Maurizio Busacca
La terraferma è perduta, Venezia non è più un laboratorio progressista
Dissonanze, 27 maggio 2026
C’era un tempo, peraltro non così lontano, in cui Venezia veniva descritta come un’isola rossa in un mare bianco. Per oltre quarant’anni la città fu un vero e proprio laboratorio politico, in cui si anticiparono i tentativi di compromesso storico con le giunte bianco-rosse (nei Sessanta e Settanta) e dove (negli Ottanta) gli intellettuali scalarono i partiti per diventare classe di governo. Ma anche quella dove si formarono coalizioni progressive in dialogo con l’esercito di liberazione zapatista e movimenti no-global (negli anni Novanta e nei primi Duemila).
Il tratto comune di quelle diverse stagioni fu la capacità di coniugare i punti di vista di gruppi sociali molto differenti: operai, studenti, ceto medio, intellettuali, femministe, no-global, centri sociali, cattolici. Quelle stagioni nascevano da movimenti collettivi e popolari, dove i partiti – in particolare Dc, Pci, Psi e Verdi – hanno avuto la funzione strategica di costruire piazze del confronto e della ricomposizione dei differenti punti di vista. Congressi, seminari, convegni, feste e festival durante i quali si discutevano, si elaboravano e si comunicavano progetti di futuro costruiti collettivamente, tra conflitto e cooperazione. Poi qualcosa si è rotto.
La mappa dei risultati elettorali delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 parlano chiaro: le storiche roccaforti del voto popolare di terraferma (in particolare Marghera e Campalto) sono tutte tinte di giallo (il colore della lista del candidato di centrodestra Simone Venturini, eletto sindaco). Quei ceti sociali hanno scelto di affidare la loro rappresentanza alla coalizione di destra. Di destra, non di centrodestra.
I temi e i linguaggi della comunicazione politica ci dicono che non si tratta di un centrodestra conservatore ma di una destra xenofoba e reazionaria, che pensa a Venezia come a un bancomat, ricaricato continuamente dalle spese dei turisti, e alla terraferma come a un terreno dove coltivare il consenso a colpi di fake-news, al pari di quella sul presunto progetto colonizzatore dei «bangladem».
La vittoria – o la sconfitta, a seconda dei punti di vista – non sembra, tuttavia, essere arrivata solo da lì, sebbene il tema abbia certamente aiutato a galvanizzare una coalizione che a metà corsa temeva davvero di uscire perdente. La sconfitta del cosiddetto «campo largo» è sembrata piuttosto arrivare da un candidato sindaco della parte avversa giovane e molto radicato sul territorio, capace di coniugare i nuovi linguaggi dei social media con i vecchi modi di fare politica, facendosi vedere in strada, stringendo mani, salutando tutti e inaugurando qualunque cosa, anche quanto già era stata inaugurata da mesi.
Così facendo, a dispetto della sua lunga esperienza di governo nella giunta Brugnaro come assessore di punta, ha saputo ritagliare su di sé l’immagine della discontinuità. E in politica oggi più che mai la discontinuità paga sempre. Dall’altra parte, l’opposizione è apparsa fin da subito troppo sicura di sé, convinta di vincere sulla base di sondaggi che, a risultato acquisito, lasciano molti dubbi. Farne una questione di candidato sarebbe ingeneroso e forse riduttivo. Anche nella politica dei leader gli individui sono necessari ma non sufficienti.
Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha trascorsi in regolamenti di conti interni. Ora ne paga le conseguenze
Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha invece trascorsi in regolamenti di conti interni, e ora ne paga le conseguenze. È arrivato a pochi mesi dalla scadenza elettorale senza un candidato, poi scelto attraverso un processo che ha visto coinvolti solo alcuni storici leader locali e i livelli nazionali del partito di maggioranza, il Pd. Leader storici, soprattutto vecchie figure delle precedenti stagioni di governo del centrosinistra, quindi persone sulla scena politica locale da un tempo variabile fra i trenta e i cinquant’anni.
È così risultata evidente la totale autoreferenzialità del ceto politico, incapace di aprirsi a nuove istanze e a gruppi sociali emergenti, che pure in città avevano costruito percorsi di mobilitazione collettivi, in particolare sui temi della sicurezza, della casa, del turismo e della partecipazione.
Nella migliore tradizione partitocratica, alcune figure di spicco di questi gruppi sono stati accolti nelle liste elettorali nella speranza di traghettarvi il consenso, senza però aprire spazi di confronto sul merito e sui programmi. Da tutto ciò è scaturita una candidatura pallida, decisa da lontano e percepita come non capace di discontinuità rispetto al passato. In alcuni frangenti è sembrato che questa inerzia potesse essere invertita, ma senza mai raggiungere lo slancio necessario per rivelarsi efficace.
Alle apparenti differenze fra centro storico e terraferma arriveremo tra poco, dopo avere introdotto quattro spunti di riflessione. Primo. Quanto accaduto a Venezia, dove né destra né campo largo avevano il polso della situazione, testimonia che oggi la politica non vede né capisce più parti ampie di città. Anche negli ultimi giorni prima del voto, chi parlava con alcuni dei sostenitori di Venturini li trovava molto preoccupati di perdere. Sapevano di aver quasi completato la rimonta ma non certo di aver superato l’avversario. Ciò può significare che né destra né campo largo hanno saputo capire gli umori di una città attraversata da profonde divisioni.
Oggi le elezioni le vincono i nati negli anni Ottanta e Novanta, mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta
Secondo. Il campo largo progressista non ha saputo imparare dall’esperienza, propria e degli altri. In questa stagione sembra che le elezioni le vincano le persone nate negli anni Ottanta e Novanta (si pensi al caso di Silvia Salis a Genova o di Michele Guerra a Parma), mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta. I nati negli anni Settanta sono considerati ragazzi, quelli nati nel decennio successivo ragazzini con le braghe corte. C’è certamente un problema di trasmissione generazionale, ma qui emerge anche una certa incapacità di apprendimento.
Terzo. I risultati, in particolare le preferenze, mostrano che ha vinto chi si è andato a prendere piccoli leader locali che hanno trainato il voto. Certo, questo la politica lo ha sempre fatto, anche in passato, ma il tutto veniva allora mediato da un sistema di congressi e di altri luoghi di confronto, che mediavano fra interessi locali e interessi generali. Ora che non si fa più niente di tutto, in questo processo di riproducono piccole forme di populismo a livello locale. Non si tratta di boicottare i candidati «passionali» e «di pancia», anzi; ma riconoscere che servono camere di compensazione per tenere a freno gli egoismi.
A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani
Quarto. A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani e tutti quei gruppi sociali che non si riconoscono nell’ordine mondiale attuale. Questo, di certo, avviene perché per un pezzo del campo largo quell’ordine è giusto e desiderabile, ma avviene anche perché non si è proferita una parola una sull’idea di mondo da costruire una volta assunta la guida della città. La campagna si è concentrata sul livello amministrativo rinunciando alla visione e al futuro, che invece è la domanda politica emersa dalle ultime mobilitazioni collettive.
Oggi, dopo la sconfitta, c’è anche chi canta vittoria per il successo del campo largo nel centro storico e chi da sinistra – temo quella da Ztl o di collina – propone la separazione amministrativa tra le due parti della città. Chi lo fa sembra ignorare che, anche lì, la forbice si è molto ridotta rispetto al passato e che la distanza tra i due schieramenti non è mai stata così contenuta, prologo forse di un possibile futuro sfondamento delle destre anche nella parte di città il cui profilo geografico ricorda la forma di un pesce. In tal modo si testimonia la cattura cognitiva della politica dell’esclusione anche tra le sinistre e i progressisti.
Venezia, secondo tale prospettiva, si salva escludendo dall’equazione gli abitanti di quella parte di città che, in modo ignorante e colpevole, hanno votato nel modo sbagliato; vale a dire quei gruppi subalterni che la sinistra non è più capace di capire e rappresentare.
La risposta dovrebbe essere quella opposta: ricostruire radicamento e leadership politica proprio nella parte gialla della città, che è quella dove vivono gli sfruttati e i subordinati. Per farlo, si dovrebbe puntare sui giovani, consegnando loro le risorse per progettare un mondo nel quale possano essere più presenti rispetto a chi, oggi, si è arrogato le decisioni e si è procurato colpevolmente la sconfitta.



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