martedì 20 ottobre 2026

La cultura della destra

 

             Storia della cultura della destra

Alessio Giovagnoni
Doppiozero, 20 Ottobre 2026

È il 1973 quando il saggista Piero Meldini pubblica Reazionaria. Antologia della cultura di destra in Italia, volume che raccoglie una serie di interventi scritti a partire dai primissimi anni del Novecento da varie figure della destra italiana, perlopiù legate al fascismo storico: Julius Evola, Giovanni Gentile, Agostino Gemelli, Giovanni Papini. Già nell’introduzione, il curatore parte da una presa di posizione impopolare: «per troppi anni si è coltivata la rassicurante leggenda di un’opposizione irriducibile fra destra e cultura, di un’intelligenza italiana di sinistra ab ovo, imbavagliata e perseguitata sotto il fascismo e in tutti i casi, dalla caduta del regime, permanentemente conquistata a idealità democratiche e di progresso».

A distanza di cinquant’anni le premesse della pubblicazione mantengono una certa attualità in quanto emblemi di un dibattito acceso, apparentemente irrisolvibile e costantemente rievocato: quello cioè del rapporto tra la destra e la cultura. In primo luogo, infatti, gli avvertimenti di Meldini sembrano non aver suscitato molti effetti. Questo almeno nel cosiddetto dibattito pubblico, dove l’altezzosità di una certa sinistra sembra ricalcare quella dell’antropologia coloniale ottocentesca che rifiutava di riconoscere nelle popolazioni extraeuropee la presenza di visioni del mondo, universi valoriali, insiemi significanti. Una postura basata sulla retorica dell’analfabetismo che fa un cattivo servizio alla causa stessa di quella sinistra in quanto le impedisce di comprendere alcune delle ragioni per cui sempre più partiti reazionari stiano conquistando l’Europa e altre parti del globo. Al contempo, è sotto gli occhi di tutti che la destra abbia un problema, o forse sarebbe meglio dire un’ossessione, con la cultura che determina una mania censoria la quale va di pari passo con un complesso di inferiorità sperimentato nei confronti degli avversari politici, e che la porta ad assumere una posizione vittimistica, nonché ad accusare il mondo delle arti, dello spettacolo e dell’editoria di agire sotto il dominio della sinistra.

Si tratta di un nodo effettivamente difficile da districare, se non altro per la stratificazione semantica che il termine cultura porta con sé. Se con questo ci riferiamo al suo livello “alto”, mi pare errato, almeno storicamente, affermare che la destra non possa contare su un bacino di intellettuali da prendere come riferimenti. Senza scendere nel dettaglio del pensiero filosofico e politico dove gli esempi sono innumerevoli, basterebbe ricordare che la Rivoluzione conservatrice era popolata da figure di altissimo spessore letterario come Stefan George, Hugo von Hofmannsthal ed Ernst Jünger. Se invece intendiamo la cultura in senso antropologico quale insieme di significati articolabili e trasmissibili che comportano una determinata visione della storia, dei rapporti sociali e politici all’interno di una comunità più o meno ampia, non possiamo affermare che esista una non-cultura, e non solo nella destra. Più difficile da districare e sfaccettato è il problema della cultura di massa e dell’industria culturale, sulle quali ci si interroga da almeno un secolo e delle quali sono state date letture profondamente diverse, alcune capaci di dimostrare le coestensività tra l’universo pop e quello reazionario (Adorno e Horkheimer).

u

In ogni caso, negli ultimi tempi non sono mancati studiosi che abbiano deciso di sporcarsi le mani con la cultura di destra, evitando di liquidarla come una raccogliticcia accozzaglia di slogan destinata a un pubblico di analfabeti. Penso a Il fascismo e noi di Roberto Esposito, a Tardo fascismo di Alberto Toscano e, naturalmente, al libro di Valerio Renzi Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango, 2025). Tre lavori diversi che condividono però almeno un presupposto: per comprendere le destre contemporanee e in una certa misura il loro successo, bisogna avere il coraggio di addentrarsi nei loro universi simbolici, nelle loro letture, nelle loro ossessioni e nelle strutture materiali che consentono a queste idee di circolare. Un compito tanto più urgente oggi che gli eredi diretti del Movimento Sociale Italiano o gli ex militanti delle organizzazioni neofasciste occupano Palazzo Chigi e gestiscono ministeri, televisioni, musei e istituzioni culturali.

La ricostruzione realizzata da Valerio Renzi, che nasce come esito di una rubrica online dedicata alle culture di destra, ha una serie di meriti e innanzitutto quello di saper unire un linguaggio divulgativo a una trattazione seria e approfondita degli argomenti. Inoltre, è importante che il suo excursus dedicato al caso italiano cominci dalla «catastrofe» del 1945, quando gli sconfitti della RSI devono trovare un modo per sopravvivere in una Repubblica edificata formalmente sui valori della Resistenza. Se in questo frangente i quadri del MSI cercano di mantenere un profilo istituzionale arrivando ad abbracciare perfino l’atlantismo (è il caso del segretario Michelini), e mantengono un universo simbolico monumentale e nostalgico, la componente giovanile guidata da Pino Rauti inizia a sviluppare una forte componente autoriflessiva e a delineare un immaginario politico inedito volto a mobilitare le nuove generazioni. È grazie alla presenza di Julius Evola e alla sua biblioteca densa di riferimenti intellettuali estranei alla cultura del fascismo mussoliniano che continuano tuttora a costellare le pubblicazioni dell’editoria dell’estrema destra (ad esempio gli esponenti della Rivoluzione conservatrice, i controrivoluzionari cattolici, o figure come il leader della Guardia di ferro rumena Corneliu Codreanu), che può nascere Ordine Nuovo. Il gruppo dà vita a una nuova mitologia reazionaria fondata sul disprezzo per l’egualitarismo, sul culto della gerarchia e di comunità politico-spirituali ispirate agli ordini cavallereschi medievali, ma soprattutto sul rifiuto della modernità letta come culmine della degenerazione valoriale e ultimo stadio di un presunto ciclo cosmico.

Nonostante tali aspetti siano già stati esplorati in altre sedi, gettare luce su questo momento è particolarmente importante poiché consente di comprendere come l’universo simbolico e valoriale dell’attuale destra al governo sia maggiormente legato al tradizionalismo e allo spiritualismo di Ordine Nuovo e in minor misura al fascismo storico. Sono queste le «radici profonde» a cui Renzi fa riferimento nel titolo, dalle quali provengono letture, riti, mitologie e simboli ancora presenti sia nella destra radicale sia nelle organizzazioni giovanili di Fratelli d’Italia. Le inchieste su Gioventù Nazionale hanno mostrato la persistenza di questo universo dietro il volto istituzionale del partito. I rituali di comunione e riproduzione dell’identità di gruppo si consumano lontano dalle telecamere, mentre in pubblico si recita il copione di una destra conservatrice pacificata con la democrazia. L’abiura pubblica serve a conquistare voti e potere; la conservazione privata dell’idea garantisce la coesione della comunità.

Se la Weltanschauung sviluppata dagli evoliani sconta il peso di proporre un estraniamento dal tempo storico – pur avendo paradossalmente corroborato forme di violenza politica basate sulla fiducia millenaria di lavorare al servizio di una nuova razza umana – alla fine degli anni Settanta la cosiddetta Nuova Destra tenta di uscire da questo recinto antimoderno sulla scorta della nouvelle droite francese. In questo senso, l’istituzione dei Campi Hobbit, la diffusione della musica alternativa e delle radio libere, il tentativo di sfruttare linguaggi contemporanei e controculturali come il fumetto, e ancora l’avvicinamento a tematiche come l’ecologia testimoniano da un lato un effettivo tentativo di svecchiamento dei propri canoni, e dall’altro, la necessità per questo universo di lavorare in senso egemonico coniando un «gramscismo di destra» capace di diffondere i propri valori in ampi strati della società. È in questo frangente che emerge quello che a mio avviso costituisce il problema centrale messo in luce dal lavoro di Renzi: la difficoltà costitutiva per una destra reazionaria di entrare nella cultura moderna e di massa, pur rifiutandone sia le premesse, sia gli esiti. Se infatti il fascismo storico aveva assimilato una consistente componente modernista pur spiritualizzandola, il neofascismo si ricollega alla radice genetica antimoderna della destra controrivoluzionaria. La domanda allora è se sia possibile intervenire nella formazione del senso comune senza rinunciare a un patrimonio fondato sulla gerarchia, sull’antiegualitarismo e sulla contestazione della modernità politica. E la risposta sembra essere negativa. Secondo Renzi questa dinamica è emersa con particolare evidenza con il  berlusconismo il quale ha sì sdoganato a livello istituzionale postfascisti e neofascisti, ma ha rimarcato al contempo la loro incapacità di adattarsi completamente alla cultura moderna. Mentre la destra berlusconiana, neoliberale mercantile ed edonistica, è stata capace di trasformare il desiderio in consumo e il successo individuale nell’unica forma possibile di emancipazione, gli esponenti del MSI hanno rifiutato l’antropologia prodotta dal diluvio commerciale.

u

Una posizione condivisibile e attestabile sul piano storiografico, che tuttavia rischia di sottovalutare la componente reazionaria presente nella stessa cultura di massa. Furio Jesi, ad esempio, nella sua analisi della cultura di destra del 1979, aveva infatti osservato le omologie strutturali tra pensiero reazionario, immaginario borghese e industria culturale. Per Jesi la cultura di destra consiste nella trasformazione di parole, idee e immagini in materiali destoricizzati, stereotipati e immediatamente disponibili al consumo: il «linguaggio delle idee senza parole». Da qui l’accostamento tra la narrativa rosa di Liala, dominata dal lusso materiale di ville, pellicce e automobili, e il lusso spirituale delle commemorazioni patriottiche, popolato di eroi, martiri e valori eterni. In entrambi i casi la cultura si trasforma in un insieme di feticci che suscitano adesione senza richiedere comprensione e dal quale sono state espulse le contraddizioni della storia.

Quest’ultima prospettiva consente però di stabilire un legame con quello che Renzi individua come il terreno di maggiore efficacia della destra italiana ovvero l’uso pubblico della storia. Jesi stesso aveva mostrato come la cultura borghese prima, e quella di destra successivamente, avessero costruito un passato monumentale composto da grandi uomini, poeti, eroi e martiri, le cui differenze potevano essere annullate dentro una genealogia nazionale ridotta a eterno presente. Lo stesso personaggio storico poteva così essere celebrato attraverso contenuti ideologici differenti, purché la commemorazione lo spogliasse delle sue contraddizioni e lo trasformasse in una figura esemplare.

Pur muovendo da presupposti diversi, la ricostruzione di Renzi mostra la sopravvivenza politica di un procedimento analogo. Il paradigma vittimario, la centralità conquistata dalle foibe, l’inserimento dei caduti neofascisti nel martirologio nazionale, la contestazione delle verità giudiziarie sulla strage di Bologna e il progressivo indebolimento dell’antifascismo come fondamento repubblicano hanno prodotto effetti assai più profondi delle polemiche contro cantanti, scrittori e registi. La storia viene ricondotta a una contrapposizione morale tra vittime e carnefici che rende secondarie le appartenenze, le responsabilità e i contesti. Il dolore e il sacrificio permettono così agli sconfitti di essere reintegrati nella memoria nazionale senza che la comunità postfascista debba recidere il rapporto con il proprio passato.

È forse questo uno dei risultati più interessanti del libro. La destra oggi al governo continua a incontrare difficoltà quando tenta di tradurre il proprio universo simbolico in una produzione culturale capace di imporsi al di fuori della comunità militante, mentre ha dimostrato una notevole efficacia nei campi del giornalismo, della comunicazione politica e soprattutto nella ridefinizione del racconto nazionale. La tanto annunciata conquista della cultura sembra allora realizzarsi meno attraverso la creazione di nuove opere che mediante la possibilità di stabilire quali eventi debbano essere ricordati, quali rimossi e quali parole sia ormai legittimo utilizzare per raccontare la storia della Repubblica.

Identikit dei giovani arrabbiati

Chiara Sgreccia
Esclusi, senza capi, apartitici: identikit dei giovani arrabbiati

Domani, 20 ottobre 2026

Accanto al tricolore ci sono le bandiere della Palestina e dell’Albania. I ricordi della lotta partigiana e dei «nonni morti per i nostri diritti» si affiancano a quelli che sembrano ciechi richiami a disordine, rabbia e violenza contro lo Stato. Dopo La canzone del maggio di Fabrizio De André, a fare da colonna sonora ai post sui social che mostrano le immagini delle proteste del 17 ottobre a Milano, Bologna e Torino, arrivano i motivetti creati con l’Ia che rimandano «Remigrazione, unica soluzione», l’inno che ha spopolato sui social dell’estrema destra per sostenere l’espulsione dei migranti, anche se nelle piazze c’erano tanti italiani di seconda generazione.

Così, nella confusione generata dalle proteste degli ultimi giorni, sembra che uno dei pochi punti fermi da cui partire per capirne le ragioni e che cosa abbia portato alle devastazioni dei centri città ad opera di alcuni manifestanti, anche minorenni, sia il carovita. E l’incapacità del governo attuale di tutelare i cittadini, soprattutto chi è rimasto ai margini: «La gravissima situazione socio-economica che sta attraversando il Paese, caratterizzata da un insostenibile aumento del costo della vita, dal rincaro dei beni di prima necessità e dal progressivo impoverimento delle famiglie e dei lavoratori», scrive il movimento «Italia in Piazza», uno dei più conosciuti tra quelli che il 17 ottobre hanno lanciato le manifestazioni di Torino, Bologna e Milano (anche il 18 ottobre). Ma non l’unico, perché sui social la data simbolica della rivolta «per fare come in Francia» circolava da tempo ed è stata condivisa da soggetti diversi, per età, professione e appartenenza politica. Subito dopo gli scontri con le forze dell’ordine, le vetrine rotte, gli assalti a negozi e supermercati del weekend, «Italia in Piazza» si è dissociato dalle devastazioni. Non lo ha fatto il neonato «Movimento del 17 ottobre» (così giovane da essere arrivato – almeno sui social – dopo le piazze), che definisce «quella dei manganelli degli sbirri» come l’unica violenza. E che rilancia la mobilitazione «fino alla caduta di questo governo ladro» ogni sabato alle 15, in almeno otto città. Perché, si capisce dalle informazioni che condividono nel tentativo in corso di strutturarsi a livello nazionale, «violento è il sistema che uccide»: quello che nega il futuro alle nuove generazioni, «che ora vogliono riprenderselo».

A spiegare perché alla base della rabbia dei giovanissimi in piazza ci sia un patto generazionale rotto e un sistema che produce insicurezza è Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo: «Viviamo in un mondo molto complesso in cui anche questioni globali riflettono incertezza nella vita quotidiana: le tensioni legate alle guerre, al riscaldamento globale, l’impatto delle nuove tecnologie, il cambiamento del mondo del lavoro. Sono tutti aspetti che pesano sul futuro di un quattordicenne o di un ventenne che, di fronte a queste grandi questioni, si sente impotente, insignificante». Per Rosina, infatti, la frustrazione determinata dall’impossibilità di migliorare la propria vita, dovuta anche al fatto che in Italia i giovani sono inascoltati e che la società non offre loro opportunità, ha portato a una scomposta esplosione di rabbia che non ha trovato altri canali positivi per potersi esprimere. Che sarebbero potuti arrivare dalla scuola o dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita sociale. Ma non è successo. Per questo «sebbene la violenza non sia mai giustificabile è evidente che i ragazzi nelle piazze non sono nati arrabbiati. E che questo senso di frustrazione che trova sfogo nel protagonismo negativo sia cresciuto con il tempo», conclude il professore prima di evidenziare come il poco spazio lasciato ai giovani e la rottura del patto generazionale siano comuni a Italia e Francia: «Ecco perché si può parlare di movimento trasversale». E che il nostro Paese, però, avendo avuto un processo migratorio più tardivo, ha un vantaggio temporale che le permetterebbe di intervenire per tempo ed evitare gli stessi errori commessi nelle banlieue francesi, se promuovesse interventi concreti volti a risanare le fratture sociali e le disuguaglianze di partenza. Dalle parole di Rosina si capisce, quindi, che una buona parte dei giovani in piazza in questi giorni è difficile da ricondurre alle divisioni politiche a cui siamo abituati, tra destra e sinistra, visto che non trova rappresentanza nei canali politici tradizionali, usa i social come mezzo di aggregazione – probabilmente perché vivono in contesti in cui quelli fisici mancano – ed è nella fase della rabbia che precede la rivendicazione strutturata, se arriverà.

Anche secondo la filosofa e pedagogista Dafne Guida, presidente della cooperativa sociale Stripes, impegnata in progetti educativi e di aggregazione giovanile anche nell’area metropolitana milanese, la violenza non può essere spiegata attraverso le appartenenze ideologiche. È apparsa più «cieca rabbia», «priva di direzione», che ha portato alcuni manifestanti sia a saccheggiare i negozi di marca, in una sorta di esproprio proletario, sia a distruggere i libri, concretizzazione del fallimento culturale: «Ma è soprattutto il sintomo di un disagio sociale più profondo. Per strada non facciamo che assistere all'ultimo stadio di un virus che ha infettato per primo il linguaggio: una società che ha normalizzato la sopraffazione, la derisione dell'altro, fino a trasformare la violenza verbale in gesti. Per Guida, «questa rabbia ha una storia, quella del fallimento della società neoliberista che prometteva ricchezza e opportunità per tutti. Ma che non ha consentito di creare una comunità che accogliesse nel tempo i suoi giovani». Così il sistema ha progressivamente smantellato tutele e garanzie, alimentando la retorica secondo cui chi vuole può farcela, anche se non è vero: «Così nasce la violenza che, non è di destra o sinistra. È il prezzo che stanno pagando i giovani».

Rivolta sociale in purezza

Michele Serra
I bambini furiosi e i censori politici

la Repubblica, 20 ottobre 2026

Se sprecassi le prime righe di questo articolo per dire che «la violenza va condannata senza se e senza ma» farei male il mio mestiere. Eviterei con una formuletta retorica scontatissima (perché a favore della violenza sono solo i violenti; tutti gli altri no) il dovere di raccontare la realtà sociale nella quale vivo e agisco. È una soluzione molto a buon mercato, condannare la violenza, quando non si sa che altro dire di utile e di interessante.

Di questa imperdonabile superficialità si macchiano tutti quegli esponenti politici che, di fronte alle strade in fiamme, ribadiscono di essere fermamente contrari ai falò, e per non farsi mancare niente indicano il piromane nel campo avverso: o perché, dal governo, non ha fatto nulla per scongiurarli, i falò, o perché, dall’opposizione, li ha addirittura ispirati.

Che pena, che infimo livello la frasetta di Piantedosi contro Sala «radical chic». Le fiamme scottano anche sotto l’illustre sedere del signor ministro, e sotto il sedere di noi tutti. Chi parte incazzato e imberbe dalle periferie non fa distinzioni tra i radical chic di sinistra e i burini di destra (per rimanere nel cliché tanto caro a Piantedosi), tra le vetrine politiche del governo o dell’opposizione: vuole sfasciarle tutte. E i cocci sono di tutti.

Milano, 18 ottobre
Milano, 18 ottobre 

Levato di torno il siparietto delle dichiarazioni perbeniste che mettono la coscienza a posto, ma velano gli sguardi e istupidiscono i commenti, rimane, nudo e crudo, lo spettacolo di quei tumulti politicamente illeggibili. La classica violenza politica, che noi italiani conosciamo meglio di chiunque in Europa, non sembra una categoria utile per capire i fatti. Non c’è traccia di ideologia o di opinione, non c’è alcuna intenzione organizzativa nei branchi di ragazzini incappucciati che saccheggiano i negozi del centro.

Non è neanche una mobilitazione, è un passaparola sugli smartphone: «Andiamo a fare casino dove abitano i ricchi». È rivolta sociale in purezza, ma con zero caratura politica. Se sabato a Milano anche i militanti dei centri sociali, che si collocano all’estremo margine di ciò che ancora riusciamo a chiamare “politica”, hanno abbandonato il campo, significa che la scena non è più politica. È quello che viene dopo: quando la politica non ha più carte da giocare e parole da spendere.

C’è una devastante impotenza sociale che unita alla monocultura dei consumi porta questi bambini furiosi (anche dodicenni) a saccheggiare i negozi di sneakers, i pezzi di plastica più costosi della storia, misteriosamente promossi al novero di status symbol (sapete chi ha vinto, alla fine, tra borghesia e proletariato? Hanno vinto le scarpe).

C’è una società sempre più diseguale — e quanto a valori sempre più a forma di sneakers — la cui disfunzionalità è argomento di analisi e lamentazioni e preoccupazioni ormai decennali: si dissolve il ceto medio, che è stata l’ossatura delle società democratiche occidentali, i ricchi arricchiscono e i poveri impoveriscono. I centri storici delle città “si gentrizzano”, che è un modo elegante per dire che sollevano il ponte levatoio e si chiudono alle periferie, e le periferie sono dormitori nei quali il sonno non è per niente sereno.

A chi dice che nelle banlieue abitano i migranti di prima e seconda generazione, suggerite un’altra lettura delle cose, molto più calzante: ci abitano i poveri, anche italiani. Ci sono migranti che hanno fatto fortuna nel lavoro, nello sport, nelle arti, e nessuno li chiama maranza (davvero orribile sentire il Salvini annunciare una «legge anti-maranza». Le leggi si fanno per tutti, nessuno escluso, a parte le leggi razziali).

È la differenza di censo — non di etnia, di provenienza, di religione — che segna il destino delle comunità e delle società. O chi sta sotto ha la speranza di risalire, o la scala sociale è ben visibile, e percorribile, oppure le società deperiscono, e si guastano. Vale a Milano, a Parigi, a Ginevra: vale ovunque le città si costituiscano su basi troppo rigidamente classiste. Chi ha vinto rischia di non godere a lungo della sua vittoria: cova, oltre le mura fiorite del benessere, l’astio del malessere.

Milano, 18 ottobre: un negozio saccehggiato
Milano, 18 ottobre: un negozio saccehggiato (agf)

Se il problema fosse di facile soluzione qualcuno avrebbe già provveduto a risolverlo. Non essendolo, sarebbe il caso che le persone responsabili di qualcosa (dal ministro all’insegnante al poliziotto al prete al politico all’assistente sociale al genitore allo psicologo al giornalista) prendessero atto della severità dei tempi. E se non hanno buoni consigli da dare, almeno non diano il cattivo esempio.

1 — Nessuno appioppi il peso della violenza sulle spalle di chi violento non è. Uno studente che manifesta per avere soldi per la scuola pubblica non c’entra niente con i casseur. La libertà di manifestare è vitale per la democrazia. Considerarla un pericolo, un portatore di infezione, è mortale per la democrazia. La Polis va salvata dai saccheggiatori e va salvata dai repressori e dai censori.

Milano, 18 ottobre: un momento della guerriglia urbana
Milano, 18 ottobre: un momento della guerriglia urbana (agf)

2 — Nessuno si illuda che la chiusura (delle frontiere, delle città) serva a qualcosa. Non ci si protegge mettendo le sbarre alle finestre, prendendo il porto d’armi, incriminando i minori. Ci si protegge includendo quante più persone possibili, provando a renderle partecipi. La sicurezza è partecipazione (parafrasando Gaber). E l’inclusione non è demagogia: è prassi. Investimenti. Scuola pubblica. Politica.

3 — Nessuno gongoli per la rabbia degli esclusi, illudendosi che sia la politica che ritorna. La rabbia è come la benzina, dentro un motore diventa energia e velocità, se scola lungo le strade può innescare un incendio e ridurre tutto in cenere. Non c’è niente di promettente nel saccheggio di un negozio, c’è solo la triste soggezione dei poveracci al baluginio delle merci. Bisogna disperatamente continuare a dire che la vita è molto di più delle scarpe o della felpa che puoi mostrare nello struscio del sabato. Poi se ti ascoltano, bene. Se non ti ascoltano, ripeti daccapo.

lunedì 19 ottobre 2026

La mort sans merci

Hans Larwin, Le soldat et la mort, 1917, huile sur toile, musée d'histoire militaire, Vienne 

Le Feu d'Henri Barbusse

En 1915, alors que le conflit s'enlise dans la boue des tranchées, le peintre expressionniste Otto Dix écrit que « la guerre est quelque chose de tellement bestial: la faim, les poux, la bouei, ces bruits délirants. [...] C’est le grotesque qui domine ». Un an plus tard, en publiant Le Feu (1916), Henri Barbusse fait entrer cette esthétique du monstrueux en littérature, bousculant définitivement le lectorat de l'arrière par un « réalisme intégral » sans concession. Cependant, à la lecture du roman, ce réalisme documentaire cède constamment le pas à une singulière imagerie : celle d'une mort qui se traduit la plupart des fois par la dégradation grotesque, voire carnavalesque, de la figure humaine. Devant cette profusion de corps crucifiés dans les barbelés, de visages mués en masques pourris ou de chairs liquéfiées dans la boue, la critique s’interroge. Cette défiguration outrancière relève-t-elle de la seule stratégie pacifiste visant à exposer la hideur de la guerre moderne, ou trahit-elle, comme le suggérait le philologue Leo Spitzer, un « sadisme latent » et une fascination morbide de l’auteur pour la chair martyrisée? Nous verrons dans un premier temps que cette esthétique de la laideur est une arme politique indispensable pour dénoncer l'inhumanité de la guerre industrielle et briser le mythe de la « belle mort ». Puis, nous analyserons comment Barbusse manie l'antithèse et le pathétique à travers des figures éphémères de pureté pour redoubler la violence du désastre. Enfin, nous explorerons la thèse d'un « sadisme latent », où la minutie de la destruction physique révèle une véritable dynamique esthétique de l'excès et de la cruauté textuelle.

Lorsque Henri Barbusse publie Le Feu en 1916, son ambition affichée est celle d’un témoignage brut, un « réalisme intégral » capable de dessiller les yeux de l'arrière. Pourtant, à la lecture du roman, le réalisme documentaire cède aussi souvent que possible le pas à une singulière et obsédante imagerie : celle d'une mort qui se traduit régulièrement par la dégradation grotesque, voire carnavalesque, de la figure humaine. Le soldat Poterloo projeté dans les airs se retrouve figé dans une sinistre parodie de crucifixion; les cadavres de Lamuse, Barque, Biquet et Eudore sont là entassés dans la boue à quelque pas de leurs compagnons encore en vie; le digne caporal Bertrand s’achève en un «masque repoussant et pourri».

Il convient d’abord de reconnaître dans cette dégradation de la figure humaine le moteur d'une entreprise idéologique radicale: la destruction métaphorique du mythe de la guerre. L'esthétique de Barbusse est une arme de guerre contre le romantisme guerrier du XIXe siècle. En refusant d'accorder à ses personnages une « belle mort » héroïque et propre, l'auteur s’attaque à l’iconographie traditionnelle du sacrifice patriotique. Le soldat Poterloo projeté dans les airs et «crucifié» dans les barbelés opère un détournement sacrilège du Calvaire chrétien: le sacré est vidé de sa transcendance pour devenir un spectacle de foire, une marionnette désarticulée par la violence aveugle de l'artillerie. De même, la métamorphose du visage de Bertrand en un « masque pourri » marque l'anéantissement de l'individualité. Le visage, siège de l'âme et de la dignité, est nié par la pourriture. La guerre moderne ne fait pas des martyrs, elle fabrique des déchets colonisés par la matière. C'est le triomphe de la réification : l’homme est ramené à sa condition de pure matière organique. En ce sens, le grotesque — ce qui choque par son caractère bizarre et monstrueux — est l'outil politique idéal pour dire l'Inhumain.

Cependant, le talent de Barbusse réside dans sa capacité à ménager des ruptures stylistiques pour éviter l'anesthésie sensorielle du lecteur. Au chapitre XII, l'apparition du jeune sergent du 405e offre une saisissante antithèse à ce défilé de monstres. Ce corps «habillé de neuf», encore souple, qui «a l’air de dormir», introduit une «note propre dans ce charnier». Moins défiguré, il se révèle «plus pathétique, plus proche, plus attaché à qui le regarde ». Mais cette apparente «belle mort» est un piège textuel. Barbusse désamorce immédiatement toute tentation d’héroïsme : le jeune homme a été tué bêtement, pour avoir voulu ramener un fusil allemand en souvenir chez lui pour sa permission. De plus, le naturalisme clinique de l'auteur affleure déjà sous l'illusion du sommeil : «la prunelle est révulsée, la joue est cireuse, et une eau rose baigne les narines». Loin d'être une célébration de la beauté, ce contre-exemple fonctionne comme un surcroît de cruauté. Barbusse expose la jeunesse et la grâce non pour les sauver, mais pour souligner la fatalité de leur destruction prochaine dans le « monceau d’êtres anéantis ».


En définitive, ces lectures — l’urgence pacifiste et le sadisme stylistique — loin de s'exclure, fusionnent dans ce qu'on pourrait appeler un théâtre de la cruauté. Barbusse a pensé que pour secouer un lectorat anesthésié par la propagande de l'arrière, la vérité historique ne suffirait pas: il fallait provoquer un choc esthétique et viscéral. Le grotesque macabre est le point de suture de cette double exigence. Si Barbusse mutile la figure humaine avec une violence textuelle si acharnée, et s'il feint parfois d'épargner un «gentil p'tit gars» pour mieux l'abandonner à la fosse commune, c'est parce que seul la cruauté de la description pouvait rivaliser avec la cruauté réelle de la machine de guerre. En faisant de la mort une dégradation hideuse ou un gâchis absurde, Le Feu transforme le cadavre du poilu en un miroir tendu à la barbarie de la civilisation : une chair pantelante, hideuse et pourrie, à l'image du monde qui l'a engendrée.

C'est précisément dans cette gestion des contrastes et dans cette complaisance de la destruction que les remarques de Leo Spitzer sur le « sadisme latent » de Barbusse prennent tout leur sens. Spitzer, par son analyse stylistique, met en lumière une tension chez l'auteur entre le dégoût moral de la guerre et une complicité esthétique avec l'horreur. La mort de Lamuse et de ses camarades est à cet égard exemplaire : leur dissolution sensorielle dans la boue où ils sont amoncelés tel un bȗcher ne relève plus du simple reportage, mais d'un expressionnisme pictural presque amoureux du chaos. Barbusse s’attarde, étire le temps de l’agonie, fouille les plaies avec une minutie clinique qui s’apparente à une forme de cruauté textuelle. Ce «sadisme» critique n'est pas une jouissance morale face à la souffrance, mais une dynamique stylistique de l'excès. L'écrivain semble fasciné par le pouvoir de sa propre plume à défaire les formes, à liquéfier le vivant, à transformer le héros en détritus organique. L’horreur devient chez Barbusse le carburant d’une jouissance purement littéraire de la destruction.

Il serait utile, à ce point, d’aller voir et de montrer comment plus exactement la mort manifeste sa présence dans le texte du roman. Elle est absente seulement dans un nombre restreint de chapitres, du quatrième au neuvième et puis dans le onzième et le seizième. Ailleurs elle est parfois omniprésente puisque son évocation n’est pas liée uniquement à l’apparition de cadavres, mais passe aussi par les métaphores et par un emploi comme concept abstrait: «la mort qui était là, les a épargnés», «danger de mort et sacrifice de la vie», «la terre champ de mort, le ciel champ de tristesse», «le champ de la mort», «au fond des rivages de la mort», «nous courons parmi les jeux de la mort», «campagnes pacifiées par la mort», «le champ de la mort», «machines de mort», «on a senti approcher la mort»,«champ de bataille mort». Et puis et surtout il y a les cadavres. Rarement neutres. On a déjà fait allusion au «gentil p'tit gars». Il y a aussi l’«obscur mort mort obscurement»: «Voici, en travers de la piste qu'on suit et qu'on gravitcomme une débâcle, comme une inondation de débris sous la tristesse dense du ciel, voici un homme étendu comme s’il dormait; mais il a cet aplatissement étroit contre la terre qui distingue un mort d’un dormeur. C’est un homme de corvée de soupe, avec son chapelet de pains enfilés dans une sangle, la grappe des bidons des camarades retenus à son épaule par un écheveau de courroies. Ce doit être cette nuit qu’un éclat d’obus lui a creusé puis troué le dos. Nous sommes sans doute les premiers à le découvrir, obscur soldat mort obscurément. Peut-être sera-t-il dispersé avant que d’autres le découvrent. On cherche sa plaque d’identité, elle est collée dans le sang caillé où stagne sa main droite. Je copie le nom écrit en lettres de sang». Description douce et sobre. C’est à peu près tout. Les autres morts forment une véritable galerie des horreurs. On commence par des petites touches, le détail de la blessure, le cou, la tête, une moitié du corps arrachée, la colonne vertebrale cassée. Le fusillé pour l’exemple laisse une tache par terre, sans plus: «On voit un peu d’sang par terre quand on r’garde, dit un homme penché» (Argoval). Tout autre chose, dans un chapitre précédent, La descente, le ruisseau dont on parle à propos d’un personnage sans relief: «Le petit Godefroy, tu le connais ? le milieu du corps emporté ; il s’est vidé de sang sur place, en un instant, comme un baquet qu’on renverse: petit comme il était, c’était extraordinaire tout le sang qu’il avait ; il a fait un ruisseau d’au moins cinquante mètres dans la tranchée». Une exagération évidente.
Les cadavres affreux sont par ailleurs une présence qui revient à plusieurs reprises et qui est chaque fois illustrée avec une belle panoplie de détails horripilants. Le caporal Bertrand est le personnage principal du roman. Il meurt presque à la fin de la narration. Son cadavre est examiné et décrit sans épargner le moindre détail:
«C’est que le choc de sa disparition s’aggrave du spectacle qu’offre sa dépouille. Il est abominable à voir. La mort a donné l’air et le geste d’un grotesque à cet homme qui fut si beau et si calme. Les cheveux éparpillés sur les yeux, la moustache bavant dans la bouche, la figure bouffie, il rit, il a un œil grand ouvert, l’autre fermé, et tire la langue. Les bras sont étendus en croix, les mains ouvertes, les doigts écartés. Sa jambe droite se tend d’un côté ; la gauche, qui est cassée par un éclat et d’où est sortie l’hémorragie qui l’a fait mourir, est tournée toute en cercle, disloquée, molle, sans charpente. Une lugubre ironie a donné aux derniers sursauts de cette agonie l’allure d’une gesticulation de paillasse». Le grotesque affiché, les bras en croix, une lugubre ironie. 
Pour conclure, la dégradation grotesque de la figure humaine dans Le Feu ne saurait être réduite à un simple procédé de reportage réaliste ou à de la propagande pacifiste primaire. Elle constitue le nœud esthétique d'un véritable théâtre de la cruauté. Si Henri Barbusse mutile le corps de ses personnages avec une violence textuelle si acharnée — qu’il s'agisse du pauvre Poterloo crucifié, du digne Bertrand défiguré ou de la dissolution cauchemardesque de Lamuse —, c'est pour opposer au sadisme de la machine de guerre industrielle le sadisme de sa propre plume. L'introduction paradoxale du jeune sergent intact au chapitre XII, loin d'atténuer cette noirceur, agit comme un piège pathétique qui souligne par contraste la fatalité du gâchis humain. Ainsi, les intuitions stylistiques de Leo Spitzer se confirment : l'urgence idéologique du pacifisme fusionne avec une fascination expressionniste pour l'informe et le macabre. En transformant le cadavre du poilu en un miroir hideux et grotesque de la barbarie européenne, Barbusse ouvre la voie à une modernité littéraire hantée par la chair cassée. Il jette ainsi les bases esthétiques d'un autre chef-d'œuvre de la démythification guerrière, publié seize ans plus tard : le Voyage au bout de la nuit de Louis-Ferdinand Céline, où la guerre ne sera définitivement plus qu'un « abattoir international en folie ».