mercoledì 6 maggio 2026

Una parata dall'esito incerto

Giuseppe D'Amato
La parata del 9 maggio a Mosca spaventa Putin. Per tre ordini di motivi
Avvenire, 6 maggio 2026

La parata del 9 maggio è un bel grattacapo per Vladimir Putin. Il Cremlino ha annunciato che osserverà una tregua unilaterale di 72 ore anche nelle giornate a ridosso della festa principale dell’anno in Russia. «Quella è solo un’azione propagandistica – ha prontamente risposto il ministro degli Esteri ucraino, Andrey Sibiga, nel corso di una intervista televisiva –. Una manipolazione per mostrare agli occidentali buona volontà». Già l’anno scorso, sempre in occasione dell’anniversario della Vittoria sul nazifascismo nel 1945, Mosca si era astenuta dai combattimenti, denunciando – al contrario – violazioni al proprio cessate il fuoco da parte del «regime di Kiev».
I problemi per Putin oggi sono molteplici e di diverso genere. Primo: politico. Sebbene il capo del Cremlino sia stato appena invitato da Donald Trump al prossimo G20 americano, questi si è astenuto dal ricambiare, offrendo al tycoon newyorkese, ad esempio, un posto d’onore nella tribuna autorità sulla Piazza rossa. Le ragioni sono semplici: non è ancora chiaro quali leader stranieri saranno presenti il prossimo 9 maggio (l’anno scorso dalla visione del palco autorità tristemente vuoto si era compreso che la Russia è isolata); Mosca dovrà garantire la sicurezza delle delegazioni provenienti dall’estero.
Secondo problema: appunto, la sicurezza. La parata, è già stato comunicato dal ministero della Difesa federale, sarà per la prima volta da due decenni senza il passaggio di veicoli militari e, quasi sicuramente come nel 2025, senza la partecipazione dell’Aviazione. Da marzo ad oggi i droni e i missili ucraini hanno dimostrato di poter colpire ovunque. Dal Baltico al mar Nero fino agli Urali Kiev ha messo in ginocchio l’export russo di idrocarburi. Alcuni bombardamenti hanno persino causato pesanti danni ecologici a Tuapsé e a Perm’.
Terzo problema: mediatico. Ma come? A sentire i discorsi ufficiali e i racconti delle televisioni di Stato il Cremlino sta mietendo successi in serie nella sua “operazione militare speciale” (che è già durata dal punto di vista temporale più della Seconda guerra mondiale ad Est) e adesso non è in grado di garantire la sicurezza neppure sulla Piazza rossa? Il boomerang nei confronti dell’opinione pubblica interna è grave.
«Sono orgogliosa del mio Paese», sono le parole ascoltate, per anni, a Mosca. Pronunciate da conoscenti russi alla visione dei mezzi militari che passavano davanti al Mausoleo di Lenin. «Guarda che forza, quanto siamo potenti». E ora? È Putin che deve garantire la sicurezza dei leader stranieri sulla Piazza Rossa, aveva risposto l’anno scorso Kiev in maniera irritata a chi chiedeva se gli ucraini si stessero apprestando ad un’azione quanto mai clamorosa. 
«Cercheremo di capire – ha scritto in un post su X il presidente Zelensky – se la proposta russa serve per avere poche ore di sicurezza per la parata di Mosca o c’è qualcosa di più». L’Ucraina, è stato ribadito, è favorevole a una tregua duratura, senza condizioni, che porti alla fine della guerra. Da quanto si è appreso finora, sulla Piazza Rossa l’unico leader occidentale ad essere presente è il premier slovacco Fico, a cui, però, l’Estonia ha negato il permesso di passaggio sul suo spazio aereo se diretto a Mosca. Glielo ha però concesso la Repubblica ceca. Da parte sua, Bratislava ha appena ottenuto la ripresa delle forniture di idrocarburi dalla Russia, bloccate per mesi per un bombardamento in Ucraina. Subito dopo la sconfitta elettorale dell’ungherese Orbán, Kiev ha provveduto a riparare la condotta.

Il papa portavoce dell'umanità

 


Alla fine Leone XIV non è un papa così cauto

Che idee ha sulla politica internazionale e com'è che le sue posizioni siano diventate così nette, specialmente contro Trump

Francesco Gaeta
Il Post, 21 aprile 2026

Nel suo primo anno di pontificato, Leone XIV è stato raccontato come un papa prudente, quasi trattenuto, meno esposto del suo predecessore Francesco nella politica internazionale. Il termine più usato per definirlo, anche tra chi già lo conosceva, è stato «cauto». Nelle ultime settimane però questa immagine è cambiata. Davanti all’ampliarsi delle guerre e soprattutto nello scontro con Donald Trump il linguaggio del papa è diventato netto, diretto, emotivamente intenso. Soprattutto sulle questioni di politica internazionale è emerso un atteggiamento tutt’altro che cauto, e perfino inaspettato.

Al momento della sua elezione in piazza San Pietro, Leone XIV aveva nominato nove volte la parola pace, accostandola agli aggettivi «disarmata e disarmante». Nelle ultime settimane invece ha parlato molte volte della guerra, definendola «uno scandalo per la famiglia umana». A proposito delle guerre in corso, ha parlato di una violenza che può diventare «una voragine irreparabile». Ha definito il mondo come devastato da «un manipolo di tiranni». Ha anche accusato «chi manipola la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici», e ha aggiunto che Dio «non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta», cosa che a molti è sembrata un riferimento alle ripetute citazioni bibliche – a volte inventate – usate dall’amministrazione statunitense a sostegno delle azioni di guerra contro l’Iran.

Questo cambiamento è avvenuto soprattutto dalla fine di febbraio, dopo l’avvio della guerra in Medio Oriente. Si è accentuato durante le celebrazioni della Pasqua, mentre la guerra si aggravava, e si è rafforzato durante il viaggio in Africa, che si è appena concluso. A bordo dell’aereo su cui viaggiava, rispondendo a una domanda sul tema, Leone XIV si è espresso in modo diretto: «Troppe persone innocenti vengono uccise. E penso che qualcuno debba alzarsi e dire: “C’è un modo migliore”».

Secondo Iacopo Scaramuzzi, giornalista di Repubblica molto esperto di Vaticano, non è Leone XIV a essere cambiato ma il contesto in cui si muove oggi rispetto a qualche mese fa. «La situazione internazionale lo ha quasi costretto a essere più netto. C’è anche il fatto che si sente più a suo agio nel ruolo di pontefice: lui stesso aveva parlato di “curva di apprendimento”. Quella fase è evidentemente conclusa». Secondo Scaramuzzi c’è un momento preciso che segna uno scarto: «È stato il 4 aprile, quando ha detto che la pretesa di Donald Trump di “cancellare l’intera civiltà iraniana” era inaccettabile. Una parola chiara, pronunciata a braccio, fuori dal protocollo. Del tutto inattesa».

Nella stessa occasione il papa aveva aggiunto qualcosa di ancora più forte. Aveva invitato «i cittadini a contattare le autorità, i leader politici, i membri del Congresso, per dire loro di lavorare per la pace e rifiutare la guerra». Sebbene rivolto a tutti i popoli, il riferimento al Congresso collocava l’invito in un ambito molto preciso: il papa statunitense invitava i cittadini statunitensi a prendere posizione sulle politiche di chi li governa.

Secondo il professore di Ecclesiologia Massimo Faggioli quella frase segna una fase nuova del pontificato, non solo nei rapporti con gli Stati Uniti. Faggioli insegna al Trinity College di Dublino e ha da poco scritto un libro sul cattolicesimo negli Stati Uniti (Da Dio a Trump. Crisi cattolica e politica americana, edito da Scholé). Dice che il trumpismo è «una forma di messianismo politico, in un paese dove non c’è mai stata una separazione netta tra politica e religione. Oggi però si è andati oltre: c’è un presidente che si sente investito da Dio, si pensa e si raffigura come un nuovo messia e usa un linguaggio da guerra santa per gestire gli affari del mondo».

Per il Vaticano questa «logica premoderna» in cui la teologia serve a legittimare la politica è «estremamente disturbante e chiaramente inaccettabile», dice Faggioli. Leone XIV non solo sta dicendo no alla guerra, sta anche rifiutando che il potere si faccia consacrare dalla religione. Si crea così un ribaltamento quasi paradossale: «Il Vaticano di Leone XIV è oggi portatore di un approccio laico alla politica, perché difende il diritto internazionale, le Costituzioni, lo stato di diritto contro chi è al potere sentendosi investito da Dio. La Santa Sede è diventata il bastione più visibile dell’Illuminismo», dice ancora Faggioli.

L'esperienza femmininile della fede

Chiara Vitali
Le donne vivono la fede in modo diverso dagli uomini. Perché è una ricchezza per la Chiesa
Avvenire, 6 maggio 2026

Due persone entrano in una chiesa e si siedono ai banchi. Cercano il silenzio, si ritagliano momenti di preghiera, curano la propria fede. La dimensione religiosa per loro è preziosa. Eppure, la loro esperienza è molto diversa perché tra loro c’è una differenza fondamentale: uno è un uomo, l’altra è una donna.
Che la fede venga vissuta in modo molto diverso in base al genere non è una consapevolezza diffusa. Spesso si ragiona sulle diversità dei ruoli nella Chiesa, sulle gerarchie di potere e su meccanismi che storicamente hanno escluso le donne. Ma capire come questa differenza incida nel modo più intimo di vivere la propria dimensione spirituale, questo è un passaggio ancora ulteriore. «La divisione sessuale dei ruoli presente in ogni religione, che stabilisce chi può fare cosa, determina due esperienze diverse della fede», spiega Stefania Palmisano, professoressa di Sociologia delle religioni dell’università di Torino. Nelle scorse settimane un convegno nel suo Ateneo ha messo al centro questo tema, con interventi di studiose e ricercatrici. Ad ascoltare c’era una sala piena di studenti e studentesse, giovani, rappresentanti del mondo religioso. È stato un passo di un percorso più ampio, che tra le altre tappe ha visto anche la pubblicazione di un libro, Donne e religioni in Italia, di Stefania Palmisano e Alberta Giorgi. Il giorno del convegno, per prima cosa, si sono evidenziate alcune consapevolezze. «Storicamente la religione è stata presentata come un affare maschile e spesso le donne sono state trattate come cittadine di seconda classe». E questo è interessante per almeno tre motivi: uno, la trasmissione della fede è spesso un affare femminile; due, gli studi mostrano che le donne vivono una maggiore religiosità rispetto agli uomini; tre, le donne stanno lasciando la Chiesa a una velocità inedita e maggiore rispetto agli uomini, in quello che viene descritto come un vero e proprio terremoto. «Momenti di confronto su questo tema – continua Palmisano – servono anche a superare una dicotomia che sentiamo spesso nelle realtà secolari: le donne religiose come oppresse e vittime di un sistema patriarcale e le donne secolarizzate come femministe ed emancipate».

Diversi elementi aiutano a capire che cosa significhi guardare alla religiosità in una prospettiva di genere. Un nodo decisamente significativo è quello dell’interpretazione dei testi biblici. Spesso, realizzata a svantaggio delle donne. «Pensiamo al corpus paolino, interpretato per la costruzione di una subalternità di natura della donna all’uomo – spiega Adriana Valerio, teologa e storica – O al fatto che i testi biblici sottolineano che Gesù avesse scelto come suoi compagni solo uomini, come se stesse creando una Chiesa degli uomini e per gli uomini. Ma Gesù aveva anche discepole e apostole donne. Lui stesso rappresentava una novità per il suo tempo: guardava le donne come destinatarie di una comunità di eguali, fratelli e sorelle». Gli esempi sarebbero molti altri, e anche le radici e le motivazioni storiche. «Abbiamo due possibilità – rimarca Valerio – O la Bibbia è contro le donne, e allora dobbiamo scappare, o c’è stata una cattiva interpretazione: e allora le Scritture vanno rilette, altrimenti il messaggio non è di salvezza ma di condanna».
Già secoli fa ci furono donne che diedero riletture dei testi sacri che miravano a valorizzare il contributo femminile. A ricordare alcuni nomi è Erminia Ardissino, professoressa e autrice, che cita ad esempio Lucrezia Tornabuoni, una scrittrice del 1400 che riscrisse e valorizzò le storie di donne raccontate nella Bibbia. O Isotta Nogarola, che diede una lettura diversa del peccato originale e del ruolo di Eva. Autrici poi dimenticate.
E poi c’è un pilastro, fondamentale, su cui si deve basare la «radicale uguaglianza» tra uomo e donna, pur nelle reciproche differenze: «È il battesimo», spiega Ilaria Zuanazzi, esperta di diritto canonico. «È necessario sottolineare la reciprocità e la complementarità tra uomo e donna, e avere la consapevolezza che la comunione si verifica in dinamiche di reciproco completamento, nel rispetto della irriducibile alterità dell’altro. La relazione non è unidirezionale: nella Chiesa non è il maschile il modello assoluto». In altre parole, tra maschile e femminile non ci deve essere alcuna gerarchia, ma una complementarità tra situazioni che hanno lo stesso valore.
Per avere un quadro del contesto a cui si applicano queste riflessioni, ci sono alcuni numeri da tenere in considerazione. Paola Bignardi, pedagogista, evidenzia che entro il 2033 solo il 17% delle giovani manterrà un legame con la Chiesa. «Le donne non trovano più la proposta cristiana attraente, portano domande di grande senso e a volte non trovano una risposta». Per questo Bignardi sta lavorando a una nuova ricerca che coinvolge proprio le giovani. «Il loro modo di vivere l’esperienza religiosa è diverso rispetto ai loro pari età maschi; vogliamo capire le ragioni del loro allontanamento, o meglio, del loro impossibile avvicinamento alla comunità cristiana». La sfida che pongono i giovani è un’occasione per la Chiesa tutta: «Come si legge nel Vangelo, la proposta per tutti è di una fede che non mortifichi la vita, ma che sia amica della vita. Questo darebbe una risposta alle domande di senso e farebbe percepire la Chiesa come una casa abitabile per tutte e tutti». Alla fine del convegno, diverse persone si alzano e si avvicinano alle relatrici. Chiedono che il percorso di lettura di genere della religione possa andare avanti.

I francesi di origine mista


Félix Eboué

Lionel Dangoumau
Lo faccio per me stesso e per la sua memoria: i francesi di origine mista, figli di soldati coloniali, mantengono vivo il ricordo dei loro padri
Le Monde, 6 maggio 2026

"Non ricordo quanti anni avesse mio padre quando me lo raccontò", confida. " So solo che lo fece una sola volta. Non era teatrale. Lo ricordo piuttosto sorridente, come qualcuno che racconta una bella storia, una di quelle da cui è uscito illeso." Yves Abibou aveva seppellito questo racconto inquietante nel profondo dei suoi ricordi d'infanzia. Fino a quella conferenza di circa dieci anni fa, dove gli fu chiesto di parlare. Quel giorno, qualcosa andò storto. "All'improvviso, provai un'emozione assolutamente travolgente. Scoppiai quasi in lacrime; non riuscivo più a parlare." Pensai tra me e me: "Cosa mi sta succedendo?"

Antoine Abibou nacque intorno al 1910 a Porto-Seguro, oggi Agbodrafo (Togo), all'epoca parte dell'Africa Occidentale Francese. Combatté per la Francia, ma fu quasi ucciso dai proiettili francesi alla fine della guerra a Thiaroye (Senegal) – torneremo su questo punto. La madre di Yves Abibou si chiamava Christiane Boden. Era parigina e bianca. Antoine e Christiane ebbero sette figli.

Come loro, molte persone di razza mista sono nate dopo la guerra da ex soldati coloniali e donne provenienti dalla Francia continentale. Eredi di una storia poco conosciuta, frutto di storie d'amore che non sarebbero mai nate senza la guerra, i figli di queste coppie sono ora in pensione e i loro genitori sono deceduti. Sono cresciuti senza sempre comprendere appieno gli eventi che hanno preceduto la loro nascita, e alcuni dedicano parte del loro tempo a preservare questa narrazione familiare, o persino a difendere la memoria dei loro padri.

Massacrati dalla Wehrmacht

Dopo la sconfitta del 1940, mentre 1,5 milioni di soldati francesi venivano deportati in Germania come prigionieri, i "nativi" subirono un destino diverso. I nazisti ricordavano l'occupazione della Renania dopo la Prima Guerra Mondiale da parte di truppe francesi composte da fucilieri africani, un episodio vissuto come un'umiliazione e definito dalla propaganda nazista a partire dagli anni '20 come la "Vergogna Nera ". Durante la breve Battaglia di Francia (maggio-giugno 1940), tra i 1.500 e i 3.000 fucilieri senegalesi furono massacrati dalla Wehrmacht dopo essere stati fatti prigionieri. Essi furono particolarmente esposti ai combattimenti: su un totale di 180.000 mobilitati, di cui 40.000 nella Francia continentale, 17.000 persero la vita.

Temendo il contatto con la popolazione locale e la diffusione di malattie tropicali, i tedeschi assegnarono soldati coloniali a campi situati nella Francia occupata. Questi Frontstalag ospitavano nel 1941 circa 70.000 uomini provenienti da vari territori colonizzati: i dipartimenti dell'Algeria, i protettorati del Marocco e della Tunisia, l'Africa occidentale e equatoriale francese, il Madagascar, l'Indocina e le Antille francesi. Alla Liberazione, il loro numero si era ridotto a 30.600. Oltre a numerose morti, il cui numero esatto è difficile da determinare, altri prigionieri furono rilasciati per motivi di salute o riuscirono a fuggire.

Questi soldati furono impiegati dalle forze di occupazione (in lavori agricoli e forestali, movimento terra, in fabbrica), il che diede loro l'opportunità di interagire con la popolazione locale. Anche le organizzazioni umanitarie contribuirono a migliorare le loro condizioni di vita quotidiane. Fu così che si conobbero i genitori di Yves Pham Van. Suo padre, Kiem Pham Van, orfano, si arruolò nell'esercito francese in Indocina alla fine del 1939. Fatto prigioniero nel giugno del 1940, conobbe Denise Maitret, la sua futura moglie, che lavorava per la Croce Rossa, mentre era prigioniero a Dole (Giura).

Trasferito al Frontstalag di Vesoul, riuscì a fuggire e si nascose a casa dei genitori di Denise prima di raggiungere Parigi, dove si unì alle reti della Resistenza francese delle Forze dell'Interno. "Partecipò alla Liberazione di Parigi e poi si arruolò nell'esercito ", spiega Yves, nato nel 1947, il maggiore di due fratelli. I suoi genitori si sposarono nel 1946 a Dole. Kiem Pham Van era sergente quando scoppiò la guerra d'Indocina. "Credo che il suo piano fosse quello di fare carriera nell'esercito", suggerisce il figlio. " Ma si rifiutò di combattere i Viet Minh e fu smobilitato".

"Non stiamo parlando della guerra vecchio stile."

Grazie al sistema di sponsorizzazione, i detenuti possono anche corrispondere con una persona che li rappresenta, ricevere cibo o vestiti da lei e, a volte, persino far visita alla sua famiglia. Il rapporto tra Yaya Coulibaly e Jeannine Tessier, i genitori di Thierry, è iniziato proprio grazie a queste lettere di sostegno, scambiate tra sconosciuti. "La regola in famiglia era: 'Non si parla della guerra con papà'", racconta il figlio. " Ma a volte infrangevo quella regola, quando eravamo solo noi due. Probabilmente non abbastanza spesso, a ripensarci, perché alla fine ne parlava volentieri".

Yaya Coulibaly nacque nel 1920 a Niafounké, nell'allora Sudan francese, oggi Mali. Mobilitato nel 1939, fu fatto prigioniero e detenuto in Germania. Non attese di essere trasferito in un campo di concentramento del fronte prima di evadere per la prima volta. Riuscì ad attraversare la Francia, ma fu arrestato dopo un viaggio audace, proprio mentre stava per raggiungere Martigné-Ferchaud (Ille-et-Vilaine) per far visita alla famiglia della sua madrina, una ragazza bretone di quindici anni dalla quale aveva ricevuto lettere in Germania.

Prigioniero del campo di concentramento di Rennes , riuscì a fuggire di nuovo e a rifugiarsi presso la famiglia di Jeannine, che lo nascose per diversi mesi. Nella casa di Thierry Coulibaly ad Alençon, nell'ingresso è appesa una bellissima fotografia in bianco e nero: suo padre e sua madre il giorno del loro matrimonio, nel 1947. Per sposare Jeannine, Yaya Coulibaly si convertì al cattolicesimo e scelse di cambiare il suo nome: si sarebbe chiamato Jean-Paul. "I miei nonni materni non si opposero affatto al matrimonio", ha commentato il figlio. "La guerra aveva permesso loro di conoscere bene mio padre."

La storia di Olivier Rajoelison non ha ricevuto la stessa accoglienza. Nato in Madagascar nel 1917, Félix Rajoelison fu chiamato al servizio militare nel 1938. Arrivò in Francia prima della guerra e fu fatto prigioniero sui monti Vosgi nel giugno del 1940. Trascorse parte della guerra nei Frontstalag (campi di prigionia) e in seguito fu assegnato come personale medico all'ospedale militare di Val-de-Grâce a Parigi. Dopo la guerra, sposò una parigina, Jeannine Marcourel.

«I miei genitori si conobbero a un ballo della Croce Rossa alla Mutualité nel 1945», ricorda Olivier, nato nel 1957, il più giovane di quattro fratelli. « Mia nonna si rifiutò di venire al matrimonio, così come mio zio. Mia madre era ancora minorenne e stava per sposare un uomo di colore. Era incinta di cinque mesi del figlio di mio fratello maggiore. La cosa non fu presa bene… Avevo uno zio e dei cugini che vivevano a Parigi, ma non li vedevamo mai. Non vedevamo nemmeno mia nonna, tranne a Natale, una volta all'anno». Dopo la Liberazione, Félix Rajoelison si arruolò nell'esercito francese, nel corpo medico, e concluse la sua carriera militare a Val-de-Grâce come sottufficiale nel 1972.

Suo figlio ha archiviato tutto in quattro raccoglitori ordinati con cura: le foto, le lettere, i documenti che gli hanno permesso di conoscere la vita del padre, dato che non ne aveva mai sentito parlare direttamente da lui: "Parlava raramente della sua storia". Ci mostra un ritratto di Félix Rajoelison disegnato nel 1944 da un amico scultore, Jacques Dulau (1918-1973), secondo classificato al Prix de Rome nel 1948, noto per il suo lavoro come infermiere al Frontstalag di Saint-Médard-en-Jalles (Gironde). C'è anche un pezzo di stoffa. "È il suo distintivo del 203° Reggimento di Artiglieria Coloniale ", mormora. "È una cosa di cui non mi separerò mai".

"Una popolazione mista non è auspicabile."

A più di ottant'anni dalla fine della guerra, è impossibile sapere quanti bambini siano nati da unioni tra soldati coloniali e donne provenienti dalla Francia continentale. Tuttavia, la storica Armelle Mabon, specialista in materia di prigionieri di guerra, sospetta che ce ne fossero "parecchi ". Per la realizzazione di un documentario ( Forgotten and Betrayed: Colonial and North African Prisoners of War , Grenade Productions, 2003), lei e la regista Violaine Dejoie-Robin hanno lanciato un appello alla stampa regionale per trovare testimoni. "Siamo rimaste sorprese nel sentire regolarmente che qua e là erano nati bambini di razza mista", ricorda. " È impossibile quantificarlo, ma non è un numero insignificante. Non si tratta solo di dieci o venti".

Al momento della Liberazione, questi matrimoni e la conseguente mescolanza razziale furono disapprovati e scoraggiati dalla gerarchia militare, mentre il contributo delle truppe coloniali venne rapidamente minimizzato . "È del tutto evidente che la creazione in Francia di una razza mista non è auspicabile dal punto di vista della salute, della psicologia e del prestigio ", scrisse il generale François Ingold, direttore delle truppe coloniali, nel maggio del 1945.

I figli nati da queste unioni dovranno affrontare gli stessi pregiudizi. "Un giorno tornai a casa da scuola piangendo e mio padre mi chiese perché", racconta Thierry Coulibaly. " Gli dissi che mi avevano chiamato 'ragazzino magrolino'. E lui mi spiegò: 'No, ti hanno chiamato 'ragazzino nero'. Non sapevo cosa significasse! La prese con calma e con grande senso dell'umorismo. Mi prese in braccio e mi spiegò che il problema non ero io, ma gli altri. Ah! Che sollievo, non potete immaginare..."

A Martigné-Ferchaud, la famiglia Coulibaly, i cui genitori lavorano entrambi per Emile Bridel, proprietario del famoso marchio di latticini, è benvoluta. Ma i loro figli hanno interiorizzato una certa discrezione. "I miei genitori erano l'unica coppia mista in un raggio di 50 chilometri", spiega Thierry Coulibaly. "Io e mia sorella dovevamo essere irreprensibili: sempre ben vestiti, mai irrispettosi, senza mai dare a nessuno il minimo motivo per infangare la nostra immagine."

Non sarà sempre sufficiente. "Un giorno un operaio edile andò a trovare mia madre, molto turbato, perché qualcuno aveva riempito le fondamenta della casa che stavano costruendo", racconta Thierry Coulibaly. "Poi trovarono la scritta 'Negro fuori' sul cantiere. Andarono dal sindaco, che prese provvedimenti, e la questione finì lì." Da bambino a Parigi, Yves Abibou ricorda di essere stato chiamato "negra con il labbro " , riferendosi alle donne africane che indossavano questi ornamenti in bocca o alle orecchie. "Quando ero all'università a Nanterre, venivamo fermati regolarmente sulla RER", continua. " I nostri amici bianchi passavano, ma gli arabi e i neri venivano messi in fila contro i muri, perquisiti e tutto il resto. In seguito, non posso dire di averne sofferto. Avevo abbastanza autostima per gestirlo".

Yves Abibou non aveva mai cercato di approfondire ciò che suo padre gli raccontava da bambino: "La mia ipotesi è che non sapessi bene come interpretare questa ambivalenza tra un racconto assolutamente ingiusto e il fatto che me lo avesse narrato come una bella storia". Questo fino a quando non incontrò una giornalista, e poi Armelle Mabon, per le sue ricerche. Dopo aver studiato i prigionieri coloniali, la storica si dedicò alla ricerca sul massacro di Thiaroye (Senegal) del  1° dicembre 1944. È anche grazie a lei che Yves Abibou ha riscoperto la storia di suo padre.

"La rabbia pervade tutta la mia famiglia."

Detenuto nel campo di concentramento di Rennes , Antoine Abibou riuscì a fuggire e a lavorare, in particolare per il combattente della Resistenza François Desgrées du Loû (1909-1985), futuro cofondatore del giornale Ouest-France . Alla fine del 1944, si imbarcò a Morlaix (Finistère) con altri 1.600 fucilieri senegalesi che stavano per tornare in patria. Pochi giorni dopo, mentre questi soldati erano acquartierati nel campo di Thiaroye, vicino a Dakar, e reclamavano la loro paga, l'esercito francese aprì il fuoco su di loro. Antoine Abibou sopravvisse, ma fu processato da un tribunale militare per quello che l'esercito presentò come un ammutinamento. Considerato uno dei capi, fu condannato alla pena più severa: dieci anni di prigione. Fu rilasciato due anni dopo, grazie a un'amnistia, e tornò a Parigi, dove aveva trascorso la fine della guerra, per lavorare come operaio in una fabbrica di automobili. Nato nella capitale nel 1952, Yves Abibou non sa come si siano conosciuti i suoi genitori.

Coinvolto sempre più profondamente nella vicenda che suo padre visse a Thiaroye, da allora si batte per la revisione del suo processo e per fare piena luce sull'evento, il cui bilancio ufficiale delle vittime – tra 35 e 70 – è contestato da diversi storici. La Corte di Cassazione ha respinto la sua richiesta nel 2015, ma i recenti sviluppi del caso gli infondono speranza. "Non sono motivato dal denaro", insiste. "Ma non troverò pace finché non sarà fatta giustizia. Mi interrogo anche su una rabbia che ha sempre albergato in tutta la mia famiglia. Per molto tempo abbiamo smesso di avere discussioni importanti tra di noi perché le cose degeneravano incredibilmente in fretta. Credo che non sapessimo davvero quali fossero le nostre vere battaglie. Nutro una profonda avversione per ogni ingiustizia." 

Yves Pham Van provò un senso di ingiustizia quando suo padre, ex combattente della resistenza e soldato che aveva contribuito alla liberazione del paese, si rese conto di aver perso la cittadinanza francese quando andò a rinnovare i documenti nel 1958. "Gli dissero: 'Non sei più francese'. Non riusciva a crederci", ricorda il figlio, ancora commosso dal ricordo. " Gli confiscarono i documenti e gli dissero che doveva fare domanda di naturalizzazione".

In seguito agli Accordi di Ginevra, che posero fine alla guerra d'Indocina nel 1954, i cittadini vietnamiti furono costretti a scegliere tra la cittadinanza francese e quella vietnamita, anche se già cittadini francesi: un'informazione che era sfuggita all'ex soldato. "Aspettò sei anni per ottenere una nuova carta d'identità", sottolinea Yves Pham Van. " Ho dovuto cercare tutti i suoi documenti e sono rimasto profondamente colpito da questa sorta di negazione della cittadinanza francese di mio padre, dalla mancanza di riconoscimento per il suo servizio". Kiem Pham Van avrebbe finalmente ricevuto questo riconoscimento in tarda età, nel 2014, quando gli fu conferita la Legion d'Onore, quattro anni prima della sua morte all'età di 101 anni. "Per lui, ha cancellato quello che altrimenti si sarebbe trasformato in risentimento ", riflette il figlio.

Biografie e ricerche storiche

Nel suo appartamento del XV arrondissement di Parigi, Yves Pham Van custodiva gelosamente diverse foto del padre, alcune in uniforme, altre al Frontstalag . Tra i suoi documenti personali c'era un telegramma del 1947 del patrigno di Kiem che annunciava la nascita di Yves a Dole, dove la madre si era recata per partorire. Prigioniero di guerra e membro della Resistenza, Kiem Pham Van lavorò a Parigi dopo la guerra come cuoco per gli attori Jean Wall (1899-1959) e Jean-Pierre Aumont (1911-2001), tra gli altri: una vita abbastanza ricca da ispirare una biografia ( Kiem Pham Van, l'évadé des annexes , di Guy Scaggion, Dossiers d'Aquitaine, 2004).

Thierry Coulibaly ha scritto personalmente la biografia di suo padre. "Da adolescente, o giovane adulto, pensavo di conoscere la storia di mio padre piuttosto bene, di averla esaurita", ammette. " Pensavo solo a una cosa: le corse automobilistiche! Col tempo, mi sono reso conto che aveva vissuto esperienze davvero improbabili... Oggi il libro è finito, ma mi ci sono voluti quattro anni perché c'era un legame emotivo e, a volte, è stato un po' complicato, perché faceva riaffiorare ricordi." Thierry Coulibaly è alla ricerca di un editore per il suo libro.

Olivier Rajoelison, a sua volta ex ufficiale di riserva, scrive anche di un soldato francese, ma non di Félix, suo padre. Sta lavorando a una biografia di Déodat du Puy-Montbrun (1920-2009), membro della Resistenza francese e ufficiale, noto soprattutto per essere stato uno dei fondatori del servizio operativo della Direzione Generale per la Sicurezza Esterna (DGSE). Ha iniziato le sue ricerche nel 2021 e ha dedicato uno scaffale della biblioteca del suo appartamento parigino a questo progetto .  Altri scaffali contengono libri su suo padre. "Ho un sacco di libri sull'argomento ", dice, indicando gli scaffali. " I prigionieri, i campi, come venivano trattati...".

Ha trascorso centinaia di ore a esplorare gli archivi del Servizio Storico dell'Esercito francese a Caen e Vincennes (Val-de-Marne). Nel 2025 si è recato all'Archivio Nazionale di Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) per fare ricerche sul campo di internamento in cui suo padre era stato internato. "Per ricostruire la sua storia personale, non troverò altro che i documenti che mi ha lasciato. Ma sto cercando di capire. Lo faccio per me stesso e per la sua memoria. Lo condivido anche con i miei fratelli e i miei figli. Mostro ai miei nipoti le foto di mio padre perché possano vedere che era nero e che ha difeso la Francia. Con il razzismo che esiste oggi, è importante che sappiano che il colore della pelle conta poco". Condivide la sua esperienza con chiunque lo contatti per cercare di documentare la storia di un padre o di un nonno.

Dietro casa sua, Yves Abibou alleva qualche gallina e coltiva un frutteto, da cui si gode una splendida vista su Villefranche-de-Rouergue. È appena rientrato da un viaggio a Bruxelles, dove è stato invitato a partecipare alla mostra "Postcolonial?" presso la Casa della Storia Europea, che "esplora l'eredità coloniale dell'Europa ". Per quindici anni, ha condiviso instancabilmente la storia di suo padre e quella di Thiaroye con i media e in occasione di conferenze.

«Per me è chiaro che ciò che mio padre ha vissuto è legato al razzismo sistemico dell'impero coloniale», afferma. «  È questo che ha portato i fucilieri a essere fucilati come conigli, perché reclamavano la loro paga. Ciò che spaventa [Marcel] Dagnan [il generale a capo delle truppe che hanno sparato a Thiaroye]» , dice, «è l'arroganza di queste persone che si difendono, che arrivano a chiedere l'indipendenza e ad avere rapporti sessuali con donne bianche. È un'eco di ciò che sentiamo oggi riguardo alla paura dell'immigrazione. Nessuno ne è responsabile oggi, ma dire che [Thiaroye] è stato un crimine di Stato, legato alla colonizzazione e al razzismo, penso che farebbe bene a tutti. Potrebbe contribuire a riparare un po' la nostra società».

Ad Alençon, Thierry Coulibaly confidò che suo padre non era mai tornato in Mali dopo la guerra e non ne aveva mai parlato. Ma il giorno della sua morte, nel 1992, Jean-Paul Coulibaly teneva in mano una piccola statuetta di legno che Thierry non aveva mai visto prima, probabilmente un regalo della famiglia prima della sua partenza per la guerra. L'aveva sempre portata con sé.

https://www.lemonde.fr/societe/article/2026/05/06/je-le-fais-pour-moi-et-pour-sa-memoire-des-francais-metis-fils-de-soldats-coloniaux-entretiennent-le-souvenir-de-leurs-peres_6685840_3224.html?search-type=classic&ise_click_rank=1



martedì 5 maggio 2026

Il premio di governabilità

 RIFORMA ELETTORALE

Il rebus del premio di maggioranza e le possibili soluzioni

Roberto D’Alimonte
Il Sole 24ore, 5 maggio 2026

Nel progetto di riforma elettorale proposto dalla maggioranza di governo il premio di governabilità è l’elemento principale. È un premio in cifra fissa. Alla Camera è di 70 seggi, al Senato di 35. Va a chi ottiene più voti oltre la soglia del 40% o a chi vince il ballottaggio nel caso in cui venga utilizzato. Questo tipo di premio è una novità. Nei sistemi elettorali dei comuni e delle regioni è in percentuale fissa. A chi vince vengono assegnati tanti seggi quanti ne servono per raggiungere la percentuale prevista dal sistema. È un premio flessibile. Era così anche nella legge Calderoli.

Un premio in cifra fissa può dare una maggioranza di seggi eccessiva a chi vince. Per impedirlo il progetto in discussione prevede un tetto massimo di seggi per il vincente. Alla Camera è 230. Al Senato è 114. Sono rispettivamente il 57,5 % e il 57 % del totale. Questa percentuale è elevata (nella legge Calderoli era il 54%), ma il problema però è un altro. I due tetti citati non sono in realtà il massimo che una coalizione può ottenere. Per diverse ragioni dal tetto dei 230 seggi della Camera sono esclusi un seggio della Valle d’Aosta, 7 seggi del Trentino Alto Adige e 8 seggi della circoscrizione estero. Sono 16 seggi fuori-premio che vengono assegnati in aggiunta a quelli previsti dal tetto. Lo stesso vale per il Senato con numeri diversi. Per semplificare, da ora ragioniamo solo sulla Camera.

In pratica i 400 seggi della Camera sono divisi in tre blocchi. Il primo è rappresentato da 314 seggi che vengono assegnati nei collegi plurinominali delle circoscrizioni con formula proporzionale. I secondi sono i 16 seggi-fuori premio. Il terzo sono i 70 seggi del premio. Avendo escluso dal tetto i seggi-fuori premio è teoricamente possibile che la coalizione vincente possa ottenere una percentuale totale di seggi superiore al 57,5 per cento. Nella ipotesi estrema che ottenga tutti i seggi consentiti dal tetto, cioè 230 su 314 , e tutti i 16 seggi-fuori premio arriverebbe ad avere in totale il 61,5 per cento. Se vincesse 230 seggi su 314 e solo 8 seggi-fuori premio arriverebbe al 59,5 per cento. Come è noto, con il 60% si possono eleggere in autonomia i giudici della Consulta. E ciò rende questa soglia particolarmente delicata.

Una analisi più realistica del funzionamento del sistema è proposta nella tabella in pagina. Ai dati già discussi ne va aggiunto un altro legato al fatto che anche i sistemi proporzionali contengono un potenziale di disproporzionalità rappresentato dalle soglie di sbarramento. I partiti sotto la soglia non conquistano seggi. Questo crea quello che in gergo si chiama voto disperso. Questo fenomeno aiuta i partiti sopra la soglia ad avere più seggi rispetto alla loro consistenza elettorale. In pratica più alto è il voto disperso più sono i seggi aggiuntivi che vanno ai partiti-sopra soglia. Questo vuol dire, per esempio, che un partito o una coalizione con il 42% dei voti potrebbe avere il 45% dei seggi, o di più, a seconda di quanto è elevato il voto disperso. Nella tabella ipotizziamo che con un voto disperso del 4% la coalizione vincente prenda 6 seggi in più, che sono da calcolare all’interno del tetto di 230.

I punti da cogliere sono quattro. Primo, non è semplice per chi vince arrivare al 60% , ma è possibile. Con il 49% dei voti , sulla base delle nostre assunzioni, lo sfiorerebbe. Però se il voto disperso fosse più alto e/o se vincesse più seggi-fuori premio lo potrebbe superare, anche con una percentuale di voti inferiore al 49 per cento. Secondo, la combinazione di voto disperso e seggi-fuori premio rende imprevedibile la maggioranza che il vincente può ottenere. Nella nostra analisi una coalizione con il 44% dei voti otterrebbe il 55,5% dei seggi . Questo può essere accettabile visto che il premio sarebbe di 11,5 punti percentuali e la soglia critica del 60% sarebbe lontana, ma il problema è che voto disperso e seggi fuori-premio possono modificare significativamente il risultato. E questi due fattori non sono regolabili con norme di legge. Terzo, il vero problema legato al premio non è la sua entità, che ruota intorno ai dieci punti percentuali, ma il fatto che a certe condizioni può assicurare al vincente la maggioranza del 60 per cento. Quarto, in assenza di voto disperso e senza seggi fuori-premio, il sistema non dà la maggioranza dei seggi a chi vince con il 40-41% dei voti. E, come vedremo in altro articolo, potrebbe non darla nemmeno nel caso di ballottaggio

A queste osservazioni ne aggiungiamo una altra fuori tabella. Il listone dei 70 della Camera e dei 35 del Senato crea due tipologie di candidati. In caso di vittoria quelli del listone hanno il seggio garantito e potrebbe essere a spese dei loro colleghi che vincono il seggio nei collegi plurinominali. Infatti se alla Camera l’aggiunta dei seggi-premio a quelli ottenuti tra i 314 dovesse essere superiore a 230, non verrebbero ridotti i seggi del premio ma i seggi in più verrebbero sottratti a quelli ottenuti dalla coalizione vincente nei collegi plurinominali.

Quali sono le possibili soluzioni ? La prima, e più drastica, è sostituire il premio in cifra fissa con un premio in percentuale fissa. La seconda è di includere nel calcolo del tetto anche i seggi fuori-premio. La terza è quella di ridurre il premio. La quarta è abbassare il tetto. Sono tutte soluzioni politicamente o tecnicamente problematiche, a parte – forse – l’ultima.











Il leader narcisista

 


Consumismo, spinte competitive, individualismo sono esempi di come la cultura dei nostri giorni ha rinforzato la glorificazione di sé che spinge al narcisismo. Benché lo spirito competitivo faccia parte della natura umana, in alcuni può tradursi in un tratto totalizzante del carattere. Costoro vedono il mondo quasi esclusivamente in termini di “vincenti” e “perdenti”, e perdere è inaccettabile. Muovendo da una approfondita analisi del mito di Narciso, Manfred F.R. Kets de Vries, studioso della leadership di fama mondiale, evidenzia le varie forme in cui si esprime il narcisismo. Successivamente, esplora differenti strategie per la gestione delle persone narcisistiche. Vengono introdotti concetti come l’alleanza di lavoro, l’altalena emotiva, la tattica del sandwich e il bisogno di essere empatici. Inoltre, riferendosi al cambiamento in un contesto di gruppo, viene presentata l’importanza delle dinamiche psicologiche del gruppo nel suo insieme. Il testo di de Vries offre un metodo unico e originale per esplorare le ramificazioni della leadership narcisistica. (presentazione editoriale)

Massimiliano Panarari
Il leader ha sempre ragione
La Stampa, 13 luglio 2019

Da sempre la figura del «N. 1» conta tanto, in politica e in economia. Ma mai come nella nostra postmodernità la leadership è diventata oggetto di attenzione collettiva, e viene considerata un attributo indispensabile per governare processi e organizzazioni. E, così, assistiamo all’irrompere, e al rapido consumarsi, di leadership «intermittenti», che durano magari soltanto «lo spazio di un mattino». Leadership conquistate, sempre più spesso, sui social e a colpi di like, anziché sul campo. E vediamo il dilagare, dopo il marketing politico, dello storytelling, al punto che il successo di queste leadership «liquide» si gioca molto sulla costruzione di narrazioni seduttive (come mostra Sofia Ventura nel suo ultimo libro, I leader e le loro storie, il Mulino, pp. 312 €26, presentato in anteprima a febbraio su La Stampa). E per abbagliare e inebriare, in questa fase storica, paga sempre di più la postura populista e anti-establishment, quella dei tanti leader – da Marine Le Pen a Nigel Farage, fino a Matteo Salvini – raccontati dal giornalista e studioso Carlo Muzzi in Euroscettici (Le Monnier, pp. 178 €14).
E la leadership è anche, naturalmente, tematica di studio per la psicologia, che l’ha affrontata in modo copioso in questi anni specialmente sul versante aziendale. Ecco perché si rivela una lettura opportuna il volume di un’autentica autorità in materia, Manfred F. R. Kets de Vries, psicanalista e docente di Gestione delle risorse umane all’Insead di Fontainebleau (una delle principali business school del mondo). In 
Leader, giullari e impostori (Raffaello Cortina, pp. 269 €16), sulla scorta di Sigmund Freud, l’autore si dedica a smontare la visione della razionalità manageriale applicata alla leadership.
Un assunto che de Vries ritiene valido per qualunque tipo di impresa, tanto economica che politica, e che sviluppa, da psicoterapeuta, in chiave clinica, sottolineando quanto le motivazioni inconsce e la realtà intrapsichica giochino un ruolo decisivo anche nella testa di chi prende decisioni. Insomma, non siamo dalle parti delle «sorti magnifiche e progressive» della «leadership trasformazionale» sviluppata nel 1985 dallo studioso di modelli organizzativi Bernard Bass (1925-2007), quella basata su un’alleanza autentica tra leader e follower, dove la fiducia viene costantemente rinnovata e coincide, per citare (e parafrasare) Ernest Renan, con una sorta di «plebiscito di tutti i giorni». No, lo psicanalista – che fa iniziare gli studi sulla questione con la
 Repubblica di Platone – preferisce esporre il dark side della problematica per mettere in guardia i lettori (e i cittadini), documentando quanto si riveli faticosa, se non impervia, la strada che conduce all’affermazione di una leadership equilibrata e positiva. Ancor più in questi nostri giorni di trionfo della disintermediazione, dove la propensione biologica al comportamento gregario si sposa con l’imperialismo della comunicazione.
Ecco perché l’autore punta, invece, ad «andare ai fondamentali», e alle radici psicologiche della leadership. Freudianamente, de Vries interpreta la relazione tra il leader e il gregario nei termini di un «transfert idealizzante», una proiezione per cui il secondo, per sentirsi più protetto (analogamente a quello che fa il figlio con il padre), sovraccarica il primo di talenti, qualità e poteri. Questa identificazione, fondata su una forma di rispecchiamento personale, la si ritrova oggi abbondantemente in politica, ed è alla base della creazione di universi fittizi e aspettative illusorie che permangono, nonostante attraverso il dato di realtà si manifesti il contrario di quanto affermato dal leader.
Un’altra patologia, in questo caso interamente del leader, viene da un’infanzia e un’età evolutiva in cui il futuro capo abbia avvertito una difformità tra il suo bisogno di protezione e il livello delle cure parentali: ne deriveranno una fame inesauribile di potere e una serie di «fantasie consolatorie di onnipotenza».
La tipologia è quella del leader narcisistico, agli antipodi di un altro personaggio molto problematico quando arriva al potere, che l’urbanista William H. Whyte descrisse già nel 1956 nel libro 
L’uomo dell’organizzazione. Ossia il dirigente grigio e noioso, indispensabile al funzionamento organizzativo, ma affetto da alessitimia come indica de Vries, l’«incapacità di esprimere sentimenti». E, quindi, vocato a soffocare la creatività altrui per evitare il benché minimo rischio di conflitto, e a convertire qualunque cosa in procedura e routine.
Poi ci sono la «legge del taglione», che viene applicata dal leader sulla via del ritiro, e il «complesso dell’edificio» di chi, sul viale del tramonto, rimane attaccato al potere il più a lungo possibile. E le distorsioni non finiscono qui. Con un solo antidoto all’arroganza del potere: l’umorismo. Servono, sostiene de Vries, delle figure di «giullari organizzativi», anche se oggi non hanno vita facile.