sabato 6 giugno 2026

Milan Kundera in verità


Annalena Benini
Lettere rubate
Il Foglio, 6 giugno 2026

Kundera non crede né nell’uomo, né nel suo futuro. Ciò non gli impedisce di amare la vita. Di ridere e di riderne. Quando penso a lui, vedo un uomo che ride. C’è voluttà, piacere e persino una certa bellezza nella sua totale assenza di speranza. Florence Noiville, “Scrivere, che strana idea! Vita di Milan Kundera” (Neri Pozza, 290 pp.)

Florence Noiville, scrittrice e giornalista, responsabile della narrativa straniera per il supplemento culturale di Le Monde, è stata amica di Vera e di Milan Kundera. Hanno viaggiato insieme, mangiato, parlato, lui ha sempre rifiutato di andare in tivù,intervistato da lei o da chiunque. “Nessuna dichiarazione, nessuna intervista. Nessuna traccia pubblica della sua ‘vita vera’. Il tritacarte funziona a pieno ritmo in casa Kundera, non deve rimanere nulla dopo Milan, solo i suoi libri. Il resto, manoscritti incompiuti, lettere private,corrispondenza, diari, foto, tutto viene sistematicamente distrutto”.  In questo libro ci sono alcune foto e disegni, prove di felicità e d’amore, c’è la fotografia dell’Università di Praga e la ricostruzione della diffidenza ideologica verso uno scrittore che ha creduto nel romanzo come strumento di conoscenza (“Sospendere il giudizio morale non costituisce l’immoralità del romanzo bensì la sua morale”). Scrive Alessandro Piperno nella prefazione al libro che Milan Kundera è “l’ultimo poeta del romanzo”.

Florence Noiville ricorda il loro primo incontro, dopo la pubblicazione de Lo scherzo. Kundera diffidava dei giornalisti al punto da soprannominarli “cani da fiuto”. Ma le offrì testi inediti per il supplemento letterario e anche l’amicizia, in salute e in malattia: Florence Noiville ha assistito alla progressiva perdita di memoria, alla preoccupazione di Vera, al ceco come unica lingua usata da un certo in punto in poi, e alla perdita della parola e dello sguardo. Il titolo di questo libro è il commento di Kundera alla risposta di Florence Noiville, che lui non riconosceva più e a cui chiese in ceco: che fai? Lei rispose: scrivo. Nessuno saprà mai se anche quella fu una presa in giro, la festa dell’insignificanza.

Nel taccuino di Florence Noiville ci sono gli appunti per il libro, undici punti. Uno di questi è il sesto: “Le sue zone d’ombra. Accettare di non svelarle. Perché è inutile: sono ‘chiacchiere da portinai’, come dice sempre Vera”. Ed ecco la risposta di Vera Hrabankova, per cinqunatasei anni accanto a Kundera, sui terribili anni Settanta, espulsi e senza lavoro (Kundera fece l’astrologo): “Sono stati gli anni più felici della nostra vita. Licenziati, sì, entrambi. Ma lui stava scrivendo Jacques e ridevamo. Del resto, non ci importava di nulla”. Silenzio.

“Ce ne fregavamo, mi capisci? Ce ne-frega-va-mo”.

Lyhanna scuote la Francia


Daniele Zappalà
La morte di Lyhanna, 11 anni, e la "giustizia colabrodo": la Francia sotto choc

Avvenire, 6 giugno 2026

Dopo l’ondata d’emozione suscitata dal sequestro e dalla morte di Lyhanna, 11 anni, una tempesta di rabbia travolge in Francia la «giustizia-colabrodo» che lascia in libertà i pedocriminali, sotto lo sguardo impassibile della politica, anch’essa sul banco degli accusati. Nella coscienza del Paese, resterà inciso il volto spensierato della ragazza del Midi, presa in macchina la settimana scorsa all’uscita di scuola dal padre di una compagna di classe, prima del ritrovamento del cadavere quasi una settimana dopo, nel silo per cereali di una cooperativa agricola dove l’uomo aveva lavorato in passato. Da parte di quest’ultimo, nel corso degli interrogatori, nessuna confessione. Solo la ritrattazione di una prima versione dei fatti, di fronte a immagini che mostrano Lyhanna a bordo della sua auto.
Ma un intero macigno di prove pesa sul capo di un individuo contro il quale diverse famiglie avevano già sporto denuncia in passato, per violenze o molestie su minori, lungo un arco di tempo che coprirebbe un intero decennio. Ogni volta, nondimeno, le procedure erano sfociate su non luoghi, nonostante le testimonianze rilasciate anche dalle vittime. L’ultima denuncia, risalente all’anno scorso, non era stata ancora neppure trattata. L’uomo, padre di due bambine, era così rimasto in libertà.
«Non possiamo non vedere le crepe appena rivelate», ha ammesso ieri mattina il presidente Emmanuel Macron, promettendo delle «inchieste molto rapide per poter chiarire le responsabilità». Il guardasigilli Gérald Darmanin aveva già riconosciuto la gravità della catena di omissioni da parte del sistema: «Siamo tutti atterriti da questa disfunzione che, credo, è rivelatrice della nostra cattiva organizzazione, senza dubbio al Ministero della Giustizia come altrove».  
Dai ranghi dell’opposizione, il leader ultranazionalista Jordan Bardella ha accusato il governo di aver «pesantemente fallito», affermando che «il popolo francese esige che si paghi il conto». Ma gli attacchi sono piovuti anche dalla sinistra radicale, ad esempio per bocca della capogruppo dei deputati mélenchoniani, Mathilde Panot, pronta ad additare «il risultato soprattutto del rifiuto politico di dare la priorità alla lotta contro le violenze ai bambini e alle donne». 
A mettere in causa il sistema è la serie ormai lunga di casi, negli ultimi anni, in cui la giustizia ha dimostrato di dare poco peso alle testimonianze di bambini, o alle denunce dei genitori. Uno scenario che ha spinto diverse associazioni ad affermare che «la Francia è incapace di proteggere i suoi bambini». Una marcia civile di protesta è prevista domenica a Fleurance, il comune occitano rurale del dramma, nella regione di Tolosa.

Democrazia senza popolo

Il gioco delle tifoserie contrapposte non si esaurisce, continua a impazzare. Da tempo la scena pubblica si presenta come composta da due aree separate. La sfera del potere da una parte, l'arena sociale dall'altra. Il Palazzo e la Corte corrispondono ai luoghi in cui il potere si esercita e trova consenso. Qui si svolgono eventi che in genere interessano poco l'area sociale circostante, pur mobilitando con intensità variabile tifoserie parallele o contrapposte. La gente comune, il Popolo, per lo più si muove in un mondo diverso, è spesso rinchiusa in un orizzonte ristretto di vita quotidiana, quando non manifesta la sua opinione su temi di alto valore simbolico.
Sarebbe auspicabile che qualche esponente del ceto politico riuscisse a superare la barriera che separa il Palazzo dal Popolo, ma questo normalmente non avviene o avviene raramente. In una situazione del genere il governo sembra destinato ad essere l'appannaggio di una minoranza, e non certo di una élite che riscuote un ampio consenso tra la gente comune, più semplicemente del clan che meglio riesce a mantenere e sviluppare il legame con una sua tifoseria.
Agitazione di paure a destra, evocazione di esigenze per titoli a sinistra, la propaganda politica non sembra riservare grandi sorprese.

Marco Follini
Il fantasma populista tra Meloni e Schlein

La Stampa, 6 giugno 2026

Caro direttore, due mesi dopo viene da osservare che la vittoria conseguita nel referendum non ha aiutato il centrosinistra a definire meglio il suo profilo. Ne è scaturita infatti una quasi certezza di vittoria che finisce per sommarsi all’antica abitudine di considerarsi depositari di una sorta di supremazia morale e politica, ideale e tecnica al tempo stesso. Le due cose insieme non promettono molto di buono. 

Di contro, anche la Meloni ha i suoi problemi e neppure lei sembra in grado di venirne a capo. Probabilmente anche lei immagina di risolvere le difficoltà celebrando se stessa. Tanto più ora che bussa alle sue porte un signore che appare piuttosto improbabile come alleato d’onore ma si sta rivelando invece assai più ferrato nel gioco delle astuzie e dei sotterfugi della politica minore. Questione che la premier non sembra ancora aver chiaro se si dovrà affrontare con le buone o con le cattive. Dunque, anche a destra il clangore delle trombe costringe al silenzio il ragionamento.

Infatti io credo che esistano buone ragioni per tenersi a distanza dai due progetti che vanno ora per la maggiore. Ma se invece si vuole insistere a pensare che non vi sia salvezza al di fuori di questi due poli, occorrerebbe almeno frequentarli con quel tanto di spirito critico che prima o poi potrebbe riuscire a emendarne alcuni dei difetti più evidenti. Impresa a cui invece ci si dedica assai poco. A destra perché il capo non va troppo contraddetto. A sinistra perché in luogo della fiducia nel condottiero si finisce con l’avere fiducia nella propria sfera di antropologia politica. Un difetto, anche questo, non da poco.

Così da questa parte, se una volta si era abituati a parlare anche troppo e a spaccare il capello in quattro, ora invece sembra regnare una fiducia nel proprio destino così granitica da non poter essere scalfita da una discussione appena appena più abrasiva. Infatti, se qualcuno pone problemi, si immagina che sia solo alla ricerca di un buon posto nelle liste ospitali dei vincitori annunciati. Se qualcuno prima o poi finisce con l’uscire di casa, si avverte quasi un senso di liberazione dalla fatica di dover discutere ancora. E se qualcuno segnala che una coalizione degna del nome non può dar luogo a un happening in materia di geopolitica, si ribatte che tale è l’occasione alle porte che non mette conto fermarsi a discutere più di tanto sul resto del mondo. Nessuno più ha voglia di guardarsi dentro, con uno spirito minimamente critico. Tantomeno di guardare verso quelli che guardano oltre il confine. Ma forse è proprio nelle linee tracciate lungo quel confine che si nasconde il nostro destino.

Il fatto è che tutte e due le coalizioni sembrano aver rinunciato a fare fino in fondo i conti con se stesse. E appena oltre, a fare i conti con il populismo. Ad interrogarsi cioè sulle sue ragioni, a contrastare i suoi torti, a misurare con un briciolo di esattezza le proprie distanze. Insomma, in una parola, a decidere se esso alla fine sia un malessere che va fatto proprio, ovvero un (improbabile) redentore, ovvero un antagonista che va tenuto a bada, ovvero ancora un nemico che va sfidato apertamente e magari anche sconfitto.

Ma è proprio lì che sta il problema. E cioè nella peculiare, reciproca circostanza che ormai tale è la fatica di tenere insieme la convenienza a inglobare una modica dose di populismo e la preoccupazione di farsene invece trascinare altrove; tale è l’ambiguità di ospitare i propri avversari e di pensare al tempo stesso di poterli metabolizzare senza lasciare troppe tracce; tale insomma è la confusione sotto il cielo, o sotto i due cieli opposti, che si è perso quasi irrimediabilmente il bandolo della matassa.

Così alla fine tutto si riduce a una richiesta di obbedienza rivolta ai propri cari e a una ostentazione di fiducia rivolta a tutti gli altri. In questo modo, però, si costruirà una vittoria che rischia infine di valere perfino meno di un pareggio. Il che, ovviamente, è tutto dire.

L'umanità nei tempi bui

Laura Boella
Ripensare l'umanità nei tempi bui

GariwoMAG, 13 novembre 2018

Nel mio contributo riprendo espressamente il titolo e l’intenzione del saggio di Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui,[1] scritto in occasione del conferimento del premio Lessing nel 1959. Nel discorso arendtiano le tesi di Vita activa, un anno dopo la pubblicazione, 1958, sembrano messe direttamente alla prova nella loro capacità di diventare esperienza concreta in una realtà fortemente contrastante. A distanza di cinquant’anni, la domanda che riecheggia in questo scritto è ancora la nostra.

L’umanità è una nozione emblematica della tradizione classica (Cicerone: cultura animi) che nell’Illuminismo (Kant, Lessing, Goethe) diventa sinonimo di “civiltà”, alludendo a una forma di vita fondata su un’armonia di arte, scienza e capacità tecniche, sul gusto e sulla sensibilità per il bello, sulla socievolezza, il decoro e l’urbanità, sul saper gestire i conflitti personali, sociali e politici. Questo ideale di “civiltà” era una forma di vita e quindi una “cultura” in quanto “coltivazione”, ossia un modo di fare che, come la cura di un giardino, migliora l’ambiente e affina le capacità. Un ideale legato al vivere bene nel mondo, ossia nello spazio intermedio tra legge e morale, tra norme giuridiche e potere statuale, da un lato, e autonomia dell’intelletto e della coscienza morale, dall’altro. Per Arendt la “luce” dell’Illuminismo non era solo la luce della ragione che dissipa la superstizione, ma anche la luce di una scena pubblica in cui le persone fanno sentire la loro voce, vengono ascoltate e instaurano con la realtà un rapporto a più voci, che ne preserva e ne intensifica la ricchezza.

A dare l’impronta al suo saggio è la constatazione della tragica eclisse subita da questo tipo di armonia con il mondo nei “tempi bui” della persecuzione antiebraica. Eppure, sulla scia di un illuminista atipico, Lessing, Arendt ci consegna la domanda ancora attuale: com’è possibile agire e pensare “umanamente” in un mondo di cui non possiamo accettare la disumanità, la stoltezza, l’ingiustizia? È ovvio che non si tratta di salvarsi l’anima rifugiandosi in piccoli mondi migliori, ma di una questione molto più ardua: come mantenere un obbligo verso la realtà, cioè uno spazio di azione e di pensiero, anche in un mondo diventato disumano? E ciò non vuol dire altro se non preservare l’umanità dal rischio di diventare frase vuota o fantasma.

La domanda non ci chiede di schierarci pro o contro la fede nell’umanità, nel suo perfezionamento e nell’Illuminismo (oggi riproposta su basi scientifiche da Steven Pinker[2]), tantomeno di accontentarci di passaggi affrettati dall’individualismo al “comune destino” dell’umanità, ampliamente documentati dalla fortuna mediatica delle nozioni di empatia e compassione.[3] L’idea di umanità, oggi, quando non è vuoto slogan solidaristico, si limita a essere espressione di buona educazione. Perché non ritornare al suo profilo più radicale e stridente con il mondo di oggi, al significato utopico-ideale, alla promessa di armonia e di conciliazione, e al suo fallimento, per vedere se essa ci insegna a pensare e a rispondere alle patologie e al malessere contemporanei?

Il ritratto di Lessing offerto da Arendt è quello di un pensatore che fu “a modo suo distrutto” dai “tempi bui” di un mondo asservito e non ebbe alcun posto nella sua epoca. La sua sola preoccupazione fu “di umanizzare l’inumano con un incessante parlare continuamente ricondotto alle vicende e alle cose del mondo”. La sua umanità si manifestò nel dialogo e nell’amicizia, cioè nella disponibilità a condividere il mondo con altri uomini, ma non fu vittoriosa.[4] È importante notare il contrappunto arendtiano tra alcune tesi, che sappiamo essere al centro dell’idea di azione politica di Vita activa, e il drammatico contrasto tra luce e oscurità, già ben presente nell’epoca dei Lumi e incarnato nella solitudine di Lessing. L’utopia o l’ideale dell’umanità marca in questo modo tutta la sua distanza dalla contemporaneità, ma paradossalmente perde anche il suo carattere astratto e consolatorio e diventa esperienza vissuta, dramma dell’azione e del pensiero. Accade infatti che alcune utopie e ideali, quando non barano sul fatto che il loro conflitto con la realtà non toglie nulla alla durezza di quest’ultima, lascino delle tracce, che sono impronte concrete di esperienza, tracce di una messa in atto e alla prova.

Nel caso del Lessing arendtiano la pratica del dialogo e dell’amicizia non ebbe nulla dell’appello degli uomini di buona volontà alla tolleranza. Lessing fu per tutta la vita un polemista accanito, partigiano, arrabbiato e sferzante. Nelle sue feroci battaglie contro i teologi dogmatici difese la ragione e la libertà di pensiero, ma rifiutò l’eccesso di razionalismo insito nelle “prove” dei teologi illuministi e fece di tutto per preservare nel suo cuore un posto per la fede cristiana quanto più “altri allegramente e trionfalmente volevano calpestarl[a]”. Ciò significava che “laddove tutti gli altri dibattevano sulla ‘verità’ del Cristianesimo, egli ne difendeva in primo luogo la posizione nel mondo, ora preoccupato che esso potesse rafforzare ulteriormente le sue pretese di dominio, ora timoroso che esso scomparisse completamente”.[5] Egli lasciava in pace chi è attaccato da tutti non solo per educazione, ma perché gli veniva spontaneo “tener conto della giustezza relativa delle opinioni che per buone ragioni hanno avuto la peggio”.[6] La sua idea di amicizia era il contrario del “fare corpo” delle vittime e degli oppressi, nonché dell’amore incondizionato per l’intero genere umano che cancella tutte le differenze. L’appello di Nathan il saggio, protagonista di uno dei suoi drammi, “dobbiamo, dobbiamo essere amici” apparentemente incarna l’idea illuministica di un’umanità che viene prima della diversità delle fedi e delle appartenenze etniche e culturali. Eppure lo svolgimento della vicenda tra l’ebreo Nathan, sua figlia Recha, il sultano e il Templare autorizza a pensare l’amicizia come un movimento in cui le differenti identità non vengono messe ai margini, bensì vengono vissute e scelte, a volte dolorosamente perché imposte da stereotipi razziali e ideologici, ma mai assolutizzate.[7] Ogni individuo ha radici e appartenenze alcune delle quali non sono state né scelte né volute. La posizione di ognuno nel mondo esige tuttavia di non viverle passivamente o come sigillo identitario, bensì di sceglierne una o più, sulla spinta della situazione politica o delle proprie avventure esistenziali, come fonte di azione e di pensiero, di relazione con altre differenze.

In Lessing, che sapeva di vivere nel “paese più schiavo d’Europa”, le idee dell’lluminismo diventano pratica di dialogo e di amicizia. Lo stesso si può dire di un altro illuminista, Immanuel Kant, guardando non solo alle sue opere geniali, ma anche alla sua vita. Kant nutriva ben poche illusioni sulla natura compassionevole e solidale degli esseri umani, fu consapevole del “legno storto” dell’umanità e della “insocievole socievolezza”, e ritenne che la costituzione repubblicana dovesse andar bene anche per un “popolo di diavoli”.[8].Tuttavia, egli ci ha lasciato l’eredità vissuta di un’utopia di “socievole socievolezza”, in cui il paradosso della combinazione di natura (interessi, istinti, egoismi) e libertà che rende gli esseri umani ambigui e contraddittori diventa una pratica molto istruttiva perché contrasta in maniera puntuale con il regime della comunicazione politica e mediatica oggi dominante.

Gli avvenimenti del mondo globale, ma anche delle politiche locali, ci assegnano perlopiù la parte di spettatori, qualche volta di comparse anonime o di attori che hanno molte difficoltà a trovare il senso di ciò che fanno. Kant ha messo in luce queste differenti posizioni sulla scena del mondo nelle sue riflessioni piene di disincanto e di lungimiranza sullo “straordinario evento” della Rivoluzione Francese.[9] Accanto a queste lucide messe alla prova della fiducia nel progresso verso il meglio dell’umanità, troviamo nella sua vita una pratica dell’umanità in cui la storia, ciò che accade nel mondo, viene pensata e vissuta partecipando a un pranzo, condividendo una tavola apparecchiata. Qui i ruoli di spettatori e di attori si combinano e vengono messi in atto in relazioni sociali concrete. Si tratta dell’elemento della biografia di Kant, raccontato con visionaria tenerezza da Thomas De Quincey sulla scia di varie testimonianze coeve, e legato alla consuetudine, portata avanti fin quasi alla morte, di consumare l’unico pasto della giornata in compagnia di un certo numero di amici, giovani studenti, donne e persone impegnate in varie professioni.[10] Il simposio, di platonica memoria, rivive nella tavola allestita da Kant in cui si svolge una conversazione accompagnata dal piacere del cibo e delle bevande, ma soprattutto dello stare insieme.

Che il tema della conversazione non sia affatto old style lo ricorda Sherry Turkle, studiosa della comunicazione digitale che invita ad alternare l’uso dei cellulari e dei social con momenti di conversazione, in cui lo scambio tra persone prende il suo tempo, passa attraverso interruzioni, noia, riprese, e si sintonizza sulla realtà dell’altro.[11]

Nei pranzi di Kant la conversazione è un modo di vivere l’umanità come esercizio in relazione della propria intelligenza e della propria sensibilità (gusto) e le sue caratteristiche fondamentali sono il pluralismo e il mosaico delle differenze. Vediamo in concreto come poteva funzionare una tavola in cui, secondo Kant, si forgiava il cittadino del mondo. Il rigore applicato da Kant alla sua vita e al suo pensiero contraddistingueva anche la scelta degli ospiti e l’organizzazione fino ai dettagli della sequenza delle portate. I diversi piatti e le opinioni espresse dovevano diventare momenti di esercizio del giudizio sia individuale sia dotato di una validità più ampia. L’assortimento degli ospiti doveva pertanto escludere la possibilità che tutti la pensassero allo stesso modo, nonché una differenza di posizioni tanto grande da impedire la discussione. Il contributo di ognuno al gusto e all’intelligenza degli altri era un libero modo di pensare capace di riconoscere le differenze. Come ricorda Arendt, Kant “diventava pazzo” al cospetto del detto comune: de gustibus non est disputandum e la sua ricerca di una buona conversazione consisteva nel proteggerla da alcuni pericoli. Per esempio, l’ossequio alle mode, la noncuranza per la distinzione tra sé e gli altri e l’esprimere giudizi totalmente idiosincratici (mi piace/non mi piace). Si capisce perché la conversazione alla tavola di Kant fosse una pratica di umanità in quanto unione di “benessere” fisico e di “virtù”, ossia di atteggiamento morale.[12] È importante notare che i due elementi (natura e morale) che nella filosofia di Kant sono sempre in conflitto a livello individuale possono armonizzarsi in un ambito intersoggettivo. La “socievole socievolezza” della tavola di Kant non è però la stessa cosa della socialità che si manifesta nel mondo sociale e politico. Essa è il contrario del contratto sociale (che peraltro Kant accettava in sede politica), ossia dell’associazione di singoli individui che decidono di stipulare obblighi reciproci e rapporti di dipendenza. Alla tavola di Kant le persone stanno insieme sulla base dei legami spirituali di amicizia e di impegni liberamente scelti. Ciò che domina è il piacere di stare insieme. Inizia così a precisarsi la dinamica concreta della conversazione, con il suo ritmo di narrazione, ragionamento, scherzo. Niente gossip né opinioni troppo personali: accettare un invito da Kant voleva dire condividere l’intenzione di stare insieme come persone, unite da una mutua confidenza e dalla libertà di spirito e non come privati cittadini, professionisti o esperti in qualche disciplina. Per primo veniva lo scambio di informazioni politiche sui fatti del giorno con i relativi giudizi contrastanti, per esempio tra donne e uomini, resi spiritosi dal giro di qualche bottiglia. È importante notare che il conflitto di opinioni, giudizi e gusti, inevitabile in una conversazione, alla tavola di Kant non erauna disputa del tipo di quella che intercorre sulla verità o falsità di un concetto scientifico o filosofico. Si trattava invece di una contesa, di un dibattito (Streit) che poteva anche restare senza soluzione. Le persone che vi si impegnavano non miravano al consenso e di conseguenza il loro dissenso non diventava antagonismo, anche se restava aperto lo spazio della contestazione. Che a tavola venissero pronunciati giudizi di gusto sul cibo, giudizi estetici o politici o di altro genere, ognuno di essi (tranne forse i primi) non era mai idiosincratico e aspirava a essere condiviso o messo alla prova dagli altri. La contestazione, goduta di per se stessa, diventava così una scuola di umanità: si imparava qualcosa di nuovo, si approfondivano e affinavano i propri giudizi, si esercitava la propria attenzione alle opinioni altrui e si godeva del pluralismo. Importante, certo, era che ogni persona potesse contribuire alla discussione e aggiungesse la propria voce a quella degli altri senza esibizionismi di sorta, senza alzare il tono, mantenendo sempre il rispetto per gli altri, un giusto sense of humour, tatto e riservatezza.

Soprattutto per noi contemporanei alla tavola di Kant si mette in scena un’utopia, un'oasi di rispetto e di spirito nella giungla in cui ci troviamo a vivere? Ricordo che la testimonianza più toccante (frutto di una collezione delle testimonianze di amici) degli inviti a pranzo di Kant è contenuta nel libriccino di Thomas de Quincey intitolato Gli ultimi giorni di Kant. Abbiamo visto l’età dei Lumi vivere nell’instancabile polemica e nella gioia di Lessing che ogni verità venisse sacrificata all’amicizia. Nel corpo minuto di Kant, nel progredire del suo declino fisico e mentale, nello scrupolo di mantenere maniere austere e amabili in compagnia degli altri l’età dei Lumi emana un’altra, ancora più umana luce. L’intero sistema di precauzioni messe in atto nel costruire gli inviti a pranzo porta a pensare che la tensione tra realtà utopica e realtà reale sia ben presente anche tra i commensali della tavola kantiana. Humour, tatto e spirito (il pranzo finisce ridendo delle barzellette) non a caso sono dispositivi per contrastare l’inevitabile rottura dell’equilibrio della socievole socievolezza, l’emergere delle disparità di potere e il ruolo dell’inconscio nelle relazioni, la vulnerabilità delle persone. Come la rivoluzione francese per Kant fu allo stesso tempo un teatro della crudeltà e una promessa indimenticabile di audacia e di speranza, così la conversazione alla sua tavola e il suo fragile equilibrio non escludevano la possibilità che essa potesse essere ricordata come esperienza piacevole e quindi ritornare alla mente come ispirazione.

Non dimentichiamo che molti fenomeni del mondo contemporaneo rendono impossibile anche solo pensare agli inviti di Kant. Quando tuttavia l’impossibile ha i tratti non di un esperimento mentale, ma di una possibile esperienza di vita, breve, fragile e da amare per il piacere che deriva dalla tensione che la anima, decisivo diventa il fatto che ce ne importi e che, credendoci, la pratichiamo come una forma di vita che fa la differenza rispetto ad altre molto più frustranti.

[1] Vedi H. Arendt, L’umanità in tempi bui, tr. it. a cura di L. Boella, Cortina, Milano 2018.

[2] Vedi S. Pinker, Enlightment Now: A Manifesto for Science, Reason, Humanism and Progress, Allen Lane 2017.

[3] Vedi L. Boella, Empatie. L’esperienza empatica nella società del conflitto, Cortina, Milano 2018.

[4] Vedi H. Arendt, L’umanità in tempi bui, cit., p. 85, p. 97.

[5] Ibidem, p. 48.

[6] Ibidem, p. 47.

[7] Vedi L. Boella, “Introduzione. Una politica dell’amicizia” a H. Arendt, L’umanità in tempi bui, cit., in part. pp. 24-36.

[8] Vedi I. Kant, “Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico” (1784), tr. it. in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto UTET, Torino 1995, p. 130, p. 127; “Per una pace perpetua. Un progetto” (1795), ibidem.

[9] Vedi I. Kant, “Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio” (1798), in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto, cit., pp. 218-223.

[10] Vedi T. de Quincey, Gli ultimi giorni di Immanuel Kant (1827), tr. it. a cura di F. Jaeggy, Adelphi, Milano 1983.

[11] Vedi S. Turkle, La conversazione necessaria. La forza del dialogo nell’era digitale, tr. it. Einaudi, Torino 2016.

[12] Vedi I. Kant, Antropologia pragmatica, tr. it. Laterza, Bari 1969, p. 132: “Non c’è nessun caso in cui la sensibilità e l’intelletto, unificati in un godimento possano essere così a lungo mantenuti e così spesso ripetuti con piacere, come accade di un buon pranzo in buona compagnia”. Vedi anche ibidem, p. 168: “Il modo di concepire la conciliazione del benessere con la virtù sociale è l’umanità”. pr.59 e pr. 88. Vedi A. Heller, A Philosophy of History in Fragments, Blackwell, Oxford-Cambridge 1993, pp. 136-175.

venerdì 5 giugno 2026

La vera bellezza

Matteo Marchesini
DIECI TESI PER UN’ESTETICA TASCABILE Facebook, 5 giugno 2026

 9. PERCHE’ LA POESIA DELUDE. Credo che chi si occupa di letteratura debba oggi più che mai indicare un equivoco: quello per cui, quasi sempre sbagliando, ci si attende di trovarla là dove mostra insegne così riconoscibili da essere già la caricatura di sé stessa, e quindi da risultare subito pienamente accettabile o socializzabile. Da un lato, di solito, spiccano le insegne dello stile da serie o da pool editoriale, dietro cui avanza lo scrittore o la scrittrice che identifica la letteratura con il «lavorare bene» dei tecnici (giocatori, allenatori...); dall’altro lato c’è l’opposizione gradita a sua maestà, cioè il gruppo di opere che esibiscono enfaticamente una Dismisura, uno Sfregio, una Ricerca o una Sperimentazione già neutralizzati dalla puerilità meccanica con cui vengono proposti (in mezzo, a volte, spuntano libri di buona fattura ma culturalmente piuttosto conformisti, tipo "Ferrovie del Messico", in cui però il lettore benpensante crede di vedere chissà cosa solo perché riconosce il suo stesso retroterra scolastico). E’ un difetto che si riscontra anche nello studio della letteratura del passato prossimo: pletoriche bibliografie su autori – non importa se grandi o no – che offrono subito un appiglio linguistico, culturalistico o tematico visibile a occhio nudo, e disarmante silenzio su quelli che richiederebbero uno sguardo o un orecchio più sottili (le infrazioni alla lingua comune di Gadda o Sanguineti, o le allusioni storiche di Sereni, possono essere colte da un lettore qualunque senza l’aiuto dei nostri commentatori zelanti; mentre il miracolo per cui in Sandro Penna una lingua lisa, pascolian-dannunziana, sembra a un tratto luminosa e nuova, o il modo in cui Moravia, sotto la patina di una finta medietà, sceglie con eccezionale esattezza gli aggettivi e inventa una «meravigliosa lingua di plastica», secondo la definizione di Luigi Baldacci, esigerebbero l’intervento di una critica integrale ormai scomparsa). Oggi più che mai si dimentica che la letteratura capace di rivelare davvero qualcosa si trova spesso là dove non la si aspetta - là dove è ancora senza nome e dove a una prima occhiata sembra inappariscente, ovvero non classificabile neppure nella comoda categoria dell’Inclassificabile. Cade qui a proposito un passo di Proust, che commenta la delusione degli spettatori dopo un concerto molto bello: «La vera bellezza è (…) la sola cosa che non possa rispondere alle aspettative di un’immaginazione romanzesca. Tutte le altre cose non sono inferiori all’idea ch’essa se ne faceva: l’abilità la meraviglia, la volgarità la lusinga, la sensualità l’inebria, l’ipocrisia l’abbaglia. Ma la bellezza, essendosi legata nella notte dei tempi alla verità con un’eterna amicizia, non ha a sua disposizione tutti questi incanti».




Piacere senza sesso

 


solitudine e castità, esperienze vitali e feconde

Melissa Febos

Laura Di Corcia
Il Sole 24ore, 31 maggio 2026

Sono anni che l’esperienza viene intercettata come segmento fecondo per aspirare ad una vita più ricca, più intensa, più autentica. Tutta la narrazione degli anni della contestazione spinge in questa direzione e da più parti questo approccio è stato accusato di non rappresentare affatto una critica (né un’alternativa) al sistema, senza che però l’immaginario ne risulti intaccato, alimentato dal cinema (un certo cinema) e dalla musica (una certa musica). Vivi, fai esperienza, accumula non solo denaro, ma anche esperienze come capitale simbolico. Dry Season. Il mio anno di piacere senza sesso, dell’ americana Melissa Febos guarda in una direzione opposta e così facendo non solo ci consegna riflessioni non banali sul senso dell’esistenza, ma da un certo punto di vista rivitalizza un genere, quello dell’autofiction, spesso permeato da un gusto per l’esperienza eccentrica, anti-borghese, come se la via della dissoluzione e dell’accumulazione di avventure fosse un modo per tracciare meglio i confini della propria identità, e non per disperderli in un pulviscolo di tracce, possibilità, scosse, lungo una spirale compulsiva.

E quindi Dry Season non è solo un libro sull’originale e poco di moda tema della castità, ma è una riflessione sul vuoto, sulla solitudine come esperienza vitale e feconda, sulle varie forme di dipendenza e sul processo del ritorno a sé come via maestra per la conoscenza e per delle nuove forme di (possibile) felicità. L’autrice, dopo un’esperienza amorosa devastante da lei stessa chiamata «il Vortice», decide di trascorrere un periodo di tempo «a secco», senza incontri con altre persone, rendendosi conto che, per tutta la sua vita, non aveva fatto altro che passare da una relazione all’altra, perdendosi, immancabilmente. Gli esempi che la aiutano ad attraversare e anche prolungare questo periodo di tempo, che dai tre mesi di “digiuno” si estende fino a coprire l’arco di un anno, arrivano tutti da figure di mistiche e battagliere, in primis le beghine, donne laiche che avevano scelto una vita fatta di castità e preghiera; protofemministe, come ci fa notare l’autrice, che nell’astinenza sessuale avevano trovato una via di libertà, autonomia e indipendenza. Nelle mani di Febos l’autofiction diventa un modo per esplorare desideri e dipendenze, fame e bisogno di riconoscimento e per spingere il femminismo verso una zona più intima (e anche meno conosciuta) al confine con la ricerca personale e spirituale. Se le prime pagine di Dry Season sono sorprendenti, nell’ultima parte del libro bisogna ammettere che la narrazione stagna e il meccanismo sembra perdere forza. E questo è l’unico punto debole di un libro interessante, che spicca dalla media, e generoso, che ha voluto dire tanto, forse troppo.

Melissa Febos
Dry Season, traduzione di Federica Principi
Nottetempo, pagg. 360, € 18

Sedersi sotto una quercia


Natalie Fée
Esperienza: mi sono seduta sotto una quercia per un anno

The Guardian, 5 giugno 2026

Nel 2022 mi sono trasferita a Clevedon, vicino a Bristol. Appena ho visto la quercia dietro il mio appartamento, ho iniziato a sedermi sotto di essa. Non si trova in un luogo incantevole e isolato, bensì su una collina urbana circondata da prati, ma come albero solitario sul fianco della collina, ha attirato la mia attenzione.

Ero esausta. Per 10 anni avevo gestito un'organizzazione no-profit che si occupava dell'inquinamento da plastica. Eravamo riuscite a convincere il governo a vietare le posate di plastica e gli imballaggi da asporto in polistirolo, e i supermercati a vietare i bastoncini di cotone in plastica. Erano stati grandi successi, ma era stato un lavoro duro ed ero sfinita. Stavo gradualmente abbandonando l'attivismo e lavoravo solo tre giorni a settimana.

Alla ricerca di maggiore serenità, ho avuto un'idea un po' folle: come sarebbe meditare sotto lo stesso albero ogni giorno per un anno intero? Ho deciso di iniziare con il solstizio d'inverno del 2023.

I primi mesi sono stati pesanti e desolanti. Pioveva molto ed ero sferzata da temporali e venti fortissimi. Portavo sempre con me un piccolo pezzo di pelle di pecora su cui sedermi, e a volte una borsa dell'acqua calda. Non succedeva granché sotto l'albero e l'idea di dover fare tutto questo per un anno intero mi intimoriva un po'. Alcuni giorni mi chiedevo perché lo stessi facendo, ma volevo portare a termine la sfida.

Di solito trascorrevo i primi 10 minuti seduta immobile, guardandomi intorno per godermi ciò che accadeva. Poi chiudevo gli occhi e meditavo per 20-30 minuti, tornavo a casa e scrivevo appunti e una poesia. Rileggendo quelle che ho scritto quell'inverno, mi sembrano piuttosto introspettive.

La primavera portò con sé un senso di speranza. L'inverno era sembrato un periodo di pausa; ora era come se qualcuno avesse premuto play. Il giorno in cui i narcisi spuntarono sotto l'albero fu una festa. Li avevo visti arrivare e ogni giorno pensavo: "Sbocceranno da un momento all'altro".

All'improvviso mi ritrovai con compagnia, questo grande e luminoso cespuglio di fiori accanto a me, ma dopo due settimane erano spariti. Erano cresciuti per 50 settimane; mi colpì la consapevolezza di quanto effimera possa essere la vita. Poi arrivarono i nontiscordardimé, e da lì in poi fu un'esplosione di vita e colore. La prateria desolata si trasformò in un tripudio di vita e colori.

È stato incredibile assistere a tutti i piccoli cambiamenti della natura. I ranuncoli sembravano spuntare dal nulla, così come i grilli: un giorno non ce n'era nessuno, il giorno dopo cantavano tutt'intorno a me. Un altro giorno ancora, ho sentito il canto di un uccello nuovo. "Ah, sono arrivati ​​i rondoni", ho pensato. Tutto questo stare seduta in silenzio ha affinato i miei sensi. Tornavo a casa quasi ogni giorno raggiante.

Con l'arrivo dell'estate, mi sembrava che tutto nel prato si riposasse, tranne me. Pur apprezzando il mio rituale, durante il giorno continuavo a sfinirmi lavorando, componendo musica e scrivendo poesie. Ma mi resi conto che si trattava di riconnettermi con la natura, quindi avrei dovuto fare ciò che la natura stava facendo. Rallentare richiese uno sforzo, ma era necessario.

Sotto l'albero tutto sembrava più tranquillo e, senza le solite distrazioni, la mia meditazione era più chiara. Una volta, aprii gli occhi e vidi un cervo davanti a me. Poi un cane attraversò di corsa e il cervo scappò via.

Ho sentito un miglioramento sia nella mia salute mentale che fisica. Non avevo più mal di schiena e il mio senso di pace e meraviglia è salito alle stelle. Ho provato una felicità che non provavo dall'infanzia e ho riscoperto la voglia di giocare.

Sedermi in mezzo alla quercia ha anche cambiato la mia prospettiva sul tempo. Prima cercavo di controllare le cose, ma ora sono diventato più paziente e fiducioso nei loro tempi naturali.

In una giornata di fine estate, i rondoni erano insolitamente attivi: facevano un gran baccano. Il giorno dopo erano spariti, come se avessero annunciato la loro partenza. Con l'arrivo dell'autunno, il vento si era intensificato e le foglie avevano iniziato a cambiare colore.

Il mio ultimo giorno, nel solstizio d'inverno del 2024, ho preso la mia chitarra e ho ringraziato l'albero per avermi offerto rifugio per un anno. La sfida era compiuta e avevo ritrovato una nuova forza interiore. Ero anche sollevata di poter viaggiare e rivedere la mia famiglia.

Non c'è bisogno di andare lontano per trovare un angolo di natura dove sedersi e riflettere. La natura sa di cosa hai bisogno ed è sempre pronta a offrirtelo: devi solo trovare la tranquillità necessaria per riceverla. Io continuo a visitare l'albero quasi tutti i giorni, anche se devo ammettere che evito quelli di pioggia.

Come raccontato a Fleur Britten