la
delucidazione della memoria
Alberto
Arbasino. L’«Autocronologia», curata da Raffaele Manica, è uno
strumento conoscitivo eccezionale per capire come lo scrittore
rivedesse continuamente il suo passato a fini letterari
Andrea
Cortellessa
È
un clic notevole quello riportato da Raffaele Manica nelle pagine
preposte alla Cronologia da lui redatta per i
«Meridiani», nel 2009, a festeggiare gli ottant’anni di Arbasino
(compiuti giusto fra il primo e il secondo volume). Del format di
collana insospettiva l’interessato lo strumento più feticizzato
dagli aficionados: la biografia dell’autore disposta,
per tradizione, in forma annalistica. «Prima tentò di sviare, poi
pretese che tutto fosse contenuto in una cartellina di non più che
duemila battute, poi mi disse di procedere per conto mio», racconta
Manica, «salvo criticarmi aspramente per il fatto di utilizzare
interviste e dichiarazioni […] che ora appassivano tristemente». E
poi appunto l’obiezione paradossale: «diceva che le cose che
andavo scrivendo già le conosceva bene (stesso discorso per le sue
varianti di scrittura). Non c’era modo di farlo persuaso che non a
lui autore erano dirette, ma a un lettore a venire».
Sempre
aristocraticamente sprezzante le tirature dei libri (se le
classifiche di vendita significassero qualcosa, era solito
motteggiare, il ristorante migliore sarebbe McDonald’s), era già
lecito il sospetto che Arbasino – quest’ibrido bizzarro fra T.S.
Eliot e la compagnia D’Origlia-Palmi – scrivesse, sovranamente,
per sé solo. Ma il bon mot è eloquente, anche se
non è dato sapere se sovrasegmentalmente più sprezzante o
rassegnato. Era un puzzle mentale, quella memoria d’elefante suo
superpotere e insieme maledizione; e in cuor suo sono convinto
sapesse – come quel personaggio di Perec che si insegue per tutta
la vita, senza mai raggiungersi – che non ne sarebbe mai venuto a
capo. Fatto sta che alla fine, nonché duemila battute, Arbasino mise
insieme quelle che, nell’impaginato della Piccola Biblioteca
Adelphi, assommano a più di duecento pagine (al netto dei raccordi
discreti del curatore, qui segnalati fra parentesi quadre):
autocommento esplicito dunque, che in altri volumi della stessa
collana era stato condotto in forme più oblique (si veda il numero
3, 2024 della rivista «InOpera»). Lo stesso titolo Autocronologia è
d’autore: così aveva definito Arbasino le Memorie quasi
indiscrete pubblicate sulla «Repubblica», nel 2003, «per
un uso editoriale postumo» (che invece, come si vede, si lasciò
indurre ad anticipare). L’ultima battuta, nel «Meridiano», suona
infatti: «lavoro a un’elaborazione di varie memorie».
Se
Arbasino non ha mai cessato di riscriversi, lo ha fatto per
paradossalmente aggiornarle, quelle memorie: come se la distanza di
tempo, anziché appannarle, dovesse lucidarle sino al parossismo. Ma
ci sono memorie e memorie. Quelle di cui l’Elefante Alberto non s’è
mai stancato di stipare i suoi libri sono “esterne”: il
«magnetofono ben temperato», come lo definì Paolo Milano,
infaticabile registrava rumori o voci, nonché ritratti e immagini,
di cui s’era votato a testimone e historicus; viceversa
le memorie “interne” erano proibite, censurate, tecnicamente
parlando forcluse. La «reticenza» che a ragione Manica considera
una strategia «retorica» (e dunque certo, perché no ohibò?, una
poetica), non riguarda il prossimo (agli esordi, anzi, certa sua
spregiudicatezza gli aveva procurato più d’una noia) ma sé
stesso. Bando dunque al «proustismo di maniera», «nonne e
bisnonne, e tanti sacrifici tra mangiarini e cuoricini e dispiaceri
in casolari», e via libera semmai (come ha mostrato Silvia De Laude
in Arbasino A-Z) al Proust 2.0, a suo tempo brandito
dalla nouvelle critique: che nel Contro
Sainte-Beuve raccomanda «di lasciar perdere le invadenze
ficcanaso e biografiche».
E
questo sin dal principio, cioè sin dalle Piccole
vacanze occhiutamente vagliate da Calvino nel ’57: «di
solito il primo libro è un libro-confessione. Per me no. Non c’è
niente di autobiografico nel mio debutto. Sono diverse storie unite
da uno stesso tema: tanti sforzi per conseguire l’Amore, e poi
invece si incontra il dolòr». La vera vacanza, insomma, era da sé
stessi. Anche se nel racconto dal titolo cardarelliano Distesa
estate qualche eco più personale si percepisce. Lo dice
pure il finale, sia pure nella scoperta parodia manzoniana: «Addio
giallo paese che ricade nel sonno, Grand Hôtel sepolcrale, ombroso
parco spazzato dal vento, addio bosco tennis piscina ore pungenti,
giorni che da oggi in poi rimpiangerò […], addio fiori scale
orologio immobile giochi perduti; non sarò ragazzo mai più e
neanch’io lo vorrei, però mi è piaciuto molto».
Non
c’è dubbio che a far rumore, a suo tempo, sia stata soprattutto la
prima parte dell’Autocronologia – quella i cui
estratti offriamo ai nostri lettori –: che faceva aggallare a
sorpresa le «sensazioni vivissime e poi mai sfruttate» delle due
estati violente, e tutt’altro che distese, del Quarantatré e
Quarantaquattro. Dove Arbasino alterna le fughe in bici dai
mitragliamenti con quelle a caccia di libri (se ne ricorderà
nella Gita a Chiasso del ’63), anche se è
reticente pure su queste ultime (quando per esempio menziona il
Tesoretto dello «Specchio», non dice come lì gli apparve il Gadda
destinato a più salargli il sangue, quello dell’Adalgisa).
Il
valore di queste pagine, intrinsecamente letterario prima che
ficcanaso e biografico, è fuori discussione.
Un
altro documento resterebbe a questo punto da estrapolare, ancor più
problematico e rivelatorio: quelle «centoventi tremende pagine»,
come le ha definite Giovanni Agosti, che – seminascoste nel
tumultuare dei Fratelli d’Italia del ’93 –
recano il titolo, a proposito di Gadda, di Condizione del
dolore. Dalla tumulazione dell’Elefante sono passati più
di sei anni; eppure non ne siamo mai sazi.
Alberto
Arbasino
Autocronologia
A
cura di Raffaele Manica
Adelphi,
pagg. 246, € 16
https://machiave.blogspot.com/2026/06/la-passione-dei-classici.html