martedì 30 giugno 2026

Ortega y Gasset

Matteo Marchesini
Il faro che serve a una cultura sospesa tra pedanteria e irrazionalismo

Il Foglio, 30 giugno 2026

Per il lettore italiano, Ortega y Gasset resta poco più di un nome affiancato da titoli celebri come La ribellione delle masse o La disumanizzazione dell’arte. Sotto i titoli, eccetto alcuni passi canonici da citazione, le pagine rimangono poco lette. Come di tutti i pensatori non riassumibili in una formula, di Ortega non si sa bene che fare. Questo tratto lo diminuisce agli occhi degli storici della filosofia. Paradossalmente le sue doti di elzevirista, di scrittore narrativo e teatrale, vengono registrate dalla nostra cultura con il segno meno davanti. Non è neppure vero che il suo limite sia un sincretismo vago. In Ortega infatti lo storicismo, la sociologia alla Simmel, il pragmatismo, l’esistenzialismo e la filosofia della vita convergono saggio per saggio in un’intuizione originale che si manifesta solo all’interno di un contesto determinato: ecco perché in lui (come in certo Croce, o in Alain) l’articolo è una forma intrinseca alla teoresi. Nella prospettiva di questo grande spagnolo europeo, “Ogni vita è un punto di vista dell’universo”, e “io sono io e la mia circostanza”: non si può fingere di pensare sottovuoto, senza occasione, o senza tessere una trama provvisoria di relazioni tra fatti e argomenti. Né esiste un pensiero che sia dato una volta per tutte: se non torna a immergersi, a verificarsi nella vita, si reifica e muore. Al tempo stesso, però, questa vita va illuminata dalla ragione. E’ il problema più tipico della cultura moderna, sospesa tra pedanteria e irrazionalismo; e il cuore di questo problema sta nel rapporto tra esperienza e studio dei libri. Perciò, tra le tante sineddochi della filosofia orteghiana, particolarmente compiuta mi sembra la conferenza del 1935 su “La missione del bibliotecario” appena stampata da Elliot. Nella prefazione, Antonio Castronuovo sintetizza bene i motivi del sospetto generalizzato verso Ortega: “Per la critica al franchismo e al fascismo non piaceva alle destre, la sua etica dei valori suscitava diffidenza tra i liberali, per la nostalgia verso una società di fondamento aristocratico dispiaceva alle sinistre, per la larghezza dello spirito europeista non era gradito ai nazionalisti, il suo vitalismo laico era infine molesto per i cattolici”. Come fa spesso, nella conferenza del ’35 Ortega parla di “missione”, distinguendola dalla professione. Quando un mestiere diventa socialmente imprescindibile, osserva, viene attratto nella sfera della burocrazia. Questa dialettica dell’occidente, analizzata da Max Weber in pagine famose, è qui riflessa nel piccolo specchio delle vicende storiche che hanno cambiato la figura del bibliotecario. L’avventuroso cacciatore di manoscritti dell’umanesimo si trasforma con la stampa in un illuminista enciclopedico, interprete di un mondo che vede nell’utopia della lettura diffusa la base del modello democratico. Ma la svolta che interessa Ortega si colloca a metà Ottocento: quando il bibliotecario diventa funzionario, e Diderot rischia di mutarsi in Bouvard, o addirittura in Homais. Ora la massa dei libri è sterminata; occorre una corporazione che archivi, smisti, diriga il traffico editoriale e scientifico. Ma la storia va più veloce, e presto la massa dei testi si contrappone come un gigante ostile alle esigenze reali dell’essere umano. L’eccesso di strumenti spegne le energie: “La cultura che aveva liberato l’uomo dalla selva primigenia lo ricaccia in una di libri non meno inestricabile e soffocante”. Così quest’uomo, entrato nel Novecento, “invece di studiare per vivere, dovrà vivere per studiare”.

La necessità di divorare bibliografie fuori misura abitua gli intellettuali a leggere male, in fretta, con frustrazione, senza più riflettere in autonomia su ciò che leggono. Il libro diventa quindi una droga o un surrogato del pensiero, come ammonisce la tradizione moderna che va da Hazlitt a Proust. Ma non solo quella moderna. Il conferenziere sigilla il suo discorso ricordando il Fedro di Platone: “La scrittura, stabilendo un dire, può conservare solo le parole, ma non le intuizioni viventi che ne costituiscono il significato”. Il libro ha senso solo se nasce da una conversazione umana, e se chi lo decifra sa rivivere l’esperienza dell’autore. Altrimenti crea chierici imbottiti di idee che non hanno assimilato. Quale sarà, allora, la soluzione? Secondo Ortega occorre che il bibliotecario si faccia medico e facilitatore, che sintetizzi con ponderazione le bibliografie e suggerisca quali libri mancano nella biblioteca ideale. Il suo compito, insomma, consisterebbe nel rendere ecologico l’ambiente da cui il pensiero deve sorgere. E’ accaduto, nell’ultimo secolo? In realtà, nell’ultimo secolo è accaduto di tutto. I poli della dialettica individuo-burocrazia si sono fatti più marcati, le aporie più evidenti. Mentre scorriamo i link sul web siamo ancora di fronte al problema di Ortega, ma non abbiamo più la capacità meditativa dei suoi contemporanei.

Tragedia antica e moderna

la tragedia, forma simbolica della guerra civile

Franco Moretti

Gabriele Pedullà
Il Sole 24ore, 30 giugno 2026

Perché, tra tanti titoli possibili, Bandiera nera? La risposta la fornisce la quarta di copertina: «Ai tempi di Shakespeare, sul tetto del Globe Theatre sorgeva una torretta con sopra un’asta. Quando si dava una commedia, vi veniva issata una bandiera bianca; un dramma storico, bandiera rossa; una tragedia, bandiera nera». Come spiega il sottotitolo, «forma tragica e guerra civile» è infatti l’oggetto dell’ultimo libro di Franco Moretti, che porta a compimento una ricerca iniziata oltre quarant’anni fa.

Venticinque secoli, dieci lingue, una letteratura sterminata: ce n’è abbastanza per desistere sul principio dall’impresa. Moretti invece non ha indietreggiato, puntando sulla letterarietà piuttosto che sulla teatralità del genere, forte di alcune certezze e anzitutto due: che, materialisticamente, la tragedia è una forma simbolica, e le forme simboliche nascono per processo interno, ma poi «rimangono a disposizione» di una cultura che si confronta con la storia; e che la tragedia è la forma simbolica per eccellenza della guerra civile. Un principio di metodo e una tesi che Bandiera nera si ripromette appunto di dimostrare.

Uno dei modi possibili di presentare il libro è partire da un’affermazione di Nicole Loraux, secondo cui la tragedia non avrebbe tenuto a battesimo nessun genere letterario. Moretti cita il suo bon mot per rifiutarlo, ma questo è tanto più significativo dato che Loraux, accanto ad alcuni saggi magnifici sul teatro antico, ha scritto il più bel saggio in assoluto sulla guerra civile, e che le sue idee riecheggiano praticamente in ogni pagina di Bandiera nera. Col suo libro Moretti rivendica insomma che i due interessi principali della grande storica francese non erano in realtà che uno solo, e che non poteva essere altrimenti.

La complessità del rapporto di Moretti con Loraux, emerge però anche da un altro elemento. Bandiera nera è caratterizzato da un binarismo esasperato: pubblico/privato; legami verticali/legami orizzontali; moglie/amico; passato/futuro; aperto/chiuso; maschile/femminile; tiranno/ideologo (come motore principale del conflitto tragico classico e di quello moderno). Al contrario, Loraux ha trascorso gran parte della sua vita a cercare di sottrarsi alle coppie oppositive dello strutturalismo francese. Anche in Moretti, tuttavia, e forse non a caso, i punti forti dell’analisi implicano il complicarsi delle alternative originarie, come si vede anzitutto dal suo modo di usare la bibliografia pregressa. Su tragedia greca e tragedia moderna si sono infatti accumulate montagne di studi che non dialogano, mentre Moretti legge programmaticamente i due fenomeni assieme per illuminarli a vicenda (seppure quasi sempre attraverso le differenze).

Davanti a un libro così denso, il recensore può al massimo valorizzare qualche spunto particolarmente meritevole di sviluppo. Questione cruciale su tutte è quella del rapporto ambiguo con la teoria politica. I Greci inventori della tragedia associavano il successo degli Stati alla concordia più assoluta, mentre i moderni, cominciando con Niccolò Machiavelli ma sempre più a partire dal XIX secolo, hanno riconosciuto, un poco controintuitivamente, i vantaggi dello scontro regolato. La ricostruzione di Moretti implica che la tragedia si è alimentata di una fede nella virtù dell’unanimità che non è più la nostra, e il suo arretramento negli ultimi centocinquant’anni potrebbe avere a che fare proprio con l’imporsi del credo conflittualista di liberali e marxisti.

Un altro punto di forza del libro è l’analisi dei rapporti familiari nella tragedia. Nel mondo classico e nella prima modernità dominano i legami dei personaggi con i genitori: i giovani non sono davvero liberi. Poi, sempre più spesso dal Seicento, il vincolo fondamentale diventa quello tra coniugi. Moretti non spiega questo mutamento, ma, se ha ragione, la sua lettura finisce per dare ragione ai romantici come Schlegel, che insistevano sulla natura essenzialmente cristiana della produzione artistica cinque-sei-settecentesca, tragedia inclusa. Dai primi secoli della nostra era, la lotta per preservare la scelta libera degli innamorati contro la volontà dei genitori è stata infatti uno dei cavalli di battaglia del cristianesimo, anche se inizialmente solo per ragioni di convenienza tattica, ossia per permettere ai giovani credenti di sottrarsi ai matrimoni combinati dai loro genitori ancora pagani.

L’altro rapporto orizzontale decisivo che vediamo insinuarsi nella tragedia è l’amicizia. Sin da Il romanzo di formazione (1986), Moretti ha sempre scritto con pathos speciale dei giovani, e qui lo fa mettendo in luce il formarsi sulle scene di legami potentissimi nel nome dell’impegno comune per cambiare il mondo. Non è un caso, allora, se per questa via Bandiera nera viene a essere probabilmente anche il suo libro più politico, sino a concludersi nel segno di una sorta di cupissima «guerra civile nella guerra civile»: la rivoluzione che divora sé stessa, gli ex-compagni di lotta che si eliminano a vicenda, l’ombra mortifera di Stalin.

Viene in mente Franco Fortini, che in un saggio del 1977, Questioni di frontiera, contrapponeva due forme di discorso davanti alla morte: quella epica del condannato comunista e quella tragica del condannato anarchico, il primo pronto ad affermare anche davanti alla propria fine il valore della continuità storica (al di là degli individui), in una giustificazione del male necessario, il secondo determinato invece a negare il tempo storico in una ribellione anzitutto etica contro l’ingiustizia. Da questo punto di vista, la bandiera nera della tragedia (e di Moretti) è anche quella dell’anarchia.

Franco Moretti

Bandiera nera. Forma tragica e guerra civile
Einaudi, pagg. 200, € 24

L'arma del ridicolo

Claire Legros
"In politica la risata, quando viene usata a vantaggio dei potenti, serve a deridere e a mantenere il dominio"

Le Monde, 30 giugno 2026

Denis Saint-Amand, ricercatore di storia della letteratura e sociologia della letteratura, si concentra in particolare sulle culture del détournement e della satira e dirige l'Osservatorio delle Letterature Selvagge presso l'Università di Namur (Belgio). Ha pubblicato * Contro la risata fascista: trolling e resistenza* (Rue de l'Echiquier, 128 pagine, €14), in cui analizza la crescente strumentalizzazione della risata negli ambienti di estrema destra e propone risposte democratiche a questo fenomeno.

La satira e la caricatura sono presenti in tutta la storia della vita politica. Perché concentrarsi in particolare sui meccanismi della risata reazionaria?

Sentiamo spesso dire che la nostra epoca è dominata dal "politicamente corretto" e che non è più possibile ridere di tutto, ma questa affermazione non regge a un'analisi più approfondita. L'umorismo è ormai onnipresente nei media e tra i leader politici. Sia a sinistra che a destra, i funzionari eletti ricorrono con disinvoltura all'ironia, alla caricatura e alla satira.

Tuttavia, non tutte le risate sono uguali. In politica, l'ironia può essere sovversiva e avere una dimensione emancipatrice quando prende di mira un potere oppressivo. Ne è una prova la citazione attribuita alla scrittrice guadalupense Maryse Condé [1934-2024]  : "La risata è il primo passo verso la liberazione". Ma quando viene strumentalizzata a vantaggio dei potenti, la risata in politica viene usata per deridere e mantenere il dominio, legittimando la violenza.

Lei dimostra che questa forma di risata basata sull'identità si è sviluppata considerevolmente nel contesto dell'ascesa dell'estrema destra e dei regimi illiberali. In che modo?

Fin dai primissimi giorni del secondo mandato di Donald Trump, una delle principali strategie di comunicazione della sua amministrazione è stata l'utilizzo di video e meme umoristici sui social media: immagini virali spesso accompagnate da commenti originali. Ben presto, anche le pubblicazioni ufficiali della Casa Bianca hanno iniziato a incorporare elementi della cultura pop.

Ad esempio, un video promozionale dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) mostrava arresti brutali di persone appartenenti a minoranze etniche, con in sottofondo la sigla della serie Pokémon. Bisogna prenderli tutti! Allo stesso modo, il nome del Department of Government Efficiency (DOGE), responsabile di migliaia di licenziamenti e destinato a essere eliminato nel 2025 con l'addio di Elon Musk, era un riferimento a un popolare meme di internet che raffigurava un cane dall'aria dubbiosa .

Nel suo libro lei menziona la cultura del "lulz". Di cosa si tratta e come ispira gli ambienti vicini all'estrema destra?

"Lulz" è una sottocultura comica digitale presente da tempo sui social media, ma il suo utilizzo politico è recente. È in un certo senso il gemello nichilista e malevolo della cultura "lol" (acronimo di "laughing out loud" , ridere a crepapelle), che promuove un senso di complicità tra gli utenti di internet attraverso battute innocue (come video divertenti di gatti e GIF animate). Lulz utilizza lo stesso principio di viralità, ma si basa su una deliberata corruzione della risata: l'obiettivo è essere il più sordidi possibile, per il puro piacere di scioccare.

Inizialmente, questo atteggiamento da "troll" [utente di internet che si atteggia a provocatore] era piuttosto distaccato politicamente, ma è stato gradualmente appropriato da ambienti reazionari che lo hanno visto come un modo per attaccare i valori democratici, ridotti a mera "correttezza politica". Questa strategia comunicativa distoglie l'attenzione dalle vere emergenze politiche e spinge progressivamente oltre i limiti di ciò che è tollerato in politica. Il filologo tedesco Victor Klemperer [1881-1960] , che analizzò l'evoluzione del linguaggio sotto il Terzo Reich  , usò l'immagine di un lento avvelenamento da piccole dosi di arsenico per caratterizzare l'impatto di queste trasformazioni sulle rappresentazioni di una società.

Perché parlare di risate "fasciste" visti i dibattiti che circondano questa parola?

Esistono due concezioni del fascismo. Una, storica, si riferisce ai regimi specifici dell'Italia di Mussolini e della Germania nazista. L'altra allarga il campo di indagine includendo i movimenti che sono eredi diretti o indiretti di questi sistemi politici. Umberto Eco [1932-2016] ha offerto una definizione che trovo utile, elencando una serie di segnali che ci permettono di identificarne le riemersioni. Tra gli indicatori caratteristici della fascizzazione di una società, egli individua il rifiuto violento della diversità e del pensiero critico, una concezione dell'esistenza come guerra perpetua e il culto di una tradizione o di un'età dell'oro fantastica da riconquistare. Mi sembra che molti di questi elementi siano inquietantemente attuali nei regimi illiberali odierni.

Si dice che Donald Trump e Javier Milei siano gli eredi del grottesco in politica. Cosa rivela questa posizione sullo stato delle nostre democrazie?

Il teorico russo Mikhail Bakhtin [1895-1975] individuò l'origine del grottesco nel Medioevo, nelle feste di carnevale, dove si verificava una deliberata inversione di valori e gerarchie. Il filosofo Jean-Louis Vullierme parlò di "pagliaccismo " per indicare un modo deliberatamente farsesco di esercitare il potere (pagliaccio significa clown in italiano) e per sottolineare il pericolo che esso rappresenta per le democrazie.

Se queste figure politiche riescono ad affermarsi, è in gran parte perché coltivano un'immagine "anti-establishment", rompendo con le pratiche politiche tradizionali, in un contesto caratterizzato da sfiducia e disinteresse verso le istituzioni. Il loro successo si fonda anche su una messa in scena di trasgressione che contribuisce a creare scalpore e a generare una forma di intrattenimento.

I fatti dimostrano che coloro che oggi adottano questa posizione perseguono principalmente i propri interessi. Mentre Coluche, quando si candidò alla presidenza all'inizio degli anni '80, si atteggiava a pagliaccio per denunciare le divisioni sociali, Trump pensa solo al proprio tornaconto. Il presidente americano ricorda Père Ubu, il personaggio tirannico e ingestibile creato da Alfred Jarry [1873-1907] .

Negli ultimi mesi Donald Trump non sembra più essere motivo di scherno, nemmeno tra i suoi sostenitori negli Stati Uniti…

Nel contesto della guerra in Medio Oriente, Donald Trump è stato surclassato dal regime iraniano, che ha utilizzato tattiche "troll" per caricaturare il presidente americano in video generati dall'intelligenza artificiale. Abbiamo assistito a una battaglia comunicativa satirica tra due avversari piuttosto simili per valori, accomunati dallo stesso odio per la modernità e per tutto ciò che è diverso. Persino gli influencer del movimento MAGA sembrano stanchi di questa retorica, ma ciò è dovuto principalmente al fatto che la promessa prosperità economica è ben lungi dal concretizzarsi.

Che dire dell'uso della risata da parte dell'estrema destra in Francia?

La Francia rimane un Paese in cui i leader politici non possono – almeno finora – fare i troll senza essere squalificati. Mentre i sostenitori di Trump negli Stati Uniti si discostano nettamente dalla comunicazione politica tradizionale, la strategia del Rassemblement National è quella di cercare di acquisire rispettabilità. Tenta di scaricare le accuse di fascismo sugli avversari politici o di rinnegare le provocazioni che erano il marchio di fabbrica di Jean-Marie Le Pen. Eric Ciotti ha provato a imitare il presidente argentino Javier Milei salendo sul palco con una motosega: è apparso ridicolo e non l'ha più fatto.

Al contrario, sui social media si sta diffondendo una risata cinica e identitaria, mirata alla simbolica annientamento di determinati bersagli. Gli influencer usano l'umorismo per diffondere la loro retorica razzista e sessista. Talvolta si presentano come eredi di Charlie Hebdo , in nome della libertà di espressione . Questo ignora il fatto che Charlie Hebdo critica l'intera classe politica e combatte l'estrema destra. Tale appropriazione è emblematica di una strategia volta a strumentalizzare la risata e manipolare la storia.

Nel libro lei dedica una sezione alla resistenza cittadina. Come si manifesta?

Gli oppositori si rifiutano di vedere la risata strumentalizzata dai politici a scopo di umiliazione e si concentrano invece sulla coltivazione di una gioia militante. Nelle manifestazioni anti-Trump del "No Kings Day" , che hanno radunato fino a 8 milioni di persone, si sono visti cartelli umoristici, coreografie e canti: queste pratiche possono sembrare banali, ma permettono alle persone di unirsi e organizzarsi, rifiutandosi di rimanere intrappolate nella disperazione e nella paura.

A Portland, in Oregon, gli oppositori delle leggi sull'immigrazione hanno indossato costumi gonfiabili da rana e unicorno per ridicolizzare Donald Trump, che aveva dichiarato la regione sull'orlo di una "guerra civile". Pur dimostrando l'assurdità delle sue affermazioni, le risate di questa protesta carnevalesca hanno aperto la strada a forme di solidarietà. I ​​cittadini hanno organizzato laboratori di educazione legale per spiegare i loro diritti agli immigrati e hanno istituito sistemi di distribuzione alimentare. Hanno sfruttato questi incontri per sviluppare quella che l'antropologo americano David Graeber (1961-2020) ha definito "politica prefigurativa": modalità alternative di organizzazione della vita collettiva che delineano un futuro auspicabile.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/06/29/le-rire-en-politique-lorsqu-il-est-instrumentalise-au-profit-du-plus-fort-se-moque-pour-entretenir-une-domination_6716960_3232.html

Presidenziali francesi: la ressa

Françoise Fressoz
Elezioni presidenziali del 2027: una palude di candidature disperate, di sopravvivenza, di sfida, o mosse dal desiderio di sbarazzarsi dell'establishment

Le Monde, 30 giugno 2027

Con così tanti candidati che affollano le porte delle elezioni presidenziali del 2027, si rende necessaria una tipologia per cercare di fare un po' più di chiarezza in quello che, in questa fase, assomiglia a una palude.

La prima categoria ha un lato disperato. Comprende coloro che sanno di non avere alcuna possibilità, ma che tentano, con la loro dichiarazione, di mantenere un minimo di autorità sul proprio partito politico. Il caso di Marine Tondelier è emblematico in questo senso. Facilmente rieletta alla guida del suo partito nell'aprile 2025 , spinta da grandi ambizioni personali e per la causa che difende, la segretaria nazionale dei Verdi si è autoproclamata, pochi mesi dopo, candidata alle primarie di unità di sinistra senza però riuscire a ottenere nulla: queste primarie sono rimaste un miraggio e l'autorità della Tondelier all'interno del partito si è notevolmente indebolita. Il suo partito è ora lacerato tra chi sostiene una candidatura indipendente, chi auspica un'alleanza con il leader di La France Insoumise, Jean-Luc Mélenchon, e chi è favorevole a un riavvicinamento con il centrosinistra. Queste divisioni sono tanto più dolorose in quanto la causa ambientalista non è mai sembrata così vitale. Essi confermano l'endemica incapacità di questa formazione politica di assumere la leadership della sinistra dopo i disastri elettorali subiti dal Partito Socialista (PS) a partire dal 2017.

La seconda categoria comprende le candidature di sopravvivenza, esemplificate dal caso di Bruno Retailleau. Il presidente del partito Les Républicains (LR) sta cercando di dimostrare che il suo movimento, retaggio di un'ala repubblicana di destra a lungo dominante durante la Quinta Repubblica, è ancora in grado di esercitare la propria influenza dopo la schiacciante sconfitta di Valérie Pécresse alle elezioni presidenziali del 2022 (4,8% dei voti). La sua scommessa è tanto più rischiosa in quanto anche lui si trova ad affrontare un significativo dissenso interno e il suo successo dipende da due eventi imprevedibili che devono verificarsi simultaneamente: riconquistare gli elettori di destra che attualmente sostengono il Rassemblement National (RN) e, al tempo stesso, indebolire la candidatura di centro-destra di Edouard Philippe, presidente del partito Orizzonti.

Il Partito Socialista e i Repubblicani sono stati messi alla prova dall'esercizio del potere.

Lungi dall'essere invidiabile, la situazione dell'ex ministro dell'Interno è comunque più soddisfacente di quella in cui si trova il suo omologo del Partito Socialista. Al momento, il primo segretario del partito, Olivier Faure, non è ancora riuscito a individuare un candidato interno che possa poi essere incaricato di mobilitare la sinistra non melenchonista. Ciò dimostra fino a che punto questi due partiti di governo siano stati messi alla prova dall'esercizio del potere, che, attraverso governi alternati e periodi di coabitazione, ha generato una notevole frustrazione tra i loro elettori, per non parlare della rabbia di alcuni di loro.

Il Palazzo dell'Eliseo, a Parigi, 16 febbraio 2024.

Un terzo tipo di candidatura è una forma di sfida. Consiste nel dimostrare che la storia è errata. Raphaël Glucksmann, co-presidente di Place Publique, si inserisce perfettamente in questa categoria. Sulla scia di Pierre Mendès France o Jacques Delors, che volevano guidare una sinistra capace di abbracciare il proprio aggiornamento al potere, si trova attualmente ad affrontare gli stessi vicoli ciechi dei suoi modelli: se perde il sostegno del resto della sinistra, non ha alcuna possibilità di vincere; se si avvicina al centro-destra, viene accusato di tradimento.

Nella stessa categoria possiamo includere Edouard Philippe, che deve far dimenticare la disavventura di Alain Juppé, l'uomo che ha sostenuto durante le primarie di destra del 2016: quest'ultimo era il candidato dell'"identità felice", colui che voleva "tagliare entrambe le estremità della frittata" per rendere il centro-destra e il centro-sinistra una forza di governo abbastanza forte da liberarsi dalla pressione degli estremismi. Ma, dopo essere stato a lungo considerato il favorito, è stato infine e senza tanti complimenti eliminato dalla corsa finale.

Oggi Raphaël Glucksmann ed Edouard Philippe hanno in comune il fatto di trovarsi nella posizione migliore, in termini di intenzioni di voto, all'interno della nicchia che intendono rappresentare: da un lato la sinistra socio-ecologica, dall'altro la destra liberal-centrista, ma entrambi restano eminentemente fragili per non essere riusciti non solo a dominare, ma anche ad ampliare lo schieramento che intendono rappresentare.

L'"onda"

La quarta categoria di candidati rientra in quella che potremmo definire l'"onda". Sono trascinati dal potente movimento anti-establishment che sta scuotendo il paese e non sembrano avere altre sfide se non quella di uniformare rapidamente la loro dottrina e le loro proposte, a costo di contorsioni che avrebbero l'effetto immediato di screditare qualsiasi altra formazione politica.

I repentini cambi di rotta del Rassemblement National (RN) sulle pensioni, sul suo rapporto con il liberalismo e sulle sue preoccupazioni riguardo al cambiamento climatico sono tanto più significativi se si considera che, per il momento, non sembrano minare la solidità del sodalizio tra Marine Le Pen e Jordan Bardella, di fatto interscambiabili dopo i problemi legali del fondatore del partito. Ciò non impedisce a nessuno dei due candidati di rimanere molto vulnerabile, perché in un mondo in profonda trasformazione, la capacità di proteggere il popolo francese sarà un fattore determinante nel 2027. E nulla nella politica estera dell'RN – il suo fascino per i regimi autoritari, la sua ammirazione per Donald Trump, i suoi stretti legami con Vladimir Putin – è pensato per ispirare fiducia.

«Per avere qualche speranza di vincere le elezioni presidenziali, ci si aspetta che siamo megalomani, bugiardi patologici ed esibizionisti», riflette ora Valérie Pécresse sulla sua sconfitta del 2022. A questo proposito, due candidati soddisfano almeno uno di questi criteri. A 74 anni, Jean-Luc Mélenchon non ha mai dubitato della sua capacità di dare una scossa alla situazione. A 37 anni, Gabriel Attal, segretario generale di Renaissance, è impegnato in una corsa frenetica, accelerando la sua ascesa grazie al trampolino di lancio offertogli da Emmanuel Macron, senza curarsi delle conseguenze.

Tuttavia, è possibile che, contro ogni previsione, lo spirito di serietà possa alla fine prevalere, viste le sfide esistenziali che il Paese si trova ad affrontare: il peso del debito, la riconquista della sovranità, la fragilità del suo modello sociale, che appare costellato di falle.

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/06/30/presidentielle-2027-un-marigot-de-candidatures-desesperees-de-survie-de-challenge-ou-portees-par-le-degagisme_6717191_3232.html

lunedì 29 giugno 2026

Vestirsi per esistere


 declinazione al femminile

Parigi/1. Al Musée Cognacg-Jay abiti-bustier e abiti-monumento unici dimostrano come, nel XVIII secolo, le donne non avessero altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere

Laura Leonelli
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026

  • Per la sua ultima collezione di alta moda Chanel, nella primavera-estate del 2019, Karl Lagerfeld aveva scelto di tornare alle origini, al Settecento, non solo perché sua personale ossessione, vedi ventaglio e codino di capelli bianchi vezzosamente trattenuto da un nastro di velluto nero, ma perché al XVIII secolo, aristocratico e già borghese, spetta quella particolare combinazione di eleganza femminile, immagine e spasmodica ricerca di promozione sociale, che qualche decennio dopo avrebbe dato origine alla fotografia e un attimo dopo alla fotografia di moda. Ed è proprio sciogliendo questo nodo storico, e sciogliendo insieme i fiocchi dei tanti bustini esposti, che ci incanta la splendida mostra «Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle», aperta al Musée Cognacg-Jay di Parigi fino al 20 settembre e curata in brillante contrappunto da Saskia Ooms, Adeline Collange-Perugi e Pascale Gorguet Ballesteros.

    Per contemplare la bellezza dell’abito-bustier con cui Lagerfeld terminò la collaborazione con la Maison di Gabrielle Chanel dobbiamo però aspettare la fine del percorso, che prende il via da un altro magnifico Robe à la Française, questa volta d’epoca. Agli estremi della mostra, due abiti-monumento, il primo in taffetà cangiante e garze di seta, il secondo interamente ricamato di paillettes verde acqua e punteggiato di fiori di ceramica, raccontano 200 anni di una storia femminile, pochissimo emancipata e moltissimo esibita. Del resto, ed è la prima riflessione a cui invitano la mostra e il bel catalogo, le donne non avevano altro che la moda per dire chi erano e chi volevano essere. Alla ritrattistica gli uomini offrivano un’immensa versatilità professionale e sociale, ed erano principi, ufficiali, giudici, avvocati, medici, artisti, ognuno di loro con le rispettive insegne del potere. Le donne avevano “solo” il lusso del loro guardaroba e con questo esprimevano ricchezza, stato sociale, cultura, grazia, e, a un certo punto, quando le scene si fanno più intime e la mussola prende il posto del broccato, persino modestia, là dove la modestia faceva parte del corredo morale, quindi economico, di ogni futura sposa. Per i pittori e i fotografi è stato un lunghissimo viaggio di nozze.

    Nello statuto dell’Académie royale de peinture et de sculture, fondata il 10 gennaio 1648, il ritratto occupa un posto minore, in pratica è il gazzettino per leggere le ultime notizie su chi conta e chi no. Tutto cambia nel XVIII secolo quando in un clima di mobilità sociale le nuove élite cercano prestigio e riconoscimento, soprattutto attraverso l’immagine, e contemporaneamente gli Illuministi avviano un’inedita ricerca sulla condizione umana, dove il ritratto è lo strumento migliore per indagare interiorità e sensibilità di ogni individuo. Il ritratto, sentenzia Denis Diderot negli Essais sur la peinture, «è una lettera di raccomandazione scritta in una lingua comune a tutti gli uomini. Nella società, ogni gruppo di cittadini ha il suo carattere e la sua espressione, l’artigiano, il nobile, il plebeo, l’uomo di lettere». Un secolo e mezzo dopo, August Sander metterà in pratica gli insegnamenti del filosofo francese nella sua celebre indagine sugli uomini del XX secolo. Un soffio e arriva Irving Penn con i suoi ritratti dei Petits Métiers parigini.

    E le donne? Le donne del Settecento, apprendiste e maestre nella sottile arte della seduzione, sanno che la moda è un’alleata preziosa. Le donne, vere e non allegorie mitologiche, cominciano così a “guardare in macchina”, gli occhi fissi negli occhi dell’artista e nei nostri, e non importa se siano sedute nello studiolo, intente a leggere o a scrivere una lettera, quel che conta è la comunicazione visiva. A ritrarle nel trionfo dei loro abiti sono, forse non a caso, pittori e pittrici che vantano un contatto diretto con gli strumenti della bellezza e dell’eleganza. Antoine Vestier, tra gli altri, si era formato nell’ambito della miniatura e quando deve riprodurre le trine, i pizzi, le pieghe di seta dell’abito di Marie-Adélaïde de France, e così i suoi capelli incripriati, non ha rivali. Anche Adélaïde Labille-Guiard nasce miniaturista e pastellista di straordinaria delicatezza, ma è soprattutto figlia di Claude-Émile Labille, proprietario del più raffinato negozio di merceria parigino, La Toilette, in rue Neuve-des-Petits-Champs, e tanto per dire una delle commesse è la futura Madame du Barry. La madre di Élisabeth Louise Vigée Le Brun, Jeanne Maissin, era invece una parrucchiera, il padre un pittore e pastellista dell’Académie de Saint-Luc, e quando il padre muore è Blaise Boquet, pittore, commerciante e fabbricante di ventagli a insegnare a Élisabeth la preziosità dei dettagli.

    Molte delle dame ritratte, per esempio Madame Sophie, la Petite Reine della tela di Lié Louis Périn-Salbreux del 1776, portano le cosiddette engageantes (dal verbo engager, impegnare e attirare insieme), maniche di pizzo a strati di volant, applicate all’altezza del gomito, totalmente inutili se non nel gioco eccitante di quel poco vedo e tanto non vedo settecentesco. Partendo da questo accessorio sfilabile, quindi indipendente, la fotografa Esther Ségal ha avviato una ricerca, anch’essa in mostra, sulla condizione femminile nel secolo dei Lumi e su quella gabbia dorata, tra regole e apparenze, tra patriarcato e breve fioritura personale, nella quale vivere, anche soffrendo, l’arte del savoir paraître. I fiori trionfano nelle immagini di Esther, ma sono racemi che avvolgono le braccia come filo spinato o sono petali che appassiscono dietro le sottili sbarre di una voliera. Anche Linda Evangelista, partner nel 1991 di Steven Meisel in uno storico servizio per «Allure», aveva giocato con le stecche-sbarre di un corsetto Cadolle, indossandolo con l’orgoglio di chi si è appena liberato di una camicia di forza.

    Naturalmente è una citazione, doppia, in ordine cronologico da una fotografia di Henry Clarke del 1955, protagonista Dorian Leigh, che a sua volta cita quella celeberrima di Horst per Mainbocher, del 1939. Agli anni 90 appartiene forse l’opera più intelligente e ironica del percorso, anche la più misteriosa perché non di immediata lettura, ed è una zuppiera in porcellana, titolo Madame de Pompadour, su cui appare una creatura che immaginiamo corrisponda per abiti, trucco e parrucco alla favorita di Luigi XV. Non lo è, ed è invece Cindy Sherman che posa tra i decori di una replica della zuppiera commissionata alle manifatture reali di Sèvres nel 1756 dalla stessa Pompadour. L’artista americana ha gli occhi chiusi, forse sogna, forse rende omaggio alla grandezza del personaggio che interpreta, o forse ricorda quanto sia ancora fragile, porcellana esistenziale, il destino di tante altre donne.

    Révéler le féminin. Mode et apparences au XVIII siècle

    Parigi, Musée Cognacg-Jay
    Fino al 20 settembre
    Catalogo Paris Musées, pagg. 110, € 25



Leopardi e il compleanno

«Il dì natale» di Giacomo Leopardi

29 giugno. Per il poeta il compleanno è occasione di meditazione sul significato della vita, passando dalle certezze del visibile alle inquietudini del mistero

Carlo Ossola
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026 

Domani, 29 giugno, è il compleanno di Giacomo Leopardi. Ricordiamo tutti la dolente clausola del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: «O forse erra dal vero, Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: / Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale» (vv. 139-143).

È epicedio che risuona sin dalla nascita; e subito chiude l’alternativa eroica e mitica (nuovo Ermes, il dio con le ali, o nuovo Zeus, il “dio tonante”) aperta dalla strofa precedente: «Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei, candida luna» (vv. 133-138).

Poco prima, nelle Operette morali (1827), e in particolare nel Dialogo di un fisico e di un metafisico, aveva mostrato avere miglior senso una vita breve, stante la radicale infelicità umana. Totalmente nefasto dunque il vivere, e scrigno di ogni memoria infelice il genetliaco?

Occorre leggere con attenzione quel diario quasi quotidiano che è lo Zibaldone e notare con quale cura il Leopardi sigli i singoli giorni con la memoria dei santi che la liturgia quotidiana offre: «Bellissima istituzione è quella del cristianesimo, di consacrare ciascun giorno alla memoria di qualcuno de’ suoi eroi o di qualcuno de’ suoi fasti, celebrando con solennità o universalmente quei giorni che appartengono alla memoria de’ fasti più importanti alla Chiesa universale o particolarmente quei giorni che spettano a un Eroe la cui memoria interessa questo o quel luogo in particolare ec. ec. Dal che risultano le uniche feste popolari che questo tempo conservi» (3 agosto 1821). Non tanto conta la durata del vivere, ma l’esemplarità dell’agire: «E l’influenza delle feste popolari sulle nazioni è somma, degnissima di calcolo per li politici, utilissima quando risveglia gli animi alla gloria, colla rimembranza, e la pubblica e solenne celebrazione e quasi proposizione de’ grandi esempi» (ibid.).

Sicché spesso la ricorrenza del proprio «dì natale» diviene occasione di meditazione sul proprio “sistema” e sul significato della vita, passando dalle certezze del visibile alle inquietudini pascaliane del mistero: «si rimonta insomma bene spesso dal noto all’ignoto o dal certo all’incerto o dal chiaro all’oscuro, ch’è il processo del vero filosofo nella ricerca della verità» (29 giugno 1821). L’anno successivo, lo stesso giorno natale, annota nello Zibaldone un pensiero che – pochi anni dopo – sarà il fulcro del Sabato del villaggio: «Così tutto il piacere umano consiste nella speranza e nell’aspettativa del meglio, e posseduto non è piacere, e quello stato che non si può migliorare, benché ottimo e desideratissimo per se, è sempre infelicissimo come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto padrone di tutto il mondo, e malcontento com’egli s’espresse» (29 giugno 1822); così appunto nel Sabato: «Questo di sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia: / Diman tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato / Ciascuno in suo pensier farà ritorno».

Ma l’assuefazione è la peggior nemica di quel piccolo rimedio illusorio che è l’attesa anziché l’evento; spesso – nel proprio compleanno – nel volgersi indietro agli anni trascorsi, è proprio quell’appiattirsi dell’immaginazione che sgomenta il poeta: «L’infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente, riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, né altro produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e prostrato l’amor proprio, perché l’infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e insensibilità verso sé stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà» («29 giugno, festa di san Pietro, giorno mio natalizio, 1824»). Questa fine dell’esemplarità eroica, dei santi e dei geni, è ciò che più tormenta il Leopardi nel giorno appunto del compleanno: «e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi, secchi ed inetti» (ibid.).

Il «dì natale», quello consacrato a san Pietro, rinnova in Leopardi la coscienza del proprio genio e l’inanità di ciò che lo circonda: « Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato […], quanto da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono» («29 giugno, festa di san Pietro, dì mio natalizio, 1824»).

Ma un’edizione recente, ed eccellente, delle Canzoni (Bologna 1824) ci offre una ragione critica più profonda – dello stesso 1824 – per tornare a un Leopardi pensosamente volto a non perdere la speranza dell’ «ignuda / Felicità», laggiù nelle «californie selve»; perseguitata e allontanata dall’ «invitto / Nostro furor», e tuttavia, seppur dispersa, non ancora estinta, là nell’occiduo orizzonte dei secoli e delle genti: « […] I lidi e gli antri / E le quiete selve apre l’invitto / Nostro furor; la violata gente / Al peregrino affanno, a gl’inesperti / Desiri educa; e la fugace, ignuda / Felicità per l’imo sole incalza» (Inno ai patriarchi).

In effetti il Leopardi si è sentito, si è immaginato, come l’ultimo dei Patriarchi; così si definiva, due giorni dopo il suo compleanno: «Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita e mi disperavano, perché mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. Insomma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi» (1° luglio 1820). Ed ancora, leggendolo, in noi «nasce beata prole».




Ettore Scola regista

 


un regista particolare nell’italia del sorpasso

Roma. A Palazzo Braschi una mostra dedicata ad Ettore Scola. Tra disegni, mappe interattive e scatti, gli inizi al «Marc’Aurelio», le amicizie con Fellini, Gassman, Mastroianni, Troisi e la sua Italia di antieroi cialtroni

Cristina Battocletti
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026

    quando ormai era già l’autore delle nomination agli Oscar e il César per Una giornata particolare fungeva già da fermaporta, Ettore Scola si rammaricava per la leggerezza della battuta, «Lei Cheeta, io Tarzan, tu bona!», che aveva ideato per il principe de Curtis affiancando la batteria di sceneggiatori di Totò Tarzan. A spanne, non doveva avere più di 18 anni, visto che era nato nel 1931 a Trevico, nell’avellinese, e la commedia di Mario Mattoli uscì nel 1950. La frase, con tanto di foto di Totò impellicciato, tarzaneggia su una parete della mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, fino al 13 settembre al Museo di Roma per ricordare i 10 anni della scomparsa del regista e sceneggiatore di C’eravamo tanto amati. All’epoca, il liceale Scola era già un venditore usuale di battute e vignette al «Marc’Aurelio», culla della meglio gioventù cinematografara del Dopoguerra, da Steno, a Maccari, Age e Scarpelli, Marchesi, Metz e Fellini, spesso ritratto da Scola nei disegni e a cui dedicò il suo ultimo film, Che strano chiamarsi Federico (2013). Scola fu, invece, fierissimo quando con il manipolo degli sceneggiatori di Totò, Peppino e... la Malafemmina (Mastrocinque, 1956) andò a casa di Totò per leggere al principe, ormai quasi cieco, la famosissima scena della Lettera. Totò rise così tanto per le sgrammaticature e il latinorum, che gli altri gli rivelarono: «L’ha scritta il giovane Scola!» e fu la consacrazione.

    A palazzo Braschi campeggia una foto del regista a dimensioni naturali, in giacca e cravatta e viso molto più adulto dei suoi sedici anni, sulla soglia del giornale satirico che lo distrasse dalla carriera di medico auspicata dal padre. «Era serissimo da giovane», spiega la figlia Silvia, che ha curato la mostra assieme ad Alessandro Nicosia e al nipote Marco Scola Di Mambro, responsabile dell’archivio del nonno. In una delle prime sale c’è la macchina da scrivere Everest con cui Scola comincia la sua carriera da «negro», ovvero sceneggiatore in ombra che vende dialoghi e idee senza risultare nei credit dei film. Ne scriverà in tutto 89, spesso in coppia con Maccari, per Loy, Risi, Steno, Zampa, Pietrangeli. Il primo in cui viene “riconosciuto” è Un americano a Roma (1954) con Alberto Sordi, di cui aveva scolpito i personaggi radiofonici del Conte Claro e di Mario Pio. Tra le foto dell’esposizione, si vede Sordi testimone di nozze di Scola con l’amore della vita, Gigliola Fantoni, conosciuta al liceo, anche lei regista e sceneggiatrice. Alberto ed Ettore faticano a trattenere il riso perché il sacerdote celebrante si esprime con un accento tedesco fortissimo. Poi Sordi canta l’Ave Maria di Schubert con la sua voce scura. Questi dettagli originano dalla fortuna di vedere la mostra con il nipote. Marco, e la figlia, Silvia, che, come la sorella Paola, ha proseguito nel solco paterno del cinema. Assieme, le due sorelle, l’una sceneggiatrice, l’altra anche regista, gli hanno dedicato il documentario Ridendo e scherzando (2015) e il libro Chiamiamo il babbo. Ettore Scola, una storia di famiglia (Rizzoli, 2019). La famiglia (1987) non è solo uno dei titoli più belli di Scola, ma un tassello identitario di sé che poggia sulla sua ampia tribù tra moglie, figlie e quattro nipoti, cui si aggiunge il legame fraterno con alcuni attori e registi. Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Monicelli, Troisi, Vitti, Sandrelli sono di casa nel suo appartamento ai Parioli, tra risate e porte aperte anche ai bambini, nel segno dell’understatement, autoironia, dolcezza e malinconia che i personaggi dei suoi film rispecchiano. Ma anche per il visitatore che non ha il privilegio di una guida così speciale la mostra riserva inediti tra scatti, manoscritti, oggetti, sceneggiature originali narrative, appunti personali, articoli di giornali e riviste, invettive antimilitariste (i soldati portano le bare al posto dello zaino), bozzetti di scena e caricature. Disegnava sempre: a penna e soprattutto con pennini di varie dimensione. Grandi locandine ricordano pellicole indimenticabili, di cui ha firmato le sceneggiature: Il sorpasso (1962), I mostri (1963) e Io la conoscevo bene di Pietrangeli, in cui rivela un occhio di rispetto, inusitato per il tempo, verso il femminile. Come accade anche per Sophia Loren in Una giornata particolare, dove la femme fatale lascia il passo alla donna delusa e sfiancata dai parti.

    L’esordio alla regia con Se permettete parliamo di donne (1964) avviene per insistenza di Gassman, perché il copione è scritto per altri. Seguono La congiuntura (1964), L’arcidiavolo (1966) e Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968), immortalato dalle foto del set in Angola, dove Sordi finisce per mangiare con le mani assieme ai locali, dopo l’iniziale terrore dei batteri. La svolta autoriale avviene con C’eravamo tanto amati (1974), dove si matura l’aspetto caricaturale e di approfondimento psicologico di un’Italia che sacrifica sull’altare di una ricchezza sconosciuta altruismo e onestà (per lui parola sacra), dove la borghesia esercita l’ipocrisia (La terrazza, 1980), mentre i proletari di Brutti, sporchi e cattivi (1986) sono feroci quanto i protagonisti di Viridiana (amava Buñuel), fungendo da precursori di Cinico tv. Nei film di Scola si amplia lo iato tra Nord e Sud: Trevico-Torino: viaggio nel Fiat-Nam (il film del 1973 da lui più amato, ma sfortunato) racconta lo svuotamento del Meridione a favore di una manovalanza industriale nordica. È allora che da socialista diventa comunista. Laico lo è prima e dopo.

    Scola non ama l’aggettivo “all’italiana” che si usa per la sua commedia: per lui è una deminutio. Al di là delle etichette, il suo desiderio è fotografare la realtà, secondo la lezione neorealista, con comicità grottesca, spesso tragica. Veste i suoi attori da antieroi cialtroni e quando può, li libera dalle maschere: Mastroianni non è il solito sciupafemmine, ma il cornuto del Dramma della gelosia (1970), l’omosessuale oppresso dal fascismo di Una giornata particolare. In Che ora è? è il padre “difettoso” di Troisi, artista che Scola amò così tanto da non volerne vedere la faccia scavata della fine ne Il postino. Libera dai cliché anche la sua Roma, in cui si trasferisce a cinque anni. Una mappa interattiva mostra i suoi set per quartieri, tra difetti e meraviglie, spesso stuprate dal progresso. Ma sempre tanto amata e mai lasciata.

  • Ettore Scola.
    Non ci siamo mai lasciati

    Roma, Museo di Roma fino al 13 settembre