martedì 5 maggio 2026

Il leader narcisista

 


Consumismo, spinte competitive, individualismo sono esempi di come la cultura dei nostri giorni ha rinforzato la glorificazione di sé che spinge al narcisismo. Benché lo spirito competitivo faccia parte della natura umana, in alcuni può tradursi in un tratto totalizzante del carattere. Costoro vedono il mondo quasi esclusivamente in termini di “vincenti” e “perdenti”, e perdere è inaccettabile. Muovendo da una approfondita analisi del mito di Narciso, Manfred F.R. Kets de Vries, studioso della leadership di fama mondiale, evidenzia le varie forme in cui si esprime il narcisismo. Successivamente, esplora differenti strategie per la gestione delle persone narcisistiche. Vengono introdotti concetti come l’alleanza di lavoro, l’altalena emotiva, la tattica del sandwich e il bisogno di essere empatici. Inoltre, riferendosi al cambiamento in un contesto di gruppo, viene presentata l’importanza delle dinamiche psicologiche del gruppo nel suo insieme. Il testo di de Vries offre un metodo unico e originale per esplorare le ramificazioni della leadership narcisistica. (presentazione editoriale)

Massimiliano Panarari
Il leader ha sempre ragione
La Stampa, 13 luglio 2019

Da sempre la figura del «N. 1» conta tanto, in politica e in economia. Ma mai come nella nostra postmodernità la leadership è diventata oggetto di attenzione collettiva, e viene considerata un attributo indispensabile per governare processi e organizzazioni. E, così, assistiamo all’irrompere, e al rapido consumarsi, di leadership «intermittenti», che durano magari soltanto «lo spazio di un mattino». Leadership conquistate, sempre più spesso, sui social e a colpi di like, anziché sul campo. E vediamo il dilagare, dopo il marketing politico, dello storytelling, al punto che il successo di queste leadership «liquide» si gioca molto sulla costruzione di narrazioni seduttive (come mostra Sofia Ventura nel suo ultimo libro, I leader e le loro storie, il Mulino, pp. 312 €26, presentato in anteprima a febbraio su La Stampa). E per abbagliare e inebriare, in questa fase storica, paga sempre di più la postura populista e anti-establishment, quella dei tanti leader – da Marine Le Pen a Nigel Farage, fino a Matteo Salvini – raccontati dal giornalista e studioso Carlo Muzzi in Euroscettici (Le Monnier, pp. 178 €14).
E la leadership è anche, naturalmente, tematica di studio per la psicologia, che l’ha affrontata in modo copioso in questi anni specialmente sul versante aziendale. Ecco perché si rivela una lettura opportuna il volume di un’autentica autorità in materia, Manfred F. R. Kets de Vries, psicanalista e docente di Gestione delle risorse umane all’Insead di Fontainebleau (una delle principali business school del mondo). In 
Leader, giullari e impostori (Raffaello Cortina, pp. 269 €16), sulla scorta di Sigmund Freud, l’autore si dedica a smontare la visione della razionalità manageriale applicata alla leadership.
Un assunto che de Vries ritiene valido per qualunque tipo di impresa, tanto economica che politica, e che sviluppa, da psicoterapeuta, in chiave clinica, sottolineando quanto le motivazioni inconsce e la realtà intrapsichica giochino un ruolo decisivo anche nella testa di chi prende decisioni. Insomma, non siamo dalle parti delle «sorti magnifiche e progressive» della «leadership trasformazionale» sviluppata nel 1985 dallo studioso di modelli organizzativi Bernard Bass (1925-2007), quella basata su un’alleanza autentica tra leader e follower, dove la fiducia viene costantemente rinnovata e coincide, per citare (e parafrasare) Ernest Renan, con una sorta di «plebiscito di tutti i giorni». No, lo psicanalista – che fa iniziare gli studi sulla questione con la
 Repubblica di Platone – preferisce esporre il dark side della problematica per mettere in guardia i lettori (e i cittadini), documentando quanto si riveli faticosa, se non impervia, la strada che conduce all’affermazione di una leadership equilibrata e positiva. Ancor più in questi nostri giorni di trionfo della disintermediazione, dove la propensione biologica al comportamento gregario si sposa con l’imperialismo della comunicazione.
Ecco perché l’autore punta, invece, ad «andare ai fondamentali», e alle radici psicologiche della leadership. Freudianamente, de Vries interpreta la relazione tra il leader e il gregario nei termini di un «transfert idealizzante», una proiezione per cui il secondo, per sentirsi più protetto (analogamente a quello che fa il figlio con il padre), sovraccarica il primo di talenti, qualità e poteri. Questa identificazione, fondata su una forma di rispecchiamento personale, la si ritrova oggi abbondantemente in politica, ed è alla base della creazione di universi fittizi e aspettative illusorie che permangono, nonostante attraverso il dato di realtà si manifesti il contrario di quanto affermato dal leader.
Un’altra patologia, in questo caso interamente del leader, viene da un’infanzia e un’età evolutiva in cui il futuro capo abbia avvertito una difformità tra il suo bisogno di protezione e il livello delle cure parentali: ne deriveranno una fame inesauribile di potere e una serie di «fantasie consolatorie di onnipotenza».
La tipologia è quella del leader narcisistico, agli antipodi di un altro personaggio molto problematico quando arriva al potere, che l’urbanista William H. Whyte descrisse già nel 1956 nel libro 
L’uomo dell’organizzazione. Ossia il dirigente grigio e noioso, indispensabile al funzionamento organizzativo, ma affetto da alessitimia come indica de Vries, l’«incapacità di esprimere sentimenti». E, quindi, vocato a soffocare la creatività altrui per evitare il benché minimo rischio di conflitto, e a convertire qualunque cosa in procedura e routine.
Poi ci sono la «legge del taglione», che viene applicata dal leader sulla via del ritiro, e il «complesso dell’edificio» di chi, sul viale del tramonto, rimane attaccato al potere il più a lungo possibile. E le distorsioni non finiscono qui. Con un solo antidoto all’arroganza del potere: l’umorismo. Servono, sostiene de Vries, delle figure di «giullari organizzativi», anche se oggi non hanno vita facile. 





Desidero amicizia

Sundus Abdi
"Le persone desiderano l'amicizia": migliaia di persone accorrono per la rinascita di un gioco da tavolo sud-asiatico secolare. 
Il carrom, un gioco in cui i giocatori lanciano pedine nelle buche di un tabellone, ha attirato centinaia di persone a eventi in tutto il Regno Unito.
The Guardian, 5 maggio 2026

Lunedì sera, nella sala al piano superiore del Dishoom Permit Room a Notting Hill, l'atmosfera è già elettrizzante prima ancora che inizi la serata di giochi. Il chai viene versato e passato di mano in mano, il gesso viene spolverato sulle lavagne di legno e il secco ticchettio delle pedine che colpiscono la superficie sovrasta il brusio delle conversazioni.

A un tavolo, Uneeb Khalid, 39 anni, e il suo amico Varun Solan, 43 anni, sono immersi in una conversazione sull'intelligenza artificiale mentre fanno scivolare delle piccole pedine su una tavola di legno. Più tardi, arrivano al round finale e si classificano al secondo posto.

Intorno a loro, la stanza è in continuo movimento: i giocatori si spostano da un tavolo all'altro, le conversazioni si intrecciano e le partite riprendono in rapida successione. Inizialmente, sembra una semplice serata di giochi, ma per molti qui presenti rappresenta un senso di comunità in una città dove trovarne di simili sembra sempre più difficile.

Il gioco in questione è il carrom, un gioco da tavolo secolare originario dell'Asia meridionale, descritto come "una versione del biliardo con le dita" e paragonato alla dama. I giocatori colpiscono un dischetto con le dita per imbucare piccole pedine nelle buche d'angolo del tabellone, con l'obiettivo di liberare le proprie pedine prima dell'avversario. È un gioco praticato da generazioni in tutta l'Asia meridionale e nella diaspora, e ora è al centro di una crescente rinascita a livello locale nel Regno Unito.

Abdus Khan è l'ideatore di Karrom, una comunità nata nel Regno Unito attorno al carrom. Foto: Jill Mead/The Guardian

Dietro la sua rinascita nel Regno Unito c'è Abdus Khan, 31 anni, fondatore di Karrom, una community nata attorno al gioco che ora conta circa 12.000 persone nel Regno Unito.

La richiesta di eventi come questo è aumentata vertiginosamente. Solo per questa serata, 800 persone hanno cercato di acquistare i biglietti, ma solo 44 sono riuscite ad assicurarsi un posto. Un recente torneo della Super League tenutosi al Boxpark Wembley ha attirato 600 persone, tra giocatori e spettatori, in quello che Khan spera sia l'inizio di un circuito ricorrente.

Per Khan, il fascino della comunità e del gioco risale al suo primo ricordo di una visita ai parenti in Bangladesh da bambino. "Fu la prima volta che giocai a carrom e una delle esperienze più divertenti che abbia mai vissuto da bambino", racconta. La sua famiglia portò poi nel Regno Unito proprio quella tavola, che lui possiede ancora oggi.

"È sinonimo di alcuni dei ricordi più preziosi che abbia mai vissuto", afferma. "Al centro di tutta quella felicità, di quelle risate e di quel senso di comunità c'era quella tavola da surf."

Sebbene le sue origini siano ampiamente dibattute in India, Bangladesh, Pakistan e persino nello Yemen, Khan afferma che il gioco ha sempre significato più della semplice geografia. "È una grande celebrazione dell'unione tra comunità e culture, e un modo per avvicinare le persone", afferma.

Quel senso di appartenenza è evidente durante le serate di giochi. Uneeb, che ha imparato a giocare dalla nonna, afferma che questa rinascita è stata sorprendente. "Pensavo che stesse morendo lentamente", dice. "Avrei pensato che il biliardo fosse più popolare tra le giovani generazioni. Sono contento di vedere così tanti giovani interessati... è un piacevole diversivo dai nostri schermi."

Altri si sono avvicinati a questo mondo più di recente. Zara Chechi, 29 anni, ha scoperto la community su Instagram lo scorso autunno. "A molti di noi manca l'aspetto comunitario, il frequentare le case delle persone, stare in mezzo a famiglie di diverse generazioni", afferma. Per compensare questa mancanza, Zara dice di aver usato i social media per trovare eventi e persone con interessi simili con cui "connettersi di persona piuttosto che online".

Il congelamento della guerra

Renzo Guolo 
Il piano dell'Iran su Hormuz per congelare il conflitto

Domani, 4 maggio 2026

Hormuz, semper Hormuz! Lo Stretto che il debordante inquilino della Casa Bianca intesta a sé stesso dopo averne fatto una straordinaria arma negoziale per gli iraniani, è, più che mai, al centro del braccio di ferro tra Washington e Teheran.

Tra blocchi, controblocchi, petroliere che riescono a forzare quello Usa e dirigersi verso la Cina, colpi di avvertimento alle navi americane nello Stretto mentre Trump da il via al suo Freedom Project, ufficialmente per liberare «a fini umanitari» i reietti bloccati, da una bonaccia assai poco conradiana, su navi costrette da mesi alla fonda.

Così, non è casuale che il nuovo piano in quattordici punti sottoposto da Teheran a Washington abbia come punto chiave proprio Hormuz. La mossa iraniana di chiuderlo per cambiare il gioco ipotecato dallo strapotere militare Usa e di Israele, ha funzionato. Come si è visto nelle molteplici dinamiche, regionali e mondiali, innescate dagli sviluppi del conflitto. Persino la fresca rottura Opec, con l’uscita dall’organizzazione, con tanto di benedizione americana, degli Emirati, insofferenti verso l’ipoteca saudita sulla politica di produzione, rimanda a quegli infuocati riverberi.

Il piano ha come centro la riapertura dello Stretto in cambio della fine del controblocco americano, fondamentale perché Teheran possa riprendere la produzione di petrolio senza dover ampliare le quasi esaurite capacità di stoccaggio, mossa complicata in un contesto bellico, o peggio, interrompere il pompaggio dell’oro nero, operazione dai risvolti tecnici non irrilevanti. Sulla riapertura concordano attori internazionali portatori di visioni e interessi contrastanti ma convergenti sul punto.

E proprio sul raffronto con la situazione prebellica che Teheran articola la sua strategia negoziale. Facendo balenare concessioni su Hormuz, l’Iran vuole mostrare di rinunciare, a certe condizioni – tra i «quattordici punti» vi è l’istituzione di un meccanismo di controllo marittimo che dovrebbe sancire il riconoscimento del ruolo iraniano nella gestione di un corridoio acqueo che prima del 28 febbraio era a libera navigazione – all’inattesa rendita politica.

Mossa che, secondo il regime, permetterebbe di non varcare le linee rosse fissate dopo un dibattito che ha sancito il primato degli elmetti sui turbanti, orfani di un leader in piena efficienza e di equilibri politici ormai mutati. Nell’ipotesi di accordo, infatti, non vi alcuna rinuncia al nucleare, mentre potrebbe essere accettata una moratoria temporanea all’arricchimento dell’uranio per uso civile, che verrebbe in linea di principio consentito: ragion per cui, contrariamente alle richieste di Netanyahu e Trump, gli impianti nucleari non verrebbero smantellati. In ogni caso di nucleare si discuterebbe dopo la fine del conflitto.

Così come non sono previste limitazioni all’arsenale missilistico, unico elemento di deterrenza per Teheran; viene, poi, riesplicitato lo stretto legame tra fine delle ostilità e guerra in Libano, che ribadisce il rifiuto di «sacrificare» Hezbollah a Israele. Di più, la Repubblica Islamica chiede, oltre un solenne impegno alla non aggressione, la costruzione di un sistema di sicurezza regionale destinato a sancire il suo ruolo nell’area, la fine delle sanzioni internazionali, lo scongelamento degli asset bloccati, riparazioni di guerra a carico di Usa e Israele.
Posizioni che hanno poche possibilità di essere accettate da Netanyahu e Trump. Da qui l’altalena della Casa Bianca tra impulso a far saltare tutto o accontentarsi di un’intesa parziale che salvi la faccia e consenta di concentrarsi altrove.

Nonostante le continue tensioni nelle sue “calde” acque, foriere di incidenti capaci di far deflagrare tutto, Hormuz resta, dunque, la sola carta che i duellanti possono mettere sul piatto per poter congelare un conflitto che non pare consentire altri punti di approdo.


Alberto Negri
Verso l'abisso, trascinati dai fallimenti

il manifesto, 5 maggio 2026

Il generale e filosofo cinese Sun Tzu nella sua Arte della Guerra affermava che una strategia senza tattica può portare a una rapida vittoria, ma una tattica senza strategia può aprire la strada della sconfitta. Questa considerazione potrebbe adattarsi a quanto succede nello Stretto di Hormuz.

Ma anche a tutta la guerra americana e israeliana che voleva spazzare via il nucleare iraniano e il regime o addirittura un’«intera civiltà» come ha detto Trump.

La tensione nello Stretto di Hormuz, cruciale per l’economia globale, è ormai alle stelle. Siamo di fronte a una nuova fase del conflitto. Il piano di Trump di liberare il passaggio marittimo più importante del mondo per i rifornimenti energetici e una lunga filiera industriale non parte. Il cosiddetto project freedom nato per permettere a centinaia di navi bloccate da mesi di riprendere la rotta si sta scontrando con l’ostilità iraniana. Il passaggio dei cacciatorpedinieri della flotta americana è stato accolto, secondo fonti iraniane, da un lancio di missili di avvertimento. Non solo, secondo quanto emerge una nave sudcoreana sarebbe in fiamme in seguito a un’esplosione avvertita al largo degli Emirati arabi.

Queste notizie mentre scriviamo sono da verificare ma già indicano che potrebbe essere cominciata una nuova escalation nella guerra contro l’Iran scatenata il 28 febbraio da Stati uniti e Israele. Da una parte e dall’altra si è incendiata subito la guerra di propaganda: le acque di Hormuz sono diventate più torbide che mai, forse già troppo affollate, visto che lo Stretto è lungo una ventina di miglia marine ma che soltanto un paio sono navigabili nei due sensi di entrata e uscita, per evitare almeno il rischio delle mine.

Gli Usa sono partiti subito sparando alto, come se la posta in gioco, la navigazione dello Stretto, fosse già nella mani di Trump. «Abbiamo il pieno controllo dello Stretto di Hormuz», lo «stiamo aprendo», ha dichiarato il segretario al Tesoro Scott Bessent in un’intervista a Fox, ribadendo che l’economia iraniana è in «caduta libera». Dichiarazione seguita non molto tempo dopo dall’annuncio del Centcom che navi della marina americana dotate di missili guidati avevano attraversato lo Stretto di Hormuz a sostegno del project freedom.

Ma una dichiarazione aveva sollevato subito qualche dubbio. Le forze americane – si leggeva nel comunicato – stanno attivamente assistendo gli sforzi volti a ripristinare il transito per la navigazione commerciale. Qual è il significato? Che la marina Usa sta scortando le navi commerciali? Nel Golfo al riguardo ci sono pochi e rari precedenti negli anni Ottanta. Nel 1987 cinque o sei navi da guerra Usa avevano scortato un paio di petroliere del Kuwait ma oggi non ci sono i numeri a Hormuz per un’operazione di questo genere.

Ma a di là delle ipotesi appare evidente che la situazione sta comunque degenerando in una escalation che rischia di trascinare il conflitto in una guerra navale nello Stretto. I segnali ci sono tutti e la guerra coinvolge anche Israele, che non solo colpisce in Iran e in Libano ma è impegnata anche contro gli Houti alleati di Teheran che possono minacciare lo Stretto di Bab el Mandeb sul Mar Rosso (la rotta di Suez per intenderci). Questa guerra è stata voluta da Netanyahu e non è certo un caso che la scorsa settimana equipaggiamenti militari americani siano stati spostati a ritmo serrato verso Israele.

E neppure l’Europa è fuori di giochi di guerra: mentre Trump e il cancelliere Merz litigavano, aerei cargo militari Usa sono arrivati dalla Germania in Medio oriente trasportando armamenti nella regione. Quando si parla di ritiro americano dall’Europa e dalla Nato a volte si dimentica che il vecchio continente è l’avamposto degli Stati uniti verso l’Asia minore e maggiore. Ma queste cose al Pentagono le sanno bene e quasi sicuramente le dirà anche li segretario di stato Rubio quando sarà in Italia a metà settimana.

In tutto questo, escalation navale compresa, torna il generale Sun Tzu. La strategia iraniana appare un po’ grezza ma razionale. L’Iran non ha bisogno di sconfiggere gli Stati uniti in una guerra. Al regime di Teheran basta assicurarsi la sopravvivenza, con sventagliate di missili e droni per mantenere il Golfo e Hormuz sotto pressione. Anche il nucleare iraniano sembra passato in secondo piano ed è questo che volevano ayatollah e pasdaran. Quanto alla strategia Usa, che pure con Israele ha inflitto danni enormi all’apparato militare e politico iraniano, è meno chiara. Trump ogni tanto proclama che l’accordo con Teheran è vicino ma Netanyahu ha altri obiettivi: la cancellazione dell’Iran della mappa del Medio oriente, non importa se c’è questo o un altro regime.


La trappola dell'intelligenza artificiale

Antonio Palmieri
Veltroni e quell'intervista a Claude: che errore considerarlo "uno di noi"

Avvenire, 4 maggio 2026

 Sta facendo discutere molto l'intervista di Walter Veltroni a Claude - una delle migliori intelligenze artificiali - pubblicata il primo maggio sul Corriere della Sera. Un testo affascinante ma fuorviante, per una serie di motivi che è utile approfondire per non fraintendere cosa sia davvero l'intelligenza artificiale generativa e relazionale. È sbagliato antropomorfizzare l’algoritmo. Non è un essere senziente, è una cosa: una “macchina calcolatrice di parole” per usare l’efficace definizione del filosofo del digitale Cosimo Accoto. L'algoritmo ci risponde con una serie di parole messe in fila in base a una sequenza probabilistica.

L’empatia artificiale prodotta dal chatbot è una illusione, una trappola emotiva, ci illude di avere un rapporto con un “tu” che non esiste. Quindi è tecnicamente impossibile intervistare un chatbot. Secondo punto. Proprio perché non abbiamo a che fare con un organismo, ma con un meccanismo, i chatbot non sanno valutare se le loro risposte siano vere o false. Lo ripeto da più di tre anni: l’intelligenza artificiale generativa e conversazionale dice quello che sa, ma non sa quello che dice. Dice quello che sa, perché è stata programmata attingendo allo scibile umano: sa molto, sa “tutto”. Però non sa quello che dice nel senso che non ha una consapevolezza paragonabile alla nostra. Poiché noi siamo naturalmente portati a unire buona comunicazione e affidabilità, la fluidità e la qualità dell’interazione possono indurci a sospendere il giudizio critico, accogliendo le risposte generate come la verità. Vale per noi adulti, molto di più vale per i giovani, che a causa della loro inesperienza non hanno tutte le competenze necessarie per valutare le risposte dell'intelligenza artificiale generativa. Terza e ultima conseguenza, la più importante e la più pericolosa dal punto di vista antropologico. Noi esseri umani siamo esseri relazionali. Lo siamo per natura, siamo stati creati così: nasciamo, cresciamo, viviamo, all’interno di rapporti, di interazioni. Abbiamo bisogno di accudimento materiale, ma soprattutto relazionale. Purtroppo tutte le relazioni, anche le più belle, sono faticose, perché ognuno di noi è pieno di limiti e di difetti che si ripercuotono nei rapporti, anche con chi ci è più caro.

Il dialogo con l’intelligenza artificiale generativa è esente da questo tipo di fatica, perché il chatbot è privo dei limiti propri di noi esseri umani. Come si può vedere anche nel testo di Veltroni, l'algoritmo ti accoglie sempre come fosse la giornata mondiale della gentilezza. Non è una scelta: è programmato per fare così. Per questo il chatbot ti asseconda e non ti interrompe, non giudica, non è mai stanco o nervoso, è disponibile ad ascoltare h24. È “perfetto”. Una intelligenza artificiale generativa capace di emulare un’esperienza di interazione che sembra indistinguibile da quella con un essere umano che impatto psicologico potrà avere sulla nostra capacità di reggere i rapporti, sulle nostre capacità relazionali? Corriamo il rischio di disabituarci a comprendere i bisogni e i limiti dell’altro. Capita a noi adulti, a maggior ragione vale soprattutto per i ragazzi, che crescono abituati a una intelligenza artificiale “amica perfetta”, che li mette al riparo dalla fatica delle relazioni tra esseri umani. Siamo in un contesto in cui, come mi ha scritto Gualtiero Carraro, cofondatore di Carraro Lab, «non solo la famiglia, ma anche la comunità educativa rischia di essere disintermediata dal rapporto individuale con l'AI. Rischia di andare oltre la metafora del “grande fratello” e diventare il grande padre o il grande maestro».

Le cronache di questi mesi ci dicono che è già così e per questo “l'intervista” di Veltroni al chatbot inganna, perché avvalora questo modello. Proprio per fare più chiarezza, nel mio nuovo libro ho cambiato il “cognome” dell’intelligenza artificiale generativa da conversazionale a relazionale. La conversazione ha sempre un'accezione positiva, una relazione è cosa più profonda, può essere positiva o tossica: il chatbot punta a costruire una relazione, perché programmato per (in)trattenerci. In conclusione, la brillante “intervista” di Veltroni all'algoritmo è utile se filtrata, perché ci consente di ribadire ciò che serve per non cadere vittime di un'illusione: attribuire personalità e quindi di empatia a un algoritmo che non ha queste caratteristiche, ma le simula nell'interazione con noi solo perché è programmato così.

lunedì 4 maggio 2026

L'amore secondo Spinoza

 


Ilaria Gaspari
In amore ascoltate Spinoza per evitare il rischio Bovary
Un legame gioioso e maturo non è una passione esclusiva: esige una presa di distanza per comprendere e accettare l’inaccessibilità dell’altro
Corriere della Sera, La Lettura, 10 luglio 2016

... Di Spinoza non si ricordano grandi amori. Le lettere raccolte dagli amici con cui coltivò una lunga corrispondenza dal suo esilio di reietto dopo lo herem , il decreto che lo «scomunicò», sono scritti dottrinali, con qualche fortuito scorcio sulla sua vita nascosta — troppo poco, però, per poterne ricostruire le vicende. Tutte le biografie ce lo consegnano come una sorta di santo eretico, un saggio stoico capace di condurre una vita esemplare, sobria e morigerata. Strana figura, quella di Spinoza, l’ateo virtuoso che sarà riesumato, ancora avvolto nel suo odore di santità, da un gruppo di giovanotti inquieti nella Germania di fine Settecento. Ma Spinoza dell’amore ha detto una cosa fondamentale: che amare non significa possedere l’altro, ma vederlo così com’è, comprendere che esiste al di fuori di noi; e quindi che l’amore vero non fa soffrire, ma anzi, è pura gioia.
L’ Etica parla molto di amore, ne costruisce una vera fenomenologia. L’amore è per Spinoza il motore di quella comprensione del mondo che, sola, permette all’uomo di rendersi veramente libero. L’amore gioioso di cui parla Spinoza è tutto il contrario di una passione esclusiva che procede per slanci di insicurezza e narcisismo, che segrega e fa soffrire; l’amore di cui parla Spinoza è la strada per uscire da se stessi e addentrarsi nel mondo.
Spinoza è stato forse il primo filosofo a costruire un’etica che sapesse farsi beffe della morale come scienza che addomestica il corpo a una teoria di valori astratti; ha sovvertito i termini dell’antica opposizione monolitica fra passione e ragione. L’amore non è necessariamente una passione, nel senso di qualcosa che si subisce, dice Spinoza, che inventa il concetto nuovo di affetto, e trasfigura così la nozione classica di passione aprendole la possibilità di trasformarsi in un atto di conoscenza. Se la passione ci getta in balia di quello che proviamo, l’affetto è un mezzo per capire e conoscere il mondo anche attraverso le emozioni che suscita in noi. Come i colori nascono da combinazioni di giallo, rosso e blu, anche la tavolozza degli affetti è fatta di tre affetti primari: il desiderio — una sorta di primordiale istinto di sopravvivenza —, la gioia e la tristezza. Se la tristezza è un negarsi al mondo, la gioia è uno slancio verso un legame più intenso con la realtà — per Spinoza, che usa una parola della Scolastica, perfezione.
Spinoza racconta un amore che è una pura espressione della gioia: una gioia particolare però, innescata dalla presenza di una causa esterna — l’oggetto dell’amore. L’amore, essendo gioia, ci rende più attivi, più «perfetti», più immersi nella realtà; ma non è possibile se non alla presenza di un altro, che coincide con lo scatenarsi di questa gioia. Simone Weil è stata perfettamente spinoziana quando ha scritto che l’amore ha bisogno di realtà; e che amare è riconoscere l’esistenza di altri esseri umani.

Coluche, il Grillo francese

 


Valentine Faure
Cosa ci racconta Coluche della Francia del suo tempo
Le Monde, 1 maggio 2026

Attraverso una nuova biografia dedicata al celebre comico, il sociologo Jean-Louis Fabiani traccia un ritratto del paese negli anni Ottanta.

Libro. Cos'altro si potrebbe imparare su Coluche? Sul comico indubbiamente più noto ai francesi, proliferano libri, documentari, fumetti e persino una storia alternativa che immagina un mondo in cui non sia morto nel 1986. Questa volta, è come "l'espressione culturale più acuta di un'epoca che egli al tempo stesso incarna e denuncia" che viene trattato dal sociologo Jean-Louis Fabiani nel suo saggio intitolato semplicemente Coluche (La Découverte, 128 pagine, 11 euro).

L'autore ripercorre con precisione il percorso del giovane di Montrouge (Hauts-de-Seine): gli esordi nei caffè-teatri, l'alleanza con l'impresario Paul Lederman, la sua mitica casa nel XIV arrondissement di Parigi a forma di caravanserraglio, l'immenso successo, le dipendenze, la candidatura alle elezioni presidenziali del 1981, evitando i cliché sull'uomo geniale autodidatta con le ali bruciate che ne hanno costituito la leggenda.

Ma questi riferimenti biografici servono qui a un'analisi sociologica: in che modo Coluche è un prodotto del suo tempo – la Francia post-68 dell'emarginazione sociale, della trasformazione delle industrie culturali, poi della svolta di austerità del 1983? Di cosa rideva la gente di questo "clown proletario"?

Impotenza politica

Colui che faceva ridere con quasi nulla – ritmo, silenzi, frasi incompiute, quasi onomatopee – viene qui elevato al rango di oggetto di studio senza che la "commedia alla Coluche" si carichi di significati. "Storia di un ragazzo" diventa quindi oggetto di una sottile analisi politica che si rifà a Henri Bergson e Shakespeare. Questo perché "la risata che Coluche evoca è spesso una risata più seria di quanto appaia ", scrive Jean-Louis Fabiani. "Nella risata non c'è solo piacere: c'è anche un'inquietudine latente, che l'artista ha portato in superficie senza soffermarsi su di essa".

Fu proprio quando smise di essere divertente che Coluche rivelò "le divisioni di classe e le dispute sullo status quo che animano la società francese". Riguardo alla sua candidatura presidenziale senza un programma , il sociologo Pierre Bourdieu affermò che uno dei suoi pregi fu "portare alla luce un tacito presupposto dell'ordine politico, ovvero che i non iniziati ne siano esclusi". Alla fine, la sua candidatura, che mirava a "dare loro del filo da torcere", "suonò piuttosto la campana a morto per la speranza politica che aveva mobilitato le generazioni precedenti ", osserva Jean-Louis Fabiani.

La sua opera filantropica, con il lancio di Les Restos du Cœur (I Ristoranti del Cuore) nel 1985, viene dunque presentata come un segno di impotenza politica. Il comico nazionale divenne tuttavia una coscienza nazionale, capace di "riconciliare magicamente tutte le componenti della società attorno a un fantasma di solidarietà che l'austerità, il declino del sostegno familiare e lo stato sociale avevano reso impossibile ". Questo gesto, l'unico della sua carriera non finalizzato a far ridere, è senza dubbio ciò che le giovani generazioni ricordano di Coluche. Lui, che tuttavia "in momenti di grazia si liberava dai suoi fardelli terreni per esprimere una forza comica che si incontra solo una o due volte in un secolo " .

“Coluche”,  di Jean-Louis Fabiani, collezione Repères, La Découverte, 128 pagine, 11 euro.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/05/01/ce-que-coluche-nous-dit-de-la-france-de-son-epoque_6684744_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=1