martedì 17 marzo 2026

Identità e riconoscimento


Pubblichiamo ampi stralci di un discorso inedito in Italia del filosofo Paul Ricœur che appare con il titolo “Una fragile identità e il rispetto dell’altro” sul primo numero del 2026 di “Vita e pensiero”, il bimestrale dell’Università Cattolica. Fu pronunciato a Praga nell’ottobre del 2000 al congresso della Federazione internazionale dell’Azione dei cristiani per l’abolizione della tortura. 

Paul Ricoeur

La questione dell’identità abbinata a quella del riconoscimento dell’altro ci pone di fronte a una grande perplessità che si esprime in forma interrogativa: chi siamo? Più seriamente, ci troviamo a confrontarci in maniera diretta con il carattere presunto, addotto, preteso delle rivendicazioni di identità. Tale presunzione si annida nelle risposte tese a mascherare l’ansia della domanda. Alla domanda chi? – Chi sono io? – opponiamo risposte su che cosa. Del tipo: ecco cosa siamo, noi altri. Siamo questi, così e non altrimenti. La fragilità dell’identità di cui ci occuperemo tra poco si mostra nella fragilità di queste risposte su “cosa?” che pretendono di dare la ricetta dell’identità proclamata e reclamata [...].

Che cos’è che fa la fragilità dell’identità?

Come prima causa della fragilità dell’identità bisogna citare il suo difficile rapporto con il tempo: difficoltà primaria che giustifica il ricorso alla memoria in quanto componente temporale dell’identità, congiuntamente con la valutazione del presente e la proiezione del futuro. Ebbene, il rapporto con il tempo fa difficoltà a motivo del carattere equivoco del concetto dello stesso, implicito in quello dell’identità. Che cosa significa restare gli stessi attraverso il tempo? Altre volte mi sono misurato con questo enigma, per il quale ho proposto di distinguere due sensi dell’identico: lo stesso come idem, same, gleich e lo stesso come ipse, self, selbst. Mi è sembrato che il mantenimento di sé nel tempo si fondi su un gioco complesso tra stessità e ipseità, se possiamo osare questi barbarismi; di questo gioco equivoco, gli aspetti pratici e patetici sono più temibili degli aspetti concettuali, epistemici. Dirò che la tentazione identitaria consiste nel ripiegamento dell’identità ipse sull’identità idem, o se preferite nello scivolamento, nella deriva, che conduce dalla flessibilità, propria al mantenimento di sé nella promessa, alla rigidità inflessibile di un carattere, nel senso quasi tipografico del termine [...].

L’altro avvertito come una minaccia

Evocherò ora una seconda fonte di fragilità dell’identità: il confronto con l’altro avvertito come una minaccia. È un dato di fatto che l’altro, in quanto altro, venga a essere avvertito come un pericolo per l’identità propria, quella del noi come quella dell’io. Certo, si può restarne stupiti: la nostra identità dev’essere dunque fragile al punto da non poter sopportare, non poter tollerare, che altri abbiano modi diversi da noi di condurre la loro vita, di comprendersi, d’iscrivere la pro-pria identità nella trama del vivere insieme? È così. Sono proprio le umiliazioni, gli attacchi reali e immaginari all’autostima, sotto i colpi dell’alterità mal tollerata, a far virare dall’accoglienza al rifiuto, all’esclusione, il rapporto che lo stesso intrattiene con l’altro. È possibile analizzare più a fondo questa reazione ostile all’altro? Gli si può forse trovare una radice biologica nella difesa immunitaria dell’organismo, come si vede nel rifiuto dell’intruso nel caso del trapianto. L’organismo difende accanitamente la propria identità all’incirca con due eccezioni, che sono più che eccezioni: il cancro e la gestazione dell’embrione. A questo proposito, l’Aids offre un esempio inquietante dell’astuzia dell’intruso che negozia il superamento delle barriere dell’immunità. Accade qui qualcosa alle frontiere della cellula e dell’organismo: vi si svolgono operazioni di riconoscimento e di identificazione, regolate da codici precisi. Questa difesa identitaria assume forme propriamente umane quando interviene il fenomeno della lingua. Nonostante i relativi successi della traduzione e degli scambi linguistici, le lingue non sono ospitali le une con le altre. A questo livello accade qualcosa di paragonabile alla difesa immunitaria sul piano biologico; il linguaggio costituisce la mediazione essenziale tra memoria e racconto; le memorie si articolano in racconti: Hannah Arendt dice da qualche parte che il racconto dice il “chi” dell’azione. Ebbene, il racconto contribuisce facilmente all’avvitamento dell’identità di una memoria su se stessa; i miei ricordi non sono i vostri; se necessario, escludono i vostri. A complicare le cose, alla sensazione di minaccia risultante da un’alterità mal tollerata si aggiunge la relazione di invidia che non è meno di ostacolo al riconoscimento dell’altro; l’invidia, dice un dizionario, consiste in un sentimento di tristezza, irritazione e odio verso chi possiede un bene che non abbiamo. L’invidia rende intollerabile la felicità degli altri. Alla difficoltà di condividere l’infelicità si aggiunge il rifiuto di condividere la felicità. Bisognerebbe qui mostrare come al lato passivo dell’invidia come forma di tristezza si aggiunga il lato attivo della rivalità nel possesso; su quel desiderio di godere di un vantaggio, di un piacere uguale a quello di un altro, René Girard costruisce la sua teoria della mimesi e la sua interpretazione del fenomeno del capro espiatorio come scaturito dalla rivalità mimetica risultante dalla riconciliazione di tutti contro uno. Questi fenomeni di difesa, rifiuto, invidia ci invitano a superare la distanza tra identità individuale e identità collettiva; il fenomeno al nucleo è quello del carattere minaccioso per l’integrità del sé che la semplice esistenza di un altro differente da me costituisce. Tale minaccia risorge su scala immensa sul piano collettivo. Anche le collettività hanno un problema quasi biologico di difesa immunitaria. Anche su questa grande scala si lasciano leggere fenomeni che quasi non hanno equivalenti sul piano personale, se non con il transfert inverso dal piano collettivo a quello dell’identità personale. Si tratta dei fenomeni di manipolazione che si possono assegnare a un fattore inquietante e multiforme che s’inserisce tra la rivendicazione identitaria e le espressioni pubbliche della memoria. Il fenomeno è strettamente associato all’ideologia il cui meccanismo resta volentieri dissimulato; a differenza dell’utopia, con la quale l’ideologia merita di essere accoppiata, esso è inconfessabile; si maschera ritorcendosi in denuncia contro gli avversari nella competizione tra ideologie; nell’ideologia è sempre l’altro ad abbrutirsi. Inoltre, essa opera a molteplici livelli. Su quello più vicino all’azione, costituisce una strategia insuperabile, in quanto mediazione simbolica derivante da una «semiotica della cultura» (Geertz); è a questo titolo di fattore d’integrazione che l’ideologia può svolgere il ruolo di guardiana dell’identità. Ma tale funzione di salvaguardia si accompagna a manovre di giustificazione in un dato sistema di ordine o di potere, che si tratti delle forme della proprietà, di quelle della famiglia, dell’autorità, dello Stato, della religione. Tutte le ideologie, in definitiva, ruotano attorno al potere. Da qui si passa facilmente ai fenomeni più evidenti di distorsione della realtà di cui gli avversari si compiacciono di accusarsi reciprocamente. Si vede immediatamente a che livello le ideologie possono intervenire nel processo d’identificazione attraverso il sé di una comunità storica: al livello della funzione narrativa. L’ideologia della memoria è resa possibile dalle risorse di variazione offerte dal lavoro di con-figurazione del racconto. Ogni racconto è selettivo. Non si racconta tutto, ma solo i momenti salienti dell’azione che consentono la costruzione dell’intrigo, la quale riguarda non solo gli eventi raccontati ma i protagonisti dell’azione, i personaggi. Ne risulta che si può sempre raccontare in un altro modo. È questa funzione selettiva del racconto a offrire alla manipolazione l’occasione e i mezzi di una strategia d’astuzia che consiste anzitutto in una strategia dell’oblio, così come della rimemorazione. Da tali strategie derivano i tentativi messi in atto da certi gruppi di pressione, siano essi al potere, all’opposizione o rifugiati in minoranze attive, per imporre una storia “autorizzata”, una storia ufficiale, appresa e celebrata pubblicamente. Una memoria esercitata infatti è sul piano istituzionale una memoria insegnata; la memorizzazione forzata si trova così arruolata a beneficio della rimemorazione delle peripezie della storia comune condotta attraverso gli eventi fondatori dell’identità comune. In questo modo la chiusura del racconto è messa al servizio della chiusura identitaria della comunità. Storia insegnata, storia appresa, ma anche storia celebrata. Alla memorizzazione forzata si aggiungono le commemorazioni convenute. Un patto formidabile si stringe così tra rimemorazione, memorazione e commemorazione. Questa appropriazione della storia non è prerogativa dei regimi totalitari: è l’appannaggio di tutti gli zeli della gloria.

Le letture di Berlinguer

Natalia Ginzburg, Anniversario,  in Enrico Berlinguer, a cura di Carlo Ricchini et alii, Edizioni l'Unità,1985

Ragazzo, leggeva molto. Me l'hanno detto i suoi famigliari, ma non era difficile immaginarlo. Leggeva soprattutto i filosofi. Lesse costantemente, nel corso della sua vita, i Dialoghi di Platone. Quando lasciò la casa paterna, portò via con sé soltanto i libri di politica e di filosofia. I romanzi, non li prese.
Anche Machiavelli era una sua lettura costante, a cui sempre ritornava.
Tuttavia leggeva romanzi. Amava moltissimo i romanzi di Elsa Morante, mi hanno detto i suoi famigliari. Di Moravia amava soprattutto I racconti romani.
Amava Leopardi. Leggeva molto i poeti. Conosceva bene la poesia di Montale. Più che non i prosatori, amava i poeti. Leggeva a letto, la sera, prima di addormentarsi.
Non guardava la televisione. Alla televisione guardava soltanto il telegiornale e lo sport. 
Amava la musica di Wagner.
Ho chiesto quali erano gli ultimi libri che erano rimasti sul suo comodino, gli ultimi che aveva sfogliato, o letto, per curiosità o per amore, negli ultimi giorni, prima di lasciare la sua casa per sempre. Erano all'incirca i seguenti: Rimbaud, un libro di Graham Green che gli aveva regalato Tatò; La tempesta nella traduzione di De Filippo; Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice; il primo volume di Oblòmov; i discorsi parlamentari di Croce; le Confessioni di Sant'Agostino; I dieci giorni che sconvolsero il mondo.
Oblòmov è la storia di un pigro. Ho chiesto alla moglie se egli avesse amato questo romanzo bellissimo. La moglie mi ha detto che lo aveva molto amato. Era forse anche lui un pigro, per sua natura, mi ha detto la moglie, eppure per la pigrizia, per l'ozio, per i pigri vagabondaggi, nella sua vita ben poco posto c'è stato. È morto logorato dalla fatica. E tuttavia un fondo di nostalgia per l'ozio, per la vita contemplativa, era rimasto impresso nei suoi tratti. Anche questo lo rendeva diverso dai consueti personaggi pubblici e caro a coloro che amano, nelle fisionomie umane, il desiderio dimenticato o rimosso di un altro e contrastante destino. 



lunedì 16 marzo 2026

Naturae species ratioque

 

Poggio Bracciolini (1380–1459)

se la scienza ci può portare alla felicità
Epicureismo

Assai duro a morire è il pregiudizio secondo il quale l’epicureismo sia esclusivamente una proposta etica che poco o nulla ha a che fare con la conoscenza della natura. I motivi sono molteplici, «antichi» e «moderni». Con la felice eccezione del De rerum natura di Lucrezio, l’antichità non ha trasmesso l’immagine di un Epicuro scienziato ma quella di un maestro di morale. Basti prendere Cicerone nel I libro del De finibus, dove l’Arpinate, critico, sì, di Epicuro ma suo profondo conoscitore, presenta l’etica epicurea non come parte di un sistema più ampio ma come coestensiva a esso. Dopo Cicerone la vulgata è nota: Epicuro è un estimatore dei piaceri più laidi e un empio che, di fatto, non ammette l’esistenza degli dèi, autorizzando, così, una vita da dissoluti. La storia vera è profondamente diversa. I Papiri di Ercolano hanno conservato in modo frammentario alcuni dei ben 37 libri del Peri physeos dedicati allo studio minuzioso della natura: dai principi della realtà (atomi e vuoto) all’astronomia, dalle cause dei fenomeni meteorologici al progresso della civiltà umana. Che il cuore della filosofia di Epicuro fosse la conoscenza puntuale della natura – finalizzata a fugare tutte le paure (della morte, degli dèi) che ostacolano l’ottenimento della felicità – non era sfuggito a Lucrezio, il quale non a caso intitola il suo poema De rerum natura. Ma non mancano motivi “moderni”. Si potrebbero fare molti nomi di filosofi o interpreti moderni che hanno drasticamente ridotto la complessità del pensiero di Epicuro alla sola etica: si pensi al tentativo di Pierre Hadot di sussumere tutto o buona parte del pensiero antico sotto la categoria di «esercizio spirituale».

Ciò, ovviamente, non significa che l’etica non abbia alcuna parte nella filosofia di Epicuro: è proprio il contrario. Il raggiungimento della felicità è lo scopo della filosofia ma il suo cuore rimane la conoscenza dettagliata della natura (physiologia) senza ricorrere a dèi o principi teleologici che spiegano l’ordine del mondo. Insomma, se Lucrezio non fosse stato scoperto da Poggio Bracciolini nel 1417 la storia della scienza avrebbe seguito un cammino assai diverso. La cosa non era sfuggita nemmeno ad Albert Einstein che antepose una breve premessa all’edizione in latino e tedesco del De rerum natura curata da Hermann Diels (1924) nella quale, pur constatando che la fisica atomistica antica nulla aveva a che fare con i risultati della fisica moderna, riconosceva in Lucrezio «un uomo indipendente, interessato alle scienze naturali e al pensiero speculativo; un uomo certamente dotato di sentimenti e pensieri vividi».

Per fortuna Diogene Laerzio, nel X libro delle sue Vite, ha trasmesso alcuni testi di Epicuro tra cui l’Epistola a Erodoto, il documento che più e meglio di altri sintetizza i principi fondamentali della fisica epicurea.

È a questo testo che si è dedicato uno scienziato tedesco, Detlev Schild, già Direttore dell’Istituto di neurofisiologia e biofisica cellulare dell’Università di Göttingen, che ha appena pubblicato un agile volumetto che contiene non solo una traduzione inglese dell’Epistola, senza particolari pretese filologiche, ma soprattutto una riscrittura del testo di Epicuro sotto forma di una lettera del filosofo per un suo collega scienziato contemporaneo, nella quale espone una sintesi dei suoi studi sulle scienze naturali usando, però, il linguaggio delle scienze di oggi. Segue un breve ma denso commentario ai temi della lettera nel quale Schild mostra, mutatis mutandis, una sorprendente affinità tra la fisica e la medicina contemporanee e i contenuti dell’Epistola ad Erodoto. Colpisce, per esempio, la relazione che Schild osserva tra la dottrina delle pellicole atomiche che si distaccano dalla superficie degli oggetti e la teoria dei fotoni; oppure, in ambito percettivo, la posizione epicurea secondo la quale deve esserci un rapporto di «proporzionalità» tra gli atomi «sonori» e la struttura (altrettanto atomica) dell’organo percettivo. Linda Buck ha ricevuto nel 2015 il Nobel per la Medicina per aver condotto, insieme a Richard Axel, ricerche innovative sul sistema olfattivo, scoprendo la base genetica e molecolare delle proteine olfattive dell’organo recettore che seguono il principio (epicureo) della «isometricità».

Pensare che Epicuro abbia anticipato buona parte dei risultati della scienza moderna è naturalmente ingenuo (e qui torna il monito di Einstein). E, tuttavia, come mostra Schild, Epicuro intuisce un metodo e dei contenuti che hanno singolari affinità con le scoperte scientifiche del XIX e del XX secolo. Sarà un caso? C’è da dubitarne, forse. Il lavoro di Schild ricorda agli scienziati a digiuno di greco ma anche ai cultori dell’antichità a digiuno di scienza il ruolo cruciale dell’epicureismo nella storia del progresso delle scienze.

Detlev Schild, Epicurus. The Birth of the Natural Sciences, Atticus Verlag, pagg. 128, € 18------------------------------------------------------------------------------------------------De rerum natura, libro II, 54-61

nam vel uti pueri trepidant atque omnia caecis
Infatti come i fanciulli nelle tenebre temono
in tenebris metuunt, sic nos in luce timemus
e hanno paura di tutto, così nella luce noi talvolta
inter dum, nihilo quae sunt metuenda magis quam
temiamo cose che non sono affatto più spaventose
quae pueri in tenebris pavitant finguntque futura.
di quelle che i fanciulli paventano nelle tenebre immaginandole imminenti.
Hunc igitur terrorem animi tenebrasque necessest 
Questo terrore dell’animo, dunque, e queste tenebre occorre
non radii solis neque lucida tela diei 
che siano dissipate non dai raggi del sole o dai lucenti
discutiant, sed naturae species ratioque. 
dardi del giorno, ma dalla visione e dalla scienza della natura.
(traduzione di Luca Canali)

E come i fanciulli vedon di notte atterriti
nel vuoto dell'ombra fantasmi di gelide ali
e ne fingono altri in cammino per l'aria,
così nella luce tremano gli uomini
di cose più esigue dell'ombre. Né valgono
i raggi del sole a sperder le tenebre
e questo terrore dell'animo, ma solo 
lo studio del vero, ma solo la luce 
della ragione.
(traduzione di Enzio Cetrangolo)

La guerra che sfugge di mano

Mohsen Rezaei

Con l'aggravarsi della crisi in Medio Oriente, 
Stati Uniti e Israele potrebbero perdere l'iniziativa

Jason Bourke a Gerusalemme
Non si intravedono segnali di un imminente cambio di regime in Iran, mentre il blocco 
dello stretto di Hormuz sconvolge l'economia globale.
The Guardian, domenica 15 marzo 2026

Pochi dubitano che nei primi giorni della nuova guerra in Medio Oriente l'iniziativa sia spettata agli Stati Uniti e al loro alleato Israele . Ora, tuttavia, la situazione sembra meno certa.

Domenica, Mohsen Rezaee, un alto ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, ha dichiarato che "la fine della guerra è nelle nostre mani" e ha chiesto il ritiro delle forze di Washington dal Golfo e un risarcimento per tutti i danni causati dall'attacco.

Tre settimane fa, sembrava improbabile che alti funzionari di Teheran potessero mai mostrare una tale sicurezza.

Il conflitto ebbe inizio con un attacco a sorpresa di Israele che uccise la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei. Gli aerei da guerra statunitensi e israeliani dimostrarono poi rapidamente di poter operare impunemente sull'Iran, attingendo a ingenti risorse di intelligence per colpire migliaia di obiettivi. Le uniche perdite significative furono causate dal fuoco amico .

L'Iran ha reagito lanciando contro Israele numerosi missili e droni, in gran parte intercettati dai sistemi di difesa aerea israeliani. Finora, 12 persone sono rimaste uccise in Israele a causa di attacchi iraniani. Il bilancio delle vittime è comunque nettamente inferiore rispetto al conflitto, molto più breve, dello scorso anno tra le due potenze.

I paesi del Golfo hanno avuto meno fortuna quando sono stati presi di mira dall'Iran , ma sono comunque riusciti a proteggere i propri residenti e le infrastrutture da danni irreparabili, sebbene si discuta molto sulla possibilità che le loro scorte di missili intercettori, fondamentali per la loro sopravvivenza, si esauriscano, e la loro reputazione di oasi di pace, lusso e ricchezza sia ormai in rovina.

Gli Stati Uniti e Israele dimostrano ogni giorno la loro schiacciante superiorità militare convenzionale con ulteriori attacchi contro l'Iran, ma sembra che l'iniziativa stia sfuggendo loro di mano.

Donald Trump ha fornito diverse ipotesi sulla durata del conflitto, ma negli ultimi giorni ha suggerito che si concluderà solo dopo che l'Iran sarà stato costretto a fare delle concessioni. Molti analisti ritengono che gli Stati Uniti si stiano intrappolando in una guerra molto più lunga di quanto desiderassero.

Il cambiamento cruciale è stata la chiusura dello Stretto di Hormuz , che trasporta un quinto delle riserve mondiali di petrolio e gas. Ciò ha provocato un'ondata di shock nell'economia globale, facendo impennare i prezzi del petrolio e facendo schizzare alle stelle i prezzi alla pompa. Il presidente degli Stati Uniti è ora sottoposto a pressioni interne e internazionali affinché ponga fine rapidamente alle ostilità.

Danny Orbach, professore di storia militare all'Università Ebraica di Gerusalemme, ha tuttavia insistito sul fatto che Israele e gli Stati Uniti continuavano a dettare le dinamiche della guerra.

«Avere l'iniziativa significa dettare l'agenda... L'Iran sta esaurendo i lanciamissili... quindi l'unica cosa che restava a Teheran era intensificare il conflitto e sperare che in qualche modo si fermasse. Ecco perché ha attaccato gli stati del Golfo e poi ha chiuso lo stretto di Hormuz», ha affermato.

Alcuni hanno ipotizzato che Trump potrebbe ordinare ai marine statunitensi, attualmente in viaggio verso il Medio Oriente, di occupare l'isola di Kharg , principale centro di esportazione petrolifera iraniana, per fare pressione su Teheran. Tuttavia, i marine non arriveranno prima di almeno due settimane.

Trump potrebbe anche ordinare la distruzione degli impianti petroliferi di Kharg, paralizzando potenzialmente l'economia iraniana per gli anni a venire. Finora, sono stati colpiti solo obiettivi militari, una scelta fatta "per decenza", ha dichiarato Trump sabato.

"L'Iran dipende dalla decisione degli Stati Uniti di bombardare o meno la propria economia. Se si verificasse una situazione di stallo, non sarebbe una situazione di parità", ha affermato Orbach.

Ma altri analisti non sono d'accordo. Peter Neumann, professore di studi sulla sicurezza al King's College di Londra, ha affermato che l'Iran ha giocato una carta sfavorevole con successo.

"Da diversi giorni ormai, gli Stati Uniti stanno cercando di trovare una risposta adeguata alla chiusura dello stretto di Hormuz, che chiaramente non si aspettavano... Credo che ora l'iniziativa sia passata agli iraniani", ha affermato Neumann.

Trump ha invitato altri Paesi a inviare navi da guerra per unirsi al tentativo statunitense di riaprire lo stretto. Finora nessuno ha accettato e la maggior parte degli analisti ritiene che un'impresa del genere sarebbe irta di rischi. Non solo la protezione di centinaia di petroliere richiederebbe l'impiego di ingenti risorse militari, ma non potrebbe mai garantire la totale sicurezza della navigazione. Un singolo missile, una mina o una piccola imbarcazione iraniana carica di esplosivo potrebbero avere un effetto devastante.

Ciò suggerisce che la decisione di riaprire lo stretto dovrà essere presa a Teheran. Vi sono poche prove che l'attuale leadership iraniana sia disposta a fare qualcosa che possa mitigare la minaccia per l'economia globale, o che il cambio di regime che Israele e gli Stati Uniti speravano di realizzare in Iran sia imminente.

Neumann ha aggiunto: “Nonostante il grande successo nella distruzione delle infrastrutture militari ed economiche in Iran, ciò non ha avuto l'effetto politico sperato. Il regime sembra debole ma stabile”.

Domenica, commentatori israeliani hanno descritto gli sforzi del governo per ridimensionare le aspettative suscitate all'inizio della guerra. Yoav Limor ha scritto sul quotidiano a diffusione nazionale Israel Hayom che i funzionari ritengono che un cambio di regime sia meno probabile e hanno attribuito la colpa "alla forte presa che il regime continua a mantenere sulle forze di sicurezza e alla spietata repressione che ha profondamente terrorizzato l'opinione pubblica iraniana".

Ma all'interno di questa crisi regionale in escalation, altri conflitti minori potrebbero seguire dinamiche proprie.

Le milizie filo-iraniane in Iraq sembrano ancora restie a impegnarsi completamente nella difesa dell'Iran, mentre gli Houthi in Yemen non sono ancora entrati in guerra.

In Libano, Hezbollah ha sorpreso Israele cercando di vendicare la morte di Khamenei con una serie di intensi attacchi missilistici e con droni. Da allora, il movimento islamista sostenuto dall'Iran ha continuato a bombardare il nord di Israele, rivelando una forza insospettata da molti analisti.

Israele ha risposto con una massiccia offensiva aerea che ha causato la morte di oltre 800 persone e lo sfollamento di circa 800.000.

David Wood, analista del Libano presso l'organizzazione non profit International Crisis Group, ha affermato che Hezbollah non possiede le stesse carte degli iraniani.

"Israele ha un obiettivo chiaro e ambizioso: eliminare Hezbollah come minaccia alla propria sicurezza nazionale, sebbene i mezzi per raggiungere tale obiettivo non siano chiari. Hezbollah ha un obiettivo ben preciso: sopravvivere", ha affermato Wood. "Hezbollah potrebbe aver sorpreso persino gli israeliani all'inizio del conflitto, ma non dobbiamo presumere che sarà in grado di mantenere questo risultato a lungo termine, data la schiacciante superiorità militare israeliana".

L' Italia a tavola

 

persistente, come le nostre tante cucine
L’Italia a tavola

Le vicende della ristorazione italiana mostrano una narrazione che non conferma “una cucina italiana”, bensì tante cucine “italiana” (errore grammaticale voluto per esprimere un chiaro concetto). Dagli anni 70, come vedremo, il racconto della cucina può essere sintetizzato nella metafora di Antonio Gramsci: «L’Italia è un paese di tumulti, non di rivoluzioni». Una storia che ha avuto, qua e là, nel tempo sia leader, sia scuole di pensiero che, nell’espace d’un matin, hanno provocato tumulti, mai rivoluzioni, al pari della nouvelle cuisine, del movimento spagnolo di Ferran Adrià o come quello nordico di Rezdepi. Anzi di queste firme, molti cucinieri italiani, hanno subito il fascino, con ripercussioni sulla stessa ristorazione nostrana.

L’unica “riforma” del Buon Paese che ho riscontrato è stata quella di usare l’aggettivo “nuova”, spesso a sproposito, quando qualche critico voleva portare alla ribalta un manipolo di cucinieri, al momento, sulla cresta dell’onda.

La (mia) verità è che le diverse “cucine italiana”, frutto delle culture dei mille campanili, abbiano talmente lasciato il segno nella cultura gastronomica del Bel Paese, che neppure i continui stage all’estero di giovani cuochi, sono stati in grado di cancellare.

La distinzione fra grande cuisine cuisine paysanne, esistente in Francia. non ha radici da noi, soprattutto perché la cucina di alta qualità (haute cuisine) ha una storia breve, e ci porta romanticamente alla fine degli anni 70, al mitico Gualtiero Marchesi.

Fino ad allora i modelli di riferimento sono stati identificati nella cucina così detta “internazionale”, i cui protagonisti sono i ristoranti degli alberghi e di cucina territoriale, ovverosia quella popolare.

Nel 1959 la guida Michelin (esce la prima volta nel 1956) premia con una stella ben 89 locali; nel 1969 è interessante notare ci siano ben 12 ristoranti premiati con 2 stelle: Sabatini a Firenze, Gourmet a Milano, Fini a Modena, Santamaria a Rapallo, Rocca e Ruta a Camogli, Il Pesce d’oro a Sanremo, Villa Sassi a Torino, Antico Martini a Venezia, 12 Apostoli a Verona e, soprattutto la Trattoria la Santa a Genova di Nino Bergese, chiamato il cuoco dei re” per la sua attività a servizio di famiglie nobili e facoltose.

Nel suo piccolo locale, Bergese crea circa 520 piatti (tra cui la crema di latte al guanciale affumicato, la torta fiorentina in foglia d’oro ecc.), che lo hanno reso famoso per la finezza e l’armonia della cucina.

A seguito della chiusura della Santa, Bergese fu chiamato da Gian Luigi Morini, illuminato creatore di uno dei più importanti locali italiani, il San Domenico di Imola. Qui, dall’incontro con il giovanissimo chef Valentino Marcattilii, nacque un piatto iconico della cucina italiana: l’uovo in pasta. Il San Domenico, tuttora attivo, aperto nel marzo del 1970, era appunto il sogno dell’ex bancario Morini di creare in Italia un locale che avesse lo stesso sfarzo dei grandi ristoranti parigini. Il locale rimase per lungo tempo una rara icona nel panorama italiano per il suo menu creativo, in un periodo ricco di modelli di cucine di territorio con poca attenzione ai dettagli.

Non a caso, negli anni 70 balza alla ribalta, tra le nebbie, uno “spaccio di campagna”, a Samboseto, frazione di Busseto (Parma), che in pochi anni da tabaccheria con vendita di sigarette, vini e distillati, si trasforma in trattoria, e addirittura è insignito nel 1976 di due stelle Michelin. Il punto di forza del locale era la straordinarietà della cucina e della cantina. Ai fornelli Mirella, moglie del mitico Peppino Cantarelli, signore dei vini e della scoperta del culatello, che proponeva ricette e piatti, tuttora in carta, con successo, nelle trattorie padane: il savarin di riso, la torta di lingua alle erbe, l’anatra all’arancia, i tortelli, gli anolini e i cappelletti in brodo, il semifreddo croccante di gelato.

Tra gli anni 70 e i primi anni 80, la ristorazione in Italia ha vissuto però anche anni bui, animati da cuochi pasticcioni, alla ricerca di una creatività senza basi, influenzati dalla nouvelle cuisine, pronti a proporre ricette stravaganti, con scenografie improponibili. Nel grigiore, tuttavia, nasce un’icona, Gualtiero Marchesi, che rientra in Italia (apre a Milano nel 1977) dopo un periodo trascorso in Francia durante il quale gli chef fondarono la nouvelle cuisine, che stravolge molti principi e regole che, fino allora, erano le basi della cucina. La cucina di questo cuoco milanese, che lui stesso definisce sempre “contemporanea”, salvaguarda i sapori naturali degli ingredienti, riduce i tempi di cottura, con ricerca della leggerezza, non solo come godimento del palato, ma anche della salute. Molti piatti di Gualtiero sono diventati veri e propri cult: il raviolo aperto, riso oro e zafferano, gli spaghetti freddi al caviale, oro e riso, il dripping di pesce ecc. Dai suoi ristoranti, prima a Milano, poi all’Albereta di Erbusco, sarebbe uscita una schiera di giovani chef (Carlo Cracco, Enrico Crippa, Davide Oldani, Piero Leeman, Paolo Lopriore), divenuti nel tempo grandi protagonisti della ristorazione italiana: sono ancora, con una cucina diversa l’uno dall’altro e dalla stessa del Maestro, tra i fari della ristorazione italiana.

Non è stato invece discepolo di Marchesi, ma Ezio Santin della Antica Osteria del Ponte, secondo ristorante della terza stella Michelin, aveva, tra i pochi, recepito i principi delle nouvelle (le cotture, la mise en place e la leggerezza) senza esserne sopraffatto, ma utilizzando gli eccellenti prodotti italiani, così pure Aimo Moroni e Nadia nel Luogo che ha portato a Milano una cucina toscana ricercata. Tavole di fascia alta, così come l’Enoteca Pinchiorri a Firenze, che Giorgio Pinchiorri trasforma in un tempio mondiale del vino, dove Annie Feolde, chef francese, è riuscita ad interpretare con la sua tecnica ricette italiane e fiorentine; un’eredità raccolta attualmente dallo chef Riccardo Monco.

A metà degli anni 70, sulle rive del Lago di Corbara, apre il suo locale (Casa Vissani) lo chef Gianfranco Vissani, dotato di grande talento, creatore di piatti straordinari, di raro gusto ed equilibrio. Un cuoco che ha diviso, ma si è preso, giustamente, la scena per molti anni della critica gastronomica italiana.

Nello stesso periodo ad Amelia, in Liguria, apre la Locanda dell’Angelo di Angelo Paracucchi. Il suo credo era la ricerca delle materie prime, soprattutto quelle made in Italy, come il maniacale ricorso alla qualità dell’olio extravergine e la riproposta della pasta fresca, fatta in casa con farine particolari. In Romagna, dal 1971, a Castrocaro, brilla la stella (per 26 edizioni) della Frasca di Castrocaro di Gianfranco Bolognesi, che porta alla ribalta una gastronomia territoriale e i vini di quella terra.

Nel 1980 per far fronte alle influenze della nouvelle cuisine e, riaffermare i principi della cultura gastronomica italiana, nasce il movimento “Linea Italiana in cucina”, fondato da Franco Colombani del Sole di Maleo, di cui hanno fatto parte alcuni locali, tutt’ora in attività e sempre di grande successo, come il Pescatore di Runate della famiglia Santini (da 30 anni stellato e da 25 ai vertici di guida Michelin), modello di una cultura del territorio elevato a grande cucina, e Romano di Viareggio (uno dei migliori locali di pesce da 50 anni).

E dall’inizio degli anni 80, brilla la stella del Gambero Rosso di San Vincenzo di Fulvio Pierangelini: la sua cucina di apparente semplicità, nasconde una tecnica sopraffina; un suo piatto iconico: “la passatina di ceci e gamberi” ha lasciato il segno, ormai presente in molti altri menu. La sua cucina ora è altrove, in Italia e all’estero, come Creative food Director dei Rocco Forte Hotel (a Milano e in numerosi altri hotel), sempre contemporanea, pochi ingredienti e grande leggibilità dei piatti.

Ancora negli anni 80 spunta in un borgo romagnolo, Argenta, un locale, il Trigabolo, manipolo di scapigliati cuochi (Bruno Barbieri, Igles Corelli, fratelli Leoni, Mauro Gualandi, Italo Bassi), guidati da un uomo di pensiero raffinato, Giacinto Rossetti. Sono e restano la scheggia impazzita della ristorazione, in grado di stravolgere piatti e stupire. Peccato che il fenomeno Trigabolo sia durato pochi anni.

Dalla metà degli anni 90 in poi la storia della ristorazione, tuttora in progress, e sarà da raccontare negli anni a venire; attualmente è in grande evoluzione in Italia e di successo all’estero, a cominciare dai ristoranti di Massimo Bottura e Niko Romito, che hanno ottenuto grandi riconoscimenti. Dal nord al sud le stelle che brillano sono davvero tante: Norbert Niederkofler, Antonio Guida, Andrea Aprea, Max Alajmo, Antonino Cannavacciuolo, Enrico Bartolini, Da Vittorio, Giancarlo Perbellini, Gaetano Trovato, Mauro Uliassi, Heinz Beck, Gennaro Esposito, Giuseppe Iannotti, Nino Di Costanzo, Fabrizio Mellino, Ciccio Sultano, Pino Cuttaia, Moreno Cedroni, Alfonso Iaccarino, e l’accoppiata Negrini Pisani.

A dir il vero, mai nella storia della ristorazione, abbiamo avuto tanti “campioni”, riconosciuti e premiati dalla critica mondiale e presenti nelle graduatorie internazionali. Ognuno di loro però esprime una loro singolare cucina da cui una frammentarietà culinaria di ricette e ingredienti, il cui unico legame è lo stile.

Un fil rouge forse può intravedersi tra gli chef di cultura meridiana: quel gusto solare, caldo, mediterraneo, che fa viaggiare la memoria sensoriale e ricordare i luoghi. Così è se mi piace!