tutto l’impegno di max ernst
Renania. A 50 anni dalla morte, un docufilm e una mostra celebrano l’artista: è quanto mai attuale l’Europa dei conflitti nell’ottica del Surrealismo come movimento politico antifascista
Martina
Mazzotta
Il Sole 24ore, 12 aprile 2026
«Chi determina la storia mondiale? Non certo le persone più ragionevoli, quanto piuttosto dei folli. Dunque, se la pittura è un riflesso della realtà, deve essere folle, così da mostrare l’immagine veritiera della nostra epoca. Contrapponiamo una follia a un’altra follia».
Le parole sono di Max Ernst. L’epoca è quella delle dittature tra le due guerre in Europa che l’artista visse drammaticamente in prima persona: dalle trincee del primo conflitto mondiale ai campi di concentramento per intellettuali e artisti “degenerati” in Francia, nel 1940, dall’esilio al dramma dell’uccisione ad Auschwitz della prima moglie Luise Straus, importante storica e critica d’arte ebrea rimastagli sempre amica e madre del suo unico figlio, Jimmy. Queste stesse parole marcano le scene d’esordio di un ottimo docufilm che il regista di Colonia Daniel Guthmann e la sua Filmproduktion hanno prodotto in collaborazione con ZDF e Arte. Scritto insieme con Christian Buckard, s’intitola Max Ernst. Il surrealista e il mostro fascista (Max Ernst, der Surrealist und das Trampeltier/Max Ernst, le surréaliste et le monstre fasciste) e rappresenta un piccolo, inatteso gioiello che resterà visibile fino al 2030 nella Mediateca di Arte.
Analoghe istanze relative alla Storia europea riecheggiano in questi mesi a Bonn, nella stupenda Casa-Museo del “cavaliere azzurro” August Macke (amico caro di Ernst, morto durante la Prima Guerra, come il compagno Franz Marc), nelle sale della mostra curata dalla direttrice Friederike Voßkamp e intitolata «Max Ernst e August Macke. Visioni del modernismo».
Entrambe le iniziative, film e mostra, celebrano il cinquantesimo anniversario della morte di Ernst, avvenuta in coincidenza con la notte precedente al suo compleanno, il 2 aprile 1976.
Sebbene in tanti musei, come ad esempio il MoMa di New York, si parli di lui eminentemente quale artista franco-americano, e sebbene le sue opere siano disseminate un po’ in tutto il mondo, è altamente significativo che le due iniziative messe in moto in occasione dell’anniversario della morte siano state concepite nella sua vera Heimat. Parliamo di un Land tedesco incantato, di quel tratto di Renania che si estende tra Bonn e Colonia, nei cui paesaggi risuonano le sinfonie di Beethoven, ma anche le musiche di Brahms e dei coniugi Schumann (Ernst nacque a Brühl e studiò all’università di Bonn come Aby Warburg, nella culla della “Kulturwissenschaft”). Tappa del Grand Tour decantata da Lord Byron, meta di pellegrinaggi romantici e d’itinerari wagneriani, tale zona è peraltro ricchissima di musei di primo piano, anche al di fuori delle città maggiori.
Un esempio per tutti: il monumentale Arp Museum-Bahnhof Rolandseck (Arp fu amico del cuore di Ernst per più di cinque decenni). Il museo fu progettato da Richard Meier circa vent’anni fa e si trova a monte della storica stazione ferroviaria di Rolandseck, alla quale è collegato da un fantascientifico tunnel.
Ma torniamo al film e alla mostra di produzione renana. Entrambi i progetti hanno coinvolto attivamente storici dell’arte e curatori (tra i quali Jürgen Pech e chi scrive, presenti nel film come nel catalogo del Museo Macke) nell’affrontare temi e problemi dell’opera dell’artista che risultassero rilevanti per il mondo e le generazioni di oggi. La cornice resta l’Europa dei conflitti del “secolo della memoria breve”, anche in relazione alle culture distanti, nonché l’Europa nell’ottica del Surrealismo, quale movimento politico antifascista.
Attraverso brani di animazione digitale, fumetti, filmati originali, fotografie, interviste con specialisti e testimoni diretti, e poi riprese di luoghi storici, di mostre e musei, il film di Guthmann ha saputo intrecciare la Storia d’Europa e del Surrealismo con la produzione di opere d’arte di Ernst che si legano a temi politico-sociali. Da notare che i colori e la resa delle superfici di dipinti, collages, frottages, sculture presenti nella pellicola sono stati attentamente calibrati da Jürgen Pech, nel rispetto degli originali, proprio come accade con i libri (quelli buoni).
Da segnalare, inoltre, l’animazione ottimamente riuscita del capolavoro del 1937 L’angelo del focolare, opera che fu centrale nella rassegna milanese nel 2022-23 e di seguito anche in tutte le iniziative e mostre organizzate in diversi paesi in occasione del centenario del Surrealismo, nel ‘24. Il trionfo del Surrealismo è l’altro titolo dell’opera che fu ispirata, come racconta lo stesso Ernst, dalla guerra di Spagna nella quale aveva tentato di arruolarsi, da Guernica di Picasso, nonché dalla furia delle dittature, soprattutto in Germania. Alla presenza di fumetti si alternano interviste e documenti d’archivio quando il film affronta una storia poco nota, quella di camp des Milles. Nella Francia progressivamente occupata dai nazisti, infatti, oltre 3mila intellettuali e artisti austriaci e tedeschi residenti, ma considerati “nemici del Paese”, furono deportati in una immensa fabbrica di mattoni convertita in Lager. Lion Feuchtwanger ebbe modo di descriverlo nel libro Le diable en France (fu lui a far infine evacuare il campo di concentramento, in accordo col direttore, sottraendo tutti alla morte). A camp des Milles, e nella stessa cella, si ritrovarono Max Ernst, che vi realizzò la decalcomania L’angoscia dell’ebreo (1940), e Hans Bellmer, che ritrasse il suo compagno con un volto composto interamente di mattoni. Flashback riportano tra le macerie della Prima Guerra, che vide il soldato ferito Ernst ricomporre i frammenti delle rovine nei suoi collage degli anni 20, al tempo del Dada di Colonia, prima che le sue opere giungessero a Parigi e impostassero le basi fondamentali per la nascita del Surrealismo.
Attraverso opere significative come le serie de I Barbari che calpestano le proprie origini, il film racconta poi dell’approdo a Marsiglia nel ’41, alla Villa Air-Bel, da dove l’artista si avviò con Peggy Guggenheim sulla via della salvezza, verso l’America. E qui si conclude il film, quasi fosse una “parte I” (preludio a un sequel sulla seconda parte della vita dell’artista?). Nei fotogrammi conclusivi, un capolavoro assoluto quale L’Europa dopo la pioggia (1940-’42) viene accarezzato dalla telecamera che si ferma su una coppia, un uccello e una donna (Europa). Improvvisamente i due si animano, volgono le spalle a noi e all’oscurità e si dirigono verso la luce. Accompagnano la scena i versi finali del poema di Ernst Das Schnabelpaar, dove è la coppia Rondinel-Rondinella a guardare al futuro, indicando il cammino: «E quando ancora rovesciano piogge e mattoni / sull’Europa / sulla Kafkasia e la Kafkamerica / invece d’allegri compari di svaghi e d’amori / e quando le loro teste diventano pietre / e le loro digressioni giallo-senape chiaro / le schiene canicolari / le piume dure come correggie / che cosa fa rondinel / acchiappa quei duri titani / per le loro code di topo / e con un gesto indica il cammino».







