giovedì 10 settembre 2026

Soluzioni climatiche in prospettiva

Matthew Pearce
Gli scienziati hanno individuato le soluzioni climatiche con maggiori probabilità di raggiungere "punti di svolta positivi"
The Guardian, 10 settembre 2026 

Un rapido passaggio globale all’elettricità pulita potrebbe innescare una “cascata” di progressi verso la riparazione dei danni al pianeta causati dalla crisi climatica, secondo un rapporto che individua le soluzioni ambientali più probabilmente in grado di determinare un cambiamento.

L’analisi si concentra sui “punti di svolta positivi” – soglie oltre le quali una tecnologia o una pratica sostenibile diventa sempre più economica, diffusa o popolare politicamente, consentendo ai progressi di diventare autoalimentati.

Individua nell’elettricità pulita la transizione con la “più alta leva”, perché l’energia solare ed eolica più economica può accelerare il cambiamento ben oltre il settore energetico. L’energia pulita migliora l’economia dei veicoli elettrici, delle pompe di calore e dei processi industriali più puliti, riducendo al contempo l’inquinamento atmosferico e stimolando un’ulteriore domanda di elettricità da fonti rinnovabili.

Il rapporto si basa sul lavoro del professor Tim Lenton, direttore fondatore del Global Systems Institute dell’Università di Exeter, che studia i punti di svolta climatici dagli anni ’90.

Steve Smith, autore del rapporto e ricercatore presso l’Università di Exeter, ha dichiarato: “La cascata dell’energia pulita che stiamo vedendo ora sta facendo molto più di quanto chiunque si aspettasse anche solo 10 anni fa.”

L’energia solare ed eolica hanno già superato punti di svolta positivi in molti mercati importanti, ha affermato Smith, poiché la crescente diffusione ha ridotto i costi, attirato investimenti e favorito un’ulteriore espansione.

Il rapporto, prodotto dall’Università di Exeter con il premio Earthshot, applica la scienza dei punti di svolta a 51 aree prioritarie nell’ambito di cinque obiettivi ambientali: proteggere la natura, ripulire l’aria, risanare gli oceani, eliminare i rifiuti e affrontare la crisi climatica.

Smith ha affermato che i punti di svolta positivi potrebbero essere intesi come la controparte benefica delle pericolose soglie climatiche, come il collasso delle calotte glaciali o la morte delle barriere coralline.

“I punti di svolta possono anche giocare a nostro favore,” ha detto. La rapida crescita dell’energia solare, dell’energia eolica e dei veicoli elettrici, così come il recupero di alcuni sistemi naturali, ha mostrato che il cambiamento benefico può accelerare dopo aver raggiunto una soglia critica.

Tuttavia, la transizione verso l’energia pulita è ostacolata dalla lentezza della pianificazione e dell’espansione della rete, in particolare nelle economie più ricche, e da una grave carenza di investimenti altrove. L’Africa riceve meno del 2% degli investimenti globali nell’energia pulita nonostante possieda il 60% delle migliori risorse solari del mondo, secondo il rapporto.

Le ricerche citate nell’analisi suggeriscono che politiche coordinate a sostegno dell’energia pulita, dei trasporti e del riscaldamento potrebbero anticipare di due-otto anni i punti di svolta in questi settori. I progressi in un settore rendono più facili quelli negli altri aumentando la domanda di elettricità pulita, incoraggiando gli investimenti e riducendo ulteriormente i costi.

La trasformazione delle catene globali di approvvigionamento delle materie prime è identificata come un altro intervento ad alto impatto. Un numero relativamente ristretto di aziende, banche e autorità di regolamentazione controlla il commercio di materie prime tra cui carne bovina, soia, olio di palma, legname, cacao e caffè, che nel loro insieme sono responsabili di gran parte della deforestazione tropicale mondiale.

Allineare le politiche di grandi mercati come l’UE, la Cina, il Regno Unito e gli Stati Uniti potrebbe rendere i prodotti a deforestazione zero la norma globale, ha affermato il rapporto. Se autorità di regolamentazione, produttori e istituzioni finanziarie adottassero standard comuni, per le aziende potrebbe diventare sempre più difficile vendere o finanziare beni legati alla distruzione delle foreste.

“Bisogna riuscire ad allineare non solo i produttori, ma anche i responsabili delle politiche, i grossisti, i consumatori, le banche, le compagnie di assicurazione, e fare in modo che tutti lavorino e facciano la stessa cosa,” ha detto Smith.

Anche la cucina pulita e l’energia domestica sono vicine ai punti di svolta in alcuni Paesi, poiché i modelli commerciali pay-as-you-go e l’energia solare decentralizzata rendono le tecnologie più pulite più accessibili e convenienti. Circa 2,1 miliardi di persone dipendono ancora da combustibili solidi per cucinare, esponendosi a una dannosa inquinamento dell’aria negli ambienti interni, con donne e bambini che ne subiscono gli effetti in misura sproporzionata.

Smith ha inoltre indicato la riduzione delle emissioni di metano come uno dei modi più rapidi per modificare il corso del riscaldamento globale. Il metano è responsabile di circa il 30% del riscaldamento registrato finora, ma rimane nell’atmosfera solo per circa 12 anni.

“La riduzione del metano è una delle leve più rapide che abbiamo a disposizione per limitare il picco del riscaldamento,” ha detto. I satelliti e i droni possono ora individuare perdite di metano che in precedenza erano invisibili, consentendo a interventi relativamente poco costosi di influenzare la traiettoria della temperatura entro un decennio.

Il rapporto sostiene che anche l’adattamento climatico potrebbe diventare auto-rinforzante. Quando si dimostra che le difese contro le inondazioni, i sistemi di allerta precoce e le infrastrutture resilienti riducono le perdite, possono abbassare i costi delle assicurazioni e dei prestiti, attrarre investitori e rendere più interessanti ulteriori investimenti.

Ma la finanza sta spesso andando nella direzione opposta. Circa 7,3 mila miliardi di dollari (£5,4tn) confluiscono ogni anno in attività che degradano la natura, rispetto a circa 220 miliardi di dollari per le soluzioni basate sulla natura, secondo i dati delle Nazioni Unite citati nel rapporto.

“Per ogni £1 investita nella protezione della natura, ne vengono spese £30 per cercare di degradarla,” ha detto Smith. “Quindi è una scelta politica e non è una mancanza di finanziamenti. È il modo in cui vengono utilizzati.”

mercoledì 9 settembre 2026

Il paganesimo di massa

Franco Cardini
Il paganesimo contemporaneo si alimenta della lotta con Dio

Avvenire, 9 settembre 2026

I lettori più pazienti fra quelli che hanno seguito nei giorni scorsi le avventure delle parole “pagano” e “paganesimo” (QUI e QUI gli articoli) si saranno spesso confrontati, nel nostro lessico quotidiano – molto comune specie nell’omiletica delle nostre messe domenicali, con tali termini usati per indicare vizi e difetti della nostra società, condivisi magari fra gli stessi credenti e magari perfino tra quelli che non si vergognano di mostrarsi osservanti. Il “paganesimo”, in forme magari diverse da quello che incontriamo nei libri di scuola o in certi spettacoli, si presenta soprattutto in contrasti di estrema opposizione: è quello “residuale”, “superstizioso”, delle immaginette, dei gadget di tipo sacro, in quelle che decenni fa i nostri austeri professori di religione a scuola – gente in abito talare – definivano ancora con dotta citazione scolastica vanae observantiae, come quella di farsi il segno della croce prima di cominciar a mangiare (in certi ambienti ancora semplice segno di buona educazione) o di biascicare una giaculatoria se un povero gatto nero ti attraversa la strada, o di passar di chiesa per accendere una candelina all’altare della madonna la mattina degli esami; oppure, al contrario, la pessima abitudine di “nominare il Nome di Dio invano” (e basta poco: anche esclamare “oddio!” se si scivola per strada) o addirittura di bestemmiare. Poi ci sono il “paganesimo di massa”, quello dei cinema, dei concerti, delle partite di calcio, dei fan delle attrici e dei campioni sportivi; e quello degli usi quotidiani come l’abitudine consumistica di riempirsi di compere inutili nei Centri Commerciali. Il “paganesimo” ostentato nei gesti e negli indumenti indossati, infine, è uno dei più tipici della “società opulenta”, e non sembra che la crisi attuale lo metta in crisi. Si diventa virtuosi e parsimoniosi solo dinanzi a ciò che non c’interessa.
Questo è il “paganesimo strisciante” dei nostri giorni: e non sembra certo avviato ad entrare in crisi. Ma del “paganesimo” tale al livello storico-sociologico, come quello illustrato dal libro di Carolina Lanzani, e di quello residuale dell’età antico-medievale, di cui è ancora piena la nostra memoria inconscia, nessuno si cura.
Viceversa, non è lontano il giorno nel quale cominceremo a occuparci del nostro passato prossimo: ch’altro non è se non il presente che comincia a sapere un po’ di stantio e che tra poco diventerà passato remoto. È sempre più frequente, ad esempio, imbatterci in espressioni anche rigorose e ponderate di critica alla democrazia rappresentativa occidentale e ai suoi lati meno condivisibili; e tutte le volte che l’anticonformismo si trasforma in una regola ostentata e magari in una moda, quello è segno certo che i tempi stanno per cambiare. È allora che il nostro presente sta diventando passato prossimo e che bisogna cambiar registro o prepararci a remare in vigorosa controcorrente.
È quanto c’invita a fare Aldo Rizza, filosofo cattolico allievo di Carlo Mazzantini e di Augusto Del Noce, in un libro il titolo del quale potrebbe sembrare lo sfogo di uno studioso conservatore in vena di antimodernità (e non sarebbe il solo...) mentre invece è una storia certo non asettica – al contrario! -, comunque equilibrata rivolta a cogliere le radici più profonde e forse nascoste ma anche più forti della cosiddetta Modernità; che di solito si definisce educatamente come «il tempo delle scelte individualistiche», o quello «della regressione del senso comunitario a vantaggio dell’individualismo», o magari «del processo di secolarizzazione»; se non addirittura «del tramonto (e/o della fine) del teocentrimo e dell’affermazione dell’antropocentrismo». Tutte discrete definizioni, anche alquanto sorvegliate. Che però Aldo Rizza, nel titolo del suo libro, preferisce definire così (papale papale: se volete, appunto nel senso di Leone XIV) : L’uomo moderno in lotta contro Dio. Per una fenomenologia della rivoluzione e dell’ateismo (Iusto – Libreriauniversitaria.it edizioni, pagine 384, euro 19,90).
In realtà, un libro che fa riflettere. A ciò invitano del resto sia il dialogo serrato dell’autore col suo maestro Del Noce (rispetto al quale mai, nemmeno una volta, si ricorda Renzo De Felice: il che è strano, specie nelle molte e dense pagine dedicate all’interpretazione – una volta tanto non demonologica – del fenomeno fascista), sia la partecipata e mai distrattamente concorde postfazione di Giuseppe Feyles, il che ci conduce in un’area frassatiana che non va mai sottovalutata.
Qualcuno parlerà, con sollievo o con preoccupazione, di un “ritorno a Marx”. Certo, l’abuso che del Gigante di Treviri si è sconsideratamente fatto nella seconda parte del XX secolo farebbe quasi sperare in una finalmente riequilibratrice Marx-Renaissance, se non altro per liberare il filosofo di Das Kapital da certe sue maldestre rivalutazioni “da destra”, ancora più deleterie della noiosa scolastica di sinistra che alcuni decenni fa scendeva dall’autoreferenzialistico Olimpo delle cattedre e oggi rimonta dai bassifondi di un attardato ribellismo sedicente “resistenziale”. Il fatto è che ha tutte le ragioni Rizza a rimpiangere la fine dell’ateismo “scientifico” marxiano (chi non ricorda le sussiegose cattedre universitarie sovietiche dedicate a “filosofia e ateismo”!) a vantaggio di un nihilismo davvero volgare in tutti i sensi possibili del termine, quello che ha invaso il nostro beato Occidente cavalcando un diffuso analfabetismo di ritorno e che non ha nulla nemmeno alla lontana da spartire con i suoi supposti “padri nobili”, Dostoevskji e Nietzsche... e nemmeno con Noam Chomsky.
Il fatto è che il titolo, caratteristica del quale è il tentativo non sempre riuscito di abbracciare in una visione generale storia e sociologia, filosofia e politica, religione e costume, rivoluzione e dissoluzione, rende in sintetica misura buona ragione a se stesso e alla sua tesi di fondo. L’“Eccezione occidentale” ha rappresentato un titanico attacco al cielo; la trasformazione dell’antico equilibrio di un globo “a compartimenti stagni” in un’“economia-mondo” e la volontà dell’homo oeconomicus occidentalis di soggiogare tutta la realtà a quella dell’onnipotenza del danaro e di costruire una società profondamente ingiusta sul presupposto insincero e fallimentare della costruzione di oligarchie fondate sul prevalere dell’arbitrio dei pochi più forti ha finito con il gettare la maschera e a ribadire così, lo voglia o no, l’antico ed eterno principio sulla base del quale non esiste società umana che possa ambire di costruirsi su un presupposto che non sia divino. E’ così che la rivolta dell’Uomo moderno contro Dio è l’esatto contrario della lotta di Giacobbe con l’Angelo. E, come si comincia a intravedere, si concluderà con qualcosa di molto peggiore di una slogatura.

La svolta nei rapporti con Israele

Lucia Capuzzi
Sanzioni e stop alle importazioni: perché 11 paesi hanno deciso di sfidare Israele sulla Cisgiordania

Avvenire, 9 settembre 2026

Una minaccia diretta alla pace fra Israele e Palestina. Così, in una dichiarazione congiunta, il premier britannico Andy Burnham, l’omologo canadese Mark Carney e il presidente francese Emmanuel Macron hanno definito l’espansione delle colonie – illegali in base al diritto internazionale – in Cisgiordania. Da qui l’urgenza – hanno spiegato i leader – di agire «con una misura forte». Ovvero l’imposizione di sanzioni commerciali nei confronti degli insediamenti e vietare l’importazione di prodotti provenienti da questi ultimi. «Un punto di svolta nella difesa della soluzione dei sue Stati», hanno aggiunto, annunciando una riunione all’Assemblea generale entro il mese sulla questione.

Londra è stata capofila dell’iniziativa a cui si sono uniti con slancio Parigi e Ottawa oltre ad altri otto Paesi europei – Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Svezia –, mentre Belgio , Paesi Bassi e Spagna avevano già varato misure analoghe in precedenza. Il neo-ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, l’ha annunciata con enfasi in Parlamento, segnando una discontinuità tra l’attuale governo e l’esecutivo precedente, guidato da Keir Starmer. «Sono orgoglioso della mia identità ebraica e incrollabile nel mio sostegno allo Stato di Israele – ha affermato Miliband –. E non c’è alcuna contraddizione tra questo e il mio sostegno allo Stato di Palestina». Israele è di tutt’altro parere come dimostra la dura reazione del governo di Benjamin Netanyahu. Il ministro degli Esteri, Gideon Saar, ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e il divieto di entrata per dodici funzionari di Londra, accusati di essere «coinvolti in attività anti-israeliane e antisemite». Tra loro anche Jeremy Corbyn. L’azione congiunta rappresenta una reazione di fronte all’aumento della violenza nei Territori. Nonché una risposta indiretta all’immobilismo dell’Amministrazione Trump: anche ieri il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito la contrarietà alle sanzioni, pur precisando di non volere una «Cisgiordania destabilizzata». Soprattutto, però, la mossa degli undici è una risposta indiretta all’immobilismo dell’Ue. A luglio, la Commissione aveva dato mandato al Consiglio Europeo di decidere sulla questione ma finora non l’ha fatto per l’impossibilità di raggiungere la maggioranza qualificata. I Paesi membri agiscono, dunque, in ordine sparso, creando un fronte allargato oltre i confini dell’Unione. «Così si rischia di distorcere il mercato», ha detto il capo della Farnesina, Antonio Tajani, per spiegare la scelta dell’Italia di non aderire all’iniziativa che prende di mira quanti forniscono – siano aziende o individui – servizi per l’espansione delle colonie, come edilizia, infrastrutture, finanza o immobiliare.

Difficile prevedere l’impatto reale della misura sull’economia israeliana. Secondo l’Associazione dei produttori israeliani meno del 5 per cento delle esportazioni proviene dagli insediamenti. In particolare dall’area tra Barkan, Ariel e Maaleh Adumim, dove si concentrano gli impianti di lavorazione meccanica, l’assemblaggio di componenti elettronici e la realizzazione di materie plastiche. A subire gli effetti maggiori, però, potrebbero essere le banche, i cui finanziamenti per infrastrutture e edilizia sono cruciali per l’avanzata dei coloni. Colpirle, però, non è facile dato il loro ruolo di collegamento tra l’Autorità nazionale palestinese e il sistema finanziario internazionale. Questo spiega una certa cautela: al momento non si sa se e quali istituti saranno oggetto di sanzioni e a quali condizioni.

Il muro che vacilla in Germania

Francesco De Felice
Vittoria AfD. Merkel: "Mi sanguina il cuore". Ma l'Spd apre al negoziato

La Stampa, 9 settembre 2026

Un ariete si è abbattuto sulla “Brandamuer”, il “muro antincendio” che i partiti del centro democratico hanno alzato in Germania contro l’estrema destra AfD per isolarla e contenerne l’ascesa. È il 44,3 per cento dei voti che i sovranisti hanno conquistato alle elezioni legislative in Sassonia-Anhalt.

Pur mancando la maggioranza assoluta al parlamento di Magdeburgo di appena tre seggi, AfD ha stravinto e ora si appresta a formare il governo nel Land dell’Est. Per la prima volta dalla caduta del nazismo, l’estrema destra potrebbe tornare al potere in Germania, segnando una svolta epocale. Giocava in casa AfD, che nell’Est ha il tradizionale bacino di consenso. Quella in Sassonia-Anhalt era una vittoria annunciata per i sovranisti, ma gli effetti potrebbero andare ben oltre le previsioni.

Da questo Land, l’onda di AfD potrebbe sommergere il resto della Germania. Galvanizzato dal successo, il partito sente in pugno il governo federale, rassicurato dai sondaggi in cui è saldamente in testa a circa il 30 per cento su scala nazionale.

Una cifra che segna il fallimento della Brandmauer. In un’eterogenesi dei fini, il tentativo di ridurre AfD a un paria ha provocato l’effetto opposto. La bordata contro la Brandmauer è dirompente, tanto che l’argine per la democrazia è messo in discussione dalle stesse forze da cui è sorretto. Boris Rhein della Cdu, primo ministro dell’Assia, chiede: «Che atteggiamento è lasciare le persone dietro un muro antincendio? Ci sono le fiamme e non portiamo via chi è dall’altra parte? Non è da cristiano-democratici».

Per Markus Bauer della Spd della Sassonia-Anhalt, l’estrema destra ha vinto «democraticamente» nel Land, «non può essere ignorata o esclusa» e tutti i partiti devono «esplorare la possibilità» di coalizzarsi coi sovranisti.

La stessa ex cancelliera cristiano-democratica Angela Merkel, che pure dell’isolamento di AfD è stata artefice, critica la Brandmauer almeno come scelta lessicale: «Non l’ho inventata io e non mi piace». Merkel confessa il suo sgomento per l’esito del voto in Sassonia-Anhalt: «Come iscritta alla Cdu, mi sanguina il cuore, è stato uno shock, una cesura nella storia della Germania».

La responsabilità è del cancelliere Friedrich Merz, avversario di Merkel nella Cdu, che con la “Brandmauer” ha tentato di distanziare da AfD i popolari a cui ha impresso una sterzata a destra. Mentre per Merkel si deve ancora escludere ogni collaborazione coi sovranisti, AfD avanza giocando su vittimismo, esclusione sua e dei suoi sostenitori, accreditandosi come nuovo e unico partito veramente di massa, movimento di popolo che gli avversari emarginano.

Ha gioco facile AfD a presentarsi come sola forza democratica: è un trucco populista e demagogico, ma funziona. È così che i sovranisti strappano consensi agli altri partiti, “quelli lassù” indifferenti ai bisogni del popolo. AfD convince mettendo al centro i cittadini e i loro problemi, avanza come unico partito del cambiamento. In questo modo, l’estrema destra erode consensi agli avversari e mina le fondamenta della Brandmauer.

Chi osserva con soddisfazione la barriera vacillare è il partito di estrema sinistra nazionalpopulista Bsw, che da tempo denuncia come antidemocratico l’isolamento di AfD. Le due forze antisistema condividono demagogia, posizioni filorusse, xenofobia e flirtano da tempo. Opposti estremismi che si sfiorano, fino a stringere in una morsa la Germania. 


Stefano Cavazza
Il Brandmauer vacilla

Il Mulino, 7 settembre 2026

Le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt sono destinate a passare alla storia per la schiacciante vittoria del partito di estrema destra Alternative für Deutschland, che si colloca al primo posto con oltre il 44% dei voti mancando di un soffio la maggioranza dei seggi. Il secondo dato che accompagna questo risultato è l’elevatissima partecipazione elettorale, 80%, la più alta percentuale dal 1994, 20 punti più dell’ultima elezione. Si tratta di un segno dell’importanza percepita dagli elettori, ma anche la prova ulteriore che l’astensione è un segnale di disaffezione verso la politica e che può essere recuperata.

Le prime stime sui flussi elettorali indicano che AfD ha preso voti da tutti i partiti, cedendo qualcosa solo al partito di Sahra Wageknecht (BSW). Dall’area dell’astensione avrebbe ottenuto, secondo le analisi di Infratest Dimap, la quota maggiore di voti, 170 mila, e oltre 80 mila dalla Cdu.

In Sassonia-Anhalt, ma come vedremo non solo là, il partito è in grado di pescare voti in tutte le fasce sociali e in tutte le generazioni, soprattutto tra i giovani sotto 25 anni – seguita dalla Linke – mentre un po’ meno dalla fascia di età sopra i sessant’anni. È un partito in grado di attrarre più gli uomini delle donne, in particolare tra i giovani, ma la percentuale di donne che lo votano è comunque superiore a quella degli altri partiti e si colloca poco al di sotto del 40%. Inoltre, anche se il partito raccoglie molti voti tra le persone con basso livello di istruzione (57%), è attrattivo anche per gli elettori con livelli medi di istruzione (52%) e con quelli con elevata qualificazione, nei quali – pur con solo il 30% – si colloca sempre al primo posto. È al primo posto in tutti i gruppi professionali (con la punta del 59% di consenso tra gli operai, dove la Spd è al 6% e la Linke al 7%) mentre è lievemente sottorappresentato tra i pensionati (38%). In sostanza, la forma che il partito sta assumendo è quella di una Volkspartei, un partito interclassista, si sarebbe detto una volta, in grado di raccogliere consenso in tutti i ceti sociali.

La seconda considerazione riguarda la differenza tra primo e secondo voto. Nel primo voto il partito vince in tutti i collegi tranne tre Magdeburgo II e Halle II e III, in cui prevale la Linke, ma nel secondo voto, tranne Halle III in cui prevalgono i Verdi, è il primo partito in tutti i collegi, compresi quelli persi nel primo voto. Il quadro che abbiamo ricostruito mostra una forza politica che va ben al di là dei confini tradizionali dell’estrema destra e il cui successo non si spiega solo con l’attrazione esercitata sui ceti sociali a basso reddito e a bassa istruzione. Si tratta di un risultato che non è circoscritto alla sola regione che per dimensione (poco più di due milioni di abitanti) ha un ruolo marginale a livello federale, ma indica una tendenza nazionale.

Per provare a spiegare il successo della AfD bisogna partire da una considerazione preliminare. Questo partito – così come faceva la Fpö austriaca – va in mezzo alla gente nei luoghi di incontro e parla con le persone. Il candidato della Sassonia-Anhalt ha speso molto tempo a incontrare persone e – come notava un articolo della “Sächsiche Zeitung” domenica – per ascoltarli. Un atteggiamento molto lontano dalle posture distanti e a tratti tecnocratiche di molti politici di altri partiti.

Un recente studio di Celine Teney della Freie Universität di Berlino su un significativo campione di elettori del partito alle elezioni politiche del 2025 offre indicazioni di grande utilità. Secondo lo studio, solo il 19,9% degli elettori è classificato di estrema destra, il 12,9% come moderato e il 67,2% come conservatori, chiamati Hardliner. Gli ultimi due gruppi restano però sono nettamente distanti dal primo rispetto agli indicatori classici dell’appartenenza all’estrema destra come antisemitismo o aspirazione a una guida forte. Quindi la maggioranza degli elettori dell’AfD non è di estrema destra, ma accetta di votare assieme all’estrema destra. Anche questo studio, come anche l’elezione sassone, dimostra che non si tratta solo di elettori in condizione economica svantaggiata perché il partito mostra capacità di attrazione su tutti gli strati sociali. I punti che accomunano i tre gruppi sono l’atteggiamento negativo verso le migrazioni e il timore verso le prospettive future della situazione economica. Dunque, se la maggioranza degli elettori AfD non è identificabile con l’estrema destra, sarebbe teoricamente recuperabile. Certo, assumere la questione migratoria come centrale nel proprio orizzonte di scelta politica rappresenta un problema di non facile soluzione per i partiti democratici, e non solo per ragioni etiche - come Teney ricorda –, ma soprattutto per ragioni economiche. La gran parte dei 14 milioni di immigrati sono ben inseriti nel tessuto produttivo e non sarebbe facile sostituirli. E infatti su questo punto anche l’AfD mostra un atteggiamento contraddittorio, dichiarandosi pronta a fare eccezioni per la forza lavoro specializzata e ben integrata, senza peraltro chiarire bene quale sia il livello di integrazione richiesto.

Per quanto riguarda la prospettiva per il futuro, naturalmente ciò molto dipende dall’efficacia dell’azione del governo. Alice Weidel nelle interviste estive della ZdF ha disegnato una politica economica basata due punti: la fine delle sovvenzioni alla transizione ecologica e l’uscita dall’euro. In maniera molto semplificata potremmo dire: torniamo all’economia del motore a scoppio e puntiamo sul ritorno a una solida valuta tedesca. Sembra evidente che sono ricette che danneggerebbero l’economia tedesca nel lungo periodo, ma potrebbero essere attrattive per elettori delusi.

Nei sondaggi in Sassonia-Anhalt colpisce che la AfD sia vista come più competente in economia e nel campo dell’istruzione, dove maggiori sono le critiche degli esperti. Del resto è stato un po’ difficile anche per chi scrive capire meglio lo spessore del personale politico sassone perché le interviste – perlomeno quelle che ho ascoltato – si concentravano in genere sull’atteggiamento verso i migranti e raramente entravano nel merito del programma economico, aiutando – a mio avviso – la narrazione del partito molto concentrata sui migranti. Alla luce di quanto abbiamo finora esposto possiamo dire che stiamo parlando di elettori delusi dal sistema politico che cercano una prospettiva per il futuro e che trovano nella AfD prima di tutto ascolto. Il risultato di domenica scorsa potrebbe essere attenuato o rafforzato dai risultati delle votazioni a Berlino e in Mecklemburgo-Pomerania, dove la AfD è data dai sondaggi in ascesa, senza però poter ambire al governo. Certamente però l’esito sassone potrebbe favorire l’ascesa nazionale del partito, per ora al primo posto ma fermo sotto il 30% (per inciso, il 30% è anche la barriera psicologica che alimenta le speranze di molti con cui ho parlato nel mio recente soggiorno berlinese).

In Sassonia-Anhalt l’attuale distribuzione dei seggi consente un governo senza la AfD solo riunendo tutte le forze politiche, comprese la Linke e BSW, oppure con un’alleanza tra AfD e BSW o tra AfD e partiti. Il candidato dell’AfD, Ulrich Siegmund, ha peraltro più volte detto in campagna elettorale di voler governare da solo: una posizione che è sembrata non del tutto condivisa da Weidel in alcuni passaggi della sua intervista post-elettorale. Certamente restare fuori dall’area di governo potrebbe essere un vantaggio per un partito che a livello locale non sembra avere un personale politico di esperienza, ma potrebbe non esserlo per il partito nazionale. Un'alleanza con la AfD dovrebbe però essere esclusa a priori dalla politica del Brandmauer, il cordone sanitario attorno al partito. Tuttavia il Brandmauer presentava già prima qualche crepa, che probabilmente ora è destinata ad allargarsi.

Per la Cdu l’attuale situazione è infatti sempre più difficile. I suoi elettori sentono la forza di attrazione dell’AfD e sono in maggioranza scontenti del cancelliere. In uno degli ultimi sondaggi che vede il cancelliere con una valutazione negativa al 75%, il 56% degli elettori del suo partito condividono il giudizio negativo. Come alcuni giornali conservatori hanno rilevato, mantenere il Brandmauer costringe ad alleanze complesse con forze politiche dai programmi spesso indigesti per l’elettorato conservatore e questa strategia potrebbe non essere sostenibile nel lungo periodo. Del resto possiamo dire che il Brandmauer ha sostanzialmente fallito. La filosofia che ne sta alla base ha origini antiche che risalgono alla riflessione ottocentesca del liberalismo su come rapportarsi ai partiti estremisti: isolarli, impedendo loro di accedere al governo, per poi magari svuotarli nel corso del tempo o spingerli al cambiamento.

La strada da seguire oggi è probabilmente un'altra: capire le ragioni in base alle quali gli elettori moderati e conservatori votano quel partito e cercare strade per riconquistarne almeno una parte. L’efficacia dell’azione di governo è senza dubbio una condizione necessaria, ma potrebbe non essere sufficiente se non si cambia lo sguardo non tanto sulla AfD, quanto sui suoi elettori che gli studi ci dicono essere molto diversi da come per lungo tempo sono stati rappresentati.

Come è cambiato il mondo


Daron Acemoglu
Un errore la demonizzazione dell'AfD: aveva già il voto di milioni di tedeschi 

La Stampa, 9 settembre 2026

Pubblichiamo un estratto del libro Cosa è successo alla democrazia liberale? di Daron Acemoglu, premio Nobel 2024 per l’economia, edito in Italia da Rizzoli.

Al termine della Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne del proletariato britannico votarono contro Winston Churchill, malgrado la sua leggendaria leadership durante i giorni più bui del conflitto. Al suo posto, installarono un governo laburista che prometteva di mettere in pratica i principi sostenuti in tempo di guerra dal Beveridge Report, firmato dall’economista liberale William Beveridge.

Il rapporto raccomandava uno Stato sociale che rendesse l’economia più equa, le unioni sindacali più forti, i servizi pubblici più ampiamente accessibili e la vita della gente meno precaria con l’assicurazione sanitaria nazionale e la previdenza sociale. In tutta Europa, furono eletti governi fautori di proposte analoghe.

Negli anni Duemila, la situazione era ormai cambiata. Molti elettori erano convinti che la democrazia liberale si fosse rimangiata le sue promesse fondamentali. La crescita economica dopo la metà degli anni Settanta non sembrava affatto come quella degli anni Cinquanta o Sessanta. Le crisi energetiche del 1973 e del 1979 avevano causato brusche contrazioni economiche e una debilitante stagflazione (elevata inflazione e disoccupazione).

La decelerazione economica fu temporanea e la produttività riprese a crescere negli anni Ottanta. Cosa che i salari non fecero. I salari statunitensi mediani al netto dell’inflazione, che erano cresciuti di oltre il 2,5% all’anno tra il 1948 e il 1973, erano in fase di stallo. Dal 1980 in poi, la crescita dei salari annua era appena dello 0,45 per cento. Perfino i salari medi, trainati da quelli più alti, non se la passavano meglio dei mediani.

I salari medi e mediani raccontano solo una parte della storia. Gli operai e coloro che non possedevano un diploma universitario vedevano calare i propri stipendi, mentre professionisti, manager e impiegati in ambito tecnico continuavano a godere di una rapida crescita. Il più ricco 1% di famiglie statunitensi ha visto passare la propria quota di prodotto nazionale da circa il 10% nel 1980 a uno sbalorditivo 19% nel 2019. La loro quota di patrimonio totale del Paese era perfino più estrema: circa il 35 per cento. (...)

Gli americani non hanno, forse, capito immediatamente in che modo l’economia e le regole di condivisione al suo interno fossero cambiate. Ma adesso ne hanno piena consapevolezza. Una recente indagine del Pew Research Center rivela dati allarmanti: quasi tre americani su quattro pensano che i ragazzi di oggi staranno economicamente peggio di quelli della loro generazione. (...)

Molti americani hanno, pertanto, finito per avere l’impressione che la loro voce non contasse e che fossero in effetti ridotti al silenzio. In parte è stato per via di falsità e propaganda diffuse dai social e dai programmi radiofonici, ma c’è anche un fondo di verità. Prendiamo la questione dell’immigrazione. Nel corso degli ultimi decenni, circa metà della popolazione statunitense ha espresso preoccupazione per l’immigrazione, soprattutto quella clandestina (anche se queste preoccupazioni erano a volte molto amplificate da false informazioni e, in generale, gli americani convengono che una certa quota di immigrazione faccia bene al Paese).

All’incirca il 50% di americani bianchi è dell’idea che ci siano troppi immigrati provenienti da almeno una delle principali regioni del mondo e circa il 54% ritiene che l’immigrazione andrebbe ridotta. I politici mainstream non hanno prestato grande attenzione a tali preoccupazioni per gran parte di questo periodo. Queste percezioni si sono intensificate con l’evidente ascesa della politica identitaria e dei dibattiti sul razzismo e sulle questioni di genere nei programmi scolastici.

È difficile identificare l’esatto fattore scatenante. Possibile che siano stati i genitori bianchi e borghesi ad aver dato un’occhiata ai programmi scolastici mentre i loro figli seguivano le lezioni da casa durante il Covid. Potrebbero essere stati i dibattiti sul razzismo sistemico in seguito all’assassinio di George Floyd, che molti genitori bianchi hanno preso come una personale accusa di razzismo. Può essere stato per via di tutti i discorsi sulla «teoria critica della razza» e dei «bagni transgender», così tanto amplificati dagli influencer e dagli attivisti politici di destra. In ogni caso, l’effetto generale è stato inequivocabile: molti americani ritenevano che scuole, pubblica amministrazione, politici e attivisti stessero promuovendo programmi culturali a cui loro erano contrari.

La percezione della perdita della voce dell’elettorato era presente anche in Europa, soprattutto in relazione a questioni riguardanti la cultura e l’immigrazione. Durante le elezioni federali del 2025, il partito AfD (Alternative für Deutschland, cioè Alternativa per la Germania), violentemente anti-immigrazione, ha ottenuto quasi il 50% dei voti in parti dell’ex Germania dell’Est, ma altri partiti hanno convenuto che non sarebbero entrati in coalizione con l’AfD e i media mainstream hanno criticato con decisione il partito, la sua ideologia e i suoi sostenitori.

Nel 2024, il resto dei parlamentari tedeschi aveva perfino deciso di vietare ai deputati dell’AfD di far parte della squadra amatoriale di calcio del Parlamento. Pur avendo avuto una qualche efficacia nel rallentare l’ascesa di questo movimento ribelle e nel difendere le libertà fondamentali degli immigrati e delle minoranze etniche in Germania, queste strategie hanno anche fatto sì che milioni di tedeschi sentissero zittita la loro voce democratica. Dinamiche analoghe hanno avuto luogo in diversi altri Paesi europei.

La conclusione è stata che per tanti elettori in Occidente la democrazia non ha mantenuto fede alle sue promesse. Questo non significa che sistemi alternativi avrebbero fatto meglio. È ormai dimostrato che la democrazia è molto più reattiva alla voce dei cittadini rispetto ad altri regimi. In genere, gestisce meglio l’instabilità e offre sanità e istruzione migliori. Studi recenti attestano che le democrazie hanno, inoltre, più probabilità di condurre a una crescita economica più rapida rispetto alle alternative.

Ci sono importanti ragioni tecnologiche e sociali per lo scarso rendimento delle democrazie nell’era postindustriale. Ma è una magra consolazione quando la ragion d’essere della democrazia, ovvero la sua promessa di migliori condizioni economiche, di vita e politiche per le masse, annaspa.

martedì 8 settembre 2026

Saul Bellow a sorpresa

 


Saggi / Saul Bellow. Troppe cose a cui pensare

Doppiozero, 3 Luglio 2018

I libri di Saul Bellow sono fiumi in piena che trascinano con sé tutto quello che trovano al loro passaggio. Rappresentando la vita come una corrente inesauribile di vicende tragicomiche, trasformano subito ogni problema, oggetto o figura in una storia. “C’era una volta…”: così i suoi parenti, ebrei russi emigrati nei sobborghi di Montreal e poi della Chicago proibizionista, rispondevano ai “perché?” del piccolo Saul. Bellow lo racconta in Troppe cose a cui pensare, una magnifica raccolta di saggi composti tra il 1951 e il 2000 e tradotti oggi da Luca Briasco per Big Sur. Impulso irresistibile a narrare, e umorismo ebraico che custodisce nel riso il mistero del mondo: ecco le radici, intrecciate fino ad apparire indistinguibili, che hanno permesso allo scrittore di dare nuova linfa al romanzo nell’età della sua decrepitezza. Le opere di Bellow, col loro concerto debordante di voci, volta a volta sorprendono, divertono, commuovono. Più difficile dire se ci convincano del tutto; come è difficile dire se sulle sorti della letteratura, specie romanzesca, possano tranquillizzarci le opinioni fiduciose che l’autore esprime in questi pezzi. Il fatto è che Bellow, non meno di noi, resta sospeso tra la fiducia istintiva e un istinto altrettanto forte a indagare la crisi denunciata dalla cultura egemone del suo secolo.

Averla convertita in un ingrediente dei suoi fluenti intrecci narrativi è senz’altro uno dei suoi meriti maggiori. Eppure i dubbi restano lì, pronti a minare l’edificio dell’invenzione. Queste forze opposte – spontanea fede nel racconto e inquietudine teorica – Bellow le chiama America ed Europa. “Gli osservatori europei a volte mi classificano come una sorta di curioso ibrido, né pienamente americano, né abbastanza europeo da soddisfarli, imbottito come sono di riferimenti ai filosofi, agli storici e ai poeti che ho consumato disordinatamente nella mia tana del Midwest”, scrive nel 1987. “Dal punto di vista opposto, i lettori americani a volte trovano da ridire sui miei libri perché li sentono estranei. Cito continuamente scrittori del Vecchio Mondo, mi atteggio a intellettuale…”. 

L’officina bellowiana è l’antro alchemico in cui si mescolano nelle più varie combinazioni fumi libreschi e avventure corpulente, idee e picari. Ma le prime servono a nutrire l’organismo dei secondi. Non a caso di Joyce Bellow celebra la vitalità famelica, mentre guarda con sospetto al suo tentativo di tramutarla in un catalogo di echi culturali. Soprattutto ha in antipatia i suoi eredi, che per denudare le menzogne suadenti della civiltà assolutizzano il Negativo e sprofondano i loro personaggi nei bidoni della spazzatura, rimuovendo quella ricchezza strana e mutevole dell’esistenza senza la quale anche le figure dell’apocalisse perdono significato. Secondo Bellow non ha senso giudicare l’epoca contemporanea come il peggiore degli inferni, perché in modi diversi e incomparabili tutte le epoche sono terribili e meravigliose, sanguinose e buffe. Malgrado gli orrori del secolo breve, crede che l’anima umana non possa essere neutralizzata da nessuna alienazione: “C’è sempre e comunque qualcosa che l’uomo può sperare di diventare”. Per il ragazzino cresciuto in luoghi e tempi in cui scrivere era qualcosa di quasi losco, il sentimento vitale è più forte di ogni ipoteca storicista. Perciò in questi saggi il suo gesto più tipico è quello di chi mira a liberarci dall’idea che esistano certificati da presentare a qualche dogana della cultura. Essendo stato sia un monello di slum sia un professore, sa che non si può stabilire a priori se la letteratura fiorisca meglio in una periferia fatiscente o nella rarefazione di un campus: il suo spirito soffia dove vuole, e ogni vocazione rimane un caso unico. 

Tuttavia, l’insistenza su questo gesto suggerisce che Bellow non sta lottando contro un incubo arbitrario ma contro un fatto ineludibile. È la società a essersi trasformata in una camicia di forza: imprigionati nella sua giungla, gli individui non vivono più in maniera piena, e vengono espropriati della facoltà di decidere sulle questioni essenziali. È raro trovare nella letteratura statunitense personaggi credibili che non siano ragazzi, dice Bellow, perché di un mondo complesso come il nostro quasi nessuno è in grado di assumersi la completa responsabilità intellettuale e morale. Siccome le “parole adulte” suonano stonate, il didascalismo trasparente e ingenuo dell’Ottocento americano s’è nascosto sotto una pelle comportamentista: è diventato quello subliminale di Hemingway, che cerca di restaurare la virtù facendola passare per la cruna di una laconicità virile eccessivamente stilizzata. 

Per tornare adulto, l’uomo dovrebbe essere messo nella condizione di dare un senso alla realtà che lo circonda; dovrebbe poter ritagliare una trama dal caotico flusso percettivo, ossia distanziare le “troppe cose” che lo assediano, avere attorno l’aria e il silenzio senza i quali ogni avvenimento evapora in un rumore indifferenziato che è insieme incontrollabile e insignificante. Secondo William James neppure la “mente più solida e rigorosa” sopporterebbe di conoscere tutti gli eventi accaduti in un solo giorno in una sola città (e sui social?). Nell’Ulisse basta lo spicchio che può rifrangersi nei sensi e nella psiche di pochi personaggi perché il brulichio di fatti, dettagli e ipotesi stilistiche renda impossibile raccontare una storia: le opzioni illimitate, unite al crollo dei valori condivisi che le ordinavano in una gerarchia, paralizzano la scelta e dissolvono i destini in un chiacchiericcio infestante, indecifrabile. Rispetto alla vecchia Europa, nell’infanzia di Bellow l’America concedeva ancora un lembo di selvaggio West ai letterati; ma presto anche loro sono divenuti ambasciatori culturali, perdendo la libertà di concepire forme nuove. Perché come diceva Goethe, la grandezza nasce dall’isolamento. I troppi stimoli costringono a difendersi dietro un sistema di reazioni automatiche, che atrofizzano i sentimenti e impediscono gli esperimenti rischiosi nel pensiero e nello stile. “Ognuno di noi è soffocato dalle richieste del mondo esterno, e (…) i nostri sentimenti subirebbero un tale sovraccarico, se dovessero essere coinvolti nelle rapide e complesse transazioni dalle quali è scandita anche la nostra mattinata più ordinaria, da rendere indispensabile il sistema. Il problema è che ha usurpato spazi che non gli appartengono”, annota lucidamente Bellow. 

L’esposizione ininterrotta alla cacofonia mediatica e sociale porta a un eccesso di astrazione, e all’incapacità di farsi largo tra i dati risalendo alle cose fondamentali. Il compito dello scrittore è allora quello di “restituire al lettore una duratura intuizione di ciò che è davvero reale e importante”, cioè di ricondurlo dalla distrazione all’attenzione. Ma per riuscirci non deve avere l’ansia di timbrare il cartellino alla macchinetta dell’ultimo must, ossia credere di poter fare il “playboy dell’esperienza”: infatti solo l’esperienza finta si può collezionare; quella autentica non è programmabile, e in ogni caso “L’immaginazione può fare con l’esperienza o con la mancanza di essa esattamente ciò che vuole”. 

Anche la parola immaginazione può essere usata in due sensi. C’è quella che nasce dalla percezione reale e che la accresce, e c’è quella che parassita e accresce le proiezioni irreali, che favorisce la fuga dal vero e la viltà, secondo una notevole intuizione hemingwayana. Per Bellow irreale è prima di tutto l’idea che i giochi siano fatti, le ali tarpate dal peso schiacciante dei secoli: cioè, in definitiva, che la letteratura sia morta e le opere originali possano essere sostituite dai bignami e dalle parafrasi. Chi recinta il terreno della tradizione, per studiarla senza il pericolo di vedersela cambiare sotto gli occhi, distrugge anche il passato e il suo studio: infatti “che cosa accadrà ad Anna Karenina o all’Iliade, se non saranno mai letti da persone che potrebbero ispirarsene per altre opere dello stesso genere? La letteratura, tutta, finirà per estinguersi”. 

Ma d’altra parte la storia ha la testa dura, e una tendenza profonda ostacola il rapporto diretto e genuino con il patrimonio letterario. Non solo questo patrimonio “sta diventando importante per l’uso che può esserne fatto. Si sta trasformando in una fonte di orientamenti, pose, stili di vita”, ma molte delle sue opere più emblematiche si presentano già come riflessioni su sé stesse e costruzioni ideologiche. La montagna incantata, a differenza della Piccola Dorrit, “appartiene alla Storia Intellettuale”, e “I falsari di Gide è un prodotto culturale, oltre che un romanzo; Il rosso e il nero non era nulla del genere (…) nel ventesimo secolo gli scrittori sono spesso uomini colti, oltre che creatori, e in alcuni di loro la cultura prevale sulla creatività. Tutto ciò accade per validi motivi. Questo secolo rivoluzionario ci ha imposto un immane sforzo di ‘comprensione’”. E tuttavia, ripete Bellow rivoltandosi nel suo letto novecentesco, “lo stile culturale non deve essere confuso con la vera comprensione”: la prima “ha ben pochi rappresentanti”, mentre il secondo “sembra avere migliaia di adepti”. È lo stile di chi usa la letteratura come un magazzino per imballare significati, e a cui lo stesso Joyce si è colpevolmente affidato. “La lettura in profondità (…) si è spinta oltre il limite, ed è diventata pericolosa per la letteratura stessa”. Oggi qualunque lettore “potrà dirvi che prendere la coincidenza di un pullman è un Reisemotif, quando avviene in un romanzo. Un dépliant di viaggio simboleggia la Morte. Le carbonaie rappresentano gli inferi. I cracker, l’ostia…”. 

Da strumento emancipatore l’interpretazione è divenuta strumento oppressivo, come ha visto Susan Sontag. Nell’epoca dei saggi bellowiani, una sterminata produzione ideologico-teorica è servita a giustificare il ruolo di un’accademia e di un’industria editoriale che hanno rapidamente trasformato la cultura moderna, in gran parte antagonista, in una scolastica paradossale. Il divario tra oggetto di studio e atteggiamento di chi studia crea così una situazione d’irrealtà. “Da un lato questi insegnanti, editor o burocrati della cultura hanno assorbito l’antipatia dei loro modelli nei confronti della civiltà moderna”, osserva Bellow. “Dall’altro lato, godono di ottima salute. Hanno soldi, prestigio, privilegi (…) Come immaginare una situazione più comoda?”. E per chi se ne preoccupa, come immaginare una situazione più imbarazzante? Poniamo che uno “insegni Etica, e che sia coinvolto nelle beghe politiche del suo dipartimento. Si comporterà in modo discutibile, e il suo cuore sarà il primo a non sopportare la contraddizione. Quel che sto tentando di dire è che certe idee non si possono tenere inattive”.  

Ecco: una cultura feconda sa stabilire il giusto rapporto tra esperienze, ambizioni culturali, credenze e teorie. Questa cultura, al contrario, da un lato pretende di abitare il Negativo come fosse un loft, dall’altro finge che le ipotesi teoriche, per natura estreme, stiano sullo stesso piano delle credenze che si dimostrano con le parole e gli atti quotidiani: come se filosofeggiare sul “post-umano” ci togliesse di colpo i nostri antichi bisogni di tane, tradizioni, affetti a misura d’uomo. Il “cretino intelligentissimo” di sciasciana memoria nasce da questo equivoco: dalla convinzione irriflessa che possa diventare campo specialistico e insieme verità oggettiva ciò che ha senso solo se confrontato con la totalità in movimento della vita. 

Al tentativo empio di svalutare l’io, e all’illusione di averne svelato una volta per tutte i misteri, va opposta per Bellow la certezza intuitiva del “nucleo originario della propria coscienza”. Ad esempio, malgrado tutti i teoremi sull’Assurdo, la gente continua a pensare che uccidere sia sbagliato e di solito non lo fa: non è da qui che lo scrittore dovrebbe ripartire, scavalcando un bagaglio iconoclasta svilito a poncif? Forse “L’immaginazione sta cercando modi nuovi per esprimere la virtù”. Ma in questa ricerca lo scrittore non deve né cedere ai ricatti degli scolastici, né al sogno vano che possa rimaterializzarsi il vecchio pubblico highbrow. Deve invece “credere che le sue opere possano evocare un pubblico dal nulla”. Però quando Bellow parla dell’opera d’arte come di un oggetto che spiazza con la sua alterità, non enuncia anche lui un’idea proveniente da quella stessa cultura moderna? Alle sue impalcature non si può dunque rinunciare così facilmente, perché sono radicate in un vasto disagio esistenziale e sociale. E infatti il Bellow romanziere, orchestrando le contraddizioni, ci mette davanti a una realtà che è insieme primitiva e ipercolta, rocambolesca e zeppa di elucubrazioni, roridamente fisica e avidamente idealistica. Ma un aneddoto sulle Avventure di Augie March spiega in modo più proustianamente convincente di qualunque argomentazione come accade di recuperare il senso di una profonda unità vitale dentro la disgregazione del “mondo amministrato”.

Nella Parigi del dopoguerra, Bellow trascina la stesura di un romanzo a tema ospedaliero. Sente che deve sfuggire alla sacrificata “correttezza” dei primi libri, in cui ha voluto mostrare le proprie credenziali all’intellighenzia, ma non sa come farlo, e stagna in una depressione informe. Un mattino però, mentre cammina tra gli idranti dei netturbini, un riflesso di sole nell’acqua dei canali di scolo spazza via il grigiore afoso del suo ospedale letterario riportandogli davanti agli occhi la sagoma guascona di un amico d’infanzia: ed ecco che di colpo la fantasia torna a scorrere nella sua abbondanza instabile, sghemba, senza ingorghi. Augie cresce in un albergo di Rue des Saints-Pères accanto a un vecchio condomino italiano esile e arruffato, un Socrate social-libertario che potrebbe definirsi il rovescio pauperista ante litteram dell’edonista Ravelstein, e che vive in una generosa dilapidazione di sé. Come Bellow, anche lui ha alle spalle una vicenda russa. Si chiama Andrea Caffi. È stato il maestro di quel Nicola Chiaromonte che in Italia, in Francia e negli Usa ha riflettuto a lungo sulle sorti del romanzo in un tempo in cui l’individuo non crede più di poter cambiare la società, e ogni trama rischia di ridursi a una serie di “casi” insensati. Augie e i suoi romanzeschi fratelli mostrano come un talento esuberante potesse ridare slancio al genere malgrado tutto. Eppure nemmeno le loro storie vanno esenti da un sospetto di gratuità: il talento bellowiano fa quello che vuole proprio perché fatica ad attingere la necessità di chi fa solo ciò che può, obbligato dal demone di un destino comune. Ma un qualche destino enigmatico e fecondo era senz’altro in agguato, nell’albergo dove due universi così distanti si sono incontrati in quel modo insieme necessario e gratuito che solo il fiume della vita sa inventare, mescolando tutto ciò che trova al suo passaggio.