giovedì 28 maggio 2026

Mafalda e Pimpa

Artribune
Comunicato stampa

 A Roma, dal 14 maggio all’11 luglio 2026, presso la Sala Dalí di Piazza Navona, le riproduzioni in stile Artist’s Edition delle strip di Mafalda e le tavole originali della Pimpa si incontrano per la prima volta in un’unica esposizione realizzata da ARF! Festival e Instituto Cervantes di Roma — in collaborazione con Franco Cosimo Panini, Quipos S.r.l. e Caminito S.a.s. agenzia letteraria — rinnovando l’ormai tradizionale partnership tra la prestigiosa istituzione culturale spagnola e il Festival del Fumetto di Roma.

A inaugurare la mostra, curata da Stefano Piccoli (S3Keno) e Daniele Bonomo (Gud) per ARF! Festival nell’ambito della sua XII edizione, giovedì 14 maggio alle ore 17.30, sarà il Maestro Altan, che incontrerà il pubblico per un talk e una sessione di firmacopie.

“Parlare alle bambine e ai bambini per parlare agli adulti” è il filo invisibile che attraversa l’esposizione, dove Mafalda e Pimpa, due protagoniste amatissime che hanno attraversato generazioni, generi e mode, si fronteggiano come due modi diversi e complementari di guardare il mondo attraverso lo sguardo dell’infanzia.
Da un lato Mafalda, la bambina dai capelli corvini creata da Quino, osserva il quotidiano con lucidità disarmante. Le sue domande sono semplici solo in apparenza, perché mettono in crisi la grammatica stessa del mondo adulto: guerra, ingiustizia, autorità, futuro vengono passati al vaglio di uno sguardo che non accetta risposte comode. Anche nei dettagli più ordinari – come il suo celebre e ostinato rifiuto della minestra – emerge la sua insofferenza verso tutto ciò che appare ingiusto, imposto, conformista. Mafalda non consola e non addolcisce: Mafalda illumina.
Dall’altro lato la Pimpa, nata dalla mano di Altan, abita un universo in cui la scoperta è continua, ma mai minacciosa. Il suo mondo è fatto di incontro, gioco, trasformazione gentile. Anche quando si avventura nell’ignoto, la Pimpa torna sempre a casa da Armando, figura adulta rassicurante: qui l’infanzia non è una domanda aperta sul dolore del mondo, ma una possibilità di relazione e meraviglia.
Ne nasce un confronto tra due poetiche opposte e complementari: l’inquietudine critica e la fiducia affettiva, la domanda senza risposta e la narrazione che accoglie. Due modi diversi di usare la semplicità come forma di verità.
Nate in contesti lontani, Pimpa e Mafalda arrivano insieme a Roma in una mostra che invita a rileggere l’infanzia non come territorio minore, ma come punto di osservazione privilegiato sulla realtà. Un dialogo tra poetiche e generazioni che conferma la capacità del fumetto di parlare a bambine e bambini, genitori, nonni, lettori di ieri e di oggi.

Come sottolinea Daniele Bonomo: “Vedere riunite le strip di Mafalda e le tavole de La Pimpa ha una doppia valenza. Da una parte l’importanza di ripercorrere insieme la storia di due personaggi simbolo del nostro immaginario; dall’altra parte rivivere più di cinquant’anni della nostra Storia attraverso gli sguardi, i segni e le parole di Quino e Altan, due grandi Maestri del nostro tempo.”

Joaquín Salvador Lavado Tejón, nasce nella regione andina di Mendoza (Argentina) il 17 luglio 1932; fin dalla nascita viene però chiamato Quino per distinguerlo da suo zio Joaquín Tejón, apprezzato pittore e grafico pubblicitario. A tredici anni si iscrive alla scuola di Belle Arti, ma nel 1949 l’abbandona per trasferirsi a Buenos Aires alla ricerca di una casa editrice: «Il giorno in cui pubblicarono la mia prima pagina» – ha detto ricordando il suo esordio sul settimanale di Buenos Aires Esto es, avvenuto nel 1954 – «trascorsi il momento più felice della mia vita!»
Da allora e fino a oggi i suoi disegni umoristici vengono pubblicati ininterrottamente in un’infinità di quotidiani e riviste in tutto il mondo. Con la popolarità arriva anche il benessere economico e, nel 1960, il matrimonio con Alicia Colombo, nipote di immigrati italiani. Nel ’63 esce il suo primo libro umoristico, Mundo Quino, che raccoglie le sue vignette mute, surreali e graffianti con il prologo di Miguel Brascó. Lo stesso Brascó lo presenta ad Agens Publicidad, che cerca un disegnatore che crei un fumetto per pubblicizzare il lancio di una linea di elettrodomestici chiamati Mansfield (ragion per cui il nome di alcuni personaggi doveva cominciare con la M, da cui Mafalda); Agens non fa la sua campagna, ma a Quino rimangono alcune strisce che gli saranno utili di lì a pochi mesi quando darà vita al personaggio che lo renderà famoso.
Mafalda debutta il 29 settembre 1964 sul settimanale Primera Plana di Buenos Aires. Poi dal ’65, con il passaggio del fumetto sulle pagine del quotidiano El Mundo, inizia l’inarrestabile successo del personaggio, che varca i confini nazionali per conquistare il Sud America e dilagare poi in Europa. L’esordio italiano di Mafalda è del 1969: il libro Mafalda la contestataria viene pubblicato da Bompiani con la presentazione di Umberto Eco, direttore della collana.
Nel 1973, nonostante la fama mondiale, Quino decide di smettere di disegnare le strisce di Mafalda, scegliendo di dedicarsi esclusivamente alle sue tavole umoristiche; il suo celebre personaggio continua comunque a vivere attraverso ristampe e campagne sociali, anche per organizzazioni come l’UNICEF, la Croce Rossa spagnola o il Ministero per gli Affari Esteri della Repubblica Argentina. In occasione del Festival del Cinema Latinoamericano dell’Avana (Cuba), nel 1984 conosce il regista Juan Padrón con cui realizza la serie animata Quinoscopios e in seguito, nel 1993, anche 104 episodi dei cartoni animati di Mafalda (da 1 minuto di durata cadauno) che in Italia verranno trasmessi da Rai 2.
Il 30 settembre del 2020 Quino si è spento all’età di 88 anni.

Francesco Tullio Altan – semplicemente conosciuto come Altan – nasce a Treviso nel 1942, compie i primi studi prima a Bologna e poi a Venezia, dove frequenta la Facoltà di Architettura. Alla fine degli Anni ’60 è a Roma, dove lavora come scenografo e collabora anche per il cinema e la televisione come sceneggiatore. Le sue prime vignette e illustrazioni vengono pubblicate dal mensile Playmen. Trasferitosi a Rio de Janeiro, nel 1970 lavora nel cinema brasiliano, incontra sua moglie Mara e – un anno dopo – nasce sua figlia Kika. Nel ’74 inizia la collaborazione regolare come cartoonist con giornali italiani e, tornato in patria nel 1975, si stabilisce prima a Milano e poi ad Aquileia, dove vive tuttora. È proprio in questo anno che (grazie al gioco del disegno con sua figlia Kika) nasce la Pimpa; presentata inizialmente sul Corriere dei Piccoli e poi dal 1987 su un mensile tutto suo (che dal 1994 è pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore), la Pimpa diverrà anche protagonista di alcune serie a cartoni animati (nel 1983 con la regia di Osvaldo Cavandoli e nel 1997 con la regia di Enzo D’Alò) trasmesse dalla Rai e vincitrici del premio “Cartoons on the Bay”; Altan stesso dirigerà poi una terza serie trasmessa nel 2010 su Rai Yo Yo. Oltre alla Pimpa ha realizzato altri personaggi per bambini come Kika e Kamillo Kromo.
È comunque già dal ’74 che i suoi primi fumetti per adulti (come Trino e Ada) appaiono su Linus, rivista con cui collabora per tanti anni. Le sue famose vignette di satira politica vengono invece pubblicate su Tango, Smemoranda, L’Espresso e il quotidiano La Repubblica: una vasta opera nella quale ricordiamo anche l’operaio metalmeccanico comunista Cipputi, Macao, Friz Melone, Cuori Pazzi, Zorro Bolero o le biografie in chiave satirica dedicate a Cristoforo Colombo, Giacomo Casanova e Francesco d’Assisi. Dal 1977 ha pubblicato numerosi libri e romanzi a fumetti; a partire dal 1992 ha illustrato tutta la serie dei romanzi e racconti di Gianni Rodari (Einaudi Ragazzi); nel 2001 vince il Premio È giornalismo, assegnatogli da Giorgio Bocca ed Enzo Biagi «perché le sue vignette, con una capacità di informazione e una sintesi straordinarie, assumono un’importanza non inferiore a un articolo di fondo.» Nel 2019 gli viene dedicato dal regista Stefano Consiglio il documentario Mi chiamo Altan e faccio vignette, premiato al Torino film Festival 2019. Sempre nel 2019, il MAXXI di Roma ospita l’importate esposizione Pimpa, Cipputi e altri pensatori.
Molti libri di Altan sono stati tradotti e pubblicati in Giappone, Francia, Spagna, Argentina e Portogallo.
Oltre alle storie a fumetti e ai cartoni animati, la Pimpa è stata anche protagonista di più spettacoli teatrali: per celebrare i 30 anni della sua vita editoriale, nel 2005 il Teatro dell’Archivolto di Genova ha organizzato Il Circo di Pimpa (che si svolgeva letteralmente sotto un tendone da circo), che venne portato in scena in varie città italiane: Firenze, Roma, Bologna e Modena. Nel 2025, per il traguardo dei 50 anni, ha invece debuttato a Verona uno spettacolo teatrale unico e sorprendente – Pimpa, il Musical a pois – diretto da Enzo d’Alò, che è quindi tornato a collaborare con Altan. Dall’incontro dei due straordinari autori è nato un musical originale e poetico; un teatro fatto di parole, pupazzi, travestimenti ma soprattutto di musica e di gioco.

«A volte, quando sono in libreria, vedo arrivare tre generazioni: le nonne leggono Mafalda, e questo mi rassicura molto; poi ci sono le mamme e mi sembra giusto perché Mafalda avrebbe la loro età; ma ci sono anche le figlie – le bambine di oggi – e in molte la leggono ancora come se lei fosse una loro coetanea.»

«Io penso ci sia ancora spazio per l’immaginazione lenta della Pimpa, quella fatta di semplicità. E sono felice di vedere che abbia ancora tanti lettori. Sono più piccoli, ma in fondo i bambini non sono così diversi da quelli di cinquant’anni fa.»

L'eterno fascino di Montecristo



Luca Ricci
L'eterno fascino di Montecristo: Dumas e il capolavoro che arriva da un tempo irriproducibile

La Stampa, 28 maggio 2026

Durante l’ultimo Salone del libro di Torino l’editore Laterza ha lanciato il sondaggio “Un libro che ha cambiato la tua vita”, e al primo posto si è classificato Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, che è stato capace di sbaragliare Umberto Eco e Marcel Proust, Fëdor Dostoevskij e Gabriel García Márquez. Per capire le ragioni della vittoria di questo che appare il più classico tra i classici, può tornare utile soffermarsi su ciò che potremmo definire il suo assoluto narrativo. Per assoluto narrativo intendo un nucleo d’azioni precise che muovono i protagonisti della letteratura universale. Ne Il conte di Montecristo l’assoluto narrativo è la vendetta: un uomo subisce un’ingiustizia e trascorre il resto della sua vita tentando di vendicarla. Chi non ha subito un’ingiustizia? E chi, avendola subita, non ha provato con tutte le sue forze a cercare una ribellione nella vendetta? Tuttavia, Il conte di Montecristo smette di essere una storia universale - una situazione piuttosto comune, per non dire prosaica, in cui tutti possono riconoscersi - nel momento in cui il protagonista del romanzo, il giovane marinaio Edmond Dantès, rinviene il tesoro grazie al quale può dar seguito ai suoi progetti di vendetta. L’architrave del libro, tutta quanta la sua peculiarità romanzesca, è data dall’espediente del tesoro. Ed è abbastanza incredibile sapere che Dumas, e tutti i lettori insieme a lui, debbano a un singolo elemento l’intera esistenza, oltre che l’intima godibilità, di un libro fluviale che, nella migliore tradizione del romanzo d’avventura (anche se Il conte di Montecristo non corrisponde a una sola tipologia narrativa), è pieno zeppo di personaggi, sottotrame, intrighi, false piste e colpi di scena. A fine lettura, è curioso fare questo gioco: togliamo il tesoro, e tutto crollerà: rimettiamo il tesoro al suo posto, e tutto tornerà a tenersi. Impossibile non citare almeno due autori ottocenteschi che hanno trafficato con tesori nascosti almeno quanto Alexandre Dumas: Emilio Salgari e Robert Louis Stevenson.
Non importa se L’isola del tesoro (1883) e Il corsaro nero (1898) siano venuti dopo Il conte di Montecristo. Anzi, importa eccome: un classico è quel libro che non solo ha il passato ma sa appropriarsi anche del futuro. Noi comuni mortali, persone vere, subiamo un’ingiustizia e tentiamo una vendetta, ma raramente abbiamo la fortuna sfacciata di trovare un tesoro. Questa è la differenza capitale tra noi e il personaggio romanzesco Edmond Dantès. Ed è anche il motivo principale per cui siamo noi a leggere lui (e non viceversa), perché attraverso di lui riusciamo a compiere quella vendetta che nella vita vera, nella cosiddetta realtà, non potremmo mai compiere.

Il conte di Montecristo è anche, e forse soprattutto, un romanzo d’appendice: uscì a puntate tra il 1844 e il 1846 sul Journal des débats. In questa definizione non c’è nessun intento denigratorio, visto che buona parte della letteratura europea del XIX secolo venne pubblicata in prima battuta con la medesima modalità. Da I Miserabili di Victor Hugo a David Copperfield di Charles Dickens, le narrazioni moderne - unico medium dell’intrattenimento popolare dell’epoca - uscirono parcellizzate, in questo prefigurando quel che sarebbe successo un secolo dopo con la serialità televisiva. Attenzione, non solo i romanzi di serie B, le storie con variazioni narrative muscolari, spesso farraginose, con una lingua pungolata dalla fretta delle uscite ravvicinate e perciò sciatta, ridondante, ripetitiva. Perfino Madame Bovary di Gustave Flaubert - vertice mondiale dello stile - uscì a puntate sulla rivista Revue de Paris. È una perversione novecentesca l’aver frainteso, o non voluto comprendere, l’aspetto dirimente della ricezione originale delle opere (e a volte perfino della loro stessa costruzione), che avvenne, appunto, un poco per volta. Il romanzo moderno diviene un manufatto granitico che deve essere recepito come un intero solo a posteriori. Ma, almeno inizialmente, non era la scalata dell’Everest paventata sui nostri banchi di scuola ma un divertimento. Il conte di Montecristo ebbe un enorme e istantaneo successo, le copie del Journal des débats andavano a ruba e i lettori attendevano con ansia la pubblicazione della puntata successiva per conoscere lo sviluppo delle avventure. Guai a quella letteratura che non riesce più a divertire. Fenomeno che è accaduto con l’odierna cultura bestsellerista - dove da una parte c’è l’intrattenimento puro (il mass market) e dall’altra l’impegno (qualunque cosa esso sia, politico, etico, filosofico, metafisico) - magra dote toccata in sorte agli anni Zero.

Ripetiamolo: nel XIX secolo non c’erano la radio, il cinema e la televisione, men che meno i telefoni, i videogiochi e internet. La scrittura era l’unico medium utilizzato, possibile, per veicolare delle storie. Da questa considerazione ovvia nascono conseguenze che, viste retrospettivamente, lasciano stupefatti riguardo alla potenza della letteratura durante la modernità: preminenza, centralità, successo. Quando la narrazione aveva dei lettori senza nessuna retorica pedagogica, leggere non era giusto ma necessario: un misto di utilità e di piacere. L’aspetto conoscitivo non era disgiunto da quello ludico. È in questa temperie culturale che va inquadrato e messo a fuoco Il conte di Montecristo. Dentro a un tempo in cui la letteratura era talmente performante da poter ignorare il suo nome, da poter soprassedere sulle sue imperfezioni e financo sulle sue sciatterie. Le ridondanze linguistiche, le incongruenze della trama, non riuscivano a depotenziare la presa sull’immaginario collettivo, sull’entusiasmo della gente. L’arte ha cominciato ad affinarsi troppo quando è diventata debole. Quando le sue ragioni di fruizione hanno smesso di essere autoevidenti dinanzi agli occhi del grande pubblico. I romanzi popolari come Il conte di Montecristo sono stati grandi perché i motivi della loro esistenza non avevano bisogno di essere dibattuti. Ci si chiede il perché di un comodino, una forchetta o un rotolo di carta igienica? Gli editor, questi custodi delle scritture indebolite e consunte della contemporaneità, sono la certificazione, la prova provata, della malattia della letteratura.

Francamente, familiare e aliena


Angelo Pannofino
La musica filosofica di Francamente: "È dai margini che si vede il centro"

Domani, 28 maggio 2026

E poi cosa ci hai fatto con quei duemila euro?, chiedo mentre beve uno Spritz: «Ci ho pagato l’affitto a Berlino per quattro mensilità», risponde Francesca Siano, in arte Francamente, con questa voce che è una cosa solo sua: il denaro è quello che ha ricevuto per aver vinto il Festival di SanNolo. Concorso canoro di quartiere nato per scherzare l’altro festival e poi diventato sempre più prestigioso.

Concepito nel locale in cui ci troviamo, il Ghe Pensi Mi, motore del quartiere che nel mondo di ieri si chiamava “Pasteur”, come la corrispondente fermata della metro, e oggi, “NoLo”, nel senso di “North of Loreto”, per scherzare i nomi dei quartieri newyorkesi. Agli inizi, attitudine camp, piccolo palco con gran cazzeggio e pazzissime e drag queen, poi, in nove edizioni, palco sempre più grande, ospiti sempre più noti e cantanti sempre più professionali, due passati da X-Factor. Una era Francamente.

È sul palco di SanNolo che l’ho vista la prima volta e pur in quel contesto parecchio alieno si stagliava come davvero aliena, e non per la mise, cappellino da baseball, jeans over, sneakers e il top della tuta in acetato verde sparato, quanto per la presenza e quella voce e quel non-so-che che distingue un’artista da una che canta bene. Vinse, ovviamente: oltre al denaro, un premio tecnico, la possibilità di incidere un pezzo con un produttore vero, Goedi, alias Diego Montinaro.

Era il 2024: «Ci siamo trovati così bene che abbiamo fatto un album». Bitte Leben, uscito il 17 aprile, e tour partito da Berlino il 14 maggio: «Quando abbiamo provato i pezzi dal vivo mi sono emozionata tantissimo, tipo sciura piemontese che dice “aspettiamo un attimo, fermiamoci”». Esageruma nen?, che nel suo Piemonte è una specie di mantra, “non esageriamo”. «Proprio così».

Il travaglio del negativo


Cresciuta a Nichelino, porte di Torino, per lavorare con Goedi si è trasferita a Milano, quartiere Crescenzago, che l’ha «accolta», lasciando l’amatissima Berlino e il lavoro di guida turistica per pagare l’affitto di cui sopra. Ecco perché il tedesco del titolo, che vuol dire “Per favore, vivi”, un invito «rivolto anche a me stessa. Nasce dall’aver notato quanto siano prevaricanti le difficoltà nell’andare avanti, eppure quante persone che stimo ce l’hanno fatta nonostante. Per tanti, nella vita, c’è un grande “segno negativo” ma può diventare una leva: il famoso “travaglio del negativo”», che credo sia di Hegel: Siano è laureata in filosofia ma non se la mena, e infatti subito traduce dall’hegelese al frateindovinese «non tutto il male vien per nuocere».

E poi tocca un tema caldo, soprattutto a Milano: «In una società che spesso ha paura di tutto ciò che è negativo, in cui bisogna mostrarsi performanti, sorridenti, vincenti, quelle increspature sono l’onda che magari ti spinge verso altro, rispetto alla calma piatta di un mare sì sereno, però, forse, non così interessante. La competizione è una bufala, atomizza le persone. Credo che l’antidoto sia fare le cose in modo collettivo, plurale, avere una visione orizzontale e l’umiltà di sporcarsi con le esperienze degli altri».

Francamente, attivista, femminista intersezionale, parla così, con una proprietà di linguaggio rara, ma lo fa con naturalezza, cerca le parole esatte: definisce “amore & odio” «una diade» e confessa di andare «pazza per La Settimana Enigmistica».

Semplicità disarmante 


Quando si tratta di scrivere canzoni, però, cambia registro e cerca di distillare la complessità dell’esistere in una lingua facile, non si nasconde dietro parole oscure ma sceglie quelle più chiare e si sente che legge tanto e che una delle sue letture preferite è Patrizia Cavalli: lo scopro da un fotogramma nel video di La casa dei miei nonni in cui si vedono tre libri, Les années di Annie Ernaux, Cime tempestose di Emily Brontë e, appunto, Poesie di Cavalli: «La amo, perché rappresenta quella bravura estrema nel fare quella cosa che fa Cosmo».

La “cosa che fa Cosmo”, pure lui cantautore e piemontese è, volendo sintetizzare, la «semplicità disarmante», venuta fuori poco prima, a proposito di autrici e autori di canzoni che lei ama: «Tantissimo Emma Nolde e anche Cosmo: c’è una sua canzone, Dicembre, che mi commuove moltissimo, per quel ritornello che dice “Ma ti ha cercato tuo padre”, e in quella frase c’è tantissimo».

E leggendo i suoi testi si capisce che è lì che vuole andare anche lei, e quando ci arriva si incontrano «donne come tuoni», oppure «C’era un dolore sopra la mia testa/C’era la pioggia in chiesa/C’era la luce sopra le tue mani/C’era il bisogno di sentirsi cani». Ci sono, nell’album, un senso di tempo andato, nostalgie, ricordi che sembrano foto di Luigi Ghirri… e però, non è un rifiuto del presente, anzi, «Mi piace rimbalzare tra passato e presente» e, infatti, c’è spesso «La parola “adesso”». E poi, le viene fuori questa frase: «Mi percepisco come fatta della stessa sostanza del tempo».

Margini e centro 


C’è un brano, 5 di mattina, in cui il tempo è quello della sua adolescenza provinciale, con ragazzi «pallidi pallidi/Sono le cinque e siamo ai margini margini/Ma da qui si vede il centro». Questa marginalità come stato geografico e psicologico della provincia spesso è come quell’utile «travaglio del negativo»: l’ha ispirata un saggio di Seyla Benhabib, «la mia filosofa vivente preferita, scrive dei margini, dice che hanno questo grande potere: che dai margini il centro lo vedi. Chi è al centro magari non vede sé stesso mentre chi è ai margini riesce a sognarlo e a vederne le problematiche».

Notti adolescenti, in sette nella stessa auto, «Cinque più due nel bagagliaio, ma sei sicuro si possa dire?», alla ricerca di qualunque cosa, di vita, come sappiamo noi che siamo cresciuti in provincia, «Le feste nei parcheggi, quella libertà lì, quando andavamo all’autogrill Maglione, in corso Unità, perché alle dieci di sera era tutto chiuso».

Le chiedo se si sente ai margini della scena musicale: «No, non mi permetterei di dire che questo è un disco che arriva o che racconta il margine. Anzi, è molto pop». Un pop coerente con la sua idea di “cantautorato impegnato”, «che non tratta temi per forza politici ma prova a fare musica rilevante».

Lo è Bitte Leben, nei testi e in sonorità e ritmi e cantati che riportano agli anni Ottanta di Battiato, Giuni Russo, Alice… Fa sentire a casa chi, come me, è cresciuto con quelle canzoni: «Credo ci sia un revival degli anni Ottanta, penso a Matteo Alieno o Nico Arezzo, ma la nostra non è stata una scelta studiata: abbiamo confrontato i nostri gusti musicali per poi sperimentare. Sono venuti fuori quei nomi e poi Battisti, Ornella Vanoni ma anche la Cold Wave e Lola Young».

Il nome di «Battiato», preceduto da «ovviamente», torna quando risponde alla domanda banalissima sui poster in cameretta, insieme a quelli di «Alice, Giuni Russo, per cui ho un amore infinito e Patti Smith: grandi esempi anche di come essere una lavoratrice nel mondo della musica. La postura umile, l’apertura all’apprendimento costante, a non dare nulla per scontato». D’altronde, dice che la tecnologia che le ha migliorato la vita è: «Il frigorifero». Genio ed esageruma nen.

Bruegel, lo splendore dell'ordinario

 capire l’esistenza con la lezione di bruegel

Alessandro Zaccuri
Il Sole 24ore, 17 maggio 2026


Di solito le grandi opere d’arte suscitano un’ammirazione venata di nostalgia, come se per un istante stessimo gettando lo sguardo su un universo dal quale siamo stati esiliati senza averne consapevolezza. Non succede così con i dipinti di Pieter Bruegel il Vecchio. Non solo con lui, d’accordo. Ma con lui succede quasi infallibilmente. Sarà per via di quell’orizzonte basso, che invita a entrare nella scena come in un ambiente domestico. Oppure per l’aspetto sgraziato dei suoi personaggi, sempre indaffarati in una danza contadina, in un gioco di strada, in un alterco. Non per niente, in una fortunata biografia romanzata del 1928 (Bruegel, in catalogo da Castelvecchi) il belga Felix Timmermans assecondava la leggenda di un talento selvaggio, coltivato nel frastuono delle taverne più che nelle botteghe dei miniaturisti.

A distanza di quasi un secolo, dell’esistenza di Bruegel il Vecchio continuiamo a sapere abbastanza poco (tra i dati verificati: l’iscrizione alla Gilda di San Luca ad Anversa nel 1551, il matrimonio con la figlia del pittore Pieter Coecke, la morte a Bruxelles nel 1569), mentre è ben documentata l’attività dei discendenti, a partire da Pieter il Giovane (1564-1638), al quale si devono decine di riproduzioni delle opere del padre. È L’Entreprise Brueghel, come la definiva una mostra che fu in cartellone a Maastricht e a Bruxelles tra il 2001 e il 2002: una factory in piena regola, concepita e gestita per soddisfare le esigenze del vivace mercato dell’arte nella prima età moderna. E con questo siamo di nuovo precipitati nella prosa, un po’ come l’Icaro bruegeliano nella famosa tavola celebrata in versi da Wystan Hugh Auden e da William Carlos Williams.

Benché persuaso di trovarsi al cospetto di una copia, anche lo scrittore britannico Toby Ferris sceglie di collocare La caduta di Icaro all’inizio del suo La vita è breve, il mondo è strano, libro di felice eccentricità magnificamente tradotto da Ludovica Eugenio.

La struttura rimanda ai saggi che l’autore pubblica da tempo online in un sito(www.anatomyofnorbiton.org) nel quale le inquietudini del presente sono messe in relazione con la tradizione iconografica del Rinascimento attraverso il dialogo a distanza tra i dettagli dei capolavori del passato entrano e le istantanee di una contemporaneità creaturale e dimessa. Analogamente, in La vita è breve, il mondo è strano, un frammento della Salita al Calvario può essere accostato all’ingombrante contenitore in cui si è tenuti a conservare le provviste quando si attraversano le foreste statunitensi. Di tappa in tappa, Ferris dubita sempre di più dell’effettiva utilità dell’oggetto (davvero impedirà agli orsi di fiutare il cibo?), ma non può sbarazzarsene, proprio come i venditori ambulanti raffigurati da Bruegel non possono permettersi di depositare il loro fardello.

L’ideazione del progetto di cui il libro rende conto risale al 2012, l’anno nel quale Ferris si trova a fronteggiare la morte del padre, la nascita del primo figlio e una crisi lavorativa. Ha 42 anni e quella cifra comincia a parlargli. Secondo una stima discretamente accreditata, Bruegel sarebbe morto alla stessa età e, sempre in base a un calcolo ritenuto affidabile, sarebbero 42 i dipinti attribuibili al Vecchio. Ferris decide di andarli a vedere tutti, uno per uno, muovendosi tra l’Europa e gli Stati Uniti, anche a costo di trascinare sotto la pioggia battente un improbabile kit anti-orso. Il viaggio non è lineare, come apparentemente erratico è l’andamento dei vari capitoli, nei quali le memorie familiari di Ferris si intrecciano con lo studio approfondito di un corpus che rimane sfuggente per la sua stessa evidenza.

L’esplorazione dell’«Oggetto Bruegel» si compie, da ultimo, per via di incompiutezza, e non solamente perché almeno uno dei dipinti originali, L’ubriaco spinto nel porcile, è conservato in un’insondabile collezione privata, di modo che Ferris deve accontentarsi di una copia (sì, del solito Pieter il Giovane) esposta a Bamberga. L’autentica ragione dell’imperfezione alla quale il libro dà voce è però un’altra. Nessuna interpretazione, per quanto sofisticata, può illudersi di essere definitiva: «A un certo punto, nel tuo cammino per il mondo – ammette Ferris –, devi sperimentare un lutto magico. Entrare nella luce chiara dell’ordinario». Lì, scamiciato e sapiente, ci aspetta Bruegel il Vecchio.

Toby Ferris 

La via è breve, 
il mondo è strano
il Saggiatore, pagg. 342, € 29


Israele, la strategia del caos

Marina Calculli
Israele, il caos per coprire la crisi dell'impero

il manifesto, 28 maggio 2026

La furia con cui Israele conduce la pulizia etnica del sud del Libano è il segno della disperazione strategica del suo apparato di potere criminale. Non appena ha fiutato che un possibile accordo tra Usa e Iran potesse includere il Libano come condizione, ha ricorso a una strategia già testata.

Attacchi spettacolari contro il Paese dei Cedri per sabotare un passaggio diplomatico che nei fatti sancirebbe i limiti del controllo imperiale occidentale sulla regione.

Così, nel giorno dell’Eid al-Ahda, una delle festività più importanti dell’anno per i musulmani, i vertici dell’esercito israeliano occupante hanno ordinato prima agli abitanti di due intere città del Libano meridionale – Nabatieh e Tiro – di lasciare le proprie case, per poi bombardarle senza tregua. Dopo, in serata, l’«ordine di evacuazione» – termine orwelliano per inzuccherare un crimine di guerra ormai normalizzato – è stato esteso all’intero sud: tutte le città, i villaggi e i campi dei rifugiati palestinesi, parte integrante del mosaico sociale e istituzionale del sud – il janub – sono stati designati come «zona di combattimento». L’obiettivo esplicito di Israele è occupare permanentemente tutto il territorio sotto il fiume Litani e forse anche oltre.

Seminare quanta più morte e distruzione possibile attorno al suo stato-fortezza sembra essere l’unica prospettiva che Israele contempla per vincere l’ansia che il tempo non sia più dalla sua parte, come nei decenni passati. Questo nonostante l’immenso potere economico, militare, politico e diplomatico con cui gli Stati uniti, e in modo ancillare l’Europa, continuano a dare energia al progetto di espansione israeliana degli insediamenti coloniali nel Levante arabo e al soggiogamento dell’intera regione. È bene ribadire che il vertice di questo grande schema imperiale che ha sublimato l’arbitrarietà di Israele negli ultimi due anni e mezzo (genocidio, pulizia etnica e guerre di aggressione senza sosta) sia Washington e non Tel Aviv. Tuttavia, nonostante la comunione di intenti, gli interessi strategici della metropoli imperiale e del suo avamposto nella regione non sono necessariamente gli stessi.

Tutti gli imperi hanno però dei limiti. Le divergenze di questo progetto sono ormai ben visibili, e forse non lo sono mai state come nelle ultime settimane di grotteschi tentativi di uscita dall’impasse dalla guerra contro l’Iran che Israele ha per anni chiesto all’alleato statunitense e che infine l’amministrazione Trump ha scatenato. Ma gli Usa adesso cercano un accordo da vendere come una vittoria per coprire la loro defaillance strategica (l’obiettivo in Iran era un cambio di regime che non c’è stato). Israele vorrebbe invece continuare la strategia del caos. Dal suo canto l’Iran – che ha poco altro da perdere ma tutto da (ri)guadagnare nella partita per la definizione di un nuovo ordine regionale – ha rimesso la dialettica ideologica al centro della sua strategia. La protezione del Libano – dove il suo alleato Hezbollah rappresenta l’unica resistenza all’espansionismo sionista – rientra pienamente in quest’ottica.

La guerra tra Israele e Hezbollah è per questo una guerra prima di tutto ideologica, tra due idee di regione. Una in cui il Medio Oriente sia una zona imperiale sotto esclusivo controllo americano e israeliano. Il prezzo per le popolazioni indigene sarebbe l’abbandono di ogni forma di liberazione e autodeterminazione. Un’altra in cui l’Iran stabilisca quantomeno un condominio con i suoi rivali storici e venga riconosciuto da questi ultimi come tale. Il destino del sud del Libano è per questo legato ideologicamente prima ancora che strategicamente e politicamente all’Iran.

È in quest’ottica che dobbiamo leggere non solo la violenza ma anche la diplomazia che coinvolge la regione. Da una parte l’Iran ha incluso la sicurezza del Libano in un accordo che imponga il rispetto dell’autodeterminazione delle popolazioni locali come vincolo per gli Stati uniti. Dall’altra parte ci sono i negoziati diretti che gli Usa hanno forzato tra Israele e il governo libanese di Nawaf Salam, nella misura in cui quest’ultimo si presti ad essere il perfetto suddito tributario di un impero che esige obbedienza in cambio di vaghe promesse. Salam ha scelto di svendere la resistenza di Hezbollah a Israele, mentre quest’ultimo continua senza sosta a devastare il territorio libanese e i suoi cittadini.

Quale dei due progetti alla fine prevarrà è difficile dirlo. Israele e Stati Uniti lottano per il dominio totale della regione. Per l’Iran e Hezbollah la «resistenza» è una questione esistenziale. Quel che è certo è che la spirale di morte e devastazione inflitta alle popolazioni libanesi e palestinesi non si arresterà facilmente.


mercoledì 27 maggio 2026

La guerra come in sogno

 


À Nîmes

Guillaume Apollinaire
1914, pubblicata in Calligrammes 1918
Mi sono arruolato sotto il più bel cielo 
A Nizza la Marina dal nome vittorioso

Smarrito tra 900 anonimi conduttori
Sono un carrettiere del nono carro di 
Nîmes

L'amore dice Resta qui Ma laggiù le granate
Sposano con ardore e senza posa i bersagli
 

Aspetto che la primavera ordini di andarsene 
Verso il nord glorioso all'intrepida soldatesca
I 3 serventi seduti dondolano la fronte
Dove brillano gli occhi chiari come i miei speroni

Un bel pomeriggio di guardia alla scuderia
Sento suonar le trombe dell'artiglieria

Ammiro l'allegria di quel distaccamento
che raggiungerà al fronte il nostro bel reggimento 

Il riservista si  sta mangiando un'insalata
Alle acciughe mentre parla della moglie ammalata

4 puntatori fissavano le bolle dei livelli 
Che si dimenavano come gli occhi dei cavalli

Il buon cantante Giraud ci canta dopo le 9
Un'aria d'opera tu ascoltandolo piangi 

Con la mano sfioro il piccolo cannone grigio
Grigio come l'acqua della Senna e penso a Parigi
Ma quel pallido ferito alla mensa mi ha detto
Delle granate nella notte lo splendore argentino
Mastico lentamente la mia porzione di manzo
Dalle 5 alle 9 la sera passeggio da solo

Sello il cavallo battiamo la campagna
Ti saluto da lontano bella rosa o Torre Magna 


Je me suis engagé sous le plus beau des cieux
Dans Nice la Marine au nom victorieux

Perdu parmi 900 conducteurs anonymes
Je suis un charretier du neuf charroi de Nîmes

L’Amour dit Reste ici Mais là-bas les obus
Épousent ardemment et sans cesse les buts

J’attends que le printemps commande que s’en aille
Vers le nord glorieux l’intrépide bleusaille

Les 3 servants assis dodelinent leurs fronts
Où brillent leurs yeux clairs comme mes éperons

Un bel après-midi de garde à l’écurie
J’entends sonner les trompettes d’artillerie

J’admire la gaieté de ce détachement
Qui va rejoindre au front notre beau régiment

Le territorial se mange une salade
À l’anchois en parlant de sa femme malade

4 pointeurs fixaient les bulles des niveaux
Qui remuaient ainsi que les yeux des chevaux

Le bon chanteur Girault nous chante après 9 heures
Un grand air d’opéra toi l’écoutant tu pleures

Je flatte de la main le petit canon gris
Gris comme l’eau de Seine et je songe à Paris

Mais ce pâle blessé m’a dit à la cantine
Des obus dans la nuit la splendeur argentine

Je mâche lentement ma portion de bœuf
Je me promène seul le soir de 5 à 9

Je selle mon cheval nous battons la campagne
Je te salue au loin belle rose ô tour Magne


Walid Jumblatt

Hala Kodmani
Walid Jumblatt, figura di spicco fra i drusi del Libano: alza la voce

Libération, 26 maggio 2026 

«Non mi piacciono queste formule orientaliste di Medio Oriente e Estremo Oriente, inventate dall'Occidente coloniale», afferma l'autore di "Un destino nel Levante". «Il Levante è più semplice, forse molto francese, è più circoscritto», spiega l'autore, che definisce i confini della sua regione come: Siria, Libano, Giordania, Palestina e Israele. Scritto con lo storico Sébastien de Courtois, il suo libro viene pubblicato cinquant'anni dopo quello di suo padre, Kamal Jumblatt, assassinato nel marzo del 1977 dai servizi segreti siriani, nel pieno della guerra civile libanese. L'illustre predecessore era il capo della comunità drusa, ma anche del «campo islamista progressista», come veniva chiamata allora l'alleanza tra la sinistra libanese e i palestinesi di Yasser Arafat, con base a Beirut. «Da figlio unico, mi era impossibile sfuggire al mio destino e a quello dei miei antenati fin dal XIX secolo», dice l'uomo che, a 28 anni, ha dovuto prendere il posto del padre. Nutrendo assoluta ammirazione e lealtà per il padre, si ritrovò a guidare la sua comunità, il Partito Socialista Progressista, e a combattere la guerra in corso contro le milizie della destra cristiana libanese. "Ho seguito le orme di mio padre in politica, ma non in religione. Lui aveva intrapreso lo studio del sufismo, poi del cristianesimo, e alla fine della sua vita cercò rifugio in un ashram in India per sfuggire al mondo arabo. Quando avevo 17 anni, cercò di trasmettermi un po' di quella gioia spirituale, ma io ero ribelle e gli dissi che non faceva per me."

Con i suoi grandi occhi azzurri sporgenti socchiusi, Walid Jumblatt parla a bassa voce, con voce stanca, frasi brevi, in un francese fluente. È cresciuto parlando la lingua con la madre libanese francofona. Poi, dopo il divorzio dei genitori , "Madame Yvonne ", la governante francese, si è occupata della sua educazione. Ha frequentato il liceo francese Abdel-Kader a Beirut. "Le donne della mia famiglia hanno sempre avuto un ruolo importante nella mia vita, in diverse fasi", afferma Jumblatt, che racconta del ritorno della madre per sostenerlo dopo l'assassinio del padre. Dedica persino un capitolo alla sua influente nonna paterna, Sitt Nazira, conosciuta come "la regina della montagna " a Moukhtara. "C'è una mancanza di riconoscimento per le donne nel mondo politico libanese e arabo", lamenta Joumblatt, che ha istituito una quota del 30% per le donne nel suo Partito Socialista Progressista.

Sposato per la prima volta, contro il volere del padre, con una bellissima attrice iraniana che "morì tragicamente dopo pochi anni di matrimonio", si sottomise poi a un secondo matrimonio combinato dalla sua famiglia con una lontana cugina circassa in Giordania. Gervette, madre dei suoi tre figli – due maschi e una femmina – condivise la sua vita per circa dieci anni. Ma fu il terzo matrimonio a rivelarsi quello giusto, con Nora Charabati, di origine siriana, sua compagna, confidente e protettrice, presente durante tutte le sue interviste. "Siamo sposati da trent'anni", dice Walid a Nora, che gli ricorda il loro matrimonio del 1989, prima di aggiungere con un sorriso: "Gli uomini non si ricordano mai queste date, vero ???.

Sebbene affermi di essere sollevato per aver ceduto pacificamente le sue responsabilità al figlio maggiore, Taymour, membro del Parlamento libanese dal 2018, Walid Jumblatt non ha abbandonato completamente l'attività politica. L'uomo che ora appare come una figura saggia tra i leader libanesi estremisti delle varie fazioni si dispera per non riuscire a far sentire la propria voce. "Non posso più, non so più come parlare con Hezbollah! Ai tempi di Nasrallah, potevo contattarlo e discutere, ma dopo il suo assassinio per mano di Israele nel 2024, non c'è più nessuno con cui parlare. La nuova leadership è completamente sotto l'influenza iraniana", si lamenta. "Quanto al campo opposto, quelli che mio padre chiamava gli 'isolazionisti', i libanesi anti-Hezbollah sono completamente trincerati. Il leader cristiano, Samir Geagea, si crede Mosè. Tutti sono intrappolati nel ciclo della violenza e si scagliano insulti a vicenda, mentre nessuna voce ragionevole viene ascoltata".

Prima che il Libano esplodesse di nuovo in fiamme, Walid Jumblatt aveva tentato di proporsi come mediatore con la comunità drusa in Siria durante gli scontri con le forze delle nuove autorità di Damasco che nell'estate del 2025 causarono centinaia di morti. "Ricordavo che le foto di mio padre, Kamal Jumblatt, erano state esibite durante le pacifiche manifestazioni druse contro il regime di Bashar al-Assad due anni prima. Pensavo che sarei stato ascoltato, ma mi hanno odiato per aver incontrato il presidente Ahmed al-Sharaa . Ora sono considerato un traditore dai drusi siriani, che, per inciso, sono di origine libanese", lamenta il leader della comunità. Egli vede un crescente "isolazionismo druso". Chi lo sostiene afferma: "Non siamo arabi, ma una tribù separata, distinta persino dall'Islam". E Jumblatt denuncia il ruolo svolto da Israele nell'influenzare alcuni leader religiosi drusi siriani. "Sento crescere l'influenza separatista e partigiana", aggiunge Walid Jumblatt, che vede riemergere il vecchio progetto attribuito a Israele "per creare entità settarie, religiose e tribali, e per inventare qualsiasi cosa pur di destabilizzare l'intera regione".

Proseguendo con il suo monotono racconto dello scenario catastrofico che, a suo avviso, si sta delineando, indica "il disordine diffuso che si sta impadronendo del Medio Oriente" e denuncia "la totale impunità di Israele, che ha carta bianca per distruggere Gaza, il Libano meridionale e colonizzare ciò che resta del territorio palestinese in Cisgiordania". E quando gli viene fatto notare che Trump e Netanyahu non sono immortali, ricorda a tutti che il primo rimarrà alla Casa Bianca per quasi altri tre anni e che il secondo sta portando avanti il ​​progetto sionista, vecchio di oltre un secolo. Prevede che la guerra contro l'Iran si protrarrà "perché sono in molti a trarne vantaggio, tra cui le aziende produttrici di armi e di petrolio. Quanto ai fornitori di nuove tecnologie di intelligenza artificiale, hanno un campo di prova nel Golfo! Inoltre, la borsa è in rialzo, e così anche l'oro ", osserva l'uomo che ammette di essere "completamente pessimista". È nero, è nero, non c'è più speranza!

1949 Nascita a Beirut.

1977 Assassinio di suo padre.

1989 Matrimonio con Nora Charabati.

2023: Ritiro dalle sue funzioni politiche.

2026 Un destino nel Levante (Stock).