sabato 9 maggio 2026

La vecchiaia

 

Roger-Pol Droit
«Lungi dall'essere un inevitabile ‘naufragio’, la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali.»
Le Monde, 8 maggio 2026

Mai prima d'ora nella storia dell'umanità si è registrata una popolazione anziana così numerosa come oggi. E il loro numero aumenterà considerevolmente nei prossimi decenni. Questo cambiamento sta innescando una serie di conseguenze – economiche, politiche, mediche, sociali – la cui portata e complessità stiamo solo ora iniziando a comprendere appieno. Pertanto, che si scelga di parlare di "predecessori", "anziani" o  "senior" è irrilevante; il numero di "persone anziane" sembra crescere, mentre la definizione stessa di vecchiaia rimane vaga. Si tratta di un'ineluttabile realtà biologica? Di una rappresentazione sociale mutevole? Di un concetto filosoficamente descrivibile? Di una questione personale, vissuta in modo diverso da ogni individuo?

Queste questioni sono intrecciate; è necessario districarle, dissipare la confusione. Questo è ciò che Bertrand Quentin si propone di fare, metodicamente, in *Filosofia della vecchiaia*. Laureato all'HEC di Parigi, insegnante qualificato e dottore in filosofia, specializzato in etica medica e ospedaliera, questo docente presso l'Università Gustave Eiffel di Marne-la-Vallée (Seine-et-Marne) è autore di diverse opere, tra cui *I disabili: nuove riflessioni filosofiche sulla disabilità* (Erès, 2019). Con questo nuovo libro, esplora il concetto di vecchiaia da diverse prospettive, rivelando come sia molto meno semplice di quanto si possa spontaneamente credere.

un divario insormontabile

Certamente, i filosofi hanno tentato di definirla, da Platone a Beauvoir, passando per Aristotele, Cicerone e Montaigne, ma senza riuscire a sviluppare un concetto coerente. Ovunque, infatti, si riscontra un divario insormontabile tra chi enfatizza il declino come elemento essenziale e chi, al contrario, insiste sulla serenità infine raggiunta, o resa accessibile. I primi denigrano la vecchiaia per i malanni che proliferano, le incapacità che aumentano, la fine che si avvicina. I secondi vi celebrano la libertà conquistata, la saggezza acquisita, la distanza ottenuta dalle frenesie del mondo. La questione non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto, osserva Bertrand Quentin, ma piuttosto comprendere quanto queste visioni opposte riflettano una realtà intrinsecamente diversificata e ambigua.

L'attenta analisi dei principali discorsi filosofici sulla vecchiaia non è l'unico pregio di questo saggio. L'autore pratica quello che definisce un "politeismo metodologico" e diversifica i suoi approcci. Attraverso l'economia: gli anziani, "bocche inutili ", sono ancora da considerare? Attraverso una critica delle rappresentazioni: la vecchiaia esiste oggettivamente o solo nell'immaginario collettivo? Attraverso l'esame di un tema tabù: la sessualità degli anziani. Attraverso un'analisi della grande paura dello spettro dell'Alzheimer, una realtà antica e un mito moderno.

Lungi dall'essere un inevitabile "naufragio ", la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali. In definitiva, anziché essere radicalmente trasformata dall'età avanzata, ogni persona rivela le proprie debolezze e i propri punti di forza. Osserva come invecchi e scoprirai chi sei. Lungi dall'essere indeboliti, gli anziani diventano resilienti, perseverando nella propria esistenza. Queste interessanti riflessioni preannunciano numerose possibili discussioni, sia tra anziani che tra generazioni.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/05/08/loin-d-etre-un-naufrage-inevitable-la-vieillesse-selon-bertrand-quentin-serait-avant-tout-le-revelateur-des-temperaments-individuels_6687086_3260.html


Gioconda

Andrea Marcolongo
È un'illusione di gioia amarsi a Salonicco all'alba dello sterminio

La Stampa Tuttolibri, 9 maggio 2026

Gioconda di Nikos Kokantzis, pubblicato nel 1975 e ora riproposto in Italia da e/o con una traduzione dal neogreco di Maurizio De Rosa, nasce da una necessità più profonda di quella puramente letteraria: la fedeltà a un volto, a una voce, a una vita spezzata dal secolo.

In poche pagine di limpida intensità, Kokantzis compie un gesto raro nella narrativa del secondo Novecento greco: sottrarre all’oblio una semplice storia d’amore e, attraverso di essa, restituire una presenza alla città perduta di Salonicco e alla sua comunità ebraica annientata dalla guerra.

Il romanzo appartiene a quella rara categoria di opere che sembrano nascere non da un progetto letterario ma da una fedeltà interiore, da un’urgenza morale - «questa è una storia vera», ecco la dedica del libro.

A prima vista la trama è semplice. Nella Salonicco occupata della Seconda guerra mondiale, un adolescente scopre l’amore. La ragazza si chiama Gioconda, ha gli occhi grigioazzurri, «con un sorriso che illuminava e riscaldava tutto quanto la circondasse»; vive nello stesso umile quartiere, che era «tutte queste cose e molto altro ancora», appartiene alla comunità ebraica della città, ed è poco più giovane di lui. Tra i due nasce un sentimento che cresce quasi senza che se ne accorgano, come accade nei primi amori, attraverso giochi condivisi, passeggiate esitanti, parole trattenute.

Gioconda «fu la mia migliore amica dal giorno in cui imparammo a parlare fino a quello in cui, all’età di quindici anni, fu deportata dai tedeschi con tutta la sua famiglia». Il lettore sa fin dall’inizio che questa storia è destinata a interrompersi. Nel 1943 la comunità ebraica di Salonicco viene deportata nei campi di sterminio, Gioconda e la sua famiglia non faranno ritorno.

È questa consapevolezza a dare al libro la sua vibrazione particolare. Gioconda non è un romanzo costruito sulla suspense, bensì su una forma di tragica chiarezza. Come nelle antiche tragedie greche, il destino è già noto: ciò che importa non è sapere come finirà la storia, ma assistere alla fragile intensità con cui essa si dispiega prima della catastrofe.

Kokantzis scrive quasi trent’anni anni dopo gli eventi, quando la memoria ha già compiuto il suo lavoro di selezione e di silenzio. Il gesto di scrivere nasce allora da un sentimento preciso: non permettere che Gioconda scompaia del tutto. Scrivere significa restituire un volto, una voce, un corpo a quella ragazza conosciuta sotto un albero di fico e che, davanti alla morte, è diventata per lui l’immagine della vita.

La straordinaria forza del testo risiede nella sua semplicità. Kokantzis non cerca mai effetti retorici né soluzioni narrative elaborate. La lingua è limpida, pudica, quasi trattenuta. I gesti dell’amore adolescenziale, la timidezza dei primi baci, la scoperta esitante del corpo dell’altro, la gelosia improvvisa e ingovernabile, sono raccontati con una delicatezza che rende la perdita ancora più acuta.

Attorno ai due giovani il mondo si restringe sotto il peso dell’occupazione: i coprifuoco, la paura, le notizie confuse della guerra. E tuttavia, nel cuore di questa oscurità, nasce una luce inattesa. L’amore diventa uno spazio di libertà improvvisa, quasi clandestina. Ogni incontro acquista una densità irripetibile, perché il tempo stesso sembra diventare più fragile, più prezioso.

È anche per questo che Gioconda occupa un posto particolare nella letteratura greca contemporanea. Per molti anni la distruzione della comunità ebraica di Salonicco, una delle più grandi e antiche del Mediterraneo, rimase sorprendentemente poco raccontata. Il libro di Kokantzis è stato uno dei primi testi letterari a restituire un volto umano a quella tragedia storica.

In questo senso il libro si colloca all’interno di quella linea della narrativa greca del secondo Novecento che trasforma la grande storia in esperienza intima. Ma rispetto agli affreschi più vasti della letteratura ellenica moderna (si pensi, ad esempio, alle opere di Nikos Kazantzakis), Kokantzis sceglie una via opposta: la concentrazione estrema. Gioconda è quasi una miniatura tragica. In poche pagine riesce a condensare ciò che altri romanzi raccontano in centinaia: l’innocenza dell’amore, la violenza del secolo, la lotta fragile della memoria contro l’oblio.

Ed è forse proprio questa dimensione intima a rendere il libro così luminoso. Nikos Kokantzis non scrive per raccontare una tragedia storica. Scrive per dire che Gioconda, «la prima ragazza che in vita mia mi rivolse un sorriso», è esistita.Alla fine della lettura resta una sensazione singolare: quella di aver assistito non soltanto alla fine di un amore, ma alla sua sopravvivenza. Gioconda scompare nella storia. Ma nella letteratura continua a vivere, con la stessa fragile luce dei primi amori che non smettono mai di abitare la memoria.

Modigliani e Anna Achmatova

 

Amedeo Modigliani, Cariatide (1913)

Sebastiano Grasso

L’amor folle tra Modigliani e Achmatova
Corriere della Sera, 12 febbraio 2015

Nel 1906 Amedeo Modigliani arriva a Parigi dalla natìa Livorno. Ha 22 anni e vuole fare lo scultore («ténere colonne per un tempio della bellezza»). Montmartre, alberghetti; Bateau-Lavoir e La Ruche; Montparnasse, il primo mecenate (il medico Paul Aleixandre); l’amicizia con Soutine (che «adotta») e con Brancusi (che gli presta studio e attrezzi per scolpire); le lesioni polmonari che lo porteranno – con alcol e droghe – alla tubercolosi; la declamazione — per strada e nelle bettole — di Dante, Leopardi, Baudelaire e D’Annunzio (dal quale, guardando al superuomo di Nietzsche, trae insegnamento per il proprio «eccesso nell’opera e nella vita»). Esuberante, irrita Picasso. Indossa abiti lisi, ma che, dicono «porta come un principe». Le donne lo idolatrano: non si contano le relazioni. Ha avuto un figlio (mai ammesso) da una studentessa canadese, Simone Thiroux («Il mio pensiero più tenero è per voi in occasione di questo nuovo anno che io vorrei fosse quello della nostra riconciliazione. Giuro sulla testa di mio figlio, che per me è tutto, che non ho in mente niente di cattivo. Vi ho amato troppo»), ma frequenta la poetessa inglese Beatrice Hastings di cui è gelosissimo. Giocando all’«amore folle», i due litigano dappertutto: «Scenate, seguite da incontri di pugilato», ricorda qualcuno. Le leggenda comincia. Nella primavera del 1910 una coppia di russi — poeti entrambi — fa il viaggio di nozze a Parigi. Si chiamano Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova ed hanno, rispettivamente, 24 e 21 anni. La donna è nipote di una principessa tatara, discendente diretta di Gengis Khan. Non particolarmente bella, ma interessantissima. «Alta, slanciata e flessuosa», la descrive un’amica. Fascino misterioso e gran classe. Forse è lo scultore bielorusso Ossip Zadkine a presentarli al Café La Rotonde. «Un vero uomo è poligamo, mentre una vera donna è monogama», afferma Nikolaj. Anna non è d’accordo. E, poi, la sua natura è troppo libera per adattarsi a sciocchi detti. «Erano inadatti ad una vita in comune», dirà un conoscente della coppia.
Modigliani e «il signore e la signora Gumilëv» si frequentano.
Che cosa avviene?


È Boris Nossik a ricostruire la vicenda in 178 pagine (Anna e Amedeo, Odoya, € 14). Occhiate intensissime fra i due e qualche stretta di mano furtiva, seguite da «lettere folli» di Modigliani per tutto l’inverno («Lei è come un’ossessione») che accompagna con ritratti a matita, quando i coniugi rientrano in Russia. Cui la donna risponde con versi («Oh come ritrovarsi, rapide settimane / del suo amore, etereo e fugace»).
La passione fisica esplode l’anno dopo. Anna ritorna da sola nella capitale francese ed affitta una casa in rue Bonaparte, dove Modigliani riempie di schizzi il suo taccuino blu. Settimane, giorni, ore vengono ricostruiti da Nossik nei minimi particolari. Soprattutto attraverso documenti e testimonianze.
Romanzo, racconto lungo? No. Piuttosto, una sceneggiatura. Manca solo il sottofondo musicale per accentuare il pathos dei momenti culminanti. «Mi diverte quando sei ubriaco / e nelle tue storie non c’è più senso. / Un autunno precoce ha sparpagliato / gialli stendardi sugli olmi», scrive l’Achmatova. Vanno in giro a visitare gli studi degli amici pittori; infilano le viuzze di Montmartre e Montparnasse; passeggiano per i giardini del Lussemburgo e in rue Tournon, dietro il Panthéon, per vedere la casa di Giacomo Casanova.
Ma arriva il momento dell’addio. Il Canto dell’ultimo incontro verrà scritto a Carskoe Selo: «Gettai uno sguardo alla casa buia. / Solo in stanza da letto le candele / ardevano di un lume indifferente e giallo». La leggenda continua.

http://www.frontiere-grenzen.com/2003/lamusadimodigliani.html

When you're drunk it's so much fun
Your stories don't make sense.
An early fall has strung
The elms with yellow flags.
We've strayed into the land of deceit
And we're repenting bitterly,
Why then are we smiling these
Strange and frozen smiles?
We wanted piercing anguish
Instead of placid happiness. . .
I won't abandon my friend,
So dissolute and mild.
1911 (Paris)
-- translated by Judith Hemschemeyer

Originally published (in Russian) in the book Evening, 1912

(Unfortunately it’s the mark of any poetry – rendered into another language it preserves the idea, but not melody, music, feelings and, that is why, not the essence of the original. Sorry to say, but we did not find any English version of translation equal to the original poems.)

Mi diverte quando sei ubriaco
e nelle tue storie non c’è senso.
Un autunno precoce ha sparpagliato
gialli stendardi sugli olmi.
Ci addentrammo in un falso paese,
ora ce ne pentiamo amaramente,
ma perché sorridiamo di un sorriso
strano e raggelato?
Al posto di una pacifica gioia
volevamo un dolore che mordesse…
no, non lascerò il mio compagno
dissoluto e tenero.

Ulteriori indicazioni bibliografiche. Herbert Lottman, Amedeo Modigliani principe di Montparnasse, Jaca Book, Milano 2007 (2005); Anna Achmatova, I miei incontri con Modigliani, "L'Europa Letteraria", V, Roma 27 marzo 1964; Id., Le rose di Modigliani, Il Saggiatore, Milano 1982; Giancarlo Vigorelli, Modigliani e Anna Achmatova, in Modigliani a Montparnasse (1909-1920), Mondadori De Luca, Milano, 1988.

venerdì 8 maggio 2026

Anna Achmatova in Italia

Anna Achmatova con Irina Punina, Taormina 1964

Mario Luzi, Perse e brade, Newton Compton, Roma 1990, p. 46 Ricordo di Anna Achmatova

“Anna Achmatova non pronunziò una sola parola, partecipò con il suo silenzio alla sua celebrazione e alla mia. La sua figura matronale vestita di nero era assorta in sé, immobile, ma non assente. Quel mutismo trascendeva la sua persona e arrivava come il grido pietrificato di una storia tragica: la sua e quella del suo popolo e di tutta l’umanità straziata dall’arbitrio e dalla violenza di un’epoca fatale. Al termine mi avvicinai per significarle la mia ammirazione che risaliva ai tempi dell’adolescenza: e l’emozione di averla incontrata… Lei ebbe negli occhi la luce di un sorriso, ma da una grande lontananza”.

Marco Sabbatini, Dicembre 1964: Anna Achmatova in Italia. Un caso di diplomazia culturale italo-sovietica , eSamizdat (IX)

È il primo dicembre, inizia il viaggio in treno per Roma; a Mosca, amici e conoscenti accompagnano Anna Andreevna alla stazione ferroviaria Bielorussia (Belorusskij vokzal). L’unica compagna di viaggio è Irina Punina. La prima notte in treno verso Minsk trascorre in una tormenta di neve; il resto del viaggio è caratterizzato dai controlli di passaporto a ogni frontiera e capita che vi si abbinino curiose richieste di autografi da parte dei doganieri. Dopo una sosta a Vienna, il passaggio tra le Alpi e la vicinanza a Venezia evocano contrastanti impressioni e grande emozione nell’animo della poetessa, finché il viaggio di quattro giorni volge al termine a Roma. . IMPRESSIONI ROMANE I

“Roma. La prima impressione è di una enorme e inaudita solennità. Non posso ancora restituirlo a parole, tuttavia non perdo la speranza”30. Questo è quanto riporta Anna Achmatova al suo primo impatto con la capitale. Di diverso genere è il ricordo di Irina Punina scritto a distanza di trent’anni: Finalmente, al mattino presto (8.35) del 4 dicembre il treno si fermò a Roma, alla stazione Termini. Ad accogliere l’Achmatova era venuta un’intera folla di letterati, di corrispondenti, di fotografi, di giornalisti con a capo Vigorelli. [. . . ] Surkov e Brejtburd, scherzando allegramente ci condussero all’automobile che ci aspettava e ci portarono all’albergo “Plaza” in Via del Corso 31. Naturalmente, Aleksej Surkov svolgeva il molteplice ruolo di membro della Comes, controllore e accompagnatore per conto del Partito e dell’Unione degli scrittori. Per le autorità sovietiche, l’arrivo a Roma dell’Achmatova serve a testare la reazione dell’opinione pubblica, l’atteggiamento della diplomazia e della scrittrice al cospetto dei giornalisti in vista anche del successivo probabile viaggio in Gran Bretagna.[...] POETI SOVIETICI IN EUROVISIONE ALLE PENDICI DELL'ETNA Mentre Achmatova e Punina si accingono a intraprendere il viaggio verso la Sicilia, il 7 dicembre 1964 a Taormina il Consiglio direttivo della Comes inizia i lavori. La delegazione sovietica è composta da Mikola Bažan, Georgij Brejtburd, Konstantin Simonov, Aleksej Surkov e Aleksandr Tvardovskij, mentre Anna Achmatova sarà l’ospite d’onore, preannunciata vincitrice del premio. Il suo arrivo in treno avviene l’8 dicembre. A Taormina, nel suggestivo albergo San Domenico – già monastero domenicano – conviene con i colleghi scrittori – tra cui Salvatore Quasimodo che il 9 dicembre le mostra alcune traduzioni italiane dei suoi versi –, concede interviste, come con la scrittrice Gianna Manzini il 10 dicembre, di cui si ha riflesso ne La fiera letteraria del 20 dicembre. L’11 dicembre Anna Achmatova si esibisce nella lettura del Prologo e contestualmente partecipa alla serata organizzata in suo nome, con sue poesie tradotte e lette in varie lingue e con poeti di varie nazionalità che declamano versi dedicati a lei. La quantità di attenzioni riservatele paiono quasi indispettire il coetaneo Ungaretti, che tra il serio e il faceto invita i colleghi scrittori della Comes a lasciar perdere la “vecchia” signora russa. In realtà, la serata di poesia dedicatale anticipa il successo e l’acclamazione nel duecentesco Castello Ursino a Catania per il conferimento del Premio “Etna-Taormina”. L’arrivo a Catania, il 12 dicembre, è caratterizzato dal suggestivo viaggio panoramico in automobile, dalla sistemazione in albergo con l’equivoco sulle stanze assegnate che fa entrare nel panico Aleksej Surkov, e dall’attesa crescente dell’evento della premiazione. A Castello Ursino l’atmosfera è animata dal numerosissimo pubblico, dalla grande quantità di giornalisti, fotografi e telecamere: le immagini della cerimonia vengono trasmesse in eurovisione. L’attesa è prolungata dall’arrivo in ritardo del ministro del turismo e dello spettacolo Achille Corona, che saluta ufficialmente la Comes e dà il via alla serata. Il racconto più dettagliato e coinvolgente sullo svolgimento della premiazione è pubblicato su Družba narodov nel 1979 da Mikola Bažan, il quale dà grande rilievo alla prolusione di Aleksandr Tvardovskij, da sempre sincero estimatore dell’Achmatova: 

Si accesero i riflettori, i cineoperatori iniziarono a muoversi. Tvardovskij si alzò ed entrò nel cerchio luminoso che invadeva l’abside. L’Achmatova lo salutò con affabile bontà. Per la prima volta sul suo volto, sino a quel momento rimasto immobile, balenò un sorriso semplice e gentile. Tvardovskij parlò in russo. Nella traduzione sincronica Georgij Brejtburd si ingegnava di restituire in italiano il ritmo originale dei versi citati da Tvardovskij. Il poeta senza attenersi alla scaletta del discorso preparato in precedenza e senza entrare in aperta polemica deviò dalle astute affermazioni riguardo l’individualismo della eminente poetessa sovietica. Egli affermò che “in questa lirica non c’è mai stato un malizioso egoismo individuale tipico di quella poesia lirica che dichiara la sua non partecipazione ai destini del mondo e dell’umanità [. . . ] Questa poesia, come dire, ‘da camera’ ha fatto riferimento ai grandi e tragici momenti nella vita del Paese con un inatteso vigore di spirito civile”. Il poeta lesse le poesie dell’Achmatova e alla fine del suo intervento citò i celebri versi sullo scopo e l’essenza della poesia “Non per passione, non per svago, / è per un magnifico amore terrestre”. L’Achmatova emozionata si alzò dalla poltrona e abbracciò Tvardovskij. Gli occhi di entrambi rilussero di lacrime. 

Grazie anche alla brillante traduzione di Brejtburd, la prolusione di Tvardovskij, così piena di ammirazione per l’amata poetessa, trova grande apprezzamento tra il pubblico e i convenuti della Comes. Di seguito a leggere una poesia dedicata all’Achmatova è Pier Paolo Pasolini – va qui ricordato che pochi mesi dopo, nel corso del 1965, Anna Andreevna mostrerà il suo disappunto nei confronti del poeta e regista italiano per la pubblicazione su L’Europa letteraria della poesia in suo onore Quasi alla maniera dell’Achmatova, per Lei46. Oltre che per gli elogi, alla serata c’è anche spazio per relatori che lanciano più o meno velate critiche provocando la malcelata disapprovazione dell’Achmatova. Tuttavia, i giudizi positivi di Debenedetti, Pasolini, Ungaretti, Bachmann, Richter sono determinanti e le valgono il premio “Etna-Taormina” (consistente in un assegno da un milione di lire), ufficialmente conferito “per i 50 anni di attività poetica e per la recente uscita in Italia di una raccolta di poesie” (il riferimento è al libro curato per Guanda da Bruno Carnevali). Con lei viene premiato il poeta Mario Luzi. La serata conosce il momento più alto con l’intervento dell’Achmatova; la poetessa parla del suo amore di lunga data per l’Italia, cita in italiano Dante e Leopardi, sottolineando l’importanza del lavoro di traduzione che sta svolgendo sui Canti leopardiani, e sollecitata da più parti, declama due poesie: Muza [La musa, 1924] e Mužestvo [Il coraggio, 1942]50 . Quest’ultima poesia, che riscuote subito successo tra il pubblico, è suggerita da Aleksej Surkov per la sua opportunità politica, la sua connotazione patriottica e antifascista gradite alle autorità sovietiche; l’Achmatova aveva composto Il coraggio il 23 febbraio 1942, per la festa dell’Armata rossa, durante i tragici eventi della guerra contro il nazifascismo. Pubblicata a suo tempo sulla Pravda, Mužestvo era stata poi elogiata da Surkov nella postfazione alla raccolta di liriche achmatoviane pubblicata nel 196151 . Terminata la premiazione, i festeggiamenti per Anna Achmatova continueranno la sera e il giorno seguente in albergo con il ricevimento dei colleghi e con l’accoglienza della stampa52. Ecco alcuni stralci dell’intervista concessa a Gian Carlo Ferretti, uscita sull’Unità del 13 dicembre.

"Le abbiamo chiesto quale rapporto senta con il pubblico sovietico di oggi. “Oggi come ieri – ha detto – i lettori manifestano un vivo interesse per la mia opera. Ricevo molte lettere dal pubblico e ho rapporti assai stretti con i giovani poeti della mia generazione, che è ormai tutta finita”. La Achmatova è infatti l’ultima grande voce della vecchia generazione della poesia russa. È interessante perciò sentire le sue impressioni sull’attuale vita letteraria sovietica, con particolare riferimento appunto alla poesie. “Mai come ora – risponde – la poesia è letta, recitata, discussa in URSS: i libri di poesia sono comprati e diffusi. E d’altra parte ci sono molti giovani poeti nuovi e vivi, sia a Leningrado che a Mosca, ancora da pubblicare". 

Dal tono dell’intervista emerge ancora una volta una certa controllata sobrietà nelle risposte, nelle quali manca qualsiasi tono polemico che assecondi le aspettative di certa stampa a caccia di dichiarazioni antisovietiche. Nel ribadire l’importanza della poesia negli anni Sessanta nel suo paese, la poetessa in altri scritti evidenzierà anche la differenza con quanto visto in Italia, dove la fruizione di questo genere letterario è ascrivibile più a una élite colta che alla massa dei lettori.

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La musa
Муза

Quando la notte attendo il suo arrivo,
la vita sembra sia appesa a un filo.
Che cosa sono onori, libertà,giovinezza
di fronte all'ospite dolce
col flauto nella mano? Ed ecco è entrata.
Levato il velo, mi guarda attentamente.
Le chiedo: "Dettasti a Dante tu
le pagine dell'Inferno?"  Risponde: "Io".

(1924)

Il coraggio
Muzhestvo

Sappiamo ciò che sta oggi sulla bilancia,
ciò che oggi si compie.
Sul nostro orologio suonò l’ora del coraggio,
e il coraggio non ci abbandonerà.
Non ci spaventa cadere sotto il piombo,
non ci duole restare senza tetto,
ma noi ti salveremo, favella russa,
alta parola russa.
Ti recheremo pura e libera
e ti daremo ai nipoti, ti salveremo dai ceppi
per sempre!
(1942)



Sulle tracce dei mito



Stefano Ciavatta
Norman Mailer: uno sguardo adulto su Alì e Marilyn
Minima et Moralia, 18 settembre 2012

 C’è stato un tempo, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, in cui scrittori e giornalisti si confrontavano senza timore reverenziale con le icone della cultura occidentale, ritrovandosi, spesso su commissione, a raccontare i personaggi in presa diretta e non per amarcord nostalgici o ritratti già pacificati dai successi e dalla distanza della fama ormai acquisita. Accadeva così di seguire tutta la preparazione del ritorno di Muhammad Alì alla corona dei pesi massimi quando l’incontro del 1974 con Foreman nello Zaire di Mobutu era visto come un match azzardato e non ancora come l’impresa immortalata nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (1996) di Leon Gast. Oppure si poteva partire da una prefazione a un volume di foto (Avedon, Beaton, Davidson, Stern) su Marilyn Monroe e ritrovarsi a scrivere la biografia romanzata della donna “che rappresenta la relazione amorosa di ogni d’uomo con l’America”, un’opera così dettagliata da diventare pericolosa, tanto che l’Fbi tentò di bloccare il libro in uscita perché l’autore (spiato da Hoover dal 1962) “sosteneva che elementi dell’Fbi e della Cia avevano forti ragioni di uccidere la Monroe per mettere in imbarazzo i Kennedy”.

A firmare “La sfida” (Einaudi stile libero, pp. 260, euro 14) e “Marilyn” (Dalai editore, pp. 310, euro 18,50) è lo scrittore americano Norman Mailer. Entrambi i libri erano stati tradotti subito da Mondadori, ma “Marilyn” (1974) era fuori catalogo dal 1982, e “La sfida” (1975) era stato riproposto solo nel 2000. Nonostante l’impegno di Einaudi, Dalai e Taschen che ne stanno riproponendo i testi (manca ancora “Il canto del boia”), Mailer è un autore che oggi fatica a trovare lettori. Finora non c’è stato ricambio di pubblico per questo scrittore civile e virile, iconoclasta e spregiudicato.

Eppure questi sono testi molto importanti, un corpo a corpo con la realtà laddove il romanzo aveva perso di forza, è puro new journalism arricchito dalla presenza forte, adulta di Mailer. Siamo oltre il dietro le quinte folkloristico, o l’aneddoto da intervista nei camerini, non c’è nessun intellettuale a disagio con il mondo. Correre all’alba con Alì vuol dire per Mailer entrare dentro un rito fatto di concentrazione e paura. Lo charme di Alì – “l’unico boxeur della storia cui la gente faceva domande come se fosse un senatore” – i suoi show, fanno i conti con la dura disciplina degli allenamenti, forse gli ultimi della sua carriera. Prima del ring i corpi fanno di tutto per rimanere intatti. Anche Foreman ha il suo rito: nessuno lo può toccare, ha le mani sempre in tasca per non rompere il cerchio magico. Tutto il contrario della “Marilyn” di Mailer, lontana dalla calligrafia dello scialbo film di Simon Curtis. Qui l’autore americano restituisce la fame dell’arrampicatrice sociale e della dominatrice che ha spaccato cuori e rovinato molti uomini. Quello di Mailer è lo sguardo di chi conosceva il sesso di Marilyn e la sua esplicita disponibilità: “Sembrava un nuovo amore pronto e disponibile fra le lenzuola”. Chi riuscirebbe oggi a scrivere libri del genere? Esistono ancora personaggi adatti per lo sguardo di Mailer?

Il soliloquio colpevole

Ruggiero Corcella
"Parlare da soli è un modo per gestire ansia e stress"

Corriere della Sera, 8 maggio 2026

L’audio attribuito ad Andrea Sempio è stato interpretato dagli investigatori come un elemento potenzialmente significativo. Ma che cosa accade davvero nella mente di una persona quando verbalizza pensieri, ricordi o ipotesi senza interlocutori? E soprattutto: un soliloquio può essere considerato una confessione? Lo abbiamo chiesto a Giancarlo Cerveri, psichiatra e vicepresidente della Società italiana di psichiatria.

Parlare da soli in auto o in un luogo percepito come «sicuro» è davvero così comune?

«Il dialogo interiore o “inner speech” è una specie di voce interiore che abbiamo nella nostra testa, un’esperienza soggettiva di verbalizzazione silenziosa dei pensieri che spesso ci serve come dialogo con noi stessi. Non è un’allucinazione. Si ha la percezione che il contenuto provenga dal nostro cervello, in alcuni casi viene percepito solo come pensiero, in altri viene percepito con la qualità della voce. È conosciuto come una sorta di “pensiero in parole” che funziona per la pianificazione, per la regolazione e la memoria. Un’esperienza che, secondo diverse ricerche, coinvolge con una certa frequenza circa un terzo della popolazione. Non è però un’esperienza uguale per tutti. Per molti è frequente, per altri è sconosciuto. Per qualcuno, sotto stress, diventa molto più intenso fino a costruirsi in forma dialogica».
Che differenza c'è, da un punto di vista psichiatrico, tra un "dialogo interiore esternalizzato" e un vero cedimento psicologico emoyivo?

«Il dialogo interiore non è un disturbo psichiatrico, non è un fenomeno allucinatorio in cui il soggetto perde di vista la capacità di comprendere cosa sta accadendo nella sua esistenza non rendendosi più capace di distinguere la realtà dai propri pensieri. Pur avendo un comportamento che i più giudicherebbero folle, viene mantenuta una adeguata adesione al principio di realtà. Alla valutazione psichiatrica appare molto semplice distinguere il fenomeno del dialogo interiore da fenomeni allucinatori in cui il soggetto risponde a stimoli uditivi percepiti come reali ma inesistenti, espressione di condizioni psichiatriche più complesse spesso gravi forme patologiche».

Quando un individuo coinvolto in un’indagine parla da solo di un delitto o di dettagli collegati al caso, quel comportamento può essere interpretato automaticamente come una confessione?

«Assolutamente no, il dialogo interiore è frutto di un tentativo di gestire la tensione, l’ansia, in un pensiero libero nel suo fluire che non necessariamente mantiene le caratteristiche di aderenza ai fatti realmente accaduti. Molto spesso si sovrappongono ricordi, fantasie, ipotesi, sensi di colpa e paure irrazionali. È un momento di rilettura di tutti i contenuti del nostro pensiero nel tentativo di ricostruire un ordine».

Fallimento epico

Nathalie Tocci
Da Hormuz libero al regime change: è il fallimento epocale di Trump

La Stampa, 8 maggio 2026 

Doveva essere una “Furia Epica” quella che il presidente Usa avrebbe scagliato contro la Repubblica islamica dell’Iran. Dopo aver già «annientato» il programma nucleare iraniano nella guerra del giugno 2025, Washington lo avrebbe distrutto di nuovo. Ma non solo: avrebbe eliminato le capacità missilistiche iraniane, obbligato Teheran a rinunciare alle milizie filo-iraniane sparse per il Medio Oriente e, soprattutto, avrebbe rovesciato il regime. Indebolito dall’ultima ondata di proteste a gennaio, a quest’ultimo sarebbe bastata un’ultima spallata da parte di Israele e Stati Uniti, e il gioco era fatto.

Invece è stato un “Fallimento Epico”. Non c’è ancora completa chiarezza sul piano in 14 punti presentato da Washington ai mediatori pakistani: circolano diverse versioni e la confusione potrebbe far deragliare ancora una volta la trattativa. A far saltare il negoziato potrebbero essere le dichiarazioni roboanti e spesso campate in aria di Trump, una sua ennesima virata a favore di una nuova guerra, oppure l’intransigenza di un regime iraniano indurito e radicalizzato. Ma qualora dovesse essere raggiunto un accordo che ricalchi a grandi linee la proposta statunitense in circolazione in queste ore, è difficile non vedere la debacle strategica degli Stati Uniti.

Fallimento perché l’unico vero accordo immediato riguarderebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ed è bene ricordare che questo era l’unico problema a non esistere prima della guerra, quando lo Stretto era serenamente aperto. Con questo conflitto l’Iran ha dimostrato di poter controllare Hormuz, ed è ora impossibile riavvolgere il nastro. Se Teheran lo ha chiuso una volta, può farlo di nuovo: la leva strategica regalata dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran non può essere facilmente eliminata. Lo Stretto può certamente riaprire ma solo attraverso un compromesso con il regime – che prevede probabilmente la fine del blocco navale Usa, lo scongelamento di asset iraniani detenuti all’estero e la sospensione di alcune sanzioni. Rimane inoltre da capire se verrà formalizzato un qualche sistema di pedaggio a vantaggio di Teheran.

Poi c’è il file nucleare. Laddove l’accordo prevedesse la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni – gli iraniani premono per 5, Washington per 20 – questo sarebbe un miglioramento rispetto all’accordo del 2015, che consentiva all’Iran la capacità limitata di arricchire l’uranio al 3,67% per un periodo di 15 anni. Così come quel testo prevedeva una durata limitata, anche questo avrebbe un arco temporale circoscritto, riconoscendo implicitamente all’Iran il diritto all’arricchimento. Cosa più importante, mentre il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) firmato da Obama conteneva un meccanismo iper-dettagliato e intrusivo di verifica internazionale, la bozza attuale lascia tutto questo ancora da studiare e concordare. Così come rimane da chiarire la sorte dei 440 chili di uranio arricchito oltre il 60%, soglia per la quale non c’è alcuna applicazione civile. In sintesi, le premesse di un eventuale accordo non sarebbero sostanzialmente diverse – né migliori – rispetto a quelle del Jcpoa, vituperato da Trump e poi violato dalla sua prima amministrazione nel 2018, soprattutto alla luce dei costi finanziari, politici e di sicurezza che il ritiro americano dal Jcpoa ha comportato negli anni seguenti – questa guerra, del resto, ne è a tutti gli effetti una conseguenza.

Di missili, nel frattempo, non si fa cenno. Eppure la guerra non ha distrutto tutte le capacità missilistiche iraniane, per non parlare dei droni: l’ultimo attacco a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, ne è l’amara testimonianza. L’accordo non tratta nemmeno le milizie pro-iraniane nella regione. Hamas, nonostante una guerra genocida di Israele, rimane in controllo di quel che resta di Gaza; Hezbollah, pur indebolita, è in piedi e in grado di contrattaccare Israele dal Sud del Libano; gli Houthi in Yemen continuano a rappresentare un asso nella manica di Teheran, con la possibile chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb fra Golfo di Aden e Mar Rosso sempre pronta come potenziale leva di escalation.

Infine, il regime iraniano non solo rimane in piedi, ma è – come era prevedibile – una versione più militarizzata e incattivita di se stessa. Da metà marzo a oggi ben 28 cittadini sono stati giustiziati in applicazione di una nuova legge, ratificata alla fine dell’anno scorso, che inasprisce le pene per crimini di spionaggio allargando le maglie per la pena di morte. Più che una spallata alla Repubblica islamica, la guerra rischia di aver delegittimato i suoi oppositori – ora associati a un’aggressione straniera – dando paradossalmente sostegno insperato a un regime che, per la prima volta, aveva davvero iniziato a scricchiolare.

Tutto questo sullo sfondo di una guerra che, anziché rafforzare la posizione americana nella competizione con la Cina, ha ottenuto il contrario: Pechino diventa interlocutore sempre più privilegiato nel Golfo e in Iran, e cavalca la catastrofe nei mercati energetici per consolidare la sua leadership nelle tecnologie verdi. Un fallimento epico – o forse, dati i deliri messianici di Trump, diremmo di proporzioni bibliche.