mercoledì 25 febbraio 2026

Leopardiana


L'infinito
1819

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.


PARAFRASI

Sempre caro fu a me questo colle solitario
e anche questa siepe, che sottrae alla mia vista
una parte tanto ampia dell'orizzonte più lontano.
Ma rimanendo seduto e osservando il quadro con cura,
io mi figuro mentalmente spazi sterminati oltre la siepe,
e silenzi umanamente inimmaginabili
e profondissima quiete, tanto che per poco
il mio animo non si spaventa. E non appena odo
il vento stormire tra le piante, paragono
quell'infinito silenzio a questo rumore:
e mi viene in mente l'idea dell'eternità,
i tempi già trascorsi e dimenticati, e quello attuale e
ancor vivo, con la sua voce. Così il mio pensiero
sprofonda in quest'immensità dello spazio e del tempo:
e sparire in questo mare mi dà un senso di dolce abbandono.

Versi scritti duecento anni fa. La situazione descritta non ha nulla di eccezionale: la coesistenza del finito e dell'infinito nella visione, e nell'ascolto, di un paesaggio. Tutta la magia poetica deriva dal ricorso al sublime nell'espressione. Si fa plausibile l'annullamento del desiderio in uno stato di abbandono a una appartenenza di ordine cosmico. La parafrasi può essere approssimativa. Dà però un'idea dei meccanismi messi in atto. Meccanismi che Leopardi stesso porta alla luce nello Zibaldone, quando scrive:
Del rimanente, alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.  [1820]
Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’Infinito e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, la cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso pure sia posto in declivio ec. ec. ec. Una fabbrica una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec.
 [1821]
A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà, quando non sia vinto dalla paura, il fragore del tuono, massime quand’é piú sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocché oltre la vastità e l’incertezza e confusione del suono non si vede l’oggetto che lo produce, giacché il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi o la voce ec. Perocché l’eco non si vede ec. E tanto piú quanto il luogo e l’eco è piú vasto, quanto piú l’eco vien da lontano, quanto piú si diffonde; e molto piú ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono né i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto piú quanto piú negligentemente son messe e toccando il soggetto, senza mostrar l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son per produrre e di non toccarli se non per ispontanea e necessaria congiuntura e indole dell’argomento ec. [1821]
La consapevolezza poetica ha anticipato quella teorica. Di che si tratta alla fine? Il poeta arriva a fissare un momento di ebbrezza cosmica partendo dall'idea di un orizzonte nascosto al suo sguardo. La poesia resta, l'incanto si rinnova a ogni lettura. Frase per frase, parola per parola. Deus sive natura: per l'effetto di una splendida illusione l'uomo, che contempla il tutto, nel tutto si perde, o si riconosce. 


La sera del dì di festa
 (1820)

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.


recanati

OmeroIliade, VII, 555-559, trad. Giacomo Leopardi

Sì come quando graziosi in cielo

Rifulgon gli astri intorno della luna,

E l’aere è senza vento, e si discopre

Ogni cime de’ monti ed ogni selva

Tutto quanto l’immenso etra si schiude

E vedesi ogni stella

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Eduard MagnusJenny Lind, 1862

Non si dovrebbe isolare l’inizio di una poesia dal resto, non si dovrebbe illustrare Leopardi ricorrendo a un paesaggio notturno e a una immagine femminile di molti anni successiva all’epoca in cui i versi furono scritti. E poi la donna non dorme nel quadro, come fa invece nelle parole del componimento. Bene. Questi abusi hanno una loro ragion d’essere. Leopardi sa restituire in poche pennellate la calma sovrana e imperturbabile del mondo. È ferito dalla visione della bellezza che, come sappiamo da Stendhal, è promessa di felicità. Si sente escluso, e ne soffre, ma non per questo reagisce negando alla scena lo splendore. Mentre soffre, continua ad avvertire il richiamo di quel mondo che osserva con sguardo penetrante e attonito. Questo è un momento della sua avventura spirituale. Si tratta di percepirlo in tutta la sua forza. Tutto il resto verrà dopo, certo. Intanto l’idillio appena rotto dal sentimento dell’ infelicità c’è stato. Ed è stato trasferito sulla pagina con immediatezza. Questo autorizza, volendo, la disinvoltura del taglio e delle illustrazioni.


A Silvia
(1828)

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.


Cesare Garboli 
Nessuno più di lui sentì la vita
C. Garboli G. Manganelli, Cento libri, Archinto 1989

Come non si può superare la velocità della luce, così non si può sentire la vita più di Leopardi. E d'altra parte la sua voce arriva sempre da un punto limite, dal punto in cui le emozioni, i palpiti, le scaturugini della vita fanno tutt'uno con le immobili scaturigini della morte. Il segreto della lirica leopardiana, quella pateticità terribile, concitata, quello spasimo atroce, quei conflitti, quegli urti, quel disperare e tornare a sperare, e la sua quiete immensa e serena, è tutto qui. Come se la materia di cui è fatto l'universo potesse interrogare se stessa, chiedere alla propria inerzia, al nulla, le ragioni della sua vita, e lo facesse con un filo di voce superba e insieme infinitamente discreta, umile e planetaria.






https://machiave.blogspot.com/2025/02/manganelli-e-calvino-su-leopardi.html



L'aggettivo vaghe in apertura esprime un'idea di bellezza e di splendore lontano. Lontano e indefettibile tanto quanto è precaria la nostra vita sulla terra. E subito le stelle diventano oggetti propri di un paesaggio interiore, passato e presente. La poesia si fa terrestre, umana. Traccia di una vita che fu e che torna nel pensiero: un'altra vita, quella del poeta fanciullo. Sono cadute le illusioni ma l'incanto si rinnova, acquistando una ricchezza che si sgrana  nel respiro largo del verso scolpito parola dopo parola.

Le ricordanze 
(Canti, XXII, 26 agosto - 12 settembre 1829)

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

1. Vaghe: belle, incantevoli. Orsa: il riferimento è alla costellazione dell’Orsa Maggiore.
2. ancor per uso: come era mia abitudine una volta (nell’infanzia: v. 5, fanciullo).
4. ragionar: colloquiare.
5. albergo: la casa paterna.
7. immagini: immaginazioni. fole: fantasie, illusioni.
8. creommi: creò in me. l’aspetto vostro: la vostra vista.
9. e... compagne!: e delle altre costellazioni (luci).
10. in verde zolla: su un prato verde.
12-13 Guardando il cielo e ascoltando il canto della rana lontana (rimota) nella vastità della campagna.
14. appo: presso (dalla preposizione latina apud).
15-17 Mentre sussurravano per il vento i viali odorosi (odorati) e i cipressi laggiù nel bosco.
17-19 Nella casa paterna risuonavano i dialoghi (voci alterne) e le tranquille attività (opre) domestiche.
20. mi spirò: mi ispirò.
23-24 Immaginando (fingendo) mondi misteriosi e felicità sconosciute nella mia vita futura.
25-27 Inconsapevole del mio destino e di quante volte in seguito avrei scambiato volentieri con la morte questa mia vita priva di qualsiasi piacere (nuda).
°°°

Zibaldone

Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventú; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui (Pisa, 15 febbraio, ultimo venerdí di Carnevale. 1828).

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione (Recanati, 30 novembre 1828, 1a Domenica dell’Avvento).


Italo Calvino a Giorgio Manganelli, 16 luglio 1984

Caro Giorgio,

l'articolo di ieri su Leopardi è bellissimo e sento il bisogno di dirtelo. Hai trovato la definizione esatta - come nessuno era riuscito a fare - del rapporto tra quello che Leopardi dice e il piacere che dà a leggerlo, la leggerezza con cui abita e filosofeggia la sua tristezza e noia. Tante volte ho pensato di non poter spiegare - per esempio a uno straniero - la grandezza di L. e che cosa rende le Operette un libro unico e perché non ci si sazia mai di leggerlo - e tu ci sei riuscito con un'evidenza di formulazione che ormai mi sembra diventata la sola cosa che si possa dire. E il parallelo con Petrarca mi pare calzi perfettamente - insomma leggendoti mi pareva d'essere stato a un pelo dall'aver pensato io tutte queste cose e di stare venendo in possesso di qualcosa di mio.
Un caro saluto e buona estate

                                                                                               tuo Calvino

Un discorso al vento

David Smith
Perché il discorso più lungo di sempre sullo Stato dell'Unione è stato il meno significativo
The Guardian, 25 febbraio 2026

 Voleva tenere il discorso della corona. Donald Trump è entrato martedì nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti come un monarca medievale, con i repubblicani in fila ansiosi di toccare le sue vesti regali (o, in due casi, di farsi un selfie con lui). Ma nel giro di pochi istanti, l'illusione è andata in frantumi.

Mentre il presidente degli Stati Uniti passeggiava, godendosi l'adulazione, il rappresentante democratico del Texas Al Green teneva in alto un cartello scritto a mano : "I neri non sono scimmie!", un riferimento al recente video condiviso da Trump in cui ritraeva Barack e Michelle Obama in modo razzista.

Quando è iniziato il primo discorso sullo stato dell'Unione del secondo mandato di Trump, i repubblicani si sono avvicinati minacciosamente a Green e hanno cercato di strappargli il cartello. Ma lui ha insistito finché non è stato scortato fuori per il secondo anno consecutivo. Mentre se ne andava, ci sono stati altri scambi aspri con i repubblicani, alcuni dei quali hanno cercato di intonare un coro di "USA! USA!"

È stata la prima, ma non l'ultima, volta che una persona di colore ha preso posizione durante il discorso record di 107 minuti dell'aspirante autocrate, mentre altri sono rimasti in silenzio o lo hanno incitato con veemenza. È stata una serata in cui Trump ha cercato ancora una volta di avvelenare la politica statunitense e di dividere gli americani lungo diverse linee di frattura, nessuna delle quali più infiammatoria della questione razziale.

Il grande venditore, che sfoggiava la sua familiare cravatta rossa e la tonalità arancione, ha iniziato con un discorso prevedibile: "La nostra nazione è tornata: più grande, migliore, più ricca e più forte che mai". Secondo lui, l'inflazione, i tassi dei mutui e i prezzi della benzina stanno calando, mentre il mercato azionario, la produzione di petrolio e gli investimenti diretti esteri sono in forte espansione, insieme ai posti di lavoro nell'edilizia e nelle fabbriche.

Fortunatamente per l'autore dei discorsi di Trump, la squadra maschile di hockey statunitense aveva vinto l'oro olimpico due giorni prima. Il presidente del reality show li ha acclamati in tribuna stampa, scatenando applausi e boati sia da parte dei Democratici che dei Repubblicani. Ma mentre i Repubblicani cantavano "USA! USA!" con entusiasmo, quasi nessuno dei Democratici lo ha fatto.

"Stiamo vincendo così tanto che non sappiamo davvero cosa fare", ha dichiarato Trump. Pur non menzionando la sua sala da ballo dorata, si trattava comunque di una versione pollyanniana dell'America che non verrà riconosciuta da chi fatica a pagare le bollette e ad arrivare a fine mese. Trump non è l'uomo giusto per dire: "Capisco il tuo dolore".

I repubblicani si sono comunque alzati in piedi, applaudendo e festeggiando, come da rituale. I democratici, che l'anno scorso sventolavano cartelli di protesta simili alla racchetta da ping-pong di Marty Supreme, questa volta sono rimasti inchiodati ai loro posti e hanno grugnito, alzato gli occhi al cielo, spalancato la bocca, scosso la testa, agitato le mani o, annoiati, studiato i loro telefoni.

Trump è passato ai suoi amati dazi doganali, definendo la decisione della Corte Suprema di smantellare il suo progetto preferito "molto infelice" e "deludente", mentre quattro giudici in toga nera in prima fila mostravano espressioni imperscrutabili. Rispetto al capriccio della scorsa settimana alla Casa Bianca, quando ha buttato fuori dalla carrozzina tutti i giocattoli e il decoro, questa volta Trump ha dimostrato un autocontrollo degno di un bambino che rifiuta un secondo gelato.

Non è durato a lungo. Mentre Trump snocciolava criminalità, integrità elettorale e questioni transgender, si scagliò contro i Democratici: "Queste persone sono pazze, ve lo dico io, sono pazze. Cavolo, siamo fortunati ad avere un Paese con persone così. I Democratici stanno distruggendo il nostro Paese, ma li abbiamo fermati giusto in tempo".

Ha subito ricordato a tutti che, dal giorno in cui, dieci anni prima, era sceso dalla scala mobile dorata e aveva inveito contro gli immigrati, la razza è sempre stata al centro del progetto trumpiano. Ha osservato un'aula in cui i Democratici – incluso il figlio del defunto Jesse Jackson, Jonathan Jackson – assomigliavano in qualche modo all'America nella loro diversità, mentre i Repubblicani presentavano un mare di volti bianchi, con solo una manciata di eccezioni.

Trump ha annunciato una "guerra alla frode" guidata dal vicepresidente J.D. Vance, citando una truffa ai servizi sociali in Minnesota che, secondo una stima mendace e assurda, sarebbe costata 19 miliardi di dollari. Ilhan Omar , una rappresentante somala del Minnesota, e Rashida Tlaib , una palestinese americana del Michigan, hanno gridato: "È una bugia!" e "Sei un bugiardo!".

Il presidente si stava solo scaldando. Si è lanciato in un'invettiva xenofoba: "I pirati somali che hanno saccheggiato il Minnesota ci ricordano che ci sono ampie parti del mondo in cui corruzione, tangenti e illegalità sono la norma, non l'eccezione. Importare queste culture attraverso l'immigrazione senza restrizioni e le frontiere aperte porta questi problemi proprio qui, negli Stati Uniti".

Omar ha scosso la testa, forse più per il dolore che per la rabbia.

Trump ha sfidato i democratici: "Se siete d'accordo con questa affermazione, allora alzatevi e mostrate il vostro sostegno: il primo dovere del governo americano è proteggere i cittadini americani, non gli immigrati clandestini". I democratici sono rimasti seduti. Trump ha ribattuto: "Dovreste vergognarvi di voi stessi, non di alzarvi in ​​piedi".

Non era male da parte dell'uomo che ha inviato una squadra di scagnozzi a Minneapolis, causando la morte inutile di due cittadini statunitensi, Renee Good e Alex Pretti, che non sono stati menzionati dal presidente (come è successo ai sopravvissuti agli abusi di Jeffrey Epstein ).

Omar, portando una mano all'angolo della bocca per far sentire la voce, ha urlato con penetrante chiarezza morale : "Avete ucciso degli americani! Avete ucciso degli americani! Avete ucciso degli americani! Avete ucciso degli americani!"

Fortunatamente, Omar e Tlaib avevano creato un servizio di fact-checking in tempo reale per la Camera. Trump si vantava di aver posto fine a otto guerre. Tlaib urlò: "È una bugia! Di cosa stai parlando?"

Trump ha dichiarato: "A nessuno importa più di proteggere i giovani americani". Tlaib ha interrotto: "Allora pubblicate i file di Epstein!"

Trump ha promesso di porre fine all'insider trading da parte dei membri del Congresso. Mark Takano della California ha urlato: "E tu per primo!". Tlaib ha esclamato: "Sei il presidente più corrotto!".

Più Trump parlava, meno diceva. Secondo un sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos , si era presentato al discorso con un indice di gradimento del 39% positivo e del 60% negativo, inferiore a quello di qualsiasi altro ex presidente al suo primo discorso sullo Stato dell'Unione. In oltre un'ora e 47 minuti, ha offerto ben poco per cambiare questa equazione. Il discorso sullo Stato dell'Unione più lungo della storia è stato anche uno dei più insignificanti.

Non c'è da stupirsi che Omar, Tlaib e molti altri democratici se ne siano andati prima della fine. Quanto a Green, anche il suo posto è rimasto vuoto, fatta eccezione per un cartello di cartone scritto a mano che recitava semplicemente e provocatoriamente: "Al Green".

La parola assente

Ester Viola
Viviamo l'era dell'essenzialità muta. Ma parlate, fatevi questo piacere!

Il Foglio, 25 febbraio 2026

 Il cringe [imbarazzo] sta tracimando. All’inizio era quella paura moderata di essere imbarazzanti, quel voler mantenersi fighi, sì, è importante essere fighi e cool e con il minimo esatto da dire. Chi di noi non vorrebbe ben figurare come Barack Obama.
Così, con questa nuova moda dell’essenzialità muta e in onore delle politiche anti cringe, i ragazzi hanno deciso che non parlano più. Non è che parlano di malavoglia come è sempre successo. O troppo e a sproposito, e arrabbiati e contestatori, proprio non parlano. Non li devi interrogare, non vogliono domande, non li devi disturbare al telefono nemmeno alle tre di notte se non tornano. Scrivi, se proprio devi dirmi qualcosa. Poi ci penso e ti rispondo, queste sono le regole dell’evitamento organizzato.

Maryellen Macdonald, professoressa di Psicologia e Scienze del linguaggio all’università del Wisconsin-Madison e autrice di More Than Words: How Talking Sharpens the Mind and Shapes Our World, parte da un gesto elementare – alzare la cornetta – per raccontare una piccola ritirata antropologica sul Washington Post. Telefonare è diventato inaffrontabile e punitivo per moltissimi. Si chiama telefobia ed è un carattere collettivo che nemmeno riguarda il telefono in sé ma la conversazione, che adesso deve essere scansata come massima iattura, se hai vent’anni o anche trenta.

Ma non volevano l’autenticità? Le connessioni più profonde? E come le volete le connessioni, su Whatsapp? La gente non è come scrive, è la prima cosa che impari se sei venuto al mondo in quest’èra del dopo-post. Le conseguenze sociali sono già evidenti. Le aziende iniziano a chiedersi se i giovani dipendenti sapranno parlare con colleghi e clienti senza mediazioni di tastiera. Ma il punto non è solo l’imbarazzo sociale, è più la fine che faranno i cervelli.

Parlarsi non è una cosina ornamentale, è una “difficoltà auspicabile”, dicono i veterani di psicologia cognitiva. Uno pensa, articola, formula la frase che deve offrire all’altro nella forma che si decide all’istante: furba, dura, dolce, persuasiva. E’ il lavoro più profondo dei neuroni, quello di regolare immediatamente tono ed emozioni del linguaggio nelle risposte. Sono microdecisioni strategiche che sommate insieme fanno quel che definiamo gli adulti. Niente è in grado di produrre lo stesso effetto – che è quasi muscolare. Evitare la conversazione è paragonabile a star seduti sul divano a mangiare patatine. Non sappiamo ancora quali saranno gli effetti a lungo termine di una generazione che parla meno, ma il legame tra silenzio prolungato e deterioramento cognitivo non è un bel dettaglio medico da considerare. Circolano sui social da un po’di anni vignette sulle telefonate che potevano essere una mail. Le riunioni che potevano essere una mail. I pranzi di lavoro che potevano essere una mail. Alla fine tutto, perfino la vita, può essere una mail. Magari, dicono loro. Meglio esprimersi il meno possibile, come quel personaggio di non ricordo quale libro di Jane Austen, una ragazza molto taciturna, che interrogata rispondeva: “Si dovrebbe parlare solo quando si ha qualcosa di intelligente da dire”. Questi però sono benefici per vecchi. Noi, noi abbiamo le parole stanche, consumate da tutte le volte che ci sono cadute per terra, senza servire a niente. Ma i giovani no, loro devono parlare. I giovani sono le cicale. Fanno rumore, chiamano l’estate, tutte le cose del mondo quando sono vive fanno rumore.

Manco la conversazione minima sopportano. Nel mondo ex contemporaneo (l’altroieri) si parlava per piacersi, per avere un aumento, per prendere un lavoro che ci garbava, per nascondere di essere incapaci, per non sembrare dei provinciali, per essere invitati in barca, perfino per star zitti meglio dopo. Chi comanda le parole comanda le stanze. Adesso perfino il telefono (che era nato per quello, per parlarsi) è una specie di teca egizia dell’evitamento. Se chiami senza preavviso, quasi nessuno risponde. Forse il cardiologo, ma non è detto.

Le generazioni precedenti sono state tutte di cialtroni verbosissimi. Gente che non aveva scampo, bisognava provare senza la mediazione scritta. Si faceva brutta figura? Pazienza. Se ne sarebbe fatta un’altra leggermente migliore il giorno dopo. Ultimamente l’ansia dell’imbarazzo è prevenuta alla fonte: si evita l’occasione. E’ una profilassi perfetta, che però presenta un piccolo effetto collaterale che è l’atrofia. Non solo delle competenze sociali ma della percezione di sé, perché mentre si parla, là si scopre cosa si pensa davvero. Le idee arrivano spesso dopo la voce, non prima, ed è una rivelazione che richiede una certa tolleranza per il caos.

Il risultato dell’epoca del silenzio assistito lo vedono già le aziende, i professori, chiunque si trovi a chiedere a un ventenne di sostenere una conversazione non mediata. Se pure hai l’intelligenza, ti manca l’allenamento alla frizione e quindi vai zoppo. Serve starci, in quella micro-catastrofe di riempire i vuoti. Sì, mi rivolgo l’obiezione da sola, si potrebbe liquidare anche questo con il solito lamento generazionale, dei prima contro i dopo. Ormai un articolo su quattro si legge così. Qui però non sono tempora e mores perché c’è qualcosa di più strutturale, anzi biologico. Parlare è uno dei pochi apprendistati che sono rimasti, mentre parli ti tradisci. Il che è una faccenda formativa al massimo grado, come poche altre umiliazioni.

Può cambiare tanto ma non tutto, nei prossimi anni. Il mondo continua a funzionare secondo regole fisse per forza novecentesche. Le relazioni si costruiscono parlando e le carriere avanzano parlando. L’amore poi è impossibile in queste nursery acusticamente isolate, l’amore sperimenta il più terribile dei riflessi della conversazione: le parole che ti escono di bocca prima che il cervello riesca a fermarle. Amore è quando non sai cosa hai detto e perché. Vorrete mica rinunciare all’amore? Parlate, fatevi questo piacere.

Per una Ucraina neutrale

Riccardo Michelucci
Ucraina, c’è una proposta di pace in arrivo dalla Germania. "Sì a una Kiev neutrale"
Avvenire, 25 febbraio 2026

Michael von der Schulenburg è tra i promotori dell'appello lanciato da un gruppo di personalità tedesche, tra cui Peter Brandt, figlio del cancelliere della distensione: «Si cessi di aizzare l'odio, anche da parte del Parlamento europeo. Irrealistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell'avvio dei negoziati».
Un cessate il fuoco immediato, negoziati sui territori e garanzie di sicurezza, uno status internazionale che assicuri la sovranità dell’Ucraina e insieme un nuovo quadro di sicurezza paneuropeo: è il cuore della proposta di pace elaborata da un gruppo di personalità tedesche con lunga esperienza diplomatica e militare, che invita l’Ue ad assumere un’iniziativa autonoma per fermare la guerra. Il documento – “Ukraine and Russia: How this war can be ended with a negotiated peace” – entra nel merito dei nodi più controversi: dalla gestione delle aree occupate al possibile assetto di neutralità di Kiev o a un suo diverso rapporto con la Nato, dalle garanzie internazionali alla futura consistenza delle forze armate ucraine, fino a un trattato di pace accompagnato da un cessate il fuoco e da una nuova architettura di sicurezza regionale.
Tra i promotori c’è Michael von der Schulenburg, per oltre trent’anni diplomatico delle Nazioni Unite in scenari di crisi e oggi deputato al Parlamento europeo, dove si occupa di politica estera e sicurezza. Con lui hanno firmato la proposta l’ex generale Harald Kujat, ex capo di Stato Maggiore della Bundeswehr e presidente del Comitato militare della Nato, lo storico Peter Brandt (figlio del cancelliere fautore della distensione con la Ddr), il politologo Hajo Funke e Horst Teltschik, già consigliere per gli affari esteri e la sicurezza del cancelliere Helmut Kohl.
La proposta parte dalla constatazione dello stallo bellico e dal fatto che l’ipotesi di una soluzione puramente militare appare sempre più remota e rischiosa. Per questo indica tre obiettivi generali da condividere prima ancora di sedersi al tavolo: garantire l’esistenza di un’Ucraina sovrana, indipendente e funzionante; porre le basi di un ordine di sicurezza europeo che tenga conto anche della minaccia russa; sviluppare compromessi concreti e graduali per chiudere il conflitto.
Von der Schulenburg, perché sostenete che l’Ue deve cambiare linguaggio?
Nel quarto anniversario della guerra in Ucraina, il Parlamento europeo ha presentato una risoluzione carica di odio e di richieste completamente irrealistiche. Noi crediamo che, se l’Europa vorrà mai negoziare, o vorrà far parte di futuri negoziati, dovrà convincersi che l’unico modo per salvare l’Ucraina e porre fine alla guerra passa attraverso la diplomazia. Ma finché i politici occidentali crederanno di poter mettere in ginocchio la Russia prolungando la guerra a tempo indeterminato, i negoziati non saranno possibili. Questa convinzione è anche pericolosa, perché dopo il ritiro degli Stati Uniti, i membri europei della Nato non hanno né le risorse finanziarie né quelle militari per mantenere tale linea. Dobbiamo evitare a tutti i costi che le forze armate ucraine crollino, perché ciò causerebbe inevitabilmente anche il crollo politico di Kiev.
Ritenete realistica la richiesta di Bruxelles di un ritiro totale delle truppe russe prima dell’avvio dei negoziati?
È assolutamente inverosimile. Non accadrà, né ora né in futuro. Per il semplice motivo che non siamo in grado di cambiare le sorti della guerra in Ucraina sul piano militare. Dobbiamo accettare il fatto che certi territori sono stati occupati e che gran parte della popolazione di queste aree non vuole più far parte dell’Ucraina. Come accadde anni fa in Kosovo, dove molta gente non voleva più far parte della Serbia.
Quindi cosa proponete per questi territori?
Il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson e la rinuncia da parte di Mosca di parte dei territori che attualmente occupa. In cambio, Kiev dovrebbe riconoscere l’indipendenza di Donetsk e Luhansk, con un ritiro reciproco delle forze armate e una fase di amministrazione fiduciaria sotto l’egida Onu. Entro cento giorni dovrebbe poi tenersi un referendum sulla secessione delle due regioni, sotto osservazione internazionale. Con l’impegno di entrambe le parti a rispettarne e recepirne l’esito.
Pensate che la neutralità dell’Ucraina sia l’unica soluzione praticabile?
Sì. Un’Ucraina neutrale potrebbe ristabilire le sue relazioni con la Russia, con l'Asia centrale, con la Cina, ma anche con l’Ue. Kiev non può diventare parte di un’alleanza militare, così come non sarebbe possibile per Cuba, il Messico o il Venezuela far parte di un'alleanza ostile agli Stati Uniti.
Quali garanzie di sicurezza renderebbero credibile tale soluzione?
Dobbiamo garantire innanzitutto la sopravvivenza dell’Ucraina come stato sovrano indipendente e poi gettare le basi di un ordine paneuropeo che tenga conto degli interessi di sicurezza di entrambe le parti. Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dell’Ucraina, che oggi è distrutta. E dobbiamo garantire un futuro agli ucraini.


martedì 24 febbraio 2026

Le donne di Ulisse

Circe

Ilaria Gaspari, Il mare di Circe, Ri-Stampa edizioni, Cittaducale 2025

L’antropologa dovette subodorare qualcosa, e gli regalò un libro sull III rtg out,a maga Circe. Lui lo studiò d8a cima a fondo, mentre non cessava di studiare la donna bionda. Un giorno, mentre il padre era impegnato nella pennichella postprandiale, si spinse fino al limitare del giardino della signora, che per lui da quel momento in poi fu incontrovertibilmente il giardino della maga: pullulava di animali selvaggi, immobili. A vederli si sentì un brivido alla base del collo, eppure non se ne andò. Rimase appostato, aspettando che qualcosa si muovesse. Se gli avessero detto che erano cespugli di bosso potati in forma di animali per capriccio di un giardiniere estroso, lui avrebbe riso e non ci avrebbe creduto nemmeno un secondo, perché la realtà sbiadisce al cospetto delle fantasticherie, che alla fin fine sono l’unica verità cui siamo disposti a credere.

Nel libro gli piacque molto la storia dell’erba moly, che una nota diceva essere simile all’aglio, e che il dio Hermes, tramutato per l’occasione nelle sembianze di un ragazzino, ordina a Ulisse di unire al ciceone, come antidoto al potere della bevanda, per evitare di esser tramutato in porco. Dovette fantasticare parecchio su quella storia, senza parlarne a anima viva; perché quando, l’ultima sera della vacanza, la signora invitò a cena padre e figlio, e servì come antipasto una zuppa fredda spagnola, il gazpacho, specificando che nel bicchiere destinato al padre l’aglio non c’era, il bambino fu preso da uno di quei pensieri indecifrabili che, se ci colgono in certi stati d’animo, ci spingono ad agire con una prontezza e una scaltrezza inusitate. Approfittando della distrazione del padre – stato tutt’altro che raro, in quei giorni che trascorreva con lo sguardo allacciato allo sguardo della maga – sostituì il proprio bicchiere a quello di lui. Disse poi che l’aveva fatto perché non voleva lasciare suo padre privo dell’antidoto alla pozione, che non voleva che fosse esposto ai rischi della trasformazione; ma la verità, quella che non avrebbe ammesso mai, e che anzi non riusciva neppure a pensare per esteso, era che voleva sentire su di sé che effetto faceva, bere il ciceone e affrontare
la mutazione.

Non fu trasformato in maiale, nemmeno dopo che ebbe bevuto tutto d’un fiato il bicchiere di gazpacho senz’aglio destinato al padre. Il quale, invece, conobbe sì una spiacevole metamorfosi: iniziò a gonfiarsi intorno alle labbra, poi alla gola, gli occhi gli si rimpicciolirono fino a sparire nel viso tumido e fu trasportato d’urgenza al pronto soccorso per la violentissima reazione allergica. Di comune accordo, senza bisogno di dirselo, padre e figlio non fecero parola dell’incidente alla madre. E quando, tornato a scuola, il bambino scrisse in un tema di aver conosciuto la maga, la maestra non giudicò che fosse il caso di convocare i suoi genitori; era abituata alla fantasia dei bambini, non c’era proprio niente di strano. Ma noi che abitiamo al promontorio, sappiamo che era tutto vero. Che la maga continua a preparare i suoi incanti, e gli uomini si lasciano ingannare volentieri.

Odissea, libro X, traduzione di Ettore Romagnoli

 Entro una valle, il palagio trovarono bello di Circe,
tutto di lucidi marmi, nel mezzo a un’aprica pianura.
Tutto d’intorno, lupi movevano e alpestri leoni,
ch’essa tenea domati, perché li molceva coi filtri;
né s’avventarono punto sugli uomini; e invece, levati
sui pie’, le lunghe code festosi agitavano tutti.
Come al padrone che torna da mensa costumano i cani
scodinzolare, ché sempre con sé porta qualche leccume:
cosí lupi ed unghiuti leoni d’intorno ai compagni
scodinzolavano; e quelli temevan, veggendo le fiere.
Stettero innanzi alla soglia di Circe dal fulgido crine.
E udir la voce bella di Circe che dentro cantava,
ed una tela grande tesseva, immortale, siccome
l’opere son delle Dive, son fini eleganti fulgenti.
Primo a parlare prese Políte signore di genti,
ch’era fra tutti i compagni l’esimio, il piú caro al mio cuore:
«Compagni miei, c’è una lí dentro che tesse una tela,
e dolcemente canta, che tutta n’echeggia la casa,
non so se donna o diva: su’, diamole presto una voce».


«Ma via, la tua spada riponi
ora nel fodero; e poi saliam sul mio letto: ché quivi
nei cuor d’entrambi induca fiducia l’amplesso d’amore».
     Disse cosí. Ma io risposi con queste parole:
«Circe, come vuoi tu che teco benigno mi mostri?
Fra le tue mura, in ciacchi tu m’hai trasformati i compagni;
ed ora ch’io son qui, macchinando una frode, m’inviti
ch’entri nella tua stanza, che ascenda il tuo letto d’amore,
sì che tu poi mi renda, senz’armi, misero e imbelle.
No, che davvero non voglio salire il tuo letto, se prima
tu non intendi farmi sicuro, col gran giuramento,
che contro me qualche altro malvagio disegno non trami».
     Dissi; e súbito quella giurò come io volli; e quando ebbe
fatto quel giuro, di Circe bellissima il talamo ascesi.

     Stavano dentro le stanze frattanto al lavoro le ancelle.
Erano quattro, che tutte compiean le faccende di casa.
Erano figlie tutte dei boschi, dei fonti, dei fiumi
sacri, che verso il mare travolgon la copia dei flutti.
Stendeva una di queste sovressi i sedili cuscini
tinti di porpora, belli, stendeva di sotto un tappeto:

l’altra dinanzi ai troni traeva le mense d’argento,

e collocava d’oro canestri sovr’esse: la terza
temprava entro una conca d’argento dolcissimo vino
simile a miele soave, disponeva i calici d’oro:
acqua portava la quarta, facea sotto un tripode eccelso
ardere un fuoco grande, su cui rese tepida l’acqua.
Poi, quando l’acqua vide bollire nel lucido rame,
postomi entro la vasca, l’attinse dal tripode eccelso,
la mitigò con soave mistura, le spalle ed il corpo
me n’inondò, la stanchezza mortal delle membra mi sciolse,
Quando poi m’ebbe lavato, cosperso di liquido ulivo,
tutto mi ricoprì d’una tunica, un manto mi cinse,
e mi condusse sul trono stellato di borchie d’argento,
istorïato bello, sotto i pie’ mi pose uno scanno.
E di mangiare Circe mi disse; né voglia io ne avevo;
ma stavo lí, con le idee volte altrove, a funesti presagi.
     Circe, poi che mi vide seduto così, che le mani
non accostavo al cibo, ma tutto ero immerso in cordoglio,
mi si fe’ presso, e queste parole veloci mi disse:
     «Perché stai dunque, Ulisse, cosí, che somigli ad un muto,
senza bevanda né cibo toccare, rodendoti il cuore?
Forse qualche altra mia frode paventi? Non devi temere,
quando t’ho già prestato il gran giuramento dei Numi!»
     Questo mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Circe, qual uomo dunque, che privo non sia di ragione,
potrebbe avere cuore di cibo gustare o bevanda,
prima d’aver veduti disciolti i suoi cari compagni?
Se tu brami davvero ch’io mangi, ch’io beva, disciogli,
liberi fa’ ch’io possa vedere i diletti compagni».

 Disse; e il cuor nostro prode convinse con quelle parole.
E qui, giorno per giorno, restammo lo spazio d’un anno,
a satollarci di carne, che tanta ce n’era, e di vino.
Ma quando un anno fu trascorso, stagione a stagione,
furon compiuti i mesi, compiute le lunghe giornate,
cosí, trattomi a parte, mi dissero i cari compagni:
«Diletto Ulisse, è tempo che d’Itaca tu ti ricordi,
se pur vuole il destino che salvo tu rieda, che giunga
alla diletta terra tua patria, e all’eccelsa tua casa».
     Dissero; e fu convinto da quelle parole il mio cuore.
Tutto quel giorno, dunque, sinché tramontato fu il sole,
sedemmo a mensa, carni cibammo, trincammo vin dolce.
Quando s’immerse il sole nel mare, e la tenebra giunse,

quelli nell’alta ombrosa magione si giacquero in sonno;
ed io, com’ebbi il letto di Circe bellissima asceso,
strinsi alla Dea le ginocchia, volgendole questa preghiera:
«Circe, mantieni oramai la promessa che tu mi facesti
di rimandarmi a casa: ché fiero desio me ne punge
ed i compagni miei: ché appena lontana tu sei,
tutti mi vengono attorno piangendo, e mi spezzano il cuore».

Marilù Oliva, L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Solferino, Milano 2020


Calipso

Calipso
(gr. Καλυφώ; lat. Calypso)
Utet, Letteratura europea on line


Con questo nome è designata nell’Odissea (V, 68 ss.) una ninfa, figlia di Adante, che vive nell’isola di Ogigia, entro una grotta attorno la quale cresce la vite. Nel poema omerico si narra che Calipso accolse Ulisse naufrago e, innamoratasi di lui, lo trattenne per sette anni a Ogigia nonostante la melanconia dell’eroe e il suo rimpianto per la patria lontana. Al termine dei sette anni Zeus, per mezzo di Ermes, ordinò a Calipso di lasciar partire Ulisse, e la ninfa allora diede modo all’eroe di costruirsi la zattera con cui sarebbe giunto presso l’isola dei Feaci.
Il nome di Calipso è stato interpretato in passato come la nasconditrice o la nascosta (dal gr. kalyptō, nascondo). Più recenti studi hanno però proposto che si tratti di un nome egeo-anatolico (da kala, fianco di monte, più il suffisso -yb), significante “la dea della grotta”. Calipso infatti è, come Circe, un’immagine della Grande Dea anatolico-mediterranea.
Essa risiede al centro del mondo (“nell’ombelico del mare”), presso l’albero della vita (che nel mondo anatolico e mesopotamico è simboleggiato dalla vite fin dall’epoca sumera), e secondo lo Jensen è analoga alla giovane dea mesopotamica Siduri, incontrata da Gilgamesh in un giardino al centro del mondo, presso una vite. In quanto signora della vita, Calipso può offrire a Ulisse per trattenerlo l’ambrosia che accorda l’immortalità (e che Ulisse rifiuta, desideroso di tornare a Itaca). Il soggiorno dell’eroe nella grotta, che è santuario e talamo nuziale della dea, dev’essere quindi inteso come una permanenza alle fonti della vita che si inquadra nel grande disegno iniziatico dell’Odissea. Oltre che nell’Odissea, Calipso appare estremamente di rado nella letteratura classica. Esiodo nella Teogonia nomina un’oceanina Calipso, e una tardiva appendice alla Teogonia menziona due figli, Nausitoo e Nausinoo, che Calipso avrebbe avuto da Ulisse. Restano inoltre interpretazioni parodistiche della vicenda di Calipso e Ulisse nell’opera del commediografo Anassila e di Luciano. Oltre che in varie opere ispirate all’Odissea, nelle letterature moderne e contemporanee la figura di Calipso ricompare, tra l’altro, nelle Avventure di Telemaco di Fénelon e nei Dialoghi con Leucò di Pavese.


Odissea, libro V, traduzione di Enzio Cetrangolo

Ma quando nell'isola giunse, ch'era lontana,
 Ermes uscito dal mare violaceo alla riva,
 percorse la terra, finché alla grotta pervenne
 vasta dimora alla ninfa bene chiomata;
 la trovò ch'era dentro. Un gran fuoco
 ardeva al camino; un odore di cedro e di tio
 spirava nell'aria intorno per l'isola.
 E là dolcemente cantando ella tesseva
 con la spola sua d'oro intenta al telaio.
 Un bosco aggirava la grotta fiorente:
 ontani e pioppi e cipressi odorosi,
 dove uccelli di vaste ali avevano i nidi:
 civette e falchi e cornacchie dalla lunga lingua
 gracchianti assidue, amiche del mare;
 e c'era davanti una vite carica d'uve;
 e quattro fontane, l'una all'altra vicine,
 di fila, una chiara acqua mandavano in rivoli opposti;
 e intorno un fiorire era di viole e di apio
 su morbidi prati: tanto che uno là pervenuto.
 anche se dio, ne avrebbe incantata la vista
 e allegrezza del cuore. Là rimaneva
 immoto stupito a guardare il nunzio di Zeus. 

 









Odissea, libro V, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti 

E rispondendole disse l’accorto Odisseo
“O dea sovrana, non adirarti con me per questo:
so anch’io, e molto bene, che a tuo confronto
la saggia Penelope per aspetto e grandezza non val niente a vederla:
è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza.
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
Di tornarmene a casa, vedere il ritorno.
Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare
sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene.
Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli fra l’onde e in guerra:
e dopo quelli venga anche questo!”


Nausicaa

Frederick Leighton, Nausicaa


Ma quando fu per tornarsene a casa,
aggiogate le mule, piegate le belle vesti,
altro allora pensò la dea Atena occhio azzurro,
perché Odisseo si svegliasse, vedesse la giovinetta begli occhi,
e lei dei Feaci alla città lo guidasse.
La palla dunque lanciò la regina a un’ancella,
fallì l’ancella, scagliò la palla nel gorgo profondo.
Quelle un grido lungo gettarono: e si svegliò Odisseo luminoso,
e seduto pensava nell’anima e in cuore:
«Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?
forse violenti, selvaggi, senza giustizia,
oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?
Come di giovanette mi è giunto un grido femmineo;
ninfe, che vivon sui picchi scarpati dei monti,
nelle sorgenti dei fiumi, nei pascoli erbosi?
Oppure sono vicino a esseri umani parlanti?
Via, dunque, io stesso vedrò e lo saprò».
Così dicendo, di sotto ai cespugli sbucò Odisseo glorioso,
dal folto un ramo fronzuto con la mano gagliarda
stroncò per coprire le vergogne sul corpo.
E mosse come leone nutrito sui monti, sicuro della sua forza,
che va tra il vento e la pioggia; i suoi occhi
son fuoco. Tra vacche si getta, tra pecore,
tra cerve selvagge; e il ventre lo spinge,
in cerca di greggi, a entrare anche in ben chiuso recinto.
Così Odisseo tra le fanciulle bei riccioli stava
per mescolarsi, nudo: perché aveva bisogno.
Pauroso apparve a quelle, orrido di salsedine,
fuggirono qua e là per le lingue di spiaggia.
Sola, la figlia d’Alcínoo restò, perché Atena
le infuse coraggio nel cuore, e il tremore delle membra le tolse.
Dritta stette, aspettandolo: e fu in dubbio Odisseo
se, le ginocchia afferrandole, pregar la fanciulla occhi belli,
o con parole di miele, fermo così, da lontano,
pregarla che la città gli insegnasse e gli desse una veste.
Così, pensando, gli parve cosa migliore,
pregar di lontano, con parole di miele,
ché a toccarle i ginocchi non si sdegnasse in cuore la vergine,
Subito dolce e accorta parola parlò:
«Io mi t’inchino, signora: sei dea o sei mortale?
Se dea tu sei, di quelli che il cielo vasto possiedono,
Artemide, certo, la figlia del massimo Zeus,
per bellezza e grandezza e figura mi sembri,
Ma se tu sei mortale, di quelli che vivono in terra,
tre volte beati il padre e la madre sovrana,
tre volte beati i fratelli: perché sempre il cuore
s’intenerisce loro di gioia, in grazia di te,
quando contemplano un tal boccio muovere a danza.
Ma soprattutto beatissimo in cuore, senza confronto,
chi soverchiando coi doni, ti porterà a casa sua.
Mai cosa simile ho veduto con gli occhi,
né uomo, né donna: e riverenza a guardarti mi vince.
Ieri scampai dopo venti giornate dal livido mare:
fin qui l’onda sempre m’ha spinto e le procelle rapaci,
dall’isola Ogigia; e qui m’ha gettato ora un dio,
certo perché soffra ancora dolori: non credo
che finiranno, ma molti ancora vorranno darmene i numi.
Ma tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire,
a te per prima mi prostro, nessuno conosco degli altri
uomini, che hanno questa città e questa terra.
La rocca insegnami e dammi un cencio da mettermi addosso,
se avevi un cencio da avvolgere i panni, venendo.
A te tanti doni facciano i numi, quanti in cuore desideri,
marito, casa ti diano, e la concordia gloriosa
a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo,
quando con un’anima sola dirigono la casa
l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni,
ma per gli amici è gioia, e loro han fama splendida».
Gli replicò Nausicàa braccio bianco:
«Straniero, non sembri uomo stolto o malvagio,
ma Zeus Olimpio, lui stesso, divide fortuna tra gli uomini,
buoni e cattivi, come vuole a ciascuno:
190 A te ha dato questo, bisogna che tu lo sopporti.
Ora però, che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città,
né panno ti mancherà, né altra cosa,
quanto è giusto ottenga il meschino, che supplica.
La rocca t’insegnerò e dirò il nome del popolo.
I Feaci possiedono terra e città,
io son la figlia del magnanimo Alcínoo,
che tra i Feaci regge la forza e il potere».
Disse, e gridò alle ancelle bei riccioli:
«Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo?
Forse un nemico credete che sia?
Non esiste uomo vivente, né mai potrà esistere,
che arrivi al paese delle genti feace
portando guerra: perché noi siam molto cari agli dèi.
Viviamo in disparte, nel mare flutti infiniti,
lontani, e nessuno viene fra noi degli altri mortali.
Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,
e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus
gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.
Via, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere,
e nel fiume lavatelo, dov’è riparo dal vento».
Disse così; si fermarono quelle, fra loro chiamandosi,
e fecero sedere al riparo Odisseo, come ordinava
Nausicàa, figlia del magnanimo Alcínoo;
vicino gli posero manto, e tunica e veste,
e nell’ampolla d’oro gli diedero il limpido olio,
e l’invitavano a farsi lavare nelle correnti del fiume.
Disse però alle ancelle Odisseo luminoso:
«Ancelle, state in disparte, mentre da solo
mi laverò la salsedine dalle spalle e con l’olio
m’ungerò tutto: da molto l’olio è lontano dal corpo.
Davanti a voi non mi laverò: mi vergogno
di stare nudo tra fanciulle bei riccioli »,
Così diceva: s’allontanarono esse e alla fanciulla lo dissero.
Intanto Odisseo luminoso si lavava nel fiume
dal sale che il dorso e le spalle larghe copriva,
e dalla testa toglieva lo sporco del mare instancabile.
Come fu tutto lavato, unto d’olio abbondante,
vestì le vesti che gli donò la giovane vergine;
e Atena, la figlia di Zeus, venne a renderlo
più grande e robusto a vedersi; dal capo
folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto.
Andò allora a sedersi in disparte sulla riva del mare,
splendente di grazia e bellezza, Ne stupì la fanciulla,
e subito disse alle ancelle bei riccioli:
«Sentitemi, ancelle braccio bianco, che dica una cosa:
non senza i numi tutti, che stanno in Olimpo,
quest’uomo è venuto tra i Feaci divini.
Prima m’era sembrato che fosse brutto davvero,
e ora somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono.
Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo,
abitando fra noi, e gli piacesse restare!
Su, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere».
Disse così, e quelle ascoltarono molto, e obbedirono:
posero accanto a Odisseo cibo e vino.
E lui bevve e mangiò, Odisseo costante, glorioso,
avidamente: da molto tempo era digiuno di cibo.

[da Omero, Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi] 


(gr. ; lat. Nausicaa).
Mitica figlia di Alcinoo, re dei Feaci, e di Arete; è protagonista di uno dei più celebri episodi dell’Odissea (libro VI). Nel poema appare come una fanciulla assai bella, degna dell’attributo leukolenos (dalle bianche braccia), che è tipico della dea Era. Per ispirazione di Atena, che le è apparsa in sogno assumendo l’aspetto di una compagna, Nausicaa si reca con le sue ancelle a lavare il corredo nuziale alla foce del fiume: qui d’improvviso le appare Ulisse, che, scampato dal naufragio della sua zattera, è stato gettato dal mare sulla costa dell’isola di Scheria. Nausicaa si mostra subito ospitale verso l’eroe, il quale rivolgendosi a lei l’ha paragonata ad Artemide e a un sacro germoglio di palma visto a Deio presso l’altare di Apollo. Ulisse riceve abiti e olio per detergersi; quando egli riappare a Nausicaa, ornato della bellezza divina che Atena gli ha conferito, la fanciulla immagina un intervento degli dei, e al tempo stesso si augura che il suo futuro sposo sia somigliante a quello straniero. Grazie ai consigli e all’aiuto di Nausicaa, Ulisse giunge alla corte di Alcinoo e vi viene accolto ospitalmente. La figura della fanciulla compare per un’ultima volta nel libro VIII (vv. 457 ss.): essa si congeda da Ulisse poiché sa che l’eroe tornerà alla sua patria, ma gli chiede di non scordarsi di lei, giacché a lei deve la vita. Tra Nausicaa e Ulisse si è stabilito un rapporto che, per la fanciulla, tende a essere non solo di ospitalità ma di amore.
La figura di Nausicaa sembra essere stata evocata soltanto dal poema omerico e da un perduto dramma di Sofocle. Rare sono anche le sue figurazioni: oltre a un dipinto di Polignoto menzionato da Pausania (I, 22, 6), la rappresentano alcuni vasi a figure rosse. (Letteratura europea Utet)

https://palomarblog.wordpress.com/2016/06/03/joyce-il-ritratto-di-gerty/


L' immagine di Penelope

Eva Cantarella
Itaca
Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto
Feltrinelli, Milano 2013 [2002]

Bellissima. Così ci appare Penelope, la prima volta in cui, nell' Odissea, scende dalle sue stanze per raggiungere la sala del banchetto, dove i pretendenti alla sua mano stanno ascoltando i racconti di Femio, l'aedo che dopo avere per anni servito Ulisse, ora è costretto a cantare per i proci:

Per essi il cantore famoso cantava: e in silenzio
quelli sedevano, intenti; cantava il ritorno degli Achei,
che penoso a loro inflisse da Troia Pallade Atena.
Dalle stanze di sopra intese quel canto divino
la figlia d’Icario, la saggia Penelope,
e l’alta scala del suo palazzo discese,
non sola, con lei andavano anche due ancelle.
Come fra i pretendenti fu la donna bellissima,
si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto,
davanti alle guance tirando i veli lucenti:
da un lato e dall'altro le stava un'ancella fedele.
(Od., 1, 325-335)
 
Bellissima, ma piangente: come del resto in quasi tutte le sue successive apparizioni. [...]
E' con il cuore spezzato, provando "pazzo dolore", dunque, che Penelope scende tra i suoi spasimanti: centootto, per la precisione. [...] Ora ci interessa Penelope, l'oggetto di tanto desiderio. Che vi fosse chi desiderava sposarla era più che comprensibile. Tutte le virtù che si richiedevano alle donne, Penelope le possedeva in massimo grado.


Più desiderabile di lei, sotto il profilo estetico, vi era, forse, in tutto il mondo greco, solamente Elena, bella come una dea immortale, bella al punto che secondo i vecchi troiani seduti presso le porte Scee a guardare la battaglia che infuriava nella pianura, "Non è vergogna che i Teucri e gli Achei schinieri robusti [...] soffrano a lungo i dolori" (Il., 3, 156-157).
Ma al di fuori di Elena, Penelope "divina" (dia) non temeva rivali. Quando scendeva dai suoi appartamenti, gli effetti che produceva sui proci erano devastanti. Ai pretendenti "si scioglieva il cuore nel petto al vederla", "si scioglievano le membra".
Oltre a intenerire il cuore, la sua visione accendeva il desiderio sessuale. Lo "scioglimento delle membra" è l'effetto tipico del desiderio, non solo nel linguaggio omerico: "Eros che scioglie le membra (lusimeles) ancora mi squassa, /dolceamara invincibile fiera", scrive Saffo.
Una sola volta, nell'Odissea, si dice che Penelope, pur piena di ogni virtù, deve temere il confronto estetico con alcune rivali. Più specificamente con la ninfa Calipso. E, singolarmente, colui che fa questa dichiarazione è suo marito: ma, bisogna ammetterlo, in una situazione molto particolare.



Lui, parlando, diceva molte menzogne
che somigliavano a cose vere,
e lei, ascoltandolo, versava lacrime,
che le devastavano il viso
Come si scioglie la neve sulle cime dei monti,
ed è Euro a sciogliere tutta quella che Zefiro aveva ammucchiata,
e i fiu
mi si gonfiano di tutta la neve disciolta,
così si scioglievano di lacrime le sue belle guance,
mentre lei piangeva lo sposo,
che, invece, le stava vicino”. (XIX, vv. 203-209)

traduzione di Dora Marinari

Irene Papas nel ruolo di Penelope

Penelope ritrovata

Odissea, Libro XXIII, 300-309, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Ma i due, quand'ebbero goduto l'amore soave,
godettero di parlarsi, uno all’altra dicendo,
lei quanto in casa soffrì, la donna bellissima,
 costretta a vedere la folla sfacciata dei pretendenti,
che a causa sua, numerose le vacche e le pecore grasse
sgozzavano, e molto vino si attingeva dai vasi;
e lui, il divino Odisseo, quante pene inflisse
ai nemici, e quante sventure dovette subire lui stesso,
tutto narrava: lei godeva a sentire, né il sonno
cadde sui loro occhi, finché tutto fu detto.

Marilù OlivaL'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Milano, Solferino 2020

Nel talamo nuziale scorrono come fiumi le parole del racconto: io gli riporto quanto ho patito subendo la presenza degli odiosi Proci, che attingevano dagli orci vino senza fine e facevano sgozzare bestie senza criterio. Lui mi narra ciò che gli è successo e ogni tanto ancora gli scendono le lacrime. Tremo con lui inorridita quando ascolto delle tempeste crudeli, del terribile Ciclope cannibale, dell'orrenda Scilla e della stoltezza bestiale dei defunti compagni, periti per loro misera colpa. Parole fiatate sottovoce riempiono la stanza come una dolce melodia, finalmente la rassicurazione della voce amata, la carezza dolcissima del ritorno svelato. Discorriamo interrompendoci soltanto per baciarci e per concederci il piacere a lungo negato, srotoliamo i giochi d'amore senza la fretta della giovinezza, consapevoli di ciò che ricordiamo l'uno dell'altro, poi riprendiamo a confidarci, ventre contro ventre, bocca contro orecchio, braccia intrecciate, finché un sonno irresistibile non ci sorprende ancora abbracciati.