Nathalie Tocci
Così Trump ha allungato la guerra in Ucraina
La Stampa, 23 febbraio 2026
Sono passati quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e dodici dall’inizio della guerra, scatenata dall’annessione della Crimea e dall’attacco russo nel Donbas. È la più lunga e sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale: tra morti e feriti, civili e militari, si stimano circa due milioni di vittime. Non sappiamo quanto durerà ancora: dipende dalla velocità con cui si esauriranno le risorse a disposizione dell’unica persona che può porvi fine, il presidente russo Vladimir Putin. Ciò che sappiamo è che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha probabilmente prolungato la guerra, e sicuramente l’ha resa più violenta.
La guerra in Ucraina non è difficile da comprendere. Il Donbas, l’espansione della Nato a Est, i diritti linguistici della minoranza russofona sono tutti argomenti usati come specchietti per le allodole, carne da macello per la disinformazione russa che si diffonde sui media e si insinua nelle istituzioni. Alla radice del conflitto c’è solo l’ossessione di Putin di ricostruire un impero perduto. E le guerre imperiali, a differenza di quelle civili o secessioniste, si concludono con la vittoria o la sconfitta di una delle parti; la colonizzazione avviene o non avviene, non ci sono vie di mezzo. Il mio non è un auspicio, ma una constatazione analitica.
La guerra in Ucraina è la guerra di Putin, e per Mosca non sta andando bene. Nel 2014, in pochi mesi, la Russia aveva occupato il 14% del territorio ucraino con pochissime vittime e sanzioni irrisorie da parte della comunità internazionale. Negli ultimi quattro anni, ha conquistato solo un altro 6% del Paese. Negli scorsi 12 mesi, l’avanzata è stata poco più dell’1%. Intanto, Mosca perde tra le 30 e le 40 mila unità al mese, e l’economia russa, escluso il comparto militare, è quasi completamente de-industrializzata. Il prezzo del petrolio, che nei primi due anni aveva sostenuto l’economia con picchi oltre i 100 dollari al barile, ora oscilla intorno ai 60 dollari, senza considerare lo sconto imposto sul greggio russo esportato soprattutto verso Cina e India.
I rubinetti del gas verso l’Europa sono quasi chiusi, e le vendite di Gnl compensano solo una frazione delle perdite. Se Putin voleva conquistare l’Ucraina per farne un trampolino verso mire imperiali ancora più ambiziose, le cose stanno andando assai male. Ma non per questo è pronto a cambiare strada: anzi, la prosecuzione della guerra è diventata essenziale per la sopravvivenza del suo regime. Se il conflitto cessasse oggi, Putin non potrebbe definirla una vittoria, l’economia di guerra si arenerebbe e il regime probabilmente imploderebbe. Se non si pedala, la bicicletta cade, e la guerra in Ucraina finirà quando, un giorno, la bicicletta russa cadrà.
L’Ucraina, però, soffre. Centinaia di migliaia di vittime, circa sette milioni di profughi, un quinto del Paese occupato e la crescente pioggia di missili e droni russi sulle infrastrutture energetiche da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, raccontano di un Paese esausto. È un’Ucraina stanca e sofferente, ma non meno determinata a resistere di quanto non fosse il primo giorno. Sacrificio e determinazione sono due facce della stessa medaglia: Kyiv resisterà finché la bicicletta di guerra russa non cadrà.
È una guerra imperiale che può essere accorciata o prolungata dagli attori esterni, a partire da Ue, Cina e Usa. I diciannove pacchetti di sanzioni europee contro la Russia adottati finora, gli aiuti militari ed economici all’Ucraina, l’accoglienza ai profughi e le prospettive di adesione all’Ue mirano a rafforzare chi resiste e indebolire chi aggredisce. Dal sostegno a Kyiv spesso erogato col contagocce agli asset russi congelati ma non utilizzati, fino alle sanzioni su Mosca, incrementali e troppo spesso aggirate, l’Europa potrebbe fare di più. Ma ha mantenuto dritta la barra strategica e morale in questi quattro anni.
La Cina, pur ribadendo la propria neutralità, ha contribuito ad allungare il conflitto. Sebbene abbia aiutato a frenare le minacce nucleari di Mosca, Pechino ha fornito linfa vitale all’economia, alla tecnologia e, indirettamente, al settore militare russo, prolungando così la guerra.
Infine, gli Stati Uniti. Con Trump, la politica è cambiata radicalmente. L’ex presidente Joe Biden era criticabile per l’eccessiva cautela, che ha favorito una guerra di logoramento, ma almeno agiva nel campo giusto. Trump fa l’opposto: pensava di porre fine al conflitto con un’intesa-lampo tra “uomini forti”, a spese degli ucraini. Nel suo mondo, le guerre le vincono i forti a scapito dei deboli; e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a suo dire, non aveva le carte in mano. Per accelerare la fine della guerra con la sconfitta dell’Ucraina, Trump ha cercato di toglierle le poche risorse disponibili. Oggi gli Usa non forniscono più aiuti militari a Kyiv. Il supporto di intelligence statunitense rimane importante, ma meno di un anno fa, sostituito in parte dagli europei.
Trump forse crede ancora di poter sottomettere Zelensky e il popolo ucraino, costringendoli ad abbandonare territori che la Russia non è riuscita a conquistare, minacciando di negare loro le garanzie di sicurezza. Ma a quali garanzie di sicurezza degli Stati Uniti guidati da Trump si può credere se persino l’articolo 5 della Nato (cioè la clausola di difesa collettiva in caso di attacco ai danni di uno dei Paesi membri) rischia di diventare carta straccia con le minacce di annessione della Groenlandia, e ogni accordo commerciale siglato da questa amministrazione sembra destinato a essere disatteso? Chi non ha le carte in mano sulla guerra è proprio il presidente Usa. O meglio, Trump avrebbe le carte per accorciare il conflitto, sanzionando ulteriormente la Russia, anziché legittimandola. Ma ha scelto di non giocarle, prolungando così la guerra, e rendendo l’anno appena concluso quello finora più sanguinoso.







