Massimo Raffaeli
Barbara Allason, pubblico esame di coscienza
il manifesto, 18 ottobre 2026
Alcuni tra i lettori più anziani ricorderanno forse il nome di Barbara Allason (Pecetto Torinese 1877-Torino 1968) associandolo ad alcuni classici della letteratura tedesca da Schiller a Goethe di cui tradusse il Faust in prosa: la seconda uscita del quale, nel ’65, precede di cinque anni quella in versi di Franco Fortini, teste diretto per entrambi, come in un duplice interfaccia, Cesare Cases che stimava molto il lavoro di Allason (e qui si veda il fondamentale e postumo Laboratorio Faust. Saggi e commenti, a cura di Michele Sisto e Roberto Venuti, Quodlibet 2019). Stando solo al catalogo generale Le edizioni Einaudi 1933-2018 (Einaudi 2018) vi sono menzionate otto sue traduzioni unitamente alla curatela complessiva dell’Epistolario 1865-1900 (ivi 1962) ascrivibile nientemeno a un Friedrich Nietzsche non ancora riammesso fra gli autori compatibili con il senso comune.
Ma il lavoro di traduttrice, va subito detto, è solo la zona più vistosamente emersa di colei che da un lato fu una scrittrice a pieno titolo (e firmataria di una vasta bibliografia dove figurano romanzi – Quando non si sogna più, del ’20, che piacque a Benedetto Croce – diverse biografie fra cui spicca una tuttora notevole Vita di Silvio Pellico, del ’32, e un libro tra storia e rêverie dedicato alla terra d’origine, Vecchie ville vecchi cuori del ’50, riproposto da Aragno nel 2008); ma dall’altro lato Allason, precocissima amica di Gobetti, fu una militante politica che pagò le proprie scelte con il carcere come testimoniano le sue Memorie di una antifascista 1919-1940 che uscirono una prima volta nel ’46 e nel ’61 vennero riprese dalle Edizioni Avanti! (il logo della collana «Il Gallo», un coq révolutionnaire, ne annunciava il responsabile, Gianni Bosio) e infine riedita da Spoon River, con una prefazione di Massimo Novelli, nel 2006.
Ora, si deve alle edizioni di Nino Aragno e al lavoro del filologo Giacomo Jori sul Fondo Allason, ospitato dal Centro Studi Piero Gobetti di Torino, l’avvio di una riproposta organica dell’opera di Allason il cui primo titolo (e per molti lettori si è trattato di una rivelazione) è il già citato Vecchie ville vecchi cuori, evocazione del Piemonte atavico e dell’aristocrazia borghese (militari, magistrati, alti dignitari statali) da cui la scrittrice proviene accettandone, e anzi radicalizzandolo in senso socialista, il liberalismo cosmopolita. Testimonianza laterale ma non meno vivida ne sono anche le Confessioni di una letterata («Biblioteca Aragno», pp. XL-72, € 18,00) che Jori nella sua doviziosa introduzione rivela essere il testo, rivisto e parzialmente integrato, di una conferenza tenutasi a Torino il 27 maggio del 1950 nella sede dell’Unione Culturale in Palazzo Carignano, presentatore Franco Antonicelli, nome che di per sé evoca la matrice di Giustizia e Libertà cui Allason aveva a suo tempo e si direbbe naturaliter aderito: va aggiunto che il titolo originale della conferenza era Esame di coscienza di una letterata ma il curatore ha scelto di variarlo per non ingenerare equivoci con il testamento celeberrimo di Renato Serra né va dimenticato che integra il volume un commosso e coevo Ricordo di Piero Gobetti.
Allason sceglie la forma della ricapitolazione, necessariamente molto sintetica ma ciò nonostante limpida e intessuta di aneddoti che hanno la funzione di veri e propri apologhi: non si tratta di una prosa d’arte evasiva o decorativa, ma semmai, rileva Jori per le pagine maggiori, di una prosa «sapientemente antiquaria, intreccio di aneddotica e storia, di culto erudito e autobiografia», tale da evocare il raffinato esempio di Mario Praz.
Sono almeno due gli elementi pervasivi della conferenza torinese: sullo sfondo sta la rivendicazione della coerenza di un percorso ideale prima che ideologico (con i neri suggelli della persecuzione politica e della incarcerazione), in primo piano c’è lo sviluppo di una vocazione letteraria che sente sottovalutata o, comunque, non riconosciuta appieno.
Allason è un maestra del ritratto, specie se preso di scorcio, e infatti scandisce la narrazione per figure emblematiche che fungono, di volta in volta, da specchio o da contraltare. Basterebbe citare ad esempio la figura di Annie Vivanti, restituita nella sua imperturbabile schiettezza come nella sua elegante trasandatezza: «La donna più divertente ch’io abbia conosciuto: zingara, sempre in moto, senza una patria, senza una propria lingua, parlava e scriveva indifferentemente l’inglese, il tedesco, l’italiano – ma l’italiano con pronuncia inglese; viveva in un perpetuo turbinio di lettere non lette sino alla fine, di valigie mezzo disfatte, di appartamenti che stava per lasciare»; né può mancare, in simili Confessioni, quanto è diffusamente dichiarato nel Ricordo di Piero Gobetti, commosso richiamo all’indimenticabile maestro e amico: «Che Piero Gobetti, questo giovane dal genio quasi profetico, questo uomo dal carattere di diamante e di fuoco abbia dedicato tanto della sua attività preziosissima e troppo breve al mio piccolo libro [Quando non si sogna più, ndr] resterà finché io viva – e forse più in là – uno dei ricordi miei più cari, più sacri».
Come succede a molti traduttori, Allason scrive meglio ovvero più efficacemente di molti scrittori ufficialmente tali: si è detto della concisione dello stile e però è una concisione sempre chiara e memore di un precedente per lei mai smentito, la clarté di Anatole France. (Non è proprio un caso che la maggiore traduttrice italiana dal tedesco del secondo Novecento sia stata Anita Rho – 1906-1980 –, nipote e allieva di Barbara Allason). Perciò si fa più urgente data anche la calamità dei tempi, e questa è una esplicita richiesta a Nino Aragno e Giacomo Jori, la riproposta filologicamente suffragata delle Memorie di una antifascista. Il valore documentario e la forza evocativa di questo libro risultano in proporzione inversa alla sua presenza nelle bibliografie di settore e nelle letture formative degli antifascisti medesimi. C’è oltretutto un tabù o meglio un taciuto più o meno imbarazzante circa il nome di Barbara Allason, cioè il fatto che costei, ripetutamente interrogata in carcere dall’Ovra avesse finito nel ’34 prima con il fare il nome di Leone Ginzburg sotto processo, quale dirigente del gruppo italiano e nella fattispecie torinese di Giustizia e Libertà e poi avesse scritto una lettera di supplica a Benito Mussolini che, platealmente, la liberò graziandola.
Ma la verità testimoniale e storica in Memorie di una antifascista non viene intaccata né dal senso di colpa (perché Allason ammette la sua trascorsa debolezza e le sue personali contraddizioni) né dal risentimento per il gelo che dovette sentire intorno a sé nell’immediato dopoguerra cui giusto la conferenza del 1950 all’Unione Culturale, organizzatale dall’amico Franco Antonicelli, vorrebbe cominciare a sottrarla. È vero che l’aveva salvata il grande reticolo delle amicizie e il rango degli stessi interlocutori, ma un certo amareggiato disincanto traspare tuttavia nell’incipit della conferenza: «La prima confessione che vi farò è che, sebbene io scriva e pubblichi da più di mezzo secolo (…) io sono tuttora, dico, una specie di enigma. (…) Basta, niente da fare. Per gli italiani dalla sponda destra del Po in giù il mio nome è un nome straniero». Merito dunque di chi con tanto fervore ne recupera le opere, se oggi lo è decisamente meno.







