giovedì 24 settembre 2026

Marina Vlady (1938-2026)

 

Jean-Luc Duin
L'attrice Marina Vlady, indimenticabile Pricipessa di Clèves, è morta

Le Monde, 24 settembre 2026

Attrice fin dall'età di 10 anni, ha recitato in circa un centinaio di film, alternando il cinema popolare a opere d'autore, come *Falstaff* (1965) di Orson Welles e *Twist Again à Moscou* (1986) di Jean-Marie Poiré. Ha interpretato a turno la casta Principessa di Clèves (1961) , tratto dal romanzo di Madame de La Fayette e diretto da Jean Delannoy, e la libertina Madame de Parabère, abituata alle orge del Reggente, in *Que la joie demeure* (1975), diretto da Bertrand Tavernier. Per la televisione ha interpretato eroine di Conrad, Genevoix, Maupassant, Balzac, Aragon e Tolstoj. Marina Vlady è morta giovedì 24 settembre all'età di 88 anni.

Nata il 10 maggio 1938 a Clichy (allora nel dipartimento della Senna, ora Hauts-de-Seine), Catherine Marina de Poliakoff-Baïdaroff era figlia di Vladimir Poliakoff, un baritono d'opera giunto in Francia nel 1915 per combattere contro l'esercito tedesco. Sua madre, Militza, prima ballerina, era arrivata nel 1917 per sfuggire alla Rivoluzione bolscevica. La coppia, artisti in difficoltà economiche (lui era diventato muratore), faticava a pagare l'affitto del loro appartamento popolare. Le loro quattro figlie adottarono degli pseudonimi per intraprendere una carriera. Olga divenne Olga Varen, regista televisiva (scomparsa nel 2009). Tania divenne Odile Versois (morta nel 1980), Militza divenne Hélène Vallier (morta nel 1988), Marina divenne Marina Vlady (in omaggio al padre Vladimir, "Io sono Vladimirovna" ): le sorelle Poliakoff, attrici, incisero due album di canzoni russe nel 1967-68 (il primo vinse il premio dell'Accademia Charles-Cros) ed ebbero la gioia di interpretare insieme Le tre sorelle di Anton Čechov nel 1966.

Marina Vlady fece il suo debutto cinematografico al fianco di Gaby Morlay, Merle Oberon e Anna Magnani. Giovane donna dal fascino slavo e dalla bellezza botticelliana, veniva spesso scelta per interpretare giovani donne emancipate. Bella, aggraziata e sensuale, conquistò Marcello Mastroianni durante le riprese di Penne nere ( 1952), un corteggiatore appassionato, ma... aveva solo 14 anni! Ne I giocatori, di Steno e Mario Monicelli (1953), fu truccata come una prostituta d'alto bordo.

Apparve in Prima del diluvio (1954) di André Cayatte, interpretando una ragazzina coinvolta in una rapina finita male dai suoi amici. Il film fu selezionato per Cannes, dove sfilò sul tappeto rosso ma rimase fuori dalla sala di proiezione: la proiezione era riservata ai maggiori di 16 anni. Le valse il premio Suzanne Bianchetti. In La spaccona (1955) interpretò una cantante di cabaret dagli occhi da cerbiatta e dai tacchi a spillo. Fu una femme fatale in I mascalzoni (1960), tratto dal romanzo di James Hadley Chase, interpretò una prostituta in Delitto e castigo (1956), diretto da Georges Lampin, e ne La ragazza alla finestra (1961), diretto da Luciano Emmer, tratto da una sceneggiatura di Pasolini.

Cambio di registro

Un uomo si aggira intorno alla sua casa, "un misto di arroganza e debolezza affamata ", che assomiglia a un cane abbandonato: accompagnato dal suo amico, il produttore Raoul Lévy, Robert Hossein continua a reclutarla. Gira con lui quattro film, da I bastardi vanno all'inferno (1955), con la sua atmosfera erotica e brutale, a La notte delle spie (1959), passando per Tu, il veleno (1958), abbandonando le ragazze snob dei suoi esordi per interpretare una femme fatale costretta su una sedia a rotelle.

Robert Hossein fu il suo primo marito. In seguito sposò l'aviatore Jean-Claude Brouillet, poi il poeta e cantante russo Vladimir Vysotsky, perseguitato dal regime sovietico, che cercò invano di aiutare a fuggire dall'URSS. Morì a 42 anni a causa della dipendenza da alcol e morfina. Infine, sposò l'oncologo Léon Schwartzenberg, scomparso nel 2013, con il quale si batté per la causa di tutti gli "esclusi": i senzatetto, gli immigrati irregolari, i disoccupati. Occupazione di edifici, violenza subita: Marina Vlady fu una donna impegnata che si batté per l'indipendenza algerina nel 1962, manifestando vicino alla stazione della metropolitana Charonne e dando rifugio di notte al filosofo e facchino Francis Jeanson. Si iscrisse al Partito Comunista Francese (PCF) durante le riprese del film di Bernard Paul del 1969 , *Le Temps de vivre * (Il tempo di vivere ), una storia su una coppia sconvolta dalle difficoltà economiche. Nel 1971, firmò il "Manifesto delle 343 donne che avevano subito un aborto".

Nel 1961 si assiste a un cambio di rotta: niente trucco provocante per La principessa di Clèves , ma una voce dolce e delicata, corsetti piatti, una gorgiera che le stringeva il collo, abiti tempestati di gioielli e una postura eretta, come se fosse uscita da un quadro di Van Dyck. Jean Cocteau non riusciva a capire perché il produttore avesse scelto una donna "troppo grassa, con figli, che schifo, e per di più slava!". Un enorme successo di pubblico, ma stroncato dalla critica parigina.

Tornò rapidamente ai ruoli della sua epoca: una bugiarda consumata con battute piene di allusioni ne " L'adorabile bugiarda" di Michel Deville (1962), nuda con Sami Frey nel film antologico "I sette peccati capitali" (1962), e vincitrice del premio come migliore attrice a Cannes nel 1963 per "Il letto coniugale" di Marco Ferreri , nel ruolo di una giovane vergine cattolica che, dopo il matrimonio, diventa un'insaziabile devota dell'amore fisico fino a rimanere incinta. Sorse una controversia: in questo film italiano era doppiata; era accettabile assegnare un premio a un'attrice la cui vera voce non veniva udita? Le piacque lavorare con Henri Colpi (" Mona, la stella senza nome" , 1966), Michel Mitrani (" La notte bulgara" , 1972) e Miklos Jancso (" Scirocco d'inverno" , 1969).

Una donna moderna

«Questa è Marina Vlady. È un'attrice. Indossa un maglione blu scuro. È di origine russa...»  : così inizia Due o tre cose che so di lei (1967). Una voce fuori campo sussurra queste parole; è il regista, Jean-Luc Godard. Un film sulla prostituzione di donne indebitate che vivono nei grandi complessi residenziali popolari della periferia, che lei sta girando con grande riluttanza. Dopo la rottura con Anna Karina, Godard è innamorato di lei da tempo. Le lascia bigliettini sul parabrezza, la ricopre di regali e la raggiunge per tre settimane in Giappone, dove lei sta girando Atout Cœur a Tokyo per l'OSS 117 (1966). E infine, le chiede di sposarlo. Per lei era un'amicizia, niente di più; lei dice di no. Questo accade pochi giorni prima dell'inizio delle riprese di Due o tre cose che so di lei , durante le quali lui non le rivolge più la parola, accontentandosi di suggerirle le battute tramite l'auricolare. Lui pensa che lei suoni male e, quando lei gli chiede di darle indicazioni, un giorno lui le dice: "Se vuoi davvero suonare bene, vai a piedi da casa tua a La Courneuve invece di prendere un taxi".

Cresciuta come un maschiaccio, dotata di una vera audacia, donna moderna dell'era della liberazione, confessò di aver usato e abusato di questa libertà nella sua vita privata. Lasciò intendere che Bardot si fosse ispirata molto a lei per diventare la donna dallo spirito libero e sfrontato lanciata da Roger Vadim. Più tardi, osare girare "nuda" quando non si hanno più vent'anni ti rende ostaggio dello sguardo altrui. Lei accettò ogni sfida. Ed era grata a Michel Piccoli per averle detto, dopo aver girato una scena in cui erano nudi in Sette morti per prescrizione (Jacques Rouffio, 1975), di essere rimasto profondamente commosso dal suo corpo di donna che aveva partorito. Un resoconto sincero si trova nelle sue memorie, 24 immagini al secondo (Fayard, 2005).

Marina Vlady tra qualche data

10 maggio 1938 Nascita a Clichy (Hauts-de-Seine)

1953 “Prima del diluvio”, di André Cayatte

1965 “Falstaff”, di Orson Welles

1963 "L'ape regina", di Marco Ferreri. Premio alla migliore attrice a Cannes.

1967 “Due o tre cose che so di lei”, di Jean-Luc Godard

1971 Firma il "Manifesto delle 343 donne" sull'aborto

1976 "Lasciate che la gioia regni sovrana", di Bertrand Tavernier

Nel 2005 è stato pubblicato "24 fotogrammi al secondo" (Memorie).

24 settembre 2026 - Scompare all'età di 88 anni.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/09/24/la-comedienne-marina-vlady-inoubliable-princesse-de-cleves-est-morte_6781558_3382.html

Il segretario di Sartre

Luca Scarlini
Jean Cau, il ritrattista specializzato in incontri-scontri

il manifesto, 20 settembre 2026

Lo sguardo sarcastico e disincantato di Jean Cau ha potuto posarsi sulla Parigi degli intellettuali del dopoguerra da un punto di osservazione privilegiato: giornalista e reporter, dal 1946 al 1957 fu segretario personale di Jean-Paul Sartre (dal quale si distanziò per le proprie posizioni politiche, divenute via via più conservatrici), e conobbe da vicino Gaston Gallimard, che gli diede la possibilità di vedere da vicino molti degli scrittori collezionati nel suo catalogo. Degli incontri-scontri di cui Cau fu testimone o protagonista, una personale antologia è offerta dagli Esercizi di memoria, datati 1985 e ora editi da Settecolori – che tre anni fa aveva pubblicato Il popolo, la decadenza e gli dei – nella vivace traduzione di Giovanni Acuto (pp. 242, € 23,00).

Una precisa idea di scrittura, memorialistica e caustica, sostiene il testo: «Quando li ho evocati, alcuni ricordi che credevo morti si sono risvegliati. Altri si sono rifiutati di uscire dalla loro tomba. Molti mi hanno supplicato di lasciarli dormire. Ringrazio quelli che hanno accettato di rivivere e lascio gli altri riposare in pace». Il libro inizia con una sequenza di ritratti politici (Mitterrand, Giscard d’Estaing, Kruscev), e approda alla letteratura, dove la penna di Cau dà il meglio: il sesto capitolo mette in scena Gallimard (che l’autore apparenta a un bravo  mugnaio: «forse per via della sottilissima forfora che brillava sul colletto della sua giacca sempre scura?»), patron dell’editoria francese di cui vengono registrati i giudizi taglienti: detesta Malraux («un guitto, un fanfarone. A volte funziona, però…»); ricorda Gide, che in veste di «papa, ma cinese» disturba la proiezione della prima parigina di Citizen Kane; maligna sull’epopea di Boris Vian («certi miti sono come la maionese dei ristoranti a prezzi stracciati: meno uova ci sono e più la si fa montare»); passa, prevedibilmente, da Jean Cocteau, il quale «punta il dito indice parafulmine quando parla “male” di un “mondo” che adora, e ha una risata che echeggia, aspra, con un rumore di raganella, una risata acuta, secca, rotta, crudele, elegante»; approda a Raymond Queneau, «un’enorme foca buona, catturata senza alcuna resistenza sulle banchise verdi della Normandia dal trapper Gaston Gallimard, anch’egli nativo di quel profondo nord, mangiava attentamente quarti di manoscritti nel suo minuscolo ufficio della NRF. Sulla porta, il nome – per me sacro – dell’animale».

Lampeggiano anche sprazzi di avanguardia: Tzara, avarissimo in vecchiaia, e Artaud, dopo la liberazione dal manicomio, che: «all’improvviso iniziava a emettere gemiti lunghi e profondi e a graffiare il tavolo con le unghie». Brillante, e cinico, è il galop finale su Sartre, di cui analizza l’incapacità totale di tenere i soldi che riceve da Gallimard, o dalla Società degli Autori, quando vanno in scena le sue commedie.

Cau non fu soltanto aspro polemista: un altro suo libro esce opportunamente da Oaks Editrice, che ripropone a distanza di molti anni dalla edizione Mondadori la traduzione di Roberto Cantini di La pietà del cielo (pp. 250, € 24,00), premiato con il Goncourt nel 1961, quando Cau aveva appena trentasei anni. Il romanzo intreccia le conversazioni di quattro ergastolani rinchiusi in cella, volgendo in modo drammatico il meccanismo narrativo del Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre. Il Dottore è colui che pungola gli altri e orchestra il discorso: con lui Alex, Eugène e Match, tutti accomunati dall’aver commesso un omicidio. Come sottolinea Giovanni Sessa, che firma l’introduzione del volume, il tema principale è la sconfitta della verità,  l’impossibilità di affermare una visione comune del reale, che viene smantellata pezzo per pezzo nei dialoghi in cella: più che dialoghi, sono  veri e propri scontri, nel riportare i quali – tanto nella prosa narrativa quanto in quella giornalistica – la penna di Cau dava evidentemente il meglio.

La crisi del presidenzialismo in Francia

 

Solenn de Royer
"Le elezioni presidenziali del 2027 si svolgeranno in un contesto di profonda crisi del presidenzialismo francese."
Le Monde, 24 settembre 2026

Da dove nasce questo diffuso malessere che circonda le prossime elezioni presidenziali? Lo spettro di una possibile deriva verso l'estrema destra, la proliferazione senza precedenti di candidati in un contesto di divisioni interne a ciascuno schieramento, la corsa alla popolarità, guidata da motivazioni personali piuttosto che ideologiche o di partito, la debolezza di alcuni candidati in termini di sostanza (idee) o forma (personalità), mentre la posta in gioco (debito, sovranità, istruzione, ecc.) e i rischi (geopolitici, climatici, legati all'intelligenza artificiale, ecc.) raramente sono stati così drammatici... Sono tutte ragioni che possono spiegarlo, ma non tutte. C'è qualcos'altro.

Nella Quinta Repubblica, le elezioni presidenziali rappresentano una promessa di risoluzione. Il popolo francese decide, si forma una maggioranza e si dà una direzione al Paese. Questa volta, tuttavia, le elezioni attorno alle quali ruota tutta la vita politica potrebbero non risolvere nulla. Né la crisi politica derivante dallo scioglimento dell'Assemblea Nazionale nel giugno 2024 – decomposizione, frammentazione, polarizzazione, scomparsa del principio di maggioranza che porta alla paralisi – né le difficoltà del Paese, dato che l'abissale debito pubblico (3.500 miliardi di euro) lascerà ben poco margine di manovra al successore di Emmanuel Macron. I francesi hanno la vaga sensazione che il Paese sia giunto alla fine di un ciclo politico iniziato nel 1962, con un sistema impoverito, istituzioni esauste e una presidenza danneggiata che necessita di essere reinventata.

Questo è il paradosso del momento: mentre le prossime elezioni raramente hanno avuto una posta in gioco così alta, si svolgono sullo sfondo di una profonda crisi del presidenzialismo francese. In un'opera collettiva, *L'Ère de l'exemplaire* (Presses de Sciences Po, 358 pagine, 25 euro), Vincent Martigny mostra come l'esercizio del potere, così come stabilito dalla Costituzione del 1958, si sia progressivamente squilibrato negli ultimi vent'anni. Mentre la centralità del Presidente della Repubblica è "consustanziale alle origini della Quinta Repubblica" , il regime si è concentrato sempre più sulla funzione presidenziale, "la stella attorno alla quale ruotano tutte le altre ", scrive il politologo.

L'apoteosi del presidenzialismo

Nicolas Sarkozy ha accentuato questa tendenza nel 2007 con l'instaurazione di un'"iper-presidenza": centralizzazione del processo decisionale, emarginazione del "primo ministro collaboratore" e ostentazione pubblica senza freni delle sue azioni. La riforma del mandato presidenziale a cinque anni nel 2000 e l'inversione del calendario elettorale (elezioni presidenziali prima delle elezioni legislative) nel 2001, così come la trasformazione del panorama mediatico, hanno definitivamente legato la vita politica alle elezioni presidenziali. Persino François Hollande, eletto con la promessa di una "presidenza normale ", non è riuscito a sfuggire alla logica presidenziale, osserva Vincent Martigny.

Dal 2017 in poi, Emmanuel Macron – “un miscuglio di bonapartismo tecnocratico, processi decisionali verticistici, opportunismo istituzionale, microgestione e arroganza”, scrive – ha completato l'erosione delle istituzioni. Emarginando ogni forma di mediazione (partiti, Parlamento, parti sociali), che avrebbero dovuto fungere da cuscinetto per il sistema, il Presidente della Repubblica è diventato responsabile di tutto: questa è stata l'apoteosi del presidenzialismo.

Ma questo, unito a un'eccessiva personalizzazione del potere – che lo rende dipendente dal temperamento, persino dalla psicologia, di chi occupa l'Eliseo – ha accentuato la polarizzazione attorno alla figura del Presidente della Repubblica, privandolo del suo ruolo di arbitro. Mentre una società sempre più diversificata e pluralistica sembra aspirare a strutture più orizzontali, questo eccessivo presidenzialismo appare fuori luogo. È tanto più irritante in quanto non è accompagnato da una maggiore efficacia dell'azione pubblica, rischiando di alimentare frustrazione e rabbia, e quindi voti di protesta.

teatro delle ombre

Nella concezione gollista, la preminenza presidenziale, avviata nel 1958 e sancita nel 1962 con l'elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale, aveva il suo corrispettivo: con il referendum, Charles de Gaulle si assunse la responsabilità politica di fronte al popolo. Dopo il "no" del 1969, lasciò il Palazzo dell'Eliseo.

Emmanuel Macron, d'altro canto, si è rifiutato di trarre conclusioni dalla sua doppia sconfitta elettorale del 2024, alle elezioni europee e legislative. Ha rifiutato di nominare un primo ministro della coalizione di sinistra che, pur lontana dalla maggioranza, era comunque uscita vincitrice. Né ha preso in considerazione l'idea di fare un passo indietro, continuando ad agire come se fosse ancora il "presidente in carica". Da qui l'impressione, da allora, che il regime stia girando a vuoto: il sistema maggioritario è scomparso, ma la cultura politica forgiata da decenni di presidenzializzazione (la "costituzione mentale ", per usare le parole del politologo Bastien François ) sopravvive. Un teatro delle ombre.

In *Lo scioglimento della Quinta Repubblica* (Les Petits Matins, 2025), i costituzionalisti Denis Baranger e Olivier Beaud sostengono che "il fallimento del secondo mandato di Macron deriva dalla sua incapacità di comprendere che un presidente deve fondare la propria legittimità su poteri diversi dai propri: il popolo e la maggioranza parlamentare ". In mancanza di tale sostegno, analizzano, egli deve accettare una riduzione dei suoi poteri, come in un periodo di coabitazione: "L'iperpresidenza è diventata così non solo debole, ma anche isolata e distaccata dalla realtà". In definitiva, Emmanuel Macron ha portato la preminenza presidenziale al suo apice prima di precipitarne il declino.

Una constatazione sconcertante, in un momento in cui i francesi devono trovare un successore. Come se fossero chiamati a eleggere il presidente di una Repubblica ormai scomparsa. «La Quinta Repubblica è morta, la Sesta non è ancora nata. Ci troviamo ora sotto il giogo di un regime incapace di definirsi, senza una maggioranza, senza una grammatica conosciuta, con pratiche – a volte consolidate – sconvolte, un sonnambulo che brancola nel buio », osserva Boris Vallaud, il deputato socialista delle Landes, in una nota intitolata «Memorie per il domani», pubblicata il 2 luglio dalla Fondazione Jean Jaurès, in cui auspica una «reinvenzione dell'esercizio del potere » .

Dopo dieci anni di macronismo, la questione istituzionale non può più essere ignorata. Le vie di riforma sono note e numerose: trasferire il potere al Primo Ministro, chiarire le responsabilità politiche del Presidente della Repubblica, riabilitare il Parlamento e la cultura del compromesso, modificare il sistema elettorale, consultare più frequentemente i cittadini… In definitiva, trovare il modo di governare senza che tutto dipenda dal Presidente. La prossima campagna elettorale dovrebbe essere un'occasione per dibattere su questi temi, o quantomeno per impegnarsi in una profonda e fondamentale riflessione sul ruolo presidenziale e su ciò che ci aspettiamo da esso.

https://www.lemonde.fr/politique/article/2026/09/23/presidentielle-2027-le-scrutin-qui-vient-se-tient-dans-un-contexte-de-crise-profonde-du-presidentialisme-a-la-francaise_6780915_823448.html

Un posto in Rsa

Alessandro Mondo
"Mia madre valutata come urgente, ma il posto in Rsa è un miraggio"

La Stampa, 24 settembre 2026

TORINO. È il girone dei dannati. Più gironi, anzi: il tempo di riemergere da uno, e si sprofonda nel successivo. Altre settimane, mesi, anni persi. Da una lista d’attesa all’altra per ottenere il posto in convenzione in una qualsiasi Rsa, una sorta di biglietto della lotteria, mentre gli anziani aspettano. E con loro le famiglie, alle prese con il lavoro (quando c’è), i figli, le incombenze quotidiane.

Siamo in Piemonte. E dire che Luisa Giors Fueri, figlia della signora Serafina - classe 1929, vedova dal 2008, dall’agosto 2025 inserita privatamente in una Rsa a Chialamberto, comune della Città metropolitana di Torino -, aveva appena tirato un sospiro di sollievo.

Prima di procedere è bene precisare che la mamma, con una diagnosi di Alzheimer dal 2008, fino allo scorso anno è stata assistita a casa. Poi il ricovero, inevitabile, e l’inizio di un’altra via crucis, dopo quella domiciliare.

«Ho intrapreso il percorso di valutazione per la stipula di una convenzione tra Rsa e Asl (ndr: la Torino 3): anche mia madre è risultata “differibile”, categoria peraltro non contemplata nei Livelli essenziali di assistenza e dalla normativa regionale», racconta Luisa. Un disastro: differibile equivale ad un’aspettativa sine die.

Luisa però non si arrende. «Dopo sei mesi ho richiesto una nuova valutazione, a seguito della quale mia madre è risultata “urgente” - scrive a La Stampa -. La normativa prevede che, in caso di urgenza, l’Asl stipuli la convenzione con l’Rsa nei 90 giorni successivi la valutazione». Passano tre mesi: silenzio. Richiama, per sollecitare, e dal Punto unico di accesso ottiene la seguente risposta: «La signora è 33ª in lista d’attesa, il primo in lista sta aspettando da 255 giorni».

Così Luisa. Salvo aggiungere: «Che dire? Tra 200 giorni magari mia madre non ci sarà più… Sono sgomenta. Riesco a fare fronte economicamente alle necessità di mia madre depauperando il patrimonio mio, di mio marito e del resto della famiglia, penso a chi non è in grado di sostenere economicamente e per lungo tempo una situazione del genere».

Nel caso della signora Serafina, in discrete condizioni fisiche ma ormai sostanzialmente incosciente, parliamo di una retta mensile di 2.600-2.700 euro a fronte di una pensione di 1.600, tutto compreso. Luisa e il marito sono entrambi in pensione e hanno due figli: «Ho tenuto la mamma a casa finché ho potuto, mai chiesto nulla, ora che ho bisogno...».

Come premesso, il caso riguarda l’Asl Torino 3. I numeri: 1.285 gli anziani in attesa di ricovero in Rsa, 215 urgenti, 312 non urgenti, 758 differibili. Degli urgenti sono 94 quelli in attesa oltre i tre mesi. Serafina non può saperlo ma è uno di questi. Lo sa bene Luisa, invece, che mentre la mamma si disfà lentamente e le scivola via, come sabbia tra le dita, continua a pagare la retta a prezzo pieno per garantirle un’assistenza adeguata.

Ci sono storie che si raccontano da sole, e quella di Serafina è una di queste. «Sappiamo quanto l’attesa di un posto in Rsa possa pesare sulla vita degli anziani e delle loro famiglie, è un tema che seguiamo con grande attenzione - spiega Giovanni La Valle, direttore generale dell’Asl -. Oggi il numero di quanti hanno priorità urgente e attendono da oltre 90 giorni è in diminuzione rispetto allo scorso anno. In un territorio molto vasto e con una popolazione anziana numerosa, quest’anno abbiamo aumentato il budget dei Distretti per dare più risposte e continuare a ridurre i tempi di attesa».

Un episodio isolato? Macchè. Parliamo dell’Asl Torino 3 perchè Luisa ha scritto a La Stampa e la mamma ricade in quell’area. Nelle altre la situazione è analoga. Quanti sono, in tutto il Piemonte, gli anziani classificati come urgenti per l’inserimento in Rsa? Secondo il consigliere regionale del M5s Alberto Unia, che ha sollevato la questione in Consiglio regionale, 1.255. Un dato contestato dalla Giunta, che nella risposta ha evidenziato come siano 382 i casi urgenti per cui si è già sforato il limite dei 90 giorni. Sia come sia, un diritto negato.

mercoledì 23 settembre 2026

Piemonte liberale

 

Paolo Bagnoli
È il Piemonte la casa del liberalismo 

La Stampa, 23 settembre 2026

Il Piemonte è il luogo del liberalismo politico. In nessun’altra regione d’Italia, infatti, troviamo una presenza così numerosa e caratterizzata da forti personalità quale quella che registra il Piemonte e che costituisce le radici dell’Italia unita. È una filiera lunga che nasce naturalmente da Cavour annoverando, dopo il Conte, Giovanni Giolitti, Luigi Einaudi, Marcello Soleri, Piero Gobetti, Filippo Burzio. A questa filiera appartiene anche Valerio Zanone, ma ci piace ricordare pure Eugenio Artom il cui volume Lineamenti della crisi sociale (Utet, 1921) viene recensito da Carlo Rosselli su la Critica Sociale. Ognuna delle personalità sopra ricordate ha caratteristiche che in parte differenziano, com’è naturale che sia, l’uno dall’altro, ma al di là della concezione di significato di cosa voglia dire liberalismo, si riscontra pure un terreno che in buona parte accomuna alcuni di loro.

Cavour fu il grande regista dell’unità nazionale. Il compito che la storia gli assegnò fu quello di fare lo Stato italiano, impresa ardua e che non ebbe modo di portare a termine. Egli, tuttavia, la condusse in fedeltà a un’idea di libertà costituzionale che conteneva nei principi le basi per costruire una realtà storica nuova, di stampo laico e civile, altro rispetto alle angustie di una dinastia con prevalenti doti di gelosia e esclusività del proprio ruolo – un qualcosa che veniva prima del dovere del compito – e che si concepiva – cosa mai smessa, Pietro Badoglio ne è l’ultimo disperato e drammatico esempio – quale dinastia militare. Fare uno Stato era un’altra cosa, più complessa e difficile, che non poteva basarsi solo su una concezione militaresca del potere politico.

A un compito per molti aspetti simile a quello di Cavour si trovò nel primo decennio del Novecento Giovanni Giolitti. Lo Stato aveva bisogno di farsi a fronte del contesto sociale nuovo cui si trovava il Paese, per cui il principio liberale che aveva ispirato l’azione del Conte era certo necessario, ma non sufficiente perché le questioni sul tappeto, anche quelle di natura internazionale, richiedevano una visione nuova da innervare nella primigenia fondamenta del liberalismo i fatti della democrazia. Non vogliamo qui entrare nel tanto dibattuto problema sul giudizio da dare del periodo giolittiano ma, qualunque esso possa essere, non si può negare che a entrambi spetta, a ragione, il titolo di “statisti”. Con Giolitti il liberalismo politico aveva fatto enormi passi avanti in quanto il liberalismo giolittiano, per farsi, Risdeve farsi anche democrazia, soprattutto da un punto di vista sociale.

Cavour e Giolitti hanno una rilevanza storica di statisti, un titolo che talora accompagna esperienze di uomini politici di alto livello, ma che, rispetto a quelle di Cavour e di Giolitti, non avevano lo stesso problema: un problema primario, si guardi bene, da affrontare. Sicuramente da affiancare a Cavour e Giolitti quali “statisti”, abbinerei Alcide De Gasperi che si trovò, anche lui, a fronteggiare il medesimo problema: ricostruire uno Stato dopo la dittatura e le devastazioni della guerra. E anche De Gasperi era un cattolico, ma liberale: poi, più in generale, appartengono alla categoria del liberalismo tutti coloro che si riconoscono nella Repubblica e nei principi della Costituzione.

Se il cavourismo rappresenta un liberalismo legato al Risorgimento, quello di Giolitti, data la stagione storica in cui si colloca, segna in profondità lo sviluppo del liberalismo. In tale scia, si collocano Marcello Soleri, Filippo Burzio, Artom e pure Valerio Zanone. In altra parte metterei Luigi Einaudi, il cui liberalismo ha una matrice anglo-sassone e non di tipo sociale. Naturalmente, c’è Piero Gobetti il cui liberalismo risolve se stesso operando in termini rivoluzionari, ossia palingenetici, per un’Italia del tutto altro rispetto a quella nata con il Risorgimento. Di esso non sottopone a critica i fatti quanto i principi che lo hanno mosso non permettendo al Paese di attuare, nella cornice della formula della “rivoluzione liberale”, quella “rivoluzione democratica” che avrebbe dovuto portarlo alla conquista della modernità. Eppure in Zanone, intelletuale finissimo, ex segretario del Pli, ministro e sindaco di Torino, un filo interpretativo del liberalismo tra Giolitti e Gobetti si tende.

È il farsi del liberalismo. Il primo articolo di Zanone su Gobetti è del 1970; scrive: «Il dato peculiare della sua personalità fu la capacità di conciliare la missione intellettuale di chi si sente votato “al dubbio tragico del pensiero” con una autentica vocazione economica per la funzione imprenditoriale». Non si riferisce, certo, a una presunta vocazione commerciale o manufatturiera di Gobetti, quanto al suo inserirsi nella realtà della vita con opere le cui radici risiedevano nella missione intellettuale cui si era dedicato.

Due anni dopo, nel saggio Il liberalismo moderno, pubblicato nella Storia delle idee politiche, economiche e sociali, la concezione del farsi del liberalismo si riscontra ancora in Gobetti nel suo apparentare «la pervicace eresia del liberalismo (…) con lo spirito delle prime democrazie protestanti» e «nel tentativo di innestare la teoria della classe politica di Mosca e Pareto sulla dottrina della lotta di classe». Pur non andando a fondo, dottrinariamente, di quello che è l’elitismo democratico di Gobetti, certo abbiamo la conferma che la connotazione del liberalismo risiede nel suo farsi concreto in ogni ambito della vita vissuta.

Il paragone tra Giolitti e Gobetti può sembrare paradossale, ma poiché, nella valutazione dell’indirizzo politico ciò che conta è l’intenzione, bisogna avere la pazienza di scavare ancora senza lasciarsi prendere dal sempre presente senso comune. La prova più alta di essere, nella sostanza, uno storico delle dottrine politiche Valerio Zanone la fornisce proprio nel citato saggio Il liberalismo moderno. Nel paragrafo che dedica a I liberali italiani, a proposito dello statista di Dronero scrive: «Il disegno politico di Giolitti puntava al riconoscimento della funzione esercitata dal socialismo e sul piano sociale all’integrazione delle classi popolari nella società nazionale, per la conservazione dell’ordine tradizionale contro il “turbine” rivoluzionario. Il terreno d’incontro non poteva che essere quello di un effettivo riformismo sociale, capace di porre termine alla lotta di classe e di riconciliare le classi lavoratrici con le istituzioni liberali». E a proposito di Gobetti scrive: «Il suo liberalismo fu la breve e intensa stagione di una minoranza eroica, animata da una donchisciottesca, disperata religiosità civile, il sogno di un radicale rinnovamento certo sproporzionato alle possibilità e ai limiti del nostro paese; il liberalismo di Croce fu per mezzo secolo l’imperium di un magistero culturale di rilevanza europea».

Al di là di tutte le polemiche, le diversità e pure la persistenza di modelli storiografico-politici vi è un punto di fondo: l’Italia, divenuta una, necessitava di un assetto democratico; una questione presente e premente alle porte della storia del Paese chiusasi la stagione del post-Risorgimento e drammaticamente cambiato lo scenario nazionale dopo il conflitto. Qui si pone la questione della democrazia che, per Giolitti, si matura in termini di liberalismo sociale, per Gobetti, che critica, ma non nega con accenti di vicinanza e di delusione, proprio perché l’entente Giolitti-Turati ha mancato sia nel cambiare la postura del liberalismo - che non è una questione riguardante l’arte di governare lo Stato - sia nel pieno assolvimento della concezione del socialismo che, per Turati, non dimentichiamolo, era “rivoluzione sociale”. Occorre un rinnovamento generale sia di classe dirigente sia di azione libertaria proveniente dal basso concretizzando il senso della libertà in un cambiamento che investisse nel suo complesso il dato storico dell’Italia.

Le conseguenze della guerra, in fondo, avevano dimostrato che la ventata reazionaria era, in buona sostanza, il frutto del fallimento del liberalismo quale azione di governo di cui Giolitti era stato il protagonista di più alto livello e solo una sua concezione rivoluzionaria avrebbe potuto cambiare, con una primaria consapevolezza etica, l’esserci di uno stato sulla base fondante di un nuovo modo di intendere e praticare la lotta politica.

Zanone, in una riflessione che abbraccia motivi ideali, storici, politici e morali, è all’incrocio di queste due derivazioni liberali; di ciò è consapevole in modo fermo. Cosa significa, allora, per Zanone essere liberali? Lo chiarisce nel 1996: «La cultura politica in cui mi riconosco è (…) fondata sul connubio indissolubile fra liberalismo e democrazia. Mi riconosco nella democrazia liberale con l’avvertenza che nella locuzione l’aggettivo è, per me, più importante del nome. Dall’associazione fra liberalismo e democrazia discendono conseguenze culturali che producono a loro volta opzioni rilevanti nella prassi politica». Ecco dove, in lui, i poli opposti del giolittismo e del gobettismo finiscono per sciogliersi. Può apparire paradossale ma, se così non è, non si comprende il riferirsi all’uno e all’altro di questi dati per dare ragione del suo essere un liberale; di un liberalismo quale concretezza, non solo ideale, ma fattuale della storia. Zanone, consapevole che la democrazia non risolve, in via di principio, le questioni sociali che nel suo sistema vi sono, così chiarisce: «Per il liberaldemocratico la sintesi fra libertà ed eguaglianza riguarda non solo i punti di partenza ma anche i risultati nel senso che riconosce ai meno fortunati il diritto alla protezione sociale. Ciò comporta, seppure in maniera variabile, l’accentuazione di quella funzione redistributiva dello Stato sociale che incontra invece l’avversione del liberalismo almeno nelle sue accezioni più intransigenti».

 

La pista mortale

Chiara Surano
In centinaia in presidio in corso Regina Margherita dopo la morte del piccolo Nicolò, vittima di incidente in sella alla sua bicicletta
Torino Today, 23 settembre 2026

“Voleva solo andare a scuola in bici”, recita il cartello affisso nella serata di martedì 22 settembre mentre, sui social e tra le chat, iniziava a circolare la locandina. L'invito diffuso da Fiab Torino Bike Pride a prendere parte al presidio: “Basta morire in strada. Uniti per una ciclabile umana”. Appuntamento alle 7.30 del mattino in corso Regina Margherita 47, nel quartiere Vanchiglia di Torino, all'angolo con via Cesare Balbo. Lì dove 24 ore prima il piccolo Nicolò Di Ciò di soli 7 anni, in sella alla sua bicicletta, ha perso la vita mentre con il papà pedalava verso la scuola. “Una tragedia annunciata”, commentano in un quartiere sotto shock. 

Trecento persone per un cordone umano a difesa della ciclabile


“La sicurezza in strada non è un privilegio. E che non si parli di tragedia perché questa è una tragedia annunciata”. Circa trecento le persone presenti tra genitori, adulti, bambini per formare un cordone umano a delimitare la corsia ciclabile lungo il controviale di corso Regina Margherita, dove nella mattina di martedì ha perso la vita il piccolo Nicolò Di Ciò, di appena sette anni. Suonano i campanelli nel quartiere Vanchiglia di Torino per far sentire la voce di chi quotidianamente attraversa la città in bici, senza veder garantita per sé la sicurezza. Durante il cordone umano che per un’ora ha imposto alle auto di rallentare lungo il controviale, rispettando (almeno per un giorno) il limite dei 30 km/h, è stata posata una piccola ghost bike bianca, una bicicletta nel luogo dell’incidente. Poco dopo le 8.30, in sella alle bici, il presidio si è mosso in fila, lungo le ciclabili e senza bloccare il traffico, in direzione del Comune di Torino per far sentire la propria voce, in questo caso, alle istituzioni. Durante il presidio non sono mancate criticità e momenti di tensione fomentati da automobilisti che, fermi in coda o costretti a rallentare, hanno a più riprese protestato arrivando anche al diverbio con chi stava prendendo parte al presidio per il piccolo Nicolò.

L'incidente in corso Regina Margherita

Sono al lavoro gli agenti della polizia locale per ricostruire quanto accaduto intorno alle 8 del mattino di mercoledì, 22 settembre, nel controviale di corso Regina Margherita, precisamente nel tratto tra via Montebello e via Tarino in direzione lungo Po. Il bambino era in sella alla sua piccola bici con regolare casco protettivo quando, per cause da accertare, è avvenuto lo scontro con un'auto, una Chevrolet Matiz. Papà e figlio erano in bici lungo quella corsia ciclabile che è segnalata sulla carreggiata dalla sola vernice, stavano per raggiungere la scuola in via Verdi. 

Le condizioni del piccolo sono parse subito gravissime: soccorso e trasferito all'ospedale del Regina Margherita, nonostante le cure e un intervento chirurgico d'urgenza, nel pomeriggio è stato dichiarato il decesso. La conducente dell'auto si è subito fermata per prestare soccorso e sarà quasi certamente denunciata per omicidio stradale, un atto dovuto, mentre si attendono verifiche sulla dinamica per accertare eventuali responsabilità. 

Il controviale di corso Regina Margherita, la strada “condivisa” e una “tragedia annunciata”

È successo nel controviale di corso Regina Margherita e per molti residenti del quartiere Vanchiglia la morte di Nicolò è una “tragedia annunciata”. “Fantomatica”, “cosiddetta”, “vergognosa”. Sono gli aggettivi che vengono usati per descrivere la pista da chi la attraversa. Sull'asfalto c'è la segnaletica orizzontale, una striscia bianca tratteggiata (e anche molto sbiadita) a segnalarla, e nient'altro. 

O meglio, dell'altro c'è: c'è un controviale trafficato dove faticosamente viene rispettato il limite dei 30 km/h, c'è un asfalto dissestato con buche grossolane, non ci sono limiti netti, ci sono passi carrai e accessi laterali che quella pista la interrompono quasi di continuo, ci sono le auto parcheggiate da un lato e a spina di pesce dall'altro, ci sono le portiere che si aprono all'improvviso e quelle stesse auto che proprio sulla corsia ciclabile parcheggiano in doppia fila quasi quotidianamente, ancor più in quel tratto per la presenza del supermercato. La strada sì, è a tutti gli effetti “condivisa”, ma non lo è nei fatti. 

E tutto ciò accade durante la Settimana Europea della Mobilità, iniziata il 16 settembre e conclusasi proprio il 22, giorno dell'incidente. Una campagna di sensibilizzazione a livello europeo, la più importante tra quelle organizzate dalla Commissione, sulla mobilità urbana sostenibile per promuovere “il cambiamento comportamentale a favore della mobilità attiva, del trasporto pubblico e di altre soluzioni di trasporto pulite e intelligenti”. 

E di mobilità sostenibile se ne sarebbe parlato proprio il 22, alle 18, a pochi passi dall'incidente: un'iniziativa del comitato Vanchiglia Insieme e del Gruppo Pensionati Vanchiglietta APS aperto alla cittadinanza, proprio per riflettere sull'importanza della mobilità sostenibile e per presentare il progetto “Strade Scolastiche in Vanchiglia”. 

Fiab Torino Bici e Dintorni: “Andare in bici in questa città è una scelta che può costare la vita”

“La tragedia avvenuta questa mattina in corso Regina Margherita dimostra che andare a scuola o al lavoro, in bici nella nostra città, è una scelta coraggiosa che può costare la vita – così Fiab Torino Bici & Dintorni –. Non era una ciclabile quella dove è successo, ma una ‘strada condivisa’, termine adottato dalle amministrazioni torinesi per poter vantare 300 km di ciclabili. Un concetto in sé positivo, se applicato, ma Torino è la città dell'auto che, pertanto, è l'utente principale della viabilità e non basta la segnaletica orizzontale, spesso invisibile dopo sei anni, a ricordare che in quel tratto stradale hanno pieno diritto di circolare anche le biciclette". 

https://www.torinotoday.it/cronaca/presidio-morte-nicolo-di-cio-bambino-incidente-bici-controviale-corso-regina-margherita.html



Ivrea incompiuta

 ivrea, quello che olivetti non fece

Progetti mancati. Un pregevole libro di Daniele Boltri ed Enrico Papa indaga sui 34 lavori architettonici pensati da Adriano & co che non si realizzarono mai

Paolo Bricco
Il Sole 24ore, 20 settembre 2026

Le architetture olivettiane nella loro dimensione più onirica. La dimensione della non esistenza. Nel 1991 Laura Olivetti e Giovanni Maggia avviarono la ricerca sulle architetture olivettiane che, ora, si completa con la pubblicazione del terzo volume, Architetture olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati, firmato da Daniele Boltri ed Enrico Papa. Il libro, che riporta con fedeltà filologica i materiali d’archivio dell’Ufficio Tecnico Olivetti di Ivrea, racconta una storia di visioni e di desideri, di scontri e di fallimenti, di ambizioni e di cadute. Sono trentaquattro le iniziative commissionate ma, poi, non realizzate. La più antica è la sala da ballo sulla collina di Figini e Pollini, datata 1937. La più recente è un complesso residenziale a Monte Navale, sopra Palazzo Uffici, di Nello Renacco, del 1969, nove anni dopo la morte di Adriano. Tuttavia, la maggioranza di queste opere è stata concepita negli anni 50 e rappresenta bene il grumo concettuale ed estetico della cultura olivettiana, nel senso di Adriano. In tutto, sono venticinque gli autori che, in quel gigantesco opificio dell’architettura industriale e civile a cielo aperto che è stata la Ivrea del Secondo dopoguerra, hanno ricevuto un incarico, hanno presentato i risultati, si sono sentiti dire di no.

Questo catalogo della non esistenza ha, fra le opere immaginate, i suoi passaggi più importanti in cinque opere: la villa ideata per Adriano Olivetti da Luigi Figini e Gino Pollini sulle sponde del Lago Sirio, le residenze sulla rocca di San Maurizio di Cesare Cattaneo, l’albergo-club-ristorante sempre sulla rocca di San Maurizio di un architetto non olivettiano come Carlo Mollino, il ponte diga sulla Dora Baltea di due figli putativi di Adriano come Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, la Scuola formazione professionale meccanici di BBPR. E, poi, le opere rimaste appunto sulla carta di Marcello Nizzoli, Marco Zanuso, Franco Albini, Eduardo Vittoria, Ignazio Gardella e Annibale Fiocchi.

L’elemento storico interessante è rappresentato da quello che si vede – dei progetti, pur nella loro dimensione non concreta – e da quello che non si vede. Perché, alla fine, ogni vicenda storica è, anche, una vicenda di quotidianità e di rapporti personali da un lato e, dall’altro, di inserimento di ogni singolo fatto in un contesto più ampio. E, così, sul versante dei rapporti personali si apprende che sul progetto di Cattaneo l’interlocutore “intermedio” fra l’architetto e Adriano Olivetti è stato Rocco Nicolais, amico di Camillo Olivetti (padre di Adriano e fondatore della ditta) ed ex tenente dell’Esercito. In questo caso la criticità, sollevata dal cerchio ristretto di architetti che lavora abitualmente con Adriano, è rappresentata dalle linee cubiste e futuriste dell’opera immaginata da Cattaneo, ritenute troppo disomogenee rispetto al codice culturale ed estetico razionalista della Ivrea di allora. Un genio versatile come il fotografo e designer Carlo Mollino viene percepito dagli architetti più prettamente olivettiani come un corpo estraneo, anche in virtù del suo radicamento nell’ambiente culturale e nel mercato della committenza della Torino degli Agnelli. Mollino parla con l’avvocato eporediese Renato Chabod che dialoga a sua volta con Ignazio Weiss, allora segretario di presidenza della Olivetti e uno degli uomini più vicini ad Adriano. Alla fine, il lavoro di Mollino viene osteggiato anche dai redattori del piano regolatore di Ivrea del 1952 (fra cui gli stessi Fiocchi e Quaroni) che ritengono il progetto, letteralmente, «troppo monumentale».

Il contesto più ampio è quello di un Adriano Olivetti che si allontana, poco alla volta, dalla concretezza della sua passione per i luoghi del lavoro e del vivere, perché impegnato – soprattutto nella seconda parte degli anni Cinquanta – a tenere unita la doppia dimensione di industriale insieme tradizionale e innovatore e di politico, allo stesso tempo, utopista e riformatore. Aumentano, appunto, le intermediazioni fra lui e gli architetti. E, allo stesso tempo, diminuiscono le risorse finanziarie a disposizione della realizzazione delle opere, in parte finanziate direttamente da Adriano e in parte, quando lui riusciva a convincere il consiglio di amministrazione della Olivetti dell’interesse aziendale, dalla stessa impresa. Utile ricordare come la politica dei dividendi della Olivetti fosse generosa nei confronti della famiglia e come, appunto, esistesse, intorno ad Adriano, un clima famigliare non favorevole a tutte le iniziative che riducessero i payout a favore dei soci. Anche per questo nel periodo aureo della Olivetti e di Adriano, fra il 1955 e il 1960, molti progetti rimangono sulla carta.

Daniele Boltri ed Enrico Papa, Architetture olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati
Archivio Cattaneo Editore, pagg. 288, € 30