andare
a dormire se ancora c’è luce
Pia
Pera. A 10 anni dalla scomparsa, Vivian Lamarque ricorda l’amata
scrittrice lucchese e si rammarica che, come accade ai bambini, sia
stata costretta a coricarsi quando ancora era giorno
Vivian
Lamarque
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026
Sempre,
rievocando una persona che al mondo non c’è più, mi piace
ricordare prima di tutto il giorno in cui quella persona al mondo era
venuta: Pia Pera era nata a Lucca il 12 marzo 1956.
Vita
non lunga, morì il 26 luglio 2016, dieci anni fa, aveva solo 60
anni. Per questo emoziona uno degli esergo del suo ultimo libro,
tratto dalla poesia Bed in Summer di Stevenson -
poesia che, per esteso, troviamo anche in chiusura dell’opera. È
una filastrocca tratta da A child’s Garden of verses per
bambini che non vogliono andare a dormire col chiaro, ma che sento
vicina al sentire di Pia nei suoi ultimi giorni prima del buio. «And
does it not seem hard to you / when all the sky is clear and blue /
and I should like so much to play / to have to go to bad by day?»
Che
era malata, malata di Sla, Pia al suo giardino ancora non l’aveva
detto. E «I haven’t told my garden yet» è il primo verso della
poesia n. 50 di Emily Dickinson. Scrive Emanuele
Trevi nel suo Due vite (una vita è quella di Rocco
Carbone e l’altra è appunto quella di Pia Pera) «Presto, troppo
presto».
Nel
novembre del 2012, la incrociai alla mostra per i 150 anni della
Salani, al Castello Sforzesco. Da qualche tempo aveva iniziato a
leggermente zoppicare. «Una zoppia quasi impercettibile - scrisse, -
la sensazione che mi si stesse seccando la gamba destra». Seccando
come a un albero un ramo.
Credo
di averli tutti i libri di Pia. Nel reparto che chiamo «con foglie»
della mia libreria, in ordine alfabetico Pera precede Sackville-West;
di Vita lei amava citare i versi «finché vivrò crederò nel mese
di aprile / crederò nella primavera». Ma la sua malattia avanzava a
grandi passi. «Sono peggiorata rispetto all’anno scorso e nemmeno
l’albicocco sta tanto bene». E si domandava se sarebbe riuscita a
vedere una nuova estate. Si rammaricava di non poter più salire sul
monte vicino a vedere le orchidee selvatiche, nemmeno a lui l’aveva
detto, né alle colline, non trovava la forza, quella che non trovava
Emily per «rivelarlo all’ape». Eppure scriveva «anche così, col
sole e il tepore, un po’ di gioia c’è sempre». Era diventata,
lei quercia, una piantina di quelle che stentano a reggersi, che
abbisognano di un sostegno. «Non posso scappare, sono come una
pianta», scrive, quando una zanzara tigre si posa sul suo piede e
lei non è in grado di scacciarla. E quando le dita faticano a
reggere la matita teme «di essere in trappola», e quando col
mignolo sinistro non riesce più a battere sul pc la lettera A, pensa
che il computer se ne sia accorto, «mi ha chiesto se voglio
abilitare la dettatura».
Quanto
avrei voluto visitarlo il suo giardino, con lei instancabile al
lavoro come nei primi tempi. Era persino una provetta affilatrice di
falci. Come lo fu di parole nelle sue traduzioni dal russo, tra gli
altri Cechov, Avvakum e Puskin.
Volle
anche tradurre The secret Garden della Burnett, per
dare voce nuova alla fiaba che tanto da bambina l’aveva colpita.
Voce ironica e diretta, proprio la sua, fin dall’incipit. Anziché
«Quando Mary Lennox giunse nella grande proprietà di Misselthwaite»
«Quando Mary Lennox fu spedita a Misselthwaite» (Salani).
Il
giardino di Pia Pera non è aperto al pubblico, ma le sue pagine sono
così ricche di dettagli che ti pare di camminarci. Mappa botanica e
di salvezza. Gli amici, con le loro visite, cercarono di alleggerire
il peso dei suoi giorni. Pia non era più il giardiniere, «sono
pianta tra le piante, anche di me bisogna prendersi cura».
Nicola
Gardini le dedica un lungo capitolo nel suo Io sono
salute (Aboca). Rievoca l’amicizia, gli scambi letterari,
la volta che lei gli mostrò il giardino guidando la carrozzina
elettrica, rincorsi dal cane Macchia. E le mail scritte col
puntatore, cioè con la concentrazione dello sguardo, i sempre più
ardui, ma senza lamenti, messaggi vocali. Il libro di Pia non è solo
la malattia sua, non è solo il giardino suo, è tutti noi, è un
potente messaggio, linguaggio e letteratura.
Sì,
ho perso la visita del suo giardino, ma almeno, e scusate se qui me
ne vanto, ho ricevuto un Premio che di Pia porta il nome; nome
abbinato a quello della ormai leggendaria libreria-giardino di Alba
Donati, cioè il «Premio Libreria Sopra la Penna - Pia Pera». Pia e
Alba, una scrittrice e una poetessa, tutte due nate a Lucca, tutte
due fecero la scelta, nella seconda parte della loro vita, di
lasciare la città - una Milano e l’altra Firenze - per proseguire
a seminare giardini e libri in due piccoli borghi non lontani da
Lucca e dalle loro origini. Pia non fece in tempo a vedere la
nascita, nel 2019, a Lucignana, della Libreria Sopra la Penna. Grande
il rammarico di Alba, che per questo ha voluto intitolarle il Premio,
tanto più accomunate com’erano anche dall’esperienza delle loro,
pur diverse, nemiche malattie. Le è stata intitolata anche una
scuola di Lucca, l’Istituto Comprensivo Pia Pera, frequentato da
bambini dai 3 ai 13 anni. Semi e vanga in mano, anche questi alunni
coltivano gli orti scolastici organizzati dall’Associazione Orti di
Pace, da lei fondata.
Ora,
in chiusura, di nuovo pare aggirarsi per l’aria, come all’inizio,
Emily Dickinson. Il suo di giardino l’ho visitato, c’erano anche
“un trifoglio e un’ape”. Né a loro, né alle colline e nemmeno
ai boschi Emily aveva detto che stava per entrare nell’Ignoto.
Quando il 26 luglio 2016 vi entrò anche Pia Pera, Margherita Loy
scrisse per lei, su queste pagine, un toccante addio.