martedì 12 maggio 2026

Il complesso di Calimero

Perché un grande paese come l'Italia si comporta come se fosse piccolo
The Economist, 9 aprile 2026

La diagnosi non è nuova. L'abitudine dell'Italia all'ambiguità strategica, la sua preferenza per la mediazione rispetto al confronto, la sua tendenza a porsi come ponte tra blocchi opposti piuttosto che come attore con interessi chiaramente definiti, sono state osservate dagli analisti di politica estera per decenni. Ciò che rende tempestivo l'intervento dell'Economist è il contesto in cui giunge.

Nella stessa settimana in cui la nazionale italiana di calcio veniva eliminata dai Mondiali dalla Bosnia-Erzegovina, un'umiliazione che ha generato il consueto ciclo mediatico italiano di autoflagellazione e richieste di riforme strutturali che non portano a nulla, il Paese si trovava ad affrontare alcune delle decisioni di politica estera più importanti degli ultimi anni. Il Ministro della Difesa Guido Crosetto respinse i bombardieri americani diretti a Sigonella. Il Primo Ministro Meloni sospese l'accordo di cooperazione militare con Israele. Papa Leone XIV, romano d'adozione se non di nascita, sfidava pubblicamente il presidente americano da un aereo papale sui cieli del Mediterraneo.

Non si tratta di piccoli gesti. Suggeriscono che qualcosa sta cambiando, anche se la psicologia di fondo diagnosticata da The Economist rimane profondamente radicata.

Il complesso di Calimero, come lo definisce Del Panta, non è semplicemente una questione di scarsa autostima nazionale. Si tratta di una condizione strutturale prodotta da specifiche circostanze storiche: il trauma di due guerre mondiali in cui l'Italia ha cambiato schieramento; la geografia della Guerra Fredda che ha reso il paese una linea del fronte tra la NATO e il Patto di Varsavia, richiedendo un attento mantenimento delle relazioni in ogni direzione; e decenni di instabilità politica interna che hanno reso difficile il mantenimento di impegni strategici a lungo termine, indipendentemente da chi fosse al governo.

Il risultato è un Paese che ha imparato a usare il linguaggio dei principi pur perseguendo gli interessi della sopravvivenza. L'Italia è stata, allo stesso tempo, un membro fedele della NATO e una delle voci più concilianti dell'alleanza nei confronti della Russia. È stata un membro fondatore dell'UE e uno dei critici più strenui delle regole fiscali europee. Ha mantenuto stretti legami con Israele pur ospitando una delle gerarchie cattoliche più filo-palestinesi del mondo occidentale.

Niente di tutto ciò è esclusivamente italiano. La Francia fa qualcosa di simile, sebbene con molta più aggressività e sicurezza di sé. La Germania ne ha una sua versione, espressa attraverso la forza economica piuttosto che militare. Ciò che distingue l'Italia è l'apparente assenza di quella sicurezza di sé che permette ad altri grandi stati di riconoscere le proprie contraddizioni senza scusarsi.

L'eliminazione dal torneo calcistico è una metafora azzeccata, anche se forse non nel senso inteso dai commentatori italiani. Lo shock non è stato semplicemente la sconfitta dell'Italia, ma la sconfitta contro la Bosnia-Erzegovina, un Paese con meno di quattro milioni di abitanti. Per una nazione di 60 milioni di persone, con le infrastrutture e le risorse di cui dispone l'Italia, il risultato non indica una mancanza di talento, bensì un fallimento in termini di organizzazione, investimenti e visione a lungo termine: esattamente le qualità che, in fondo, caratterizzano il complesso di Calimero.

La domanda che The Economist solleva implicitamente, senza però fornire una risposta completa, è se il complesso sistema stia cambiando. Ci sono ragioni per pensare che potrebbe essere così. Le decisioni prese dall'Italia negli ultimi mesi, su Sigonella, sul memorandum di difesa israeliano, sull'indipendenza diplomatica del Papa da Washington, suggeriscono un governo disposto, almeno occasionalmente, a dire di no a partner grandi e potenti. Resta da vedere se ciò rappresenti un autentico cambiamento nella cultura strategica o semplicemente una serie di decisioni tattiche calibrate sull'opinione pubblica interna.

Quel che è certo è che il mondo in cui l'Italia si muove è cambiato più rapidamente che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra Fredda. La guerra in Iran, la frattura nelle relazioni transatlantiche, il ritorno della geopolitica come quadro dominante degli affari internazionali, tutto ciò richiede proprio quel tipo di posizionamento fermo e coerente che il complesso di Calimero ha storicamente impedito.

Calimero, alla fine, trovava sempre qualcuno che lo lavasse via dalla fuliggine e gli mostrasse che, dopotutto, non era poi così piccolo. Forse anche l'Italia attende una rivelazione simile. La differenza è che nel cartone animato l'intervento veniva dall'esterno. Nel mondo reale, dovrà venire dall'interno.

Il nervo scoperto della destra

Danilo Paolini 
Da Sangiuliano a Giuli, perché la cultura per la destra italiana resta un nervo scoperto
Avvenire, 12 maggio 2026

Prima Evola e poi Tolkien, passando per neoconservatorismo e futurismo: sono stati diversi i tentativi dell'attuale classe di governo di cercare un profilo "altro" rispetto alla parabola del post-fascismo. Il desiderio di imporre una nuova egemonia, senza avere le idee chiare, e la sindrome del frazionismo stanno però costando caro a Fratelli d'Italia

Vicende giudiziarie a parte, è emblematico che i maggiori scossoni politici per un Governo stabile e longevo come quello di Giorgia Meloni - il primo della storia repubblicana a guida destra-destra - abbiano avuto l’epicentro in via del Collegio Romano 27, sede del ministero della Cultura. Perché la cultura è stata da sempre il nervo scoperto (e c’è chi dice il tallone d’Achille) della destra italiana. Le cui radici storiche, si sa, non affondano nella Resistenza al nazismo del generale De Gaulle come in Francia, né nel conservatorismo liberale come nel Regno Unito. Ci sono voluti anni, alla destra italiana, la cosiddetta “destra sociale” (come Movimento sociale, a sua volta come Repubblica sociale), per cercare un profilo culturale che fosse proponibile anche fuori dalla cerchia classica del neo-fascismo.

Fu un grande lavoro di ricerca e d’inventiva, svolto dai giovani militanti di qualche decennio fa, soprattutto tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80 del secolo scorso. Quelli che oggi ritroviamo in buona parte al Governo del Paese o nella maggioranza che lo sostiene. Il primo Campo Hobbit è del 1977. Appena tre anni prima era morto Julius Evola, teorico di una destra esoterica e del cosiddetto “razzismo spirituale”, figura che aveva esercitato una grande fascinazione in quegli ambienti politici. I giovani di allora cercarono, se non di rottamare i labari, i teschi e i gagliardetti dei padri, di ammantarli almeno di qualcosa di diverso, a suo modo di moderno: un’idea di eroismo che si affrancasse (anche se non del tutto) dall’ideale di “bella morte” che fino a quel momento era stato prevalente nella destra italiana.

Lanciarono così una sorta di Opa culturale su Tolkien e sulle tradizioni celtiche, cercarono di cambiare musica nel senso letterale della parola, con gruppi rock e radio, pubblicarono fumetti e riviste di satira. Il fatto è che in quella proposta di identità culturale c’era un po’ di tutto: bisognava tenere insieme Prezzolini e certi simbolismi orientali, un tradizionalismo che si diceva cristiano e rituali dal sapore neopagano, Celine e le avventure di Tintin... Così, mentre continuava a rimproverare alla Democrazia Cristiana di avere lasciato alla sinistra il monopolio della cultura, la destra italiana cercava di costruirsene una, facendo esercizi di equilibrismo per non tornare alle “solite” radici fasciste. E non sempre riuscendoci.
Fatto sta che quando, in seguito al voto popolare e democratico, la destra attuale di Fratelli d’Italia ha potuto governare l’Italia, è scivolata proprio sulla cultura. Riproponendo, per altro, quella tendenza al frazionismo che da sempre condivide con la sinistra. Vedi il caso Venezi, lo scontro Buttafuoco-Giuli, i licenziamenti operati da quest’ultimo al ministero. Si è ipotizzato che sia stata impiegata troppa foga e troppa fretta nel cercare d’imporre l’egemonia tanto agognata, con nomine sventolate come bandiere e sbrigative “etichettature”, arrivando - con l’ex ministro Gennaro Sangiuliano - a descrivere Dante Alighieri come «il fondatore del pensiero di destra in Italia». I fatti tuttavia sembrano suggerire un’altra spiegazione, ovvero che quel “po’ di tutto” sia ancora lì e, messo alla prova del Governo (non a caso con due profili assai diversi: prima un conservatore classico come Sangiuliano, poi un identitario futurista come Alessandro Giuli), stia mostrando tutti i suoi limiti strutturali. «Le radici profonde non gelano», si ama spesso dire a destra, citando ancora Tolkien. Però, a quanto pare, dividono.

Il nuovo disordine globale

Ian Bremmer
Il nuovo disordine globale

Corriere della Sera, 12 maggio 2026

La guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran non si è limitata a destabilizzare il Medio Oriente, a far schizzare verso l’alto il prezzo del petrolio, del gas e di altri prodotti, e a sconvolgere l’economia globale. Ha anche costretto tanto gli alleati che i rivali degli Usa a improvvisare una risposta affrettata a una superpotenza imprevedibile e inaffidabile, innescando un riallineamento geopolitico di portata storica che comprometterà gli equilibri globali del potere nell’arco del prossimo decennio.

Le ripercussioni della guerra appaiono più immediate e devastanti, ovviamente, nella regione in cui viene combattuta. Il conflitto ha spinto molti Stati arabi del Golfo a considerare ormai inefficace e superato il Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), un accordo diplomatico, economico e difensivo piuttosto approssimativo, da sempre travagliato da conflittualità interne. Per gli Emirati Arabi Uniti, che il 28 aprile hanno annunciato di voler ritirarsi dall’opec, dopo quasi sessant’anni di partecipazione, la guerra ha aggravato le rivalità con i sauditi. Gli Emirati hanno deciso di avvicinarsi a Israele su questioni di intelligence, tecnologia e sicurezza, nella speranza di paralizzare il regime di Teheran. L’Arabia Saudita, dal canto suo, punta a rafforzare i legami sul piano militare con una potenza nucleare come il Pakistan, ma anche con Egitto e Turchia, e a gettare nuovi ponti con la Cina. Entrambi questi blocchi intendono conservare stretti rapporti di sicurezza con gli Usa, anche se ben presto vedremo slittare gli sforzi di coordinamento nei processi decisionali in tutto il Medio Oriente.

Poi ci sono i rapporti problematici con gli alleati europei. Nel momento in cui la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina continua ad alimentare ansie e tensioni in tutta Europa, la decisione del governo Trump di concentrare l’attenzione della superpotenza americana sul conflitto con l’iran — criticando aspramente i leader europei per il rifiuto di schierarsi al suo fianco — ha generato un nuovo impulso verso la creazione di una difesa comune europea al di fuori della Nato a guida statunitense. Per il momento, è assai improbabile che il presidente Trump si ritiri dall’alleanza atlantica. Ma l’annuncio emanato il primo maggio, che gli Usa rimpatrieranno 5.000 dei 36.000 effettivi americani stanziati in Germania, ha innalzato i livelli di allerta da un capo all’altro del Continente. Trump ha inoltre ignorato le obiezioni europee all’idea di sospendere in parte le sanzioni contro la Russia. Ne consegue una crescente frammentazione in seno all’alleanza occidentale, accompagnata dal timore, in Europa, che la Casa Bianca possa prima o poi stringere accordi di sicurezza con la Russia.

Nel continente asiatico, la chiusura dello Stretto di Hormuz sta infliggendo pesanti danni economici agli alleati degli Stati Uniti. Alla stregua dei partner storici dell’america in Europa, anche questi Paesi si dibattono nell’incertezza per quel che riguarda gli impegni economici e difensivi a lungo termine assunti dal governo Trump. Costoro, inoltre, sono soggetti alle pressioni esercitate dalla potenza economica e tecnologica, oltre che militare, della Cina.

Dal canto suo, Xi Jinping, con ogni probabilità, sfrutterà l’imminente visita di Trump a Pechino per invitarlo a consolidare le sue credenziali di artefice di pace rinnegando esplicitamente l’indipendenza di Taiwan. In cambio, potrebbe assicurare il forte impegno cinese al rilancio dell’economia americana, con una massiccia campagna di acquisti di materiali made in Usa.

Ma c’è un’altra svolta importante nei riguardi della Cina, innescata dalla guerra americana in Medio Oriente. I leader iraniani e il mondo intero hanno capito quanto sia facile e poco oneroso chiudere quell’arteria strategica chiamata Stretto di Hormuz. La guerra ha suonato il campanello d’allarme per altri nodi nevralgici, come lo stretto di Bab al-Mandab, che separa lo Yemen dalla costa africana, e persino lo Stretto di Malacca nel Sud-est asiatico. La Cina è oggi il leader mondiale nelle energie sostenibili, auto elettriche e batterie, come pure nei minerali e nei processi industriali per la loro lavorazione. Lo spostamento storico verso le energie rinnovabili ha trasformato Pechino in un partner commerciale molto più interessante per i principali importatori mondiali del settore. Siamo tutti a caccia di nuovi approvvigionamenti energetici, e questo si traduce in un vantaggio a breve termine per gli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale di idrocarburi, e per il dollaro americano. Ma il perdurare dell’insicurezza e della vulnerabilità nelle forniture di gas e petrolio, evidenziate dal conflitto in Medio Oriente, crea enormi opportunità a lungo termine per la Cina.

Sotto tutti questi aspetti, gli sconvolgimenti in Medio Oriente saranno la leva che servirà a scompaginare le alleanze internazionali e a riorientare gli equilibri globali del potere, più di qualsiasi altro conflitto dalla fine della Guerra fredda ad oggi.

Il bimbo con due padri

Elena Tebano
Bimbo con madre e due padri In Italia è il primo riconoscimento della «genitorialità plurima»
Corriere della Sera, 12 maggio 2026

Per la prima volta in Italia è stato riconosciuto un bambino figlio di tre genitori: i due padri che lo crescono da quando è nato e la madre che lo ha messo al mondo. È figlio di un italotedesco, ma è stato registrato anche all’anagrafe italiana e pone un precedente importante per tutte le coppie di uomini nel nostro Paese, dopo che l’Italia ha imposto il divieto universale di maternità surrogata.

Il bambino, che oggi ha 4 anni, è nato in Germania. Il padre biologico è sposato da oltre dieci anni con un cittadino italotedesco, la madre è un’amica di lunga data della coppia di uomini e ha già altri figli. Il bimbo è stato concepito senza ricorrere alla fecondazione assistita ed è stato riconosciuto sia dalla madre che dal padre biologico, a cui è stato affidato. Il padre l’ha cresciuto da subito insieme al marito italotedesco, che dopo qualche tempo ha chiesto di riconoscere il bambino, visto che la Germania permette l’adozione del figlio del partner per le coppie gay (il bimbo aveva già il suo cognome italiano, perché il marito lo ha assunto con il matrimonio, passandoglielo).

I due papà hanno poi chiesto che l’adozione tedesca, e quindi l’attestazione che il bambino ha tre genitori, venisse trascritta anche in Italia, nel Comune pugliese dove il secondo papà italotedesco è registrato all’anagrafe degli italiani residenti all’estero.

Il Comune però ha negato la trascrizione, ritenendo che dietro all’adozione ci potesse essere una maternità surrogata “nascosta”. E il caso è finito alla Corte d’appello di Bari.

I due padri, assistiti dall’avvocata Pasqua Manfredi dell’associazione per i diritti Lgbtq+ Rete Lenford, hanno dimostrato che non c’era stata maternità surrogata, pratica vietata anche dalla legge tedesca. E hanno fornito la relazione rilasciata dall’ufficio dei Servizi Sociali tedeschi secondo cui entrambi i padri «esercitano la responsabilità genitoriale sul bambino, il quale, sin dalla nascita, vive insieme a loro; essi si dedicano “alla cura, l’assistenza, l’accudimento e l’educazione del minore, a partire dalla sua nascita”» e «il minore è in contatto con entrambe le famiglie di origine, incluso il contatto con altri due fratelli e sorelle uterini che vivono dalla madre del minore» visto che «le due famiglie si fanno visita regolarmente» pur vivendo in città diverse.

Constatato che la madre biologica era favorevole al riconoscimento del secondo papà e che non c’era stata maternità surrogata né alcun tipo di «patto gestazionale» vietato, i giudici di Appello di Bari, a gennaio con una sentenza ormai definitiva, hanno disposto la trascrizione in Italia dell’atto tedesco che riconosce tutti e tre i genitori. Anche nel nostro Paese, infatti, c’è un istituto giuridico che permette di riconoscere altri legami genitoriali oltre a quelli biologici, senza annullare per questo il rapporto legale con i genitori “di sangue”: è l’adozione in casi particolari. E la Corte d’appello di Bari ha concluso che l’adozione tedesca era compatibile con il diritto italiano.

«In Germania, dove la maternità surrogata è vietata, molti padri gay sono diventati genitori così» dice l’avvocata Manfredi. «La sentenza è un precedente che apre a forme di genitorialità plurale e condivisa: un bimbo può avere più figure genitoriali, se ciò risponde al suo superiore interesse e si basa su relazioni affettive autentiche, trasparenti e prive di sfruttamento».

La griglia come risorsa e come ostacolo

Capire e, soprattutto, capirsi. La capacità critica di smascherare le ideologie, anche rispetto all’identità

Facebook, 11 Maggio 2026
Opinioni
di Claudio Vercelli
[Storia e controstorie]
Ciò che rende un pensiero effettivamente degno di essere ritenuto valido è, prima di tutto, la sua capacità di pensare sé stesso. Che cosa vuole dire? Il pensiero critico contiene, al suo interno, sia l’analisi di ciò che ne costituisce l’oggetto sia l’autoanalisi. Ossia la riflessione sui tanti modi in cui si ragiona su quanto ci circonda. Difficile da comprendere? No, per nulla.
La capacità critica implica non solo l’esercizio di comprensione di quanto sta di fronte a noi ma, al medesimo tempo, anche la cognizione dei modi in cui esercitiamo questa facoltà. In altre parole, la “critica” non è rivolta solo all’esterno (ciò che viene fatto oggetto di una lettura problematica) ma anche all’interno (i modi, le categorie, i criteri con i quali ci si adopera, personalmente e collettivamente, per capire la realtà).
Si tratta di una sorta di costante lavorio su di sé, per cercare di sviluppare la propria autonomia di pensiero e, con essa, il giudizio di valore. Il profilo morale di una persona, infatti, non è mai del tutto disgiungibile da quello intellettuale. La qual cosa, per capirci, non implica che chi è più colto, o sapiente, sia necessariamente migliore di chi tale non è. Semmai rimanda al fatto che per esercitare quotidianamente la propria moralità – affinché essa non sia solo una vuota declamazione, come tale fine a sé stessa – occorre capire che cosa si vada affermando e facendo.
Quindi, per quale ragione ci si eserciti in ciò, non solo rispetto ai fini ma anche per il tramite di quali mezzi. Sussiste un principio, quello della responsabilità, che non è derogabile. Ogni gesto, ogni atto, qualsiasi condotta debbono essere corroborati da una consapevolezza degli effetti, su di sé come su quanti ci circondano, a breve come rispetto a quel lungo periodo laddove esso sia calcolabile. La qual cosa, per l’appunto, richiede anche – e soprattutto – una costante capacità autoanalitica.
Da questo punto di vista, il pensiero critico poco o nulla ha a che fare con la polemica fine a sé medesima. Se quest’ultima costituisce un atteggiamento che appartiene invece a chi deve esprimere il suo disagio, rivestendolo di significati il più delle volte strumentali, il primo è l’esatto opposto di qualsiasi costrutto ideologico. L’ideologia è tale quando un sistema di significati viene cristallizzato dentro la “logica di un’idea”.
In una simile condizione, ogni affermazione serve a supportare l’assunto iniziale, neutralizzando qualsiasi elemento non corrispondente ad esso. Non a caso, peraltro, le ideologie hanno molto a che fare con una visione del mondo maniacale, ossessiva, ripetitiva poiché basata su una presupposizione che si presenta come “verità” a prescindere. Quindi, incontrovertibile e insindacabile. Nonché ferocemente dicotomica, consegnando al proprio campo l’interezza delle ragioni mentre agli altri restano tutti i torti. Da questo punto di vista, le ideologie sono il prodotto della secolarizzazione di una religiosità senza teologia, ovvero in totale assenza di una narrazione su di sé, quindi sul suo modo di formarsi e trasformarsi.
L’ideologia, pertanto, trasforma la storia in una sorta di simulacro di eternità che simula di contenere l’inizio e la fine di tutto lo scibile umano. Conta quindi la fede cieca, non la sua argomentazione. Veniamo al dunque: la critica del testo (soprattutto se si tratta di un documento che fonda il senso di una comune appartenenza), la comprensione della varietà delle sue accezioni, così come l’analisi dei diversi significati della vita, vengono in tale modo completamente disintegrati dentro un sistema totalitario il cui obiettivo è uno solo, ovvero quello di confortare sé stesso, di darsi ragione, di espellere qualsiasi elemento che non sia congruente con la propria auto-valorizzazione.
Chi nutre un approccio ideologico alla realtà, non a caso, è troppo impegnato a prendersi sul serio per capire – ed accogliere – l’inevitabile ironia che le cose dell’esistenza comunque ci presentano. Per questo è spesso non solo sentenzioso, enfatico e apodittico ma anche cupo e intransigente. Nonché apocalittico. Qualcosa del tipo: “oltre l’incontrovertibile verità delle mie posizioni c’è solo la catastrofe”.
Oggi, l’ideologia corrente è quella che falsifica il discorso sull’“identità” (etnica, culturale, linguistica, sociale e quant’altro). Da costrutto storico, come tale destinato a trasformarsi nel confronto con il trascorrere del tempo, l’ideologia identitaria modifica e manipola il comune modo di percepirsi da parte delle persone, e quindi di una comunità, in una sorta di prigione alla quale debbono consegnarsi. L’identità, in tale caso, muta in una sorta di entità ectoplasmatica, che attraversa il tempo e lo spazio, come se l’uno e l’altro non esistessero. A ben pensare si tratta dell’essere vittime di sé stessi, ossia di un meccanismo infernale che sublima le nostre tante insicurezze con un falso senso di appartenenza. La storia da sempre si è incaricata di fare impietosa soluzione di questa mitologia, trasformandola in macerie. Lo ha fatto nel passato, lo sta facendo ancora nel presente così come nel futuro. Lasciandosi tuttavia alle sue spalle, un nugolo di vedove e orfani di falsi pensieri, ossia quelli che non sanno “pensarsi” senza dovere ricorrere ai fardelli di una falsa coscienza.

lunedì 11 maggio 2026

Patrizia Cavalli in poesia


Vita meravigliosa
sempre mi meravigli
che pure senza figli
mi resti ancora sposa


Cosa non devo fare
per togliermi di torno
la mia nemica mente:
ostilità perenne
alla felice colpa di esser quel che sono,
il mio felice niente.


Se posso perdonare, allora devo
riuscire a perdonare anche me stessa
e smetterla di starmi a giudicare
per come sono o come dovrei essere.
Qui non si tratta di consapevolezza
ma è la superbia che mi tiene stretta
in una stolta morsa che mi danna.
Eccomi infatti qui dannata a chiedermi
che cosa fare per essere perfetta.

Tenersi all’apparenza, forse descrivere
soltanto cose in mutua tenerezza.


Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci diseguali
e mi dicessi "Amore mio,
ma che è successo?", sarebbe un pezzo
di teatro di successo.


É tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.


Prendimi adesso tra le tue braccia
adesso sciolta da me raccoglimi
non per ridarmi forza
ma perché io possa arrendermi.


Quasi sempre chi è contento è anche volgare;
c’è nella contentezza un pensiero
che ha fretta e non ha tempo di guardare
ma passa via compatto e maniacale
e reca oltraggio volgendosi a chi muore
- Avanti con la vita, su coraggio!

Chi è fermo nel dolore non frequenti
gli allegri e disinvolti corridori,
ma solo i passi lenti dei suoi uguali.
Se una ruota s’inceppa e l’altra gira
quella che gira non smette di girare
ma avanza quanto può e trascina l’altra
in una corsa povera e sghimbescia
finché il carretto o si ferma o si rovescia.


Bene, vediamo un po’ come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci.


Ma per favore con leggerezza
Raccontami ogni cosa
Anche la tua tristezza.


Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio un nome ma stellarti gli occhi,
esserti firmamento e vista chiusa,
oltre le palpebre, splenderti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.


Ma davvero per uscire di prigione
bisogna conoscere il legno della porta,
la lega delle sbarre, stabilire l’esatta
gradazione del colore? A diventare
così grandi esperti, si corre il rischio
che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire
davvero di prigione, esci subito,
magari con la voce, diventa una canzone.


Non sono nata per essere ragionevole. Sono nata per amare, per essere felice, per odiare, per immaginare, per inventare, per capire e anche, di tanto in tanto, per essere ragionevole, ma non devo essere ragionevole (Con passi giapponesi)

2020



Matteo Marchesini
Patrizia Cavalli. Una grazia a metà

Snaporaz.online, 11 settembre 2024

...  Sarebbe più utile, lo ripeto, confrontare Patrizia Cavalli con gli scrittori temerariamente affidatisi a una “via della grazia” dalla quale non si può tornare indietro: utile, cioè, per constatare che il suo caso è diverso, misto, e che lei quella via la percorre solo a metà. Qualcosa di simile si può dire per la prosa di Raffaele La Capria. Ma a entrambi è pur capitato spesso di toccare la grazia; e anche quando hanno cantato e scritto un gradino sotto – un gradino sotto Penna, o sotto Parise – lo hanno fatto con una maestà rarissima nella letteratura italiana degli ultimi sessant’anni: confermando che ci si può riuscire solo se si ha la saggezza di mantenere un rapporto reale con sé stessi, ovvero di ritrovare in ogni cosa, anche la più astratta e lontana, la sua relazione con il nostro qui e ora. E per farlo – per stare almeno in parte nel presente – occorre rifiutare il ricatto del futuro che il culturalismo storicista (ideologico ed estetico) ci ripropone in forme sempre nuove. «Ma davvero per uscire di prigione / bisogna conoscere il legno della porta, / la lega delle sbarre, stabilire l’esatta / gradazione del colore? A diventare / così grandi esperti, si corre il rischio / che poi ci si affezioni. Se vuoi uscire / davvero di prigione, esci subito, / magari con la voce, diventa una canzone» spiega perfettamente Cavalli nell’Io singolare proprio mio. È un modo di vivere non facile da mantenere, specie in quell’ingannevole «Tempo di pace» del lungo dopoguerra in cui si è svolta l’intera esistenza della poeta, e in cui la mancanza di conflitti netti invitava alla superfetazione ideologica, infliggendo ai più sensibili il rimorso di un’esistenza mancata o informe: «Colpevoli / persino della nostra morte, che sia il corpo / a volerlo o sia il pensiero, lento o violento / è suicidio sempre. E in solitudine / non c’è morte innocente».

Noi ormai siamo entrati in un altro tempo, ma con uno spirito che non ha avuto il tempo di cambiare. Da questi versi, però, possiamo imparare almeno a non diventare schiavi zelanti di chi vuole farci credere che la nostra quotidianità, con le sue miserie e con le sue scoperte miracolose, sia meno vera di quella che ci descrivono gli Ambasciatori della Letteratura e della Teoria, i quali fingono di poter sorvolare il pianeta cogliendone l’essenza sociale o metafisica come puri spiriti, e si affannano invece come puri manager. Davanti a tanta morte provocata dai programmi di chi crede di poter controllare il mondo, Cavalli continua a ricordarci che la verità (sperimentabile solo sotto una certa luce, in una certa bella o brutta giornata, in un certo angolo di casa o di città) coincide ancora con la morte dell’intenzione.  

E ancora, Matteo Marchesini, "Una pigrizia astuta", in Poesia senza gergo. Sugli scrittori in versi del Duemila, Roma, Gaffi, 2012, pp. 81-85.

Bordiga e Stalin



Il 1° marzo 1926 c’è fra Bordiga e Stalin un incontro storico. Bordiga chiede informazioni sui programmi industriali, sul modo socialista di industrializzare il paese e poi pone una domanda decisiva: 
«Il compagno Stalin pensa che lo sviluppo della situazione russa e dei problemi interni del partito russo è legato allo sviluppo del movimento proletario internazionale?». Come a dire: voi sovietici vi preoccupate ancora della rivoluzione mondiale o badate soltanto al socialismo nel vostro paese? E Stalin con sdegno, non sappiamo se sincero o simulato, risponde: «Questa domanda non mi è mai stata rivolta. Non avrei mai creduto che un comunista potesse rivolgermela. Dio vi perdoni di averlo fatto, compagno Bordiga».

Alessandro Litta Modignani, Il Foglio, 30 ottobre 2019

Pubblicato per la prima volta per Longanesi nel 1982, Un’avventura di Amadeo Bordiga è un divertissement politico-poliziesco, un “noir a Berlino” che viene ora riproposto in una versione completamente rivisitata e ampliata. Diego Gabutti è spiritoso e irriverente, spietato nel suo sarcasmo verso il comunismo. Il suo Bordiga è pigro e saccente, dottrinario e dogmatico, napoletanissimo nelle espressioni dialettali e nell’antica arte di preparare il caffè. L’autore lo sfotte allegramente lungo tutto il libro, ma ne rispetta il coraggio e l’onestà intellettuale nei confronti dei bolscevichi. “I proverbi mentono come Palmiro Togliatti”, sostiene Bordiga. L’ambientazione ricorda il celebre film “Il terzo uomo”: impossibile non immaginarlo in bianco e nero, con lunghe ombre e sottili lame di luce. Anche qui siamo nella capitale tedesca, in una gelida notte del 1926, mentre comunisti tedeschi e sicari staliniani colpiscono nel buio. L’atmosfera è quella tipica della Chicago anni Venti, con agenti segreti e guardie del corpo al posto dei mafiosi: cappelli a tesa larga, baveri rialzati, ma soprattutto coltelli e pistole. “E poi, Amadeo, la rappresaglia è il vino più dolce. La lotta di classe, all’origine, era un sistema di vendette mafiose, e in molte parti del mondo lo è ancora: il sindacalismo americano, gli anarchici spagnoli. Niente di strano, se qualcuno di noi torna un po’ alle antiche abitudini”. Fra i personaggi si incontrano alcuni noti esponenti del comunismo internazionale, e qualche sorpresa.
“Stava per ordinare il terzo cicchetto, quando un uomo alto e severo, dall’aspetto impassibile, gli si fermò accanto e lo osservò per un momento. Era un tizio sui trent’anni con una pronunciata tendenza alla pinguedine. Indossava una camicia bianca di pizzo sotto un completo scuro dall’aspetto costoso. Aveva una cravatta verde cupo e un’orchidea gialla all’occhiello. (…) Vi ricordate di me, signor Bordiga? – disse l’uomo in un italiano fluente – Il mio nome è Wolfe. Nero Wolfe”. Nella notte berlinese accade veramente di tutto. Gradualmente, il romanzo si trasforma in un grottesco Grand Guignol, fra colpi di pistola e raffiche di mitra. I comunisti, come sempre, sono divisi in due categorie: gli idealisti e i cinici. “Rise, sinceramente divertito. ‘Dovremmo essere banditi a vita dal banchetto proletario, per come fu condotta la faccenda a Zurigo. Manovre con lo stato maggiore tedesco, imbrogli, scherzi da prete ai danni dei compagni. Non indietreggiammo di fronte a niente’. Sembrò riflettere. ‘Naturalmente non è un pensiero che ci abbia mai tolto il sonno. Abbiamo vinto, dopotutto. Che importa come?’”.

Diego Gabutti
Un’avventura di Amadeo Bordiga, Milano, Milieu edizioni 1919

Geminello Alvi
Eccentrici

Adelphi, Milano 2015

A nessun altro riesce così bene come a certi italiani d’essere settari e al contempo astratti, ovvero irreali, snervanti e però simpatici come fu Amadeo Bordiga che nacque il 13  giugno 1889. Figlio di un insegnante piemontese alla scuola agraria di Portici, si sdegnò subito: Napoli gli parve «fetida metropoli». Ne incolpò con qualche ragione, perchè di ragioni c’è in Italia sempre abbondanza, le clientele massoniche per cui i socialisti anche al Sud erano evoluti in rapaci arpie. E intanto dedicò ai teoremi di Marx la stessa devozione che aveva per l’equazioni differenziali. Ovviamente nel ’14 al congresso d’Ancona fu per espellere i massoni e si sentì in simpatia con Mussolini, tra l’altro reciproca. Ma l’anno dopo se ne disgustò e scelse una posizione che «coincideva con quanto Lenin definì disfattismo e negazione della difesa della patria…» Coerente si felicitò per Caporetto. A trent’anni si ritrovò dunque perfetto per divenire capo della frazione astensionista del Psi e si ridisse per la rivoluzione: «La tesi centrale della nostra frazione non era l’astensionismo ma era invece la scissione del partito». L’occupazione delle fabbriche nel dopoguerra, voluta a Torino da Gramsci e gli altri, gli parve troppo poco, comunque un gesto non marxista ma idealista. Dovevano occupare questure e prefetture, non industrie; e infatti Giolitti non assecondò gli industriali che volevano sgombrarle. L’esperimento morì nel ridicolo proprio come Bordiga aveva previsto. Al congresso di Livorno fu quindi molto fiero di aver lui letto la irrevocabile dichiarazione che decise la scissione del partito socialista. Ma vide Gramsci camminare su e giù contorcendosi le mani dietro la schiena indeciso nel retro di quel teatro San Marco dove si fondava il partito comunista il 21 gennaio 1921. Finì male. Il settarismo di Bordiga talora era però pratico: fu per il ritorno dei deputati comunisti dall’Aventino. Inoltre, con perspicacia, si accorse che la formula del socialismo nella sola Russia era una rovinosa follia. Così rifiutò recisamente la vicepresidenza dell’Internazionale comunista che Zinoviev gli offerse. Era chiaro che sarebbe stato rimosso da Stalin e che il sistema in Russia stava evolvendo verso un dispotismo, ma non marxista. S’accorse inoltre di come Gramsci fosse bravo a inventare dottrine per plagiare la borghesia italiana, non per esautorarla. Eppure fu suo amico, era un settario italiano, commosso dai sorrisi che illuminavano gli occhi azzurri del sardo. Con lui finì confinato ad Ustica, a dissentire fermamente ma con garbo, oziando. Non si sorprese che i fascisti gli saccheggiassero la casa. Nel ’26 al congresso di Lione, malgrado un intervento di sette ore, fu battuto dalla corrente di Togliatti in una assai dubbia consultazione. Il fondato ricorso di Bordiga all’Internazionale non fu preso in considerazione: a Stalin per dirigere il partito servivano gesuiti obbedienti. Nel 1930, finito il confino, apprese dai giornali d’essere stato espulso dall’Internazionale.
Così per provvedere a sé, e ai suoi, dovette tornare a fare l’ingegnere. Sorvegliato di polizia, ma senza avversioni, perchè giudicava che il socialismo scientifico non concedesse alcun rammarico o altro personalismo. Dalla lettura di Marx dedusse anche che il partito comunista non era più tale: che oramai la sinistra e la destra erano due frazioni borghesi. Nel secondo dopoguerra la calunnia e le prepotenze del Pci evitarono ogni influenza ai suoi seguaci, che del resto erano come Bordiga. E pensavano alla rivoluzione come a una reazione chimica da attendere e che non poteva essere forzata. Napoletanamente e con una prosa enfatica Bordiga deprecava di vedere e sentire «il nome di Marx e di Lenin e le loro tesi possenti, sulle labbra di quelli che ne hanno fatto inaudito scempio». E riconobbe non solo le arpie del Pci ma anche quelle del consumismo. «Il ciclo del capitalismo ha condotto al mostruoso volume di una produzione per nove decimi inutile alla sana vita della specie umana. Ha determinato una sovrastruttura dottrinale che richiama la posizione di Malthus invocando, a costo di chiederli alle forze infernali, consumatori che inghiottano senza posa quanto la produzione erutta». Era abbastanza per piacere agli studenti che però non piacevano a lui. Scrisse: «Propugnare in questo putrescente 1968 l’autonomia di un movimento studentesco non è che una prova ulteriore di quanto affondi nelle sabbie mobili del tradimento e della bestemmia il falso comunismo dei successori di Stalin» Riconobbe nei leader sessantottini le identiche arpie di cui da ottant’anni biasimava gli atti. Ma era marxista e quindi poco badò ad Ariosto che invece aveva capito già prima tutto: «Oh famelice, inique e fiere arpie ch’all’accecata Italia e d’error piena, per punir forse antique colpe rie, in ogni mensa alto giudicio mena». Orlando Furioso XXXIV, 1-4. E invece ribadì: «Attendo, in posizione sempre cocciuta e settaria che entro il ’75 giunga nel mondo la nostra rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista». Morì in attesa, il 23 luglio 1970, ma ammise: «Se fosse cosa attendibile che io dia un giudizio storico sulle mie stesse qualità e qualificazioni, dichiarerei che trovo gradita la definizione di settario…»