mercoledì 12 agosto 2026

Ilaria Cucchi si sposa

Francesco Bei
Ilaria Cucchi: "Io e il mio avvocato sposi: è il regalo che Stefano mi ha mandato da lassù"

Repubblica, 11 agosto 2026

Ilaria Cucchi, senatrice di Avs e l’avvocato Fabio Anselmo si sposano a fine mese a Vallefoglia, un paesino nel Montefeltro, in provincia di Pesaro-Urbino. Sarà un matrimonio semplice, senza politici vip, ma solo con affetti e amici. E i quattro figli, due per ciascuno da relazioni precedenti, a fare da testimoni. Un amore nato nella lotta, cresciuto nelle aule di tribunale, contrastato — anzitutto da lui, che all’inizio frenava — ma infine vittorioso.

Quand’è che la battaglia politica e giudiziaria che avete condotto insieme è diventata una storia d’amore?

«Per quanto mi riguarda, immediatamente. C’è voluto del tempo per portarla avanti, ma io mi sono innamorata di Fabio da subito. Lui all’inizio aveva degli scrupoli comprensibili. Sono stata io a prendere l’iniziativa».

Lui sarà stato frenato da questioni deontologiche, la difendeva nel processo per la morte di suo fratello...

«Anche, ma era frenato soprattutto dal fatto che mi aveva conosciuta in una circostanza tragica. Se mio fratello non fosse stato ucciso, non ci saremmo mai incontrati Fabio Anselmo, famoso avvocato di Ferrara, e io di Roma. Era felice, ma addolorato per questo».

E lei invece?

«Invece io ho pensato che Fabio per me era il regalo di Stefano, mio fratello. Stefano mi voleva bene più di qualunque altra cosa al mondo e, anche nei suoi momenti più difficili, la sua domanda era sempre: “Ila, ma tu sei felice?”. Stefano se n’è andato, ma non mi ha lasciata da sola: mi ha lasciata con lui. Fabio è stata la svolta della mia vita».

Veniva da un’altra relazione?

«Io venivo da un matrimonio di nove anni con due figli, uno di sette anni e una di due. Ero la mamma perfetta nel suo mondo perfetto, poi è arrivato l’uragano».

L’uragano della morte di suo fratello.

«Certo e tutto quello che è successo dopo. Lì sono iniziate le mie battaglie, lì è cambiata la mia vita».

Anche Anselmo aveva una relazione in essere?

«Anche Fabio era sposato con due figli. I nostri quattro figli saranno i nostri testimoni di matrimonio. Oggi siamo una famiglia veramente unita. Certo, c’è voluto del tempo».

Lei non si sentiva in colpa ad aprirsi a una gioia che arrivava da un grande lutto? Come ha fatto a conciliare questi due momenti?

«Fa parte del mio modo di essere. Sono forse un po’ anomala: di fronte al dolore credo sia fondamentale trovare una chiave positiva. Nell’immaginario collettivo la sorella del morto deve soffrire e punto. Io invece, in tutta questa sofferenza, ho seguito quello che ripeteva sempre Luigi Manconi: quando ti capita una cosa così drammatica, o ti chiudi nel tuo dolore e diventi cattivo, e magari è pure giustissimo e condivisibile, oppure trovi il modo di trasformare quel dolore in qualcosa di positivo che ti consenta di andare avanti e aiutare qualcun altro».

C’è un momento in cui ha capito di essersi innamorata di lui?

«Era il 31 ottobre 2014, il giorno della sentenza per il primo processo, quello dove assolvono tutti. Eravamo fuori dall’aula e Fabio piangeva. Mio padre gli mette la mano sulla spalla e dice: “Dai Fabio non è finita”. Io invece continuavo a dirgli: “Guarda Fabio che abbiamo vinto”. Aveva cercato di ribaltare il tavolo e avevamo vinto perché quel processo era chiuso e finalmente si diceva che Stefano Cucchi non era morto per la droga, ma perché qualcuno lo aveva picchiato».

Lei l’ha consolato?

«Si e mi sono innamorata di lui nel momento in cui ho visto questo avvocato di fama internazionale versare lacrime vere perché a un ragazzo tra gli ultimi, come era mio fratello, erano stati calpestati i diritti. È stato il momento in cui gli ho detto: “Fabio guarda che abbiamo vinto, noi cambieremo il mondo”. Lui mi prendeva in giro».

Il mondo l’avete cambiato?

«Guardando indietro, non so mica se abbiamo cambiato qualcosa. Però, ripensandoci, almeno un pochino ci abbiamo provato e lo abbiamo fatto insieme».

E lui invece quando ha mollato gli ormeggi?

«Di lì a breve. Ci siamo innamorati subito. Ormai sono sedici anni che siamo insieme. Non c’è mai stato un attimo di confusione».

Una cosa che vi fa litigare?

«Difficilmente litighiamo, discutiamo moltissimo perché abbiamo opinioni che non sempre sono identiche, ma litigare no. Siamo veramente uniti su tutto, è la cosa meravigliosa della seconda parte della mia vita. E la cosa bella è che, mentre il più delle volte le difficoltà dividono, io mi innamoro di lui ogni giorno di più. Ogni volta, per esempio, che lo vedo dannarsi fino a tarda sera per un processo, io mi “addanno” con lui. E andiamo a letto parlando di questo».

Non parlate di una serie Netflix?

«Le coppie comuni parlano del più e del meno, lo dico con tutto il rispetto e anzi le ammiro. Noi invece parliamo di quello che è successo, magari a mezzanotte ci troviamo a parlare di Fakir a Bologna e ad arrabbiarci per quello che succede. È questo che ci unisce, che ci tiene veramente molto legati: batterci per le stesse battaglie».

Dove andrete in viaggio di nozze?

«A Fiume, dove sono le origini della famiglia di Fabio, che ha vissuto il dramma delle foibe. Il nostro sogno è andare lì a ritrovare le radici».

A proposito di radici, perché le Marche?

«Entrambe le nostre famiglie provengono da qui. I miei nonni paterni e la famiglia di Fabio provengono dal pesarese, questi rimangono i nostri luoghi del cuore. Viviamo in una casa in collina a Vallefoglia. Per questo ci teniamo a sposarci qui».

Chi vi sposerà?

«Palmiro Ucchielli, il sindaco di Vallefoglia, ex senatore del Pd. Nel tempo è diventato un amico».

Chi è più di sinistra tra voi due?

«Entrambi siamo di sinistra, ma io di più».

Chi è più arrabbiato con la sinistra?

«Lui, per tutti gli errori che la sinistra ha fatto nel corso degli anni». 

Simenon, il rumore sotterraneo della vita


Georges Simenon, Domenica, traduzione di Daniela Salomoni, Adelphi, Milano 2026

Non c’è autore più adatto a una lettura estiva di Georges Simenon. E non perché sia leggero o non importante. Simenon è uno scrittore gigantesco, ma trovo che leggerlo in mezzo al canto pettegolo delle cicale, sdraiati su un’amaca magari, in costume da bagno, o in un bosco durante la sosta di una lunga camminata, sia l’ideale. Perché Sim ti accompagna ovunque col rumore sotterraneo della vita, vita interiore, spesso cattiva, vergognosa, vendicativa, ma con il respiro leggero della normalità, e senza comunicare apprensione. Paradossalmente – invece – serenità, forse rassegnazione. Ti dice: vedi, questa è la natura umana, le cose stanno così. Ha scritto un numero infinito di libri e ognuno è libero di preferire un titolo o l’altro. Direi che va bene tutto, Maigret e non Maigret, proprio tutto. Adelphi lo sta pubblicando e ripubblicando da anni, interamente, e c’è sempre ancora un romanzo da proporre per la prima volte in italiano ai lettori. Il più recente, nella traduzione di Daniela Salomoni, s’intitola Qualcosa deve accadere di domenica. C’è un uomo che detesta la moglie, molto superiore a lui va detto, anche se non particolarmente simpatica – ma sfido a trovare in Simenon, Maigret a parte, personaggi “simpatici”. Dunque, deve accadere che lui di questa moglie si sbarazzi. Sì, la vuole uccidere, togliersela dai piedi. Perché si è innamorato di Ada, la nuova giovane lavorante dell’alberghetto che gestiscono insieme, lui in cucina, la moglie a fare perennemente i conti? Ma no, non per questo. Ada gli sta bene perché è selvatica e sottomessa. L’amore è un’altra cosa e a lui non è dato sapere cosa sia. In scena Sim non mette grandi sentimenti, semmai la miseria delle emozioni e delle spinte interiori di uomini e donne, che si lasciano travolgere dalla loro insignificanza. Ecco, quale altro autore ha saputo meglio raccontare, attraverso pensieri e gesti anche minimi dei personaggi, tanta mediocrità? Non c’importa nemmeno se quella moglie sarà uccisa o no. Il fatto è che, fra cicale assordanti e il caldo infinito di questa estate, non c’è nulla di più confortevole che starsene fermi a leggere Simenon.


                                                                                                       Sandra Petrignani

Guccini, uno stile


Guccini scriveva in ipotassi
Internazionale situazionista, 6 agosto 2026

 A Pavana il Limentra stamattina faceva lo stesso rumore di ieri. In quella casa piena di oggetti dei vecchi, tra le tracce di un passato che era suo e insieme di tutti, si è fermato Francesco Guccini a 86 anni, e nel giro di un’ora tutta Italia ha cominciato a fare la cosa che sa fare meglio: l’elenco.

La locomotiva, Dio è morto, Auschwitz, Cirano, la Bovary, L’osteria di fuori porta. Le canzoni si contano, si condividono, si allineano come santini sul cruscotto, dalle autoradio di una volta ai tablet di oggi, rigorosamente su Spotify.

Solo che del modo in cui erano costruite, tutte quelle canzoni, non sta dicendo niente nessuno.

Eppure la faccenda è tutta lì, perché già ai tempi di Guccini nessuno scriveva come Guccini. Non so se siete d’accordo o meno, non me ne frega niente, sta di fatto che in questi anni non ho mai cambiato idea a riguardo, perché specialmente oggi, con quello che passa la radio (o Spotify, con dietro l’industria musicale) la questione non si pone proprio, perché mancano gli strumenti per porla.

I due nomi che mettono sempre accanto al Maestrone lavoravano per immagini. Sì, parlo di De André e De Gregori, che procedevano e procedono per folgorazione, per simbolo, più per elissi che per cerchio: il verso è una lastra fotografica e quello che non c’è dentro ce lo metti tu con la tua vita (e bada che sia vissuta).

Guccini invece lavorava per sceneggiature. Non so se mi sono spiegata, secondo me aveva in testa come un piano sequenza: stabiliva il campo lungo, entrava in un interno, chiudeva su un dettaglio, poi staccava sulla voce di chi guardava e commentava quello che aveva appena mostrato.

Amerigo comincia da una fotografia appesa e finisce in una biografia di classe, con l’emigrazione, il ritorno e la sconfitta silenziosa. Autogrill dura il tempo di un caffè e contiene un racconto compiuto, con un protagonista, un antagonista tutto interiore e un riconoscimento che non avviene. Ecco, provate a trovare qualcosa di simile nella canzone italiana degli ultimi trent’anni. Spoiler abbastanza citofonato: non c’è. Ci sono solo ritornelli che fanno incazzare fatti per un tempo medio di ascolto che si è accorciato. Che poi, se c’era una cosa di cui si trovava sempre il tempo era per ascoltare della buona musica, e adesso neanche quello. Ma come siamo diventati, ci siamo accorciati la parte bella della vita, come un autosabotaggio.

Poi c’è la sintassi gucciniana, che è il posto dove si vede il mestiere, e qui inizia il vero divertimento. Guccini è stato l’unico autore italiano capace di reggere una subordinata per quattro versi senza che il canto perdesse il filo. Vacca boia, ipotassi vera: proposizioni incastrate una dentro l’altra, participi, relative che si aprono e si chiudono a distanza di righe, incisi che rallentano e poi ripartono. Gli altri usano il verso come un’unità chiusa che si conclude con la rima. Lui lo usava come una battuta di un discorso che continuava oltre la rima, e l’enjambement ti obbligava a trattenere il fiato e la memoria fino al verso successivo, mentre la musica andava avanti per conto suo.

Da qui l’attenzione plurima che chiedeva a chi ascoltava, che tradotto diciamo che all’inizio abbiamo fatto tutti una gran fatica. Devi tenere aperti tre piani insieme: la storia, la voce che la racconta, e il tempo da cui la racconta che quasi mai coincide con il tempo dei fatti. Tre livelli simultanei mentre il pezzo scorre e non ti aspetta. Nessun altro in Italia ha mai preteso tanto da chi stava dall’altra parte ed è per questo che le sue canzoni funzionano come i libri: si aprono a strati, e lo strato che si apre dipende da quanti anni hai. A vent’anni le canti a memoria e sei convinto di averle capite. A cinquanta ti accorgi che quella dell’osteria parlava della fine di una giovinezza collettiva, e che nel frattempo l’hai attraversata pure tu senza accorgertene.

Guia Soncini, ai tempi degli ottant’anni, lo ha inquadrato rovesciando il senso comune: la scrittura veniva prima, la canzone è stata il mestiere di qualche decennio. Mi permetto umilmente di aggiungere che era un aedo con il fischio di un treno al posto della lira. La vocazione era l’oralità, non la pagina. Ha scritto romanzi con le tecniche del racconto a voce, le ripetizioni, i modi di dire, il dialetto di due paesi diversi, perché era “bilingue tra il modenese della madre e il pavanese del padre”. Roversi lo aveva capito subito e lo aveva chiamato con la formula esatta: il metodo di un cantastorie. Lui si definiva un cacciatore di parole e sosteneva che le parole, quando messe insieme, vibrano e dicono al di là di quello che significano. Eccola qui la dichiarazione del metodo, e boia se è vera.

Sul resto si è già detto tutto e male, aggiungerei. Nel 2020 dichiarò a Cazzullo di non essere mai stato comunista e mezza stampa titolò come se avesse riconsegnato la tessera al nemico, ignorando che una tessera non l’aveva mai presa. La postilla arrivò poco dopo, su L’Espresso, e nessuno ebbe voglia di leggerla: sempre di sinistra, con una simpatia per il Partito d’Azione e per l’anarchia romantica di fine Ottocento, quella delle canzoni di Pietro Gori. Da libertario non poteva stare con Togliatti, e nelle discussioni con gli amici comunisti tirava fuori Barcellona e gli anarchici ammazzati dagli stalinisti. Poi però a un certo punto arriva Berlinguer, un comunismo occidentale ripulito dai carri armati di Praga, e la risposta è secca: “con lui ho votato”. Oh, Berlinguer che fece votare anche Guccini, me la devo ricordare più spesso perché mi fa sorridere e anche un po’ commuovere, adesso.

Ecco il punto, e non è una contraddizione da sciogliere: uno che rifiutava l’ortodossia e riconosceva un avversario dello stalinismo quando ne vedeva uno, che teneva la posizione senza appendersi a una fede. Il conflitto lo interessava come analisi, l’appartenenza invece gli sembrava più folklore. Intanto però chiudeva i concerti con migliaia di ragazzi a pugno chiuso che urlavano di un ferroviere lanciato contro l’ingiustizia, e nel ‘76 con L’avvelenata mandava a quel paese il mercato, la critica, i puri di sinistra e i suoi stessi ammiratori dentro lo stesso pezzo, rimanendo per giunta in una forma metrica impeccabile. Ma provateci voi a essere così incazzati e così precisini contemporaneamente.

L’antifascismo, invece quello non ha mai avuto sfumature. Nel 2020 gli venne il voglino di aggiornare le parole di Bella Ciao con tre nomi della destra italiana, e la reazione isterica che ne seguì, con l’accusa di seminare odio, gli diede ragione meglio di qualsiasi argomento. Diceva che stava tornando una destra violenta e prepotente, e lo diceva guardando i reduci della Decima Mas ancora fascisti in televisione e la scorta assegnata a Liliana Segre.

Il fatto è che non aveva la sfera di cristallo ma si faceva forza nelle sue, come le chiamiamo oggi, red flags, e no, a sto giro non parlo di bandiere rosse. Sta di fatto che ci aveva preso.

C’è da dire che aveva anche i suoi torti da vecchio e non serve mica nasconderli oggi, perché fan parte del personaggio. Quando liquidava il rap dicendo che quella roba lì nasce in certi ghetti e non la può fare chi cresce coi tortellini della nonna, parlava da montanaro che aveva smesso di ascoltare. Ma quando diceva che l’imbarbarimento della canzone era solo un capitolo dell’imbarbarimento generale del Paese, e che era una faccenda politica prima che di gusto, aveva ragione da vendere. Serviva gente preparata, gente fatta in un certo modo, per produrre quella roba. Quella gente il mercato ha smesso di formarla perché costa e non rende, sia a livello economico che - fatemi fare l’avvelenata un attimino, che Guccini lo mastico giusto da qualche decade - politico.

Quindi se il mondo va come va, se la lingua pubblica si è ridotta a slogan e la canzone a un jingle sentimentale con la voce autotunata, è anche perché una certa razza d’uomo si sta esaurendo, quella impegnata, avvelenata, stordente, riflessiva. Quel tipo di gente che leggeva tutto, che rifiutava il centro della scena per stare su un appennino a inseguire un dialetto morto, che ci metteva anni a scrivere quattro versi e pretendeva che tu ci mettessi anni a capirli. Il vento degli anni se la porta via uno alla volta, e insieme a loro si porta via le parole. E ai superficialotti restano gli elenchi.

Fonti e letture dai quali ho preso spunto: la conversazione di Daniela Massafra con Guccini a Pavana per il Centro di ricerca PENS (2018); l’intervista di Gigi Riva a Guccini su L’Espresso del 19 ottobre 2020; l’articolo di Guia Soncini sugli ottant’anni di Guccini su Linkiesta del 9 giugno 2020.
Mi si perdonino le inesattenze, gli errori, eventuali refusi, ma “se io avessi previsto tutto questo” non avrei scritto di pancia. Oggi piango, ma non mi fermo.

martedì 11 agosto 2026

La strage delle ancelle

Sonia Macrì
Odisseo, Nausicaa, Arianna o l'altra faccia del mito

il manifesto, 12 luglio 2026 

«Ehilà! Signor Nessuno! Signor Senzanome! Signor Maestro d’Inganni! Signor Manolesta, nipote di ladri e bugiardi!», esclama un coro di ragazze rivolgendosi al suo carnefice. Sono dodici schiave senza nome, colpevoli di essersi concesse a uomini da cui avrebbero dovuto stare lontane o, forse, innocenti vittime del loro abuso. Ma non è importante, perché non sono più in vita, è dal mondo dei morti che levano la loro voce contro l’uomo spietato che le ha fatte impiccare.

Di chi si tratta? Di Odisseo, o Ulisse per dirla alla latina. Quando? Al tempo del suo ritorno a casa e della celebre vendetta ordita – insieme al figlio Telemaco – contro i pretendenti di Penelope e contro le giovani e belle ancelle della reggia di Itaca. Un atto crudele, da vero fuorilegge perché i Proci, in fondo, non avevano commesso alcun omicidio – solo questo nel diritto arcaico ne avrebbe giustificato l’uccisione – e quanto alle serve, nella loro posizione, avrebbero forse potuto sottrarsi a quelle avances? Ulisse, sì, ma non lo stesso della versione canonizzata dell’epos omerico, piuttosto quello immaginato da Margaret Atwood nel romanzo Il canto di Penelope, in cui il reduce dalla guerra di Troia passa in secondo piano: sovrastato dalla denuncia delle ancelle, irriverenti ma incolpevoli, e dalla versione dei fatti che racconta una Penelope tutt’altro che fedele; piegato a un copione che inverte il punto di vista e restituisce la parola a chi non l’aveva nell’antico poema; un Ulisse che incarna il modo in cui la violenza maschile può prevaricare la sfera del femminile.
Non che la prospettiva della Atwood sia l’unica a gettare questo tipo di sguardo sul personaggio greco. In realtà sono gli stessi autori antichi a suggerire l’idea che Ulisse sia un uomo con molte ombre, quando non proprio un anti-eroe. Già i versi dell’Odissea e quelli dei tragediografi gli attribuivano i tratti equivoci dell’avidità e della bugiarderia – secondo alcuni li aveva ereditati dal nonno materno Autolico –, ma è soprattutto uno l’evento destinato a immortalare «l’altra faccia» di Ulisse, vale a dire quello che lo vede sbarazzarsi senza alcuno scrupolo dell’eroe Palamede.
Le cose andarono probabilmente così: Palamede decise di assoldare Ulisse tra le schiere dei guerrieri che avrebbero combattuto a Troia, ma questi non voleva partire e simulò uno stato di follia; per smascherarlo, Palamede finse di voler uccidere il piccolo Telemaco e costrinse Ulisse a intervenire e a rivelare la propria presenza di spirito, per poi arruolarlo; in seguito, a Troia, Ulisse fece in modo che Palamede passasse per un traditore, per vendicarsi di lui, decretandone la condanna a morte. Le informazioni di tutta la storia – di cui si tace nella tradizione epica – provengono da alcuni frammenti di Sofocle e di Euripide, dal sofista Gorgia, dai mitografi Pseudo-Apollodoro e Igino, da Ovidio e dalla testimonianza tarda dello scrittore Filostrato, che nell’Eroico non esita a contrapporre all’uomo dissimulatore, maligno e per niente degno di ammirazione (Ulisse, appunto), un rivale sapiente e animato dalle più nobili virtù.
Eppure, non è certo con l’eroe integerrimo e gentile, non è con Palamede che da esseri umani possiamo stabilire un senso di identificazione, ma con Ulisse, con i suoi impulsi violenti e con il suo sapersi rimettere sempre in gioco. «Odiosamato Odisseo», «Che cosa vedremmo se si voltasse? Uno dei mille volti o il riflesso di noi stessi?», si chiede Maria Grazia Ciani (Le porte del mito Il mondo greco come un romanzo, Marsilio «Biblioteca», pp. 138, € 15,00) mentre ci conduce per gli andirivieni di questo e di altri miti, attraverso una raccolta di brevi saggi che investono varianti inesplorate e tematiche eterogenee – come la questione della traducibilità del greco antico, le similitudini omeriche, il «prototipo» della cartella clinica – con il rigore che contraddistingue la sua ben nota attività di filologa e traduttrice, ma anche con straordinaria capacità affabulatoria.
La studiosa procede avvalendosi non solo degli strumenti del mestiere, ma di molti altri tasselli del suo vissuto intellettuale e convoca molteplici punti di vista, da quello di Virginia Woolf a Sàndor Màrai, da Immanuel Kant a Simone Weil, Wislawa Szymborska e Mimmo Jodice. Nel farlo, si affida a una citazione posta in esergo al volume che recita «La conoscenza può mostrarsi utile, / però è anche divertente fare ipotesi / piuttosto che sapere». Questi versi di un grande poeta del Novecento, W. H. Auden, sono come un apriti sesamo che spalanca le porte del libro a una riflessione di fondo: ogni quesito dischiude una foresta di possibilità e di risposte aperte.
Di certo, il lettore di questa raccolta di saggi dall’andatura narrativa si sorprenderà a scoprire quali sono le alternative offerte dalle fonti antiche meno battute: un’Arianna che guida Teseo nel labirinto non con un filo ma con una corona rilucente d’oro e di pietre preziose, un Achille ormai morto che scambierebbe volentieri la sua gloria con la più miserabile delle esistenze… È impossibile ridurre il mito a una lettura univoca, al punto che possiamo leggere l’Odissea – poema scevro da qualsiasi deriva ‘romantica’ – come il primo testo della letteratura occidentale che prospetti un legame d’amore ideale: presenza del tutto allusiva, certo, ma non così sommersa da impedire il suo riaffiorare in forma esplicita nelle successive ricezioni dell’opera. Quello delle riscritture mitologiche è un campo che Ciani ha recentemente scandagliato da scrittrice, oltre che da grecista, facendoci immaginare con delicato lirismo i pensieri più reconditi di Penelope (La morte di Penelope, Marsilio 2019).
In quale variazione sul mito ci trascinerà in questo caso la studiosa? Ulisse e Nausicaa, ovvero lo straniero e la principessa. Lui è un naufrago, che si fa cantore di incredibili peripezie (le proprie, con i Ciclopi, Circe, le Sirene e così via); lei è una giovane che si accende per la prima volta di turbamento e di desiderio. Lo straniero è pronto a sfidare di nuovo la morte e non per i pericoli dell’ignoto, ma per un bacio della figlia del re, quindi riparte. La ragazza affronta il mare e un destino sconosciuto, pur di seguirlo. A questo punto, però, siamo in un’altra Odissea: quella narrata dal graphic novel di Bepi Vigna e Andrea Serio Nausicaa. L’altra Odissea (Kleiner Flug 2018) con almeno due colpi di scena. Nausicaa incontra Penelope, che rinnega l’eroicità del marito e ne addita «i vizi, gli inganni, le falsità». Infine, la principessa ritrova il suo amore in un angolo sperduto di mondo, ma non si tratta di Ulisse in persona: adesso è un vecchio cantastorie cieco, che si fa chiamare Omero e che per un soldo è pronto a ricominciare, ovvero a raccontare avventure inimmaginabili. Che si tratti di verità o menzogne poco importa.

La fuga su un carrello



Domenico Agasso
"Pericolo di attentato iraniano": così Trump l'8 luglio è fuggito dall'Air Force One su un carrello

La Stampa, 11 agosto 2026

Una manovra diversiva per evitare una minaccia ritenuta concreta di un attentato da parte dell’Iran. Donald Trump l’8 luglio è rientrato dal summit Nato di Ankara fingendo di salire sull’Air Force One per poi svicolare, tramite un container di quelli usati per caricare sugli aerei i carrelli portavivande, su un altro aereo, un C-32 A dell’Air Force. Il tutto è avvenuto senza che i giornalisti del pool che seguono costantemente il presidente fossero avvisati e senza che gran parte della delegazione Usa fosse consapevole di quanto stesse accadendo.
A rivelare l’operazione è stato il Washington Post che cita fonti anonime. Al momento né Casa Bianca né Pentagono e nemmeno la struttura del Secret Service che ha gestito l’operazione hanno rilasciato dichiarazioni. Un’azione top secret che si è sviluppata sul tarmac dell’aeroporto di Ankara. Ecco come. Trump ha annunciato su Truth che avrebbe utilizzato il vecchio “Air Force One”, quello con livrea azzurra anziché quello nuovo, il famoso Boeing 747 donato lo scorso anno dal Qatar. Questo, infatti, manca di alcuni dispositivi di sicurezza hi tech. La rivelazione delle mancanze di questo velivolo è stata rivelata dal New York Times. I quattro giornalisti autori dello scoop sono stati bersaglio di inchiesta e mandato di comparizione, poi ritirato. Trump dapprima aveva detto che avrebbe usato il nuovo AF1 così da poterlo mostrare alle truppe Usa di stanza nel Regno Unito dove alla base di Mildenhall era previsto lo scalo tecnico. Poi la decisione di ricorrere al vecchio velivolo.
L’8 luglio, al termine del summit, Trump è salito regolarmente a bordo dell’AF1 e ha salutato dopo aver percorso la scaletta. Il tutto documentato dalle tv e dai video. I reporter sono saliti dalla parte posteriore. Poi a loro è stato ordinato di abbassare le tendine per questioni di sicurezza. Nessuno ha ovviamente fatto obiezioni. Intanto nella parte anteriore il presidente “scivolava” via insieme ad alcuni membri della delegazione – di certo il segretario della Guerra Pete Hegseth – tramite un camioncino che trasporta il catering, diretto al C-32 A parcheggiato poco distante. C’è un video che riprende un camioncino sotto la pancia dell’aereo che alza e abbassa un montacarichi. C’è un buco di 40 secondi e non si sa se in questi sia avvenuto o meno il trasbordo. Poi gli aerei sono decollati. L’AF1, di fatto utilizzato come esca con gli ignari passeggeri a bordo, mentre sul C-32A c’era il presidente. Il segnale di volo di questo aereo (RCH18) è stato tenuto spento per tutto il tragitto, mentre è ricomparso una volta nello spazio aereo britannico. Anche l’Air Force One “qatariota” è arrivato a Mildenhall, ma il suo segnale è rimasto costante (il codice del volo è SAM 33). L’Air Force One che teoricamente e come annunciato doveva avere il presidente a bordo è atterrato nel Regno Unito alle 10.29 della sera e aveva il segnale AF1 malgrado Trump fosse su un altro velivolo.
Secondo i resoconti del pool al seguito, il viaggio è stato privo imprevisti e «nessun visitatore è andato nella cabina della stampa». È un’espressione tipica del gergo del pool che così riferisce o meno se c’è stata interazione con il presidente o qualche funzionario. L’ordine di atterraggio nel Regno Unito è stato: prima SAM 33, poi il C-32A con Trump a bordo un’ora più tardi e infine, appena novi minuti dopo il Boeing con i giornalisti. Non è chiaro, scrive il Washington Post, come Trump, sia a quel punto stato trasferito dal C-32A al vero AF1, ma alle 10.56 (27 minuti dopo l’atterraggio) è stato ripreso dalle telecamere mentre scendeva la scaletta dall'Air Force One. Nella tratta fra il Regno Unito e Washington il presidente ha parlato con i giornalisti per 15 minuti nei quali ha evidenziato il pericolo posto dall’Iran senza però rivelare il sotterfugio cui il Secret Service era ricorso per tenerlo al sicuro.
È raro che i presidenti Usa viaggino senza che la stampa sappia gli spostamenti o sia in prossimità. I giornalisti hanno viaggiato con Bush, Obama e Biden in zone di guerra più volte. Un esempio su tutti il viaggio in treno che Biden fece in Ucraina in gran segreto ma con un gruppo ridotto di reporter, avvisati per tempo e sottoposti a una ferrea regola del silenzio e senza cellulari, al seguito. Nelle ore immediatamente seguenti l’11 settembre, la posizione di Bush non fu rivelata per qualche ora e la Casa Bianca si era limitata a parlare di trasferimento del presidente “in una località non rivelata”. La differenza rispetto a quanto capitato con Trump è che non dissero che il presidente era da qualche parte e invece non lo era.
La segretezza, comunque, dell’operazione rivela quanto fosse ritenuta credibile la minaccia iraniana. New York Times e CBS avevano riferito di un «pericolo specifico».

domenica 2 agosto 2026

La sceneggiata romana

Andrea Colombo
Giorgia e l'allarme rosso per riconquistare la scena

il manifesto, 2 agosto 2026

L’emergenza c’è stata, certamente pilotata da chi usa disperati e migranti come carne da cannone. È durata poche ore, senza rappresentare mai un problema per l’Italia, e si è dissolta.

Giorgia Meloni non se ne è accorta o, più precisamente, finge di non essersene accorta. Quando ha preso l’inaudita decisione di chiudere senza motivo i confini per chi arriva dalla Spagna, ma solo se ha la pelle scura, era già evidente l’assenza di pressione sui confini della patria. Quando ieri ha vergato, con la sodale socialdemocratica danese Fredriksen, una missiva rivolta ai vertici Ue per reclamare «risposta europea immediata e coordinata» ai fatti di Ceuta, era palese che di quella tempestiva risposta non c’era più alcun bisogno. Tuttavia 20 governi europei hanno apposto la loro firma in calce alla richiesta, che è stata naturalmente accolta.

Della sceneggiata isterica ed emergenziale seguita alla “invasione” di Ceuta Meloni è stata la principale regista. Ha aperto le danze e poi dato il la, pur non avendo assolutamente nulla da temere. In parte ha agito in conto terzi. Ha dato una mano allo stretto compagno d’arme Santiago Abascal, leader di Vox, ma anche ai Popolari spagnoli che si preparano a tentare la spallata contro Sánchez a braccetto con i franchisti. Facendo il gradito favore alla destra spagnola, la leader di quella italiana lo ha fatto anche a se stessa e ai leader cugini all’offensiva in tutta Europa.

Sánchez è la bestia nera tanto della destra radicale quanto di quella egemone nel Ppe, l’anomalia da eliminare prima che il contagio si diffonda, la ridotta da conquistare per chiudere il conto con la sinistra europea.

Colpire il governo di Madrid significa indebolire i rivali ovunque. La sua testa sarebbe anche un grazioso dono da offrire al capriccioso imperatore di Washington, che lo ha messo in testa alla sua lista nera da un pezzo e che non ha perso tempo nel dare man forte al coro europeo, come sempre con toni ancor più splatter. Probabilmente però la premier italiana si sarebbe mossa allo stesso modo comunque. La virata brusca dell’Europa sulla rotta dei respingimenti e della blindatura dei confini è il solo successo che Meloni possa vantare sul fronte che l’ha vista per quattro anni più impegnata, quello della politica estera.

Ceuta offriva l’occasione per piazzare indebitamente quel dossier, oggi in realtà secondario, al centro della scena europea. Meloni l’ha colta stravolgendo la realtà, inventando di sana pianta un allarme rosso inesistente, cercando e trovando un incidente internazionale assolutamente gratuito. Oggi figura come punta di una sorta di internazionale nera che la riavvicina a Trump ma anche come punto di riferimento delle politiche migratorie della civilissima Europa. Si frega le mani e la si può capire. Molto più difficile è capire la reazione di quei governi e di quell’establishment europeo che, di fronte a un attacco tanto ruvido quanto immotivato e comunque di valenza politica inaudita, hanno di fatto scelto la complicità. Se la decisione italiana di sospendere per un mese il trattato di Schengen non appare ridicola e pretestuosa qual è, se non viene bollata come colpo basso che mina deliberatamente i vincoli di solidarietà e lealtà tra i Paesi dell’Unione, è perché nessuno osa dirlo apertamente. Nessuno si smarca. Nessuno critica. Nessuno punta l’indice. Molti, anzi, si accodano.

Su tutti i leader europei grava il ricatto dell’estrema destra. Ciascuno si sente nei rispettivi Paesi assediato. Ognuno cammina sulle uova nel terrore di facilitare il lavoro agli assedianti scontentando gli umori dell’elettorato sul tema che più di ogni altro gonfia le vele di una destra sempre più radicale. Senza rendersi conto che, in questo modo, la destra radicale ha già vinto comunque. Così persino una messa in scena ai limiti del buffonesco come la sospensione di Schengen finisce per pagare chi l’ha allestita.

sabato 1 agosto 2026

L'Italia sorda e cieca

 




Afflusso di migranti a Ceuta: la Spagna di fronte a una crisi senza precedenti e sotto il fuoco della destra mondiale
Le Monde, 1 agosto 2026 

Mentre la maggior parte delle 50 000 persone che sono entrate nell’enclave spagnola in Marocco giovedì 30 luglio sono già partite, l’Italia di Giorgia Meloni vuole sospendere la Spagna dall’area Schengen.

Par  (Barcelone, correspondance),  (Rome, correspondant) et

Publié aujourd’hui à 05h00, modifié à 08h18Le chef du gouvernement espagnol, Pedro Sanchez, et son ministre de l’intérieur, Fernando Grande-Marlaska, le long de la clôture frontalière de Tarajal, séparant l’enclave espagnole de Ceuta du Maroc, le 31 juillet 2026.
Lo sgomento della Spagna di fronte all'ondata di aggressioni verbali contro di essa è commisurata alle violenze scatenate contro il suo governo, il giorno dopo l'improvviso arrivo di 50 000 migranti dal Marocco nell'enclave spagnola di Ceuta.
 Venerdì 31 luglio il premier socialista, Pedro Sanchez, si è recato sul posto per denunciare “un attacco” e una “violazione dell’integrità territoriale della Spagna” da parte delle “mafie” accusate di essere all’origine della voce di aprire il confine. Alla fine della giornata, ha annunciato Madrid, più di 48 000 migranti – la maggior parte dei quali marocchini, principalmente giovani uomini – si erano voltati indietro e avevano lasciato Ceuta. Trentaquattro sono morti.

Anche se non sappiamo per il momento cosa abbia spinto il Marocco, che di solito controlla da vicino le sue frontiere, a lasciare passare decine di migliaia di migranti, la ripresa politica è stata immediata. In Spagna, alcuni vedono la mano di Donald Trump in questo caso che è tempestiva per tutti i leader in inimicizia con Pedro Sanchez, uno degli ultimi capi di governo di sinistra in Europa, a causa delle sue posizioni contro il riarmo dei paesi membri della NATO, il suo rifiuto di aprire lo spazio aereo del suo paese agli aerei americani per la guerra in Iran, o le sue dichiarazioni a favore della Palestina.

Venerdì 31 luglio il premier socialista, Pedro Sanchez, si è recato sul posto per denunciare “un attacco” e una “violazione dell’integrità territoriale della Spagna” da parte delle “mafie” accusate di essere all’origine della voce di aprire il confine. Alla fine della giornata, ha annunciato Madrid, più di 48 000 migranti – la maggior parte dei quali marocchini, principalmente giovani uomini – si erano voltati indietro e avevano lasciato Ceuta. Trentaquattro sono morti.

Anche se non sappiamo per il momento cosa abbia spinto il Marocco, che di solito controlla da vicino le sue frontiere, a lasciare passare decine di migliaia di migranti, la ripresa politica è stata immediata. In Spagna, alcuni vedono la mano di Donald Trump in questo caso che è tempestiva per tutti i leader in inimicizia con Pedro Sanchez, uno degli ultimi capi di governo di sinistra in Europa, a causa delle sue posizioni contro il riarmo dei paesi membri della NATO, il suo rifiuto di aprire lo spazio aereo del suo paese agli aerei americani per la guerra in Iran, o le sue dichiarazioni a favore della Palestina.

“Stiamo assistendo a un’importante operazione di destabilizzazione in cui gli Stati Uniti, notoriamente vicini al Marocco, partecipano ampiamente”, ha detto Guillermo Fernandez Vazquez, ricercatore di scienze politiche presso l’Università Complutense di Madrid. A Washington, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che da mesi definisce Spagna (“partner spaventoso”, ha accusato il presidente degli Stati Uniti, venerdì, di aver compiuto “sforzi deliberati” per promuovere questa immigrazione illegale.

In Israele, il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, ha invitato Pedro Sanchez, con tono sarcastico, ad “ospitare tutta la gente di Gaza che vorrebbe emigrare”, mentre a New York Danny Danon, ambasciatore dello Stato ebraico alle Nazioni Unite, ha preso in giro una Spagna “che non perde mai l’occasione di dare lezioni a Israele, ha dichiarato lo stato di emergenza « au monde entier pourquoi elle maintient des enclaves coloniales en Afrique »in Africa”

Madrid convoca l'ambasciatore italiano

Un errore di fatto, il governo spagnolo ha indicato, giovedì, che non era legalmente possibile per dichiarare lo stato di emergenza a Ceuta nonostante l'insistente richiesta delle autorità locali in questa direzione, e una falsità storica - l'esistenza delle enclave spagnole in Marocco risale al 1580 per Ceuta e 1497 per Melilla. “Questi territori riconosciuti come tali dal diritto internazionale sono antichi come la stessa Spagna. Chiedere la decolonizzazione è sciocco come immaginare che la Francia chieda la sovranità sulle isole britanniche di Jersey e Guernsey”, ha dichiarato Ignacio Molina, direttore della ricerca presso il Royal Elcano Institute di Madrid.

Tutta l'Unione europea è scossa da questa crisi straordinaria che supera di gran lunga l'ingresso di 10 000 migranti a Ceuta nel maggio 2021. In Italia, la presidente del consiglio, Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia, di estrema destra), e i suoi alleati hanno annunciato, con il sostegno di Finlandia e Danimarca, la “sospensione” del regime di Schengen per i legami aerei e marittimi con la Spagna. Su X, ha parlato di una “misura eccezionale per proteggere la sicurezza nazionale”.

Questo tipo di sospensione è temporaneamente possibile, ma deve essere notificato e giustificato alle istituzioni europee, come ha sottolineato la Commissione. Essa intende affrontare solo condizioni eccezionali di minaccia per la sicurezza interna degli Stati membri. Tuttavia, nessun furto o traghetto è probabile che porti persone che sono entrate illegalmente a Ceuta, che non possono raggiungere liberamente la Spagna continentale senza identificarsi a un posto di blocco della polizia. “L’integrità dell’area Schengen è assolutamente garantita”, ha detto il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares. In risposta agli attentati di Giorgia Meloni, Pedro Sanchez ha ricordato che, secondo l'agenzia europea Frontex, tra il 2021 e il 2026, 478 600 migranti sono arrivati in Italia, 340 600 nei Balcani occidentali, rispetto ai 234 760 in Spagna. “Non è il momento di dividerci. È tempo di continuare a costruire un’Unione europea forte e unita”, ha scritto il primo ministro spagnolo su X.

Per il leader italiano, vicinissimo al leader della formazione spagnola di estrema destra Vox, Santiago Abascal, e in sintonia con l'internazionale reazionaria sulla puntata di Ceuta, la sfida è lanciare la campagna delle elezioni legislative del 2027, anche se rischia una crisi diplomatica con la Spagna.

Il giorno prima, Madrid aveva già annunciato di convocare l’ambasciatore italiano dopo la trasmissione sul suo racconto X del ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, delle false informazioni che il governo di Sanchez aveva fatto la scelta di “dare la cittadinanza spagnola, e quindi europea, a più di 500 000 immigrati irregolari”. Un'allusione alla recente regolarizzazione dei migranti privi di documenti in primavera in Spagna, che riguardava solo le persone già presenti nel Paese e doveva rilasciare loro un permesso di soggiorno per lavorare, in nessun caso per concedere loro un passaporto spagnolo.

"Una crisi puramente politica"

Il caso di Ceuta “non è una crisi migratoria, ma una crisi puramente politica”, afferma Haizam Amirah Fernandez, direttore del Centro per gli studi arabi contemporanei di Madrid. Quest'ultimo ricorda che quando la Bielorussia, alleata del Cremlino, aveva facilitato il passaggio dei migranti iracheni, siriani e afghani in Polonia nel 2021, la Spagna non aveva richiesto la sospensione del regime Schengen contro Varsavia.

Pol Morillas, direttore del Centro Affari Internazionali di Barcellona, ha dichiarato: “La questione della sostanza è geopolitica. Se la Finlandia sostiene l’Italia nel suo piano di escludere la Spagna dall’area Schengen è tanto più curioso perché Madrid partecipa da quest’anno alla missione delle forze di terra avanzate della NATO al confine russo-finlandese. “Oggi, l’importante per la Spagna è mantenere un forte legame con i suoi partner europei”, ha detto il politologo, che osserva che Antonio Costa, il presidente del Consiglio europeo, ha espresso la sua “solidarietà” con Madrid venerdì, una dichiarazione con il tono marziale utilizzato nella Commissione da Ursula von der Leyen e dal suo commissario alla migrazione, il conservatore austriaco Magnus Brunner, per il quale la situazione a Ceuta è “inaccettabile”

Sulla scena politica interna spagnola, pochi osservatori credono in un punto di svolta nel mandato di Pedro Sanchez, al massimo un anno prima delle elezioni politiche. “Nessuno è ingannato dalla retorica dello shock di civiltà che alimenterebbe la politica migratoria spagnola”, ha detto Steven Forti, professore di storia contemporanea presso l’Università autonoma di Barcellona. D'altra parte, il Primo Ministro è sempre più solo in Europa e potrebbe temere una mobilitazione ancora maggiore dell'elettorato di destra contro di lui.»

 https://www.lemonde.fr/international/article/2026/08/01/afflux-de-migrants-a-ceuta-l-espagne-sous-le-feu-de-la-droite-reactionnaire-mondiale_6737180_3210.html?lmd_medium=al&lmd_campaign=envoye-par-appli&lmd_creation=android&lmd_source=default