sabato 31 ottobre 2026

Il Duce a teatro

 


istrionico duce tra scena e politica

Mussolini e il teatro. Patricia Gaborik ricostruisce la passione, mai sopita, del leader fascista, sviscerandola in ogni componente. L’intento: educare il comportamento degli italiani, andando oltre la figura del duce attore

Sergio Luzzatto

Il Sole 24ore, 25 ottobre 2026 


La sera del 27 ottobre 1922 Benito Mussolini era a teatro. Al Manzoni di Milano si rappresentava Il cigno, la commedia di Ferenc Molnár, e il direttore del «Popolo d’Italia» seguiva lo spettacolo dal suo palco mentre le squadre fasciste andavano muovendosi verso Roma. Durante il secondo atto, un giornalista venne a chiamarlo: «Direttore, hanno telefonato. È cominciato». Mussolini si alzò, salutò e uscì.

Così Margherita Sarfatti avrebbe raccontato anni dopo, da amante ufficiosa del Duce, una serata destinata comunque, per la coincidenza fra palcoscenico e colpo di mano, a diventare memorabile. Nei fatti, nulla vi era di eccezionale nell’incontrare Mussolini fra le ombre di un palco o il luccichio di un foyer: la sera prima, per dire, lui e l’amante erano andati all’opera. Eccezionali, in compenso, sarebbero state le fortune storiche di quell’immagine teatrale – o di quell’immaginetta. Perché presto il vincitore della marcia su Roma sarebbe stato descritto, dagli avversari non meno che dagli ammiratori, come un attore consumato. E dopo il 1945, l’immaginetta avrebbe conosciuto un successo ancora maggiore.

Il Duce istrione, il fascismo come spettacolo, gli italiani come pubblico: una rappresentazione capace di spiegare – tutt’insieme – il consenso, il culto del capo, le piazze oceaniche. Ma capace anche di alleggerire retrospettivamente il peso della politica. Se un po’ tutto nell’era fascista era stato una recita, si poteva finire con l’attribuire anche troppo all’abilità del primattore, troppo poco alle responsabilità degli spettatori, gerarchi o cittadini che fossero. Ed è contro questa scorciatoia interpretativa che si iscrive Il teatro di Mussolini di Patricia Gaborik, pubblicato in italiano da Garzanti.

Il punto di partenza di Gaborik è semplice, ma non scontato: prendere il teatro alla lettera. Non i balconi come palcoscenici né i gerarchi come comparse, bensì copioni e rappresentazioni, attori e impresari, sovvenzioni e tournée. Ne emerge con forza un Mussolini che la metafora dell’attore – paradossalmente – ha contribuito a nascondere. Da giovane socialista, il romagnolo impaziente aveva scritto parecchio di teatro; continuò poi a leggere drammi, a frequentare autori, a interessarsi di recitazione. Maturi, i suoi gusti nulla avevano di casuale. Mussolini amava D’Annunzio, Pirandello, Shaw; cercava nei testi ciò che cercava altrove, uomini d’azione, volontà, conflitti, storia. E da capo del governo, quando il tempo a sua disposizione per gli spettacoli diminuì drasticamente, non perciò smise di occuparsi della scena teatrale italiana. Tutt’altro.

Un episodio vale a documentarlo con efficacia quasi scolastica. Durante le feste di Natale del 1934, il Duce del fascismo lesse una tragedia in versi di Francesco Pastonchi, e gliene scrisse a lungo. Discusse la trama, la lingua, la recitabilità; segnalò immagini che giudicava vaghe, versi che gli parevano deboli, il rischio che gli attori finissero per «cantare» una poesia troppo preziosa invece di recitarla. Non era il parere distratto di un mecenate. Né aveva allora alcunché di amatoriale la collaborazione del Duce con un professionista affermato qual era Giovacchino Forzano, drammaturgo e regista: nei tre drammi storici nati da quel rapporto, Mussolini suggerì a Forzano i soggetti come le trame. Riconoscere all’inventore del fascismo solide competenze teatrali non lo rende politicamente più presentabile. Rende storicamente meno presentabile la comoda figura del despota incolto.

Per ricostruire questa vicenda, Gaborik – letterata di formazione – ha esplorato gli archivi del fascismo con una sistematicità e un’acribia che nessuno storico aveva praticato prima di lei. Lo attestano felicemente, nel libro, proiezioni cartografiche e infografiche tanto originali quanto istruttive, o sorprendenti. In generale, lo attesta la sua argomentazione a tutto campo intorno (così i titoli dei capitoli) a «Mussolini critico», «Mussolini impresario», «Mussolini drammaturgo», «Mussolini censore». Ne è venuto fuori un saggio importante per davvero, che illumina di molta luce nuova la politica teatrale del Duce e del regime.

Certo, in tale politica la propaganda ebbe la sua parte, talvolta con risultati mediocri o grotteschi. Ma l’investimento fascista sulla scena andò ben oltre i luoghi comuni. Il teatro doveva educare il gusto, la lingua, il comportamento; doveva offrire un’esperienza collettiva; doveva contribuire a quella trasformazione antropologica degli italiani che il regime non cessò mai di perseguire. Da qui le sovvenzioni ai teatri d’arte, i Carri di Tespi, le compagnie del Dopolavoro, i Teatri-Guf, l’Accademia d’Arte drammatica: un investimento sull’alto come sul basso della cultura della ribalta. Non occorreva che una commedia parlasse esplicitamente del Duce per risultare utile alla causa. Poteva bastare che fosse, agli occhi dei responsabili di regime, buona arte: accessibile, formativa, capace di sollevare il pubblico al di sopra del puro intrattenimento commerciale.

Il lavoro della censura teatrale illustra chiaramente fin dove potesse spingersi questa ambizione pedagogica. All’Archivio centrale dello Stato restano 12.955 dei quasi 18mila copioni sottoposti alla censura dal 1931 in avanti: cancellature a matita rossa o blu, battute riscritte, scene espunte; e talvolta un grande «NO» sottolineato, seguito dalla M di Mussolini. A vagliare quei copioni era Leopoldo Zurlo. Un napoletano di mezza età, prefetto di carriera, che era cresciuto ascoltando una nonna «ultraliberale» irridere i censori borbonici o pontifici, e che – tutto sommato – di fascista aveva ben poco. Il capo della polizia, Arturo Bocchini, lo aveva scelto perché aveva «letto qualche libro in più». Ebbene: dei 12.955 copioni conservati, soltanto 628 furono respinti. Non perché la dittatura fosse mite: censurare significava più spesso correggere, amputare, negoziare, autorizzare con riserva, che semplicemente proibire.

Nelle istituzioni teatrali create o consolidate durante il Ventennio si formò una generazione destinata a occupare – nell’Italia repubblicana – uno spazio culturale e politico ben diverso. Fra i più appassionati critici teatrali dei Guf era un giovane di nome Giorgio Napolitano. E quando nel 1947 Paolo Grassi e Giorgio Strehler fondarono a Milano il Piccolo Teatro, scelsero la formula «Teatro d’arte per tutti». Erano ormai altri gli uomini, altri i valori, altro lo Stato; ma non tutto aveva bisogno di essere inventato da capo. Anche una dittatura può lasciare in eredità sensibilità e competenze che sfuggono ai fini per cui erano state alimentate e promosse.

Al teatro Manzoni di Milano, quella sera d’ottobre del 1922, Mussolini aveva abbandonato Il cigno perché da Roma era arrivata una chiamata più urgente. Negli anni del suo governo, avrebbe continuato a occuparsi di teatro con un’assiduità che l’immaginetta del Duce attore ha contribuito ad occultare, e che Patricia Gaborik ci aiuta adesso a ritrovare.

Patricia Gaborik

Il teatro di Mussolini

Garzanti, pagg. 480, € 26

Siamo tutti maranza

Roberto Maggioni
«Siamo tutti maranza». Milano ritorna in strada
il manifesto, 31 ottobre 2026

A metà pomeriggio dal furgoncino dell’Usb urlano un liberatorio «siamo in 100 mila». Così si conclude una lunga giornata in cammino iniziata attorno alle 10 de mattino dal piazzale della Stazione Centrale di Milano per i lavoratori del sindacato di base e di fronte al Politecnico per gli studenti dal piazzale. C’è un popolo che è sceso in piazza anche a Milano contro Giorgia Meloni, un popolo che fa fatica ad arrivare alla fine del mese nella città degli iper ricchi, o che studia in scuole fatiscenti. Arrivato dagli istituti di Milano, ma anche da quelli dell’hinterland. Con una presenza dei professionali e dei tecnici che segna una differenza sostanziale rispetto alle mobilitazioni degli anni scorsi dominate dai licei. Un popolo arrivato anche dai magazzini della logistica che costellano la cintura esterna di Milano, così come dalle aule universitarie o dagli uffici del pubblico impiego. Un popolo fatto di giovani, ma anche dei loro genitori. In tanti ieri – genitori e figli – hanno camminato insieme. Un popolo fatto anche da un gruppetto di studentesse di 16 anni che sorreggevano uno striscione con scritto sopra «la generazione contro l’inflazione».

MA CHE NE SA dell’inflazione un sedicenne? Non dovrebbe essere roba da vecchi? In queste mobilitazioni invece le questioni materiali – casa, lavoro, reddito – sono esplose proprio tra i più giovani. Il corteo milanese è stato sì contro il carovita e le spese militari, ma anche una forte risposta alla repressione del governo Meloni.  A metà pomeriggio dal furgoncino dell’Usb urlano un liberatorio «siamo in 100 mila». L’ennesimo schiaffo dei giovani alla paura, dopo quello del 24 ottobre quando il governo aveva mandato a Milano 500 militari della Folgore militarizzando la città e i giovani avevano risposto in 15 mila muovendosi per le vie del centro autorganizzandosi al momento.

Dentro il popolo sceso per strada ieri c’è sicuramente anche chi ha votato No al referendum sulla giustizia e chi è sceso in piazza un anno fa contro il genocidio a Gaza. In corteo tante le bandiere palestinesi, presente anche lo spezzone dei Giovani palestinesi italiani. Anche un anno fa, il 22 settembre, a fare da collante tra giovani e meno giovani era stato uno sciopero generale del sindacato di base Usb.

STUDENTI E LAVORATORI, la somma la si è vista in piazzale Loreto quando i due cortei si sono incontrati per fondersi in uno solo e raggiungere la tangenziale est. Sulla carreggiata verso sud della tangenziale i manifestanti hanno sfilato per tre ore e mezza, in clima così disteso che a un certo punto un trapper (BighiBrown) ha girato un video sulla tangeziale occupata tra fumogeni, manifestanti e lo sguardo a distanza della Digos. «Stop carovita, no alla guerra, no al riarmo», lo striscione d’apertura del sindacato di base. Su quello dello spezzone studentesco c’era scritto «Riprendiamoci il futuro». E dietro, su un cartello tenuto in mano da una ragazza, c’era scritto «sono il futuro, ma senza un futuro». Una citazione da un brano del rapper Massimo Pericolo, che evidentemente ben descrive lo stato d’animo di questa generazione Z, che a Milano è stata anche Generazione Maranza, come scritto su due striscioni nello spezzone del centro sociale Cantiere.

LA PAROLA MARANZA risuonava anche in uno spezzone con i giovani del quartiere popolare Giambellino, arrivati in manifestazione insieme agli educatori di zona, che cantavano «siamo tutti quanti maranza». Una delle parole più abusate in questi anni, usata per marginalizzare le seconde generazioni, ripresa ora dai ragazzi con ironia per toglierla di bocca alla destra e togliersi di dosso quello stigma. Anche alcune bandiere tricolore italiane lungo il corteo hanno fatto quell’effetto: togliere feticci alla destra, togliere potere a certi simboli. Che forse è la cosa che fa più paura a chi sta al Governo: avere a che fare con una generazione imprevedibile e incontrollabile.

Un modo nuovo

Andrea Fabozzi
Un modo nuovo

il manifesto, 31 ottobre 2026

Sono giorni che le piazze italiane si riempiono facilmente e si svuotano a fatica. Basta una generica convocazione e talvolta non serve neanche quella per richiamare decine, centinaia di migliaia di manifestanti in grande maggioranza giovanissimi. Ogni volta una sorpresa: sono molti più di quanti credevamo. Gli organizzatori, quando sono riconoscibili, finiscono loro stessi piacevolmente travolti, come ieri il sindacato di base che ha indetto lo sciopero generalizzato ma molto presto ha dovuto consegnare i cortei agli studenti che hanno preso possesso della giornata. E a Roma della città intera, spostandosi ovunque per dieci ore da mattina a sera. Le piazze ormai è più difficile svuotarle che riempirle.

Sono parte di un movimento mondiale che ha caratteristiche e motivazioni diverse da Paese a Paese, ma un elemento comune. C’è una generazione che non ha più fiducia nelle società che dovrebbero accoglierli, rette da una rete di interessi e da sistemi politici ed economici che li umiliano, li affamano e che sono votate alla guerra e alla estinzione. E non ha fiducia nemmeno negli adulti che questo mondo dovrebbe consegnargli. La loro ripetuta presenza nelle piazze ha il segno di un protagonismo che può durare. Vedremo e soprattutto impareremo con quali mezzi e in quali forme. Intanto scopriamo un modo nuovo di occupare le strade, quelle che una sfilza di decreti legge prova invano a vietare. Allegri e ironici quando ce li si aspetta arrabbiati. Determinati, indisponibili ad arretrare e a cadere nella trappola «buoni» e «cattivi» quando si prova a ridurli a problema di ordine pubblico.

Le loro ragioni sono così solide che persino le parole di ieri del presidente della Repubblica avrebbero potuto stare nei cortei. L’inflazione sale, i salari reali scendono, la povertà si diffonde – lo dice anche Mattarella. Il fallimento di quattro anni di governo Meloni nessuno schieramento di polizia può nasconderlo, nessuna legge liberticida può proteggerlo. Il caro vita è diventato un tema anche per ventenni, l’alternativa a battersi per il cambiamento per molti di loro è la fuga all’estero. Difficile che si accontentino di sapere che mentre riempivano le piazze, l’opposizione parlamentare teneva una positiva riunione. In collegamento video, senza uscire di casa.

venerdì 30 ottobre 2026

I Libri del Pavone

 


quando i tascabili si pavoneggiavano

Collezioni editorali. Alla Biblioteca di via Senato a Milano vanno sei collane mondadoriane raccolte da Domenico Salvaderi: una delizia per la qualità grafica di volumi per il grande pubblico. Mostra in vista?

Andrea Tomasetig

Il Sole 24ore, 25 ottobre 2026

Nel biennio 1940-41 Mondadori pubblica la collana dalla vita breve “I libri per tutti”. Perché il titolo si traduca in un vero progetto editoriale dovranno però passare vari anni dalla fine della guerra, dalla riconquistata libertà di stampa e soprattutto da un miglioramento delle condizioni di vita di più ampi settori della società.

Riandando alla stagione del libro economico degli anni 50 e 60 l’immaginario diffuso è occupato dall’epopea degli Oscar Mondadori dalle copertine invitanti e per la prima volta distribuiti a basso prezzo nelle edicole italiane. Doveroso riconoscimento, ma senza dimenticare una storia che viene da più lontano e che è debitrice di una progettualità grafica e di contributi di autori di copertine di prim’ordine.

L’occasione per meglio collocare quella storia è offerta dalla collezione di sei collane Mondadori di quegli anni, acquisite dalla milanese Biblioteca di via Senato e che si aggiungono agli altri fondi sull’editoria: “I Libri del Pavone” (1953-1965), “Il Bosco” (1957-1967), “Gli Oscar settimanali” (1965-1968, la prima serie), “Gli Oscar mensili” (1965-1967), “Fantomas” (1963-1966), “I Rapidi” (1966-1969).

Come spesso avviene in Italia il merito è di un collezionista, Domenico Salvaderi, che per anni ha frequentato mercatini e piccoli rivenditori (le librerie blasonate non si occupano di tascabili da pochi euro) e che con rigore e puntiglio ha raccolto e completato le collane, migliorando nel tempo gli esemplari tutti in prima edizione, con l’aggiunta di ristampe e varianti di copertina. L’ha aiutato Mauro Chiabrando, studioso di grafica editoriale e a sua volta cacciatore di libri. Il risultato finale è di quasi un migliaio di volumi in perfetto stato di conservazione, che documentano le innovazioni grafiche dell’epoca e le invenzioni degli artisti coinvolti, a partire dalle decisive copertine che vanno conservate integre e prive di etichette (raccomandazione accorata da trasmettere alle biblioteche pubbliche nazionali).

Quali le “scoperte” più rilevanti? Innanzitutto, il rilievo che assume la collana “I Libri del Pavone”, presentata ufficialmente come una vera novità nel panorama editoriale: “tutto un pubblico nuovo di lettori è stato attratto dai capolavori del ‘Pavone’, dall’eleganza della veste grafica (con copertina a colori verniciata), dal modico prezzo di 250 lire al volume”. La presenza di buoni autori italiani e internazionali è dovuta al fornito catalogo Mondadori e dal febbraio 1957 anche a quello Einaudi, grazie a un accordo tra le due aziende. Artefice dell’operazione – a cui poi si aggiungono altre editrici – è Raffaele Mattioli, che così salva la casa torinese da una grave crisi finanziaria. Ma un terzo fattore è altrettanto determinante: la bellezza delle copertine colorate affidate per lo più a Mario Tempesti (1917-1987), illustratore triestino di notevole bravura e dal carattere difficile. Nella parte alta delle cover, quella bassa era riservata al lettering, realizzate con un taglio da cartellonista cinematografico – non a caso utilizzava i volti degli attori famosi quando un film di successo tratto da un romanzo suggeriva la pronta riedizione – ritraeva il personaggio principale in primo piano sullo sfondo di una essenziale allusiva ambientazione. L’artista è stato ingiustamente dimenticato (tranne una recente monografia pubblicata dalla Fondazione Rosellini) e merita di essere riscoperto.

Il “Pavone” ha fatto da ‘madre’ ai ben più famosi Oscar. Dietro a entrambe le collane per molti anni c’è la stessa persona: Anita Klinz (1923-2013), geniale protagonista del rinnovamento grafico Mondadori e ben più colpevolmente di Tempesti cancellata dalla memoria per decenni (fa eccezione la monografia di Luca Pitoni pubblicata nel 2022 dalla Fondazione Mondadori). Istriana, nata nell’allora italiana Abbazia (Opatija), si trasferisce con la famiglia a Praga, frequenta la scuola di Economia e poi la scuola di Grafica, arriva in Italia nel 1945, è assunta alla Mondadori nel 1951, dove nel 1962 crea e dirige l’ufficio artistico. Da quella posizione porta a compimento un radicale rinnovamento della veste grafica Mondadori, impostando la sua complessiva immagine coordinata, a capo di una squadra di quindici collaboratori da lei stessa scelti. Spiccano i nomi di Bruno Binosi, Ferruccio Bocca, Ferenc Pintér, Paul Scharff, Peter Gogel.

All’epoca è in Italia la prima donna art director e autrice di copertine che lasciano il segno, senza dimenticare la svizzera Lora Lamm attiva allora in un ruolo analogo alla Rinascente. Per le sue doti, anche manageriali, è apprezzata da Arnoldo e soprattutto da Alberto Mondadori, che seguirà in tutto il suo percorso dentro e fuori la casa madre, per poi ritirarsi precocemente dall’attività alla fine degli anni 70. Può essere accostata all’apporto dato in quegli anni da Bruno Munari alla Einaudi.

Ritornando agli Oscar, tuttora pubblicati e da cui sono derivate numerose sottocollane, esiste una vasta letteratura che li studia in rapporto alla diffusione della lettura nell’Italia del boom economico e anche dal punto di vista grafico. Qui possono bastare poche notizie riassuntive. La collana, sotto la direzione editoriale di Vittorio Sereni e quella artistica di Anita Klinz con Bruno Binosi, fa il suo debutto il 27 aprile 1965 nelle librerie e per la prima volta in tutte le edicole. Il primo numero, Addio alle armi di Hemingway, presenta l’iconica copertina di Mario Tempesti con l’indicazione “196° migliaio” (erano state conteggiate pure le vendite precedenti). Sereni inventa il termine “libri-transistor” accanto a “tascabili”, mentre sulla stampa dell’epoca si parla di libri poche e pocket. Il costo è di 350 lire, come un biglietto al cinema (da qui il nome Oscar e la famosa statuetta con il libro tra le mani). Il successo di vendite è clamoroso: si stima che i primi 50 titoli abbiano avuto una tiratura di oltre 8 milioni di copie. Infine, tra gli autori delle copertine vanno segnalati anche Ferenc Pintér e Karel Thole, esempi (aggiungiamo pure Max Huber e Bob Noorda) della capacità di Milano di attrarre talenti internazionali.

L’insieme delle sei collane permette di illuminare dal basso la grafica editoriale italiana, vanto del made in Italy insieme a moda, design e cibo. Certo, i volumi si potranno consultare alla Biblioteca di via Senato, ma meriterebbero di essere esposti in una mostra. Dove? Le città più indicate sono Milano, sede della Mondadori che l’anno prossimo festeggia 120 anni dalla fondazione, o Trieste, che potrà rendere il meritato omaggio a due suoi artisti che si inseriscono nella grande tradizione della grafica triestina e giuliana del Novecento.

L’auspicata mostra racconterà l’Italia degli anni 50 e 60 e per alcuni costituirà un tuffo nel passato. Federico Fellini in una delle sue ultime interviste ha osservato acutamente che i manifesti del cinema «sono come le canzonette: ti riportano a certi momenti della tua vita, impedendoti di perderli. Ti riportano cioè non tanto e non soltanto ai film, quanto alle loro stagioni. Al clima e al sapore di quelle stagioni». Mi accorgo ora che le sue parole valgono anche per le copertine dei libri.

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Sinclair Lewis, Opera d'arte

Milano : Mondadori

v. ; 19 cm

I libri del pavone ; 38-39

Trad. di Mario Borsa.

Creando la sua Perfetta osteria Myron Weagle ha inteso compiere un'opera d'arte. Meno fortunato dello statuario e del pittore, i quali soltanto il marmo o il metallo, la tela e i colori debbono signoreggiare per dar forma alle creature del loro pensiero, Myron Weagle deve fare i conti con la più difficile delle materie: l'uomo. Ottusità, invidia, egoismi, corruzione si accaniscono contro il creatore: e Sinclair Lewis raccontandoci le peripezie dell'alberghiere-poeta, ci dà una novella prova del suo potentissimo ingegno. Il pessimismo col quale taluni aspetti della vita americana sono crudamente descritti, è temperato da sprazzi di una umanità dolorosa e da un senso di vivace umorismo.





L'inganno della sicurezza

Il carcere minorile Ferrante Aporti a Torino

Glauco Giostra
Più carcere, meno sicurezza: l'inganno della stretta penale

Avvenire, 29 ottobre 2026

Il recente, ennesimo decreto sicurezza susciterebbe sbadigli per la tediosa ripetitività del fenomeno, se non confermasse una preoccupante degenerazione della politica e non solo. Assistiamo infatti a un esibito trumpismo penale e carcerario, gabellato per tutela della sicurezza sociale. Come quando ai tempi del proibizionismo «si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky» (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius , produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenta il turgido bicipite della repressione penale e il carcere come risolutiva risposta alle condotte antisociali è impeccabilmente descritta nella Medea di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».

Cosa significa vivere in carcere, in Italia

Eppure, non solo è evidente che con il susseguirsi dei “provvedimenti sicurezza” cresce l’insicurezza, ma la lenzuolata di nuovi reati e le iperboliche risposte sanzionatorie hanno aumentato, nell’arco di vita di questo governo, di diecimila detenuti la già intollerabile popolazione penitenziaria e di ben il 50% quella dei penitenziari minorili (tanto che il ministro della Giustizia vorrebbe provvisoriamente fronteggiare il prevedibile afflusso di nuovi condannati minorenni riservando loro alcune sezioni negli strabordanti carceri per adulti: imbarazzante). Ma la soluzione c’è, ha assicurato la Presidente del Consiglio qualche tempo fa e Nordio in queste ore: basta costruire nuove carceri. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: «Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere», mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, «mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa» e per evitare «gli effetti negativi della reclusione». Non si può non aggiungere che nell’attuale situazione italiana aspettare la costruzione di nuove carceri significherebbe rassegnarsi per div]ersi anni al numero intollerabilmente alto di suicidi, di atti di autolesionismo, di condanne dello Stato a risarcire detenuti per trattamento inumano e degradante.

Più in generale, poi, questo ennesimo ricorso al decreto- legge si espone a non meno importanti rilievi critici. Quando ci si accinge a regolamentare il più penetrante dei poteri dello Stato nei confronti dell’individuo, il potere penale, le scelte dovrebbero essere frutto di un ampio dibattito parlamentare. Il ricorso al decreto-legge, negli ultimi tempi quasi sempre in assenza del presupposto costituzionalmente imprescindibile della necessità e dell’urgenza, esautora il Parlamento del suo potere primario. Non solo: indulge nel vizio italico che Natalino Irti efficacemente denominava dell’“occasionalismo legislativo”, cioè quella deprecabile tendenza di produrre norme sull’onda emotiva, in genere pessima consigliera perché attenta al sintomo e non alla causa, dell’ultimo fatto di cronaca. Con l’ulteriore, grave danno di disordinare il sistema: «Da certi ritocchi (stile ministeriale), da certi rimaneggiamenti a spizzico, da certe ricatapecchiature ‒ ammoniva il grande Luigi Lucchini [giurista, deputato poi senatore del Regno, 1847-1929] ‒ sarebbe folle ingenuità sperare di cavarne qualche costrutto».

Dai palestinesi la salvezza

Marco Travaglio
Toh, gli arabi di Israele

Il Fatto quotidiano, 30 ottobre 2026

Da quando la parola Israele, grazie a Netanyahu e alla sua fairy band, è diventata impronunciabile, è passata l’idea che sia una finta democrazia. Magari: purtroppo è una democrazia vera che, da quando nel 2009 si consegnò alle grinfie di ‘Bibi’, si comporta con i palestinesi occupati di Cisgiordania e rioccupati di Gaza e con i Paesi vicini peggio di un’autocrazia. Ma al suo interno le regole sono rimaste democratiche. E, ogni volta che Netanyahu ha provato a scardinarle, ha trovato Corti e piazze pronte a difenderle. L’ultima è stata alla vigilia delle elezioni, quando la Corte Suprema ha respinto il tentativo di bandire i partiti arabi che rappresentano il 21,1% della popolazione: cioè i 2,1 milioni di palestinesi che dal 1948 vivono in Israele da cittadini accanto agli ebrei e alle minoranze druse e beduine, con pieni diritti e doveri, incluso l’elettorato attivo e passivo, esclusa soltanto la naja. Paradossalmente, lo Stato ebraico fu il primo del Medio Oriente a dare il voto alle donne musulmane, che non potevano avvicinarsi ai seggi neppure per le finte elezioni delle autocrazie arabe. Dopo il 7 ottobre, i palestinesi israeliani hanno subìto varie discriminazioni. Ma l’apartheid che colpisce quelli della Cisgiordania occupata non ha nulla a che vedere col loro status entro i confini d’Israele: voterebbero – altro paradosso – solo se Netanyahu riuscisse ad annetterli per uccidere anche de jure il sogno di due popoli in due Stati.

In queste elezioni la componente palestinese ha partecipato ancor più di quella ebraica, con un 80% di affluenza, raddoppiando i parlamentari da 10 a 19 (alcuni non riconoscono neppure Israele né condannano Hamas). Così, per la prima volta, le due liste arabe sono decisive per formare il nuovo governo ed evitare nuove elezioni. Il blocco centrista del generale Eisenkot (48 seggi) che si oppone alla Banda Bibi (53) aveva escluso intese con loro. Ma ora, per evitare il rischio di nuove elezioni e la jattura di un’alleanza con Netanyahu, potrebbe ripensarci, magari per un appoggio esterno: la Lista araba unita e Ra’am sono disponibili a un governo di svolta che arriverebbe a 67 seggi (sui 120 della Knesset, il Parlamento), in cambio di una radicale inversione di rotta a Gaza, in Cisgiordania e nelle varie guerre. Già nel 2021, per la prima volta nella storia, gli arabi avevano sostenuto un governo israeliano: quello di Bennett e Lapid, che durò solo un anno prima dell’eterno ritorno di Bibi. In fondo ci sono palestinesi nei tribunali israeliani e persino nella Corte Suprema. E lo sono il 50% dei farmacisti, il 20% dei medici e degli infermieri negli ospedali pubblici. In questa storia piena di paradossi, potrebbe persino capitare che a salvare la democrazia d’Israele siano proprio i palestinesi.

giovedì 29 ottobre 2026

Giordano Bruno, una vita

Giorgio Montefoschi
Giordano Bruno, l'irriducibile

Corriere della Sera, 29 ottobre 2026

Consapevole del fatto che «dedicare un piccolo libro a un grande studioso è un azzardo», Giulio Busi, professore alla Freie Universität di Berlino dove dirige l’istituto di Studi Ebraici, autore di libri fondamentali sulla Cabala, su Pico della Mirandola e sulla cultura umanistica fiorentina, sceglie tuttavia di correrlo, il rischio, con la sua nuova opera, Giordano Bruno. Molte stelle non muoiono (Mondadori) dedicata alla vicenda umana e filosofica del frate domenicano di Nola, tanto minuto nel corpo quanto animato da un carattere di ferro, spigoloso, irriducibile di fronte a ogni tipo di censura. Un volume affascinante, costruito sui libri e sulle esigue notizie di una vita avventurosa, con un finale agghiacciante che molti (anche se soltanto quello) conoscono, e lascia comunque senza fiato.

Entrato giovanissimo, appena quattordicenne, nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli (dove nel XIII secolo ha vissuto e insegnato Tommaso d’Aquino), Bruno profitta della ricchissima biblioteca conventuale e degli insegnamenti filosofici dei maestri sia aristotelici sia agostiniani, mostrandosi presto eccellente nell’arte mnemotecnica: vale a dire lo studio e la pratica della memoria. La notizia giunge fino a Roma, dove Papa è Pio V, desideroso di conoscere e mettere alla prova lo sconosciuto fraticello nolano. Lui parte e, di fronte allo stupefatto pontefice, recita a memoria — in ebraico e con grande sicurezza — l’intero Salmo 86. Quindi torna a Napoli, dove finisce il noviziato, «raccoglie la dottrina che gli servirà di viatico per la sua futura ascesa» e, come ancora scrive Giulio Busi, «cerca la fede, senza trovarla. Anzi perde anche quel poco che ha».

Nella città chiassosa e turbolenta — dove perfino nei conventi le cronache narrano di furti, violenze, soprusi, scandali sessuali, insubordinazioni, omicidi — è arrivato nel 1562; getta la tonaca e parte definitivamente nel 1576, quando di anni ne ha 28. Per dove? Nelle città dove poter stampare liberamente, senza le tenaglie dell’inquisizione, i libri nei quali espone il suo pensiero filosofico (talvolta astruso, altre volte limpidissimo e geniale: è neoplatonico, nel De umbris idearum scrive che gli uomini vivono nell’ombra, possono cogliere soltanto l’ombra delle idee divine, che la luce vince le tenebre e che l’universo è armonico, amoroso, non contempla la figura di un redentore). Quindi, nelle università. Quindi nelle corti rette da principi o re illuminati disposti a concedergli protezione.

Inizia così un lungo viaggio: la Ginevra calvinista; Tolosa; le università tedesche; la Parigi di Enrico III, subito affascinato da questa primordiale ed eterna connessione di ombra e di luce; Londra; la Praga di Rodolfo II, mecenate appassionato di scienze occulte; Venezia, finalmente, che gli sarà fatale. Un itinerario, che Busi segue «pagina per pagina» potremmo dire, irto di difficoltà materiali, contrasti ideologici, sconfessioni alle quali Bruno risponde con la virulenza del carattere e la forza di una mente che non si piega, fino alla pagina finale, dopo sette anni di prigione, in Campo de’ Fiori a Roma.

Il Papa ora è Clemente VIII. Il cardinale gesuita Roberto Bellarmino, uno dei massimi teologi della Controriforma, è il grande Inquisitore. Legge le opere di Bruno e riscontra otto proposizioni eretiche da sottoporre all’imputato perché le abiuri. Gli concedono 40 giorni per decidere. Che poi, una dilazione dopo l’altra, diventano mesi. Finché non arriva, da parte del tribunale ecclesiastico, la proposta della tortura. Clemente VIII si rifiuta. Bruno è comunque senza scampo. Il 21 dicembre 1599 la Commissione entra nella sua cella. Gli chiedono, per l’ultima volta, di abiurare. Lui si rifiuta. Questo è il referto: «Si è visitato fra Giordano, del fu Giovanni Bruno da Nola, sacerdote professo dell’ordine dei Predicatori e dottore in Teologia sacra. Egli ha affermato che non deve e non vuole pentirsi, e che non ha nulla di cui pentirsi, né alcun motivo di pentimento, e non sa per che cosa dovrebbe pentirsi». Il 9 febbraio lo fanno inginocchiare e gli leggono la sentenza di condanna. Unica raccomandazione, che la morte avvenga nel modo più clemente possibile, senza spargimento di sangue: andrà sul rogo. Bruno risponde: «Forse pronunciate la sentenza contro di me con più timore di quanto io la riceva».

Per la conclusione di questa tragedia Giulio Busi sceglie, con felice intuito, uno stile scarno, crudo. Il 17 febbraio, quando è ancora notte — perché l’ambasciatore francese che ha il palazzo lì di fronte si è lamentato per gli spettacoli orrendi delle esecuzioni — i membri dell’arciconfraternita di San Giovanni Decollato avanzano in processione recitando delle litanie. Bruno, il volto coperto, ha la mordacchia: uno strumento che gli blocca la lingua. Arrivati al palco, al centro di Campo de’ Fiori, lo spogliano nudo e lo legano al palo. Prima di accendere il rogo gli mostrano una immagine di Cristo. Lui la respinge con disprezzo. Le fiamme salgono nel buio e il frate di Nola diventa cenere. Commenta Busi: «L’ultima pagina della grande opera di Bruno è scritta. Col fuoco».