessari comporta una riduzione della temperatura percepita anche di 5-10 gradi. Durante le isole di calore urbane, questa scelta pragmatica salva la vita della gente nei quartieri.

Il problema dell’adattamento è chi paga. Un dettaglio che sfugge a molti quando si parla di anticiclone africano è l’aggettivo: africano. In un editoriale apparso su questo giornale il 25 agosto 1976, Italo Calvino rifletteva su un’estate piena di «disastri»: terremoti (quello del Friuli del 6 maggio di quell’anno); eruzioni vulcaniche in Paesi lontani; inondazioni; carestie; la guerra a Beirut (allora come oggi); e naturalmente Seveso, accaduto un mese prima. «Le catastrofi causate dall’uomo — notava lo scrittore — si compenetrano con quelle naturali». Non è cambiato molto in mezzo secolo: i disastri che chiamiamo «naturali» in realtà sono spesso disastri umani, di mancata prevenzione, di avidità, di insensibilità verso le diseguaglianze.

Il rischio è lo stesso, ma l’esposizione al rischio può cambiare radicalmente. La tempesta Daniel nel settembre 2023 fece 17 vittime in Grecia e migliaia in Libia: era la stessa tempesta. Gran parte del costo del riscaldamento climatico sarà pagato dai Paesi più poveri della fascia equatoriale e tropicale del Pianeta, che hanno contribuito in minima parte alle emissioni. Oltre all’ingiustizia in sé, questo squilibrio genererà flussi migratori, instabilità geopolitica e altri conflitti per le risorse. Mentre soffriamo per questo caldo, pensiamo a coloro che lo sopportano per quasi tutto l’anno, senza le nostre infrastrutture, senza aria condizionata, senza un servizio sanitario nazionale.

Nella notizia che i disastri sono umani più che naturali si nasconde una speranza: se il problema siamo noi, e non una natura matrigna o un Pianeta impazzito, allora possiamo rimboccarci le maniche e fare la differenza.


L'asilo notturno Umberto I


Alessio Torre
Asili Notturni Umberto I, pasti in aumento del 54% A Torino cresce la povertà

Corriere Torino, 26 giugno 2026

«Io pensavo che gli Asili Notturni fossero un luogo dove le mamme che lavoravano di notte lasciavano i bambini a dormire. Ma mi sbagliavo…».

Sergio Rosso riavvolge il nastro della memoria e racconta come è iniziata la sua avventura da presidente degli Asili Notturni Umberto I. Una storia che ha dato vita anche ad un libro appena uscito per Feltrinelli, Il Filo Rosso della solidarietà .E nella sede di via Ormea, parla di quanto sia sempre più estesa e ramificata l’attività della fondazione torinese che fin dal 1886 offre assistenza gratuita a persone in condizione di povertà.

«Aspettandovi, ho avuto tempo di fermarmi a parlare con qualcuno dei nostri ospiti. Preso dai mille impegni, riesco a farlo raramente. Ciò mi ha riportato ad ascoltare le loro storie, ve ne sono grato». Rosso ha 79 anni, ma l’entusiasmo e l’energia di un trentenne. La voglia di aiutare gli altri non si è mai spenta, nemmeno quando capì cosa erano gli Asili Notturni.

Percorrendo i corridoi della struttura, si capisce il perché Sergio Rosso sia un uomo così impegnato. Sono sempre di più, infatti, le persone che si presentano alle 18 per usufruire dei pasti caldi messi a disposizione. Nei primi quattro mesi del 2026 sono stati serviti mediamente 160 pasti al giorno, contro i 104 dello stesso periodo dell’anno precedente. L’aumento è quasi del 54%. «Ci sono giorni in cui non riusciamo a far sedere tutti in mensa. Allora forniamo comunque sacchetti con panini e acqua».

Rosso mise piede in via Ormea per la prima volta nel 1995. Trovò un edificio caduto in degrado, con uno stanzone in cui venivano ammassate una cinquantina di persone, senza corrente elettrica e riscaldamento. Oggi l’edificio è una struttura moderna e ottimamente arredata, con 34 posti letto. Ha una sala mensa e offre servizi sanitari come odontoiatria, podologia e oculistica, grazie a medici e operatori che prestano opera di volontariato sotto la guida del direttore sanitario, Piero De Girolamo. Con il tempo, alla sede di via Ormea si sono aggiunti il polo di via Ravenna 12 (un housing sociale che ospita sino a 25 persone inaugurato a inizio 2025) e i distaccamenti regionali di Pinerolo, Alessandria, Biella e Ivrea, dove ad aprile è stato aperto un ambulatorio oculistico con il sostegno dell’associazione Ippocrate. A Torino c’è pure il Piccolo Cosmo, in via Cosmo: «Lì abbiamo 14 alloggi per famiglie in disagio abitativo». Sergio Rosso non si vuole fermare: «Con il supporto di Fondazione Azimut abbiamo acquistato un intero isolato che si affaccia nella piazza centrale di Chieri. Realizzeremo 12 alloggi per ragazze madri, la scuola di sartoria, l’ambulatorio oculistico e quello dentistico».

Tra i professionisti e i volontari della cui collaborazione Sergio Rosso si avvale, a Biella c’è anche l’ex assessore regionale Chiara Caucino. «Ho conosciuto Sergio Rosso durante il mio incarico da assessore e rimasi molto colpita dalla sua voglia di fare. Così decisi che, una volta terminata quell’avventura, avrei iniziato a collaborare», dice Caucino, che si occupa, da volontaria, dell’ambulatorio oculistico di Biella.

«Noi siamo una fondazione apartitica — spiega Rosso — . Anche per questo abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto con le istituzioni, il cui supporto è sempre stato fondamentale». Il presidente ha mille impegni e poco tempo per riflettere. Ma quando lo fa, sorride: «In trent’anni di impegno, le gratificazioni più belle sono stati i casi in cui le persone che abbiamo ospitato sono riuscite a ritrovare uno spazio nella società. Ma il beneficiario principale sono io. Non fossi qui, starei a guardare i cantieri per strada. Mi definiscono volontario, ma sono io che traggo linfa vitale dagli Asili Notturni».