Il gran caldo si può governare
Sarà il caldo, ma il dibattito pubblico italiano sul cambiamento climatico sembra affogare in un mare di sciocchezze. Il problema non è tanto il fatto che non si ascoltino gli scienziati – quando si tratta di definire politiche pubbliche, la scienza non conferisce particolare legittimità – quanto il fatto che sembra mancare coerenza nell’articolare cosa si debba fare rispetto a ondate di caldo, siccità e altri eventi. Come se bastasse sperare che non capitino più. Ma la speranza, come si dice, non è una strategia. Dobbiamo quindi parlare di cosa fare. Prima, però, val la pena assicurarsi che la diagnosi del problema sia chiara. Se no, va da sé che la soluzione sarà mal dimensionata e mal concepita. Partiamo quindi dalla diagnosi. Primo, il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta. Non so come altro dirvelo: questa roba è certa. I dettagli ovviamente importano e non è questo il contesto per una lezione di fisica, ma se pensate di avere scoperto fattori che la comunità scientifica non ha considerato (vulcani, macchie solari, variabilità naturale, ere glaciali, o altro assortimento di fatti trovati su internet) o se avete letto da qualche parte che non tutti sono d’accordo, siete male informati. Non c’è alcun dubbio che quello che sta succedendo è anomalo e lo stiamo causando noi. Questo, come vedremo, importa per cosa fare in Italia.
Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e dovuto alle nostre emissioni non vuole dire che il problema sia di dimensioni apocalittiche e ingestibili. Nulla è mai così semplice. Ma passare il tempo a dibattere la scienza è una totale perdita di tempo. Che ci sia un problema serio è indubbio e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa.
Secondo, il cambiamento non si manifesta come un graduale aumento delle temperature medie ma come un’evoluzione della statistica meteoclimatica. Avrete sicuramente sentite parlare del limite che speriamo (con sempre meno convinzione) di rispettare, dettato dall’accordo di Parigi: 1,5 gradi centigradi in più nella temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Ma nessuno “sente” la temperatura media del pianeta. L’Europa, per esempio, si sta scaldando molto più rapidamente a causa di una serie di fattori geografici e dinamici - di come si comportano l'atmosfera e l'oceano sopra e intorno al continente. Siamo già a 2,5 gradi medi sopra le temperature storiche. Anche questa è una costruzione statistica. Non dice un gran che di cosa si senta, per dire, in via Indipendenza a Bologna o in corso Magenta a Milano, a metà luglio.
Questo è forse il punto che più di ogni altro cea confusione, gli eventi che osserviamo, che hanno un impatto sulla vita delle persone sono prevalentemente meteorologici, In Europa da ultimo abbiamo avuto ondate di calore in maggio, giugno e luglio, con migliaia di morti in più per le alte temperature. Si stima che nel solo mese di giugno siano morte una decina di migiaia di persone in più, il 90 per cento sopra i 65 anni. Alla fine dell'anno potremmo scoprire queste essere sottostime. In Francia sono stati bruciati centomila ettari - tre volte la media annuale, mentre in Spagna l'incendio di Àvila è stato il più grande della storia del paese. Tra i due sono state evacuate più di 300mila persone.
Questi sono eventi meteorologici, espressione della dinamica dell'atmosfera e, in parte, dell'oceano. Ma ciò che li rende significativi è che le loro caratteristiche - la frequenza con la quale si stanno manifestando, l'intensità e natura della loro evoluzione - sono semplicemente inspiegabili senza il contributo di un cambiamento sottostante delle statistiche del sistema climatico. In questo l'evidenza è schiacciante. Questo importa perché come si affrontano questi problemi cambia se si considerano un'emergenza contingente - grave, ma passeggera - o il sintomo di in cambiamento strutturale delle condizioni nelle quali operiamo.
Nel
primo caso, si affronterebbero come una sequenza di
emergenze, di deviazioni estreme dalla normalità.
Questo è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichiariamo
sorpresi, ignari, stupefatti. Invochiamo la
protezione civile per le alluvioni, perché è
emergenza, ignorando che si tratta di emergenze che
ormai capitano ogni anno. Nominiamo commissari,
per la “straordinarietà” della siccità,
come se l’eccezionalità implicasse deroghe
a regole che altrimenti funzionerebbero,
invece di riconoscere, più semplicemente,
regole inadeguate. Siamo in una situazione surreale:
un po’ come se gli emiratini si stupissero ogni
estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimenticarsene
in inverno.
Il
caldo di quest’estate ha sorpreso molti per intensità.
Tratteniamo il respiro e speriamo che passi. E’ una
follia. Faccio una previsione senza alcuna paura
di smentita. Ci saranno estati peggiori nel futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura esiccità, vi
ricordo pure che le alluvioni del 2023 e 2024 succederanno
di nuovo con simile o maggiore intensità. Quello che
abbiamo visto finora è la versione più benigna di ciò
che ci aspetta. Dobbiamo prepararci.E’
del tutto evidente che il territorio futuro
dell’Italia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi,
con buona pace di coloro che pensano che il paesaggio
sia una cartolina immobile, verso il quale abbiamo
solo responsabilità di tutela e non di sviluppo.
Il nostropaesaggio non è il Colosseo, e’dinamico.
Poco più di cent’anni fa, il territorio italiano
aveva un terzo delle foreste che abbiamo oggi e l’agricoltura
impiegava 8 milioni di persone invece che le odierne
800.000. Il paesaggio cambia perché cambiano
noi, cambia la nostra economia, e perché
cambiano le condizioni nelle quali operiamo.
Come
sarà fatto, quindi, il paesaggio italiano del futuro?
Affrontare il caldo, alluvioni, siccità, richiede
interventi fisici sul territorio e sulle nostre
città. Investimenti per dotare le abitazioni di
aria condizionata, le città di zone verdi che
riducano gli impatti del caldo urbano, una mobilità
organizzata per gestire una società che deve navigare
condizioni difficili, un’infrastruttura
idraulica e una gestione del territorio agricolo
che sia in grado di accomodare una maggiore
variabilità delle piogge, un’agricoltura più
resiliente. Tutto questo è in linea di principio
fattibile. Il nostro paese non sarà più caldo
dell’arizona o della Giordania oggi, più secco del
Nevada o con piogge peggiori dei tifoni giapponesi. Il
problema è che trasformare un paese abituato a
un clima diverso costa. E gli investimenti devono avere un
ritorno. Il ritorno per quegli investimenti dovrà
venire dalla crescita economica, resa possibile
a sua volta dalla trasformazione territoriale.
La
frontiera dell’innovazione oggi risiede nell’uso
dell’intelligenza artificiale,
nell’automazione della produzione industriale,
nella trasformazione ad altissimo valore aggiunto
che molte aziende italiane già fanno (è la ragione per la
quale il paese in questi anni è diventato il quarto
esportatore industriale al mondo). Tutto questo
quindi deve essere fatto, pensando a quell’economia,
che sarà prevalentemente digitalizzata,
automatizzata e, punto fondamentale,
elettrificata. Il cuore di quell’economia,
della sua competitività, è il sistema
energetico nazionale, quindi, e da lì
bisogna partire.
Pensate
alla trasformazione territoriale del
secolo scorso. L’industrializzazione italiana
fu fatta alimentando le aziende manifatturiere
con l’idroelettrico, partendo dalla centrale
Bertini della Edison, sull’adda, che fornì energia
elettrica alle piccole aziende tessili del milanese.
Quell’elettrificazione fu finanziata
grazie anche ai contratti
municipali–laragioneperlaqualedaoltrecent’anni
Milano ha il tram elettrico. Il tram, a sua volta, era usato dai
lavoratori di quelle fabbriche, creando un ciclo
di crescita virtuoso. Buona parte della trasformazione
del territorio nazionale fu quell’esperienza moltiplicata per le tante zoneproduttive
italiane, che aggregarono una trasformazione
nazionale, facilitata dall’intervento
finanziario, progettuale e regolatorio
dello stato.
Questo non vuole dire che la Cina non usi petrolio o gas oggi – è il più grande importatore al mondo – ma se stiamo facendo una discussione di strategia–di come ci dobbiamo preparare al futuro–è evidente che le tendenze raccontano una storia di elettrificazione e di progressivo abbandono del fossile.
Dal punto di vista strategico, quindi, questo dovrebbe essere un buon segnale per l’italia, un paese senza combustibili fossili, con un potenziale solare ed eolico significativo, e con impatti climatici sul territorio tra i peggiori di tutti i paesi avanzati e che richiedono investimenti puntuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di perseguire in maniera efficace la transizione di cui ha evidentemente bisogno.
Mi si dirà che il solare in Italia è cresciuto tantissimo. E’ vero. In un futuro prossimo, aggiungere solare in Italia non aumenterà di un gran che la capacità produttiva perché il problema è dare elettricità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può investire nel sistema di stoccaggio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibattito prende direzioni incomprensibili. Ci distraiamo con discussioni sul costo delle rinnovabili, ma solo coloro che non capiscono come si formano i prezzi nel mercato elettrico pensano che il problema degli alti prezzi dell’energia sia dovuto ad esse. La produzione marginale di elettricità in Italia è ed è sempre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta producendo l’aumento di prezzi del sistema. Il problema non è l’economia delle singole tecnologie rinnovabili, ormai banalmente competitive, ma come trasformare un sistema ottimizzato su un combustibile che importiamo da sessant’anni. Questo è ben chiaro agli esperti del settore ma raramente dibattuto in pubblico. Si continua a confondere una discussione di scelta tecnologica, con una discussione di trasformazione industriale. E’ probabile che il gas continuerà a essere parte del nostro mix tecnologico per svariati anni, ma la questione è come instradarsi verso l’emancipazione. Questa non è una questione solo di produzione, ma di struttura della rete, della distribuzione, di gestione territoriale, di politica tecnologica e di regolazione del mercato.
Un paese che si affida a solare, eolico, idroelettrico, batterie, geotermico e un mix decrescente di gas e, forse, nucleare, avrà un territorio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occupano suolo soggetto a smottamenti e inondazioni, centrali termiche che dipendono da acqua di raffreddamento che potrebbe non esserci, e che alimenta datacenter che competono per l’elettricità con l’aria condizionata degli utenti in affanno. Affrontare il problema energetico è quindi una condizione fondamentale per gestire i cambiamenti territoriali che ci aspettano e un volano di attenzione verso il territorio.
C’è poi la trasformazione fisica del territorio nel suo complesso. Per il calore abbiamo una situazione strutturale di mal adattamento. Le città medievali italiane non si sono evolute per gestire settimane di temperature oltre i 35 gradi centigradi. Le infrastrutture idrauliche che si sono accumulate nei secoli non hanno mai dovuto affrontare la frequenza annuale di precipitazioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.
Ormai si moltiplicano le stime di costo che queste continue interruzioni impongono alla normale operatività dell’economia: le stime oscillano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli orizzonti temporaliedellecondizionifuturepreviste.e’facile capire da dove vengono questi costi. Quando è caldo per diverse settimane all’anno, la produttività del lavoro esterno si riduce radicalmente. Quando la logistica è interrotta dagli estremi si perdono giorni di consegna e si deteriora l’infrastruttura dalla quale dipende la produzione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’economia nazionale.
E poi, le grandi tendenze demografiche cambiano le condizioni della popolazione e moltiplicano i costi. Con il paese che invecchia, la vulnerabilità sociale diventa economica. Se le temperature superano i 35 gradi, la mortalità delle persone sopra 65 cresce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto significativo sulle strutture ospedaliere già sotto pressione e costi enormi sulla collettività. E’ del tutto evidente che il problema è strutturale e di prim’ordine nella gestione dell’economia del paese. Sipossonofaremoltecose.i“pianicaldo”come quello presentato recentemente a Roma offrono una serie di interventi sensati e necessari, che vanno dalla costituzione di zone verdi, all’adozione di aria condizionata negli edifici pubblici. Ma se il problema è strutturale, le dimensioni della risposta dovranno eccedere ciò che una singola città o amministrazione locale può fare. Se adotteremo livelli americani di aria condizionata, la rete elettrica dovrà affrontare un problema diverso. Se serviranno interventi sistematici sugli edifici, si porranno questioni ineludibili di bilanciamento tra tutela del patrimonio e la preparazione per condizioni che non abbiamo avuto nella storia del paese.
Tutto questo costerà. Le stime variano, ma per l’adattamento dell’economia per com’è oggi, si stimano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Questo però non tiene conto degli investimenti necessari per trasformare l’economia stessa, condizione necessaria per potersi permettere l’adattamento. Perché se è vero che adattarsi significa risparmiare costi sull’economia futuro, è anche vero che il risparmio non costituisce un pagamento reale che permetta di finanziare gli interventi. Serve valore aggiunto.
Tutto questo richiede una funzione pubblica in grado di pianificare la trasformazione, lavorare con il settore privato e con le autorità locali per sviluppare progetti, lavorare con la commissione e le istituzioni europee per mobilitare finanza, ed eseguire gli interventi per ottenere i risultati. Ed è qui, lontano dai problemi tecnologici e dalle discussioni scientifiche, che la discussione nazionale si dovrebbe concentrare: sulla capacità dello stato amministrativo di spronare il paese in questa transizione.
Può sorprendere che una riflessione sul clima e sul territorio ci porti a parlare di funzione pubblica, ma questo è il grande assente dal dibattito oggi: non c’è soluzione che ci permetta di affrontare quello che ci capiterà nei prossimi anni, le ondate di caldo, la siccità, le alluvioni, che non richieda un radicale miglioramento della capacità dell’amministrazione di ottenere risultati tangibili in tempi prevedibili sul territorio. La nostra architettura istituzionale e il sistema di incentivi che la governa è il problema.
La riforma della pubblica amministrazione è storia decennale. La gestione della cosa pubblica in Italia è sempre stata inseparabile dalla sua naturale territoriale, e infatti la prima grande stagione di trasformazione avvenne contestualmente alla nascita delle regioni a statuto ordinario negli anni Settanta. Lo scrisse Massimo Severo Giannini nel 1979, quando nel rapporto “sui principali problemi dell’amministrazione dello Stato” individuò le difficoltà di uno Stato che non doveva solo esercitare autorità, ma erogare servizi, ridistribuire ricchezza, investire in infrastrutture, su un territorio frammentario.
Lo vediamo oggi. L’autorità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pianificato sulla base di un’idea di agricoltura e tessuto produttivo che attraversa svariate regioni. Per i datacenter serve acqua – dove li mettiamo? Dove si favoriscono gli investimenti in automazione e meccanica? Quali produzioni vanno incentivate per aumentare le esportazioni? Quali per la sicurezza alimentare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abbastanza acqua sia per il riso del vercellese che per le pesche della Romagna, che per i datacenter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede interventi sulla rete e di sacrificare terreni alla produzione elettrica, chi gestisce quei costi? Il problema parte da un piano territoriale, ma nessuna istituzione ha la responsabilità ultima di offrire e implementare risposte a queste domande.
Ci troviamo a valle di decenni di riforme sostanzialmente cieche su questa dimensione. Negli anni 90, la famosa “stagione delle riforme” portò una serie di cambiamenti importanti: le autonomie locali, la riforma Cassese per separare l’indirizzo politico e la gestione amministrativa, la legge Bassanini per il federalismo amministrativo, fino alla riforma costituzionale del Titolo V. Queste riforme sulla carta avrebbero dovuto portare a una funzione pubblica più indipendente da favori politici e più aziendale, con una relazione tra autonomie locali e stato centrale più produttiva. Come spesso capita però l’attuazione contingente creò l’esatto opposto. Un’amministrazione sempre meno capace di affrontare i problemi territoriali e un’architettura sempre più paralizzata dalla confusione sulle responsabilità. La riforma del Titolo V in particolare ha creato temi concorrenti tra stato, regioni e vari enti, moltiplicando il numero di attori che possono bloccare qualsiasi decisione. Ci sono stati tentativi successivi di correggere il tiro. Ma la riforma Brunetta del 2009 che ambiva a una funzione pubblica aziendale e meritocratica fu affondata dalla crisi del debito del 2010 quando Tremonti impose il blocco degli stipendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a responsabilizzare i dirigenti dello stato fu affossata dalla sconfitta del referendum costituzionale del 2016 che avrebbe dovuto superare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vincolo insormontabile alla presa di responsabilità della dirigenza pubblica statale rispetto a decisioni territoriali.
Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha introdotto nel paese enormi risorse e potenti vincoli esterni alla politica nazionale. Dove il paese aveva capacità centralizzata di sviluppare e implementare progetti, come nel caso delle ferrovie o della digitalizzazione, siamo riusciti a fare passi avanti significativi sulla spesa prevista. Sui capitoli territoriali della sicurezza idrogeologica o urbana, i fondi originalmente stanziati – già minimi rispetto al problema – sono stati tagliati. La ragione? La supposta incapacità di autorità locali di strutturare ed eseguire progetti nei tempi necessari.
La storia di quest’estate di caldo è questa, quindi, e varrebbe la pena ricordarla anche quando il caldo torrido di questi mesi sarà sostituito dalle inevitabili alluvioni autunnali: il problema è la capacità esecutiva e amministrativa delle nostre istituzioni pubbliche. E’ vero, abbiamo provato a riformarle in passato, fallendo. Ma dovremo riprovarci, perché non farlo significa condannare il paese a passare il tempo tra ventilatori e salotti alluvionati mentre gli anziani muoiono e i giovani se ne vanno.
Giulio Boccaletti
Giulio Boccaletti, formatosi come fisico presso l’università di Bologna, ha conseguito il dottorato in Scienze atmosferiche e oceaniche presso l'università di Princeton. Scrive per Project Syndicate e per il Foglio. “The Environmental Republic: Why Citizens Will Save the World” (Princeton University Press), pubblicato nel maggio scorso, è il suo ultimo libro.