sabato 29 agosto 2026

Il destino di Report


Eugenio Fatigante
L'ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la normalizzazione Rai: ecco il caso Ranucci

Avvenire, 29 agosto 2026

Editto doveva essere ed editto è stato. È un mestiere difficile il giornalismo d’inchiesta. Ancor di più nella Rai eternamente lottizzata, dove si realizza quello che senza dubbio è sempre stato un obiettivo del centrodestra. La vicenda davvero straordinaria dell’attentato a Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola (alla destra legato storicamente) ha vissuto una puntata-chiave. Si voleva “normalizzare” una trasmissione scomoda, troppo, per i suoi contenuti spesso orientati a colpire ambienti vicini ai partiti di maggioranza.

La politica, una certa politica, è riuscita a chiudere “Report”, come aveva fatto prima per “Striscia la notizia” su Mediaset. È una pagina decisamente triste per l’informazione e, in genere, per la democrazia in Italia. L’ingerenza dei partiti nella gestione non è certo una garanzia di informazione neutrale, già di per sé difficile da raggiungere. E di ingerenze il caso Lavitola/Ranucci/ Report è pieno zeppo. Ciò premesso, va però anche detto che a rendere la difesa di questo diritto (all’informazione) più ostica, è però in questo caso anche l’intreccio di piccolezze umane che hanno segnato l’intero dipanarsi della vicenda. Non l’ha aiutata per primo la condotta di Sigfrido Ranucci che, pur vittima, aveva visto comunque smarrirsi l’autorevolezza di cui godeva, come segnalato su queste colonne sin dall’inizio. Nella nuova stagione alle porte non si sarebbe assistito alla sua conduzione con lo stesso spirito di prima.
Una condotta sfociata poi nel delirio di onnipotenza degli ultimi giorni (fra accostamenti a Falcone, Borsellino e Moro e frasi tipo «andrei a cena anche con Riina»), che ha reso impervia la tutela del conduttore anche da quella sinistra che l’aveva eretto a suo paladino (sempre meno sono state infatti le voci levatesi). Fino al veleno con cui ieri ha attaccato quelli che sono i due colleghi designati al suo posto, degni della massima stima. L’unico modo per continuare a fare giornalismo d’inchiesta in Rai passa ora - lo si voglia o no - per il compattarsi di una redazione che, invece, si è sbriciolata sotto i colpi di maglio della maggioranza. È legittimo comprendere le legittime aspirazioni personali cassate, però le spaccature interne sono solo un ultimo regalo a quel centrodestra che vorrebbe avere il monopolio di tutto.

La serva e il conte

Laura Marzi
La rivoluzione napoletana e i destini di Alba e Cristiano

il manifesto, 29 agosto 2026

La ladra di Rosaria De Meo, illustrato da Luca Ralli per Barta Edizioni (pp. 536, euro 20), è un libro interessante per diverse ragioni. Anzitutto, se a un primo approccio sembra un feuilleton romantico in cui a farla da padrone è il sentimento inscalfibile, ma da tutti osteggiato, tra Alba e Cristiano, i due protagonisti, a una analisi più approfondita il libro si rivela appartenere al genere picaresco. Intanto, la parola picaro significa appunto ladruncolo e poi questo tipo di narrazione si definisce proprio per essere incentrata sulle peripezie di un personaggio di origini umili, spesso un servo, come Alba, che riesce grazie alle sue doti innate a superare diverse peripezie, a cavarsela e talvolta a sovvertire le leggi del sistema, proprio come fa Alba.

La grande differenza sta nel fatto che il genere picaresco ha tradizionalmente un protagonista maschile, mentre nel libro di De Meo l’eroina è una giovane romana, dal corpo esile e dai lunghi capelli «color del grano», spesso raccolti in una treccia. Ciò che permette di inserire il romanzo di De Meo nel solco di questa tradizione è soprattutto il fatto che, nonostante l’amore tra Alba e il conte Cristiano Santacroce sia sicuramente l’elemento che innesca l’intreccio, esso è funzionale comunque al racconto di avventure di furti, omicidi e vendette in cui Alba si distingue per la sua scaltrezza e il coraggio.

ALL’INIZIO DELLA STORIA lei e la sua padrona, la marchesa Colonnesi, si recano nelle carceri di Castel Sant’Angelo a trovare il conte di Belmonte, Cristiano, che si trova ingiustamente imprigionato lì a causa della vendetta di un nobile romano a cui il bel giovane ha sottratto la moglie per qualche notte di passione. La marchesa non va regolarmente a fargli visita spinta da compassione cristiana, ma perché ha un piano ben congegnato: quel ragazzo deve diventare la leva che le permetterà di migliorare decisamente la sua condizione sociale, acquisendo non solo il titolo di contessa, ma anche terre, beni preziosi e prestigio. Ad aiutarla a realizzare questo progetto di ascesa sociale c’è appunto Alba, a cui tocca tutto il lavoro sporco e che in questa prima avventura si traveste da uomo per aiutare Cristiano a evadere dal carcere. Alba, del resto, prima di diventare la serva della Colonnesi era un’abile ladra, attiva soprattutto nel quartiere di Trastevere. Una volta compiuta la missione, niente nella vita dei due giovani sarà più come prima.

DE MEO, ambientando il romanzo al tempo della Rivoluzione Napoletana del 1799, sfrutta quell’ondata di cambiamento radicale che fece seguito alla Rivoluzione Francese e alle successive conquiste in Italia da parte dell’esercito d’oltralpe, per raccontare una storia in cui i vincoli sociali possono essere sovvertiti.

Per questo, Cristiano Santacroce e specialmente suo padre Francesco si riveleranno capaci di ravvisare in Alba la sua eccezionalità, ben oltre la sua condizione di serva. Infine, ciò che colpisce in questo romanzo è la capacità di De Meo di dipanare, pagina dopo pagina, le diverse avventure di Alba, di aver definito i personaggi secondari in modo così nitido da renderli vividi per chi legge. Il risultato è il classico ma niente affatto scontato piacere della lettura.

La rabbia omicida

La vendetta di un uomo tranquillo (2016)

Caterina Stamin
Incensurato e padre di quattro figli, chi è l'imprenditore che ha investito i ladri dopo lo scippo

La Stampa, 29 agosto 2026

«Ho subito la rapina e li ho inseguiti». Si chiama Domenico Scullari, è un imprenditore edile l’uomo che, in Lungo Po Antonelli, ha investito con il Suv due scippatori in monopattino. Ha una moglie, quattro figli, una vita apparentemente tranquilla. I balli con la compagna. I viaggi in auto con la famiglia. Il lavoro. Tutto documentato sui social. Eppure mercoledì pomeriggio ha fatto quello che nessuno, nella sua cerchia familiare e di amicizie, si sarebbe forse mai aspettato da lui: ha rischiato di uccidere un ragazzo di 19 anni, che l’aveva rapinato con un complice della collanina d’oro. L’ha rincorso con il suv, speronato, aggredito. Ha rischiato di ammazzarlo. E in un attimo anche la sua vita è cambiata: arrestato dagli agenti delle Volanti della polizia di Stato, ora è in carcere al Lorusso e Cutugno accusato di tentato omicidio.

Microcriminalità in aumento

Mai avuto un guaio con la giustizia. Fino alle 4 del pomeriggio di mercoledì, da quanto si apprende, era incensurato. Un padre e un uomo appassionato del suo lavoro. L’altro pomeriggio stava tornando a casa, abita poco lontano da dove la sua vita ha preso una curva inaspettata. Era tra lungo Po Antonelli e via Mongrando. Una zona dove - dicono - la microcriminalità è in aumento, anche se i numeri delle fonti di polizia non lo certificano.

L’inseguimento dei ladri

Il 39enne si è visto portare via la collana d’oro e non ha chiamato le forze dell’ordine: non risulterebbe nessuna telefonata al numero di emergenza 112. È salito sul suv Peugeot di colore bianco e si è messo a inseguire i due, scappati via in monopattino. Poi, all’altezza dell’incrocio con via Andorno, li ha speronati, secondo quanto raccontato dai testimoni: i due rapinatori, di 17 e19 anni, sono volati fuori dalla carreggiata e rotolati sul selciato. Uno dei due è rimasto a terra, l’altro è riuscito a rialzarsi e allontanarsi. Ma l’automobilista è sceso dal suv e, sempre stando a chi ha assistito alla scena, gli è piombato addosso: «L’ha riempito di calci e pugni». Il 39enne ha poi infilato le mani nella tasca dei pantaloni di entrambi i giovani, recuperando la collana rubata. Solo a quel punto, è risalito sull’auto ed è partito in direzione Superga, tra gli sguardi attoniti dei cittadini presenti.

L’arresto dell’imprenditore

I poliziotti lo hanno rintracciato poco dopo: con la macchina danneggiata, era andato nella caserma dei carabinieri di via Catania per presentare denuncia per lo scippo, poi era tornato indietro, verso casa. È qui che è stato arrestato. Assistito dall’avvocato Cesare Mariconda, la convalida è attesa per sabato mattina.

Negli stessi minuti, un’ambulanza del 118 ha soccorso il ragazzo più grave, Karim Imad Eddine, 19 anni, poi trasportato al pronto del soccorso del Cto con un grave trauma cranico e un trauma toracico. Ieri sera è stato trasferito nel reparto di Rianimazione all’ospedale Giovanni Bosco. Assistito dall’avvocato Antonio Vallone, è accusato di rapina. La pm, viste le gravissime condizioni di salute del giovane, ne ha disposto la liberazione immediata: è intubato e non esiste, quindi, il pericolo di fuga che renderebbe necessaria la misura cautelare.

La fuga del complice: è minorenne

Il complice, minorenne, era invece riuscito a scappare in autobus fino in Barriera di Milano, dove in poco tempo è stato poi rintracciato dagli agenti: anche lui accusato di rapina, è al carcere minorile Ferrante Aporti. Ma le indagini ora vanno avanti. Gli investigatori stanno acquisendo le immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, che potrebbero aver ripreso prima la rapina e poi l’investimento, come raccontato dai testimoni.

Il pensiero e la fede

Davide Assael Vincenzo Vitiello, un pensiero da non disperdere Huffington Post, 27 agosto 2026

Si è spento mercoledì scorso Vincenzo Vitiello, una delle voci filosofiche, non solo italiane, più intense e profonde della seconda metà del ‘900 e di questo primo scorcio di anni 2000. Mi legano alla sua figura innumerevoli ricordi. Anzitutto perché, negli anni in cui frequentavo l’università, era il grande amico del mio maestro Carlo Sini, cosa che già gli conferiva ai miei occhi un’aura del tutto privilegiata. Si erano conosciuti a l’Aquila, dove il giovane Sini ebbe il suo primo incarico di insegnamento universitario e dove Vitiello studiava con Leo Lugarini, allievo del primo maestro di Sini, Giovanni Emanuele Bariè, figura troppo trascurata dell’idealismo italiano, erede della cattedra di Filosofia teoretica di Piero Martinetti nell’Ateneo lombardo. Vitiello manterrà sempre un enorme stima per il talento teoretico di Sini, Raccontandomi quegli anni, mi diceva: «Era il più originale, era sempre un passo avanti a noi». Giudizio che ho trovato confermato in un breve scritto in forma di dialogo con se stesso uscito in occasione di un premio che gli veniva conferito. Mi stupii questa sua modestia così rara nel mondo accademico anche perché, credetemi, in pochi hanno raggiunto lo spessore teoretico di Vincenzo Vitiello. Visto a posteriori, questo de L’Aquila è stato un grande incontro fra la tradizione idealistica di marca crociano-gentiliana e le nuove istanze fenomenologiche importate a Milano da Antonio Banfi, che era amico personale di Husserl, e arrivate a Sini tramite la mediazione di Enzo Paci. Gli storici della filosofia ne scriveranno. Seconda occasione di incontro, o meglio di ascolto, erano quegli straordinari seminari filosofici organizzati da Fulvio Papi alla Casa della Cultura di Milano, dove Vitiello era ospite pressoché fisso. Si andava per ascoltare, non c’erano crediti formativi da avere in cambio e nessuna forma di «ricompensa» accademica. Filosofia nel suo svolgersi, per parafrasare Carmelo Bene. La terza intersezione arrivò con le mie prime ricerche per la Fondazione ISEC di Sesto S.Giovanni sulla filosofia milanese della prima metà del ‘900. Una delle figure su cui scrissi era il Bariè citato sopra, fondatore della rivista «Il Pensiero», poi diretta da Lugarini dopo la tragica scomparsa del maestro, per passare a Vitiello, che ha poi ceduto il testimone nelle sapienti mani di Massimo Adinolfi. Anche questo, di lasciare un’eredità quando si è ancora in forze, è gesto raro nell’accademia. Anche di questo mi spiegò a voce le ragioni. Ecco, se c’è un piccolissimo rimpianto è che non volle mai un articolo su Bariè per la sua rivista perché, mi diceva, «Bariè non è interessante». Il giudizio mi apparve severo, ma Vitiello, ed in questo credo che l’incontro con Sini abbia inciso non poco, era impegnato nel superamento di quel formalismo kantiano, ben presente in Bariè, che ancora separava gli opposti come un crepaccio, quando si trattava di farli convivere, accettandone la natura antinomica, che sempre sfugge al tentativo di definizione umano. Un piccolo libretto, ma sempre intenso, E pose la tenda in mezzo a noi (Albo Versorio 2007), resta per me un esempio di questa grammatica dell’abitare ricercata per una vita e su cui tanto ci sarebbe da dire e riflettere. Sarà un punto di confronto per la filosofia dei prossimi anni, anche perché bisognerà pur essere capaci di costruire relazioni dopo questo tempo di frantumazione. Più avanti, però, già in età lavorativa, ho avuto l’opportunità di saldare il mio rapporto con lui, anche perché divenne membro del comitato scientifico della fondazione veronese per cui lavoravo. Ebbi, così, l’occasione di lunghe conversazioni, a Verona e all’Università Vita-Salute Salute S. Raffaele di Milano, dove nel frattempo era stato chiamato ad insegnare. Come sempre, nel caso di questi grandi maestri, era come vivere uno spaccato di storia culturale italiana: Severino, Sini, Cacciari, Natoli, De Giovanni sono stati, in misure e forme diverse, gli interlocutori di una vita. Una volta mi raccontò del suo unico incontro con Levinas, autore da lui molto frequentato. Non fu fruttuoso per una ritrosia del filosofo francese, tra l’altro maestro del mio maestro di Torah Haim Baharier, ma Vitiello non se ne risentì. Non cercava amicizie, accrediti, ma solo confronti in un vero spirito di ricerca filosofica. Fra i grandi europei, fu amico di Gadamer, che conobbe durante i suoi soggiorni italiani. Saranno altri, che sono stati suoi allievi e che lo hanno frequentato assai più di me, a ricostruire la genealogia del suo pensiero. Per me, che già dalla mia esperienza ginevrina post-laurea mi accostavo alle categorie teologiche distaccandomi dalla mia formazione siniana, era importante la sua lettura del cristianesimo, nel quale trovava un’etica dell’incontro incentrata sulla categoria di nichilismo, di cui rivalutava, nietzschanamente, il risvolto costruttivo. Nella filosofia teoretica italiana, fu un pioniere di un interesse per il pensiero ebraico, che conobbe attraverso i grandi filosofi come Levinas, appunto. Nella specificità ebraica vedeva la chiave per scardinare le logiche assimilazioniste dell’universalismo occidentale, da liberare, come detto, dagli aspetti formali con cui lo aveva immaginato la tradizione metafisica. Saranno temi portati avanti da suoi valorosissimi allievi. Da poco, abbiamo visto l’uscita per Feltrinelli del Mosè di Giacomo Petrarca. Fu un grande, grandissimo interprete dell’idealismo tedesco. Forse, ma saranno appunto altri a dire meglio di me, la sua filosofia può essere vista come un grande confronto con Hegel, passione ereditata da Lugarini. Se ne va un grande. In ebraico si dice, Zikronò LeBerakà, che il suo ricordo sia di benedizione.

La pulsione securitaria

Massimo Recalcati
Come rispondere alla paura

la Repubblica, 28 agosto 2026 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria.
L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione.
Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?



venerdì 28 agosto 2026

L'anziano aggredito dal branco

Alessandra Boero
Anziano aggredito dal branco a Ventimiglia. La moglie: "Non perdonerò quei ragazzi"

La Stampa, 28 agosto 2026

«Confido nella giustizia ma non perdonerò mai a quei ragazzini di non avere aiutato mio marito. Nessuno. Hanno visto tutto, lo hanno visto riverso a terra ma sono scappati». La moglie di Riccardo Amapane, 69 anni, lo ripete con la voce rotta. Il marito è ancora ricoverato all’ospedale di Imperia dopo la frattura cranica con emorragia celebrale riportata lunedì sera, poco prima delle 19, nella piazzetta di Bevera, frazione di Ventimiglia.

Le sue condizioni, fortunatamente, stanno migliorando, anche se fa ancora fatica a parlare. «Un nodo in gola mi rompe la voce, il fiato». Stava rientrando dal lavoro quando un’ambulanza l’ha sorpassata. «Un brivido mi ha gelato la schiena, pensavo fosse successo qualcosa a mio papà. Ha 93 anni». Poi la telefonata di una vicina: «Mi dice di correre, che Riccardo non stava bene». Lo trova sulla scalinata, con i soccorritori già al lavoro e il collare per stabilizzare il collo. Poi la corsa in ospedale.

«È vivo grazie a due vicini di casa che hanno assistito alla sequenza e chiamato immediatamente l’ambulanza. Non li ringrazierò mai abbastanza». Da qualche tempo, racconta , un gruppo di circa sedici ragazzi, tra cui due maggiorenni, raggiunge la frazione per trascorrere lì la giornata.

Una presenza che significa soprattutto rumore e schiamazzi, ma che non descrive come un problema particolare. «Baccano ne fanno. È normale, se esagerano c’è qualcuno che gli chiede di smettere». Lunedì sera Riccardo avrebbe rimproverato il gruppo. Pochi secondi dopo, secondo quanto trapela, uno dei due maggiorenni lo avrebbe seguito e colpito da dietro con un pugno, in prossimità della scalinata. Una spinta, la perdita dell’equilibrio, poi la caduta sui gradini e il colpo alla testa. Pochi secondi, ma cambiano tutto. Riccardo finisce a terra. Il vicino assiste alla scena e chiama immediatamente i soccorsi. I ragazzi, secondo il racconto della moglie, si danno alla fuga. «Hanno visto tutto».

È soprattutto questo che non riesce ad accettare. Non il fatto che in una piazzetta ci siano ragazzi, non il rumore, non un rimprovero. «Folle usare la violenza. Preoccupante scappare». Gli accertamenti affidati alla polizia di frontiera diretta da Martino Santacroce dovranno ricostruire la dinamica e stabilire le eventuali responsabilità, ma resta il racconto di quei momenti: un uomo a terra, un vicino che chiama l’ambulanza e un gruppo che si allontana. «Mai avrei immaginato una cosa del genere. Mai». Oggi guarda soprattutto alle condizioni del marito. «Lui, fortunatamente, sta meglio». È la notizia che conta più di tutto, dopo la paura di quella sera e le ore trascorse in ospedale.

Ma insieme al sollievo rimane una preoccupazione: «La fragilità di questa gioventù». Nel frattempo, salvo complicazioni, Riccardo dovrebbe essere dimesso nelle prossime ore. La famiglia aspetta di riportarlo a casa. Per sua moglie resta anche la riconoscenza verso quei due vicini, un uomo e una donna, che hanno visto, capito la gravità della situazione e chiamato i soccorsi. «Non li ringrazierò mai abbastanza». La giustizia farà il suo corso. Intanto, nella piazzetta di Bevera, resta una sequenza difficile da dimenticare: un rimprovero, un pugno, una caduta, un uomo ferito e qualcuno che ha scelto di fermarsi. E qualcun altro che, invece, secondo il racconto della famiglia, è scappato.

I ribelli di Santa Libera

Federico Fornaro
Santa Libera rabbia partigiana

il manifesto, 28 agosto 2026

A quindici mesi dalla fine della guerra, i partigiani non avevano ricevuto l’annunciato riconoscimento della loro qualifica ai fini militari e amministrativi; per i reduci e per le famiglie dei caduti non si era vista alcuna forma di assistenza; poco o nulla si stava concretizzando di quei rivoluzionari cambiamenti annunciati dalla Liberazione. La crisi economica mordeva e in tutto il Paese i disoccupati si contavano a milioni.

Prendendo a pretesto la sostituzione del capo della polizia ausiliaria di Asti con un ex ufficiale della polizia dell’Africa orientale, tre gruppi di ex partigiani astigiani decisero di non rimanere in sterile attesa di una rivoluzione democratica che non arrivava. Presero la decisione di tornare ad armarsi e tornarono sulle colline dove avevano combattuto.

Nacque così, ottanta anni fa, la breve ma intensa avventura dei «Ribelli di Santa Libera», che presero il nome dalla frazione di Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, nelle Langhe teatro dei romanzi di Beppe Fenoglio. Si insediarono il 20 agosto 1946, non prima di aver fatto incetta di vettovagliamento e armi dalla caserma della polizia ausiliaria di Asti.

UNA STORIA raccontata con documentata passione da Laurana Lajolo nel suo I ribelli di Santa Libera. Storia di un’insurrezione partigiana. Agosto 1946, pubblicato per la prima volta nel 1996 per le edizioni del Gruppo Abele e recentemente uscito in una seconda edizione dall’editore Baima-Ronchetti.

I promotori della ribellione erano giovani operai di Asti che avevano combattuto in prevalenza tra le file di Giustizia e Libertà e delle brigate garibaldine; pochi di loro si erano poi iscritti al Pci e al Psiup. Erano mossi da un profondo senso di ingiustizia e rabbia e volevano continuare la loro battaglia ideale anche con quelle armi che avevano gelosamente conservato, non rispettando l’ordine di consegnarle entro il 7 giugno 1945.
Alla guida dei ribelli c’era Armando Valpreda, nome di battaglia Armando, un giovane di 23 anni, combattente di Giustizia e Libertà e segretario provinciale dell’Anpi di Asti, che anni dopo avrebbe ricordato così le motivazioni del loro gesto: «Noi non ritenevamo possibile risolvere i problemi del nostro paese con le chiacchiere e i compromessi politici. I risultati presentati dai politici al potere erano ben lontani dal placare la nostra sete di libertà, di giustizia, di uguaglianza e di progresso sociale».

La notizia della ribellione armata di Santa Libera rapidamente si diffuse non solo ad Asti e Cuneo, ma varcò i confini piemontesi e nazionali, piombando sui tavoli del ministero dell’interno e della stessa presidenza del Consiglio. Assente De Gasperi, impegnato nelle complesse trattative della Conferenza di pace di Parigi, con funzioni di capo del governo vi era il vicepresidente, il socialista Pietro Nenni. Socialista era anche il sottosegretario agli interni, Corsi. Ancora più coinvolto nella vicenda era Palmiro Togliatti nella sua duplice veste di segretario del Pci e di ministro della Giustizia, che il 22 giugno 1946 aveva fortemente voluto il «Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari avvenuti durante il periodo dell’occupazione nazifascista», accolto con freddezza dai partigiani e che aveva iniziato ad aprire le porte del carcere a molti fascisti.

ECCO DUNQUE accorrere a Santa Libera, dove si erano acquartierati circa duecento ribelli armati, non soltanto frotte di inviati dei giornali, ma anche diverse delegazioni di emissari di partito e comandanti partigiani, tra cui Davide Lajolo, il comandante garibaldino Ulisse e Cino Moscatelli, il mitico comandante comunista della Val Sesia. I giornali e i partiti della destra spingevano per un immediato intervento delle forze di polizia e dell’esercito, se necessario, per porre fine a questa insurrezione armata contro i poteri dello Stato, reato per il quale all’epoca era in vigore la pena capitale.

La dirigenza comunista premette su Nenni perché non vi fosse una simile prova di forza contro partigiani mossi da rivendicazioni largamente condivise a sinistra, come testimoniato dalle decine di attestazioni di sostegno che iniziarono a giungere a Santa Libera da gruppi partigiani di molte regioni, molti dei quali pronti a seguire il loro esempio di ritorno in collina e in montagna.

Nenni si disse pronto a ricevere a Roma una delegazione dei ribelli con una mossa che si rivelò decisiva per risolvere pacificamente una vicenda che più passava il tempo e più rischiava di rappresentare la miccia per una rivolta più ampia e assai più difficile da contenere. Sfruttando l’assenza di De Gasperi, che al suo ritorno fu molto critico per la gestione della crisi, il leader socialista riuscì a far accettare ai rappresentanti dei ribelli una serie di interventi legislativi che andavano nella direzione da loro indicata in un’articolata piattaforma rivendicativa elaborata a Santa Libera. Si andava dal riconoscimento delle qualifiche gerarchiche partigiane, all’equiparazione dei partigiani ai militi volontari e relativo trattamento economico dei militari, oltre all’estensione delle pensioni di guerra ai partigiani e alle famiglie dei caduti e anche le vittime politiche e ai loro famigliari e a un nuovo provvedimento per l’immissione nell’organico di polizia di partigiani in servizio.

Infine, nessuna conseguenza giudiziaria per i protagonisti della ribellione armata, che il 27 agosto 1946, al loro ritorno da Santa Libera furono accolti ad Asti da una folla festante. «Noi rientriamo nella legalità non per paura di rappresaglie – disse Armando in piazza – Abbiamo capito che la nostra insistenza sarebbe stata scambiata per un tentativo di abbattere il governo democratico, di sabotare cioè la vittoria del popolo. (…) Il nostro non è stato un gesto di sedizione, ma un appassionato appello rivolto a chi di dovere per soddisfare le nostre legittime richieste».

https://www.gazzettadasti.it/2026/08/27/belveglio-domenica-30-agosto-la-presentazione-del-libro-ribelli-santa-libera/