giovedì 11 giugno 2026

Solo Trump ha le carte


Fabiana Magrì
Shain: "In questa partita solo Donald ha le carte. Se cambia idea sarà il requiem di Netanyahu"

La Stampa, 11 giugno 2026

Yossi Shain non ha dubbi: «La relazione tra Stati Uniti e Israele non è mai stata così solida» ma Benjamin Netanyahu è sempre più esposto agli umori di Donald Trump, «che quasi lo umilia». Dopo le “f...ing” telefonate, il presidente statunitense ha recentemente insinuato che il premier israeliano potrebbe essere vicino alla fine della sua carriera politica. Il Likud – il partito di Netanyahu – ha replicato che il primo ministro «si candiderà alle prossime elezioni e, se Dio vuole, vincerà». Ma la cosa che davvero è importante osservare – secondo il politologo israeliano, professore all’università di Tel Aviv, ex parlamentare e studioso delle relazioni tra Israele e la diaspora e tra Israele e il resto del mondo – non è tanto la dinamica del rapporto tra i due leader quanto se c’è ancora convergenza di obiettivi come all’inizio di Epic Fury: la necessità di abbattere il regime di Ayatollah e Pasdaran, neutralizzare l’uranio arricchito iraniano e i missili balistici.

C’è ancora una visione strategica comune?

«No, non credo. Netanyahu potrebbe desiderare di abbattere definitivamente l’Iran, quello che definisce “la piovra” della regione. Ma per Trump ci sono altri interessi in gioco. Non può permettersi di passare per il perdente contro l’Iran, sarebbe una macchia sulla sua reputazione e minerebbe la sua eredità di presidente che porta solo vittorie. Quindi potrebbe decidere di scatenare una guerra totale contro il regime di Teheran pur di riparare la sua aura di leader globale, soprattutto agli occhi della Cina e di tutti gli altri attori nella regione».

Quale sviluppo prevede?

«Non sappiamo ancora se Trump troverà un’onorevole via d’uscita da presentare come un grande risultato, con l’Iran che rinuncerà alle sue ambizioni nucleari. Ma è solo lui a tenere le carte in mano, solo lui può decider se e quando ordinare all’esercito americano di distruggere le infrastrutture in Iran. Cosa che non ha ancora fatto. Certamente la frustrazione tra la sua cerchia ristretta è dovuta sia al fatto che questa guerra si sta prolungando oltre le loro aspettative sia, in parte, che il premier israeliano, a loro avviso, sta prolungando il conflitto invece di fare progressi e concludere accordi come vorrebbe Trump, a cui piacciono le vittorie rapide».

Tra Donald e Bibi è quindi un disaccordo tattico, una nube passeggera o la fine di un’era?

«Neanche questo sappiamo. Ma non credo sia la fine di un’era. Da un lato le relazioni Usa-Israele stanno diventando sempre più personali ma questa alleanza è antica e, anche se può subire battute d’arresto, ci sono questioni – strategiche e non – ancora molto interconnesse».

Vede un collegamento tra la dichiarazione di Trump sulla carriera politica di Netanyahu e l’appoggio che ha sbandierato alla grazia per l’amico Bibi?

«Si potrebbe sostenere in modo cinico che Netanyahu sia completamente in debito con Trump. Come il presidente stesso ha detto in uno dei loro litigi a suon di urla: “Ti ho salvato il culo dalla prigione”. Quindi il premier sa che se Trump gli si oppone, è spacciato. Se lo considererà un fardello che lo trascina giù, senza dubbio Netanyahu si troverà rapidamente compromesso».

In un eventuale scenario successivo alle elezioni israeliane, in cui un leader diverso da Netanyahu si trovasse a fare i conti con Trump, cosa prevede?

«La situazione migliorerà drasticamente e rapidamente. Si apriranno molte possibilità. Le persone si renderanno conto che Israele ha una posizione securitaria per necessità, a prescindere da chi è al governo. Il Paese tornerà a essere attraente per lo spettro politico statunitense più ampio perché Netanyahu, così allineato a Trump, è la nemesi dei Democratici. E Trump avrà buoni rapporti di lavoro con la nuova leadership perché l’alleanza militare con l’America rimarrà, è un pilastro fondamentale per Israele, una sicurezza strategica. Netanyahu, per una serie di ragioni, è diventato tossico per Israele in Europa, negli Stati Uniti, tra i Democratici. E lo sta diventando sempre di più anche tra i Maga. Ha esaurito sostegno ed empatia. L’unico che rimane in contatto con lui in modo più franco è il presidente americano. Ma se Trump cambiasse idea, sarebbe davvero il requiem di Bibi».

Ritiene che le prossime elezioni in Israele siano in qualche modo parte integrante o un punto chiave per porre fine alla guerra in Medio Oriente?

«È difficile fare previsioni sulla triste storia di Netanyahu che fino a pochi anni fa, fino agli Accordi di Abramo, si comportava come il gallo nel pollaio. Persino dopo il 7 ottobre e dopo la guerra dei 12 giorni contro l’Iran, lui e Trump erano ancora percepiti come potenti. Erano stati in grado di sedare la minaccia iraniana, avevano creato aperture con l’Arabia Saudita e altri interlocutori in Medio Oriente. C’erano le basi per un’eredità politica di Netanyahu come leader che, sia pure in una fase successiva, avrebbe finito per prevalere su Hezbollah, Hamas e sull’Iran. Ma la realtà sta diventando corrosiva per l’immagine di Bibi. Nonostante nei suoi discorsi continui a ripetere che, grazie alle sue azioni, abbiamo indebolito i nemici fino a renderli innocui, questa non è l’opinione degli israeliani. Non di quelli che continuano a vivere nella necessità di correre al riparo nei rifugi».

Prodi l'incompreso

Franco Monaco
Prodi e la crisi della sinistra: una visione non provinciale

Domani, 11 giugno 2026

Considerata la sua riconosciuta autorevolezza, suo malgrado (di recente il più diffuso quotidiano italiano gli ha attribuito opinioni mai espresse, costringendolo a una secca smentita), Romano Prodi è spesso tirato per la giacca e chiamato in causa dai più vari attori in dispute minori. Dispute tra correnti Pd e dispute nominalistiche con riguardo alla leadership del campo progressista. Curiosa la circostanza che si vada a caccia di indiscrezioni ma non si legga ciò che scrive sulla questione che più conta.

Ovvero la cultura politica e l’orientamento programmatico delle forze di centrosinistra. In un editoriale recente del quotidiano su cui spesso scrive, egli è stato singolarmente chiaro. Primo: il cuore del problema non sta nella leadership. Dunque, l’opposto di ciò che spesso gli si attribuisce. Secondo: la questione «non è solo italiana, ma riguarda la grande maggioranza dei paesi democratici». Finalmente un’ottica non provinciale. Raramente considerata dai nostri opinionisti.

Un po’ in tutto il mondo le sinistre non se la passano bene e le destre anche estreme raccolgono consensi. Lo dico con parole mie: in questo tempo le sinistre remano controcorrente. Il che prescriverebbe di non farla facile negli ingenerosi giudizi su chi attende al cantiere progressista nostrano. Terzo: il problema dei problemi è l’esplosione delle disuguaglianze originata dalla rivoluzione conservatrice e mercatista degli anni ottanta, intestata a Reagan e Thatcher. Ad essa – nota il professore – «i partiti socialdemocratici e riformisti non hanno reagito con una proposta alternativa ma con piccole correzioni. Il loro messaggio era che avrebbero fatto le stesse cose ma meglio degli altri. Il pensiero politico fondamentale è invece rimasto immutato».

Anziché – cito – operare «un ripensamento globale». Non certo la ricetta politica, ma di sicuro una preziosa fonte ispirativa in tal senso, nota Prodi, può venire dalla recente enciclica sociale di Papa Leone laddove egli mette a tema il rapporto circolare tra giustizia sociale e sviluppo economico e tecnologico. Nel quadro di tale riflessione l’appello conclusivo a che, parafrasando Marx, i riformisti di tutto il mondo si uniscano, opera un prezioso chiarimento: riformismo non è sinonimo di moderatismo, esso semmai presuppone l’affrancamento dalla subalternità al paradigma neoliberale a lungo dominante (anche a sinistra), la creatività e l’audacia di un pensiero politico a tutti gli effetti alternativo (una “elaborazione intellettuale mobilitante”).

Non voglio a mia volta usare Prodi. Dunque, qui mi fermo nella ripresa del suo scritto. Di mio aggiungo tre osservazioni a modo di sottolineature della utilità della riflessione prodiana. Primo: sarebbe finalmente il caso che la si finisca di usare a sproposito l’aggettivo riformista per definire uomini e posizioni di settori del ceto politico che se ne fregiano per bollare come massimaliste quelle che aspirano a un più audace cambiamento di paradigma. Diciamo quantomeno che i riformismi possono essere declinati al plurale, nessuno può rivendicarne l’esclusiva. Secondo: mai come oggi, il riferimento al magistero sociale della chiesa ispira un pensiero politico che semmai si connota per un punto di vista decisamente alternativo a quello dominante. Su tutte le questioni cruciali: pace-guerra, economia, welfare, migrazioni.

Di nuovo, se ne ricava che è un equivoco da smontare la pigra e persistente abitudine, nel linguaggio politico e giornalistico, di qualificare i cattolici come moderati e frenatori. Terzo: nelle parole di Prodi si può leggere anche un cenno critico e, azzardo, autocritico alla elaborazione della Terza via blairiana, con la quale, ancorché solo in parte, in un contesto assai diverso, nella seconda metà degli anni novanta, l’Ulivo ebbe qualche affinità. Va tuttavia osservato che la deriva verso una più stretta subalternità al paradigma neoliberista ebbe corso più avanti, con la nascita del Pd sin dal noto discorso del Lingotto. Il discorso sarebbe lungo, controverso e non possiamo svolgerlo qui, ma mi sentirei di sostenere che, dal punto di vista dell’editoriale prodiano, il Pd fece segnare un passo indietro se non un deragliamento rispetto all’elaborazione dell’Ulivo.



Senza misura non c'è vittoria

Mauro Bonazzi
Eschilo insegna che senza misura non c'è vittoria

Corriere della Sera, 11 giugno 2026

Rac­con­tano gli anti­chi che tutto era ini­ziato con il furto di Europa, a Tiro, in Libano. Gli orien­tali ave­vano allora rapito un’altra prin­ci­pessa, Elena di Sparta. I greci ave­vano rea­gito ed era scop­piata la prima guerra che avrebbe por­tato alla distru­zione della città di Troia. Il pas­sag­gio dal tempo del mito a quello della sto­ria si era svi­lup­pato lungo lo stesso schema, con le inva­sioni dei per­siani, le cam­pa­gne di Ales­san­dro, le cro­ciate, Mao­metto II che, espu­gnata Costan­ti­no­poli, era andato in pel­le­gri­nag­gio sulle rovine di Troia... Non sem­bra sia cam­biato molto, oggi, men­tre si assi­ste al con­flitto tra Stati Uniti e Iran, vale a dire l’antica Per­sia, sem­pre lei. Dell’ine­lut­ta­bi­lità di que­sto scon­tro tra Oriente e Occi­dente si par­lava anche nella prima tra­ge­dia super­stite, i Per­siani di Eschilo, in scena fino al 28 giu­gno al tea­tro greco di Sira­cusa, con la regia di Àex Ollé (nella foto) e tra­du­zione di Wal­ter Lapini.

È già tutto annun­ciato in un sogno — un incubo? — che la regina per­siana Atossa rac­conta men­tre attende noti­zie circa la spe­di­zione che il figlio Serse, il Re dei Re, aveva orga­niz­zato con­tro quel pic­colo popolo, oltre i con­fini occi­den­tali del grande impero («in che parte del mondo si trova que­sta Atene?/ Lon­tano, a Occi­dente, dove il sole divino tra­mon­tando si spe­gne»): due donne di straor­di­na­ria bel­lezza, con «abiti magni­fici, l’una per­siani l’altra greci» che liti­gano; ma quando Serse aveva cer­cato di cal­marle, solo una si era pie­gata. Le noti­zie, ad Atossa, sareb­bero arri­vate pre­sto, cata­stro­fi­che. «Tutta la terra asia­tica,/ svuo­tata dei suoi popoli, si dispera».

Eschilo aveva com­bat­tuto in quelle guerre, e così molti degli spet­ta­tori che si accal­ca­vano sugli spalti del tea­tro: la tra­ge­dia andò in scena nel 472 a.c., solo otto anni dopo la bat­ta­glia di Sala­mina, quando gli ate­niesi ave­vano respinto l’inva­sore, sal­vando la Gre­cia. Ine­vi­ta­bile che tra i versi risuo­nasse una cele­bra­zione orgo­gliosa di Atene, la città senza padroni («Non hanno un padrone,/ non sono schiavi di nes­sun uomo»). Ma la cele­bra­zione patriot­tica è inci­den­tale e pro­prio per que­sto i Per­siani hanno ancora qual­cosa da inse­gnarci, oggi, men­tre il pre­si­dente degli Stati Uniti minac­cia di ripor­tare i suoi avver­sari «all’età della pie­tra». La tra­ge­dia non rac­conta il trionfo di Atene, bensì la disfatta dei Per­siani: non è la stessa cosa.

La vicenda è nar­rata dal punto di vista degli inva­sori, scan­dendo i vari pas­saggi che li pre­ci­pi­tano nell’abisso della dispe­ra­zione: all’ini­zio sono la regina e i nobili in attesa di noti­zie; poi segni sem­pre più infau­sti ad annun­ciare rovine che l’arrivo di un mes­sag­gero affranto avrebbe pre­sto con­fer­mato; infine l’appa­ri­zione di Serse, con le vesti strac­ciate, dispe­rato. È una pro­spet­tiva inu­si­tata. Eschilo costringe il suo pub­blico a rispec­chiarsi nel nemico, a iden­ti­fi­carsi con il dolore di chi por­tava distru­zione e ha tro­vato morte. Sono stati grandi gli ate­niesi, ma la vit­to­ria non è solo merito loro: sca­tu­ri­sce anche dall’arro­ganza dei nemici, acce­cati dalla loro brama di potere, persi nell’illu­sione che la forza possa risol­vere qual­cosa. E così la cele­bra­zione diventa monito, ricor­dando ai vin­ci­tori che non c’è gran­dezza senza magna­ni­mità; e che c’è sem­pre una misura nelle cose. Non a caso l’elo­gio più bello è riser­vato a un per­siano, Ciro: un con­qui­sta­tore, che seppe però «com­por­tarsi con uma­nità/ e per que­sto il dio lo ebbe caro». Vale per i per­siani, vale per gli ate­niesi, vale per tutti, ieri come oggi. 



Diomira Pertini

Candida Morvillo 
 
«Le SS presero papà davanti a me, zio Sandro si sentì sempre in colpa Ricordo la prima vacanza in hotel, con noi a Chiavari c’era Nenni»
Corriere della Sera, 11 giugno 2026

«La vede quella poltrona? Ricordo come fosse adesso un carnevale: i miei due figli erano mascherati e zio Sandro, seduto su quella poltrona, giocava con loro coi coriandoli e le stelle filanti. Come si divertiva!». Diomira Pertini è una signora di 92 anni dagli occhi buoni, nipote di Sandro Pertini, indimenticato presidente della nostra Repubblica. Lui e la moglie Carla Voltolina non ebbero figli, ma presero con loro Diomira, quando rimase orfana.

«Avevo undici anni, era il 1945, vivevo a Sant’Ilario, sopra Genova, con la famiglia a cui papà mi aveva affidato in guerra, essendo mamma morta quando avevo dieci mesi. In aprile, però, papà era stato ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg e io ero rimasta con questa famiglia che non conosceva nessun mio parente. Poi, sui giornali avevano letto di un Sandro Pertini eletto segretail rio del Psiup, che come mio padre era nato a Stella in provincia di Savona. Lo avevano cercato. Lui stesso non sapeva di avere una nipote: fra il carcere, la resistenza e il confino, non aveva più avuto notizie di mio padre. Ricordo l’arrivo di un signore affettuoso. Mi disse: “Torno a prenderti presto”».

«Dopo qualche giorno, tornò con zia Carla, andammo a Chiavari e restammo in albergo per una settimana. C’erano anche l’altro grande socialista Pietro Nenni con la moglie e una nipotina mia coetanea. Gli zii avevano pensato che una compagna con cui giocare avrebbe attutito l’impatto di quella nuova vita. La mattina, zio e Nenni si sedevano al bar a leggere i giornali e noi andavamo in spiaggia. Poi, siamo andati a Roma. Lì, zio Sandro mi ha fatto da papà e zia Carla da mamma. Mio padre avrebbe voluto che diventassi maestra e così sono andata in collegio dalle Orsoline a Porta Pia e, una domenica al mese, tornavo a casa».
Quando ha visto suo padre Eugenio per l'ultima volta?

«A dieci anni. Ero cresciuta con la nonna materna a La Spezia, ma poi papà aveva voluto tenermi con sé a Genova. Era stata una gioia grande, finché mi disse che mi mandava a Sant’Ilario perché in città “l’aria non era più buona”. Ma la verità era che aveva ricevuto la falsa notizia della fucilazione di zio Sandro a Regina Coeli e perciò aveva deciso di entrare anche lui nella Resistenza. Un giorno, andai a Genova a trovarlo. Eravamo in trattoria, avevamo ordinato il risotto, quando arrivarono le SS a prenderlo. Ricordo ancora questo nazista grande e grosso sulla porta che gli puntava la rivoltella contro. Forse, papà pensò di scappare passando dalla cucina, ma non lo fece. Mise sul tavolo tutti i soldi che aveva in tasca e si lasciò portare via».

«Altroché. Si sentiva in colpa, sì. L’ho sempre pensato, anche se non me l’ha mai fatto pesare. Non parlava mai del fascismo, del carcere, del confino. Le poche volte che l’ho ascoltato raccontare qualcosa è stato davanti ad altri, per ricordare episodi drammatici ma in modo divertente. Proprio come quello della mancata fucilazione».

«Raccontava di quando in carcere pianificavano la fuga e, nel gruppo, c’era un compagno balbuziente che non aveva capito che era un’evasione, pensava che li stessero liberando e pretendeva di recuperare i suoi effetti personali. Lo zio lo imitava facendo la voce balbettante e tutti ridevano. Ma lui era fiero che fossero scappati in sette, perché raccontava che, in principio, Nenni aveva detto: “L’importante è portare fuori Saragat, perché Pertini al carcere è abituato”. Solo che zio era stato netto: “O tutti o nessuno”».

«Mai, l’ho saputo dopo, leggendo la lettera in cui le scrive “come hai potuto fare questo? Perché hai voluto offendere la mia fede?”. E l’ho sentito dire in un’intervista che non si riteneva eroico perché altri avevano fatto lo stesso, incluso un compagno di cella, contadino. podestà del suo paese gli aveva promesso anche un lavoro, ma lui aveva rifiutato pur sapendo che moglie e figli erano alla fame. Lo zio ricordava che singhiozzava ripetendo “non voglio tradire il mio Paese, il mio partito, la mia fede”».

Quando suo zio morì, nel 1990, Enzo Biagi scrisse sul "Corriere" che "era portato alla malinconia e teneva sempre a portata di mano le poesie di Leopardi e le opere di Dostoeskij". Era malinconico suo zio?

«Era malinconico e anche allegro, dipende. Aveva i suoi pensieri, non era sempre d’accordo con quello che facevano gli altri politici».
Con lei era severo?

«Non direi. Era presente e si preoccupava per me, anche se lo vedevo poco, perché quando tornavo di domenica, era spesso in giro per comizi. Quando ero a casa in settimana, però, a volte, mi portava alla Camera ad assistere alle sedute. Andavamo in pullman. Scendevamo davanti a un banchetto di banane. Mangiavamo una banana e poi andavamo a Montecitorio. In villeggiatura, andavo con zia Carla e sua madre. Zio c’è sempre stato, veniva a trovarmi in collegio. Per i miei 18 anni, portò un vassoio grande di paste. Interveniva quando pensava che ce ne fosse bisogno, anche quando finito il collegio lasciai Roma e iniziai a lavorare».

Una volta in cui intervenne?
«Appena diplomata, in attesa che ci fosse un concorso pubblico per l’insegnamento, trovai un posto da maestra in una colonia a Masciago sul lago d’orta. Quando aprivo la finestra, avevo sotto il lago e davanti il Monte Rosa: una meraviglia. Però, era un luogo desolato, perché era di villeggiatura e io ero arrivata a novembre. Quando lo zio venne a trovarmi, vide quel deserto e mi disse “andiamo via, qui non troverai mai marito, qui muori zitella”».

«Dopo le vacanze di Natale, trovai subito un altro posto a Genova, dove conobbi l’uomo che ho sposato. Poi vinsi il concorso e mi mandarono in Basilicata. Tutti pensavano che sarei rimasta poco perché lo zio mi avrebbe aiutata ad avvicinarmi a casa. Ma i favoritismi non erano ammessi nella nostra famiglia e il trasferimento l’ho avuto solo dopo undici anni».

«Una volta ero a Roma e zio dal Quirinale prenotò un ristorante in centro per me, mio marito e i nostri due figli. Andiamo, ma l’oste non volle essere pagato e io pensai che fossimo ospiti dello zio. Il mattino dopo, alle sette, suona il telefono e zio dice che ci aspetta al Quirinale alle dieci. Andiamo e mi chiede: ieri, avete speso tanto? Capii subito che era stato il ristoratore a offrirci la cena e mi prese un colpo. E lo zio: “Ricordati che dovete pagare sempre”. Al che, insistette perché accettassi una bella cifra e corsi subito a saldare il conto».

«Diverse volte. La prima, appena eletto, nel ’78 per il suo compleanno. Mi disse: “Zia Carla non è contenta che sia presidente”. Zia era riservata, lavorava, temeva di perdere la libertà, perciò non mise mai piede al Quirinale, lui tornava a casa la sera e, dopo, è andato tutto bene. Altre volte, ho accompagnato in visita al Quirinale ex deportati. Poi, mi fermavo a pranzo e con zio ci spostavamo in un salottino dove lui metteva una zolletta di zucchero nella grappa e si accendeva la pipa. Ogni tanto, veniva a trovarci a Verona. Amava le tagliatelle in brodo e i lessi che faceva mia suocera. Anche il cotechino, ma zia Carla non voleva che lo mangiasse».

«Era il suo carattere, gli andava proprio di stare con la gente».
Un gesto affettuoso che non dimenticherà mai?

«Quando andò a Flossenbürg a cercare le spoglie di mio padre, scoprì che era in una buca comune e mi scrisse allegando i fiorellini che aveva raccolto sulla fossa».

La slopaganda

Marta Clinco

La slopaganda è quello che si ottiene mettendo assieme il peggio della politica e il peggio della tecnologia

Rivista Studio, 4 giugno 2026


 A un indirizzo nel centro di Bari, registrato come sede legale di trentasei testate online che scrivono di celebrità, salute, fitness e meditazione, c’è un’impresa di costruzioni. Nient’altro. Nessuna redazione, nessun cartello, nessuna ragione sociale che corrisponda ai nomi dei siti — Lunumi, Vatolu, decine di altri — che pure quell’indirizzo lo dichiarano come proprio. Le pagine legali di tutti e trentasei i siti attribuiscono la proprietà a una persona di nome Rosa Rossi. Rosa Rossi non risulta da nessuna parte: non in quel civico, non nei registri, non nelle ricerche WhoIs che identificano chi sta dietro un dominio. I trentasei domini, peraltro, non sono nemmeno registrati a Bari. Sono registrati a Manacor, isola di Maiorca, attraverso una società spagnola di gestione domini che si chiama Soluciones Corporativas IP, fra il 3 marzo e il 22 maggio 2023, in un blocco compatto di una manciata di settimane. Gli articoli sono firmati da autori come “Valentina Bianchi Greco”, la cui foto profilo, controllata con la ricerca inversa, viene da Pexels, un sito di immagini stock. NewsGuard, che ha messo insieme questa storia nel luglio del 2023, non è mai riuscita a stabilire se Rosa Rossi sia un nome reale o fittizio.

I trentasei siti di Rosa Rossi non sono un caso isolato. Sono la versione italiana di un fenomeno che NewsGuard tiene aggiornato in un registro pubblico, l’AI Tracking Center, e che al 17 marzo 2026 contava 3.006 siti del genere distribuiti in sedici lingue: arabo, cinese, ceco, olandese, inglese, francese, tedesco, indonesiano, italiano, coreano, portoghese, russo, spagnolo, tagalog, thai, turco. Tremila siti con nomi inventati per somigliare a testate vere, dietro ai quali non c’è niente: nessuna redazione, nessun direttore responsabile, nessun caporedattore che chieda a un cronista da dove abbia tirato fuori la fonte. C’è un programma che sforna articoli, un conto corrente disposto a incassare gli introiti pubblicitari, e un sistema automatico che piazza la pubblicità dove c’è traffico, senza chiedersi da dove venga.

Nell’ottobre del 2025 un sito americano della stessa famiglia ha pubblicato la notizia inventata che il CEO di Coca-Cola avrebbe minacciato di ritirare il proprio sponsorship dal Super Bowl per protesta contro la scelta di Bad Bunny come artista del halftime show — bufala doppiamente assurda, perché Coca-Cola non è sponsor del Super Bowl dal 2018. La notizia, falsa, ha comunque viaggiato per giorni su X, TikTok, Facebook e Instagram in decine di varianti, accompagnata da banner pubblicitari di marchi reali che senza saperlo finanziavano la bufala mentre veniva letta. È un meccanismo che NewsGuard aveva già documentato in altri contesti: in un’analisi sui siti UAIN del maggio-giugno 2023, aveva calcolato che 141 marchi di prima fascia avevano finanziato siti del genere senza accorgersene, e che più di nove inserzioni su dieci erano arrivate lì attraverso Google.

La parola sbagliata, e quella giusta

Per questa cosa esiste da poco una parola: slopaganda. Slop, in inglese, è la sbobba, la roba scadente e seriale che le macchine generative riversano in rete; il resto si capisce. La definizione formale viene dal filosofo Michał Klincewicz, della Tilburg University, che insieme a Mark Alfano e Amir Ebrahimi Fard nel 2025 ha provato a darne una: contenuto indesiderato, generato dall’intelligenza artificiale, diffuso allo scopo di orientare le opinioni. È una definizione che invita a collocare il fenomeno in una famiglia che già conosciamo — fake news, propaganda — e a maneggiarlo con strumenti che già abbiamo. Quegli strumenti non funzionano.

Una fake news è un’affermazione falsa: dice che è accaduto qualcosa che non è accaduto, e quindi può essere controllata, smentita, segnalata. Contro una bugia esiste una difesa: la verifica. La propaganda è un’altra cosa: più che raccontare un fatto, spinge verso un’idea, ha qualcuno che la firma e una ragione per cui lo fa; contro la propaganda la difesa è risalire al mittente. La slopaganda non è né l’una né l’altra perché non le interessa essere creduta e non le interessa convincerti. Al sito che ha inventato la storia della Coca-Cola non serviva che qualcuno gli credesse: gli bastava il clic. A Rosa Rossi non importa che si formi un’opinione sulla meditazione: importa che il visitatore resti nella pagina abbastanza a lungo perché si carichi il banner. Non c’è un autore con una tesi da difendere, perché spesso non c’è nemmeno un autore. Non c’è una singola bugia da smentire, perché ce ne sono altre diecimila in coda.

Quello che c’è è una quantità. Una mole di materiale che non convince di niente, ma circonda, fino a rendere familiare ciò che familiare non era –e ciò che diventa familiare, il cervello tende ad archiviarlo come vero. Il cosiddetto illusory truth effect, effetto di verità illusoria: documentato per la prima volta nel 1977, descrive il fatto che un’affermazione incontrata molte volte ci pare via via più plausibile, indipendentemente dalla sua fondatezza, indipendentemente persino dal fatto che ci venga presentata come falsa. È il principio della vecchia osservazione attribuita a Goebbels – una menzogna ripetuta abbastanza a lungo diventa verità – con una differenza di scala che cambia tutto. A Goebbels servivano la radio di Stato e il Volksempfänger, l’apparecchio popolare che il regime fece produrre perché la propria voce arrivasse in ogni cucina. Oggi serve un programma capace di generare la stessa idea in diecimila varianti e un sistema disposto a farle circolare. Ed è esattamente sul secondo punto che bisogna soffermarsi, perché quel sistema non è anonimo. Ha proprietari, sedi, capitali, un consiglio di amministrazione e un conto bancario (o diversi) sparsi nel mondo dei paradisi fiscali.

Quello che la macchina sceglie

Nel gennaio del 2024 il Knight First Amendment Institute della Columbia ha pubblicato un audit condotto da un gruppo di ricerca di Berkeley, guidato da Smitha Milli, che ha messo a confronto l’algoritmo di ordinamento di X – quello che dispone i post secondo il “coinvolgimento” – con la più neutra delle alternative possibili, la cronologia inversa: i post nell’ordine in cui arrivano. L’esperimento era stato registrato in anticipo, perché le ipotesi non potessero essere modificate dopo aver visto i risultati. L’algoritmo costruito sull’engagement amplifica in modo regolare i contenuti emotivamente carichi e ostili allo schieramento politico opposto. Fra tutte le emozioni, quella di gran lunga prediletta è la rabbia. Interrogati, gli utenti dichiaravano però di non gradire quei contenuti. La macchina non stava dando loro ciò che chiedevano: stava sfruttando una vecchia abitudine del cervello – siamo fatti per sorvegliare le minacce — per trattenerli davanti allo schermo contro la loro stessa volontà dichiarata.

Cosa abbiamo, quindi? Abbiamo un cervello che ricorda meglio le cose negative – il negativity bias, una delle costanti più solide della psicologia cognitiva – e che cerca conferme a ciò in cui già crede istintivamente. Abbiamo una macchina di distribuzione che, dovendo massimizzare i minuti passati davanti allo schermo, ha imparato che paura, sorveglianza del pericolo e indignazione morale sono il combustibile più efficiente. Abbiamo poi una sorgente di contenuti quasi infinita e quasi gratuita, capace di riempire ogni nicchia, in ogni lingua, su misura di ogni paura specifica. Il manifesto di propaganda mostrava a tutti la stessa faccia; oggi quella faccia cambia a seconda che il pubblico sia cattolico od ortodosso, italiano o greco, allarmato dai migranti o dalle multinazionali o dai vaccini o dall’ennesima influenza cinese – la stessa avversione, riconfezionata di volta in volta secondo la paura locale. Non una macchina di persuasione, ma una macchina di selezione, che premia non il messaggio più vero o più utile, ma quello meglio attrezzato a sopravvivere in un ambiente che seleziona per paura.

I padroni della stanza

Parlare dell’algoritmo come di un soggetto autonomo è comodo e in una certa misura impreciso: la macchina non vota, ma chi la possiede sì, e nei diciotto mesi a cavallo fra il 2024 e il 2026 quel voto è stato espresso in forme che non lasciano molto spazio all’interpretazione. Il 7 gennaio 2025 Mark Zuckerberg ha annunciato in un video la fine del programma di fact-checking di terze parti su Facebook, Instagram e Threads, sostituito da un sistema di note di comunità modellato su quello in uso su X. Nel medesimo video Zuckerberg ha definito la rielezione di Donald Trump un “punto di svolta culturale” a favore della libertà di espressione, e ha annunciato la rimozione delle restrizioni precedentemente in vigore su immigrazione, identità di genere e altri “temi caldi”, oltre allo spostamento del team di fiducia e sicurezza dalla California al Texas. Meta ha versato un milione di dollari al fondo per l’inaugurazione di Trump, ha appoggiato Joel Kaplan – ex collaboratore dell’amministrazione George W. Bush – alla guida degli affari pubblici globali, e ha ammesso, nelle parole dello stesso Zuckerberg, che il nuovo equilibrio avrebbe ridotto la quantità di contenuti problematici intercettati: “beccheremo meno cose brutte”, ha detto, “ma rimuoveremo anche meno contenuti innocenti per sbaglio”. Le organizzazioni di fact-checking partner sono uscite di scena nel marzo 2025; le community notes sono entrate in funzione progressivamente da quel mese.

Su X, dove le community notes esistevano già da prima e dove la moderazione dei contenuti era stata smantellata da Elon Musk all’indomani dell’acquisizione del 2022, la traiettoria del proprietario è stata chiara dall’inizio. A dicembre 2024 Musk ha scritto su X “Only the AfD can save Germany”, dichiarazione di sostegno esplicito a Alternative für Deutschland, partito di estrema destra che la stessa intelligence interna tedesca ha classificato come estremista. Il 9 gennaio 2025 Musk ha ospitato in diretta sulla propria piattaforma una conversazione di un’ora con la leader di AfD Alice Weidel. Il 20 gennaio 2025, alla cerimonia per l’insediamento di Trump alla Capital One Arena di Washington, Musk ha eseguito due volte un gesto – mano destra portata al petto e poi proiettata in avanti, palmo rivolto verso il basso, braccio teso – che ha sollevato un dibattito pubblico immediato per la somiglianza con il saluto romano. L’Anti-Defamation League lo ha definito «un gesto goffo in un momento di entusiasmo» e non un saluto nazista; altre organizzazioni e numerose figure politiche hanno espresso una lettura opposta. Musk ha respinto le accuse e nei giorni successivi ha pubblicato sull’account ufficiale di X una serie di giochi di parole con i nomi di gerarchi nazisti.

Il giorno dopo, 21 gennaio 2025, alla Casa Bianca, il presidente Trump ha annunciato Stargate: un progetto di investimento privato fino a 500 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale negli Stati Uniti, presentato come “il più grande progetto di infrastruttura AI della storia”. Sul palco accanto a Trump c’erano Sam Altman di OpenAI, Larry Ellison di Oracle e Masayoshi Son di SoftBank. OpenAI ha versato un milione di dollari al fondo inaugurale, come Meta e come Amazon. Trump aveva revocato il giorno prima il decreto esecutivo di Joe Biden che imponeva agli sviluppatori di IA di condividere con il governo i risultati dei test di sicurezza dei propri modelli. Stargate, e con esso gli altri progetti AI statunitensi, non sarà vincolato da linee guida nazionali di sviluppo. Sam Altman aveva, fra il 2023 e il 2024, moltiplicato per sette le spese di OpenAI in attività di lobbying a Washington.

E cosa significa questo in termini di slopaganda? I tre principali ambienti in cui la slop circola – X, le piattaforme Meta, le risposte dei chatbot generativi – sono passati nello spazio di un anno dall’avere sistemi di moderazione contestati e imperfetti, ma esistenti, all’avere proprietari che hanno dichiarato pubblicamente di considerare quei sistemi un eccesso da correggere, quasi una censura; e quei medesimi proprietari hanno sostenuto, pubblicamente, l’elezione e l’insediamento di un’amministrazione e, in alcuni casi, di partiti europei classificati come estrema destra. La macchina non ha un’ideologia. Ma chi decide quali strumenti di verifica installare sopra la macchina, quali argomenti privilegiare e quali demonetizzare, dove spostare i team di sicurezza e controllo e quali contratti firmare con quale governo, quella decisione la prende, la sta prendendo e l’ha presa. Il fact-checking non è sparito perché è fallito tecnicamente: è stato disattivato perché il nuovo equilibrio politico ha reso possibile farlo senza pagarne qualunque costo reputazionale.

È una vecchia tentazione, quella di animare le cose. Quando una forza ci sgomenta la prima reazione è darle un volto, attribuirle un’intenzione, immaginarla come un soggetto che vuole qualcosa. Il pensiero occidentale lo fa da quando ha cominciato a pensare, e quando ha cominciato a costruire macchine ha trasferito la stessa abitudine nei confronti di quei prodotti. Ma la macchina non ha volontà propria. Esegue. Parlare dell’algoritmo come di un soggetto autonomo – “non è l’azienda, è l’algoritmo” – è un modo per togliere il nome a chi ha deciso. Qualcuno ha deciso che l’engagement fosse la metrica primaria. Qualcuno ha deciso di tagliare i team di moderazione. Qualcuno ha deciso di disattivare il fact-checking. E lo ha fatto sapendo cosa avrebbe comportato: l’amplificazione della rabbia, la diffusione dei contenuti d’odio, la radicalizzazione delle minoranze esposte agli algoritmi erano già descritte nei rapporti interni di queste aziende anni prima di essere confermate dagli audit indipendenti. Gli effetti non sono stati imprevisti. Sono stati il prezzo accettato in cambio di ricavi e di posizionamento politico.

Il bersaglio Italia

Conviene chiarire un punto che a prima vista sembra contraddire quanto detto finora. Se il sistema premia il linguaggio della destra, perché ha attaccato con tanta sistematicità un governo di destra come quello italiano? La risposta è che la slopaganda non ha un’ideologia propria: ha committenti che hanno interessi anche divergenti fra loro, e in molti casi non sono nemmeno “committenti” nel senso classico del termine, ma reti di account autonomi che convergono spontaneamente su narrazioni utili a un risultato condiviso. Le operazioni che hanno preso di mira Giorgia Meloni nei primi mesi del 2026 non vengono dalla destra sovranista globale che sostiene Trump o AfD, e – è importante essere precisi – non sono state ricondotte da NewsGuard a operazioni statali russe come la rete Pravda: l’analisi attribuisce la circolazione di quei contenuti soprattutto ad account ostili all’Occidente, critici di Israele, filo-iraniani e filo-russi, senza prove di un coordinamento sponsorizzato da un governo. È una distinzione che conta, perché mostra come la stessa infrastruttura tecnica possa essere usata da attori diversi e incoerenti tra loro – la prova, semmai, che la macchina non sceglie da sola.

Quello che succede a un meccanismo del genere quando lo si applica a un Paese specifico si può misurare. Le quattro narrazioni false su Meloni individuate da NewsGuard fra gennaio e il 30 aprile 2026 hanno totalizzato, insieme, 18 milioni di visualizzazioni su X e 1,6 milioni su TikTok. Una di queste partiva da un discorso reale: Meloni aveva parlato a Roma il 3 marzo 2026, e in quel discorso non aveva pronunciato le frasi che le sarebbero poi state attribuite. Il 18 marzo un account ha pubblicato il video manipolato etichettandolo “simulazione” nella didascalia. L’etichetta è sparita alla prima ricondivisione. Il video è stato propagato sia da sostenitori della premier, che lo hanno interpretato come prova di una sua ritrovata fermezza, sia da oppositori, che lo hanno usato per criticare un suo presunto opportunismo. Ha funzionato per entrambi i pubblici, e ha funzionato per la stessa ragione: era costruito per produrre reazione, non per essere “creduto” in una direzione precisa.

A inizio maggio 2026 ha cominciato a circolare su LinkedIn, e poi su altre piattaforme mainstream, una foto in cui la presidente del Consiglio era ritratta in lingerie. Era un deepfake, costruito con uno dei generatori di immagini disponibili a chiunque. È stata Meloni stessa a denunciarlo sui propri canali. Considerata insieme alle false dichiarazioni anti-Trump, la sequenza compone un disegno: dall’agosto 2025 NewsGuard ha contato sedici dichiarazioni false attribuite a esponenti del governo italiano, per un totale di circa 29 milioni di visualizzazioni su X entro il 4 maggio 2026. Non sono pezzi sconnessi. Sono la stessa operazione, ripetuta. Più a monte, e separatamente da questa, c’è invece un’operazione statale russa che colpisce l’Italia da anni: NewsGuard ha ricondotto centinaia di siti italiani a un’unica regia di matrice russa, le reti note come Pravda e Doppelgänger, che dal 2023 producono domini-civetta costruiti per somigliare a testate locali – in alcuni casi clonando RepubblicaLa Stampa e l’Ansa – per veicolare in italiano materiale filo-russo su Ucraina, sanzioni, NATO, e per attaccare il governo italiano sulla sua linea estera ed energetica. Smascherate già nel 2023, queste reti non hanno chiuso bottega: hanno ampliato l’infrastruttura, e l’hanno fatto proprio grazie ai contenuti sintetici.

Nel 2025 NewsGuard ha calcolato che la sola rete Pravda ha pubblicato 6,3 milioni di articoli in quarantanove lingue, attraverso 286 domini apparentemente automatizzati: una media di diciassettemila articoli al giorno. NewsGuard ha nominato Yevgeny Shevchenko, il 37enne originario della Crimea che ha costruito quella rete, “disinformatore dell’anno 2025”; nel luglio 2025 l’Unione Europea ha sanzionato sia Shevchenko sia la sua società TigerWeb per “manipolazione e interferenza coordinate delle informazioni”. Quegli articoli, in molti casi, non vengono letti: vengono scritti perché finiscano nei dati con cui i grandi modelli di linguaggio addestrano le loro risposte. NewsGuard, nel marzo del 2025, ha stimato che 3,6 milioni di articoli della rete Pravda sono già stati incorporati negli output dei principali chatbot occidentali. Interrogati su quindici narrative filo-russe, dieci dei maggiori modelli generativi le hanno confermate, in media, in un caso su tre, citando come fonte attendibile i siti della rete che le aveva fabbricate. Si chiama LLM grooming: addomesticamento dei modelli linguistici, la fase produttiva in cui il pozzo da cui questi modelli attingono viene avvelenato a monte, perché i sintomi compaiano a valle.


Una conseguenza scomoda

Se l’ambiente premia la paura, ne trae vantaggio chi parla la lingua della paura; e quella lingua, oggi, in Italia come in buona parte dell’Occidente, la parla con più costanza e più mezzi la destra radicale e sovranista. Non per un difetto morale dei suoi elettori né per una loro predisposizione naturale alla minaccia – le ricerche più recenti, comprese alcune replicazioni pubblicate su Nature Human Behaviour, ridimensionano l’ipotesi che i conservatori abbiano per natura un cervello più sensibile al pericolo. La ragione è retorica e strategica: quella parte ha costruito la propria intera grammatica intorno alla figura del “Noi” minacciato da un “Loro” – l’invasione, il migrante, il nemico interno, le élite che tradiscono, la nazione che svanisce. Una scelta che si traduce quasi sempre in indignazione, allarme, identità ferita: i tre sentimenti che, come si è visto, l’algoritmo amplifica con la massima efficienza.

In Italia il caso più documentato è quello della Lega di Matteo Salvini, che dal 2024 utilizza sistematicamente immagini generate dall’intelligenza artificiale per accompagnare sui propri canali social i post di cronaca nera che riguardano stranieri. La struttura del post è sempre la stessa: un titolo che riprende un fatto realmente avvenuto, e sotto un’immagine creata con l’IA che mette in scena il reato, rappresentando vittime e colpevoli con il volto oscurato, e nella didascalia, spesso, una richiesta di espulsione o di “pene esemplari”. Pagella Politica, che ha condotto le verifiche, ha contato almeno diciassette post di questo tipo nei soli mesi di marzo e aprile 2025, e ha rilevato che nessun altro partito italiano usa l’IA per la comunicazione politica in maniera comparabile. Nell’aprile 2025 il Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato una segnalazione all’AGCOM, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, contro i post della Lega per possibile hate speech; il 13 maggio dello stesso anno il PD ha presentato in Senato un disegno di legge sulle espressioni d’odio diffuse via intelligenza artificiale, ispirato direttamente al caso. Nel dicembre 2025, infine, Pagella Politica e Facta hanno proposto a tutti i partiti italiani la sottoscrizione di un patto pubblico di rinuncia ai deepfake nella comunicazione politica: l’unico grande partito a non firmare è stato la Lega. La tecnica costa pochi centesimi a immagine, produce un volume di contenuti potenzialmente illimitato, ed è ottimizzata per la stessa cosa per cui l’algoritmo è ottimizzato: la reazione immediata, l’indignazione, il commento sotto il post.

Si potrebbe dire che la macchina, in sé, non sia schierata: non sa che cosa sia uno schieramento, sa solo cosa trattiene l’attenzione. Ma chi la possiede, nei diciotto mesi a cavallo del 2025, ha preso decisioni esplicite – fine del fact-checking di Meta, smantellamento della moderazione su X, alleanza pubblica con un’amministrazione e con partiti europei di estrema destra – che hanno reso quella macchina, nella pratica, qualcosa di diverso da uno strumento neutro. Premiando ciò che spaventa, e avendo ridotto i meccanismi di controllo sui contenuti, oggi il sistema premia in modo sistematico chi del linguaggio della paura ha fatto un mestiere. Lo strumento è neutro alla nascita e schierato negli esiti: sono gli esiti a cadere sul tavolo della politica, e dei suoi effetti rispondono in primo luogo i proprietari dello strumento, non i contenuti che vi transitano. È una differenza che cambia chi è chiamato a fare cosa.

Non si tratta ovviamente soltanto della destra italiana. Il precedente più noto resta Breitbart, il sito di Steve Bannon, autore della formula flood the zone with shit, inonda la zona di merda, forse la descrizione più onesta mai data della strategia della quantità. Bannon aveva creato, fra le altre, una sezione intitolata Black Crime, crimine nero, senza alcun corrispettivo per il crimine bianco: una struttura editoriale in cui la categoria precede e sostituisce l’osservazione, fino a sedimentare l’associazione automatica – immigrato, crimine, minaccia – che poi diventa difficilissimo scalfire. E non vale nemmeno la pena fingere che la slopaganda sia solo un’arma della destra, perché è molto più complicato: la rete Pravda è russa, e in Italia ha colpito tanto la sinistra quanto la stessa destra al governo, ogni volta che l’interesse di Mosca era incrinare l’allineamento atlantico. Le fabbriche di contenuti come quella di Rosa Rossi non hanno colore, hanno un bilancio in crescita. Gli account anti-occidentali che hanno fabbricato i falsi virgolettati di Meloni non hanno una bandiera unica, ma una convergenza spontanea di rancori. Il vantaggio politico della destra non è inscritto nella macchina: dipende dal fatto contingente che sia la destra, oggi, ad aver investito nella lingua che la macchina premia, e che siano oggi alla guida delle principali piattaforme persone che a quella lingua non sono ostili, anzi.

Sapere non basta

Sempre NewsGuard, nel settembre del 2025, ha pubblicato il bilancio di un anno di prove sui dieci principali modelli generativi: ripetevano affermazioni false su temi d’attualità nel 35 per cento dei casi, quasi il doppio del 18 per cento dell’anno prima. Il peggioramento ha una spiegazione: nel 2024 quei modelli si rifiutavano di rispondere alle domande più insidiose nel 31 per cento dei casi, mentre nel 2025, dopo aver integrato la ricerca sul web in tempo reale, il tasso di rifiuto è sceso a zero. Adesso rispondono sempre. E pescando da una rete sempre più inquinata – a volte avvelenata di proposito dalle stesse operazioni di disinformazione di cui si è detto – finiscono per trattare le fonti inaffidabili come se fossero attendibili. La slopaganda non degrada solo chi legge: degrada la sorgente da cui domani andremo ad attingere.

Nel gennaio del 2025 la Munich Security Conference ha pubblicato un’analisi sulle elezioni del 2024 – europee, francesi, britanniche – nella quale si afferma che l’apocalisse della disinformazione generata dall’intelligenza artificiale, ampiamente prevista negli anni precedenti, non si è materializzata. Gli scenari catastrofici non si sono realizzati. È un dato da prendere sul serio, e da leggere fino in fondo: la slopaganda non agisce per eventi singoli e clamorosi – il deepfake decisivo a poche ore dal voto – ma per accumulo lento, per saturazione dell’ambiente. L’assenza di un’apocalisse elettorale non è la prova dell’innocuità del meccanismo: è la prova di che genere di meccanismo si tratti.

Resta la questione di cosa fare. Klincewicz e i suoi coautori indicano tre direzioni di efficacia crescente e di praticabilità decrescente. La prima è psicologica, il prebunking: anticipare l’esposizione spiegando in anticipo i trucchi di chi manipola, un vaccino che funziona meglio della smentita somministrata a cose fatte; esistono piccoli videogiochi, da Bad News a Cranky Uncle, che mettono il giocatore nei panni del disinformatore per insegnargli a riconoscerne le mosse. La seconda è tecnologica: moderazione, fact-checking, sistemi che premino l’accuratezza invece del puro coinvolgimento. È la direzione che le piattaforme stanno percorrendo al contrario. La terza, che gli autori collocano in fondo perché sanno quanto sia indigesta, è politico-economica: il problema, in ultima istanza, non sarebbe di conoscenza ma di potere — una questione di chi possieda i mezzi per “inondare la zona”.

Resta poi, per chi legge, una sola accortezza, e non costa nulla: quando un contenuto fa salire di colpo il sangue alla testa, quando ci si sente in dovere di condividerlo nello stesso istante in cui lo si legge, fermarsi un secondo. Non perché sia per forza falso, ma perché quella scarica di rabbia tarata alla perfezione è, statisticamente, il segnale di essere stati selezionati. La persuasione presuppone che qualcuno ci abbia trattati come interlocutori. La selezione ci tratta come un dato, un clic già messo a bilancio. L’algoritmo non vota, e non gli interessa come voteremo; decide però che cosa vedremo prima di farlo, ottimizzando l’unica cosa che con la verità e con la democrazia non ha parentela: i minuti che gli concediamo. Goebbels, almeno, doveva prendersi la briga di convincerci. A questa macchina basta molto meno — e ai suoi proprietari, oggi, basta non interferire troppo perché continui a funzionare nel modo giusto.