lunedì 16 febbraio 2026

La stagnazione dell'economia italiana

 

Giorgio La Malfa
Serve un'economia del futuro

Corriere della Sera, 16 febbraio 2026

Penso che dovrebbe esservi un allarme rosso sulle condizioni dell’economia italiana. I dati sono impressionanti, quando li si guardino nella loro evoluzione temporale. Praticamente l’economia italiana è stagnante da un quarto di secolo: è ferma la produttività, declina progressivamente il settore manifatturiero; cresce il settore dei servizi, ma non con imprese ad alto valore tecnologico ma in attività essenzialmente legate al consumo ed al turismo che offrono stipendi molto al di sotto di quelli degli altri paesi dell’Europa Occidentale. Ci si consola dicendo che il reddito nazionale potrebbe crescere di mezzo punto, senza tener conto di tutti i dati che misurano le tendenze di fondo.

Ho scelto due indicatori che sono inconfutabili: fra il 2004 e il 2024 il reddito procapite in seno all’unione Europea è cresciuto del 20%. In taluni paesi entrati di recente in Europa che partivano da redditi molto bassi la crescita è stata molto superiore alla media. Nei grandi paesi dell’Europa Occidentale chi ha fatto peggio è la Spagna, dove il reddito procapite è cresciuto dell’11%. In Francia è cresciuto del 22, in Germania del 24%.

In due soli paesi il reddito procapite è diminuito: in Grecia del 5%, in Italia del 4%. Venti anni fa il nostro reddito procapite superava quello medio dell’unione Europea del 20%, oggi è di circa il 15% sotto la media. Come definiamo questi numeri?

Un secondo dato. Il Sole 24 Ore ha pubblicato le classifiche del reddito procapite delle regioni dell’Unione Europea. Venti anni fa, la Lombardia, il Veneto e il Piemonte erano nel gruppo di testa insieme con alcune regioni della Germania, della Francia etc., mentre regioni come le Marche e l’umbria stavano più o meno a metà classifica. Oggi Lombardia, Veneto e Piemonte sono posizionate a metà classifica, mentre Umbria e Marche sono scivolate verso il fondo, avvicinandosi alla Calabria e alla Sicilia che in quella graduatoria sono state sempre molto in basso.

Non dovrebbe esservi un piano straordinario per affrontare il declino dell’economia italiana? Non si doveva utilizzare il sostegno straordinario offertoci dall’europa con i fondi del Next Generation EU per sostenere una strategia? Il problema è che manca la diagnosi e quindi manca la cura. Il governo italiano, in fondo, ha come unica strategia la più semplice e più superficiale delle politiche keynesiane: pensa che si tratti di sostenere la domanda. Quindi, quando le regole europee lo consentono, abbassa qualche aliquota o aumenta, se ci riesce, la spesa in opere pubbliche pensando in questo modo di dare fiato all’economia. Ma se la crisi è dovuta alla stagnazione della produttività, sostenere la domanda non basta e non serve: bisogna fare una diversa politica: una politica dell’offerta. Bisogna cioè che vengano fatti investimenti in grado di sollevare la produttività. Questa è la sola chiave se si vuole invertire il declino.

Da questa diagnosi discende anche la strategia da adottare. La sola strada che l’italia può imboccare — e che a mio avviso deve imboccare al più presto — è fare massicci investimenti nella scuola, nell’università, nella ricerca scientifica di base, nella ricerca applicata, nell’acquisizione di nuove tecnologie, nel sostegno agli investimenti nei settori avanzati, nella promozione delle start-up tecnologiche e così via.

Questa è la ricetta che ritengo indispensabile. Oggi l’italia spende per l’istruzione circa il 4% del Pil. Dovremmo darci l’obiettivo di raddoppiare questa percentuale nel giro di tre o quattro anni. Se è possibile farlo per la difesa, a maggior ragione va fatto per istruzione e ricerca. Dovremmo inondare di fondi la scuola, l’università, gli enti di ricerca; dovremmo dare contributi agli investimenti in settori avanzati; dovremmo creare poli di ricerca in cui concentrare gli sforzi e aiutare tutti quelli che operano nel campo dell’innovazione, far crescere intorno ad essi delle iniziative del venture capital. Invece di dire che tutto il Mezzogiorno o tutta l’italia è una ZES, dovremmo individuare pochi poli su cui concentrare il massimo degli incentivi e dei sostegni.

Naturalmente non è una strada facile perché, non potendo fare ulteriore debito pubblico, far crescere i finanziamenti dedicati a questi settori impone di limitarli ad altri e ci vuole coraggio e determinazione. Ma si deve sapere che questa è una strategia e non ve ne sono altre.

I governatori della Banca d’italia, da Ignazio Visco a Fabio Panetta, hanno parlato molto in questi anni di questi problemi. C’è quindi il supporto scientifico del maggiore centro di riflessione economica di cui ancora dispone l’italia. Panetta lo ha fatto ancora inaugurando l’anno accademico dell’università di Messina. Le loro analisi confortano questa mia proposta. Ma la scelta di procedere è una scelta politica. Non è un fatto tecnico.

Da dove trarre i fondi necessari? Ovviamente servirà, all’inizio della ormai prossima legislatura, partire da una analisi spietata del bilancio, ma per esempio sarebbe un giusto segnale prendere 13 miliardi che il governo attuale ha messo nel progetto pluriennale di bilancio per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e trasferirli integralmente alla scuola e alla ricerca scientifica. Lasciando da parte le questioni di fattibilità, quello che è certo è che il ponte è espressione di una concezione economica vecchia: è l’idea della piena occupazione attraverso la domanda. È un progetto protokeynesiano. Quello che ci serve è la crescita di un’italia moderna tecnologicamente. Meglio prendere quei soldi e darli alle Università o ai giovani che hanno avviato delle start-up tecnologiche. Se non vogliamo affondare nel Mediterraneo, dobbiamo immaginare un’italia proiettata nel XXI secolo, non nelle illusioni del secolo scorso.

Piero Gobetti per frammenti

Piero Gobetti era nato a Torino il 19 giugno 1901

Corrado Malandrino
Piero Gobetti
Dizionario biografico degli italiani, vol. 57, 2001

 Il programma diseguale di Energie nove sembrò essere "più effervescente che chiaro" (N. Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, 1920-1950, Torino 1977, p. 5). In effetti il pensiero del G. vi si delineò frammentario, in formazione e, per ciò stesso, talora apparentemente privo di profonda coerenza e unità, contraddittorio, a volte troppo saccente e impertinente, ma non da "parassita della cultura" come, con eccessiva acrimonia (...), ebbe a definirlo P. Togliatti in un articolo stroncatorio apparso sull'Ordine nuovo (15 maggio 1919). 

All'inizio del 1921 Gramsci - che, presentato al G. da Andrea Viglongo fin dal 1918, ne era diventato amico e aveva sporadicamente collaborato a Energie nove -, superando le schermaglie polemiche precedenti, gli propose di tenere sull'Ordine nuovo quotidiano una rubrica letteraria e teatrale, per la quale il G. pubblicò centinaia di cronache e recensioni fino all'ottobre 1922.

Tale attività, di per sé priva di diretto carattere politico - benché occorra ricordare che in qualità di critico il G. pubblicò recensioni importanti per comprendere e marcare la sua evoluzione - servì a consolidare il rapporto del G. con il mondo operaio. Einaudi, qualche tempo dopo, mostrò di aver compreso le motivazioni alla base di tale spinta scrivendo, sul Corriere della sera del 14 ott. 1922, che "l'intellettualismo militante sembra essersi rifugiato a Torino nell'Ordine nuovo, senza dubbio il più dotto quotidiano dei partiti rossi, ed in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale Rivoluzione liberale, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell'ambiente sordo in cui vivono, sono ridotti a fare all'amore con i comunisti dell'Ordine nuovo". Il rapporto con tali espressioni dell'autonomia operaia fu, in conclusione, motivo decisivo per il G. di progressiva differenziazione politica dal liberalismo einaudiano e dall'unitarismo salveminiano.

Nella Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (aprile 1922) enunciò il concetto di "liberalismo rivoluzionario", in contrapposizione al liberalismo conservatore, osservando che gli scrittori dell'Ordine nuovo avevano inteso la rivoluzione come "la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell'800". Nella Rivoluzione liberale del giugno 1923 diede una definizione più ampia: "Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s'ispira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione". Tali posizioni furono ulteriormente sviluppate nel saggio La rivoluzione liberale (Bologna 1924), nonché in Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo (entrambi editi a Torino, a cura di S. Caramella, nel 1926), dove sono raccolti i numerosi scritti via via pubblicati e le ricerche in via di elaborazione di pari argomento.

Al termine di tale percorso, il G. si conferma, nel complesso, soprattutto un suscitatore e "straordinario organizzatore di cultura", ricco di suggestioni, per un'Italia rinnovata: una chiave di lettura sottolineata da Gramsci per primo e via via dai maggiori interpreti. Dall'esperienza intellettuale del G. emerge, tuttavia, un dato di fatto di cui occorre tener conto: per quanto sbalorditiva per lucidità, approfondimento filosofico e intuizione politica, essa fu in effetti pur sempre quella di un giovane, e dell'età giovanile, specie all'esordio, conservò nelle analisi e nei giudizi alcuni insopprimibili e contraddittori tratti di spontaneità e di estremismo (L. Salvatorelli ricordò in Racconto interrotto. P. G. nel ricordo degli amici [a cura di Paolo Gobetti, Torino 1992, p. 29] che il G. "era considerato un estremista e in un certo senso lo era anche"), che solo in parte furono corretti negli anni più maturi. Al G. non fu infatti data, prima per l'urgenza dei compiti affrontati nel dopoguerra, poi per la morte subitanea, la possibilità di riflettere autocriticamente sull'esperienza e sugli esiti degli anni che videro il compiersi della crisi delle istituzioni liberali e dell'ascesa del fascismo a regime. Montale, nel 1991, rievocò il G. come "un fiore che non si era aperto del tutto" (Perché G., p. 11).

Alla sua figura e al suo pensiero, civile e politico, si richiamarono per primi i componenti dei gruppi della Rivoluzione liberale - formanti quella che A. d'Orsi (La cultura a Torino tra le due guerre, Torino 2000) ha chiamato "l'aura gobettiana" - i quali gli dedicarono il numero speciale del Baretti dell'aprile 1926. Furono poi i fondatori di Giustizia e libertà - C. Rosselli, Garosci, Ginzburg, C. Levi - a riprendere la sua eredità, soprattutto sulla base delle parole d'ordine antistataliste, autonomiste, consiliariste, e a istituire il collegamento tra quell'esperienza e il Partito d'azione, stabilendo in tal modo la prima cerchia di cultura "azionista" nella ricezione del gobettismo, confermata negli scritti di Ada Gobetti e di Augusto Monti. Un nuovo approfondimento si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, dall'interno del comunismo italiano, da P. Togliatti in persona, il quale intese collocare l'opera del G. nell'ambito dell'iniziativa di ricostruzione culturale della nuova Italia per i suoi rapporti con l'operaismo di Gramsci e dell'Ordine nuovo, per lo storicismo progressivo e la critica del Risorgimento, inaugurando così la ricezione comunista, alla quale portarono i massimi contributi negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento Spriano e Sapegno. La relazione (e, quasi, la "biografia parallela") Gobetti-Gramsci divenne un passaggio obbligato della storiografia sul G.: dagli studi di Spriano (Gramsci e G., Torino 1977) a quelli di Bobbio, fu messa in rilievo la stima reciproca, una sorta di prossimità esistenziale e politica - desumibile dallo stesso profilo che l'uno lasciò scritto dell'altro -, e il rapido e definitivo avvicinamento politico.

Dal 1961 il ricordo del G. è stato affidato alle iniziative scientifiche, editoriali e di divulgazione intraprese dall'omonimo Centro studi fondato dalla vedova Ada insieme con il figlio Paolo e con i fedeli amici antifascisti, tra i quali è da ricordare almeno il contributo di F. Antonicelli. Dagli anni Settanta la rivisitazione dell'opera del G. ha seguito sostanzialmente tre nuovi indirizzi, convergenti in linea di massima con le precedenti ricezioni: da un lato la cultura istituzionale dell'Italia repubblicana, soprattutto quella delle regioni maggiormente toccate "dall'aura" gobettiana, si è incaricata di riproporre la memoria di un G. ritenuto degno di un posto nel "Pantheon delle glorie nazionali, tra i maestri e i profeti" (Passerin d'Entrèves); dall'altro, il partito liberale, sotto l'influenza di antichi gobettiani, come M. Brosio, ha intrapreso iniziative di commemorazione e di studio; infine, dagli anni Ottanta, sulla scorta di un riaccendersi del dibattito politico nel quale il discorso del G. sembrava riguadagnare attualità, è stata avviata l'edizione scientifica di singole opere e carteggi. Gli anni Novanta sono stati caratterizzati da due ulteriori indirizzi di ricerca e di dibattito: per un verso, si è sviluppata un'aspra polemica tra gli esponenti liberalconservatori e lo schieramento liberalsocialista ed ex comunista, sui termini dell'identità e dell'attualità del suo discorso politico: i primi hanno accusato il G. di essere un "fraintenditore e adulteratore" del liberalismo (E. Galli Della Loggia, La democrazia immaginaria. L'azionismo e "l'ideologia italiana", in Il Mulino, XLII [1993], 3, p. 257) e un liberale "finto" e "inesistente" (G. Bedeschi, G.: il finto liberale, in Liberal, 1995, n. 7, pp. 66 s.; Id., P. G.: un liberale inesistente, in Nuova Storia contemporanea, II [1998], 11, pp. 137-144); i secondi hanno riproposto i termini delle precedenti letture gobettiane, sottolineandone la "impressionante attualità" (P. Flores d'Arcais, G., liberale del futuro, in P. Gobetti, La rivoluzione liberale, Torino 1995, p. VIII). F. Sbarberi (L'utopia della libertà eguale, Torino 1999, pp. 38 ss.), richiamando i termini di tale dibattito, ha invitato a "un approccio più rispettoso della riflessione originaria" del G., rilevando nella definizione di libertà come autonomia, nella centralità del conflitto all'interno di una concezione elitista-democratica e nella concettualizzazione dell'incontro tra la soggettività operaia, esprimentesi nei consigli, e la borghesia industriale avanzata, gli elementi essenziali del liberalismo-libertarismo gobettiano. Sulla base di simili motivazioni, superando le interpretazioni di tipo martirologico o demonizzante, si è cercato di collocare il G. su di un piano culturale meno politicizzato o strumentale, all'interno di un più descrittivo e generale national culture building. In tale prospettiva, l'opera del G. viene considerata intrinsecamente legata alla fase critica dello Stato liberale nei primi decenni del Novecento, e appunto da questa determinata, sia nelle analisi, sia nelle soluzioni adombrate. Di qui l'elaborazione di una forma peculiare ed eclettica di liberalismo rivoluzionario, che s'inserisce nell'ampio alveo del liberalismo (o, meglio, "dei liberalismi" novecenteschi) come costruzione ideale, progressiva e non definitiva.

La mostra dei Macchiaioli a Milano


Maurizio Cecchetti
I Macchiaioli, tra politica e metafisica. Il manifesto delle idee risorgimentali

La Stampa, 16 febbraio 2026

A distanza di oltre un secolo dalla impietosa “Buonanotte” che il giovane Roberto Longhi dava a Giovanni Fattori e a tutto il nostro Ottocento, la mostra che si è aperta a Milano qualche giorno fa, negli spazi di Palazzo Reale, ci fa capire che quel secolo di scomunica ha avuto la sua sentenza finale in Cassazione nel 2013. Guy Cogeval, all’epoca presidente del Museo d’Orsay e dell’Orangerie, tagliò, a quasi quarant’anni dall’ultima retrospettiva parigina, il nastro d’inaugurazione per una retrospettiva dedicata ai Macchiaioli dove però ci si chiedeva ancora, con un po’ di perfidia, se questi pittori fossero Des Impressionnistes italiens. Con domande come questa finisce che prevalgono sempre le asimmetrie e la subordinazione di Fattori, Lega, Signorini e compagnia al mito impressionista.
Da
 allora, dall’Ottocento che fu in sé un secolo rivoluzionario, molto è cambiato oggi nella lettura dei Macchiaioli. In primo piano, oggi è salito il rapporto stretto linguaggio dell’arte e rappresentazione sociale e politica che domina questi pittori, spesso anche patrioti e partecipi delle guerre d’indipendenza come Altamura, Lega, Signorini. Questa mostra si candida a esserne un manifesto, frutto di alcuni decenni di studi d’archivio. I pittori fiorentini ebbero nel Caffè Michelangiolo, al 21 di via Cavour, il loro quartier generale dove una lapide recita: «In questo stabile ebbe sede il Caffè Michelangiolo geniale ritrovo d’un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò Macchiaioli le cui opere nate tra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Risorgimento nazionale perpetuarono il lume della tradizione pittorica italiana rinnovandone gli spiriti».
Animati di un senso anarchico e sociale, essi furono però pittori fino in fondo, nella “macchia” essi impastavano arte e speranze sociali, con Diego Martelli che li incontrava e che oltre a essere il loro testimone italiano lungo la Senna era anche amico di Degas, che conobbe i pittori fiorentini fermandosi varie volte nella città.
Il Caffè Michelangiolo non fu soltanto un ritrovo di artisti ma anche un luogo dove circolarono le idee mazziniane
 che segnano le parentesi fittizie della mostra (1848-’72). La speranza rivoluzionaria fu dunque, come scrive scrive oggi Francesca Dini, «solo una magnifica illusione»? La futura capitale italiana provvisoria del Regno d’Italia per sei anni, Firenze, in realtà non è la corrispondente immagine di una esperienza regionale, dove i Macchiaioli parlano una «toscanità fiera e vernacolare», poiché questi artisti affondano la loro cultura nell’humus attorno all’Antologia, la rivista diretta da Giovan Pietro Vieusseux fin dal primo numero nel 1821. Alla radice c’è l’intenzione di alimentare le condizioni per far nascere la Nazione, e in questo, nelle iconografie giocano una chiara carta politica le anticipazioni di spicco di Luigi Mussini e il richiamo a Dante e al Rinascimento, con sviluppi coevi fra Milano Venezia e Roma, dove Firenze coi Macchiaioli aspira a cambiare la realtà.
Aperta da qualche giorno fa a Palazzo Reale e curata oltre che da Dini e Mazzocca anche da Elisabetta Matteucci (catalogo 24 Ore Cultura),
 la rassegna è intitolata in modo essenziale e laconico I Macchiaioli, senza aggettivazioni; in realtà, nelle sue premesse, Francesca Dini non manca di ricordare il pregiudizio che ha pesato a lungo sui pittori fiorentini (anche a livello di quotazioni di mercato, oggi più equilibrate). E come sia stata Milano nel Novecento a rilanciarne il peso. E così la mostra attuale di Milano ha dalla sua una chiara impostazione – e chissà che non sia anche una scelta dettata dai nostri tempi di smarrimento sociale – dove corre in sottofondo l’analisi delle condizioni “politiche” nelle quali si dibattè una pittura che ebbe in Giuseppe Mazzini come mentore rivoluzionario, innestandosi sull’eredità di figure come Dante e Lorenzo il Magnifico. La mostra tenta dunque una sintesi ideale della forma classica ereditata fin dal Rinascimento, congiungendola, forse anche per restituire dignità alle plebi del Risorgimento, con un realismo nel quale le iconografie sommano fermenti e proteste sociali, sentimento del lavoro, paesaggi campestri e vita familiare, guerra civile, ricerca della libertà e democrazia, imprese militari che Fattori più di tutti traduce in un sentimento tragico della vita e della morte. Fino all’epica visione nel quadro dei Mille con Garibaldi a Palermo, che chiude la mostra: si sente come ogni movimento o azione dipendano in questa pittura da una stasi interna che blocca l’evento nell’istante decisivo.
Metafisica e realismo, sono dunque le due cifre dei macchiaioli.
 La nostra pittura è solidificante come la pietra dura, semplice e forte come quella di Masaccio e Piero. Tacche o macchie come segno modernissimo nella sintesi paradossale della forma-colore colta in Piero da colui che li aveva sbeffeggiati, Roberto Longhi. I paesaggi di Odoardo Borrani vivono di una “calma grandezza” goethiana, quelli di Vincenzo Cabianca e Giuseppe Abbati sono intarsiati nella luce, le acquaiole di Signorini incedono della semplicità fiera di esistenze scavate nel colore. I soldati di Fattori, abbandonati nei bivacchi, reduci da una battaglia, malconci e rassegnati in una silenziosa presenza, che è anche un’accusa alla politica dei notabili. In occasione della mostra di Parigi del 2013, Giancarlo de Cataldo scrisse che il quadro di Signorini che ritrae Mazzini sul letto negli ultimi istanti di vita è «come il requiem di una Italia che avrebbe potuto essere ma non fu… rivoluzione mancata». Un anticipo delle tesi sviluppate da un pungente saggio di Raffaello Giolli, curato postumo nel 1961 da Claudio Pavone, La disfatta dell’Ottocento, peraltro oggi molto poco letto.



Le divisioni politiche sul referendum

 


I primi giorni di vera polemica nella campagna per il referendum sulla giustizia
Il Post, 15 febbraio 2026

Domenica un’intervista del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha innescato la prima vera polemica della campagna elettorale per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo.

Dopo settimane un po’ sonnacchiose, la campagna aveva iniziato a entrare più nel vivo gli scorsi giorni per alcune dichiarazioni molto contestate del noto procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sostenitore del “No” che si è fatto notare per aver detto che voteranno a favore della riforma «gli indagati, gli imputati, e la massoneria deviata». La dichiarazione è stata ripresa talvolta in modo distorto, facendo intendere che Gratteri avesse detto che chi voterà “Sì” è di fatto un mafioso.

Parte proprio da questo l’intervista al quotidiano Il NordEst di Nordio, che da promotore della riforma è ovviamente schierato per il “Sì”. Dopo qualche critica puntuale a Gratteri e alla sua professionalità, Nordio ha ribaltato del tutto il discorso intorno alla riforma e alla mafia, sostenendo che la riforma correggerebbe proprio alcune storture di quello che ha definito un «meccanismo “para-mafioso”» nella magistratura. L’espressione ha attirato enormi critiche da parte dei partiti di opposizione e dell’Associazione Nazionale Magistrati, l’organo associativo di categoria.

Nordio si riferiva al funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, l’organismo di autogoverno della magistratura che decide sulle nomine, le carriere e le sanzioni dei magistrati), che la riforma propone di modificare.

Al momento il CSM è composto da 33 membri: 3 sono di diritto, cioè il presidente della Repubblica (che ne è il capo), il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Poi ci sono 30 membri eletti. Di questi 20 sono “togati”, cioè sono eletti dalla magistratura stessa, e 10 sono “laici”, quindi non appartenenti alla magistratura ed eletti dal parlamento in seduta comune. La riforma prevede che questi 30 membri del CSM non siano più eletti, ma nominati per sorteggio (prevede anche la creazione di due CSM, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici: ma di questo parliamo qui).

Il governo ritiene che il sorteggio sia il metodo più semplice ed efficace per evitare le logiche delle correnti che stanno alla base del meccanismo di elezione attuale, e che da anni sono degenerate in pratiche clientelari e corporative, a volte illecite.

Nella magistratura ci sono infatti varie associazioni a cui i magistrati aderiscono per affinità di idee: una logica che dovrebbe favorire il confronto e il pluralismo, ma che di fatto si traduce da tempo in una “politicizzazione” di giudici e pm, divisi in correnti che rispondono grosso modo a partiti o aree politiche di riferimento: Area di centrosinistra, Autonomia e Indipendenza più vicina al Movimento 5 Stelle, Unicost di centro, Magistratura Indipendente di centrodestra. Spesso le nomine, più che sulla base del merito, vengono fatte sulla base di ripartizioni tra correnti: un certo numero a una, un certo numero all’altra, e così via.

Nella sua intervista invece Nordio ha detto che «il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”», che ha definito anche «mercato delle vacche» e «verminaio correntizio».

È vero che il sorteggio aggirerebbe queste logiche, toglierebbe potere negoziale e politico ai leader delle varie correnti, e quindi disincentiverebbe le pratiche clientelari. Al tempo stesso però annullerebbe qualsiasi principio meritocratico: verrebbero promossi nelle posizioni più alte della magistratura non i magistrati con una carriera più prestigiosa o con titoli più solidi, ma i più fortunati. In più, secondo Gratteri e altri contrari alla riforma, il metodo diverso con cui verrebbero sorteggiati i membri “togati” e quelli “laici” creerebbe uno squilibrio tra le due componenti.

L’ANM ha detto che Nordio (che peraltro è un ex magistrato) «ha deciso di avvelenare i pozzi» e che paragonare il funzionamento del CSM ai comportamenti della criminalità organizzata offende «la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia».

Ci sono state molte critiche anche dai partiti di opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito le parole di Nordio «gravissime» e ha chiesto al ministro di scusarsi coi magistrati. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha detto che Nordio «getta fango sulle istituzioni».

Nel pomeriggio Nordio ha risposto alle polemiche con una nota in cui sostiene che l’accostamento al metodo mafioso in realtà sarebbe una citazione di Nino Di Matteo, un noto magistrato siciliano che lavora soprattutto nella lotta alla mafia ed è per questo da anni sotto scorta (ed è stato peraltro membro del CSM). Nordio ha detto che fu proprio Di Matteo a parlare di «mentalità e metodo mafioso. Altri esponenti del “partito del No” si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo».

Quella di citare dichiarazioni di magistrati e politici molto noti e apprezzati dall’opinione pubblica è peraltro diventata ormai un’abitudine di questa campagna elettorale, anche se in realtà spesso chi cita finisce non solo per dare letture fuorvianti ma anche per prendere dichiarazioni false e non verificate che girano in rete. È successo per esempio a Gratteri, che durante un’intervista a DiMartedì, su La7, lesse delle dichiarazioni che avrebbe fatto in un’intervista Giovanni Falcone, il magistrato palermitano ucciso dalla mafia nel 1992. L’intervista non esisteva e Gratteri dovette scusarsi.

domenica 15 febbraio 2026

Freud e la nostalgia dell'Austria


Giuseppe Bonvegna
Nelle lettere di Freud tutto il dolore per la finis Austriae

Avvenire, 30 maggio 2024

Il 4 maggio 1915 Freud aveva quasi sessant’anni, quando scriveva una lettera (da poco resa disponibile per la prima volta in italiano e che pubblichiamo sotto) indirizzata al suo allievo Karl Abraham, fondatore a Berlino di uno dei primi istituti di psicanalisi: in essa il fondatore della psicanalisi scriveva di aver trovato molto preziose le osservazioni di Abraham sulla melanconia in vista del lavoro omonimo che stava terminando; aggiungeva anche di essere preoccupato del fatto che la guerra iniziata l’anno prima potesse volgere a sfavore dell’Austria (suo figlio maggiore Ernst era sottoufficiale dell’esercito austriaco in Galizia), nel caso in cui si fosse verificato l’intervento anti-austriaco dell’Italia che proprio quel giorno (il 4 maggio), ricusava, in seguito alla firma del Patto di Londra con Gran Bretagna, Francia e Russia, la sua alleanza a fianco di Austria e Germania.
Il carteggio tra Freud e Abraham, che le Edizioni Alpes di Roma mandano in libreria in prima edizione italiana sulla base della prima edizione tedesca del 2009 uscita presso la casa editrice viennese Turia + Kant, inaugura la collana Carteggi freudiani (che avrà come prossime uscite gli epistolari di Freud con Eugen Bleuer, Otto Rank e Max Eitingon) e consente, tra l’altro, di ricordare snodi cruciali della vita di Freud: come la morte della figlia Sophie nel 1920 e del figlio minore di lei, a soli quattro anni, a causa della tubercolosi nel 1923.
Ma vengono alla luce anche aspetti forse meno noti della vita di Freud, a cominciare dalla sua appartenenza anche sentimentale al mondo della finis Austriae, quel mondo multiculturale, multietnico e multireligioso, nel quale il medico di Vienna si identificava col proprio ebraismo, pur trattandosi di un mondo che aveva ancora il proprio collante culturale, politico e religioso nel cattolicesimo. Non va comunque dimenticato che Freud si era formato, nella Vienna degli anni Settanta dell’Ottocento, alla scuola del sacerdote cattolico renano di origine italiana Franz Brentano, il quale proponeva una filosofia spiritualista incentrata non sull’idea di “incarnazione” dello spirito assoluto hegeliano nel mondo, ma sull’idea di apertura intenzionale della coscienza del singolo individuo al mondo. Una scuola, quella di Brentano, dalla quale era uscito anche il fondatore della fenomenologia, Edmund Husserl, nato nel territorio dell’Impero austroungarico, ebreo anche lui, formatosi a Vienna e poi, a partire dei primi del Novecento, docente nelle università tedesche di Halle, Gottinga e Friburgo: in quegli anni, a Gottinga era studente anche Carl Jaspers (fondatore dell’esistenzialismo) e, a Friburgo, Husserl ebbe come assistente Martin Heidegger, anche lui orientato nel solco dell’esistenzialismo.
La corrispondenza tra Freud ed Abraham, coprendo un arco di tempo di vent’anni, compreso tra il 1907 e il 1925, anno della morte prematura di Abraham, riguarda quindi un periodo cruciale della storia della cultura europea del Novecento: che avrebbe visto ancora, a Vienna, il lavoro di Freud fino al 1939, anno della morte, avvenuta il 23 settembre all’indomani dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, con l’invasione tedesco-sovietica della Polonia. Erano anni durante i quali Freud elaborava la Metapsicologia, avviandosi quindi sempre di più verso una caratterizzazione filosofico-metafisica della psicanalisi (si pensi soltanto alle pagine sullo statuto dell’inconscio), mentre nascevano, tra il 1909 e il 1910, la “Società psicanalitica viennese” e l’“Associazione psicanalitica internazionale”, ma avveniva anche la fuoriuscita di Alfred Adler e di Carl Gustav Jung dal gruppo freudiano.
In questo contesto Abraham ebbe modo di far conoscere la propria convinzione circa l’apporto che la psicanalisi poteva dare ad alcune scienze morali (etnologia, psicologia dei popoli, biografie psicanalitiche di personaggi importanti) e quindi sollecitava Freud nella direzione di una maggiore attenzione verso il primato della psicanalisi su qualunque retroterra di tipo filosofico: ma riteneva, nello stesso tempo, che i saggi freudiani (infarciti di considerazioni filosofiche) avessero un enorme valore euristico proprio per gli apporti che potevano offrire alla clinica, tanto da considerare Freud quasi una sorta di supervisore. Del resto, fu proprio anche scrivendo ad Abraham che Freud ebbe la possibilità di consolidare la propria convinzione secondo la quale la psicanalisi, come indagine e terapia delle patologie della mente, presupponesse una filosofia antropologica dell’uomo che andasse innanzitutto a indagare i rapporti tra anima e corpo: Psicopatologia della vita quotidiana (1901), Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), Totem e tabù (1912-1913), Introduzione al narcisismo (1914), Metapsicologia (1915), Al di là del principio di piacere (1920), L’Io l’Es (1922).
Non tutte le nostre scelte, infatti, hanno, per Freud, diritto a essere chiamate desiderio, dato che quest’ultimo non deriva soltanto dalla libertà di scelta individuale la quale, anzi, può spesso negarlo: ad esempio, attraverso la guerra. Anche un altro figlio di Freud, oltre al già citato Ernst, partì per il fronte della Prima guerra mondiale: il 22 luglio 1916 Freud scriveva ad Abraham di avere, dal 2 luglio, notizie di Ernst «che è ancora rimasto sul suolo italiano conquistato» (dove sarà preso prigioniero) e che invece «di Martin, che è da qualche parte a combattere contro i russi, non ne ho soltanto dal giorno 11».
E, a giudizio di Freud, le guerre peggiori erano quelle che egli stesso considerava sbagliate, come proprio la grande liquidazione dell’Austria-Ungheria del 1914-1918. Sempre nella lettera ad Abraham scriveva: «Peccato che l’esultanza per la vittoria di questi giorni, che ci è mancata così a lungo», sia offuscata dalla prospettiva dell’ingresso dell’Italia contro l’Austria; prospettiva che comunque lo portava a concludere che, in compenso, l’ammirazione austriaca per «i nostri grandi alleati» (i tedeschi) «cresce di giorno in giorno».



Il recensore lungimirante

Raffaele Manica 
Meneghello recensioni da Reading per Olivetti

il manifesto, 15 febbraio 2026

Destino di ogni recensore è dover svolgere il proprio discorso con i libri che capitano; ovvero che si scelgono, ma pur sempre entro il cerchio proposto dal momento editoriale. Per assecondare il discorso (e il destino) bisogna sperare nella buona sorte, in una stagione favorevole e, più alla larga, in anni interessanti, come un grande storico chiamava i giorni da lui vissuti. Un altro incrocio è avere un luogo adeguato a svolgere il discorso, che non stia a lesinare sullo spazio da concedere (o anche non esiga spazio che non può essere concesso). Però: le congiunture favorevoli vengono sì incontro, ma bisogna pure saperle costruire; e, quando sono donate dal caso, occorre saperle mantenere.

Luigi Meneghello, il memorabile scrittore che fu contemporaneamente professore in Inghilterra a Reading (abbiamo dato agli inglesi un certo numero di ottimi professori, nel secolo passato e non solo: una piccola storia l’ha fatta uno di loro, Carlo Dionisotti, e tutti sanno di Piero Sraffa e di Arnaldo Momigliano), per dieci anni scrisse corrispondenze sui libri pubblicati nel Regno Unito, per una rivista autorevole e innovativa: recensioni di varia umanità, di grande chiarezza per giudizio, scrittura e capacità di andare al punto.

Fortuna di Meneghello (e poi sua virtù) fu incrociare e saper scegliere libri che ancora oggi durano e che segnalano in lui un non occasionale interesse per la storia e per le idee che il romanziere da lì a poco tratterà da par suo, anche citando se stesso.

Il doppio esordio di Meneghello romanziere si avrà infatti in continuità con questi scritti, tanto da lasciar immaginare una coesistenza di recensioni e stesure romanzesche: nel 1963 arriverà Libera nos a Malo, nel 1964 I piccoli maestri. Gli articoli del pre-Meneghello romanziere (ma a noi sembra un’unica, straordinaria figura di scrittore – e di intellettuale – alle prese con forme diverse, per quanto l’uso dello pseudonimo di Ugo Varnai possa ingannevolmente indurre a variamente congetturare), scritti tra i trenta e i quaranta anni dell’autore, sono ora raccolti (tolti i tre ispirati da La soluzione finale di Reitlinger, consegnati nel 1994 a Promemoria) col titolo Libri in Inghilterra Scritti per «Comunità» (1952-1961), a cura di Pietro De Marchi e Luciano Zampese, che firmano due introduzioni precise e complementari (Edizioni di Comunità, pp. 764, € 25,00).

Un primo esempio di fortuna e valore: recensire i Ritratti a memoria di Bertrand Russell rileggendo nel fresco libro una conferenza alla quale si è stati presenti e che sta ancora negli orecchi. E, sia detto in maniera esemplare, con possibilità di estensione a piacere: Meneghello anche in queste recensioni è un magnifico selezionatore di aneddoti significativi: «Russell è sempre sulla breccia. Forse è una mera questione di vitalità biologica. In uno di questi saggi fa presente che, tranne una nonna stroncata nel fior dell’età a sessantasett’anni, i suoi antenati vissero tutti a lungo. “Ce n’è uno solo che morì relativamente giovane, ma morì d’una malattia oggi rara, il taglio della testa”». Una parentesi. Al taglio della testa è dedicata la recensione di un libro (anche disturbante) sull’invenzione della ghigliottina (che fa il paio con un altro sull’arte dell’impiccagione), definita da Meneghello, passando, «bello e orribile mostro»: come ognun sa, ritaglio dall’inno A Satana di Carducci, che qui risuona allusivo per contrasto: come il ripudio di certe illusioni (anche di efficienza) della modernità.

Oltre che di aneddoti significativi, Meneghello è maestro nell’arte del ritratto breve e della scelta del dettaglio, come ci dice il ricordo della conferenza su John Stuart Mill di cui fu ascoltatore: «sentimmo Russell dir bene dell’uomo che gli fu padrino (Mill, ndr), ma insieme dir male della sua logica, male dei comunisti, e male dei persecutori dei pederasti, nonché bene e male, en passant, di varie altre cose. Il tutto nel giro di un’ora; e con quella vocetta stridula, quello stile terso, quell’impostatura battagliera della testa canuta. Alla fine della conferenza lo vedemmo partirsene a bordo di una Morris Minor, che sarebbe come dire una “topolino”. La terza moglie, o quarta che sia, mi pare che non ci fosse» (nonostante la simpatia per l’incontenibile vitalità di sir Bertrand, Meneghello non si impedirà di manifestare grave delusione per taluni saggi del famoso Perché non sono cristiano).

Un secondo esempio: non è frequente neppure che càpiti di avere come novità editoriale Vita activa di Hannah Arendt (un libro all’uscita accolto per lo più con distrazione), del quale Meneghello restituisce al lettore un riassunto esemplare – critico e partecipe insieme – con una recensione che potrebbe tranquillamente diventare la voce di un dizionario (brillante) delle opere filosofiche. E l’incipit suona di un equilibrio non sperso dal tempo: libro ricco e difettoso, «ma sono i difetti di un’opera così vitale che sarebbe ridicolo istituire un bilancio. Più che l’ammirazione, il sentimento che prevale a lettura finita è di gratitudine». Così che i difetti rimarcati suonano quasi come una minima parvenza critica, di modo che il lettore sia persuaso di tutto il resto.

È vero che un recensore deve aver fortuna con le novità editoriali per poter svolgere un discorso non fondato solo sulle proprie opinioni, ma incarnato a partire da oggetti ben definiti; però, si ripete, sta a lui saper accorgersi che cosa c’è sui banchi dei librai. Per dire solo qualcuno dei titoli dagli inchiostri non ancora rasciugati incontrati da Meneghello: Carr e uno dei primi volumi della maestosa Storia della Russia sovietica (il primo tomo di Il socialismo in un solo paese); Hitler: studio sulla tirannide di Bullock; Deutscher con il volume centrale (Il profeta disarmato) della grande biografia trotskysta di Trotsky; La società opulenta di Galbraith e tanti altri. Quando ci dice che ci sono nell’editoria (ma anche nelle peripezie del pensiero) stagioni più fortunate di altre. Però per indicare dove si trova l’intonazione di Libri in Inghilterra, e quale sia stato, a quell’altezza, il modo di sentire di Meneghello, si direbbe: nei saggi dedicati ai coniugi Webb e alla nascita del socialismo fabiano (Meneghello è un raro caso di vicinanza al fabianesimo in Italia, insieme a Gino Bianco): i tre articoli dal titolo Ritratti di Fabiani sono proprio quelli con cui si apre la collaborazione con la rivista; un quarto riguarda il diario di Beatrice Webb.

Impossibile non segnalare, per quasi concludere, l’articolo che ricostruisce in diretta la prima stagione della ricezione di Lolita, nel turgore della cui prosa Meneghello avverte il tratto osceno sì, ma ironico e parodistico. E se per la nymphet, la traduzione proposta non è, come poi sarà, ninfetta, ma «ninfula» – un diminutivo degno dei famosi versi dell’imperatore Adriano (e poi di Zanzotto) –, per il tema il lettore accoppierà a quelle su Lolita le pagine su Havelock Ellis, che partono (da dove, se no?) dall’adolescenza: se «non era del tutto impotente, è certo che soffriva d’una forma d’inibizione sessuale che è difficile distinguere dall’impotenza» e così via.

Nel complesso, in Libri in Inghilterra, non troppa letteratura: e non è un male. Pensando a che cosa la letteratura fu per Meneghello, verrebbe da ripetere che è vero che la letteratura nasce da altra letteratura, ma che è ancora più vero che la letteratura nasce da tante altre cose e, sempre, dal vasto campo delle diverse esperienze, dalle letture e dal campo delle cose vissute anche nel ricordo e nella ricostruzione altrui, dal campo della storia, infine, e dal reticolo meraviglioso in cui circolano, disponibili per tutti all’apparenza, ma soprattutto disponibili a chi sa prenderle, ora festose ora tragiche, quelle cose che in breve e con molta imprecisione si possono chiamare idee.

Non si riesce a decidere se Meneghello possa far suo quanto riporta da un articolo su Camus e L’uomo in rivolta in una raccolta di Richard Crossman, dove si affaccia la differenza tra le due sinistre europee, diciamo pure l’analitica laburista e la socialista continentale: «Tutta quella tensione gli appare roba da caffè. Dove sono i problemi pratici del francese del dopoguerra, si domanda, sia esso borghese, operaio, o contadino? “Camus, coi suoi amici intellettuali, ha parlato così a lungo e con tanta intensità di questi concetti che essi si sono staccati dalle realtà che una volta descrivevano, e hanno acquistato un’esistenza in proprio, assottigliata e spettrale”. È un Amleto da Parigi che ripete tra sé: “Essere comunista o rinunciare alla rivoluzione: questo è il problema”. Ma poi non risolve nulla. Tanto, “per lui cambiar fede politica significa unirsi a un diverso gruppo d’intellettuali e scrivere per un altro giornale”».

Piuttosto ingeneroso. Ma, certo, di Meneghello, si potrebbe scrivere quanto da lui scritto per Crossman: «Il suo amore per l’intelligenza non è amore per le astrazioni, ma per la ricchezza del giudizio storico e psicologico». Per questo, anche per noi, il sentimento che prevale a lettura finita è di gratitudine.

La memoria frastagliata del gigante

Valentina Pisanty
Umberto Eco, esercizi di antiretorica con le note a margine

il manifesto, 15 febbraio 2026

Sono trascorsi i dieci anni di silenzio stampa voluto da Umberto Eco nelle sue disposizioni testamentarie. Lo scopo era evitare celebrazioni enfatiche, interventi narcisistici del genere «Io e Umberto: un incontro elettivo», e una ripetizione meccanica di luoghi comuni che avrebbero trasformato il maestro in meme, come peraltro già accadeva quando Eco era in vita.

LA RICHIESTA è stata rispettata solo in parte, e aggiungerei per fortuna. In questo decennio sono usciti volumi, articoli, interviste perfettamente inscrivibili nel perimetro retorico paventato da Eco, ma anche saggi di approfondimento teorico sulla sua semiotica, cataloghi commentati della sua biblioteca, riletture critiche dei romanzi e, insomma, tutto ciò permette a un autore di sopravvivere oltre la sua scadenza biologica, senza essere immediatamente imbalsamato.

Eco aveva previsto tutto. In una Bustina di Minerva del 1990 – «Come guardarsi dalle vedove», poi confluita nel Secondo diario minimo – dispensava istruzioni su come evitare di essere fagocitati dai posteri smaniosi. Il tono, come spesso nelle bustine, era paradossale e umoristico, ma il messaggio era chiaro. Alla larga dalle vedove, dove per «vedove» non si riferiva evidentemente alla moglie reale (Renate è sempre stata una persona equilibrata e discreta), ma a tutti coloro che inevitabilmente, dopo la sua morte, si sarebbero arrampicati sul corpo del gigante per dire «io lo conoscevo bene».

Nell’articolo si ritrova anche il rifiuto dei congressi immediati post mortem, che spingono «frotte di amici, estimatori, giovani in cerca di fama, a mettere giù quattro riletture in croce» e a «rifriggere il già detto, confermando un cliché». E si trovano suggerimenti pratici su come evitare che ogni frammento di testo inedito, incluse la lista della spesa e la corrispondenza privata, finisca in pasto al pubblico. Per esempio, scrive Eco, è consigliabile seminare nella posta amorosa frasi come «amo anche le tue frequenti flatulenze», a scanso di velleità editoriali.

DIETRO L’IPERBOLE COMICA si riconosce una diffidenza strutturale verso ogni forma di immortalità gestita dai posteri. Non si tratta di snobismo o di mania di controllo: dell’idea, cioè, che solo l’autore abbia il diritto di decidere come verrà ricordato. E non è neppure (o non soltanto) il retaggio di uno scetticismo alessandrino verso la retorica pomposa, quella stessa alla quale il padre gli aveva insegnato a non credere e a cui (mi pare) lo zio gli aveva suggerito l’unica risposta sensata, Ma gavte la nata, levati il tappo. L’atteggiamento antiretorico si combina con alcuni capisaldi della teoria di Eco sulla memoria culturale e sui suoi meccanismi di selezione interna e di filtraggio.
«L’immortalità sta nelle note a piè di pagina», diceva spesso Eco.

Non era una boutade, ma una rappresentazione sintetica dell’unica forma – se non di immortalità vera e propria, cui Eco non credeva (prima o poi verremo tutti dimenticati, anche lui) – almeno di sopravvivenza concepibile. Cosa intendeva? Diverse cose insieme. La nota a piè di pagina è il luogo in cui l’autore non parla più in prima persona: viene usato, citato, discusso, talvolta contraddetto. La nota è marginale, discreta, dipende da altri testi. Può aprire piste interpretative, ma non è mai autonoma. È un frammento che si stacca dal corpo del testo e ricomincia a circolare, spesso in modo del tutto estraneo alle intenzioni originarie. Ed è disseminata: spunta qua e là nei discorsi altrui, come un pulviscolo di particelle diffuse nell’atmosfera; ovvero nella semiosfera, per riportare la metafora sul piano semiotico.

ECO CHIAMAVA questo spazio culturale diffuso Enciclopedia. Biblioteca delle biblioteche, archivio multimediale di tutto ciò che è stato detto e registrato, dalle pitture rupestri al web, groviglio di interpretanti, rizoma, struttura assente: l’Enciclopedia è autocontraddittoria, in perenne trasformazione e, soprattutto, non è conoscibile nella sua interezza.

Tutt’al più se ne possono isolare alcune porzioni locali, come un esploratore nella giungla che si faccia largo col machete, e allora si crea l’impressione – naturalmente provvisoria – di un ordine parziale, sufficiente a orientarsi e ad agire. La coerenza di un pensiero, e delle azioni che ne derivano, dipende dalla possibilità di sfrondare di volta in volta ciò che appare superfluo, perché altrimenti ci troveremmo tutti nell’infelice condizione del Funes di Borges, paralizzato dalla troppa memoria. Già, ma chi decide quali rami potare?

La risposta, per Eco, è che nessuno decide per davvero. Non c’è un curatore supremo dell’Enciclopedia, né un criterio ultimo che stabilisca una volta per tutte cosa debba restare e cosa possa essere escluso. Qualcuno magari ci prova, stilando elenchi ufficiali di testi canonici e di letture proibite. Ma alla lunga fallisce. La selezione è l’effetto cumulativo di pratiche locali: ciò che viene letto, citato, discusso si sposta temporaneamente verso il centro dell’Enciclopedia.

Ciò che non trova un uso scivola ai margini, senza per questo scomparire.

Nella biblioteca del Nome della rosa le stanze chiuse non sono vuote, ma non frequentate, almeno finché Guglielmo da Baskerville non decide di esplorarle. Così nell’Enciclopedia: i materiali non consultati non vengono distrutti, ma semplicemente accantonati, potenzialmente riesumabili al mutare delle pertinenze. A meno che non subentri una catastrofe, come l’incendio del romanzo.

Ma questa è un’altra storia.
Se la memoria culturale funziona attraverso meccanismi di selezione largamente incontrollabili, allora non ha senso pensare la sopravvivenza come il risultato di una strategia o di una gestione consapevole. Né dell’amministrazione di una «eredità», espressione con cui alcuni commentatori si ostinano a descrivere l’opera di Eco, lasciando intravedere una concezione patrimoniale che dubito lui avrebbe apprezzato.

È INVECE COERENTE con la visione enciclopedica pensare al filtraggio come a una lenta sedimentazione di discorsi e di pensieri. Un processo in cui l’autore si dissolve in stringhe di interpretanti disponibili a entrare in configurazioni di senso sempre nuove e imprevedibili. Ecco perché Eco chiese che, per dieci anni dopo la sua morte, non si organizzassero convegni su di lui.

Per lasciare che il tempo e la comunità degli interpreti facessero il loro mestiere. «È talora l’unica cosa che spinge un filosofo a filosofare, uno scrittore a scrivere», rispondeva a Carlo Maria Martini che gli aveva chiesto delucidazioni sull’etica di un non credente (In cosa crede chi non crede?, 1996). «Lasciare un messaggio nella bottiglia, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che ci pareva bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno».

È forse chiedere troppo. A meno che le parole chiave non siano «in qualche modo», a segnalare la quota di fraintendimento indispensabile affinché i posteri possano appropriarsi a modo loro dei contenuti altrui. L’aspirazione di chi lascia tracce scritte potrebbe essere, più realisticamente, prolungare il proprio transito nel flusso della conversazione umana, come quando, insieme, si litiga, si ragiona o si ride con una persona che non c’è più.