lunedì 25 maggio 2026

Impazzire per Garlasco

Edoardo Camurri
Impazzire per Garlasco

Il Foglio, 25 maggio 2026

Durante l’epoca d’oro della dinastia Tang, intorno all’ottocento dopo Cristo, un taoista di nome Hiuan Kiai, dopo una lunga permanenza a corte, aveva espresso il desiderio di tornare al Mare orientale. L’imperatore, per dimostrargli che questo viaggio era impossibile, lo portò a contemplare una scultura in legno, dipinta e ornata e incastonata di perle e di giade, che rappresentava le Tre Montagne del Mare. “A meno di essere un immortale superiore – disse l’imperatore al taoista indicando con il dito l’isola di P’eng-lai – è impossibile raggiungere quella regione”. Hiuan Kiai si mise a ridere; per lui quelle tre isole scolpite con così tanta perfezione misuravano solo un piede, e le distanze erano facil

mente colmabili, e allora saltò in aria e divenne progressivamente sempre più piccolo e di colpo entrò per le porte d’oro e d’argento che cingevano quella scultura in miniatura. Per dieci giorni non si ebbero più notizie di Hiuan Kiai, all’imperatore vennero delle eruzioni sulla pelle, e ogni mattina, all’alba, qualcuno bruciava dell’incenso, il prezioso “Cervello di fenice”, proprio davanti a quell’isola. Passarono così dieci giorni, quando a palazzo arrivò un rapporto da T’sing-tcheou secondo il quale Hiuan Kiai aveva attraversato il mare a cavallo di una giumenta gialla.

“In un solo granello di polvere c’è tutto l’universo”, era questa la verità profonda che

Hiuan Kiai aveva colto, ed è questa stessa verità quella che si può trovare ovunque, persino a distanze diverse rispetto a quelle che separavano Hiuan Kiai dal Mare orientale, per esempio in provincia di Pavia, nella Lomellina, a Garlasco.

Garlasco è questo universo in piccolo, una scultura in cui ogni miniatura e ogni particolare sono un mondo nel mondo nel mondo. Saltare dentro Garlasco, miniaturizzarsi dentro questa storia circoscritta e dolorosa, è un viaggio – per ricordare un’altra espressione con cui in Oriente si esprime lo stesso concetto – dentro quel “poro della pelle dove sono raccolti novantamila immortali”.

Si sente il bisogno di moltiplicare i piani per cercare di comprendere il motivo per cui Garlasco ci interessa così tanto e, nello stesso tempo e nello stesso spazio, si avverte anche la necessità di collocarli uno accanto all’altro, uno dentro l’altro, senza escludere nulla, senza preoccuparsi di forzarli in un’idea un po’ parodistica di coerenza; occorre insomma, ci pare, uno sforzo di comprensione capace di tenere insieme anche elementi incontrasto e in contraddizione tra di loro, un po’ come l’universo fa con la vita che contiene e sostiene. In un arco temporale ridottissimo, una mattina del 13 agosto del 2007, all’interno di una villetta col garage adiacente al tinello, opera di quei geometri gioiosamente laboriosi e pigramente squadrati che sono gli artefici dei sopravvalutati paesaggi della provincia italiana, in via Pascoli, a Garlasco, qualcuno, forse in mezzora o poco più, ha ucciso Chiara Poggi. In questo anno di riapertura delle indagini, tutti noi siamo tornati a varcare le porte di questo inferno in piccolo e lo abbiamo fatto per un moto di familiarità, riconoscendo, nel dramma di questa miniatura, qualcosa che ci appartiene e che ci riguarda e che sentiamo la necessità, vai a capire come, di aggiustare.

Quante ragazze come Chiara Poggi abbiamo conosciuto, incontrato, magari amato; quante di quelle porte abbiamo oltrepassato e quanto ci risulta naturale evocare e riconoscere come nostro l’odore di quelle stanze, il sapore dei pasti, i discorsi che li accompagnavano, la gentilezza forse un po’ brusca e imbarazzata degli adulti, la noia di un gatto. Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso – ma sembra più la voragine che si apre in una ferita, la fenditura di una roccia che ci porta all’interno di una caverna in cui troveremo i resti di antichi sacrifici – verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi. Siamo Alberto Stasi, l’attuale condannato per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, perché sappiamo che c’è sempre una parte di noi che, come un destino che non abbiamo scelto e come una corda tesa a terra che ci fa inciampare, ci dirige e ci espone alla possibilità, al di là di ogni controllo e di previsione, di essere ritenuti colpevoli di una cosa che non abbiamo fatto: una telefonata ai carabinieri ritenuta chissà perché indizio di colpevolezza; l’impegno per concludere la tesi di laurea interpretata non come la disperazione di provare a normalizzare l’inconcepibile ma come indifferenza per la morte della fidanzata; una certa timidezza e durezza per rimanere in piedi dopo un evento devastante che non si sa–e non c’è nessuno in grado di insegnarcelo – come affrontare.

Lo spiega Freud: il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare; ed è anche l’ingresso verso la discesa, pauroso e vertiginoso Helter Skelter, dentro ciò che abbiamo di più intimo e famigliare: noi stessi

Siamo Andrea Sempio, l’attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, e siamo tutti gli indagati del mondo, innocenti o colpevoli che siano, perché tutti noi, nessuno escluso, siamo abitati dall’ombra e a volte sentiamo, se abbiamo la forza di osservarlo senza tremare troppo, che il confine che separa il nostro dolore dal trasformarsi in violenza verso noi stessi o verso altre persone è fragile e imprevedibile come lo schiocco delle dita dell’ipnotizzatore che ci risveglia dal nostro torpore.

Continuiamo allora a sprofondare ancora, un po’ come fece Hiuan Kiai con la scultura delle Tre Montagne del Mare, dentro questo mondo in piccolo in cui tutto l’universo e tutti noi siamo racchiusi; e proviamo a tratteggiare una minima parte di questa mise en abyme.

C’è tanto dolore in questo gioco di specchi e se il cuore sente una stretta nel descriverlo, la mente,in questa dinamica di miniaturizzazione e di compressione, si cuoce invece nel forno del delirio.

E ciò che gli attuali investigatori ritengono di aver trovato nella vita di Andrea Sempio ci trascina verso qualcosa che risveglia in noi non sololasempliceraccoltadialcuniframmentidella vita di un ragazzo di Garlasco; il fatto, per esempio, che leggiamo che per anni Sempio abbia frequentato degli improbabili e inquietanti corsi da seduttore perché soffriva di non aver successo con le ragazze, i messaggi sconvolgenti che scriveva su forum on line vicini a quelli che oggi si richiamano alla manosfera, il tentativo di dare forma alla sua inquietudine incontrando il nichilismo elegante (e un po’ piacione) di Cioran, nelsilenzio di una piccola casa in cui il padre, una volta all’anno, faceva le conserve di salsa di pomodoro, ricevono e riflettono un po’ di luce dal quadro generale in cui accade il mondo. Il potere, insegnava un grande maestro come Nietzsche, di cui Sempio stesso studiava come poteva la dinamite racchiusa nei suoi libri, si nutre di risentimento. E quasi tutte le forme di potere sono lo sfogo di un desiderio represso che sitraduceinvendetta.daquestopuntodivista, estremizzando, Putin invade l’ucraina perché in lui si agita ancora il sogno infantile e frustrato di un insuccesso a cui tentare di porre rimedio: rifare l’impero degli Zar per poi godersi la scemenza delle parate e il funereo sventolio delle bandiere. Zuckerberg fonda Facebook, cioè quello che oggi è, in chiave digitale, il più popoloso statodelpianeta,percercarediintercettare l’interesse delle ragazze del college che lo ignoravano. Poi: l’america in cui Trump trionfa è l’america descritta da J.D. Vance, in cui la rabbia White Trash, indignata per non avere ciò che pensa di meritarsi e invidiosa di persone sfortunatealmenoquantoloro–immigrati,esclusi,diversi – è stata fatta improvvisamente esplodere per rendere possibile ciò che fino a poco tempo fa sembrava inimmaginabile. Peter Thiel, dopo aver studiato a Stanford con René Girard i concettidicaproespiatorio,disacrificio,dirisentimentoediinvidiaeaverli,anchelui,miniaturizzatinellaformadellamacchinaalgoritmicache cigovernaecicontrolla,èfinalmenteriuscitoa realizzare il sogno di una gioventù confusamente dotta, fumettistica e marginale: girare il mondo per parlare dell’anticristo alle incredule classi dirigenti del pianeta che ora si sentono obbligateaascoltarloperchéilsuopotere,come ogni cosa sacra, attrae e fa molta paura insieme. E allo stesso modo, ma solo abbandonandoci ancora alla vertigine paradossale di questo labirinto di specchi, la magia del caos e l’orizzonte satanico che, a quanto si legge, sembrano aver appassionato Sempio e alcuni dei suoi amici di Garlasco, sono gli stessi interessi praticati e teorizzati da uno dei filosofi più influenti dei nostri tempi da chi detiene le chiavi nel mondo delle criptovalute, il teorico dell’illuminismo oscuro Nickland,un ragazzo che ha iniziato la sua fortuna come reietto del dipartimento di Warwick, in Inghilterra, tra il disagio settario di studi cyber, riti voodoo e anfetamine. Il caos dentro cui siamo sprofondati finisce così con l’assomigliare a una partita andata a male didungeons & Dragons giocata da degli adolescenti che nel frattempo, da Incel e da nerd, sono diventati adulti di successo i cui vecchi sortilegi sono identici alla realtà a cui tutti, o quasi, crediamo. Ciò che si agita in Garlasco – sentimenti, prospettive, frustrazioni dei ragazzi di provincia di quegli anni – e le forme che poi tutto questo prende nel delirio della mise en abyme, può arrivare a farci tracciare una linea visiva di fuga che, nell’infinitarsi degli specchi, prima di farci crollare a terra per la vertigine, in nome del risentimento che accomuna ogni punto di questa prospettiva, sembra legittimare un verdetto folle e grottesco: Zuckerberg e Peter Thiel sono solo due degli innumerevoli Andrea Sempio che, rimasti invece a stagnare qua e là nella provincia globale che siamo diventati, ce l’hanno fatta.

Prima di raggiungere il mare orientale a cavallo di una giumenta gialla, Hiuan Kiai ha affrontato tutti i mostri del suo viaggio interiore, cercando di rimanere fermo nel suo proposito nonostante l’immillarsi delle immagini riflesse nel suomondoinpiccolo.ilsuodesiderioerailritorno a casa; il desiderio di chi si interessa a Garlasco è provare a aggiustare l’universo che vive in questo granello di polvere della Lomellina. Insomma, è possibile sostenere che non occorra credere all’antropologia nera, cioè all’idea che gli umani siano guasti per natura, come ragione alla base del fatto che Garlasco ci coinvolga così tanto: Garlasco ci interessa non perché siamo per natura morbosi (ogni tanto possiamo diventarlo per debolezza, ma solo come conseguenza non voluta, preterintenzionale, per dirla con il linguaggio giuridico che è il codice di questo racconto collettivo che abbiamo ripreso a fare da più di un anno); Garlasco ci interessa non perché siamo facilmente manipolabili e il caso di Chiara Poggi viene usato come una distrazione da problemi più grandi (idea che pare un poco paranoica e superficiale: come se struggersi per la sorte di una ragazza non fosse invece, di per sé, il nobile archetipo di ogni fiaba eterna); Garlasco ci interessa non perché vogliamo approfittare dell’importanza del caso perché, parlandone, ci fa uscire dall’anonimato (lo è senz’altro per qualcuno, ma non per le migliaia di persone che ogni giorno sentono il richiamo di questa foresta e provano a esplorarla senza avere altra pretesa se non quella di provare a contribuire a riassestare nei cardini la porta di questo inferno che si è spalancato); Garlasco ci interessa non perché, per natura, siamo animati di spirito di vendetta e vogliamo vedere scorrere altro sangue (a Garlasco ci si appassiona invece in nome dello stato di diritto: liberare dalla prigione un condannato su cui ormai è diventato irrazionale non avere dubbi sulla sua colpevolezza passata in giudicato; non solo, Garlasco sta anche diventando l’emblema di una magistratura che trova la forza, sempre in nome dello stato di diritto, di mettere in discussione sé stessa). Garlasco ci interessa perché a noi umani – ed ecco l’antropologia bianca–dopo tutto piace molto la verità e piace molto il bene.

Balzac e Dante

Jacqueline Risset
Dante écrivain
Seuil, Paris 1982

Mais le XIXe siècle a aussi donné lieu à d'authentiques rencontres, où se manifestent à la fois un processus d'identification précis et une opération littéraire complexe. 
Ainsi, pour Balzac, Dante n'est pas seulement l'inspirateur du titre de la Comédie humaine ; il est aussi l'un de ses personnages ; il est celui que représente l'étranger mystérieux dans la nouvelle Les Proscrits, exilé florentin venu écouter les philosophes de la Sorbonne médiévale, et surtout Siger de Brabant. Godefroy (« Dieu froid »), un disciple, l’accompagne, très jeune, très beau, mais qui n'arrive pas à suivre le rythme de son maître dans les hauteurs mystiques où il s’aventure : Godefroy représente la Raison naturelle dans sa limitation – c'est Virgile, en somme, retourné pour Balzac du statut de  maître à celui de disciple (une interprétation semblable se trouve dans la chapelle des Nazaréens à Rome, où Virgile est représenté comme un gracieux éphèbe, à côté d’un Dante plus âgé et respectable – fresque que Balzac a peut-être vue lors de son voyage à Rome).
L’étranger raconte l’histoire de ses merveilleux voyages dans l’au-delà, et c’est Balzac lui-même qui se met en scène, symétriquement comme personnage de la Divine Comédie: inventant un épisode supplémentaire du poème, il imagine qu’un jeune Florentin, amoureux d’une belle dame morte très jeune, décide pour la rejoindre de se donner la mort - mais il a compté sans la Loi irrévocable: les suicidés vont en enfer; il sera donc éternellement séparé de sa dame. Or, et c'eet ici que se révèle, de façon charmante, l'identification balzacienne, quand on demande à l'Étranger le nom de ce malheureux personnage, il répond : «Honoré».  
Honoré de Balzac se représente comme sujet malheureux, séparé de l'objet d'amour par l'effet de la loi lointaine, et s'inscrit aux côtés de Dante (en tant qu' exclu de la présence aimée, auprès de l'exilé de  Florence) dans le titre de son propre récit.
Pour Balzac, Swedenborg seul est supérieur à Dante, parce qu'il est un « mystique sans l'Église ». Représenter Dante venu à Paris pour rencontrer Siger l'averroïste, c'est pousser son image vers la «mystique libre », qu'il considère comme la plus haute de toutes, et c'est indiquer que l'œuvre de Dante a, pour lui, le sens d' un "pont hardi jeté entre l'Europe et l'Asie" (un jugement qui surprend par sa nouveauté à cette date).  


La Pentecoste

 

Cyprien Mycinsnki
Qual è il significato della Pentecoste per (tutti) i cristiani?

Le Monde, 24 maggio 2026

Per i cristiani, la Pentecoste commemora la discesa del soffio divino, lo "Spirito Santo", sui discepoli, dieci giorni dopo l'Ascensione . Si celebra questa domenica, 24 maggio, dai cattolici e da gran parte dei protestanti, che seguono il calendario gregoriano, e il 31 maggio dai cristiani ortodossi, che seguono il calendario giuliano. Ecco cinque domande per aiutarvi a comprendere una delle festività cristiane più importanti, che per molti simboleggia la nascita della Chiesa.

Cosa celebrano i cristiani a Pentecoste?

Secondo il racconto del Nuovo Testamento, la Pentecoste celebra la "discesa dello Spirito Santo", sotto forma di "lingue di fuoco", sui primi discepoli di Cristo riuniti a Gerusalemme. I discepoli improvvisamente iniziarono a parlare in tutte le lingue che non conoscevano, e furono così in grado di rivolgersi alle "nazioni", cioè a tutti i popoli della Terra, e quindi non solo agli ebrei.

Lo Spirito Santo dona anche ai discepoli, fino ad allora piuttosto timidi, il coraggio di rendere pubblica testimonianza di Cristo. Così, la festa di Pentecoste è considerata sia come festa dello Spirito Santo, una delle tre "persone" della Trinità divina (con Gesù, "il Figlio", e "Dio Padre"), sia come celebrazione della nascita della Chiesa, una Chiesa dal fine universalista, che si rivolge a tutta l'umanità e intende diffondere la "Buona Novella" della risurrezione di Cristo "fino agli estremi confini della terra" .

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Questo racconto si trova in particolare nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, il libro del Nuovo Testamento che narra la nascita della Chiesa dopo l'ascensione di Gesù al cielo. Vi si legge: «Quando giunse il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Improvvisamente venne dal cielo un fragore come di vento impetuoso che riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si divisero e si posarono su ciascuno di loro. Tutti furono pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito dava loro di esprimersi» (Atti 2,1-4).

Con un tocco di ironia, il testo specifica poi che alcuni dei presenti erano convinti che i discepoli fossero ubriachi (Atti 2:13). Ciononostante, quel giorno furono battezzate "tremila anime" , ci dice il testo.

Qual è il legame tra la Pentecoste cristiana e la Pentecoste ebraica?

La festa cristiana di Pentecoste ha radici ebraiche. Negli Atti degli Apostoli, infatti, si indica che i discepoli si riunirono in occasione della "Pentecoste" , nome greco della festa di Shavuot, durante la quale gli ebrei si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme.

Per gli Ebrei, Shavuot era originariamente una festa agricola che celebrava l'inizio del raccolto e la raccolta delle primizie. Tuttavia, assunse anche una dimensione religiosa e gradualmente venne associata alla consegna delle tavole della Legge da parte di Dio a Mosè sul Monte Sinai.

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Nell'ebraismo, la festa di Shavuot (quest'anno dal 21 al 23 maggio) si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua ebraica, Pesach. Il termine "Pentecoste" deriva da questo, poiché pentêkostê significa "cinquantesimo [giorno]  " in greco.

Il nome Pentecoste fu successivamente adottato dai cristiani. L'esegesi cristiana tracciò quindi un parallelo tra la discesa delle Tavole della Legge e la discesa dello Spirito Santo, stabilendo così una corrispondenza tra Antico e Nuovo Testamento, tra la Pentecoste ebraica e la Pentecoste cristiana.

Qual è il ruolo della Pentecoste nelle diverse confessioni cristiane?

Sebbene la celebrazione della Pentecoste sia attestata in alcune comunità cristiane già nel II secolo  , fu nel IV secolo  che divenne una festività a tutti gli effetti. Presente prima dello scisma del 1054 e prima della Riforma protestante del XVI secolo, la Pentecoste è condivisa da tutte le confessioni cristiane.

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Sebbene celebrata sia dai cattolici che dagli ortodossi, la Pentecoste è considerata la festa di maggiore importanza dai protestanti. La Riforma ha posto grande enfasi sullo Spirito Santo, insistendo sul fatto che ogni cristiano può essere ispirato da questo "soffio divino" e quindi leggere e interpretare le Scritture in modo indipendente, senza dover sottomettersi al clero. Tra le varie correnti del protestantesimo, gli evangelici, in particolare i pentecostali, considerano la Pentecoste una delle tre principali festività del calendario, insieme al Natale e alla Pasqua. In questa branca del cristianesimo in rapida crescita, lo Spirito Santo occupa un posto centrale nella vita del credente, che sperimenta regolarmente il "soffio di Dio".

All'interno delle chiese pentecostali, si attribuisce quindi notevole importanza ai fenomeni mistici considerati manifestazioni dello Spirito Santo. È il caso, ad esempio, della "glossolalia", ovvero del "parlare in lingue", ossia l'atto di emettere suoni che sembrano appartenere a una lingua sconosciuta, che a volte viene associato alle parole pronunciate in tutte le lingue dai discepoli di Gesù nel racconto degli Atti degli Apostoli.

Come si svolge la celebrazione della Pentecoste?

Per i cattolici, la Pentecoste è preceduta dalla Veglia di Pentecoste, che si svolge la sera precedente. Durante questa celebrazione, viene letto il brano del Libro dell'Esodo che narra la teofania – la "manifestazione di Dio" – davanti a Mosè sul Monte Sinai, richiamando Shavuot, la Pentecoste ebraica. La domenica, durante la celebrazione della Pentecoste vera e propria, viene letto il brano degli Atti degli Apostoli che descrive la discesa dello Spirito Santo sui discepoli (Atti 2,1-11). Questa lettura è inclusa anche nelle chiese ortodosse ed è molto comune nelle chiese protestanti.

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Nella Chiesa cattolica, è tradizionalmente intorno alla Pentecoste che alcuni fedeli ricevono il sacramento della Confermazione. Questo sacramento, che può essere ricevuto a qualsiasi età ma è spesso amministrato durante l'adolescenza, è infatti associato alla ricezione della "pienezza" dello Spirito Santo.

Come viene determinata la data di Pentecoste?

La Pentecoste è una festa mobile. Si celebra cinquanta giorni dopo la Pasqua, che a sua volta si festeggia la domenica successiva alla prima luna piena di primavera. Poiché il calendario ortodosso (noto anche come calendario giuliano , un calendario solare introdotto da Giulio Cesare nel 46 a.C.) differisce dal calendario utilizzato da cattolici e protestanti (noto anche come calendario gregoriano, introdotto nel 1582 da Papa Gregorio XIII), la Pentecoste ortodossa cade generalmente in una data diversa, fissata cinquanta giorni dopo la Pasqua ortodossa (pertanto, nel 2024, essendo la Pasqua ortodossa caduta il 5 maggio, la Pentecoste ortodossa è stata celebrata il 23 giugno).

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Contrariamente a quanto si crede comunemente, la Pentecoste non si celebra di lunedì, ma di domenica. Come il Lunedì di Pasqua, il Lunedì di Pentecoste è una festività pubblica in molti paesi cristiani perché cade il giorno successivo alla festa.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/05/24/quelle-est-la-signification-de-la-pentecote-pour-tous-les-chretiens_6234158_6038515.html

Pirandello e l'esperienza del doppio

Gianni Vacchelli
Chi siamo davvero? Pirandello e il labirinto dell'io

Avvenire, 25 maggio 2026

Che cosa accade quando l’io non riesce più a coincidere con sé stesso? E perché i personaggi di Pirandello sembrano continuamente sdoppiarsi, oscillando tra identità imposte e desiderio di autenticità? A questi interrogativi prova a rispondere Daniela Cimarosa, con L’“io” e il suo doppio. Analisi e interpretazione dell’opera pirandelliana in chiave psico-esistenziale (Kimerik, pagine 236, euro 19,00), una lettura dell’opera pirandelliana incentrata sul tema della frantumazione del soggetto e sul conflitto tra forma sociale e vita interiore. Come scrive l’autrice, «questo lavoro intende mettere in connessione le Novelle per un anno con i romanzi e le opere teatrali, concentrando l’attenzione su quello che è il dramma dell’uomo pirandelliano, “personaggio fuori chiave”, fuori dal mondo e fuori da sé stesso».
Insomma un ampio attraversamento per mostrare come il “doppio” sia non solo un potente espediente narrativo, ma pure una vera struttura dell’esperienza umana. Nei personaggi di Pirandello emerge così una continua dissociazione: l’io si osserva dal di fuori, si percepisce estraneo a sé stesso, fino a non riconoscersi più nelle maschere che è costretto a indossare. La poetica “umoristica” dell’agrigentino nasce proprio da questa frattura, in cui riflessione e partecipazione dolorosa si tengono continuamente insieme.
Emblematica è la novella “La carriola”, dove il protagonista sperimenta un’improvvisa faglia della coscienza. Guardando fuori dal finestrino del treno, avverte «il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua», insieme a «una pena di non essere». Ecco l’epifania: la divaricazione tra vita autentica e forma sociale irrigidita. Il protagonista comprende: «Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita dal di fuori, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Perché ogni forma è morte... Conoscersi è morire». La coscienza di sé coincide spesso, in Pirandello, con una dolorosa esperienza di dissoluzione, che divide dal flusso eracliteo, magmatico e vitale della realtà.
Ma plurime sono le figure “dimidiate” nell’universo pirandelliano. Anche Belluca, protagonista de “Il treno ha fischiato”, si ridesta improvvisamente da una vita meccanica grazie al fischio di un treno che gli spalanca il mondo: «Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie». È quasi una seconda nascita, pur se limitata a qualche istante: la follia, altro tema pirandelliano cruciale, si fa apertura inattesa a una dimensione altra dell’esistenza.
In Il fu Mattia Pascal emerge la figura del «forestiere della vita», emblema di chi non riesce più ad abitare alcuna forma stabile di sé. L’uomo pirandelliano ha perso «il centro di gravità permanente», e oscilla continuamente tra maschere e possibilità incompiute. Per questo nei romanzi pirandelliani agiscono «linee di forza discordanti che avviano il graduale percorso della scissione dell’“io”». In Uno, nessuno e centomila questa crisi giunge all’estremo, poiché il protagonista scopre di esistere in forme diverse e inconciliabili negli sguardi altrui, sino alla «disgregazione dell’essere», esito ultimo della disintegrazione della persona.
In Sei personaggi in cerca d’autore il conflitto tra vita e forma diventa apertamente metateatrale: i personaggi reclamano una verità che nessuna rappresentazione riesce a esaurire. Il personaggio pirandelliano è infatti «fuori dalle transitorie contingenze del tempo» ed è, paradossalmente, «più vero» degli uomini stessi, perché fissato in una forma definitiva. Nei Sei personaggi ritorna così il conflitto tra «realtà-finzione, uomo-personaggio», mentre il Padre svela la tragica instabilità dell’io: ciascuno si crede «“uno” ma non è vero: è “tanti”». Il teatro si configura come il luogo della sgretolamento dell’io moderno, in cui «il personaggio rivendica la sua soggettività» contro l’inautenticità delle maschere sociali. Ne deriva il paradosso per cui l’arte, proprio nel suo artificio, appare più vera e reale della vita stessa, ridotta a una grande «pupazzata».
Fondamentale anche il saggio L’umorismo, vero snodo “teoretico” della poetica pirandelliana. La riflessione sull’umorismo nasce come «constatazione della coesistenza di opposti che pongono in conflitto l’essere-sentire e l’apparire». Da qui scaturisce il celebre «sentimento del contrario», che non si limita a smascherare le apparenze, ma illumina la contraddizione profonda del reale.


domenica 24 maggio 2026

Gilles Gressani, un successo di incerta natura

 


Simon Blin
Litigare. La rivista "Le Grand Continent" denuncia i "ripetuti attacchi" e la "tendenza complottista" del giornalista Sylvain Bourmeau
Libération, 6 febbraio 2026

Anche nel mondo delle idee, il successo a volte porta con sé critiche e aspre polemiche. Il punto cruciale sta nella validità di queste critiche: sono proporzionate, legittime e intellettualmente oneste? Per Gilles Gressani, direttore italiano della rivista europea Le Grand Continent, che dal suo lancio nel 2019 analizza i cambiamenti geopolitici – con un discreto successo , avendo raggiunto quasi 40.000 abbonati digitali – gli attacchi alla sua pubblicazione da parte del giornalista Sylvain Bourmeau su AOC , sito di notizie da lui fondato nel 2018 e anch'esso dedicato alla vita intellettuale, non lo sono di certo.

Il 30 gennaio, il produttore di France Culture (ed ex giornalista di Libération), pubblica su AOC un articolo molto lungo e virulento intitolato «Gli ingegneri della confusione». Il titolo è una sottrazione della formula gli Ingegneri del caos dello scrittore italo-svizzero Giuliano Da Empoli, contributore regolare del Grande Continente e direttore della sua versione cartacea alle edizioni Gallimard. In quella che egli presenta come un'«indagine», il direttore dell'AOC tenta di descrivere la «confusione intellettuale» che pervade il dibattito pubblico e di cui le «pagine del grande continente» sarebbero un «sintomo».

Questo confusionismo non solo parteciperebbe alla «circolazione transnazionale delle idee reazionarie», ma produrrebbe anche «le condizioni di possibilità della fusione delle destre». Se il Grande Continente e Da Empoli "non sono di estrema destra ovviamente (sic)", sostiene il giornalista, "fanno l'estrema destra".

«Asserzioni false, insidiose o malevole»

L'accusa è grave e la dimostrazione più che problematica, secondo i membri della redazione interessata per cui Bourmeau si limita, in realtà, a stabilire in modo fittizio un fascio di vicinanza intellettuale e politica attraverso associazioni di persone e reti. talvolta distanti e del tutto informali.

La lettura dell'articolo ha qualcosa di sconcertante, in effetti, per la sua volontà di installare a tutti i costi il Grande Continente nel cuore di una rete politico-intellettuale nebulosa che va da Sarah Knafo ad Alain de Benoist passando per i neofascisti italiani, il fondatore del Puy-du-Fou, Philippe de Villiers, o anche un ex paracadutista dell'operazione Barkhane.

Al giovane media intelletto viene inoltre rimproverata una "fascinazione" per alcuni autori tecno-fascisti, come Curtis Yarvin, di cui pubblica interviste e testi dottrinali senza sufficiente distanza, agli occhi di Bourmeau. Abbastanza da squalificare duramente tutta la loro produzione editoriale?

Contattato da Libération, Gilles Gressani si è detto sbalordito da tali accuse e ha fatto riferimento alla lettera raccomandata inviata al giornalista di AOC dal legale della rivista, la cui versione integrale di 14 pagine è disponibile online. "Fino ad ora, avevamo scelto di non esercitare il nostro diritto di replica ai ripetuti attacchi a cui la rivista Le Grand Continent è stata sottoposta per diversi mesi da Sylvain Bourmeau", si legge nella lettera. "Ma la pubblicazione di un lungo testo pieno di errori fattuali, gravi insinuazioni e persino vere e proprie menzogne ​​(fake news) ci obbliga a intervenire per fare chiarezza".

Nella sua lettera, Le Grand Continent spiega di aver individuato non meno di "45 passaggi contenenti affermazioni oggettivamente false, insidiose o malevole". Ad esempio, il nome di Francesco Giubilei, l'editore italiano vicino a Georgia Meloni, viene citato 17 volte senza alcun chiaro collegamento tra lo scrittore reazionario e la rivista. E a ragione, affermano i membri di Le Grand Continent: nessuno della redazione lo ha mai incontrato.

"Un disprezzo sociale e generazionale apertamente riconosciuto"

In mancanza di prove concrete del presunto legame tra i media di analisi geostrategica e l'estrema destra, Bourmeau viene a sua volta accusato di ricorrere a numerose "allusione venate di teorie del complotto", di esprimere "un presunto disprezzo sociale e generazionale" nei confronti di alcuni giovani autori della rivista, che a volte riduce a semplici "nerd" appassionati di Star Wars e Il Signore degli Anelli, o addirittura di usare un linguaggio che tende alla "patologizzazione".

Semmai, il Grande Continente si interroga su "diversi giochi di parole fortemente incentrati sull'italianità" ("ci si potrebbe pensare di essere alle famose cene dell'Ambasciatore, Sua Eccellenza Ferrero Rocher d'or"...). Cosa diavolo è passato per la testa a Bourmeau? In una sorprendente digressione inserita nel bel mezzo del suo articolo, l'autore ha cercato di anticipare la discussione scartando lui stesso l'ipotesi della "gelosia" . Che imbarazzo.

Nella sua lettera, Le Grand Continent sottolinea infine che il direttore di AOC "non ha mai cercato di verificare le sue intuizioni attraverso interviste con i principali protagonisti citati, verifiche incrociate o analisi precise, come l'etica giornalistica richiederebbe". Perché non provare a contattare le parti coinvolte? "In ogni caso, non mi avrebbero risposto", si azzarda Bourmeau a giustificarsi con Libération, annunciando al contempo la sua intenzione di correggere "due errori fattuali". Aggiunge: "Questo non è un articolo su Le Grand Continent . È un articolo sulla confusione che rende possibile la continua fascificazione della sfera pubblica". Anche se, ammette, " Le Grand Continent occupa un posto centrale in questo contesto ". E inoltre, "non sono un giornalista investigativo; sto facendo un'analisi intellettuale basata su alcuni fatti che ho trovato".

La vicenda può sembrare insignificante. Ma non lo è affatto, considerando il notevole disagio che sta suscitando nel mondo accademico e ciò che rivela sul mercato competitivo delle riviste intellettuali online. "Come molti, ho scritto per AOC e per Le Grand Continent", osserva il filosofo Pierre Charbonnier sui suoi social media. " Quest'ultima non è certo una rivista reazionaria."

Secondo il ricercatore del CNRS presso Sciences Po, considerare gli articoli della rivista come un "sostegno" alle idee di estrema destra "è un errore che non si vorrebbe vedere in un elaborato studentesco". Ha aggiunto: "Pubblicando questo testo confuso, [Sylvain Bourmeau] implicitamente pretende che la nostra professione si schieri dalla sua parte contro il Grande Continente. Questo è qualcosa che non possiamo fare, viste le lacune nella sua analisi, che contraddicono il rigore dell'indagine".

Lucas Bretonnier
Gilles Gressani, nuovo beniamino dei media e dei potenti

Le Monde, 23 maggio 2026

L'accento italiano di Gilles Gressani si sentì per la prima volta a Parigi nel settembre del 2010. In una lezione preparatoria per le grandes écoles al Lycée Louis-le-Grand, un insegnante chiese ai suoi studenti di leggere a turno ad alta voce un testo a loro scelta. Gli altri dovevano indovinarne la provenienza. Uno studente recitò Molière e Gilles Gressani esclamò: "È Tartouffe!". Una risata si diffuse nella stanza. Il giovane italiano viveva in Francia da solo un anno. Aveva trascorso i primi diciotto anni della sua vita in Valle d'Aosta, lontano dalla Montagne Sainte-Geneviève, alta appena 33 metri, vicino a Place du Panthéon, dove l'aria non manca certo.

Quindici anni dopo, la sua voce inconfondibile risuona ancora sulle frequenze di France Culture. Ogni venerdì mattina, da settembre 2025, Gilles Gressani presenta "La chronique du Grand continent  " (La cronaca del grande continente), il nome della rivista geopolitica online da lui co-fondata nel 2019. L'edizione cartacea annuale, pubblicata da Gallimard, uscirà il 28 maggio con il titolo L'ennemi qui nous concepteur. Apprendre à résister aux proies (Il nemico che ci designa: imparare a resistere ai predatori). Il suo precedente libro, L'Empire de l'ombre. Guerre et terre au temps de l'AI (L'impero dell'ombra: guerra e terra nell'era dell'IA), ha venduto 15.000 copie. Dopo aver lavorato dietro le quinte, il suo curatore è ora un ospite frequente nei programmi televisivi.

La sua rivista, tradotta in spagnolo e italiano e presto disponibile integralmente in tedesco e polacco, è già una pubblicazione di spicco negli ambienti intellettuali, politici e diplomatici europei. A settembre, ha accompagnato Emmanuel Macron alla sede delle Nazioni Unite a New York per il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Prediletti dai media e dai potenti, Gilles Gressani e Le Grand Continent suscitano un'ammirazione venata di irritazione. Alcuni li criticano per osservare le relazioni internazionali dall'alto, dalla prospettiva di chi prende le decisioni; altri (a volte le stesse persone) per contribuire alla confusione ideologica dilagante, ponendo tutte le opinioni e tutti gli autori sullo stesso piano.

Gli viene attribuita una notevole influenza. Tanto che alcuni vedono ovunque la mano invisibile del Grande Continente . Secondo loro, il programma di scienze sociali "La suite dans les idées" (in onda dal 1999 su France Culture) non verrà rinnovato la prossima stagione perché il suo produttore, Sylvain Bourmeau, ha criticato duramente Gilles Gressani in un lungo articolo sulla sua rivista, AOC . Una cosa è certa: la parabola di questo giovane laureato dell'École Normale Supérieure, con il viso angelico e i capelli spettinati, affascina e incuriosisce.

Normale-Sup, il suo passaporto

Come ha fatto questo italiano, nato trentacinque anni fa così lontano da Parigi, a conquistare i luoghi del potere – la Normale-Sup, Gallimard, France Culture, l'Eliseo – in meno di dieci anni? I primi indizi vanno ricercati in questo passato transalpino, in un'ambizione giovanile, quella di un bambino cresciuto tra libri ed Europa.

Gilles Gressani è cresciuto a Villeneuve, in Italia, a pochi chilometri dalla Svizzera e dalla Francia. "Un paese circondato dalle montagne", così descrive quest'uomo eloquente e riservato, seduto nella sala riunioni del suo ufficio parigino a fine aprile. Tiene segreta persino la sua data di nascita: inizio estate 1991. Suo padre, impiegato presso il comune, è diventato guida alpina dopo la pensione. Sua madre, scomparsa quando lui aveva 7 anni, insegnava arte. Gilles Gressani frequentava assiduamente la biblioteca pubblica. Amava anche il calcio e la musica, e aveva persino fondato una rock band ( "Inspiration Radiohead" ).

A undici anni scoprì il Simposio di Platone . Lesse filosofi francesi: Guy Debord, Michel Foucault… Sulle copertine dei libri, tre lettere continuavano a ripetersi e a ossessionarlo: ENS, l'acronimo di École Normale Supérieure, la culla dell'élite intellettuale francese, sconosciuta nel suo paese. Il suo obiettivo: entrarci. Il piano: iscriversi al liceo classico, artistico e musicale di Aosta, partner di una scuola internazionale nel sud della Francia. Da lì, intendeva essere ammesso a una classe preparatoria a Parigi.

L'École Normale Supérieure sarebbe stata il suo passaporto, o meglio il suo passamontagna, perché sognava di scavalcare le montagne che circondavano il suo villaggio. Riuscì nel suo intento e si iscrisse all'ultimo anno di liceo, indirizzo letterario, presso il Centre International de Valbonne (Alpi Marittime). "Faceva ancora errori in francese, ma era incredibilmente colto", ricorda Geneviève Ginvert, la sua insegnante di filosofia. "Era straordinario, lo studente migliore della mia carriera". Durante i corsi preparatori al Louis-le-Grand, scoprì Parigi e fu ammesso all'École Normale Supérieure di rue d'Ulm, indirizzo filosofia, classificandosi al 34° posto. Era il 2012 e aveva 21 anni.

«Gilles sognava una vita intellettuale parigina», testimonia Benjamin Olivennes, editore di Gallimard e compagno di viaggio del progetto Grand Continent , con il quale ha lanciato a gennaio una nuova collana, «Biblioteca di Geopolitica». « Io, nato a Parigi, forse ero disincantato. Gilles, invece, credeva che la capitale potesse tornare a essere il cuore pulsante della vita intellettuale europea».

Lo studente riteneva che in Francia mancasse una pubblicazione come Foreign Affairs, la bibbia americana per i diplomatici. Nel 2017, all'École Normale Supérieure (ENS), insieme ai compagni Mathéo Malik e Pierre Ramond, fondò il Gruppo di Studi Geopolitici, che sarebbe poi diventato il fondamento della rivista. A loro si unì presto Ramona Bloj, una studentessa rumena di Sciences Po. Seguirono una newsletter domenicale e incontri ogni martedì in una piccola stanza della scuola. Il passaparola – e il prestigio dell'ENS – fecero il resto. Oggi, il gruppo ospita l'élite e riempie le sale. Nel 2019, hanno creato la rivista online Le Grand Continent . "La tecnologia digitale è il linguaggio degli affari, ma gli intellettuali devono abbracciarla per mantenere vive le idee", spiega Gilles Gressani, che ha sempre tenuto un occhio sui libri e l'altro su internet.

Gli articoli di approfondimento sono accessibili gratuitamente sul sito web; gli abbonamenti (a partire da 8 euro al mese) offrono contenuti esclusivi: grafici, mappe, dati e numeri cartacei. La formula funziona: la rivista vanta ora 40.000 abbonati paganti. Le Grand Continent deve il suo successo anche alla rinascita della geopolitica (la pandemia di Covid-19, la guerra in Ucraina, la guerra in Medio Oriente e il secondo mandato di Trump). Il team di una decina di persone cura la selezione degli articoli, come una sorta di Spotify intellettuale.

divisione politica

Gressani ama anche mescolare i concetti. Il filosofo Jean-Claude Monod lo aveva già notato nel 2014, quando era membro della commissione di valutazione della sua tesi di dottorato all'École Normale Supérieure, intitolata "Il problema della gamification": "Il suo ingegnoso lavoro ha fuso la cultura classica con l'appropriazione di soggetti profani". Per Guillaume Erner, produttore di "Les Matins de France Culture", questo talento per l'ibridazione deriva dal duplice background culturale di questo italo-parigino: "Ha un modo diverso di vedere le cose, un leggero spostamento di prospettiva e un'arte nel creare connessioni sorprendenti ma illuminanti".

Gilles Gressani ama mescolare generi e persone. Il suo sito ha pubblicato oltre 3.500 autori, diversi tra loro come l'ex capo della diplomazia europea Josep Borrell, l'economista di sinistra Thomas Piketty o l'élite dei dirigenti tecnologici americani, quasi tutti passati sotto l'egida di Trump.

In pochi anni, Le Grand Continent è diventato un vasto polo di idee, un luogo d'incontro per pensatori e decisori. "Hanno creato uno spazio che prima non esisteva, in modo che politici, accademici e cittadini possano incontrarsi", analizza Frédéric Worms, direttore dell'ENS, che a metà giugno annuncerà ufficialmente la creazione di un istituto all'interno della scuola, in collaborazione con il team dei media.

Ma come dovremmo definire esattamente la natura di questo Grand Continent : una rivista, un think tank, un centro di ricerca? "Più che altro un think tank", ritiene Laurent Jeanpierre, professore di scienze politiche all'Università di Parigi 1 Panthéon-Sorbonne e uno dei massimi esperti del mondo delle idee. " Il loro modello, Foreign Affairs, creato nel 1922, è nato dai primi circoli di pensiero americani sulle relazioni internazionali. Il loro progetto sembra basarsi su una strategia di influenza."

Thierry Breton lo trova vantaggioso: "Si può scrivere a lungo, sviluppare le proprie idee; è efficace contro la polarizzazione", osserva l'ex Commissario europeo per il Mercato interno (2019-2024), nel bel mezzo di un allenamento. Potrebbe trattarsi di un connubio riuscito tra politica e mondo accademico? Non necessariamente. Quando un ex primo ministro si recò all'École Normale Supérieure l'8 aprile 2025 per la conferenza "Incontro con Dominique de Villepin: Il potere di dire no", alcuni ospiti ebbero la sensazione, a posteriori, di star servendo un'agenda politica.

Anche i ricercatori esprimono dubbi sul modo in cui la rivista tratta il loro campo di competenza. È il caso dei membri del Centro di Studi Russi, Caucasici, dell'Europa Orientale e dell'Asia Centrale, tra cui Anna Colin Lebedev, sociologa e politologa: "Scrivo per Le Grand Continent e apprezzo il suo contributo al dibattito pubblico. Ma capisco che alcuni esitino, soprattutto perché questa rivista a volte perpetua stereotipi sulla Russia, concentrandosi su figure politiche radicali a scapito di una comprensione più sfaccettata del Paese. La sua attenzione alla geopolitica finisce per relegare le società in secondo piano".

Una divisione antica quanto la disciplina stessa: da un lato, la geopolitica anglosassone, la politica dei potenti, e dall'altro, le relazioni internazionali basate sulle scienze sociali, che partono "dal basso". Sta emergendo una spaccatura politica, con i sostenitori di quest'ultimo approccio più inclini alla sinistra. "Non ho nulla contro Gilles Gressani", avverte Jean-François Bayart, ex direttore del Centro di Studi Internazionali di Sciences Po. " Ma parla molto di Trump, poco dell'Africa o di Gaza".

Sulla stessa linea si schiera Hugues Jallon, ex direttore delle Éditions du Seuil e convinto esponente della sinistra, che a metà gennaio ha pubblicato un articolo al vetriolo sul suo account Substack. Critica questi liberali filoeuropei per la loro eccessiva vicinanza al potere, che di fatto dipinge una visione distorta del mondo e non agisce concretamente. Un centrista, Gilles Gressani? "Si considera più a sinistra di me", scherza il suo amico e connazionale Giuliano da Empoli , autore di *Il mago del Cremlino* (Gallimard, 2022) ed ex consigliere del Primo Ministro italiano Matteo Renzi (del Partito Democratico).

Membro del Secolo

Come il suo predecessore, Gilles Gressani sussurra all'orecchio dei "principi". Nel novembre 2020, Emmanuel Macron ha concesso un'intervista a Grand Continent. Da allora, l'italiano sembra godere del favore del presidente. Contattato, il Palazzo dell'Eliseo è rimasto in silenzio. "Parlo di geopolitica solo con il presidente", afferma il nativo della Valdôte. " A volte, vengono riprese certe idee pubblicate dalla rivista, come quella di un'«internazionale reazionaria» o di un «felice vassallaggio»". Ha usato quest'ultima espressione in un articolo d'opinione pubblicato su Le Monde il 23 gennaio 2025 ; il mese successivo, in Portogallo, Emmanuel Macron l'ha usata esortando gli europei a respingerne l'inevitabilità. Il presidente deve aver dimenticato dove l'avesse sentita: ha iniziato a spiegarla in seguito a un divertito Gilles Gressani. Quest'ultimo, machiavellico come sempre, non nasconde le sue conoscenze: "Per rendere visibile il potere, bisogna incontrarlo".

Il Grand Continente organizza numerosi incontri . Il più famoso è il suo "summit", un premio letterario che si tiene ogni anno a dicembre presso il Grand Hotel Billia in Valle d'Aosta. Intimo nel 2023, questo evento è diventato il "Davos della geopolitica", dove premi Nobel per l'economia, ministri europei, la Principessa di Monaco e membri dell'industria della difesa indossano gli scarponi da après-ski ai piedi di cime innevate.

Il momento clou: la cerimonia di premiazione, con vista sul Cervino, dopo un'escursione. Nel 2025, Emmanuel Carrère è stato il vincitore (per Kolkhoze, POL, 2025) e ha raggiunto il successo. Quando il tempo è bello, la rivista organizza un garden party, questa volta a Parigi: l'8 luglio 2025 si è svolto nei giardini dell'École Normale Supérieure. Tra i presenti c'erano Dominique de Villepin, Laurent Fabius e Michel Barnier.

Se l'ENS è la sede centrale di Le Grand Continent , Gallimard ne è il trampolino di lancio. Alla fine del 2024, Gilles Gressani incontrò lo storico Pierre Nora (1931-2025), figura di spicco della casa editrice. "Era accompagnato da un piccolo seguito, come la Regina d'Inghilterra in Proust", scherza il trentenne. " Ci siamo incrociati in un corridoio e si è fermato per dirmi che considerava Le Grand Continent il successore della sua rivista, Le Débat . Questo ha indubbiamente contribuito al lancio della collana 'Biblioteca di Geopolitica'".

Un'altra figura chiave, anche se Gilles Gressani rifiuta questa definizione: Giuliano da Empoli. Fu lui il primo a parlare del suo pupillo alla direttrice generale di Radio France, Sibyle Veil, che ora è entusiasta del suo editorialista: "Sta rinnovando il quadro del pensiero!" , esclama al telefono.

Gilles Gressani è già membro de Le Siècle, un prestigioso club dell'élite parigina che si riunisce a cena una volta al mese. Afferma di essere stato l'ospite più giovane. "Parla con tutti come se fossero suoi pari", osserva Benjamin Olivennes. "La sua disinvoltura è invidiata da tutti". Lo storico Baptiste Roger-Lacan, pronipote dello psicoanalista Jacques Lacan e amico di Gressani, che ha frequentato anche lui l'École Normale Supérieure l'anno precedente, cerca di minimizzare la situazione: "Alcuni lo scambiano per Joseph Balsamo, il personaggio del romanzo di Alexandre Dumas, un misterioso intrigante nei corridoi del potere. È ridicolo".

Partner finanziari

Molti, tuttavia, vedono la mano del Grande Continente nella decisione di France Culture, annunciata il 27 aprile, di cancellare il programma "La Suite dans les idées". Radio France ha rifiutato di commentare la questione e Sylvain Bourmeau, il suo produttore, non ha risposto alle nostre richieste di intervista. Il 30 gennaio, il direttore di AOC ha pubblicato un lungo opuscolo sulla sua rivista attaccando il giovane intellettuale tanto ricercato a Parigi . "Non sono di estrema destra, si comportano come se lo fossero", ha affermato l'uomo che pubblicherà un libro con questo titolo in autunno. La sua tesi? Dando spazio ai neoreazionari americani senza fornire un'analisi critica sufficiente dei loro testi, la rivista sta spianando la strada all'estrema destra. Ad esempio, il blogger Curtis Yarvin, calorosamente elogiato da JD Vance come un "fascista reazionario" all'insediamento di Donald Trump, viene descritto come un "tecno-cesarista" nella versione cartacea e come avente "tendenze fasciste" nella versione online. In un'apposita sezione dedicata al diritto di replica, disponibile online , Le Grand Continent ha elencato i 45 errori presenti nel testo, che ha giudicato eccessivamente polemici.

«Scrivo per AOC e per Le Grand Continent; i loro approcci sono complementari», spiega Olivier Tesquet, giornalista tecnologico di Télérama, che funge da mediatore. «Sul sito web gli articoli sono ben contestualizzati, ma non nella versione cartacea». Critico delle Big Tech, di Donald Trump e di Giorgia Meloni, perché Gilles Gressani dedica così tanto spazio ai loro ideologi? Afferma di essere convinto che le idee governino nell'ombra e che debbano essere portate alla luce per essere comprese.

Si dice che queste accuse siano il prezzo del successo, dato che Le Grand Continent è una fiorente start-up intellettuale. Entro il 2026 si prevede un fatturato di quattro milioni di euro, con cinque nuove assunzioni in programma. "Il nostro fatturato proviene al 100% dagli abbonamenti", assicura Ramona Bloj, responsabile finanziaria della rivista.

Il Grand Continent Summit ha partner finanziari, elencati sul suo sito web, come l'Agenzia francese per lo sviluppo, AXA, EDF, Euronext e L'Oréal… Non le grandi aziende tecnologiche o petrolifere, ma MBDA, leader europeo nel settore missilistico. "Questo non dovrebbe essere considerato un problema quando si cerca di capire come resistere a Trump e Putin", sostiene la direttrice della rivista. Questi sponsor finanziano "solo le spese relative all'organizzazione dell'evento", spiega Ramona Bloj. " E le attività di ricerca dell'Istituto presso l'ENS, dove abbiamo già due dipendenti a tempo indeterminato".

Snobismo? Elitismo?

Quei primi tempi sembrano ormai un lontano ricordo, quando nessuno veniva pagato tranne l'agenzia torinese incaricata della grafica. Per questa pubblicazione, lo stile è sempre stato fondamentale. La homepage del loro sito web è elegante: i "pezzi di dottrina", un termine un po' ricercato per i loro articoli teorici, sono illustrati con fotografie di opere d'arte. Lo stesso vale per i loro uffici: cemento lucidato, stile industrial chic in un edificio Art Déco in Rue du Cherche-Midi a Parigi.

«Sono dei dandy», sorride Guillaume Erner. Già ai tempi del Louis-le-Grand, a 18 anni, Gilles Gressani e i suoi amici si facevano notare durante le pause sigaretta. Indossavano tutti giacca e scarpe. L'italiano fumava occasionalmente, e non qualsiasi cosa: «Toscanellos, sigari italiani inzuppati nel caffè», precisa. Curando attentamente il suo aspetto, interpreta il suo ruolo nella scena intellettuale parigina. La tuta da sci lo protegge dal freddo pungente; l'abito e la cravatta, dagli spigoli vivi di Saint-Germain-des-Prés. «Una crudeltà senza pari nei costumi dell'intellighenzia», scrisse Régis Debray nel 1979 in *Le Pouvoir intellectuel en France* (Ramsay).

Snobismo? Lo trova divertente. Elitismo? Lo trova meno divertente. Dopo la presentazione di Thierry Breton all'ENS martedì 21 aprile, un membro del pubblico ha chiesto al relatore perché il pubblico non potesse fare domande. "Chi parla per primo raramente è il più rilevante", ha risposto educatamente. Niente basket, niente domande del pubblico: fatevi da parte, gente.

Nel suo corso preparatorio per le grandes écoles, agli studenti veniva chiesto di scrivere un sonetto. Gilles Gressani scrisse un acrostico: la prima lettera di ogni verso formava verticalmente il suo nome e cognome. Quattordici versi in altezza. Affascinato dalle cime montuose della sua infanzia, Gilles Gressani, che ama la matematica, nutre forse ambizioni smisurate? Il suo indirizzo email personale è pieno di " ecc. ". Il Grand Continent è un successo", afferma Florian Louis, storico della geopolitica e volto della rivista. " Ma per lui, questo è solo l'inizio."

https://www.lemonde.fr/m-le-mag/article/2026/05/23/gilles-gressani-nouvelle-coqueluche-des-medias-et-des-puissants_6692667_4500055.html