bekim
fehmiu, il bello del mediterraneo
Educazione
sentimentale tv. La serie Rai era il primo prodotto tv che parlava a
una nuova generazione di donne emancipate, pronte ad accogliere nel
focolare domestico la potenza di un’inedita hybris erotica e a
desiderare il corpo dell’eroe
Laura
Leonelli
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026
Avevamo
dovuto aspettarlo per almeno quaranta minuti, allora televisivamente
un tempo infinito. Quand’ecco che nel silenzio della reggia di
Itaca, libera dai Proci, Penelope aveva avuto una visione, sua
sorella Iftime, e a quella immagine d’aria, mandata da Atene,
Penelope aveva posto la domanda che la consumava da dieci anni:
«Allora dimmi, dov’è Ulisse?». Mancavano solo quattro minuti e
cinquanta secondi alla fine della prima puntata dell’Odissea quando,
annunciato dall’accordo fortissimo della colonna sonora, eccolo lì
Ulisse, eccolo lì Bekim Fehmiu su una zattera tra le onde, corpo di
marinaio coperto di sale, corpo di uomo trentenne, muscoli nella
tempesta, avvolti appena da uno straccio sui fianchi, e riguardando
oggi la scena al computer, a pochi centimetri dagli occhi, si può
persino notare che sotto il selvaggio pareo si celava, fuori dalla
correttezza storica, il profilo di un costume da bagno.
Ma
che importa, alla visione di quella schiena a volta celeste tanto era
cosmica, le gentili spettatrici, sedute su poltrone, sedie e divani,
urlarono in silenzio, travolte omericamente da un’onda di piacere
televisivo. E la Rai quell’urlo lo sentì. Del resto lo aveva
previsto. L’Odissea diretta da Franco Rossi e
interpretata da Irene Papas, sublime Penelope, e da Bekhim Fehmiu, il
suo sposo, era il primo prodotto televisivo che parlava a una nuova
generazione di donne, abbastanza emancipate, pronte ad accogliere nel
focolare domestico la potenza di un’inedita hybris erotica.
Poi arrivò Rai Educational, certo, ma quella fu per i tempi una vera
educazione sentimentale.
Le
otto puntate da soli cinquanta minuti l’una dell’Odissea erano
dunque a livello subliminale un regalo all’immenso femminile della
nazione. Un insegnamento. Un metodo. E come nel poema omerico la
trasmissione del sapere politico e del coraggio avveniva di padre in
figlio, da Ulisse a Telemaco, così alle madri del XX secolo spettava
di iniziare le figlie a un altro modo di amare e desiderare un uomo.
Più libertà. Forse più consapevolezza. Del resto da astuto
sceneggiatore Omero aveva punteggiato il racconto di storie d’amore
e desiderio per ogni generazione, avendo intuito, prima di Louisa May
Alcott, che esiste un pubblico femminile, e non sono poi così
piccole le donne, anche in termini di audience. Soprattutto sono
destinate a crescere.
Chi
scrive aveva seguito con passione cocente la seconda edizione dello
sceneggiato, girato nel 1968, e ritrasmesso a colori nel 1974. In
un’Italia che aveva appena votato la legge sul divorzio, in un
Paese machista dove Carla Lonzi nel 1970 aveva dato alle
stampe Sputiamo su Hegel, e ancora in un Paese dove solo
nel 1975 le donne avevano potuto firmare in autonomia il loro primo
assegno, improvvisamente la domenica sera, dopo essersi sciroppate le
partite e i commenti catramosi di Sandro Ciotti, le madri, le figlie,
le sorelle e le amiche di tutta Italia, sparecchiata velocemente la
tavola, pulita furiosamente la cucina, occupavano manu
militari il salotto e aspettavano quel che finalmente ci
spettava dopo tante lotte: il diritto al piacere. Che non era solo
innamorarsi, roba di ogni tempo, ma era fisicamente desiderare e
desiderare Ulisse, e che ci portasse tra i flutti, nei gorghi, in una
grotta, tra i rovi di una montagna del Peloponneso, lungo la riva di
un fiume, tutto bellissimo, tutto nostro.
Come
nostro e non hollywoodiano era Bekim Fehmiu, albanese di nascita,
primo attore a raggiungere la fama oltre i Balcani, volto e corpo
filologici, puro Mediterraneo. E forse anche per questa familiarità,
dal cavallo di Troia del piccolo schermo Odisseo ci lasciava intuire,
mentendo, un’intesa speciale, un trattamento dedicato. Per le
ragazze c’era Nausica, «sei una dea o una delle figlie immortali
di Zeus?» diceva l’eroe, e chi non avrebbe voluto detergere quelle
membra sporche di salsedine e sabbia.
Per
le madri, accanto a Penelope e alla sua eburnea fedeltà, c’erano
le amanti, Circe, la nera notte della passione, e Calipso, luminosa
come una giornata di sole, eternamente senza colpa, troppo bionda,
troppo leggera. Tutte noi, teenager e vere donne, potevamo vivere
l’avventura, e rinunciarci sarebbe stato davvero un peccato. A Matt
Damon, l’Odisseo di Christopher Nolan, non spetta certo il compito
di emanciparci. Non è il nostro eroe, è arrivato tardi e di
ripartire con lui, come fa Anne Hathaway, che pare la pubblicità di
una crociera per le nozze d’argento, non ci interessa. In viaggio
ci andiamo anche da sole, il mondo è grande. Anche questo ce lo ha
insegnato Ulisse.
pedagogia
e show: polifemo horror e frangette sexy
Amarcord
tv
Gianluigi
Rossini
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026
Per
un produttore televisivo, l’Odissea di Omero potrebbe
essere una miniera d’oro: un racconto modulare a episodi, enorme,
avventuroso, strabordante di personaggi. Eppure, dalla nascita della
televisione a oggi gli adattamenti sono pochissimi, se si escludono
le reinterpretazioni molto libere e le versioni per bambini. In
sostanza sono tre: Il ritorno di Ulisse, prodotta dalla
francese Arte nel 2013, che pure si prende grandi
libertà; L’Odissea dell’americana NBC (1997) e
infine Odissea, coproduzione internazionale a guida
italiana, pietra miliare Rai del 1968.
Tra
queste, l’ultima è senza dubbio quella con la miglior reputazione:
i contemporanei non furono sempre soddisfatti (Achille Campanile
scrisse che Nausicaa e le sue ancelle sembravano «delle belle e
gentili lavandaie… La poesia di Omero consisteva nel trasformare le
lavandaie in principesse… la poesia dei riduttori consiste nel
trasformare le principesse in lavandaie»), ma negli anni ha
acquisito uno statuto di intoccabilità, non solo per i 16 milioni di
spettatori dell’epoca ma anche per un successo prolungato,
certificato dalla persistenza nella memoria del pubblico e dalle
numerose repliche successive.
A
questa reputazione contribuì il suo ruolo di spartiacque per la tv
nostrana: se i Promessi sposi del 1967 furono il
culmine dello sceneggiato vecchio stile, ovvero teatrale, girato in
studio con ambienti ricostruiti, in bianco e nero su nastro
magnetico, Odissea inaugurò la stagione delle
miniserie e la collaborazione tra cinema e tv. Prodotta da Dino de
Laurentis, a colori e su pellicola, con moltissimi esterni girati tra
le isole dell’ex Jugoslavia, gli effetti speciali di Carlo Rambaldi
(poi premio Oscar per Alien e ET), un
cast internazionale e la regia di Franco Rossi, stimato regista di
cinema: è qui che inizia la grande tradizione delle miniserie Rai
culminata con il Gesù di Nazareth di Zeffirelli del
’77.
Odissea
è il frutto di una cultura per la quale il testo letterario è
ancora indiscutibilmente al primo posto: non solo è necessario
essere fedeli al testo originale, lo è ancor di più infondere il
racconto televisivo di letterarietà, dentro, fuori e tutt’intorno.
Ogni episodio, infatti, veniva introdotto dalla lettura di alcuni
versi di Omero da parte di Ungaretti, a ricordare sempre che da lì
si è partiti. In spregio alla regola dello “show, don’t tell”,
la miniserie trabocca di narratori: mentre la versione americana del
1997 seguiva l’ordine cronologico degli eventi, ripartendo dalla
guerra di Troia per poi seguire le peripezie di Ulisse, qui, invece,
nel primo episodio una voce narrante ci informa che Telemaco è
giunto a Pilo, per chiedere notizie dal padre a Nestore, «il più
vecchio dei sovrani achei distruttori di Troia» il quale, su una
spiaggia ghiaiosa e assolata, dopo un lungo e complesso rito,
racconta la fine della guerra e la ripartenza delle navi dalle coste
troiane. Spesso, anche quando sarebbe stato semplice rendere gli
eventi in forma di dialoghi, la serie preferisce una voce narrante
dal tono uniforme e calmo: l’intenzione non era solo di ricalcare
la struttura dell’originale ma più in generale di imitare il ritmo
omerico, mostrando così una società in cui il racconto orale ha un
ruolo fondamentale.
Allo
stesso tempo, però, Odissea non lesinava lo
spettacolo, con effetti notevoli forse proprio per contrasto con il
ritmo lento e solenne: nell’episodio di Polifemo, la cui regia fu
affidata a Mario Bava, il crock delle ossa dei compagni di Ulisse
divorati dal mostro fa accapponare la pelle, così come conservano un
certo effetto orrorifico la discesa nell’Ade abitato da
defunti-zombie o il richiamo delle sirene, uno dei pochi momenti in
cui il volume si alza all’improvviso. Un contrasto simile si
potrebbe trovare nella messa in scena: l’ambientazione è austera e
descrive un mondo primitivo, dove dominano la nuda pietra e il legno,
e perfino le dimore dei re sono spoglie e prive di ornamenti. Allo
stesso tempo, però, ci si concedono varie incursioni in un
immaginario tipicamente anni ’60: Cassandra appare con una
frangetta corta alla Rita Pavone, Eolo e i suoi figli sono vestiti
con tute spaziali argentate, la corte dei Feaci è uno strano mix tra
arcaico e futuribile, come fossero un popolo alieno visitato
dall’equipaggio di Star Trek. L’austerità, inoltre, non riduce
la carica sensuale, ma è in particolar modo il corpo di Bekim Fehmiu
(Ulisse) a essere messo in mostra, mentre la bellezza di Nausicaa
(Barbara Bach), Circe (Juliette Mayniel) e Penelope (Irene Papas) è
espressa quasi solo attraverso il volto, lo sguardo, il sorriso.
Il
difficile e affascinante equilibrio tra pedagogia e spettacolo,
fedeltà e inventiva trovato da Odissea segue,
insomma, una strada paradossalmente più originale delle tante
versioni cinematografiche che ancora oggi riscuotono grandi successi.
quando
ungaretti diede la sua voce a omero
Da
poeta a poeta
Gino
Ruozzi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026
Benché
non abbia ricevuto il premio Nobel, Giuseppe Ungaretti è stato più
di tutti il «poeta vate» del nostro Novecento: sacrale, profetico,
sublime, non solo ma pure per quel «M’illumino / d’immenso» che
è il verso più emblematico della poesia contemporanea. Anche per
questo non poteva che toccare a lui l’introduzione dello
sceneggiato Rai per eccellenza, l’Odissea trasmessa nel
marzo- maggio 1968 per la prima volta in una produzione a colori. Al
«poeta sovrano» fu abbinato il più carismatico dei poeti odierni,
per la sua marcata postura attoriale e la voce profonda da segreti
dell’Ade e caverne di Platone. Per me che stavo per compiere dieci
anni fu un ingresso indimenticabile nella poesia e nel mito,
indissolubilmente legati.
Già
si era affermata la poesia del «rovescio» di Montale; già i venti
del ’68 mettevano ulteriormente in discussione ogni possibile
«aura»; ma Ungaretti in TV incarnava alla perfezione quella lingua
meravigliosa e inafferrabile che era la poesia. Sfuggente e libera
come quell’Ulisse di cui ci si apprestava a vedere nell’ancora
giovane televisione italiana le gesta eroiche e spettacolari, a un
tempo vincitore e vinto, re e fuggiasco, conteso dalle sirene e dalle
donne più belle. Il binomio Ungaretti-Ulisse è tra le più celebri
e durature immagini della televisione italiana, voluto dal direttore
Ettore Bernabei, dallo sceneggiatore Renzo Rosso e da Leone Piccioni,
ai vertici culturali della Rai e allievo dello stesso Ungaretti (di
cui nel 1969, per l’apertura della collana dei Meridiani Mondadori
curò l’edizione di «tutte le poesie» dal titolo Vita
d’un uomo, tuttora il maggiore successo di vendite della
splendida collezione).
Ungaretti
ricordò quell’esperienza televisiva come «l’impresa più
memorabile, la memorabilissima», alla quale «pochi, da noi, a
qualsiasi ceto appartengano, si sono privati di assistere»; e «me
ne sono accorto, mi si permetta di osare tirarmi qui personalmente in
ballo, dalla gente che di continuo, ovunque mi trovi, mi accosta e mi
assedia chiedendomi l’autografo, per essere stato io quello che
aveva tradotto e in pubblico recitava i preamboli riassumenti la
grande avventura».
Ungaretti
si avvalse soprattutto del confronto con la versione francese
dell’Odissea delle Belles Lettres. Come ha scritto
Carlo Ossola, le traduzioni omeriche di Ungaretti risaltano «per un
loro lapidario nitore, per quella collocazione misurata delle parole,
quasi – dopo molto cammino d’artifici – avessero raggiunto la
loro primitiva sede».
Nella
declamazione delle epiche prodezze di Ulisse, Ungaretti trasmise il
mistero insondabile dell’esistenza, facendo risalire dalle oscurità
abissali le verità di ogni «porto sepolto» della vita. Il suo
Ulisse è simbolo di sfida e di solitudine: sempre sostanzialmente
«solo» e dominato da un’inquietudine che alle certezze di Itaca
antepone l’eccitante curiosità del «folle volo».