Solo et pensoso i piú deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human l’arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d’alegrezza spenti di fuor si legge com’io dentro avampi:
sì ch’io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui.
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge cercar non so ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co’llui.
Andrea Cortellessa
"Solo e pensoso i più deserti campi" è il sonetto XXXV del "Canzoniere", uno dei più celebri e forse uno dei primi ad essere composti. In questo componimento il soggetto d'amore si presenta, secondo un topos poetico classico, come solitario. La dimensione della solitudine e del disprezzo della compagnia altrui viene fissata e canonizzata nella letteratura italiana da questo sonetto. L'identità amorosa maschile occidentale si modella sul soggetto amoroso di questo sonetto in particolare: il soggetto si proietta nel paesaggio, che diventa uno schermo della solitudine, della ricerca di questa e del viaggio solitario in luoghi incontaminati dall'impronta umana ("dove vestigio uman l'arena stampi"). La solitudine diventa anche oggetto di riflessione in un'altra opera petrarchesca, il "De vita solitaria", che riguarda il rapporto tra vita cittadina e vita in campagna, che è una vita ritirata e riparata. Petrarca inventa il paesaggio moderno in quanto specchio dell'anima, in cui si proiettano le delusioni e le sensazioni del soggetto. Ogni elemento è animato e ispirato dalle proiezioni soggettive del poeta. Al verso 12 si può trovare un richiamo alla tradizione dantesca precedente, in particolare sembra Petrarca sembra riallacciarsi alle "Rime petrose" di Dante con l'aggettivo "aspre" ("sì aspre vie nè sì selvagge"), che si ritrova anche nel primo verso del componimento più famoso delle "Rime petrose", "Così nel mio parlar voglio esser aspro".
Andrea Cortellessa è un critico letterario italiano, storico della letteratura e professore associato all'Università Roma Tre, dove insegna Letteratura Italiana Contemporanea e Letterature Comparate. Collabora con diverse riviste e quotidiani tra cui alfabeta2, il manifesto e La Stampa-Tuttolibri.
Filippo Ceccarelli Un miles gloriosus in versione pop la Repubblica, 4 febbraio 2026
A proposito di antiche maschere, odierne avventure e futuro nazionale: sul finire della Seconda Guerra Punica, tra il 205 e il 200 a.C., Tito Maccio Plauto, commediografo che non guardava troppo per il sottile, diede vita al suo Miles Gloriosus, il soldato millantatore, con molta probabilità ispirandosi alla figura di Scipione l'Africano.
Con qualche sciaguratissimo aggiornamento pop, dalla tarantolata gestualità della Decima all'esibizione estiva di pescioni fino al presepio tattico da zaino, il tipo umano del militare che si vanta e minaccia, punta il dito sui cattivoni e vuole salvare la patria, si adatta bene al generale Vannacci - e ancora meglio adesso che, stanco di essere “un valore aggiunto” nella Lega, “Make the League Great Again” aveva promesso qualche mese orsono, ha invece scelto di ballare da solo con il suo partitello.
Per inciso: nel 1963 Pier Paolo Pasolini, su richiesta di Vittorio Gassman, tradusse in fretta e furia il Miles in romanesco promuovendo il protagonista a Generale; e neanche a farlo apposta, sull'imperdibile pagina Instagram dell'europarlamentare fa bella mostra di sé un'immagine di Vannacci mascherato da condottiero antico romano con tanto di testa e pelle di lupo sulla corazza istoriata. Nubi e sole gravano sopra l'eroica figura, la mano sinistra – ahilui! - è posata sull'elsa della spada, l'espressione del volto inclina verso un sorriso di battaglia. A parziale riequilibrio iconografico - nel video susseguente, intervallato da scontatissimi spezzoni de Il Gladiatore, lo si vede concionare in un banchetto di giovani leghisti toscani – va detto che l'allucinata visione conferma comunque l'intuito di Michele Serra, secondo cui, mese dopo mese, Vannacci assomiglia sempre più ad Alberto Sordi.
Ultimamente, prima e dopo l'ormai consueto tuffo di Capodanno, il Generale è stato in barca sul Tevere con Chiambretti, ha concesso il proprio nome a un sigaro, il “Vannaccio”, si è soffermato sulle gambe pelose di Carola Rackete, ha ricordato che la tomba di Papa Bergoglio è vicina a quella di Junio Valerio Borghese; quindi ha proposto di far imparare a memoria “Il Giuramento di Pontida” ai bambini delle elementari, ha fatto la sua comparsa nel podcast di Maria Rosaria Boccia, si è scagliato contro gli “smidollati” del sito Phica.eu e dopo essersi fatto immortalare in posa di pizzaiolo con la fedelissima Sylvie Lubamba, è entrato lietamente a far parte dei disegni cristianisti di Marione Adinolfi, che con lui e Fabrizio Corona vorrebbe tanto dar vita a un “tridente”.
Nel frattempo, occorre dire, la scena pubblica italiana seguita a offrirne e a ospitarne di tali e di tante che non ci si fa più nemmeno troppo caso; e se tenere il conto e la memoria delle scemenze è ormai quasi impossibile, a maggior ragione varrà invece la pena di ricordare che in Italia la figura archetipico-plautina del Soldato vantone diede origine nel Cinquecentento a una quantità di “Capitani” che allietarono la commedia dell'arte, con i dovuti rimbalzi nella politica vecchia e nuova: Capitan Fracassa, Capitan Spavento, Capitan Rodomonte, questi ultimi personaggi diciamo militari, però anche ibridati dall'immaginario dei ciarlatani che ai tempi attiravano l'attenzione sparandole, come oggi, sempre più grosse.
Forse Salvini, che in tema ha certo le sue competenze, prima di arruolare Vannacci come vicesegretario, avrebbe dovuto essere più prudente. Ora, se perde quei voti, sono guai per lui e pure per Meloni. Sennonché, al di là dei meri calcoli elettorali, così come dell'ennesima ricomparsa del Miles Gloriosus nel format radiofonico del Colonnello Buttiglione e del generale Damigiani, la questione più vera e nascosta è che di riffa o di raffa l'Italia si va riarmando, le spese militari aumentano e il business dei droni, dei missili, della sicurezza e adesso anche delle riserve di volontari senz'altro richiama robusti appetiti e protezioni politiche.
Di solito il complesso militare-industriale diffida delle maschere, ma qui da noi il comparto è assai popolato, e quando si tratta di difendere “la nostra civiltà” quasi inesauribile.
Franco Giubilei "La moltiplicazione dei reati criminalizza il dissenso. Si rischia la spirale violenta" La Stampa, 4 febbraio 2026
Chiara
Saraceno, esiste davvero un'area grigia nella borghesia che
simpatizza con i violenti?
Mi sembra una definizione un
po' vaga, forse la procuratrice si riferiva a certi docenti
universitari, ma al di là di questo non credo si tratti di una
connivenza consapevole, quanto di una difficoltà a tenere insieme la
difesa del diritto a manifeatare il dissenso e l'assunzione di
responsabilità nei confronti di possibili derive violente. Chi
sostiene il diritto di protestare dovrebbe anche dire chiaramente che
c’è un limite. La violenza di una minoranza cancella la voce e le
ragioni della maggioranza, fino a favorire l’equazione
manifestanti-violenti e la repressione non solo della violenza, ma
anche del dissenso, che sembra l’obiettivo di questo governo.
Le frange che hanno provocato gli scontri erano una minoranza, anche la parte pacifica ha delle responsabilità?
Non era una frangia esigua, erano diverse centinaia e non è stata
una sorpresa, tutti sapevano che sarebbero arrivati. Non so quanto
gli organizzatori siano stati conniventi, forse una parte di loro sì,
ma se è stato così hanno sfruttato le buone ragioni della
maggioranza dei ragazzi e li hanno fortemente strumentalizzati. Se
avessi avuto un figlio in quel corteo avrei avuto molta paura.
... C'è connivenza?
Non è connivenza, ma intenzionale cecità, o sottovalutazione. È facile fare i protettori di Askatasuna quando la sera si torna a casa propria. ...
Ma come si previene la violenza in una manifestazione?
Servirebbe un maggior esercizio di responsabilità da parte degli adulti e delle organizzazioni non violente, non solo per legittimare chi protesta ma anche per avvertire dei rischi e per prevenire meglio. Forse un servizio d'ordine sarebbe servito, ovviamente non quelli armati di manici di piccone degli anni 70, ma gente che facesse rispettare gli accordi con la prefettura. È stata anche strana la gestione dell'ordine pubblico: possibile che i manifestanti che si sono staccati dal percorso concordato siano stati lasciati avvicinarsi ad Askatasuna?
... Ricolfi sostiene che la sinistra di Berlinguer e Lama era molto più netta nella condanna della violenza della sinistra attuale.
Mi sembra una tesi un po' superficiale. Anche il Pci all'inizio tardò a prendere le distanze nettamente dal terrorismo "di sinistra" e venne criticato perché aveva tardato a denunciare i "compagni che sbagliano". Poi, certo, si organizzò. In secondo luogo, i violenti di oggi non sono una costola della sinistra, non è neanche amarchia, è puro spirito distruttivo, un po' come quelli che vanno allo stadio per aggredire i tifosi dell'altra squadra. mi pare però che la condanna sia netta.
Rita Rapisardi «Nuovi reati e pene iperboliche non risolvono i conflitti sociali» il manifesto, 4 febbraio 2026
Dottor Enrico Zucca, pubblico ministero del processo sulle torture alla scuola Diaz nel luglio 2001, oggi procuratore generale a Genova, con le sue parole all’apertura dell’anno giudiziario ha posto l’accento sul recuperare l’azione della polizia alla tutela delle libertà.
Qual è il senso oggi con il governo che spinge verso una nuova stretta?
L’ottica repressiva di una polizia in postura militare contro un nemico indistinto, che si annida tra la folla di manifestanti, rischia di farla diventare il bersaglio d’ogni insoddisfazione, identificata con l’oggetto della protesta. Mentre la sua funzione è la tutela del diritto di manifestare, minato anche dall’azione dei violenti. Poliziotti guardiani di libertà e non guerrieri, perché la degenerazione dell’azione della polizia nel G8 ha rappresentato un trauma con effetto di deterrenza per il diritto di protesta, non per le frange violente, che ora puntualmente ritroviamo.
Le reazioni ai fatti di Torino di sabato scorso sembrano invece evocare il pugno duro.
Nuovi reati, aumenti di pene iperbolici sono risposte che placano ansie difensive, allarme sociale, senza alcun effetto pratico. La realtà impietosa rivela incapacità a risolvere sul piano penale fenomeni di conflitti sociali e dissenso violento, che sono presenti altrove in misura anche maggiore. Francia, Inghilterra hanno conosciuto vere e proprie rivolte violente estese all’intero territorio, non a qualche miglio quadrato delle nostre città. I reati commessi dai violenti sono repressi in Europa con condanne che non superano in media i due anni di reclusione. Il reato di devastazione e saccheggio, contestato con facilità dalle nostre procure, è punito con una pena minima di 13 anni e massima di 20. Dubbi sulla proporzionalità della pena li ha sollevati anche la Cassazione francese nell’ambito di una procedura di estradizione per un condannato del G8 a 15 anni. Quale effetto di deterrenza può avere allora questo overcharging? Non bastano i 15 anni a cui si può arrivare per il reato di resistenza aggravata durante la manifestazione?
La procura di Torino ha formalizzato l’apertura di un procedimento per devastazione, mentre Piantedosi ha parlato addirittura di terrorismo.
I suggerimenti governativi trovano già orecchie ben attente. Non è questo il punto. Perché la sanzione penale fino a tale parossismo è l’altra faccia dell’impotenza dello Stato a governare i fenomeni di violenza, siano hooligans o antagonisti vari. Se poi si mira a una prevenzione che restringe libertà fondamentali, si rinsalda l’immagine caricaturale dello Stato autoritario che i violenti si rappresentano, pensando di legittimarsi come paladini di libertà, mentre la loro azione è speculare manifestazione di rabbia impotente. L’estrema visibilità data dai mass media alla ripresa e narrazione delle azioni violente asseconda la finalità dimostrativa e simbolica delle stesse. Lo scopo dei violenti è da sempre evidenziare l’aspetto autoritario dello Stato dietro il volto democratico, che invece è il volto più temibile che rinunciamo a mostrare per vincere la nostra battaglia. Lo ricordava il giudice torinese Vladimiro Zagrebelsky, membro della Corte di Strasburgo, citando le parole di Robert Badinter, già ministro della Giustizia francese, per cui la lotta al terrorismo è questione di difesa dei nostri valori e diritti, anche nei confronti di coloro che possono cercare di distruggerli: «Non vi è nulla di più controproducente che combattere il fuoco con il fuoco, dare ai terroristi il pretesto ideale per trasformarsi in martiri e per accusare le democrazie di usare due pesi e due misure».
Spesso si usa il teorema dell’associazione a delinquere o terrorismo senza successo. È utile?
Attente analisi sottolineano che negli scontri di piazza non si tratta di terrorismo, ma di un fenomeno più complesso e composito, che spesso trasforma estranei, coagulati intorno alle violenze di pochi, in partecipanti al contrasto verso un’ingiustizia ritenuta. Cruciali per l’estensione del fenomeno, lo dimostra l’esperienza straniera, sono proprio la reazione della polizia e la sua reputazione. La necessità di inquadrare il fenomeno entro schemi di criminalità organizzata, di gruppi, di bande o associazioni, rischia di non cogliere le radici del dissenso violento.
I nuovi decreti sicurezza spingono verso norme ancora più securitarie e verso lo scudo penale non solo per la polizia.
Sul filo del rasoio della costituzionalità si propone una sorta di scudo per la polizia. Un ritorno a passate normative, già ripudiate in nome di quel nuovo codice tanto venerato oggi. Il chilling effect di un’indagine contro i poliziotti è smentito dalla semplice statistica dei procedimenti, men che mai delle eccezionali ipotesi di condanna. La realtà vede piuttosto una riluttanza a perseguire gli abusi, certo non zelo inquisitorio della magistratura, che in ogni caso ha sempre correttamente considerato il difficile contesto operativo degli agenti impegnati in ordine pubblico.
Rosella Postorino L'amica geniale di Marie Darrieussecq la Repubblica, 3 febbraio 2026
Il titolo,Fabbricare una donna, dichiara il presupposto da cui parte. Che donna non si nasca ma si diventi, come scrisse Simone de Beauvoir. Ossia che, al di là del sesso biologico, l’identità femminile, anzi le identità femminili, si costruiscano attraverso un processo culturale, e siano condizionate dal controllo sociale. Le donne fabbricate qui sono due, forse facce della stessa medaglia, forse due fra le tante possibilità del femminile, determinate sia dalla condizione d’origine (il tema della classe sociale intrecciata al genere è riassunto da questa considerazione: «Essere poveri è molto stancante. Anche essere una ragazza»), sia dagli incidenti dell’adolescenza.
La storia è raccontata prima dal punto di vista di Rose, poi dal punto di vista di Solange (entrambe già apparse in altri romanzi di Marie Darrieussecq). Chiunque sia stata una ragazza sa che la sua identità si è costruita anche nel rispecchiamento con un’altra. La tetralogia de L’amica geniale l’ha reso inequivocabile, ma penso anche a Storia di Anna Drei, l’esordio di Milena Milani pubblicato nel ’47, e di recente riapparso per Cliquot, o a Le inseparabilidella stessa de Beauvoir, o a Giorno e notte di Virginia Woolf.
Rose e Solange hanno 15 anni alla fine degli anni ’80 e abitano vicine, ma una appartiene a una famiglia benestante e tutto sommato “funzionale”, l’altra ha un’estrazione sociale più bassa, un padre assente e una madre depressa. Rose ha un fidanzato fin dalle medie, si chiama Christian e fa difetto (questo è il suo pregio) di molti caratteri della maschilità. Per esempio non sa picchiarsi, e le prime volte in cui tenta di fare l’amore con Rose trema. Come molte adolescenti lei si domanda se lo ami per davvero. Per placare l’ansia ne parla proprio con lui, ed è in quei momenti che l’apice dell’amore è raggiunto. Mai potrebbe parlare con Solange della loro amicizia, perché secondo lei Solange non ha capacità di astrazione. Per di più è rimasta incinta e questa gravidanza inattesa, del tutto indesiderata, ha aperto una crepa. A Rose sembra che la sua migliore amica le sfugga di mano. Christian è l’unico che la capisce e, anche se non è certa di voler stare con lui, si convince che il matrimonio li aiuterà. D’altronde, «non è un lavoro da poco attraversare la vita evitando la vita, sforzarsi di non soffrire troppo», e lui le consente di farlo. Rose cerca l’ordine: l’unico elemento di disordine è per lei Solange.
Nella seconda parte, Solange racconta gli stessi anni ma dalla propria angolatura: il senso di isolamento, la madre che fuma «come se alla fine di ogni sigaretta si aprisse una via d’uscita per la sua vita», il parto che le conferma quanto tragico sia stare sulla Terra. Quando il figlio nasce, quando i loro corpi sono ormai separati, ognuno con la propria porzione di dolore, lo lascia alla madre, e poco tempo dopo lascia il paese, il suo tanfo di gasolio e letame. Vuole recitare, a un corso di teatro ha scoperto che sul palco risplende, che se le danno parole da ripetemanzore anziché pretendere da lei opinioni, allora tutto diventa più tollerabile.
Eppure lei ha un sacco di opinioni: forse prima di Rose si rende conto che «la sessualità è un sistema di dominazione», che i corpi delle donne sono sfruttati «come ingranaggi per autorizzare l’umanità a passeggiare, a bere caffè, a nascere e a morire tra il rumore dei pistoni», che quando le donne parlano di un uomo in realtà stanno parlando di ciò che il mondo fa loro. Andrà a Bordeaux, a Parigi, a Londra, a Los Angeles, e nel frattempo cadrà il muro di Berlino, e morirà Kurt Cobain, e il primo Eurostar collegherà Francia e Inghilterra, e arriverà Internet. Solange diventa un’attrice, ma impara che la purezza ha un prezzo troppo alto per le persone come lei, e che avere due case (cioè essere scissi) fa impazzire.
L’effetto più forte di questo Bildungsroman a doppia lente è che ciascuna delle protagoniste pare raccontare la realtà quasi da dietro un vetro, ingabbiata in una specie di solitudine ontologica, che nessuna relazione riesce a penetrare. L’adesione al punto di vista è talmente convincente che ciascuna delle due parti sembra poter restituire solo la coscienza (o l’inconscio) di una delle protagoniste, suggerendo che sia impossibile per loro vedersi a vicenda, riconoscersi, comprendersi per davvero (e che questa impossibilità riguardi tutti).
Malgrado ciò, la bella scena conclusiva racconta quanto i nostri legami più intensi sopravvivano al di là della nostra stessa cognizione, delle nostre intenzioni. Gelosia, rivalità, tradimento, invidia, persino il furto di un paio di Dr. Martens costellano questo lungo rapporto, e tuttavia è difficile stabilire chi tra Rose e Solange sia aggrappata all’altra, mentre, affrontando ciascuna in modo diverso l’esistenza che tocca alle donne, tentano maldestre di sorreggersi.
Il libro
Fabbricare una donna di Marie Darrieussecq (Crocetti, traduzione Sofia Tincani, pagg. 288, euro 20)
Nicola Imberti La voce dell'ultimo operaio: requiem per Mirafiori Domani, 2 febbraio 2026
Forse non c’era un altro modo per farlo. Per raccontare una fine serviva una voce intrisa di «amore e di fantasmi». E Niccolò Zancan, giornalista della Stampa, ha deciso di usare quella dell’«ultimo operaio». Così più che un saggio, il suo libro, edito da Einaudi, è un «canto». Una sorta diAntologia diSpoon Riverdi una Torino che fu e di una fabbrica, quella diMirafiori, che col passare dei giorni, sta morendo. Requiem per un impero defunto.
Quella voce, in realtà, è una polifonia. «Gli ultimi» sono «Salvo, Nina, Anna, Enzo, Stefano, Beppe, Gigi». Quelli che «hanno visto l’avvocato Agnelli arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro, scendere, guardarsi introno e fare ciao con la mano. Gli ultimi operai che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare». E che ora, «uno dopo l’altro, a sessantacinque oppure a sessantasette anni», se ne stanno andando.
È il “traguardo della pensione”, come viene descritto in un mix di statistica, politica e burocrazia. Parole che dovrebbero rassicurare e rasserenare ma che, negli anni, sono diventate l’atto finale di una lenta agonia costellata di cassa integrazione.
Una protesta davanti ai cancelli di Mirafiori nel 1980 (foto Ansa)
La fine di un’epoca
Zancan parte dalla Torino dove, nel 1971, è nato: «record di abitanti, un milione e centosessantasettemila» e «record di operai, sessantamila tute blu». Tutto ruota attorno alla «fabbrica» e alla Fiat che dà lavoro «a un milione di persone fra dipendenti diretti e indiretti, fornitori, concessionari e pubblicità». Nulla di tutto questo è sopravvissuto. E oggi «niente ricorda la Fabbrica Italiana Automobili Torino, nemmeno il nome».
Qualcuno forse dirà che non c’era bisogno di un altro libro per raccontare tutto questo. Bastavano i bollettini delle associazioni di settore che, periodicamente, certificano la crisi irreversibile di Stellantis. Ma per raccontare questa storia i numeri non bastano. Nessun numero può raccontare il silenzio che accompagna la fine del turno. Nessun numero ci dirà mai che di notte l’unica porta che resta aperta è la 23, quella «per i camion che portano via i pezzi di ricambio», quella che è rimasta dopo che per prima hanno chiuso la porta 18. E poi la 19, la 20, la 32 e la 33, la 27, l’asilo e «la palazzina dei colletti bianchi». Non ci sono statistiche sugli «operai trasfertisti» quelli che, visto che oggi costa più aggiustare un macchinario, vengono «fatti salire da un’altra fabbrica a sbrigare quel lavoro»: «l’operaio che sostituisce il robot quando il robot si inceppa».
Né sui bagni o sugli spogliatoi chiusi. Così, piuttosto che cambiarsi prima di tornare a casa, molti operai preferiscono salire sui pullman ancora sporchi di grasso. Distratti come siamo dalle nostre quotidianità, probabilmente, non immaginiamo che quegli «operai vestiti da operai, in giro per la città», non sono altro che l’immagine di un fallimento.
Protesta davanti ai cancelli di Mirafiori (foto Ansa)
«Efficientamenti»
Un fallimento fatto di progressivi «efficientamenti». Dalla soppressione dei pullman pagati dal comune per permettere ai lavoratori della «cintura di Torino» di raggiungere Mirafiori, al paradosso per cui, «nello stabilimento di una fabbrica che produce automobili, gli operai con il lavoro più sicuro sono quelli che mettono le mani sulle auto usate», cioè si occupano di controllare e rimettere in circolazione le macchine degli autonoleggi e delle flotte aziendali.
Anche l’orario della mensa può servire a risparmiare. Il tempo del mangiare, spostato a fine turno, produce «un doppio guadagno». Gli operai preferiscono andare a casa, ci sono meno pasti da pagare ma, soprattutto, «meno operai che si confrontano» tra di loro. È la fine di un’idea di società e di socialità. Un modo come un altro per favorire la disgregazione, l’idea che non ci sia più un obiettivo comune da raggiungere, ma una lotta personale per la sopravvivenza. Dove l’unica cose che conta è che un operaio a Torino, dopo 38 anni di lavoro, guadagna 1.590 euro al mese mentre il suo collega, in Polonia, ne guadagna 820, in Serbia 768, in Marocco 389, in Algeria 250.
E così quegli operai, nuovi o ultimi che siano, tornano a essere numeri, statistiche. Quelli che amministratori delegati e presidenti raggruppano dietro la frase di circostanza: «È stato un anno complesso». Destino inevitabile se, come racconta Giorgio Garuzzo, top manager della Fiat dal 1976 al 1996, «quello che conta è solo la finanza – i numeri, le trimestrali, i dividendi, la redditività altissima – senza il minimo coinvolgimento nella realtà industriale».
«Se non hai voglia di sporcarti le mani con l’olio delle macchine utensili – aggiunge – stai facendo un altro mestiere». E così Mirafiori muore accompagnata dal «canto finale» dell’ultimo operaio.