icone e simboli, nel mito si rinnova il senso della storia
Festival della mitologia
Elio
Franzini
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026
Se digitiamo la parola “icona” saranno necessarie molte e molte righe per giungere alla descrizione della “sacra icona”, dipinto santo e simbolico che cerca di unire visibile e invisibile. Prima di scoprire questa definizione saremo tormentati da faccine varie, da ideogrammi, sticker, segni stilizzati. Ogni tempo ha le sue icone, si potrà dire, senza inseguire falsi moralismi e improprie nostalgie. Il termine stesso “mito” è banale, ed è uno dei modi che i greci possedevano per dire “parola”. Ma se l’altro modo – logos – è divenuto nel tempo la parola ordinata, della scienza, dell’intelletto, del ragionamento, la parola mito ha finito per identificarsi con il racconto, la favola, il significato originario dei riti, dei misteri, della poesia. Mito è la “favola” della tragedia in Aristotele, la narrazione verosimile e non vera di Platone, ma anche il muto e misterioso geroglifico per Vico, strumento degli universali fantastici. Una parola che assume su di sé tutto ciò che sfugge al logos, significante che ha molteplici significati, rimandando non a formule, bensì a processi, costruzioni poetiche e fantastiche.
Nel nostro tempo questa forza si è progressivamente indebolita, persa nella velocità della comunicazione, nell’orgia di immagini che avvolgono, spesso nella loro insignificanza. Possiamo giocare a ricercarne le cause, ma sempre potremmo scoprire l’ovvio, cioè che si è indebolito il valore del simbolico: e il simbolo, che significa riunificazione, legame segreto tra visibile e invisibile, tra noto e ignoto, trova nel mito un fratello che lo narra, una forza che attraversa tutte le epoche e sembra interessare tutte le forme dove c’è vita, dalla classicità al mondo cristiano. Anche agli albori della nostra modernità, da Goethe ai Romantici sino a Eliot e Valéry, il mito ha avuto differenti forme e innumerevoli definizioni: non segno vuoto, bensì forza di significato dove si fondono l’universale e il particolare. Non immagine banale, ma storia di un senso che lega le dimensioni del tempo.
Il mito è un simbolo che diventa racconto: non è un’immagine che stupisce e svanisce, ma quasi una favola dove, come scriveva Novalis, tutto deve essere «meraviglioso, misterioso e incoerente», inaugurando «l’epoca dell’anarchia universale, della mancanza di leggi, la libertà, lo stato di natura, l’epoca anteriore al mondo». Non è l’intelligenza artificiale a costruire la forza mitica del simbolo, ma il poeta, l’artista, forse chiunque voglia generare legami segreti tra il passato, il presente e l’avvenire. È parola, segno, ma deve anche ricordare quel che Valéry chiamava «aurora delle cose», permettendo di superare la banalità del quotidiano, consapevoli che il nostro stesso essere al mondo rischierebbe di languire se le favole, le astrazioni, le credenze, i mostri, le ipotesi, non popolassero di esseri e di immagini che provengono dal passato le nostre profondità, le nostre stesse incertezze. Sono dunque modi per interrogarsi, per conoscersi, per meglio esprimere la propria personalità, per mantenere vivo uno stupore, un gusto dell’universo, che è l’origine stessa dell’interrogazione scientifica.
Questa forza mitica non è statica, ma indica la capacità che l’uomo mantiene di rinnovare la tradizione, di modificare il tempo, consapevoli che le sue dimensioni non sono una massa informe, ma il segno del costante mutamento di un’attività spirituale e dei suoi processi, di un viaggio attraverso l’esperienza, le sue crisi, i suoi momenti oscuri. Il mito è la capacità di presentare sempre di nuovo il senso della nostra storia.
Il problema stesso, che appare sintomo perverso del presente, di insignificanti “faccine” che popolano il nostro mondo, vi è sempre stato. Goethe distingue infatti tra simbolo e allegoria, ponendo alla nostra epoca un’alternativa che è un richiamo a un’esperienza del simbolico e del mitico non per spiegare un significato assoluto, ma per disegnare, e chiarificare, una rete che possa descrivere la metamorfosi delle forme di vita che accompagnano il simbolico, la sua tensione unificatrice, che tende a un mito senza tempo chiamato “classico”. Si cerca, con questa parola, di raggiungere, anche con tormento, la forza misteriosa di segni che abbiano un senso capace di superare la singola epoca storica, la nostra finitezza. Sottolineare il valore di tale esperienza significa affermare che il suo senso, in tutte le sue molteplici forme, che si realizzano nel generarsi di quella forza creativa che è la vita, è un divenire che, come la vicenda di Faust, come la nostra esistenza, attraversa vari mutamenti, che hanno diversi stili, differenti modi espressivi, giocando diversi giochi: ma tale esperienza non è, anche nelle allegorie, nelle faccine stesse, riducibile al fatto, alla presenza di ciò che appare, bensì implica sempre la volontà di andare oltre, cercando di cogliere i vari strati in cui il mondo si offre.
Persino nella nostra frantumata modernità, arte e conoscenza, mito e religione sono capaci di esprimere immagini sensate, Sinn-Bild si dice simbolo in tedesco, dove non si rispecchia soltanto qualcosa di semplice, elementare, facile da interpretare, bensì un principio che produce sapere e conoscenza, quello stesso che ancora può mantenere viva la nostra umanità nel disastro del quotidiano. Mantiene la forza di una possibilità di vedere oltre, attraverso le cose. Il simbolo è soltanto un nome, una parola che dice se stessa, appunto un “mito”: ma un nome che, nella sua storia, ha incarnato un’esigenza di interrogazione della complessità che avvolge la nostra relazione con gli altri e con la natura. Gli artisti, i poeti costruiscono forme compiute per questa interrogazione, permettono di riconoscerne il valore: ma non è loro proprietà, è una forza di noi tutti che si risveglia quando vogliamo superare le apparenze, indagare le quotidiane forme di vita. Qui costruiamo simboli, entriamo in quelle stesse mitologie che legano il passato al futuro.
Si svolge oggi a Villa Arconati (Castellazzo di Bollate) il quarto evento della III edizione del Festival della Mitologia, ideato e diretto da Massimiliano Finazzer Flory e ospitato dalla Fondazione Augusto Rancilio. Altri eventi fino a settembre






