declinazione al femminile
Parigi/1. Al Musée Cognacg-Jay abiti-bustier e abiti-monumento unici dimostrano come, nel XVIII secolo, le donne non avessero altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere
Laura
Leonelli
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026
Per la sua ultima collezione di alta moda Chanel, nella primavera-estate del 2019, Karl Lagerfeld aveva scelto di tornare alle origini, al Settecento, non solo perché sua personale ossessione, vedi ventaglio e codino di capelli bianchi vezzosamente trattenuto da un nastro di velluto nero, ma perché al XVIII secolo, aristocratico e già borghese, spetta quella particolare combinazione di eleganza femminile, immagine e spasmodica ricerca di promozione sociale, che qualche decennio dopo avrebbe dato origine alla fotografia e un attimo dopo alla fotografia di moda. Ed è proprio sciogliendo questo nodo storico, e sciogliendo insieme i fiocchi dei tanti bustini esposti, che ci incanta la splendida mostra «Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle», aperta al Musée Cognacg-Jay di Parigi fino al 20 settembre e curata in brillante contrappunto da Saskia Ooms, Adeline Collange-Perugi e Pascale Gorguet Ballesteros.
Per contemplare la bellezza dell’abito-bustier con cui Lagerfeld terminò la collaborazione con la Maison di Gabrielle Chanel dobbiamo però aspettare la fine del percorso, che prende il via da un altro magnifico Robe à la Française, questa volta d’epoca. Agli estremi della mostra, due abiti-monumento, il primo in taffetà cangiante e garze di seta, il secondo interamente ricamato di paillettes verde acqua e punteggiato di fiori di ceramica, raccontano 200 anni di una storia femminile, pochissimo emancipata e moltissimo esibita. Del resto, ed è la prima riflessione a cui invitano la mostra e il bel catalogo, le donne non avevano altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere. Alla ritrattistica gli uomini offrivano un’immensa versatilità professionale e sociale, ed erano principi, ufficiali, giudici, avvocati, medici, artisti, ognuno di loro con le rispettive insegne del potere. Le donne avevano “solo” il lusso del loro guardaroba e con questo esprimevano ricchezza, stato sociale, cultura, grazia, e, a un certo punto, quando le scene si fanno più intime e la mussola prende il posto del broccato, persino modestia, là dove la modestia faceva parte del corredo morale, quindi economico, di ogni futura sposa. Per i pittori e i fotografi è stato un lunghissimo viaggio di nozze.
Nello statuto dell’Académie royale de peinture et de sculture, fondata il 10 gennaio 1648, il ritratto occupa un posto minore, in pratica è il gazzettino per leggere le ultime notizie su chi conta e chi no. Tutto cambia nel XVIII secolo quando in un clima di mobilità sociale le nuove élite cercano prestigio e riconoscimento, soprattutto attraverso l’immagine, e contemporaneamente gli Illuministi avviano un’inedita ricerca sulla condizione umana, dove il ritratto è lo strumento migliore per indagare interiorità e sensibilità di ogni individuo. Il ritratto, sentenzia Denis Diderot negli Essais sur la peinture, «è una lettera di raccomandazione scritta in una lingua comune a tutti gli uomini. Nella società, ogni gruppo di cittadini ha il suo carattere e la sua espressione, l’artigiano, il nobile, il plebeo, l’uomo di lettere». Un secolo e mezzo dopo, August Sander metterà in pratica gli insegnamenti del filosofo francese nella sua celebre indagine sugli uomini del XX secolo. Un soffio e arriva Irving Penn con i suoi ritratti dei Petits Métiers parigini.
E le donne? Le donne del Settecento, apprendiste e maestre nella sottile arte della seduzione, sanno che la moda è un’alleata preziosa. Le donne, vere e non allegorie mitologiche, cominciano così a “guardare in macchina”, gli occhi fissi negli occhi dell’artista e nei nostri, e non importa se siano sedute nello studiolo, intente a leggere o a scrivere una lettera, quel che conta è la comunicazione visiva. A ritrarle nel trionfo dei loro abiti sono, forse non a caso, pittori e pittrici che vantano un contatto diretto con gli strumenti della bellezza e dell’eleganza. Antoine Vestier, tra gli altri, si era formato nell’ambito della miniatura e quando deve riprodurre le trine, i pizzi, le pieghe di seta dell’abito di Marie-Adélaïde de France, e così i suoi capelli incripriati, non ha rivali. Anche Adélaïde Labille-Guiard nasce miniaturista e pastellista di straordinaria delicatezza, ma è soprattutto figlia di Claude-Émile Labille, proprietario del più raffinato negozio di merceria parigino, La Toilette, in rue Neuve-des-Petits-Champs, e tanto per dire una delle commesse è la futura Madame du Barry. La madre di Élisabeth Louise Vigée Le Brun, Jeanne Maissin, era invece una parrucchiera, il padre un pittore e pastellista dell’Académie de Saint-Luc, e quando il padre muore è Blaise Boquet, pittore, commerciante e fabbricante di ventagli a insegnare a Élisabeth la preziosità dei dettagli.
Molte delle dame ritratte, per esempio Madame Sophie, la Petite Reine della tela di Lié Louis Périn-Salbreux del 1776, portano le cosiddette engageantes (dal verbo engager, impegnare e attirare insieme), maniche di pizzo a strati di volant, applicate all’altezza del gomito, totalmente inutili se non nel gioco eccitante di quel poco vedo e tanto non vedo settecentesco. Partendo da questo accessorio sfilabile, quindi indipendente, la fotografa Esther Ségal ha avviato una ricerca, anch’essa in mostra, sulla condizione femminile nel secolo dei Lumi e su quella gabbia dorata, tra regole e apparenze, tra patriarcato e breve fioritura personale, nella quale vivere, anche soffrendo, l’arte del savoir paraître. I fiori trionfano nelle immagini di Esther, ma sono racemi che avvolgono le braccia come filo spinato o sono petali che appassiscono dietro le sottili sbarre di una voliera. Anche Linda Evangelista, partner nel 1991 di Steven Meisel in uno storico servizio per «Allure», aveva giocato con le stecche-sbarre di un corsetto Cadolle, indossandolo con l’orgoglio di chi si è appena liberato di una camicia di forza.
Naturalmente è una citazione, doppia, in ordine cronologico da una fotografia di Henry Clarke del 1955, protagonista Dorian Leigh, che a sua volta cita quella celeberrima di Horst per Mainbocher, del 1939. Agli anni 90 appartiene forse l’opera più intelligente e ironica del percorso, anche la più misteriosa perché non di immediata lettura, ed è una zuppiera in porcellana, titolo Madame de Pompadour, su cui appare una creatura che immaginiamo corrisponda per abiti, trucco e parrucco alla favorita di Luigi XV. Non lo è, ed è invece Cindy Sherman che posa tra i decori di una replica della zuppiera commissionata alle manifatture reali di Sèvres nel 1756 dalla stessa Pompadour. L’artista americana ha gli occhi chiusi, forse sogna, forse rende omaggio alla grandezza del personaggio che interpreta, o forse ricorda quanto sia ancora fragile, porcellana esistenziale, il destino di tante altre donne.
Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle
Parigi, Musée Cognacg-Jay
Fino al 20 settembre
Catalogo Paris Musées, pagg. 110, € 25







