Il «woke 1 è stato una follia», ha detto durante un’intervista alla Abc la deputata ed esponente democratica Alexandria Ocasio-Cortez citando il commento fatto tre mesi fa da un giovane consigliere comunale socialista-democratico di New York. Slegata dalla riflessione che ne è conseguita, la battuta di Ocasio-Cortez è stata erroneamente presentata come una abiura totale di un “wokismo” che, persa la sua originaria natura di necessaria sollecitazione a una maggiore consapevolezza delle discriminazioni razziali e di genere, sarebbe rapidamente degenerato in proposte politiche estreme e impopolari. Questa abiura in realtà non vi è stata: nel proseguo dell’intervista, Ocasio-Cortez ha enfatizzato l’importanza delle battaglie woke nel catalizzare una indispensabile riflessione pubblica e politica. Ciò non rende però meno significativo e importante l’intervento di quella che oggi è a tutti gli effetti una delle figure più interessanti e popolari del partito democratico.

Tre considerazioni possono essere offerte sul commento di Ocasio-Cortez. La prima è che gli eccessi woke – e ce ne sono stati diversi – rappresentano una evidente e pesante palla al piede per il partito democratico. Certo, vi è non poca ipocrisia in chi s’indigna per tali eccessi, e sorvola sulla radicalizzazione molto più accentuata che è avvenuta a destra. Tutti gli indicatori di polarizzazione di cui disponiamo – da quelli più freddamente empirici come i dati elettorali o i voti al Congresso, a quelli più impressionistici di casi specifici – evidenziano come la polarizzazione sia stata sì comune alle due parti, ma non plasticamente simmetrica. Maggiore è stata la disponibilità dei democratici a compromessi bipartisan, minore la loro omogeneità politico-ideologica, più marcato il loro rispetto delle regole, delle istituzioni e dei risultati elettorali. In questi anni, per ogni eccesso woke, ad esempio nella rilettura della storia degli Stati Uniti tutta centrata sulle dinamiche razziali, abbiamo avuto un contro-eccesso repubblicano (una relazione presidenziale che tali dinamiche le negava totalmente o una legge statale, dal Texas alla Florida, che imponeva manuali agiografici di storia patria che nemmeno un secolo e mezzo fa, ad esempio). Gli errori, gravi, a sinistra nondimeno vi sono stati e da questa zavorra Ocasio-Cortez cerca di emancipare sé stessa e un partito che oggi incarna e rappresenta molto di più di quando apparve sulla scena pubblica quasi dieci anni fa.

Lo fa, seconda considerazione, criticando gli slogan radicali e finanche stupidi di quell’epoca, ma rivendicando i risultati che quelli eccessi hanno spesso prodotto. Era giusto e doveroso denunciare le violenze di apparati di polizia militarizzati e impuniti, ai quali era data carta bianca in nome della “tolleranza zero” contro la criminalità; è stato sciocco e politicamente miope farlo con uno slogan senza senso come “definanziare la polizia”. Era necessario promuovere un’iniziativa contro le migliaia di monumenti confederali e razzisti ancora presenti in parte del paese; è stato ingiustificabile estendere tale iniziativa alle statue di Thomas Jefferson o di Cristoforo Colombo. Era intelligente e lungimirante ripensare tanti curricula scolastici per permettere anche a studenti svantaggiati o con una debole preparazione secondaria di accedervi; è imperdonabile avere talora accompagnato tale ripensamento con fenomeni grotteschi di censura o decontestualizzazione storica.

La terza considerazione riguarda infine Ocasio-Cortez stessa. Eletta nella grande onda blu del mid-term del 2018. Esponente di punta della sinistra democratica e di un gruppo, ribattezzato “The Squad”, di quattro giovani rappresentanti donne elette in quella tornata. Ma capace negli anni di mostrare un’abilita politica non comune, di coniugare pragmatismo e radicalismo e di consolidare senza velleitarismi il proprio profilo nazionale. Grazie al quale, nel 2028 potrebbe puntare al Senato o, addirittura, alla Presidenza. Ambizioni, queste, per le quali dire che il woke 1 è stata follia è oggi però davvero il minimo.