lunedì 8 giugno 2026

Il gulag cinese

Sergio Basso
Controllo totale e lavoro gratis. Il gulag di Pechino

Corriere della Sera La Lettura, 7 giugno 2026

 «Timore e tremore», suggeriva Kierkegaard (e prima di lui San Paolo) di fronte all’Assoluto. «Sorvegliare e punire», Surveiller et punir en Chine, incalza con il suo libro, pensando al Partito comunista (ed evocando Michel Foucault), Jean-Philippe Béja, sinologo e politologo. Direttore di ricerca emerito a Parigi, dal 1975 vive la Cina dal di dentro. Aveva 26 anni allora, e toccò con mano l’autocensura e la paura della popolazione, da giovane studente che curiosava in bici per la periferia di Pechino di quegli anni. Attraverso una analisi storica rigorosa e toccanti testimonianze dirette, l’autore è giunto alla convinzione che la repressione e il controllo sociale non siano stati tragici incidenti di percorso, ma costituiscano il cuore pulsante del potere comunista cinese, ancora prima della fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Per Béja, Mao Zedong perfezionò la sua spietata grammatica del potere sin dai tempi di Yan’an (il suo quartier generale alla fine degli anni Trenta), invitando le masse a criticare il Partito per far emergere le voci fuori dal coro e poi annientarle brutalmente con l’accusa di tradimento.

I capi del Pcc guardarono poi ai detenuti come a una vasta forza lavoro per l’edificazione del socialismo, dallo scavo di canali alla costruzione di ferrovie: manodopera a basso costo senza i costi della previdenza sociale, educando pure il cittadino ai nuovi valori, come suggerito anche dai consiglieri sovietici. Cosa volere di più? Ecco nati i laogai, «riforma attraverso il lavoro»: gulag alla cinese.

Il sistema ha dimostrato una straordinaria capacità di evolversi: dopo Mao, le riforme economiche del 1992 e l’apertura ai mercati, anche il sistema carcerario si è progressivamente modernizzato, integrandosi nelle catene di fornitura internazionali e ponendo l’accento sulla redditività delle imprese collegate ai centri di detenzione. Sono imprese i cui impiegati lavorano gratis e non possono esprimere rivendicazioni: è dove socialismo e capitalismo si incontrano davvero.

E poi. è arrivato Xi Jinping. Per Béja, siamo al «Grande Balzo all’indietro»: la repressione si abbatte su giornalisti e avvocati per i diritti umani (con la retata del 2015). Di fronte all’indebolimento dei vecchi strumenti di controllo (come il libretto di residenza, hukou, o le unità di lavoro, danwei), il regime ha optato per una sofisticata tecno-sorveglianza che sfrutta big data, cloud della polizia e le innumerevoli telecamere del sistema Skynet. Ciliegina sulla torta, si sono inventati la patente del «credito sociale» (shehui xinyong): si guadagnano punti pagando i debiti, facendo volontariato o fornendo informazioni utili alla polizia. Si perdono se si firmano troppe petizioni contro i quadri. Cosa si vince? Tassi agevolati e sconti per siti turistici. E per chi perde? Aumento dei tassi, rifiuto di promozioni, impossibilità di soggiornare in hotel di lusso e persino il divieto di viaggiare in aereo. È il recupero via app della delazione, tremenda pratica sopita dopo Mao ma in ripresa dal 2012, che segnala un’atomizzazione dell’organizzazione per agevolare il piano totalitario.

E poi ci sono le «minoranze etniche». Dal 2017, la Cina ha costruito una rete di «centri di istruzione e formazione professionale» (zàijiàoyùyíng), destinati in particolare a uiguri, kazaki e kirghisi.

Non bisogna scordare che Chen Quanguo, segretario del Pcc del Xinjiang (regione musulmana e turcofona), aveva ricoperto lo stesso ruolo in Tibet, arrivando a schierare l’esercito nei monasteri. Nel Xinjiang, in un reticolo di circa 400 strutture, ha confinato quasi un milione di uiguri il cui unico crimine era praticare la propria religione o esibire simboli vistosi come la barba e il velo. È un modello di governance radicalmente diverso dal nostro, e trasforma il controllo sociale in un’infrastruttura portante per garantire l’ordine nella corsa verso la modernità.

Nonostante l’abisso descritto, il lavoro di Béja non è una resa al dispotismo: con le interviste che l’autore ha ottenuto con un lavoro certosino di fiducia, il libro restituisce la voce e un nome alle vittime, da Wei Jingsheng ad Ai Weiwei. È un inno alla resilienza del popolo cinese, capace di non piegarsi del tutto alla macchina del terrore, e lancia un monito: dietro le metropoli scintillanti e i successi economici, il gulag cinese non è un reperto del passato, ma un’infrastruttura camaleontica e vitale per la sopravvivenza dell’ultimo grande impero totalitario. 

A lezione da Jung

Stefano Carpani
A lezione da Jung: "La conoscenza di sé è un  veleno che non tutti possono assumere"

La Stampa, 7 giugno 2026

A sessantacinque anni dalla morte, Carl Gustav Jung continua a occupare un luogo singolare nell’immaginario contemporaneo, ben oltre i confini della psicoanalisi. Per alcuni resta un visionario, per altri una figura controversa. Eppure, al di là delle caricature e delle semplificazioni (dalle biografie romanzate alle trasposizioni cinematografiche come A Dangerous Method di David Cronenberg), continua ad essere una delle grandi figure intellettuali del Novecento.

Come osserva Stefano Candellieri, fu un intellettuale omericamente “polìtropo”, cioè dal multiforme ingegno: clinico rigoroso, sperimentatore innovativo, pensatore capace di attraversare discipline e linguaggi diversi senza mai ridurre la complessità dell’esperienza umana a un sistema chiuso. La sua influenza, infatti, non si limita al mondo clinico, e il suo pensiero ha attraversato filosofia, antropologia, arte, letteratura, studi religiosi, neuroscienze e teoria politica, continuando ancora oggi a offrire strumenti per interpretare il disagio contemporaneo (non solo psichico).In Ricordi, sogni, riflessioni, curato con Aniela Jaffé, Jung scriveva: «Ho visto persone diventare nevrotiche quando si accontentavano di risposte inadeguate o sbagliate alle domande della vita. Cercano posizione sociale, matrimonio, reputazione, successo esteriore o denaro, e rimangono infelici e nevrotiche anche quando ottengono ciò che stavano cercando». Jung descrive individui apparentemente realizzati, perfettamente integrati e persino vincenti secondo i parametri della modernità, ma vuoti. Persone che inseguono obiettivi socialmente riconosciuti senza interrogarsi davvero su chi siano. E questo passaggio colpisce ancora oggi per la sua lucidità.

Per Jung, molte forme di sofferenza nascevano proprio da questo scarto tra vita esteriore e vita interiore. L’essere umano, sosteneva, non può vivere soltanto di adattamento sociale. Per questo attribuiva un’importanza decisiva allo sviluppo interiore: non un semplice miglioramento personale, ma un processo complesso e spesso doloroso che chiamò “individuazione”, cioè il tentativo di diventare ciò che si è realmente integrando gli aspetti inconsci della psiche.

La salute psichica, per Jung, coincideva con la capacità di sostenere il confronto con la propria interiorità. L’analisi non era quindi una tecnica per eliminare sintomi, bensì un’esperienza trasformativa e culturale capace di andare oltre l’immagine che l’individuo ha di sé. «La cura può essere un veleno che non tutti possono assumere», avvertiva, «oppure un’operazione che, quando è controindicata, può rivelarsi fatale». La conoscenza di sé non era dunque un percorso rassicurante. Ogni trasformazione autentica implica una perdita, una destabilizzazione dell’identità precedente. Ed è proprio questo che rende il pensiero junghiano così distante dalle molte forme contemporanee di auto-aiuto, spesso orientate a un benessere rapido, performativo e superficiale.

Un altro tema centrale della sua riflessione riguarda la paura. «Ovunque vi sia una discesa nell’esperienza più intima, nel nucleo della personalità», scriveva, «la maggior parte delle persone viene sopraffatta dalla paura, e molti fuggono». In questa intuizione si concentra gran parte della sua antropologia: l’essere umano teme l’incontro con se stesso. L’attivismo incessante, la produttività compulsiva o le identificazioni collettive possono così diventare strategie per evitare il confronto con le parti più oscure e contraddittorie della psiche. Da qui deriva anche uno dei concetti più celebri e fraintesi di Jung: l’ombra. Quando non viene riconosciuta, sosteneva, tende a proiettarsi sugli altri — sul nemico politico, sul diverso, sullo straniero, sull’avversario morale.

È per questo, a mio modo di vedere, che l´approccio junghiano, post-junghiano e neo-junghiano continua a essere evocato nel dibattito culturale e politico contemporaneo. In un mondo segnato dalla polarizzazione, dalla costruzione continua di nemici e dalla radicalizzazione identitaria, Jung ricordava che il male non è mai soltanto esterno. Ogni società, come ogni individuo, porta dentro di sé una zona d’ombra che preferisce non vedere.

Morire di tristezza

Si può morire di tristezza?

Il Post, 6 giugno 2026

È un dibattito ricorrente, riemerso dopo la morte della fumettista Marjane Satrapi: alcuni studi recenti ci hanno dato qualche strumento in più per rispondere

 Quando giovedì si è sparsa la notizia della morte a 56 anni della fumettista franco-iraniana Marjane Satrapi, una delle più conosciute e apprezzate al mondo, non sono stati forniti dettagli sulle cause oltre a un breve comunicato dei suoi familiari all’agenzia di stampa francese AFP. C’era scritto: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita». Ripa, morto l’8 aprile 2025 a 53 anni, era il produttore, autore e sceneggiatore franco-svedese a cui Satrapi era legata da molti anni.

Le parole scelte per il comunicato hanno fatto riemergere un dibattito ricorrente sulla possibilità che lutti gravi e dolori difficili da superare possano portare alla morte di una persona: una causa spesso definita nel gergo comune “crepacuore”. Se ne riparla, di solito, ogni volta che la persona superstite di una coppia muore poco tempo dopo l’altra. Un caso celebre è quello del cantante e musicista Johnny Cash, morto nel 2003 appena quattro mesi dopo la cantante June Carter, che era sua moglie da 35 anni. Ma la lista è lunga, e include persone famose e non.

Nel dibattito predominano l’opinione di chi considera il “crepacuore” una causa di morte del tutto plausibile, da un lato, e quella di chi invece pensa che sia un’espressione non esattamente scientifica usata al posto di definizioni rigorose e cause cliniche precise. Ma indipendentemente dalle opinioni l’argomento è da anni oggetto di riflessioni e studi.

Degli effetti gravi e a lungo termine del lutto si è occupata in tempi recenti la più importante organizzazione di psichiatri al mondo, l’American Psychiatric Association (APA), responsabile tra le altre cose del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), il testo di riferimento internazionale per la classificazione dei disturbi psichici. In una revisione del 2022 inserì il dolore prolungato e invalidante per la perdita di una persona cara in una specifica categoria diagnostica: il disturbo da lutto persistente e complicato (prolonged grief disorder, PGD).

Nella sua definizione da manuale, è una condizione di incapacità di superare il dolore per la morte di una persona cara, tale da compromettere la vita della persona che ne soffre. Può essere diagnosticata se persiste da almeno un anno ed è accompagnata da pensieri fissi e ricordi della persona morta, avuti quasi ogni giorno dal momento della sua morte. In diversi studi è associata a un maggiore rischio di problemi cardiovascolari, altre malattie mentali, ospedalizzazione e suicidio. Ma rimane una diagnosi comunque problematica, perché durata, intensità e gravità della reazione al lutto cambiano da individuo a individuo, e a seconda del contesto sociale, culturale o religioso in cui vive.

– Leggi anche: Quanto deve durare il lutto

Uno studio a lungo termine, condotto da un gruppo di ricerca danese e pubblicato nel 2025, ha messo insieme diversi dati medici di 1.735 residenti in Danimarca a cui fosse morto un familiare o un’altra persona cara. Dai risultati è emerso che chi aveva mostrato sintomi di lutto più intenso e prolungato aveva fatto più uso di servizi sanitari e di farmaci ansiolitici e antidepressivi rispetto agli altri partecipanti. Aveva anche molte più probabilità di morire entro dieci anni dalla morte del proprio caro (fino all’88 per cento di probabilità in più). Secondo il gruppo di ricerca, l’associazione tra mortalità e lutto persistente dovrebbe però essere oggetto di ulteriori ricerche, per escludere eventuali altri fattori.

L’equivoco più frequente in molte conversazioni su questo argomento è pensare che tra la sofferenza per la morte di una persona cara e la propria stessa morte ci sia una correlazione causale diretta. È un po’ più complicato di così.

«Gli stati emotivi hanno ripercussioni sul piano fisico. Influiscono sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene [un sistema neuroendocrino di risposta dell’organismo allo stress], i livelli di cortisolo aumentano, e questo può compromettere il sistema immunitario, rendendolo più debole e vulnerabile. Tutto ciò predispone alla morte per qualche malattia. Non si muore di tristezza, ma per un’altra causa medica», ha detto al País lo psichiatra Juan Carlos Pascual Mateo, membro della Società Spagnola di Psichiatria e Salute Mentale (SEPSM).

In generale, tutto il dibattito è complicato dal fatto che la sofferenza associata al lutto comprende dimensioni fisiche, emotive, cognitive e sociali. E non tutte le persone sono vulnerabili allo stesso modo, sia rispetto all’esperienza “normale” del lutto, sia rispetto a quella patologica del lutto persistente e complicato. Sulle loro reazioni influiscono anche fattori di rischio individuali, tra cui eventuali problemi di salute mentale o altre condizioni di fragilità preesistenti.

Nel dibattito salta spesso fuori anche una condizione clinica attestata nella letteratura scientifica e strettamente associata agli eventi traumatici (incluso il lutto), nota in cardiologia come “sindrome di tako-tsubo”. Ha i sintomi di un infarto del miocardio, ma senza coronarie ostruite o altre alterazioni evidenti negli esami diagnostici che possano spiegare questa disfunzione. Il cuore però mostra un rigonfiamento nella parte inferiore che gli fa assumere una forma simile a quella dei vasi di ceramica (tsubo) usati in Giappone per raccogliere i polpi (tako), da cui il nome.

È una condizione raramente mortale, a volte associata ad altri disturbi neurologici o psichiatrici come la depressione. Ma la maggior parte dei casi segnalati riguarda donne e più in generale individui con più di 50 anni di età, che hanno subìto uno stress emotivo o fisico improvviso e inaspettato. Questo causa un rilascio eccessivo di adrenalina, che in alcune persone può provocare danni cardiovascolari.

La modella salvata da un passante


Aggredita dal branco a Milano, modella salvata da un passante: "Vorrei ritrovare quell’eroe"

La Stampa, 8 giugno 2026

Da una parte il branco che l'ha inseguita, accerchiata e presa a pugni. Dall'altra un passante che, attirato dalle sue grida, è intervenuto mettendo in fuga gli aggressori e impedendo che la situazione degenerasse ulteriormente. Solo grazie a quell’intervento Anna Aksamit, modella polacca di 30 anni arrivata a Milano da pochi mesi, è salva. E ora la giovane vuole ritrovare quell'uomo che le ha salvato la vita per potergli dire grazie.

La modella è stata aggredita venerdì pomeriggio in via Livenza, nella zona di Porta Romana, mentre stava andando al supermercato. Come denuncia lei stessa, un gruppo composto da sette o otto giovani, apparentemente in stato di alterazione per l'alcol, avrebbe iniziato a seguirla per poi raggiungerla, circondarla e colpirla con pugni al volto e all'addome.

L'incubo si è interrotto solo grazie all'intervento di un passante, accorso dopo aver sentito le sue urla. L'uomo è riuscito a sottrarla al gruppo e a evitare il peggio. 

Ancora sotto shock e con un occhio tumefatto, la modella, assistita dall'avvocato Domenico Musicco, vuole presentare denuncia e ha annunciato che lo farà nelle prossime ore. Quindi ha lanciato un appello attraverso il Corriere della Sera per rintracciare il suo soccorritore. «Ricordo soltanto che era molto alto e robusto. Mi piacerebbe incontrarlo o almeno conoscere il suo nome. Credo fosse italiano. Gli devo tantissimo e vorrei ringraziarlo per quello che ha fatto. Per me è stato un vero eroe», ha raccontato.

Un episodio che si inserisce nel solco delle violenze sessuali in cui i dati parlano chiaro: in base alle stime Istat, nel 2025 il 26,5% delle donne italiane ha subito violenza fisica o sessuale da parenti, amici, colleghi, conoscenti o sconosciuti. E sono circa 6 milioni e 400mila (il 31,9%) le donne italiane dai 16 ai 75 anni di età che hanno subito almeno una violenza fisica o sessuale nel corso della vita (a partire dai 16 anni). Per la violenza sessuale, emergono al primo posto le molestie con contatto, seguite dai rapporti sessuali non desiderati (4,5%), lo stupro (3,9%), il tentato stupro (3,1%), i rapporti sessuali degradanti e umilianti (1,6%).

Il grande risiko bancario


Daniele Manca
Il riassetto finale tra poteri

Corriere della Sera, 8 giugno 2026

 Che l’equi­li­brio fosse insta­bile era chiaro. Il grande risiko ban­ca­rio attorno a Mps, Medio­banca e soprat­tutto Gene­rali sem­brava un’incom­piuta. Ieri in rapida suc­ces­sione, prima un’offerta di nozze da parte di Banco Bpm a Mps, poi la noti­zia di una con­tro offerta di Intesa San­paolo con Uni­pol-Bper, ed è scat­tato, in una dome­nica di giu­gno, il rias­setto di potere e poteri.

Il cam­bio di passo è stato evi­dente quando sono ini­ziate a cir­co­lare le voci di un pos­si­bile con­si­glio d’ammi­ni­stra­zione di Intesa San­paolo nella serata di dome­nica. Se a muo­versi era l’isti­tuto gui­dato da Carlo Mes­sina, si trat­tava del fischio di ini­zio di un pro­fondo rie­qui­li­brio. Se a que­sto ci si aggiunge che nell’ope­ra­zione Intesa un ruolo e un peso spe­ci­fico lo avrà anche il gruppo Uni­pol e Bper, vale a dire quella galas­sia che a par­tire dalle Coop, Carlo Cim­bri ha risa­nato e rilan­ciato, si com­prende quanto potrebbe trat­tarsi dell’ini­zio del rias­setto finale.

E’ stato verso l’ora di pranzo ieri che si è venuto a sapere che il con­si­glio del Banco Bpm, gui­dato da Giu­seppe Casta­gna, aveva avan­zato una pro­po­sta di un’unione tra eguali al Monte dei Paschi. L’offerta di met­tere assieme i 20 miliardi del valore di Borsa dell’isti­tuto mila­nese con i 27 dell’isti­tuto senese. Viene espli­ci­tata quella che gli ana­li­sti in que­sti mesi ave­vano indi­vi­duato come una solu­zione per la crea­zione di un terzo polo alle spalle di Intesa e Uni­cre­dito. Anche il socio impor­tante di Banco Bpm con il 22%, i fran­cesi di Cré­dit Agri­cole, vota a favore.

Poche ore dopo le prime indi­scre­zioni sulla mossa di Intesa. Non più tardi di due set­ti­mane fa, Gio­vanni Bazoli arte­fice della nascita di Intesa, e che con Enrico Salza nel 2006 aveva con­cor­dato la fusione con il San­paolo di Torino, aveva par­lato di Mpsme­dio­banca come di un’ope­ra­zione incom­piuta. Tutti ave­vano pen­sato che il pre­si­dente eme­rito di Intesa si rife­risse al ver­tice Mps scosso dalle diver­genze tra i soci. Luigi Lova­glio che aveva gui­dato prima il risa­na­mento, poi il rilan­cio e la sca­lata a Medio­banca, sfi­du­ciato da uno dei mag­giori soci, Fran­ce­sco Cal­ta­gi­rone, aveva costruito una sua lista. E al momento del voto dei soci, Lova­glio, con l’appog­gio di quello che era sem­pre stato alleato di Cal­ta­gi­rone, la Del­fin degli eredi Del Vec­chio, rie­sce a con­vin­cere il mer­cato e a tor­nare alla guida di Mps. E invece Intesa da tempo stava pen­sando a un’offerta su Mps, come dimo­stre­rebbe il fatto di non essere da sola. Non certo per man­canza di mezzi, visto che con un attivo di quasi mille miliardi si sta muo­vendo una delle ban­che più solide e patri­mo­nia­liz­zate d’Europa. In realtà il ruolo del gruppo Bper sarebbe di non poco conto. Già ai tempi della sca­lata di Ubi Banca, sem­pre di Intesa, Bper aveva acqui­sito circa 500 spor­telli che per que­stioni di Anti­trust Intesa non avrebbe potuto man­te­nere. Oggi vale in Borsa oltre 24 miliardi aspi­rando a quel terzo polo a cui pen­sava Bpm con le nozze con Mps. Nell’attesa dei par­ti­co­lari delle offerte, delle prime valu­ta­zioni che oggi il con­si­glio di Mps farà e di quello che nei pros­simi mesi dovesse deci­dere il mer­cato, per Intesa l’ope­ra­zione signi­fica fre­nare le ambi­zioni ita­liane di Cré­dit Agri­cole. Potrebbe con­so­li­dare inol­tre il suo ruolo di banca di sistema pronta a var­care i con­fini assi­stendo in misura mag­giore le imprese del made in Italy. Tanto più che il suo con­cor­rente Uni­cre­dit è impe­gnato nell’ope­ra­zione in Ger­ma­nia con Com­merz che, nono­stante l’oppo­si­zione del governo, sem­bra poter andare avanti, cosa che le darebbe un ruolo più paneu­ro­peo. Non va dimen­ti­cato poi che den­tro Medio­banca c’è il cre­dito al con­sumo di Com­pass, una banca online, e quel 13% di Gene­rali. È pre­sto per capire come il rias­setto possa esten­dersi al Leone di Trie­ste. Ma Mes­sina ha sem­pre posto al cen­tro la gestione del rispar­mio. E Gene­rali è un tas­sello impor­tante. Il più impor­tante. Comun­que vada si modi­fi­cherà la mappa del potere eco­no­mico e di influenza ita­liano. Un peso l’avranno le auto­rità. E la poli­tica? Sicu­ra­mente il governo sarà stato infor­mato delle varie inten­zioni. Ma per quanto la poli­tica possa avere pre­fe­renze, se sta­mat­tina si avrà con­ferma delle due ope­ra­zioni, sarebbe meglio che que­sta volta sia il mer­cato a deci­dere. Non sem­pre, ma comun­que ha dimo­strato una certa sag­gezza in que­sti anni.

domenica 7 giugno 2026

Il capitalismo tecnologico

Ezio Mauro
La destra, il capitale e la democrazia

la Repubblica, 7 giugno 2026 

«Basta interferire con la nostra democrazia». Con un altolà che sembra venire dalla guerra fredda, il primo ministro inglese Starmer ha risposto all’attacco del vicepresidente americano Vance al sistema democratico non solo britannico ma europeo, sfruttando l’omicidio del diciottenne bianco accoltellato a morte da un giovane sikh a Southampton come un caso di razzismo rovesciato: «Ecco il risultato dell’immigrazione di massa voluta dalle élite europee — ha detto Vance — : questa morte è la morte dell’Occidente».

Sono parole accompagnate in sottofondo dal bombardamento mediatico di Elon Musk, che sulla vicenda aizza la rabbia anonima dei social. L’estremismo reazionario del governo americano, dunque, unito nella crociata antieuropea con il primo capitalista del mondo, all’attacco dei valori occidentali in nome dell’Occidente: un testacoda perfetto, nel quale però c’è qualcosa di nuovo, che vale la pena di cercare di capire.

Southampton (Regno Unito), 3 giugno: fiori in memoria di Henry Nowak
Southampton (Regno Unito), 3 giugno: fiori in memoria di Henry Nowak (afp)

Siamo davanti a un’altra metamorfosi del capitale, che rivela non soltanto una flessibilità sorprendente, ma anche la capacità di un vero e proprio salto di specie per cogliere le nuove opportunità della fase. Prima abbiamo assistito al passaggio dall’economia industriale all’economia finanziaria. Oggi vediamo crescere e dominare il nuovo capitalismo tecnologico, con un differenziale di innovazione che divide il campo, produce una ricchezza incomparabile e conferisce ai soggetti che guidano questi processi lo status di moderni demiurghi, in quanto capaci di generare la realtà.

Nasce così una super-classe padrona dell’universo a parte in cui vive, e che non ha più nulla da spartire con il resto della società: non perché i destini sono platealmente divaricati (questo è sempre avvenuto tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione) ma perché la potenza, la distanza e la differenza oggi si misurano tra chi ricrea il mondo e chi lo abita. La novità è che quest’ultima declinazione del capitalismo ha acquistato talmente coscienza di sé che ha deciso l’ultimo passo: riscrivere la formula della democrazia.

Si spiega così il sostegno istintivo e collettivo a Trump da parte di tutti i campioni del tecno-capitalismo, la teologia reazionaria di Thiel, lo svelamento ideologico di Musk, la rivelazione dell’anima estremista del capitale, la conferma della sua disponibilità gregaria nei confronti del potere, la preferenza neo-autoritaria. Come si giustifica questa mancata difesa della democrazia da parte di soggetti che hanno potuto sviluppare le loro imprese e realizzare i loro talenti nella libertà dell’ecosistema democratico e giunti all’apice del successo lo ripudiano?

Dopo la seconda guerra mondiale mercato e politica hanno camminato insieme dando forma al nucleo centrale della modernità, l’alleanza tra capitalismo, democrazia rappresentativa, welfare e lavoro. Poi il potere è diventato globale, la politica è rimasta locale, la sua mediazione è saltata rompendo la cornice del compromesso socialdemocratico, lavoro e capitale hanno perso l’unità di tempo e di luogo, nessun vincolo di società collega più il ricco col povero.

Viviamo nella sproporzione quotidiana tra imprese che pesano più di uno Stato e regole democratiche svalutate, perché non riescono a essere la misura del moderno scambio, e di conseguenza l’equilibrio che propongono non è riconosciuto: troppo arretrato per un capitalismo che è uscito dai muri della fabbrica, attraversa i confini, prescinde dal territorio, sceglie dove usufruire della legislazione più compiacente, dove depositare lo scarico fiscale più conveniente.

È mutante, ubiquo, cosmopolita, il suo habitat non è più la comunità ma la rete, sceglie la velocità al posto della regolarità, si realizza nella contemporaneità che sostituisce il progresso, troppo lento, e quindi soppiantato dall’innovazione, che detta il canone della modernità.

Anzi, come dice Marco Revelli nel libro appena uscito da Laterza con un titolo provocatorio (La democrazia è antiquata), «l’innovazione, che funzionava come acceleratore della dinamica del sistema, si trasforma in consolidamento e potenziamento di rendite di posizione grazie alle quali i forti diventano sempre più forti, divorano i più deboli, e concentrano in sé ricchezza e potere».

È a questo punto che il capitale fa un passo in più, ed esprime il suo dubbio supremo sulla democrazia. Troppa incertezza, troppa negoziazione. Un sistema infinito di controlli. Una schiera di arbitri. Una barriera di giudici. Un canone fisso, rigido e immutabile, che per ogni decisione prevede le procedure. Basta enumerare tutti questi passaggi per concludere che la democrazia è contro lo spirito del tempo che chiede velocità, non accetta intermediazione, propone decisione, sceglie immediatezza. Il mercato si è talmente emancipato che crede di non avere più bisogno di legittimazione democratica, può stare fuori dal sistema, a lato, dov’è già fuoruscito come in un mondo parallelo.

Perché sottostare a regole che non lo rappresentano, scritte nell’altro secolo mentre qui tutto è contemporaneo? Non è arrivato il momento in cui l’energia d’innovazione che ha cambiato due o tre volte il mondo in cui viviamo attraversi infine anche la politica, la trasfiguri e fabbrichi direttamente un modello di democrazia 2.0, smart, tascabile, tecnologico, con tutte le risposte già pronte e quindi in grado di silenziare le domande e azzerare il dubbio, spianando il cammino per chi governa? In più, magari, con il tasto on/off per disconnettersi ogni tanto e vivere in pace, senza essere cittadini 24 ore su 24, anche quando si dorme, con uno spreco politico inutile.

Il fatto nuovo è che qui non si manifesta solo un capitalismo reazionario, ma precipita anche e soprattutto la conclusione “tecnica” di una cultura del mercato apparentemente neutrale, nutrita di prevalenze statistiche suggerite dall’algoritmo: dunque inconsapevole anche se cosciente, pronta a tutto in quanto espressione di un capitale che si considera ormai fine a se stesso, capace di misurare il mondo da solo, estraneo al vecchio conflitto politico e insofferente delle categorie antiquate di destra e sinistra.

Il tecno-capitalismo è ciò che crea, unica misura di quanto vale. Se in questo cammino incontra un potere finalmente verticale, capace di decidere senza compromessi, il capitalismo lo accompagnerà, accettando anche un ruolo da vassallo: in attesa del momento in cui, cacciato il mediatore democratico, scoppierà il conflitto tra la forza del capitale e il governo della forza per decidere chi infine dovrà sedere a capotavola nel mondo nuovo.

Rutebeuf



Dove sono volati i miei amici

che tanto mi erano vicini

e ch’io amavo?

Ho paura che siano svaniti;

tenermeli non ho saputo,

e li ho perduti.

Loro m’hanno fatto male assai,

e da che Dio m’ha dato pena

in ogni dove,

mai uno ne vidi in casa mia.

Certo li ha rapiti il vento.

Così l’amicizia è morta.

Sono amici che s’involano al vento,

e il vento soffiava alla mia porta;

e se li è portati,

e di loro nessuno m’ha dato aiuto

né soccorso offrendomi del suo.

Ecco come s’apprende

che sempre l’amico è lì

per avere da te;

ma se n’avvede ben tardi

chi ha impegnato

i suoi averi per avere amici,

perché non li troverà,

né tutti né un po’,

pronti a sostenerlo.

Da oggi, lascerò il destino vagare

come meglio gli piace

più in nulla intromettendomi.

Se pur ce la farò. 

I versi di Rutebeuf, specie questa “Complainte de l’amitié” sono stati cantati da stelle di prima grandezza della canzone come Joan Baez  e Léo Ferré. Si possono pescare comodamente nel web. Rutebeuf ha scritto molto, ma la sua fortuna letteraria è legata soprattutto ai “Dits”, opere da collocare tra i primi testi poetici che hanno dato vita a una poesia non più cantata ma da leggere.

Una riflessione, piccola piccola. Ci è sicuramente capitato di vedere schiere di personaggi del così detto bel mondo lamentarsi nei giornali o dagli schermi televisivi di “amici” sempre pronti a servirli finché erano potenti o famosi e altrettanto pronti ad abbandonarli quando la fortuna non è più stata dalla loro parte. Non si tratta però di una esclusiva vip; anche tanti di noi ne abbiamo vissuta qualcuna di esperienze simili, no? (Lino Palanca)

Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
Avec le temps qu'arbre défeuilleQuand il ne reste en branche feuilleQui n'aille à terreAvec pauvreté qui m'atterreQui de partout me fait la guerreAu temps d'hiverNe convient pas que vous raconteComment je me suis mis à honteEn quelle manière
Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteLe mal ne sait pas seul venirTout ce qui m'était à venirM'est avenu
Pauvre sens et pauvre mémoireM'a Dieu donné le roi de gloireEt pauvres rentesEt droit au cul quand bise venteLe vent me vient, le vent m'éventeL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
L'espérance de lendemainCe sont mes fêtes
(versione cantata da Léo Ferré)

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
And took them away

With weather that defoliates the trees
when there are in branches no more leaves left
which do not fall down to the ground
With poverty that appals me
that, from everywhere, wages war against me
At the time of winter
It's not suitable for me to tell you
How I shamed myself
In which way

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much?
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
The evil can not come alone
All that had to come to me
happened to me

Poor sense and poor memory
has God given to me, the King of glory
and poor income
And straight to the ass when north wind blows
the wind comes to me, the wind airs me
Love, she is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
Took them away

Hope of tomorrows are my feasts
 

https://journals.openedition.org/studifrancesi/9430