giovedì 9 aprile 2026

La verità obliqua di Emily



 1129

Di' tutta la Verità, ma dilla obliqua -

Il successo sta in un Circolo

Troppo brillante per la nostra debole Delizia

La magnifica sorpresa della Verità


Come un lampo per i bambini, addolcito

Con gentili parole

La Verità gradualmente deve abbagliare

O tutti sarebbero ciechi -



Tell all the Truth but tell it slant - Success in Circuit lies Too bright for our infirm Delight The Truth's superb surprise As Lightning to the Children eased With explanation kind The Truth must dazzle gradually Or every man be blind -

Eros e seduzione

 

tutti quelli capaci a scrivere versi d’eros e seduzione

Antologie
Paolo Albani
Il Sole 24ore, 5 aprile 2026

 A volte ritornano. È quel che si dice, non solo di cose, persone o situazioni del passato, spesso spiacevoli o dimenticate, che riappaiono all’improvviso nel presente, ma anche delle ristampe. Di recente, un’antologia della poesia erotica italiana, La passion predominante, a cura di Guido Almansi e Roberto Barbolini, uscita in un bel cofanetto da Longanesi nel 1986, viene riproposta da Bibliotheka Edizioni, stesso titolo e stessi curatori, con qualche nuovo inserimento.

Solo che ora, nell’edizione riedita, il libro ha una prefazione di Barbolini (detto «il Barbo», come Manganelli era detto «il Manga» dagli amici), che già nel titolo, Coito Ergo Sum (prelievo dal freddurista Marcello Marchesi), allude all’esplorazione di un tema passionale, turbolento, che, condito in varie sfumature, ha segnato secoli di poesie dedicate all’attività più umana degli uomini, il sesso, «divinità oscura e misteriosa».

La prefazione del Barbo, scrittore inconscio, irresponsabile, torrenziale, sempre eccessivo, «un Fellini della scrittura, dove la scrittura c’è finché dura (e non smette mai)» (parola di Cesare Garboli), si apre con un’arguta citazione presa da Woody Allen: «Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere», cui ne segue un’altra, pungente e fantasiosamente realistica, del mitico Enzo Ferrari: «La fatica è tanta, il piacere dura poco, e la posizione è ridicola».

Le poesie antologizzate, in cui si canta la Monna Mona, e non le gesta di eroi antichi o di cavalieri in armi, spaziano dal Duecento fino a oggi, partendo da Cielo d’Alcamo, esponente della Scuola siciliana fiorita presso la corte sveva, un tempo conosciuto come Ciullo d’Alcamo (assonanza, fa notare il perfido Barbo, con il verbo “ciulare”, fare sesso in milanese), per arrivare fino alle pagine dei contemporanei Delfini, Flaiano, Pasolini, Arbasino, Raboni, Valduga e tanti anonimi, cultori delle parti più intime della bellezza anatomica umana.

Nell’antologia troneggia, e non potrebbe essere altrimenti, il gotha, il meglio dell’erotismo poetico nostrano, mi riferisco, tanto per citare i più famosi, al focoso Pietro Aretino, a Giorgio Baffo, «poeta monologico», campione dell’osceno, a Giuseppe Gioacchino Belli, che non disdegna le ragazze chiappute, oltre al Giambattista Marino, «tra i massimi poeti erotici di ogni tempo», come scrive Almansi introducendo La passion predominante.

Né mancano testi di altri grandi scrittori, veri e propri monumenti letterari, come Dante cui viene attribuito il poemetto erotico Il Fiore, Boccaccio, Ariosto, Parini, Alfieri, Pascoli, d’Annunzio, Gozzano, Palazzeschi, Campana, ecc.

In questo contesto, a dir poco piccante, il recensore curioso non può che eccitarsi e mettersi alla ricerca di scoop, di prelibatezze poco note, di presenze insospettabili. È il caso, ad esempio, del poeta siciliano Domenico Tempio (1750-1821) che, introvabile nelle antologie scolastiche, tratta temi licenziosi, come le varie posizioni in cui “futtunu / li nobili milordi”, o di Pietro Celestino Giannone (1791-1872), patriota modenese, amico e sodale di Mazzini, che scrive un poema crittografato che si credeva di argomento politico, mentre invece, decifrato nel 2015 da due matematici, si rivela un poema erotico di un’oscenità inaudita.

Altra sorpresa (almeno per me) è scoprire nell’antologia del duo Almansi-Barbolini, fra le pieghe di alcune poesie che anticipano moduli crepuscolari, il caro, buon Edmondo De Amicis (di cui da poco ho divorato il formidabile La lettura del vocabolario), l’autore di Cuore, «ambiguo capolavoro – scrivono i curatori di La passion predominante – della letteratura sadica mondiale».

I libri non vivono mai da soli. Ne richiamano altri, a loro affini, contigui per i motivi più disparati. A me, per dirne uno, La passion predominante ha ricordato un testo, semi-sconosciuto, di Stephen Blacktorn intitolato in modo esplicito: Sesso. Piccola enciclopedia universale di fantasesso (Dellavalle Editore 1970), in cui sono affrontati i contenuti erotici della letteratura fantascientifica, le invenzioni fantasessuali presenti nelle maggiori opere di fantascienza. In altre parole, il libro muove dalla domanda: come copulano gli alieni?

Il libro, davvero singolare, ricco di voci esilaranti di agevole consultazione, documentatissimo, ha una brillante prefazione firmata da Sebastiano Vassalli, accreditato anche come traduttore, ma in realtà – fate attenzione, colpo di scena! – ne è il vero autore sotto lo pseudonimo di Stephen Blacktorn.

La passion predominante
a cura di Guido Almansi e Roberto Barbolini
Bibliotheka, pagg. 498, € 25




Un uomo solo al comando

Alberto Negri 
Comanda Bibi, e Washington deve adattarsi

il manifesto, 9 aprile 2026

Ancora una volta Netanyahu ha dimostrato chi comanda tra lui e Trump. Escluso dalle trattative di Islamabad, ha annunciato che la guerra in Libano va avanti nonostante Hezbollah abbia dichiarato di partecipare all’accordo raggiunto in Pakistan con il sostegno non tanto segreto dell’alleato cinese. In poche parole dimostra che lui, quando vuole, può far saltare l’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Iran e Usa e tenere in scacco il mondo.

Del resto la dottrina Netanyahu la conosciamo bene: è quella della guerra permanente, un po’ per salvare se stesso dai processi e un po’ per tenere in stato di emergenza un intero Paese e tutta la regione.
Con queste premesse o Trump chiede a Netanyahu di aderire oppure già le presunte trattative tra Vance e Ghalibaf partono male ancora prima di cominciare.

Se cominceranno, perché l’Iran ha minacciato di riprendere le operazioni militari dopo i gravissimi raid israeliani su Beirut con decine e decine di morti: una fonte diplomatica iraniana ieri affermava che a Teheran si sono diffuse due tipi di sensazioni. Una è che Trump non tenga sotto controllo Netanyahu, l’altra che il premier abbia in realtà ottenuto via libera in Libano dagli stessi comandi militari di Washington.
La terza sensazione, sempre più diffusa nelle cancellerie, è la ormai cronica instabilità di Trump che non può certo stupire Nassir Ghaemi, psichiatra della Harvard medical school di Boston che ha editato di recente un libro assai utile, Una straordinaria follia, storie di disturbi mentali dietro a grandi leader (Apogeo edizioni).

Che la fiducia in Trump sia prossima allo zero lo avevano già verificato tutti, non solo gli iraniani. La guerra è partita il 28 febbraio quando si era già convenuto un incontro diplomatico tra le parti. Qual è oggi la credibilità di Trump? Assai scarsa fuori e anche in patria. Il rifiuto di Netanyahu di fermare la guerra libanese fa apparire la tregua con la repubblica islamica non come una decisione di Washington ma una sorta di concessione di Tel Aviv al suo grande alleato, ormai in estrema difficoltà per l’aumento dei prezzi dell’energia e per una guerra iniziata senza sapere come finirla.

Forse una piega non del tutto inattesa visto come è iniziata la guerra «decisa da Netanyahu e dalla lobby sionista negli Stati Uniti», come ha scritto nella sua recente lettera di dimissioni Joe Kent da capo dell’agenzia anti-terrorismo. Impantanato nello Stretto di Hormuz, il presidente americano sembrava essere riuscito a evitare due scenari per lui disastrosi, quello di un passo indietro senza aver ottenuto nulla e quello di una escalation militare senza una strategia reale.

Trump cercava una via d’uscita e potrebbe averla trovata ma resta il fatto che non ha ottenuto i successi sperati e soprattutto ora il «comandante» Netanyahu lo tiene appeso a un filo.

Del resto è Trump che ha scelto di affossare la Nato (o almeno così dice ripetutamente) perché ha sostituito l’alleanza atlantica e gli europei «infigardi» con il progetto di Grande Israele di cui fa parte anche il Libano, oltre alla Palestina, pezzi di Siria, di Iraq e di Egitto, un piano demenziale propagandato non solo dagli estremisti al governo a Tel Aviv ma anche dall’ambasciatore Usa Gerusalemme Mike Huckabee.

Del resto i genitori del genero Kushner, uno dei capi della sua diplomazia, avevano riservato per anni un camera permanente a Nethanyau e lo stesso Kushner è socio del principe saudita Bin Salman, un altro dei fautori della guerra all’Iran, che gli ha prestato due miliardi di dollari da investire nella società israeliana Phoenix.

Questo è solo un pezzo, ma importante, della compagnia di giro dei sionisti estremisti che circonda Trump.

La sua strategia si è basata su scommesse avventate e influenzate dalla visione israeliana, che gli è stata «venduta» da Netanyahu. La prima che il regime iraniano avrebbe capitolato, la seconda che gli Usa avrebbero controllato Hormuz, mettendo sotto pressione anche la Cina, la terza che la popolazione iraniana si sarebbe sollevata (ricordate gli appelli di Netanyahu prima e di Trump poi?).

Niente di tutto questo è accaduto. Vatti a fidare dei «liberatori» a colpi di bombe per distruggere un intero Paese e persino una «civiltà», come pretendeva il presidente americano.




Giorgia Meloni in difficoltà


Allan Klaval
Giorgia Meloni o la disfatta dell'ideologia

Le Monde, 9 aprile 2026

Di fronte al disastro, inizialmente scelse di rimanere a distanza. A bordo di un elicottero della protezione civile, il 28 gennaio, Giorgia Meloni osservò il borgo siciliano di Niscemi, devastato da una  frana . La Presidente del Consiglio italiana poté vedere il precipizio scavato nella collina dal ciclone Harry e le case aggrappate all'orlo dell'abisso, abbandonate dall'ultima ondata di rifugiati climatici.
 
La leader, proveniente da una famiglia neofascista ostile alle normative ambientali, è stata criticata per non essere scesa dall'aereo e non aver provato di persona il fango siciliano. È stata accusata di essere rimasta, letteralmente, distaccata dalla realtà prima di un incontro presso la sala comunale. Non incontrerà alcuni residenti fino al 16 febbraio.
 
Due mesi dopo il sorvolo, una riforma del sistema giudiziario, che prevedeva la separazione delle carriere di procuratori e giudici e che veniva considerata illiberale dagli oppositori, fu respinta dal 53,7% degli elettori nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, che registrò un'affluenza eccezionalmente alta del 55,7%. Questa rappresenta la peggiore sconfitta politica di Giorgia Meloni, un punto di svolta per una persona che sembrava avere tutte le carte in regola per il successo.  
Salita al potere nel 2022, la Primo Ministro ha compiuto la scelta ideologica perdente. Pur sembrando inizialmente avviata verso l'istituzionalizzazione per il suo sostegno all'Ucraina, non ha mai rinunciato alle sue origini radicali. Alla guida del potere esecutivo, ha privilegiato i simboli identitari e le grandi narrazioni, a scapito del pragmatismo e a rischio di perdere il contatto con la realtà. Appoggiando la volontà del suo partito di imporre una nuova "egemonia culturale" di destra persino nelle scuole, ha investito incessantemente nelle guerre culturali, con una narrazione da vittima spesso in contraddizione con un trionfalismo vendicativo.   

Allineamento su Donald Trump

Talvolta cedendo al fascino di teorie del complotto alternative, Giorgia Meloni ha scelto anche la guerra civile retorica contro un nemico interno incarnato in particolare dai giudici, responsabili di aver ostacolato il funzionamento dei centri di detenzione per migranti installati in Albania , la cui costosa esistenza, tuttavia, non serve ad alcuno scopo chiaro.  
L'approccio conciliante che le viene attribuito nei confronti dell'Europa era in realtà finalizzato a soddisfare il suo desiderio – condiviso da altri – di smantellare dall'interno il ruolo regolatore dell'Unione Europea, in particolare per quanto riguarda le questioni ambientali e la tutela dei migranti vulnerabili. Inoltre, questa donna, che ha sostenuto l'ultra-minoranza Marion Maréchal in Francia, non è mai riuscita a ristabilire un rapporto pragmatico con Parigi, convinta che l'idea di autonomia europea potesse essere solo una cortina fumogena per il dominio francese.  
Sulla base di affinità ideologiche, Giorgia Meloni scelse quindi di schierarsi con Donald Trump, nonostante la diffusa disapprovazione nei suoi confronti da parte dell'opinione pubblica italiana. Tuttavia, il rapporto privilegiato che sperava di coltivare con la Casa Bianca era inesistente prima del suo tardivo ripensamento. L'Italia si è dimostrata vulnerabile quanto qualsiasi altro Paese ai dazi imposti da Washington, così come alle conseguenze dell'avventurismo in Medio Oriente, che minaccia la già fragile economia del Paese.  
Afflitta da gravi debolezze strutturali, la magistratura non è stata sostenuta da riforme sostanziali da oltre tre anni, mentre i servizi pubblici si sgretolano dietro la cortina fumogena della riduzione del deficit osannata dai mercati. La sconfitta di Giorgia Meloni nel referendum costituzionale sulla magistratura potrebbe quindi essere stata una sconfitta di astrazione, della volontà di imporre la propria cultura politica in assenza di un reale impatto sulla vita quotidiana degli italiani, mentre il suo schieramento è assediato dalla corruzione e dai legami mafiosi.

Patriottismo costituzionale

Sul fronte costituzionale, si tratta di una battaglia ideologica persa contro i principi fondanti della nazione e la volontà della maggioranza degli italiani di preservare le regole ereditate dal passato, punti di riferimento credibili di fronte al caos.
 
Amata dagli italiani, che spesso la considerano "la più bella del mondo" , la Costituzione della Repubblica fu redatta tra il 1946 e il 1948, grazie a pazienti compromessi tra cattolici, comunisti, socialisti e liberali del fronte antifascista, vincitori sul regime di Mussolini, di cui la famiglia politica di Giorgia Meloni è erede.   
 
Accade però che la Legge Fondamentale – difesa oggi da elettori giovanissimi, a lungo trascurati e diffidenti nei confronti dei partiti – offra risposte alle ansie odierne. Proclamando, all'articolo 3, il dovere della Repubblica di "eliminare gli ostacoli economici e sociali che  (...)  impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese ", essa respinge, nel suo popolare articolo 11,  "la guerra come strumento per violare la libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere controversie internazionali " .
 
Tuttavia, a due settimane dall'esito del referendum che ha riacceso questo patriottismo costituzionale, l'opposizione al governo di Giorgia Meloni è divisa su come capitalizzare su questo risultato. Ma si tratta meno di una vittoria per i partiti di sinistra che per una rete di organizzazioni e personalità della società civile che si sono mobilitate e ora aspettano di essere ascoltate.
Leggi anche | Articolo riservato agli abbonati Italia: tutt'altro che un "miracolo", crescita lenta e in calo  
Mobilitato soprattutto sulla base dei principi enunciati dai fondatori della Repubblica originaria e della proficua espansione economica del dopoguerra, questo gruppo è composto da elettori che chiedono soluzioni concrete, che la destra radicale non è mai stata in grado di formulare di fronte alle sfide globali economiche, sociali, geopolitiche e ambientali. Questo vale per il villaggio devastato di Niscemi, come per altre zone d'Italia. E d'Europa.

I calcoli sbagliati degli aggressori


Il regime iraniano ha vinto la guerra, per ora

Israele e Stati Uniti volevano rovesciarlo, ma hanno sbagliato a prevedere che cosa sarebbe successo nello stretto di Hormuz
Il Post, 8 marzo 2026

 Quando a febbraio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è andato a Washington per presentare al presidente americano Donald Trump un piano per attaccare l’Iran e rovesciare il regime, una delle premesse era questa: l’Iran non sarebbe riuscito a bloccare lo stretto di Hormuz. L’idea era che gli attacchi aerei statunitensi e israeliani contro la catena di comando iraniana sarebbero stati così intensi e rapidi da impedire ai militari iraniani di organizzare una risposta efficace.

Il regime iraniano è riuscito a smentire questa premessa, a colpire con droni e missili almeno venti navi che tentavano di passare e a scoraggiare tutte le altre (il prezzo delle assicurazioni navali è diventato così alto da rendere il transito insostenibile) e a trasformare il blocco dello stretto in un’arma strategica di ricatto. Da Hormuz passava una percentuale importante del traffico navale che fa funzionare il mondo, dalle petroliere e navi metaniere alle navi che trasportano fertilizzante e materie prime. 

Colpire le navi è un crimine di guerra, perché sono bersagli civili, ma ha dato all’Iran il potere di negoziare. Gli Stati Uniti hanno preso in considerazione alcune possibili soluzioni di forza per togliere agli iraniani il controllo dello stretto, come invadere alcune isole in quel tratto di mare, mandare navi da guerra o provare a sbarcare sulla costa iraniana dello stretto. Se non lo hanno fatto è perché hanno stimato che il prezzo da pagare, quindi i soldati americani uccisi e le navi distrutte, sarebbe stato troppo alto. 

A quel punto la guerra è diventata una sfida sul tempo: poteva resistere più a lungo il regime iraniano sotto i bombardamenti aerei oppure l’economia mondiale senza lo stretto di Hormuz? Il vincitore di questa sfida, almeno per ora, è il regime iraniano. 

La prima vittoria dell’Iran è questa. Ha dimostrato di avere quella che gli analisti chiamano una capacità di deterrenza. Da ora in poi gli iraniani del regime potranno inserire nei negoziati questa minaccia: «… altrimenti blocchiamo lo stretto di Hormuz» e i loro interlocutori si spaventeranno. Invece che essere costretto a negoziare sul programma nucleare, sulle sanzioni, sulle milizie filoiraniane sparse per il Medio Oriente o su maggiori libertà per gli iraniani, il regime ha negoziato su una questione soltanto: il blocco di Hormuz, che prima della guerra nemmeno si poneva. 

Da questa prima vittoria ne derivano altre. In trentanove giorni di guerra i bombardamenti israeliani e americani hanno ucciso decine di comandanti e funzionari dell’Iran secondo la dottrina dei decapitation strike (prendere di mira i capi e ucciderli), hanno devastato la struttura del regime e hanno interrotto in più punti la catena di comando. Ma il sistema è sopravvissuto e colmerà i vuoti nei suoi ranghi perché aveva stabilito un meccanismo che potremmo chiamare «morto un capo, se ne fa un altro»; un meccanismo di nomine preventive creato proprio per resistere ai decapitation strike, con almeno quattro candidati pronti a subentrare per ogni incarico.

La Guida Suprema Ali Khamenei, che era malata di cancro e aveva 86 anni, è stata uccisa da un attacco aereo il primo giorno di guerra, il 28 febbraio, ma il suo posto è stato preso dal figlio Mojtaba Khamenei. Mojtaba non è mai apparso in pubblico per ragioni di sicurezza e alcune notizie, non verificabili, lo danno addirittura in coma. Ma anche se la sua fosse una nomina simbolica il messaggio è potente: il regime è lo stesso di prima. 

Anche l’ipotesi di una sollevazione popolare così grande da far cadere il regime, che a gennaio era sembrata possibile per qualche giorno, adesso è più lontana che mai. L’apparato di repressione iraniano ha ucciso migliaia di manifestanti a gennaio, è riuscito a inibire le proteste durante la guerra e ha il controllo della situazione. I bombardieri israeliani hanno preso di mira i posti di blocco delle milizie nelle grandi città per incoraggiare le rivolte popolari, ma non è successo nulla. 

La parte della popolazione dell’Iran che vorrebbe più libertà e invece subisce campagne di repressione brutali è la grande perdente di questi quaranta giorni di guerra. Il regime vittorioso sarà ancora più determinato di prima a punire chiunque possa minacciare la sua stabilità, ridotta al minimo storico. 

Lo stesso vale per le regioni dell’ovest a ridosso dell’Iraq, dove vivono dieci milioni di curdi e dove l’insofferenza contro il regime è più alta che altrove. Anche lì i bombardamenti si sono concentrati contro le forze di sicurezza locali per facilitare eventuali rivolte e nella prima settimana di marzo si è persino parlato della possibilità che i guerriglieri curdi iraniani, di base in Iraq, entrassero a combattere in Iran. Anche questa cosa non è successa. Il regime ha mandato rinforzi e ha tenuto sotto controllo le città a maggioranza curda e il confine con l’Iraq.

La vittoria più grande dell’Iran è nella regione del Golfo, contro i suoi dirimpettai arabi (diversi per etnia e linguaggio) e alleati degli Stati Uniti: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, i due maggiori, e Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman, i minori. La guerra che avrebbe dovuto rovesciare il regime gli ha invece consegnato l’egemonia regionale, quindi la capacità di dettare le condizioni agli altri stati nella regione. 

L’Iran ha bombardato gli stati arabi nel Golfo quattro volte di più rispetto a quanto fatto da Israele in Iran, ha minacciato di distruggere gli impianti petroliferi e del gas che sono l’unica ragione della loro ricchezza e ne ha messo in crisi l’immagine di paradisi per turisti e investitori stranieri. Inoltre mette in discussione l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti, perché non è stata sufficiente a proteggerli e anzi li ha trasformati in bersagli per la rappresaglia iraniana. 

La questione del programma nucleare non è stata risolta. In Iran ci sono ancora più di quattrocento chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento circa, quindi non lontani dalla soglia che serve a produrre armi atomiche. L’amministrazione americana sostiene che siano stati seppelliti dai bombardamenti. Per recuperare quell’uranio, dicono gli Stati Uniti, gli iraniani dovrebbero cominciare operazioni di scavo vistose e potrebbero essere di nuovo bombardati. Ma le capacità del regime di riprendere il programma di sviluppo di un’arma atomica sono intatte o comunque possono essere ripristinate e la motivazione per farlo è più forte di prima. 

Lo stesso vale per il sostegno alle milizie filoiraniane in Libano, Iraq e Yemen e per il programma missilistico. Prima della guerra gli Stati Uniti avevano chiesto al regime iraniano di cessare entrambe le cose. Dopo la guerra, è meno probabile che accada.

E in tutto questo non è ancora chiaro se l’Iran manterrà oppure no la pratica, cominciata durante la guerra, di chiedere un pedaggio di due milioni di dollari per ogni nave che transita per lo stretto di Hormuz. È tra i dieci punti che il regime ha presentato martedì come materia di discussione. Se succedesse, allora vorrebbe dire che il regime potrebbe incassare ogni anno decine di miliardi di dollari dal passaggio di decine di migliaia di navi per lo stretto. È una cosa che prima della guerra non succedeva perché Hormuz non è di proprietà dell’Iran.

– Leggi anche: Quindi lo stretto di Hormuz rimane sotto il controllo dell’Iran?

È possibile che il pedaggio totale frutterebbe all’Iran più del budget per le spese militari del 2025, che è stato di 23 miliardi di dollari. Dal punto di vista degli altri stati nel Golfo la situazione sarebbe incresciosa. Gli Emirati, per esempio, si troverebbero a pagare l’Iran per esportare il loro petrolio, sapendo che il denaro potrebbe finanziare la produzione di missili e droni come quelli lanciati a centinaia contro di loro in questa guerra.  

Piotr Smolar
Guerra con l'Iran: un cessate il fuoco che si rivela una débâcle strategica per gli Stati Uniti
Le Monde, 9 aprile 2026

Raramente la parola "vittoria" è stata così svuotata del suo significato. Sulla scia di un cessate il fuoco di quindici giorni annunciato in Iran, che non ha avuto alcun effetto corrispondente nella regione, l'amministrazione Trump si è sforzata mercoledì 8 aprile di convincere l'opinione pubblica americana che l'operazione "Epic Fury" fosse stata un clamoroso successo. In gioco c'era l'interpretazione della concessione del presidente, che aveva promesso di colpire le infrastrutture civili, ma anche la definizione dei termini dei negoziati con il regime iraniano, che avrebbero dovuto iniziare venerdì in Pakistan.

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Generale Dan Caine, hanno delineato quella che hanno definito una "vittoria militare con la V maiuscola". Hanno elencato le distruzioni inflitte all'esercito iraniano: "Circa l'80% dei sistemi di difesa aerea  ", "più di 450 depositi di missili balistici", "più di 2.000 centri di comando e controllo", "più del 90% della flotta", "più del 95% delle mine navali", "più dell'80% delle loro strutture missilistiche distrutte"...

Ciò che mancava in questo quadro trionfalistico era la portata delle capacità militari ancora a disposizione del regime (missili, droni). Né gli oratori si sono azzardati a prevedere la velocità di un eventuale riarmo futuro, qualora il cessate il fuoco venisse confermato.

Secondo Pete Hegseth, che predilige una retorica dell'umiliazione, Teheran avrebbe "implorato" questa tregua di due settimane . "Se l'Iran non avesse accettato le nostre condizioni, i nostri prossimi obiettivi sarebbero stati le loro centrali elettriche, i loro ponti, le loro infrastrutture energetiche ", ha affermato. Questa descrizione non riflette in alcun modo il senso di disfatta strategica sul fronte americano, dove prevale l'improvvisazione quotidiana.

Lo Stretto di Hormuz controllato dall'Iran

Kelly Grieco, esperta militare presso il think tank Stimson Center, sottolinea che una guerra "si giudica in base al raggiungimento degli obiettivi politici. Da quanto abbiamo visto finora, questo conflitto si inserisce purtroppo in uno schema post-Seconda Guerra Mondiale per l'esercito americano, che eccelle a livello operativo e tattico e vince battaglie, ma fallisce a livello strategico". La ricercatrice cita come prova il controllo riconosciuto dall'Iran dello Stretto di Hormuz, che rappresenta "una concessione straordinaria ".

La “piccola escursione” descritta da Donald Trump sembra una vera e propria emorragia di potere, credibilità e influenza. In realtà, gli Stati Uniti hanno concordato un cessate il fuoco unilaterale, ritirandosi dalle ostilità, che sono poi riprese intensamente nella regione mercoledì. La riapertura dello Stretto di Hormuz non è ancora effettiva, ma Donald Trump stava già immaginando una nuova configurazione, in cui sarebbe stato imposto un pedaggio a ogni nave. "Stiamo pensando di farlo come un'impresa congiunta ", ha osato suggerire il presidente durante una breve intervista telefonica con un giornalista della ABC. Questo riflette la fantasia di una nuova, fortunata fonte di petrolio, dopo aver sottomesso il Venezuela e le sue immense risorse potenziali.

Mercoledì mattina il presidente degli Stati Uniti ha annunciato che i paesi che forniscono equipaggiamento militare all'Iran saranno soggetti a un dazio aggiuntivo del 50%. Questa minaccia non ha ricevuto praticamente alcuna copertura mediatica. Il suo effetto deterrente sembra essere molto debole. La Russia ha visto gli Stati Uniti revocare alcune delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio. La Cina, nel frattempo, si sta preparando ad ospitare il presidente americano a metà maggio. Noto per i sontuosi ricevimenti che organizza in suo onore, Donald Trump probabilmente non vorrà compromettere questa visita riaccendendo la guerra commerciale.

Il presidente ha inoltre ribadito la posizione americana secondo cui "non ci sarà alcun arricchimento dell'uranio" da parte dell'Iran. Ha persino specificato che gli Stati Uniti, "in collaborazione con l'Iran, scaveranno e rimuoveranno" le scorte di uranio altamente arricchito sepolte sotto le macerie dopo i bombardamenti del giugno 2025. Il Pentagono monitora costantemente, via satellite, ogni movimento nel sito di Isfahan. "Ce lo daranno loro, oppure ce lo prenderemo noi ", ha dichiarato Pete Hegseth.

Il diritto all'arricchimento

Il vicepresidente J.D. Vance è intervenuto durante una conferenza stampa sulla pista dell'aeroporto di Budapest, prima del suo rientro dall'Ungheria. Guiderà la delegazione americana a Islamabad, insieme all'inviato speciale Steve Witkoff e al genero del presidente, Jared Kushner . Interrogato sui sanguinosi attacchi in Libano, perpetrati da Israele, l'ex senatore ha curiosamente fatto riferimento a un "legittimo malinteso ", suggerendo che l'Iran avesse erroneamente creduto che il Libano fosse vincolato dal cessate il fuoco. "Non abbiamo mai fatto questa promessa", ha continuato Vance, aggiungendo tuttavia che Israele sarebbe disposto a "trattenersi un po'" in Libano.

"I cessate il fuoco sono sempre fonte di confusione ", ha osservato, prima di tentare di inquadrare l'approccio americano ai negoziati. "Non vogliamo che l'Iran abbia la capacità di costruire un'arma nucleare. Il presidente ha anche affermato che non vogliamo che l'Iran arricchisca l'uranio con l'obiettivo di sviluppare un'arma nucleare e vogliamo che l'Iran rinunci al suo combustibile nucleare ", ha riassunto. Pertanto, J. D. Vance non ha formalmente negato all'Iran il diritto a qualsiasi arricchimento, fino al 3,67%, per scopi civili. Durante i primi negoziati bilaterali nella primavera del 2025, questa era già la posizione concordata da Steve Witkoff, prima che gli Stati Uniti chiedessero un arricchimento pari a zero.

Kelsey Davenport, una delle massime esperte di questioni nucleari iraniane e direttrice della politica di non proliferazione presso l'Arms Control Association, non si aspetta che i prossimi negoziati portino a un "accordo dettagliato" sulla questione. Secondo lei, l'opzione più realistica consisterebbe in due fasi: in primo luogo, "una pausa pluriennale nell'arricchimento, durante la quale l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica [AIEA] riprenderà le ispezioni e gli inventari dei materiali nucleari iraniani". In secondo luogo, l'Iran potrebbe sviluppare un programma "calibrato per soddisfare le sue esigenze immediate ", soggetto a rigorose misure di monitoraggio e verifica. "I limiti potrebbero includere un tetto massimo al livello di arricchimento inferiore al 5%, nonché un accordo per non accumulare scorte di uranio arricchito ", ha spiegato Davenport a Le Monde.

Ma l'interesse dei negoziatori americani in una discussione così complessa è discutibile. Dal punto di vista iraniano, dipendere dalle importazioni di uranio per diversi anni sarebbe difficile da accettare e percepito come una violazione della sovranità nazionale. Oltre alla sua assoluta sfiducia nell'amministrazione americana, Teheran considera i suoi negoziatori incompetenti e privi delle competenze necessarie in materia nucleare.

JD Vance ha inoltre messo in guardia contro le varie versioni del piano in dieci punti dell'Iran che circolano sui media. La prima versione, ha affermato, era "probabilmente scritta da ChatGPT" ed è "finita dritta nel cestino" alla Casa Bianca. Questa insistenza nel respingere le proposte iraniane massimaliste mirava a contrastare l'idea di una fretta americana, che avrebbe potuto regalare a Teheran vittorie inaspettate. Lo stesso Donald Trump si è detto disposto a considerare una graduale revoca delle sanzioni statunitensi se il regime accetterà di adottare le misure ritenute essenziali.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/09/guerre-en-iran-un-cessez-le-feu-en-forme-de-debacle-strategique-pour-les-etats-unis_6678464_3210.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

mercoledì 8 aprile 2026

Una vasta sconfitta per tutti

 


Guillaume Pajot
Conflitto in Medio Oriente: "Questa guerra ha prodotto solo perdenti"

Libération, 8 aprile 2026

Adel Bakawan, direttore dell'Istituto europeo di studi sul Medio Oriente e il Nord Africa (Eismena), è ricercatore associato presso il programma Turchia-Medio Oriente dell'Istituto francese di relazioni internazionali (Ifri). Per Bakawan, che lo scorso anno ha pubblicato * La decomposizione del Medio Oriente* (Tallandier Publishers), il mondo è precipitato in "quaranta giorni di guerra per niente" con questo conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio.

Dall'annuncio di un cessate il fuoco di due settimane, avvenuto martedì sera, sia gli Stati Uniti che l'Iran hanno rivendicato la vittoria nel conflitto in corso. Chi è il vero vincitore?

In realtà, questa guerra ha prodotto solo perdenti. Donald Trump aveva due obiettivi principali. Il primo, massimalista, era indebolire le Guardie Rivoluzionarie, sperando che il popolo iraniano scendesse in piazza per prendere il potere. Cinque settimane dopo, ciò non è accaduto. Il suo secondo obiettivo, minimalista, era ottenere una capitolazione dal regime iraniano. Tuttavia, è abbastanza chiaro che il piano in dieci punti proposto dall'Iran, che gli Stati Uniti descrivono come un "buon documento" per i negoziati, assomiglia più a una capitolazione da parte del presidente americano, qualora lo accettasse. Anche per Israele si tratta di una sconfitta: l'obiettivo iniziale era la caduta del regime iraniano, che ora appare più forte di prima della guerra. Infine, l'Iran ha accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz, pur non avendo alcuna garanzia che Donald Trump non riprenda gli attacchi al suo territorio. Prima della guerra, gli Stati Uniti erano al tavolo delle trattative, lo Stretto di Hormuz non era chiuso, la navigazione era libera... In realtà, l'espressione che meglio riassume, a mio parere, ciò che stiamo vivendo è: quaranta giorni di guerra per niente.

Gli Stati Uniti hanno accolto con favore l'eliminazione della Guida Suprema, Ali Khamenei, e dei funzionari del regime.

La Guida Suprema, malata di cancro, aveva 86 anni… In Iran, una nuova generazione di Guardie Rivoluzionarie, più radicale, sognava la sua morte per poter prendere il potere. Il suo successore, Mujtaba Khamenei, ha solo 56 anni e potrebbe rimanere a capo della Repubblica Islamica per decenni. Inoltre, le dichiarazioni di Donald Trump, in particolare quelle riguardanti la distruzione della civiltà iraniana, rilasciate martedì, sono servite solo a raccogliere parzialmente il sostegno del popolo iraniano attorno a un regime profondamente disprezzato.

Quale scenario si profila per le prossime settimane? Si parla di un ciclo di negoziati che potrebbe iniziare già venerdì a Islamabad, con il Pakistan nel ruolo di mediatore…

Le parti in conflitto sono stanche di questa guerra e i negoziati saranno intensi. Non credo che si raggiungerà un accordo in due settimane. Probabilmente si protrarranno per mesi e mesi.

Islamismo e modernità nell'Iran dal 1900 a oggi

 


In un'intervista a "Le Monde", la filosofa Stéphanie Roza e il politologo Amirpasha Tavakkoli mostrano come, nel corso del XX secolo, le turbolenze politiche vissute dall'Iran, lacerato tra modernità e antimodernità, abbiano portato alla vittoria degli islamisti, una vittoria tutt'altro che inevitabile.

Intervista di  Virginie Larousse
Le Monde, 14 marzo 2026

Agli albori del XX secolo, l'Iran sembrava avviarsi sulla via della modernità politica: fu il primo paese musulmano ad adottare, nel 1906, una Costituzione in parte ispirata all'Illuminismo francese. Eppure, nel 1979, fu anche il primo paese musulmano a instaurare una dittatura teocratica.

Questa traiettoria paradossale è il risultato di un secolo di lotte politiche tra correnti riformiste e forze reazionarie, che hanno reso l'Iran un "laboratorio di esperienza politica contemporanea" , spiegano Stéphanie Roza, ricercatrice presso il CNRS, e Amirpasha Tavakkoli, docente a Sciences Po Reims, nel loro libro Lumières et anti-Lumières en Iran (PUF, "Questions républicaines", 304 pagine, 23 euro).

Agli albori del XX secolo, l'Iran era ancora una monarchia per diritto divino, governata dalla dinastia Qajar. In quale contesto si sviluppò la rivoluzione costituzionale del 1905-1911?

Amirpasha Tavakkoli: Durante i loro viaggi in Europa nel XIX secolo, i monarchi iraniani si resero conto del ritardo tecnologico del loro paese rispetto alle società occidentali. Pur non condividendo gli ideali progressisti derivanti dalla Rivoluzione francese, questi valori permearono alcuni segmenti dell'élite iraniana, fortemente francofila, portando a una messa in discussione del sistema politico dispotico del paese.

Stéphanie Roza: Prima della Rivoluzione Costituzionale, la società iraniana era profondamente divisa, in particolare tra il potere monarchico e una parte del clero sciita che aspirava al dominio politico. Inoltre, i Qajar avevano ceduto lo sfruttamento di una parte significativa delle abbondanti risorse naturali del paese alle potenze imperialiste straniere, provocando un diffuso malcontento tra la popolazione, che subiva periodi ricorrenti di carestia. L'industria moderna era praticamente inesistente. Fu la convergenza del dissenso clericale, del malcontento popolare e delle élite liberali a condurre alla conflagrazione del 1906. I Qajar furono costretti a cedere parzialmente alle richieste.

Quali progressi concreti sono stati resi possibili dalla Costituzione adottata nel 1906?

AT: È evidente che c'è un prima e un dopo questo evento. La promulgazione di un codice civile applicabile a tutti i cittadini rappresenta un importante passo avanti in un paese profondamente gerarchico: permette loro di non dipendere più dalle autorità religiose, ma direttamente dallo Stato. Inoltre, nel fermento di questa rivoluzione sono emersi partiti politici moderni, in particolare la sinistra iraniana.

Come si posiziona il clero iraniano rispetto a questa riforma?

SR: Sebbene alcuni membri del clero l'avessero inizialmente appoggiata, ben presto si rivoltarono contro di lei, giudicandola troppo intransigente. I religiosi auspicavano l'applicazione della legge della Sharia e si scontrarono frontalmente con i liberali su questioni come il suffragio femminile, i diritti delle minoranze e lo status dell'Islam sciita, che doveva rimanere la religione ufficiale del paese. Tuttavia, la posizione dei mullah non fu uniforme. La maggior parte di loro mantenne una posizione quietista: si rifiutarono di immischiarsi in politica, considerando la religione di loro esclusiva competenza. Altri, al contrario, abbracciarono l'anticostituzionalismo.

L'Iran è uno dei pochi paesi musulmani a non essere mai stato colonizzato da una potenza occidentale. Eppure, le potenze imperialiste hanno profondamente destabilizzato il paese. Qual è stato l'impatto?

SR: A partire dal XIX secolo, il Regno Unito e la Russia nutrivano mire sull'Iran a causa delle sue significative risorse naturali (gas, legname e, in seguito, petrolio); firmarono accordi per assicurarsi tali risorse. Inoltre, intrapresero importanti progetti infrastrutturali (ferrovie, industrializzazione, ecc.) nel paese, che divenne in larga parte dipendente dai capitali stranieri. Gli Stati Uniti entrarono in scena dopo la Seconda Guerra Mondiale. Per l'Iran, la sfida era duplice: come promuovere la modernizzazione del paese preservando al contempo l'indipendenza nazionale?

AT: Una "crisi dello spirito", per usare l'espressione di Paul Valéry, pervase la società iraniana nel XX secolo, in particolare nel suo rapporto con l'identità nazionale. Per una parte della popolazione, il clero sciita incarnava la nazione iraniana e la sua cultura. Inoltre, oltre ad essere rimasto significativamente indietro dal punto di vista tecnologico, l'Iran perse una parte sostanziale del suo territorio a favore degli stati confinanti alla fine dell'era Qajar. Il sentimento prevalente era che il paese avesse perso molte opportunità.

L'ascesa al potere della dinastia Pahlavi nel 1926 porrà rimedio a questa autoironia?

SR: Dopo la caduta della dinastia Qajar, Reza Pahlavi [1878-1944] sviluppò con grande determinazione un programma di modernizzazione tecnologica. Tuttavia, politicamente, si comportò come un tiranno. Profondamente ispirato da Atatürk, incarnò la stessa tendenza alla modernizzazione autoritaria. Un certo grado di progressismo esisteva comunque: il codice civile rimase in vigore e il sovrano si sforzò di confinare il clero al rigoroso ambito degli affari religiosi. Tentò di vietare il velo islamico e di promuovere l'abbigliamento in stile occidentale.

Ma all'inizio degli anni '50, un evento avrebbe scosso l'Iran dalle fondamenta, in un momento in cui si stavano consolidando i dibattiti sul controllo britannico e americano del petrolio. L'allora Primo Ministro iraniano, Mohammad Mossadegh, decise di nazionalizzare la produzione, suscitando immense speranze popolari. Tuttavia, fu deposto nel 1953 da un colpo di stato in cui fu implicata la CIA. Lo Scià apparve così non solo come una figura autoritaria, ma anche come una pedina al servizio di potenze straniere.

Tuttavia, suo figlio, Mohammad Reza (1919-1980), avrebbe promosso, dieci anni dopo, una riforma di grande portata, la "Rivoluzione Bianca"...

SR: Si tratta senza dubbio di un momento cruciale nella storia iraniana. Nel 1963, la "Rivoluzione Bianca" concesse alle donne il diritto di voto, tra le altre cose, avviò la riforma agraria e promosse l'alfabetizzazione della popolazione, anche nelle zone rurali. Tuttavia, suscitò una forte ostilità da parte del clero, alcuni membri del quale si opposero apertamente allo Scià: Ruhollah Khomeini [1902-1989] irruppe quindi sulla scena politica.

Quindi, quando esattamente si sviluppa l'islam politico in Iran?

SR: L'islam politico è nato in Egitto sotto l'impulso di Hassan al-Banna, che fondò i Fratelli Musulmani nel 1928, anche in reazione alla modernizzazione politica del paese, la cui Costituzione proclamava l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, nonché alla fine del califfato proclamata da Atatürk nel 1924. Al-Banna mise in atto un progetto reazionario nel senso più forte del termine, vale a dire non un ritorno al passato, ma una risposta alla modernità. Questa contro-modernità è paragonabile ai progetti reazionari europei dello stesso periodo, dai quali trasse anche ispirazione. Hassan al-Banna modellò in parte la struttura dei suoi Fratelli Musulmani su quella dei partiti fascisti: culto della personalità, organizzazioni giovanili, intervento in tutti gli ambiti della vita pubblica…

Questa suscettibilità alla contromodernità europea è evidente anche nel pervasivo antisemitismo che sottende l'ideologia dei Fratelli Musulmani. Certamente, si potrebbe dire che in Oriente esiste un antigiudaismo tradizionale, dove gli ebrei hanno a lungo goduto dello status di minoranza tollerata ma sottomessa, e sono stati persino vittime di pogrom. Tuttavia, i nuovi temi antisemiti all'interno dei Fratelli Musulmani sono in gran parte importati dall'Occidente, inizialmente attraverso alcuni cristiani arabi che tradussero opere come i Protocolli dei Savi di Sion: questo testo ottenne immediatamente un immenso successo, superando quello del Mein Kampf di Hitler, tradotto poco dopo.

L'islam politico si diffuse in Iran dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, con la fondazione nel 1945 dei Fedayeen dell'Islam, il primo gruppo islamista iraniano. Il loro leader, Sayyid Mojtaba Navvab Safavi, fu fortemente influenzato dai Fratelli Musulmani dopo aver incontrato il loro ideologo, Sayyid Qutb, nel 1953. Safavi fu uno dei mentori di Ali Khamenei, e lo stesso Khamenei sarebbe poi diventato uno dei traduttori di Qutb in persiano; ebbe anche contatti con Khomeini. Questi ideologi si frequentavano e si influenzavano reciprocamente.

Lei scrive che l'islamismo è molto simile al conservatorismo europeo, il che può sembrare controintuitivo. Ci spieghi questo punto?

SR: Diversi punti ci permettono di tracciare questo paragone. Il primo è la natura reattiva di questi movimenti, che fondamentalmente si oppongono allo stesso nemico. La tradizione conservatrice europea è nata come reazione alla Rivoluzione francese, con pensatori come Edmund Burke, Joseph de Maistre e l'abate Barruel, i quali, ognuno a suo modo, compresero la necessità di difendere i valori del passato con argomentazioni nuove e in un modo nuovo. Allo stesso modo, furono la Rivoluzione dei Giovani Turchi e le prime costituzioni promulgate nel mondo musulmano a generare la reazione degli islamisti.

Il secondo parallelismo risiede nel fatto che questi pensatori desiderano far rivivere le tradizioni e i valori che considerano essenziali per il loro popolo, dei quali hanno una concezione, si potrebbe dire, "etno-religiosa" – si potrebbe persino dire, intangibile. Per questo motivo, la parità di genere, la democrazia, i diritti delle minoranze e il pluralismo religioso e politico sono innovazioni da respingere. Inoltre, la concezione della storia propria di un cattolico fondamentalista come de Maistre, riguardo alla grandezza perduta della cristianità, alla sua decadenza e all'attesa della redenzione, è piuttosto vicina a quella di Qutb, mutatis mutandis.

Infine, queste correnti reazionarie si alimentano a vicenda. Così, Qutb fu fortemente influenzato da Alexis Carrel [1873-1944], autore reazionario ed eugenista che sviluppò il tema della decadenza occidentale. Per non parlare dell'antisemitismo, che è il filo conduttore della maggior parte di queste correnti reazionarie: l'ebreo è ritenuto responsabile dei mali della modernità.

Queste convergenze vi inducono ad affermare che non esiste una differenza fondamentale tra Oriente e Occidente, e vi opponete al pregiudizio secondo cui, in quanto nazione orientale, l'Iran fosse naturalmente predisposto a rifiutare la modernità europea. Eppure, i tentativi di riforma condotti contemporaneamente in altri paesi musulmani – ad esempio, la Nahda – hanno portato anche a un rafforzamento della religione. Questo non avvalora forse l'idea di una specificità culturale in materia spirituale?

SR: Non neghiamo che esistano differenze evidenti, ma esortiamo a non sopravvalutarle. La sconfitta contro le forze favorevoli alla modernità in Iran non era inevitabile, e la rivoluzione del 1979 è stata il culmine di lotte interne durate diversi decenni. Tuttavia, è importante tenere presente che l'Illuminismo, nella terra dell'Islam, è un concetto importato, cronologicamente inseparabile dal colonialismo e dallo sfruttamento che l'Occidente ha perpetrato contro l'Oriente. Da qui la complessa accoglienza di queste idee, che alcuni equiparano al dominio.

Lei scrive che all'inizio del XX secolo la sinistra iraniana e gli intellettuali laici parteciparono alla "legittimazione dello sciismo". Quale interpretazione della religione adottarono per giungere a questo punto?

SR: Questi intellettuali, di fatto, reagiscono al fallimento di Mossadegh, la cui destituzione è percepita come un tradimento da parte dei paesi che difendono i diritti dei popoli. Giungono alla conclusione che non può esistere una modernità iraniana simile a quella occidentale e intendono perseguire un'altra strada, che definiscono un "ritorno a sé stessi", ovvero a un'identità essenzialmente religiosa. Si impegneranno a difendere l'idea che la religione sciita possieda un'autenticità e un'autonomia che non possono esistere nelle idee moderne, profondamente eteronome in quanto occidentali.

Questi pensatori non sono esenti da contraddizioni: così Djalal Al-e Ahmad [1923-1969], autore de L'Occidentalite [1962] – termine con cui denuncia l'asservimento occidentale alla macchina –, si dimostra consapevole della necessità della modernità tecnica, e persino della democrazia parlamentare, pur invitando l'Iran a ritornare alla propria identità religiosa, al potere del clero e alle pratiche contadine tradizionali.

Quanto al filosofo socialista Ali Shariati [1933-1977], l'ideologo che ispirò la rivoluzione del 1979, egli sviluppò l'idea che tutti i contributi dei socialisti europei, dai quali tuttavia trasse ispirazione, fossero già presenti nell'Islam: non era necessario approfondire il pensiero di Marx o Engels, perché gli ideali progressisti di emancipazione esistevano già negli insegnamenti dell'Imam Ali, cugino e genero del Profeta, considerato il fondatore di uno "sciismo rosso", e nel Corano. In definitiva, la sinistra iraniana giocò un ruolo fondamentale nella creazione della Repubblica islamica nel 1979.

AT: Un gran numero di intellettuali progressisti ritiene di condividere un nemico comune con gli islamisti: lo Scià, asservito alle potenze straniere. Si verifica quindi una convergenza tra l'opposizione religiosa e quella politica. Un errore colossale da parte di una certa frangia della sinistra…

Come possiamo spiegare il fascino che l'ayatollah Khomeini esercitava sugli intellettuali occidentali, come Michel Foucault?

SR: Durante il suo viaggio in Iran nel 1978, Foucault rimase affascinato dalla Rivoluzione iraniana e, per dirla senza mezzi termini, dal fanatismo delle folle khomeiniste, senza dubbio perché ciò serviva alla sua agenda politica antimoderna. Questo filosofo, egli stesso omosessuale, che difendeva i diritti delle minoranze sessuali, delle persone emarginate e dei prigionieri politici, finì per schierarsi con il regime islamista, dove quei diritti venivano violati.

Esiliato in Francia, a Neauphle-le-Château [Yvelines], Khomeini suscitò notevole interesse, soprattutto tra i giornalisti di sinistra che lo vedevano come un nuovo Gandhi. È vero che l'Ayatollah non rivelò loro tutte le sue intenzioni, affermando, ad esempio, che le donne erano libere di vestirsi come volevano. Tuttavia, sarebbe stato possibile verificare le sue posizioni durante la "Rivoluzione Bianca" e la sua concezione del ruolo politico del clero nei suoi scritti.

Il regime instaurato da Khomeini, che si proclama espressione di una forma di purezza islamica, è conforme a una tradizione ancestrale?

SR: La Repubblica islamica è una creazione ex nihilo, ed è per questo che insistiamo sul fatto che il pensiero reazionario non è strettamente conservatore: non si tratta di restaurare le vecchie istituzioni, ma di crearne di nuove. I vari organi di questo regime, la stessa funzione di "guida suprema", l'assemblea di esperti che lo nomina, non hanno precedenti nella storia dell'Iran e, più in generale, nella storia dell'Islam.

La Repubblica islamica si presenta come una finta democrazia, con un Parlamento in cui è impossibile ottenere un seggio senza l'approvazione dei mullah. Questi ultimi detengono il controllo assoluto su ogni aspetto, compresa la validazione dei candidati alla presidenza e alle elezioni. In definitiva, l'Iran è una repubblica solo di nome, la cui dimensione rivoluzionaria risiede nel fatto che si fonda su istituzioni completamente nuove.

La priorità dell'Ayatollah Khomeini, una volta preso il potere nel 1979, era quella di sottomettere le donne. Il velo imposto veniva presentato come "simbolo della lotta contro l'imperialismo occidentale". Perché costringerle ad abbracciare l'identità nazionale relegandole al contempo in secondo piano?

SR: A dire il vero, questo discorso sul velo era già utilizzato dallo stesso Ali Shariati, che incoraggiava le donne a indossarlo come segno di resistenza all'Occidente... mentre lui stesso indossava un abito a tre pezzi. Ma, tradizionalmente, tra gli islamisti, l'onore degli uomini e della famiglia poggia sulle spalle delle donne. Una donna deve essere virtuosa, modesta, coprirsi e non comportarsi in modo immorale, altrimenti l'intera famiglia viene disonorata. Il corpo delle donne è quindi un terreno di scontro fondamentale per il potere. Per le donne, velarsi è un modo per gli uomini di affermare il proprio dominio agli occhi di tutti. È come se piantassero una bandiera sulla testa delle donne.

Come si è sviluppato l'antisemitismo fino a diventare un pilastro della Repubblica islamica?

SR: In seguito alla rivoluzione del 1906, lo Scià concesse diritti agli ebrei e permise loro di diventare parte integrante della nazione. Fino alla rivoluzione islamica, gli ebrei parteciparono pienamente all'economia, alla società e alla vita politica del paese. Il khomeinismo, al contrario, combina il tradizionale antigiudaismo presente nell'Islam – così come nel Cristianesimo – con un antisemitismo importato dall'Occidente, come abbiamo detto. Di conseguenza, uno dei pilastri ideologici del regime, dalla rivoluzione del 1979 in poi, è l'obiettivo di distruggere lo Stato di Israele: la jihad "contro l'occupazione sionista della Palestina" è un sacro dovere per ogni musulmano.

Inoltre, a partire dalla fine degli anni '90, è emersa una nuova retorica antisemita, con la massiccia importazione in Iran delle teorie europee negazioniste dell'Olocausto, in particolare quelle di Roger Garaudy, autore di *I miti fondanti della politica israeliana*, pubblicato nel 1996, che portò al suo processo. I mullah consideravano Garaudy, convertitosi all'Islam e amico del regime iraniano dal 1979, un martire della libertà di espressione. E l'accusa di genocidio perpetrato dagli ebrei contro i palestinesi, risalente al 1948, è da allora riemersa nel discorso delle autorità iraniane.

Lei scrive anche che, dal 7 ottobre 2023, alcuni partiti di sinistra radicale occidentali hanno introdotto argomentazioni provenienti dalla Repubblica islamica riguardo alla guerra tra Israele e Hamas – forse inconsapevolmente…

AT: Assolutamente, e lei ha ragione a sottolineare che potrebbero non esserne consapevoli. In ogni caso, la Repubblica Islamica sta conducendo un'intensa campagna di propaganda all'estero. L'idea che gli ebrei stiano sfruttando l'antisemitismo a fini di dominio, che sia in corso un genocidio contro i palestinesi, che gli ebrei siano nazisti, ecc., sono temi sviluppati dai mullah fin dagli anni 2000. Ora si ritrovano anche nell'estrema sinistra europea.

Riterreste che l'estrema sinistra occidentale di oggi sia ingenua quanto lo erano alcuni intellettuali iraniani ai loro tempi, di fronte all'islamismo?

AT: Non so fino a che punto. Ma è sorprendente, ad esempio, che mentre alcuni dei suoi leader si sono affrettati a condannare l'azione militare condotta in Iran dagli Stati Uniti e da Israele – il che, per inciso, è comprensibile – siano rimasti in silenzio quando la Repubblica islamica ha massacrato decine di migliaia di manifestanti a gennaio. Inoltre, la minaccia nucleare rappresentata dall'Iran sembra essere sfuggita alla loro attenzione.

SR: L'atteggiamento di compiacenza di una parte della sinistra radicale nei confronti di dittatori come Bashar al-Assad in Siria o di organizzazioni terroristiche come Hezbollah o Hamas riecheggia certamente la propaganda della Repubblica islamica. Mobilitarsi contro le sofferenze patite dai civili palestinesi a Gaza, ai quali il governo israeliano nega anche il diritto a uno Stato, ci sembra del tutto legittimo. Ma parlare di "resistenza" da parte di Hamas o Hezbollah, di "Palestina dal Giordano al mare", equivale ad allinearsi all'agenda politica dei mullah, e non a difendere la soluzione dei due Stati, che è stata la posizione storica della sinistra per decenni.

Esiste il rischio che l'intervento congiunto di Israele e Stati Uniti in Iran possa ritorcersi contro questi Paesi, che potrebbero essere accusati di interventismo dalla popolazione?

SR: Gli iraniani sono completamente disperati. Alcuni di loro auspicavano un intervento straniero, ma è vero che su questo punto sono divisi. Alcuni credono che, data la barbarie del regime, non ci sia altra opzione se non quella di chiedere aiuto a paesi stranieri. Dal 1979, la diplomazia europea è stata completamente passiva nei confronti dei mullah. Ci sono voluti quarantasei anni per classificare le Guardie Rivoluzionarie come organizzazione terroristica, nonostante abbiano pianificato attacchi in tutto il mondo fin dagli anni '80; i beni dei vertici del regime, che hanno accumulato fortune a spese del popolo iraniano, non sono ancora stati congelati nelle banche occidentali. Data la mancanza di sanzioni imposte dalla comunità internazionale, la guerra appare ad alcuni come l'ultima risorsa, anche se è una cosa terribile da fare.

AT: Tuttavia, gli islamisti sono riusciti in pochi anni dove lo Scià ha fallito in decenni di governo: secolarizzare e modernizzare la società iraniana dalle fondamenta. Oggi gli iraniani non vanno più in moschea, non osservano più il Ramadan; vogliono essere liberi e godere di diritti democratici. La società si è completamente secolarizzata sotto il governo dei mullah. Delle 75.000 moschee, 50.000 sono state chiuse per mancanza di fedeli; e le 25.000 che rimangono aperte sono mezze vuote.

Quale futuro attende l'Iran? Il ritorno della dinastia Pahlavi vi sembra un'opzione plausibile?

AT: Stanno emergendo diversi scenari, e Reza Pahlavi è uno di questi. Gran parte della diaspora iraniana e della società civile ne acclama il nome. Pahlavi è una figura di opposizione ben nota, il che rappresenta al contempo la sua forza e la sua debolezza, poiché è associato a un passato tutt'altro che glorioso. Detto questo, esiste un'opposizione all'interno dello stesso Iran che potrebbe garantire una transizione senza intoppi. Anche i partiti politici curdi hanno espresso la loro disponibilità a formare un'alleanza per aiutare il popolo iraniano a liberarsi dai suoi oppressori.

Quel che è certo è che la Repubblica Islamica è completamente illegittima, come dimostra l'affluenza alle urne nelle ultime elezioni, pari a circa il 10-20%. Speriamo che la società iraniana riesca a far sentire la propria voce in mezzo a questo grande tumulto e che sia proprio la società iraniana, in ultima analisi, a rovesciare i mullah con una rivolta popolare. Spetta al popolo iraniano decidere il proprio futuro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/03/14/en-1979-la-gauche-iranienne-a-grandement-contribue-al-avenement-de-la-republique-islamique_6671154_3232.html