Contro l’idea di un sud dormiente
Mezzogiorno. Salvatore Lupo torna, sconfessandolo, sullo stigma secondo cui il contributo del Meridione alla costruzione della nazione è stato irrilevante
Luigi
Mascilli Migliorini
Il Sole 24ore, 12 luglio 2026
Simile nel titolo al celebre testo di Guido Dorso, ma profondamente diverso nella ispirazione e nella argomentazione – come rivelano le pagine del serrato e originale confronto con l’opera del meridionalista irpino – il libro di Salvatore Lupo, protagonista tra i maggiori delle ultime, significative stagioni di riconsiderazione critica della storia meridionale, ha il merito tutt’altro che trascurabile di opporsi ad ogni tentazione di “sonnambulismo” nel racconto delle vicende del Mezzogiorno.
Non ce ne sarebbe, e non ce ne sarebbe stato, probabilmente bisogno, dal momento che ai primi interpreti del Risorgimento era stato assai chiaro quanto il processo di unificazione nazionale poggiasse le sue fondamenta, a partire dal Novantanove napoletano, sulle dinamiche rivoluzionarie della storia meridionale e avesse trovato, poi, il proprio compimento nella rivoluzione garibaldina. Da questa netta e condivisa certezza si potevano far derivare conseguenze di varia natura, ma a nessuno, alle origini dell’Italia unita, sfuggiva che il travaglio talvolta disordinato del Mezzogiorno avesse accompagnato, non meno che il movimento più composto, del moderatismo di casa Savoia, la nascita della nazione.
Poi, per ragioni complesse, che Salvatore Lupo conosce bene e racconta qui con larghezza e profondità, tra Nation building sabaudista, Armonie anzi tempo perdute, Gattopardi dalla rassicurante pigrizia, hanno stratificato una rappresentazione liturgica e letargica del Mezzogiorno pre e post unitario capace perfino – e non sempre e non solo da “destra” per così dire – di vedere nelle Quattro giornate di Napoli non una pagina drammatica e precoce della Resistenza italiana al nazi-fascismo, ma l’ennesima riproposizione del “masaniellismo”, la conferma che a Sud ci si ribella, ci si “sfastidia”. Una terra di moti improvvisi e improvvisati della psiche morbida dei suoi abitanti che non hanno nulla a che vedere con una vera Rivoluzione. Una irrequietudine guaglionesca, una “scugnizzata” insomma, ben lontana dal progetto politico di cui è tessuta la guerra partigiana al Centro e al Nord della penisola.
La responsabilità che ha avuto in questa narrazione il processo materiale di costruzione della nazione è ovviamente determinante, tanto sul piano istituzionale quanto su quello economico. Tutto cominciò, per un verso, con il rifiuto – vi ritorna l’autore con giusta puntualizzazione – di una Assemblea Costituente, sia pure nel quadro di una monarchia appunto pienamente costituzionale, chiesta da Mazzini e da Garibaldi e rifiutata da un Re, entrato a Napoli – dichiarò Vittorio Emanuele – «per chiudere l’epoca delle rivoluzioni». Da quel rifiuto sedimentò una sovrapposizione tra Mezzogiorno e democrazia che rappresentò nei decenni successivi il vanto e la croce della società meridionale, e che Francesco Crispi, non appena giunta al potere la Sinistra parlamentare e lui non ancora diventato l’uomo forte degli anni umbertini, rivendicava tuonando in un’aula della Camera dove si stava per approvare una legge sulla pubblica sicurezza, che il Mezzogiorno era «entrato in Italia per via di Rivoluzione».
A quella sovrapposizione non giovò il brigantaggio che oggi spesso suscita nostalgie dell’immaginario e qualche indulgenza storiografica. Lo osservo sommessamente, stimolato dalle pagine di Salvatore Lupo, poiché se esso accadde, nella estensione che conosciamo, vuol dire che le ragioni ci furono tutte. Ma ci fu anche la paura di una parte rilevante dei ceti sociali protagonisti della rivoluzione risorgimentale, paura che il ricordo, mai appannatosi, del 1799 rendeva più acuta. E poi quella paura non aiutò certo le timide tentazioni di un’Italia di autonomie locali e si alleò con la più frettolosa e improvvida delle centralizzazioni post-napoleoniche in Europa.
Per altro verso, l’analisi di Rosario Romeo sui caratteri dello sviluppo economico e i suoi condizionamenti, è ben presente ancora oggi in questo libro. Un’Italia nell’Europa della seconda rivoluzione industriale era troppo, troppo ingombrante. Ce ne volevano due: una a cui toccavano le cadenze del progresso e un’altra a cui restava la consolazione del sottosviluppo (che era anche un parziale sviluppo) da traino: una locomotiva, insomma, al Nord e a Sud vagoncini che seguivano in maniera più o meno disciplinata, con la percezione di esserselo meritato per via di una atavica, irrimediabile apatia.
La via era stretta per conservare lo spirito di una rivoluzione. Eppure ce l’abbiamo fatta. Non si è persa, anzi è oggi più forte di ieri, la convinzione che senza il Mezzogiorno l’Italia non sarebbe mai esistita. Le nostalgie borboniche, se gli storici non se ne appassionano troppo, cedono il passo ad una ragionata visione delle enormi responsabilità che ebbe quella monarchia nel determinare ciò che fu anche una sconfitta politica, del Mezzogiorno come della democrazia. La repubblica, estranea a Sud per ragioni storiche, ebbe un inizio timido, ma il suo radicamento, tra i tanti e ripetuti tentennamenti degli ultimi decenni, è oggi, nella società meridionale, non meno forte che altrove, forse persino più.
Salvatore Lupo
La rivoluzione
meridionale (1816-1926). Narrazioni e memorie
Donzelli,
pagg.360, € 28

