venerdì 3 aprile 2026

La salute mentale di Trump

Mary L. Trump

Oliviero Ponte Di Pino
Trump e gli psichiatri

Doppiozero, 27 febbraio 2026

Dai tempi del cavallo di Caligola, la follia dei potenti è al centro del pettegolezzo politico e della riflessione storica. Nella Bibbia incontriamo sovrani che impazziscono, come il babilonese Nabucodonosor e il re d'Israele Saul. Nell'Europa Occidentale, Giovanna di Castiglia aveva riunito le corone di Castiglia e d'Aragona prima di essere soprannominata “La Pazza”. Carlo VI di Francia “Il Folle” pensava di essere fatto di vetro ed era terrorizzato dalla possibilità che qualcuno lo toccasse, mandandolo in frantumi. Negli ultimi anni del suo regno Giorgio III d'Inghilterra, dopo aver dato a lungo evidenti segni di squilibrio, venne affiancato come reggente dal figlio, il futuro Giorgio IV. Gian Gastone, l'ultimo dei Medici, visse per anni come un hikikomori su un sudicio divano.

Si è molto discusso delle possibili patologie di Adolf Hiter (la diagnosi: una miscela di disturbi della personalità e psicosi, tra cui paranoia, narcisismo maligno e tratti psicopatici) e della sua cricca: il tema è tornato d'attualità con il film Norimberga: ma i gerarchi nazisti non avevano evidenti patologie psichiche (vedi su Doppiozero Marco Ercolani, Norimberga: i gerarchi e lo psichiatra).

Nel 2024, Donald Trump aveva costruito la sua campagna elettorale sul declino cognitivo dell'anziano presidente Joe Biden, divenuto evidente nel loro ultimo faccia a faccia elettorale televisivo. La disastrosa esibizione di “Sleepy Joe” – Joe il Dormiglione – ha dato la spinta decisiva per riportare Trump alla Casa Bianca.

Nel 2021 il settantottenne Joe Biden era diventato il presidente più anziano della storia degli Stati Uniti. Il giorno del suo insediamento il 20 gennaio 2025, Donald Trump era di 142 giorni più anziano. “The Donald” rivendica una salute di ferro e una genetica fuori del comune. Tuttavia, dopo averlo visto all'opera nel suo secondo mandato, sono sempre più numerosi gli osservatori che si interrogano sulle sue condizioni. La salute fisica: vedi i misteriosi lividi sulla mano destra comparsi nel luglio del 2025. Ma soprattutto quella psichica: vedi i discorsi spesso incoerenti, le divagazioni fuori luogo, i repentini cambi d'opinione, i pisolini durante gli eventi ufficiali, la compulsiva attività social, soprattutto notturna, con oltre 6600 messaggi su Truth (il canale di sua proprietà) nel 2025... Poi c'è la megalomania egocentrica che l'ha portato per esempio nel dicembre 2025 a cambiare il nome del “Kennedy Center” di Washington, facendolo diventare “Donald J. Trump and John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”. E a progettare per la capitale americana un Arco di Trionfo molto più grande del modello che ha ammirato di recente a Parigi.

Nel dicembre 2025 la capa di gabinetto della Casa Bianca, Susie Wiles, in un'intervista a “Vanity Fair” si era lasciata sfuggire che Trump, anche se beve solo Diet Coke, “ha una personalità da alcolizzato”. Tra i primi a esprimere grandi preoccupazioni sulla sua personalità era stata la figlia di Fred Trump II, il fratello maggiore di Donald: nel 2020 Mary L. Trump aveva pubblicato il memoir Too Much and Never Enough: How My Family Created the World's Most Dangerous Man, che in Usa ha venduto un milione di copie nella prima settimana e che ora esce in Italia in versione aggiornata da UTET con il titolo Sempre troppo e mai abbastanza. È un ritratto rivelatore: “Mio zio è stato un ragazzino viziato cui pochi hanno detto di no. Una cosa per me sconcertante perché, in realtà, è un uomo debole, incapace di gestire le situazioni ostili”, ha raccontato ad Anna Lombardi (“il Venerdì”, 13 febbraio 2026). “Quando ancora frequentavo la casa dei nonni, mio zio era sempre al centro dell'attenzione. Tutti si rivolgevano a lui e ne era evidentemente lusingato”. A proposito del rapporto con l'avvocato Ray Cohn, consulente del senatore Joseph McCarthy, radiato dall'ordine nel 1986 e morto poco dopo per AIDS, Mary L. Trump ricorda: “Fu ancora una volta il nonno, di cui Roy Cohn era amico, ad affidarglielo. Quindi anche le radici di quell'atteggiamento vanno rintracciate in famiglia. Poi, certo, trovando terreno fertile, Cohn ebbe un'ampia influenza negativa di Don. Il nonno gli aveva insegnato a non assumersi mai la responsabilità di nulla. Cohn aggiunse un livello di aggressività che prima non c'era”.

La psichiatra forense Bandy Lee, ex docente della Yale School of Medicine, ha raccolto nel volume The Dangerous Case of Donald Trump (2017) le diagnosi di 27 psichiatri, psicologi ed esperti di salute mentale, per concludere che il presidente non era adatto a governare e costituiva un grave pericolo per la nazione. In sintesi, Donald Trump manifesterebbe tratti riconducibili al narcisismo maligno, una combinazione di narcisismo, psicopatia, sadismo e paranoia.

Alla costruzione della personalità di Trump si è dedicato anche Stefano Massini, che nel 2025 gli ha dedicato un monologo che sta girando con successo l'Italia, e che accompagna il protagonista dall'infanzia fino alla discesa in campo: “È una storia, secondo me, straordinaria perché shakespeariana: c’è la mania del potere, il suo sviluppo esponenziale. È uno spettacolo che si sbilancia totalmente verso una forma di mania: del possesso, dell’accumulo. È uno spettacolo che procede per una forma quasi insostenibile – kitsch, pacchiana – di sovrapposizioni continue, di segni, di conquiste, di colpi di scena; ed è Trump. È lui che vive di accentramento, di ipertrofia, come dicevo, e di imprevedibilità. Trump è la costruzione di questa ascesa, è l’apoteosi degli anni ’80, vedi la Trump Tower, un monumento che – anche urbanisticamente, architettonicamente – rappresenta la forza di quest’uomo che, in fin dei conti, allora aveva poco più che trent’anni. Più tardi, il capitombolo micidiale degli anni ’90, le bancarotte in sequenza, l’ossessione di salvarsi e la ripartenza dallo zero. Per questo è una bella storia, perché non è lineare, è contraddittoria, ricca di incoerenze, di asimmetrie” (dal programma di sala di Donald. Storia molto più che leggendaria di un Golden Man). Quello che emerge da questo monologo non è necessariamente il ritratto di un pazzo. Di recente Massini ha avvertito che “la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia” (“la Repubblica”, 6 febbraio 2026).

La sgangherata aggressività del maschio alfa può ispirare una efficace strategia di management, come lascia intuire Manfred F.R. Kets de Vries, autore di un piccolo classico, Leader, giullari e impostori, ripubblicato da Cortina nel 2019. Di recente questo psicologo e teorico del management ha dissezionato Il leader narcisista (Cortina, Milano, 2026), risalendo fino al mito greco, per spiegare che la vicenda di Narciso “non riguarda solo un giovane uomo pieno di sé”: sotto la superficie, “scopriremo anime emotivamente storpie, individui coinvolti in un discorso autoreferenziale, affetti da quello che può essere definito un disturbo di deficit di attenzione”. I narcisisti, essenzialmente privi di empatia o di compassione verso gli altri, “vivono nel timore di non sentirsi mai abbastanza straordinari da essere notati, amati” e dunque “in un cantuccio della loro anima si nasconde un piccolo bimbo spaventato” (p. XVII). Una certa dose di narcisismo è indispensabile per sopravvivere. E dunque è possibile distinguere un narcisismo costruttivo e un narcisismo reattivo, eccessivo, che non tollera il disaccordo né la critica. È il narcisista maligno. Lo spirito del capitalismo, nota de Vries, alimenta narcisismo, avidità e invidia (p. 53): queste caratteristiche appaiono perfettamente funzionali al sistema.

Il narcisista può anche essere illuminato da un irresistibile carisma: l'estrema fiducia in sé stesso, l'energia, la propensione ad assumersi rischi, l'abilità oratoria, le visionarietà, possono contribuire a una leadership ispiratrice e visionaria (p. 60). Ma è una leadership pericolosa, avverte de Vries, dove convergono “un comportamento arrogante e grandioso (Hybris)” e la postura del “giudice giusto (Nemesi)” ma implacabile, in un abbinamento macabro e contraddittorio: questo mix lo investe di un grandioso ruolo salvifico, in grado di risarcire le ingiustizie subite e salvare da pericoli apocalittici (più immaginari che veri).

Per De Vries il narcisista maligno (anche se la diagnosi non è riconosciuta ufficialmente nel DSM-5-TR, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) si distingue dal narcisista costruttivo per il sadismo: fa gratuitamente del male agli altri, avendo poco o nessun rimorso per il danno inflitto. Il narcisista maligno tende a essere molto esigente e conflittuale nelle trattative, è molto bravo a gestire la propria immagine ed è assai abile nel polarizzare e nel far emergere le parti più tenebrose della natura umana (pp. 73-74). Nella galleria dei narcisisti maligni, “Hitler non è il solo. In una certa misura, leader come Donald Trump, Recep Tayyip Erdogan, Viktor Orbán e Narendra Modi hanno seguito un copione simile” (p. 72).

Ad affrontare il tema delle possibili patologie trumpiane era stato una decina d'anni fa Allen Frances, un docente di psichiatria che ha curato la precedente edizione del DSM, autore di L'America di Trump all'esame di uno psichiatra (Bollati Boringhieri, Torino, 2018, ripubblicato nel 2024). Frances ricorda la “regola di Goldwater”. Durante le elezioni presidenziali del 1964 alcuni “psichiatri di sinistra” avevano “medicalizzato” il loro astio politico contro il candidato repubblicano: dopo quell'episodio, l'American Psychiatric Association vieta ai suoi soci di fare diagnosi su personalità pubbliche che non hanno mai incontrato.

A Frances, Trump non gli sta certo simpatico: “Abbiamo avuto la nostra bella dose di presidenti stupidi, impulsivi, bugiardi, ignoranti, narcisisti, bellicosi, complottisti e imprevedibili – ma mai un presidente ha incarnato così alla perfezione queste caratteristiche spregevoli tutte quante insieme” (p. 10). Tuttavia “impiegare gli strumenti della psichiatria per screditare Trump porta a tre gravi conseguenze indesiderate”: aumenta lo stigma per gli altri pazienti (in genere i malati non sono animati da cattive intenzioni e in genere si comportano bene); “medicalizzare i comportamenti scorretti di Trump significa sottostimarlo e distogliere l'attenzione dai pericoli insiti nelle sue scelte politiche”; e infine i potenziali sostituti di Trump – oggi J.D. Vance e Marco Rubio – rischiano di essere peggiori del loro boss (p. 13).

Il problema, spiega con chiarezza Allen Frances, non è Trump. Oggi non subiamo più i sovrani per volontà divina e successione dinastica. Siamo in democrazia. Il problema siamo noi, gli elettori che si fanno ammaliare da queste “anime emotivamente storpie” e dai loro slogan. Trump e soci possono anche essere un manipolo di narcisisti maligni, o peggio. Ma la vera patologia è quella di nazioni che si perdono dietro a personalità tossiche, che si rispecchiano nella loro patologia.

Non serve ripetersi che l'attuale inquilino della Casa Bianca è un pazzo. Il problema è politico. Forse un indizio utile ce l'ha dato nel 2017 il suo ex amico, il finanziere pedofilo Jeffrey Epstein, in una mail all'ex segretario al Tesoro Larry Summers, quando è sbottato “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”.
Il problema, avverte de Vries, è che è quasi impossibile liberarsi di un narcisista maligno, una volta che ha assunto posizioni di vertice, anche perché si circonda di un seguito adorante che alimenta i tratti peggiori del suo carattere.

La canzone senza politica


Con la canzone politica non si mangia (e incide)
Tendenze. I brani italiani che funzionano oggi viaggiano sull’onda del travaglio amoroso e dell’ombelico. Comanda la pubblicità che vuole musica leggerissima e, se ti ribelli, il mercato ti manda in esilio
Enzo Gentile

Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

Se li ricorderanno tutti, anche se con la velocità dei tempi moderni sembra paleontologia, quei musicisti che dal rock al jazz, dal pop alla canzone d’autore, tanti anni fa presidiavano ed enunciavano con orgoglio una certa appartenenza sociopolitica: suonandola, suonandole a tutti. Era la stagione, forse non del tutto invidiabile, in cui i concerti si chiudevano dal palco e in platea con una selva di pugni chiusi. Una temperie motivata non solo da slogan, solidarietà o dalle Feste dell’Unità – per molti artisti un attracco importante, ossigeno per la sopravvivenza e qualcosa di più –: ci credevano tutti e le battaglie si affidavano, si cavalcavano anche sulla scorta di un animus pugnandi molto politicizzato. Ei fu. Guardando con gli occhi di oggi sembrano scorie antiche di universi lontanissimi. L’artista “politicamente impegnato”, almeno in Italia, è nel frattempo scomparso dai radar, oltre le ragioni di sbiadimento, allentamento delle coscienze, riflusso generalizzato. L’afflato con cui ci si schiera per un’idea o il colore di una missione ne intercetta sempre meno: «Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia», si schermiva Francesco Guccini, L’avvelenata, 1976, ma ora anche un minimo anelito morale si è inabissato. Tra i giovani in musica prevale il disagio e le risposte sono più private, individuali, comportamentali: e la colpa non è (tutta) loro. Nella comunicazione del pianeta-spettacolo la concausa principale si conferma il diktat televisivo che sicuramente predilige il rullo compressore della musica leggera anzi leggerissima (cit. Colapesce-Dimartino) a ogni posizione scomoda o dissonante, l’anestesia preventiva. All’ultimo festival di Sanremo, ma chissà per quante trasmissioni varrà, indipendentemente dallo share, era stato vietato di citare o accennare a Gaza e alla Palestina, come se l’orrore della guerra fosse di turbamento per la folla delle canzonette e per gli inserzionisti pubblicitari, la vera istituzione. La politica è diventata un’ombra sporca, una parola ambigua e sfiorare le cronache del mondo diventa veleno per il quieto vivere: troppo il rischio che divampi un incendio mediatico. Quando la tv era più defilata, i dischi si vendevano grazie ad altre strade, le radio non erano corazzate obbedienti a playlist stilate con la carta carbone, e non era meccanica l’invasione dei palinsesti a trainare le tournée negli stadi, gli artisti si concedevano più libertà, di pensiero e d’azione. Non per andar lontani, romanticamente, alla generazione di Giovanna Marini, Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea e tanti altri cresciuti in un enclave di intellettuali (sinistri) tra invettive, dibattiti e leali scontri di parola, ma quella fascia di cantori-poeti che comunque provavano a fotografare la vita e la storia, il lavoro e la guerra, la disoccupazione e la pace o la causa internazionalista si sono dissolti o ripiegati nel cortiletto di casa. E il posizionamento ideologico non è più una voce, un ingrediente del mercato. I vari Jannacci, Gaber, De André, De Gregori, Bennato, Bertoli, lo stesso Gino Paoli, che non si negava ad appelli, manifestazioni pubbliche e fu anche parlamentare per il Pci (1987-1992); e poi, Area, Stormy Six o più vicini a noi Lo Stato Sociale, 99 Posse, Modena City Ramblers, CCCP, Brunori non ci sono più oppure occupano spazi residuali, di memoria, pochissimo aderenti alle rotte dell’attualità quotidiana. Con la canzone politica non si mangia e non si incide (più), i nuovi guru si arrotolano sul proprio ombelico, amori tanti e cuori infranti. E se tra gli autori di cinema, teatro, libri resiste un’opposizione, nella musica che conta sembrano anche svanite le pulsioni di manifestazioni blandamente alternative (il concertone del 1° maggio a Roma, per e dei sindacati, è uno stanco succedaneo di tante passerelle mainstream). Le canzoni che funzionano viaggiano tutte, o quasi, sull’onda del travaglio amoroso: e come le nuvole di De André vanno, vengono, ma soprattutto stanno sempre lì. Nulla ha smosso i nostri artisti più amati, mentre negli Stati Uniti, dove comunque l’aria non è leggera, né favorevole, una pattuglia di chiari e forti si è impegnata nel dare filo da torcere a razzisti e bellicisti: Bruce Springsteen ha sfornato una ballad di valore civico, Streets of Minneapolis, dedicata alle ultime vittime del fuoco poliziesco: sbattuta in faccia a Trump, è battistrada per un tour di inequivocabili denunce, mentre David Byrne ha ribadito il solco già tracciato dal movimento Musicians United Win Without War. Con loro tanti altri… I potenziali testimonial di casa nostra, invece, si affacciano timidamente sul mondo, attenti a non sfidare le leggi del business, pena l’espulsione dal circuito: ci provano alcuni giovani volonterosi, ma con poca illuminazione. Ghali in Casa mia parla dello straniamento dalla propria identità, la volontà di sopraffazione che si determina nel bombardare un ospedale (testuale), ma anche strappando quelle persone «figlie del deserto o destinate in fondo al mare» da casa loro, che sia qui o altrove: tutto nella finzione comoda del Truman Show. Esplicito, ma non sloganistico. Pur non manifestando furore politico nelle canzoni ma sui social, ha subito censura all’inaugurazione tv delle Olimpiadi invernali, praticamente un avvertimento. Insomma, “Si contenga”, come diceva il Cavaliere.Tra i nuovi, come Promessa e b4ze, l’impressione è che siano barricaderi di superficie, look, attitudini, comportamento. Non esiste, naturalmente, solo la guerra, ma da lì – come ai tempi di Vietnam, Ungheria, o Cuba – passano molti nervi (scoperti). I morti sul lavoro, lo sfruttamento, il precariato, l’assistenza sanitaria sono temi difficili da cantare. Ma perché negli Usa, se l’Ice uccide per le strade, fiorisce una canzone e qui, quando i ragazzi si riversano in manifestazioni intonano solo Bella ciao? Non ho risposte, ma nemmeno i giovani rapper o cantautori di oggi hanno saputo spremere una storia. Le multinazionali del disco, per quanto contino, preferiranno puntare sui tormentoni estivi perché lo scandalo non sono bombardamenti a tappeto, i morti a migliaia. Scandaloso è portarli alla luce. E la condanna all’esilio il più probabile degli esiti.

Diana di Poitiers

 

Florence Noiville
Biografia. Il mistero di Diana di Poitiers

Le Monde, 3 aprile 2026

Una donna d'affari, una delle maggiori proprietarie terriere del regno. Una donna volitiva, animata da una sete di potere. Uno spirito libero, amante di Enrico II, di diciannove anni più giovane, dopo essere stata probabilmente l'amante di suo padre, Francesco I ... Se è così che vi immaginate Diana di Poitiers (1500-1566), fate attenzione. Questi preconcetti non corrispondono alla realtà. Per molti aspetti, come dimostra Didier Le Fur nella sua biografia, la vera vita della duchessa di Valentinois rimane "un buco nero".

A parte la sua corrispondenza (con Enrico II, Francesco di Guisa, Francesco di Cleves, ecc.), le fonti attendibili sono scarse. Quelle esistenti rivelano una figura più preoccupata, dal suo castello di Anet, di "proteggere e accrescere la sua eredità" che di affari politici e diplomatici. "Quanto al fatto che Diana di Poitiers, a oltre 50 anni e fino alla fine del regno di Enrico II, fosse ancora la sua amante, è impossibile saperlo", osserva l'autore. "Quest'età era già considerata canonica per una donna all'epoca, un'età che poteva implicare la menopausa. Tuttavia, secondo la morale del periodo, questa transizione fisiologica proibiva a una donna qualsiasi rapporto sessuale; non più destinato alla procreazione, diventava ignobile."

Una biografia avvincente della leggenda

Dopo aver spogliato la sua eroina di questi cliché, lo storico analizza come si è costruito il "romanzo" che la circonda. Dalla propaganda protestante alle opere licenziose, seguiamo le fluttuazioni della sua immagine. A seconda dell'epoca, è una "prostituta" ambiziosa manipolata da Caterina de' Medici, un "mostro" o una mecenate intellettuale , simbolo del genio del suo secolo. Quasi sempre, in ogni caso, è una "bella vecchia signora", "seducente a 70 anni come a 30" (Brantôme). In questo senso, il libro di Didier Le Fur è meno un ritratto di Diane de Poitiers e più un'avvincente biografia della sua leggenda. La donna, in definitiva, rimane tanto più misteriosa e affascinante.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2017/02/23/biographie-le-mystere-diane-de-poitiers_5084130_3260.html

https://machiave.blogspot.com/2014/01/amanti-e-regine-nella-storia-della.html

La leggerezza del ministro


Lorenzo Giarelli
"Il ministro è stato inopportuno, inevitabili i sospetti di favoritismi"

Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2026

Professor Marco Tarchi, Piantedosi ha commesso una leggerezza, rendendosi ricattabile?
È noto che mescolare vicende professionali con questioni sentimentali comporta rischi, e i casi che hanno fatto scandalo non si contano. Se questo è vero in qualsiasi contesto lavorativo, per un politico lo è molto di più. Figuriamoci per un ministro. Di sicuro si può parlare di leggerezza e inopportunità, ma ci sono proverbi un po’ crudi che spiegano perché situazioni di questo tipo si verificano non raramente. Non chiamerei in causa i ricatti, ma i sospetti su favoritismi – fondati o no – in casi come questo si diffondono inevitabilmente.
C’entra l’impreparazione della classe dirigente? 
Io preferisco parlare di immaturità di alcuni esponenti, che sono stati paracadutati troppo in fretta in ruoli a cui non avevano avuto il tempo di prepararsi. Ma qui non siamo di fronte a un ex ragazzo della “generazione Atreju”, ma a un funzionario sperimentato. E la cosa lascia ancor più perplessi.
Piantedosi deve lasciare?
Se ritiene di non aver commesso alcun favoritismo, no. Sta alla sua coscienza.
Crede a un disegno politico dietro questa vicenda?
La coincidenza porta inevitabilmente al sospetto. Però, quando si coltivano disegni politici di delegittimazione di questa portata, ci si guarda bene dal metterci la faccia e ci si copre dietro figure apparentemente neutre. Per avanzare credibilmente l’ipotesi di faide interne occorrerebbero elementi più solidi.
Meloni farebbe bene ad andare al voto?
Fra Meloni e le elezioni c’è di mezzo Mattarella, e non è un ostacolo da poco, almeno a parere di chi, come me, non ha mai creduto alla “neutralità” presidenziale, tantomeno in questo caso. E in ogni caso, per motivare agli occhi dell’elettorato un simile dietrofront, occorrerebbe un casus belli politico, non basato su fatti personali. E se la decisione non è stata presa subito dopo il referendum, non avrebbe senso assumerla ora.
Come valuta il rimpasto?
Accentuerebbe l’impressione di instabilità e si presterebbe ad altre campagne polemiche dell’opposizione.
Meloni diceva che il voto non avrebbe avuto conseguenze. Era un bluff ?
No. Di sicuro, Meloni aveva più da guadagnare da una vittoria del Sì che da perdere da una vittoria del No. Aveva chiarito che non si sarebbe dimessa e credo sappia che per l’elettorato di destra l’unica vera occasione di mobilitazione è costituita delle Politiche. E anche che il 23 marzo le hanno inviato segnali ostili, da destra, anche elettori che volevano punirla per le sue scelte di politica estera e/o economica, ma che di fronte al rischio di un governo Schlein tornerebbero a casa.
Al netto del caso Delmastro, diverso, Bartolozzi e Santanchè avrebbero lasciato se avesse vinto il Sì?Forse le cose sarebbero andate diversamente in termini temporali, ma è noto che Meloni non ha affatto apprezzato né l’uscita estemporanea e controproducente della prima né i guai giudiziari della seconda. Quindi le pressioni per le dimissioni ci sarebbero state comunque, un po’ più in là.
I sondaggi danno FDI in calo: la destra rischia?
È presto per dirlo. In 18 mesi può succedere di tutto, e già molto succede adesso, con la guerra e le sue ricadute. Il trasferimento dell’esito referendario su quello del futuro politico è abusivo, anche perché in quella prospettiva conterà molto ciò che succederà a sinistra nel frattempo. A mio parere, tuttavia, Meloni dovrà procedere a qualche correzione di rotta in alcune sue scelte, a partire da quell’appiattimento totale su Trump e su un atlantismo acritico che non le ha giovato e potrebbe fare del partito di Vannacci qualcosa di più di una meteorica scheggia.



giovedì 2 aprile 2026

Alice Cordier vendicatrice


Maxime Macé  Pierre Plottu
Alice Cordier dei Nemesis, un viaggio estremamente estremo

Libération, 2 aprile 2026

Il suo volto è apparso su numerosi media dopo la morte di Quentin Deranque, attivista radicale di estrema destra deceduto a seguito delle ferite riportate in una rissa con antifascisti a metà febbraio a Lione. Alice Cordier, 28 anni, aveva espresso il suo dolore ancor prima che la morte dell'uomo che, a suo dire, voleva "proteggere" gli attivisti del suo gruppo, il collettivo Némésis, vicino al Rassemblement National (RN ), fosse ufficialmente annunciata. Questi attivisti erano intervenuti per interrompere una conferenza tenuta da Rima Hassan, europarlamentare per La France Insoumise (LFI). Il presidente del collettivo, di cui LFI chiede ora lo scioglimento, ha puntato il dito contro la sinistra, arrivando a chiedere che il movimento antifascista venisse definito "terroristico", rimanendo in silenzio sull'attivismo nazionalista-rivoluzionario della vittima. Secondo le nostre fonti, il leader di Némésis aveva stretti legami con questo movimento radicale.

Arrivata a Parigi nel 2017 da Orléans, dove si era fatta le ossa tra i monarchici di Action Française, ha frequentato l'Institut de Formation Politique (IFP), un istituto popolare tra i giovani identitari . Nel 2019 ha fondato Némésis. Il collettivo, registrato ufficialmente solo nel marzo 2021, prende il nome dalla dea greca della vendetta. Basato principalmente su xenofobia e islamofobia, il gruppo si oppone a qualsiasi rivendicazione di parità salariale, accesso all'aborto o diritti delle donne in generale, sostenendo, secondo il suo sito web, che questi non costituiscono "violenza concreta".
Vicina a un membro di spicco del gruppo che è succeduto al GUD

L'azione fondativa ha dato il tono: una trovata di agitazione e propaganda xenofoba durante la manifestazione contro la violenza sulle donne organizzata dal collettivo #NousToutes, che da allora hanno regolarmente interrotto. Alice Cordier frequentava poi le feste della società parigina radicale e in particolare gli attivisti più alla moda dell'epoca, quelli della Generazione Identità, come Thaïs d'Escufon , che in seguito è diventata una influencer maschilista.

In questi incontri, Alice Cordier si mescolava anche a figure ben più radicali, del tipo che oggi ritroviamo in gruppi nazionalisti-rivoluzionari come la GUD e Luminis a Parigi. Oltre alla foto che la ritrae mentre fa un simbolo neonazista accanto ad attivisti di estrema destra radicale nel 2022, Libération l'ha rintracciata in ambienti ben meno inclini al discorso politico. E a ragione: la sicurezza per le feste di Némésis era a lungo garantita dagli Zouaves Paris, un gruppuscolo neofascista sciolto nel gennaio 2022 a causa della sua violenza. Questo collegamento è stato stabilito tramite Alice Cordier, che, secondo le nostre fonti, era vicina a un membro di spicco del gruppo che ha succeduto alla GUD già nel 2020.

Bastien M., questo il suo nome, è una curiosa combinazione di attivista neonazista e teppista razzista. Poeta con il braccio destro tatuato con una mazza da baseball incrociata con una mazza da golf (un'arma prediletta dagli "Zouavi"), è il luogotenente del leader del gruppo di estrema destra parigino, Marc de Cacqueray-Valménier . Il tipo che fa il saluto nazista nelle foto di feste con gli amici, stando alle immagini pubblicate sul sito per adulti del gruppo Azione Antifascista della Periferia di Parigi.

Vere e proprie trappole tese agli attivisti di sinistra

Nello stesso periodo, la giovane donna entrò in contatto con una piccola cerchia di attivisti di estrema destra che, per scherzo, adottarono il soprannome di "Pussyfafs". Si trattava di un riferimento alle Pussycat Dolls, un gruppo femminile americano, unito al termine "faf", abbreviazione di "Francia ai francesi", un soprannome usato dagli stessi radicali di estrema destra. Tra loroc'erano la cantante suprematista bianca e antisemita Epona, una certa Amélie, attivista neofascista che all'epoca aveva una relazione con Marc de Cacqueray-Valménier, e Nina Smarandi, che lavorò brevemente come assistente parlamentare del deputato del Rassemblement National Joris Hébrard prima che Libération rivelasse i suoi legami neofascisti nel 2023 .

Insieme escono, fanno sport o vanno al poligono di tiro. Nel settembre 2023, secondo le immagini ottenute da Libération , Cordier e le "Pussyfafs" erano testimoni e damigelle d'onore al matrimonio di Epona e Pierre-Guillaume Mercadal, amico intimo dell'influencer di estrema destra Papacito . "Salute, Felicità e WP", per "white power" (potere bianco), ha scritto una di loro come didascalia di una foto della sposa e degli invitati che salutavano, un gesto che alludeva anch'esso a questo slogan suprematista bianco .

Come rivelato di recente da L'Humanité, un gruppo di neonazisti con base a Lione ha organizzato elaborati agguati contro attivisti di sinistra. A novembre, il gruppo ha tentato di interrompere un incontro pubblico a Orléans organizzato dal deputato Raphaël Arnault (LFI) e dall'avvocata Elsa Marcel (Révolution permanente). Non lontano da loro, secondo fonti di Libération, pattugliava la zona una banda guidata dal noto neonazista Christopher del Frate, membro del GUD (Groupe Union Défense). Del Frate "celebra" il compleanno di Hitler davanti a un busto del Führer. È un recidivo, coinvolto in attentati nella regione del Loiret e a Parigi, e ha avuto precedenti penali .

Questo scenario ricorda quello che portò alla morte di Quentin Deranque a Lione, meno di tre mesi dopo. La conferenza di Orléans "ha potuto svolgersi senza incidenti grazie alla vigilanza del personale di sicurezza e degli attivisti antifascisti", ha sottolineato il Collettivo Antifascista di Orléans in un resoconto della serata. Questa volta.


Arte e psicanalisi



quanta creatività che viene fuori dallo stare male
Arte & Psicoanalisi
Sara Boffito
Il Sole 24ore, 29 marzo 2026

È vero che il rapporto tra malattia mentale e creatività, tra arte e psicoanalisi è uno dei più navigati, celebrati e anche reciprocamente nutrienti – basti pensare alla celebre lettera inviata da Schönberg a Kandinsky in cui il compositore sentenziava che «l’arte appartiene all’inconscio»; all’altrettanto nota affermazione di Freud a proposito del primato dei poeti, che conoscono «una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta»; alla misteriosa enigmatica relazione analitica tra Samuel Beckett e il geniale psicoanalista Wilfred Bion; a come, più recentemente, Louise Bourgeois abbia dedicato quasi la sua intera produzione artistica alla psicoanalisi; per non parlare della miriade di volumi in cui si analizzano opere o artisti dal vertice psicoanalitico.
Un recente ricchissimo libro a cura di Marco Manzoni osserva questa relazione da un’inclinazione specifica: l’intreccio tra creazione artistica, malessere e solitudine. Il volume si apre con una prima sezione in cui grandi nomi della psichiatria, della psicoanalisi e della filosofia (Eugenio Borgna, Carla Stoppa, Iolanda Stocchi, Luigi Zoja, Emanuele Severino, Carlo Bo) s’interrogano appunto sulla «malattia creativa», un’espressione di Ellenberger ripresa sia da Zoja che da Stocchi, per fare poi spazio a un coro di voci, tra le più importanti della critica, della letteratura e della filosofia, che tentano in queste pagine di scioglierne l’enigma (Giovanni Testori su Van Gogh, Marco Garzonio su Montale, Giovanni Raboni su Proust, Sergio Perosa su James, Nadia Fusini su Kafka, Giuseppe Zigaina su Pasolini, Patrizia Violi su Yourcenar, Carlo Sini su Nietzsche, Marco Gay su Jung, Quirino Principe su Schumann, Andrea Bisicchia su Strindberg e Remo Bodei su Hölderlin).
L’atto creativo ha a che fare con il tempo, un kairós sfuggente, che può essere avvicinato in quelli che Manzoni nella sua introduzione identifica come «momenti critici e topici» dell’esistenza. L’ouverture è un piccolo esemplare saggio di Eugenio Borgna, alla cui memoria il volume è dedicato, che avvicina l’esperienza psicotica ricordandoci che l’irrompere della follia, quella radicale rottura del contatto con il reale, «è in ogni caso una possibilità umana». E aggiunge che attraverso percorsi diversi da quelli abituali, sentieri misteriosi, l’esperienza psicotica trasforma e rinnova: talora può farsi esperienza creativa. Tornano alla mente le osservazioni di Donald Winnicott, che vede l’artista come qualcuno che ha “la capacità e il coraggio” di restare in contatto con quei processi primitivi che le persone sane rischiano di perdere, impoverendosi. Processi tanto vitali che per lui uno dei compiti della psicoanalisi è «permettere alla follia di diventare un’esperienza accettabile», se non la si evita. Per questo l’esperienza degli artisti è così fondamentale. Ed è di solitudine, una solitudine essenziale, «una solitudine intrinseca fondamentale e inalterabile» che caratterizza lo stato originario in cui «l’essere emerge dal non essere» e che permane durante tutto il corso della vita.
Nell’opera di alcuni artisti rintracciamo «l’esile inconfondibile tramatura atmosferica» dell’angoscia psicotica, che Borgna identifica nella straordinaria bellezza e «friabilità mortale» delle liriche di Hölderlin – poeta che fa da cornice al volume di Manzoni, poiché a lui è dedicato anche l’ultimo saggio di Remo Bodei. In effetti Hölderlin è il poeta della Umnachtung, quella situazione di ottenebramento in cui sulla mente è calata la notte e il pensiero è avvolto. Anche Jean Laplanche, in un magnifico libro a lui dedicato, immagina Hölderlin come qualcuno che, «raggiunto da quel cono d’ombra che la terra proietta», ha in qualche modo scelto di puntare dritto verso il sole, un sole nero. La solitudine, per tutti gli artisti narrati in questi saggi, ha a che fare con il buio e con la ricerca della luce. In un piccolo delizioso inedito, dono di questo volume di Manzoni, Giovanni Testori riconosce in Van Gogh – che per comunicare la sua decisione di farsi ricoverare all’ospedale psichiatrico di Saint Rémy, aveva scritto al fratello Theo: “sto pensando di accettare completamente il mio mestiere di pazzo” – una traiettoria in qualche modo affine e parallela nel corteggiare luce e oscurità. Testori identifica come tratto distintivo dell’opera di Van Gogh la “sconfinatezza della luce, che va ben oltre le luci che fin lì la pittura aveva conosciuto”, luce di fronte alla quale, nelle sue oscillazioni di follia, disperazione, esaltazione, l’artista riesce “miracolosamente a sostare e resistere”. Giovanni Raboni, nel saggio dedicato a Proust, identifica la solitudine come uno strumento indispensabile per raggiungere il bene supremo, «la conoscenza del senso, l’anima delle cose»: è necessaria perché crea uno «spazio» reale, proprio come accade nello studio della struttura della materia, che è visibile solo all’interno di un acceleratore di particelle. E Nadia Fusini, alcune pagine dopo, fa eco a questi raggi ragionando sulla ferita di Kafka per cui «definitivo è solo il dolore», la notte. Tanto che appunta sul suo diario «Di giorno non so scrivere. La luce distrae». Eppure, attraverso il buio della solitudine, il dolore ci consegna la forma. Niente come i versi di Emily Dickinson descrive come quella luce laterale, filtrata – «quell’angolo di luce» «che opprime come musica»– può trovare nella solitudine uno sfondo necessario all’emergere, forse, di qualcosa di nuovo: «Insegnarla è impossibile - / il suggello è l’angoscia, / imperiale afflizione / discesa a noi dall’aria. / Quando viene, il paesaggio /ascolta, fino l’ombre / trattengono il respiro. /E quando va, somiglia alla distanza / sul volto della morte». 

Marco Manzoni (a cura di) Creazione e mal-essere. Quando la solitudine diventa arte
Moretti&Vitali, pagg. 272, € 24

Il linguaggio di Fantozzi

Ilaria Fiorentini
L'italiano di Fantozzi, un successo pazzesco

Avvenire, 1 aprile 2026

In un’intervista a “La Stampa” per i 40 anni dal primo Fantozzi (del 1975, diretto da Luciano Salce), Paolo Villaggio notava che, nei film, «la cosa più nuova era il linguaggio», ricordando anche Fellini gli aveva detto: «Paolino, tu hai ampliato e modificato la lingua italiana». Nel 2018 viene registrato come neologismo dall’Enciclopedia Treccani fantozzismo, sostantivo maschile etichettato come “scherzoso”, la cui definizione recita: «Atteggiamento o comportamento tipico del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio interpretato da Paolo Villaggio, che rappresenta un assortimento di vizi italiani». Il termine, insieme all’aggettivo fantozziano e al sostantivo fantozzi, entra quindi tra le parole che l’italiano contemporaneo ha ereditato dall’universo creato da Paolo Villaggio a partire dai libri e, in seguito, dai film: un universo che, a livello linguistico, appare ancora oggi ben stabile e vitale nell’immaginario e nella lingua di italiani e italiane, e di cui vedremo di seguito una panoramica, necessariamente parziale.
Partiamo dai nomi. Come detto, fantozzi (con la minuscola) è attestato con uso antonomastico col significato di (secondo Treccani) «uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffe e a sottomettersi ai potenti»: oggi mi sento proprio un fantozzi, i fantozzi della politica. L’espressione è ancora ben presente nell’uso: se leggiamo “Io stesso sono un Fantozzi in carriera. Ho la nuvola dell’impiegato e un collega alla Filini” (esempio reale tratto dal web), siamo immediatamente in grado di ricostruire il significato e le sfumature di tutte le figure evocate. Allo stesso modo, sono ancora presenti i nomi il già citato Filini, signora Pina e Mariangela, quest’ultimo talvolta usato come sinonimo di bruttezza estrema: “diamole tutte le attenuanti del caso, alla Mariangela Fantozzi del mondo automobilistico” (altro esempio reale da un forum online in cui si discute di automobili).
Un ulteriore aspetto persistente della lingua di Fantozzi riguarda l’esagerazione, sia, per così dire, verso l’alto, sia verso il basso. Sono infatti frequenti, nella varietà fantozziana, due strategie di grado opposto: l’iperbole e l’attenuazione. Nel primo caso abbiamo accrescitivi di vario tipo, forme il cui significato viene amplificato tramite aggettivi (tragico, abissale, allucinante) o avverbi (mostruosamente), che funzionano come veri e propri intensificatori stereotipati, ma anche espressioni “estreme” (milioni di gradi Fahrenheit), nonché creazioni proverbiali come nuvolone da impiegato. Un’enfasi che si ritrova anche in appellativi ridicolmente “gonfiati” come Megadirettore Galattico: a questo proposito, megagalattico (registrato ufficialmente nel vocabolario nel 1987) è un aggettivo tuttora diffuso. La trasformazione di situazioni ordinarie in eventi eccezionali contribuisce a costruire una percezione deformata ma riconoscibile dell’esperienza quotidiana: per questo motivo, i corrispettivi linguistici restano identificabili e produttivi.
Dall’altra parte, l’attenuazione si manifesta nel servilismo di alcune espressioni, come formule apparentemente ossequiose, ma in realtà critiche (e talvolta smascheranti) nei confronti del potere: per esempio com’è umano lei, oggi quasi proverbiale (e molto presente sui social e nei meme), oppure servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo, che mescola e risemantizza espressioni tipiche del linguaggio burocratico (il “burocratese” presente in Fantozzi ha a sua volta lasciato un segno evidente).
In maniera parzialmente diversa, ma comunque riconducibile a questa dinamica, si inserisce anche la celebre, e a sua volta proverbiale, risposta della moglie di Fantozzi che, alla domanda «Ma tu, a me, mi ami?», replica in più occasioni: «Io ti stimo moltissimo». In questo caso, l’effetto comico nasce da uno scarto pragmatico: al posto dell’attesa dichiarazione di affetto viene utilizzata una formula fredda e, a sua volta, dal sapore aziendale, che riproduce nella sfera privata una distanza analoga a quella gerarchica.
Questi aspetti possono essere ricondotti, in senso più generale, alla deviazione dalla norma, dallo “standard” linguistico: l’italiano di Fantozzi, pur comicamente esagerato al limite del grottesco, non fa che replicare tratti e caratteristiche effettivamente presenti nella lingua quotidiana di milioni di italiani e italiane. Sebbene caricaturale, quindi, non è una lingua “irreale”, ma riflette, talvolta estremizzandoli, meccanismi comuni, sia sul piano linguistico sia, in una prospettiva più ampia, su quello sociale.
Il tratto probabilmente più evidente, e sicuramente il più ricordato, di questo allontanamento dalla norma riguarda il congiuntivo: i famigerati venghi, vadi, batti lei, costantemente presenti nelle interazioni fantozziane e usati sia dagli impiegati sia dalla classe dirigente (“Vadino fuori dalle palle”, conclude il Megadirettore dopo un’arringa diretta ai dipendenti – o meglio, come dice lui, agli “inferiori”). Quest’uso, comico perché esagerato, ma al tempo stesso non distante dal reale, è oggi ancora presente e utilizzato, anche in chiave didattica: le forme errate vengono presentate come caveat, aiutando a esemplificare ciò che deve essere evitato se si vuole “parlare bene”. Similmente, ogni qualvolta qualcuno le impieghi non ironicamente, il riferimento all’uso fantozziano è quasi inevitabile: a inizio 2019, per esempio, numerosi giornali hanno riportato la notizia del sindacalista Maurizio Landini che aveva sbagliato un congiuntivo (ripetendo più volte vadi), con titoli del tipo “Landini come Fantozzi”.
Un ultimo, ma non meno importante, lascito fantozziano ancora oggi vivo nell’immaginario e nella lingua degli italiani è il turpiloquio. Anche questo aspetto è trasversale alle classi sociali: si va dal già citato fuori dalle palle del Megadirettore all’onnipresente merdaccia, usato come allocutivo per il povero Fantozzi, fino all’esclamazione forse più nota e ancora oggi diffusissima, una cagata pazzesca, usata originariamente in riferimento al film La corazzata Potëmkin (ma “Kotiomkin” nel film); quest’ultima, ormai cristallizzata, è entrata stabilmente nel repertorio linguistico dei parlanti italiani.
Nell’epoca dei social, dunque, il linguaggio fantozziano, lungi dall’essere scomparso, si è adattato ai formati rapidi della comunicazione digitale, mantenendo intatti e riconoscibili la sua struttura e i suoi meccanismi. Oggi, a distanza di decenni, questo linguaggio, con i suoi aggettivi, le sue iperboli, le sue espressioni proverbiali, costituisce un vero e proprio codice linguistico condiviso, un insieme stabile di risorse espressive entrate a pieno titolo nell’italiano contemporaneo. È la conferma di quanto detto dallo stesso Villaggio in quell’intervista del 2015: «alla fine, qualcosa di me rimarrà. Gli altri muoiono definitivamente, io forse no».