sabato 12 settembre 2026

Naza, un film a Venezia

Yuval Abraham  e Rachel Szor

Cristina Piccino 
"Naza", tecniche di genocidio spiegate dagli esecutori

il manifesto, 12 settembre 2026

«Naza» è la parola con cui l’esercito israeliano indica le «vittime collaterali» a Gaza, intere famiglie palestinesi che possono essere uccise per colpire un obiettivo strategico, quasi sempre un miliziano di Hamas nella propria casa. Se poi è lì davvero, o se è il target giusto poco importa, e tantomeno è in questione la morte di innocenti. C’è anzi un numero di «Naza» permesso che si alza secondo il grado di importanza del nemico da colpire: per gli «junior» può essere venti, per le gerarchie anche illimitato. A spiegarlo con precisione sono i militari dell’intelligence israeliana, corpi speciali che da remoto hanno messo in pratica quella macchina dello sterminio capillare, costruita e rodata negli anni dallo stato di Israele grazie alla tecnologia, a cui oggi l’Intelligenza artificiale offre una strumentazione ancora più feroce. E che dopo l’attacco del 7 ottobre è stata portata a una piena realizzazione.

«Naza» diventa infatti man mano che la guerra va avanti un concetto che dimentica gli obiettivi militari, i terroristi, Hamas, e indica invece la sola volontà di uccidere il numero più alto di palestinesi possibile: uccidere per uccidere con l’indifferenza di una totale disumanizzazione – «era come un videogame» dicono i militari dell’Idf – che per alcuni è addirittura un «divertimento», l’eccitazione orgogliosa dello scopo di odio e vendetta raggiunti. Sembra un’allucinazione dell’orrore, è la realtà in atto.

A RACCOGLIERE le parole di questi militari, uomini e donne sono Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani di No Other Land realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Naza, il documentario presentato ieri in concorso alla Mostra di Venezia sarà nelle nostre sale il 28-29-30 settembre: «È molto importante avere la distribuzione in Italia perché come ben sappiamo è uno dei pochi paesi in Europa insieme alla Germania che blocca le sanzioni contro Israele e anche la fine dell’accordo commerciale che c’è tra Stati Uniti e Israele», spiega Yuval Abraham.

Naza lavora su una serie di testimonianze pubblicate già su Local Call, +972 Magazine (qui sul manifesto del 5 aprile 2024) e sul quotidiano inglese The Guardian, che ha prodotto il film insieme al regista Jonathan Glazer e a James Wilson. Ascoltarle però da chi ha compiuto queste azioni muta la nostra prospettiva. Per la prima volta non siamo cioè testimoni di quanto accade a Gaza, ma ci troviamo all’interno di un sistema del fascismo quotidiano che agghiaccia, ed è chi commette il genocidio a dirne il funzionamento senza rimorsi né particolari emozioni.Un momento di “Naza”

Ci sono alcune parole ricorrenti nei racconti dei militari che rivendicano il loro status elitario e di sinistra. Una è «pulizia»: dovevamo pulire, ripetono. Così dopo avere ucciso a distanza, chi era sul campo bruciava le case in modo da cancellare qualsiasi traccia dei palestinesi, delle loro esistenze, della loro memoria. L’altra, ovviamente, è «uccidere». Ci dicono come sparavano alle persone che correvano verso il cibo, osservandole cadere in remoto, mentre le mani tracciano il disegno dei corpi che crollano. O spiegano quelle linee mai tracciate che i palestinesi senza saperne l’esistenza non dovevano superare. Un bambino che si è avvicinato è stato ucciso senza ragione, il corpo mangiato dai cani, ma Gaza dicono ancora «è piena di corpi».

IL PROGRAMMA Lavender, tecnologia raffinata al servizio delle pulizia etnica, utilizza i telefoni dei palestinesi per entrare nelle loro vite prima di spezzarle, costruisce un algoritmo delle possibili connessioni o complicità dove il margine di errore è sempre molto largo. Dentro di esso anche frasi innocue assumono un diverso significato, se una bambina dice «papà è a casa» significa che è un terrorista e l’intera famiglia, forse il palazzo saranno rasi al suolo. Se chiede alla madre quando rientra, lo stesso.

Gli archivi ci mostrano però che questa sorveglianza risale almeno al 1967, grazie al controllo di Israele su chi garantiva le infrastrutture a Gaza (come la telefonia) in una storia che ha sempre cancellato dalla Nakba in poi la presenza palestinese, a Tel Aviv ne è rimasta traccia solo in una casa.

GLI INCONTRI sono girati di notte, un cartello iniziale ci dice che i volti e le voci delle persone intervistate sono stati modificati per proteggere l’anonimato. Abraham ascolta, pone domande. Intanto le finestre dei palazzi ci rimandano la vita nelle case di Tel Aviv: la tv con la propaganda sempre in onda, una mano che raccoglie le briciole della cena, una coppia su un divano, qualcuno che legge. In basso i locali sono pieni di gente, il traffico luminoso scorre sul lungomare, l’eco delle bombe arriva da lontano: «Il mio ruolo è tecnico, non è prevista una posizione morale» risponde uno dei militari a Abraham. E in questa frase affiora il senso del sentimento di un intero Paese, la stessa quieta indifferenza, la narrazione di un essere vittima in quello skyline che dista solo sessanta chilometri da Gaza e dal genocidio, al cui centro risiedono i palazzi dell’intelligence.

Possibile? In strada si celebra la Giornata della memoria, la cineteca di Tel Aviv propone Shoah di Lanzmann. Il riferimento all’Olocausto e ai nazisti torna in diverse dichiarazioni dei soldati, del resto è un elemento fondante di quella società – insieme ai miti biblici – che Netanyahu ha strumentalizzato dal 7 ottobre con spudoratezza, quasi a legittimarvi il proprio agire, opponendo l’antisemitismo alle critiche alla sua politica.

«Penso

«PENSO ancora che i nazisti siano il male, ma io allora chi sono?» si chiede uno degli intervistati. Ci vuole molto coraggio a porre come fa il film questi interrogativi alla società israeliana (e non solo). «Primo Levi ha parlato di disumanizzione, di un essere umano che diventa non umano. Ci sono tante differenze, naturalmente, tra l’Olocausto e quello che succede a Gaza, ma una cosa coerente in questi casi è la questione della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per poter andare avanti. Rispettare la memoria dell’Olocausto significa rafforzare la nostra fiducia nei diritti umani e nell’empatia nei confronti delle altre persone» dice Abraham. E questo film le impone a chi distoglie lo sguardo, opponendosi a quella normalizzazione del genocidio con domande che si continuano a evitare.

La classe operaia

Carlo Verdelli 
Le tute blu schierate a destra

Corriere della Sera, 12 settembre 2026

C’era una volta la classe operaia. E c’è ancora, con numeri anche rilevanti. Basti pensare ai 2.500 licenziamenti nell’indotto dell’ex Ilva di Taranto, che il governo sta provando se non altro a congelare. Oppure ai tre morti sul lavoro al giorno, statistica implacabile, correttivi impalpabili, una notizia enorme che però non diventa quasi mai notizia. Le «tute blu» si sono stinte. In questa campagna elettorale non compaiono, non vengono nominate, come se le forze politiche di sinistra avessero deciso che quell’etichetta, «classe operaia», non fosse più un riferimento imprescindibile.

Figurarsi la lotta di classe: anche nelle forme più drammatiche di contrattazione sindacale (76 tavoli di crisi aperti al ministero delle Imprese, più di 50 mila posti a rischio), passa ormai come un tema considerato divisivo, tipo la tassa sugli extraprofitti o la patrimoniale per i più ricchi. E così, insieme alla lotta, è uscita dal discorso anche la classe, e con lei gli operai e le operaie che ancora contiene. Che non sono pochi, tutt’altro: 9 milioni e mezzo, quasi un terzo degli occupati totali.

Muratori, carpentieri, piastrellisti, ponteggiatori, saldatori, tornitori, fresatori, addetti alle linee di produzione (le vecchie catene di montaggio), assemblatori, manutentori meccanici, carrozzieri, verniciatori, braccianti, carrellisti, magazzinieri, stampatori, falegnami, cucitori, minatori. Non lottano più insieme a nessuno, non sono più nemmeno considerati una categoria omogenea, come il ceto medio produttivo a cui verrà invece dedicata particolare attenzione nella manovra economica 2027, o almeno così dice Giovanni Donzelli, esponente di rilievo di Fratelli d’Italia, nel caso in cui dovessero rivincere loro le elezioni. Non c’è uno che dica, dall’opposizione: la manovra 2027, nel caso toccasse a noi governare, dedicherà particolare attenzione agli operai. Anche se di bisogno un po’ ne avrebbero.

Un livello base, non specializzato, guadagna tra i 1.300 e i 1.500 euro netti al mese; al massimo delle qualifiche possibili, arriva a 2.000. In mezzo ci sono gli «esperti», che oscillano intorno ai 1.700 euro. In un confronto con l’anno Duemila, al netto degli effetti dell’inflazione, la retribuzione reale è rimasta sostanzialmente la stessa: la peggiore d’europa dove i salari, nello stesso periodo, sono cresciuti mediamente del 35%. Non bastasse, il costo della vita non si è fermato: più 60% rispetto all’inizio di questo secolo. Prendiamo il caso del pane: sempre nel Duemila per comprarne un chilo servivano 19 minuti di lavoro, adesso ce ne vogliono 29.

Perdita di potere d’acquisto, consapevolezza di essere scivolati ulteriormente di qualche gradino nella scala sociale, difficoltà crescenti a tirare la fine del mese o a fare studiare i figli oltre la scuola dell’obbligo, sostanziale perdita di ogni ancoraggio politico: una preda sociale prelibatissima, e infatti lo è diventata. Non tanto, però, per il variegato fronte progressista, che pare essersi scordato il proprio presente storico, ma a sorpresa per le forze di destra che sono state abilissime a tracciare un nuovo limite di demarcazione: non più tra classi sociali divise dal reddito ma da un più grossolano distinguo tra élite e popolo. «Noi siamo gente del popolo, la sinistra lo ha abbandonato», ha infatti vibrato Giorgia Meloni nella festa di Bari per il record di durata del suo governo. E se il popolo, cioè voi e quindi noi, soffre è perché le élite stanno coi migranti, che rubano il lavoro ai «nostri», violentano le nostre ragazze e altre enormità che soltanto la versione bruta della propaganda può concepire e proporre a martello. Però funziona, e non soltanto in Italia. Nel land Sassonia-anhalt, il 61% dei consensi per l’ultradestra di AFD (Alternativa per la Germania) è stato un voto operaio. E tra le parole d’ordine del vittorioso Ulrich Siegmund, ex manovale edile con dichiarate nostalgie naziste, c’è lo stesso mantra: noi popolo, loro élite.

Quando era ancora segretaria della Cgil (2010-2019), Susanna Camusso, reduce da un lungo viaggio in 400 realtà aziendali in giro per l’italia, confessò che il sentimento prevalente che le sembrava di cogliere tra le migliaia di operai incontrati non era la rabbia, lo sconforto, o la paura di perdere quel poco che si aveva. Il sentimento prevalente era la solitudine, il sentirsi dimenticati.

Qualcuno ha trascurato l’osservazione, altri ne hanno fatto tesoro. La classe operaia non va più in paradiso. Piuttosto si sparpaglia, vota di volta in volta chi le pare (dalla prima Lega in avanti), e se a destra c’è qualcuno o qualcuna che la fa risentire viva, che le dà una causa per cui battersi, poco importa che sia vera o montata ad arte, non c’è più spirito d’appartenenza che tenga. La classe operaia va anche all’inferno, con quelle destre che una volta, tanto tempo fa, erano i partiti dei padroni, quindi del nemico. Ma una volta era tutto diverso.

Gli Etruschi

Carlo Franco
Gli Etruschi dal fascismo al marxismo, studi e fortuna

il manifesto, 6 settembre 2026

Ormai è chiaro. Non basta più chiedersi «Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?» – la domanda va estesa: «Qui nous délivrera des Étrusques?». Domani, forse, anche altre genti reclameranno un posto nella formazione dell’Italia, antiqua mater immaginata: frattanto, il momento di Celti e Veneti è già passato. È un fatto, dunque, che dalle grandi mostre toscane del 1985, a quella veneziana del 2000, fino al successo dei bronzi di San Casciano nel 2022, il mondo etrusco stia occupando in Italia uno spazio pubblico visibile, che di tempo in tempo giunge fino alla divulgazione televisiva (quella seria: La straordinaria storia dell’Italia antica, 1983). In corrispondenza, attiva è anche la riflessione storiografica. Grandi ‘classici’ come L’arte degli etruschi. Produzione e consumo di Mauro Cristofani (Einaudi 1978) e la Storia degli Etruschi di Mario Torelli (Laterza ’81) hanno avviato un ripensamento importante interdisciplinare, che ha coinvolto archeologi e storici. Verso la ricerca storica è andato di recente Il mito della prima Italia. L’uso politico degli etruschi tra fascismo e dopoguerra di Andrea Avalli per Viella (vd. «Alias-Domenica», 21 luglio 2024).

Marie-Laurence Haack, dopo aver condotto e promosso stimolanti ricerche sulla presenza etrusca nella cultura moderna, cura gli atti di un convegno tenuto nel 2021 ad Amiens, che mette a fuoco una stagione intensa e produttiva: Rouges Étrusques Marxisme et étruscologie au XXe siècle (Giorgio Bretschneider Editore, pp. XXVI-244, € 89,00). Studi etruschi si conducono per tutto in Europa: ma al centro di questo libro è soprattutto l’Italia. E non perché (salvo localismi tosco-umbri) si voglia dire «nos ancêtres les Etrusques».

La costruzione della moderna «italianità», incerta e ondivaga, prima e dopo l’Unità, ha chiamato in causa il mondo etrusco in modi differenti, giacché mossa talora da convinzioni più ideologiche che scientifiche. Non a torto: il ‘senso’ dell’Italia preromana è tema storiografico dibattuto almeno dai tempi dei neoclassici Niebuhr e Micali. Di volta in volta, si sono visti gli etruschi come toscani, italiani, e perfino come proto-europei, o invece come una presenza ‘coloniale’, portata da migranti allogeni: impossibile, in tal caso, fare degli italiani i loro «tardi nipoti», come scriveva un archeologo un secolo fa. Sul piano artistico, l’ansia romantica di «originalità» vide soprattutto la produzione etrusca come troppo dipendente da modelli greci, perché vi si potesse riconoscere l’impronta del «genio italico».

Una svolta notevole si verificò nel secondo dopoguerra, quando all’etruscologia si applicarono problematiche e schemi marxisti, nella teoria e talora nella prassi. Ne venne segnata fortemente una generazione di studiosi, di livello molto alto, a cominciare da Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), la cui ricerca non lineare fu marcata da una Palinodia (1942): influente fu anche l’opera di Emilio Sereni. Specialmente considerata qui è la figura di Mario Torelli (1937-2020), allievo di Massimo Pallottino, poi vicino a Bianchi Bandinelli: archeologo di vasta prospettiva, tenne insieme lo scavo e lo studio, portando nei suoi lavori i quesiti del materialismo storico, l’analisi delle forme sociali, economiche e politiche, e insieme una formazione «tecnica» estesa e solidissima.

La stagione dell’etruscologia «rossa» mosse dalla lettura di Gramsci, poi da pagine di Marx, finalmente corroborate delle Formen, su cui si lavorò intensamente. Fu particolarmente vivace dagli anni sessanta agli anni ottanta del secolo scorso, e significativa ne è l’influenza negli studi successivi. Si formò un gruppo di studiosi, inizialmente riuniti intorno alla rivista «Dialoghi di archeologia», con l’esigenza di prendere le distanze da prospettive «borghesi» ritenute contaminate dal fascismo: tuttavia, definire le università italiane del tempo «in molti casi ancora dominate da professori di origine fascista, in particolare negli studi di storia e archeologia dell’antichità» (p. 195) appare eccessivo.

Nei primi tempi, per vari motivi, la nuova prospettiva suscitò reazioni avverse: quasi si trattasse di marxisti archeologi, e non invece di archeologi marxisti che ebbero sempre saldo il metodo. Essi infatti rispettarono una delle memorabili Regole del giuoco nello studio della storia antica enunciata da Arnaldo Momigliano (1974): «Erodoto non diventa un documento di lotta di classe perché lo studia uno storico marxista». Così la ricerca sull’arte e la società etrusca, pur considerando i rapporti di produzione oltre allo studio delle forme, costruì ricerche solidissime, aperte a fecondo dialogo interdisciplinare con storici e altri antichisti. L’impegno a tenere insieme la tecnica e la prospettiva «politica», la tensione verso un marxismo non dogmatico come «strumento di ricerca storica» (Coarelli) garantì una vivacità di dibattito e una ricchezza di risultati, oggi difficilmente immaginabili. La prospettiva politica non era debordante (p. 131), né escludeva temi di critica d’arte, come mostra il dibattito sul carattere ‘astratto’ o invece ‘realistico’ della produzione etrusca.

Il dibattito ebbe momenti di rilievo anche fuori d’Italia: in URSS gli studi incontrarono qualche difficoltà ideologica, legata anche a questioni razziali; in Francia, invece, sorse una specie di etruscologia «di destra», entro uno sguardo conservatore vivo ben dopo la fase di Vichy. Con bizzarre coincidenze: chi valorizzava i coloni francesi in Africa argomentando che erano eredi di quelli romani attingeva al repertorio fascista italiano del «Ritornando dove già fummo» (in Francia, il marxismo suscitò soprattutto studi di storia greca, con riflessi anche italiani).

Che l’etruscologia sia stata (e sia ancora) una scienza politica ritiene Haack in un contributo su Etruscologia e ideologia nel XX secolo, apparso nel 2024. Il tema torna, in prospettiva più larga, nella ricerca di Stefano Bruni Gli Etruschi e la cultura italiana dal Re Buono alla presidenza Einaudi (Edizioni ETS, pp. XIX-226, € 30,00): un libro ricco di materiali e riflessioni ponderate, purtroppo stroppiato da refusi (la didascalia «erifinnero», oscura più della lingua etrusca, accompagna l’immagine di un chiudilettera del 1950 con l’immagine della chimera: p. 164, fig. 2.100). La periodizzazione di Bruni, differente da quella di Haak, riflette una differente impostazione del problema. La prospettiva di metodo è molto netta. Al centro è il rigetto (che fu già in Bianchi Bandinelli) dell’archeologia come «evasione», e degli Etruschi come popolo dei «misteri». Lo si vede dalle pagine iniziali, in cui si rintraccia la faticosa conquista di uno sguardo storico sull’arte e la civiltà etrusche, quando lo storicismo tedesco ottocentesco subentrò all’erudizione degli antiquari nostrani. Il cammino percorso negli ultimi due secoli è enorme: nel 1828 Karl Otfried Müller descriveva l’arte etrusca come «una pianta estranea che il suolo e il clima non hanno prodotto e non possono sostenere; muore quando cessa l’influenza straniera». Tanto pesava in Germania il condizionamento della mitizzata cultura ellenica.

Due grandi arcate compongono il volume: una sulla presenza del tema etrusco nella cultura italiana fino al 1936, l’altro sulla ‘fortuna’ della Chimera di Arezzo. Questo sguardo molto largo verso il «caleidoscopio» etrusco è sorretto da ricca documentazione di immagini (che restituiscono le diramazioni di reperti più o meno famosi entro le arti anche minori), e da una amplissima documentazione bibliografica, che restituisce la dimensione del lavoro svolto, dalle monografie ai saggi scientifici, dalle riviste d’arte ai cataloghi di esposizioni: ed è giusto così, per ribadire che gli studi classici esigono ancora la conoscenza delle ricerche pregresse (prassi oggi distrutta dal presentismo bibliografico).

Pagine di grande interesse ripercorrono la ‘fortuna’ dell’Apollo di Veio nella ricerca, nella divulgazione, nelle differenti riproduzioni: è il più famoso reperto etrusco rivisitato nell’arte novecentesca. Fu prescelto da Margherita Sarfatti per la copertina del catalogo di Novecento italiano (1926), mentre la Chimera veniva rivisitata in opere di Cambellotti, Martini o Romanelli, e divenne nel dopoguerra l’icona di Arezzo. La riflessione di Bruni sull’etruscologia fascista guarda oltre le pubblicazioni ‘tecniche’, e considera la varia rifrangenza dei differenti ‘fascismi’, a componente «clericale-monarchica, liberal-conservatrice e… “di sinistra” con atteggiamenti anticapitalistici» (p. 42).

Ne viene tra l’altro un riuscito ripensamento di momenti centrali, come il Congresso etrusco del 1926: in una fase in cui gli studi sul mondo antico, anche specialistici, erano estesi anche a un pubblico più largo, per consapevole scelta politica (anche se l’interpretazione della lingua etrusca non arrivò allora a risultati decisivi, come s’attendeva il cosiddetto Duce). Lo sforzo che in momenti diversi fu fatto per inserire la Chimera e poi l’Apollo nella storia dell’arte italiana ricorda che il tema era politico, in qualche modo, già prima del Ventennio. Lo ricordano i numerosi letterati che attinsero all’immaginario etrusco: compreso l’accorto e abile D’Annunzio (né solo per il suo «mare etrusco/ pallido verdicante/ come il dissepolto/ bronzo dagli ipogei»). Ogni lettore curioso troverà nel libro spunti e agnizioni stimolanti.

P.S. Quanto al quesito iniziale. Tra le finte restaurazioni classiche di un improbabile ministro, procede rapida la cancellazione dello sguardo storico su greci, romani (ed etruschi) dalla memoria culturale italica. Li sostituisce non già la storia globale (come credono a Viale Trastevere), ma il culto della Tecnica, o peggio. Considerando il presente, e le prospettive del futuro, gli antichi sono un porto confortevole da cui non giova per nulla essere liberati (persino quando l’antichità appare in rumorose e violente reinvenzioni filmiche anglosassoni).

La chiusura dei bar

Federico Genta
Costi alle stelle e il tramonto di un rito: in dieci anni sono spariti oltre 20mila bar
La Stampa, 12 settembre 2026

TORINO. Calano i clienti e aumentano le spese. Così i bar d’Italia chiudono, o meglio si trasformano. Sono ancora uno dei simboli dell’Italia, loro malgrado vittime di una socialità che con il tempo è cambiata, stravolta dall’innovazione digitale e dall’esplosione dei social. Il bar era la seconda casa del paese, il luogo preferito dove leggere i giornali, ascoltare musica, giocare a carte o a biliardo - prima dell’avvento delle slot -, guardare la televisione. Oggi quell’Italia non c’è più. Da un pezzo le serie tv si guardano in casa propria, le chiacchiere si fanno tra Facebook e Instagram, e soprattutto gli incassi da caffè, brioche e aperitivi spesso non bastano a coprire i costi d’impresa. Può essere questa la sintesi del rapporto presentato da Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei pubblici esercizi. Un’indagine sulla demografia d’impresa negli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2025, che fotografa successi e difficoltà.

Il numero che colpisce di più: in tutta Italia sono 22.300 i bar scomparsi. Con una precisazione importante: non si tratta di vere e proprie chiusure di attività, piuttosto di una lenta e inevitabile trasformazione che segue le nuove esigenze dei clienti. Tradotto: al loro posto sono arrivati ristoranti e take away, con effetti non sempre positivi. Ecco perché il calo complessivo, che tiene conto di tutti i pubblici esercizi, gelaterie comprese, si riduce a meno di diecimila unità. Così il settore si conferma un indispensabile presidio di prossimità su tutto il territorio nazionale, con appena 162 Comuni - su 7.900 - sprovvisti di qualsiasi attività.

Non è il turismo, quello consolidato come quello emergente, a salvare i caffè: basta leggere i numeri raccolti da Confcommercio ed elaborati dal Centro studi Tagliacarne. Fanno effetto gli oltre mille bar scomparsi a Roma, oltre un quinto in dieci anni. Fanno peggio Torino e Trieste, rispettivamente meno 22,1 e 23,4%. E non va meglio nelle isole: Cagliari perde il 20,8%, Palermo il 19,6%. In controtendenza una fetta di Mezzogiorno: fermandosi ai capoluoghi, le statistiche sono positive a Napoli (2,2%) e Potenza (2,3%). Perché, estremizzando un po’, i bar crescono ancora nelle città del Sud e calano al Nord? «Perché il mercato nelle regioni settentrionali è più maturo, nel Mezzogiorno invece è ancora visto come una leva di autoimpiego, una realtà dove il livello di disoccupazione è molto alto», spiega Luciano Sbraga, direttore del Centro studi. Il fenomeno è più evidente ancora se si prendono in considerazione tutte le imprese del settore: in testa alla classifica per saldo positivo ritroviamo Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a confermare come la ristorazione sia ancora oggi un’occasione impiego e sviluppo.

Ma guai a parlare di “mangificio”: «Proprio questa indagine sfata il mito che dentro i centri storici tutti i negozi stiano scomparendo per lasciare spazio alla ristorazione - conferma Sbraga -. Piuttosto compensano la progressiva scomparsa dei caffè, senza snaturare l’offerta di servizi a cittadini e turisti». A preoccupare, invece, è la crescita dei take away, ovvero cibo da asporto da consumare altrove. L’attività imprenditoriale è sicuramente conveniente: personale ridotto al minimo, spazi contenuti, gestione dei rifiuti ridotta quasi a zero perché tutto viene dirottato all’esterno: le pietanze, appunto, ma spesso anche il baccano e quei disagi che alimentano da tempo il dibattito sulla malamovida.

«Il focus dell’indagine ha riguardato l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, dove si rilevano profili che oggi impongono attenzione - dice Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio -. In queste aree le dinamiche del mercato hanno spesso portato ad un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio e di spazi ridotti all’osso il punto di forze del business. Il risultato sta nella crescita di rilevanti esternalità». L’indagine sottolinea come proprio le forme di vendita aggressive, focalizzate principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, alimenta l’abuso di alcol e il degrado urbano a danno di cittadini e imprenditori. «Va ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici - chiede Stoppani -. Lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività è un rimedio peggiore del male».

Aurora e Rugiada

Gianfranco Pellegrino
Bonino, Aurora, Rugiada e il senso di una maternità

Domani, 11 settembre 2026

Molte persone hanno idee chiare, talvolta condivisibili, ma non vivono all’altezza di queste idee. Succede anche a chi ne ha di vaghe e poco condivisibili. Difensori della famiglia presuntamente naturale che crescono figli e figlie fuori da una famiglia naturale. Avversari dei diritti dei migranti che dei migranti si servono ogni giorno. Il problema non è che vivano diversamente da come predicano: è che pretendano di imporre per legge agli altri ciò che non chiedono a sé stessi. È l’eterno ritorno della Fattoria degli animali di Orwell: taluni animali sono più eguali degli altri. Persone del genere impongono le proprie idee in un senso molto forte: impongono agli altri pesi che loro non sopportano.

Nella vita pubblica italiana Emma Bonino (scomparsa l’11 settembre all’età di 78 anni ndr) è stata fra le persone più distanti da tutto questo. Che si fosse d’accordo o meno con quanto sosteneva, era difficile non pensare a lei quando si parlava di coerenza fra teoria e pratica, fra ideali e vita. Emma Bonino ha abortito quando l’aborto era illegale, ha subito l'umiliazione della clandestinità, e ha voluto per tutta la vita risparmiare alle altre donne quest’umiliazione. Ha difeso quella scelta senza pentirsene, ma senza negare che abortire possa essere doloroso. Non bisogna soffrire, però, per meritare la libertà.

Emma Bonino ha sopportato il maschilismo della politica italiana, insieme ad altre: dal biglietto di Francesco Cossiga (dopo un suo intervento in Parlamento: «Cara collega, lei oggi è proprio elegante») all’essere considerata una naturale candidata alla presidenza della Repubblica, talmente naturale da non esserlo mai. Ma ha sopportato anche la crudeltà inflitta alla sua militanza: per esempio, l’accusa di aver ucciso bambini, per aver contribuito a liberare le donne italiane dalla piaga dell’aborto clandestino.

La vita e le idee


Durante quella militanza si affezionò a due donne che avrebbero voluto abortire e non vi erano riuscite. Quando nacquero le loro bambine, Aurora e Rugiada, le accolse e se ne prese cura per alcuni anni. Non sappiamo se nelle sue scelte pesassero le accuse ricevute, e non serve immaginarlo. Conta ciò che fece. La scelta di venire a patti con la vita, e di integrare la vita con le idee.

Se quelle gravidanze fossero state interrotte, quelle bambine non sarebbero nate. Non nascono neppure tutti i figli di progetti che non realizziamo, i figli dei nostri io adolescenti, e già fertili, che però decidono di studiare, di progettare famiglie migliori, e così via. Non concepire e interrompere una gravidanza non sono la stessa cosa. Ma non abbiamo il dovere di far nascere ogni persona possibile. Abbiamo invece il dovere di prenderci cura di quelle che nascono. E questo non è in contraddizione con la libertà di non fare figli, di partorire in anonimato affidando il neonato alla protezione altrui, di interrompere una gravidanza. Accogliendo quelle bambine, Emma Bonino ha vissuto all’altezza delle sue idee sull’aborto.

Un’idea di genitorialità


Non ha avuto figli, diceva, perché ci vuole coraggio a essere genitori per sempre. Possiamo leggere in queste parole anche il peso di una concezione della genitorialità, soprattutto materna, come dedizione senza limiti e senza fine. Non sappiamo se fosse questo a trattenerla. Ma la sua esperienza ci permette di porre una domanda diversa: se essere genitori fosse, come tutte le cose di questo mondo, e tutte le cose anche molto belle, come sono le cure, una faccenda fluida, slabbrata?

Un genitore, uno zio, un amico, un tutore non hanno le stesse responsabilità. E chi dipende dalle nostre cure ha bisogno di continuità, non di essere lasciato alla mutevolezza dei nostri sentimenti. Ma da questo non segue che ogni cura debba durare tutta la vita, o che quella offerta per un tratto di strada valga meno. Perché gli esseri umani debbono sempre civettare con l'idea di eternità, quando nella transitorietà duratura dei sentimenti c'è così tanto?

venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino

Fabio Martini
Addio a Emma Bonino, una vita radicale. Le battaglie, l'Europa, il faro dei diritti

La Stampa, 11 settembre 2026 

TORINO. Nel corso dei suoi 77 anni di vita è stata l’artefice di eventi spartiacque, mai accaduti prima di lei. Certo, Emma Bonino è stata protagonista di battaglie collettive diventate proverbiali – a cominciare da quella per l’aborto - e tuttavia il suo spirito battagliero aveva finito per portarla su trincee disertate dagli altri, mai sperimentate prima. Mai una donna impegnata in politica era finita in carcere così tante volte per disobbedienza civile. Mai due laici anti-clericali, come Emma Bonino e Marco Pannella erano riusciti a farsi rispettare e ricevere da Papi così diversi, fino al punto che un anno fa Francesco era andato a trovare a casa la leader radicale appena uscita dall’ospedale e in quella occasione le disse: «Su diversi temi non siamo d’accordo ma su altri sì e però io sono vecchio e sto per morire e tu che sei giovane, sbrigati a guarire e a portare avanti le nostre idee». E sul piano istituzionale era stata la prima (e ultima) esponente radicale a diventare ministra e d’altra parte mai il simbolo del partito di Pannella aveva raggiunto un risultato così alto come quando aveva preso il nome di Lista Bonino: l’8.5% alle Europee 1999.

Due volte ministra, più volte parlamentare italiana ed europea, vicepresidente del Senato , Commissaria europea, per Bonino tante battaglie condotte sempre con uno stile diverso da quello dominante in questa fase politica: le parole di Emma Bonino erano sempre asciutte, prive di retorica o di autocommiserazione. Mesi fa, quando era tornata dopo un periodo di terapia intensiva nella sua casa romana di Campo dei Fiori, a chi le aveva chiesto, «Emma, come stai?», lei aveva risposto senza un grammo di enfasi: «Come una che esce dall’ospedale dopo dieci giorni».

La piazza e le lotte

Aveva sempre mantenuto lo spirito della terra nella quale era nata, a Bra il 3 marzo del 1948, e dove era cresciuta: in una cascina agricola in provincia di Cuneo, con un padre contadino «che parlava solo in dialetto» e una madre casalinga «che non parlava mai». Seconda di tre figli, a piedi nella neve per arrivare a scuola, l’università a Milano, Facoltà di Lingue alla Bocconi. Ha raccontato lei: «Prima di incontrare i Radicali ero una contadinotta cicciottella. Ma non male…». Nel 1975, assieme alla prima tessera radicale, anche il primo arresto provocato da un’autodenuncia: assieme a Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio dichiara di aver praticato aborti. Anni dopo sarà arrestata anche negli Usa e in Afghanistan, sempre dopo episodi di disobbedienza civile che per i Radicali sono sempre consistiti nel provocare una reazione dura delle autorità, nell’essere pronti a pagare di persona, perché l’obiettivo è provocare uno scandalo pubblico. Una tecnica opposta, per dirne una, a quella della Flotilla.

L’impegno internazionale e i diritti umani

E non era mai accaduto, sulla scena politica italiana, che i protagonisti di un’aspra battaglia politica, anni dopo chiedessero scusa per il loro comportamento. Nel 1978 i Radicali erano stati in primissima linea nella campagna che portò alle dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, ma 22 anni dopo, quando era diventato chiara la pretestuosità delle accuse, in occasione del novantesimo compleanno dell’ex Capo dello Stato, Pannella e Bonino gli scrissero una lettera pubblica di scuse: «Le siamo grati per la grande e unica dignità dimostrata dopo le sue dimissioni».

Una vita privata riservata

Hanno lasciato un segno permanente le battaglie di Bonino per il diritto internazionale: è stata ideatrice e promotrice della Corte penale internazionale, delegata all’Onu per la moratoria sulla pena di morte, fondatrice dell'organizzazione internazionale “Non c’è pace senza giustizia” per l'abolizione delle mutilazioni genitali femminili.

Battaglie condivise sempre con Marco Pannella: i due si stimarono a lungo, anche se negli ultimi anni di vita il proverbiale egocentrismo del leader radicale lo portò ad attribuirsi i successi e gli incarichi politici di Bonino. Fu l’occasione nella quale lei non si tenne: «Ma sei scemo?»

Sulla propria vita personale Bonino aveva mantenuto sempre riservatezza, rivelò soltanto che negli anni Settanta aveva avuto in affidamento due bambine, Aurora e Rugiada e di lei erano note due relazioni sentimentali con altrettanti militanti radicali. Nel 2015 l’annuncio, da Radio radicale, di un tumore al polmone, la guarigione e poi il graduale decadimento. Negli ultimi anni non aveva rinunciato al rito della sigaretta. E a chi le chiedeva perché, lei rispondeva: «Come diceva mio papà: io voglio morire malata, non voglio morire sana».

Pasolini passa a Feltrinelli

Graziella Chiarcossi

Cristina Taglietti
Sorpresa Pasolini: i suoi libri passano da Garzanti a Feltrinelli
Corriere della sera, 11 settembre 2026

MANTOVA La notizia è un piccolo terremoto nel mondo editoriale italiano: Pier Paolo Pasolini cambia casa. A partire da febbraio 2027 i suoi libri, oggi pubblicati da Garzanti, entreranno progressivamente nel catalogo Feltrinelli che assumerà anche la gestione dei diritti di traduzione delle opere. Una scelta che segna la fine di un rapporto editoriale durato oltre settant’anni, ma che non cancella una storia profondissima, fatta di libri, battaglie culturali, momenti di tensione, affetti e di una lunga collaborazione.

«Il progetto — si legge nel comunicato diffuso ieri da Feltrinelli — rappresenta l’occasione per riportare al centro del dibattito contemporaneo il contributo di Pasolini alla cultura italiana e alla formazione della coscienza critica dei lettori, di allora e di oggi».

Nel corso del 2027 il passaggio sarà accompagnato da un articolato programma di iniziative culturali, appuntamenti pubblici e attività di comunicazione distribuite sul territorio nazionale, con il coinvolgimento delle diverse realtà del gruppo. Il programma editoriale prenderà il via a febbraio con la pubblicazione di Le ceneri di Gramsci e Una vita violenta. A maggio e giugno sarà la volta di Scritti corsari e L’odore dell’India, mentre a settembre arriverà La nuova gioventù.

«L’approdo di Pasolini alla Feltrinelli è la quadratura di un cerchio, lui più di tutti ha capito cosa ci sarebbe successo», ha dichiarato Carlo Feltrinelli nell’asciutta nota. Le ragioni del trasloco non sono note. La decisione arriva dagli eredi, in particolare da Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini e figura di riferimento nella gestione del patrimonio dell’autore, che, interpellata dal «Corriere», declina con gentilezza ogni commento, così come i vertici Feltrinelli.

Una scelta che Garzanti, pur con un non celato rammarico, afferma di rispettare. «È una decisione degli eredi che ci è stata comunicata in amicizia, perfettamente legittima e che ovviamente rispettiamo», spiega il direttore editoriale Paolo Zaninoni. «Ci dispiace, naturalmente perché dal 1955 quello con Garzanti è stato un rapporto continuo, con tante fasi, con alti e bassi come tutte le relazioni, ma molto importante». Tutto comincia nel 1954, quando Attilio Bertolucci, poeta e direttore editoriale, suggerisce all’editore di prendere in considerazione il manoscritto di Ragazzi di vita. Il libro uscirà dopo un faticoso travaglio di «autocensura imposta» (così la definì lo stesso scrittore) da Livio Garzanti che, nonostante questo inizio, resterà il suo punto di riferimento principale.

Il trasferimento, però, non significa la cancellazione immediata del rapporto tra Pasolini e Garzanti, chiariscono in Garzanti. «In parte proseguirà — sottolinea Zaninoni — perché ci sono libri di cui conserviamo i diritti ancora per alcuni anni e che continueremo a proporre». Tra questo proprio Ragazzi di vita che lo scorso novembre l’editore ha ripubblicato a cura di Maria Careri nella forma non censurata in cui Pasolini avrebbe voluto vederlo in origine, correggendo quella che Zaninoni definisce una «piccola discontinuità di idee» tra Livio e PPP. «Abbiamo la consapevolezza di avere mantenuto Pasolini al centro della vita culturale e civile» dice Zaninoni, ricordando i libri che per ora resteranno nel catalogo: l’edizione di Petrolio curata da Walter Siti e Maria Careri, ripubblicata nel 2022, e Le lettere che riunisce per la prima volta l’epistolario dello scrittore, «uno strumento formidabile per ricostruire la vita e le opere di Pasolini. Tra le pubblicazioni più recenti c’è anche Lettera al fratello, arricchita da materiali integrativi, una testimonianza della vita e della sofferenza di Pasolini legata alla morte del fratello Guido, rimasta a lungo inedita».

C’è poi il capitolo internazionale.

Garzanti ha assunto la gestione dei diritti di traduzione nel 2016 e, nell’arco di dieci anni, ricorda Zaninoni, ha concluso contratti in 35 lingue. «Un lavoro importante, soprattutto perché Pasolini, fuori dall’Italia, è stato a lungo conosciuto soprattutto come regista e autore cinematografico, mentre la sua produzione letteraria era meno facilmente accessibile. C’erano edizioni scorrette, Paesi rimasti scoperti e anche qui abbiamo la coscienza di aver lavorato molto intensamente», racconta Zaninoni citando l’edizione in arabo di Ragazzi di vita, romanzo particolarmente complesso da proporre in quel contesto culturale. Tra i progetti in corso c’è una nuova traduzione di Petrolio di Tim Parks destinata al mercato statunitense.

È attraverso Garzanti che una parte decisiva della produzione letteraria, poetica e saggistica di Pasolini è entrata stabilmente nella cultura italiana, con libri come Le ceneri di Gramsci nel 1957, Una vita violenta nel 1959, Passione e ideologia nel 1960, Poesia in forma di rosa nel 1964, Alì dagli occhi azzurri nel 1965, Teorema nel 1968, Trasumanar e organizzar nel 1971, Empirismo eretico nel 1972, Scritti corsari nel 1975.

Poco prima della morte di Pasolini, assassinato all’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975, emergono divergenze e incomprensioni, fino alla rottura culminata con la decisione della casa editrice di pubblicare le opere di Alberto Bevilacqua, autore che Pasolini non apprezzava. Lo scrittore inviò un telegramma a Livio Garzanti per chiedere spiegazioni, contestando la scelta che a suo dire tradiva «lo stile» e la coerenza della casa editrice. Einaudi pubblicherà, postumi, La bella gioventù, Lettere luterane, La divina mimesis, oltre a riproporre altri titoli che poi torneranno nel catalogo Garzanti.

Ora il passaggio a Feltrinelli, più che un semplice cambio di catalogo, sembra decisamente un nuovo capitolo della storia editoriale di Pasolini. Uno scrittore che, a cinquant’anni dalla morte, continua a mettere in discussione ogni certezza.