domenica 22 febbraio 2026

Tucidide, lezioni per Trump

Mirko Canevaro
Università di Edimburgo
I potenti citano sempre Tucidide, ma nessuno lo ha letto davvero
Domani, 21 febbraio 2026

L'inner circle di Donald Trump è sempre stato pieno di gente che fa finta di aver letto Tucidide. Durante la prima presidenza Trump avevamo H.R. McMaster (National Security Adviser) e James Mattis (segretario della Difesa) che sproloquiavano della «trappola di Tucidide»: la crescita della potenza cinese avrebbe reso inevitabile il conflitto con gli Stati Uniti, così come la crescita della potenza ateniese rese inevitabile il conflitto con Sparta. Leggi matematiche delle relazioni internazionali, dicevano.

Adesso ci risiamo, col concorso di pensosi commentatori dai quattro angoli del globo. Steven Miller, numero due di Trump e vera eminenza grigia – dicono – di questa seconda amministrazione spiegava recentemente alla Cnn che «viviamo in un mondo governato dalla forza, dal potere… Sono leggi ferree del mondo dall’inizio dei tempi».

Per questo, opinava, nessuno oserebbe davvero opporsi al controllo americano della Groenlandia, se gli Stati Uniti volessero davvero imporlo – perché il forte fa come crede e il debole subisce. Il riferimento implicito – ma così chiaro da essere quasi esplicito – è a Tucidide, all’onnipresente dialogo dei Melii e degli Ateniesi. Così chiaro che a Davos, poche settimane fa, il primo ministro canadese Mark Carney, nel discorso più applaudito, lo ha esplicitato, contro Trump e Miller: «Ogni giorno ci viene ricordato che i forti fanno ciò che possono, e i deboli soffrono ciò che devono», constatando come «questo aforisma di Tucidide sia presentato come inevitabile – come la logica naturale delle relazioni internazionali». E Carney ha ragione: c’è una sovrabbondanza di realisti politici, ultimamente, nel commentariato e nella politica occidentale, che ci spiegano come va il mondo – lo diceva Tucidide, no?

Lo diceva Tucidide?

No, non proprio. Lo fa dire dagli Ateniesi ai Melii, nel 416 a.C., quando intimano a questa povera isoletta neutrale di arrendersi o di essere distrutta. I negoziatori ateniesi rifiutano ogni appello alla giustizia: «La giustizia entra nei ragionamenti umani solo quando le forze sono pari… Noi crediamo che per legge di natura chi è più forte comandi». I Melii resistono. Atene allora, per rappresaglia, massacra gli uomini e schiavizza donne e bambini.

È pur vero che da generazioni questo passo è insegnato nei corsi di relazioni internazionali, da West Point a Pechino, come testo fondativo del “realismo politico”. Il problema degli aforismi, però, è che è facile inciampare se non si legge ciò che li circonda.

La risposta dei Melii in questo caso è significativa: la giustizia conviene anche agli Ateniesi, per evitare che, sconfitti, diventino esempio per tutti della più grande vendetta, del più grande castigo per le loro azioni. Parole a vanvera di chi sta per essere annientato? In realtà ciò che succede agli Ateniesi dopo la distruzione di Melo, nella narrazione Tucididea, è esattamente quello che i Melii avevano previsto.

Quello stesso inverno, convinti da Alcibiade (con argomenti anch’essi di “realismo politico”) a invadere la Sicilia, gli Ateniesi si imbarcarono – convinti della loro forza inarrestabile – in un’impresa eccessiva, sproporzionata, che finì in quella che Tucidide descrive come la più grande disfatta della storia greca, una «rovina totale».

Fortuna inevitabile

Ora, si potrà obiettare che non è obbligatorio ascoltare Tucidide. Verissimo. Ma visto che tutti sembrano volerne ricavare una qualche lezione, eccola – è la lezione tradizionale dell’etica e della morale greca (anche di quella popolare). È tendenza degli uomini (e degli stati) ricchi, potenti, fortunati, convincersi che questa fortuna sia inevitabile, che non possa mai cambiare.

Imbaldanziti dal loro successo, i potenti, non contenti del rispetto, dell’onore che vengono loro tributati, tendono a esagerare, a considerarsi più e meglio di quanto siano, e di conseguenza a calpestare la dignità del prossimo, a negare al prossimo il rispetto a esso dovuto.

Peggio, leggono ogni limite posto da norme e convenzioni alla loro volontà di potenza come una mancanza di rispetto verso di loro, uno sgarro da punire. Si chiama, nel pensiero greco, hubris, e l’hubris rende il potente stupido, lo infetta di una follia, di un difetto di senso e ragione che sfocia regolarmente nella rovina. Ecco la vera “legge naturale” di Tucidide e del pensiero greco.

La legge del più forte

Oggi troppi cercano di spiegarci che il mondo è governato dalla legge del più forte. Sarà, anche se a me pare che questo “realismo politico”, come tutti i realismi, invece di affermare un dato di fatto voglia invece retoricamente imporlo – voglia convincerci che è così per assicurarsi che sia davvero così, che sia legittimo che sia così.

A guardare alle azioni dell’amministrazione Trump – con lenti greche e tucididee – sono altre le cose che balzano all’occhio. Balza all’occhio un uomo – e con lui un gruppo di potere – ubriaco della propria fortuna, ricchezza e potenza. Che manca di rispetto a destra e a manca salvo continuamente inalberarsi per questo o quell’altro che, nel rispondere occasionalmente a tono, è “disrespectful” verso di lui e verso gli Stati Uniti (come osa, Zelensky, senza giacca!). Un uomo che impiastra il proprio nome e la propria faccia ovunque, dal Kennedy Center a ora, nelle intenzioni, persino Penn Station e Dulles Airport. Che si prende crediti che non ha, che organizza una cena alla Casa Bianca coi titani della Silicon Valley solo per farsi adulare oltre ogni decenza dagli uomini più ricchi del mondo (anch’essi complici, senza vergogna). E se la chiave di lettura più corretta per questi tempi tempestosi non fosse il “realismo politico”, ma piuttosto gli effetti – sociali, politici e psicologici – della concentrazione eccessiva di potere e ricchezza in poche mani? Gli effetti dell’hubris che sfocia invariabilmente, come ci ricorda Tucidide, nella follia e nella rovina. Di tutti.

https://machiave.blogspot.com/2022/03/tucidide-le-ragioni-della-forza.html

La voce di Etty


Gianni Vacchelli
Generativo e mistico: il pensiero nuovo di Etty Hillesum
Avvenire, 22 febbraio 2026

Quanto può parlarci Etty Hillesum, con la sua profonda esperienza umana e spirituale, con i suoi preziosi diari e le sue toccanti lettere, in un tempo segnato dalla disillusione religiosa, dalla frammentazione del senso e dal ritorno inquietante di un “cuore di tenebra” violento e guerrafondaio? La risposta è chiara: moltissimo, se leggiamo con attenzione due pregevoli volumi a lei dedicati: Etty Hillesum. Vivere e respirare con l’anima. La scommessa di una spiritualità laica di Beatrice Iacopini (Gabrielli Editori, pagine 220, euro 18,00), con postfazione di Marco Vannini, ed Etty Hillesum. Il racconto della sua vita di Judith Koelemeijer (Adelphi, pagine 616, euro 32,00). Due libri che offrono prospettive complementari sulla giovane ebrea olandese (1914-1943), capace, nell’abisso della tragedia nazista, di trasformare l’orrore in uno spazio interiore di libertà, di conoscenza di sé e del mondo.
Il libro della Iacopini parte dalla crisi radicale delle forme tradizionali della fede e delle “religioni storiche”. La nostra epoca è segnata da una vera e propria «esculturazione del cristianesimo», in cui «fedi, valori, modalità del vivere che si tramandavano da generazioni appaiono ormai inservibili». Non è nostalgia regressiva, ma diagnosi di un passaggio storico: in questo vuoto, figure come Etty Hillesum diventano testimoni di una possibilità nuova, capace di unire radicalità spirituale e assunzione della realtà, una spiritualità laica mistico-politica. Infatti «la via dello spirito, lungi dall’essere una fuga dal mondo per salvaguardare il proprio benessere, si configura piuttosto come l’unica via del servizio autentico, dell’attenzione vera e disinteressata all’altro, la vera via politica. E anche per questo, ce n’è così tanto bisogno».
Etty non è una santa tradizionale né un’eroina morale, ma una figura-soglia dove l’avventura interiore coincide con l’esperienza e non con un sistema: «È possibile una spiritualità vera e profonda anche senza religione». Nei Diari, cruciale è la scoperta di un centro interiore, dove il nome di Dio viene sottratto a ogni trascendenza lontana e riconsegnato al cuore umano, senza ridurlo a psicologismo o intimismo. Così scrive Etty il 17 settembre 1942: «Io riposo in me stessa e questo “me stessa” io lo chiamo “Dio”. Quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio». Non più un Dio-ente “fuori”, ma una presenza nel fondo dell’anima: «Siamo noi il cielo di Dio», una non-dualità dove divino e umano non sono due e non sono uno.
Il titolo stesso del libro deriva da una delle frasi più affascinanti dei Diari: «Ora vivo e respiro con la mia anima». La spiritualità diventa così un «fare anima», come direbbe Hillman, una trasformazione vitale. L’interiorità non è un ritrarsi dalla storia, ma la costruzione di una «cella interiore» che permette di abitare il dolore senza esserne distrutti: «Mi ritiro nella preghiera come nella cella di un convento. La concentrazione interna costruisce alti muri». Questo movimento non è magia o irenismo: le tragedie storiche possono ancora colpirci, ma possiamo attraversarle senza perdere la nostra umanità. Etty non nega la sofferenza né la sublima: «Non c’è bisogno di cercarla, la sofferenza, ma là dove si impone, non dobbiamo evitarla». Da qui nasce un’etica concreta, fatta di attenzione, responsabilità e cura per l’altro. Dio è una forza che spinge a restare nel mondo: «Dio è spirito ed è amore», un amore che non ci sottrae al dolore del mondo, ma alla disperazione.
A questa intensa lettura spirituale fa da contrappunto il volume di Judith Koelemeijer, che ricostruisce con rigore e finezza narrativa la vicenda biografica di Etty Hillesum. Qui la protagonista non è solo voce interiore, ma corpo, storia, legami, contraddizioni. Koelemeijer segue Etty nella Amsterdam occupata, nelle relazioni affettive, nel lavoro per il Consiglio Ebraico, fino alla scelta di non sottrarsi alla deportazione. Fin dall’inizio emerge una giovane donna segnata da relazioni laceranti: «Max era tutto», scrive l’autrice, ricostruendo una passione che la portò “a un passo dal crollo”. Etty stessa ammette: «Comincio solo ora a comprendere tutta quella passionalità nella mia relazione con Max», riconoscendo quanto quell’amore irraggiungibile l’avesse spinta a cercare un centro più profondo.
Koelemeijer insiste sul corpo, sul desiderio, sulla fragilità psichica: «Il desiderio era fonte di grande sofferenza per Etty in quel periodo meditò seriamente il suicidio». Non c’è idealizzazione, ma una carne esposta, che rende ancora più sorprendente la successiva maturazione interiore. La forza del libro sta proprio in questa tensione: la mistica non nasce nel vuoto, ma da una vita ferita.
Nel racconto biografico, la scelta di restare con il suo popolo non appare come gesto eroico astratto, ma come esito di un lungo travaglio. Koelemeijer mostra come Etty non si sottragga al reale, ma lo attraversi fino in fondo, trasformando la paura in responsabilità.
In questo intreccio tra voce interiore e racconto storico, Etty Hillesum sfugge a ogni etichetta. Non mistica in senso stretto, non teologa, non martire, ma donna che ha preso sul serio la propria vita interiore fino a farne criterio di verità. Nessuna ideologia o appartenenza può sostituire il «cuore pensante». Come ricorda Panikkar, «la spiritualità contemporanea, o meglio una vita umana piena per l’uomo attuale, non può accontentarsi di imitare modelli antichi. Abbiamo bisogno di una novità molto più radicale». In questo senso Etty diventa tessera fondamentale per un nuovo monachesimo, non istituzionale, ma come dimensione radicale dentro ogni essere umano, che cerca armonia tra presenza, azione e contemplazione, tra cielo e terra, spirito e carne, eros e agape, mistica e politica. Anche dagli atti del Terzo Convegno Internazionale The Lasting Significance of Etty Hillesum’s Writings (Routledge, pagine 500, euro 69,00, a cura di Klaas A. D. Smelik), emerge come la forza dei suoi Diari non risieda solo nella testimonianza storica, ma nella loro capacità di generare senso e trasformazione nel presente.
La voce di Etty, nata nella notte del Novecento, continua a invitarci a restare e diventare umani, anche quando tutto spinge verso indifferenza o paura. Qualcosa di nuovo sta nascendo.

Lo scivolamento a destra in Francia

Dominique de Villepin

"Il paese assiste a una allarmante inversione dei valori" - scrive Paul Quinio nel suo editoriale per Libération, il 20 febbraio scorso. Ma proprio di questo si tratta? "Lavoro, famiglia, patria" - la triade petainista degli anni bui - sta sostituendo la repubblicana e gloriosa "libertà, eguaglianza, fraternità"? Non sembra proprio, non siamo a questo punto. Sta succedendo invece una cosa molto più banale ma non meno inquietante. Il fronte repubblicano - ossia la piattaforma comune dei partiti schierati a difesa dell'ordine democratico - sta cambiando campo. Una volta, fino a qualche mese fa, escludeva l'estrema destra. Adesso ha assunto una configurazione tale da escludere, di fatto, la sinistra radicale, ossia La France Insoumise, il partito di Jean-Luc Mélenchon.

Francesca Schianchi
La parata dell'ultradestra francese contro la sinistra: "Assassini"

La Stampa, 22 febbraio 2026

Dura appena una manciata di minuti, la sensazione di essere veramente, come annunciato dai promotori, a una marcia in ricordo di una vittima. Il tempo del minuto di silenzio, con qualche giovanotto in bomber scuro che lascia scivolare una lacrima silenziosa, e dell’omaggio iniziale al 23enne Quentin Deranque, militante di estrema destra ucciso una settimana fa qui a Lione: «Ci guarda da lassù ed è fiero di noi». Per il resto, gli interventi dal palco improvvisato su un camion e poi i cori che accompagnano la marcia, per il chilometro o poco più che separa la partenza da quella rue Victor Lagrange in cui è avvenuto il pestaggio di cui sono accusati giovani di estrema sinistra, certificano la natura tutta politica di una manifestazione che, nonostante l’invito alla preghiera e la corona di fiori bianchi, del cordoglio commosso ha ben poco. C’è piuttosto rabbia, revanscismo, orgoglio di parte, e la voglia di seppellire tutta la sinistra – non solo quella estrema, a meno di un mese dalle amministrative, e a un anno dalle fatidiche presidenziali – sotto questa bruttissima storia di violenza e brutalità.

C’era un allarme altissimo a Lione per la manifestazione di ieri pomeriggio, promossa da varie sigle di destra estrema. «Fate attenzione: musulmani e persone di colore sono particolarmente esposte, mettetevi in sicurezza, condividete le informazioni», recita un volantino sparso per la città e rimbalzato da un cellulare all’altro. Si temeva, e fino al termine del corteo continuava a girare la voce, una possibile contro-manifestazione dell’estrema sinistra. Tanto era preoccupato lo stesso sindaco, l’ecologista Grégory Doucet, che aveva chiesto di proibire la marcia: niente da fare, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez venerdì ha dato il via libera. Ieri mattina, il presidente della repubblica Emmanuel Macron invitava tutti alla calma: ma più di lui forse hanno potuto le raccomandazioni della famiglia di Deranque, che, assente dalla piazza, ha fatto però arrivare il proprio auspicio che tutto si svolgesse senza incidenti. Straordinario dispiegamento di forze dell’ordine, droni sulle teste dei circa tremila manifestanti, controllo capillare in città che durerà fino a oggi, nel timore di disordini nella notte: ma, alla fine del corteo, nessuna violenza da registrare. Anche se ci saranno denunce, per saluti romani e insulti razzisti e omofobi scovati dalla Prefettura in alcuni video della sfilata postati sui social, e a una persona che è stata trovata in possesso di un coltello e un martello.

Anche il presidente del Rassemblement National Jordan Bardella aveva invitato i suoi eletti a non partecipare: nel pieno della sua campagna di «dédiabolisation» del partito, di ripulitura da tutte le scorie estreme per renderlo credibile nella sfida per l’Eliseo, troppo rischioso mischiarsi a gruppuscoli e frange non facilmente controllabili. Ma in fondo è un lavoro di squadra: lui, da Parigi, dichiara che il cordone sanitario per decenni destinato al suo partito – si vota chiunque pur di non vedere il Rn al potere - va oggi applicato all’estrema sinistra; loro, da Lione, attaccano tutto il tempo la gauche: «L’estrema sinistra uccide», srotolano un enorme striscione, mentre i manifestanti scandiscono lo slogan «antifascisti assassini, La France insoumise complice».

Perché è il partito di Jean-Luc Mélenchon il primo obiettivo di questa giornata, e tutto lo schieramento che, alle ultime legislative, ha fatto con lui accordi per fermare Marine Le Pen e il Rassemblement. Il leader di estrema sinistra è sul banco degli imputati da giorni, per i legami del partito con alcuni sospettati dell’aggressione mortale: tra i fermati, ci sono due assistenti parlamentari del deputato Lfi Raphaël Arnault, fondatore a Lione di un movimento antifascista, la Jeune Garde, sciolto dalle autorità l’estate scorsa per i metodi giudicati violenti. «Hanno responsabilità anche gli ecologisti, i socialisti, i macroniani che hanno fatto eleggere questa gente», aggiunge dal microfono uno dei giovani chiamati a intervenire, Raphaël Ayma, militante arrivato dal Sud della Francia, tra gli applausi dei presenti. Poi, a tu per tu, approfitta per aggiungere pure che, oltre al ricordo, la giornata serve per chiedere lo scioglimento di tutti i gruppi antifascisti: quelli fascisti curiosamente no, però, «non li metto sullo stesso piano». Ci sono molti giovani impegnati in sigle di area che arrivano a gruppi - dandosi la regola di nascondere simboli e appartenenze: difficile però quando hai un tirapugni gigante tatuato dietro all’orecchio – e poi semplici cittadini che, dall’ex poliziotto Jean-Luc all’impiegata Cécile, rifiutano l’etichetta di estrema destra, ma hanno in comune il fatto di detestare Mélenchon e apprezzare Bardella.

E, alla vigilia di municipali che riguardano tutti i comuni di Francia (il 15 marzo il primo turno) e della lunga maratona verso le presidenziali, l’ingombrante France insoumise sta diventando un grattacapo per la sinistra. C’è chi aspetta che passi la tempesta per decidere cosa fare con le alleanze, e chi, come l’ex presidente François Hollande, ha già chiesto di tagliare i ponti con Mélenchon e compagni. La pensa allo stesso modo l’eurodeputato di centrosinistra Raphaël Glucksmann: «Il cordone sanitario rimarrà valido per il Rn, perché può vincere le elezioni. Ma per impedire loro di prendere il potere, dobbiamo essere chiari nella nostra relazione con Lfi: è una questione etica ma anche politica».

Mentre la gauche si interroga, a Lione questa ultradestra che non vuole essere chiamata tale omaggia il suo giovane martire. Nell’angolo della strada grigia e anonima in cui è stato ucciso vengono messi fiori e cartelli per ricordarlo: arriva anche lo striscione gigante «Adieu camarade», dove la traduzione non è tanto camerata, ma compagno di lotta. Fiaccole, saluti, tre volte il presente come nella tradizione di estrema destra. E poi si defluisce, «mi raccomando in modo ordinato e senza problemi, facciamo vedere che siamo gente rispettabile», ripete una delle organizzatrici. Si spengono le fiaccole, «ma la fiamma del ricordo continuerà a ardere in ognuno di noi».

Eric Jozsef
Perché quel corteo è un favore a Le Pen

La Stampa, 22 febbraio 2026

... Il linciaggio di Quentin Deranque è una pietra miliare. Marine Le Pen e Jordan Bardella si sono spinti molto avanti nella campagna per normalizzare il partito. Bardella ha infatti invitato i dirigenti e e gli attivisti del Rn a non partecipare al corteo in onore dell'attivista di estrema destra convocato a Lione. Lo scopo è evidente, il Rn cerca adesso di presentarsi come il partito dell'ordine contro il salto nel vuoto. Un completo stravolgimento di narrativa e ruoli, raggiunto in pochi mesi attraverso la messa in atto in due fasi. 
La prima fase risale ai mesi successivi alle elezioni legislative del 2024, quelle che, al secondo turno, sbarrarono la strada al Rassemblement National con un "fronte repubblicano" allargato dalla destra moderata alla sinistra radicale, compresa quella La France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon oggi sotto i riflettori. Lo slogan sintetizzava gli umori di allora: "Tutto tranne l'estrema destra". Nel giro di pochi mesi, con la radicalizzazione di del Lfi e la sua campagna antisionista al limite dell'antisemitismo, con le provocazioni del partito di Jean-Luc Mélenchon all'Assemblea Nazionale e il ricorso sistematico al conflitto, la parola d'ordine, sposata in particolare dal centro macronista, è diventata altro: "Tutto tranne gli estremisti di sinistra". 
La seconda fase è cronaca di oggi e segue alla morte di Quentin Deranque. Cavalcato dal Rassemblement National ma ripreso anche da una parte significativa del centro-destra il motto ha cambiato drasticamente verso, l'ha ribaltato: "Tutto tranne Lfi". In seguito al presunto coinvolgimento di attivisti antifascisti vicini al partito di Jean-Luc Mélenchon, si  moltiplicano dunque, opposte rispetto al passato, le richieste di un cordone sanitario contro La France Insoumise. Una sorta di "fronte repubblicano" al rovescio. 
... La vecchia lezione della storia secondo cui gli eccessi della sinistra radicale rafforzerebbero l'estrema destra, attirando tra le sue braccia una parte dell'elettorato moderato, si applicherà nel 2027 alla Francia, alle prese con le presidenziali?
Di sicuro. il Rassemblement National è parzialmente riuscito a oscurare le dichiarazioni razziste e antisemite emerse dai discorsi di molti suoi candidati e a minimizzare i legami passati di Marine Le Pen con le frange politiche di estrema destra in piazza ieri a Lione. Per questo, pur criticando l'ambiguità di Jean-Luc Mélenchon, il gollista ed ex-primo ministro Dominique de Villepin ha messo in guardia dalla demonizzazione de La France Insoumise che "distoglie l'attenzione dal pericolo principale (Lfi rappresenta solo il 10% dei voti, rispetto all'oltre 35% del RN, ndr) e contribuisce a normalizzare l'estrema destra". Al punto da lasciarla sfilare in massa nel cuore della Capitale della Resistenza.

Cees Noteboom (1933-2026)


Autore
Cees Nooteboom
Nazione: Paesi Bassi
Titoli Iperborea: 21
Autore di romanzi, poesie, saggi e libri di viaggio, Cees Nooteboom (1933 – 2026) è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli scrittori contemporanei» (The New York Times), paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov. È stato insignito di numerosi premi letterari e tradotto in più di trenta paesi. Eterno viaggiatore, si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire. Tra le sue ultime opere pubblicate da Iperborea, Avevo mille vite e ne ho preso una sola, Tumbas, Cerchi infiniti, 533. Il libro dei giorni, Venezia. Il leone, la città e l’acqua, Saigoku. Il pellegrinaggio giapponese dei 33 templi, Verso Santiago e la raccolta poetica Addio.

Antonio De Sortis
La condizione umana tra visibile e invisibile

il manifesto, 12 febbraio 2026

Cees Nooteboom: Schrijfer, dichter, reiziger. Scrittore, poeta, viaggiatore, così titolava stamani il Volkskrant provando brevemente a definire la più importante, la più sfuggente figura delle moderne lettere olandesi; Nooteboom – tradotto in più di trenta lingue, candidato diverse volte al Nobel – è morto a novantadue anni l’11 febbraio scorso nella sua casa di Minorca, il luogo che per anni era stato il suo buen retiro estivo e di cui ultimamente l’autore aveva fatto il centro permanente di una nuova fase della vita, l’ultima, quella della stasi; stasi, almeno, nello spazio, poiché la sua mente furba, guizzante, fantasiosa mai aveva smesso di muoversi, da un’epoca all’altra, da un libro all’altro, in una costante tensione verso ciò che è irraggiungibile.

L’ultima opera apparsa, in ordine di tempo, nelle librerie italiane, è Pioggia rossa, pubblicata come larghissima parte dell’opera dello scrittore olandese dalla casa editrice Iperborea, e dedicata proprio alla quotidianità minorchina, un diario privato che tra agricoltura e giardinaggio pure riesce a gettare lo sguardo al di là dei muri a secco, delle piante grasse e del mare, verso una prospettiva ulteriore che, già nel 2006, anno in cui questo libro fu scritto, non sembrava così remota.

BASTA GUARDARE un gattino negli occhi per avere seri dubbi della reale esistenza di questo mondo; ciò che vediamo deve pure avere una sua concretezza, eppure non si tiene, suggerisce Nooteboom, tra romanzi racconti di viaggio e poesie. Ovunque accanto a noi possiamo cogliere i segni di qualcosa di ulteriore, che non scopriremo mai ma che pure deve esistere, altrimenti non saremmo così affascinati dal passato e dai suoi spettri, altrimenti non ci sarebbe la letteratura, con i suoi mille personaggi che bussano alla nostra mente come se fossero reali.

Basti leggere Addio, la raccolta poetica dal titolo anch’esso eloquente, frutto strano della reclusione forzata da Covid-19, per comprendere l’invadenza di ciò che non si vede: «Ora ingannevolmente normale come/ la madre di soldati morti, ora di nuovo spettro/ accanto a un relitto, l’irreale conosce molte persone Chi sono/ questi esseri, da quali antri sono usciti/ senza un nome?». Ciò che in compenso vediamo sono le vestigia, da cui Nooteboom è sempre stato attirato, non certo per via di un qualche macabro interesse ma al contrario, poiché incuriosito, quando non divertito, dalla capacità del passato di rendersi incomprensibile, muto, e di lasciare le cose a testimoniare da sé. Così avviene, ad esempio, nel bellissimo Tumbas, pellegrinaggio sulle tombe di poeti e scrittori europei. Preludi, questi, di un viaggio ultraterreno che l’autore attendeva, prima o poi, di compiere? Non proprio. In letteratura ha sempre scelto vie ben più paradossali.

Nato nel 1933 all’Aia, dopo la guerra aveva trascorso alcuni anni in un seminario cattolico. Fra i monaci aveva studiato il latino.

È la prima di molteplici vite (checché ne dica Rudiger Safranski, il compilatore di una antologia di citazioni dello scrittore olandese, Avevo mille vite e ne ho preso una sola). Da giovanissimo Nooteboom inizia a collaborare come reporter per giornali e riviste. È a Budapest nel 56, a Parigi nel 68. La sua esistenza randagia coincide con gli eventi storici che segnano quegli anni, c’è un presente tumultuoso da immortalare. Al contempo, già nel 55 esce l’esordio narrativo, un finto romanzo beat ambientato in Francia, il primo di molti viaggi verso sud. È un testo, Philip e gli altri, dalla consistenza strana, difficile da soppesare. È dedicato a Philip Mechanicus, giornalista e fotografo; la fotografia sarà il mezzo che più spesso accosterà alla scrittura, per via del carattere visuale che spesso sceglierà di conferire al proprio stile, ma più che mai grazie al sodalizio umano e artistico con la fotografa Simone Sassen, compagna di vita per quasi cinquant’anni. Da quell’esordio del ’55 i paesaggi che Nooteboom ha attraversato sono difficilmente quantificabili.

MERITA MENZIONE LA SPAGNA e i suoi altopiani, solcati più e più volte nel corso di viaggi che con gli anni si fecero periodici, ciclici, continuamente ripetuti e ritoccati nella memoria; di questo tratta Nooteboom in Verso Santiago, il suo scritto di viaggio forse più conosciuto. Grande amore lo ha nutrito proprio per il nostro paese (specie per Venezia, a cui pure ha dedicato un libro), una frequentazione coltivata senz’altro grazie al posto specialissimo che la sua opera occupa nel catalogo e nell’orizzonte culturale della casa editrice Iperborea.

Una parte non trascurabile di questa produzione saggistica, ammesso che di saggistica possa parlarsi, è dedicata inoltre all’estremo Oriente, in particolare al Giappone, di cui l’autore olandese ammirava la letteratura ma dove più che in qualsiasi altra località trovava riassunta quella curiosa ambivalenza così poco accettata in Europa: quanto più è profondo il senso di eternità che un oggetto emana, quanto più si è vicini a ciò che è perenne, maggiore sarà la possibilità di trovarsi a stringere un pugno di mosche. Il sacro e il vuoto talvolta coincidono. Se si considera la frequenza con cui questa ricerca e, infine, questa sensazione è descritta e riprodotta da Nooteboom nei suoi libri, la triplice definizione di scrittore, poeta, viaggiatore appare quanto mai convincente. Tre vocazioni che agiscono, spesso, in sincrono.

Ne è testimonianza la narrativa «pura» dell’autore olandese. Il canto dell’essere e dell’apparireLe volpi vengono di notte, e, soprattutto, Rituali, il romanzo del 1980 che ne sancì la definitiva consacrazione, indagano la condizione umana nella sua prossimità e talvolta promiscuità con l’invisibile. I personaggi dialogano più volentieri con i propri sogni, i propri ricordi, che con gli altri simili. L’invisibile a volte può trarre in inganno, è una scatola, quella che lo contiene, che può ipnotizzarci, ossessionarci, come accade al personaggio di Rituali, per l’appunto un ritualista del tè, che pur di isolarsi dal mondo lega il suo destino a una ciotola giapponese.

SE VOLESSIMO TENTARE di individuare il segreto che ha consentito a Nooteboom di muoversi in territori letterari di così difficile collocazione, dovremmo infine soffermarci sulla lingua; il nederlandese letterario è l’unica «casa» che, nella sua irrequietezza, egli ha riconosciuto sempre come propria, e un ringraziamento va ai suoi traduttori Fulvio Ferrari, Claudia Di Palermo, David Santoro e Laura Pignatti che ci hanno permesso di conoscerla. Una lingua fatta di ironia, di suadenti digressioni ma anche di salti improvvisi, quasi amnesie: lo scrittore si è assentato. Quando ritorna, sembra essersi affacciato «dall’altra parte», aver fugacemente raggiunto l’altra sponda del fiume. Un verso che si apriva citando Fedro e Socrate si chiude con una veduta olandese, le due figure passeggiano tra le dune. Quando è successo? E poi riecco il poeta fare capolino e scattare una foto. Tutto è contiguo. Si vive tutti assieme, almeno secondo Cees Nooteboom, parenti, amici, animali, fantasmi. Fra i libri e nel tempo.

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sabato 21 febbraio 2026

Vicende e personaggi dell'Eneide

Il dipinto risale al 1748 ed è opera di Pompeo Batoni; fu donato a Vittorio Amedeo III da Luigi Gerolamo Malabaila, conte di Canale e ministro dei Savoia a Vienna nonchè amico dell'artista.

L'incipit

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?



traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 

L'ombra di Ettore

Virgilio
Eneide

II, 268-297

Traduzione di Giuseppe Albini

Era l'ora che il primo sonno scende agli affranti mortali e, divin dono, soave si diffonde. Ecco, mi parve mestissimo vedere Ettore in sogno con grande pianto, qual già strascinato fu da la biga e nero di cruenta polvere e per gli enfiati piè trapunto da le redini. Ahimè qual era! quanto cangiato da quell'Ettore che torna de le spoglie d'Achille rivestito, o messo il frigio fuoco a' legni achei! Fosca la barba, il crin grumi di sangue, con le tante ferite che d'intorno a' muri de la patria ebbe per lei. E mi parve che primo io lo chiamassi piangendo e mesto prorompessi: - O luce de la Dardania, o la piú salda speme de' Teucri, quale ti trattenne indugio sí lungo? da che terra, sospirato Ettore, vieni? Oh come, dopo molte morti de' tuoi e dopo il vario affanno de la città, te lassi rivediamo! Qual malvagia cagione ha guasto il tuo volto sereno? e che ferite vedo? - Ei nulla, e al vano chieder mio non bada; ma con un grido e un gemito profondo - Ah! fuggi, figlio de la Dea, mi dice, e scampa a queste fiamme. È tra le mura il nemico; precipita dal sommo l'alta Troia. Fu fatto per la patria e per Priamo assai. Se si potesse or Pergamo difendere col braccio, era difesa già dal braccio mio. Troia ti affida le sue sacre cose e i suoi Penati: prendili compagni de' fati e cerca lor novelle mura che grandi, corso il mare, al fin porrai -.

Traduzione di Enzio Cetrangolo

Tempo era che il primo sonno comincia ai mortali
infelici e sui corpi stanchi dono celeste
dolcemente serpeggia.
In sogno ecco al mio sguardo Ettore apparve
in largo pianto effuso, imbrattato di sangue
e di polvere il viso come quando
fu trascinato per terra dai cavalli
e aveva i piedi gonfi, legati con le briglie
dietro le ruote della biga:
ruvido nella barba, il sangue raggrumato
tra i capelli, il corpo tutto pieno di piaghe,
quelle che lo avevano ucciso
sotto le mura della patria.
Oh quanto diverso da quell'Ettore che arduo
tornava vestito delle spoglie di Achille,
rosso ancora del fuoco gettato sulle navi
curve dei Greci.
E mi pareva che anch'io piangessi
e lo chiamassi con voce di dolore:
"O luce dei Dàrdani, tu baluardo
della nostra speranza, dove sei stato finora
immemore? Da quali lontananze ritorni,
desiderato? Dopo tanta morte dei tuoi,
dopo tante fatiche umane, stanchi noi ti guardiamo.
Chi ha turbato il tuo viso sereno?
Perché tutte queste ferite che vedo?".
E nulla rispondeva. Solo un grave sospiro
mise fuori dal petto:
poi quel sospiro si fece un gemito: "Fuggi,
tògliti alle fiamme, o nato di madre celeste.
Il nemico è dentro le mura, dalle somme vette
la città rovina. abbastanza fu dato
alla patria e a Priamo. E se la patria ancora
si potesse difendere, certo io 
con questo mio braccio lo farei. Ecco:
ti affido i Penati di Troia e queste cose
sacre; prendile compagne al destino
cerca per loro altre mura:
più grandi le farai di là dal mare".

COMMENTO

Questo canto, tanto commovente quanto famoso, è tratto dal libro II dell'Eneide ed è conosciuto come l’episodio de L’OMBRA DI ETTORE. Questi versi rappresentano, forse, il canto più alto, più toccante, più coinvolgente di tutto il poema insieme a quello de LA MORTE DI DIDONE nel libro IV e a pochi altri che non è il caso di menzionare qui, dilungandosi troppo. Esso piacque e divenne famoso quasi fin da subito. Perché? E’ un canto triste, malinconico, e l’episodio specifico è di una tragicità che fa tremare le ossa, sembra sconvolgere e a volte produrre un senso di angoscia infinito. Eppure in questo canto vi è tutto il pathos della concezione latina della vita e della morte, forse dell’intero pensare e agire del mondo mediterraneo al tempo della Grecia classica e di Roma imperiale.
Enea si trova alla corte di Didone regina di Cartagine, naufrago ed errante, ospite forse temporaneo forse duraturo. Per sdebitarsi dell’ospitalità concessa dalla regina, egli racconta la presa di Troia da parte dei greci; la fine dell’antica e nobile stirpe di Priamo; come riuscì a fuggire dalla città in fiamme e il suo errare alla ricerca di una nuova patria in terre lontane. Ettore era stato l’eroe per eccellenza della città di Troia, colui che era ritornato trionfante con le armi di Achille sottratte all’amico di lui Patroclo ucciso in duello, ma che era stato ucciso, a sua volta, da un Achille furibondo, per essere poi straziato nel corpo, appeso per i piedi alla biga del vincitore e trascinato, quale macabro spettacolo, sotto le mura della città. E’ precisamente in questa veste che appare in sogno ad Enea: lacero, sanguinante, desolato. Non nella gloria ma nella sconfitta. Per esortarlo a lasciare la città ormai perduta e a portare con sé quello che essa ha di più sacro: i Penati, gli dei del focolare; le sacre bende che cingevano l’effigie della dea Vesta e il fuoco a lei sacro. Quasi una trasmissione di testimone rispetto a un mondo e a una civiltà ormai perduti, ma che il Destino vuole rinascano, un giorno lontano e in terre lontane, nella potenza e nella grandezza di Roma dominatrice del mondo. Questo è forse l’intento più nascosto e più sentito di Virgilio: celebrare, per mezzo del Canto, la potenza raggiunta da Roma; dare alla civiltà romana che ha conquistato il mondo allora conosciuto un giusto riconoscimento e l’immortalità attraverso la Poesia. Eppure sembra anche voler dire che tanta conquista e tanta fama sono state possibili con le battaglie più cruente e le guerre più logoranti; spargimenti di sangue; sacrifici immani e la disciplina guerriera più dura. Ettore è solo un’ombra, in sogno; un Ettore vinto e pietoso, ed Enea, altro eroe troiano forse secondo solo allo stesso Ettore, in quel momento, nel suo sonno agitato non è da meno. Il pianto accomuna i due eroi troiani ormai perduti. Il dolore sembra animarli, renderli vivi e ancora capaci di lottare affinché Troia non scompaia per sempre dalla memoria degli uomini; la sofferenza dell’anima e del cuore infonde loro una speranza quasi impossibile e assurda in mezzo alla morte e alla distruzione. Allora Ettore non è più un’ombra che viene dall’Oltretomba ma si trasforma in essere ancora vivo, forse mai morto. Nell’immediata percezione di Enea,  egli costituisce una presenza viva, agisce come una persona in carne ed ossa, parla come qualcuno che ha sofferto e umanamente soffre per le ferite e per le umiliazioni subite, ma che ancora manifesta il desiderio di salvare il salvabile, incarnando sempre l’eroe prediletto sul quale Troia sapeva di poter contare per la propria salvezza o la propria sopravvivenza.
L’episodio dell’ apparizione di Ettore ad Enea è stato definito da Chateaubriand “un compendio dell’arte di Virgilio” perché il poeta latino ha saputo conciliare “l’ora in cui gli uomini nel primo sonno assaporano la quiete così necessaria alle loro membra stanche” con quella fase del sonno in cui, lentamente, i sogni affiorano e prendono forma, restituendo a noi tutti l’immagine amata di persone care ormai scomparse i quali vengono a noi per esortarci, consigliarci e farci capire che non hanno smesso di seguirci dalla dimensione ultraterrena e misteriosa dove la morte li ha portati. Napoleone Bonaparte vedeva, nell’ ombra di Ettore che appare in sogno ad Enea in questo canto dell’Eneide, il destino dei popoli; la fugacità delle conquiste; l’effimero dispiegarsi della gloria e della potenza che passando lasciano posto ad una strana vicinanza, nuda e ultima, fra uomini soltanto affranti, colpiti e rinnovati dall’esperienza forte e intensa del dolore. Nel 2000, il regista inglese Ridley Scott ha girato il film Il gladiatore, con l’attore neozelandese Russell Crowe come protagonista maschile. Forse uno dei rari prodotti cinematografici in grado di descrivere con pertinenza il mondo romano fatto di conquiste sanguinose al prezzo di sacrifici enormi; di una civiltà cruenta che poggia sulla schiavitù e la sopraffazione dell’uomo; sui combattimenti fra gladiatori quali spettacoli gratuiti nelle arene sparse per l'impero, e nonostante ciò portatore, per chiunque sappia coglierla, di quella pietas latina e tutta mediterranea “trasmessa”, quale eredità preziosa, in sogno da Ettore ad Enea e “portata” da quest’ultimo veramente ai confini dello spazio e del tempo.

https://www.poesiaeletteratura.it/wordpress/2012/10/lombra-che-esorta-alla-vita-publio-virgilio-marone/

Enea e Creusa. L'addio

Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempie di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorge il suo fantasma. L’eroe tace per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parla ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria*, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

"Osando persino lanciare grida nell’ombra
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
 le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
 case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
 Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
 tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
  Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il
padre sulle spalle mi diressi verso i monti.  
(Eneide II, 768-804 traduzione di Luca Canali)

(*) Il topos dell’abbraccio tre volte ripetuto compare in Omero Tre volte mi avvicinai: l’animo mi spingeva a stringerla; tre volte volò via dalle mie mani, simile a un’ombra o a un sogno: e a me un dolore acuto nacque più forte in fondo al cuore. (Odissea, XI, 206-208) e torna in Dante e in Tasso.

Didone sedotta e abbandonata

Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/

Marino Niola 

L’enigma di Enea. Eroe o disertore?

Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.

Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.