sabato 21 gennaio 2023

Jacinda

 
 

 
Annalisa Cuzzocrea, La scelta di Jacinda, La Stampa, 20 gennaio 2023
 
Jacinda Ardern allarga il sorriso per nascondere le lacrime, mentre annuncia al mondo che non solo non si ricandiderà per un nuovo mandato, ma che intende dimettersi adesso, subito. La Nuova Zelanda avrà un nuovo premier entro il 7 febbraio. Lei, la giovane donna prodigio della politica mondiale, la più progressista tra i progressisti, la prima a guidare un Paese a soli 37 anni e ad avere, nel frattempo, anche una figlia (l'unico precedente era stata Benazir Bhutto in Pakistan) non ha paura a dire che le mancano le forze per andare avanti. «Per un mestiere come questo devi avere il serbatoio pieno e una riserva per i momenti difficili», spiega Ardern. E lei, di energia, non ne ha più.
Da questa parte del mondo, noi di Jacinda abbiamo visto solo la luce. L'empatia e il calore con cui ha affrontato il più grave attentato terroristico di sempre sul suolo neozelandese, l'attacco alla moschea di Christchurch da parte di un suprematista bianco di cui la premier ha rifiutato di pronunciare il nome in Parlamento, pur di non dargli la fama oscura che cercava; la successiva decisione, immediata e irreversibile, di vietare la vendita delle armi semiautomatiche nel Paese; la presenza - festosa - al Gay Pride del 2018 a Auckland; la formazione - con la rielezione che aveva dato a suoi Labour la maggioranza assoluta - del Parlamento più inclusivo di sempre (donne, persone Lgbtq, minoranze religiose). Un numero di morti per Covid molto basso, poche migliaia di persone su oltre 5 milioni di abitanti, grazie a un'immediata chiusura delle frontiere nella prima fase, a un lockdown molto duro nella seconda - con conseguente crisi economica ancora in corso - e a una rigida politica di vaccinazione nella terza.
Tutto questo non è stato semplice da affrontare. A un certo punto del suo discorso Ardern dice: «Le decisioni che ho dovuto prendere sono state continue e pesanti». E quindi no, questi cinque anni e mezzo non sono stati facili nonostante il sorriso, il carisma, la capacità di rispondere secca a un giornalista misogino che chiede - durante una conferenza stampa con la premier finlandese Sanna Marin - se la ragione del loro incontro è il fatto di essere due giovani donne in politica: «Avrebbe fatto la stessa domanda a Obama e Key?».
Non avrebbero chiesto al suo predecessore John Key perché incontrava Obama, i giornalisti, così come a lui sarebbero state risparmiate le settimane di polemiche dovute al fatto che – quando durante il mandato di Ardern è nata la figlia Neve – lei ha preso sei settimane di maternità. Troppo poche, per alcuni. Comunque troppe per un premier, secondo i più conservatori. Che non hanno visto di buon occhio neanche la presenza della neonata al Consiglio generale delle Nazioni Unite, aggrappata alla madre che a quell'età a casa non voleva lasciarla.
Dice Sam Neill, attore di origine neozelandese, che a Ardern non sono stati risparmiati negli ultimi mesi insulti sessisti e misogini. Mentre noi osservavamo la leader decisionista, ma col sorriso, rivendicare il potere della gentilezza in politica, parte del suo Paese la guardava con sospetto: soprattutto la galassia No vax e l'estrema destra favorevole alla liberalizzazione delle armi. A inizio febbraio avrebbe dovuto tenersi il consueto grande barbecue per la festa nazionale neozelandese, ma i servizi di sicurezza quest'anno lo hanno sconsigliato per le troppe minacce che incombono sulla testa della premier.
Ardern ha avuto sempre, in questi quasi sei anni, il dono della coerenza e della sincerità. Anche quando si è trattato di dire cose impopolari, ad esempio sui vaccini. E quindi c'è da crederle quando invita a non cercare dietrologie, ragioni oscure, dietro il suo passo indietro. «Non lascio perché è dura, altrimenti lo avrei fatto due mesi dopo aver accettato quest'incarico». Il punto non è la grandezza della sfida, ma chi si è nel momento in cui la si affronta. Avere il coraggio di guardarsi dentro e chiedersi: «Sono in grado di guidare il mio Paese ora? Ho le forze necessarie per farlo?». E dirsi no, non lo sono. E avere il coraggio di annunciarlo al mondo chiedendo contemporaneamente al proprio compagno: «Sposiamoci, finalmente». E promettendo a una bambina di quattro anni: «Quest'anno, quando comincerai la scuola, io ci sarò». L'unica cosa da capire «dopo sei anni di sfide così enormi, è che sono umana. I politici sono umani. Diamo tutto quello che possiamo, finché possiamo, poi viene il tempo di lasciare. Questo è il mio tempo di lasciare».
Solo, non ci era mai accaduto di vedere un premier che lo facesse prima che a sfiduciarlo fosse il Parlamento, il suo partito, uno scandalo qualunque. Prima di Jacinda Ardern non lo aveva fatto nessun premier, né uomo né donna. Non con la limpidezza delle sue ragioni: le forze che mancano, le priorità cui dedicarle. C'è una frase alla fine del discorso che è stata meno ripresa di tutte le altre, ma che è forse la più importante: «Spero di avervi fatto comprendere che si può essere gentili, ma forti. Empatici, ma decisi. Che puoi essere il tipo di leader che vuoi, un leader che sa quando è il momento di andar via».
Dopo decenni di potere quasi sempre declinato al maschile, queste frasi suonano rivoluzionarie. Ci sono mestieri che divorano la propria vita e non può essere un caso che sia una donna la prima a non vergognarsi di dire: non ho più le forze per portare a termine quest'impegno, scelgo la mia famiglia. Ci sono femministe cui sembrerà una resa, altre che la vedranno come una conquista. Avere la capacità di guardarsi dentro e capire cos'è meglio per sé, per le persone che si amano e perfino per il proprio Paese. Liberarsi dall'ansia di dimostrare di essere all'altezza del mito che si è incarnato (la più giovane, la donna, la progressista). Liberarsi dal fascino del potere, dalle lusinghe della fama, dalla brama di mantenerla. E poi ci sarà chi dirà facile, per una privilegiata, ma se non hai i soldi per andare avanti non è che puoi lasciare un lavoro, anche se ti rende infelice.
Ieri, il compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno, ha raccontato di com'è stato difficile riorganizzare la loro vita ora che lei è diventata presidente del Consiglio. E ha raccontato che la premier torna ogni sera alle undici, ma che la figlia cresce serena. Non ha nascosto quanto sia difficile, non ha fatto finta che la questione non si ponga, perché si pone per un leader di partito come per tutti quelli che hanno mestieri senza orari, senza limiti, pieni di responsabilità che un cittadino normale a stento riesce a immaginare. «Questo ruolo - siega Jacinda - comporta una responsabilità», se non si è in grado di sostenerla si lascia il posto a qualcun altro. Anche per questo, oltre che per un'ovvia ragione di democrazia, le leadership non dovrebbero essere eterne. Nelle aziende come in politica. Perché si mangiano la vita e servono salti mortali per tenere insieme tutto. Vale per le donne e per gli uomini, certo. Ma il mondo del potere, finora, è stato disegnato a immagine e somiglianza dei maschi. Dei loro ritmi, dei loro bisogni, delle loro esigenze. E quindi sì, per le donne ci sono - ovunque - problemi in più, pregiudizi in più, attacchi più severi quando vengono i momenti difficili. Non ammetterlo, significa solo continuare a non voler fare nulla per cambiare. —

 

venerdì 20 gennaio 2023

Soumahoro

 

 

Alessandro Ferretti 

A mio parere, a fare la figura peggiore nella vicenda Soumahoro non è Soumahoro stesso, ma i dirigenti nazionali di Sinistra Italiana e Verdi che lo hanno candidato.
Erano anni che l'operato di Soumahoro veniva messo in discussione da più parti, e si sapeva che le sue risposte alle accuse erano state evasive e insoddisfacenti. Ora sappiamo che Fratoianni era stato messo sull'avviso esplicitamente da più persone, anche interne al suo partito, e che oggi si giustifica dicendo nientemeno che "non c'erano ipotesi di reato".
Caro Fratoianni, perdonami la domanda ma davvero non capisco: ci sei o ci fai? Davvero pensi che un politico che cerca incessantemente visibilità proponendosi con grande prosopopea come simbolo vivente delle lotte degli ultimi, e che si ostina per anni a non spiegare come ha speso centinaia di migliaia di euro raccolti in beneficenza, nonostante ripetute richieste pubbliche, non finisca sotto la lente di ingrandimento mediatica subito dopo la sua elezione? Ma davvero davvero ritieni, come hai affermato, che non ci sarebbe stato alcun problema perché erano solo "voci" e "non c'erano ipotesi di reato"? Ma dove vivi, Fratoianni? Sul pianeta Marte?
Un simile clamoroso errore sarebbe stato difficile da perdonare anche nel caso che nessuno ti avesse avvisato.. ma a fronte di espliciti e molteplici avvertimenti, la stupidità di voler insistere con la candidatura è talmente colossale da risultare imperdonabile.
Io credo che di fronte a un simile errore, che mina alla radice la credibilità della dirigenza nazionale, l'unica possibilità per il partito di recuperare almeno un livello minimo di decenza passi dalla cacciata immediata di Fratoianni dal ruolo di segretario. Troppo comodo scaricare tutte le colpe su Soumahoro: viste come si sono svolte le cose, accettare le giustificazioni risibili di Fratoianni significherebbe posare una pietra tombale su un partito che già ha sofferto una terribile perdita di credibilità a causa del suo precedente segretario.
In politica, chi sbaglia paga: e se non arrivano le dimissioni del segretario, dev'essere il partito a cacciarlo via. Mi auguro che le tante persone che conosco e che militano o gravitano a vario titolo in SI si rendano conto che una netta soluzione di continuità sia indispensabile e operino urgentemente in tal senso.

giovedì 19 gennaio 2023

La Bersagliera

Gina Lollobrigida, la diva che diede speranza all’Italia che usciva dalla guerra

di Walter Veltroni

Il ricordo dell’attrice scomparsa a 95 anni, uno dei volti italiani del mondo del cinema: girò molti film negli Usa, al fianco dei più importanti attori americani. Ma i suoi personaggi, più di altri, raccontano il tempo in cui gli italiani tornavano a gustare la vita

Gina Lollobrigida, la diva che diede speranza all’Italia che usciva dalla guerra

Il primo film interpretato da Gina Lollobrigida è del 1946. Recitava il ruolo della cortigiana in «Aquila nera» di Riccardo Freda.

Bisogna soffermarsi sulla data, più che sul ruolo, per comprendere cosa abbia rappresentato l’attrice per il senso comune di generazioni di italiani. Suo padre era un ricco produttore di mobili ma perse tutto per un bombardamento alleato. E così, nella grande confusione di quel tempo la sua famiglia si trasferì da Subiaco a Roma, dalla provincia alla città, secondo il flusso migratorio delle povertà antiche e repentine di quei giorni.

La sua famiglia perse quello che aveva ma Gina aveva quello che l’Italia aveva perso: la bellezza. Partecipò a vari concorsi per miss e arrivò sempre nelle prime posizioni, ma mai ne vinse uno. Le gare di bellezza nell’Italia squarciata dalle bombe e dalla divisione possono apparire un ossimoro. Ma non è così.

Il paese che aveva pianto i figli e i mariti morti al fonte, contemplato le case distrutte dalle bombe e sofferto la dittatura, la fame e l’occupazione straniera aveva finalmente voglia di luce e di sorriso. Alla pesantezza della morte e del nero voleva opporre l’allegria del sorriso e la gioia della leggerezza. La bellezza contro il dolore. L’allegria contro la paura. Gina Lollobrigida incarnò, il verbo non è scelto a caso, questo desiderio di rinascita. Era esageratamente bella, trasmetteva una gioia di vivere che era estranea al lungo inverno italiano. Era a colori, in un mondo in bianco e nero.

L’Italia, finito il mito dell’impero, si riscopriva piccola, ritrovava il fascino delle storie minute come rifugio alle promesse fallaci di grandezza. Il piccolo comune di Sagliena, luogo immaginario, somigliava al paese intero. È lì che Luigi Comencini decise di ambientare «Pane amore e fantasia» che diventerà uno dei primi prodotti seriali della nostra cinematografia. La Lollobrigida e De Sica costituirono una coppia irresistibile. Lui ha cinquantadue anni, lei ventisei. Lui è un mondo che declina, lei il nuovo che avanza.

La Lollobrigida sarà poi uno dei volti italiani nel mondo. Girerà molti film negli Usa, al fianco dei più importanti attori americani: Burt Lancaster, Humphrey Bogart, Frank Sinatra, Steve Mc Queen, Tony Curtis. In un paese abituato agli antagonismi, da Romolo e Remo a Coppi e Bartali, la Lollobrigida venne immediatamente messa in competizione con l’altra star mondiale del nostro cinema: Sophia Loren. E nonostante anche la «Bersagliera» avesse avuto la fortuna di essere diretta da maestri come Mario Monicelli, Carlo Lizzani, Luigi Zampa, negli Usa, da King Vidor o John Houston e in Francia da Jules Dassin o Agnès Varda le restò sempre la sensazione che alla Loren fosse riconosciuto, dal cinema italiano di qualità, un peso diverso.

La Lollo era una bravissima attrice. Io la ricordo così in un film della fine degli anni sessanta, «Un bellissimo novembre» di Bolognini e, soprattutto, nella magnifica interpretazione della Fata Turchina nel «Pinocchio» di Comencini. I suoi personaggi, più di altri, raccontano l’incanto di quel tempo, la seconda metà degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta, in cui gli italiani tornavano a vivere una vita normale, a sperare, a gustare la vita. La vita normale. Senza guerre, dittature, fame. La vita normale, fatta di pane, di amore e di fantasia.

 

martedì 17 gennaio 2023

Dante strattonato

 

 

 


Dante né di destra né di sinistra? Intanto si dovrebbero usare le parole destra e sinistra in senso lato. Poi si può anche scoprire che Dante è stato l'una e l'altra cosa. Per certi aspetti anticipa addirittura la Costituzione americana. Il governo per il popolo e non il popolo per il governo. Il diritto alla felicità. E poi l'esule che paga per la sua contrarietà alpartito dominante. I suoi modelli politici sono invece di tipo conservatore, senza dubbio. Questo è il Dante reale, a nostro avviso.

Giuseppe Sciara

Consiglio di lettura alla luce della recente polemica e dell'ondata di indignazione per le parole di Sangiuliano. Certi autori non sono né di destra né di sinistra, ma vengono usati politicamente e strumentalizzati nelle maniere più diverse. Vale per Dante, come per Machiavelli, Alfieri e altri. Nel bel libro di Fabio Di Giannatale, "Specchi danteschi" (ETS, 2020) troverete un Dante riformatore, uno "giacobino", uno nazionalista, uno "esoterico". E ancora: precursore di Mazzini, cattolico per eccellenza, profeta del primato italiano... E questo solo per l'Ottocento italiano.

domenica 15 gennaio 2023

Mariolina Bertini, Su Liala

 


Mariolina Bertini, Su Liala, sl, Nuova editrice Berti 2022, 80 pp.

Questo piccolo libro è per me una sorpresa. Conoscevo in parte gli scritti di Mariolina Bertini su Liala e, francamente, mi ero fatto un'idea diversa. A una lettura più attenta e completa, la rivalutazione o l'apologia di Liala si rivela un aspetto secondario. Per me questa doveva essere una irruzione nel dominio della letteratura rosa, una stravaganza proveniente dalla natura birichina dell'autrice, abitata da uno spiritello diabolico che non si arrende e che, anzi, si manifesta volentieri, in modo gioioso e noncurante. Illustrare il fascino di Liala poteva essere un modo per andare contro corrente. E l'autrice va contro corrente quando mette in luce il lato frivolo dei romanzi scritti da Liala e al tempo stesso vede nello splendore del culto riservato agli oggetti che simboleggiano la riuscita un fattore di fascino: fascino quasi ipnotico, fascino irresistibile, scrive. Camilla Cederna introduce nel testo il tema del kitsch. Questa è una prima particolarità che va oltre il repertorio delle stranezze. Alla fine l'opera di Liala mostra la persistenza del kitsch nell'epoca del disincanto. Una seconda particolarità è legata all'attenzione per il perturbante. Pur tra tante cianfrusaglie colpisce il mutamento nel ruolo della donna. Cambia il rapporto della donna con il desiderio. Parola chiave per Lacan, come è noto. Parola antica, che percorre l'intero episodio di Paolo e Francesca nella Commedia. Desiderio condiviso in quel caso. Qui invece siamo al tempo di lady Chatterley. Liala approda a un riconoscimento e a una esaltazione del desiderio femminile. Intanto nello spazio attribuito all'attesa e all'idoleggiamento del corpo maschile. E poi c'è l'esplosione: le donne diventano macchine desideranti di inaudita potenza. Siamo ben lontani dalla banalità dilagante nel romanzo rosa.

 

martedì 10 gennaio 2023

Cgil e pentastellati, parassiti di una sinistra che affonda


Gianluca De Rosa, Non solo nel Lazio, le affinità elettive tra Conte e la Cgil di Landini, Il Foglio, 10 gennaio 2023

Roma. La decisione Tina Balì, membra della segreteria nazionale della Flai Cgil, un passato dentro alla federazione laziale del sindacato, l’ha presa all’ultimo momento, ma non per questo con meno convinzione. “Alle ultime elezioni regionali – ricorda – ho sempre sostenuto Nicola Zingaretti, penso sia stato un bravo presidente, ma oggi mi trovo più con il M5s, sono gli unici che nel merito stanno seguendo le istanze che arrivano dal sindacato”. Balì sarà la capolista del Coordinamento 2050, la lista di sinistra creata da Stefano Fassina, Paolo Cento e Loredana De Petris che in Lazio affiancherà quella del M5s in appoggio a Donatella Bianchi contro il candidato di Pd e Terzo polo Alessio D’amato.

La Cgil, insomma, si sposta. Pensare che per cinque anni, il ruolo di assessore al Lavoro nella giunta Zingaretti lo ha svolto Claudio Di Berardino, uno che della Cgil è stato segretario regionale. Ma, si sa, le cose cambiano. D’altronde non sono più in tempi in cui Beppe Grillo liquidava il sindacato a “struttura vecchia come i partiti politici”, né quelli in cui Roberta Lombardi, in trattativa con Bersani per un governo che non nacque mai, teorizzava l’inutilità del sindacato: “Noi non incontriamo le parti sociali perché siamo quelle parti sociali”, diceva l’uscente assessore all’ambiente della giunta rossogialla del Lazio, riducendo i sindacati a “grumi di potere che mercanteggiano soldi”. E non è neanche il 2019, quando sul Blog delle stelle apparve un articolo che annoverava Landini tra quell’”élite di privilegiati” che “guadagnano migliaia di euro al mese” senza fare davvero “l’interesse dei lavoratori”. Non è passato poi così tanto tempo, eppure oggi a quello stesso Landini, ex nababbo sindacalista, Conte sta facendo una corte spietata. Tutto è iniziato lo scorso 8 ottobre quando il fu avvocato del popolo, ospite ad una manifestazione disse: “Nel rispetto dei ruoli la nostra agenda sociale ha molti temi in comune con quella della Cgil: contro le buste paga da fame, contro il precariato selvaggio e per restituire dignità al lavoro”. Due mesi più tardi, il 6 dicembre, Landini è stato ospite di Conte nella sede del M5s in via di Campo marzio per un confronto sulla legge di bilancio del governo Meloni. “Su molte nostre richieste c’è un terreno importante e comune di iniziative”, disse uscendo il segretario della Cgil. L’ufficializzazione di un patto, nuove convergenze dopo quelle già sancite sul tema della pace a qualsiasi costo in Ucraina.

Ma è da tempo che un pezzo consistente del sindacato rosso guarda con maggior favore ai grillini che agli ex riferimenti politici del Pd. Alle scorse elezioni politiche uno storico volto della Cgil bolognese, Danilo Gruppi, annunciò il suo voto al Movimento: “E’ la prima volta che non scelgo un partito derivato dal Pci, ma ormai i 5 stelle sono più a sinistra del Pd che ormai è il partito dell’establishment, solo gente come Lepore o Provenzano ha in mente una prospettiva laburista che, però, resta nei loro sogni”, spiegò al Corriere della Sera. E Balì oggi al Foglio sostiene cose non affatto distanti. “Dentro al Pd – dice – c’è tanta gente di valore, ma soprattutto a livello nazionale è mancato il coraggio, l’audacia di fare e dire cose radicali, dalla parte dei lavoratori, con Conte invece c’è sintonia, l’ho sentito anche in occasione della legge di bilancio, si è impegnato con noi contro i voucher, ci ha ascoltato, come d’altronde ha sempre fatto anche negli anni in cui era a palazzo Chigi”.

 

domenica 8 gennaio 2023

Ucraina: la pace si allontana


 
Francesco Strazzari, Ucraina, lo stallo non ferma la guerra che alimenta crisi sociali e nuovi conflitti, il manifesto, 6 gennaio 2023

«Mi piace la strada su cui ci troviamo: con armi e denaro dall’America, l’Ucraina combatterà la Russia fino all’ultimo uomo». A parlare è stato il senatore repubblicano Usa Linsdey Graham, il quale ha poi ha precisato che la vittoria ucraina sulla Russia è «un reset dell’ordine mondiale che va nel senso giusto».

Arrivati a gennaio, freddo e gelo non hanno rallentato sostanzialmente le ostilità: droni e missili restano più che mai protagonisti, anche se non si registrano sfondamenti del fronte – che assomiglia sempre più al tritacarne evocato dal boss dei mercenari russi, Prigozhin. Nulla oggi lascia pensare che la guerra rallenterà la sua corsa. Mobilitando nuove reclute, mostrandosi pronto a reggere ed imporre un costo insostenibile di vite umane, il Cremlino alterna riferimenti al negoziato con massicci bombardamenti.

PUTIN PUNTA a guadagnare tempo e forzare un accordo che legittimi le conquiste, portando divisioni in campo ucraino e scardinando il principio di intoccabilità dei confini internazionali. Gli ucraini dichiarano che Putin è vicino alla morte per malattia. Dispongono di uno degli eserciti più rodati al mondo e sono appoggiati da un Occidente che ha tutto l’interesse a non vedere scalfita, davanti alla Cina e alle potenze emergenti, l’immagine di efficacia ed unità di cui, dopo il disastro afghano, ha dato prova. L’invasione russa ha turbo-caricato il nazionalismo ucraino, che autoproclama la benigna inclusività dei propri miti: ha celebrato il compleanno di Stepan Bandera, senza troppo preoccuparsi per critiche suscitate fra i sostenitori ad Ovest, a partire dai polacchi.

Più in generale, la guerra in Ucraina proietta una lunga e densa ombra sulle relazioni internazionali. Essa ha dato corda all’aggressività militare di Erdogan, l’alleato Nato che ama scagliarsi contro Washington e fare affari con Mosca. Piagata da un’inflazione oltre l’80%, la Turchia affronta nel 2023 elezioni incerte, mentre è impegnata non solo ad invadere il nord della Siria in chiave anti-curda, ma anche a rafforzare la propria influenza militare in Africa (Libia e Somalia) e a sostenere il regime azerbaijano nella guerra agli armeni. Mentre soffiano i venti della recessione economica, la guerra in Ucraina si è rivelata una manna per l’Arabia Saudita, che ha allargato le proprie quote sul mercato del petrolio, opponendo un netto rifiuto alla richiesta americana di aumentare la produzione per calmare la corsa dei prezzi. Lontano dai riflettori mediatici, il conflitto fra Etiopia e tigrini ha mietuto mezzo milione di vittime. Al di là degli scenari di crisi (Iran e Pakistan, ma anche Libano, Yemen e Haiti) inflazione, insicurezza alimentare, pandemia e variabilità climatica (eventi estremi) restano fattori che non solo destabilizzano il sud del mondo, ma premono in misura crescente anche su un paese come l’Italia che – reso fragile da un crescente divario sociale – si qualifica (per poco) fra le prima dieci economie del mondo.

NÉ RUSSIA NÉ UCRAINA sembrano in alcun modo vicini a concepire colloqui di pace. La scommessa di Mosca sullo sgretolamento del consenso occidentale per l’Ucraina nel corso dell’inverno sta in larga parte mostrandosi perduta. La proposta del Patriarca russo Kirill- accolta e rilanciata da Putin – di una «tregua bilaterale» per il Natale ortodosso suona assai controversa, essendo premessa su un’idea di unità religiosa fra russi e ucraini che il Patriarcato di Mosca ha minato.
Se guardiamo alle linee di tendenza che caratterizzano i conflitti armati nell’era successiva alla Guerra Fredda, notiamo il vacillare di quella logica strumentale di controllo che possiamo in qualche modo ricondurre alla tradizione del pensiero realista, da Machiavelli a Clausewitz: un’idea di stati sovrani funzionanti, incommensurabilmente più capaci, in termini coercitivi, economici ed ideologici, rispetto a qualsiasi altro attore. Le guerre di oggi sono attraversate da nozioni di soft power, diffusione tecnologica, disintermediazione dell’informazione, milizie paramilitari e compagnie di sicurezza private. L’unicità dello stato, per quanto sbandierata dagli slogan nazionalisti di volta in volta riesumati, appare sempre più problematica. In questo quadro, emerge in modo piuttosto netto come la violenza (più combattimento verso una vittoria rapida) non fermi le guerre: molti conflitti armati mostrano invece propensione a protrarsi nel tempo e nello spazio.

RARAMENTE IL RICORSO alla forza da parte degli stati è risultato determinante per gli esiti, e tantomeno capace di risolvere i conflitti. In altre parole, la guerra come strumento della volontà politica sembra funzionare sempre meno rispetto al conseguimento degli obiettivi dichiarati. Questo dato obbliga a porsi domande sul nazionalismo e su come la guerra (la spesa militare crescente, così come la guerra guerreggiata) accompagni la trasformazione della società. Da ultimo, pone l’esigenza di ripensare con urgenza la pace e la prassi pacifista.