mercoledì 13 maggio 2026

Cesaria Evora

"Dobbiamo mantenere vivo il suo nome": Cesária Évora, l'affascinante artista capoverdiana che da cantante di ristorante è diventata una star mondiale.

Dopo una vita di povertà, Évora raggiunse un enorme successo a 51 anni con l'album Miss Perfumado del 1992. Mentre i cantanti capoverdiani celebrano le sue ballate morna sul palco, coloro che la conoscevano ricordano la sua forza, il suo orgoglio e la sua abitudine di fumare.


Pia Pera

 


andare a dormire se ancora c’è luce

Pia Pera. A 10 anni dalla scomparsa, Vivian Lamarque ricorda l’amata scrittrice lucchese e si rammarica che, come accade ai bambini, sia stata costretta a coricarsi quando ancora era giorno

Vivian Lamarque
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026

Sempre, rievocando una persona che al mondo non c’è più, mi piace ricordare prima di tutto il giorno in cui quella persona al mondo era venuta: Pia Pera era nata a Lucca il 12 marzo 1956.

Vita non lunga, morì il 26 luglio 2016, dieci anni fa, aveva solo 60 anni. Per questo emoziona uno degli esergo del suo ultimo libro, tratto dalla poesia Bed in Summer di Stevenson - poesia che, per esteso, troviamo anche in chiusura dell’opera. È una filastrocca tratta da A child’s Garden of verses per bambini che non vogliono andare a dormire col chiaro, ma che sento vicina al sentire di Pia nei suoi ultimi giorni prima del buio. «And does it not seem hard to you / when all the sky is clear and blue / and I should like so much to play / to have to go to bad by day?»

Che era malata, malata di Sla, Pia al suo giardino ancora non l’aveva detto. E «I haven’t told my garden yet» è il primo verso della poesia n. 50 di Emily Dickinson. Scrive Emanuele Trevi nel suo Due vite (una vita è quella di Rocco Carbone e l’altra è appunto quella di Pia Pera) «Presto, troppo presto».

Nel novembre del 2012, la incrociai alla mostra per i 150 anni della Salani, al Castello Sforzesco. Da qualche tempo aveva iniziato a leggermente zoppicare. «Una zoppia quasi impercettibile - scrisse, - la sensazione che mi si stesse seccando la gamba destra». Seccando come a un albero un ramo.

Credo di averli tutti i libri di Pia. Nel reparto che chiamo «con foglie» della mia libreria, in ordine alfabetico Pera precede Sackville-West; di Vita lei amava citare i versi «finché vivrò crederò nel mese di aprile / crederò nella primavera». Ma la sua malattia avanzava a grandi passi. «Sono peggiorata rispetto all’anno scorso e nemmeno l’albicocco sta tanto bene». E si domandava se sarebbe riuscita a vedere una nuova estate. Si rammaricava di non poter più salire sul monte vicino a vedere le orchidee selvatiche, nemmeno a lui l’aveva detto, né alle colline, non trovava la forza, quella che non trovava Emily per «rivelarlo all’ape». Eppure scriveva «anche così, col sole e il tepore, un po’ di gioia c’è sempre». Era diventata, lei quercia, una piantina di quelle che stentano a reggersi, che abbisognano di un sostegno. «Non posso scappare, sono come una pianta», scrive, quando una zanzara tigre si posa sul suo piede e lei non è in grado di scacciarla. E quando le dita faticano a reggere la matita teme «di essere in trappola», e quando col mignolo sinistro non riesce più a battere sul pc la lettera A, pensa che il computer se ne sia accorto, «mi ha chiesto se voglio abilitare la dettatura».

Quanto avrei voluto visitarlo il suo giardino, con lei instancabile al lavoro come nei primi tempi. Era persino una provetta affilatrice di falci. Come lo fu di parole nelle sue traduzioni dal russo, tra gli altri Cechov, Avvakum e Puskin.

Volle anche tradurre The secret Garden della Burnett, per dare voce nuova alla fiaba che tanto da bambina l’aveva colpita. Voce ironica e diretta, proprio la sua, fin dall’incipit. Anziché «Quando Mary Lennox giunse nella grande proprietà di Misselthwaite» «Quando Mary Lennox fu spedita a Misselthwaite» (Salani).

Il giardino di Pia Pera non è aperto al pubblico, ma le sue pagine sono così ricche di dettagli che ti pare di camminarci. Mappa botanica e di salvezza. Gli amici, con le loro visite, cercarono di alleggerire il peso dei suoi giorni. Pia non era più il giardiniere, «sono pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura».

Nicola Gardini le dedica un lungo capitolo nel suo Io sono salute (Aboca). Rievoca l’amicizia, gli scambi letterari, la volta che lei gli mostrò il giardino guidando la carrozzina elettrica, rincorsi dal cane Macchia. E le mail scritte col puntatore, cioè con la concentrazione dello sguardo, i sempre più ardui, ma senza lamenti, messaggi vocali. Il libro di Pia non è solo la malattia sua, non è solo il giardino suo, è tutti noi, è un potente messaggio, linguaggio e letteratura.

Sì, ho perso la visita del suo giardino, ma almeno, e scusate se qui me ne vanto, ho ricevuto un Premio che di Pia porta il nome; nome abbinato a quello della ormai leggendaria libreria-giardino di Alba Donati, cioè il «Premio Libreria Sopra la Penna - Pia Pera». Pia e Alba, una scrittrice e una poetessa, tutte due nate a Lucca, tutte due fecero la scelta, nella seconda parte della loro vita, di lasciare la città - una Milano e l’altra Firenze - per proseguire a seminare giardini e libri in due piccoli borghi non lontani da Lucca e dalle loro origini. Pia non fece in tempo a vedere la nascita, nel 2019, a Lucignana, della Libreria Sopra la Penna. Grande il rammarico di Alba, che per questo ha voluto intitolarle il Premio, tanto più accomunate com’erano anche dall’esperienza delle loro, pur diverse, nemiche malattie. Le è stata intitolata anche una scuola di Lucca, l’Istituto Comprensivo Pia Pera, frequentato da bambini dai 3 ai 13 anni. Semi e vanga in mano, anche questi alunni coltivano gli orti scolastici organizzati dall’Associazione Orti di Pace, da lei fondata.

Ora, in chiusura, di nuovo pare aggirarsi per l’aria, come all’inizio, Emily Dickinson. Il suo di giardino l’ho visitato, c’erano anche “un trifoglio e un’ape”. Né a loro, né alle colline e nemmeno ai boschi Emily aveva detto che stava per entrare nell’Ignoto. Quando il 26 luglio 2016 vi entrò anche Pia Pera, Margherita Loy scrisse per lei, su queste pagine, un toccante addio.



Gli accoltellamenti

 

Il ristorante Casa Targi

La molestano, il collega interviene e lo accoltellano

Prato, gravissimo un cameriere 23enne. Due fermati: si vantavano in un bar dell’aggressione

Il ristorante Sulla destra l’ingresso del «Casa Targi», dove lavora Iacopo Cerbai, il cameriere accoltellato lunedì sera appena finito il lavoro

Voleva difendere una collega da due uomini che la stavano molestando. Un cameriere di 23 anni è stato colpito da una coltellata al cuore, a Prato. L’uomo è ricoverato in gravissime condizioni. A colpirlo un ragazzo di sedici anni.

Accoltellato al cuore al termine della serata di lavoro, per aver difeso la collega che era stata aggredita da due giovani che volevano mettere a segno una rapina.

Iacopo Cerbai, cameriere fiorentino di 23 anni, lunedì sera aveva appena finito il suo turno al ristorante «Casa Targi» in piazza Mercatale, pieno centro a Prato. Adesso, dopo due arresti cardiaci e un delicato intervento chirurgico, lotta per la vita. I suoi aggressori sono stati arrestati subito, grazie ad alcune testimonianze e alle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso tutto. Sono un italiano di 16 anni e un 27enne originario dell’honduras. Hanno entrambi precedenti per resistenza e minaccia. Nei confronti del più giovane, già segnalato per piccoli reati come danneggiamento quando non era in età imputabile, la Procura

L’arma in tasca

Le telecamere hanno ripreso tutto. Entrambi hanno precedenti per minacce e resistenza

per i minori nei mesi scorsi ha attivato un ricorso per irregolarità delle condotte, un procedimento amministrativo per avviare misure educative per adolescenti in difficoltà. L’altro aveva il divieto di accedere ai locali pubblici.

Dopo l’aggressione i due sono scappati e sono andati in un altro locale della movida distante 250 metri dove hanno ordinato un Negroni e hanno tentato di rubare una bottiglia di whiskey. Erano alterati, probabilmente sotto l’effetto dell’alcol, al punto da vantarsi di avere appena accoltellato un uomo. La polizia li ha rintracciati lì e li ha arrestati. Il minorenne aveva in tasca l’arma: un piccolo coltello da formaggio a punta con la lama di 6 centimetri.

Secondo quanto ricostruito dalla polizia i due si sono avvicinati al ristorante nel momento della chiusura, dieci minuti dopo l’una. All’ingresso ci sono il titolare, la moglie che lavora nel locale, entrambi italiani di 35 anni, e il cameriere. I due chiedono i soldi, poi il minore tira fuori il coltello mentre l’altro, impugnando il cellulare, finge di avere una pistola. La moglie dice al marito di non cedere alle richieste. «Andiamo via». Basta questa frase a scatenare la reazione: prima la palpeggiano, poi la colpiscono all’altezza del collo facendola cadere a terra. Il cameriere prende le difese della donna, grida di lasciarla stare, «è una donna», dice. I due lo accerchiano e il minorenne lo colpisce con il coltello. La donna ferma un automobilista di passaggio, poi quando gli aggressori tentano di scappare, lei li insegue, li raggiunge e viene colpita dall’honduregno con un pugno in faccia, finendo ancora una volta per terra.

I soccorsi arrivano immediatamente. Dopo due arresti cardiaci, Iacopo viene portato in codice rosso all’ospedale dove verrà operato, mentre i poliziotti iniziano le ricerche. Li troveranno mezz’ora dopo nel locale poco distante: hanno lo sguardo allucinato, raccontano i testimoni. L’honduregno reagisce con violenza, minaccia i poliziotti, sputa e li prende a calci. Scatta l’arresto in flagranza per entrambi. L’esame delle telecamere di sorveglianza consente di ricostruire tutte le fasi dell’aggressione: dal primo approccio all’esterno del locale fino al colpo sferrato al cuore.

L’episodio drammatico accende il confronto politico. L’assessora regionale alle pari opportunità Cristina Manetti parla di fatto che «suscita sgomento e profonda preoccupazione». Dal centrodestra arrivano dure critiche sulla sicurezza in città. La Lega Toscana, con il commissario regionale Andrea Crippa, dice «basta buonismo» e sostiene che a Prato esista un problema sicurezza sottovalutato dalla sinistra. Sulla stessa linea la deputata di Forza Italia Erika Mazzetti che parla di una città «abbandonata per dieci anni» e accusa le amministrazioni di non aver affrontato illegalità e degrado. Replica del Pd con il segretario toscano Emiliano Fossi che invita a non strumentalizzare la vicenda. Anche i deputati dem Federico Gianassi e Christian Di Sanzo parlano di «sciacallaggio politico» e chiedono al governo risposte concrete sugli organici di polizia.


Bracciante ucciso Cercò aiuto al bar, sbattuto fuori

Pochi minuti prima, i 5 fermati avevano intimidito un altro uomo di colore

Maliano Sako Bakari aveva 35 anni ed era in Italia dal 2014. In Mali lascia due mogli entrambe incinte di lui

Bakari Sako, 35 anni, il bracciante ucciso a colpi di cacciavite, da una baby gang a Taranto aveva cercato di rifugiarsi in un bar. Ma era stato cacciato fuori. Un 15enne confessa l’omicidio.

Sako Bakari, il 35enne originario del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sferrati con un coltello a serramanico da un ragazzo che compirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfuggire al suo destino, aveva provato a trovare riparo in un bar. Ma il titolare l’ha subito invitato a uscire, lasciandolo nelle mani dei suoi assassini.

Il perché di tanta violenza potrebbe emergere dagli interrogatori di convalida del fermo dei cinque indagati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magistrati non riescono a contestare, oltre all’omicidio, l’aggravante di odio razziale, ma non è escluso che possa accadere visto che, una quindicina di minuti prima, il gruppo aveva intimidito un’altra persona di origine subsahariana che pedalava negli stessi vicoli: superandola con lo scooter, l’avevano stretta lungo il muro insultandola. Per ora reggono soltanto i futili motivi che servono a delineare il contesto «amorale» nel quale è avvenuto l’omicidio.

Nel gruppo dei cinque indagati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quattro minorenni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo scolastico e appartengono a famiglie con profondi disagi. Il loro comportamento abituale e la loro estrema aggressività «è espressione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su questi temi le procuratrici Daniela Putignano (Minori) ed Eugenia Pontassuglia (Ordinaria) hanno fatto alcune considerazioni condivise peraltro dalla gran parte dell’opinione pubblica locale.

Riflessioni che purtroppo trovano una conferma nel comportamento del titolare del bar nel quale s’era rifugiata la vittima nel tentativo di sfuggire all’aggressione. «Non ha chiamato le forze dell’ordine, ma ha preferito girarsi dall’altra parte e invitare Sako ad andarsene fuori», spiegano le procuratrici. Lo ha praticamente riconsegnato ai suoi carnefici. Il più piccolo ha confessato: «L’ho colpito io». E ha fatto ritrovare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le riflessioni delle procuratrici trovano conferma anche in un’altra circostanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di solidarietà con i fermati. Ad esempio: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recuperare la vita lunga. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vecchia».

La procuratrice Putignano ha chiarito che i quattro sono incensurati, ma già conosciuti dal tribunale dei minori per «situazioni di disagio famigliare e problematiche educative, situazioni intercettate, ma non curate». Ha aggiunto che «il fenomeno dei giovanissimi che escono con i coltelli è dilagante, questi sono ragazzi svincolati dal controllo delle famiglie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richiamato quindi l’attenzione sulla necessità di una «nuova grammatica civile. La repressione non è tutto — ha detto — le agenzie educative devono farsi carico del disagio giovanile». Anche la procuratrice Pontassuglia ha insistito su questo argomento: «Si sono scontrati due mondi: un uomo che alle cinque del mattino va a lavorare per mantenere la famiglia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mattino scorrazzano per le strade della città armati e alla ricerca di una persona da colpire, in questo caso una di colore».

Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vittima e il presidente della comunità maliana in Italia che ieri ha incontrato i vertici di questura e prefettura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed educato», un grande lavoratore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspettavano due mogli, entrambe incinte.