Ezio Mauro
La destra, il capitale e la democrazia
la Repubblica, 7 giugno 2026
«Basta interferire con la nostra democrazia». Con un altolà che sembra venire dalla guerra fredda, il primo ministro inglese Starmer ha risposto all’attacco del vicepresidente americano Vance al sistema democratico non solo britannico ma europeo, sfruttando l’omicidio del diciottenne bianco accoltellato a morte da un giovane sikh a Southampton come un caso di razzismo rovesciato: «Ecco il risultato dell’immigrazione di massa voluta dalle élite europee — ha detto Vance — : questa morte è la morte dell’Occidente».
Sono parole accompagnate in sottofondo dal bombardamento mediatico di Elon Musk, che sulla vicenda aizza la rabbia anonima dei social. L’estremismo reazionario del governo americano, dunque, unito nella crociata antieuropea con il primo capitalista del mondo, all’attacco dei valori occidentali in nome dell’Occidente: un testacoda perfetto, nel quale però c’è qualcosa di nuovo, che vale la pena di cercare di capire.
Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un vero e proprio salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase. Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà.
Nasce così una super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia.
Si spiega così il sostegno istintivo e collettivo a Trump da parte di tutti i campioni del tecno-capitalismo, la teologia reazionaria di Thiel, lo svelamento ideologico di Musk, la rivelazione dell’anima estremista del capitale, la conferma della sua disponibilità gregaria nei confronti del potere, la preferenza neo-autoritaria. Come si giustifica questa mancata difesa della democrazia da parte di soggetti che hanno potuto sviluppare le loro imprese e realizzare i loro talenti nella libertà dell’ecosistema democratico e giunti all’apice del successo lo ripudiano?
Dopo la seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero.
Viviamo nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto: troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica, attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più conveniente.
È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità.
Anzi, come dice Marco Revelli nel libro appena uscito da Laterza con un titolo provocatorio (La democrazia è antiquata), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere».
È a questo punto che il capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia. Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato, dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo.
Perché sottostare a regole che non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0, smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme, con uno spreco politico inutile.
Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione “tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e sinistra.
Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico, scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo.
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