domenica 7 giugno 2026

Il capitalismo tecnologico

Ezio Mauro
La destra, il capitale e la democrazia

la Repubblica, 7 giugno 2026 

«Basta interferire con la nostra democrazia». Con un altolà che sembra venire dalla guerra fredda, il primo ministro inglese Starmer ha risposto all’attacco del vicepresidente americano Vance al sistema democratico non solo britannico ma europeo, sfruttando l’omicidio del diciottenne bianco accoltellato a morte da un giovane sikh a Southampton come un caso di razzismo rovesciato: «Ecco il risultato dell’immigrazione di massa voluta dalle élite europee — ha detto Vance — : questa morte è la morte dell’Occidente».

Sono parole accompagnate in sottofondo dal bombardamento mediatico di Elon Musk, che sulla vicenda aizza la rabbia anonima dei social. L’estremismo reazionario del governo americano, dunque, unito nella crociata antieuropea con il primo capitalista del mondo, all’attacco dei valori occidentali in nome dell’Occidente: un testacoda perfetto, nel quale però c’è qualcosa di nuovo, che vale la pena di cercare di capire.

Southampton (Regno Unito), 3 giugno: fiori in memoria di Henry Nowak
Southampton (Regno Unito), 3 giugno: fiori in memoria di Henry Nowak (afp)

Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un vero e proprio salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase. Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà.

Nasce così una super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia.

Si spiega così il sostegno istintivo e collettivo a Trump da parte di tutti i campioni del tecno-capitalismo, la teologia reazionaria di Thiel, lo svelamento ideologico di Musk, la rivelazione dell’anima estremista del capitale, la conferma della sua disponibilità gregaria nei confronti del potere, la preferenza neo-autoritaria. Come si giustifica questa mancata difesa della democrazia da parte di soggetti che hanno potuto sviluppare le loro imprese e realizzare i loro talenti nella libertà dell’ecosistema democratico e giunti all’apice del successo lo ripudiano?

Dopo la seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero.

Viviamo nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto: troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica, attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più conveniente.

È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità.

Anzi, come dice Marco Revelli nel libro appena uscito da Laterza con un titolo provocatorio (La democrazia è antiquata), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere».

È a questo punto che il capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia. Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato, dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo.

Perché sottostare a regole che non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0, smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme, con uno spreco politico inutile.

Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione “tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e sinistra.

Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico, scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo.

Rutebeuf



Dove sono volati i miei amici

che tanto mi erano vicini

e ch’io amavo?

Ho paura che siano svaniti;

tenermeli non ho saputo,

e li ho perduti.

Loro m’hanno fatto male assai,

e da che Dio m’ha dato pena

in ogni dove,

mai uno ne vidi in casa mia.

Certo li ha rapiti il vento.

Così l’amicizia è morta.

Sono amici che s’involano al vento,

e il vento soffiava alla mia porta;

e se li è portati,

e di loro nessuno m’ha dato aiuto

né soccorso offrendomi del suo.

Ecco come s’apprende

che sempre l’amico è lì

per avere da te;

ma se n’avvede ben tardi

chi ha impegnato

i suoi averi per avere amici,

perché non li troverà,

né tutti né un po’,

pronti a sostenerlo.

Da oggi, lascerò il destino vagare

come meglio gli piace

più in nulla intromettendomi.

Se pur ce la farò. 

I versi di Rutebeuf, specie questa “Complainte de l’amitié” sono stati cantati da stelle di prima grandezza della canzone come Joan Baez  e Léo Ferré. Si possono pescare comodamente nel web. Rutebeuf ha scritto molto, ma la sua fortuna letteraria è legata soprattutto ai “Dits”, opere da collocare tra i primi testi poetici che hanno dato vita a una poesia non più cantata ma da leggere.

Una riflessione, piccola piccola. Ci è sicuramente capitato di vedere schiere di personaggi del così detto bel mondo lamentarsi nei giornali o dagli schermi televisivi di “amici” sempre pronti a servirli finché erano potenti o famosi e altrettanto pronti ad abbandonarli quando la fortuna non è più stata dalla loro parte. Non si tratta però di una esclusiva vip; anche tanti di noi ne abbiamo vissuta qualcuna di esperienze simili, no? (Lino Palanca)

Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
Avec le temps qu'arbre défeuilleQuand il ne reste en branche feuilleQui n'aille à terreAvec pauvreté qui m'atterreQui de partout me fait la guerreAu temps d'hiverNe convient pas que vous raconteComment je me suis mis à honteEn quelle manière
Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteLe mal ne sait pas seul venirTout ce qui m'était à venirM'est avenu
Pauvre sens et pauvre mémoireM'a Dieu donné le roi de gloireEt pauvres rentesEt droit au cul quand bise venteLe vent me vient, le vent m'éventeL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
L'espérance de lendemainCe sont mes fêtes
(versione cantata da Léo Ferré)

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
And took them away

With weather that defoliates the trees
when there are in branches no more leaves left
which do not fall down to the ground
With poverty that appals me
that, from everywhere, wages war against me
At the time of winter
It's not suitable for me to tell you
How I shamed myself
In which way

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much?
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
The evil can not come alone
All that had to come to me
happened to me

Poor sense and poor memory
has God given to me, the King of glory
and poor income
And straight to the ass when north wind blows
the wind comes to me, the wind airs me
Love, she is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
Took them away

Hope of tomorrows are my feasts
 

https://journals.openedition.org/studifrancesi/9430







Pina Picierno se ne va

Davide Mattiello Facebook, 4 giugno 2026

Conosco Pina Picierno da una vita, da quando ci legava la comune militanza sociale nell’antimafia, successivamente sono stato deputato insieme a lei nella XVII Legislatura, vicini di banco in Commissione Giustizia, prima che diventasse uno dei volti di punta del PD alle europee del 2014, quindi la sua scelta di uscire dal PD mi colpisce e mi induce a riflettere.

Delle sue ragioni conosco soltanto ciò che ha riportato lei stessa sui social a seguito dell’intervista concessa al Foglio e quindi scrivo nella consapevolezza che c’è senz’altro una profondità di vissuti e di pensieri che mi sfugge.
Aldilà dei temi evocati per denunciare un PD a suo dire inadeguato a cogliere la sfida del tempo che viviamo (la sicurezza europea, Putin, il riarmo, il nucleare, l’antisemitismo…), c’è un argomento che mi pare stia a monte della denuncia stessa e che in qualche modo la spieghi nel suo presupposto ideologico: il PD che si era dato la missione di comprendere e governare la complessità del mondo, ha finito per scegliere di rappresentarne soltanto una parte.
A questo argomento sembra fare eco, qualche passaggio più in là, il riferimento al successo di certi “populismi” e di certi “massimalismi” come conseguenza della “incertezza della politica”.
Ecco, io non credo.
Anzi, sono convinto del contrario e mi conforta in questo il pensiero di un liberale, intransigente anti fascista come Piero Gobetti, che moriva esule a Parigi, stremato dalle aggressioni squadriste, giusto cento anni fa.
Nella volontà di comprendere e governare la complessità del mondo si annida infatti un baco, che ritengo abbia segnato la decadenza del PD negli ultimi anni. Una decadenza interrotta proprio dalla svolta impressa dalla vittoria di Elly Schlein nel 2023.
Il “baco” è confondere un progetto riformista con l’idea pericolosa di “partito della Nazione”, un partito cioè che non abbia “avversari” nella società, ma soltanto tra i partiti che gli contendono consenso elettorale. Un partito che non ha avversari nella società perché pensa di rappresentare e quindi di comporre e sintetizzare tutte le principali istanze presenti nel Paese. Un Partito che punti all’unanime sostegno delle persone per bene, che pur vivendo condizioni molto diverse le une dalle altre, riconoscano e benedicano lo sforzo ecumenico di metterle d’accordo in nome di un superiore bene comune da realizzare insieme. Di questo approccio fu interprete profetico, pur nella prospettiva della “vocazione maggioritaria”, il primo, indimenticato, segretario del PD, Walter Veltroni, con quel suo “ma anche” che caratterizzò il suo discorso pubblico. Il “partito della Nazione” è pericoloso perché da un lato incorpora una pulsione inconfessabile, almeno per i democratici, e cioè quella di farsi “partito-Stato”, una deriva che probabilmente già avvertiva come nefasta Enrico Berlinguer che, declinando la “questione morale” nel 1981, denunciava la pretesa di certa partitocrazia, cui il suo PCI non era immune, di occupare ogni spazio istituzionale possibile. Dall’altro perchè il “partito della Nazione” in nome di un postulato unanimismo delle persone per bene, finisce per scontentarle tutte e questo per un motivo caro a quella cultura liberale alla quale la Picierno si richiama e cioè che la democrazia parlamentare dà il meglio di se’ attraverso il conflitto politico. Parafrasando Gobetti si può dire che il conflitto è l’anima della democrazia. Un conflitto tra interessi tutti legittimi, ovviamente, ché quelli illegittimi stanno o dovrebbero sempre stare (!) fuori dalle Aule del Parlamento ed interessare le Aule di giustizia. Il conflitto politico in democrazia è non soltanto salutare, ma educativo: serve ad uscire da un certo infantilismo cui corrisponde una politica paternalista, che promette soluzioni di buon senso a tutti, a condizione che ci si fidi ed affidi. Non a caso il “Partito della Nazione” piace tantissimo alla destra meloniana, di chiara derivazione illiberale.
Certamente la complessità della realtà non va negata e tanto meno semplificata, ma per contribuire al suo governo nell’ambito di una democrazia, costituzionale e parlamentare, bisogna scegliere quale punto di vista assumere, quale particolare insieme di interessi rappresentare, proprio per stare con chiarezza nel conflitto politico. Perché le soluzioni, almeno secondo questo approccio culturale, sono sempre il portato di un confronto autentico, anche ruvido, tra posizioni differenti e per questo riconoscibili. Il successo di “populismi” e “massimalismi” come, aggiungo, le drammatiche percentuali di astensionismo, non sono quindi la conseguenza della incertezza della politica, ma dell’assenza di un riconoscibile conflitto tra posizioni chiare.
Tanto più oggi, stare in questa maniera dentro la complessità è precisamente ciò che va fatto per salvare la democrazia parlamentare, costituzionalmente orientata, vero target di tutte le autocrazie e di tutte le mega concentrazioni di potere finanziario e mass mediatico. Ed è proprio quello che Elly Schelin, insieme a chi ci crede, sta facendo da tre anni a questa parte: smetterla di spiegare la complessità del Mondo a chi non ce la fa, ma dire a chi non ce la fa che il PD è il modo per sopravvivere nella complessità del Mondo.

Cent'anni di Marilyn


CENT'ANNI DI MARILYN

Questa prima settimana di giugno si è ricordato il centesimo anniversario della nascita di Marilyn Monroe. Forse proprio perché imprendibile, e imprendibile perché in un certo senso tautologica, la sua figura stimola le interpretazioni più sofisticate. Sul mito Marilyn esiste una letteratura molto vasta, e alimentata prima di tutto dagli scrittori. Qui, per l’occasione, vorrei proporre due citazioni da due saggisti italiani non meno misurati che intelligenti. Nella sua recente raccolta di prose intitolata Suicidi imperfetti, Fabrizio Coscia ha dedicato alla Monroe un capitolo in cui l’analisi critica e il racconto biografico si alternano ad alcuni frammenti del diario della protagonista, che risuonano come il monologo di una teatrale e disperata “voix humaine”. Nelle pagine di Coscia, lo spettro cinematografico per eccellenza sembra imprigionato dentro la stessa “campana di vetro” di Sylvia Plath. Marilyn Monroe è un groviglio di relazioni volubili con amanti, psicanalisti, cliniche, cocktail, farmaci. Il set, in tutto ciò, appare come una parentesi - ma una parentesi che risucchia l’anima: “il direttore di fotografia ha detto che i suoi occhi erano troppo annebbiati. Dov’era finita la luce? Per questo non ha voluto primi piani mentre gridava nel deserto le sue battute: ‘Assassini, bugiardi, assassini… siete felici solo quando potete vedere qualcuno morire, perché non vi uccidete voi?’. Non stava recitando. Gridava e diceva finalmente quello che aveva dentro da sempre, gridava il suo schifo, l’odio per gli uomini che l’avevano sempre usata, ferita, violata, fin da quando era una ragazzina indifesa. Quello non era recitare, quello era vivere. E vivere le faceva male”. Coscia allude qui alle scene desolate e abbacinanti degli Spostati, uno di quei film in cui all’improvviso si raccolgono e distribuiscono le sorti, cioè le morti, di diversi attori. “E’ diventata davvero una grande attrice, come prevedeva Strasberg?” si domanda più avanti. “Probabilmente no, benché Billy Wilder, che la diresse in due film, l’abbia definita un ‘genio assoluto come attrice comica’. Ma è stata qualcosa di più e di diverso. La sua peculiarità, meglio di chiunque altro l’ha saputa cogliere forse Constance Collier, attrice britannica e celebre insegnante di recitazione che ebbe fra le sue allieve molte dive hollywoodiane, tra cui la stessa Marilyn. ‘Non credo affatto che sia un’attrice, in senso tradizionale’ ha detto. ‘Ciò che ha – questa presenza, questa luminosità, questa intelligenza a sprazzi – non potrebbe mai emergere su un palcoscenico. E’ così fragile e sottile che solo l’obiettivo può coglierlo. Come il volo di un colibrì: solo una cinepresa può fissarne la poesia’. In tal senso, per questa sua natura tipicamente ninfale, fragile, allo stesso tempo carnale e fantasmatica, è stata l’attrice più cinematografica che sia mai esistita”. Questa diagnosi o autopsia piena di tatto me ne ha fatta tornare in mente un’altra molto simile ma eseguita a cadavere ancora caldo, nel primo autunno del 1962, dal giovane Piergiorgio Bellocchio. “Marilyn era una diva piuttosto che un’attrice” scriveva allora Bellocchio sui neonati “Quaderni piacentini”. “Qualcosa di meno, di più...; qualcosa di essenzialmente diverso. Nessun’arte o spettacolo più del cinema (…) comprime la personalità dei propri autori, dai registi agli attori. Quanto più una massa è numerosa, tanto meno è ciò che la accomuna. Ed è questo minimo comune che il divo deve esprimere perché milioni di spettatori si riconoscano in lui. Un minimo che, ovviamente, è quasi sempre una semplificazione, una falsificazione. Talora però in alcuni divi questo minimo è autentico. (…)
Sono i casi eccezionali di Chaplin, della Garbo e – in minore – anche di un Bogart e d’una Marilyn Monroe. (…) Il suo valore mi sembra consistesse in ciò, che insieme a una notevole coscienza di essere una merce, essa esprimeva anche una naturale incapacità di esserlo in modo completo e soddisfatto. (…) Il candore della sua spregiudicatezza e la spudorata esibizione del suo bisogno di tenerezza, d’amore, attraevano e respingevano, colpivano. (…) Diceva Fitzgerald, l’idolo letterario degli Anni Venti, morto solo e in miseria, distrutto dall’alcool, che nei suoi racconti ‘c’era una piccola goccia di qualcosa – non di sangue, non di pianto, non del mio seme, ma più intimamente mio di questi –, era l’extra che avevo’. Ciò che rendeva unici e indimenticabili molti momenti di Marilyn era che, oltre i personaggi di maniera cui era costretta e che interpretava male (una riprova della sua autenticità), ci trasmetteva qualcosa di intimo, ‘sangue’, ‘pianto’, ‘seme’... Era come toccare qualcosa di vivo, di nudo. Impressione tanto più inquietante quanto meno prevedibile: come se, nel mezzo di una conversazione banale e fortemente truccata, il nostro interlocutore si aprisse all’improvviso a una confidenza estremamente intima e semplice: la vertigine che ci coglierebbe sarebbe in buona parte dovuta alla nostra sorpresa, alla nostra impreparazione”. Mi sembra molto giusto, nel pezzo di Bellocchio, il riferimento all’autore del Grande Gatsby, cantore dell’irrealtà e di quella vulnerabilità senza limite che le è legata a filo doppio. Non a caso un autorevole ritrattista di Marilyn è stato Truman Capote, che si potrebbe definire una parodia di Fitzgerald - e del suo personaggio più famoso.

Democrazie senza leader

Anche nei tempi in apparenza più confusi può accadere che un certo tema emerga come significativo al di là delle divisioni e di un balbettio assordante. Galli della Loggia è da una vita, o quasi, abituato a seminare scetticismo per poi proporre, facendo finta di nulla, le più piatte banalità, le più grossolane assimilazioni. Giorgia Meloni come De Gasperi è solo l'ultima. Ora ci spiega che le democrazie non piacciono, che il conflitto non abita più qui e che della ghigliottina non si può fare a meno. Beata simplicitas. Beata et diabolica, come si addice al personaggio. Poi, in fondo al suo ragionamento che tale non è ma è piuttosto una sequenza imperterrita di opinioni assai discutibili, arriva la scoperta folgorante: in una situazione difficile non tutti riescono a guardare oltre l'apparenza immediata delle cose, per questo particolarmente preziosa risulta la lucidità strategica. Appannaggio di un capo? Non ne saremmo tanto sicuri. Quello che conta è che tra coloro che contano qualcuno mostri di aver capito e sia in grado di orientare le decisioni.   

Ernesto Galli della Loggia
Democrazie senza leader

Corriere della Sera, 7 giugno 2026

È ormai un luogo comune: oggi in Europa le democrazie non godono di buona salute e il loro indice di gradimento non è certo tra i più alti (anche perché, ricordiamolo, sono gli unici regimi la cui popolarità è più o meno misurabile attraverso quell’indice rozzo ma pur sempre significativo che sono i risultati elettorali. Dove le elezioni non ci sono o sono finte ogni misurazione di gradimento del regime politico è in realtà impossibile). Comunque le cose qui in Europa stanno come dicevo: le democrazie non piacciono. Agli occhi dei loro cittadini le democrazie appaiono regimi «freddi», che non hanno alcuna capacità di coinvolgimento emotivo, non suscitano alcun sentimento vero d’identificazione e quindi di partecipazione. Ma la ragione non sta solo nelle difficoltà concrete, specialmente economiche, che pure ci sono, in cui si dibattono le società democratiche le quali riescono sempre meno a mantenere le loro promesse di benessere e di eguaglianza.
In realtà la crisi attuale della democrazia europea ha anche spiegazioni di natura completamente diverse: il fatto, ad esempio, che nei nostri regimi democratici è ormai venuto meno qualunque aspetto di tipo realmente agonistico della politica. Si è avuta cioè una radicale sterilizzazione di ogni aspetto di scontro, di contrapposizione, e dunque è venuta meno quella capacità che la democrazia come ogni regime politico deve pur possedere di produrre una autorappresentazione pubblica di sé. Ad esempio del suo potere, di tipo anche scenico-spettacolare ma sempre fondato in definitiva sul conflitto. Un’autorappresentazione ovviamente adeguata alla natura di un regime politico diverso da ogni altro, come di fatto essa è, ma pur sempre un regime politico destinato a governare il mal seme d’Adamo, non una messa cantata. È vero insomma che la democrazia vanta legittimamente come una sua conquista storica il fatto di essere quel regime che le teste non le taglia ma le conta. E tuttavia lo spettacolo affascinante e terribile della ghigliottina deve pur essere sostituito da qualcosa: non altrettanto sanguinario, certo, ma che un qualche impatto emotivo insomma alla fine ce l’abbia e lo comunichi pur esso. Uno di questi spettacoli — di carattere simbolico, ma comunque significativo — nel quale all’origine i regimi democratici autorappresentavano periodicamente, in modo anche brutale, la propria essenza era classicamente la serata elettorale nella quale si assisteva alla sconfitta della parte che fino al giorno prima era al governo. Il rovesciamento dei ruoli, il potente cacciato dal suo trono e ridotto d’improvviso a non contare più nulla, evocavano e corrispondevano in un certo modo ad antichissimi modelli del folklore di rivolta e di rivalsa delle popolazioni europee (lo «charivari»).
Ben più concretamente, un tempo la vittoria elettorale di uno schieramento su un altro poteva significare ad esempio nuove leggi che decidevano in maniera rilevante sull’uso delle risorse collettive, spostavano il potere, cambiavano realmente la vita delle persone e dei gruppi sociali. 
Oggi invece di tutto ciò non rimane più nulla o quasi. Almeno in Europa, infatti, la regola delle democrazie è di essere ormai governate da classi politico-parlamentari mediocri, prive di grandi idee, di forza e di personalità. Classi politiche, inoltre, che trasmettono visibilmente l’idea di non contare più di tanto e di esserne del tutto consapevoli. Di sentirsi, anche a causa del fragile rango geopolitico dei propri Paesi nonché della propria mediocrità di tono burocratico-impiegatizia, prive di qualunque mandato politico forte, oltre tutto perché prive alle proprie spalle di elettorati coesi, motivati. 
Insomma, mentre è sul punto di cambiare drammaticamente il profilo demografico del continente e la sua identità civil-religiosa, mentre l’intero retaggio del passato umanistico europeo rischia di essere lasciato morire travolto dal pregiudizio inclusivo-democratico dei nostri attuali sistemi d’istruzione, mentre il nostro storico alleato-protettore americano ha deciso di abbandonarci a noi stessi, mentre si rivela in pieno tutta la carenza di sistemi satellitari nostri, di fonti di energia nostre, di catene di approvvigionamento sicure, le democrazie del vecchio continente sembrano ancora cullarsi in una sorta di dolce sonno. Le nostre opinioni pubbliche appaiono ancora interessate a gingillarsi con i vecchi pregiudizi novecenteschi e le sempiterne faziosità.
Mentre il mondo va in fiamme e queste ormai ci lambiscono sempre più da vicino, in Italia ancora costituiscono forse la maggioranza quelli per cui il semplice pensiero di costruire un carro armato equivale a sterminare un orfanotrofio. 
Tutti i sistemi politici europei hanno oggi uno straordinario bisogno di leadership determinate e capaci di visione di largo respiro, hanno bisogno di donne e uomini che prendano risoluzioni coraggiose e chiedano ai propri concittadini sacrifici ancora più coraggiosi essendo capaci di spiegargliene bene le ragioni. Le nostre democrazie insomma hanno urgente bisogno di cambiare: che cos’altro deve accadere perché ce ne convinciamo?

Una qualche luce

Simone Paliaga
Hannah Arendt e la parola in tempi di oscurità

Avvenire, 20 luglio 2023

«Il mondo si estende tra gli uomini e questo “in-between” che, al contrario di quanto abitualmente si pensi, è molto più degli individui o del singolo, è oggi oggetto della più grande preoccupazione e dello sconvolgimento più evidente in quasi tutti gli angoli del mondo. Persino là dove il mondo è ancora, o è mantenuto ancora, più o meno in ordine, lo spazio pubblico ha perso il potere di illuminare, tipico in origine della sua stessa essenza», scrive Hannah Arendt nel saggio dedicato a Lessing e pronunciato, il 28 settembre 1959 ad Amburgo, in occasione del conferimento dell’omonimo premio. Il cammeo destinato al pensatore tedesco è uno dei ritratti, insieme a quelli dedicati a Rosa Luxemburg, Giovanni XXIII, Karl Jaspers, Karen Blixen, Herman Broch, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, allo studioso di politica Waldemar Gurian e al poeta Randall Jarrell, raccolti nel volume L’umanità in tempi bui (pagine 294, euro 22,00), per la prima volta tradotto integralmente in italiano dall’editore Mimesis e che sarà in libreria da domani, accompagnato dalla curatela di Beatrice Magni.
Arendt (1906-1975) non necessita di soverchie presentazioni. La sua ricerca filosofica è volta prevalentemente a indagare la pratica dell’agire, in particolare dell’agire politico, che assume tutta la sua forza se compreso e realizzato in un mondo abitato dalla pluralità di uomini. Se il fenomeno del totalitarismo, di cui è una delle pionieristiche e maggiori studiose, fa da sfondo alle vite di quasi tutti i personaggi affrontati dalla pensatrice, i tempi bui non caratterizzano solo l’epoca dei regimi politici novecenteschi, come con chiarezza non esita a precisare Arendt nell’estratto pubblicato qui a fianco e risalente al gennaio 1968. « La storia ha conosciuto molti periodi di tempi bui, – insiste nel discorso su Lessing – in cui lo spazio pubblico si è oscurato e dove il mondo è divenuto così incerto da indurre le persone a chiedere alla politica la sola garanzia di poter mantenere i propri interessi vitali e la propria libertà privata».
L’esclusione del mondo, trattato come se « non fosse che una facciata dietro la quale le persone potevano dissimularsi e giungere infine a comunicare con i loro simili senza riguardo per il mondo che esisteva tra di loro», porta a delle conseguenze di cui il totalitarismo non è che una manifestazione, seppure la più radicale. Ora, nel corso dei tempi bui, «quel mondo stesso che nasce tra gli individui e in cui tutto ciò che ciascuno porta con sé dalla nascita può diventare visibile e comunicabile», si eclissa. Esso viene offuscato dal “chiacchiericcio”, disturbato da un uso strumentale della parola che dissimula la realtà rendendo impossibile abitare questo “in-between”, vale a dire lo spazio mondano che, al tempo stesso, separa e unisce gli uomini rendendo possibile il loro agire e vivere insieme.
Eppure, sottolinea Arendt, anche nei periodi più oscuri, dei quali gli uomini non si avvedono a causa dell’uso mellifluo e sviante delle parole che non raccontano più il mondo ma lo occultano, delle scintille luminose lasciano aperto uno spiraglio. Una flebile luminosità che permette allo spazio pubblico di far luce sulle questioni umane, di dar nuovamente voce a quel mondo che è molto più della somma degli individui e singoli che lo abitano. Tra le scintille che offrono questa possibilità figura, per Hannah Arendt, anche Angelo Roncalli, salito al Soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII nel 1958. Della figura del Papa Arendt sottolinea «la completa indipendenza, frutto di un autentico distacco dalle cose del mondo, la straordinaria libertà da pregiudizi e convenzioni, che abbastanza spesso potrebbe tradursi in uno spirito quasi à la Voltaire, una stupefacente capacità di ribaltare ogni situazione”.
A definirne i tratti salienti è il suo essere nel mondo senza essere del mondo. Il legame che mantiene con le sue origini, la semplicità nell’offrirsi agli altri e un pressante senso della giustizia sono improntati tutti alla Sequela, rinforzata dalla fede. «“Questo è il mio esempio: Gesù Cristo”, ben sapendo, anche a diciott’anni, che “assomigliare al buon Gesù” significava essere “considerato come un pazzo”», sottolinea Arendt, riportando le parole del Santo Padre. È a Giovanni XXIII e alle altre figure raccontate dalla filosofa tedesca, che ai tempi bui, destinati a spingere gli uomini nel privato della «società degli individui», possono seguire periodi in cui gli uomini riscoprono il mondo per tornarvi a praticare l’agire politico.


L'inedito / «Figure così diverse: per tenerle insieme mi sono ispirata a Brecht»


Tutti nel ’900, tranne Lessing, testimoniano di un clima di vuoto, ingiustizia e disordine ben descritto anche da Sartre e Heidegger
Non potrebbero esistere persone più diverse le une dalle altre tra Lessing, Luxemburg, Giovanni XXIII, Jaspers, Blixen, Broch, Benjamin, Brecht, Gurian e Jarrell. E non è difficile immaginare il loro disappunto - se solo potessero dire la loro - per il fatto di essere state per così dire messe insieme in uno spazio comune. In comune, infatti, esse non hanno né le abilità, né le convinzioni, né la professione, né l’ambiente di provenienza; tranne che in un caso, non strinsero tra di loro alcuna relazione. Ciò che condividono, eccetto uno, è il periodo in cui si svolse la loro vita: il mondo della prima metà del XX secolo, con le sue catastrofi politiche, i suoi disastri morali e lo straordinario sviluppo delle arti e delle scienze. E se quest’epoca causò la morte di alcune di loro ed ebbe un’influenza determinante sulla vita e sull’opera di altre, alcune non ne furono che tangenzialmente toccate, e si potrebbe dire che nessuna di loro ne sia stata condizionata.
Chiunque cercasse qui delle figure rappresentative di un’epoca, esempi dello Zeitgeist o protagonisti della Storia (con la S maiuscola) resterebbe deluso. E tuttavia l’epoca - i “tempi bui” di cui parla il titolo - affiora, credo, in ogni angolo di questo libro. Ho preso a prestito queste parole dalla famosa poesia di Brecht A coloro che verranno, che parla di fame e di disordine, di massacri e assassinii, di rivolta contro l’ingiustizia e di disperazione («Quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta »), di odio legittimo («Anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso»), di giustificata collera («Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce»). Tutto questo era reale, perché avveniva pubblicamente; non vi era nulla di segreto, né di misterioso. E tuttavia non era affatto visibile a tutti, e per niente facile da percepire; poiché fino al momento esatto in cui la catastrofe toccò tutto e tutti essa era dissimulata, non dalla realtà ma dalle parole, le parole ingannevoli e meravigliosamente efficaci di quasi tutte le personalità ufficiali che, di continuo e con molteplici e fantasiose varianl’esistenza ti, trovavano spiegazioni esaurienti per ogni sgradevole evento e per ogni giustificato timore.
Quando pensiamo ai tempi bui e a coloro che vivono e crescono in essi è necessario considerare anche questo occultamento a opera dell’“establishment” - o “sistema”, come si diceva a quei tempi - e da esso generalizzato. Se la caratteristica dello spazio pubblico è quella di far luce sulle questioni umane, garantendo un luogo in cui gli individui appaiano e possano mostrare, nel bene e nel male, con azioni e con parole, chi sono e ciò di cui sono capaci, quando quella luce viene spenta da “vuoti di fiducia” e da un “governo invisibile”, da parole che non rivelano la realtà ma la insabbiano con esortazioni - morali o di altro tipo che, con il pretesto di difendere le antiche verità, sviliscono ogni verità a un livello di trivialità senza senso, quando quella luce viene spenta è il buio a dominare. Non c’è nulla di nuovo in tutto questo. È la situazione descritta da Sartre trent’anni fa, in La nausea, nei termini di cattiva fede ed esprit de sérieux, la situazione cioè di un mondo in cui chiunque viene pubblicamente riconosciuto come parte dei salauds e in cui tutto ciò che è esiste solo come un fatto opaco e privo di senso, che contribuisce a diffondere l’oscurità e suscita disgusto.
Una situazione identica a quella descritta, quarant’anni fa, da Heidegger, che nelle righe di Essere e tempo, con una precisione senza precedenti, tratta dell’“esserci”, dei suoi “discorsi vani” e, in generale, di tutto ciò che, invece di essere preservato e protetto nell’intimità del sé, è costretto ad apparire in pubblico. Nella descrizione heideggeriana dell’esistenza umana tutto ciò che è reale o autentico è letteralmente assalito dall’inquietante potere del “chiacchiericcio”, irresistibilmente generato dallo spazio pubblico. Un potere che determina umana di ogni giorno in ogni singolo aspetto e che impedisce, precedendolo, il manifestarsi di senso - o di non senso - di tutto ciò che il futuro potrebbe riservare. Secondo Heidegger, il solo modo per sottrarsi all’“incomprensibile barbarie” del quotidiano mondo comune è il ritiro in quella solitudine che i filosofi, a partire da Parmenide e Platone, hanno contrapposto allo spazio della politica. Ma qui non ci interessa la pertinenza filosofica delle analisi di Heidegger, né siamo interessati alla tradizione di pensiero filosofico che la sottende: quello che qui conta è solo l’analisi di alcune esperienze fondamentali dell’epoca e la loro descrizione concettuale.
Ciò che importa, nel nostro contesto, è quanto l’affermazione «la luce di ciò che è pubblico oscura tutto» sia riuscita ad andare al cuore della questione, ponendosi precisamente come la sintesi migliore delle condizioni esistenti. I “tempi bui” nel senso più generale, come qui li intendo, non sono, in quanto tali, assimilabili alle mostruosità di questo secolo, di certo di per sé orribili in modo inedito. I tempi bui, al contrario, non solo non sono nuovi, ma, anzi, non sono nemmeno eccezionali nella storia, benché forse sconosciuti a quella americana, che ha comunque, anch’essa, i suoi scheletri nell’armadio. Una convinzione profonda sta alla base dello sfondo indistinto contro il quale si ergono i personaggi che seguono: che, anche nei tempi più bui, noi possiamo avere il diritto di raggiungere una qualche luce e che essa derivi meno dalle teorie o dai concetti e più da quella fiamma incerta, vacillante e spesso flebile che uomini e donne, nella loro vita e nella loro opera, riescono a far brillare, in qualsiasi circostanza, e a diffondere nello spazio e nel tempo a loro concesso su questa terra. Occhi così abituati al buio, come sono i nostri, faticheranno a distinguere se la loro luce fu quella di una candela o di un sole ardente. Ma una valutazione così oggettiva mi sembra una questione di secondaria importanza, che possiamo tranquillamente lasciare a coloro che verranno dopo di noi.
 

sabato 6 giugno 2026

La bellezza, una poesia di Bonnefoy

Yves Bonnefoy

La Beauté

Suis-je belle, ô mortels,
Comme un rêve de pierre? Non, ce n’est pas
Ce triste assentiment que j’attends de vous.
L’enfant pleure sur le chemin et je l’oublie,

Ne suis-je la beauté
Que parce que je flatte votre rêve?
Non, j’ai au fond de moi des yeux grand ouverts,
Je suis tapie, effrayée, je suis prête

À me jeter en avant, à griffer,
Ou à faire la morte si je sens
Que ma cause est perdue dans vos regards.

Demandez-moi d’être plus que le monde.
Souffrez que je ne sois que ce corps inerte,
Pansez-moi de vos vœux, de vos souvenirs.

*

La Bellezza

Sono bella, o mortali,
Come un sogno di pietra? No, non è
Questo triste assenso che mi aspetto da voi.
Il bambino piange sul sentiero e lo dimentico,

Sono la bellezza
Solo perché stuzzico il vostro sogno?
No, ho in fondo a me degli occhi spalancati,
Io sono nascosta, spaventata, sono pronta

A scagliarmi in avanti, a graffiare,
O a fare la morta se sento
Che la mia causa è persa nei vostri sguardi.

Chiedetemi di essere più del mondo.
Patite che io non sia che questo corpo inerte,
Curatemi con i vostri auspici, con i vostri ricordi. 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

LA BELLEZZA
 
 
Sono bella, o mortali,
come un sogno di pietra? No, non è questo
triste consenso che da voi mi aspetto.
Il bambino piange sulla strada e io lo dimentico.
 
Non sono io tale, io la bellezza    
solo perché blandisco il vostro sogno?
No, ho al fondo di me grandi occhi aperti,
sono battuta, spaventata, sono pronta
 
a gettarmi in avanti, a graffiare,
o fare il morto se io sento
che la mia causa è perduta ai vostri occhi.
 
Chiedetemi di essere di più del mondo,
soffrite che io sia solo questo corpo inerte,
e con i vostri voti, e ricordi, medicatemi. 
 
Traduzione di Roberto Mussapi