mercoledì 22 luglio 2026

Daniele Compatangelo

Gabriella Ferrero
Ciao Daniele, collega instancabile

Aise, 21 luglio 2026

WASHINGTON\ aise\ - Se ne va un collega. Ma soprattutto se ne va uno di quei colleghi che sembravano esserci sempre.
Daniele Compatangelo era una presenza quasi quotidiana alla Casa Bianca. Pochissimi erano i giorni in cui decideva di prendersi un po’ di tempo per sé, di allontanarsi da quella macchina inesauribile di briefing, dichiarazioni, incontri, partenze presidenziali e notizie che scandisce la vita di chi racconta Washington.
Daniele c’era. Sempre.
Con il tempo era diventato anche un punto di riferimento per moltissime testate straniere e per tanti colleghi, collaboratori e corrispondenti che dalla Casa Bianca raccontano gli Stati Uniti al resto del mondo. Conosceva le dinamiche, le persone, i tempi, i corridoi. E aveva costruito, giorno dopo giorno, il proprio spazio.
Fare il giornalista era il suo sogno sin da ragazzo. La sua storia professionale comincia a Torino, la nostra città, e passa anche attraverso le Olimpiadi invernali del 2006. Poi arriva la scelta che cambia tutto: lasciare l’Italia e attraversare l’oceano.
Prima Los Angeles. È lì che Daniele comincia davvero a costruire le basi delle sue corrispondenze dagli Stati Uniti e fonda la sua prima società. Racconta Hollywood, segue la notte degli Oscar, il mondo dello spettacolo e le vicende che negli anni hanno fatto discutere l’America e l’Europa, comprese quelle legate a Meghan Markle e al principe Harry.
Le nostre carriere, in qualche modo, si sono sempre rincorse. Venivamo dalla stessa città e Daniele, quasi sempre, arrivava un po’ prima di me nei luoghi che sarebbero poi diventati anche parte della mia vita professionale. Torino, Los Angeles, infine Washington. Mi ha sempre preceduta di qualche passo lungo un percorso che, con modalità diverse, ci ha portati entrambi a raccontare l’America.
Poi Daniele sceglie di spostare il proprio baricentro professionale verso la politica.
Arriva a Washington, D.C., e comincia una nuova fase. La Casa Bianca diventa progressivamente il centro del suo lavoro. Arrivano le collaborazioni con grandi realtà dell’informazione italiana, dalla Rai a La7 fino a Mediaset e ad altre testate. Ma nel frattempo nasce anche qualcosa di diverso: nasce, in qualche modo, “Daniele Compatangelo” come personaggio televisivo. Perché il suo stile era immediatamente riconoscibile. Non aveva quella necessità di apparire eccessivamente serioso che talvolta accompagna chi racconta i palazzi della politica. Daniele conservava una cifra personale, ironica, diretta, capace di alleggerire senza banalizzare. Sapeva raccontare Washington senza trasformarla necessariamente in un luogo distante e inaccessibile. E forse proprio per questo era diventato così riconoscibile.
Negli ultimi tempi il suo nome aveva raggiunto ancora più pubblico grazie a una delle notizie che aveva maggiormente fatto parlare l’Italia: la telefonata con Donald Trump e le dichiarazioni riguardanti Giorgia Meloni. Uno scoop che aveva ulteriormente consolidato la sua posizione tra i corrispondenti italiani più riconoscibili negli Stati Uniti.
Ma oggi, davanti alla sua morte, tutto questo assume un significato diverso. Perché se ne va soprattutto un ragazzo che aveva sognato di fare il giornalista e che, per diventarlo davvero, aveva avuto il coraggio di partire. Aveva scelto quell’America che, nel bene e nel male, continua a rappresentare per tanti il luogo nel quale provare a reinventarsi. Un Paese che a Daniele, in qualche modo, aveva mantenuto la sua promessa: gli aveva permesso di realizzare uno dei sogni più importanti della sua vita.
Gli aveva permesso di arrivare fin dentro la Casa Bianca. Di essere lì, giorno dopo giorno, a raccontare il centro del potere americano. Una promessa mantenuta, però, a un prezzo che oggi appare terribilmente, incomprensibilmente troppo alto.
Daniele era instancabile. E negli ultimi anni aveva contribuito anche a creare una dinamica nuova nel modo di raccontare la Casa Bianca al pubblico italiano. Era diventato una presenza familiare per chi lo vedeva apparire continuamente in televisione, spesso davanti a quel luogo che aveva inseguito professionalmente per una vita intera.
Raccontava quello che l’America mostra. E cercava di raccontare anche quello che l’America, qualche volta, preferirebbe non mostrare. È questo, in fondo, il compito di un giornalista.
Oggi resta il vuoto di una presenza che sembrava scontata proprio perché era costante. Resta l’immagine di Daniele davanti alla Casa Bianca, con il microfono in mano, pronto per l’ennesimo collegamento. Resta il collega incontrato ancora una volta nei luoghi nei quali si scrive la storia.
Ma soprattutto resta la storia di qualcuno che non si è arreso. Di un ragazzo partito da Torino che ha inseguito ostinatamente il proprio posto nel mondo fino a trovarlo dall’altra parte dell’oceano.
Ciao Daniele. Forse adesso toccherà a te guardarci da lassù, mentre noi continueremo a correre dietro alle notizie, ai briefing, alle dirette e alle storie. E magari, da lassù, potrai ancora insegnarci qualcosa.
Ci lasci soprattutto la lezione di chi ha creduto fino in fondo nel proprio sogno, di chi non si è arreso davanti alle difficoltà e ha combattuto per costruire, giorno dopo giorno, il proprio posto nel mondo.
Quel posto Daniele lo aveva trovato. (gabriella ferrero\aise) 

La disperanza

 se la disperazione si trasforma in «disperanza»
Nuovi sentimenti

Sara Boffito
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Ci sono sentimenti per cui tante volte non troviamo le parole. Sentimenti scivolosi, ambigui, scomodi, che in certi momenti si fanno urgenti. Non è un caso, forse, che la parola per il sentimento del nostro tempo arrivi da un poeta, Franco Marcoaldi, che attinge e trasforma il termine da un altro grande poeta, Giorgio Caproni. Si tratta di «disperanza», a cui Marcoaldi dedica un saggio profondissimo, urgente.

L’urgenza è data dal momento storico, di «Lunga emergenza», un allarme affannato e improduttivo, ma anche – mi sembra – dal bisogno interno di dare un nome a questo sentire. La prima reazione davanti al naufragio sarebbe la disperazione; però, sottolinea il poeta, questa soluzione sarebbe ingenua, sotto sotto anche comoda, alzare le mani e rassegnarsi dichiarando che quello che accade è troppo, troppo per reagire, per difendersi, per poter continuare a pensare. La retorica della disperazione diventa connivenza, vigliaccheria, mancanza di responsabilità. Hanna Segal, una grande psicoanalista inglese, nel 1987, aveva affermato qualcosa di simile sostenendo che il vero crimine è il silenzio, che l’avvento delle armi nucleari ha modificato radicalmente la condizione psichica e politica dell’umanità, dal momento che per la prima volta la distruttività umana può coincidere con l’annientamento reale del mondo. Il silenzio, allora, non è neutralità o rispetto, ma una forma di collusione con il diniego.

Come continuare a pensare nella catastrofe, senza cedere alle sirene della disperazione, e nemmeno a quelle dell’illusione? Questa sembra essere la domanda di Marcoaldi, che risponde facendo appello a una «rassegnazione attiva> che coincide con uno stato mentale aperto e potenzialmente creativo, che ha abbandonato tanto una speranza ingenua e credula, quanto una disperazione retorica e autocommiserante. Disperanza è una parola che suona come una condanna ma in fondo è un auspicio: uno stato mentale intimo che ha a che fare con una consapevolezza, che da amara si fa dolce, che quello che ci resta tra le mani non è che un resto, l’ombra dell’oggetto (da sempre perduto, avrebbe detto Freud), e che in fondo nulla ci appartiene davvero; consapevolezza che può produrre una nuova libertà di movimento, una spinta vitale – urgente appunto – alla creazione poetica del mondo. È una «passione del possibile», per dirla con Kierkegaard, che conduce alla possibilità di godere della fragile pienezza del qui e ora, un riposo dall’ambizione vanagloriosa, dalla speranza illusoria, anche dalla rabbia sprezzante e narcisistica. Una posizione vicina a quella che Montaigne – grande vera guida di Marcoaldi – avvicina alla salute: una ricerca di essenzialità e quiete interiore che permette di fantasticare e dubitare. Formula quest’ultima che ha un’assonanza fortissima con una considerazione che Freud pronuncia quasi a latere, in sordina, nel più dubitativo dei suoi scritti, Analisi terminabile e interminabile, in cui mette in dubbio l’efficacia stessa del suo metodo e si trova costretto a constatare l’impossibilità di arrivare a un punto; dice: «Non si può avanzare di un passo se non speculando, teorizzando, stavo per dire fantasticando».

Freud lo sapeva, ed è proprio passeggiando con Rilke e parlando di Caducità, che osserva nel giovane poeta la rassegnazione: Rilke è afflitto da un «doloroso tedio universale». Eppure, in quella rassegnazione c’è qualcosa di felicemente ambiguo, inesplorato e fecondo, per cui abbiamo bisogno di trovare le parole. È l’indicazione di Elvio Fachinelli che, rileggendo insieme Freud e Rilke, pensa a una «dolorosa identificazione con l’effimero» che presuppone l’accettazione di un ruolo, «un cuore», in grado di accogliere dentro di sé la tragicità dell’esistenza: «non di un lutto abbiamo bisogno, come pensava Freud, né anticipato né post rem. Ma di questo accoglimento, di questa capacità di immedesimazione in cui noi, feriti, diventeremmo madri di creature ferite. E in questo compito potrebbe trovarsi una gracile felicità>. La disperanza si colloca qui, tra poesia e teorizzazione, cavalcando il paradosso di un’inermità creativa.

Franco Marcoaldi

La disperanza. 
Un sentimento del nostro tempo
Einaudi, pagg. 356, € 15

Si poteva salvare


Filippo Fiorini
Il codice verde e la ricerca del medico. Tutti gli errori dietro la morte di Fakir

La Stampa, 22 luglio 2026

Abderrhaim Fakir era ancora vivo quando i quattro volontari della Croce Rossa hanno chiamato il 118 per chiedere consigli su come agire ed avere un medico sul posto. Il suo cuore batteva ancora, quando hanno iniziato a rianimarlo, ma era morto, in seguito a un controverso arresto di polizia, quando il dottore è arrivato. È possibile stabilirlo con buona approssimazione incrociando la sequenza temporale fornita dall’Ausl di Bologna, con le immagini video amatoriali che da domenica 19 luglio saltano da un telefono all’altro e fratturano l’opinione pubblica.

Fonti d’inchiesta hanno riferito che la volante del commissariato Bolognina Pontevecchio intervenuta al quartiere Pilastro per una segnalazione di schiamazzi, ha richiesto appoggio medico alle 12,15 parlando di un «soggetto in crisi psichiatrica». In questi casi, è obbligatorio mandare un dottore, in grado eventualmente di somministrare un calmante. Mario Balzanelli, della Società italiana sistema 118, ha detto che «un professionista sul posto subito, lo avrebbe potuto salvare». Una persona che ha ascoltato quella chiamata e che sceglie di restare anonima, però, dice che la frase esatta è stata «soggetto agitato» e non si è parlato di deliri. Ufficialmente, l’Ausl locale ha comunicato che l’ambulanza Bologna65 è uscita alle 12,17. A bordo, c’erano quattro volontari. Il motivo per cui queste persone che spendevano una domenica di tempo libero lavorando gratis in uno dei pronto soccorso più impegnativi della città, sono andate lì senza un medico, è che se il soggetto è semplicemente «agitato», il triage è un codice verde.

Il punto

Morte Fakir, come funziona il nuovo scudo penale: perché i sei operatori sono punibili

Sempre l’azienda sanitaria, ha comunicato che sei minuti e 24 secondi dopo essere arrivata in via Svevo, L’equipaggio della Bologna65 ha richiamato il 118 per chiedere indicazioni operative e l’intervento di un professionista qualificato. L’unico volontario che si vede usare un cellulare nel controverso video della morte di Fakir, è anche l’unico che indossa una polo bianca, invece che rossa come i colleghi. Il suo «pronto» al telefono e il successivo dialogo con l’interlocutore, coincide con il minuto 3, 38 del video: è lui quello che rinnova la segnalazione al centralino.

La prima telefonata, l’aveva provata 2 minuti prima. Con cadenza di 30 secondi da quel primo tentativo, lo si sente prima dire «sto cercando di chiamare, ma mi cade la linea costantemente». E poi: «Oh, riproviamo». Un minuto dopo aver ottenuto risposta, lo si vede cercare frettolosamente e indossare i guanti. È evidente che sta ricevendo direttive. Un secondo dopo aver messo i guanti, domanda agli altri: «Sta respirando?» e qualcuno risponde: «Sì, respira». Lì, i volontari con la polo rossa mettono supino Fakir. Mentre quello con la polo bianca si avvicina per prendergli il battito dal collo, dice una frase non del tutto chiara. Si sente solo nitidamente: «Episodio psicotico». È questo probabilmente il primo momento in cui il quadro clinico viene formalizzato.

Le 12,38 sono passate da una manciata di secondi, quando il ragazzo dice, ancora al telefono: «Il polso c’è». Ha appena verificato e procede a un secondo controllo. A quel punto, il video si interrompe. L’Ausl bolognese ha precisato che è proprio lì che iniziano le manovre di rianimazione, che oggi sappiamo non essere andate a buon fine. L’automedica arriva alle 12,53, solo per firmare un certificato di morte.

Oggi alle 12, in Procura a Bologna, ci sarà il primo atto ufficiale per eseguire l’autopsia. Lunedì, quando gli inquirenti hanno informato di aver aperto le indagini, ha detto di voler cercare «le cause» e non «la causa» del decesso, come ad anticipare che possa coesistere una serie di fattori: l’eventuale uso di alcol o droga, per cui Fakir aveva precedenti. Patologie fisiche e psichiche, come l’asma e la cardiopatia riferita dai conoscenti. L’uso dello spray urticante per calmarlo. La posizione in cui gli agenti lo hanno bloccato a terra e anche, eventualmente, un intervento tardivo e maldestro da parte dei soccorritori nel rianimarlo.

Ranucci, il cerchio si stringe

Nello Trocchia
Sulla bomba a Ranucci la procura tira dritto. Lavitola rischia grosso

Domani, 22 luglio 2026

Gli sviluppi dell’inchiesta sulla bomba contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci camminano di pari passo con la frettolosa ricerca dei vertici Rai, Giampaloso Rossi e Paolo Corsini in testa, di un sostituto per la conduzione. La vittima dell’ordigno resta il popolare volto della trasmissione televisiva, ma la destra che governa il servizio pubblico approfitta dell’amicizia fraterna con il presunto mandante dell’agguato, Valter Lavitola, “scatola nera” di alcuni degli intrighi politici della storia recente del paese. Le telefonate si rincorrono così come le proposte e le audizioni riservate dei possibili candidati per la sostituzione. Colloqui lontani dai corridoi della Rai tra caffè e aperitivi in sale rinfrescate, protette dall’afa romana.

Anche a sinistra fanno spallucce, poche le prese di posizione in questi giorni, c’è chi chiama e si informa per capire il destino del programma restando in attesa degli sviluppi giudiziari.

Certezze e non

Quello che sembra ormai definitivamente chiaro nella ricostruzione della procura è la regia dell’ordigno che il 16 ottobre 2025 ha colpito le due auto e il cancello antistante l’abitazione di Ranucci a Torvaianica.

Gli esecutori sono un commando di criminali di basso lignaggio, il mediatore è il tuttofare Clesio Tavares Gomes, confinato in Camerun per evitare ulteriori guai, e il burattinaio è il massone in sonno, il pluripregiudicato Lavitola. Il cerchio si è chiuso e si attendono gli sviluppi investigativi. L’ex faccendiere, vestito da oracolo, ha profetizzato: «Per questa storia finirò in carcere al cento per cento».

E la ragione, il movente, potrebbe ruotare attorno a quel sondaggio politico, il sogno mal celato di Lavitola di diventare il consigliere di un Ranucci nei panni di leader del centrosinistra. E quell’ordigno doveva fungere da volano, un trampolino di lancio nel piano diabolico e folle dell’amico fraterno. Un piano ordito all’insaputa del giornalista che ora rischia di diventare vittima due volte, dell’attentato e del legame con il vivandiere di crudi e pesce con un passato oscuro.

Il sondaggio che Lavitola aveva commissionato a una società del settore era stato sottoposto anche all’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, che ignorava potesse riguardare Ranucci, così come all’allora vicedirettore di Repubblica Stefano Cappellini per ragguagli e suggerimenti. Come rivelato da Domani è stato l’ex leghista Michelino Davico a inoltrare il sondaggio sulla scalata politica del conduttore di Report a Izi, la società che si occupa di indagini statistiche e di opinione. Quello che conta, però, sono le date. Perché questo è avvenuto negli ultimi mesi, ma il progetto di Lavitola di lanciare l’amico Ranucci nell’agone politico sarebbe iniziato prima dell’attentato. L’ex faccendiere ha mandato messaggi obliqui nelle ultime settimane parlando di un altro movente, di altri mandanti e di piste altre. «Difficile che quando in una storia leggi il nome di Lavitola ci siano altri a muovere i fili, forse chi ne beneficia sono in tanti, ma è complicato immaginare altri pupari», sussurra chi questa storia la conosce bene. In fondo lo stesso Lavitola si mostra contrito, giura che non dirà più una parola mentre spera che questa storia non pregiudichi il destino professionale dell’amico vittima.

Gli sviluppi

I prossimi giorni sono decisivi in un incrocio di scadenze tra piazzale Clodio, sede del tribunale capitolino, viale Mazzini e Monteverde dove Lavitola serve spaghetti con le vongole e mangia sconsolato insalate di mare. Gli esecutori, difesi dai legali Generoso Pagliarulo e Antonio Falconieri, sperano nel tribunale del Riesame che dovrebbe decidere nelle prossime ore. La richiesta dei legali è quella di far cadere l’aggravante del metodo mafioso e trasformare le misure cautelari in disposizioni meno afflittive. Si sarebbe trattato di una bomba d’amore, piazzata con «attenzione», senza l’intenzione di far male o generare timore di un possibile gruppo organizzato o paramilitare come mandante. Gli inquirenti, intanto, hanno analizzato e trascritto conversazioni, colloqui telefonici ricostruendo ogni fase di questa storia. Resta quella parolina che fa paura, per l’esito giudiziaria possibile e il regime detentivo previsto: strage. Il cerchio si stringe attorno alla storia più strana dell’estate.

martedì 21 luglio 2026

Quando la feccia si scatena

 Massimiliano Panarari
Vannacci supera il limite della decenza
La Stampa, 21 luglio 2026

Quando viene superato il limite, se il limite non c’è? Fuor di metafora (e di quesito filosofico), l’esempio più immediato proviene, ancora una volta, da Roberto Vannacci, il quale ha rilanciato ieri sui suoi canali social un video realizzato con l’Ai che varca l’ennesima frontiera della decenza nello scontro politico. Ambientazione in un anfiteatro romano, musica e scenografia da Gladiatore, il trionfante condottiero (novello Cesare? dittatore pro tempore? imperatore prossimo venturo? chissà...) “Robertus Vannaccius” – proprio così negli hashtag di accompagnamento – siede nella “tribuna d’onore” del Colosseo accanto a Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e all’augusta consorte di origine dacia Camelia Mihailescu, che fa il dito medio ai prigionieri giù nell’arena, mentre i leoni scalpitano per divorarli. Guai ai vinti, dunque: i malcapitati Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, legati a coppie, ai quali Vannaccius non riserva alcuna clemenza e indirizza il pollice verso, che parecchi dei suoi giovani seguaci scambieranno per il dislike di Facebook (d’altronde, nella propaganda digitale tutto si tiene).Sze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

Il miles gloriosus (e furioso) decreta, insomma, la loro condanna a morte, assecondato dalle urla del pubblico, tramite la falce e il martello che «loro non hanno mai usato» (essendo i politici di sinistra per natura degli “scioperati”). Ed ecco arrivare, arruolato per eseguire questa “sentenza” ultimativa, un gladiatore dalle fattezze di Giuseppe Barboni, il giustiziere di San Benedetto del Tronto. Il video made in Grok – non prodotto formalmente dallo staff di Futuro nazionale – è (auto)citazionista e come molti di quelli fatti con l’intelligenza artificiale pure un po’ confusionario. Ma, soprattutto, è di cattivissimo gusto e inaccettabile e, quindi, come si ripete in queste ore, l’ex generale ha oltrepassato l’ennesima soglia. Giustissimo. Ma non verissimo. Nel senso che la vannacciana «strategia della feccia» - termine da lui utilizzato insieme a quello di «figli di nessuno», nell’assemblea costituente del suo partito - non riconosce alcun limite, puntando sempre e solo a colpire al di sotto della cintola e a “épater les bourgeois”. Altrimenti che comunicazione politica (della) sporca (dozzina) sarebbe? La propaganda serrata di quest’ultima versione dell’imprenditore politico sicuritario e della paura mira innanzitutto a far parlare di sé, e a creare hype, apparendo “coerente” con slogan antisistema sempre più radicali, massimalisti e sovversivi. È l’overdose populista, un’addiction sempre crescente, e una rincorsa estremista nella campagna elettorale permanente che non ha fine, ma finisce per essere legittimata proprio dalla maggioranza di governo lanciata al suo inseguimento. Come insegnano le inesorabili leggi del marketing politico, chi detta l’agenda, ovvero l’originale, prevale sempre sulle copie: e oggi Meloni e Salvini stanno proprio normalizzando le parole d’ordine di Fn, a partire dal “format della remigrazione”. Quello che era impensabile – fino a pochi anni or sono – viene sdoganato all’insegna di una profezia che si autoavvera. La politica vannacciana è geneticamente “fuori legge”, a partire dal lessico che dall’occhieggiare al ventennio si è fatto direttamente (para)fascista, dai “badogliani” alla Decima mas, dal “me ne frego” agli “attributi”, senza dimenticare la retorica nazionalista novecentesca (da Piave a Caporetto). Semplicemente, stando fermo sul suo (non più così) criptofascismo, l’ex parà mena le danze e conduce il gioco – e così Fn si gonfia nei sondaggi e nei consensi. E stando fermo, anzi (con più precisione in riferimento al video) seduto accanto alla premier e al presidente del Senato – senza Crosetto, Salvini, né men che meno i moderati della maggioranza –, presenta pure il manifesto politico-visuale della sua offerta e della sua idea di coalizione spostata tutta a destra che più a destra non si può.

In ogni caso a muoversi, e moltissimo, è la sua comunicazione (diretta o dei proxy), come mostra il “feccioso” video gladiatorio. Un trionfo imperiale di trash, che rientra nella categoria della “slopaganda”, la propaganda Ai slop (ossia la “sbobba artificiale”), che mescola estetica iperrealista (o surreale) e contenuti acchiappaclic di infima qualità. Ampiamente usata da Trump, a cui l’ex generale si ispira in tutto e per tutto anche nello spostare l’asticella del consentito e dell’intollerabile ogni volta più in là. Come da esemplare «strategia della feccia», giustappunto.

Non odio, ma giustizia

Luca Bortolotti
"Verità e dignità, no all'odio", l'appello della nipote di Fakir. Scontri alla manifestazione

la Repubblica Bologna, 21 luglio 2026 

BOLOGNA –«Non siamo qui a chiedere odio o vendetta, ma verità, giustizia, rispetto, umanità e dignità». Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, l’uomo morto domenica a Bologna durante un intervento di polizia, lo dice con la voce rotta dal dolore e le lacrime agli occhi, abbracciata dai parenti e da una piazza con cinquemila persone arrivate a portare solidarietà alla sua famiglia. Lo dice mentre scrosciano gli applausi a sottolineare quel concetto: «Non vogliamo odio ma giustizia».

Un’ora dopo si verificheranno però anche scontri tra il cordone di polizia davanti alla prefettura e manifestanti appena terminato il corteo: fumogeni e idranti da una parte, bombe carta dall’altra. Ma in piazza Nettuno, prima, nel presidio convocato dal sindaco di Bologna Matteo Lepore, in prima fila accanto al presidente della Regione Michele de Pascale, era stato il momento del raccoglimento e del dolore della famiglia di Fakir. E la nipote Yossra a prendersi il carico di leggere la lettera in cui ha raccolto quel cordoglio. «Abderrahim non era un caso di cronaca, non era un numero. Era una persona. Era mio zio, era un fratello, un familiare, un uomo con una storia e chi lo amava profondamente lo sa, e me lo hanno portato via. Un uomo che meritava aiuto, ascolto, rispetto e dignità». E risposte, chieste in piazza dalla famiglia e dalla comunità marocchina di Bologna, ma anche dal sinidaco Lepore.

Certo, per qualcuno dei presenti la definizione non è giusta e urla: «Lo hanno ammazzato, non è morto». Come ripetono gli striscioni esposti sul fondo di piazza Nettuno. C’è scritto: «Assassinio di Stato». Così i cori: «Assassini, assassini», che ripartono ogni volta che dal palco il discorso di YosSra Fakir s’interrompe, rotto dalla commozione. Ma lei chiede di essere ascoltata, risponde agli amici che vogliono intervenire che non è quello il momento.

«La vostra presenza dimostra che non siamo soli, continueremo a chiedere di far luce, chi indossa una divisa ha una responsabilità enorme, tutelare una vita, soprattutto di chi è vulnerabile: se verranno accertate responsabilità serviranno provvedimenti, chi non ha fatto il proprio dovere non può continuare a ricoprire un ruolo che richiede fiducia, equilibrio e rispetto per la vita umana».

Il dolore della famiglia monopolizza la piazza. Il presidio del resto era iniziato da un malore per la sorella di Fakir, Khadija, accasciatasi sul palco. Aiutata prima da alcuni medici presenti tra il pubblico, poi soccorsa dall’ambulanza. Tra i bolognesi arrivati in piazza, il filosofo Stefano Bonaga dice: «Avrei voluto stare zitto con occhi disperati dopo quel video, non ce l’ho con la polizia ma con quei due che hanno ammazzato una persona». Si fa vedere anche l’attore Alessandro Bergonzoni: «Se è stato seguito un protocollo, il protocollo è da bocciare».

Finiti gli interventi in piazza Nettuno, è partito un corteo eterogeneo composto dalla comunità marocchina bolognese, sindacati, centri sociali, studenti. Sin dal primo passaggio di fronte alla prefettura, un gruppo di manifestanti ha cercato il confronto col cordone di polizia. Sono stati momenti concitati. Tanti altri invitavano alla calma. Finché i più facinorosi tra gli attivisti, al grido di «assassini» e «via lo scudo penale», non sono entrati a contatto con i poliziotti: la situazione è degenerata.

Intorno alle 20.45 gli agenti sono stati costretti a intervenire con idranti e fumogeni per allontanare i manifestanti da piazza Roosevelt, ma gli scontri sono proseguiti per ore. Durissimo l’avvocato Fabio Anselmo, che da ieri difende i Fakir: «Questi scontri sono un attacco alla famiglia della vittima, un comportamento criminale amico di chi vuole negare verità e giustizia». Solo quando scende il buio, nel centro di Bologna torna la quiete.

La circolare del ministero

Vincenzo R. Spagnolo
Le nuove "linee guida" della polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato

Avvenire, 21 marzo 2026

Sarà la magistratura a stabilire se i due poliziotti al centro degli accertamenti sul decesso del 42enne marocchino Abderrahim Fakir abbiano interpretato correttamente i protocolli di intervento o no. Stando alle prime verifiche della Procura di Bologna, quando avevano chiesto aiuto al 118, gli agenti intervenuti in via Svevo avrebbero segnalato un uomo con una crisi psichiatrica. Sul tipo di approccio previsto, dal maggio scorso, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha elaborato un documento di 18 pagine con «linee guida» - che Avvenire ha visionato - per contenere le «persone non collaborative». Un insieme di indicazioni che - secondo quanto annota in una lettera di accompagnamento del testo inviato ai sindacati di polizia la viceprefetto Maria De Bartolomeis, direttrice dell’Ufficio per le relazioni sindacali della Polizia presso il Dipartimento di Pubblica sicurezza - «hanno lo scopo di fornire al personale, specie a quello impegnato nei servizi di controllo del territorio, un supporto per affrontare in modo consapevole l’approccio alle persone non collaborative e i rischi che possono derivare, a tutela della propria e altrui incolumità». Cosa viene suggerito in quel testo? Vediamolo.

La «proporzionalità» nei mezzi di coazione e il rischio di eccesso colposo
Il testo, articolato in tre parti (riferimenti normativi; profili operativi; istruzioni operative), parte da una premessa: non esistendo definizioni normative per la categoria «persone non collaborative», l’espressione si riferisce a soggetti non facilmente gestibili, che manifestino in modo evidente e violento un’opposizione o un rifiuto all’osservanza di regole e ordini». Si fa riferimento al quadro legislativo, a partire dagli articoli 51, 52 e 53 del Codice penale (in cui si esclude la punibilità se l’agente ha agito adempiendo a un dovere o eseguendo un ordine legittimo e si introduce il concetto di proporzionalità fra offesa e difesa, il che impone di graduare l’uso dei mezzi di coazione fisica e delle armi in dotazione) e si menzionano le tipologie di «eccesso colposo».
«Se il soggetto mostra segni di malessere, allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari».
Nel secondo blocco del testo si esaminano le modalità d’intervento: dalla gestione del soggetto che non collabora; all’uso degli strumenti in dotazione; fino alla «tutela sanitaria» di un soggetto fragile, che potrebbe essere «in uno stato di alterazione psico-fisica» causato anche da abuso di stupefacenti o alcolici. Fra le indicazioni, spicca in neretto quella di privilegiare, «laddove possibile, un approccio iniziale» basato sulla «comunicazione empatica» (sul modello dei cosiddetti “negoziatori”), con domande del tipo «Ha bisogno di un medico?» e di «evitare atteggiamenti provocatori e polemici». Qualora l’approccio non dovesse riuscire, l’operatore può usare i mezzi in dotazione, ma con proporzionalità e gradualità, cercando di tutelare anche l’incolumità dello stesso «autore della minaccia», in osservanza del canone fissato dalla Cassazione sul cosiddetto «agente modello», con pronunce miliari come quella del 2012 sul caso di Federico Aldrovandi (che suggeriscono di immobilizzare la persona «con l’uso della minor violenza possibile» per evitare il rischio di conseguenze lesive «o addirittura letali»). Quali mezzi di coercizione fisica vanno usati e come? Ci sono indicazioni sull’impiego delle armi da fuoco, dello spray al peperoncino, dello sfollagente e dei taser elettrici (in uso dal 2022 non senza problemi, ma che nel caso di Bologna non sono stati impiegati). Le «manette di sicurezza» sono ritenute obbligatorie se c’è rischio di fuga o il fermato sia pericoloso, altrimenti sono vietate. E ci sono regole pure per le fasce in velcro (in dotazione dal 2018) che prevedono che la persona venga «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Nel testo si menziona la possibilità di ottenere l'ausilio di sanitari e limitare il controllo fisico del soggetto al momento dell'arresto, per breve durata e soltanto in funzione del rapido ammanettamento. Ma il «contenimento fisico dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile. Inoltre per contenere un soggetto in alterazione psichiatrica, si valuterà di richiedere un Tso con l'intervento della polizia locale».  La circolare precisa che l'intervento coercitivo presenta dei rischi, che tuttavia possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Ad esempio,  «non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace per i rischi al sistema cardiaco e respiratorio: il fermato, una volta messo in sicurezza, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale nell'attesa dei sanitari». Soprattutto, a pagina 11 si prevede che «qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia in condizione di respirare regolarmente, richiedendo l’intervento di personale sanitario». Mentre Fakir invocava ripetutamente «aiuto»,  come mostra il video girato da un cittadino e trasmesso da tv e siti web, quelle indicazioni elencate con meticolosità nelle recentissime «linee guida» vennero seguite o disattese da chi operava?

I dubbi del sindacato: testo «lacunoso», occorrono integrazioni sul disagio mentale

Nella lettera ai sindacati, la viceprefetto De Bartolomeis chiedeva di far pervenire eventuali osservazioni sulle linee guida entro il 19 maggio. Una delle sigle, il Silp-Cgil, ha risposto 6 giorni prima, mostrando «rammarico» per l’approccio solo «giuridico/operativo» del testo, ritenuto «completamente lacunoso» rispetto «a informazioni atte al riconoscimento e alla distinzione delle condizioni di salute mentale, dei comportamenti guidati da crisi ad alto rischio». Il sindacato riteneva essenziali «competenze che aiutino a riconoscere i disturbi e i sintomi riferiti al disagio mentale quali fattori di rischio che possono contribuire all’escalation o al danno auto-diretto». E chiedeva di implementare il documento, anche in collaborazione con gli psicologi della stessa Polizia. Una implementazione che finora non c’è stata, fanno sapere fonti sindacali, che adesso - anche alla luce dei fatti di Bologna - sollecitano l’attenzione dei vertici del Dipartimento.