venerdì 8 maggio 2026

Sulle tracce dei mito



Stefano Ciavatta
Norman Mailer: uno sguardo adulto su Alì e Marilyn
Minima et Moralia, 18 settembre 2012

 C’è stato un tempo, a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, in cui scrittori e giornalisti si confrontavano senza timore reverenziale con le icone della cultura occidentale, ritrovandosi, spesso su commissione, a raccontare i personaggi in presa diretta e non per amarcord nostalgici o ritratti già pacificati dai successi e dalla distanza della fama ormai acquisita. Accadeva così di seguire tutta la preparazione del ritorno di Muhammad Alì alla corona dei pesi massimi quando l’incontro del 1974 con Foreman nello Zaire di Mobutu era visto come un match azzardato e non ancora come l’impresa immortalata nel documentario premio Oscar “Quando eravamo re” (1996) di Leon Gast. Oppure si poteva partire da una prefazione a un volume di foto (Avedon, Beaton, Davidson, Stern) su Marilyn Monroe e ritrovarsi a scrivere la biografia romanzata della donna “che rappresenta la relazione amorosa di ogni d’uomo con l’America”, un’opera così dettagliata da diventare pericolosa, tanto che l’Fbi tentò di bloccare il libro in uscita perché l’autore (spiato da Hoover dal 1962) “sosteneva che elementi dell’Fbi e della Cia avevano forti ragioni di uccidere la Monroe per mettere in imbarazzo i Kennedy”.

A firmare “La sfida” (Einaudi stile libero, pp. 260, euro 14) e “Marilyn” (Dalai editore, pp. 310, euro 18,50) è lo scrittore americano Norman Mailer. Entrambi i libri erano stati tradotti subito da Mondadori, ma “Marilyn” (1974) era fuori catalogo dal 1982, e “La sfida” (1975) era stato riproposto solo nel 2000. Nonostante l’impegno di Einaudi, Dalai e Taschen che ne stanno riproponendo i testi (manca ancora “Il canto del boia”), Mailer è un autore che oggi fatica a trovare lettori. Finora non c’è stato ricambio di pubblico per questo scrittore civile e virile, iconoclasta e spregiudicato.

Eppure questi sono testi molto importanti, un corpo a corpo con la realtà laddove il romanzo aveva perso di forza, è puro new journalism arricchito dalla presenza forte, adulta di Mailer. Siamo oltre il dietro le quinte folkloristico, o l’aneddoto da intervista nei camerini, non c’è nessun intellettuale a disagio con il mondo. Correre all’alba con Alì vuol dire per Mailer entrare dentro un rito fatto di concentrazione e paura. Lo charme di Alì – “l’unico boxeur della storia cui la gente faceva domande come se fosse un senatore” – i suoi show, fanno i conti con la dura disciplina degli allenamenti, forse gli ultimi della sua carriera. Prima del ring i corpi fanno di tutto per rimanere intatti. Anche Foreman ha il suo rito: nessuno lo può toccare, ha le mani sempre in tasca per non rompere il cerchio magico. Tutto il contrario della “Marilyn” di Mailer, lontana dalla calligrafia dello scialbo film di Simon Curtis. Qui l’autore americano restituisce la fame dell’arrampicatrice sociale e della dominatrice che ha spaccato cuori e rovinato molti uomini. Quello di Mailer è lo sguardo di chi conosceva il sesso di Marilyn e la sua esplicita disponibilità: “Sembrava un nuovo amore pronto e disponibile fra le lenzuola”. Chi riuscirebbe oggi a scrivere libri del genere? Esistono ancora personaggi adatti per lo sguardo di Mailer?

Il soliloquio colpevole

Ruggiero Corcella
"Parlare da soli è un modo per gestire ansia e stress"

Corriere della Sera, 8 maggio 2026

L’audio attribuito ad Andrea Sempio è stato interpretato dagli investigatori come un elemento potenzialmente significativo. Ma che cosa accade davvero nella mente di una persona quando verbalizza pensieri, ricordi o ipotesi senza interlocutori? E soprattutto: un soliloquio può essere considerato una confessione? Lo abbiamo chiesto a Giancarlo Cerveri, psichiatra e vicepresidente della Società italiana di psichiatria.

Parlare da soli in auto o in un luogo percepito come «sicuro» è davvero così comune?

«Il dialogo interiore o “inner speech” è una specie di voce interiore che abbiamo nella nostra testa, un’esperienza soggettiva di verbalizzazione silenziosa dei pensieri che spesso ci serve come dialogo con noi stessi. Non è un’allucinazione. Si ha la percezione che il contenuto provenga dal nostro cervello, in alcuni casi viene percepito solo come pensiero, in altri viene percepito con la qualità della voce. È conosciuto come una sorta di “pensiero in parole” che funziona per la pianificazione, per la regolazione e la memoria. Un’esperienza che, secondo diverse ricerche, coinvolge con una certa frequenza circa un terzo della popolazione. Non è però un’esperienza uguale per tutti. Per molti è frequente, per altri è sconosciuto. Per qualcuno, sotto stress, diventa molto più intenso fino a costruirsi in forma dialogica».
Che differenza c'è, da un punto di vista psichiatrico, tra un "dialogo interiore esternalizzato" e un vero cedimento psicologico emoyivo?

«Il dialogo interiore non è un disturbo psichiatrico, non è un fenomeno allucinatorio in cui il soggetto perde di vista la capacità di comprendere cosa sta accadendo nella sua esistenza non rendendosi più capace di distinguere la realtà dai propri pensieri. Pur avendo un comportamento che i più giudicherebbero folle, viene mantenuta una adeguata adesione al principio di realtà. Alla valutazione psichiatrica appare molto semplice distinguere il fenomeno del dialogo interiore da fenomeni allucinatori in cui il soggetto risponde a stimoli uditivi percepiti come reali ma inesistenti, espressione di condizioni psichiatriche più complesse spesso gravi forme patologiche».

Quando un individuo coinvolto in un’indagine parla da solo di un delitto o di dettagli collegati al caso, quel comportamento può essere interpretato automaticamente come una confessione?

«Assolutamente no, il dialogo interiore è frutto di un tentativo di gestire la tensione, l’ansia, in un pensiero libero nel suo fluire che non necessariamente mantiene le caratteristiche di aderenza ai fatti realmente accaduti. Molto spesso si sovrappongono ricordi, fantasie, ipotesi, sensi di colpa e paure irrazionali. È un momento di rilettura di tutti i contenuti del nostro pensiero nel tentativo di ricostruire un ordine».

Fallimento epico

Nathalie Tocci
Da Hormuz libero al regime change: è il fallimento epocale di Trump

La Stampa, 8 maggio 2026 

Doveva essere una “Furia Epica” quella che il presidente Usa avrebbe scagliato contro la Repubblica islamica dell’Iran. Dopo aver già «annientato» il programma nucleare iraniano nella guerra del giugno 2025, Washington lo avrebbe distrutto di nuovo. Ma non solo: avrebbe eliminato le capacità missilistiche iraniane, obbligato Teheran a rinunciare alle milizie filo-iraniane sparse per il Medio Oriente e, soprattutto, avrebbe rovesciato il regime. Indebolito dall’ultima ondata di proteste a gennaio, a quest’ultimo sarebbe bastata un’ultima spallata da parte di Israele e Stati Uniti, e il gioco era fatto.

Invece è stato un “Fallimento Epico”. Non c’è ancora completa chiarezza sul piano in 14 punti presentato da Washington ai mediatori pakistani: circolano diverse versioni e la confusione potrebbe far deragliare ancora una volta la trattativa. A far saltare il negoziato potrebbero essere le dichiarazioni roboanti e spesso campate in aria di Trump, una sua ennesima virata a favore di una nuova guerra, oppure l’intransigenza di un regime iraniano indurito e radicalizzato. Ma qualora dovesse essere raggiunto un accordo che ricalchi a grandi linee la proposta statunitense in circolazione in queste ore, è difficile non vedere la debacle strategica degli Stati Uniti.

Fallimento perché l’unico vero accordo immediato riguarderebbe la riapertura dello Stretto di Hormuz. Ed è bene ricordare che questo era l’unico problema a non esistere prima della guerra, quando lo Stretto era serenamente aperto. Con questo conflitto l’Iran ha dimostrato di poter controllare Hormuz, ed è ora impossibile riavvolgere il nastro. Se Teheran lo ha chiuso una volta, può farlo di nuovo: la leva strategica regalata dagli Stati Uniti e da Israele all’Iran non può essere facilmente eliminata. Lo Stretto può certamente riaprire ma solo attraverso un compromesso con il regime – che prevede probabilmente la fine del blocco navale Usa, lo scongelamento di asset iraniani detenuti all’estero e la sospensione di alcune sanzioni. Rimane inoltre da capire se verrà formalizzato un qualche sistema di pedaggio a vantaggio di Teheran.

Poi c’è il file nucleare. Laddove l’accordo prevedesse la sospensione totale dell’arricchimento dell’uranio per un certo numero di anni – gli iraniani premono per 5, Washington per 20 – questo sarebbe un miglioramento rispetto all’accordo del 2015, che consentiva all’Iran la capacità limitata di arricchire l’uranio al 3,67% per un periodo di 15 anni. Così come quel testo prevedeva una durata limitata, anche questo avrebbe un arco temporale circoscritto, riconoscendo implicitamente all’Iran il diritto all’arricchimento. Cosa più importante, mentre il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) firmato da Obama conteneva un meccanismo iper-dettagliato e intrusivo di verifica internazionale, la bozza attuale lascia tutto questo ancora da studiare e concordare. Così come rimane da chiarire la sorte dei 440 chili di uranio arricchito oltre il 60%, soglia per la quale non c’è alcuna applicazione civile. In sintesi, le premesse di un eventuale accordo non sarebbero sostanzialmente diverse – né migliori – rispetto a quelle del Jcpoa, vituperato da Trump e poi violato dalla sua prima amministrazione nel 2018, soprattutto alla luce dei costi finanziari, politici e di sicurezza che il ritiro americano dal Jcpoa ha comportato negli anni seguenti – questa guerra, del resto, ne è a tutti gli effetti una conseguenza.

Di missili, nel frattempo, non si fa cenno. Eppure la guerra non ha distrutto tutte le capacità missilistiche iraniane, per non parlare dei droni: l’ultimo attacco a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti, ne è l’amara testimonianza. L’accordo non tratta nemmeno le milizie pro-iraniane nella regione. Hamas, nonostante una guerra genocida di Israele, rimane in controllo di quel che resta di Gaza; Hezbollah, pur indebolita, è in piedi e in grado di contrattaccare Israele dal Sud del Libano; gli Houthi in Yemen continuano a rappresentare un asso nella manica di Teheran, con la possibile chiusura dello Stretto di Bab al-Mandeb fra Golfo di Aden e Mar Rosso sempre pronta come potenziale leva di escalation.

Infine, il regime iraniano non solo rimane in piedi, ma è – come era prevedibile – una versione più militarizzata e incattivita di se stessa. Da metà marzo a oggi ben 28 cittadini sono stati giustiziati in applicazione di una nuova legge, ratificata alla fine dell’anno scorso, che inasprisce le pene per crimini di spionaggio allargando le maglie per la pena di morte. Più che una spallata alla Repubblica islamica, la guerra rischia di aver delegittimato i suoi oppositori – ora associati a un’aggressione straniera – dando paradossalmente sostegno insperato a un regime che, per la prima volta, aveva davvero iniziato a scricchiolare.

Tutto questo sullo sfondo di una guerra che, anziché rafforzare la posizione americana nella competizione con la Cina, ha ottenuto il contrario: Pechino diventa interlocutore sempre più privilegiato nel Golfo e in Iran, e cavalca la catastrofe nei mercati energetici per consolidare la sua leadership nelle tecnologie verdi. Un fallimento epico – o forse, dati i deliri messianici di Trump, diremmo di proporzioni bibliche.

L' impotenza performativa

Francesco Strazzari
La sconfitta travestita da vittoria e dividendi del caos

il manifesto, 8 maggio 2026

«Erano ormai a due settimane dall’uccidervi». Così Donald Trump parlando degli iraniani ai bambini di una scuola americana. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. La terza guerra del Golfo sta evidenziando tutto il limite storico della forza americana, la soglia oltre la quale la capacità di interrompere il mondo non si traduce in capacità di ordinarlo.

Washington può ancora bloccare, annunciare, colpire. Ma ogni maggior dimostrazione di forza produce sempre meno controllo reale. Stiamo assistendo al passaggio dall’egemonia all’impotenza performativa, con Marco Rubio che parte per Roma consegnando Epic Fury al passato.

L’operazione Project Freedom è già un simbolo: quindicimila militari annunciati per garantire il transito, nessun coordinamento con gli armatori, risultati penosi. La stessa sequenza si è ripetuta cinque volte in venti giorni: annuncio di accordo imminente, nessun accordo, nuovo annuncio. Nel frattempo, i satelliti mostrano danni ingenti sulle basi statunitensi in Medio oriente.

Insomma, rassicurare i mercati, guadagnare tempo, imporre il racconto. Ma ogni annuncio smentito dalla realtà consuma credibilità, e un impero finanziario vive soprattutto di questa. Il conflitto riguarda ormai la gestione simbolica dell’uscita, la forma della resa, il racconto domestico della vittoria. Il più forte si rivela anche strutturalmente più rigido: gli Usa non possono permettersi di apparire una potenza che arretra, mentre l’Iran può giocare sulla flessibilità, sui tempi, sull’ambiguità. Più la crisi si allunga, più questa asimmetria conta.

La Cina è sempre più il centro silenzioso della partita, grazie a una strategia che consiste precisamente nel non doversi mostrare. Pechino copre Teheran all’Onu, le fornisce intelligence, dichiara illegali le sanzioni Usa, rifiutando di riconoscerne la giurisdizione extraterritoriale. I contatti tra il titolare degli esteri Wang Yi e l’omologo iraniano Aragachi definiscono i margini operativi, calibrano le garanzie, stabiliscono fin dove può spingersi la pressione. Nessuna solidarietà ideologica da Pechino: il nudo interesse strategico nel mantenere il rivale americano in una postura abbastanza logorante da eroderne risorse e credibilità, senza che la situazione degeneri in un conflitto totale che destabilizzerebbe i mercati energetici da cui Pechino dipende. Nel mentre, gli analisti del partito Comunista e della People’s Bank of China studiano pazientemente l’architettura finanziaria americana: tutto viene mappato, modellato, archiviato.

Washington sequestra wallet, colpisce exchange, deanonimizza transazioni in criptovalute. Il segnale è doppio: a Teheran dice che le vie di fuga finanziaria sono permeabili; a Pechino dice che il progetto dello yuan digitale si scontra con la capacità di monitorare i flussi globali. Ma ogni intervento rivela al contempo il proprio limite: tradisce un sistema che ha bisogno di controllare sempre più spazio per ottenere risultati sempre più circoscritti. È in fondo la stessa logica di Hormuz: superiorità tattica, erosione strategica.

Già dal 2024 il costo degli interessi sul debito pubblico Usa ha superato la spesa militare. Il deficit strutturale non è correggibile senza trasferimenti di risorse che il sistema politico americano non è in grado di autorizzare democraticamente. La soluzione adottata è una sorta di finanziarizzazione coercitiva del mondo: i dazi come strumento di trasferimento al Tesoro, il dollaro come infrastruttura di estrazione globale, i mercati finanziari americani come destinazione obbligata del risparmio mondiale. La Cina ha costruito la propria ascesa su fondamenta produttive reali: manifattura, infrastrutture, catene del valore. Gli Stati uniti producono debito e sicurezza. Quando la sicurezza si dimostra non garantita, la rendita crolla.

Il fertilizzante russo completa il disegno: la guerra nel Golfo destabilizza i mercati, i competitor russi ne beneficiano, i dazi di Trump colpiscono chi competeva con Mosca sui fertilizzanti. L’agricoltore americano compra fertilizzanti russi a prezzi crescenti, e il Cremlino incassa.

La guerra in Ucraina, la guerra a Gaza e in Libano, la guerra del Golfo non sono crisi parallele con occasionali interconnessioni. Esse lievitano come un unico sistema in formazione, le cui componenti si alimentano nella disputa per l’egemonia globale.

La connessione più profonda riguarda l’ordine internazionale in quanto tale. La simultaneità delle guerre produce la dimostrazione empirica che le regole dell’ordine guidato dall’Occidente non sono tali. Questa dimostrazione è il dono più prezioso che la crisi fa alla narrazione cinese e russa sull’ordine multipolare. Per il Sud globale la lezione si traduce in scelte concrete – diversificazione delle riserve valutarie, rifiuto di allinearsi nelle votazioni Onu, costruzione di reti di sicurezza parallele.

La vera domanda non riguarda chi vincerà a Hormuz, ma chi beneficia della permanenza della crisi: i mercati, che prosperano nella volatilità; le industrie della difesa; la Russia e la Cina. Oltre a Israele, che trasforma la guerra nel proprio ambiente politico permanente. Si è delineata una struttura di incentivi che premia l’escalation controllata e punisce la de-escalation reale. Ragione per cui la pace, ogni volta che si affaccia, viene sabotata da chi ha più da perdere dalla sua realizzazione.


giovedì 7 maggio 2026

Per una filosofia dell'amore


André Comte-Sponville
L'amore 

«Amare è gioire». Aristotele L'amore è l'argomento più interessante. Prima di tutto in se stesso, per la felicità che promette o sembra promettere – perfino per quella, talvolta, che minaccia o fa perdere. Quale argomento, tra amici, più piacevole, più intimo, più forte? Quale discorso, tra amanti, più segreto, più dolce, più conturbante? E cosa c'è di più appassionante, tra sé e sé, della passione? Si obietterà che ci sono altre passioni oltre a quelle amorose, altri amori oltre a quelli passionali... Questo, che è verissimo, conferma la mia tesi: l'amore è l'argomento più interessante, non solo in se stesso – per la felicità che promette o compromette – ma anche indirettamente: perché ogni interesse lo presuppone. Ti interessi particolarmente allo sport? Significa che ami lo sport. Al cinema? Significa che ami il cinema. Al denaro? Significa che ami il denaro, o ciò che esso ti permette di acquistare. Alla politica? Significa che ami la politica, o il potere, o la giustizia, o la libertà... Al tuo lavoro? Significa che lo ami, o che ami perlomeno ciò che esso ti porta o ti porterà... Alla tua felicità? Significa che ami te stesso, come tutti, e che la felicità non è altro, magari, che l'amore di ciò che si è, di ciò che si ha, di ciò che si fa... Ti interessi di filosofia? Essa porta l'amore nel suo nome (philosophia, in greco, è l'amore della saggezza) e nel suo oggetto (quale altra saggezza se non quella d'amare?). Socrate, da tutti i filosofi onorato, non ha mai aspirato ad altro. Ti interessi, ancora, al fascismo, allo stalinismo, alla morte, alla guerra? Significa che li ami, o che ami, più verosimilmente, più giustamente, ciò che resiste loro: la democrazia, i diritti dell'uomo, la pace, la fraternità, il coraggio...
Tanti amori diversi quanti i diversi interessi. Ma nessun interesse senza amore, e questo mi riporta al punto di partenza: l'amore è l'argomento più interessante, e nessun altro ha interesse se non in proporzione all'amore che vi mettiamo o vi troviamo. Bisogna dunque amare l'amore o non amare niente – bisogna amare l'amore o morire; per questo l'amore, non il suicidio, è il solo problema filosofico davvero serio. Sto pensando, come si è capito, a ciò che scriveva Albert Camus, all'inizio del Mito di Sisifo: «Non c'è che un problema filosofico davvero serio: è il suicidio. Giudicare se la vita vale o non vale la pena di essere vissuta, significa rispondere alla domanda fondamentale della filosofia». Sottoscriverei volentieri la seconda di queste frasi; ed è ciò che mi impedisce nel modo più assoluto di acconsentire alla prima. La vita vale la pena di essere vissuta? Il suicidio sopprime il problema, più che risolverlo; solo l'amore, che non lo sopprime (poiché la domanda si pone di nuovo tutte le mattine e tutte le sere), lo risolve più o meno, fintanto che siamo vivi, e ci mantiene in vita.
Che la vita valga o no la pena di essere vissuta, anzi che essa valga o no la pena e il piacere di essere vissuta, dipende per prima cosa dalla quantità d'amore di cui si è capaci. E ciò che aveva capito Spinoza: «Tutta la nostra felicità e tutta la nostra miseria non risiedono che in un solo punto: a quale sorta di oggetto siamo attaccati dall'amore?». La felicità è un amore felice, o molti; l'infelicità, un amore infelice o mancanza del tutto di amore. La psicosi depressiva o melancolica, dirà Freud, si caratterizza in primo luogo per «la perdita della capacità di amare», compresa quella di amare se stessi. Non c'è da stupirsi se essa è così spesso suicida.
È l'amore che fa vivere, poiché è esso a rendere la vita amabile. È l'amore che salva; si tratta dunque di salvare l'amore. Ma quale amore? E per quale oggetto? L'amore, infatti, è indubbiamente molteplice, come innumerevoli sono i suoi oggetti. Si può amare il denaro o il potere, ho detto, ma anche i propri amici, quell'uomo o quella donna di cui si è innamorati, i propri figli, i genitori, perfino uno sconosciuto: colui che è qui, semplicemente, ed è ciò che chiamiamo il prossimo. Si può anche amare Dio, se ci si crede. E credere in sé, se ci si ama almeno un po'. L'unicità della parola, per tanti amori diversi, è fonte di confusioni, perfino – perché il desiderio inevitabilmente vi si intromette – di illusioni. Sappiamo di cosa parliamo, quando parliamo d'amore? Non approfittiamo molto spesso dell'equivoco della parola per nascondere o abbellire degli amori equivoci, intendo dire egoistici o narcisistici, per raccontarci delle storie, per fingere di amare qualcosa di diverso da noi stessi, per mascherare – più che per correggere – i nostri errori o i nostri malvezzi?
L'amore piace a tutti. Questo, che è fin troppo comprensibile, dovrebbe indurci alla vigilanza. L'amore della verità deve accompagnare l'amore dell'amore, illuminarlo, guidarlo, a rischio di smorzarne, forse, l'entusiasmo. Che si debba amare se stessi, per esempio, è evidente: come potrebbe venirci chiesto, sennò, di amare il nostro prossimo come noi stessi? Ma che si ami spesso solo se stessi, o per se stessi, è un dato di fatto ed è un pericolo. Perché ci verrebbe chiesto, altrimenti, di amare anche il nostro prossimo? Sarebbero necessarie parole diverse per amori diversi. Non mancano certo le parole: amicizia, tenerezza, passione, affetto, attaccamento, inclinazione, simpatia, tendenza, diletto, adorazione, carità, concupiscenza... Non si ha che l'imbarazzo della scelta e questo, in effetti, è molto imbarazzante.
I Greci, forse più lucidi di noi, o più sintetici, si servivano principalmente di tre parole, per designare tre amori differenti. Sono i tre nomi greci dell'amore, e i più illuminanti, che io sappia, in tutte le lingue: eros, philía, agape. Ne ho parlato a lungo nel mio Piccolo trattato delle grandi virtù. Qui posso solo indicare brevemente qualche traccia.
Che cos'è l'eros? È la mancanza ed è la passione amorosa. È l'amore secondo Platone: «Ciò che non si ha, ciò che non si è, ciò di cui si è privi, ecco gli oggetti del desiderio e dell'amore». È l'amore che prende, che vuole possedere e tenere. Ti amo: ti voglio. E il più facile. È il più violento. Come non amare ciò che manca? Come amare ciò che non manca? È il segreto della passione (che non dura se non nella mancanza, nell'infelicità, nella frustrazione); è il segreto della religione (Dio è ciò che manca in senso assoluto). Come potrebbe un tale amore esser felice senza la fede? È necessario che esso ami ciò che non ha e quindi soffra, o che abbia ciò che non ama più (poiché non ama che ciò di cui è privo) e quindi si annoi... Sofferenza della passione, tristezza delle coppie: non c'è amore (eros) felice. Ma come si può essere felici senza amore? E come, amando, non esserlo mai? Il fatto è che Platone non ha ragione su tutto, né sempre.
Il fatto è che la mancanza non è l'essenziale dell'amore: ci capita anche, talvolta, di amare ciò che non ci manca – di amare ciò che abbiamo, ciò che facciamo, ciò che è – e di gioirne gioiosamente, sì, di gioirne e di rallegrarcene! Questo è ciò che i Greci chiamano philía, diciamo che è l'amore secondo Aristotele («Amare è gioire») e il segreto della felicità. Noi amiamo allora ciò che non ci manca, ciò di cui gioiamo, e questo ci rallegra, anzi il nostro amore è questa gioia stessa. Piacere del coito e dell'azione (l'amore che si fa), felicità delle coppie e degli amici (l'amore che si condivide): non c'è amore (philía) infelice. L'amicizia? È così che si traduce abitualmente philía, riducendone alquanto il campo o la portata. Perché questa amicizia non è esclusiva né del desiderio (che allora non è più mancanza ma potenza), né della passione (eros e philía possono mescolarsi e si mescolano spesso), né della famiglia (Aristotele designa con philía tanto l'amore tra genitori e figli quanto l'amore tra coniugi: un po' come Montaigne, più tardi, parlerà dell'amicizia maritale), né dell'intimità, così conturbante e preziosa, degli amanti... Non è più, o non è più soltanto, ciò che san Tommaso chiamava l'amore di concupiscenza (amare l'altro per il proprio bene); è l'amore di benevolenza (amare l'altro per il suo bene) e il segreto delle coppie felici. Perché si sospetta che questa benevolenza non escluda la concupiscenza: tra amanti, al contrario, essa se ne nutre e la illumina. Come non rallegrarsi del piacere che si dà o che si riceve? Come non voler bene a colui o colei che ci vuole bene? Questa benevolenza gioiosa, questa gioia benevola, che i Greci chiamavano philía, è, dicevo, l'amore secondo Aristotele: amare è gioire e volere il bene di colui che si ama. Ma è anche l'amore secondo Spinoza: «una gioia – si legge nell'Etica – che accompagna l'idea di una causa esterna». Amare è gioire di. Per questo non c'è altra gioia che d'amare; per questo non c'è altro amore, per principio, oltre quello gioioso. La mancanza? Non è l'essenza dell'amore; è un suo accidente, quando il reale ci manca, quando il lutto ci ferisce o ci strazia. Ma non ci ferirebbe se non fosse già lì la felicità, quand'anche in sogno. Il desiderio non è mancanza; l'amore non è mancanza: il desiderio è potenza (potenza di gioire, godimento in potenza), l'amore è gioia. Tutti gli amanti lo sanno, quando sono felici, e tutti gli amici. Ti amo: sono felice che tu esista.
Agape? Ancora una parola greca, ma molto tarda. Di una tale parola, né Platone, né Aristotele, né Epicuro poterono mai fare uso. A loro bastavano eros e philía: non conoscevano che la passione o l'amicizia, la sofferenza della mancanza o la gioia della condivisione. Ma si dà il caso che un piccolo ebreo, molto dopo la morte di quei tre, si sia messo a un tratto, in una lontana colonia romana, in un improbabile dialetto semitico, a dire delle cose sorprendenti: «Dio è amore... Amate il vostro prossimo... Amate i vostri nemici...». Queste frasi, senz'altro insolite in tutte le lingue, sembravano quasi intraducibili in greco. Di quale amore poteva trattarsi? Eros? Philía? Questo ci condannerebbe all'assurdo. Come potrebbe Dio mancare di qualsiasi cosa? Essere amico di chicchessia? «C'è qualcosa di ridicolo – diceva già Aristotele – nel dirsi amici di Dio». Di fatto, non si vede come la nostra esistenza, così misera, così insignificante, potrebbe accrescere l'eterna e perfetta gioia divina... E chi potrebbe ragionevolmente chiederci di innamorarci del nostro prossimo (vale a dire di tutti e di chiunque!) o di essere amici, per assurdo, dei nostri nemici? Tuttavia era necessario tradurre questo insegnamento in greco, come lo si farebbe oggi in inglese, affinché fosse compreso dalla gente... I primi discepoli di Gesù, perché è ovviamente di lui che si tratta, dovettero per questo inventare o divulgare un neologismo, coniato a partire da un verbo (agapao: amare) che non aveva un sostantivo usuale: ciò portò ad agape, che i Latini avrebbero tradotto con caritas, e noi, più spesso, con carità... Di che cosa si tratta? Dell'amore del prossimo, per quanto ne siamo capaci: dell'amore per colui che non ci manca né ci fa del bene (di cui non siamo né innamorati né amici), ma che è lì, semplicemente lì, e che bisogna amare senza alcun profitto, per niente, anzi per lui, chiunque sia, indipendentemente da quanto valga, da ciò che faccia, anche se fosse nostro nemico... È l'amore secondo Gesù Cristo, è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch, e il segreto, se essa è possibile, della santità. Non si confonderà questa gentile e amorosa carità con l'elemosina o la condiscendenza: si tratterebbe piuttosto di una amicizia universale, perché liberata dall'ego (che non è il caso dell'amicizia semplice: «perché era lui, perché ero io» dirà Montaigne a proposito della sua amicizia per La Boétie), liberata dall'egoismo, liberata da tutto, e per questo liberatrice. Sarebbe l'amore di Dio, se esiste («Ho Theós agápe éstin» si legge nella prima epistola di san Giovanni: Dio è amore), e ciò che vi si avvicina di più, nei nostri cuori o nei nostri sogni, se Dio non esiste.
Eros, agape: l'amore che manca o che prende; l'amore che si rallegra e condivide; l'amore che accoglie e dona... Che non ci si affretti troppo a voler scegliere fra i tre! Quale gioia senza mancanza? Quale dono senza condivisione? Se occorre distinguere, almeno intellettualmente, questi tre amori, o questi tre tipi d'amore, o gradi dell'amore, è soprattutto per capire che sono tutti e tre necessari, tutti e tre legati, e per illuminare il processo che conduce dall'uno all'altro. Non sono tre essenze, che si escludono reciprocamente; sono piuttosto tre poli di uno stesso campo, il campo dell'amare, o tre momenti di uno stesso processo, quello del vivere.
Eros viene sempre primo, come ci ricorda Freud, dopo Platone e Schopenhauer; agape è la meta (verso la quale possiamo almeno tendere), che i Vangeli non smettono di indicarci; infine philia è il cammino: ciò che trasforma la mancanza in capacità, e la povertà in ricchezza. Guardate il bambino che prende il latte al seno. E guardate la madre che glielo offre. Di certo è stata prima una bambina: cominciamo tutti col prendere, ed è già un modo di amare. Poi impariamo a dare, almeno un po', almeno qualche volta, ed è il solo modo di essere fedeli fino in fondo all'amore ricevuto, all'amore umano, mai troppo umano, all'amore così debole, così inquieto, così limitato, e che tuttavia è come un'immagine dell'infinito, all'amore di cui siamo stati oggetto e che ci ha resi soggetti, all'amore immeritato che ci precede come una grazia, che ci ha generati e non creati, all'amore che ci ha cullati, lavati, nutriti, protetti, consolati, all'amore che ci accompagna, definitivamente, e che ci manca, e che ci rallegra, e che ci sconvolge, e che ci illumina... Se non ci fossero le madri, cosa sapremmo dell'amore?
Se non ci fosse l'amore, cosa sapremmo di Dio? Una dichiarazione d'amore filosofica? Potrebbe essere, per esempio, questa: C'è l'amore secondo Platone: «Ti amo, mi manchi, ti voglio». C'è l'amore secondo Aristotele o Spinoza: «Ti amo: sei la causa della mia gioia, e questo mi rallegra». C'è l'amore secondo Simone Weil o Jankélévitch: «Ti amo come me stesso, che non sono niente, o quasi niente, ti amo come Dio ci ama, se esiste, ti amo come chiunque: metto la mia forza al servizio della tua debolezza, la mia poca forza al servizio della tua immensa debolezza...». Eros, agape: l'amore che prende, che non può che gioire o soffrire, possedere o perdere; l'amore che si rallegra e condivide, che vuole bene a colui che ci fa del bene; insomma, l'amore che accetta e protegge, che dona e si abbandona, che non ha neanche più bisogno di essere amato... Ti amo in tutti questi modi: ti prendo avidamente, condivido gioiosamente la tua vita, il tuo letto, il tuo amore, mi dono e mi abbandono dolcemente... Grazie di essere ciò che sei: grazie di esistere e di aiutarmi a esistere!

(Da: Discorsi brevi sui grandi temi della filosofia, Angelo Colla editore 2010, pp. 35-42)

Arthur Miller si confida


Donna Ferguson
Arthur Miller si confida sul suo matrimonio con Marilyn Monroe in registrazioni recentemente ritrovate

The Guardian, 7 maggio 2026

 Lui fu uno dei più grandi drammaturghi del XX secolo e lei una delle più grandi attrici. In alcune registrazioni recentemente ritrovate, realizzate nell'arco di quasi trent'anni, Arthur Miller parlò apertamente del suo breve matrimonio con Marilyn Monroe , affermando che lei desiderava un marito che fosse "padre, amante, amico e agente", e che il figlio che tanto desiderava sarebbe stato un "problema in più".

In alcune conversazioni registrate con il suo amico e biografo, il professor Christopher Bigsby, Miller affermò di aver avuto la sensazione che "la morte fosse sempre sulle spalle di Monroe, sempre". Credeva che se non si fosse "preso cura della sua vita", lei sarebbe andata incontro a una "fine catastrofica".

«Una volta ho chiamato dei medici per farle un drenaggio perché aveva ingerito una quantità di sostanze [farmaci] sufficiente a ucciderla», ha detto. «Quindi sentivo che si trovava in una situazione psicologica molto delicata. Alla fine, ci sono voluti alcuni anni, ma è successo. Non era in mio potere, né in quello di nessun altro, impedirla.»

La morte di Monroe per overdose di barbiturici nel 1962, all'età di 36 anni, gli era sembrata inevitabile. "Era impossibile per lei vivere, figuriamoci con qualcuno. Non si poteva andare avanti con quell'intensità di vita, con quelle droghe, e riuscire a sopravvivere", ha detto.

La coppia iniziò una relazione extraconiugale passionale nel 1955 e si sposò nel 1956. Miller disse di aver impiegato solo pochi mesi per rendersi conto di aver commesso un errore. "Non ero preparato a quello che avrei dovuto essere, ovvero che lei non aveva letteralmente alcuna risorsa interiore... Voleva un padre, un amante, un amico, un agente, soprattutto qualcuno che non la criticasse mai per nulla, altrimenti avrebbe perso fiducia in se stessa. Non so se una persona del genere esista."

Dopo un aborto spontaneo e una gravidanza extrauterina, la coppia cercò assistenza medica senza successo, come rivelano le registrazioni. Riflettendo sulla loro perdita, Miller disse di avere la sensazione che Monroe desiderasse essere madre "in un modo ideale", pur lavorando sotto "un'enorme pressione" a Hollywood: "In un certo senso, non sono sicuro di quanto le avrebbe fatto bene avere un figlio. Sarebbe stato un problema in più... Non so come sarebbero andate le cose nella pratica".

Descrisse Monroe come una persona "deliziosa con cui stare" e "una donna molto intelligente" che aveva "un fantastico senso dell'umorismo, dell'ironia e della generosità", ma disse che "una sorta di paranoia" si era impossessata di lei. "Cominciò a sospettare che tutti la sfruttassero o le facessero del male".

La coppia si allontanò definitivamente mentre Monroe recitava in "Gli spostati", il film che Miller scrisse per lei, nel 1960. Iniziarono a litigare pochi mesi dopo il matrimonio, quando Monroe stava girando "Il principe e la ballerina": "Litigammo sul fatto che [il regista, Laurence] Olivier la stesse perseguitando... Mi ritrovai a difenderlo, e fu la cosa peggiore che potessi fare. Ma non credo che un'altra scelta sarebbe stata diversa."

Quando lasciò il set di Misfits, il loro matrimonio era di fatto finito, disse. "Non ci parlavamo. Non c'era modo di riavvicinarla... Era sinceramente ostile nei miei confronti."

Dal punto di vista professionale, sentiva di aver trascorso i quattro anni del loro matrimonio "praticamente senza fare nulla", a parte gli Spostati, e che anche se i sentimenti di Monroe fossero cambiati, avrebbe comunque posto fine al matrimonio. "Non ce l'avrei fatta ad andare avanti. Mi avrebbe ucciso. Non sarei più riuscito a lavorare."

Le conversazioni, finora inedite, sono state registrate nell'arco di quasi 30 anni, a partire da poco dopo l'incontro tra Miller e Bigsby a metà degli anni '70 e fino a pochi anni prima della morte del drammaturgo vincitore del premio Pulitzer, avvenuta nel 2005. Sono venute alla luce dopo che Bigsby, ora ottantaquattrenne, le ha trascritte per un libro, " The Arthur Miller Tapes: A Life in His Own Words" , pubblicato giovedì dalla Cambridge University Press.

Miller ha anche rivelato come l'incredibile successo di Morte di un commesso viaggiatore nel 1949 – la prima opera teatrale americana a vincere un premio del Critics' Circle, un Tony e un Pulitzer – lo abbia allo stesso tempo rafforzato e contribuito alla rottura del suo primo matrimonio con Mary Slattery. "Il mio orizzonte si è improvvisamente aperto a ogni sorta di altri modi di esprimere il mio dominio. Sentivo di poter fare qualsiasi cosa, e credo che sia stato allora che ci siamo lasciati."

Ha detto a Bigsby che la fama "è una forma di potere che è sessuale, o implicitamente sessuale". Ha affermato di essersi "immerso completamente" nel suo lavoro, "giorno e notte". "Ora che ci ripenso, non so come qualcuno potesse convivere con me".

Allo stesso tempo, confessò di aver messo in dubbio per tutta la vita la propria capacità di scrivere. "Tutta la mia vita è stata una lotta contro l'insicurezza". Solo una "piccola percentuale" di ciò che scrisse "vide mai la luce del giorno", rivelò.

La coppia, al centro, alla prima dello spettacolo teatrale di Miller "Uno sguardo dal ponte", a Londra, nel 1956. Fotografia: Express Newspapers/Getty Images

Miller parlò anche del suo avvicinamento al comunismo e della censura subita a Hollywood dopo che si era rifiutato di fare i nomi di scrittori comunisti davanti alla Commissione per le attività antiamericane della Camera nel 1956.

Ha affermato che il maccartismo creò "una sorta di sensazione irrazionale di paura opprimente, come se una forza invisibile si fosse infiltrata nella società, intenta a scavare buchi al suo interno per distruggerla. Non c'era modo razionale di affrontare tutto ciò, perché ogni volta che lo si faceva si rischiava di essere accusati di far parte di quella cospirazione".

Temeva che lui e altri “dissidenti” sarebbero finiti “o in un manicomio o in una sorta di sistema quasi fascista”, autocensurandosi mentre “le persone più patriottiche in modo oltraggioso avrebbero gestito tutto”. “Questo è stato uno dei motivi per cui ho iniziato a scrivere Il crogiuolo. Dovevo trovare un modo per affrontare [la questione]”, ha affermato.

Ambientò la pièce durante i processi alle streghe di Salem perché "era semplicemente impossibile discutere di ciò che ci stava accadendo in termini contemporanei. Bisognava prendere le distanze dal fenomeno. Stavamo tutti impazzendo cercando di essere onesti, di vedere le cose con lucidità e di rimanere al sicuro".

Nelle registrazioni, Miller parlava anche della sua infanzia, del suo primo incontro sessuale in un bordello all'età di 16 anni, delle sue opinioni sul sionismo e sull'antisemitismo in quanto ebreo ateo, delle sue fonti di ispirazione per "Gli spostati" e molte delle sue opere teatrali, dell'impatto dell'Olocausto sul suo lavoro e del suo matrimonio di 40 anni con la sua terza moglie, Inge Morath.

Bigsby, professore emerito di studi americani all'Università dell'East Anglia, ritiene che le idee e le esperienze che hanno plasmato la vita e la carriera di Miller abbiano garantito che le sue opere teatrali rimangano di grande attualità ancora oggi. "Parla della sua ebraicità come di una sensibilità, di una costante preoccupazione per la fragilità della società, che ha appreso durante la Grande Depressione e poi di nuovo durante l'Olocausto, ovvero che camminiamo su un terreno molto scivoloso nel nostro senso di civiltà", ha affermato. "Tutto ciò è fondamentale per Miller. È una persona che crede nell'importanza della storia, nel legame tra passato e presente, perché questo è il fondamento della moralità".



Il caffè freddo

 


Marina Rafenberg
In Grecia, prendereste un caffè... freddo?
Le Monde, 7 maggio 2026

Ad Atene, il caffè freddo, il "freddo espresso" e il "freddo cappuccino", sono popolari sia d'estate che d'inverno. Da gustare preferibilmente in terrazza, sono parte integrante della vita sociale greca 

A Kypseli, quartiere operaio di Atene in fase di gentrificazione, il caffè Santo Belto è sempre affollato. Tra graffiti e manifesti di attivisti, Manos e Konstantinos – che hanno preferito non rivelare i loro cognomi – due amici d'infanzia, si incontrano ogni domenica per chiacchierare e sorseggiare freddo espresso , una bevanda a base di espresso ghiacciata diventata una delle preferite dai greci sin dagli anni '90. Un tocco di Berlino aleggia sulla terrazza affollata. E poi, splende il sole.

«Ho viaggiato molto, ma non ho mai visto un caffè freddo come quello in Grecia. All'estero, di solito preparano un normale espresso con l'aggiunta di qualche cubetto di ghiaccio; non è buono come qui», spiega uno dei trentenni. Per Tasos Giagkoglou, presidente dell'Unione Greca del Caffè, «il Paese ha sviluppato una cultura del caffè freddo, che non si limita all'estate ». Carlos Muñoz, uno spagnolo che vive ad Atene da otto anni, ha adottato questa abitudine: «Ogni mattina, inverno ed estate, bevo un freddo cappuccino con un po' di zucchero. Porto la mia tazza ovunque e quando non sono in Grecia, mi manca!».

Circa il 60-65% del consumo di caffè in Grecia è costituito da bevande fredde. Tra queste, il freddo espresso regna sovrano: è scelto dal 70-80% di chi beve caffè freddo, secondo Marilena Kouidou, direttrice di una scuola di formazione per baristi e presidente della sezione greca dell'Alleanza Internazionale delle Donne nel Settore del Caffè. Per questa appassionata di caffè, "il caffè fa parte della cultura e della storia greca". Arrivato da Istanbul durante l'occupazione ottomana, il caffè è stato tradizionalmente consumato caldo per molto tempo. Nel XIX secolo i caffè erano luoghi di scambio di idee e dibattiti politici, dove si preparavano la Rivoluzione greca e la Guerra d'Indipendenza contro gli Ottomani.

Fu solo nel 1957 che venne creato il primo caffè freddo, il frappé, utilizzando caffè istantaneo. Alla Fiera Internazionale di Salonicco, non avendo a disposizione un bollitore, Dimitris Vakondios mescolò caffè istantaneo con acqua fredda, cubetti di ghiaccio, zucchero e latte. Nacque così il frappé, che dominò il mercato fino alla fine degli anni '80. Poi, nel 1991, Yannis Iossifidis, allora direttore della filiale greca del marchio italiano Illy, notò che le vendite di espresso stavano crollando durante l'estate. Il mercato era dominato dal frappé. "L'idea e la ricetta del freddo espresso presero piede e la scommessa della famiglia Iossifidis si rivelò vincente. Il freddo espresso divenne un successo ", sottolinea la signora Kouidou.

I prezzi stanno aumentando

Elli Gidakou è proprietaria del caffè Santo Belto da quattro anni ed è una delle poche donne, pari al 4%, proprietarie di un bar in Grecia. "In Italia, l'espresso si beve velocemente al bancone. Per noi è diverso; ci prendiamo il tempo per gustare un caffè con gli amici, di solito in terrazza", spiega l'imprenditrice. In media, i suoi clienti si fermano in terrazza per un'ora e mezza. "Il caffè freddo non si beve in fretta, né per svegliarsi, ma per partecipare a un momento di relax e convivialità ", aggiunge. "In greco abbiamo l'espressione 'Pame gia kafé' ["andiamo a prendere un caffè"] , che in realtà significa 'incontriamoci', 'mettiamoci insieme'. Andare in un bar fa parte di un rituale sociale ", conclude la signora Kouidou  .

Elli Gidakou, proprietaria del caffè Santo Belto, e Marilena Kouidou, esperta di caffè, ad Atene, il 3 maggio 2026.

Anche le alte temperature hanno contribuito alla popolarità di questa bevanda. Ed è per questo che il freddo espresso e il freddo cappuccino vengono esportati così bene: "A livello globale, stiamo assistendo a un aumento del 24% del consumo di caffè freddo a causa dei cambiamenti climatici e della crescente frequenza di estati calde ", afferma la signora Kouidou  . Secondo l'Unione Greca del Caffè, il 40% del caffè viene consumato fuori casa, il che ha contribuito a diffondere il caffè freddo, meno pratico da preparare in casa e più piacevole da gustare in un dehor.

Stathis Koremtas, esperto di caffè per Coca-Cola Tria Epsilon, ha lavorato per molti anni in una caffetteria nel centro di Atene. Nel corso degli anni, preparare il caffè freddo in Grecia è diventata quasi un'arte, spiega: "I baristi sono molto ben formati nel paese e c'è una vera conoscenza delle varietà di caffè e delle miscele sapientemente selezionate, sia tra i professionisti che tra i consumatori, sempre più esigenti". Anche Marilena Kouidou ritiene che ci sia ancora margine di miglioramento nel modo in cui i greci scelgono il caffè. "I greci dovrebbero scegliere le varietà di caffè che bevono in modo più sostenibile. Il commercio equo e solidale e le pratiche basate sulla solidarietà sono ancora poco sviluppate nel paese ", osserva.

Nonostante la crisi economica (2010-2018) e il recente aumento dei prezzi del caffè legato ai cambiamenti climatici e all'instabilità geopolitica, l'amore dei greci per il caffè freddo non è mai diminuito. Da Santo Belto, un freddo espresso costa 2,40 euro da asporto e 3,80 euro da consumare sul posto. Solo due anni fa, la stessa bevanda sarebbe costata appena 3 euro in terrazza. Manos spende quasi 100 euro al mese in caffè. Questo specialista IT ammette: "È un lusso ". Sono le 21:00 e Santo Belto è ancora affollato. Su ogni tavolo ci sono freddo espresso , freddo cappuccino , latte macchiato e Americano freddo . Elli Gidakou conclude: "In Grecia, la Generazione Z ha barattato l'alcol con il caffè freddo".

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/05/07/en-grece-vous-prendrez-bien-un-cafe-froid_6686344_3210.html