martedì 24 febbraio 2026

Le donne di Ulisse

Circe

Ilaria Gaspari, Il mare di Circe, Ri-Stampa edizioni, Cittaducale 2025
(si tratta di un volume collettivo nel quale figurano scritti di vari autori e autrici)

L’antropologa dovette subodorare qualcosa, e gli regalò un libro sulla maga Circe. Lui lo studiò da cima a fondo, mentre non cessava di studiare la donna bionda. Un giorno, mentre il padre era impegnato nella pennichella postprandiale, si spinse fino al limitare del giardino della signora, che per lui da quel momento in poi fu incontrovertibilmente il giardino della maga: pullulava di animali selvaggi, immobili. A vederli si sentì un brivido alla base del collo, eppure non se ne andò. Rimase appostato, aspettando che qualcosa si muovesse. Se gli avessero detto che erano cespugli di bosso potati in forma di animali per capriccio di un giardiniere estroso, lui avrebbe riso e non ci avrebbe creduto nemmeno un secondo, perché la realtà sbiadisce al cospetto delle fantasticherie, che alla fin fine sono l’unica verità cui siamo disposti a credere.

Nel libro gli piacque molto la storia dell’erba moly, che una nota diceva essere simile all’aglio, e che il dio Hermes, tramutato per l’occasione nelle sembianze di un ragazzino, ordina a Ulisse di unire al ciceone, come antidoto al potere della bevanda, per evitare di esser tramutato in porco. Dovette fantasticare parecchio su quella storia, senza parlarne a anima viva; perché quando, l’ultima sera della vacanza, la signora invitò a cena padre e figlio, e servì come antipasto una zuppa fredda spagnola, il gazpacho, specificando che nel bicchiere destinato al padre l’aglio non c’era, il bambino fu preso da uno di quei pensieri indecifrabili che, se ci colgono in certi stati d’animo, ci spingono ad agire con una prontezza e una scaltrezza inusitate. Approfittando della distrazione del padre – stato tutt’altro che raro, in quei giorni che trascorreva con lo sguardo allacciato allo sguardo della maga – sostituì il proprio bicchiere a quello di lui. Disse poi che l’aveva fatto perché non voleva lasciare suo padre privo dell’antidoto alla pozione, che non voleva che fosse esposto ai rischi della trasformazione; ma la verità, quella che non avrebbe ammesso mai, e che anzi non riusciva neppure a pensare per esteso, era che voleva sentire su di sé che effetto faceva, bere il ciceone e affrontare
la mutazione.

Non fu trasformato in maiale, nemmeno dopo che ebbe bevuto tutto d’un fiato il bicchiere di gazpacho senz’aglio destinato al padre. Il quale, invece, conobbe sì una spiacevole metamorfosi: iniziò a gonfiarsi intorno alle labbra, poi alla gola, gli occhi gli si rimpicciolirono fino a sparire nel viso tumido e fu trasportato d’urgenza al pronto soccorso per la violentissima reazione allergica. Di comune accordo, senza bisogno di dirselo, padre e figlio non fecero parola dell’incidente alla madre. E quando, tornato a scuola, il bambino scrisse in un tema di aver conosciuto la maga, la maestra non giudicò che fosse il caso di convocare i suoi genitori; era abituata alla fantasia dei bambini, non c’era proprio niente di strano. Ma noi che abitiamo al promontorio, sappiamo che era tutto vero. Che la maga continua a preparare i suoi incanti, e gli uomini si lasciano ingannare volentieri.

Odissea, libro X, traduzione di Ettore Romagnoli

 Entro una valle, il palagio trovarono bello di Circe,
tutto di lucidi marmi, nel mezzo a un’aprica pianura.
Tutto d’intorno, lupi movevano e alpestri leoni,
ch’essa tenea domati, perché li molceva coi filtri;
né s’avventarono punto sugli uomini; e invece, levati
sui pie’, le lunghe code festosi agitavano tutti.
Come al padrone che torna da mensa costumano i cani
scodinzolare, ché sempre con sé porta qualche leccume:
cosí lupi ed unghiuti leoni d’intorno ai compagni
scodinzolavano; e quelli temevan, veggendo le fiere.
Stettero innanzi alla soglia di Circe dal fulgido crine.
E udir la voce bella di Circe che dentro cantava,
ed una tela grande tesseva, immortale, siccome
l’opere son delle Dive, son fini eleganti fulgenti.
Primo a parlare prese Políte signore di genti,
ch’era fra tutti i compagni l’esimio, il piú caro al mio cuore:
«Compagni miei, c’è una lí dentro che tesse una tela,
e dolcemente canta, che tutta n’echeggia la casa,
non so se donna o diva: su’, diamole presto una voce».


«Ma via, la tua spada riponi
ora nel fodero; e poi saliam sul mio letto: ché quivi
nei cuor d’entrambi induca fiducia l’amplesso d’amore».
     Disse cosí. Ma io risposi con queste parole:
«Circe, come vuoi tu che teco benigno mi mostri?
Fra le tue mura, in ciacchi tu m’hai trasformati i compagni;
ed ora ch’io son qui, macchinando una frode, m’inviti
ch’entri nella tua stanza, che ascenda il tuo letto d’amore,
sì che tu poi mi renda, senz’armi, misero e imbelle.
No, che davvero non voglio salire il tuo letto, se prima
tu non intendi farmi sicuro, col gran giuramento,
che contro me qualche altro malvagio disegno non trami».
     Dissi; e súbito quella giurò come io volli; e quando ebbe
fatto quel giuro, di Circe bellissima il talamo ascesi.

     Stavano dentro le stanze frattanto al lavoro le ancelle.
Erano quattro, che tutte compiean le faccende di casa.
Erano figlie tutte dei boschi, dei fonti, dei fiumi
sacri, che verso il mare travolgon la copia dei flutti.
Stendeva una di queste sovressi i sedili cuscini
tinti di porpora, belli, stendeva di sotto un tappeto:

l’altra dinanzi ai troni traeva le mense d’argento,

e collocava d’oro canestri sovr’esse: la terza
temprava entro una conca d’argento dolcissimo vino
simile a miele soave, disponeva i calici d’oro:
acqua portava la quarta, facea sotto un tripode eccelso
ardere un fuoco grande, su cui rese tepida l’acqua.
Poi, quando l’acqua vide bollire nel lucido rame,
postomi entro la vasca, l’attinse dal tripode eccelso,
la mitigò con soave mistura, le spalle ed il corpo
me n’inondò, la stanchezza mortal delle membra mi sciolse,
Quando poi m’ebbe lavato, cosperso di liquido ulivo,
tutto mi ricoprì d’una tunica, un manto mi cinse,
e mi condusse sul trono stellato di borchie d’argento,
istorïato bello, sotto i pie’ mi pose uno scanno.
E di mangiare Circe mi disse; né voglia io ne avevo;
ma stavo lí, con le idee volte altrove, a funesti presagi.
     Circe, poi che mi vide seduto così, che le mani
non accostavo al cibo, ma tutto ero immerso in cordoglio,
mi si fe’ presso, e queste parole veloci mi disse:
     «Perché stai dunque, Ulisse, cosí, che somigli ad un muto,
senza bevanda né cibo toccare, rodendoti il cuore?
Forse qualche altra mia frode paventi? Non devi temere,
quando t’ho già prestato il gran giuramento dei Numi!»
     Questo mi disse; ed io risposi con queste parole:
«Circe, qual uomo dunque, che privo non sia di ragione,
potrebbe avere cuore di cibo gustare o bevanda,
prima d’aver veduti disciolti i suoi cari compagni?
Se tu brami davvero ch’io mangi, ch’io beva, disciogli,
liberi fa’ ch’io possa vedere i diletti compagni».

 Disse; e il cuor nostro prode convinse con quelle parole.
E qui, giorno per giorno, restammo lo spazio d’un anno,
a satollarci di carne, che tanta ce n’era, e di vino.
Ma quando un anno fu trascorso, stagione a stagione,
furon compiuti i mesi, compiute le lunghe giornate,
cosí, trattomi a parte, mi dissero i cari compagni:
«Diletto Ulisse, è tempo che d’Itaca tu ti ricordi,
se pur vuole il destino che salvo tu rieda, che giunga
alla diletta terra tua patria, e all’eccelsa tua casa».
     Dissero; e fu convinto da quelle parole il mio cuore.
Tutto quel giorno, dunque, sinché tramontato fu il sole,
sedemmo a mensa, carni cibammo, trincammo vin dolce.
Quando s’immerse il sole nel mare, e la tenebra giunse,

quelli nell’alta ombrosa magione si giacquero in sonno;
ed io, com’ebbi il letto di Circe bellissima asceso,
strinsi alla Dea le ginocchia, volgendole questa preghiera:
«Circe, mantieni oramai la promessa che tu mi facesti
di rimandarmi a casa: ché fiero desio me ne punge
ed i compagni miei: ché appena lontana tu sei,
tutti mi vengono attorno piangendo, e mi spezzano il cuore».

Marilù Oliva, L'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Solferino, Milano 2020


Calipso

Calipso
(gr. Καλυφώ; lat. Calypso)
Utet, Letteratura europea on line


Con questo nome è designata nell’Odissea (V, 68 ss.) una ninfa, figlia di Adante, che vive nell’isola di Ogigia, entro una grotta attorno la quale cresce la vite. Nel poema omerico si narra che Calipso accolse Ulisse naufrago e, innamoratasi di lui, lo trattenne per sette anni a Ogigia nonostante la melanconia dell’eroe e il suo rimpianto per la patria lontana. Al termine dei sette anni Zeus, per mezzo di Ermes, ordinò a Calipso di lasciar partire Ulisse, e la ninfa allora diede modo all’eroe di costruirsi la zattera con cui sarebbe giunto presso l’isola dei Feaci.
Il nome di Calipso è stato interpretato in passato come la nasconditrice o la nascosta (dal gr. kalyptō, nascondo). Più recenti studi hanno però proposto che si tratti di un nome egeo-anatolico (da kala, fianco di monte, più il suffisso -yb), significante “la dea della grotta”. Calipso infatti è, come Circe, un’immagine della Grande Dea anatolico-mediterranea.
Essa risiede al centro del mondo (“nell’ombelico del mare”), presso l’albero della vita (che nel mondo anatolico e mesopotamico è simboleggiato dalla vite fin dall’epoca sumera), e secondo lo Jensen è analoga alla giovane dea mesopotamica Siduri, incontrata da Gilgamesh in un giardino al centro del mondo, presso una vite. In quanto signora della vita, Calipso può offrire a Ulisse per trattenerlo l’ambrosia che accorda l’immortalità (e che Ulisse rifiuta, desideroso di tornare a Itaca). Il soggiorno dell’eroe nella grotta, che è santuario e talamo nuziale della dea, dev’essere quindi inteso come una permanenza alle fonti della vita che si inquadra nel grande disegno iniziatico dell’Odissea. Oltre che nell’Odissea, Calipso appare estremamente di rado nella letteratura classica. Esiodo nella Teogonia nomina un’oceanina Calipso, e una tardiva appendice alla Teogonia menziona due figli, Nausitoo e Nausinoo, che Calipso avrebbe avuto da Ulisse. Restano inoltre interpretazioni parodistiche della vicenda di Calipso e Ulisse nell’opera del commediografo Anassila e di Luciano. Oltre che in varie opere ispirate all’Odissea, nelle letterature moderne e contemporanee la figura di Calipso ricompare, tra l’altro, nelle Avventure di Telemaco di Fénelon e nei Dialoghi con Leucò di Pavese.


Odissea, libro V, traduzione di Enzio Cetrangolo

Ma quando nell'isola giunse, ch'era lontana,
 Ermes uscito dal mare violaceo alla riva,
 percorse la terra, finché alla grotta pervenne
 vasta dimora alla ninfa bene chiomata;
 la trovò ch'era dentro. Un gran fuoco
 ardeva al camino; un odore di cedro e di tio
 spirava nell'aria intorno per l'isola.
 E là dolcemente cantando ella tesseva
 con la spola sua d'oro intenta al telaio.
 Un bosco aggirava la grotta fiorente:
 ontani e pioppi e cipressi odorosi,
 dove uccelli di vaste ali avevano i nidi:
 civette e falchi e cornacchie dalla lunga lingua
 gracchianti assidue, amiche del mare;
 e c'era davanti una vite carica d'uve;
 e quattro fontane, l'una all'altra vicine,
 di fila, una chiara acqua mandavano in rivoli opposti;
 e intorno un fiorire era di viole e di apio
 su morbidi prati: tanto che uno là pervenuto.
 anche se dio, ne avrebbe incantata la vista
 e allegrezza del cuore. Là rimaneva
 immoto stupito a guardare il nunzio di Zeus. 

 









Odissea, libro V, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti 

E rispondendole disse l’accorto Odisseo
“O dea sovrana, non adirarti con me per questo:
so anch’io, e molto bene, che a tuo confronto
la saggia Penelope per aspetto e grandezza non val niente a vederla:
è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza.
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
Di tornarmene a casa, vedere il ritorno.
Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare
sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene.
Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli fra l’onde e in guerra:
e dopo quelli venga anche questo!”


Nausicaa

Frederick Leighton, Nausicaa


Ma quando fu per tornarsene a casa,
aggiogate le mule, piegate le belle vesti,
altro allora pensò la dea Atena occhio azzurro,
perché Odisseo si svegliasse, vedesse la giovinetta begli occhi,
e lei dei Feaci alla città lo guidasse.
La palla dunque lanciò la regina a un’ancella,
fallì l’ancella, scagliò la palla nel gorgo profondo.
Quelle un grido lungo gettarono: e si svegliò Odisseo luminoso,
e seduto pensava nell’anima e in cuore:
«Ohimè, di che uomini ancora arrivo alla terra?
forse violenti, selvaggi, senza giustizia,
oppure ospitali, e han mente pia verso i numi?
Come di giovanette mi è giunto un grido femmineo;
ninfe, che vivon sui picchi scarpati dei monti,
nelle sorgenti dei fiumi, nei pascoli erbosi?
Oppure sono vicino a esseri umani parlanti?
Via, dunque, io stesso vedrò e lo saprò».
Così dicendo, di sotto ai cespugli sbucò Odisseo glorioso,
dal folto un ramo fronzuto con la mano gagliarda
stroncò per coprire le vergogne sul corpo.
E mosse come leone nutrito sui monti, sicuro della sua forza,
che va tra il vento e la pioggia; i suoi occhi
son fuoco. Tra vacche si getta, tra pecore,
tra cerve selvagge; e il ventre lo spinge,
in cerca di greggi, a entrare anche in ben chiuso recinto.
Così Odisseo tra le fanciulle bei riccioli stava
per mescolarsi, nudo: perché aveva bisogno.
Pauroso apparve a quelle, orrido di salsedine,
fuggirono qua e là per le lingue di spiaggia.
Sola, la figlia d’Alcínoo restò, perché Atena
le infuse coraggio nel cuore, e il tremore delle membra le tolse.
Dritta stette, aspettandolo: e fu in dubbio Odisseo
se, le ginocchia afferrandole, pregar la fanciulla occhi belli,
o con parole di miele, fermo così, da lontano,
pregarla che la città gli insegnasse e gli desse una veste.
Così, pensando, gli parve cosa migliore,
pregar di lontano, con parole di miele,
ché a toccarle i ginocchi non si sdegnasse in cuore la vergine,
Subito dolce e accorta parola parlò:
«Io mi t’inchino, signora: sei dea o sei mortale?
Se dea tu sei, di quelli che il cielo vasto possiedono,
Artemide, certo, la figlia del massimo Zeus,
per bellezza e grandezza e figura mi sembri,
Ma se tu sei mortale, di quelli che vivono in terra,
tre volte beati il padre e la madre sovrana,
tre volte beati i fratelli: perché sempre il cuore
s’intenerisce loro di gioia, in grazia di te,
quando contemplano un tal boccio muovere a danza.
Ma soprattutto beatissimo in cuore, senza confronto,
chi soverchiando coi doni, ti porterà a casa sua.
Mai cosa simile ho veduto con gli occhi,
né uomo, né donna: e riverenza a guardarti mi vince.
Ieri scampai dopo venti giornate dal livido mare:
fin qui l’onda sempre m’ha spinto e le procelle rapaci,
dall’isola Ogigia; e qui m’ha gettato ora un dio,
certo perché soffra ancora dolori: non credo
che finiranno, ma molti ancora vorranno darmene i numi.
Ma tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire,
a te per prima mi prostro, nessuno conosco degli altri
uomini, che hanno questa città e questa terra.
La rocca insegnami e dammi un cencio da mettermi addosso,
se avevi un cencio da avvolgere i panni, venendo.
A te tanti doni facciano i numi, quanti in cuore desideri,
marito, casa ti diano, e la concordia gloriosa
a compagna; niente è più bello, più prezioso di questo,
quando con un’anima sola dirigono la casa
l’uomo e la donna: molta rabbia ai maligni,
ma per gli amici è gioia, e loro han fama splendida».
Gli replicò Nausicàa braccio bianco:
«Straniero, non sembri uomo stolto o malvagio,
ma Zeus Olimpio, lui stesso, divide fortuna tra gli uomini,
buoni e cattivi, come vuole a ciascuno:
190 A te ha dato questo, bisogna che tu lo sopporti.
Ora però, che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città,
né panno ti mancherà, né altra cosa,
quanto è giusto ottenga il meschino, che supplica.
La rocca t’insegnerò e dirò il nome del popolo.
I Feaci possiedono terra e città,
io son la figlia del magnanimo Alcínoo,
che tra i Feaci regge la forza e il potere».
Disse, e gridò alle ancelle bei riccioli:
«Fermatevi ancelle: dove fuggite alla vista d’un uomo?
Forse un nemico credete che sia?
Non esiste uomo vivente, né mai potrà esistere,
che arrivi al paese delle genti feace
portando guerra: perché noi siam molto cari agli dèi.
Viviamo in disparte, nel mare flutti infiniti,
lontani, e nessuno viene fra noi degli altri mortali.
Ma questi è un misero naufrago, che c’è capitato,
e dobbiamo curarcene: vengon tutti da Zeus
gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro.
Via, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere,
e nel fiume lavatelo, dov’è riparo dal vento».
Disse così; si fermarono quelle, fra loro chiamandosi,
e fecero sedere al riparo Odisseo, come ordinava
Nausicàa, figlia del magnanimo Alcínoo;
vicino gli posero manto, e tunica e veste,
e nell’ampolla d’oro gli diedero il limpido olio,
e l’invitavano a farsi lavare nelle correnti del fiume.
Disse però alle ancelle Odisseo luminoso:
«Ancelle, state in disparte, mentre da solo
mi laverò la salsedine dalle spalle e con l’olio
m’ungerò tutto: da molto l’olio è lontano dal corpo.
Davanti a voi non mi laverò: mi vergogno
di stare nudo tra fanciulle bei riccioli »,
Così diceva: s’allontanarono esse e alla fanciulla lo dissero.
Intanto Odisseo luminoso si lavava nel fiume
dal sale che il dorso e le spalle larghe copriva,
e dalla testa toglieva lo sporco del mare instancabile.
Come fu tutto lavato, unto d’olio abbondante,
vestì le vesti che gli donò la giovane vergine;
e Atena, la figlia di Zeus, venne a renderlo
più grande e robusto a vedersi; dal capo
folte fece scender le chiome, simili al fiore del giacinto.
Andò allora a sedersi in disparte sulla riva del mare,
splendente di grazia e bellezza, Ne stupì la fanciulla,
e subito disse alle ancelle bei riccioli:
«Sentitemi, ancelle braccio bianco, che dica una cosa:
non senza i numi tutti, che stanno in Olimpo,
quest’uomo è venuto tra i Feaci divini.
Prima m’era sembrato che fosse brutto davvero,
e ora somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono.
Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo,
abitando fra noi, e gli piacesse restare!
Su, date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere».
Disse così, e quelle ascoltarono molto, e obbedirono:
posero accanto a Odisseo cibo e vino.
E lui bevve e mangiò, Odisseo costante, glorioso,
avidamente: da molto tempo era digiuno di cibo.

[da Omero, Odissea, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi] 


(gr. ; lat. Nausicaa).
Mitica figlia di Alcinoo, re dei Feaci, e di Arete; è protagonista di uno dei più celebri episodi dell’Odissea (libro VI). Nel poema appare come una fanciulla assai bella, degna dell’attributo leukolenos (dalle bianche braccia), che è tipico della dea Era. Per ispirazione di Atena, che le è apparsa in sogno assumendo l’aspetto di una compagna, Nausicaa si reca con le sue ancelle a lavare il corredo nuziale alla foce del fiume: qui d’improvviso le appare Ulisse, che, scampato dal naufragio della sua zattera, è stato gettato dal mare sulla costa dell’isola di Scheria. Nausicaa si mostra subito ospitale verso l’eroe, il quale rivolgendosi a lei l’ha paragonata ad Artemide e a un sacro germoglio di palma visto a Deio presso l’altare di Apollo. Ulisse riceve abiti e olio per detergersi; quando egli riappare a Nausicaa, ornato della bellezza divina che Atena gli ha conferito, la fanciulla immagina un intervento degli dei, e al tempo stesso si augura che il suo futuro sposo sia somigliante a quello straniero. Grazie ai consigli e all’aiuto di Nausicaa, Ulisse giunge alla corte di Alcinoo e vi viene accolto ospitalmente. La figura della fanciulla compare per un’ultima volta nel libro VIII (vv. 457 ss.): essa si congeda da Ulisse poiché sa che l’eroe tornerà alla sua patria, ma gli chiede di non scordarsi di lei, giacché a lei deve la vita. Tra Nausicaa e Ulisse si è stabilito un rapporto che, per la fanciulla, tende a essere non solo di ospitalità ma di amore.
La figura di Nausicaa sembra essere stata evocata soltanto dal poema omerico e da un perduto dramma di Sofocle. Rare sono anche le sue figurazioni: oltre a un dipinto di Polignoto menzionato da Pausania (I, 22, 6), la rappresentano alcuni vasi a figure rosse. (Letteratura europea Utet)

https://palomarblog.wordpress.com/2016/06/03/joyce-il-ritratto-di-gerty/


L' immagine di Penelope

Eva Cantarella
Itaca
Eroi, donne, potere tra vendetta e diritto
Feltrinelli, Milano 2013 [2002]

Bellissima. Così ci appare Penelope, la prima volta in cui, nell' Odissea, scende dalle sue stanze per raggiungere la sala del banchetto, dove i pretendenti alla sua mano stanno ascoltando i racconti di Femio, l'aedo che dopo avere per anni servito Ulisse, ora è costretto a cantare per i proci:

Per essi il cantore famoso cantava: e in silenzio
quelli sedevano, intenti; cantava il ritorno degli Achei,
che penoso a loro inflisse da Troia Pallade Atena.
Dalle stanze di sopra intese quel canto divino
la figlia d’Icario, la saggia Penelope,
e l’alta scala del suo palazzo discese,
non sola, con lei andavano anche due ancelle.
Come fra i pretendenti fu la donna bellissima,
si fermò in piedi accanto a un pilastro del solido tetto,
davanti alle guance tirando i veli lucenti:
da un lato e dall'altro le stava un'ancella fedele.
(Od., 1, 325-335)
 
Bellissima, ma piangente: come del resto in quasi tutte le sue successive apparizioni. [...]
E' con il cuore spezzato, provando "pazzo dolore", dunque, che Penelope scende tra i suoi spasimanti: centootto, per la precisione. [...] Ora ci interessa Penelope, l'oggetto di tanto desiderio. Che vi fosse chi desiderava sposarla era più che comprensibile. Tutte le virtù che si richiedevano alle donne, Penelope le possedeva in massimo grado.


Più desiderabile di lei, sotto il profilo estetico, vi era, forse, in tutto il mondo greco, solamente Elena, bella come una dea immortale, bella al punto che secondo i vecchi troiani seduti presso le porte Scee a guardare la battaglia che infuriava nella pianura, "Non è vergogna che i Teucri e gli Achei schinieri robusti [...] soffrano a lungo i dolori" (Il., 3, 156-157).
Ma al di fuori di Elena, Penelope "divina" (dia) non temeva rivali. Quando scendeva dai suoi appartamenti, gli effetti che produceva sui proci erano devastanti. Ai pretendenti "si scioglieva il cuore nel petto al vederla", "si scioglievano le membra".
Oltre a intenerire il cuore, la sua visione accendeva il desiderio sessuale. Lo "scioglimento delle membra" è l'effetto tipico del desiderio, non solo nel linguaggio omerico: "Eros che scioglie le membra (lusimeles) ancora mi squassa, /dolceamara invincibile fiera", scrive Saffo.
Una sola volta, nell'Odissea, si dice che Penelope, pur piena di ogni virtù, deve temere il confronto estetico con alcune rivali. Più specificamente con la ninfa Calipso. E, singolarmente, colui che fa questa dichiarazione è suo marito: ma, bisogna ammetterlo, in una situazione molto particolare.



Lui, parlando, diceva molte menzogne
che somigliavano a cose vere,
e lei, ascoltandolo, versava lacrime,
che le devastavano il viso
Come si scioglie la neve sulle cime dei monti,
ed è Euro a sciogliere tutta quella che Zefiro aveva ammucchiata,
e i fiu
mi si gonfiano di tutta la neve disciolta,
così si scioglievano di lacrime le sue belle guance,
mentre lei piangeva lo sposo,
che, invece, le stava vicino”. (XIX, vv. 203-209)

traduzione di Dora Marinari

Irene Papas nel ruolo di Penelope

Penelope ritrovata

Odissea, Libro XXIII, 300-309, traduzione di Rosa Calzecchi Onesti

Ma i due, quand'ebbero goduto l'amore soave,
godettero di parlarsi, uno all’altra dicendo,
lei quanto in casa soffrì, la donna bellissima,
 costretta a vedere la folla sfacciata dei pretendenti,
che a causa sua, numerose le vacche e le pecore grasse
sgozzavano, e molto vino si attingeva dai vasi;
e lui, il divino Odisseo, quante pene inflisse
ai nemici, e quante sventure dovette subire lui stesso,
tutto narrava: lei godeva a sentire, né il sonno
cadde sui loro occhi, finché tutto fu detto.

Marilù OlivaL'Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Milano, Solferino 2020

Nel talamo nuziale scorrono come fiumi le parole del racconto: io gli riporto quanto ho patito subendo la presenza degli odiosi Proci, che attingevano dagli orci vino senza fine e facevano sgozzare bestie senza criterio. Lui mi narra ciò che gli è successo e ogni tanto ancora gli scendono le lacrime. Tremo con lui inorridita quando ascolto delle tempeste crudeli, del terribile Ciclope cannibale, dell'orrenda Scilla e della stoltezza bestiale dei defunti compagni, periti per loro misera colpa. Parole fiatate sottovoce riempiono la stanza come una dolce melodia, finalmente la rassicurazione della voce amata, la carezza dolcissima del ritorno svelato. Discorriamo interrompendoci soltanto per baciarci e per concederci il piacere a lungo negato, srotoliamo i giochi d'amore senza la fretta della giovinezza, consapevoli di ciò che ricordiamo l'uno dell'altro, poi riprendiamo a confidarci, ventre contro ventre, bocca contro orecchio, braccia intrecciate, finché un sonno irresistibile non ci sorprende ancora abbracciati. 




L'avvocata Debora Piazza


 Samuel Botti
Caso Ramy, chi è l’avvocato Debora Piazza 
Affari Italiani, 10 gennaio 2025

I video dell’inseguimento di Ramy Elgaml, il 19enne del Corvetto morto a bordo di uno scooter in fuga dalle forze dell’ordine, non smettono di dividere politica e opinione pubblica. Ma a bordo di quel Tmax la notte tra il 23 e il 24 novembre non era Ramy a guidare, bensì il suo amico sopravvissuto, il tunisino 22enne Fares Bouzidi. Fares è rappresentato dall’avvocata Debora Piazza, che dopo quei video si è ritrovata tra le mani le prove che probabilmente stava aspettando, e ciò che lo scooter probabilmente non è caduto da solo.

Tuttavia, non è la prima volta che l’avvocata Piazza si ritrova al centro degli onori della cronaca. Il 24 maggio 2023, Bruna, una donna transgender di origini brasiliane è stata presa a manganellata dalla polizia locale di Milano. Secondo gli agenti, una donna svestita e in stato alterato avrebbe importunato alcuni bambini all’uscita di scuola, tanto che i genitori avrebbero chiesto l’intervento dei vigili.

Versione che è stata smentita poco dopo dalla Procura e da cui è scaturita la denuncia della donna nei confronti degli agenti che l’hanno aggredita. Qui l’avvocata spiegò che l’aggressione era motivata da «discriminazione etnica, razziale e religiosa», e che gli agenti si sarebbero accaniti sulla donna anche perché transessuale.

Un altro caso in cui figura l’avvocata Piazza è quello che ha visto come protagonista Massimo Adriatici, l’assessore comunale di Voghera che il 20 luglio 2021 ha ucciso con un colpo di pistola Youns El Boussettaoui, 39enne marocchino senzatetto con problemi psichici.

Secondo le prime ricostruzioni si sarebbe trattato di eccesso colposo di legittima difesa, in quanto l’ormai ex assessore avrebbe sparato il colpo dopo che El Boussettaoui lo avrebbe aggredito e spinto a terra. Tuttavia, la giudice del tribunale di Pavia Valentina Nevoso ha chiesto alla procura di riqualificare il reato di cui è accusato Adriatici, tramutandolo in omicidio volontario.

In un secondo momento, le ricostruzioni eseguite durante il processo hanno formulato l’ipotesi di una sorta di pedinamento da parte dell’assessore, che al momento opportuno tira fuori l’arma e il 39enne reagisce con un pugno di conseguenza.

L’avvocata Piazza anche questa volta si è schierata dalla parte del cittadino nordafricano.

Il 1 dicembre 2024, Adriatici ha offerto alla famiglia di El Boussettaoui un risarcimento di 220mila euro, tentando di ottenere la revoca della costituzione di parte civile dei familiari che sono rimasti all’interno del processo. Come per la prima volta, in cui l’ex assessore aveva offerto la cifra di 290mila euro, anche questa cifra non è abbastanza per la famiglia del 39enne marocchino.

«La memoria di Younes non è in vendita», ha dichiarato Piazza, «non tutto in questa società si può comprare e la dignità delle nostre persone offese è una di queste. I familiari vogliono vederci chiaro, fino in fondo».

Questo è lo stesso filone che collega i casi di Ramy e Younes e Bruna, persone di origini straniere che sono morte o rimaste ferite per presunta mano delle forze dell’ordine, e l’avvocata non si darà pace fin quando non avrà consegnato la verità ai familiari delle vittime.

Luigi Ferrarella
L'avvocata dei Mansouri: epilogo giusto, vince lo Stato

Corriere della Sera, 24 febbraio 2026

In tre giorni tre storie una peggio dell’altra. Venerdì l’avvocata Debora Piazza era parte civile a Varese alla prima udienza del processo al carabiniere che nel 2023 in un controllo antidroga colpì a morte alla schiena, con un fucile a pompa caricato con proiettili di gomma, uno spacciatore marocchino che a suo dire l’aveva minacciato con una pistola. Ieri ha visto Procura e Questura di Milano dimostrare non campata per aria la sua idea iniziale di una messa in scena del poliziotto che a Rogoredo il 26 gennaio aveva ucciso, in una invocata ma falsa legittima difesa, un altro spacciatore marocchino. E oggi sarà a Pavia alla sentenza sull’uccisione nel 2021 di un senzatetto marocchino con problemi psichici ad opera dell’ex assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici: prima indiziato dai pm pavesi solo di eccesso colposo di legittima difesa (in un black-out dopo un pugno in volto), ma poi imputato di omicidio volontario (nell’ipotesi di una sorta di ronda armata).

Del resto Piazza — che come avvocato della transgender «Bruna» pungolò l’inchiesta finita nel rinvio a giudizio di due vigili e nella condanna di uno per le manganellate e i calci alla donna nel 2023 — spesso è avvocata di parte civile di famiglie di morti durante interventi di forze dell’ordine: di recente anche nella morte nel 2024 di Ramy Elgaml, seguita al contatto ad elevata velocità tra l’auto dei carabinieri e il grosso scooter guidato dall’amico che stava scappando all’alt, e pure qui con anomalie come la cancellazione (callida o solo improvvida è da chiarire) di alcuni video dal telefonino di testimoni dopo l’incidente. «Quello di ieri su Rogoredo è il giusto epilogo in uno Stato di diritto, dove la magistratura può indagare liberamente e senza alcun tipo di costrizione», commenta Piazza, sempre in tandem su questi processi con il collega Marco Romagnoli. Che, nella sua precedente vita professionale, per 20 anni è stato proprio un poliziotto delle Volanti.

 

Se in Francia si rovescia il quadro

François Mitterrand

Thomas Legrand
Per impedire il crollo totale del baluardo repubblicano, tocca a Mélenchon agire

Libération, 19 febbraio 2026

Il vecchio leader della sinistra radicale, senza che sia noto se è a causa del suo carattere eruttivo o di una strategia ben congegnata, è di per sé “spaventato”. Un modo per essere odiati dal “sistema” per via di posizioni dure, parole feroci, atteggiamenti aggressivi e oggi per il rifiuto di prendere le distanze dalla Jeune Garde. Mentre ricorda di aver “detto decine di volte che [i ribelli erano] ostili alla violenza”, Mélenchon è il primo responsabile dell'ostracismo che lo colpisce. Un ostracismo che permette ad alcuni, come il settimanale Marianne, di rivendicare o di intitolare questo incredibile depistaggio volontario e manipolatore: “LFI, i nuovi fascisti”. Inversione grossolana dello stigma.

Il movimento oscillante del pendolo era già a buon punto ad opera di quasi tutta la destra che sta già gongolando all'idea di poter radunare l'estrema destra di cui ha bisogno per le comunali e di cui avrà ancora bisogno alle elezioni presidenziali. Capovolgimenti ampiamente accompagnati dal commento generale che dimentica la tragica storia e le notizie violente dell'estrema destra. Cerchiamo di essere lucidi, questa destra politicante, in realtà, si accoda soltanto suo elettorato che, nel grande mondo, ha già fatto sua la soluzione autoritaria. Ma è con il favore del pestaggio mortale subito da Quentin Deranque che la destra intende distruggere il resto del muro che, dal 1945, la ha separata culturalmente dall'estrema destra. Per finire definitivamente il lavoro di riunificazione tra moderati, conservatori e reazionari (orleanisti, bonapartisti e legittimisti, avrebbe detto René Rémond), cosa c'è di meglio che fornire il cemento per costruire un altro muro ermetico, questa volta dentro la sinistra?

Interessi del RN e del diritto

Mélenchon tiene la cazzuola. Il panorama politico è uno spazio relativamente elastico ma comporta ancora dei limiti a ciascuno dei suoi estremi. È quindi sufficiente isolare la sinistra radicale, per renderla infrequentabile, di modo che, meccanicamente, l’altro confine, l’altra estremità sia integrata nel paesaggio comune. Questo trasferimento di fotogramma che riposiziona vantaggiosamente il RN è quasi completo e coloro che, al centro, colpiscono LFI più spesso e più duramente che non l'estrema destra (tuttavia, alle porte del potere) ne sono corresponsabili.

Possiamo vedere chiaramente l’interesse del RN che, dal momento che Jean-Marie Le Pen non è più al comando, cerca di essere accettato, come un Jean-Claude Dusse [personaggio del film Les bronzés, 1978] eternamente respinto ma “in procinto di concludere”. Ora si permette di designare qualcuno come più ripugnante, più spaventoso, più violento, più indesiderabile di lui. Questa volta ce la fa, conclude.

E valutiamo l'interesse della moribonda destra classica, sepolta sotto l'onda populista. I suoi elettori anziani e rurali (la sua base elettorale solitamente più stabile), alimentati con contenuti informativi bollorizzati [da Jean-Claude Bolloré, uomo d'affari ultraconservatore] scambiati su Facebook e amplificati da algoritmi, si stanno rivolgendo massicciamente al RN. La sopravvivenza di LR [gollisti] dipende solo da un'ampia alleanza con l'estrema destra, sempre meno inconfessabile.

“Loro” contro “noi”

È facile capire che i sindaci socialisti o verdi delle grandi città non vogliano deporre le uova con gli insoumis che, nei loro comuni, conducono la dura vita loro contrastando costantemente tutto, come fa Jean-Luc Mélenchon a livello nazionale.

Per evitare il grande rovesciamento dell’infrequentabilità, tocca dunque ora alla leadership degli insoumis assumersi la responsabilità. Spetta a Mélenchon togliere la sinistra dalla trappola in cui la metteva proclamando che alla fine la partita sarebbe stata “loro” (il RN) contro “noi” (LFI), lui contro Le Pen o Bardella. Se il candidato presidenziale prossimo alla sua quarta volta avesse davvero voluto un “noi” efficace per opporsi al “loro”, doveva aprirsi a tutta la sinistra. Tanto più che, come hanno dimostrato le elezioni europee e confermeranno le comunali, i gruppi PS-verdi-comunisti costituiti in molte grandi città, sono molto più potenti di LFI isolata. Jean-Luc Mélenchon ha dunque oggi una responsabilità storica: rompere con il suo modo di fare politica, rompere con ciò che potrebbe per forza trasformare la necessaria radicalità (ambientale e sociale) in un estremismo dannoso. Perché no, alla fine non può, non deve, sotto pena di sconfitta assicurata, essere uno stordito “noi” intorno a un furioso melenchonismo contro il “loro” della potente unione di destra-estrema destra. Possiamo sperare in questa lucidità tutta mitterrandiana dal suo ammiratore? Purtroppo nulla è meno sicuro.

lunedì 23 febbraio 2026

Ucraina senza pace

Nathalie Tocci
Così Trump ha allungato la guerra in Ucraina

La Stampa, 23 febbraio 2026

Sono passati quattro anni dall’invasione russa su larga scala dell’Ucraina e dodici dall’inizio della guerra, scatenata dall’annessione della Crimea e dall’attacco russo nel Donbas. È la più lunga e sanguinosa in Europa dalla Seconda guerra mondiale: tra morti e feriti, civili e militari, si stimano circa due milioni di vittime. Non sappiamo quanto durerà ancora: dipende dalla velocità con cui si esauriranno le risorse a disposizione dell’unica persona che può porvi fine, il presidente russo Vladimir Putin. Ciò che sappiamo è che il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha probabilmente prolungato la guerra, e sicuramente l’ha resa più violenta.

La guerra in Ucraina non è difficile da comprendere. Il Donbas, l’espansione della Nato a Est, i diritti linguistici della minoranza russofona sono tutti argomenti usati come specchietti per le allodole, carne da macello per la disinformazione russa che si diffonde sui media e si insinua nelle istituzioni. Alla radice del conflitto c’è solo l’ossessione di Putin di ricostruire un impero perduto. E le guerre imperiali, a differenza di quelle civili o secessioniste, si concludono con la vittoria o la sconfitta di una delle parti; la colonizzazione avviene o non avviene, non ci sono vie di mezzo. Il mio non è un auspicio, ma una constatazione analitica.

La guerra in Ucraina è la guerra di Putin, e per Mosca non sta andando bene. Nel 2014, in pochi mesi, la Russia aveva occupato il 14% del territorio ucraino con pochissime vittime e sanzioni irrisorie da parte della comunità internazionale. Negli ultimi quattro anni, ha conquistato solo un altro 6% del Paese. Negli scorsi 12 mesi, l’avanzata è stata poco più dell’1%. Intanto, Mosca perde tra le 30 e le 40 mila unità al mese, e l’economia russa, escluso il comparto militare, è quasi completamente de-industrializzata. Il prezzo del petrolio, che nei primi due anni aveva sostenuto l’economia con picchi oltre i 100 dollari al barile, ora oscilla intorno ai 60 dollari, senza considerare lo sconto imposto sul greggio russo esportato soprattutto verso Cina e India.

I rubinetti del gas verso l’Europa sono quasi chiusi, e le vendite di Gnl compensano solo una frazione delle perdite. Se Putin voleva conquistare l’Ucraina per farne un trampolino verso mire imperiali ancora più ambiziose, le cose stanno andando assai male. Ma non per questo è pronto a cambiare strada: anzi, la prosecuzione della guerra è diventata essenziale per la sopravvivenza del suo regime. Se il conflitto cessasse oggi, Putin non potrebbe definirla una vittoria, l’economia di guerra si arenerebbe e il regime probabilmente imploderebbe. Se non si pedala, la bicicletta cade, e la guerra in Ucraina finirà quando, un giorno, la bicicletta russa cadrà.

L’Ucraina, però, soffre. Centinaia di migliaia di vittime, circa sette milioni di profughi, un quinto del Paese occupato e la crescente pioggia di missili e droni russi sulle infrastrutture energetiche da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, raccontano di un Paese esausto. È un’Ucraina stanca e sofferente, ma non meno determinata a resistere di quanto non fosse il primo giorno. Sacrificio e determinazione sono due facce della stessa medaglia: Kyiv resisterà finché la bicicletta di guerra russa non cadrà.

È una guerra imperiale che può essere accorciata o prolungata dagli attori esterni, a partire da Ue, Cina e Usa. I diciannove pacchetti di sanzioni europee contro la Russia adottati finora, gli aiuti militari ed economici all’Ucraina, l’accoglienza ai profughi e le prospettive di adesione all’Ue mirano a rafforzare chi resiste e indebolire chi aggredisce. Dal sostegno a Kyiv spesso erogato col contagocce agli asset russi congelati ma non utilizzati, fino alle sanzioni su Mosca, incrementali e troppo spesso aggirate, l’Europa potrebbe fare di più. Ma ha mantenuto dritta la barra strategica e morale in questi quattro anni.

La Cina, pur ribadendo la propria neutralità, ha contribuito ad allungare il conflitto. Sebbene abbia aiutato a frenare le minacce nucleari di Mosca, Pechino ha fornito linfa vitale all’economia, alla tecnologia e, indirettamente, al settore militare russo, prolungando così la guerra.

Infine, gli Stati Uniti. Con Trump, la politica è cambiata radicalmente. L’ex presidente Joe Biden era criticabile per l’eccessiva cautela, che ha favorito una guerra di logoramento, ma almeno agiva nel campo giusto. Trump fa l’opposto: pensava di porre fine al conflitto con un’intesa-lampo tra “uomini forti”, a spese degli ucraini. Nel suo mondo, le guerre le vincono i forti a scapito dei deboli; e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a suo dire, non aveva le carte in mano. Per accelerare la fine della guerra con la sconfitta dell’Ucraina, Trump ha cercato di toglierle le poche risorse disponibili. Oggi gli Usa non forniscono più aiuti militari a Kyiv. Il supporto di intelligence statunitense rimane importante, ma meno di un anno fa, sostituito in parte dagli europei.

Trump forse crede ancora di poter sottomettere Zelensky e il popolo ucraino, costringendoli ad abbandonare territori che la Russia non è riuscita a conquistare, minacciando di negare loro le garanzie di sicurezza. Ma a quali garanzie di sicurezza degli Stati Uniti guidati da Trump si può credere se persino l’articolo 5 della Nato (cioè la clausola di difesa collettiva in caso di attacco ai danni di uno dei Paesi membri) rischia di diventare carta straccia con le minacce di annessione della Groenlandia, e ogni accordo commerciale siglato da questa amministrazione sembra destinato a essere disatteso? Chi non ha le carte in mano sulla guerra è proprio il presidente Usa. O meglio, Trump avrebbe le carte per accorciare il conflitto, sanzionando ulteriormente la Russia, anziché legittimandola. Ma ha scelto di non giocarle, prolungando così la guerra, e rendendo l’anno appena concluso quello finora più sanguinoso.

Il lato offensivo dell'antifascismo

Sébastien Bourdon e Matthieu Suc
Jeune Garde ha scalato il “palazzo” con i raid e le pubbliche relazioni
Il Fatto quotidiano, 23 febbraio 2026

La mattina del 13 febbraio si è appreso che un militante dell’estrema destra, picchiato la sera precedente a margine di una conferenza dell’eurodeputata insoumise Rima Hassan alla facoltà di Sciences Po, a Lione, versava in condizioni critiche all’ospedale. Quentin Deranque, 23 anni, è morto il giorno dopo, sabato, a causa dei traumi riportati. Le attiviste di Némésis, un collettivo femminista nazionalista, che era andato a protestare contro la presenza di Hassan, hanno subito puntato il dito contro i “picchiatori” della Jeune Garde e contro Raphaël Arnault, cofondatore del movimento antifascista, nato nel gennaio 2018, di cui è stato anche portavoce, e deputato della France insoumise (LFI) nel dipartimento Vaucluse dal 2024. Tra le 7 persone fermate per la morte di Deranque, c’è infatti anche Jacques-Ediritto,lie Favrot, collaboratore proprio di Arnault. La Jeune Garde (JG) è nata dall’incontro tra una manciata di “vecchi” militanti antifascisti e una nuova generazione di antifa desiderosi di impegnarsi in questa lotta.
Una dinamica che assume un significato particolare in una città come Lione, dove l’estrema destra militante vanta una presenza storica. Sin dalla sua creazione, il movimento della Jeune Garde si è fatto subito notare per aver scelto di non seguire la scia della tendenza “autonoma” che domina la galassia antifascista dagli anni 2010, ma di prenderne le distanze.

LA “SPECIALIZZAZIONE” NELLA LOTTA CONTRO L’ESTREMA DESTRA


Innanzitutto sul piano teorico: la corrente autonoma teorizza lo sconfinamento della questione antifascista ben oltre i confini della lotta contro l’estrema destra in senso stretto. Ritiene cioè che occorra opporsi in senso più generale ad un “ampio spettro di fascistizzazione”, prendendo in considerazione questioni diverse, come le violenze della polizia, la lotta contro l’islamofobia e l’accoglienza dei migranti. Al contrario, la Jeune Garde rivendica una forma di “specializzazione” nella lotta contro l’estrema destra, intesa sia come apparato istituzionale che come gruppi militanti. In secondo luogo, il movimento ha preso le sue distanze anche sul piano organizzativo: mentre la galassia autonoma si tiene alla larga da organizzazioni politiche e sindacali, rivendica una dimensione controculturale e la divisioni in gruppi, la Jeune Garde intende sviluppare un approccio più “unitario”, coinvolgendo tutti gli attori del proprio “campo sociale”, con l’obiettivo di “popolarizzare l’antifascismo”. Infine, più implicitamente, la Jeune Garde si distingue dai gruppi antifascisti preesistenti anche sul piano della comunicazione: il movimento si presenta con un portavoce e “figure pubbliche” incaricate di rispondere alle sollecitazioni dei media a volto scoperto, con il chiaro obiettivo di far evolvere la figura dell’“antifa”, spesso associata all’immagine di un individuo violento e col volto coperto. Dal 2018 la Jeune Garde si è sviluppata rapidamente e si è radicata in diverse grandi città, come Parigi, Lille e Strasburgo. Dal punto di vista dei suoi militanti, l’avvicinamento con La France insoumise, il partito della sinistra radicale guidato da Jean-luc Mélenchon, e l’ingresso nel 2024 del suo ex portavoce, Raphaël Arnault, in Assemblea Nazionale, hanno confermato il successo della strategia di “istituzionalizzazione” difesa sin dall’inizio, benché abbia fatto storcere il naso alla maggioranza degli altri movimenti che compongono la galassia antifascista. Allo stesso tempo la Jeune Garde conserva anche una dimensione di “antifascismo di strada”. Fin dalla sua creazione, l’organizzazione ammette il possibile ricorso alla violenza come modalità d’azione. I militanti parlano di “autodifesa popolare” in risposta ad una violenza di estrema destra preesistente, in particolare nel contesto lionese. Dal 2018 gli scontri sono regolari, soprattutto nei periodi di mobilitazione sociale. Durante le manifestazioni dei Gilet gialli, il movimento spontaneo di protesta nato sui social nel novembre 2018 contro l’aumento dei prezzi del carburante e sfociato in mesi di tensioni e scontri in tutta la Francia, il confronto tra antifascisti e ultranazionalisti si è intensificato sempre di più, di settimana in settimana, diventando sempre più violento all’interno dei cortei.


L’AUTODIFESA NON BASTA PIÙ: IL GOVERNO LA METTE FUORILEGGE


È proprio questo doppio volto - il processo di istituzionalizzazione da un lato e la partecipazione a scontri talvolta molto violenti dall’altro - che oggi si rivela un boomerang per La Jeune Garde: la presenza di un assistente parlamentare di un deputato LFI nella rissa sfociata nel pestaggio e nella morte di Quentin Deranque. A questo punto anche la stessa “dottrina storica” del movimento, che ufficialmente prevede solo “l’autodifesa”, viene messa in discussione. Ovviamente anzi tutto per la morte di un uomo. Ma anche per una serie di azioni che, negli ultimi anni, hanno fatto sorgere dubbi sul carattere puramente difensivo sempre rivendicato dal movimento. La Jeune Garde rivendica infatti anche azioni violente, che giudica legittime perché ritenute capaci di prevenire e contenere la violenza dei gruppi di estrema destra. Dal loro punto di vista il male sarebbe necessario: colpire i fascisti permetterebbe di farli arretrare e di impedire loro, almeno per un certo tempo, di tornare in strada. L’argomento non aveva convinto l’ex ministro dell’interno, Bruno Retailleau, esponente della destra conservatrice, che il 12 giugno 2025 aveva difeso in Consiglio dei ministri e ottenuto lo scioglimento del movimento della Jeune Garde. Secondo Retailleau la Jeune Garde aveva eretto la violenza “a modalità d’azione generalizzata”. Per giustificare la misura, il ministero aveva citato diversi episodi. Il primo giugno 2023, secondo la ricostituzione ufficiale, un membro della sezione parigina della Jeune Garde e due individui col volto nascosto avrebbero teso un agguato ad un uomo, aggredendolo mentre rientrava a casa, apostrofandolo come “sporco nazista” e colpendolo più volte. Il 4 novembre 2023, durante una delle loro pattuglie antifasciste nella zona di Strasburgo, tre membri della Jeune Garde locale avrebbero individuato, seguito e aggredito una persona ritenuta appartenente alla galassia dell’estrema destra militante, mentre, sempre secondo il ministero, una simpatizzante del gruppo filmava la scena col cellulare.


OBIETTIVO: ANCHE I SIONISTI. E QUEI LINK CON MELENCHON


Il 27 maggio 2024, un gruppo di nove militanti appartenenti alla Jeune Garde Paris avrebbe schiaffeggiato al volto un ragazzo ebreo di 15 anni in una vettura della metropolitana di Parigi, alla stazione Victor-hugo della linea 2, dopo averlo preso di mira chiamandolo “sionista” e costringendolo a gridare: “Viva la Palestina!”. Su questo caso è tuttora in corso un’inchiesta giudiziaria. Malgrado lo scioglimento dell’estate 2025, a cui è seguito un ricorso presso il Consiglio di Stato, i militanti che appartenevano alla Jeune Garde non sono rimasti inattivi. Appena un mese fa, a metà gennaio 2026, è comparso sui social e nelle strade del Paese un nuovo movimento battezzato “Generazione antifascista: spegniamo la fiamma”, in riferimento alla fiamma presente nel logo del Rassemblement national. Le sue modalità di comunicazione ricordano in modo sorprendente quelle della Jeune Garde. Un giorno il nuovo movimento ha anche annunciato la presenza di due figure di punta di LFI ad un loro evento: Jean-luc Mélenchon e Raphaël Arnault. È il loro modo di preparare il dopo JG? È molto probabile che tuttavia la morte di Quentin Deranque sconvolga pesantemente i loro nuovi, eventuali, piani.


Una brutta cerimonia di chiusura


Sebbene gran parte della stampa ufficiale abbia celebrato l'evento come un successo coreografico all'
Arena di Verona, diverse testate e commentatori hanno sollevato critiche specifiche su alcuni aspetti della cerimonia di chiusura delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.

Ecco i punti principali che sono stati oggetto di discussione nei media:
Le "gondolette" bocciate: Nelle pagelle della cerimonia, la Gazzetta dello Sport ha assegnato un 4 alla scelta scenografica delle gondolette, definendola un elemento poco riuscito rispetto al resto dello show.
Mix Pop vs Lirica: Alcuni critici hanno evidenziato un contrasto stridente tra la sacralità del luogo e le esibizioni più "pop" e commerciali, come quelle di Achille LauroGabry Ponte e i Major Lazer, che per una parte del pubblico hanno rasentato il kitsch.
Critiche estetiche e moda: La rubrica di moda di D di Repubblica ha pubblicato una lista di "promossi e bocciati", evidenziando come alcuni look e scelte estetiche non fossero all'altezza della solennità olimpica.

I costumi scelti per l'opera e la sovrapposizione con la sfilata degli atleti

La critica ha toccato proprio questi tasti, evidenziando quello che molti hanno definito un "corto circuito" estetico tra la solennità della lirica e il dinamismo della sfilata degli atleti all'Arena di Verona.
Ecco le principali critiche mosse dai media e dagli esperti di costume:
Il caos visivo della sovrapposizione: Diversi commentatori, tra cui quelli di Radio Studio90 Italia, hanno notato come la scelta di far sfilare gli atleti contemporaneamente a quadri operistici complessi abbia prodotto l'effetto di una confusione visiva. Gli atleti, con le loro tute tecniche e colorate, "cozzavano" inevitabilmente con le scenografie barocche e i costumi d'epoca, annullando l'impatto di entrambi i momenti.

Costumi d'Opera giudicati eccessivi: Nelle pagelle di D di Repubblica, i costumi ispirati al mondo della lirica sono stati tra i meno apprezzati. Nonostante l'intento di celebrare la tradizione veronese (come l'opera L'Olimpiade di Vivaldi), molti sono stati giudicati troppo carichi o "datati", incapaci di dialogare con lo spirito contemporaneo dei Giochi.
Perdita di centralità dei protagonisti: Alcuni articoli su La Gazzetta dello Sport hanno sottolineato come gli atleti siano apparsi quasi come "comparse" di uno spettacolo teatrale preesistente, invece di essere il fulcro della celebrazione, proprio a causa della massiccia presenza di figuranti in costume che occupavano lo spazio scenico.
Il contrasto con il segmento "French Alps 2030": La critica ha evidenziato come il passaggio di testimone alla Francia abbia mostrato un approccio estetico molto più minimale e moderno, facendo risaltare ancora di più, per contrasto, la ridondanza stilistica della parte italiana.
In sintesi, il tentativo di unire "colto e popolare" è stato visto da una parte della critica come un'occasione persa, dove la ricerca del grandioso è scivolata nel kitsch proprio per la mancanza di una sintesi visiva coerente.

Il kitsch come criterio supremo

Sia Aida che Violetta erano insopportabilmente sovraccariche e astratte, stessa cosa per le maniche sbuffanti di Rigoletto o Figaro. La critica più feroce è arrivata proprio dai puristi e dagli esperti di costume, che hanno visto in quelle scelte una deriva Disney barocca priva di rigore. Ecco un repertorio delle critiche sollevate dai diversi commentatori. 

Il kitsch operistico: Testate come Classic Voice (spesso molto attenta all'estetica dei festival) hanno sottolineato come la cerimonia abbia preferito l'effetto "parco a tema" alla fedeltà filologica. L'Aida e la Violetta che hai visto sono state descritte come caricature, caricate di strass e volumi eccessivi per "bucare lo schermo", sacrificando la verosimiglianza storica sull'altare del gigantismo televisivo.
Costumi come carri allegorici: Le maniche a sbuffo ipertrofiche di Rigoletto e Figaro sono state paragonate da alcuni critici di moda e costume sui social (e in pezzi di costume su Vanity Fair Italia) a maschere di Carnevale più che a costumi teatrali di alto livello. L'accusa principale è stata quella di aver trasformato il patrimonio dell'Opera in un cliché visivo per il pubblico internazionale.
Anacronismo visivo: La sovrapposizione tra questi "giganti di stoffa" e gli atleti in Gore-Tex ha accentuato l'effetto di straniamento. La mancanza di una direzione artistica che armonizzasse i periodi storici ha reso tutto in qualche modo "insopportabi le" per chiunque avesse un minimo di occhio critico o sensibilità storica.
È interessante notare come, per molti media generalisti, la parola d'ordine sia stata "spettacolarità", ma per chi conosce il teatro, è stata vissuta come una svendita estetica dell'Arena e della sua storia.
A quanto pare. i curatori dell'allestimento hanno seguito il criterio dell'accentuazione spettacolare e si sono lasciati guidare da una sorta di ignoranza ingenua. Molti esperti si sono spinti oltre e hanno parlato di regressione culturale. Invece di proporre una visione contemporanea e sofisticata dell'Italia (come fece ad esempio la cerimonia di Torino 2006 con il design di Italo Lupi), si è scelto di rifugiarsi in uno stereotipo polveroso e iper-decorato.

Questa critica è emersa in diversi ambienti:

L'estetica del souvenir: Alcuni commentatori su Artribune hanno paragonato l'estetica della cerimonia a quella dei negozi di souvenir per turisti: un'accumulazione di simboli (l'Opera, le gondole, i costumi gonfiati) priva di una vera regia intellettuale.
Colpa della televisione: Molte testate di settore hanno ipotizzato che la direzione artistica abbia "peccato di hybris", convinta che per colpire il pubblico globale servisse pompare i volumi e i colori, ignorando che la sobrietà e la precisione storica sono i veri tratti distintivi dell'eccellenza italiana.
Il divario con il mondo dell'Opera reale: Mentre teatri come la Scala o la stessa Fondazione Arena cercano da anni linguaggi moderni, questa cerimonia sembra aver fatto un salto all'indietro di cinquant'anni, proponendo un Rigoletto e un Figaro da recita parrocchiale di lusso.
L'aspetto più grave di questa "ignoranza colpevole" è stato proprio l'aver usato l'Arena — un tempio della cultura — come fondale per un'estetica da Vegas sul d'Adige, confermando il timore che, quando l'Italia deve rappresentare se stessa, finisca spesso per cadere nell'auto-caricatura.
È un peccato che, in un'occasione così internazionale, la vera cultura del costume italiano (quella di Piero Tosi o Danilo Donati) sia stata sostituita da un ammasso di "maniche a sbuffo" senza senso.