Sara De Simone
Shakespeare e il mondo comune
il manifesto, 16 aprile 2026
Hanno poche battute, sono poco o punto istruiti, a volte sono ubriachi, a volte criminali. Entrano in scena per qualche istante e non hanno la pretesa di condizionare il corso degli eventi, ma riescono a illuminarne contraddizioni e ipocrisie.
Sono i personaggi minori di Shakespeare, per lo più gente comune, uomini e donne del popolo, servitori, giardinieri, custodi, nutrici, una nuova classe di figure del teatro e della vita che preme per avere un proprio spazio, «per dare la propria versione dell’essere vivi». Anche loro pensano, sentono, sanno cos’è avere un corpo, conoscono l’esistenza. E reclamano la parola, che si tratti di un discorso di sole sette battute, o di una tirata comica e sgangherata sull’inferno che è diventato il mondo.
SONO I PROTAGONISTI del nuovo, illuminante libro di Nadia Fusini Rubare la scena. Balie, musici, delinquenti, popolane, filosofi, gente comune nel mondo di Shakespeare (Einaudi, pp. 145, euro 18), un vero e proprio atlante dei personaggi secondari nell’opera del grande Bardo, un libro sorprendente, pieno di gemme nascoste che Fusini riporta alla luce con impeccabile competenza e irresistibile verve. Ci si diverte a leggere del criminale Bernardino, che deve morire e invece vuole dormire, o della balia Angelica, che dell’amore «esalta il lato puramente materiale, fisico, corporale». Si prova pena per la povera e fedele Emilia, cameriera personale di Desdemona e moglie di Iago, che cerca di mettere in guardia la sua padrona ma non riesce a salvarla. Si riflette con il fool del Re Lear che capovolge le prospettive su pazzia e lucidità, e «parla, commenta, predica, svela, palesa, spiattella» le verità che nessuno (compresi noi) vuole ascoltare.
Che siano ridicoli come Malvolio, o degni di ammirazione come il giardiniere del Riccardo II, i personaggi che Nadia Fusini convoca e ci presenta, uno dopo l’altro, ci parlano, ci toccano, ci riguardano, la loro presenza non ci è indifferente, al contrario: «conta, significa, rimane viva dentro di noi».
È vivo dentro di noi l’incanto di Lucio, il giovane servo di Bruto nel Giulio Cesare, che ha tanto sonno ma non rinuncia ad allietare il proprio padrone, alla vigilia della battaglia di Filippi che gli sarà fatale. Lucio ha sonno ma suona, e suonando si addormenta; Bruto lo osserva con tenerezza e delicato gli toglie dalle mani lo strumento: ecco colui che ha pugnalato Cesare chinarsi con dolcezza sul corpo di un giovane innocente e carezzarne con lo sguardo la purezza. Chi può dimenticare questa scena che, come scrive Fusini, è quella in cui si profila «la possibilità di un altrove», un mondo dove «le azioni cruente, i traumi politici non dominano tutta la scena» e i grandi temi della tragedia retrocedono sullo sfondo?
ANCORA, vive in noi lo stupore di Bottom, il mastro tessitore che con la sua testa d’asino esperisce l’incontro sublime con la divinità, e non trova parole per raccontarlo e confonde i sensi, tanto da arrivare a dire: «Non c’è occhio d’uomo che abbia udito, né orecchio che abbia visto, né mano d’uomo che abbia potuto gustare, né lingua concepire, né cuore riferire che sogno è stato il mio». Umano, umanissimo Bottom, che davanti al mistero del divino non può che rimanere muto.
E d’altra parte come non ricordare il non-umano Calibano, il selvaggio della Tempesta schiavizzato da Prospero, il quale, ritenendosi portatore di civiltà, si autoproclama signore di un’isola che non è la sua, ma di Calibano, per l’appunto? Come non empatizzare con Caliban the cannibal, che alla fine dell’opera, dopo essere stato espropriato dei suoi beni e sfruttato in ogni modo, rimarrà solo e abbandonato nella sua terra?
Chi proprio non attira la nostra sympatheia, invece, sono gli interscambiabili Rosencrantz e Guildenstern, i falsi amici di Amleto, loschi figuri dal «sorriso furbetto», pronti a vendere i propri affetti e la propria coscienza al potere, ovvero all’usurpatore re Claudio.
Lo stesso vale per il parolaio Parolles, in Tutto è bene quel che finisce bene, il quale Parolles, nomen omen, in barba ai codici cavallereschi ed eroici, sceglie di salvarsi la vita spifferando al nemico tutto quello che sa del proprio signore, il conte di Roussillon, convinto che «non bisogna essere eroi per meritare di vivere».
Eppure, avverte Fusini, di questi personaggi minori che cercano di salvarsi la pelle a tutti i costi non c’è da osservare soltanto la pavidità o la cattiva coscienza.
PIUTTOSTO c’è da riconoscere che si tratta di figure nuove, il cui conatus essendi, per dirla con Spinoza, è più forte di ogni altro sentimento o paradigma. Parte della grandezza di Shakespeare è proprio in questa intuizione: portare sulla scena chi «non ha altro bene da difendere che la nuda vita», dandogli spazio e parola, e così anticipando l’avvento di personaggi che ben presto «conquisteranno la ribalta grazie a nuove forme di narrazione, come ad esempio il novel, il romanzo moderno».
Quanto agli eroi, c’è molto di nuovo da scoprire anche sul loro conto. Prendiamo Aufidio e Caio, i due acerrimi nemici del Coriolano, una delle più belle scoperte di questo libro. Fusini accende una luce imprevista su di loro, notando qualcosa che non era mai stato evidenziato: il protagonista Caio e il generale dei Volsci Aufidio sono in realtà due amanti. Ma andiamo con ordine: Caio Marzio, nominato Coriolano dopo aver distrutto la città di Corioli, è un uomo valoroso e integerrimo, «uno tutto Dio, patria e famiglia», che non si piega a nessun compromesso col potere e che proprio per questo sarà ingannato e sconfitto dalla sua stessa patria, dalla sua stessa famiglia. Bandito dalla città, travestito di umili panni, Caio decide di presentarsi alla porta del nemico giurato per chiederne l’alleanza. Ed è qui che accade l’inimmaginabile: Aufidio, commosso dal discorso di Caio, si getta tra le sue braccia.
All’abbraccio, accorato e insieme sensuale, si accompagna una vera e propria dichiarazione d’amore: «Tu sei Marte per me» – dice Aufidio – «Mi hai vinto dodici volte e sempre, sempre, notte dopo notte sognavo di incontrarti». L’attesa della vendetta diviene attesa amorosa, l’impetus bellico si fa slancio erotico: «Sognavo» – continua il generale dei Volsci, nella traduzione di Fusini – «notte dopo notte noi due a letto insieme che ci slacciavamo l’un l’altro l’armatura, ci liberavamo l’un l’altro dell’elmo, e ci prendevamo alla gola». Ecco l’eros che ruba la scena alla guerra! Ma come avevamo fatto a non accorgercene?
PER FORTUNA esistono libri come questo, libri che non impartiscono lezioni ma illuminano il pensiero, e invitano a una pratica ormai desueta: leggere insieme. La realtà, la vita. In questo senso, Nadia Fusini è davvero un’autrice: dal latino auctor, colui o colei che aumenta, accresce, arricchisce. Rubare la scena è un testo da cui si esce cresciuti, diversi.
Consapevoli che Emilia, Lucio, Caio, Aufidio, Bernardino, Calibano, Angelica sono parte di noi tanto quanto Amleto o Giulietta, e forse più di loro. Perché, come scrive ancora Fusini, «la verità è che c’è qualcosa di perturbante nel ritrovarsi a vivere, nel fatto puro e semplice di esistere. È un sentimento straniante che coinvolge tutti, nobili e servi, dame e delinquenti, eredi al trono e bastardi, musici innocenti, nutrici, operai». E anche noi: lettori e lettrici comuni.





