domenica 26 aprile 2026

Topolino fascista

 


e topolino fece il saluto fascista

Strategie di propaganda. Indagando per il suo libro sulle matite Presbitero, Giovanni Renzi si imbatte in un album dove il mitico topo disneyano (e anche Minnie) si esibiscono nel braccio teso. Scoperta da raccontare

Giovanni Renzi

Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

  • Quando ho trovato questo piccolo album in una scatola di pastelli della Presbitero non ho fatto caso a due immagini, da colorare, che erano contenute all’interno; due immagine storiche! Il volumetto di 8 centimetri per 5 è un tipico album dedicato ai più piccoli con disegni da colorare che, normalmente, la Presbitero inseriva nelle scatole di pastelli.

    Ma questo è particolare perché i disegni portano solo illustrazioni con Topolino e Minni.

    Fin qui niente di nuovo. Conoscevo e ho già mostrato in Matite – Storia e pubblicità, sempre edito da Silvana editoriale, alcune scatole di pastelli che Presbitero produce con Topolino, Minni e altri personaggi della Disney. Presbitero, infatti, aveva in essere un contratto d’uso dei personaggi Disney tra il 1935 e il 1938. Ma prima di parlare di queste immagini storiche dobbiamo fare un passo indietro.

    Topolino sbarca in Italia nel 1932. L’editore Nerbini pubblica una rivista in formato giornale (35 x 25) con otto pagine di fumetti e con il resto della rivista con racconti e articoli vari. Nello stesso periodo un’altra casa editrice, la Frassinelli, esce con due volumi con storie di Disney tradotte per l’occasione. Sembra che la diatriba giudiziaria che nasce tra le due società spinga verso una vittoria della Frassinelli ma in realtà si tramuta in un pareggio in quanto nessuno dei due contendenti poteva accaparrarsi in toto i diritti sull’oramai famosissimo topo.

    Così Nerbini riesce ad avere tutti i diritti e Topolino ritorna nelle edicole. Ma la vittoria dura poco. Arnoldo Mondadori incontra una prima volta Disney nel 1934 e lo convince a cedergli i diritti. Nel 1935 Walt Disney arriva in Italia con il fratello e la famiglia. Si ferma nel nostro Paese dal 12 luglio fino al 25 dello stesso mese quando ripartirà dal porto di Genova sul traslatlantico Rex. In quei giorni si decise la storia di Topolino durante gli anni del regime fascista. Disney fu ricevuto sia formalmente che informalmente da Mussolini. I diritti passeranno alla Mondadori che, dopo aver stampato la biografia del Duce, aveva un peso importante all’interno del governo fascista.

    Così, dopo aver pagato alla Nerbini una buonauscita per risarcirlo dei diritti persi con circa 300mila lire (pari a quasi 400mila euro di oggi), il primo Topolino della Mondadori esce l’11 agosto 1935.

    Per capire l’importanza di Topolino in Italia negli anni 30 basta pensare a quanti prodotti venga associato il nome del famoso topo . La stilografica Topolino prodotta dall’Aurora di Torino, la 500 Topolino della Fiat o il disco più venduto nel ventennio fascista che non è “Faccetta nera” ma “Topolino in Abissinia”; un racconto su un vinile 78 giri veramente allucinante, a tre voci, di cui una impersona Topolino, un volontario fascista che parte per l’Etiopia sperando di ammazzare il più possibile etiopi per riuscire a fare una pelliccia per la madre o i rivestimenti della macchina per il padre (sempre con la pelle degli etiopi!). Il plagio dei personaggi di Disney su questo vinile, non autorizzato, è evidente ma fa ben capire la forza dell’immagine di Topolino nel nostro Paese. Fu dunque l’enorme successo e gradimento del pubblico che determinò che l’immagine di Topolino divenne, nell’Italia fascista, un simbolo da sfruttare anche per operazioni di propaganda politica.

    Comunque sia, tornando alla Presbitero, la società milanese produttrice di cancelleria nota in particolare per il suo famoso marchio (una testa nel cui cranio erano conficcate parecchie matite) aveva ottenuto l’autorizzazione della Disney e in quegli anni commercializza diverse confezioni di pastelli colorati con le immagini di Topolino e Minni ma anche di altri personaggi Disney come il Lupo cattivo e i tre porcellini.

    Mentre le immagini delle scatole sono fornite direttamente dalla Disney e vengono usate anche per scatole di pastelli in Spagna, le immagini interne al piccolo album sono probabilmente disegnate in Italia e mostrano Topolino e Minni che fanno il saluto fascista. Delle immagini veramente storiche, uniche, pari a quella, pubblicitaria ma anche un po’ satirica, che nel 1932 uscì sul giornale «The Hollywood Reporter», dove si vede un Mickey Mouse col braccio alzato sul modello fascista che arringa una folla oceanica con la scritta “Viva Mouse-olini”.

    Nel 1938 terminano i diritti della Presbitero dell’utilizzo dei personaggi Disney. In quell’anno però, il poeta futurista Marinetti stila una lista di regole che i direttori di riviste sono caldamente consigliati, dal regime, ad accettare. Con l’aiuto del Minculpop (Ministero della cultura popolare) vengono abolite le importazioni di fumetti di origine straniera. Solo Topolino si salva grazie alla conoscenza diretta di Disney con Mussolini e del peso di Mondadori.

    Topolino rimarrà in edicola fino al 1942 quando Italia e Stati uniti saranno in guerra una contro l’altra; poi dovrà aspettare la fine della guerra per ritornare nelle edicole. Guardando quei disegnini minuscoli che raccontano molto più dei manifesti ufficiali che tappezzavano le città italiane nel Ventennio, nell’innocenza di queste immagini, traspare la volontà – tipica del regime – di usare ogni mezzo, anche il più popolare, per costruire un immaginario coerente con la retorica fascista. Un Topolino che saluta “romanamente” vale più di mille editoriali, perché entra nel quotidiano e parla ai bambini, ai più piccoli, cioè al futuro.

    È questo forse l’aspetto più sorprendente del piccolo album Presbitero: la sproporzione tra la dimensione del segno e la grandezza della manipolazione culturale che rappresenta. La sua piccolezza fa quasi tenerezza. Ma proprio quella piccolezza rivela qualcosa: quanto sia facile prendere un’immagine innocente e piegarla a una narrazione più grande di lei. Il regime aveva intuito prima di molti il potere dei simboli, dei personaggi popolari, di ciò che entra nelle case e nei giochi dei bambini.

    La propaganda non si manifesta solo nelle piazze, ma anche nelle piccole cose: un vinile, una figurina, una scatola di pastelli. O un album alto cinque centimetri. Così quel gesto microscopico diventa enorme. Non perché Topolino saluti, ma perché qualcuno ha scelto di farglielo fare. E quelle matite non sono strumenti innocenti. Possono colorare un sogno, ma possono anche colorare un’idea. Dipenderà da chi le impugna.


Tre donne

 segreti, bugie e qualche atto mancato
Susie Boyt. Tre generazioni di donne stanno insieme in un breve romanzo che riesce a dare conto della complessità dei rapporti famigliari e non solo

Sara Sullam
Il Sole 24ore, 26 aprile 2026

Tre generazioni di donne – nonna, madre, nipote – abbandoni, segreti, tossicodipendenza. Potrebbero essere gli ingredienti di una corposa tragedia familiare. E invece no: in Ti voglio bene, mi manchi (traduzione di Ilaria Dagnini Brey), con grazia e delicatezza, senza sconti sulla durezza della vita, ma con una capacità narrativa che disinnesca ogni tentazione di semplice compatimento, Susie Boyt riesce a tenere insieme tutto (e tutte) in sole 192 pagine, e a ritrarre con lucidità la complessità dei rapporti familiari e non. Non è cosa da poco, ma Boyt, pur al suo esordio in Italia, è una scrittrice navigata, che ai temi dell’assenza, del lutto e della cura ha dedicato diversi libri. È autrice di diversi romanzi, nonché del memoir My Judy Garland Life (2009). Ha curato una nuova edizione di Il giro di vite e altri racconti di Henry James, scrittore che, afferma, le ha spiegato la vita. E, non da ultimo è la bisnipote di Freud, figlia del pittore Lucian Freud, sorella della scrittrice Esther Freud. Ma lasciamo da parte la biografia, e godiamoci il romanzo.

Siamo a Londra, tra gli anni 90 e i primi Duemila: Ruth, insegnante di letteratura inglese, vive con la nipote Lily, figlia di sua figlia Eleanor, da anni tossicodipendente e allontanatasi dalla madre da adolescente. Ruth ha mantenuto a fatica una relazione con Eleanor (che ha cresciuto da sola), e dopo la nascita di Lily ha deciso senza troppi indugi di prendere con sé la nipote, gesto a cui Eleanor non ha opposto particolare resistenza. Il romanzo, narrato in prima persona da Ruth, racconta della gioiosa fatica di crescere Lily, bambina e poi adolescente modello. Malgrado la difficilissima situazione di Eleanor, presenza tanto evanescente quanto minacciosa, nonna e nipote vivono rendendosi felici e contente.

C’è ampio spazio per la bellezza della vita, una vita di donne mai rinchiuse solo nello spazio domestico, ma che si muovono per Londra (altra protagonista del romanzo) con noi lettori al seguito, o che lasciano il segno nelle aule scolastiche a colpi di letteratura inglese. C’è spazio per le amicizie, come quella profonda tra Ruth e la collega Jean. La tragedia non è mai saliente, anche se la morte aleggia sempre: per dirla con una celebre frase di Virginia Woolf: «Volevo scrivere della morte, ma la vita ha fatto irruzione come sempre». C’è un talento – mi si conceda un ricorso esplicito ai caratteri nazionali – del tutto British nel rappresentare la vita in tutta la sua complessità, con understatement humour. C’è qualcosa del cinema di Mike Leigh, di cui molti ricorderanno il magistrale Segreti e bugie (1996), anch’esso incentrato su un difficile rapporto madre-figlia.

Segreti e bugie, appunto. Ruth è una narratrice abile, ci tiene attaccati alle pagine e non ci lascia fino a quando esala l’ultimo respiro. A prima vista, Ti voglio bene, mi manchi potrebbe sembrare un romanzo sulla gioia che danno i bambini (quando sono come Lily), sulla fortuna di avere una seconda possibilità dopo quello che si percepisce come un fallimento, sulla generosità di Ruth, su una figura materna quasi santificata. Tutto questo c’è, è innegabile, ma Ti voglio bene, mi manchi non si risolve in un romanzo facilmente consolatorio. Senza che ce ne accorgiamo – talvolta senza che se ne accorga in tempo nemmeno Ruth – affiorano nel testo affondi nel passato, rivelazioni che ci mettono a parte di segreti ed episodi cruciali e non certo privi di tensione. Segreti che nulla tolgono alla forza di Ruth, al suo amore “mancato” per Eleanor: semplicemente, danno una profondità diversa al personaggio e al romanzo, e mostrano come una narrazione sola sia per forza piena di buchi, omissioni (volontarie o meno), atti mancati (famille oblige). «Io non so se sono una buona o cattiva persona», dice Ruth, «ma sapevo quello che volevo»: è lei stessa a stabilire un patto ben preciso con i lettori.

Nessun segreto viene rivelato a Lily, e probabilmente nemmeno a Eleanor. Ti voglio bene, mi manchi non ha rivelazioni finali e risolutive, non servono. Perché il punto non è la rivelazione, bensì la mossa improvvisa di Boyt verso la fine del romanzo, in cui è Lily a passare, senza soluzione di continuità e lasciando i lettori orfani della guida di Ruth, alla prima persona della narrazione e a offrire la propria storia: altrettanto parziale, altrettanto ricca, semplicemente diversa, in grado di cogliere doppi sensi e complessità. Lo si vede bene nell’episodio che dà il titolo al romanzo. Ruth e Lily sono nel giardino di una chiesa, e si fermano davanti a una vecchia tomba, la cui lapide reca l’iscrizione «Loved and missed» (e qui va detto che il titolo italiano, che traduce la frase con «ti voglio bene, mi manchi», perde il doppio senso e vira verso il sentimentale). Lily scoppia a ridere, e Ruth, stupita, le chiede perché: «perché sembra che le persone abbiano provato ad amarsi, ma un bersaglio si è mosso, oppure la mira non era buona, e l’amore insomma non si è realizzato, non è andato a buon segno?» È una domanda che resta aperta, e va bene così.

Con il romanzo di Boyt Bollati aggiunge un ulteriore titolo di qualità a un catalogo inglese di tutto rispetto, che negli anni ha saputo portare al pubblico italiano voci nuove, tra cui uno scrittore del Nord come Ben Myers (Giorni sempre più bui, Blu come te, All’orizzonte), o Eliza Clark (Penitenza e Maschi a pezzi), o riconoscerne di preziose, come Boyt.

Susie Boyt
Ti voglio bene, mi manchi
Bollati Boringhieri, pagg. 192, € 18

La festa al di là del teatrino


Marco Mondini Il 25 aprile e il cane di Pavlov Fb

"Non possiamo organizzare il seminario il 25 aprile" dico al collega tedesco che insiste per ficcare in quella settimana la riunione del progetto di ricerca "è festa!". "Festa di cosa?" mi risponde cortese, passando inopinatamente al suo italiano stentato che sembra sempre uscito dai Due colonnelli di Totò. "Ma della Liberazione!" "Liberazione da chi?" "Da voi".

Il collega smette di sorridere e propone di slittare a maggio.
Mi è successo tanti anni fa, in epoca politicamente più felice. Ma già all' epoca erano chiari i sintomi di quella messa in scena che trasforma ogni anno il 25 aprile in un teatrino dei burattini. Con un copione stantio. Qualche politico o militante di un partito di destra, o estrema destra o populista alla qualunque (ne abbiamo a iosa, da infelici scelte per le massime cariche istituzionali a ex generali in cerca di visibilità) lancia la sua prevedibile e sempre uguale provocazione. Lo fa sempre, in un momento compreso tra il 23 aprile e questa mattina. Qualcosa del tipo "noi" ci battevamo per l'onore. Noi abbiamo diritto...noi e la pacificazione. E i partigiani però non erano degli stinchi di santo...
Poiché a destra s'ode uno squillo, a sinistra puntuale risponde lo squillo uguale e contrario. L'indignato da copione, la pasionaria più o meno intellettuale, replica a tono.uguale e contrario con parole sempre uguali: il rigurgito del fascismo eccetera eccetera.
Ora, è più o meno.dai tempi di Almirante, e cioè dai primi vagiti della Repubblica, che i figli o nipoti a vario titolo del regime fascista scassano i cabasisi, direbbe Camilleri, con il rancore fuori posto e mai sopito di chi non ci sta a essere la parte perdente della Storia. Agli eredi delle brigate nere e dei bei vecchi tempi andati quando c' era il Tribunale speciale e tutto era in ordine, non sfiora il dubbio che gli sarebbe potuta andare peggio. Come ha scritto, tra gli altri, Tony Judt, è un mezzo miracolo se in tutta Europa, nella primavera '45, le Resistenze armate deposero le armi limitando le ondate di violenza e di vendetta. Considerato che fascisti e collaborazionisti dei tedeschi a vario titolo avevano occupato, ucciso, perseguitato, bruciato, sterminato per anni. E che, per limitarci ai danni di casa nostra, l'unico risultato di chi aveva scelto la strada "dell' onore", per dirle con i ragazzini di Salò, era stato di svendere il paese ai tedeschi, regalandogli inopinatamente Trento e a Trieste e facendosi trattare come sguatteri per due anni, mentre i soldati del Terzo Reich massacravano allegramente altri italiani.
Ad Almirante e ai suoi andò bene. Non solo non finirono tutti contro un muro, ma la Repubblica permise loro di rientrare nella vita politica, fondarsi un partito e rompere le scatole brontolando per ottant'anni. Cercando di quando in quando, Tambroni insegna, di rientrare nella stanza dei bottoni. Sono i mali della democrazia, diceva già Popper.
Non paghi di tanta fortuna, i figliocci delle brigate nere non hanno mai perso comunque occasione di mugugnare ogni sacrosanto 25 aprile, ricorrendo alla più consueta delle loro armi dai tempi gloriosi del duce: la frottola.
"È una festa di sinistra!" "È una festa di comunisti!"
Ma il 25 aprile venne istituito come festa nazionale il 22 aprile 1946, con un decreto luogotenenziale del futuro monarca Umberto II per solennizzare la liberazione dell'Italia. Per ricordare insomma che gli italiani non avevano aspettato armi al piede di essere graziosamente liberati, ma avevano imbracciato il fucile ed erano morti e avevano ucciso per riguadagnarsi, per quello che potevano, la propria dignità dopo un quarto di secolo di schiavitù. La festa precedette la Repubblica. Ne fu, in molti modi, la culla e il laboratorio ideale. A sfilare, come l' anno prima per le vie di Milano liberata, furono generali dell' esercito leali come Cadorna, ufficiali di complemento della Grande guerra come Parri, capi banda partigiani ferocemente anticomunisti, e insieme a loro compagni di lotta da Pertini a Longo con cui si sarebbero metaforicamente scannati nelle aule parlamentari.
E sì, fu fin dall' inizio una festa che generava spaccature, non sorprendentemente in un paese che continuava a vivere l'eredità tossica della guerra civile. Altro regalino al suo popolo di sua eccellenza il cavaliere Benito Mussolini. Ma questa è un' altra storia.
Il 25 aprile è nato, e rimane, come una festa di patria, nel senso più profondo del saluto alla terra dei padri tornata libera, o almeno con un futuro da costruire. Da costruire, certo, molto diversamente dal passato, perché la Resistenza fu anche il sogno di un paese nuovo, migliore. Non è una festa di sinistra. Non è una festa bolscevica. È la commemorazione del riscatto. Di tutti gli italiani.
Un giorno, quando questo paese sarà in grado di fare i conti con il proprio passato, lo stanco teatrino dei pupi che va in onda ogni 25 aprile si spegnerà. Il nipotino di Almirante in cerca del quarto d'ora di notorietà la smetterà di rivendicare onori e gloria per i camerati caduti (tradendo il proprio paese) e la vezzosa pasionaria di turno la smetterà di invocare l'unità antifascista come se fossimo nell' estate del '44. E forse faremo un passo avanti, finalmente.

Voglia di rovesciamento

Alessandro De Angelis
Meloni, le piazze: una festa alla rovescia
La Stampa, 26 aprile 2026
Gli episodi di Roma e Milano, ma anche le parole retoriche della politica dimostrano la fragilità della nostra identità, una memoria che non è davvero collettiva

Potremmo discettare a lungo su ognuno dei tanti 25 aprile celebrati dalla “politica”, intesa come classi dirigenti. Soffermarci, ad esempio, sul passo avanti di Giorgia Meloni, meno trattenuta nelle dichiarazioni rispetto agli anni passati, ove parla apertamente di «oppressione del regime» e non solo di «valori conculcati» dal fascismo. Non banale, letta con le lenti del suo mondo (vedi la voce: Ignazio La Russa).

Il post

Meloni sul 25 aprile: “Aggressioni e insulti, se questa è la democrazia abbiamo un problema”

Oppure, sempre a proposito della premier, sottolineare come, sia pur all’interno di un impianto politicamente corretto e condivisibile, manchi ancora il gesto che sorprende. Da leader di tutti, che non ha remore nel far proprio, come connessione sentimentale e non solo atto dovuto, quel giacimento di risorse politico-valoriali su cui si fonda la Repubblica. Silvio Berlusconi andò ad Onna. Nicolas Sarkozy, appena eletto, dispose che, nelle scuole francesi, fosse letto il messaggio di un giovane partigiano comunista («possa la mia morte servire a qualcosa»). Insomma, ce ne sarebbero di luoghi dove mettere, anche in silenzio, un fiore su una tomba, per chiudere, una volta per tutte, non tanto il rapporto col fascismo, ma quello tormentato con l’antifascismo, parola ancora tabù.

Potremmo anche poi passare al racconto del perché di questa o quella scelta. Elly Schlein che, diversamente dagli altri anni, ha evitato la piazza di Milano (e si capisce perché) preferendo una celebrazione più istituzionale a Sant’Anna di Stazzema. O Giuseppe Conte a Napoli, al monumento per Salvo D’Acquisto, il militare che, per proteggere gli italiani, fu ucciso dai tedeschi. Figura di un martire non ascrivibile alla resistenza “rossa”. Potremmo andare avanti così, nell’esegesi di posti e frasi. E non ci sarebbe nulla di sorprendente, rispetto all’andazzo degli ultimi lustri. Un dovere di firma da un lato, molta retorica celebrativa dall’altro, ognuno con la sua sensibilità.

E tuttavia, il punto è ben altro. La storia di questo 25 aprile è la storia di un 25 aprile rovesciato. La festa della nostra identità democratica, si trasforma, nelle piazze, nel suo opposto, dove ognuno si sente legittimato a fare i conti con chi la pensa in modo diverso. Chi spara a volto coperto all’Anpi, episodio che tanto assomiglia alla simulazione di un atto di terrorismo. Chi – ed è il caso di Milano – impedisce alla brigata ebraica di sfilare proprio in nome dell’antifascismo. E in queste dimensioni non era mai accaduto.

Dentro questo rovesciamento c’è il problema, non dell’oggi. Che riguarda un tema antico: la fragilità della nostra identità nazionale. La nazione, per dirla con lo storico Ernest Renan, è un plebiscito quotidiano. Si nutre di simboli, bandiere comuni, celebrazioni condivise, come sono, ad esempio, il 4 luglio americano o il 14 luglio francese. Non è questa la storia del 25 aprile, nel Paese delle memorie quotidianamente divise ove, finita l’era dei partiti di massa, non si pratica più una sana pedagogia repubblicana, ma un rituale stanco tra reticenze di una parte e pigrizia dagli altri, piuttosto inclini ad appaltare a Bella Ciao un deficit di contenuti per il qui ed ora.

Il ricordo

Il coraggio di lottare per cambiare la storia

A rischio di apparire un po’ demodè e in lite col presente, per trovare una chiave per l’oggi potremmo prendere a prestito da Walter Benjamin, grande intellettuale del secolo scorso, il concetto di “rammemorazione”. Non è il ricordo di un passato che resta lì, come in una teca. Da commemorare o esibire. Ma “un futuro del passato”, ovvero lo sforzo di farne vivere lo spirito – ansie, speranze, senso – dentro il tempo che è dato di vivere. Il passato come anima del presente.

Ebbene, alle radici della scissione tra lo spirito del giorno e ciò che è successo c’è anche questo. Un deficit di “egemonia” politico-culturale. L’unico che si è misurato con la “rammemorazione” è quell’incarnazione vivente della Costituzione che va sotto il nome di Sergio Mattarella. Nei suoi discorsi sulla «barbarie» e sulla «libertà», e in quell’esortazione «ora e sempre Resistenza» c’è tutta l’urgenza di difendere e far vivere – politicamente, non retoricamente - quei valori nella realtà attuale segnata dalla crisi delle democrazie e dalla fine dell’ordine mondiale nato proprio dalla sconfitta dei fascismi.

Ma se la democrazia è in crisi, una delle ragioni sta proprio nella debolezza delle sue leadership, di cui la retorica muta e buona solo per il proprio recinto di adepti ne è la rappresentazione icastica. Ma se la bussola è davvero la Costituzione, omaggiata per un giorno da tutti, come la mettiamo con tutto ciò che sa di trumpismo o di antisemitismo? L’operazione è dura, perché implica non solo il prendere le distanze da errori o degenerazioni, ma sancire una incompatibilità. Democratica, appunto.

Come se la passa Dario Fabbri?

 

Dario Fabbri, l’Iran e il Complottismo

Come se la passa la geopolitica?

 “Ah shit, here we go again”.

Qualche giorno fa mi è comparsa tra i suggeriti una recentissima conferenza di Dario Fabbri e non ho potuto fare a meno di somministrarmela tutta per vedere come se la passa il discorso del Fabbri nazionale e, per estensione, il discorso della geopolitica.

Come forse sapete, qualche anno fa mi occupai monograficamente di Dario Fabbri, poco prima che venisse travolto dalla “querelle della laurea” da parte di influencer di estremo centro che, contestualmente, lanciarono attacchi anche alla presunta scienza geopolitica, molto simili a quelli che avevo delineato sul Tascabile.

L’articolo che state per leggere è un po’ il seguito di quello che scrissi nel quasi lontano 2023. Per rendere le cose più interessanti, cercherò di riassumere brevemente le riflessioni del mio primo intervento per poi concentrarmi esclusivamente su questa conferenza e anzi su due singole affermazioni, due non-sequitur fabbriani che da soli illuminano bene sia gli artifici retorici che gli sono propri, sia i pregiudizi che ci portano a credere ad affermazioni simili. Spiegherò meglio più avanti.

Come se la passa Dario Fabbri?

Come se la passa Dario Fabbri? Molto bene direi.

La dualità che mi aveva attratto originariamente, la dualità tra l’appariscente inconsistenza del discorso geopolitico che fa a botte col senso comune, con l’accademia, con la scienza e persino con se stesso e il carisma individuale di Fabbri che riesce a sedurti e tenere tutto in piedi nonostante la raffica di assurdità che pronuncia, questa dualità è ancora tutta qui e addirittura esaltata, in un senso e nell’altro. Fabbri è ancora più carismatico di prima, con ancora più “aura” come direbbero i giovani, mentre le sue assurdità sono ancora più grosse, ancora più palesi, ancora più abbacinanti.

L’intera conferenza è un profluvio di affermazioni apodittiche, praticamente una Rivelazione, tenuta insieme solo dal già detto carisma e dalla denigrazione continua di tutte le ipotesi alternative, o anche solo compatibili, insieme al carattere di chi le sostiene. Una tecnica retorica ben nota e molto diffusa ma qui portata al livello di terrorismo psicologico: “solo un coglione potrebbe credere che la terra è tonda!” e per tutto il tempo ho immaginato una serie di controcampo sui signori di mezza età nella platea di Risorgimento Italiano che ridevano sotto i baffi “che coglioni i lettori di Repubblica a pensare che la terra è tonda! Menomale che non sono uno di loro!”.

Al posto della terra tonda qui c’è la descrizione delle identità ancestrali dei cinque o sei gruppi etnici che compongono “l’impero Iraniano”, o Persiano, dipende da come gli gira, fatte risalire a diatribe millenarie che ancora albergano nel loro inconscio collettivo e li definiscono interamente. Così tra una battaglia persa cinque secoli fa e uno scisma religioso risalente a mille anni prima, Fabbri illustra il dato antropologico che a suo dire tutti ignorano. Come già scrissi, non abbiamo idea di come la geopolitica raccolga questo dato fondamentale. Siamo costretti a prendere per buona quella che sembra a tutti gli effetti una battuta che Fabbri ripete le poche volte che, bontà sua, si solleva da solo l’obiezione “parlando con la gente per strada, mediamente già basta”.

Pure accettando per intero la Rivelazione fabbriana, nel discorso si aprono contraddizioni interne che è difficile ignorare. Si afferma che gli USA siano entrati in una fase isolazionista dalla prima presidenza Obama e poi si nominano tutti i conflitti in cui sono stati coinvolti negli ultimi 20 anni, ora si dice che le religioni non contano nulla per poi usarle come unico discrimine rilevante e, come anticipato, non si capisce mai bene quale di queste identità rivelate vada tenuta in maggiore conto, se abbiamo a che fare con degli Iraniani, con dei Persiani, con un gruppo eterogeneo di etnie perennemente in conflitto e il valore predittivo di questa scienza si mostra addirittura più debole delle sue spericolate intuizioni, tanto che se fossi uno di quei coglioni del Pentagono ben disposto a farsi istruire da Fabbri dopo che mi ha cazziato perché non capisco nulla, avrei molte difficoltà a tracciare una nuova visione del mondo che sia coerente e produttiva.

E se queste contraddizioni sono disperse in un’ora e venti di sproloquio, ci sono un paio di momenti in cui le concentra in una singola affermazione. Due momenti molto interessanti per ragioni formali e contenutistiche. Da un lato cercheremo di capire come queste affermazioni riescano a risultare persuasive nonostante la contraddizione logica si mostri nell’arco di pochi secondi, dall’altro se i rispettivi contenuti, e i pregiudizi che li circondano, giochino qualche ruolo specifico nel fenomeno.

“Siamo uguali agli altri ma diversi dagli altri!”

La prima che voglio affrontare -anche se è seconda in ordine cronologico- arriva intorno al minuto 24.50. Ve la trascrivo ma vi consiglio di ascoltarla perché il suo potere persuasivo è molto maggiore.

“Ciò che faceva impazzire il povero Papa Francesco, è che diceva sempre “Qual è la differenza tra gli imperi buoni e cattivi?”. Al fondo del suo pensiero c’era questo: “Come l’avete inventata la differenza tra imperi buoni e cattivi? La differenza tra russi e americani qual è?” Nessuna, ovviamente. A noi ci è andata di lusso a stare sotto gli americani, ci sarebbe andata molto peggio a stare con i russi ma non è che gli imperi siano diversi tra di loro, come è ovvio.”

Sorvoliamo sul coinvolgimento di Papa Francesco, ché ci auguriamo ci fosse qualcosa di più serio “al fondo del suo pensiero” come chessò il mistero della croce, e affrontiamo l’affermazione in sé e per sé.

Se vi chiedessi se siete d’accordo o meno, voi, a rigor di logica, non potreste rispondermi. Non è possibile attribuire alcun valore di verità alla proposizione perché afferma A e non A. Afferma che non vi sia alcuna differenza tra gli imperi per poi dire che invece ce ne è almeno una. Più di una probabilmente, visto che l’espressione “ci è andata di lusso” unita a “ci sarebbe andata molto peggio” sembra alludere ad un’insieme di differenze che portano a preferire l’impero americano a quello russo. È vero che la contraddizione non viene espressa usando gli stessi termini, ma il contenuto semantico delle singole affermazioni seguenti, sia pure intese nella loro accezione minima, va a contraddire l’affermazione generale e assoluta che differenze non ve ne siano.

Ma se vi chiedessi se siete d’accordo o meno, se conosco i comunistacci rossobruni multipolari che mi seguono, credo che rispondereste di sì. Questo perché il messaggio che vuole lasciare passare arriva tra le righe, anzi contro le righe. E la cosa ha del miracoloso perché qui non siamo davanti ad una classica retorica concessiva del tipo “Sostengo le donne Iraniane ma…”. Questo tipo di affermazioni può essere svolto in un ragionamento logicamente sensato -che intuiamo appunto tra le righe- anche se spesso non è conveniente svolgerlo. Suona più o meno così “L’importanza che attribuisco a ai diritti delle donne Iraniane è inferiore a quella che attribuisco alla stabilità dello scenario internazionale // al costo in termini di vite umane di un intervento militare // al prezzo della benzina // alla mia avversione per la coalizione Epstein” (Le motivazioni possono darsi tutte insieme o solo alcune, non è importante). Qui il messaggio arriva contro le righe perché Fabbri afferma due cose inconciliabili ma sappiamo che solo una va presa sul serio. L’altra è letteralmente una bugia.

Perché la dica è un bel mistero. Fosse su La7, a parlare con Lilli Gruber o Enrico Mentana come spesso faceva, capiremmo meglio. La bugia altro non sarebbe che una versione estrema e rischiosa della concessiva di cui sopra, il tentativo di dire agli atlantisti progressisti quello che vogliono sentirsi dire, sperando non prestino attenzione al resto del discorso che lo contraddice direttamente. Ma qui Fabbri è di fronte ad un uditorio amico. Che gli sia rimasto il tic?

Potrebbe essere così ma in realtà credo che anche l’uditorio amico abbia in qualche modo bisogno di questa rassicurazione contraddittoria. Il multipolare è un uomo profondamente scisso. Perduta la fede nell’universalismo illuminista occidentale, e quindi nella possibilità stessa di una morale oggettiva, ha accettato che tutto ciò in cui crede lui e la cultura cui appartiene è “una cosa che ci raccontiamo noi”, per dirla con Fabbri, ed è appunto da coglioni stargli appresso. Entra quindi in un relativismo assoluto, in cui tutte le culture e tutti i punti di vista hanno pari valore, senonché questo stesso ragionamento è figlio della cultura cui appartiene e nessuna delle culture altre che inizia a invidiare si pensa in questo modo. Lo stesso Fabbri mostra -e nutre nel suo pubblico- un disprezzo estremo per gli occidentali, uomini post-storici che non hanno quella fame di gloria (cioè di violenza) propria di tutte le altre collettività umane. In questa conferenza arriva a picchi di disgusto verso i giovani italiani che amano il benessere, la qualità della vita e le serie Netflix che raramente gli ho visto toccare.

Senza più punti di riferimento, la psiche del multipolare si organizza in strati: più in superficie c’è ciò che furbescamente pensa di dover dire per far contento il Grande Altro, un macchiettistico Federico Rampini che urla Grazie Occidente! dal quale il nostro multipolare pensa di doversi nascondere; più sotto c’è l’Io razionale nichilista, giunto alla sconfortante verità che la verità non esiste, non esistono “buoni e cattivi” e tutti i punti di vista si equivalgono; più sotto ancora si riaccende il desiderio di appartenere, appartenere agli altri, a quelli che ancora credono in qualcosa e prima di tutto in loro stessi, a questo livello la frase che viene udita è capovolta “ci sarebbe andata di lusso a stare sotto i Russi”. Infine c’è il pian terreno, l’inerzia della sua vita concreta, il mondo in cui è cresciuto che lo trattiene dallo studiare russo o cinese, levarsi dai coglioni e scoprire se davvero le cose stanno così o cosà. La contraddizione fabbriana taglia verticalmente questo condominio psichico, ogni affermazione si connette con un piano diverso e viene allora processata come sensata anche se sensata non è.

O almeno, questa è la mia ipotesi.

I complotti servono a comprendere

La seconda affermazione che voglio analizzare arriva in realtà prima, praticamente a inizio conferenza ed è la squalificazione di Fabbri del “complotto di Epstein” e dei complotti in generale. Come l’altra, vi consiglio di ascoltarla. Inizia più o meno a 2.27.

Ve la riporto correggendo un po’ la sintassi del discorso orale:

“Se siete qui perché credete che la guerra in Iran sia nata dal ricatto di Netanyahu nei confronti di Trump, gli Epstein files, gli gnomi di Zurigo, etc etc questa non è la serata adatta.

Io sono un pessimo complottista, li ho sempre trovati molto noiosi i complotti.

Soprattutto i complotti sono una forma rassicurante, sono una rassicurazione. Il mondo spesso e volentieri non è rassicurante, i complotti lo sono sempre.

I complotti sono sciocchi perché sono una forma di accarezzamento di noi cioè, davanti ad eventi spaventosi come può essere una guerra, una guerra sbagliata -ammesso che esistano guerre giuste-, i complotti servono a giustificarli, almeno a comprenderli.

“Guarda succede che gli americani in modo del tutto irrazionale -e ne parleremo- si caccino in una guerra contro l’Iran ma c’è una ragione! Perché Netanyahu ricatta Trump e quindi scatta la guerra.”

Quindi queste sciocchezze che sono sono molto di moda che servono a non studiare, servono a non approfondire, e poi servono anche a scrivere qualche serie televisiva. Ma l’analisi del mondo non è una serie televisiva non è una filmografia.

[..]

Gli americani finiscono in Iran per diverse ragioni che proveremo a centrare insieme, non ultima, anzi la principale, una forma di fraintendimento antropologico.”

Vi dico subito che la contraddizione qui è più sottile ma voglio affrontarla perché il tema mi interessa particolarmente e si presta tantissimo a questo tipo di paralogismi. Come forse sapete, da anni mi occupo di complottismo, o per meglio dire, di decostruire la nozione stessa di “complottismo” che ritengo essere priva di senso e fuorviante.

Questo è un esempio di una frase che pare avere senso solo perché, negli anni, intorno al concetto di “complottismo” sono state predicate così tante cose incoerenti, contraddittorie, banali, pleonastiche che tutti abbiamo in testa una foresta di luoghi comuni che camminano sulle loro gambe.

Fabbri sfoggia il grande classico sulla funzione del complottismo che sarebbe quella di… comprendere.

C’è da chiedersi a cosa servano allora la scienza, la filosofia e tutte le forme di conoscenza pensate dall’uomo fino ad oggi, presunta scienza geopolitica stessa. Vi sottolineo la frase: “I complotti sono sciocchi perché [di fronte ai grandi eventi] servono a giustificarli o quantomeno a comprenderli”.

Ora, è chiaro che sia implicito per Fabbri che i complotti sono anche spiegazioni false, ma la sua affermazione non dice questo. Dice proprio che sono sciocchi perché assolvono questa miserabile funzione, quella di comprendere.

Fabbri qui sta venendo parlato [nel discorso] da un ritornello sull’eziologia della mentalità complottista che a sua volta ricalca quello sull’eziologia della mentalità religiosa: così come i primitivi di fronte ai fulmini pensavano che li scagliasse Zeus, così i complottisti di fronte agli attentati pensano che li architettano i savi di Sion. A furia di ripeterlo, è caduta la parte in cui si aggiunge che queste spiegazioni sono da rifiutare in primo luogo perché false e ormai ci sembra di dire qualcosa di intelligente se puntiamo il dito di fronte al bisogno degli uomini di spiegarsi le cose, all’audacia di questi poveri stronzi.

Certo, a volte queste spiegazioni vengono ulteriormente caratterizzate come le più semplici o le più rassicuranti e quest’ultima caratterizzazione è quella che ci offre Fabbri. A volerlo prendere sul serio -e nessun teorico del complottismo lo fa mai, tantomeno Fabbri- ci troveremmo comunque di fronte a un criterio probabilistico esterno, paragonabile alla lectio difficilior o al rasoio di Occam che giudicano la bontà di un’ipotesi in base alla maggiore o minore complessità. Criterio contestabile in linea di principio (davvero la spiegazione più semplice o più rassicurante è per forza sbagliata?) ma soprattutto non aderente ai fatti che dovrebbe organizzare. Gli anticomplottisti insistono che le cosiddette teorie complottiste siano più semplici e più rassicuranti ma non è quasi mai vero, compreso in questo caso.

Non so che tipo di sensibilità bisogna avere per giudicare “più rassicurante” un mondo in cui i potenti della terra hanno preso parte ad una serie di nefandezze indicibili e vengano ora ricattati dai servizi segreti di una delle nazioni più aggressive della Storia al punto da farsi trascinare in guerre che manco gli convengono.

(Per inciso, io non so se le cose stiano così. È chiaro a tutti, per ammissione dello stesso Segretario alla Difesa, che gli americani siano stati trascinati da Israele in una guerra che non gli conveniva. Persino Fabbri lo ammette e a un certo punto promette di spiegarci come ci siano riusciti gli israeliani, fuori da ogni sciocca teoria del ricatto… solo che poi se ne dimentica. Vabbè.)

Tornando a noi, Fabbri, dopo aver deriso la sete di conoscenza umana, procede a soddisfarla. “Gli americani finiscono in Iran ma c’è una ragione!” dice facendo il verso all’offerta epistemologica dei complottisti e subito dopo “Gli americani finiscono in Iran e c’è una ragione” dice interpretando se stesso.

Non gli sto facendo una colpa della seconda parte, di farsi una ragione del mondo, ovviamente. È la litania anticomplottista che ripete all’inizio a metterlo in contraddizione col suo giusto proposito.

Il colmo, poi, è che lo stesso sistema di pensiero di Fabbri potrebbe essere da molti definito complottista. Non in senso stretto, ché complotti non ce ne sono, ma in senso lato, cioè come si usa il termine oggi.

La geopolitica presenta molti tratti attribuiti dagli anticomplottisti alle “teorie del complotto”. È incoerente, confusa, infalsificabile e soprattutto fieramente contrapposta a un sistema di pensiero dominante, a una “verità ufficiale”, che denigra di continuo. “Questo è quello che vi raccontano” ripete ammiccante Fabbri, riecheggiando il famoso “noncielodicono”.

E, intendiamoci, neanche di questo non gli faccio una colpa.

È proprio il pensiero anticomplottista che, in genere, ha bisogno solo di questo elemento, della mancata aderenza di una teoria ai saperi comunemente accettati, per dedurre automaticamente che è falsa.

Il concetto di “complottismo” ci confonde le idee perché vuol dire troppe cose insieme, ci conduce a giudizi affrettati e, in ultima analisi, non ne abbiamo bisogno per valutare la bontà di un’affermazione, di un’ipotesi o di una visione del mondo.

La geopolitica, come ogni altra teoria, va confutata sul campo; analizzando le sue affermazioni, se queste sono coerenti tra di loro e con le evidenze in nostro possesso e se riesce a spiegare meglio ciò che si propone di spiegare. A mio parere la risposta è no, al di là di quanto assimilabile sia al sistema di pensiero dominante.

Eppure essa vive, e anche bene. Credo sia questo che continua ad affascinarmi di Fabbri e della geopolitica in generale, la sua capacità di volare nonostante tutto, come il famoso calabrone.

Una teoria a un tempo farraginosa e socialmente deviante che è stata accolta con la stessa riverenza che si riserva ad un divulgatore scientifico che illustra le leggi della termodinamica.

Oggi, come nel 2023, ho provato a farmene una ragione. C’è il carisma individuale di Fabbri, la sua capacità di dissimulazione che gli ha permesso (per un certo periodo) di guadagnarsi quel ruolo da esperto che non si mette in discussione e, infine, lo sfruttamento di pregiudizi diffusi che fanno apparire come sensate delle vere e proprie contraddizioni logiche.

Nonostante tutto, penso che continuerò a stupirmi. A stupirmi di fronte all’eloquio ipnotico dell’unico uomo che poteva fare tre ore di teoria delle razze in faccia a Mentana senza che né lui, né gli spettatori a casa sospettassero niente.