sabato 15 agosto 2026

Le sirene

Odissea 
libro XII, l'episodio delle sirene (versi 166-200)

traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, Milano 2015 

165 Dicendo così io spiegavo ogni cosa ai compagni:

intanto la solida nave rapidamente arrivò

all’isola delle Sirene: la spingeva un vento propizio.

Subito dopo il vento cessò, successe una calma

senza bava di vento, un dio assopiva le onde.

170 I compagni, levatisi e piegate le vele,

le deposero nella nave ben cava e postisi

ai remi imbiancavano l’acqua con gli abeti piallati.

Io invece, tagliato col bronzo aguzzo un grande

disco di cera a pezzetti, li premevo con le mani robuste.

175 Subito la cera cedette, sollecitata dalla gran forza

e dal raggio del Sole, del signore Iperionide:

la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni, uno a uno.

Essi poi mi legarono per le mani ed i piedi

ritto sulla scassa dell’albero, ad esso eran strette le funi,

180 e sedutisi battevano l’acqua canuta coi remi.

Ma appena distammo quanto basta per sentire chi grida,

benché noi corressimo, non sfuggì ad esse la nave veloce

che s’appressava e intonarono un limpido canto:

“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,

185 e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.

Nessuno mai è passato di qui con la nera nave

senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,

ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.

Perché noi conosciamo le pene che nella Troade vasta

190 soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;

conosciamo quello che accade sulla terra ferace”.

Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore

voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,

facendo segni cogli occhi: ma essi curvi remavano.

195 Subito Perimede ed Euriloco alzatisi

mi legarono e strinsero di più con le funi.

Ma quando le superarono e più non s’udiva

la voce delle Sirene né il loro canto,

subito i fedeli compagni la cera levarono

200 che gli spalmai sulle orecchie, e dalle funi mi sciolsero.


Alfabeto dell'Odissea, a cura di Barbara Castiglioni
Mondadori, Oscar Classici Cult, 2026

L'Odissea è senza dubbio un poema di mostri. I più famosi, probabilmente, sono i Ciclopi (...). I mostri più ambigui, misteriosi e fascinosi, però, sono senza dubbio le Sirene, donne dal canto ammaliatore, fonte di piacere e di conoscenza, ma anche di rovina e di morte, metafore della seduzione intellettuale. Sedute su un prato, stregano con la voce soave, e intorno a loro hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo con i piedi e le mani legati all'albero della nave, per sfiorare l'incanto e poterne godere senza morire. Mostri, demoni erotici, o forse solo rapaci prostitute, bellissime, agghiaccianti, ripugnanti, le sirene - di cui nell'Odissea non c'è nessuna descrizione fisica - erano, secondo la tradizione più nota, ninfe compagne di Persefone prima del rapimento, e sarebbero state tramutate poi dall'ira di Demetra in esseri mostruosi, metà donne e metà uccelli; solo dal Medioevo in poi si trova testimonianza sicura del loro aspetto più noto, quello, cioè, con il busto di donna e la coda di pesce, "canonizzato", per così dire, dalla Sirenetta di Andersen (che, a sua volta, fonde la sirena con quella che, per certi versi, è la sua versione "germanica", cioè l'ondina, catalogata da Paracelso come creatura acquatica, metà donna e metà pesce). Le Sirene, a cui nel poema sono dedicati pochissimi versi (XII, 166-200), sono, però, con ogni probabilità, una delle più grandi, sontuose eredità dell'Odissea, non solo le innumerevoli riprese letterarie, da Andersen fino alla sublime Lighea di Tomasi di Lampedusa, ma anche quella dell'arte figurativa - si pensi a Moreau, che le disegnerà candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell'aurora, o a Klimt, con le sue Sirene inquietanti, affusolate e immerse nei loro lunghissimi capelli - e dalla musica: come il Tannhauser di Wagner, che nel voluttuoso mondo del Venusberg, tra satiri, fauni, baccanti e coppie di amanti dediti a un'orgia selvaggia, faceva sussurrare alle sue sirene, da lontano, un dolce invito al protagonista: "Vieni alla spiaggia, dove gli ardori del desiderio, sui nostri cuori han refrigerio!".     


venerdì 14 agosto 2026

Il patto tra generazioni

Elsa Fornero
Un welfare più equilibrato ed equo può salvaguardare giovani e pensionati

La Stampa, 14 agosto 2026

L’invecchiamento della popolazione – ossia l’aumento della vita attesa e la parallela riduzione della fertilità - viene spesso raccontato come un peso per i conti pubblici, una minaccia per le pensioni, un’ipoteca sulla crescita economica, un terreno di scontro tra generazioni. Una lettura quasi apocalittica, non scorretta ma parziale, che riflette la tendenza ad affrontare i problemi strutturali in chiave emergenziale, intervenendo sugli effetti anziché sulle cause.

Vivere più a lungo e avere il numero di figli desiderato è, anzitutto, un progresso. Progresso in medicina, sanità pubblica, alimentazione, abitazione, igiene, istruzione, genitorialità consapevole. Ci sono però due problemi insufficientemente considerati nel dibattito: anzitutto, la longevità non è equamente distribuita e, in secondo luogo, anche la fecondità desiderata è, oggi forse più che in passato, fortemente influenzata dalle condizioni economiche della coppia. Le cause sono diverse ma richiamano squilibri diffusi tra classi sociali, generi e generazioni.

La logica dell’accumulazione

Da un lato, i divari economici e sociali si traducono in differenze marcate nella speranza di vita e, soprattutto, di una vita in buona salute. Chi dispone di maggiori risorse umane e materiali, ereditate o costruite nel tempo, non solo vive più a lungo: vive più anni sani, autonomi, partecipi; chi invece ha avuto un percorso svantaggiato arriva alla vecchiaia con maggiori probabilità di malattie, precarietà, dipendenza.

È la logica dell’accumulazione: le condizioni della prima infanzia influenzano il percorso educativo; l’istruzione il lavoro, il lavoro il reddito, il risparmio, le relazioni sociali e, alla fine, la pensione. D’altro canto, vivere in condizioni di povertà e di precarietà non aiuta ad affrontare adeguatamente la nascita di uno o più figli. Per questo, una politica che affronti l’invecchiamento guardando prevalentemente al sistema previdenziale nasce monca e non risolutiva.

Le riforme pensionistiche

Negli ultimi decenni molti Paesi, Italia compresa, hanno riformato i sistemi pensionistici: più anni di lavoro, minori uscite anticipate, legami più stretti tra contributi versati e prestazioni ricevute. Erano riforme impopolari - perché i benefici arrivano in ritardo rispetto ai sacrifici - ma necessarie perché il sistema non può reggere con prestazioni scollegate dalla demografia e dall’economia. E non è giusto che le generazioni più giovani, peraltro sempre meno numerose, paghino il conto di impegni presi da altri senza adeguata copertura nel numero e nei redditi di chi lavora.

Queste riforme hanno però scontrato anche un limite strutturale che la politica non ha adeguatamente colto: nessuna riforma pensionistica funziona se isolata dalla politica demografica e occupazionale e nessuna politica del lavoro funziona se scollegata dall’istruzione. Le pensioni più basse delle donne, per esempio, non nascono nel sistema previdenziale ma prima, nel più basso tasso di occupazione, nei più bassi salari, nelle carriere spezzate dalla cura di figli e familiari. E, prima ancora, nella scarsa considerazione sociale per la loro indipendenza economica.

Nessuna generazione basta a sé stessa

Allargare l’orizzonte significa, anzitutto, partire dalla considerazione che nessuna generazione basta a sé stessa. I bambini dipendono dagli adulti; gli adulti lavorano ma vivono grazie a istituzioni, conoscenze e ricchezza ereditate da chi li ha preceduti; gli anziani dipendono dai risparmi accumulati ma anche dal reddito e dalla cura delle generazioni più giovani. Il patto tra generazioni non è un solo un marchingegno contabile per finanziare le pensioni: è un patto morale e politico, che nei suoi principi fondamentali è scritto nelle Costituzioni (la nostra compresa).

Di qui derivano implicazioni per la politica e scomode verità per il nostro Paese. Anzitutto, che, per essere sostenibile, qualsiasi sistema di welfare deve guardare a tutto il ciclo di vita delle persone: deve proteggere i bambini, sviluppare le loro capacità con istruzione di qualità, contrastare gli abbandoni scolastici, sostenere l’indipendenza economica attraverso servizi pubblici adeguati, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia fino ai servizi per l’impiego.

Deve cercare di aumentare stabilmente occupazione e retribuzioni attraverso politiche favorevoli a investimenti e innovazioni; permettere a ciascuno di costruirsi una buona sicurezza finanziaria nell’età anziana, in grado di fare fronte ai bisogni di cura, inevitabilmente crescenti in quell’età. Un welfare, pertanto, non solo “risarcitorio e redistributivo” ma “contratto sociale” tale da mettere tutti nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita economica e sociale, anche contribuendo a contrastare con figli il declino demografico ed economico del Paese.

Italia laboratorio degli squilibri

L’Italia è il laboratorio perfetto degli squilibri generazionali. Pur essendo tra i Paesi con minore fecondità e maggiore longevità è riuscito, finora, a evitare, pure in un quadro di relativa stagnazione e di aumento della povertà, un impoverimento delle classi di età anziane. Lo stesso non è però accaduto per quelle giovani, che hanno subito un aumento del tasso di povertà.

Allo stesso tempo, l’occupazione - soprattutto femminile e giovanile - resta bassa nonostante qualche miglioramento, la produttività cresce poco o punto, i salari ristagnano o diminuiscono e la povertà si concentra sempre più tra le famiglie giovani con figli. Come stupirsi che l’Italia detenga il primato europeo di giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione e che sia, ormai strutturalmente, Paese di emigrazione di giovani?

Quali soluzioni?

La soluzione, però, non è mettere pensionati e giovani gli uni contro gli altri. Chi oggi è anziano ha contribuito, spesso in condizioni difficili, alla crescita del paese e merita sicurezza e dignità. La sfida è riequilibrare il welfare, proteggendo gli anziani e investendo, con almeno altrettanta convinzione, su bambini, giovani, donne e lavoratori.

Significa preservare la logica delle riforme che hanno restituito sostenibilità al sistema, senza riaprire scorciatoie e privilegi. Significa investire in istruzione, ricerca, servizi di cura, imprese capaci di creare lavoro stabile e ben remunerato — con la stessa ambizione, e con lo stesso orizzonte di lungo periodo che ha ispirato il Pnrr. Tutto il resto sono chiacchiere vane.

La scienza triste

Roberta Carlini
Economia politica come cultura, una piccola enciclopedia portatile

il manifesto, 14 agosto 2026

«A differenza che in altri campi, in economia una cultura ‘fascista’ è mancata, allora e dopo», scrivono Pierluigi Ciocca e Giangiacomo Nardozzi nell’introduzione al loro libro La cultura economica della Repubblica. Pensiero, azioni, fatti (1946-2026) (Carocci, pp. 184, euro 19). Il pensiero economico in Italia ha un ricco e illustre «prima», e un fiorente «dopo».

Il fascismo ne interrompe il fiume come una gelata; fisicamente, perché caccia, o costringe a fuggire, i più brillanti economisti; idealmente, perché sul rifiuto del liberalismo non costruisce una coerente visione economica: «la conseguente inadeguatezza della politica economica (…) contribuì al colonialismo in economie poverissime e all’enfasi sulla politica estera, che sfociò nella disfatta militare accanto alla Germania nazista». Se questa citazione sembra parlare tanto all’oggi, è effetto non voluto dagli autori. Perché non è della mancanza di cultura economica del fascismo che il libro parla, ma appunto del »recupero» che si impone con la Repubblica.

QUESTO RECUPERO ha prodotto ottant’anni di pensiero economico. Raccogliere, selezionare, interpretare e rendere accessibile tale mole di scritti non è impresa semplice, e gli autori hanno scelto un criterio non crolologico ma tematico: l’oggetto, i metodi (lo sviluppo della cassetta degli attrezzi, in particolare gli strumenti statistici con perno sull’Istat, che proprio quest’anno celebra il suo centenario), il quadro teorico; e poi le grandi questioni: il lavoro, l’impresa e i mercati, crescita e sottosviluppo, l’ambiente, il benessere, l’instabilità, i rapporti internazionali, la finanza pubblica, la moneta e la finanza, il «miracolo» e il ristagno. Un capitolo a parte è dedicato alla storiografia economica italiana; ma tutti i temi presentati scorrono insieme alla storia economica, e alle politiche economiche che hanno prodotto o hanno cercato di influenzare o (spesso inutilmente) contrastato. In questa visione ampia sta il contributo più prezioso del libro: che ci parla, come dice il titolo, di cultura economica. Non solo di ricerca, non solo di teoria, non solo di numeri, non solo di politiche, non solo di fatti.

PER INDICARE solo un esempio: il capitolo sul lavoro parte dall’articolo 1 della Costituzione; ricorda al lettore che il «lavoro» che avevano davanti i costituenti era per quasi la metà agricolo, e nella restante metà c’erano più operai che impiegati, e che oggi il lavoro è per i due terzi nel terziario, agricolo per il 4%, e industriale per il 21%. Ricorda le stragi e le lotte, da Portella della Ginestra all’autunno caldo. Gli anni dei piani contro la disoccupazione e quelli delle sconfitte. E immerge in questo contesto il pensiero, sia come impegno attivo degli economisti – da coloro che parteciparono al piano per il lavoro di Di Vittorio a Ezio Tarantelli – che come dibattito teorico, dalla lettura della ‘curva di Phillips’ all’impatto degli choc e dei vincoli esterni.

DA QUESTI ACCENNI e dal numero delle pagine del libro (184), si può intuire che si tratta di una lettura molto densa, ricca di personaggi e bibliografia, e con fitti rimandi teorici e storici. Chi vorrà e potrà, si inoltrerà con piacere nei tanti rivoli fiumi o oceani che si aprono. Oppure userà il libro come fonte primaria da consultare per ricordare, studiare, o insegnare. Soprattutto, la lettura è consigliata per coloro che – partendo da un approccio radicalmente critico, oggi più che mai motivato dalle pluricrisi in cui l’economia ha un ruolo – spesso arrivano a liquidare la «scienza triste» come una giustificazione dell’esistente, dispensatrice di ricette amare e dedita a modellini iperspecializzati.

Non è sempre stato così: se all’inizio le scuole economiche italiane abbracciarono il liberalismo più che altro per opposizione al fascismo da cui si usciva, nella seconda metà del secolo scorso il cambio di paradigma che era partito nelle università internazionali fecondava il pensiero italiano, e ne veniva fecondato. E anche dopo, la stella nascente del monetarismo non ha trovato brillanti satelliti in Italia. Semmai, il tratto più importante che emerge, in questa sintesi enciclopedica del pensiero economico italiano, è il suo eclettismo. Teorizzato da Federico Caffè (uno degli economisti italiani più citati nel libro), e praticato da diverse generazioni di studiosi – vuoi per scelta, vuoi per gli scambi internazionali finalmente riaperti, vuoi per pragmatismo di fronte all’urgenza dei problemi dell’economia italiana.

Eclettismo non vuol dire relativismo: il sistema di valori che impronta la ricerca conta tanto quanto il rigore teorico, e in omaggio a entrambi gli autori del libro presentano nelle conclusioni un loro «pantheon» che è molto lontano dal pensiero unico che ha dominato l’ultimo trentennio: Piero Sraffa, Pierangelo Garegnani, Luigi Pasinetti, Paolo Sylos Labini, Augusto Graziani, Claudio Napoleoni, Giorgio Lunghini, Alessandro Roncaglia. Ma l’elenco non è esaustivo, e nei singoli capitoli si trovano tanti altri spunti e soprattutto scuole, a partire dall’importante ruolo, tutto italiano, dello studio del dualismo e delle economie territoriali.

INFINE. SI È PARLATO sempre di «economisti», al maschile. Nel libro ci sono poche donne, e questo riflette il fatto che poche erano, fino a pochi anni fa, le donne che studiavano economia e ancor meno quelle che poi diventavano ricercatrici, docenti, accademiche. Ma riflette anche una scelta degli autori, che non hanno ritenuto di dover mettere a tema la questione di genere, sia nell’economia – e il suo peso quando si parla di occupazione, di benessere, di dualismo territoriale – che nella storia del pensiero economico italiano. Questo può essere considerato un limite del libro, o un capitolo da scrivere ancora.

Lavitola al ristorante

Stefano Cappellini
Lavitola, il sondaggio per Ranucci premier e il mestiere di giornalista
la Repubblica, 14 agosto 2026

Non capita spesso a un giornalista di poter scrivere di una notizia avendo partecipato in prima persona a un pezzo della storia. È il mio caso oggi. Della vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci, di cui Valter Lavitola ha confessato l’altroieri di essere il mandante, conosco in forma diretta un frammento non marginale: la genesi del sondaggio con il quale Lavitola intendeva testare le potenzialità elettorali di Ranucci. Uno snodo importante, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare, nella quale sono ricostruiti proprio alcuni di questi passaggi di cui sono testimone, il movente dell’attentato al conduttore di Report è individuato nella volontà di aprirgli la via verso una brillante carriera politica.

Naturalmente, le informazioni di cui dispongo sono già state utilizzate in alcuni articoli pubblicati in occasione dell’apertura dell’inchiesta su Lavitola all’inizio di luglio, quando ero ancora vicedirettore di Repubblica, e in altri pezzi seguiti all’arresto di Lavitola, dopo aver assunto la direzione di questo giornale il mese scorso. Penso abbia un valore giornalistico che adesso sia io a rimettere in fila un po’ di fatti, anche per non lasciare che lo facciano persone con altri interessi e scopi.

Ho incontrato e parlato per la prima volta con Lavitola nell’agosto del 2023. Un amico organizzò una cena per la quale gli sono ancora grato, perché al tavolo con noi portò una grande stella della musica italiana. Propose di fissare l’appuntamento da Cefalù, il ristorante di Lavitola nel quartiere romano di Monteverde. Fu così che, al termine di questa cena, si appalesò lui: il ristoratore. Lavitola si sedette con noi e in breve tempo, giurerei sollecitato da me, cominciò a raccontare aneddoti sul suo noto ruolo in una storia che più di quindici anni fa appassionò gli italiani e infiammò la politica: la casa di Montecarlo lasciata in eredità da un nobildonna missina al partito e finita nelle disponibilità del cognato di Gianfranco Fini. Lavitola, all’epoca, faceva parte dell’entourage politico di Silvio Berlusconi ed era stato protagonista di più vicende ai confini, e più spesso oltre, del codice penale. Se quella serata era cominciata con l’idea di proporre una grande intervista biografica alla famosissima cantante, finì con l’idea che il colpo migliore sarebbe stata una intervista a Lavitola sulla vera storia di quei giorni. Dalla cena passò un po’ di tempo senza alcun contatto, finché proposi a Lavitola di fare l’intervista. Accettò e il 20 marzo 2024 mi diede appuntamento al suo ristorante. Gli feci domande per quasi due ore e il 21 marzo uscì su Repubblica una intervista a mia firma così titolata: “Sì, ero un bandito. Incastrai Fini sulla casa ma sono pentito”. Quella fu la seconda volta in vita mia in cui vidi Lavitola. Ma è la terza e ultima la più importante qui.

A metà febbraio 2026, non sono in grado di ricostruire con esattezza la data, Lavitola mi telefona dicendomi che ha una notizia importante da darmi ma che è necessario parlarne di persona. Alcuni giorni dopo, sono ragionevolmente certo sia stato prima della fine del mese, lo incontro nel suo ristorante. Dopo qualche chiacchiera sul quadro politico, Lavitola passa all’ordine del giorno. Racconta di essere in contatto con una persona di grande levatura e popolarità che potrebbe buttarsi in politica. Non dice che il tizio ha già deciso di farlo, dice che ci sta riflettendo. Aggiunge che il suo livello è tale che, qualora si decidesse a farlo, potrebbe aspirare al ruolo di candidato premier del centrosinistra. Cerco di farmi dare il nome, non senza avergli subito obiettato che vedo molto difficile che, per quanto credibile possa essere il suo uomo, il candidato premier del centrosinistra possa essere un nome diverso da Elly Schlein o Giuseppe Conte. Lavitola, pur con la sua ostentata cortesia partenopea, è inflessibile sulla rivelazione dell’identità. Mi dice che si tratta di una figura in grado di competere ai massimi livelli e che è ancora presto per dire chi sia, ma mi assicura che, se e quando sarà il momento, sarò il primo a saperlo. Però, aggiunge, c’è bisogno di qualche passaggio supplementare. Sostiene di aver avuto casualmente in visione un sondaggio fatto da un istituto americano, sulla cui esistenza effettiva non scommetterei un euro, nel quale il mister X risulta beneficiato di un gradimento altissimo. Adesso, dice Lavitola, serve un sondaggio italiano che potrebbe essere decisivo per convincere il misterioso personaggio a fare il passo e gettarsi nella mischia. Mi chiede consiglio su cosa sia importante domandare agli elettori e anche se posso suggerirgli un istituto al quale affidare la rilevazione. Rispondo che ce n’è almeno una mezza dozzina di affidabili e che sarà affar suo scegliere. Quanto al quesito, gli dico che le domande fondamentali sono due o tre: se gli elettori vedono spazio per un candidato della società civile non espresso dai partiti, su quali temi dovrebbe puntare e le sue potenzialità come sfidante di Giorgia Meloni. Ovvietà, in tutta evidenza. Lavitola mi chiede se mi dispiacerebbe buttar giù per iscritto le domande. Gli dico che, compatibilmente con impegni più urgenti, gli manderò un appunto.

Me ne vado dal ristorante chiedendomi, senza risposta certa, se si tratti di una pista buona o di una bufala. La valutazione delle fonti è fondamentale nel nostro mestiere ma nessuna fonte va esclusa a priori. Preso da altre questioni, dimentico di mandare l’appunto. Più di un mese dopo il colloquio sul candidato misterioso, esattamente il 7 aprile, Lavitola si fa vivo con un messaggio e chiede se, nonostante i miei impegni, posso ancora mandargli quella che lui chiama “la griglia” per il sondaggio. Quel giorno, per la prima volta, mi dice di aver chiesto consiglio anche all’ex direttore del Corriere della sera Paolo Mieli. Rispondo che ho da fare altro e che però gli manderò l’appunto nel giro di qualche giorno. Il 12 aprile mi scrive: “Vedrai che avrai una sorpresa che vale questa rottura di palle”. Il 20 aprile, dopo avergli chiesto via whatsapp una mail, gli mando un file con una decina di domande. Come impegno per provare a mettere le mani su una possibile notizia, è uno sforzo trascurabile oltre che una innocua cortesia. E per le cortesie non si controlla il casellario. Quanto al fatto che pochi mesi prima sia stato Lavitola a organizzare l’attentato a Ranucci, non è notizia a disposizione di alcuno che non sia Lavitola medesimo e i suoi complici.

Dal giorno dell’incontro e nei due mesi e mezzo successivi Lavitola mi contatta via chat tre volte. La prima volta il 29 aprile con una prima bozza del sondaggio che, confesso, nemmeno apro, non me ne importa nulla, voglio solo sapere il nome del candidato. In questa occasione Lavitola dice che la bozza è passata “al vaglio” di Mieli e Ranucci. So dalla stampa che quest’ultimo è un suo amico, dunque penso gli abbia chiesto consiglio. La seconda volta l’8 maggio, con un messaggio in cui dice di aver ingaggiato l’istituto che dovrà realizzare il sondaggio. La terza il 7 giugno quando mi manda alcuni screenshot delle bozze e io nemmeno gli rispondo. Il 9 giugno, per interrompere il mio silenzio, torna alla carica e mi invia lo screenshot di una chat che contiene un giudizio benevolo sull’impostazione del sondaggio e soprattutto mi rimanda un messaggio che era già contenuto nell’invio da me ignorato due giorni prima. Si tratta di un messaggio inoltrato, quindi non suo, in cui c’è scritto: “Due punti da correggere o integrare”. Il commento di Lavitola a questo messaggio, con una insistenza e una sottolineatura che suona sospetta con il senno di poi, è il seguente: “Questo era Ranucci”. Continuo a pensare che si tratti dei suggerimenti di un amico, ma ancora per poco, perché a questo punto, spazientito di non aver avuto risposta sull’unica cosa che mi interessa, chiedo in chat: “Quando puoi farmi il nome?”. E la risposta di Lavitola stavolta arriva. Eccola, testuale: “Sigfrido Ranucci. Volevo farlo solo dopo il sondaggio, perché da un sondaggio fatto negli Usa, che non ho fatto vedere nemmeno a lui, risulta un numero pazzesco”. Lavitola deve essersi dimenticato di avermi già parlato del fantomatico sondaggio Usa, e questo non depone a favore della credibilità del tutto, ma soprattutto non apprezza la mia risposta. Gli scrivo subito: “Per me è una follia”. Mi chiede perché. Rispondo: “Non ha chance di decollare”. Lui scrive: “Vediamo che succede con questo sondaggio. Quello americano era pazzesco. Per questo mi sono messo a pensarci”. Con l’ultimo sforzo di cortesia ribatto che “sono curioso di vedere i dati, ma in primarie contro Schlein e Conte non può prevalere”. Lavitola aggiunge che qualcuno gli ha detto che Prodi punta a far saltare le primarie e che quindi Ranucci potrebbe essere l’uomo giusto per mettere tutti d’accordo. La mia risposta: “Prodi non vuole le primarie ma non può essere certo Ranucci il suo candidato”.

Esco da questo scambio con una risposta alla domanda con la quale ero uscito dall’incontro al ristorante: non è una cosa seria. Non torna la storia del sondaggio americano, non torna quella del sondaggio italiano, il candidato alla premiership non è plausibile e la fonte non attendibile. Per questo, dopo un minimo approfondimento, non scriviamo nulla. E meno male. Perché oggi un pezzo su Ranucci candidato sarebbe stato strumentalizzato dai molti sciacalli in circolazione come un tassello di complicità con il disegno di Lavitola. E chissà se non fosse anche un suo obiettivo reale, vedere pubblicata da un giornale autorevole la storia della candidatura prima che il cerchio delle indagini si stringesse intorno a lui.

Questa è la storia del sondaggio, per la parte che conosco. Ma ci sono gli ultimi due messaggi ricevuti da Lavitola che meritano di essere raccontati. Il 2 luglio, pochi giorni prima di essere perquisito come sospetto mandate dell’attentato, Lavitola mi scrive in chat sostenendo di essere in compagnia “della persona che si sta occupando del sondaggio”, e che ha deciso di fermarlo viste le novità sulle indagini per la bomba. Nel frattempo, infatti, ci sono stati gli arresti dei presunti esecutori. Chiede conforto sull’idea di rimandare ad altro momento la rilevazione. Gli rispondo che mi sembra opportuno. Ma è il messaggio mandatomi all’1.34 del 7 luglio il più inatteso. È quello in cui mi dà la notizia di essere indagato per la bomba: “Credo che dopo l’interrogatorio mi arresteranno. (…) Spero molto che l’aver intrattenuto rapporti con me non ti venga a pregiudicare, anche se dato il tuo spessore mi sembrerebbe difficile, a meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te”. Sono scosso dalla notizia dell’indagine su Lavitola, ma mi colpisce altro. Gli scrivo: “Rileggendo bene il messaggio devo chiedertelo: sbaglio o mi hai scritto che Ranucci ti ha chiesto di fargli l’attentato?”. Sbaglio, è la risposta. “Stai scherzando? Ti volevo dire che se mi vuoi come attentatore io ormai sono noto”. Dice che in giornata è disposto a parlare al telefono. Quel giorno la notizia dell’indagine su di lui per la bomba a Ranucci è la più importante. Lo chiamo qualche ora dopo proponendogli di fare un’intervista con un nostro cronista. Dice che l’avvocato gli ha proibito di parlare. Ma parla per rivendicare di essere estraneo ai fatti. Gli dico che su Gomes Tavares, il suo faccendiere camerunense, ci sono indizi pesantissimi. Lavitola giura così sulla sua innocenza: “Se è stato Gomes a mettere la bomba, allora sono stato io”.

giovedì 13 agosto 2026

I risvolti

Paolo Di Stefano
Il gran romanzo dei risvolti

Corriere della Sera, 13 agosto 2026

Si tratta dell’ennesimo risvolto. Di sicuro Salvatore Silvano Nigro ha superato le cento bandelle o alette (si può dire anche così) per i libri di Andrea Camilleri pubblicati da Sellerio. L’ultimo è quello dedicato ai racconti de Le inchieste del commissario Collura. Il suo è un caso non raro ma unico nell’editoria italiana (e non solo), quello di un risvoltista ad personam.a proposito di Nigro, Camilleri parlò di una «sorridente intesa» fondata sul risvolto. Precisando qualcosa di molto interessante per ciò che può rappresentare quel genere di scrittura editoriale: «Lui scrive queste bandelle e io me le leggo. Me le leggo e scopro che lui ha scoperto trame per me che erano invisibili, come una talpa, sotterranei percorsi che io non m’ero accorto d’avere percorso, e mi dico: ma davvero? E poi sta raccontando la storia che ho raccontato io in un modo meraviglioso, che mi diverte assai, e la mia sinceramente non mi pare così divertente come me la sta raccontando lui». La domanda che ogni volta si poneva Camilleri era questa: «Vuoi vedere che il libro è inferiore alla bandella?». Ovviamente era una domanda retorica, ma intanto nel rendere omaggio a Nigro, Camilleri celebrava anche l’importanza di quella che un esperto come Roberto Calasso definiva «un’umile e ardua forma letteraria».

Nigro, che è saggista, filologo, critico, ed è stato professore di letteratura italiana nelle maggiori università, dalla Normale di Pisa a Yale, dalla École normale supérieure di Parigi al Politecnico di Zurigo, fu scelto nel 2001, quando Camilleri aveva difficoltà a farsi recensire. Fu lui a spiegare a Nigro i suoi desiderata: «Dovresti fare dei risvolti che siano una chiave di lettura del libro e abbiano una loro autonomia come se fossero dei racconti critici». Racconti di racconti. Impresa non facile, ma Nigro, da Il re di Girgenti in poi (2001), ci ha preso gusto e da oltre vent’anni non ne sbaglia uno (Camilleri, dopo una doppia lettura in anteprima, li approvava con una breve telefonata: «Bonu iè»).

La bandella, in genere relegata tra i «paratesti» del libro (cioè il suo vestito editoriale), può rasentare l’arte, indubbiamente. Con una camicia di forza che in genere la letteratura non ha: il limite rigoroso dello spazio. Diciamo che le 3 mila battute sono una quota rispettabile che non va superata se non eccezionalmente. E con un obbligo che va quasi da sé: l’elogio, purché pacato. «Lo sforzo — dice Nigro — è molteplice: devi descrivere brevemente il libro, suggerire sottilmente al lettore i buoni motivi per comprarlo, ma avendo una tua autonomia e dando una tua chiave di lettura». Un’impresa che per di più deve nascondere l’enormità dello sforzo. Salvatore Settis ha paragonato i risvolti camilleriani di Nigro a una collezione di farfalle, ammirandone la leggerezza, ma anche l’allusività sottile e la complicità che stabiliscono con il lettore. Quasi un gioco di teatro. Modelli? Sono due quelli di Nigro. Da una parte Italo Calvino che per una vita scrisse come funzionario di Einaudi alette, prefazioni, note, schede, quarte di copertina e/o «soffietti», per usare una parola che da ex giornalista Calvino non disprezzava.

L’altro modello era e rimane Leonardo Sciascia, braccio destro di donna Elvira, il quale per Sellerio ideò, tra l’altro, la collana «La memoria» (in cui sono usciti i romanzi di Camilleri), producendo risvolti e risvolti, raccolti in volume con una prefazione dello stesso Nigro. Tutto si tiene.

«Calvino e Sciascia avevano un occhio clinico che coglieva subito gli aspetti importanti del libro e avevano il dono di raccontarlo con leggerezza: erano scientifici e lievi nello stesso tempo, e in questo si assomigliavano». Nigro ha avuto la fortuna di assistere al lavoro editoriale di Sciascia e lo ricorda bene: «Era notevole, leggeva il libro e senza tanto rifletterci scriveva a mano il risvolto in 5 minuti, di getto: ne venivano fuori dei capolavori». Capolavori innervati di citazioni messe lì con «naturale disinvoltura» e con la «severità di un rigore geometrico». Saggi critici e insieme narrativi, non dissimili da quelli di Calvino. Come diceva Jorge Luis Borges a proposito del prologo, anche la bandella «non è una forma subalterna del brindisi; è una specie collaterale della critica». È sempre Nigro a ricordarlo.

Solo Elio Vittorini si permetteva di utilizzare le alette per esprimere le sue riserve su libri (della collana einaudiana dei «Gettoni») che lui stesso aveva scelto. Vedi «il verismo un po’ facile» di alcune pagine di Anna Maria Ortese o i timori su Beppe Fenoglio a proposito dell’uso naturalistico del dialetto. Dice Nigro: «È un fatto curioso, ma bisogna tener presente che Vittorini pensava ai “Gettoni” in una prospettiva molto personale: la collana aveva la funzione di preparare il passaggio dalla tradizione alla neoavanguardia. Dunque, i risvolti erano piccoli editoriali che dialogavano con il lettore. Anche Il Gattopardo è stato rifiutato perché era un libro che non rientrava nel suo programma: e ha fatto benissimo a escluderlo». A proposito di Vittorini, è stato Alberto Arbasino a ricordare quanto fosse «pieno di esitazioni per i propri risvolti». Aggiungendo con la sua tipica verve ironica: «Li correggeva e li limava, preoccupato come un padre di mandare a spasso una figlia troppo scollata».

Altro tipo curioso, anzi «geniale», lo definisce Nigro, era Calasso, risvoltista egli stesso (di oltre mille bandelle) ed esigentissimo con i suoi editor al punto da chiedere loro di scrivere e riscrivere molte volte i risvolti. Calasso immagina il lettore sfogliare un volume in libreria, lo vede chiedere aiuto al risvolto: «In quel momento sta aprendo — senza saperlo — una busta: quelle poche righe, esterne al testo del libro, sono di fatto una lettera: la lettera a uno sconosciuto». Il suo segreto (di Calasso) era riassunto in un paio di regole. Soprattutto, rendere alla lettera quel che sta scritto (e cioè bandire l’enfasi): «Poche parole efficaci, come quando si presenta un amico a un amico». L’arte della lode richiede un’attenzione particolare agli aggettivi. Lezione andata a buon fine, secondo Nigro: «I risvolti Adelphi sono, ancora oggi, i migliori che ci siano nell’editoria italiana».

Un genere a sé, dove l’arte della lode rischia di tracimare, è quello dell’autorisvolto, che spesso va di pari passo con la scelta autoriale dell’illustrazione di copertina. È stato un altro superesperto in materia, Giuseppe Pontiggia, a mettere in guardia lo scrittore dall’eccesso di autoelogio in posizione bandella: autoelogio che può finire per essere «la fossa che un autore si scava per esservi seppellito da chi non leggerà altro». A parte Sciascia, un altro esempio supremo di autorisvoltista è Giorgio Manganelli, del quale il critico Nigro è in qualche modo «depositario» da tempo, avendo maturato sin da giovane con lui una sorta di «affinità elettiva», curatore di numerose riedizioni adelphiane e oggi alle prese con la sistemazione dell’opera omnia.

Quel che Nigro ha scoperto con meraviglia è che Manganelli scriveva autorisvolti (di enorme eleganza), a volte firmati e a volte no, pensandoli come introduzioni indispensabili per capire il libro. Non come paratesto, ma come testo vero e proprio. Per cui, nel caso di Manganelli, le bandelle originarie andrebbero mantenute nelle ristampe o nelle edizioni successive, essendo non più semplici paratesti ma irrinunciabili bussole interne.