lunedì 23 marzo 2026

Chi compra La Stampa

Antonello Cabras
Gianni Dragoni

L’“aggregatore di capitali” Leonardis prende pure La Stampa Ma saranno altri a metterci i soldi
Il Fatto quotidiano, 23 marzo 2026


Lui ci mette la faccia e le relazioni, ma i soldi li mettono soprattutto gli altri. Alberto Leonardis, l’imprenditore nato all’Aquila nel 1965 divenuto proprietario di sei giornali locali con lo smantellamento del gruppo Gedi ad opera di John Elkann, possiede solo il 3% di Sae, la società che ha firmato il contratto preliminare per l’acquisto della Stampa. Resta però da definire un aspetto chiave: chi metterà i soldi? Perché la Sae, con i bilanci tinti di rosso e debiti in crescita, non ha le risorse per un investimento stimato intorno ai 20 milioni di euro per l’acquisto della testata torinese. Al prezzo bisogna aggiungere gli investimenti per garantire la continuità aziendale di un giornale in perdita con 178 giornalisti.

SECONDO LE VISURE camerali al 30 giugno 2025 Sae Spa ha 21 azionisti, con interessi che vanno dalle costruzioni alla finanza, dall’informatica al baratto pubblicitario con prodotti di consumo. Leonardis, che si definisce “un aggregatore di capitali”, detiene il 3% attraverso Almi, Srl con appena 10mila euro di capitale posseduta insieme alla moglie, Maria Mihaela Malinci. Alla partenza nel 2020, quando Leonardis ha comprato da Elkann Il Tirreno e le testate emiliane (Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, La Nuova Ferrara), il 90% apparteneva a quattro soci guidati dal costruttore livornese Maurizio Berrighi e dal distributore di giornali di Grosseto M & S Srl. Ma con le successive ricapitalizzazioni la platea si è evoluta.

Il passaggio decisivo è nel 2022, quando Leonardis ha comprato da Elkann La Nuova Sardegna e ha trasferito la sede di Sae da Piombino a Sassari. Sae ha figliato una nuova Spa controllata al 51%, Sae Sardegna, nella quale Leonardis ha attirato due potenti locali, Antonello Cabras, ex Psi ed ex Pd, già presidente della Regione, e Maurizio De Pascale, imprenditore delle costruzioni e presidente della Camera di commercio di Cagliari, proprietaria dell’aeroporto. La Fondazione di Sardegna, della quale Cabras è il dominus anche senza più cariche, ha acquisito il 22% di Sae Sardegna per 1,037 milioni. Una quota analoga l’ha presa De Pascale. Cabras e De Pascale hanno forti interessi in Sardegna, in particolare nel controverso piano di concentrazione degli aeroporti in una holding regionale con soci privati come F2i e Blackrock.

Tra bilanci in rosso e piani di espansione in aziende di comunicazione, alla ricerca di margini più alti dell’editoria, nel 2024 Sae Spa ha lanciato cinque aumenti di capitale per 14,5 milioni, attirando nuovi soci. Fondazione Sardegna ha messo 5 milioni, la somma è nel bilancio 2024 dell’ente per un costo di 5,83 milioni, compresi gli “oneri accessori”. L’ente ha iniettato già 7 milioni nel gruppo Sae, ma questo non sembra un problema per quella che è la principale fondazione azionista di Cdp, cassaforte del Mef, con l’1,757% e il secondo azionista con il 10,2% di Bper, la banca modenese di cui Cabras è vicepresidente, finanziatrice del gruppo Sae insieme a Mps, Banco Bpm, Bcc di Castagneto Carducci.

La Fondazione Sardegna è così diventata il terzo azionista di Sae con il 14,36%, dietro a Berrighi e a M & S scesi al 17%, oltre al 22% di Sae Sardegna. Sono entrate in Sae anche altre fondazioni bancarie: la modenese Carimonte Holding ha versato 2 milioni, Fondazione Pescarabruzzo 500mila euro. In Sae Lombardia, che nel 2025 ha comprato da Gedi La Provincia Pavese, è entrata la Fondazione del Monte di Lombardia con 250.500 euro su un capitale di un milione. I conti di Sae sono in rosso dalla nascita: -73.818 euro nel 2020, le perdite sono aumentate fino a -362.359 euro nel 2024, su un valore della produzione di 29 milioni, con due milioni di contributi dallo Stato.

I DEBITI FINANZIARI netti sono aumentati da 2,89 a 7,27 milioni, il patrimonio netto è salito da 3,39 a 15,9 milioni grazie agli aumenti di capitale. Sae Sardegna nel 2024 ha dichiarato una perdita di un milione, con 835mila di contributi dello Stato. Nel bilancio consolidato 2024 il gruppo Sae ha un valore della produzione di 83,9 milioni e una perdita netta di -1,35 milioni, la perdita di competenza del gruppo è di -969mila euro. Il gruppo dichiara debiti finanziari netti per 22,3 milioni. Leonardis ha affermato, anche negli incontri con il cdr della Stampa, che con gli acquisti delle agenzie di comunicazione, pubblicità ed eventi Different, Next14 e Uniting avvenuti negli ultimi due

anni ha affiancato all’editoria un’attività più redditizia per sostenere il bilancio. Secondo fonti del gruppo nel 2025 i ricavi aggregati nell’editoria sono 47,5 milioni, nella comunicazione integrata 130 milioni, con un “Ebitda previsionale” sui 15 milioni, di cui 2 milioni nell’editoria. A livello consolidato i ricavi sarebbero sui 140 milioni, ma non ci sono indicazioni sul risultato netto.

Leonardis sta cercando nuovi soci per sostenere i conti del Tirreno, conferito alla nuova società Sae Toscana. Per comprare La Stampa Leonardis intende creare una nuova controllata, Sae Piemonte, nella quale entrerebbero soci di minoranza del Nord-ovest con un aumento di capitale. “No comment” sulla disponibilità della Federtennis presieduta dal cagliaritano Angelo Binaghi. Anche Sae Spa però dovrebbe fare un aumento di capitale: Fondazione di Sardegna e le altre fondazioni azioniste potrebbero sostenere ancora Leonardis. Il quale per la “Busiarda” immagina uno sviluppo dei ricavi con eventi a pagamento per aziende (modello già collaudato da Sae) e un notiziario online per gli italiani negli Stati Uniti. Sottovoce si parla anche di tagli all’occupazione, con prepensionamenti dei giornalisti che potrebbero portare a 30 uscite entro il 2027 e altre 30 nel 2028-2029.

L’ eccidio di Porzûs in un romanzo

 


l’eccidio di Porzûs in chiave famigliare

Gino Ruozzi
Il Sole 24ore, 15 marzo 2026

Il romanzo Guance bianche e rosse di Elisa Menon racconta uno degli episodi più controversi della Resistenza italiana, l’eccidio di Porzûs in Friuli del febbraio 1945, quando partigiani dei Gap comunisti uccisero partigiani liberali e cattolici della Brigata Osoppo comandata da Francesco De Gregori (1910-1945; nella brigata militava anche Guido Pasolini, il giovane fratello di Pier Paolo). Sui sanguinosi fatti di Porzûs sono disponibili le carte processuali ed è maturata nei decenni un’ampia storiografia, di continuo aggiornata (mi limito a segnalare L’altro Pasolini di Andrea Zannini, Marsilio 2022; e Sangue sulla Resistenza. Storia dell’eccidio di Porzûs di Tommaso Piffer, Mondadori 2025).

Muovendo anche da radici autobiografiche, Menon narra questa tragica e complessa vicenda bellica, mai del tutto illuminata, con esemplare freschezza. Assume due punti di vista, quello del nonno materno Gino Persoglia, partigiano garibaldino che «aveva da poco diciotto anni quando salì lassù attraversando boschi, erbe alte e nebbia, fino alle malghe, insieme a cento altri»; e quello di Elda Turchetti, la ventunenne «segnalata come spia da Radio Londra» in cerca di redenzione e riscatto che fu ammazzata alle malghe di Porzûs il 7 febbraio con De Gregori e il delegato politico Gastone Valente.

Davanti alle malghe Menon pensa «agli occhi nocciola di mio nonno e alle guance piene della donna che fu uccisa subito, con i primi» (e il cui nome non è tuttavia presente nella lapide che a Porzûs ricorda le vittime). Sono le «guance bianche e rosse» che danno il titolo al libro. È in questa prospettiva di pietà partecipe che Menon narra il drammatico svolgimento delle cose e i sentimenti dei protagonisti, vivendone le preoccupazioni, le debolezze, le compromissioni, le paure e pure i moti di orgoglio (per Elda l’importanza «di decidere per sé, di dimenticare tutti gli altri, rivendicando il diritto di giocare a quel gioco da sola»; per Gino talvolta l’«eccitazione» e la «risata spavalda» che rinviano alla «spavalda allegria» partigiana del Sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino).

Nel rispetto del necessario rigore storico, Guance bianche e rosse pone l’accento sul «sentire», tentando di descrivere e interpretare emozioni e pensieri di quella «guerra dura e senza tregua». È un romanzo d’esordio convincente.

Elisa Menon

Guance bianche e rosse

Einaudi, pagg. 170, € 17

Francia. Il tetto di cristallo

Emmanuel Grégoire
Eric Jozsef
La gauche ferma gli estremisti
La Stampa, 23 marzo 2026

Domenica 15 il primo turno delle elezioni municipali aveva consacrato l’avanzata delle ali estreme, a destra il Rassemblement National (Rn) di Marine Le Pen e a sinistra la France Insoumise (Lfi) di Jean-Luc Mélenchon. Al secondo turno, a dispetto di alcuni pronostici e nonostante una partecipazione molto bassa (con l’astensione al 43%), gli elettori hanno frenato questa duplice avanzata sconfiggendo diversi candidati del Rn e penalizzando diffusamente le liste della sinistra moderata, tanto socialista quanto verde, laddove nella settimana tra il primo e il secondo turno avevano stretto alleanza con Lfi. Come se i francesi avessero messo in piedi un doppio “fronte democratico”, non più solo a far da argine alla destra nazionalista ma anche alla sinistra radicale.

Marine Le Pen e il suo delfino Jordan Bardella restano saldamente in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Ma il voto comunale conferma ancora una volta come permanga per il Rn una sorta di tetto di cristallo che fa intravedere il cielo ma gli impedisce per il momento di oltrepassare la soglia del 50%. A Tolone, Laure Lavalette, la candidata lepenista trionfante al primo turno con il 42% dei voti, si è fermata al 46%. A Marsiglia, il sindaco socialista in carica Beranrd Payan è stato ampiamente rieletto contro lo sfidante del Rn. A Nizza, ancora, l’estrema destra vince ma solamente con l’ex leader dei neo-gollisti Eric Ciotti. Il Rassemblement National insomma conquista alcune città medie ed entra in numerosi consigli locali ma non riesce ad affermarsi, come sperava, neppure come quando, nel caso dell’endorsment indiretto a Rachida Dati, si spinge a sostenere un nome più moderato.

Per quanto riguarda la France Insoumise, dopo un primo turno in cui aveva stupito, credeva di poter imporre la propria strategia alla sinistra moderata. Invece ha ottenuto l’effetto opposto, respingente quasi ovunque. Con rare eccezioni, come a Lione, i socialisti e i verdi che hanno affiancato Lfi alla tornata decisiva di ieri hanno perso. Quelli che invece si sono sottratti all’accordo giudicando la radicalizzazione politica di Jean-Luc Mélenchon e le sue parole a connotazione antisemita una linea rossa da non varcare, hanno prevalso. È il caso, in particolare, di Parigi, dove il socialista Emmanuel Grégoire si è imposto con un grosso margine contro l’ex ministro di centro-destra Rachida Dati nonostante la presenza sulla scheda di una terza candidata, una irriducibile di Lfi rimasta in competizione fino all’ultimo per dimostrare l’impossibilità per la sinistra moderata di trionfare senza i suoi voti.

Scommessa persa dunque per Jean-Luc Mélenchon ma anche per la direzione del partito socialista che prima delle Comunali si era impegnato a non siglare accordi con Lfi salvo rimangiarsi la parola dopo il primo turno.

Al contrario, i risultati di ieri rafforzano la strategia politica dell’ex presidente della Repubblica François Hollande e quella dell’eurodeputato di Place Publique Raphaël Glucksmann secondo i quali, all’avvicinarsi delle prossime presidenziali, la sinistra moderata farebbe bene a presentarsi da sola senza intese né primarie con Lfi.

Da ieri sera lo stato maggiore dei vari partiti francesi rivolge lo sguardo all’orizzonte, verso la primavera 2027. Tenendo presente, tuttavia, che il risultato delle municipali può indicare delle tendenze ma non garantisce in alcun modo l’esito della competizione per l’Eliseo. Nel 2020, i socialisti e gli ecologisti vinsero le elezioni locali imponendosi in particolare a Parigi, Marsiglia e Lione. Due anni dopo, al primo turno delle presidenziali, l’allora sindaco socialista di Parigi, Anne Hidalgo, non superò nemmeno la soglia del 2%. Emmanuel Macron invece arrivò in testa con quasi il 28% dei voti, laddove il suo partito La République en Marche aveva subito una pesante sconfitta alle Comunali.

L’anno prossimo Emmanuel Macron, dopo due mandati, non potrà essere rieletto. Ma il suo ex primo ministro Edouard Philippe è chiaramente in lizza per succedergli. Aveva condizionato la candidatura all’Eliseo al fatto di essere rieletto a Le Havre. Ieri Philippe ha vinto nettamente con quasi il 48% e, a risultati diffusi, ha tenuto un discorso dal tono fermo ma moderato, sulla scia della vecchia lezione della destra gollista. Come dire che il posizionamento vincente è quello lontano dalle ambiguità e dagli ammiccamenti dei Repubblicani al Rassemblement national su sicurezza e immigrazione. Con la scommessa che il secondo turno di queste Comunali possa fare scuola.

Thomas Legrand
Elezioni comunali del 2026: il fallimento delle alleanze LFI-PS

Libération, 23 marzo 2026

Quali conclusioni dovremmo trarre per le elezioni presidenziali (e legislative) del 2027? Quando si trattò di eliminare Marine Le Pen al primo turno nel 2022, il voto strategico per Tolosa e Limoges, due grandi città che votano a sinistra alle elezioni nazionali, non avrebbero dovuto sfuggire a questo schieramento. Eppure, in entrambe le città, la lista comune formatasi tra i due turni, sulla base degli equilibri di potere stabiliti al primo turno, aveva (logicamente, aritmeticamente) posto a capo un membro di La France Insoumise. Gli elettori della sinistra moderata non si sono mobilitati a sufficienza. Dove il Partito Socialista domina, la sinistra, alleata o meno con La France Insoumise, ottiene risultati migliori. Parigi , Lione , Marsiglia e Lilla sono tre esempi lampanti della forza e della rinnovata forma dei Socialisti – e in misura minore dei Verdi – nelle grandi aree metropolitane. La France Insoumise, dal canto suo, sta mettendo radici nelle zone più operaie delle grandi città, in particolare intorno a Parigi e Lione. In passato, a partire dall'ondata rosa del 1977, le alleanze PS-PCF creavano una dinamica: 2 + 2 faceva 5. Oggi con PS e LFI: 2 + 2 = 3.
Jean-Luc Mélenchon fu ampiamente adottato dagli elettori del Partito Socialista perché l'obiettivo non era quello di portare alla presidenza il leader di La France Insoumise. Ma da allora, il Rassemblement National (RN) si è rafforzato considerevolmente . L'anno prossimo, al primo turno, la scelta non sarà più il candidato di sinistra meglio posizionato per eliminare Marine Le Pen o Jordan Bardella, bensì quello con le maggiori possibilità di sconfiggere il candidato di estrema destra al secondo turno. E data la limitata capacità di La France Insoumise di mobilitare gli elettori al di fuori delle aree urbane densamente popolate, Jean-Luc Mélenchon non può essere quel candidato unificante, pena una sconfitta certa.

La strategia di una rottura completa con gli Insoumis emerge rafforzata

Da domenica sera, i dibattiti più accesi si sono svolti all'interno del Partito Socialista. Nonostante una direttiva nazionale contro le alleanze, che ha avuto scarso impatto in un'elezione locale (il Partito Socialista non ha tradizione di centralizzazione del potere), molti candidati del partito con la rosa e il pugno chiuso hanno stretto accordi con La France Insoumise per mantenere le proprie città. Se non lo avessero fatto, sarebbero certamente stati spazzati via. Ma queste alleanze non sono riuscite a salvare molte città come Clermont-Ferrand, Brest, Tulle o Avignone.

Gli oppositori irriducibili (e di principio) di La France Insoumise (LFI), come Jérôme Guedj e François Hollande, entrambi più o meno candidati ufficiali per il 2027, vedranno confermata la loro tesi di una rottura completa con il partito. Il Primo Segretario Olivier Faure, che ha cercato di destreggiarsi in queste elezioni comunali sul precario equilibrio tra non alleanza a livello nazionale e accordi locali , vedrà la sua potenziale candidatura diventare ancora più difficile da immaginare. Chi contava su queste elezioni locali per delineare una strategia più chiara, un equilibrio di potere più evidente, in vista delle elezioni presidenziali, rimarrà profondamente deluso.

domenica 22 marzo 2026

La storia



 I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.

II

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

La storia, in Satura, Mondadori, 1971


Il presente non è tutto
Nei tempi bui in cui tutto sembra procedere nel rumore cadenzato e stridulo dei cingolati del , la poesia appare come libertà, breccia nella plumbea cappa dei nostri giorni senza speranza e senza prospettiva. Montale nella poesia La Storia ci induce a riflettere sull’andamento della storia per poter riprendere il cammino che pare già segnato, ma in realtà è un campo di possibilità che si snoda davanti a noi. Il capitalismo ha in odio la storia, poiché essa testimonia che ogni potere è nel tempo, vorrebbe dissolverla in modo che si pensasse che il presente ha in sé la pienezza senza trascendenza, che oltre il tempo presente con la sua visione unidirezionale non vi è nulla. Il capitale nella sua fase apicale ha divorato anche il nulla, non ammette antitesi di nessun genere, si presenta come l’essere univoco parmenideo, deve eliminare ogni orizzonte temporale per erigere prigioni globali. Montale ci rammenta che la storia non è prevedibile, è attività creatrice, ha improvvise deviazioni, nessuno la possiede, ma appartiene a tutti, e dunque con l’aiuto delle circostanze l’impossibile può diventare reale. La storia ideale costruisce eroi ed ipostasi quali artefici della storia, ma la verità è che la storia è il frutto di una pluralità di soggetti che muoiono anonimi, eppure partecipano vivamente al suo procedere, sono il sale della vita che crea nuove possibilità. La loro gioia è nella partecipazione silenziosa che non verrà segnalata da nessuno storico. Ciò malgrado, dietro i rumori dei grandi vi è la storia dei piccoli, dei resistenti, che con la loro piccola vita possono deviare il corso fatale della stessa. Coloro che vogliono ridurre la storia ad un teorema con definizioni e corollari predeterminati hanno già perso, perché si pongono fuori del cammino della storia vivente:

 

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.

 

Piani di passaggio


La storia ci sembra, ora, in questi decenni omogenea: un piano liscio su cui scorrono merci e chiacchiere. L’impero del valore di scambio sembra non lasciare scampo, assimila ogni differenza, espelle dal suo grembo maligno ogni alterità. L’omogeneità si ripiega su se stessa, non lascia varchi, brecce da cui ri-dialetizzare il presente. Montale ci invoca a guardare fortemente la storia e a cogliere sul piano liscio improvvise “buche” che consentono il passaggio verso nuovi mondi. Il piano grigio e compatto della globalizzazione, apparentemente invincibile, è puntellato di resistenti che non si lasciano divorare dalla chiacchera, ma conservano la loro umanità, la loro razionalità critica che trasforma il presente in attività divergente. La storia non è conclusa, il potere vive l’illusione del controllo totale, si bea della sua tracotanza, ma la vita con le sue buche gli sfugge. Le buche possono trasformarsi in voragini tali da deviare il corso degli eventi, da mutare la geografia dei significati che il potere vorrebbe eternizzare:

 

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli.

 

Fuori dalle reti


Per poter comprendere la storia, se mai questo sia possibile, dobbiamo guardare fuori la rete che ci rassicura, distribuisce i ruoli, tira una linea tra vincitori e vinti. La storia vera e viva è fuori della rete. Solo chi è fuori della rete può comprendere la verità della storia. Chi è tagliato fuori dalla storia, svela le illusioni di coloro che sono nella rete, chi sfugge alla rete per volontà o per un caso trova un varco, è l’attore di un nuovo inizio. Gli infelici che sono “fuori” non sono da compiangere, perché in loro riposa la possibilità di un nuovo percorso, perché dal loro “fuori” vedono la verità della rete con i suoi disincanti. Il loro sguardo penetra nella notte oscura per incontrare l’inizio di un nuovo giorno, la tragedia si sposa con la speranza:

 

C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

 

Non dobbiamo temere di essere degli invisibili, dei pesci piccoli che nuotano alla periferia della rete, coloro che non sono nella rete non appaiono, ma sono la sostanza del mondo, e la storia vive delle loro inconfessabili libertà. La teoria del caos (James Yorks) ci insegna che un battito d’ali può causare effetti che non possiamo prevedere. Dobbiamo continuare a battere le nostre ali. I nostri pensieri, il nostro impegno sono le ali della storia. La storia viva è indecifrabile, insondabile e non si ripete mai in modo eguale, pertanto anche nella disperazione può fiorire la speranza, perché la storia è molto più di ciò che appare, leggiamo e viviamo. La storia incombe, se ci arrestiamo davanti alla sua grandezza, ma se entriamo in essa e ci doniamo senza la presunzione del risultato tutto può ancora essere ed esserci. Non dobbiamo allevare barbari dal calcolo facile e dal cuore lento, ma guerrieri gentili dalle cui parole può rifiorire un mondo.

Salvatore Bravo
blog.petiteplaisance.it
21 marzo 2021

I morti degli altri

Adriano Favole

E gli «altri», Troppi confini cancellano la pietà

Più si creano e si rafforzano differenze invalicabili tra «noi» più si riduce l’orizzonte di una comune umanità

«Non possiamo assolutamente raggiungere la suprema sapienza socratica della conoscenza di noi stessi se non lasciamo mai i ristretti confini dei costumi, delle credenze e dei pregiudizi entro cui ogni essere umano nasce. Niente può giovarci in tale questione di estrema importanza più dell’atteggiamento mentale che ci consente di trattare le credenze e i valori di un altro essere umano dal suo punto di vista. Né mai l’umanità civile ha avuto bisogno di questa tolleranza più di adesso, quando i pregiudizi, la cattiva volontà e lo spirito di vendetta dividono le nazioni europee, quando tutti gli ideali, nutriti e proclamati come le più alte realizzazioni della civiltà, della scienza e della religione sono stati gettati al vento».

Bronisław Malinowski (1884-1942), uno dei fondatori dell’antropologia culturale contemporanea, chiude così il suo Argonauti del Pacifico Occidentale. Siamo nel 1922 e Malinowski, polacco di nascita e britannico d’adozione, ha ben chiari i drammi del Primo conflitto mondiale e i pericoli dei crescenti nazionalismi. L’empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri, è per lui il fondamento del metodo antropologico, la via privilegiata per comprendere altre società, ma è allo stesso tempo un principio universale di civiltà. L’empatia dà sostanza a un’idea di comune umanità, quell’umanità che Malinowski ritrova tra i volti e le storie dei nativi delle lontane isole Trobriand (Oceania).

Empatia è la capacità di partecipare alle gioie, ai dolori, ai lutti degli altri. Come quando, il 4 marzo scorso, un intero Paese sembrava essersi fermato per partecipare ai funerali del piccolo Domenico, a Nola. La morte di questo bambino, vittima di una grave malattia cardiaca e forse di un errore sanitario, il dolore di una madre costretta ad assistere per giorni all’agonia del figlio, hanno commosso molti italiani. Le morti non sono tutte uguali. Siamo esseri relazionali, oltre che (potenzialmente) empatici. Il dolore e la morte di chi ci sta accanto ogni giorno, delle persone con cui abbiamo passato gran parte delle nostre vite... la morte del prossimo suscita ben altro sconvolgimento di quella di uno sconosciuto. La pietà e l’empatia colmano in parte questa distanza. Non conoscevamo Domenico, né noi né i politici che hanno voluto assistere di persona ai funerali, né coloro che, per lunghe serate, hanno guardato trasmissioni tv interamente dedicate al caso. Mettendosi nei panni dei genitori del bambino.

Eppure, altre morti ci hanno lasciato indifferenti, né i più alti rappresentanti delle istituzioni le hanno ritenute degne di un comunicato di cordoglio. Negli stessi giorni in cui moriva Domenico, più di 150 bambine delle elementari Shajareh Tayyebeh di Minab venivano uccise da una bomba sganciata da un drone degli eserciti americano e israeliano che hanno attaccato l’Iran. La mattina, le madri le avevano svegliate e accompagnate a scuola, un’ultima carezza e un ultimo sorriso di incoraggiamento, lo zaino preparato a dovere. Qualche minuto dopo i corpi straziati giacevano sotto le macerie di una bomba sganciata da un drone guidato da remoto. Non abbiamo visto i volti di quelle bambine, non abbiamo conosciuto le loro storie, nessun cordoglio collettivo, nessun lutto. È andata così anche per le decine di migliaia di morti bambini a Gaza, in Sudan, in Ucraina, dove 1.300 scuole sono state distrutte o danneggiate dopo l’invasione russa.

Prendendo spunto dal linguaggio e dalle rappresentazioni diffuse nella nostra società, Marco Aime e Federico Faloppa (I morti degli altri, Einaudi, 2025) tentano di spiegare perché tante morti non suscitano la minima empatia. Se è vero che c’è una differenza tra la morte del prossimo e dell’estraneo, la mancanza di pietà è tuttavia il frutto di un processo di progressiva de-umanizzazione, che opera attraverso la costruzione di confini linguistici, politici, culturali che creano la categoria dell’altro-da-noi. Quando i migranti che muoiono nel Mediterraneo sono senza nome, senza volto, senza storia e pure provenienti da Paesi classificati come dittature, cosa può suscitare il cordoglio? Judith Butler ha creato a proposito il neologismo grievability, qualcosa come «luttuosità». Ci sono morti che creano cordoglio e lutto collettivo e ci sono morti e dolori che non suscitano empatia. Più si creano e si rafforzano confini invalicabili tra «noi» e gli «altri», più si riduce lo spazio della pietà e la possibilità di costruire un orizzonte di comune umanità, un universalismo antropologico che, solo, ci può fare sperare di ridurre guerre e massacri. Assistiamo, in questi mesi e in questi giorni, alle conseguenze di politiche che hanno voluto esaltare il «noi» e l’identità, riducendo diritti e relazioni internazionali alla forza cieca della geopolitica.

Le aree di colore diverso del mappamondo che, fin da bambini, ci inducono a credere che l’umanità sia divisa in popoli e nazioni dall’identità irriducibile, tornano al centro dell’azione politica, come ai tempi di Malinowski. Oggi il culto dell’identità corrode ciò che rimane del diritto internazionale: a morire sotto le bombe non sono più ragazze e ragazzi che sognavano un futuro sereno come Domenico, ma masse indistinguibili di altri-da-noi. La grievability è tutta interna al noi nazionale o, al più, ai confini della «civiltà» occidentale.

L’antropologo americano Roy Richard Grinker (Houses in the Rainforest, University of California Press, 1994) racconta che le società dei Lese e degli Efe (Ituri, Repubblica Democratica del Congo) vivono in stretta prossimità, ma si rappresentano diverse tra loro. Coltivatori e abbattitori di alberi i primi; cacciatori, pigmei e abitanti della foresta i secondi. Pur impegnati in continui scambi, Lese e Efe si concepiscono come due «alterità» che vivono in simbiosi ma, dal punto di vista delle abitudini culturali, sono diversi, e non di rado oggetto di denigrazione reciproca. Eppure, dice Grinker, in occasione dei lutti i Lese si affidano agli Efe, alla loro conoscenza e capacità di controllo del male. Quando muore una persona, gli Efe vengono invitati a vegliare nella capanna del morto: in occasione della morte vengono accolti al villaggio, per salvaguardare una comune umanità dai poteri della stregoneria e del male.

Se è vero, come detto, che le morti non sono tutte uguali e che la morte del prossimo ci colpisce in modo più duro di quella dello sconosciuto, rimane il fatto che l’empatia ci permette di metterci nei panni di chiunque soffre, come se fosse il nostro prossimo. In quel come se c’è tutta l’umanità, nella sua assenza ci rimane un atlante di colori diversi divisi da confini blindati, un’umanità fatta a fette, pronta a una guerra senza limiti.

La nuova frontiera del femminismo

Simona Forti
Femminismo, il corpo conteso

La Stampa, 22 marzo 2026

Scrivere di femminismo oggi mi mette in difficoltà. Non è solo l’assedio di una destra globale sempre più aggressiva a preoccuparmi, ma anche il conflitto che si consuma all’interno della mia stessa parte. Il campo femminista, da laboratorio di libertà, rischia di irrigidirsi in un tribunale dalle accuse incrociate. Da un lato, il femminismo della differenza – che ha scardinato la finta neutralità del maschile per restituire al corpo la sua irriducibile parzialità – corre il rischio di ripiegarsi nella custodia del confine biologico. Dall’altro, il transfemminismo può scivolare in una dogmatica guerra iconoclasta. Entrambe le prospettive, nate per liberare, finiscono così per sottrarsi al confronto reale.

In questo panorama, il linguaggio spesso cessa di essere ponte per farsi arma. Un episodio mi ha inquietata. Poche settimane fa è stata cancellata a Bologna la presentazione del libro di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) (Mondadori). Si tratta del testo firmato da una filosofa che ha segnato il pensiero della differenza in Italia e nel mondo. Tuttavia, è stato ritenuto inaccettabile: oggetto, quindi, di un attacco da parte di chi non tollera riflessioni sulla genealogia del femminile che non aderiscano ai nuovi canoni transfemministi. Non meno rivelatrice è stata la tensione emersa a Roma durante il corteo dell’8 marzo di “Non una di meno”, quando alcune donne iraniane che sfilavano con cartelli contro il regime hanno trovato difficoltà a far ascoltare la propria voce. Nel tentativo di difendere una coerenza pacifista e anticoloniale, una parte del movimento ha finito per chiedere la rimozione di slogan ritenuti “bellicisti”. Ne è nato uno scontro verbale che fotografa la distanza fra chi parla di libertà in termini teorici e chi, della libertà, vive quotidianamente la mancanza, pagando sulla propria pelle il prezzo della repressione. È il paradosso di un’inclusività che, per non urtare sensibilità ideologiche, finisce per silenziare la testimonianza più viva dell’oppressione sessuata e brutale. Il disagio che avverto non è solo dovuto alla mia distanza teorica rispetto alle estremizzazioni di entrambe le posizioni. È provocato soprattutto da una constatazione politica: se non riusciamo a trovare un accordo tra chi ha il diritto di rivendicare per sé la parola donna e chi ha il diritto di difendere soggettività marginalizzate ed escluse, la nostra forza contro queste destre a radicalizzazione esponenziale si frantuma. Ed è in questa terra piena di crepe e fratture che si sta inserendo con strategica precisione la destra radicale.

Il fenomeno del “femonazionalismo” – termine coniato dalla sociologa Sara Farris – è forse una risposta cinica a questa crisi: scippa termini e concetti al femminismo emancipazionista e della differenza e mima con efficacia le pratiche di manifestazione dei movimenti transfemministi. Il collettivo Nemesis, fondato in Francia nel 2019, ne è l’incarnazione più strutturata. Esso non è ormai più un fenomeno marginale, ma sta diventando, attraverso i suoi molti canali, un progetto di egemonia identitaria culturale. Parla in nome della “difesa delle donne occidentali” e adotta un’estetica pop per conquistare visibilità pubblica. Non richiama il valore, tipico della destra, della cultura patriarcale; al contrario, predica l’“autodeterminazione” e la “sorellanza” per, tuttavia, caricarle di significati reazionari e identitari. Le loro campagne sono esempi di ambiguità: la sicurezza delle donne non viene declinata come battaglia contro il dominio maschile, bensì come pretesto per accuse xenofobe. La violenza di genere, nel loro racconto, esiste solo nelle strade, quando l’autore è lo straniero, il migrante. È una narrazione che rassicura perché sposta il pericolo al di fuori delle mura di casa, per proiettarlo su chi viene da fuori.

Esempi concreti dell’agire di Nemesis sono le “ronde della sicurezza” nelle stazioni, dove il corpo femminile è espressione di quel confine patrio da proteggere, o le campagne contro l’aborto presentate come “difesa del diritto alla maternità” per prevenire lo spopolamento della nazione. Mentre il mondo progressista discute se la parola “donna” sia ancora utilizzabile senza escludere, Nemesis la usa come un martello per ribadire un ordine rassicurante: la donna è madre, è terra, è radice, è confine. In un’epoca di incertezza totale, la biologia viene trasformata dall’estrema destra nell’ultima ancora di salvezza contro una modernità percepita come priva di senso.

Se il femminismo della differenza ha lottato per slegare il destino biologico dal ruolo sociale, e il transfemminismo lavora per svincolare l’identità dal dato cromosomico, Nemesis teorizza una forma di “cittadinanza riproduttiva”. In questa visione, i diritti non sono inerenti alla singola persona, ma sono concessi alla donna in quanto cellula fondamentale della conservazione etnica e demografica. È in realtà la negazione suprema dell’autodeterminazione travestita da riconoscimento del valore femminile. Questo modello si sta propagando con forza attraverso reti transnazionali, mutuando tattiche dai movimenti sovranisti europei e presentandosi mediaticamente come l’unica alternativa “reale” alle astrazioni del politicamente corretto. Ciò che rende Nemesis insidiosa è la sua capacità di normalizzare istanze radicali attraverso il volto giovane delle sue militanti. Si muovono sui social con un linguaggio “alternativo” e vittimistico, presentandosi come le “vere” ribelli contro un sistema che vorrebbe cancellare la natura. Questo femminismo di destra cerca di fare proseliti tra coloro che si sentono tradite da una sinistra percepita come troppo astratta e intollerante. La destra ha capito che, per vincere la battaglia culturale, deve parlare di corpi e di appartenenza, anche se lo fa per rinchiudere nuovamente le donne in una gerarchia rigida e funzionale alla nazione.

Se il femminismo progressista non saprà ritrovare un mondo comune che non censuri il dissenso, un mondo comune che tenga insieme storia e differenze senza cedere a nuovi dogmi, lascerà che siano collettivi come Nemesis a dettare l’agenda dei prossimi anni. Il rischio è immenso: quello di regalare la parola “donna” a chi vuole usarla solo come un confine identitario e xenofobo. Non c’è liberazione se si rinuncia alla realtà del corpo, ma non c’è futuro se quel corpo diventa la scusa per escludere l’altro.

La guerra di logoramento

Greta Privitera
Gli ayatollah resistono sfruttando il logoramento «Da Paese sanzionato a “dominatori” del Golfo»
Corriere della Sera, 22 marzo 2026

L’idea che la Repubblica islamica poserà le armi non appena Donald Trump e Benjamin Netanyahu decideranno di fermare la guerra rischia di rivelarsi l’ennesimo, clamoroso errore di calcolo su un regime che, di sicuro, l’attuale amministrazione americana non ha capito fino in fondo e Israele ha sottovalutato. Gli ayatollah, certo, pregano ogni giorno che smettano di piovere bombe sulle loro città, ma non sono disposti a chinare la testa davanti a un cessate il fuoco fragile, cucito su misura dagli americani e dagli israeliani. «Questa volta è diverso», dicono. Diverso dai tortuosi negoziati nucleari, diverso dalla Guerra dei 12 giorni del 2025.

Per i leader della teocrazia, questo scontro si è trasformato in una battaglia per la sopravvivenza, un conflitto esistenziale che non tollera scorciatoie né tregue di comodo. Non si fidano dei nemici giurati che accusano di «tradimento diplomatico» e pensano che una pausa nelle ostilità potrebbe diventare un altro inganno. «Gli eserciti di Netanyahu e Trump riprenderebbero subito dopo con le bombe, come è già accaduto in passato», ci dice il portavoce del ministro degli Esteri Abbas Araghchi Esmail Baghaei.

Il regime ha imboccato la strada della guerra di logoramento, la sua arma suprema: quella strategia doppia di bombe e resistenza estenuante, che concepisce e onora il martirio, inscritto nel dna della Repubblica islamica fin dalla Rivoluzione del ‘79. Gli ayatollah sono disposti a tutto per sopravvivere e mantenere il potere, nessun altro Paese finito — per scelta o per sfortuna — in questo scontro lo è. Sono ben consapevoli di poter incassare colpi molto più duri di quelli che Stati Uniti, Israele e Paesi del Golfo oserebbero mai tollerare. Più passano le settimane e più i discorsi dei religiosi sembrano sventolare un vantaggio che li incoraggia a proseguire e li fa agire con una certa arroganza, forti della strategia del caos con cui sono riusciti a mandare all’aria il Golfo e i mercati globali. E in effetti, dice al Washington Post Nate Swanson, direttore dell’iran Strategy Project: «Se Teheran riuscirà a preservare la sua capacità militare — missili balistici e minacce asimmetriche — e a mantenere alle stelle i prezzi del petrolio, allora potrebbe essere proprio l’iran, alla fine, a imporre i suoi tempi per chiudere i conti, rovesciando i pronostici di Washington».

Teheran non solo resiste ma alza la posta. A dettare la strada è il nuovo «fantasma» della teocrazia, Mojtaba Khamenei, la Guida suprema ancora non apparsa. La guerra finirà solo con garanzie ferree — lo ha ribadito anche ieri il presidente «riformista» Masoud Pezeshkian — che nessuno oserà più attaccare la Repubblica islamica, rapporti bilaterali con i Paesi del Golfo e riparazioni miliardarie per i danni subiti dai raid aerei americani e israeliani. Gli uomini di Mojtaba si fanno forti di una lezione importante che hanno appena imparato: «Possono causare danni e sconvolgimenti ingenti con relativa facilità e a basso costo. Ora vogliono che anche il mondo intero impari questa lezione», dice Dina Esfandiary, analista esperta di Iran, al Washington Post. E tra le «nuove» condizioni per la pace, i leader col turbante esigono di far diventare lo stretto di Hormuz — via internazionale tutelata dal diritto marittimo — un casello nazionale, pronto a intascare un terzo del petrolio globale in transito. Lo ha svelato Mohammad Mokhber, del Consiglio per il discernimento e consigliere economico della Guida suprema, all’agenzia Mehr. «L’iran trasformerà la sua posizione da Paese sanzionato a potenza rafforzata nella regione e nel mondo. Sanzioneremo quelle potenze arroganti che mirano al dominio».

L’esperto Ali Vaez ci scrive che dal punto di vista iraniano, la guerra finirà solo quando gli Stati Uniti e Israele riconosceranno che la Repubblica islamica non può essere rovesciata o sottomessa.