giovedì 9 luglio 2026

La questione dell'influenza in letteratura

Walter Nardon
Il beneficio dell'influenza. Conversazione con Michele Mari

Le parole e le cose, 17 aprile 2014

Walter Nardon: chiunque voglia impegnarsi nell’arte deve confrontarsi con le opere dei maestri e deve cominciare a farlo fin dagli anni della sua formazione, oggi diremmo da quelli dell’istruzione scolastica. Quale forma prende, però, questo rapporto? In che modo ci si confronta con i maestri? Cosa resta di questo confronto? Molti anni fa, riflettendo su questo tema, Harold Bloom parlò di angoscia o ansia dell’influenza: The Anxiety of Influence. Scegliendo di intitolare questo incontro Il beneficio dell’influenza, tu hai espresso l’intenzione di partire da una prospettiva che si oppone decisamente al libro di Bloom. Ti ringrazio e ti cedo dunque subito la parola.

Michele Mari: Partirò dall’occasione contingente che mi ha fatto venire in mente questo titolo. Ero stato invitato da Marcello Fois a tenere una lezione in una scuola di scrittura, a studenti che avevano già superato numerosi corsi ed esami. Preciso che non ho mai voluto insegnare in una scuola di scrittura, perché non credo che la scrittura letteraria sia una materia insegnabile, perché non credo di essere la persona adatta, perché non saprei da che parte cominciare. Quando invece mi si chiede di parlare delle mie idiosincrasie, o del modo in cui io lavoro, allora rispondo: se vi interessa ve lo racconto, ma senza alcuna ambizione cattedratica e senza alcuna intenzione esemplare.

Fois mi disse: “Abbiamo un problema in cui da mesi siamo incartati. Vorrei la tua illuminante parola. Il problema è che io mi sto sforzando di far capire a questi ragazzi pieni di talento e di buona volontà l’importanza della lettura, della conoscenza dei classici – dove per classici non si intendono solo Eschilo o Tucidide, ma anche Kafka o Gadda – perché questi ragazzi hanno un senso della tradizione azzerato, o continuamente autoazzerantesi. Pensano che la lingua e la letteratura nascano con una nuova percezione del mondo e che tutto ciò che per loro è e sarà letteratura debba avere più o meno la loro età biologica. Il resto è vecchiume, qualcosa di molto rispettabile e di molto bello, come una vecchia magione di campagna tanto lussuosa da non essere mantenibile, perché per farlo ci vorrebbero maggiordomi, inservienti, giardinieri. Morale, la grande letteratura tanto è bella quanto impraticabile, e perciò la si lascia sullo sfondo. Vorrei far capire a questi studenti perché invece la grande letteratura deve essere aggredita, violentata, ci si debba dialogare, ci si debba muovere al suo interno, non ci si debba solo sentire nani sulle spalle dei giganti. Certo ci si può sentire nani, ma fra i piedi dei giganti, in mezzo ai giganti, non sulle loro spalle, come se quei fiumi, quell’erba, quelle radici non ci appartenessero più.”

Fois si è quindi tirato da parte. La discussione si è dunque svolta fra me e gli studenti, che hanno cominciato a pormi delle domande. L’obiezione più frequente era questa: “Io quando leggo un classico, e so che ne esistono tanti altri, vengo preso dallo sgomento e dalla mortificazione, perché mi dico: a che cosa vale che mi impegni a scrivere di quei dati turbamenti, di quei lutti, gioie, avventure, se sono state già raccontate così bene, e pare insuperabilmente, da Conrad, da Maupassant, da Gadda?” Di qui la convinzione che tutto sia stato già detto e che a noi non resti che il misero e avvilente ruolo di epigoni, di ricamatori alessandrini, di chi possa più o meno dottamente girare intorno alle cose, ma con lo spirito di chi scrive una nota al testo, non di chi entra nel testo. Altri mi hanno detto: “La grande letteratura è impraticabile, è imbarazzante, perché è ridotta a cartigli dei Baci Perugina. Quella famosa frase di Shakespeare non è più contestuale al mondo di Shakespeare, ma è divenuta contestuale ai cioccolatini. Dante: Amor ch’a nullo amato amar perdona, una frase divenuta ora kitsch, blasfema.” Su questo punto devo dire che ho avuto poco da rispondere. Ho avuto molto più da dire sul primo interrogativo, su ciò che quei ragazzi confessavano in termini di frustrazione e di rinuncia. Ho cercato di far capire che certe cose non solo si possono continuare a dire bene e originalmente anche se sono state già dette, ma che ci sono cose – anzi, la letteratura è proprio la patria di queste cose – che si possono dire solo perché sono state già dette, proprio perché sono state già dette. Ho citato quel famoso paradosso di La Rochefoucauld che dice più o meno: se gli uomini non avessero mai sentito parlare dell’amore, se non avessero mai letto un libro d’amore, se non sapessero che esiste al mondo qualcosa che si chiama innamoramento, non si innamorerebbero, ubbidirebbero solo ad impulsi primari e animali. Che è poi quel che ci dice anche Dante. Paolo e Francesca cadono nel peccato non perché – e in questo Dante si contraddice felicemente – siano lussuriosi e incontinenti, no, cadono nel peccato a causa della forza e del fascino della letteratura. Leggono del bacio di Lancillotto e Ginevra e in quel momento cambiano il loro destino, e diventano a loro volta personaggi letterari, perché quello che è stato il destino esemplare di Lancillotto e Ginevra diventa anche il loro. Chissà quanti adolescenti si sono dati il primo bacio (o almeno lo hanno immaginato) avendo letto di Paolo e Francesca…

Non solo. Se pensiamo a tutta una serie di situazioni che non esistevano nella percezione, che non avevano nome, e che hanno incominciato a definirsi alla nostra coscienza di lettori o di scrittori (qui non sto ancora distinguendo il rapporto che ha un lettore con la tradizione da quello che ha uno scrittore), ci rendiamo conto di quante percezioni e sensibilità ci siano state regalate dalla letteratura: come se la letteratura ci avesse dato dei filtri cromatici, delle lenti, degli amplificatori. Grazie alla potenza dell’arte noi leggiamo la realtà molto più profondamente, molto più archetipicamente (e molto più esteticamente) di quanto potremmo farlo senza letteratura. Quando, nella pagina sportiva di un quotidiano, si legge di un litigio fra il presidente e il suo allenatore, o tra l’allenatore e la squadra, e si apprende che all’interno dello spogliatoio della Cavese o della Sanbenedettese c’è una sorta di spaccatura shakespeariana, ci potrà essere un involontario effetto di parodia, ma sarà anche un’occasione per andare sotto alle cose, e vedere quanto di drammatico, di metastorico, di metacalcistico, si celi in esse.

E’ stato detto da tutti, ed è diventato un luogo comune, che dopo Leopardi la luna non è più la stessa. Non c’è solo la luna piena, quella calante, la falce a ponente, la gobba a levante, la luna limpida: no, dopo Leopardi c’è anche la luna leopardiana, che non è un satellite, è un pianeta. Esiste. Chiunque di noi in certe sere la guarda e la riconosce. La letteratura ha aggiunto qualcosa alla realtà, ha creato qualcosa. C’è un bellissimo racconto di Borges, Una rosa gialla, dove si narra del cavalier Marino che scrive l’Adone e si dispera perché ha l’ambizione di restituire la complessità gaddianamente barocca e imprendibile del mondo – un po’ come i geografi del famoso racconto della mappa dell’imperatore, che vogliono cartografare in scala 1:1 il mondo e alla fine soffocano il mondo sotto una carta grande come il mondo stesso. Marino ha l’ambizione di dare un corrispettivo verbale del mondo, e quindi scrive l’Adone, anche se è continuamente preso da momenti di sconforto perché si rende conto che per quanto lungo e bello il suo poema non sarà mai come il mondo. Il mondo sarà sempre più ricco, più vario del suo poema. Anche se per un istante il suo poema raggiungesse il mondo, un secondo dopo il mondo sarebbe già lontano, avrebbe già prodotto un nuovo filo d’erba, un nuovo girino, una nuova gemma. Di colpo Marino si rende conto di cosa sia l’arte: non specchio del mondo, come si va ripetendo platonicamente, non riflesso, epitome del mondo, rincorsa riassuntiva del mondo: no, l’arte è una cosa, una realtà, un oggetto che viene aggiunto al mondo, e di colpo Marino si rende conto del senso della propria vita: quella rosa gialla che descrive nell’Adone non è la copia vacua e verbale delle rose vere, ma è un’altra rosa, una rosa sui generis, che si aggiunge alle rose. Il rapporto non è vicario, non è subordinato.

Sono esempi un po’ difformi e casuali, ma sono esempi che ci portano a sospettare che, a furia di leggere libri, a furia di interiorizzare aggettivi anche abusati come kafkiano o proustiano (oggi anche chi non ha letto Kafka o Proust capisce, se non è del tutto sprovveduto, cosa si intende con questi termini), troviamo forme di arricchimento, forme di sensibilizzazione, sensori che fanno sì poi che, nei confronti della vita, o di quella vita di secondo grado che è la letteratura, il grande lettore abbia molte più antenne, perché ha vissuto più vite. Vi chiedo: perché quando leggo un romanzo – e posso addirittura essere pagato da un editore per farlo – posso stabilire (certo anche sbagliando) che si tratta di un capolavoro o di una schifezza, oppure posso sospendere il giudizio perché il romanzo appartiene ad un genere che non fa per me? Perché invece chi ha letto pochi romanzi, o li ha letti solo obbligato dalla scuola o dalla famiglia e mai per proprio piacere, non è capace di fare altrettanto? Perché io di romanzi ne ho letti infinitamente di più, perché li ho letti con passione e trasporto quasi religioso, perché li ho letti ogni volta come entrassi in un mondo di cui accettare ciecamente le convenzioni e le regole, come quando si sogna e si è totalmente pervasi da quelle angosce e da quelle gioie, secondo quella che Coleridge chiamava la volontaria sospensione dell’incredulità. Rimanete chiusi due ore in una sala cinematografica, vedete un film di fantascienza, totalmente inverosimile, ma trepidate, palpitate, vi emozionate, perché avete sospeso l’incredulità. Provate ad andare al cinema con una persona che non ha mai visto un film di fantascienza. E’ l’esperienza più irritante del mondo. Sei lì, vedi Alien e sei solo nell’astronave col mostro, e quell’altro ti comincia a dire, dopo due minuti: “Che scemenza. Ma figuriamoci”. E’ raggelante. Poi quello magari legge la Bibbia e non dice mai: “Ma figuriamoci”.

Aver letto tanto mi ha consentito di vivere tante vite alternative alla mia (che, evidentemente, se ero un tale compulsivo lettore, non doveva essere molto gratificante); e il fatto che per me la letteratura fosse quasi tutto ha fatto sì che, “da grande”, quasi per una sorta di riflesso pavloviano, tutte le emozioni, distrazioni, evasioni, scioglimenti emotivi, commozioni, esaltazioni che già a loro tempo provocavano quel meccanismo di ricreazione che è il parlottio interiore (il vero lettore entra nel libro e a libro finito lo prosegue), si traducessero per contagio, per una sorta di infezione, in letteratura. Non esiste un grande libro che non sia infetto, diceva Manganelli, che non sia il regalo a doppio taglio di un untore. Un grande libro non ti lascia più come prima. Se hai letto la Cognizione del dolore non sei più come prima, soprattutto se hai avuto certe esperienze; ma anche se non le hai avute. Mi ricordo che in età non sospetta, quando lessi I turbamenti dei giovani Törless, ne rimasi turbato ben più del giovane Törless. I turbamenti erano i miei. Quando ho fatto il servizio militare e ho incontrato figure di prevaricatori simili a quelli che tormentano il povero Törless, ho vissuto il mio servizio in quella chiave. Il che mi è stato anche utile sul piano pratico, perché sapevo come il libro è andato a finire, e comunque sapevo anche quanta miseria e quanta povertà umana ci fosse dietro quella violenza. Era come se in quella vita ci fossi già passato. Con questo non voglio dare della letteratura un’idea di catalogo delle vite possibili, come se leggendo di più fossimo più attrezzati, perché posso leggermi tutta la letteratura sul pugilato, da Hemingway a Jack London, ma se poi litigo con uno più grosso di me, con quattro sberle mi mette a terra. Da questo punto di vista, anzi, la letteratura è per definizione ciò che “non serve”.

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Il primissimo racconto che ho scritto (nella mia fantasia era un romanzo), dato che in quel periodo leggevo molto Poe, Lovecraft, il Dracula di Bram Stoker, si intitolava L’incubo nel treno. Era un thriller-horror, se oggi dovessero collocarlo. La cosa particolare non è tanto il racconto in sé quanto il modo in cui l’ho scritto, in cui l’ho reificato, perché ho preso un cartoncino nero, ho messo dentro dei fogli – i miei erano grafici, perciò avevo in casa del materiale e avevo ereditato un po’ di pratica – li ho rilegati, ho goffrato e cucito la copertina, ho preparato un frontespizio. Ho messo “Michele Mari” come autore, “Mari Michele” come editore, e poi “Collana Libri neri, numero 1”. Il gioco, più che nel racconto, era nel confezionamento, frutto a sua volta dell’aver maneggiato tanti oggetti che erano libri. In questo caso l’influenza della letteratura nera o gialla è stata linfa, vita, energia.

Siccome penso che le forme artistiche siano ricche, generose, imprevedibili, interagenti di volta in volta in modo dialettico con le persone, ho sempre creduto che il tempo e la moltiplicazione dei romanzi non esaurisse il dicibile. Il 90% dei libri che escono sono tutti uguali, sono fatti con lo stampino. Cosa esauriscono? Esauriscono se stessi, non esauriscono nulla. Quindi, non solo di cose da dire ce ne sono sempre e sempre ce ne saranno, ma il fatto che i limiti sembrino essersi ristretti rende il gioco più interessante. E’ come quando Dante si trova a dover fare le acrobazie in una terzina per chiudere rime difficilissime. E guarda caso proprio in quei punti gli escono delle terzine geniali, perché ha il canto limitato. Naturalmente, poi, ogni autore ha le sue profilassi e i suoi campanelli d’allarme. Alcuni temi per me sono tabù, nel senso letterale del termine, perché so che lì darei il peggio di me, la mia prosa sarebbe opaca, stentata. Per esempio storie d’amore, scene di sesso.

Sempre rifacendomi al tema dell’incontro, alla parola beneficio, che non è una gran parola, lo ammetto, ma è quanto di meglio sia riuscito a trovare, specularmente, rispetto all’angoscia di Bloom, penso a tutto il filone della letteratura di mare. Sono convinto che Stevenson, Melville, Conrad, London, chi più chi meno – perché non tutti hanno sempre e solo scritto di mare – si siano divertiti, si siano appassionati proprio perché il filone già esisteva, abbiano sentito il piacere di essere una perla della collana. Credo che qui narcisismo ed ego contino poi fino a un certo punto, in quanto il piacere di far parte di una compagnia è premio a se stesso. Se io sono un appassionato del pallone e mi invitano a giocare nella mia squadra del cuore, o forse solo anche a portare le borse col ghiaccio, per me è un grandissimo onore. Non pretendo di diventare il numero dieci di quella squadra. Soltanto andare in pizzeria con loro, dopo la partita, lo riterrei un privilegio. So che può sembrare un discorso ingenuo, ma spesso scrivere di determinati argomenti, secondo determinate retoriche e determinate topiche dipende anche da un elemento affettivo. Così come noi ci scegliamo certi amici, andiamo in certi ristoranti, ci vestiamo in un certo modo, andiamo a funghi o non andiamo a funghi, andiamo a pesca o non andiamo a pesca. Frequentiamo certi scrittori e non altri per avere degli amici di famiglia, e gli scrittori pure, fra di loro, si frequentano e si vampirizzano, si copiano, si sfottono, gareggiano. Da qui nascono i grandi sodalizi, i grandi incroci per cui sembra che tutto il meglio della letteratura si sia consumato in quel trentennio in quel determinato punto del mondo, Londra o Vienna o Parigi o Roma.

C’erano due grandissimi amici, di solito considerati inglesi, mentre in realtà uno era un americano trapiantato in Inghilterra, Henry James, e l’altro uno scozzese, Robert Louis Stevenson. Questi due scrittori, che si stimavano enormemente e hanno intrattenuto un bellissimo carteggio in cui discutono dei propri libri, hanno parlato molto di queste cose. A Henry James, che aveva una stima assoluta di Stevenson, non andava giù che questi continuasse a scrivere storie di pirati. “Ma come, uno come te, con la penna che hai tu, che potrebbe scrivere le cose più profonde, più psicologicamente raffinate del mondo, bamboleggia con queste storie di pirati, di coccodrilli, di gente ubriaca di rum nelle taverne?” Stevenson gli rispose pubblicamente su una gazzetta da Edimburgo e gli disse: “Caro Henry, evidentemente tu non hai mai giocato ai pirati da bambino, perché se avessi giocato ai pirati non mi faresti questa obiezione.” Piccato, James, che forse non aveva bene inteso l’argomento, rispose: “Sì, in effetti non ho mai giocato ai pirati da bambino e ne sono ben contento, perché quello dei pirati era un gioco stupido.” Allora Stevenson, con la grazia che gli è propria, disse: “Benissimo, l’argomento è chiuso per sempre. Adesso sappiamo tutti quello che abbiamo sempre sospettato: il signor Henry James non è mai stato bambino.” Quindi, da parte di Stevenson, la frequentazione di questo genere è stato un atto volutamente regressivo. Pensiamo anche a uno scrittore così diverso come Dickens, che parla di scioperi, di problemi sociali, di governi: ma quand’è che Dickens è Dickens? Quando parla di bambini, quando parla di orfani, quando lui stesso torna bambino. Non penso solo a Oliver Twist o a David Copperfield, ma anche al suo racconto più famoso, il Racconto di Natale, in cui Dickens si è trasfuso in Ebenezer Scrooge, questo vecchio cattivo, misantropo, acido, che però ci commuove perché, quando vede se stesso bambino e capisce che è diventato così perché era un bambino sempre solo, che nessuno invitava a giocare, dà luogo a una grande trovata dello scrittore: noi ci commuoviamo, lui no. Lo vediamo solo nell’aula, mentre tutti stanno fuori a giocare e lui si dice: “Già, chissà perché me ne stavo tutto solo nell’aula? Forse mi andava così.” Noi ci commuoviamo, lui lo trova normale. (Questo tema regressivo, questa esuberanza del motivo infantile è anche il motivo per cui la letteratura libera l’inconscio e più lo libera quanto più è sorvegliata. Personalmente, ritengo che il più grande regista dei nostri tempi sia stato Kubrick perché, notoriamente perfezionista, ha fatto dei film – tranne l’ultimo, che gli perdoniamo – che sono dei cristalli, eppure sono i film più conturbanti e liberatori d’inconscio che io riesca ad immaginare, che fra l’altro è anche il motivo per cui ieri abbiamo parlato dei Pink Floyd e della loro classicità).





La squalifica morale non basta

Edouard Philippe

Stefano Montefiori
"Marine-Jordan, il ticket allarga i voti, però si corre da soli"

Corriere della Sera, 9 luglio 2026

PARIGI L’aspi­rante pre­si­dente della Repub­blica e l’aspi­rante pre­mier ieri si sono subito mostrati assieme. Che cosa pensa di que­sto «tic­ket Le Pen-bar­della», come lo chiama la can­di­data all’eli­seo?

«Per con­qui­stare l’eli­seo biso­gna pren­dere il 50% più uno dei voti, e andarli a cer­care in tutte le cate­go­rie pro­fes­sio­nali, sociali, in tutte le fasce di età, tra i delusi della destra e della sini­stra, tra quelli che di solito non votano... Due linee com­ple­men­tari pos­sono essere una buona idea, il bacino di voti si allarga. Ma il pro­blema è che non siamo negli Stati Uniti, non esi­ste un tic­ket pre­si­dente e vice-pre­si­dente. E nei momenti cru­ciali, nei duelli tele­vi­sivi per esem­pio, Marine Le Pen sarà da sola», dice il poli­to­logo Jea­ny­ves Camus, 68 anni, rico­no­sciuto come il mas­simo stu­dioso fran­cese dell’estrema destra.

Que­sto tic­ket è desti­nato a durare?

«Vedremo se rimar­ranno insieme fino alle ele­zioni, e che cosa suc­ce­derà dopo, nel caso in cui Marine Le Pen riu­scisse dav­vero a diven­tare pre­si­dente. I primi mini­stri non durano mai molto, ven­gono sacri­fi­cati appena la situa­zione richiede una svolta poli­tica. Infine, l’ipo­te­tico pre­mier Jor­dan Bar­della dovrà tro­vare una mag­gio­ranza asso­luta all’assem­blea nazio­nale, il che non è affatto scon­tato».

Ma in che cosa sono diversi, Le Pen e Bar­della? È vero che esi­ste una «linea Hénin­beau­mont» di Marine Le Pen e una «linea Mon­te­carlo» di Jor­dan Bar­della?

«Non esa­ge­riamo. Direi que­sto: Marine Le Pen resta fedele all’idea né di destra né di sini­stra, men­tre Bar­della è chia­ra­mente un uomo di destra. Lei guarda più all’elet­to­rato delle regioni del Nord dein­du­stria­liz­zato ed ex ope­raio, al potere d’acqui­sto, ai pro­blemi sociali, men­tre lui è più libe­ri­sta, più attento alle com­pe­ti­ti­vità delle aziende, alla lotta con­tro la buro­cra­zia.

Poi, Marine Le Pen ha 57 anni, non usa molto i social media, men­tre il tren­tenne Jor­dan Bar­della è una star su Tik­tok e Insta­gram. Ma que­ste dif­fe­renze non sono tali da met­terli dav­vero in con­flitto, o da tur­bare gli elet­tori. Soprat­tutto, non è vero quello che si sente dire qui in Fran­cia, e cioè che Bar­della sarebbe più simile a Gior­gia Meloni».

Non è così?

«No, anche per­ché le sto­rie poli­ti­che dei due Paesi non sono para­go­na­bili. Gli eredi del Msi sono abi­tuati al governo di coa­li­zione già dal 1994, men­tre il Ras­sem­ble­ment natio­nal al governo non c’è mai andato. Se ci riu­scisse nel 2027, que­sto avrebbe con­se­guenze ben più pesanti per gli equi­li­bri euro­pei».

Che cosa pensa dei primi son­daggi che sem­brano pre­miare la deci­sione di Le Pen di can­di­darsi, nono­stante la con­danna?

«Non soprav­va­lu­tia­moli, sono anche frutto dell’emo­zione del momento. Ma è vero che Marine Le Pen resta la favo­rita, è molto forte. Non ho mai cre­duto a quelli che già pun­ta­vano sul cavallo Bar­della. Non tene­vano conto del carat­tere di Marine Le Pen, del suo lato tenace. In cuor suo magari non ne ha nean­che tanta voglia, ma non può rinun­ciare. Per rispetto dei mili­tanti, e di una sorta di destino fami­gliare».

Quanto alla pro­ce­dura giu­di­zia­ria, Le Pen ostenta sere­nità, come se il pro­blema del brac­cia­letto elet­tro­nico non esi­stesse più. Ha ragione?

«No, le cose non sono così sem­plici, dipende da quando e come la Cas­sa­zione si pro­nun­cerà. Non sarà una cam­pa­gna facile».

Quale can­di­dato potrebbe fer­marla?

«Edouard Phi­lippe, forse. Tanti lo vote­ranno per non con­se­gnare il Paese all’estrema destra, e magari lo farò anche io, come nel 2017 e nel 2022, ma non si può con­ti­nuare così. La squa­li­fica morale non fun­ziona più. Gli avver­sari dovreb­bero fare poli­tica, e non ridursi sem­pre a com­bat­tere l’estrema destra a colpi di sco­mu­ni­che».

Gli stretti come armi

Federico Fubini
Da Hormuz a Bering, gli stretti come armi. La minaccia di Putin

Corriere della Sera, 9 luglio 2026

Il 4 luglio Dmitry Medvedev è tornato da Teheran a Mosca su un aereo di Stato russo. Attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza costituito dal Cremlino, già presidente durante un interludio fra il 2008 e il 2012 al potere di Vladimir Putin, Medvedev era stato inviato in Iran il giorno prima per guidare la delegazione di Mosca ai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei.

Nel volo di ritorno, il dirigente russo ha pronunciato poche frasi che lasciavano capire quanto fosse precario l’equilibrio raggiunto fra Teheran e Washington attorno a Hormuz. Con la guerra «l’Iran si è trovato in possesso di un’altra arma, non meno potente di una bomba atomica: lo Stretto di Hormuz. Bloccando il passaggio, ha dimostrato il suo potere — ha detto Medvedev —. Sono in corso discussioni su come lo Stretto opererà in futuro. Credo che l’Iran abbia un asso nella manica oltre a questa “arma nucleare”: ha anche un’“arma termonucleare” e mi riferisco allo stretto di Bab el-mandeb — ha continuato l’ex delfino di Putin —: può essere usato, nel caso di un conflitto, per creare una situazione in cui tutti i trasporti di petrolio o altro siano completamente bloccati. Spero non accada, ma tutti gli Stati che cercano conflitti lo devono tenere presente».

L’ex presidente russo si era senz’altro appena informato presso i dirigenti di Teheran. Succedeva appena due giorni prima che la Guardia rivoluzionaria di Teheran tornasse a prendere di mira una nave gasiera del Qatar, una petroliera saudita e un terzo tanker da idrocarburi (di cui non si conosce l’identità). Nelle stesse ore un’altra petroliera indiana, la Lila Vadinar, si era avventurata verso l’uscita dello stretto, per poi invertire la rotta e tornare nel Golfo. Evidentemente si sentiva minacciata dai pasdaran.

La colpa di queste navi, con ogni probabilità, è di non aver chiesto una licenza di passaggio alla Guardia rivoluzionaria iraniana. Di non essersi registrate, nello specifico, alla «Autorità dello stretto del Golfo persico» che il regime di Teheran ha costituito in maggio per reclamare il diritto al controllo di quel tratto di mare. La nuova deflagrazione di guerra è infatti legata a questo equivoco che mina la tregua, evidente fin dalle prime ore dopo l’annuncio dell’intesa fra Stati Uniti e Iran per negoziare una pace (si veda il Corriere del 16 giugno). Teheran pretende di stabilire un sistema di licenze per l’accesso e l’uscita dal Golfo, se possibile con sistemi di pagamento. La Casa Bianca nei 14 punti del cessate-il-fuoco concordati a metà giugno aveva sottoscritto un passaggio decisivo: l’iran — si legge al punto cinque — dialogherà con l’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi di Hormuz (…) in linea con i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto.

Già questa frase, accettata dagli americani, va vicina a violare i principi di libertà di navigazione che gli Stati Uniti stessi hanno fatto rispettare per 80 anni sulla base del diritto internazionale. L’iran l’ha letta come un diritto di pedaggio — esplicito o no — o almeno come un potere di controllo sulle acque. Il fatto stesso che Medvedev abbia esteso la minaccia anche allo stretto di Bab el-mandeb, che mette Suez e il Mediterraneo in comunicazione con l’asia e da cui passa oggi parte del greggio saudita, lasciava capire che i negoziati su Hormuz stavano andando male. Del resto Teheran aveva già fatto le prove generali del blocco degli stretti proprio istigando nel 2023 la milizia yemenita degli Houthi a bloccare Bab el-mandeb (da allora lì il traffico non si è più ripreso).

Inebriato dal relativo successo militare, è molto probabile che l’Iran abbia cercato di alzare la posta pretendendo forme di pagamento su Hormuz. Ma non è un caso che la vicenda interessi tanto i russi: Mosca impone già licenze e dazi — fino a 700 mila dollari per transito — alle navi che, grazie al riscaldamento globale, sempre più spesso attraversano l’artico (in acque internazionali) fra l’atlantico e le coste asiatiche del Pacifico. Il precedente di un controllo di Hormuz, magari con pedaggio, non farebbe che istigare nuove pretese russe sull’artico e sullo Stretto di Bering o magari, in futuro, della Malesia su Malacca e della Cina sullo Stretto di Taiwan. Così la libertà di navigazione che ha sorretto il commercio globale nel dopoguerra è entrata in una nuova era più impervia. Lo ha fatto nel giorno in cui le prime bombe di Donald Trump sono cadute su Teheran, quattro mesi fa.

I funerali di Ali Khamenei a Karbala

 


Nella città santa sciita di Karbala, dove ai funerali di Khamenei si promette vendetta

di Laura Silvia Battaglia, Karbala (Iraq)
In Iraq solo gli uomini delle Forze 
di mobilitazione popolare hanno l’onore di portare sulle loro spalle la bara della Guida suprema. Intanto Baghdad ha ordinato il disarmo delle milizie entro il 30 settembre
Avvenire, 9 luglio 2026


Quando i tre feretri della famiglia Khamenei compaiono dal fondo del santuario dell’imam Ali, migliaia di braccia si protendono verso l’alto. Sono due per ogni fedele: una è tesa nella dichiarazione di fedeltà, l’altra regge un telefonino per immortalare, in diretta o in differita, l’estremo saluto. Il grido è unico, potente e non lascia spazio ad alcun dubbio: «Labayk, ya Hussein», ossia: «Sono qui, pronto al tuo servizio, o Hussein». In mezzo a questa selva di
braccia e di mani, qualcuna, oltre al telefonino, regge anche la “misbaha”, il rosario islamico,
segno che l’attesa del feretro qui, al santuario, è stata lunga e che chi lo ha in mano ha pregato parecchio per il defunto. «Allah Yarhmo», «Che Allah abbia misericordia di lui», sussurra tra le lacrime Ali al-Tariqi, sessant’anni, che è arrivato a piedi la sera prima da al-Jariha, un villaggio appena fuori dalla città irachena che già ieri sera era presa d’assalto dai pellegrini. «La sua
morte è segno dei tempi, è monito per noi, è certezza della sua statura», afferma convinto,
prima di buttarsi nella mischia dei “lamentatori”. Intanto, le pareti interne del santuario
al-Abbas, coperte da 5milioni di tessere di specchio, si sono colorate improvvisamente di rosso, dall’alto, di lato, intorno al perimetro delle finestre geometriche, chiamate “gireh”. E si
alternano al verde, colore dell’islam, e al nero, simbolo della battaglia di Karbala, sugli
striscioni e sui manifesti che rammentano da giorni, qui in Iraq, l’evento.

Non c’è alcuno spazio per muoversi né nei corridoi che danno alla sezione più interna, né nella zona destinata ai media. «Abbiamo circa 4mila e 300 operatori» dice Saad Maan, il portavoce
del Comitato supremo che presiede le celebrazioni, di cui mille stranieri, provenienti da Paesi
non occidentali. Tra questi Maan conteggia anche gli influencer delle piattaforme social più popolari, invitati dal governo iraniano a partecipare al tour delle celebrazioni, da Teheran a Mashad. «Solo a Najaf sono arrivate venti stazioni di televisioni che operano via satellite per seguire la diretta senza interruzioni», precisa. Quasi nessuna donna è stata accreditata perché,
da sempre, alle donne è consentito sì l’accesso alla tomba dell’imam Ali, ma solo dal lato posteriore, e la cerimonia si svolge dal lato principale, dove entrano solo gli uomini. Per questo, i broadcaster hanno schierato impiegati e inviati uomini, per riuscire a seguire il feretro fino alla zona più riservata. Tutti vogliono pregare per lui, il nobile (“sayeed”) ayatollah Ali Khamenei, e possibilmente toccare il feretro. Ma solo a pochi – tutti militanti nelle Forze di Mobilitazione Popolare (Hashd Al-Shaabi), le milizie sciite irachene che hanno l’esclusivo controllo della sicurezza dell’evento – è concesso il massimo onore di portare il feretro della Guida suprema
a spalla.
Noi, dopo l’ultimo varco, ci accontentiamo di uno schermo della televisione del santuario,
Karbala tv, che trasmette le immagini della cerimonia nella zona interdetta, e di raccontare la devozione delle donne. Da Jisr Diyala, la zona di Baghdad con il numero più significativo di
abitanti che si identificano nello sciismo duodecimano militante e fedele ai pasdaran iraniani,
arriva Aisha al-Basri, 25 anni, le sopracciglia folte e il sorriso fiero e triste, allo stesso tempo, mentre prega: «Sayyed Khamenei, che Allah gli garantisca i suoi giardini, così come spero sia stato per mio fratello Hussein che è morto nel 2017 nel Nord dell’Iraq, combattendo contro
Daesh, lo Stato islamico!». Il fratello di Aisha è uno tra i 20mila iracheni che persero la vita
dopo avere aderito alla chiamata del grande ayatollah di Najaf, Ali al-Sistani, che nel 2014
chiamò a raccolta i fedeli per mobilitarsi contro il terrorismo sunnita. Il Sud del Paese, da alcuni giorni, è nelle loro mani e in quella di tutte le altre milizie filo-iraniane che hanno negoziato il controllo e 
la completa gestione dell’evento con le autorità religiose dei due santuari, di Najaf e Karbala, da cui il feretro di Khamenei e dei suoi familiari è passato. Esigenze di sicurezza che
si tramutano 
in paranoia specialmente nel controllo dei passaporti stranieri, soprattutto dopo le dichiarazioni di Netanyahu, su possibili obiettivi da colpire durante le celebrazioni. Sta di fatto
che
dell’esercito regolare iracheno non c’è quasi traccia. 

È la prima volta che succede ed è significativo che accada in un momento in cui il nuovo primo ministro Ali al-Zaidi, un giovane imprenditore fortemente gradito agli Stati Uniti e prossimo a un viaggio a Washington, abbia inaugurato una campagna anti-corruzione nel Paese e rimarcato,
con ultima data utile il prossimo 30 settembre, la necessità per le milizie di disarmarsi. Intanto,
i 230mila iscritti alle cinquanta sigle dell’ombrello delle Forze di Mobilitazione Popolare –
Brigate Imam Ali, Khataib Hezbollah, Asaib Ahl al-Haq tra le tante – fanno di tutto per rendersi visibili durante i funerali: tra i più di 2milioni di iracheni, arrivati qui sotto i 47 gradi dell’estate
della Mesopotamia, i miliziani indossano la divisa militare con orgoglio, fanno gruppo e
mostrano il loro lato più devozionale, lanciando getti di acqua fresca sulla folla e offrendo pasti
ai pellegrini: pane, yogurth, carne. Ma, se ci fosse qualche dubbio sugli obiettivi reali,
contribuisce a fugarlo sheikh Qais al-Khazali, leader spirituale delle Asaib Ahl al-Haq che, oltre
a definire Khamenei «il portabandiera della verità nel nostro tempo», ricorda che non si può abbassare la guardia: «Ci vendicheremo dei criminali», tuona, affinché il messaggio venga recapitato forte e chiaro. Intorno, tutti annuiscono con soddisfazione. Qui, a Karbala, non c’è nemmeno bisogno di gridare: «Morte a Israele». La folla è già d’accordo.


mercoledì 8 luglio 2026

Le fidanzate di Bardella

Nolwenn Olivier

Anna Maria Mori
Le fidanzate e l'ascesa: Bardella, il delfino che puntava all'Eliseo

il manifesto, 8 luglio 2026

La lista delle fidanzate è più lunga di quella dei diplomi scolastici. Il manifesto non si è trasformato in un foglio di gossip, ma le relazioni amorose di Jordan Bardella hanno a che fare con la sua carriera politica, più degli studi, visto che non ha nessun titolo universitario, dopo un liceo privato dei salesiani ha fallito l’entrata a Sciences Po, si è iscritto a Geografia ma ha smesso dopo un anno.

Bardella è stato fidanzato con Kerridwen Chatillon, figlia di Frédéric Chatillon, ex leader del Gud (gruppo universitario di estrema destra), che oggi vive a Roma, “imprenditore” della comunicazione estremista, con vari contratti conclusi grazie al Rassemblement National con il gruppo Patrioti (prima Identità e democrazia) dell’EuroParlamento – un’inchiesta è aperta per sospetti di uso indebito dei finanziamenti europei, con Bardella personalmente sospettato di aver utilizzato i fondi pubblici per pagarsi corsi di media training in vista della campagna presidenziale del 2022.

Bardella si fidanza poi con Nolwenn Olivier, figlia di Marie-Caroline Le Pen, sorella di Marine (il padre, Philippe Olivier è stato un quadro del Front National) ed entra nel clan Le Pen. Oggi Nolwenn è stata incaricata di dirigere la campagna presidenziale del Rn. L’ultima fidanzata fa discutere: Maria Carolina di Borbone della Due Sicilie, principessa ma anche nipote di Camillo Crociani, implicato nello scandalo Lockheed, condannato a due anni e 4 mesi di carcere con Tanassi, fuggito in Messico, con trust finanziari alle Bahamas e Montecarlo. Bardella si fa volentieri fotografare con Maria Carolina in occasioni mondane, trasmettendo un’immagine bling-bling che fa a pugni con la narrazione del recente passato, quella di un giovane venuto dalla banlieue, dal dipartimento 93 (Saint-Denis).

Da parte di entrambi i genitori ha origini italiane (e anche algerine, da parte del padre, ma di questo non parla). I sondaggi gli danno consensi molto alti, al di sopra del 30%: è attivo sui social, su Tik-Tok, vede nella “bestia” di Salvini un «modello», i due libri che ha pubblicato da Fayard (di proprietà del miliardario di estrema destra Bolloré) hanno venduto migliaia di copie. Dietro l’immagine liscia che intende trasmettere, resta un percorso a fianco degli “identitari”, un suo direttore di gabinetto, François Paradol, era membro del gruppo antisemita di Alain Soral, ha aderito alle teorie del grand remplacement di Renaud Camus, ha frequentato un circolo pro-russo.

Jordan Bardella è nato a Drancy, vicino a Parigi, nel settembre ’95, il padre è un piccolo imprenditore. Dal 2021 è presidente del Rassemblement National, eurodeputato dal 2019 (dal 2024 capo-gruppo dei Patrioti). Era entrato nel Front National nel 2012 e dal 2015 ha cominciato la carriera interna come assistente parlamentare. Per anni è stato considerato una marionetta di Marine Le Pen, ma poco per volta si sta emancipando, soprattutto in seguito alle grane giudiziarie della leader del partito-clan, succeduta al padre Jean-Marie. Il principale strappo in corso è sull’economia: mentre Marine Le Pen si era allontanata dalla linea liberista di Jean-Marie a favore di una scelta statalista presentata con la facciata di destra sociale, Bardella torna alle origini del Front National. Ultimamente ha moltiplicato gli incontri con imprenditori e padroni, ha messo in dubbio la linea sul ritorno alla pensione a 60 anni (già Marine Le Pen è passata a 62), parla di introdurre una dose di capitalizzazione. L’unione delle destre sembra essere il suo obiettivo, una configurazione che spunta all’orizzonte anche in Francia in questo lungo periodo di campagna elettorale, con Lr (destra ex neo-gollista) che già si è spaccata e ha perso un pezzo, alleato del Rn all’Assemblée Nationale.

Bardella è eurodeputato al secondo mandato, ma l’Europa è per l’estrema destra soprattutto una fonte di finanziamenti. All’Europarlamento è da sempre poco assiduo, all’inizio era nella commissione “petizioni”, la meno faticosa e meno influente, poi ultimamente, per prendere un po’ di spessore, è entrato nella commissione “esteri”. Nei primi 5 anni, ha presentato 21 emendamenti, mentre è di norma superare il migliaio. Per Bardella gli ultimi mesi sono stati una corsa contro il tempo, per mostrare di avere delle competenze e rispondere alla domanda che ricorre: «Vi immaginate Bardella discutere con Xi Jinping?».

La vittoria dei golpisti in Spagna


Vincerete ma non convincerete

Nell’Università di Salamanca, il 12 Ottobre 1936, il generale franchista José Millán-Astray si abbandonò a discorsi che culminavano inneggiando alla morte. Il Rettore, Miguel de Unamuno, decise di prendere la parola: “Ho appena udito il grido ‘viva la morte’, che suona, all’incirca, come “muoia la vita’. Io, che ho trascorso tutta la mia vita a porre in essere paradossi che facevano adirare chi non li capiva, vi dico come autorità in materia che questo paradosso mi sembra ridicolo e repellente. (…) Questo è il tempio dell’intelletto e io ne sono il supremo sacerdote. Voi state profanando il suo sacro recinto. Checché ne dica il proverbio, io sono sempre stato profeta in patria. Vincerete ma non convincerete. Vincerete perché avete forza bruta d’avanzo, ma non convincerete perché convincere significa persuadere. E per persuadere vi occorre ciò che vi manca in questa lotta: ragione e diritto. Io considero inutile esortarvi a pensare alla Spagna. Ho finito”. A questo risponde brutalmente il generale Millán-Astray gridando “A me la Legione”, “viva la Morte!” (motto della Legión Española) e “abbasso l’intelligenza!”. Unamuno risponde “Viva la vita!”. Il 22 ottobre, Franco firma il decreto di destituzione del rettore De Unamuno. Arresti domiciliari in disperazione e solitudine.”.  

Marcello Flores
17 luglio 1936. La democrazia muore pure in Spagna

Corriere della Sera La Lettura, 5 luglio 2026 

L’«alzamiento» segnò la terza sconfitta, nell’Europa tra le guerre, dopo quella del governo liberale in Italia con l’avvento del fascismo e della repubblica di Weimar in Germania con la vittoria del nazismo. Le elezioni di febbraio videro l’affermazione del Fronte popolare di sinistra, ma lasciarono un Paese spaccato e rissoso. Il golpe di Franco era pronto.

L’alzamiento del 17-18 luglio 1936, il colpo di Stato militare che i generali spagnoli Francisco Franco, Emilio Mola, José Sanjurjo, Manuel Goded, Gonzalo Queipo de Llano attuarono contro la seconda Repubblica spagnola, rappresentò la terza grande sconfitta della democrazia nell’Europa fra le due guerre, dopo la vittoria del fascismo in Italia e quella del nazismo in Germania.

Che la democrazia spagnola fosse fragile, più del regime liberale in Italia e della repubblica di Weimar in Germania, lo avevano dimostrato le vicende politiche degli ultimi anni. La nascita della repubblica nel 1931, dopo l’esilio di Alfonso XIII e le elezioni di quell’anno che videro la vittoria della sinistra e l’approvazione della Costituzione, aprì una fase in cui forti tensioni sociali e politiche caratterizzarono un biennio riformatore e radicale (riforma agraria, forte anticlericalismo, tentativi di colpo di stato militare) e un biennio conservatore e nazionalista (abolizione delle riforme, rivolta dei minatori delle Asturie e loro sanguinosa repressione), che accentuarono la frattura interna alla società spagnola e l’emarginazione crescente, in entrambi i campi, dei sostenitori dello stato di diritto e di una democrazia parlamentare equilibrata e inclusiva.

Le elezioni del 16 febbraio 1936 videro la vittoria del Fronte popolare, la nuova coalizione delle forze di sinistra, nei confronti del Fronte nazionale, con lo 0,5% in più dei voti (circa 75 mila) ma con 286 seggi contro 141 (e 56 del centro). La scelta fu di nuovo quella di riprendere la via delle riforme radicali anche perché, come ha scritto Gabriele Ranzato nel libro più equilibrato sulla nascita della guerra civile (L’eclissi della democrazia, Bollati Boringhieri, 2004), «governo e maggioranza dovevano operare sotto la pressione di un movimento popolare per il quale la vittoria del Fronte era apparsa un viatico al soddisfacimento di tutte le sue rivendicazioni e, per molti, la vigilia di un evento rivoluzionario che avrebbe dovuto ribaltare i rapporti di potere nella società». Si instaurò presto un clima di violenza e contrapposizione che il governo non riuscì a controllare e che spinse i vertici militari ad accelerare i preparativi per un colpo di stato cui stavano pensando da tempo.

Il colpo di Stato di metà luglio fallì nelle grandi città e nelle zone più industriali e avanzate del Paese: Pamplona, nel nord-est, cade rapidamente nelle mani dei golpisti, così come quasi tutta l’Estremadura, la Galizia, la Navarra e parti delle Asturie. Ma le due città più grandi del Paese, Madrid e Barcellona, oltre a Valencia, respingono il tentativo di presa di potere, perché le milizie operaie di sinistra riescono ad armarsi appena in tempo e molte forze dell’ordine, su cui gli insorti avevano fatto affidamento, rimangono leali. Siviglia fu presa in pochi giorni da Queipo de Llano, con una violenza che colpì in modo particolare le donne che combattevano per la repubblica. Il golpe era diretto contro la democrazia; che la repubblica di fatto abbandonò anch’essa in nome di una rivoluzione sociale di cui socialisti e anarchici rappresentavano due anime diverse e conflittuali ma convergenti nell’abbandono di una democrazia parlamentare.

Da un punto di vista militare le forze contrapposte, nella penisola iberica, erano più o meno alla pari, anche se quelle repubblicane risultavano più frammentate e disorganizzate; ma i golpisti potevano contare sui 34 mila uomini dell’esercito africano di stanza in Marocco che, se giunti in Spagna, avrebbero spostato a favore dei ribelli le chance di vittoria. Al momento erano bloccati, grazie all’ammutinamento dei marinai della flotta che aveva impedito il successo dell’alzamiento nei reparti della Marina.

Il destino della guerra civile, anche se non fu subito chiaro a tutti e se si aggiunsero, poi, errori e fallimenti che potevano essere evitati, dipese sostanzialmente dall’appoggio che i Paesi europei decisero di dare alle parti in lotta. José Giral, il primo ministro che il presidente Manuel Azaña Díaz nominò il 19 luglio, chiese al governo francese guidato da Léon Blum, che nel Paese confinante è a capo del nuovo Fronte Popolare, di sostenere la Repubblica spagnola in questa drammatica situazione con forniture di armi. Blum acconsente inizialmente, ma deve procedere con discrezione. Il suo governo del Fronte Popolare è in carica solo da sei settimane. A Parigi, fascisti ed estremisti di sinistra si affrontano in scontri di piazza, e i militari francesi mettono in guardia a gran voce da qualsiasi ingerenza nel conflitto al di là dei Pirenei. Il primo ministro francese si consulta con gli inglesi e fa marcia indietro. Il 2 agosto il suo governo vieta la vendita di armi e di qualsiasi materiale bellico alla Spagna. La Repubblica aggredita si ritrova senza alleati.

I generali golpisti, invece, e soprattutto Francisco Franco che viene considerato il più abile, determinato ed efficace, riescono a ottenere quasi subito l’aiuto delle due potenze fasciste del continente, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. La prima richiesta di aiuto al fascismo da parte di Franco viene già avanzata il 21 luglio. Il 25 Mussolini inizia un rapido ripensamento che porta, il 27, alla decisione di intervenire a fianco del generale Franco, mentre Ciano comunica che dodici aerei e un piroscafo carico di armi sono pronti a partire per Melilla. Lo stesso 25 luglio la richiesta viene fatta anche a Hitler, che si trova al festival wagneriano di Bayreuth. Nasce subito quella che il ministro dell’Aviazione del Reich Hermann Göring chiamerà «Operazione Feuerzauber», dal titolo del terzo atto della Valchiria di Richard Wagner: venti velivoli Junkers del tipo Ju 52, sei bombardieri da combattimento Heinkel 51, venti cannoni antiaerei sono pronti per trasportare le truppe da Melilla, nel Marocco spagnolo.

Mentre Francia e Inghilterra si accontentano di un «patto di non intervento» che anche Italia e Germania formalmente approvano, le due potenze fasciste permettono all’esercito africano di Franco di giungere in Spagna attorno a metà agosto. Il vantaggio strategico si è compiuto e, sia pure in tempi più lunghi del previsto, sarà proprio Franco a prevalere nella guerra civile. L’aiuto militare ai golpisti, che vedrà nel gennaio successivo l’arrivo di 40 mila volontari fascisti e nell’aprile la distruzione di Guernica da parte della Legione Condor nazista, ha già compiuto il suo passo decisivo.




Il fascino dell'Odissea

Irene Papas

Michele Silenzi
L'eterna ossessione per l'Odissea

Il Foglio, 8 luglio 2026

Tra poche settimane avremo, al cinema, un’ennesima declinazione del racconto dell’Odissea omerica. Christopher Nolan si è preso questa incombenza, l’unico in grado di tentare una simile impresa senza essere tacciato di hybris, la superbia umana tanto invisa agli dèi. Insegue il maestro dei maestri dell’immagine cinematografica, Kubrick, che aveva spostato la sua odissea avanti nel tempo e nello spazio, l’infinito ed oltre. Perché questa ossessione per l’Odissea? Forse, semplicemente, perché è il più grande racconto mai concepito dall’uomo, quello con cui tutti coloro che sono venuti dopo si sono dovuti confrontare, in modo più o meno consapevole. Ovviamente, però, c’è molto altro. Tra le moltissime cose, l’Odissea è indiscutibilmente il racconto del ritorno, del nostos, della difficoltà assoluta del ritorno a casa, delle infinite peripezie per riguadagnare il letto di casa, da cui si è lontani ormai da venti anni. Come sarà diventata la mia sposa? Cosa sarà del mio palazzo? Cosa di mio figlio? La madre, invece, è già stata incontrata nell’ade. Ombra tra le ombre, immagine più pallida che mai di ciò che in vita era stata la sorgente della vita stessa.
Eppure, nonostante la smania del ritorno, sappiamo che la mattina dopo avere ritrovato conforto nel suo letto insieme a Penelope, Ulisse sente che dovrà ripartire. Omero, o chiunque egli sia, poco importa, ce lo dice con chiarezza. Ulisse riprenderà il mare! La disperata volontà di tornare a casa, però, è anche un’affermazione di identità, un tentativo di affermare che si è esattamente quel luogo da cui si proviene e che solo tornando lì si potrà riguadagnare se stessi. Si potrà ritrovare chi si è effettivamente. Altrimenti siamo perduti, come Ulisse nelle sue infinite peregrinazioni maledette da Poseidone. Nel viaggio non si è a casa, si è fuori asse rispetto a se stessi. Solo nel letto nuziale scavato in un ulivo centenario, immagine della stabilità se mai ce n’è stata una, Ulisse pensa di potere ritrovare se stesso. Eppure non è del tutto così, perché sa che dovrà ripartire. L’identità, è ovvio, è un viaggio. Un percorso interminabile per cui bisogna sempre prendere di nuovo il largo.
In una intervista di qualche anno fa, nelle rare occasioni in cui ha parlato con un minimo di sincerità, Bob Dylan, altro ossessionato dal vagabondare, ha detto, come tutti sappiamo, che lui era nato a Duluth, Minnesota. Ma che alla prima occasione se n’era andato via perché doveva tornare a casa, che non era lì dove era nato. E Dylan è là fuori, ancora oggi, a ottantacinque anni, quasi tutte le sere, a portare in giro la sua meravigliosa follia in sperdute cittadine americane, nonostante sia il mito di se stesso. Ancora in giro, con il suo Neverending Tour, a peregrinare come un Ulisse, sempre sulla strada del ritorno verso casa. Derek Walcott, in una celeberrima poesia di qualche decennio fa, “Love after Love”, declinava in modo splendidamente minimalista questo tentativo di ritornare “a casa”, di ritrovare una propria identità, attraverso gli occhi di un uomo che apre la porta a se stesso, alla straniera immagine speculare di colui che era stato, e che arriva, torna, a bussare alla sua stessa porta. Questi due medesimi opposti, ritrovandosi, si daranno il benvenuto, condivideranno il pane e il vino. Le disperazioni così come i grandi amori saranno ormai cose passate. E tutto sarà ricomposto.
In queste tre diversissime declinazioni, identità e ritorno appaiono come una contraddizione necessaria e insolubile. L’identità è un ritorno, un approdo a qualcosa che forse era all’inizio ma che è andato perduto nel percorso che è la vita stessa. Eppure, allo stesso tempo, ed ecco il paradosso, l’identità si forma solo in quel percorso in cui perdiamo quell’inizio che speriamo di ritrovare alla fine. Allora, forse, l’identità non è un qualcosa di dato, ma il risultato di un processo che non ha fine se non nella fine stessa. Tuttavia, paradosso nel paradosso, essa è anche qualcosa di vero e di reale in ogni momento di quel percorso.