mercoledì 11 marzo 2026

Secoli di donne

 

Simon Vouet, Ritratto di Artemisia Gentileschi, 1623 circa, Pisa, Palazzo Blu

secoli di donne portate alla luce
L’opera della Treccani/1. Il «Dizionario biografico» dedicato alle italiane: dal Settecento al 2025, vite che sono un romanzo infinito, tale da agevolare la lettura di fenomeni di lunga durata

A cento anni dalla fondazione dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, il Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia riprende e rimette in funzione quel binomio sinergico tra principio biografico e principio saggistico-enciclopedico, che ne siglò la nascita.

Tre volumi, di testi e di immagini, tre secoli e oltre, dal Settecento ai nostri giorni, 650 biografie di donne, non solo italiane, che hanno segnato la storia del nostro Paese nei settori molteplici, e sempre più diversificati nel tempo, delle loro attività e professioni; a supporto una serie di saggi, distribuiti nei tre volumi, considerano gli snodi nevralgici, i temi portanti dell’opera, mettendo a frutto il cospicuo avanzamento degli studi di storia delle donne e della gender history, forse la mobilitazione storiografica più rilevante degli ultimi decenni alla svolta degli anni Novanta.

Nella fase in cui si va registrando il passaggio da una storia separata che ha approntato materiali, dati, accumulato temi e questioni, ad una storia integrale della cultura, come qui si propone, la biografia femminile, fra identità vera e costruzione sociostorica di essa, assume una centralità determinante, forse l’unico spazio dove si rende evidente un percorso evolutivo continuo, sebbene intermittente: come è stato detto, l’unica rivoluzione del nostro tempo. Sottratta agli schemi di “genere”, la cosiddetta biografia femminile, in assenza di una corrispondente ipotetica biografia maschile, descrive semplicemente il vissuto di una singolarità che, in quanto tale, è sempre esperienza umana intera.

Altra è la questione che ci stava dinanzi in una prospettiva storiografica, nel realizzare la struttura del Dizionario biografico e tematico delle donne in Italia: considerare e mettere in luce le vite delle donne nella storia, nei tempi e luoghi particolari, sorrette da maggiore o minore autocoscienza, in rapporto di adesione o di ribellione ai valori dell’epoca, nelle relazioni sociali, economiche, politiche, ma anche con i sogni le illusioni le passioni che appartengono all’altra dimensione, quella, non meno reale, dell’immaginario. La Vita-in-sé, e le vite delle donne in contesto, in azione: scriverne per raccontarle, senza dimenticare l’esperienza totale, individuata e unica, che abita e sottende quella storia; e quindi evitare gli automatismi del percorso cronologico chiuso nelle scansioni dei secoli, con le date previste e prestabilite, ma integrarlo in «una storia diversa» con sue proprie soglie. L’epoca è le sue individualità, e ciò vale con particolare ragione per le donne, troppo a lungo ritenute impiegate del destino, al servizio del ruolo assegnato.

Queste esigenze ci hanno convinte, negli incontri di redazione, a creare sequenze di generazioni, adottare la misura di nascita e morte, all’incrocio e attraverso i secoli.

Il primo volume (1700-1918) comprende in due sezioni il Settecento e tutto l’Ottocento fino alla Prima guerra mondiale: è l’inizio imponente e manifesto, che si può leggere quale epitome dell’intero arco dei tre secoli di cui è una parte, perché anticipa, condensata nella evidenza del procedere della coscienza femminile, dal Sette al primo Novecento, la dialettica di conservazione/mutamento, di tradizione/rivoluzione che si svolgerà nei volumi seguenti.

Il secondo volume (1919-1989) contiene il Novecento fino agli anni Novanta, preparatori del XXI secolo: tempo di smottamenti, di conflitti, di cambi di modelli culturali e di moltiplicati modi di esistenza, ma anche di ricerca di punti di orientamento nella biografia della nazione e, in essa, della storia nuova e integrale delle donne.

Il terzo volume (1990-2025) rappresenta il tratto cronologico più breve, affollato di eventi, di personaggi, di enunciati: 35 anni di contemporaneità sfuggente ed eccessiva, irriducibile a un paradigma, con la fisionomia storica inquietante di una lunga transizione senza domani, raccontata nella proiezione dei percorsi biografici che in parte vi si situano e “vanno a finire”. È forse il volume che sollecita più domande su «quel singolare passato che si chiama presente», complesso nelle molte temporalità che vi si stratificano.

Ne risulta una trama, «un romanzo infinito», tale da agevolare poi la lettura di fenomeni di lunga durata, di motivi e temi ricorrenti. A partire dai più semplici ed essenziali, patrimonio di tutte. Ad esempio, quel passaggio originario, «da un’aspirazione alla realtà» che la filosofa femminista Carla Lonzi ritrovava come filo conduttore nel racconto della sua vita, nella capacità di dirsi e non di «farsi dire da altri», di uscire dalle aspettative sociali culturali del ruolo (Lonzi 1978), rappresenta in una antropologia generale, a monte, il nucleo profondo della identità femminile. L’abbiamo vista affermarsi nei secoli, questa identità, ogni qualvolta la donna ha esercitato la libertà di attraversare un confine, fisico simbolico sociale conoscitivo, nella esperienza interiore o nella elaborazione di un pensiero (Govoni 2022).

In questo passaggio, la biografia femminile è la storia di un farsi, è perciò racconto, sempre. Questo principio narrativo è stato assunto a criterio portante della struttura dell’Opera, ne costituisce il fascino e l’attrazione di lettura, la linea direttrice che segna una prima particolarità densa di implicazioni, rispetto al modello di Dizionario biografico della tradizione europea: nella selezione di circa 650 nomi, determinata da molti fattori, non sussiste distinzione fra maggiori e minori.

Ciascun personaggio possiede la sua propria individualità narrativa, la cifra intima che non entra in nessuna gerarchia. Si tratterà ogni volta, allora, come suggeriva un grande interprete della cultura occidentale, di «percepire le voci che chiedono di noi da lontano» (J. Starobinsky). Occultata o dimenticata, la biografia femminile, modifica e riorienta verso una fruizione più ampia e democratica il concetto stesso di biografia, con il suo pregio, un tempo poco sentito nella tradizione italiana e ora al centro di un nuovo interesse, forse perché nei cambi di modelli culturali si fa viva la necessità di ricapitolare, di riconfigurare, per intero, il capitale umano residuo.

La vittoria inafferrabile


Alessia Melcangi
Se adesso Bibi bullizza The Donald
La Stampa, 11 marzo 2026

In questa guerra, capire perché sia iniziata è quasi difficile quanto capire come potrà finire. Negli ultimi mesi Stati Uniti e Israele hanno offerto spiegazioni diverse - e spesso contraddittorie - per giustificare l’escalation contro l’Iran. Dalla protezione dei manifestanti iraniani alla minaccia nucleare, le motivazioni sono cambiate rapidamente. Nemmeno dopo l’inizio delle ostilità è emersa una lettura chiara e univoca. Quando Washington ha giustificato il proprio intervento sostenendo che Israele avrebbe comunque colpito e che l’Iran avrebbe reagito contro basi e interessi americani nella regione, molti osservatori hanno evidenziato la natura circolare di questa spiegazione. Anche gli obiettivi finali, coerentemente, restano sfumati.

L’operazione è stata battezzata “Epic Fury” dagli Stati Uniti e “Roaring Lion” da Israele, ma tra i risultati evocati compaiono scenari molto diversi: fermare il programma nucleare iraniano, distruggere i suoi arsenali missilistici, o persino creare le condizioni per un cambio di regime. In questo quadro, stabilire cosa possa davvero essere considerato una vittoria è praticamente impossibile. E proprio tale incertezza sugli obiettivi — oltre che sui tempi — a spiegare perché, mentre la guerra continua, le strategie di Washington e Tel Aviv iniziano a divergere.

A Washington il tono comincia lentamente a cambiare. Sono state proprio le dichiarazioni della Casa Bianca sulla possibile fine imminente delle ostilità — accompagnate dall’ipotesi di cancellare i dazi sul petrolio — a contribuire a calmare i mercati impazziti dall’impennata dei prezzi di petrolio e gas. Non è un dettaglio secondario. È plausibile che Donald Trump stia già ragionando su una exit strategy relativamente rapida. Finché i mercati riescono a reggere grazie a misure di sostegno e interventi straordinari, il sistema tiene. Ma più il conflitto si prolunga, più aumenta il rischio che l’equilibrio si spezzi. Se a Washington cresce l’attenzione per i costi economici e politici della guerra, la stessa urgenza non appare altrettanto evidente a Tel Aviv. Sul piano operativo l’integrazione è senza precedenti: intelligence coordinata, compiti operativi divisi, rischi condivisi. Ma sul piano strategico il ritmo dell’escalation sembra spesso dettato più dalle priorità di sicurezza israeliane che da una visione americana autonoma del conflitto.

C’è però un elemento che rende questa partnership particolarmente fragile. Mentre gli eserciti si avvicinano sempre di più, le opinioni pubbliche dei due Paesi sembrano allontanarsi. In Israele la percezione della minaccia iraniana è radicata da tempo. Per gran parte della popolazione il regime di Teheran rappresenta un pericolo esistenziale e la prospettiva di un nuovo confronto militare era considerata quasi inevitabile. Negli Stati Uniti la situazione appare molto diversa. Vari sondaggi condotti tra gennaio e febbraio indicavano che l’ipotesi di un conflitto diretto con Teheran fosse profondamente impopolare tra gli elettori statunitensi. Anche all’interno della stessa coalizione politica di Trump, in particolare nel mondo MAGA, cresce una corrente sempre più scettica rispetto alla guerra e al valore strategico del rapporto privilegiato con Israele. Le divergenze emergono soprattutto sugli obiettivi finali. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte sottolineato la necessità di creare le condizioni per un possibile cambio di regime a Teheran procedendo fino in fondo nella guerra. Donald Trump, a tratti, ha fatto eco a queste posizioni. In altre occasioni ha invece lasciato intendere una strategia più agile: quella di colpire duramente l’apparato militare iraniano per poi negoziare con ciò che resterà del sistema di potere della Repubblica islamica, purché più conciliabile con l’Occidente.

Il tempo, dunque, diventa una variante fondamentale. Più la guerra si prolunga, più diventa evidente la dipendenza operativa di Israele dagli Stati Uniti. Il sistema di difesa israeliano si basa infatti su un uso intensivo di missili intercettori estremamente costosi. Secondo diverse stime, ogni intercettore dei sistemi Arrow o David’s Sling può costare tra uno e tre milioni di dollari, mentre quelli dell’Iron Dome oscillano tra 40 e 100 mila dollari per singolo lancio. Quando gli attacchi arrivano a ondate, il conto cresce rapidamente. E gli arsenali non sono infiniti. Un conflitto ad alta intensità potrebbe consumare una parte significativa delle scorte nel giro di poche settimane, rendendo inevitabile un continuo rifornimento americano. Ed è qui che la divergenza strategica diventa decisiva. Se Washington decidesse di dichiarare raggiunti gli obiettivi principali - ad esempio l’indebolimento delle capacità militari iraniane - potrebbe scegliere di ridurre progressivamente il proprio coinvolgimento. Israele, invece, potrebbe sentirsi spinto a proseguire l’offensiva più a lungo, nel tentativo di colpire in modo definitivo la Repubblica islamica. In quel caso Netanyahu si troverebbe a continuare la guerra in condizioni molto più incerte, con crescenti difficoltà nel sostenere da solo il costo operativo di una campagna militare prolungata. In questa guerra nessuno vuole perdere. Il problema è che nessuno sembra sapere davvero come vincerla.

Quello che manca a Villepin

 

La croce di Lorena


Thomas Legrand
Elezioni 2027: Dominique de Villepin e la scommessa del gollismo di sinistra

Libération, 11 marzo 2026

André Malraux disse: "Tutti sono stati, sono o saranno gollisti". Basta osservare questa incongruenza, questa farsa: la proliferazione di questa piccola spilla con la croce di Lorena sui risvolti di molti parlamentari del Rassemblement National (RN) per capire che lo scrittore, Ministro della Cultura di de Gaulle, aveva ragione all'inverosimile. De Gaulle, il doppiamente salvatore della Francia – un fatto più evidente che mai con la fine dell'Alleanza Atlantica – aveva quasi da solo ragione nel garantire la sovranità della Francia in materia di difesa. Oggi gode di un plauso unanime ed è oggetto di un'ampia appropriazione. Ma sono proprio la figura e l'eredità gollista di Dominique de Villepin che, in questi tempi di sconvolgimenti internazionali e di divisione tra i francesi, sembrano incarnare al meglio l'eredità del generale. Questo posizionamento, data l'evoluzione del mondo e del capitalismo, apparirà come una posizione di sinistra, per quanto riguarda il posto dello Stato nell'economia e l'equidistanza critica nei confronti degli imperi russo e americano.

Dominique de Villepin – che di recente si è scagliato contro l' intervento "illegittimo e illegale" degli Stati Uniti e di Israele in Iran – sta tentando, attraverso il gollismo, di replicare la posizione "né di sinistra né di destra" (o "sia di destra che di sinistra") di Emmanuel Macron, ma su temi molto diversi: sovranità, economia sociale e sfiducia nelle élite finanziarie. Mentre è diventato subito chiaro che il "né-né" di Macron intendeva in realtà sostituire il centro-destra, l'ex Primo Ministro sotto Jacques Chirac, a giudicare dalle sue dichiarazioni, intende invece sostituire un centro-sinistra che si suppone abbia smarrito la strada in una forma di liberalismo individualista.

L'illusione che "prima le cose andavano meglio"

Rilanciare la storia della sinistra e del gollismo non è illogico. Fu quando il Paese era in pericolo che la sinistra si schierò con de Gaulle. Durante l'occupazione, Cassin, Meyer, Eboué e Moulin, tutti di sinistra, furono tra i primi e i più numerosi ad unirsi alla Francia Libera a Londra. Alla Liberazione, fu un'assemblea ampiamente dominata dalla sinistra a porre naturalmente il leader della Francia Libera alla guida del Paese, e nel 1958 fu il voto della SFIO (Sezione Francese dell'Internazionale Operaia) a consentire al generale veterano di tornare. Figure come René Capitant, Edgard Pisani e André Malraux mantennero vivo il gollismo di sinistra durante gli undici anni della presidenza di de Gaulle (1958-1969).

Per ora, bisogna riconoscere che la voce di Dominique de Villepin, sia in politica estera che nella denuncia della deriva reazionaria della destra e dei pericoli rappresentati dal Raggruppamento Nazionale, ha un peso. Questa voce distintiva probabilmente piacerà a molti elettori di sinistra, rispetto agli eccessi di Mélenchon, e colmerà il vuoto lasciato da ciò che il Partito Socialista (PS) non è in grado di articolare con sufficiente forza.

Ma c'è un enorme "ma". Rilanciare il gollismo, con il suo immaginario di brio, che la personalità cavalleresca e magniloquente dell'autore dell'iconico discorso contro la guerra alle Nazioni Unite del 2003 sa maneggiare con tanta maestria, rischia di apparire piuttosto anacronistico e futile molto rapidamente. Invocare il gollismo è un'alternativa all'autoritarismo del Raggruppamento Nazionale (RN) per promettere di porre fine all'impotenza pubblica che ha afflitto gli ultimi tre presidenti. Tuttavia, de Gaulle regnava su una Francia in cui il capitalismo di stato era potente, con confini, una moneta e un piano quinquennale molto più restrittivo. Prezzi e salari erano rigidamente regolamentati (il prezzo di una baguette era fissato dal Consiglio dei Ministri), gli appalti pubblici non erano aperti alla concorrenza internazionale, non c'erano zone umide o attivisti ambientalisti, e non c'erano standard ambientali da rispettare in ogni progetto edilizio. In breve, il governo aveva il sopravvento e le leve del potere all'Eliseo rispondevano perfettamente. Non si tratta di rimpiangere quei tempi di gerarchia nazionale, che sarebbero impraticabili nel mondo aperto e iperconnesso di oggi. No, il vero rischio, per una candidatura gollista come quella di Villepin, sarebbe quello di fomentare una forma – certamente meno reazionaria di quanto sta accadendo all'estrema destra – dell'illusorio "prima si stava meglio".

La sfida per lui, quindi, è adattare il gollismo alle "circostanze" (termine tipicamente gollista), modernizzarlo, cioè fargli identificare e affrontare i veri pericoli che affliggono il Paese (cambiamenti climatici, politiche identitarie, subordinazione alle Big Tech , ecc.). Come proporre un gollismo moderno per una società aperta? Questo è ciò che attende Dominique de Villepin se vorrà persistere a candidarsi nel 2027 sotto l'unica e autorevole etichetta gollista. Un vasto programma.


Elogio dei libri non letti

Paolo Rodari
Elogio dei libri non letti

Radio Svizzera Italiana, 9 marzo 2026

Entrare in una biblioteca domestica significa spesso addentrarsi nella biografia segreta di una persona. Gli scaffali non raccontano solo ciò che è stato letto, ma anche ciò che si è desiderato, ciò che si è inseguito, ciò che si è mancato. E, soprattutto, ciò che si potrebbe ancora diventare. È in questo spazio sospeso che Umberto Eco aveva costruito la sua idea di biblioteca: non un mausoleo della lettura compiuta, ma un laboratorio del possibile. Quando gli chiedevano se avesse letto tutti i suoi cinquantamila volumi, sorrideva. La domanda, per lui, era ingenua. La sua biblioteca era un archivio dell’ignoranza feconda, non della conoscenza già acquisita.

Eco lo spiegava con una chiarezza disarmante. In “De Bibliotheca” ricordava che «la funzione della biblioteca non è quella di mostrare ciò che sappiamo, ma ciò che potremmo sapere». E in più occasioni ribadiva che i libri non letti sono strumenti, come medicine: non si usano tutte insieme, ma si tengono pronte per il momento in cui serviranno.

Questa intuizione ha trovato eco (è il caso di dirlo) in molti altri pensatori. Nassim Nicholas Taleb, nel suo “Il cigno nero”, ha reso celebre il concetto di antilibrary, ispirato proprio alla biblioteca di Eco. Taleb scrive che «la nostra biblioteca dovrebbe contenere tanto ciò che sappiamo quanto, soprattutto, ciò che non sappiamo ancora». I libri non letti diventano così un capitale cognitivo: la misura della nostra apertura al mondo, non del nostro completamento.

Alberto Manguel, in “Una storia della lettura”, descrive la biblioteca come un organismo vivente, fatto di «libri letti, libri da leggere, libri che non leggeremo mai, ma che ci accompagnano come possibilità». Per Manguel, il lettore non è un consumatore, ma un abitante di un territorio in continua espansione. Ogni libro non letto è una porta socchiusa.

Anche Italo Calvino, nelle “Lezioni americane”, suggeriva che la leggerezza non è superficialità, ma capacità di «planare sulle cose dall’alto». Una biblioteca piena di libri non letti è proprio questo: un invito a non irrigidirsi, a non credere che il sapere sia un blocco monolitico. È un esercizio di leggerezza intellettuale, un modo per ricordarsi che il mondo è sempre più grande di noi.

In Giappone, il termine tsundoku, l’arte di accumulare libri senza leggerli, non ha la connotazione colpevole che spesso gli attribuiamo in Occidente. Non è un vizio, ma una pratica culturale: un modo per circondarsi di possibilità. Lo scrittore Motoori Norinaga, già nel XVIII secolo, annotava che «i libri non letti sono come amici che attendono il momento giusto per parlare».

Persino Borges, il più grande bibliotecario della letteratura, aveva intuito questa tensione infinita. Nel racconto La biblioteca di Babele immaginava un universo fatto di libri che nessuno avrebbe mai potuto leggere tutti. Eppure, era proprio questa impossibilità a dare senso alla ricerca. In un’altra pagina, in Altre inquisizioni, scriveva: «Sempre immagineremo che nella biblioteca ci sia un libro che ci attende». Non dice «che abbiamo letto», ma «che ci attende».

I libri non letti, dunque, non sono un fallimento. Sono un orizzonte. Sono la prova che la curiosità non si è spenta, che continuiamo a credere nella possibilità di cambiare idea, di scoprire, di crescere. Una biblioteca completamente letta sarebbe un museo; una biblioteca piena di libri ancora da aprire è un organismo vivo.

Kafka, in una delle sue lettere, ricordava che «un libro deve essere un’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi». Ma nessuno ha mai detto che dobbiamo brandire tutte le asce nello stesso momento. Alcune possono attendere anni, decenni, una vita intera. E va bene così.

martedì 10 marzo 2026

Tomaso Montanari, il personaggio

Fabrizio Roncone
Tv, assemblee (e faziosità). Il picchio Montanari vaga tra Marx e don Milani

Corriere della Sera, 10 marzo 2016

In missione per conto del No c’è anche quel meraviglioso personaggio che è Tomaso Montanari (Giuliano Ferrara: «Gli manca una M decisiva»), molto intelligente, finalmente uno colto che sa parlare e argomentare, padrone di una retorica spesso beffarda e urtante, ma quasi sempre nei limiti, se si tiene, se non slitta sulla pedagogia politica brutale, come è successo l’altro giorno a Firenze, quando ha detto che Meloni, La Russa e Nordio sono una combriccola di «banditi»: e però, a parte appunto l’altro giorno, Montanari è di solito davvero a suo agio nella faziosità più esplicita, forse pure perché è ben dentro un certo rigore intellettuale, anche adesso che va in giro a spiegare il modo in cui questa riforma della Giustizia «mette il governo che la promuove nel solco di Orbán, Netanyahu e dei nazistoidi di AFD».
Diciamo che Montanari è uno di quelli che, da subito, ha intuito come dare al referendum del 22 e 23 marzo solo ed esclusivamente una valenza militante hard, netta, trasformandolo in un voto sul governo e, in particolare, sulla sua premier: Meloni Sì o Meloni No. «È così: siamo chiamati a dire se abbiamo ancora voglia di vivere in un Paese democratico, oppure agli ordini della migliore amica di Trump». Lo ripete ovunque. Gira come un picchio. Assemblee, convegni, ospitate tv. Avete presente, no? Trascrivo da un vecchio ritratto: storico dell’arte assai stimato negli ambienti accademici, curriculum di rara e autentica ricchezza (abbiamo ministri, non dimenticatelo, che si sono inventati d’avere una laurea), attualmente rettore dell’università per stranieri di Siena, anni 54 portati con aria stropicciata, perfettamente sinistrorsa, piacionesco velo di barba e capelli sempre arruffati (continua ad esserci, tra l’altro, una curiosa somiglianza con Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report), Montanari appare rigorosamente infilato in un maglione blu per una forma di allergia alla cravatta, si suppone identica a quella che nutre per il pensiero convenzionale: perché anche questo suo No alla riforma è filtrato con riferimenti culturali non scontati, solidi, essendo lui un cattolico fiorentino cresciuto nel mito di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani («Altroché comunista come mi urla addosso quel genio di Salvini»), studioso del Bernini, ma con una passione sfrenata per Karl Marx (e, insinuano, per le Birkenstock: però dev’essere una perfidia, perché un amante del bello, sia pure con tendenze radical chic, non può essere attratto dalle tremende cioce tedesche).
Ora, comunque, risponde a La Russa, che lo porta in tribunale: «Vuole le mie scuse? È grave che la seconda carica dello Stato minacci un cittadino per un’opinione liberamente espressa...». Vedremo come finisce. Se finisce. L’ego di Montanari è un cobra di grosse proporzioni.


Giovanni Carpinelli 

Sarà poi vero che Tomaso Montanari dà tanta importanza a Marx? Il ritratto che di lui traccia Fabrizio Roncone non è dei più felici. Vorrebbe essere critico e invece appare soprattutto acrimonioso, acrimoniosamente pignolo. Forse sarebbe bastato insistere sul narcisismo e sullo snobismo del personaggio. Cosa che nell'articolo pure traspare, ma in modo erratico e casuale, fino alla stoccata finale dell'ego assimilato a un cobra di grosse proporzioni. Ben detto, quante energie sprecate a cercare l'ago nel pagliaio.

Claudio Vercelli
Credo che questa sia l'età del narcisismo. L'opinionismo televisivo enfatizza questa condizione, usandolo come volano di teatralizzazione per incentivare audience. Montanari è solo una delle diverse maschere di questa recita. L'acrimonia gli deriva, in fondo, dal scoprirsi il cavaliere che mulinella la durlindana. In quel vuoto dell'azione politica che è l'esatto presupposto affinché l'analisi critica si trasformi in enfatica, ipertrofica e vuota vocazione alla maniacale polemica. Fine a sé.
Giovanni Carpinelli
Claudio Vercelli Ecco, Claudio, questo era il problema con Fabrizio Roncone. Il bersaglio ci poteva stare, la modalità espressiva era discutibile. Tu hai pure allargato il discorso, oltre a qualificare meglio l'oggetto specifico. Un modo per mostrare come la critica possa trovare una articolazione più pacata ed equanime. Lontana dal teppismo denunciato da Raffaele Simone.
Claudio Vercelli
Baruch Spinoza lascia stare l'intransigenza, che a volte diventa intolleranza di RS

L' inizio della fuga

 

Gianni Celati

scrivere tutto prima che il mondo precipiti
Ricordi di un maestro

Nel 1987, una mattina di marzo, è suonato il campanello di casa mia (stavo allora in Strada Maggiore 37) ed è comparso Celati, che a suo dire s’era appena licenziato dall’università, era ancora tutto irritato dal preside di facoltà che non aveva voluto dargli l’anno sabbatico per andare in America dove l’avevano invitato a insegnare. Avevano discusso e, di fronte al rifiuto, Celati s’era inalberato, aveva alzato la voce, niente da fare; la sua libertà! aveva detto, l’altro niente, sordo, irremovibile, al che aveva dato le dimissioni, lì, sul momento, con una dichiarazione che gli era uscita di bocca senza premeditazione, forse un po’ breve per i loro usi e costumi, ha detto, ma decisa e precisa anche da un punto di vista amministrativo. Basta! mi dimetto da subito, seduta stante. Cui il preside ha risposto: Va bene. E quindi se n’era andato da libero, secondo lui, non più da dipendente, stipendiato e obbligato.

Ma, gli ho chiesto, e adesso cosa fai? E lui ha pronunciato questa memorabile frase: Voglio guadagnarmi il pane onestamente.

Sono rimasto perplesso. Guadagnarsi il pane voleva dire, credo, fare i lavori occasionali che capitano, fare fatica a sbarcare il lunario, anche, credo, con l’idea di andare a piedi da una città all’altra, ramingo, con una sacca e i suoi libri, per offrire in giro quello che lui sapeva, come le maestranze vaganti di un tempo, che si fermavano con i loro arnesi a costruire una cattedrale, o scolpire qualche faccia immaginaria di patriarca, o qualche favoloso animale allegorico sulle chiese romaniche, e poi via, qualche anno in un posto e poi via, altrove, sempre con i propri attrezzi e eventualmente una carriola per tenerceli dentro, in un altro clima, a fare un ponte, una cinta muraria, una torre d’avvistamento, un affresco. E tirare su un po’ di soldi per avere da campare, senza lussi ma anche senza avarizie, questo era il concetto di onestamente. Il contrario della stabilità che vogliono i sindacati, cioè essere in un posto inamovibili, e che sembra l’ideale del giorno d’oggi. Ne avevamo parlato spesso. Nell’antichità c’erano gli schiavi volontari, che si davano schiavi a un padrone, e quindi ne avevano tutti i vantaggi, alloggio, vitto, vestiario, niente preoccupazioni per il futuro, erano garantiti, come un dipendente statale di ruolo, o come promettono le società comuniste, dove è lo Stato che ti prende in carico, pensa a te e provvede in teoria, e in cambio tu devi sottostare; ma di fatto quanto al provvedere va sempre male, e invece funziona benissimo perfino troppo la sottomissione.

Poi è successo che licenziarsi non era immediato né facile, ci voleva il suo tempo, secondo le procedure, e intanto l’invito in America è saltato, per cui s’è trovato disoccupato e deluso, e andare a piedi di città in città con la carriola di libri non era come per un muratore medioevale.

Poi per fortuna l’hanno chiamato a insegnare per un po’ in Normandia, dove si è trovato benissimo; mi ha raccontato poi che insegnava in campagna, all’aperto, nei prati, e alle lezioni assistevano anche le mucche che pascolavano attorno e si incuriosivano, mi diceva Celati, o a lui sembrava che si incuriosissero. In particolare una mucca pezzata si avvicinava ogni mattina e stava fissa a guardarlo parlare, ruminando fra sé; e lui la citava come esempio agli studenti di propensione ad apprendere, tanto che per l’assiduità era venuta a far parte ormai della classe.

Il mondo, secondo Celati, era pieno di suggestioni che era un peccato lasciarle svanire. Il mondo ne offre continuamente. Ce le raccontavamo, cose accadute e idee, e Celati si sentiva subito in dovere di scriverle, o scriverle assieme, o distribuircele come compiti da fare a casa. Diceva che il mondo precipita continuamente nell’inesistenza, cioè c’è l’adesso, come un lampo di luce, e tutto il resto è già perduto, non solo i fatti osservati di quella che si chiamerebbe realtà, ma anche tutti quelli sentiti dire, immaginati, fantasticati, che quelli pure sono realtà, come anche i sogni. Il rimedio è scriverli. E gli prendeva la smania di correre a scriverli, o di scriverli lì seduta stante, anche in collaborazione. Con la tua scrittura minuscola, mi diceva, da zanzara alfabetizzata. Perché noi eravamo semplicemente i conservatori del mondo, che lo salvavamo dal precipizio; anche le cose normali a cui nessuno bada, perché anche quelle vanno perdute. È vero, dicevo io, però secondo me ci sono cose che vale la pena. Secondo lui tutto valeva.


Scrittore italiano (Sondrio 1937 - Brighton 2022). Traduttore e saggista (Finzioni occidentaliFabulazionecomicità e scrittura, 1975), ha insegnato letteratura angloamericana all'univ. di Bologna. Dopo una prima fase di ricerca, in cui riusciva a rendere narrativamente plausibili le proposte di sperimentazione linguistica della neoavanguardia (Comiche, 1971; Le avventure di Guizzardi, 1973; La banda dei sospiri, 1976; Lunario del paradiso, 1978; gli ultimi tre riuniti in Parlamenti buffi, 1989), si è volto a una narrativa più distesa e di secca essenzialità (Narratori delle pianure, 1985; Quattro novelle sulle apparenze, 1987; Verso la foce, 1989; Lunario del paradiso, 1996; La banda dei sospiri. Romanzo d'infanzia, 1998; Fata Morgana, 2005). Nel 1998 alla New York University gli è stato assegnato lo Zerilli-Marimò Prize for Italian Fiction. Tra le sue ultime opere: Vite di pascolanti. Tre racconti (2007); Costumi degli italiani (2008); Sonetti del Badalucco nell'Italia odierna (2010); Conversazioni del vento volatore (2011); Selve d'amore (2013). Nel 2016 è stato edito il volume Romanzi, cronache e racconti, che ne raccoglie quasi per intero la produzione narrativa, mentre è del 2022 Il transito mite delle parole. Conversazioni e interviste 1974-2014. (Treccani)