la terra dei padri e del «nostos» aspro
A Itaca/1 L’isola è piccola, austera e brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati appena si esce fuori dalla capitale in miniatura Vathi dove ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea
Claudio
Visentin
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026
Da sempre i marinai raccontano di isole capricciose e ballerine, isole che si nascondono allo sguardo e all’approdo, isole che si allontanano quando credi di averle raggiunte, isole che forse neppure esistono eppure sono l’ossessione di qualcuno. A volte penso che Itaca sia una di queste. Ogni estate un tale si sveglia e decide che la vera Itaca non è l’isola che abbiamo sempre chiamato così, che non è nell’arcipelago delle Ionie, porta della Grecia, ma in qualche altro mare. Di rado è la proposta di un archeologo o un geografo; più spesso sono studiosi improvvisati provenienti da tutt’altri mestieri. Per esempio un ingegnere nucleare (!) ha immaginato che la vicenda dell’Odissea si svolga tra Baltico, Scandinavia e Atlantico settentrionale; Itaca sarebbe allora la piccola isola danese di Lyø (mentre quello di Ulisse diventa il classico esempio di viaggio senza gli abiti adatti). Altri hanno trasportato l’intera geografia omerica nell’Atlantico, collocando Itaca presso Cadice (e Troia in Inghilterra), o ancora nella Sicilia occidentale (Samuel Butler), con un disinvolto Ulisse trapanese. L’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld, tra Otto e Novecento, sostenne invece che la vera Itaca fosse l’isola di Leucade, più a nord nell’arcipelago delle Ionie. Infine questa estate, complice il gran caldo credo, diversi autori hanno rilanciato con qualche aggiustamento la tesi di Robert Bittlestone che già vent’anni fa identificava l’Itaca omerica con Paliki, la penisola occidentale di Cefalonia. Abbandonata dopo ricerche infruttuose la teoria che la penisola fosse un tempo un’isola, separata da Cefalonia da un canale, si sostiene ora che di “isola” in senso stretto nel poema non si parla mai a proposito di Itaca: insomma una teoria smentita dalla geologia e poi riformulata attraverso la filologia. Diciamo subito che il testo omerico qualche dubbio lo fa sorgere, per esempio quando Ulisse descrive la sua amata isola come «l’ultima là, in fondo al mare, / verso la notte». Ma a occidente di Itaca c’è la massiccia Cefalonia – e dunque Itaca ultima non è – e appunto Paliki segna qui un punto a suo favore.
Ma ha senso questa acribia filologica applicata a un passo controverso di un poema nato da una lunga tradizione orale, sedimentata e ricomposta per secoli? Ogni altra considerazione poi ci spinge a pensare che Itaca sia … Itaca. Per cominciare così si è creduto fin dall’antichità (e non è argomento da poco) e questa identificazione ha dalla sua una tradizione lunghissima. Inoltre sappiamo da diverse fonti che gli abitanti di Itaca in età ellenistica veneravano Odisseo come eroe locale e organizzavano giochi in suo onore. A Itaca si sono poi trovate testimonianze epigrafiche del culto di Odisseo, con frammenti che riportano il suo nome; nella grotta di Polis sono emersi anche i celebri tripodi di bronzo, di epoca più tarda ma sorprendentemente simili a quelli che nell’Odissea i Feaci donarono a Ulisse. A Paliki invece… poco o nulla. E se tutte queste faticose corrispondenze vi hanno già stancato, sappiate che già alcuni tra gli antichi liquidavano la questione facendosi beffe di chi cercava in un poema precisi riscontri geografici. Per esempio il sommo geografo ellenistico Eratostene, nel III secolo a.C., mette in guardia dalla tentazione di trasformare il mito in geografia reale e ironizza dicendo che si sarebbe scoperto dove aveva viaggiato Odisseo quando si fosse trovato il calzolaio che aveva cucito l’otre dei venti.
Ma queste in fondo sono discussioni da eruditi, condotte nei loro studi tra carte e libri. Se a Itaca si ritorna davvero, come faccio ogni anno da nove anni con la mia scuola di scrittura di viaggio, la prospettiva sul campo è subito diversa. Già lo sbarco dal traghetto nel modesto approdo di Piso Aetos, un piazzale polveroso da dove parte una strada che s’inerpica sulla collina, ridimensiona le aspettative. L’isola è piccola, austera, brulla, con tanta vita paesana dei tempi andati se appena si esce dalla capitale in miniatura Vathi, distesa intorno a una baia luminosa e affollata di turisti. A Stavros, il più importante villaggio del nord dell’isola, ogni negozio ha un nome ispirato all’Odissea e certi dubbi sono semplicemente un’eresia. Ma Itaca non vive solo del passato omerico, anche perché la sua storia è stata assai varia: dopo l’età micenea l’isola conobbe le dominazioniù di romani, bizantini, normanni e latini, poi ottomani, veneziani, francesi e inglesi. Si fa prima a dire chi non è passato di qui.
All’inizio del Cinquecento, quando i veneziani presero il controllo dell’isola, la trovarono quasi spopolata dopo decenni di guerre, pirateria e occupazione ottomana, tanto da dover rifondare la società attirando immigrati. E tuttavia la maggior parte degli edifici, testimonianza delle diverse epoche, è stata cancellata dal terribile terremoto del 1953. Quel tragico evento accelerò l’emigrazione verso Atene e Paesi lontani (Canada, Australia), già avviata nella seconda metà dell’Ottocento. In compenso altri sono arrivati: il portiere della locale squadra di calcio per esempio è albanese: quando non gioca fa il muratore o la guida omerica. Un buon numero di suoi connazionali giunse qui dopo la caduta del regime comunista di Tirana nel 1990-1991, sostituendo gli itacesi emigrati nell’edilizia e nell’agricoltura.
Ma poi per un giorno possiamo dimenticare dispute e rivendicazioni per abbandonarci alla natura; il mare brilla immobile nella luce calda dell’estate, il canto delle cicale è assordante. Al di là di quegli oscuri e gloriosi inizi, Itaca è forse solo un’isola greca come tante altre. Del resto anche Ulisse, nell’Odissea, non rivendica per Itaca nessun primato e non ne nasconde i limiti, pur descrivendola con desiderio e tenerezza, lui che per tornarvi ha respinto l’allettante offerta d’immortalità della dea Calipso: «Aspra, ma buona nutrice di giovani e io nulla / più dolce di quella terra potrò mai vedere». Itaca è la casa, la terra dei padri, e come tale comanda amore. Invece di discutere delle isole altrui – sembra dire – ognuno impari ad amare la propria.
ulisse non c’è, ma frequentiamo la scuola di omero
A Itaca/2
Emanuele
Papi
Il Sole 24ore, 2 agosto 2026
Quando c’è di mezzo Ulisse, il pericolo è noto: trovare quel che si va cercando. Già gli antichi litigavano sulle coordinate della sua carta nautica. Eratostene, scettico, suggeriva che fosse più facile rintracciare il pellaio che aveva cucito l’otre dei venti di Eolo; Polibio, più fiducioso, misurava correnti, distanze e pesci; Strabone era per il compromesso: Omero inventava, ma con materiali veri.
Da allora gli interpreti più spericolati cercano di far combaciare la mappa omerica con il Mediterraneo: un muro diventa la reggia di Ulisse, una costa la terra delle Sirene, qualche faraglione minaccioso il paese dei Ciclopi. Di recente è stata riesumata la teoria che trapianta Itaca nella penisola di Paliki, a Cefalonia. Quando la geografia non coincide con Omero, si può sempre cambiare la geografia.
Ulisse sfuggì a Polifemo, ma da secoli non riesce a liberarsi dei suoi inseguitori e, da eroe astuto, continua a giocare loro qualche scherzo. Il suo palazzo a Itaca occupa poco spazio negli studi, moltissimo in TV, sul web e nell’orgoglio degli abitanti delle isole Ionie. Il problema non è soltanto l’entusiasmo dei divulgatori. È anche il silenzio degli archeologi, che ritengono la questione troppo fatua per meritare una replica. Così i due mondi procedono senza parlarsi: i giornali rivelano scoperte e l’accademia inarca il sopracciglio.
A Itaca è stato trovato qualcosa di meno spettacolare ma più interessante: non il domicilio di Ulisse, bensì il luogo dove gli abitanti, molti secoli dopo la composizione dell’Odissea, lo veneravano. Il luogo si trova ad Agios Athanasios, a nord dell’isola; è chiamato «Scuola di Omero», un nome che promette troppo e spiega poco. Al centro emerge una grande roccia; le strutture occupano due terrazze: in alto resta una torre del III secolo a.C., più in basso un edificio con spazi per le offerte.
Gli scavi, condotti dal 1994 al 2011, hanno ricostruito una storia di millenni. Il luogo fu frequentato già nel Neolitico, tra il V e il IV millennio a.C. Al XIV e XIII secolo a.C., in età micenea, risalgono una trentina di vasi. Presenze antiche, ma che non bastano a consegnare le chiavi di casa a Ulisse. In età ellenistica e romana l’area conobbe il suo periodo più intenso. Sono stati riconosciuti bacini per aspersioni, molti ex-voto e oltre cento monete, coniate dal III secolo a.C. al II secolo d.C. in città lontane: la zona non era frequentata soltanto dagli isolani. Il più celebre viaggiatore greco era diventato a sua volta meta di viaggio.
Le tegole conservano due iscrizioni: in una si legge «di Odisseo», nell’altra «a Odisseo». Altri marchi certificano la proprietà pubblica delle costruzioni. Nel 1904 l’archeologo olandese Carl Wilhelm Vollgraff aveva trovato una testa bronzea di Ulisse con il suo berretto a cono. Nessuno di questi indizi, considerato isolatamente, sarebbe sufficiente a identificare il santuario dell’eroe. Nel loro insieme, però, architetture, offerte, monete e iscrizioni compongono un quadro difficile da liquidare e collegano l’area a un luogo di culto già noto dalle fonti scritte. Intorno al 207 a.C. la città di Itaca emanò infatti un decreto che menziona un Odysseion, il santuario di Odisseo, e gli Odysseia, gare in suo onore. A quel punto Ulisse non apparteneva più soltanto ai cantori: era entrato nel calendario, nei culti e nelle istituzioni della città. Agios Athanasios offre concretezza alle parole dell’iscrizione.
A Itaca c’è anche la grotta di Polis, esplorata negli anni Trenta dall’archeologa britannica Sylvia Benton. Qui si rinvennero molti doni cerimoniali tra cui una dozzina di tripodi, sostegni in bronzo per calderoni. È inevitabile pensare ai tripodi donati a Ulisse dai Feaci e nascosti nella grotta delle Ninfe. Ma la coincidenza non basta: la cavità fu un luogo di culto e vi compare anche una dedica «a Odisseo»: testimonianza sicura della devozione per l’eroe, non un punto GPS dell’antro descritto nel XIII libro dell’Odissea.
L’archeologia non ha trovato Ulisse. Ha trovato una comunità che trasformò il protagonista del poema in un antenato della storia civica, gli dedicò un centro religioso, offerte e giochi. Gli eroi non hanno bisogno di essere esistiti: cominciano a vivere quando qualcuno li riconosce come propri. Per questo, presentare l’Odysseion di Itaca come la magione del re significa confondere due storie diverse. L’identificazione funziona bene sugli schermi, meno in archeologia. Tra il culto di Ulisse e il celebre letto nuziale costruito attorno a un olivo resta ancora molto spazio, che è tutto occupato dalla poesia.







