venerdì 6 febbraio 2026

Askatasuna, un gioco stanco

Marta Barone
Scontri a Torino, la domanda è: cosa possiamo fare?

la Repubblica Torino, 6 febbraio 2026

E quindi? La settimana scorsa è andata com’è andata. La sensazione che più mi ha irritato è stata quella dell’inevitabilità: come se tutti, volenti o nolenti, partecipassimo a una recita collettiva i cui ruoli sono precostituiti, decisi a tavolino, uno spettacolo in cui ci sono prima i buoni, tutti “bellissimi” (credo di aver letto cento volte l’aggettivo in cento “analisi” diverse), tutti pieni di ottime intenzioni, poi i cattivi di ambo le parti che rovinano tutto, e poi tutti, di tutti i ruoli, finito lo spettacolo, finita la propria performance, a casa.

A casa a giustificare immediatamente tutto quello che è successo, in una serie di pose vittimistiche e autoconsolatorie che raccontano prima di tutto a noi stessi di come noi, noi buoni e giusti, siamo stati sequestrati, siamo stati male interpretati, la violenza è prima di tutto dalla parte avversa. Derivazione obbligata: o sono infiltrati oppure “hanno solo reagito”. Mi ha colpito che molte delle persone che erano in piazza (con me, perché ci sono andata, già irritata) abbiano espresso soprattutto delusione. Mi sono chiesta: davvero non pensavano che ci sarebbe stato il solito gioco, con una posta più alta del solito perché c’era la necessità della rivalsa? Che cos’è, se non appunto vendetta, rivalsa, sceneggiata muscolare?

A chi serve? Perché non riusciamo nemmeno a concepire di dire: questa è violenza gratuita, inutile, feroce, puro estetismo dello scontro, feticcio del feticcio? Chi crediamo (io penso sia questo il punto) di tradire? Sembra che, anche solo a pensarlo, si passi dalla parte della repressione. Secondo me anche questo è un gioco stanco. In questo senso, il comunicato di Askatasuna (pur scritto in lingua dannunziana, con involontari effetti comici) che si prendeva tutta la responsabilità gloriosa della “fine del corteo” è stato onesto; più onesto di tutte le reazioni di negazione. Quello che dobbiamo chiederci è a cosa serve la negazione se non a noi per sentirci meglio, per sentirci nel posto giusto. Cosa è successo la settimana scorsa? Non lo sappiamo precisamente, sappiamo soltanto che c’è un decreto delirante che avanza, e non abbiamo ottenuto nulla. La domanda da farsi – forse – è: cosa vogliamo? Che cosa possiamo fare? Dobbiamo per forza delegare la nostra angoscia all’estetica del bruto contro il bruto, virtualmente, peggiore? Davvero è tutto inevitabile, o addirittura forse desiderabile?

La Bibbia lettera viva

Giacomo Galeazzi
Melloni: "La politica abusa della Bibbia. la parola di Dio cambia sempre"
La Stampa, 4 febbraio 2026

«Siamo in pieno revival dell’uso politico della Bibbia come strumento di governo. Ciò è sempre accaduto nella Storia ma è ancora più marcato oggi che persino il pensiero ideologico riconosce la propria fragilità ed è in cerca di un ricostituente», sottolinea il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, titolare della cattedra Unesco sul pluralismo religioso e direttore della fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII che con Edb ha appena pubblicato il volume Evangeli e Salmi. Si riteneva che la Bibbia fosse ormai un testo “morto”, un grande classico del passato incapace di parlare al presente, custodito più per tradizione che per reale vitalità. Una valutazione «frettolosa e cieca», ribatte lo studioso: «La Parola di Dio è lettera viva, altro che lettera morta».

La Bibbia “instrumentum regni” per Trump e Putin?

«Si può utilizzare la Bibbia per amare o per odiare. La scelta avviene dentro le chiese e le sinagoghe che più sono robuste nella loro capacità di comprendere le Scritture tanto più sono in grado di vaccinare i fedeli contro le derive estremiste. La predicazione fondamentalista-suprematista e il vangelo dell’odio che oggi vanno forte si rivolgono sia ai non credenti fornendo loro una nobilitazione di sentimenti che sarebbero messi in dubbio dall’incostanza della ragionevolezza sia ai credenti “non vaccinati”. Coloro cioè che si riconoscono in quel “Dio lo vuole” che è sempre stato foriero di colossali disgrazie e nella convinzione che “questa è la mia terra, non la tua”. Ciò vale da tutti i punti di vista. Ossia io sono il popolo di Dio e tu non lo sei più, quindi se vuoi esserlo devi domandare a me come fare. Un totale abbaglio. Io non dico agli indù se sono abbastanza fedeli all’induismo o se sono sufficientemente violenti, eppure lo dico agli ebrei perché io sono il popolo eletto e loro non lo sono più».

Le Scritture oggi forniscono giustificazioni all’odio?

«Ricordo una suggestiva mostra allestita su due pareti di un corridoio. Da una parte gli argomenti biblici con cui nel tempo è stata giustificata la schiavitù. Dall’altra le citazioni della Bibbia contro la schiavitù fino al I have a dream di Martin Luther King e alla profezia di Gioele. La Bibbia può essere usata bene o male. Non è vero che comunque la si utilizzi è un bene. Al tempo stesso, però, non c’è niente come la Bibbia che quando tu la leggi, ti legga, liberandoti da quella specie di contorsioni adolescenziali che viene normalmente chiamata spiritualità. C’è un uso-abuso politico della Bibbia, ma Dio l’ha fatta così se la voleva diversa l’avrebbe fatta diversa. Il problema teologico è qui. La Bibbia paradossalmente è l’unico caso in cui abuso e uso sono perfettamente sovrapponibili».

È un problema che incide in negativo nella Chiesa?

«Tornare alle radici della Parola di Dio è una questione aperta. Nella Chiesa latino-americana la realtà oggi più importante sono i gruppi di lettura della Bibbia, in continua crescita di numero e di influenza. Il Concilio Vaticano II ha cercato di rimettere la Bibbia al centro della vita cristiana. C’è riuscito nella liturgia e nella centratura biblica sintetizzata da Giovanni XXIII nel binomio libro e calice. Ma è una conquista erosa dal passaggio generazionale. Sembravano risolte, una volta per tutte, questioni come l’antisemitismo, la spiritualità liturgica, la collegialità episcopale. E invece non può farlo una generazione per l’altra: ciascuna deve rifare il percorso. Il Concilio non ha aperto una breccia nel muro ma ha indicato una rotta sulla quale ogni generazione deve rimettersi».

Cosa non ha funzionato?

«L’illusione che fosse una breccia nel muro ha fatto sì che la trasmissione sia stata molto più scarsa di quello che ci si poteva aspettare. Si è pensato di potersi prendere dei lussi ma non era così. È nota la diffidenza di Joseph Ratzinger per l’esegesi storico-critica. E se la conosco posso essere cauto nell’utilizzarla nell’azione pastorale e nella predicazione. Non puoi pensare di ignorare le Scritture e accontentarti della spiritualità. Il contrario dell’ascolto della parola non è l’agnosticismo ma il tentativo di improvvisare costrutti spirituali “fai da te”. Un meccano spirituale in cui ognuno gioca con i pezzi da ricomporre. Insomma un cocktail a proprio gusto, considerato spiritualmente nutriente. Il testo sacro ha una forza intrinseca ma non c’è niente di automatico».

I vescovi e i sacerdoti conoscono davvero la Bibbia?

«Il problema è il modo in cui una quantità di nozioni diventa vita della Chiesa. Il Cammino sinodale dedica alle Scritture un passaggio in cui si dice che la Bibbia va letta in gruppo perché così viene favorito l’interscambio personale. Il punto non è la conoscenza della Bibbia ma la capacità di farne il baricentro della predicazione e dalla pastorale invece che una semplice attività di gruppo come quelle per l’adorazione eucaristica, i migranti, le donne, la dottrina sociale, le persone lgbt. La Bibbia è trattata come un segmento tra gli altri. Quasi nessun vescovo riterrebbe accettabile non celebrare una messa a settimana con i fedeli perché si tratta di un buon esempio al clero. La “Dei verbum” dice che si deve la stessa devozione al Corpus Domini e al Verbum Domini ma quasi nessun vescovo fa lectio divina o continua ogni settimana in cattedrale».

È sempre stato così?

«No. Prima del Sacco di Roma, con i barbari alle porte, Gregorio Magno va in cattedrale a leggere il Libro di Ezechiele in un momento di massima confusione che somiglia molto a quello attuale nel quale sembra venir giù tutto. Papa Gregorio legge pubblicamente la Bibbia e non i trattati di geopolitica. Oggi prevale un tipo di atteggiamento nel quale si fa fatica a trovare un equilibrio. Da un lato il fondamentalismo: per esempio, la Bibbia condanna l’omosessualità e quindi servono leggi contro le persone omosessuali. Dall’altro la lettura fantasiosa: Davide era gay. C’è bisogno di un equilibrio non astratto ma pratico, da trovare giorno per giorno. È nella relazione che si va avanti. Come nel matrimonio dove i contratti servono solo per divorziare».

Il ribelle inafferrabile

Giulia Sorrentino
La tattica degli antagonisti: i guerriglieri "senza volto" per attaccare la polizia

Il Giornale, 6 febbraio 2026

 La guerriglia urbana avvenuta sabato a Torino continua a tenere banco anche e soprattutto per la decisione adottata dal giudice per le indagini preliminari. Dei tre soggetti che sono stati fermati per aver aggredito le forze dell'ordine nel corteo pro Askatasuna, uno è agli arresti domiciliari e due hanno solo l'obbligo di firma. Ma come mai sono stati solo tre i fermi, se la devastazione a cui abbiamo assistito ha coinvolto centinaia di manifestanti e se nelle carte si fa riferimento a un gruppo organizzato di oltre 1500 persone?

Perché è cambiata la strategia dell'eversione: la Digos è perfettamente a conoscenza dei profili da monitorare, di chi è potenzialmente pericoloso e di chi frequenta abitualmente realtà a cavallo tra anarchici, pro Pal, gruppi di boicottaggio e centri sociali. Ma sono proprio queste realtà che, avendo compreso di essere facilmente identificabili, hanno messo in atto una strategia di vero e proprio reclutamento che avviene anche e soprattutto via social, di persone incensurate che però abbiano la predisposizione a delinquere.

In questo modo per le forze di sicurezza è molto più difficile intercettare i volti dei violenti che, oltre a essere interamente coperti, non compaiono nel sistema che loro utilizzano.

Si chiama SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) lo strumento che viene utilizzato in questi casi, in dotazione presso il Ministero dell'Interno e la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia dal 2017: confronta i volti dei soggetti ripresi dalle videocamere con un database a disposizione di milioni di immagini. Ma se si è incensurati la comparazione diventa decisamente più complessa, perché questa ricerca avviene a partire da immagini del volto già in possesso della banca dati della Polizia e non c'è ad oggi un sistema che permetta di oltrepassare questo step. Un settore, quello del riconoscimento facciale, che secondo gli addetti ai lavori necessiterebbe di ulteriori step e investimenti soprattutto considerando il clima di perenne conflitto nelle piazze italiane.

Va, infatti, considerato un altro tassello che fa convergere sulle informazioni di cui Il Giornale è in possesso: prima del corteo erano state fatte circa 600 identificazioni. Ma nessuna di queste ha poi avuto un riscontro oggettivo relativamente agli scontri. Volti nuovi, dinamiche sottotraccia di un movimento che si sta organizzando in fretta e a raggiera.

E questa escalation non può che allarmare l'intelligence. Proprio perché il nodo è rappresentato da una serie di "lupi solitari" che in serie e in parallelo vengono fatti convergere con il solo scopo della sovversione.

Ed è proprio questo il motivo in cui risiedono i pochissimi fermi di Torino e le sole 24 denunce.

Perché i frontman della violenza sono sempre meno volti noti e sempre più incensurati che magari erano alla loro prima piazza. L'imprevisto, quindi, è doppio: lo è per gli agenti che devono prestare servizio fuori dalla loro città con tutte le incognite che ciò comporta, lo è per la mancanza di consapevolezza del livello del rischio. E, infatti, i profili dei due trentenni torinesi che sono stati rimandati a casa con l'obbligo di firma rispecchia questa violenza 2.0. Per cui, se da un lato è necessario rafforzare le misure di contenimento della ferocia con cadenza settimanale, dall'altro è necessario "mettersi al livello dei delinquenti" anche dal punto di vista tecnologico, incrementando i servizi a disposizione degli investigatori.

Ombre folli, una corrispondenza

Marco Archetti
Roth e Zweig tra le ombre della storia che alla fine inghiottiranno entrambi

Il Foglio, 6 febbraio 2026

Quanta geografia, in questo epistolario che è Storia. Appena uscito per Adelphi, Ombre folli, Lettere 1927-1938 documenta il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig in tempo di tragedia. I due erano molto diversi: Roth scontento e gastritico, febbricitante, ossessionato dall’Austria, immerso nel romanzo di sé stesso tra debiti, malattie e alcolismo; Zweig, nato tredici anni prima, più composto, forse più colto, un po’ affettato, cosmopolita garbatamente idealista – buoni consigli, buone maniere del pensiero, e l’impronta delle estati di famiglia trascorse nelle località termali.
“Ai primi di aprile sarò a Vienna”, scrive Roth nel 1929. “Forse riesco a incontrarla lì. Ma sarà deluso di me, sono taciturno, goffo, e ho un aspetto sgradevole”. Entrambi ebrei, erano accomunati da un umore nomade della vita, e da un destino di esilio e disperazione storica. Nelle lettere che aprono questa raccolta, Roth accenna di essere di ritorno da un viaggio nell’italia fascista, ma niente perle inedite – nei suoi reportage per la Frankfurter Zeitung irriderà i ritratti di Mussolini in “posa cesarea” e affosserà il nazionalismo italiano “privo di senso del ridicolo”, trattandolo come fenomeno estetico esclusivamente comico.
Ciò che colpisce già dalle prime pagine è la quantità di indirizzi che Roth fornisce a Zweig, allegandoli in calce a ogni lettera. Otto nel solo semestre tra luglio 1928 e gennaio 1929. E il ritmo non cambierà: Vienna (presso signor E.P.), Leopoli (presso signora H. von S.), Francoforte sul Meno (hotel), Marsiglia (hotel, il Beauveau, da cui scrive: “Domani parto per Vienna, poi sarò a Varsavia, poi a Berlino per consegnare il mio romanzo, quindi una settimana a Parigi, all’hotel Foyot. Dopo, non so cosa farò”).
Il Foyot è stato demolito nel 1938, il Beauveau esiste ancora oggi. Ed è proprio dell’albergo marsigliese che Zweig canta le lodi in stile riconoscibilissimo, il suo. “Caro Roth”, sospira, “devo ringraziarla per la Sua bella lettera proprio dall’hotel Bouveau, uno dei miei hotel preferiti, dove una volta ho lavorato per due settimane in una stanza al quarto piano con ottimi risultati.
Dietro i vetri della sua finestra vedo il vieux port, con la linea dei carroponti di ferro, e sento lo strepito dei camion all’alba sul lastrico dissestato”.
Spesso Zweig certifica il proprio anti-narcisismo: “Sono l’unico tra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un freno al proprio successo”, poi dichiara di sognare il Caucaso e l’india (“ma mi attira, più di tutto, la Persia”). E Roth: “Passati i diciott’anni non ho più abitato in una casa. Al massimo ospite di amici. Tutto ciò che possiedo sono tre valigie. Lavoro sotto l’assillo di un’unica necessità: quella materiale”. Poi la brutta notizia: “Trasformeranno il nostro amato albergo marsigliese in un hotel de luxe, non avrò più alcuna possibilità di tornarci”. Zweig lo riporta spesso alla ragionevolezza: “Lei percepisce troppo dolorosamente la sterilità dei momenti in cui interrompe il suo lavoro creativo.” Ma ammette: “Quasi mi vergogno di lei, di questa mia vita che scorre liscia”. E Roth: “Non voglio renderla triste, ma io lo sono sempre”.
Peccato solo che, in questo epistolario, di Zweig si possano leggere poche lettere, sebbene il suo ritmo di scrittura, a giudicare da quel che ne dice Roth, non fosse meno intenso. “La ringrazio di aver letto Giobbe. Ritengo superfluo averlo scritto. Non ho più alcun legame con questo libro. Ne sono stanco, come sono stanco di tutto”. Spesso, nel carteggio, compaiono reciproche, informali recensioni: Roth non sopportava i verbi sostantivati e alcuni costrutti del più tollerante Zweig. A volte si sconsigliavano editori, apostrofandoli senza mezzi termini. Frequenti le dichiarazioni d’amore: “Dio sa quanto ho bisogno di saperla vicino”, scriveva Roth. “La mia stanchezza saluta la sua”, rispondeva Zweig.
Ben presto, missiva dopo missiva, prendono corpo le ombre che inghiottiranno entrambi. “L’europa si sta suicidando”, sentenzia Roth, “è il diavolo a governare il mondo”. E Zweig, siamo nel 1934: “Credo che la guerra sia prossima. Mi aggrappo a quest’ultimo brandello di libertà. Ogni mattina ringrazio Dio di essere in Inghilterra”.

Mariano Croce
Fragili di fronte alla catastrofe: cosa cìè nelle lettere di Zweig e Roth

Domani, 6 febbraio 2026

«Da quando Hitler è andato al potere, i giornali austriaci mi trattano come non esistessi. E anche nelle redazioni non ho più amici»,  scrive a Stefan Zweig un querimonioso Joseph Roth, frastornato dalla natura metamorfica di un intero apparato culturale che andava allineandosi al cannibalismo ideologico della Germania nazista. Era il settembre 1934: il cancelliere Kurt Schuschnigg era succeduto a Engelbert Dollfuss, assassinato pochi mesi prima proprio perché aveva provato a frenare le mire espansionistiche di Hitler costruendosi una dittatura tutta sua, repressiva e monopartitica. D’altro canto, la strategia mimetica dell’Austria era destinata a un repentino fallimento, perché di lì a poco Hitler avrebbe provveduto a una ben più efficace normalizzazione a mezzo Anschluss.

Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile, lo scambio tra Roth e Zweig, Ombre folliLettere 1927-1938, pubblicato da Adelphi, prefato e tradotto da Ada Vigliani e impreziosito da un rimarchevole apparato critico. Il lettore non creda però di imbattersi nelle intuizioni folgoranti di due acuti osservatori dinanzi a una civiltà prossima al disastro. Piuttosto, il libro restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.

Riflesso di confusione

Nella confusione morale e politica di un’Europa impietrita dal basilisco fascista, Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca, e anzi ne riflettono tutte le note distintive. Intriso di una nostalgia quasi infantile, Roth era l’incarnazione dell’inquietudine, proclive all’isteria, preda della dipendenza alcolica, sempre in debito di denaro e puntuale solo nell’autocommiserazione. Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile, sapeva essere ben più sobrio e composto nelle forme, ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri” gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro, colma di virtù e dignità.

Un dramma vissuto diversamente

Il dramma psicologico raccolto nell’epistolario mostra quanto fosse difficile per questi due ebrei austriaci, profondamente radicati nella cultura germanofona, abbandonare il sogno di una completa ibridazione tra l’ebraismo cosmopolita e il mondo tedesco.

In questo pianto a due, però, quel che più spicca è la diversità nella risposta emotiva. Già da tempo Roth aveva intuito la magnitudine del dramma. La leggeva inscritta nella precarietà economica, nel forzato esilio di troppi, nella disaffezione dei lettori, mentre la violenza colonizzava il linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri. Zweig ne censurava le «fantasie pessimiste» e gli consigliava di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».

Ma di questa sua cecità iniziale, che più tardi avrebbe aspramente rimproverato a sé stesso, Zweig sembra consapevole pur senza averne coscienza, quasi fosse una tacita scelta. Questa incosciente consapevolezza traluce in forma obliqua, come in una confessione in terza persona, quando in una lettera del gennaio 1929 scrive: «La vera vita è la doppia vita. Solo da una prospettiva anonima si vede il mondo come veramente è».

Egli si lamentava qui degli oneri del successo, ma la verità che gli sfuggiva quando viveva la propria esistenza in prima persona era un’altra e ben più profonda: sapeva di essersi pienamente identificato con l’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici, che gli impediva di riconoscere il fallimento – suo e di un intero orizzonte culturale. Già dal maggio del 1933 – solo due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri – Roth gli rimproverava un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…) Dall’alto della Sua noblesse Lei non è in grado di comprendere gli istinti di un portinaio. Perciò non ha mai visto i prussiani come li vedo io. Io li ho conosciuti in battaglia».

Diagnosi del presente

È per questa vena anti-profetica e spoglia di ogni titanismo che Ombre folli si fa diagnosi del presente. Questi due sommi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera genia di intellettuali presi alla sprovvista, alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una studiata ottusità. E se certo è complicato vaticinare la propria fine, persino quando di essa v’è certezza, nella piega neo-weimariana dei nostri giorni occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e ammettere il dato originario dell’irredimibile demenza umana.

Occorre dunque oggi cercare di apprendere dai propri morbi passati, quelli che un secolo fa furono capaci di sterminio, e riconoscere che, di nuovo, come allora concludeva Roth, «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva». Quando arriverà la fine, potremo almeno bearci dell’onesta convinzione che, ben più lucidi di Zweig, sapevamo già tutto.

giovedì 5 febbraio 2026

Mahler e la musica del Novecento

Pierachille Dolfini
Kent Nagano: "Mahler, maestro di speranza universale"

Avvenire, 5 febbraio 2026

 Il racconto quotidiano, da tanto, troppo tempo, è quello di un mondo attraversato dalla guerra. Ma è anche il racconto di un uomo Der Mensch, che si sente impotente, che si sente liegt in größter Not! liegt in größter Pein!, si sente «nella più grande miseria, nella più grande pena». Parole del Des Knaben Wunderhorn, "Il corno magico del fanciullo" che Gustav Mahler mette in musica nei suoi lieder, nelle sue sinfonie. Nella Seconda in do minore Aufertehung, la Resurrezione. Perché, si dice certo il compositore, a parole e in musica, Aufersteh’n, ja aufersteh’n wirst du, mein Staub, «risorgerai, sì risorgerai mia polvere». Pagina profondissima che stasera è sul leggio della Filarmonica Arturo Toscanini. La dirige, all’Auditorium Paganini di Parma, Kent Nagano, legato all’orchestra emiliana dal titolo di principal artistic partner Secondo appuntamento sul podio del cartellone sinfonico per il direttore d’orchestra californiano, classe 1951, famiglia di origine giapponese, che sabato porterà la Resurrezione nel Duomo di Modena. Soprano Jane Archibald, mezzosoprano Christina Bock, il coro è quello del Teatro Regio di Parma. «Con la Toscanini stiamo intraprendendo un percorso per ampliare gradualmente e con attenzione il repertorio» racconta Nagano di casa, tra opera e sinfonica, nei più importanti teatri del mondo. «Torno a Parma – dice il direttore – con grande entusiasmo per un nuovo dialogo musicale con l’orchestra, ma anche con la città».

Perché, maestro Nagano, mettere una partitura come la Seconda sinfonia di Mahler sul leggio?
«La Resurrezione, così come tutta la musica di Gustav Mahler, propone all’ascoltatore temi di rilevanza universale. Questo confronto con la sua Seconda sinfonia è poi un’occasione per esplorare e applicare le più recenti ricerche sulla prassi esecutiva storicamente informata».
Oltre al valore musicale, questa sinfonia riesce a trasmettere speranza al nostro oggi attraversato da guerre e conflitti?
«È convinzione universale che la musica è una forma di comunicazione capace di muovere le persone in modi che le parole non sono in grado di fare. Inoltre la musica è una compagna di vita, vera e fedele nei momenti migliori come in quelli peggiori. Ha la capacità di attraversare il tempo e le frontiere».
Di recente ha concluso la sua direzione musicale ad Amburgo, culminata nel monumentale Saint Francois di Olivier Messiaen alla Elbphilharmonie. Che anni sono stati quelli alla guida musicale della città tedesca?
«È stata un’esperienza fondamentale della mia vita e ha portato a un legame molto stretto con la società civile e con l’orchestra. Per questo motivo la Filarmonica di Amburgo ha chiesto che il rapporto proseguisse. E così ho accettato il titolo di direttore onorario. È un grande privilegio che mi invita a rimanere parte attiva della famiglia musicale e della cultura di Amburgo».
Molte le orchestre e i teatri di tutto il mondo nei quali ha lavorato, sempre con una grande attenzione alla musica del Novecento e alla musica contemporanea. Da dove nasce questo amore?
«Credo fermamente e resto profondamente impegnato nel restituire intatta la qualità eccezionale rappresentata dai nostri grandi capolavori, cercando di trasmettere al meglio il contenuto profondo che essi racchiudono. E parlando di queste pagine è importante ricordare che quando tutte le grandi opere sono state scritte erano musica contemporanea per il tempo, innovativa, fucina di idee creative, visionarie e talvolta rivoluzionarie. Queste opere nel tempo sono state nel momento in cui si è formato un consenso tra pubblico, interpreti e critici che hanno concordato sul fatto che alcune sinfonie, alcune opere hanno qualcosa di speciale. I capolavori che ancora oggi apprezziamo rappresentano dimensioni profonde dell’umanesimo con una verità che trascende il tempo, la moda e le tendenze, incarnando una rilevanza universale».
Quale, allora, di fronte a questi capolavori, il compito di un interprete?
«Un artista ha la responsabilità non solo di mettersi al servizio di questi grandi monumenti della musica classica, ma anche di garantire che il nostro repertorio continui ad ampliarsi. La musica classica è una tradizione viva che riflette un umanesimo vivo. Senza questa vitalità la musica classica come la conosciamo cesserebbe di esistere e diventerebbe un oggetto da museo. Per questo trovo doveroso impegnarmi nel dialogo con i compositori contemporanei e con quelli della generazione futura. Quando capiamo di essere di fronte ad un’opera di qualità davvero eccezionale è nostra responsabilità condividerla con il pubblico. Solo così il nostro repertorio rimarrà il riflesso di una cultura vivente e non di una cultura estinta. Naturalmente va aggiunto che è una responsabilità altrettanto importante quella di condividere con il pubblico solo quelle rare opere che possiedono una qualità eccezionale. Agire diversamente significherebbe mancare di rispetto alla nostra società».
Oggi qual è la situazione della musica contemporanea? C’è ancora spazio per nuove partiture e nuovi lavori?
«Dopo aver incontrato negli ultimi anni diversi giovani compositori e interpreti della nuova generazione di straordinario talento avverto un senso di entusiasmo e di ottimismo per il futuro. Per questo ne sono profondamente grato. L’alternativa, la mancanza di talenti, comporterebbe il rischio che la nostra grande tradizione musicale classica possa affrontare una crisi esistenziale. Ma non è un pericolo che corriamo».
E da dove nasce la sua passione per la musica?
«A dire il vero non lo so, perché questa passione sembra esserci sempre stata nella mia vita, da quando ho ricordi la musica è sempre stata presente. È però interessante notare che nel tempo, attraverso l’educazione, la disciplina, la ricerca continua e l’esperienza, questa passione è stata nutrita e progressivamente approfondita. Arrivando sino ad oggi».

L' abuso di Tolkien

 

Paolo Pecere
Che significa "riappropriarsi" di uno scrittore come Tolkien?

Domani, 4 febbraio 2026

Ogni volta che in Italia si riapre il dibattito sull’appropriazione politica di J.R.R: Tolkien, chi ha letto e amato i libri dello scrittore inglese si ritrova spaesato. Così mi è successo quando Elly Schlein ha affermato, durante un comizio a Milano, «dobbiamo riprenderci Tolkien». Per capire quale sia la posta in gioco, chi non conosce la vicenda deve ripercorrere la storia di questa anomalia italiana. Chi la conosce già troverà che qualcosa nel tempo è cambiato.

Il gran rifiuto

Tutto comincia negli anni Settanta, quando la destra neofascista italiana individua in Tolkien un autore di riferimento per il proprio immaginario. La trilogia del Signore degli anelli è stata da poco pubblicata in Italia, dopo un antefatto decisivo. La casa editrice Mondadori, inizialmente interessata, ha deciso di abbandonare l’impresa dopo i giudizi severi dei suoi consulenti, come Elio Vittorini e Vittorio Sereni, che accusano il romanzo di “rimasticare” tradizioni mitologiche e mancare d’attualità.

L’incomprensione e la resistenza verso il fantastico risulteranno a lungo dominanti tra gli intellettuali di sinistra. Il libro esce prima per Astrolabio, che pubblica il solo primo volume, poi per Rusconi. Manca la Prefazione originale, in cui Tolkien respingeva qualsiasi interpretazione allegorica del suo romanzo, sostituita da un testo di Elémire Zolla che invece sostiene un’interpretazione allegorica e alchemica completamente estranea all’orizzonte tolkieniano. È solo il primo di una lunga serie di abusi ermeneutici.

Sul piano politico, nel 1977 si tiene il primo dei Campi Hobbit, in risposta alle feste organizzate dall’estrema sinistra come quella del Parco Lambro. Lo organizzano dirigenti del Fronte della Gioventù. Già da qualche anno figure tolkieniane appaiono sovrapposte a contenuti neofascisti, come nel nome del gruppo La Compagnia dell’Anello – che in precedenza aveva composto canzoni come Storia di una SS – o nella rivista dell’Msi, “Eowyn”, che porta il nome di un’eroina del romanzo, dedicata alle donne della nuova destra, combattenti contro la società attuale.

Il rapporto tra i personaggi tolkieniani e questi fenomeni culturali è puramente superficiale, e in ciò ricorda le più raffinati distorsioni degli intellettuali: elementi come la spada e il re, che Tolkien, studioso di lingue anglosassoni e germaniche, traeva dagli amati testi medievali per costruire il suo mondo immaginario, sono assimilati a simboli marziali ispirati dal culto del Duce. I versi che lo scrittore metteva in bocca ai suoi personaggi, come «le radici profonde non gelano», diventano slogan per evocare una tradizione latente che non si spegne: come la fiamma nel simbolo del MSI che sostituiva l’ormai inservibile fascio littorio.

Lo stesso Tolkien era una sorta di figura sostitutiva di autori impresentabili o di nicchia, perfino all’interno della destra, come Julius Evola. Così Gianfranco De Turris, studioso e seguace del fascismo esoterico e aristocratico di Evola, esposto in opere come Rivolta contro il Mondo Moderno, divenne editore di letteratura fantasy, sostenendo che in Tolkien il regno del male, Mordor, fosse “simbolo evidente della Modernità”. Lo stesso De Turris raccontò poi quanto aiutasse questo travestimento della heroic fantasy in quella fase di isolamento: «Il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante».

Hobbit e mistificazione

Che il Tolkien della destra non avesse nulla a che vedere con quello reale, letto e studiato in tutto il mondo, non ha impedito ai suoi ammiratori di continuare la sistematica e farsesca appropriazione che arriva fino a oggi: così Arianna Meloni, alla direzione di FdI del febbraio 2025, ha dichiarato che «Giorgia è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell'anello».

C’è però una differenza profonda tra il Tolkien dei Campi Hobbit e quello della destra di oggi: gli hobbit, piccole creature pacifiche e indifferenti al potere, che divengono loro malgrado eroi e salvatori del mondo, servivano prima a fantasticare il superamento della latenza culturale e della marginalità politica. Oggi che la destra il potere lo amministra da molto tempo, quel richiamo agli hobbit è doppiamente sballato. E questa destra, inebriata dal potere, cerca di estendere la mistificazione ad autori come Pasolini, e perfino Gramsci. La mossa di Schlein sembra una reazione a questa offensiva. Ma in che senso si può ancora parlare di “riappropriazione” senza ripetere il gioco degli abusi?

Sul piano letterario, si trattò certo di grottesca mistificazione. Tolkien era uno scrittore cristiano e conservatore, che nell’invenzione della Terra di Mezzo proiettò il suo amore per le lingue germaniche e la nostalgia estetica per un mondo preindustriale, dove i valori etici supremi non erano espressi dalle figure del potere e della tecnologia (come nel fascismo), ma nell’idillio pacifico dei canti e nella vita millenaria degli alberi.

I suoi personaggi più complessi sono quelli che risultano corrotti dalla tentazione del potere, come Gollum, o immuni ad essa, come gli uomini-albero. Peraltro, nelle sue lettere ricorrono il trauma della Grande Guerra, dove aveva perso i suoi più cari amici, e il disprezzo per i nazisti. Insomma, Tolkien appare lontanissimo dalla cultura della destra neofascista.

Che quest’ultima possa averlo stravolto senza grossi ostacoli è dipeso dall’incomprensione della sinistra italiana rispetto al fantastico, che troppo tardi è stata riconsiderata e infine superata, come mostrano la conoscenza e l’apprezzamento per Tolkien e la fantasy di scrittrici e scrittori contemporanei come Wu Ming 4, Loredana Lipperini, Michela Murgia, Chiara Valerio, Vanni Santoni.

Il problema della riappropriazione

Sul lato politico, la questione è più complessa ed è stata meno meditata. Non si possono negare l’abilità e l’efficacia con cui la “macchina mitologica” postfascista – come l’avrebbe chiamata Furio Jesi – ha assimilato Tolkien. Soprattutto se si considera che, in Inghilterra, Il signore degli anelli era la “Bibbia degli hippie” (come si ammetteva sulla fascetta della prima ristampa Rusconi). I modelli per la costruzione di un mito politico, del resto non mancavano.

L’importanza politica dei miti per l’educazione e la creazione del consenso è un tema antico, già centrale in Platone, che fu ripreso e molto dibattuto nell’Ottocento. Mussolini ammirava la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon e le Riflessioni sulla violenza di Georges Sorel, dove s’insisteva sul valore dei miti per mobilitare e plasmare le masse. L’invenzione mitologica è stata una caratteristica fondamentale del fascismo e del nazismo.

Ma l’uso dei miti da parte del fascismo destò anche l’ammirazione di diversi intellettuali comunisti e socialisti, da Ernesto de Martino a Georges Bataille, secondo cui a sinistra occorreva muoversi sul «terreno del fascismo stesso. Il terreno della mitologia». In questa prospettiva, i miti servivano alla pedagogia del popolo, per prepararne l’emancipazione.

Ma c’era un profondo problema in questo progetto di “appropriazione”. Prima che il valore delle tradizioni autentiche, nella propaganda fascista e nazista agiva l’abolizione del rapporto critico con la storia, per cui il passato è semplificato e reinventato secondo gli interessi di una élite. Questo procedimento è incompatibile con una politica democratica. Ne è l’ennesima conferma, negli Stati Uniti di oggi, il modo in cui frasi e meme derivati dall’immaginario anonimo di internet sono stati appropriati dalla nuova destra americana e hanno fatto breccia in pochi anni nell’autoritarismo antidemocratico.

Quindi, che cosa può significare oggi “riappropriarsi” di uno scrittore fantastico? Non certo impadronirsi di una creazione artistica per fabbricare altri miti. Si tratta piuttosto di liberarne l’opera dai vincoli imposti per ovvi interessi. Ripudiare il mito politico. Riconoscere al fantastico la sua propria apertura di senso.

Torino, i fatti e il giudizio

Rita Rapisardi

Andrea Fabozzi
Torino, una brava cronista e un pessimo paragone

il manifesto, 5 febbraio 2026

Anche i vigliacchi fanno a pugni, con la logica. Leggiamo di giornalisti giustamente indignati contro i manifestanti violenti che allontanano i colleghi dal corteo, perché il diritto di cronaca (e di critica, mai assente da certe cronache), è sacro.

Ma quando una giornalista fa il suo mestiere, riesce a trovarsi nel posto giusto e racconta tutto quello che vede, ecco allora che si indignano con lei. Perché quello che racconta non gli va bene, non gli piace, spettina le loro convinzioni.

Rita Rapisardi ha fatto questo. Nella tarda serata di sabato, dopo aver percorso il corteo di Torino avanti e indietro, è riuscita ad arrivare a pochi metri da dove un gruppetto a volto coperto ha violentemente percosso un agente. E ha raccontato anche il prima e il dopo. Nella sua cronaca non c’è nulla di assolutorio per i violenti, né poteva esserci, ci sono i fatti che inquadrano l’episodio e che dovrebbero essere alla base di ogni giudizio. Ma chi ha smesso di interessarsi ai fatti vede solo quello che conferma i suoi pregiudizi, risparmia la fatica di incuriosirsi per tutto il resto (le decine di video e di testimonianze dalla stessa manifestazione dove le divise inseguono manifestanti pacifici e spaccano la testa ai fotografi), è contento di cantare nel coro.

Non ce n’è uno che sia in grado di contestare il racconto fatto da Rita, ovviamente, ma sono tutti pronti a insegnarle il mestiere che secondo loro andrebbe fatto vedendo solo quello che va visto, adeguando il racconto alle opinioni. Sono in fondo vigliacchi né più né meno degli odiatori anonimi (ce ne sono anche di firmati e saranno querelati, a cominciare da chi si dichiara delle forze armate) che in queste ore minacciano Rita sui social.

E a proposito di lezioni, ci tocca rispondere anche a chi se la prende con il manifesto perché in solitudine si ostina a guardare a tutte le violenze. E prova a raccontare quello che c’è attorno ai fatti di Torino, il prima e il dopo, senza fermarsi alla condanna e non dimenticando che i militanti di Askatasuna sono stati appena assolti in tribunale dalla stessa accusa associativa che il ministro degli interni ripete come se fosse provata. E che il centro sociale aveva avviato con il comune un percorso del tutto alternativo alla repressione, quando uno sgombero, fatto con modalità apertamente di sfida, ha azzerato il confronto e riportato tutto allo scontro.

Pensandosi originale, Maurizio Crippa sul Foglio cita Rossana Rossanda e il suo famoso articolo passato alla storia con il titolo L’album di famiglia (si chiamava in realtà Il discorso sulla Dc), o forse citava Maria Elena Boschi che il giorno prima aveva fatto la stessa citazione alla Camera, per rovesciarcelo contro e dirci in sostanza che dovremmo anche noi, eredi di quella storia, trovare il coraggio di riconoscere come nostri compagni i terroristi di Askatasuna.

Abbiamo due cose da dire al Foglio. La prima è che capiamo perfettamente quanto a loro come a tutte le destre venga comodo associare chi si oppone all’idea che ha questo governo di ordine pubblico, di repressione del dissenso e di censura delle libertà di manifestazione alla pura e semplice eversione, o al concorso esterno in manifestazione eversiva secondo il teorema Piantedosi. Quindi non faremo la fatica di ripetere a loro uso e consumo la condanna dei violenti. Quando li abbiamo condannati – subito – lo abbiamo fatto non solo perché siamo persone miti ma anche perché ci pare che quei violenti recitino nello spartito che ha preparato per loro il governo.

Il governo che fa crescere le disuguaglianze, sposta ricchezza sui ricchi e povertà sui poveri, moltiplica le ingiustizie e poi risponde al disagio e alla rabbia che tutto questo provoca con forza pubblica e leggi repressive. La seconda è che il paragone che il Foglio propone con il 1978 è del tutto sbagliato. Oggi noi non abbiamo parentele da riconoscere con dei terroristi reali, ma ci sono al contrario terroristi immaginari che abitano gli incubi (o i sogni) di chi è al potere o ha il suo piccolo spazio nell’album delle figurine del potere. E c’è dall’altra parte un movimento dal quale non ci sentiamo distanti neanche quando dobbiamo criticare e condannare episodi.

Dunque, ringraziando per gli attestati di raffinatezza ed eleganza tributati al manifesto e cercando di esserne all’altezza, diremo a Crippa che di quell’articolo di Rossanda e di quello che accade oggi non ha capito un cavolo.