venerdì 10 luglio 2026

Le Pen alle soglie del potere

Sara Gentile
Sinistra divisa, centro pallido: la Francia in balìa di Le Pen

Domani, 9 luglio 2026

La destra estrema di Le Pen ha il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica antimmigrazione: un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che pare contagiare l’Europa. Tramontata la stella macroniana, le altre forze politiche per ora non sembrano in grado di contrastare l’onda

Un fatto importante ha segnato la politica francese in questi giorni: la corte d’appello di Parigi ieri ha emesso la sentenza contro Marine Le Pen, imputata per uso di fondi pubblici del parlamento europeo. Le Pen è stata condannata a tre anni di cui due con condizionale , ad una multa di 100mila euro e a portare per un anno il braccialetto elettronico. Ma, incredibilmente, non viene privata della eleggibilità, poiché la corte afferma di «avere messo in conto la libertà di scelta dell’elettore, cosa propria di un sistema democratico». Gongolante, Le Pen ha subito dichiarato la sua candidatura alle presidenziali, ribadendo il suo programma identitario e xenofobo, agevolata da una giustizia che usa il diritto in maniera formale anche nella patria dei diritti universali.

La Francia vive un momento particolare, la temperatura è alta. Fra meno di un anno vi sono la fine del mandato di Macron e le conseguenti elezioni presidenziali. Momento cruciale per comprendere quale sarà il destino della V Repubblica. Macron vive in solitudine questo finale di presidenza, lontano dall’effervescenza degli inizi che lo consacrò re, lui, un personaggio inatteso che riuscì in pochi mesi a creare un movimento di passo svelto, En Marche, spazzando via gli scandali e la sonnolenza della politica tradizionale, una sorta di novello console per una nuova Francia. Di quella marcia a suon di trombe, poco dopo non rimase nulla, il movimento divenne partito, e molte delle “stelle morte” della vecchia politica entrarono nel suo governo.

Ora due suoi ex premier, Edouard Philippe e Gabriel Attal mirano all’Eliseo ma hanno rotto i ponti con lui criticandone le scelte politiche alla ricerca di una verginità che li possa favorire. Attal presiede ancora il partito di Macron, Renaissance, ma il suo giro di valzer volge a destra. Philippe, capo del gruppo Horizon, è chiaramente di destra moderata. Entrambi, pur dichiarando di distanziarsi da Macron, ripropongono su alcuni temi le scelte politiche del decennio macroniano. Il loro vero problema è come essere credibili dopo dieci anni di potere sotto le ali del presidente uscente. Macron vuole ribadire con forza la tradizione di libertà che la Francia ha sempre espresso, utilizzando simboli e cerimonie pubbliche e puntando ad un ruolo in Europa che possa garantirgli un destino politico fuori dal paese.

Insomma, la situazione è incerta per il futuro sia economico che politico, alla ricerca di un leader che riproponga gli antichi splendori. La sinistra è tornata alle vecchie divisioni, lontana è l’eco del Nouveau Front Populaire che aveva permesso la sua vittoria alle legislative del 2024; il Ps non riesce ad aggregare il consenso delle altre forze di sinistra, Mélenchon, capo de La France Insoumise, ha posizioni estreme, comprime la democrazia interna nel suo partito, strizza l’occhio a Putin, ha sostenuto l’uscita dalla Nato e si configura come un sovranista di sinistra. Non a caso Le Pen ha fatto intendere in questi mesi che in un eventuale ballottaggio preferirebbe come antagonista proprio Mélenchon.

In questo scenario di divisioni il Ps è anche diviso al suo interno. Il suo leader, Olivier Faure, criticato per l’appoggio dato al governo Lecornu, è in difficoltà sul tema delle primarie per designare il candidato alle presidenziali, che rischia di distogliere i progressisti dal vero obiettivo, cioè costruire un programma alternativo che riconcili in parte i cittadini con le istituzioni.

La destra estrema di Le Pen ha invece il vento in poppa, sale nei sondaggi, inasprisce la politica anti immigrazione, favorita dalle restrizioni previste dal ministro della giustizia Darmanin (sospensione di tre anni dell’immigrazione legale e fine del raggruppamento familiare per l’immigrazione da lavoro). Insomma un piano di restaurazione all’insegna dell’identità nazionale che torna ciclicamente.

Quali antidoti trovare allora in una fase così difficile per la Francia, per le nostre democrazie? Forse occorre tornare alla tradizione dei Lumi e trasformare l’universalismo delle origini, quello che sconfisse gli assolutismi, in idee e pratiche concrete. La filosofia dei Lumi è stata una filosofia della crisi, scardinante, in una fase storica di sconvolgimenti che hanno condotto alla nostra modernità.

Ciò che dobbiamo riprendere da essa è lo scettro della ragione, in un mondo della non-ragione, mettere al centro l’uomo nella sua complicata umanità cercando un equilibrio nello stretto passaggio fra scetticismo e dogmatismo con due obiettivi: lottare contro lo scetticismo per coltivare una ragionevole speranza e contro il dogmatismo per sfuggire alla trappola di una fede che stravolge i fini iniziali. Soltanto così si potrà avere una strategia di un “socialismo morale” nel quale siano presenti i diritti (lavoro, istruzione di qualità, sanità), il cosmopolitismo, una cittadinanza completa e la volontà di concepire gli individui come fini e non come dei semplici mezzi per il potere e le avidità di pochi.

Centro o non centro

 

Maria Teresa Meli 

Renzi: «Il Campo largo? Non basta, si vince solo con il cen­tro­si­ni­stra unito»

ROMA Mat­teo Renzi, anche ieri lei è tor­nato a insi­stere sul fatto che senza i rifor­mi­sti l’alleanza Pd, M5S e Avs non vin­cerà. Teme che qual­cuno non la voglia den­tro?

«Non ho timori, ho la cer­tezza che il blocco unico Pd– M5S–AVS da solo per­derà le ele­zioni. Il Campo largo perde, il cen­tro­si­ni­stra unito vince. Lo dice la mate­ma­tica, lo dice la poli­tica, lo dice il buon senso. Ser­vono i voti dei rifor­mi­sti. Non voglio rega­lare i garan­ti­sti al cen­tro­de­stra. Non voglio per­dere il voto dei ceti pro­dut­tivi che pure sono disgu­stati da Urso e da Sal­vini. Non voglio che il voto dei mode­rati vada a Van­nacci. Ecco per­ché dico che serve un cen­tro­si­ni­stra diverso dalla foto di Napoli».

Che impres­sione le hanno fatto le con­te­sta­zioni di ieri a Napoli?

«A Napoli è sem­pre così. Ricordo un comi­zio da segre­ta­rio del Pd del 40%, pre­mier in carica, dove fui fischiato da quelli che oggi sono diven­tati Potere al Popolo. Penso che il Campo largo non possa rin­cor­rere chiun­que stia a sini­stra. Non si vince inglo­bando Potere al Popolo, che comun­que non si farebbe inglo­bare, ma vin­cendo al cen­tro».

Conte dice che la Rus­sia non è una minac­cia per l’europa. La pensa anche lei così?

«Asso­lu­ta­mente no. La Rus­sia ha invaso l’Ucraina e que­sto è un fatto, per giunta un fatto cri­mi­nale, non una nar­ra­zione occi­den­tale. La gente a Kiev muore sotto le bombe russe. Ce lo stiamo dimen­ti­cando? Poi penso anche che l’Europa dovrebbe avere una poli­tica estera più cre­di­bile e che non bastino le san­zioni alla Rus­sia, che ho votato, e non basti l’invio delle armi, senza l’invio delle quali non esi­ste­rebbe più l’ucraina: serve un inviato spe­ciale della Ue per chiu­dere un con­flitto che Putin ha ini­ziato con l’inva­sione, garan­tendo una pace giu­sta per Kiev».

Se vin­cete alle Poli­ti­che, biso­gna gover­nare con que­ste dif­fe­renze e in poli­tica estera non sarà facile.

«Lo rico­no­sco. Ma non è che nel cen­tro­de­stra la poli­tica estera sia un col­lante. Van­nacci e Sal­vini non hanno sull’ucraina le idee di Meloni e Tajani. E Trump sarà una varia­bile impaz­zita nell’anno delle ele­zioni. In com­penso a sini­stra abbiamo alcuni punti comuni a comin­ciare dalle misure sui salari, sui gio­vani da aiu­tare a restare, su indu­stria 4.0 e sulla sanità. Le cose che ci uni­scono sono più nume­rose di quelle che ci divi­dono».

Fatto sta che non era­vate a Napoli men­tre avete lan­ciato una ini­zia­tiva per le pre­fe­renze davanti ai super­mer­cati.

«Non siamo andati a Napoli per­ché il Campo largo è una defi­ni­zione che ci sta stretta. Noi siamo per il cen­tro­si­ni­stra, non per il blocco PD–M5S–AVS. Non era­vamo su quel palco, come non era­vamo sotto quel palco come hanno fatto altri: i rifor­mi­sti non ele­mo­si­nano spazi, pro­pon­gono idee. Per que­sto abbiamo orga­niz­zato cen­ti­naia di tavo­lini in tutta Ita­lia su costo della vita e pre­fe­renze: vogliamo che deci­dano i cit­ta­dini, non i segre­tari di par­tito».

Si è rita­gliato il ruolo di anti-meloni. Adesso sta per uscire il suo libro «Quando c’era lei», per Sol­fe­rino.

«Io fac­cio oppo­si­zione a Meloni per­ché temo che nella pros­sima legi­sla­tura lei vada al Qui­ri­nale e Van­nacci a Palazzo Chigi o vice­versa. E chi crede nei valori rifor­mi­sti non può accet­tare que­sto incubo. So che nel Campo largo qual­cuno fa oppo­si­zione più a me che a Meloni ma non mi inte­ressa. Da set­tem­bre tor­nerò a girare l’Ita­lia e la scheda elet­to­rale Iv casa Rifor­mi­sta ci sarà e farà la dif­fe­renza».

Anche altre for­ma­zioni cen­tri­ste vogliono pre­sen­tarsi alle ele­zioni. Ci saranno più liste rifor­mi­ste?

«Sì. Ho visto che ci sono vari sog­getti che vogliono can­di­darsi. Fac­cio loro i migliori auguri: in un sistema pro­por­zio­nale que­sto è un bene. Noi siamo radi­cati su tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale, abbiamo risorse, abbiamo due gruppi par­la­men­tari che ci garan­ti­scono le firme senza biso­gno dell’esen­zione dalla rac­colta che serve ai par­titi più pic­coli: ci siamo. E saremo deci­sivi».

Se alle primarie si andasse al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein lei per chi vote­rebbe?

«Al bal­lot­tag­gio tra Conte e Schlein, vote­rei Elly. Ma non ho accan­to­nato il pro­getto di avere un nostro can­di­dato o una nostra can­di­data forte fin dal primo turno. Credo poco a improv­vi­sati par­titi degli asses­sori, men­tre ho grande fidu­cia in chi ha fatto il sin­daco. Ecco, Casa Rifor­mi­sta è pronta a soste­nere un sin­daco o ex sin­daco. E al primo turno non andremo male, mi creda».

Un’ultima domanda. C’è chi dice che die­tro lo scoop delle foto tra Ranucci e Lavi­tola ci sia stato lei, per ven­di­carsi del ser­vi­zio di Report all’auto­grill.

«Lo scoop delle foto di Ranucci e Lavi­tola lo facemmo noi, tre anni fa, al Rifor­mi­sta. Ma era appunto uno scoop, non una ven­detta. Quanto a Ranucci: gli ho dato la soli­da­rietà dopo l’atten­tato, non capi­sco bene que­sta sua ami­ci­zia con Lavi­tola ma ho grande stima nel pro­cu­ra­tore Vil­lani e nei suoi uomini. Sono certo che la verità verrà fuori e che il tempo, come sem­pre, sarà galan­tuomo».

La mia vita col crack



Elisa Sola
"I furti in autogrill, le risse e poi lo stupro, Così mi sono salvata dopo anni di crack"
 
La Stampa, 10 luglio 2026

Lo dice subito: «Mi hanno violentata». Ha quarant'anni, una casa in collina, un compagno e un figlio. Un lavoro a tempo pieno. È figlia di una famiglia benestante. Di proprietari di locali e ristoranti in città e provincia. «Ne avevo due da gestire, fino a due anni fa. Li ho chiusi perché ho speso tutto per il crack».

Così il crack ha cambiato la vita della vittima

Due anni di vite parallele. Un lavoro da dipendente, una casa nel verde, un marito e un figlio. E poi c'è il mondo di parco Sempione. «Quando sono arrivata qui l'ultima volta ci sono stata 24 ore di fila». Spiega una routine che può ripetersi all'infinito. Ti droghi, esci per rubare, torni al parco, compri altro crack e ti droghi di nuovo. «Prima che mi violentassero ho fatto così un giorno e una notte. Ci siamo trovati il 3 maggio. Io e i miei due compagni di fumate. Mi hanno stuprata in macchina la mattina del 5 maggio».

Il processo per stupro al Sempione

Era il 2024. Il parco è lo stesso. L'udienza preliminare inizia oggi. Un imputato è in prigione, l'altro libero. Lei non ci sarà. È scappata via dopo avere vissuto l'inferno che sarà oggetto del processo, se il gup deciderà di rinviare a giudizio. Lei non è seduta ai banchi, ma vuole costituirsi parte civile. Lo annuncerà il suo avvocato Gianluca Visca. Quello che è accaduto è troppo grave per essere dimenticato.

L’aggressione al marito della donna

È una donna che cerca giustizia. Entra nel commissariato dopo lo stupro e dopo che ha rischiato di morire. I disperati del crack hanno picchiato suo marito che era venuto a prenderla. Gli hanno spaccato due orbite, due denti e tre costole con un piede di porco. «Uno aveva una pistola, ma non l'ha usata».

“Così quel giorno mi hanno violentata”

Inizia a raccontare: «Vivo con mio marito e suo figlio. Entrambi lavoriamo, lui in una ditta, io in un ristorante. Uso il crack. Lo compro e lo fumo al Sempione. Ed è al parco che ho conosciuto i due uomini che poi mi hanno violentata». Per lei erano amici, o meglio, compagni di crack. Nelle piscine abbandonate si gira in gruppi. E loro erano in tre. A fumare. A contrattare i prezzi con i pusher ai tavolini, le palline incastrate tra le dita. A rubare quando i soldi finivano. «Quella notte del 3 maggio - ricorda - i due miei "amici" mi hanno chiesto di accompagnarli a rubare. Io ero l'unica benestante e con la macchina. Abbiamo fatto quattro supermercati in batteria. Penny, Eurospin, Borello e Crai. Io facevo quello che mi dicevano. Stavo in auto. Loro scendevano con un borsone vuoto. Quando risalivano era pieno». Sono andati avanti e indietro tra Torino e Lanzo. «Quello che abbiamo rubato, lo abbiamo rivenduto subito nei bar e nei minimarket di corso Vercelli. Non appena abbiamo avuto nelle mani 200 o 300 euro, siamo tornati al Sempione, a comprare il crack. Quando è finito era tardi. I supermercati erano chiusi. Siamo andati a rubare negli autogrill della Torino Milano. Siamo andati avanti così 24 ore di fila, senza mai dormire. Dopo l'ultimo furto è successo quello che voglio denunciare». Violenza sessuale aggravata, il reato che il giudice dovrà valutare. «Eravamo in tangenziale. Io guidavo. Ha iniziato quello seduto dietro, a toccarmi il collo, la schiena, poi più giù. Quello a fianco ha fatto molto di peggio. Non sono riuscita a liberarmi. Mi hanno minacciata di morte». La donna chiama il marito dopo il fatto. «Ero in corso Giulio Cesare. Siamo tornati al parco, gli ho indicato gli aggressori». È scoppiata una rissa violenta. «Siamo scappati su un autobus, ci hanno portati in ospedale».

Il cambio di vita dopo lo stupro

Il suo banco è vuoto nell'aula di giustizia. Perché lei ha cambiato vita. «Avevo toccato il fondo. Ho lasciato la casa e il lavoro. Ne ho trovato uno lontano». Fa la cameriera su un'isola. Ha uno stipendio e una casa in affitto. Ogni mattina, quando si alza, vede il mare.

Le ipocrisie sulla corsa verso il Colle

Ernesto Galli della Loggia
Le ipocrisie sulla corsa al Colle

Corriere della Sera, 10 luglio 2026

Solo con un alto grado d’ipocrisia si spiega il tono scandalizzato, quasi offeso, con cui l’opposizione e una parte dell’opinione pubblica hanno accolto le parole di Giorgia Meloni a proposito dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Per aver semplicemente detto di augurarsi che questi provenga dalle file del centro destra e non del centro sinistra com’ è sempre accaduto finora. Subito si è alzato un coro di indignazione, di «cosa ci tocca sentire», di «signora mia...».

«Hanno gettato la maschera: ecco ciò a cui mirano — ha puntato il dito Elly Schlein — alla presidenza della Repubblica!». Niente meno! Come se alla sinistra, del Quirinale e di chi lo occupa non importasse e non sia mai importato nulla!

In realtà il clima politico, il nostro discorso pubblico, la società italiana nel suo complesso avrebbero tutto da guadagnare se smettessimo di avere un certo ritegno, chiamiamolo così, a dire e a dirci la verità su certe cose riguardanti il nostro presente e la nostra storia. In modo particolare la storia del potere italiano. Se una buona volta le parole e i pensieri espressi in privato o dietro le quinte coincidessero — non dico in tutto, ma almeno per una buona parte — con le parole e i pensieri destinati al pubblico.

Per accostarci alla verità cominciamo allora con il dire, ad esempio, che storicamente non ha molto senso evocare, al fine di smentire quanto detto da Meloni, l’elezione di Segni e di Leone — avvenute entrambe grazie anche al voto della destra missina e addirittura monarchica nel primo caso —. In quel tempo ormai remoto della prima Repubblica, infatti, il capo dello Stato, per i poteri che esercitava e per il modo di esercitarli, era cosa ben diversa dalla realtà odierna. Come sa bene chi conosce queste cose, con la presidenza Pertini e ancora più con quella di Cossiga, infatti, è iniziata una dilatazione, un’incidenza e soprattutto una progressiva autonomizzazione della carica di Presidente

che rende assolutamente imparagonabile con l’oggi quanto accaduto oltre mezzo secolo fa. Quando bastava una decisione della segreteria democristiana, come accadde per l’appunto con Leone, per far dimettere il capo dello Stato.

Nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica anche il carattere super partes e di garanzia dell’azione del presidente della Repubblica, che ne giustifica l’«irresponsabilità politica» decretata dalla Costituzione, è stato messo a dura prova. In almeno due occasioni. La prima, nel marzo del 1993, allorché, di fronte alla sorprendente minaccia di dimissione in blocco da parte dei magistrati della procura della Repubblica di Milano qualora il Parlamento avesse osato approvare un decreto legge del governo mirante a derubricare penalmente il reato di finanziamento illecito ai partiti politici — e quindi porre fine in pratica alle inchieste di Mani Pulite —, il presidente Scalfaro rifiutò all’ultimo momento di firmare il decreto in questione invocando una sua presunta incostituzionalità. E la seconda volta, nel gennaio del 1994, quando lo stesso Scalfaro, nonostante numerosi dissensi, decise di sciogliere le Camere elette neppure due anni prima come gli si chiedeva a gran voce da sinistra. In entrambi i casi due decisioni comunque dal fortissimo significato politico.

Che in realtà corrispondono perfettamente al ruolo di vero e proprio dominus del sistema politico istituzionale che l’evoluzione storica ha finito per assegnare al ruolo del Presidente della Repubblica. Evoluzione peraltro favorita dalla rilevantissima ampiezza dei poteri conferitigli dalla Costituzione, poi di fatto oggettivamente accresciuti dalla «irresponsabilità» di cui sopra e — elemento non meno rilevante — dal carattere riservato, non pubblico e manifesto, di molti suoi interventi ricadenti nell’ambito della cosiddetta «moral suasion». Naturalmente si deve dare per scontato che chiunque eserciti una tale altissima carica, da qualunque parte provenga, si senta tenuto a farlo con dignità, onore e imparzialità. Ma sarebbe davvero assurdo, oltre che impossibile, chiedergli di rinunciare al proprio passato, alle proprie idee, alle proprie simpatie e antipatie.

È dunque perfettamente logico e comprensibile l’interesse di ogni parte politica a vedere un proprio esponente salire al Quirinale. Menarne scandalo, ovvero immaginare che chi assurge alla suprema carica della Repubblica divenga per ciò stesso una sorta di essere disincarnato sottratto ad ogni qualifica politica, immaginare che un politico di antica data appena eletto possa diventare improvvisamente né di destra né di sinistra, è un’ipocrisia che non fa bene alla nostra vita pubblica.

Serve solo ad alimentare il retroscenismo e le illazioni dietro le quinte, e sulla scena pubblica, invece, un’atmosfera di conformismo ossequioso indegno di una democrazia.

giovedì 9 luglio 2026

La questione dell'influenza in letteratura

Walter Nardon
Il beneficio dell'influenza. Conversazione con Michele Mari

Le parole e le cose, 17 aprile 2014

Walter Nardon: chiunque voglia impegnarsi nell’arte deve confrontarsi con le opere dei maestri e deve cominciare a farlo fin dagli anni della sua formazione, oggi diremmo da quelli dell’istruzione scolastica. Quale forma prende, però, questo rapporto? In che modo ci si confronta con i maestri? Cosa resta di questo confronto? Molti anni fa, riflettendo su questo tema, Harold Bloom parlò di angoscia o ansia dell’influenza: The Anxiety of Influence. Scegliendo di intitolare questo incontro Il beneficio dell’influenza, tu hai espresso l’intenzione di partire da una prospettiva che si oppone decisamente al libro di Bloom. Ti ringrazio e ti cedo dunque subito la parola.

Michele Mari: Partirò dall’occasione contingente che mi ha fatto venire in mente questo titolo. Ero stato invitato da Marcello Fois a tenere una lezione in una scuola di scrittura, a studenti che avevano già superato numerosi corsi ed esami. Preciso che non ho mai voluto insegnare in una scuola di scrittura, perché non credo che la scrittura letteraria sia una materia insegnabile, perché non credo di essere la persona adatta, perché non saprei da che parte cominciare. Quando invece mi si chiede di parlare delle mie idiosincrasie, o del modo in cui io lavoro, allora rispondo: se vi interessa ve lo racconto, ma senza alcuna ambizione cattedratica e senza alcuna intenzione esemplare.

Fois mi disse: “Abbiamo un problema in cui da mesi siamo incartati. Vorrei la tua illuminante parola. Il problema è che io mi sto sforzando di far capire a questi ragazzi pieni di talento e di buona volontà l’importanza della lettura, della conoscenza dei classici – dove per classici non si intendono solo Eschilo o Tucidide, ma anche Kafka o Gadda – perché questi ragazzi hanno un senso della tradizione azzerato, o continuamente autoazzerantesi. Pensano che la lingua e la letteratura nascano con una nuova percezione del mondo e che tutto ciò che per loro è e sarà letteratura debba avere più o meno la loro età biologica. Il resto è vecchiume, qualcosa di molto rispettabile e di molto bello, come una vecchia magione di campagna tanto lussuosa da non essere mantenibile, perché per farlo ci vorrebbero maggiordomi, inservienti, giardinieri. Morale, la grande letteratura tanto è bella quanto impraticabile, e perciò la si lascia sullo sfondo. Vorrei far capire a questi studenti perché invece la grande letteratura deve essere aggredita, violentata, ci si debba dialogare, ci si debba muovere al suo interno, non ci si debba solo sentire nani sulle spalle dei giganti. Certo ci si può sentire nani, ma fra i piedi dei giganti, in mezzo ai giganti, non sulle loro spalle, come se quei fiumi, quell’erba, quelle radici non ci appartenessero più.”

Fois si è quindi tirato da parte. La discussione si è dunque svolta fra me e gli studenti, che hanno cominciato a pormi delle domande. L’obiezione più frequente era questa: “Io quando leggo un classico, e so che ne esistono tanti altri, vengo preso dallo sgomento e dalla mortificazione, perché mi dico: a che cosa vale che mi impegni a scrivere di quei dati turbamenti, di quei lutti, gioie, avventure, se sono state già raccontate così bene, e pare insuperabilmente, da Conrad, da Maupassant, da Gadda?” Di qui la convinzione che tutto sia stato già detto e che a noi non resti che il misero e avvilente ruolo di epigoni, di ricamatori alessandrini, di chi possa più o meno dottamente girare intorno alle cose, ma con lo spirito di chi scrive una nota al testo, non di chi entra nel testo. Altri mi hanno detto: “La grande letteratura è impraticabile, è imbarazzante, perché è ridotta a cartigli dei Baci Perugina. Quella famosa frase di Shakespeare non è più contestuale al mondo di Shakespeare, ma è divenuta contestuale ai cioccolatini. Dante: Amor ch’a nullo amato amar perdona, una frase divenuta ora kitsch, blasfema.” Su questo punto devo dire che ho avuto poco da rispondere. Ho avuto molto più da dire sul primo interrogativo, su ciò che quei ragazzi confessavano in termini di frustrazione e di rinuncia. Ho cercato di far capire che certe cose non solo si possono continuare a dire bene e originalmente anche se sono state già dette, ma che ci sono cose – anzi, la letteratura è proprio la patria di queste cose – che si possono dire solo perché sono state già dette, proprio perché sono state già dette. Ho citato quel famoso paradosso di La Rochefoucauld che dice più o meno: se gli uomini non avessero mai sentito parlare dell’amore, se non avessero mai letto un libro d’amore, se non sapessero che esiste al mondo qualcosa che si chiama innamoramento, non si innamorerebbero, ubbidirebbero solo ad impulsi primari e animali. Che è poi quel che ci dice anche Dante. Paolo e Francesca cadono nel peccato non perché – e in questo Dante si contraddice felicemente – siano lussuriosi e incontinenti, no, cadono nel peccato a causa della forza e del fascino della letteratura. Leggono del bacio di Lancillotto e Ginevra e in quel momento cambiano il loro destino, e diventano a loro volta personaggi letterari, perché quello che è stato il destino esemplare di Lancillotto e Ginevra diventa anche il loro. Chissà quanti adolescenti si sono dati il primo bacio (o almeno lo hanno immaginato) avendo letto di Paolo e Francesca…

Non solo. Se pensiamo a tutta una serie di situazioni che non esistevano nella percezione, che non avevano nome, e che hanno incominciato a definirsi alla nostra coscienza di lettori o di scrittori (qui non sto ancora distinguendo il rapporto che ha un lettore con la tradizione da quello che ha uno scrittore), ci rendiamo conto di quante percezioni e sensibilità ci siano state regalate dalla letteratura: come se la letteratura ci avesse dato dei filtri cromatici, delle lenti, degli amplificatori. Grazie alla potenza dell’arte noi leggiamo la realtà molto più profondamente, molto più archetipicamente (e molto più esteticamente) di quanto potremmo farlo senza letteratura. Quando, nella pagina sportiva di un quotidiano, si legge di un litigio fra il presidente e il suo allenatore, o tra l’allenatore e la squadra, e si apprende che all’interno dello spogliatoio della Cavese o della Sanbenedettese c’è una sorta di spaccatura shakespeariana, ci potrà essere un involontario effetto di parodia, ma sarà anche un’occasione per andare sotto alle cose, e vedere quanto di drammatico, di metastorico, di metacalcistico, si celi in esse.

E’ stato detto da tutti, ed è diventato un luogo comune, che dopo Leopardi la luna non è più la stessa. Non c’è solo la luna piena, quella calante, la falce a ponente, la gobba a levante, la luna limpida: no, dopo Leopardi c’è anche la luna leopardiana, che non è un satellite, è un pianeta. Esiste. Chiunque di noi in certe sere la guarda e la riconosce. La letteratura ha aggiunto qualcosa alla realtà, ha creato qualcosa. C’è un bellissimo racconto di Borges, Una rosa gialla, dove si narra del cavalier Marino che scrive l’Adone e si dispera perché ha l’ambizione di restituire la complessità gaddianamente barocca e imprendibile del mondo – un po’ come i geografi del famoso racconto della mappa dell’imperatore, che vogliono cartografare in scala 1:1 il mondo e alla fine soffocano il mondo sotto una carta grande come il mondo stesso. Marino ha l’ambizione di dare un corrispettivo verbale del mondo, e quindi scrive l’Adone, anche se è continuamente preso da momenti di sconforto perché si rende conto che per quanto lungo e bello il suo poema non sarà mai come il mondo. Il mondo sarà sempre più ricco, più vario del suo poema. Anche se per un istante il suo poema raggiungesse il mondo, un secondo dopo il mondo sarebbe già lontano, avrebbe già prodotto un nuovo filo d’erba, un nuovo girino, una nuova gemma. Di colpo Marino si rende conto di cosa sia l’arte: non specchio del mondo, come si va ripetendo platonicamente, non riflesso, epitome del mondo, rincorsa riassuntiva del mondo: no, l’arte è una cosa, una realtà, un oggetto che viene aggiunto al mondo, e di colpo Marino si rende conto del senso della propria vita: quella rosa gialla che descrive nell’Adone non è la copia vacua e verbale delle rose vere, ma è un’altra rosa, una rosa sui generis, che si aggiunge alle rose. Il rapporto non è vicario, non è subordinato.

Sono esempi un po’ difformi e casuali, ma sono esempi che ci portano a sospettare che, a furia di leggere libri, a furia di interiorizzare aggettivi anche abusati come kafkiano o proustiano (oggi anche chi non ha letto Kafka o Proust capisce, se non è del tutto sprovveduto, cosa si intende con questi termini), troviamo forme di arricchimento, forme di sensibilizzazione, sensori che fanno sì poi che, nei confronti della vita, o di quella vita di secondo grado che è la letteratura, il grande lettore abbia molte più antenne, perché ha vissuto più vite. Vi chiedo: perché quando leggo un romanzo – e posso addirittura essere pagato da un editore per farlo – posso stabilire (certo anche sbagliando) che si tratta di un capolavoro o di una schifezza, oppure posso sospendere il giudizio perché il romanzo appartiene ad un genere che non fa per me? Perché invece chi ha letto pochi romanzi, o li ha letti solo obbligato dalla scuola o dalla famiglia e mai per proprio piacere, non è capace di fare altrettanto? Perché io di romanzi ne ho letti infinitamente di più, perché li ho letti con passione e trasporto quasi religioso, perché li ho letti ogni volta come entrassi in un mondo di cui accettare ciecamente le convenzioni e le regole, come quando si sogna e si è totalmente pervasi da quelle angosce e da quelle gioie, secondo quella che Coleridge chiamava la volontaria sospensione dell’incredulità. Rimanete chiusi due ore in una sala cinematografica, vedete un film di fantascienza, totalmente inverosimile, ma trepidate, palpitate, vi emozionate, perché avete sospeso l’incredulità. Provate ad andare al cinema con una persona che non ha mai visto un film di fantascienza. E’ l’esperienza più irritante del mondo. Sei lì, vedi Alien e sei solo nell’astronave col mostro, e quell’altro ti comincia a dire, dopo due minuti: “Che scemenza. Ma figuriamoci”. E’ raggelante. Poi quello magari legge la Bibbia e non dice mai: “Ma figuriamoci”.

Aver letto tanto mi ha consentito di vivere tante vite alternative alla mia (che, evidentemente, se ero un tale compulsivo lettore, non doveva essere molto gratificante); e il fatto che per me la letteratura fosse quasi tutto ha fatto sì che, “da grande”, quasi per una sorta di riflesso pavloviano, tutte le emozioni, distrazioni, evasioni, scioglimenti emotivi, commozioni, esaltazioni che già a loro tempo provocavano quel meccanismo di ricreazione che è il parlottio interiore (il vero lettore entra nel libro e a libro finito lo prosegue), si traducessero per contagio, per una sorta di infezione, in letteratura. Non esiste un grande libro che non sia infetto, diceva Manganelli, che non sia il regalo a doppio taglio di un untore. Un grande libro non ti lascia più come prima. Se hai letto la Cognizione del dolore non sei più come prima, soprattutto se hai avuto certe esperienze; ma anche se non le hai avute. Mi ricordo che in età non sospetta, quando lessi I turbamenti dei giovani Törless, ne rimasi turbato ben più del giovane Törless. I turbamenti erano i miei. Quando ho fatto il servizio militare e ho incontrato figure di prevaricatori simili a quelli che tormentano il povero Törless, ho vissuto il mio servizio in quella chiave. Il che mi è stato anche utile sul piano pratico, perché sapevo come il libro è andato a finire, e comunque sapevo anche quanta miseria e quanta povertà umana ci fosse dietro quella violenza. Era come se in quella vita ci fossi già passato. Con questo non voglio dare della letteratura un’idea di catalogo delle vite possibili, come se leggendo di più fossimo più attrezzati, perché posso leggermi tutta la letteratura sul pugilato, da Hemingway a Jack London, ma se poi litigo con uno più grosso di me, con quattro sberle mi mette a terra. Da questo punto di vista, anzi, la letteratura è per definizione ciò che “non serve”.

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Il primissimo racconto che ho scritto (nella mia fantasia era un romanzo), dato che in quel periodo leggevo molto Poe, Lovecraft, il Dracula di Bram Stoker, si intitolava L’incubo nel treno. Era un thriller-horror, se oggi dovessero collocarlo. La cosa particolare non è tanto il racconto in sé quanto il modo in cui l’ho scritto, in cui l’ho reificato, perché ho preso un cartoncino nero, ho messo dentro dei fogli – i miei erano grafici, perciò avevo in casa del materiale e avevo ereditato un po’ di pratica – li ho rilegati, ho goffrato e cucito la copertina, ho preparato un frontespizio. Ho messo “Michele Mari” come autore, “Mari Michele” come editore, e poi “Collana Libri neri, numero 1”. Il gioco, più che nel racconto, era nel confezionamento, frutto a sua volta dell’aver maneggiato tanti oggetti che erano libri. In questo caso l’influenza della letteratura nera o gialla è stata linfa, vita, energia.

Siccome penso che le forme artistiche siano ricche, generose, imprevedibili, interagenti di volta in volta in modo dialettico con le persone, ho sempre creduto che il tempo e la moltiplicazione dei romanzi non esaurisse il dicibile. Il 90% dei libri che escono sono tutti uguali, sono fatti con lo stampino. Cosa esauriscono? Esauriscono se stessi, non esauriscono nulla. Quindi, non solo di cose da dire ce ne sono sempre e sempre ce ne saranno, ma il fatto che i limiti sembrino essersi ristretti rende il gioco più interessante. E’ come quando Dante si trova a dover fare le acrobazie in una terzina per chiudere rime difficilissime. E guarda caso proprio in quei punti gli escono delle terzine geniali, perché ha il canto limitato. Naturalmente, poi, ogni autore ha le sue profilassi e i suoi campanelli d’allarme. Alcuni temi per me sono tabù, nel senso letterale del termine, perché so che lì darei il peggio di me, la mia prosa sarebbe opaca, stentata. Per esempio storie d’amore, scene di sesso.

Sempre rifacendomi al tema dell’incontro, alla parola beneficio, che non è una gran parola, lo ammetto, ma è quanto di meglio sia riuscito a trovare, specularmente, rispetto all’angoscia di Bloom, penso a tutto il filone della letteratura di mare. Sono convinto che Stevenson, Melville, Conrad, London, chi più chi meno – perché non tutti hanno sempre e solo scritto di mare – si siano divertiti, si siano appassionati proprio perché il filone già esisteva, abbiano sentito il piacere di essere una perla della collana. Credo che qui narcisismo ed ego contino poi fino a un certo punto, in quanto il piacere di far parte di una compagnia è premio a se stesso. Se io sono un appassionato del pallone e mi invitano a giocare nella mia squadra del cuore, o forse solo anche a portare le borse col ghiaccio, per me è un grandissimo onore. Non pretendo di diventare il numero dieci di quella squadra. Soltanto andare in pizzeria con loro, dopo la partita, lo riterrei un privilegio. So che può sembrare un discorso ingenuo, ma spesso scrivere di determinati argomenti, secondo determinate retoriche e determinate topiche dipende anche da un elemento affettivo. Così come noi ci scegliamo certi amici, andiamo in certi ristoranti, ci vestiamo in un certo modo, andiamo a funghi o non andiamo a funghi, andiamo a pesca o non andiamo a pesca. Frequentiamo certi scrittori e non altri per avere degli amici di famiglia, e gli scrittori pure, fra di loro, si frequentano e si vampirizzano, si copiano, si sfottono, gareggiano. Da qui nascono i grandi sodalizi, i grandi incroci per cui sembra che tutto il meglio della letteratura si sia consumato in quel trentennio in quel determinato punto del mondo, Londra o Vienna o Parigi o Roma.

C’erano due grandissimi amici, di solito considerati inglesi, mentre in realtà uno era un americano trapiantato in Inghilterra, Henry James, e l’altro uno scozzese, Robert Louis Stevenson. Questi due scrittori, che si stimavano enormemente e hanno intrattenuto un bellissimo carteggio in cui discutono dei propri libri, hanno parlato molto di queste cose. A Henry James, che aveva una stima assoluta di Stevenson, non andava giù che questi continuasse a scrivere storie di pirati. “Ma come, uno come te, con la penna che hai tu, che potrebbe scrivere le cose più profonde, più psicologicamente raffinate del mondo, bamboleggia con queste storie di pirati, di coccodrilli, di gente ubriaca di rum nelle taverne?” Stevenson gli rispose pubblicamente su una gazzetta da Edimburgo e gli disse: “Caro Henry, evidentemente tu non hai mai giocato ai pirati da bambino, perché se avessi giocato ai pirati non mi faresti questa obiezione.” Piccato, James, che forse non aveva bene inteso l’argomento, rispose: “Sì, in effetti non ho mai giocato ai pirati da bambino e ne sono ben contento, perché quello dei pirati era un gioco stupido.” Allora Stevenson, con la grazia che gli è propria, disse: “Benissimo, l’argomento è chiuso per sempre. Adesso sappiamo tutti quello che abbiamo sempre sospettato: il signor Henry James non è mai stato bambino.” Quindi, da parte di Stevenson, la frequentazione di questo genere è stato un atto volutamente regressivo. Pensiamo anche a uno scrittore così diverso come Dickens, che parla di scioperi, di problemi sociali, di governi: ma quand’è che Dickens è Dickens? Quando parla di bambini, quando parla di orfani, quando lui stesso torna bambino. Non penso solo a Oliver Twist o a David Copperfield, ma anche al suo racconto più famoso, il Racconto di Natale, in cui Dickens si è trasfuso in Ebenezer Scrooge, questo vecchio cattivo, misantropo, acido, che però ci commuove perché, quando vede se stesso bambino e capisce che è diventato così perché era un bambino sempre solo, che nessuno invitava a giocare, dà luogo a una grande trovata dello scrittore: noi ci commuoviamo, lui no. Lo vediamo solo nell’aula, mentre tutti stanno fuori a giocare e lui si dice: “Già, chissà perché me ne stavo tutto solo nell’aula? Forse mi andava così.” Noi ci commuoviamo, lui lo trova normale. (Questo tema regressivo, questa esuberanza del motivo infantile è anche il motivo per cui la letteratura libera l’inconscio e più lo libera quanto più è sorvegliata. Personalmente, ritengo che il più grande regista dei nostri tempi sia stato Kubrick perché, notoriamente perfezionista, ha fatto dei film – tranne l’ultimo, che gli perdoniamo – che sono dei cristalli, eppure sono i film più conturbanti e liberatori d’inconscio che io riesca ad immaginare, che fra l’altro è anche il motivo per cui ieri abbiamo parlato dei Pink Floyd e della loro classicità).