Gianni
Armand Pilon Se
Torino dimentica Gianni Vattimo Corriere
Torino, 25 settembre 2026
Chi
ha paura di Gianteresio Vattimo detto Gianni? A tre anni dalla morte,
Torino sembra essersi dimenticata di lui. Non una commemorazione, non
un ricordo. Dopo i funerali e l’omaggio di accademici, ex allievi e
politici, sul filosofo è sceso uno strano e imbarazzato silenzio.
Come se il tempo di fare i conti con la sua figura pubblica e
privata, soprattutto privata, non fosse ancora arrivato. Nel corso
dei suoi 87 anni, Gianni Vattimo è stato tante cose. Allievo di
Luigi Pareyson e di Hans-georg Gadamer. Padre del pensiero debole e
professore emerito all’università. Indagatore inquieto del grande
mistero della fede. Aveva stima, ricambiato, di Papa Francesco. Lo
definiva «il pontefice del pensiero debole». Ma Vattimo è stato
anche l’uomo delle provocazioni. Inquieto in politica: con Alleanza
per Torino quando si trattò di fare eleggere Castellani sindaco, poi
al Parlamento europeo con i Ds e con l'Italia dei valori. Adorava il
contraddittorio e diceva molti No, non fosse altro che per il gusto
della dialettica. No alla Tav, no agli scavi in piazza San Carlo.
Omosessuale dichiarato in un tempo in cui non era così scontato, gli
ultimi anni Vattimo li ha passati a difendersi da «amici» che lo
volevano incapace di intendere e di volere per essersi innamorato del
35enne brasiliano Simone Caminada. Vicenda penosa, tra accuse,
processi, sentenze. Un matrimonio saltato, un testamento annullato,
il grande filosofo dipinto come un povero vecchio che si fa fregare
dal badante. Alla fine, il sospetto è che dietro la rimozione di
Vattimo ci sia anche questo: il pregiudizio sessuale. Del resto,
molti anni fa era stato lui stesso a dirlo: «Ci sono degli stigmi
che colpiscono una minoranza come questa, la quale sovente non ha
altro modo di farsi riconoscere se non quello di scandalizzare i
benpensanti».
Armand
Pilon sembra attribuire l'oblio all'omosessualità di Gianni Vattimo.
Altre figure dotate dello stesso stigma non escono di scena, da
Pasolini a Alice Weidel. Più verosimilmente l'oblio andrebbe
collegato al fatto che Vattimo in filosofia come in politica non è
stato l'uomo di un'idea, ma un uomo che cerca, un personaggio
instabile, sempre in bilico tra una verità forte e una impressione
passeggera, con la tendenza finale al diminuendo invece che al
crescendo. Spiegare
l'oscuramento di Gianni
Vattimo
con il solo stigma dell'omosessualità è una tesi discutibile:
figure apertamente omosessuali o "non allineate" occupano
stabilmente il dibattito pubblico, sia come martiri intellettuali
(Pier
Paolo Pasolini),
sia come leader politici di primo piano in contesti conservatori
(Alice
Weidel
in Germania). In questi casi, la radicalità o la fermezza della loro
posizione crea un'eredità netta, un "crescendo" che ne
garantisce la memoria o l'impatto politico.
Il destino di
Vattimo risiede con ogni probabilità nella sua tendenza
finale al diminuendo.
Il nucleo della sua filosofia era la decostruzione delle verità
assolute e delle metafisiche forti. Ma una filosofia che professa
l'indebolimento dell'essere e l'apertura al dialogo perpetuo fa
fatica a tradursi in un "monumento" culturale. Vattimo ha
teorizzato il declino delle grandi narrazioni, finendo per subire
quel diminuendo
nel destino postumo della sua stessa eredità spirituale.
La sua
parabola politica lo ha visto oscillare tra posizioni apparentemente
inconciliabili: dal cattolicesimo delle origini al comunismo
militante (il "comunismo ermeneutico"), fino a
dichiarazioni radicali e provocatorie negli ultimi anni di vita.
Questa natura di "uomo che cerca" lo ha reso instabile per
le logiche dei partiti e delle correnti ideologiche, che preferiscono
simboli monolitici a pensatori in perenne transizione.
La fase
ultima della sua vita, segnata da una forte vulnerabilità personale
e dalle note vicende giudiziarie legate alla sua eredità materiale,
ha reso più pallida la percezione pubblica del filosofo. Il rumore
della cronaca ha finito per coprire la voce della sua ricerca
intellettuale, accelerando quel processo di uscita dalle scene che
l'articolo del Corriere
Torino
lamenta.
Vattimo non ha lasciato un dogma o una scuola rigida,
ma un metodo di scomposizione. Ed è proprio la mancanza di un'"idea
forte" a renderlo oggi un personaggio scomodo da celebrare per
una memoria pubblica che si nutre, al contrario, di semplificazioni e
polarizzazioni.
Roger-Pol Droit In "Memorie provvisorie" Bernard-Henri Lévy si racconta attraverso cinquanta incontri notevoli Le Monde, 23 settembre 2026
Bernard-Henri Lévy ha molti nemici, e molti amici – fedeli, per la maggior parte, entrambi. Infatti, ha molto di tutto: cinquanta libri al suo attivo, premi letterari e film, cronache, opere teatrali, relazioni, responsabilità editoriali... Molteplici avventure, disparate e correlate, che vanno dai luccichii della vita mondana alla presenza sui fronti delle guerre dimenticate (su cui ha a lungo indagato per Le Monde), e dove la musica si mescola, dallo stravagante al grandioso, Come abbozzare l’equilibrio di una vita di tanti incontri, impegni, tumulti, cantava tanti colpi di luminosità e alcuni famigerati fiaschi, intrecciati con tante creazioni, interventi, litigi?
Per circa sessant’anni, ogni giorno, lo scrittore (nato nel 1948) ha dettato qualche pagina di un diario infinito. Immergendosi di nuovo in queste migliaia di pagine, ora compone una galleria di coloro, famosi o anonimi, che l'hanno costruita. In queste Memorie provvisorie, che inaugurano la nuova casa editrice creata da Olivier Nora dopo il suo sgombero da Grasset, BHL rinuncia a cesellare il suo autoritratto. Mette da parte – per il momento? – le storie della sua vita sentimentale, familiare, intima. Circa cinquanta sagome, crivellate da una schiera di personaggi secondari, disegnano anche, ovviamente, il volto familiare dell'autore, in quello che può avere di irritante. L'umorismo, tuttavia, e anche una buona dose di auto-deprecazione passano attraverso molte pagine.
Ma la cosa principale sono gli altri, la coorte eterogenea di volti che hanno nutrito un’esistenza che attraversa il secolo, ha inclinato il suo corso o ne ha illuminato la traiettoria. Il tutto è unico. Chi altro, in effetti, ha frequentato da vicino così tante persone sia così notevoli che così dissimili? Filosofi (Althusser, Deleuze, Levinas...), politici (Mitterrand, Hollande, Macron, Obama...), scrittori (Malraux, Aragon, Gary, Houellebecq...), registi e attori (Pasolini, Delon...) vicini con figure di settore, showbiz, editoria, media – per non parlare di combattenti famosi (comandante Massoud, Zelensky)
La giostra genera un vortice sfaccettato, a sua volta divertente, sorprendente o commovente. Ma ciò che colpisce e tocca di più – sotto i set, le messe in scena, i passabili più o meno teatrali – è in definitiva una forma di sincerità molto singolare. Dall'incontro all'incontro, questi altri hanno plasmato un giovane erede (iper-curato, spericolato, un po' pazzo) e lo hanno gradualmente trasformato in un uomo, più saggio di quanto dicono le voci. E coraggioso, nella lotta alle idee così come ai pericoli fisici, tanto che i soldati ucraini, per esempio, hanno dato il nome a una posizione avanzata nella direzione di Bakhmut.
Riunioni e punti di svolta
L’adolescente degli anni 1960 si rifiuta di fare matematica all'Università, come voleva l’industriale suo padre. Si accende per le idee, sceglie l'ipokhâgne, entra in Normale-Sup. Con Louis Althusser (1918-1990), il suo “caiman” rue d’Ulm, scoprì la venerazione dei concetti e delle forme accademiche. Gilles Deleuze (1925-1995), qualche anno dopo, lo curerà da questa rigidità paralizzante. Scopriamo così, tra le sorprese di questo libro, una Deleuze che mantiene un lungo rapporto di simpatia con colui che diventerà suo avversario ai tempi dei “nuovi filosofi”. L’autore di L’Anti-ŒdipeL’Anti-Oedipus (con Félix Guattari, Midnight, 1972) lascia in eredità al giovane una lezione di libertà: l’importante, molto più che la filosofia nel suo perimetro accademico, è la scrittura – qualunque forma prenda in prestito.
Altri incontri, un altro punto di svolta: Emmanuel Levinas, Albert Cohen, Benny Lévy insegnano a un giovane ebreo che non conosceva più il potere del patrimonio ebraico. Scopre una fonte inesauribile, una tradizione in cui c’è, distinta dalla filiazione dei greci, una bussola da pensare. Questa bussola indica per esempio: la Legge è superiore ai capricci umani, il male esiste nella realtà e non solo nelle nostre rappresentazioni, l’Ebreo non deve essere “un gemito per natura, un professionista della sofferenza”.
A questi assi principali si aggiunge l'assidua frequentazione di alcuni grandi nomi della politica, a partire da François Mitterrand (1916-1996), il cui Bernard-Henri Lévy sottolinea insolitamente, in modo insolito, i lati a volte lunari, stravaganti, avvicinandolo a un personaggio di Queneau più che a un eroe di Stendhal. Sempre sul contrafoid, il tributo reso a François Hollande per la sua lucidità e la sua rara fermezza a sostegno dell'Ucraina.
In questo carosello, un posto speciale è riservato a veri e propri incontri di cuore. Tra le pagine più toccanti ci sono quelle dedicate a Sultana, una donna del Bangladesh. Il giovane normale si ritrova lì, da gennaio a giugno 1972, dopo aver incontrato André Malraux, l'unico intellettuale che sostiene questo paese in difficoltà. Durante la guerra civile, Sultana è stata violentata e ha deciso di crescere il suo bambino da sola, di cui ignora il padre. Peggio: questa vittima viene rifiutata dalla sua famiglia, affrontando disprezzo e rimprovero di tutti.
È qui che la vita diventa imprevedibile, e quindi interessante. Indubbiamente, il piccolo studente richiede un’intervista con il nuovo presidente del paese, Mujibur Rahman (1920-1975), e lo convince che Sultana e tutte le sue sorelle, sebbene diffamate dai mullah, devono essere considerate come eroine della nazione. Viene creata una commissione, i fondi rilasciati, è partita una campagna. Quarantanove anni dopo, incontrando Sultana a Dacca per rendere omaggio a questa azione, il filosofo gli insegnerà come questa lotta abbia influenzato, in Europa, quella di Gisèle Halimi (1927-2020)...
Lì sta il punto di autenticità. Ciò che salva BHL potrebbe non essere, tutto sommato, i dibattiti di idee o gli argomenti, per quanto acuti vogliamo. È empatia, rivolta emotiva e irrefrenabile contro l’ingiustizia. L'uomo è a ruote e tattico, non è mai cinico o disilluso.
Tutto sommato, l’immagine che si impone, alla fine di questo volume imponente, è quella di un mondo in cui tutto funziona come un romanzo. I coccodrilli più induriti hanno ancora un cuore raggiungibile. Le peggiori atrocità non impediscono di sperare, o di agire per continuare, ostinatamente, a riparare il mondo. La politica e la geopolitica non riguardano solo le forze finanziarie e i determinismi alla cieca. Gli esseri umani e i loro granelli di sabbia fermano ancora le macchine per la macinazione. Le parole li incoraggiano. Queste sono le memorie di uno scrittore.
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[Nel 1977, in La Barbarie à visage humaine (Grasset), BHL attaccò violentemente il filosofo Gilles Deleuze (1925-1995)... che gli avrebbe restituito la moneta. Prima, tuttavia, avevano vissuto “un momento di affinità e simpatia”.]
Molto spesso, l' ho lasciato parlare, con una voce morbida e fischiante, che aveva conservato dalla sua malattia respiratoria adolescenziale, la sua testa curiosamente china come se fosse stato lui ad ascoltare quando pensava – il suo bel viso ascetico e lungo che si illuminava quando arrivavano le parole forti e le parole giuste per esprimerlo. Stava provando su di me, la voce che correva e come colpito da quello che ha scoperto, un’ipotesi sulla mancanza di realismo dei romanzi di Kafka che avrebbe fatto il tema del suo corso, il giorno dopo, all’Università di Vincennes. (...)
Ho guardato quelle dita di cui Michel Cressole [1948-1995], un altro dei miei compagni in quel momento ma che presto passerà, come [Guy] Hocquenghem [1946-1988], nel campo dei miei avversari, aveva osservato – in un testo che Deleuze aveva odiato – che assomigliavano a artigli, o serre, o, quando era rimasto a lungo senza tagliarli, gusci di betulla. Mi meravigliavo, siccome gli ho offerto le storie della città che voleva sentire, sul destino di quest'uomo che voleva essere senza un'identità fissa e, tanto più, senza un'identità di polizia e che era uno dei pochi umani a nascere, quindi, senza impronta. Ho meditato, al contrario, sul mistero di questo corpo che era destinato ad essere senza organi, superficie pura, osmosi tra la carne e le cose, indistinzione dei piani di immanenza e materiali, simbiosi – e lì, improvvisamente, era il contrario: proprio come Achille aveva un tallone che negava la sua immortalità, così quelle punte delle dita che, senza le unghie, avrebbero fatto una dolorosa barriera tra lui e il mondo smentivano una delle idee centrali della sua filosofia...
E poi quest’altra domanda ancora: questo insaziabile interesse per le piccole storie umane, troppo umano, un’altra negazione di un pensiero che affermava di non credere più al soggetto, alla sua interiorità, alla sua volontà, ecc., e a conoscere solo i flussi, i fluidi, il divenire? o lo confermava al contrario con la sua visione di una fiera umana, popolata da macchine e automi, di cui c’era, nel linguaggio proprio di Deleuze, non molto più da dire: “respira, mangia, scopa, si agita, è agitata, suona la sua partitura, non si ascolta e dà questo sogno assurdo, saturo di rumore e furia, scritto dal desiderio che è la commedia sociale"? O aveva a che fare con quei famosi punti di follia che, quando li vedeva emergere, erano per lui come un soffio d’aria che lo alleviava per un attimo dai soffocamenti o, come diceva anche lui, dagli annegamenti a cielo aperto che sperimentava, alcuni giorni, a volte ogni giorno, senza fiato, l’aria che non passa più, e le narici che picchiavano come branchie? Ammetto di non saperlo.
Mémoires provisoires, pagine 119 e 127
Pasolini, la sogliola e la triglia
[Nel 1974, l'editore Françoise Verny (1928-2004) inviò il giovane intellettuale in Italia per convincere il regista e scrittore Pier Paolo Pasolini (1922-1975) a pubblicare le sue memorie a Grasset.]
È quel viso bello ma rustico, e non mi aspettavo? La sua piccola somiglianza con l’immagine “Baudelairiana” che avevo fatto e che mi ha pietrificato in anticipo? I suoi occhi neri, straordinariamente fermi, che non mi rendo subito conto che, non contento di guardare, esaminano, sondano e sezionano? Comunque, ci vado io. (...) Ma parlo troppo in fretta. Mi esprimo con l'ingenuità che gli scrittori esperti rilevano immediatamente nei loro giovani visitatori. Quindi mi ascolta a malapena. È appena appena, all’inizio, se mi guarda.
(…)Poi, scrutandomi con un’intensità sospetta e come per verificare che non ho giacca grigia o cravatta da ufficio e che la mia camicia bianca e il lungo mantello afghano, in montone rovesciato, che ho posato, quando sono arrivato, sullo schienale della sedia vicino a me, non tradiscano il borghese: “La borghesia non è una classe sociale, amico mio. È una mentalità. Valori. Gusti. Sono bastardi che distruggono le Borgate [quartieri popolari della periferia romana] e stanno inventando un uomo nuovo che sarà un disastro antropologico e riuscirà a fare ciò che il vecchio fascismo non è stato in grado di realizzare: l’uniformità delle coscienze e un uomo presumibilmente aumentato ma, in realtà, diminuito. Ha cominciato a parlare più velocemente, a scatti, la voce tritata e nervosa, con lunghe pause e, a volte, una parola (“bastard”, le “coscienze”) pronunciate in un francese quasi senza un accento che rende la frase distanziata, sarcastica. (...)
“Vedi”, dice, usando una rossa e cominciando a rimuovere i bordi, con attenzione, metodicamente, la punta del suo coltello che scivola bene sotto la pelle, immergendosi nel corpo del pesce seguendo le sue striature sottili, fermandosi non appena incontra una resistenza e poi intervenendo la forchetta che isola il bordo e lo rimuove senza che la carne intorno si sgretoli? Vedete, ripete, assorbito nel suo lavoro e avendo apparentemente dimenticato, o scelto di dimenticare, la mia domanda? Questo è il mio grande disaccordo con [Alberto] Moravia [scrittore, 1907-1990]. Conosci la Moravia? (…)“Ama la sogliola, la sole, perché va benissimo, quasi senza bordi e non richiede lavoro. Io, il lavoro non mi spaventa e, quando è necessario scegliere, scelgo sempre la triglia. “Sei pazzo a ordinare questo”, mi ha detto Alberto, “passi metà del tempo a togliere i bordi”. E io: “Questa è la grande differenza tra noi – vuoi un mondo in cui tutto è già preparato, amo un mondo in cui devi lottare per rimuovere le spine e i bordi”. » Questo nome Moravia che spunta è un'altra violazione? Un assist che mi porge? (...)
Senza molta convinzione (...), mi rilancio. “Anche questo sarebbe eccitante. La vostra relazione, lei e Moravia. I vostri viaggi in Africa. Le vostre case vicine sulla spiaggia a Sabaudia. La vostra conversazione infinita. La vostra paradossale amicizia. La gente non lo sa. Immaginano esistenze parallele, alla maniera di Plutarco. Ma no! Per niente! Queste grandi fette di vita condivisa: lei soltanto potrà raccontare questo. Ha sussultato al nome di Plutarco. La simmetria, probabilmente... L’idea di un faccia a faccia ordinato, di destini messi in parallelo e confrontati... Questo modo di ridurre l’intranquillità di una vita a una composizione elegante ed elegantemente disposta in una vetrina di confronti... Mi guarda, ora, con un pizzico di impazienza. Forse un inizio di diffidenza. (…) “Cercherai di capire quello che ti sto dicendo, testone [“têtu”]? La vita non è interessante. Ripete, staccando bene le sillabe, come se stesse parlando con un bambino: “Non in-te-res-san-te. »
Mémoires provisoires, pages 162-167
Bernard-Henri Lévy e François Hollande al raduno “SOS Ukraine”, organizzato dal primo e dalla rivista “La Rule du jeu”, a Parigi, al Théâtre Antoine, il 1 marzo 2022. SAMEER AL-DOUMY/AFP
Un ingegno di nome François Hollande
[Bernard-Henri Lévy ha avuto modo di conoscere il Presidente della Repubblica (dal 2012 al 2017) molto prima di raggiungere l'Eliseo. Le dedica molte pagine.]
Nel capitolo dell'ingegno, ci sarebbe ancora questa storia che mi piace raccontare e che solo le anime basse derideranno. È il giugno 2016. Questo è il momento in cui questo eccezionale stratega [François Hollande] capisce che la situazione gli sfugge e che rischia, se la sua popolarità continua a cadere, che non sarà più in grado di pensare a un nuovo mandato. E ci vediamo di tanto in tanto, il più delle volte a casa mia, per parlare di possibili iniziative, riconquista di opinioni – e, in particolare, quel giorno, una campagna dell’ultima occasione immaginata dai suoi ultimi sostenitori che riecheggia che, trent’anni prima, dello “Zio, non mollare!» a favore di François Mitterrand e che deve partire da una copertina degli Inrockuptibles intitolata “François, tieni il punto”.Ha un umore straziante. Elenca i nomi dei suoi principali avversari, cercando un motivo per sperare un po'. Juppé, troppo vecchio... Fillon, legato ai russi... Sarkozy, circondato da affari... Valls, tentato di fare il suo gioco, ma non pronto...
C’è un nome, solo uno, che non cita: quello di questo giovane ministro, Emmanuel Macron, con il quale il caso mi fa cenare, il giorno prima, nella sala da pranzo di Bercy, con [lo scrittore] François Sureau, Bernard Mourad [banchiere, 1975-2025] e [il produttore] Pascal Houzelot e che non ha nascosto nulla delle sue ambizioni... “C’è anche Macron”«Oh Macron», rispose, tenero, «è un bambino...» Cosa si fa in un caso del genere? Si rompe il segreto di una cena privata con un uomo che ci ha conquistato? E, se rifiutiamo, permettiamo a un uomo di persistere nella sua illusione che anche noi ammiriamo? Incapace di scegliere tra il dovere della verità e l’obbligo della discrezione, prendo una terza via ed evoco un amico degno di fiducia che ne ha avuto l’opportunità, a una cena, ecc. Ma François Hollande per stroncare, infastidito questa volta: “Non lei, Bernard-Henri... non quello... non ascolti queste voci...
E poi l'eterno socialista di cui ho finalmente capito una mattina quello che intende quando, lasciando il registro della battuta che è così spesso suo, si presenta come il custode della vecchia casa di Jaurès, Blum e Mitterrand. È all'inizio del suo mandato di cinque anni, nella sala verde dell'Eliseo. Lo incoraggio, all’epoca, a dare a Grasset Quello che credo [di François Mauriac, Grasset, 1962, tra gli altri] e gli presento, come aiuto, il mio giovane amico Baptiste Rossi, futura penna di Macron, che ha solo 20 anni e, a suo merito, un Ce que je crois [de François Mauriac, Grasset, 1962, entre autres] et gli presento, come aiuto, il mio giovane amico Baptiste Rossi, futura penna di Macron, che allora aveva solo 20 anni e, al suo attivo, un romanzo satirico. Il presidente lo sta testando. Come Jean Daniel [1920-2020] che faceva un provino, nel 1969, al postulante che io ero, e gli fece passare il suo interrogatorio di affinità. E Baptiste, come se volesse abbreviare e che, anche per uno scrittore, un'immagine valesse diecimila parole, tira fuori dalla tasca interna della giacca una foto che posa, con una disinvoltura studiata, sul tavolino tra noi. È lui, Hollande, dieci anni prima, in piedi, a firmare un libro. Vicino a lui, un ragazzo, capelli a spazzola, che fissa con orgoglio l'obiettivo e non è altri che lui, Baptiste. E, intorno a loro, la piccola folla caratteristica delle feste del Partito socialista al momento in cui non era ancora un cadavere rovesciato.
Hollande, colpito, ricorda tutto. L'anno: 2004. Il luogo: La Londe-les-Maures, modesto comune del Var, tra Hyères e Bormes-les-Mimosas. La circostanza: una di quelle Feste della Rosa che ha reso orgogliosa Marsiglia ai tempi di Edmonde [Charles-Roux, scrittore, 1920-2016] ma di cui c’erano repliche anche in terre di missione come questa. Lo sa, riconosce e spesso chiama per nome ogni persona intorno al ragazzino. E c"è nel suo stupore, poi nella sua emozione e, alla fine, nell'immagine di questo presidente che contempla, sotto le vesti del capo supremo, la propria immagine di militante tra i suoi, contento di dedicare un libro al figlio di un altro attivista, la migliore risposta a chi ancora dubita, ancora oggi, della fermezza delle sue convinzioni. Quello che credo non si realizzerà alla fine. Ma non sarà colpa della penna. Né della foto. Ma dell’editore a cui fu preferita l’editrice di una casa vicina – perché no?
Giulia Merlo Sì a un decretino tutto deroghe. Sulla scuola è solo propaganda Domani, 24 settembre 2026
«Mettiamo al centro l’italiano come strumento di integrazione», è il punto chiave indicato dal ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara per spiegare il senso del decreto legge Scuola approvato in consiglio dei ministri, ritenendo che ci siano i requisiti costituzionali di necessità e urgenza.
Il dl è arrivato sull’onda delle grida di Giorgia Meloni sull’identità italiana contro le classi ghetto e di Matteo Salvini contro le classi ghetto, ma quello che è stato approvato è un provvedimento decisamente meno incisivo rispetto ai proclami di partenza. Il risultato, infatti, è stato un testo pieno di deroghe e di esclusioni, per evitare i rischi sia di incostituzionalità che di inapplicabilità pratica. A valle dell’approvazione anche la premier ha di fatto escluso l’epocalità della proposta: «Il tema del tetto è stato posto da ogni governo», compresi quelli di Enrico Letta e Giuseppe Conte, «la differenza è che loro le cose le hanno dette, noi le abbiamo fatte», ha detto alla festa del Tempo.
Così ecco il decreto, che prevede che «non superi il 30 per cento del totale» il numero degli alunni «con cittadinanza non italiana e che non sono nati in Italia o che non hanno frequentato almeno due anni di scuola dell’infanzia» o «con esito positivo e per almeno tre anni scolastici il sistema nazionale di istruzione». Quindi riguarda solo stranieri non nati in Italia e che non hanno mai frequentato la scuola. Attenzione però, la soglia si calcola a decorrere dall’anno scolastico 2027/28 ma, in caso di iscrizione in corso d'anno, le scuole devono provvedere all'inserimento degli alunni in classi dove la percentuale viene rispettata.
La previsione, già ampiamente anticipata, incarica gli uffici scolastici di adottare «le misure organizzative necessarie» in coordinamento tra loro, «nel rispetto del principio di prossimità e di effettività del diritto allo studio, tenendo conto del domicilio dell’alunno o dello studente o, comunque, delle comprovate esigenze familiari, con particolare riferimento a quelle connesse alla necessità di assistenza a figli con disabilità, che non permettano soluzioni alternative». In sostanza, dunque, il limite del 30 per cento varrà solo nei casi in cui sia effettivamente possibile ricollocare gli studenti in eccesso in altre scuole vicine, così da non ledere il diritto all’istruzione. Infatti, nelle scuole «in cui non è possibile assicurare il rispetto dei limiti», il ministero ha istituito un fondo da circa 17 miliardi per due anni per «il finanziamento di attività extracurricolari finalizzate al potenziamento delle competenze linguistiche di base nella lingua italiana, da ripartire tra le medesime istituzioni scolastiche con decreto del ministro dell’Istruzione e del merito».
Il ministro ha anche ridimensionato i numeri delle classi effettivamente toccate dal decreto: quelle con un numero di stranieri superiore al 30 per cento sono 34mila, ma «da questo numero va enucleata la quota di quanti già hanno una conoscenza adeguata dell'italiano», dunque dovrebbero essere ancora meno, visto che la valutazione sembra prescindere alla nazionalità sui documenti.
Oltre alle complicate previsioni per capire (o presumere) chi parli o meno italiano e della trasformazione degli istituti tecnici e professionali in «licei», il decreto contiene anche una serie di divieti. Non si può «partecipare alle attività curriculari e extracurriculari con il volto coperto o con qualsiasi altra modalità atta a non consentire il riconoscimento del volto», la cui violazione «è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro» a carico dei genitori, nel caso in cui a disattenderla sia un minore. La sanzione sarà irrogata dal prefetto, l’accertamento spetta invece al dirigente scolastico. Sanzione analoga è stata prevista anche per i genitori che non frequentino senza comprovate ragioni i corsi gratuiti di italiano inseriti nei progetti di sostegno alla genitorialità.
Proprio intorno a questo si è aperto un giallo. Nelle prime bozze del decreto circolate era contenuta una previsione potenzialmente clamorosa: la possibilità per i giudici minorili di collocare i minori fuori dalla loro famiglia nel caso in cui i genitori non frequentassero i corsi di italiano. La norma è stata riportata da molti quotidiani online, ma è sparita dal testo approvato. O meglio non c’è mai stata, secondo il ministro Valditara che a domanda ha risposto non negando l’ipotesi, ma in modo sprezzante: «Non so chi vi dà le bozze, evidentemente qualcuno dell’opposizione». Opposizione che con la segretaria dem Elly Schlein ha parlato di «decreto vergogna, che inventa una caccia alle streghe sulla pelle dei più piccoli» e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte lo ha definito uno «spot ideologico indegno».
La propaganda
Dal punto di vista tecnico, comunque, il decreto contiene norme con un ampio ventaglio di deroghe. Del resto, quando era stata la Lega, nel 2024, a proporre un tetto al 20 per cento degli stranieri, l’attuale ministro agli Affari europei Tommaso Foti aveva risposto che «non tiene conto della realtà» e che «se in una scuola su cento bambini 70 non sono italiani, anche se li ridistribuisci il rapporto rimane lo stesso». Il che rimane vero anche ora, nonostante Salvini abbia tuonato di aver introdotto lo «stop alle classi ghetto, vittoria di una battaglia storica della Lega».
Mario Leone Tornare alle Variazioni Goldberg. Il fascino di Bach resta eterno Domani, 24 settembre 2026
Probabilmente ricordate la scena. Al centro di una grande sala c’è una cella. Dentro, un tavolo con dei disegni e il registratore che manda musica per pianoforte in sottofondo. Oltre un paravento, un uomo possente, vestito di bianco. Due secondini attraversano la sala col vassoio del cibo, raggiungono la cella, ammanettano il detenuto alle sbarre ed entrano. Per loro sarà la fine.
È Il silenzio degli innocenti, il film di Jonathan Demme con Anthony Hopkins e Jodie Foster. Una delle sequenze più celebri della storia del cinema è accompagnata dalle note delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach. Hannibal Lecter le ascolta di continuo, immobile, a volte con gli occhi chiusi, altre con lo sguardo fisso nel vuoto. A un personaggio complesso corrisponde una musica altrettanto articolata e a tratti inaccessibile.
Composta circa 285 anni fa, l’opera continua a essere studiata e suonata, senza che i suoi enigmi si esauriscano; semmai si moltiplicano perché se ne scoprono di nuovi. Divide gli interpreti sul modo di eseguirla e gli studiosi sulla struttura che ne sostiene l’impianto. Partiamo allora da ciò che può mettere tutti d’accordo.
Con le Variazioni Goldberg, Bach consegna alla storia uno dei massimi capolavori della musica colta occidentale e fissa uno standard quasi impossibile da eguagliare per chiunque, dopo di lui, si cimenti con cicli di variazioni per tastiera. Sul piano tecnico ed esecutivo sono l’apice del virtuosismo settecentesco e attraversano quasi tutti i generi allora in voga. Restano il più ampio brano per strumento a tastiera pubblicato nel Settecento, e le loro esigenze esecutive sono ardue ancora oggi.
Chi si imbatte nella partitura deve però mettere in conto una quantità di leggende difficili da verificare e non sempre decifrabili. La prima racconta che l’insonnia del conte Hermann Carl von Keyserlingk, ambasciatore russo alla corte di Sassonia, fosse lenita dalle esecuzioni notturne del giovane clavicembalista Johann Gottlieb Goldberg, condotto a Lipsia perché studiasse con Bach. Il conte avrebbe chiesto pezzi per tastiera di carattere dolce e alquanto vivace, che lo rallegrassero nelle notti senza sonno, e da quella richiesta sarebbe nata la partitura. Il racconto convince poco, perché Goldberg aveva appena tredici o quattordici anni quando l’opera uscì, e l’aneddoto ha tutta l’aria di un’operazione promozionale. Il mito è però entrato nell’identità stessa del lavoro, tanto che le Variazioni vengono spesso chiamate semplicemente “le Goldberg”.
La partitura è in realtà una grande suite che racchiude le forme della musica barocca, per tastiera e non. Si fonda su una semplice linea di basso, il germe da cui nascono trenta variazioni, incorniciate da un’Aria che torna identica alla fine. L’insieme è complesso e organico, e il suo disegno generale, forse più arduo di quanto lo stesso compositore avesse previsto, solleva numerose domande su quanto Bach abbia costruito consapevolmente.
Il 32 spalanca poi il gioco dei numeri e delle simmetrie. I movimenti sono infatti 32, contando l’Aria nelle sue due comparse; l’Aria è lunga 32 battute, articolate in due sezioni di 16. Nelle Variazioni Goldberg il tre, simbolo della Trinità e della perfezione, ritorna con i suoi multipli. Ci sono 30 variazioni diverse raccolte in dieci gruppi (forse un riferimento ai Comandamenti?), ognuno composto di tre variazioni e chiuso dalla terza in forma di canone che inizia all’unisono e termina “alla nona”, appunto. I gruppi sono dieci ma quelli conclusi da un canone sono nove perché la variazione 30 è un quodlibet; l’ultimo canone, il 27, è alla nona (rispettivamente, tre alla seconda e tre alla terza), l’espressione della massima perfezione trinitaria. L’Aria e le variazioni sono quasi tutte in sol maggiore; tre soltanto passano al minore, sempre sul sol. Si potrebbe andare avanti, alcuni musicologi hanno ricostruito una struttura binaria, ma inseguire tutte queste combinazioni disorienta, e nulla ci conferma che Bach avesse consapevolmente predisposto un piano formale di questo tipo.
La fortuna contemporanea delle Variazioni Goldberg ha invece una data precisa, il 1955, quando un giovane ed eccentrico pianista canadese di nome Glenn Gould entrò negli studi della Columbia, a New York, e incise quella che sarebbe diventata una delle registrazioni (più) leggendarie del secolo scorso. Qualcosa di simile aveva fatto Pablo Casals nel 1936 con le sei Suite per violoncello solo. Ventidue anni, un disco d’esordio e una scelta di repertorio che i dirigenti dell’etichetta faticarono a capire perché le Goldberg erano allora materia da musicologi.
Gould tornò sulla partitura 26 anni dopo, nell’aprile e nel maggio del 1981, nello stesso studio, che di lì a poco avrebbe chiuso. Il secondo disco uscì il 2 settembre 1982 e Gould morì il 4 ottobre, cinque settimane dopo: l’ultima registrazione in studio della sua vita è dunque il ritorno al punto di partenza. Fra le due esecuzioni corrono circa tredici minuti di differenza. Il co-produttore Richard Einhorn, nel saggio che accompagna la pubblicazione integrale delle sedute, ha spiegato che Gould aveva nel frattempo costruito un piano proporzionale dei tempi, in cui l’andamento di ogni variazione doveva stare in rapporto numerico con quello della precedente; in studio voleva riascoltare la fine del brano appena inciso per calcolare l’attacco del successivo. Le trenta variazioni smettevano così di essere trenta pezzi affiancati e diventavano un solo edificio.
Da allora le Goldberg sono state incise centinaia di volte, e nessuna di quelle incisioni è superflua: ogni nuova lettura riaccende l’immaginazione, perché l’opera sembra fatta di anfratti e nascondigli inesauribili.
Ma non è tutto qui. Bach scrive molta altra musica per Klavier, ovvero per strumenti a tastiera. All’epoca il pianoforte non è ancora protagonista, e lo stesso Bach ha molte riserve sull’invenzione di Bartolomeo Cristofori. L’organo, il clavicordo e il clavicembalo restano i suoi strumenti. Le Goldberg nascono per clavicembalo a due manuali, ma nulla ci impedisce di credere che Bach le abbia provate all’organo. È un terreno minato, i manoscritti originali presentano lacune che l’esecutore deve colmare con la propria esperienza e la propria conoscenza. Il problema è di strettissima attualità soprattutto quando ci si siede al pianoforte e i presunti puristi sono pronti a storcere il naso.
Il pianista francese David Fray le ha rese “romantiche” chiudendo il MiTo festival. Hansjörg Albrecht si appresta a eseguirle all’organo al Bergson Kunstkraftwerk di Monaco di Baviera. Esecuzioni e difficoltà diverse: quanto e dove usare il pedale, come governare la polifonia, quanto sfruttare la differente potenza fonica degli strumenti. Poi le scelte di fraseggio e di agogica, quanto marcare la melodia o i bassi, e più semplicemente se eseguire o no i ritornelli.
Il pianista András Schiff, che studiò a Londra con il clavicembalista George Malcolm, fu da lui incoraggiato a suonare Bach sul pianoforte moderno variando l’articolazione, trasponendo anche certe sezioni di un’ottava per imitare il cambio di registro del clavicembalo, salvo poi cambiare idea nel corso della carriera. Il pianista americano Jeremy Denk le ha registrate nel settembre 2013 arrivando primo nella classifica Classical di Billboard, peccato che le trovasse “noiose”: «Chiunque – scrisse sul blog di musica classica di NPR (National Public Radio, ndr) – ti chiede quale registrazione di Gould preferisci. Basterebbe questo per odiarle».
Denk, maestro dell’iperbole, rincara la dose raccontando il suo rifiuto di questa simmetria ossessiva e poi la paura della prima esecuzione in pubblico (terribile, a suo parere), le notti insonni... E dopo quella prima esecuzione, ancora altri mesi a studiare tutte le correzioni a una esecuzione ritenuta insufficiente. Ma poi, a sorpresa, offrì questo paragone esilarante: «Le Goldberg sono come quell’amico che fa sempre tutto nel modo giusto. Risponde sempre alle e-mail, tiene la casa in ordine, ha una parola gentile per tutti, si comporta come si deve ai concerti, scrive biglietti di ringraziamento, cura scrupolosamente il proprio aspetto, sa annodarsi la cravatta, non mangia mai da Burger King alle due di notte e, soprattutto, non scrive mai, proprio mai, sciocchi post sul blog in cui dice di detestare brani che in realtà ama profondamente. È un esempio per il mondo intero. Ti sorride davanti a un drink, ascoltandoti come sempre con benevola pazienza, e tu ti rendi conto, attraverso i denti serrati per l’odio e l’invidia, che certamente non è tuo nemico. E, a volerlo ammettere, che male ci sarebbe nel riconoscere che non vorresti affrontare la vita senza di lui?»
Diavolo di un Jeremy! Allora, al termine di questo lungo viaggio, che cosa rimane? Il miracolo della musica. Dopo 30 variazioni, riascolti l’Aria iniziale, uguale, senza che nemmeno una nota sia differente, ma essa assume un colore nuovo, una malinconia, una nostalgia che assomiglia a una sorta d’addio. Tutto si è compiuto e tutti sono cambiati: il pianista che esegue e il pubblico che ascolta.
Gian Mario Benzing Il Bach radioso e sentimentale di David Fray illumina "MiTo" Corriere della Sera, 19 settembre 2026
Glenn Gould parlava della partitura definendola «musica che non osserva né fine né principio, musica priva di un vero culmine e di una vera risoluzione». Forse dobbiamo semplicemente accettare che le Goldberg inizino e finiscano senza che quasi ce ne accorgiamo. Dobbiamo solo sperare che tornino presto.
A dirle «romantiche», si scatenano gli hater. Cioè i puristi. Allora diciamo che le Variazioni Goldberg di Bach, attraversate venerdì dal pianista David Fray, a Milano, per il festival «Mito», hanno immerso il Teatro dal Verme, colmo come ai tempi d’oro, in un flusso di sentimenti. Le Goldberg, si sa, possono essere tutto: rimedio contro l'insonnia del conte von Keyserling, come narra la leggenda delle loro origini, calcolo di orbite celesti e inno trinitario, algoritmo e contemplazione mistica, matematica sublime e teologia. Fray le acquerella, invece, con la densità di un vissuto affettivo. L’articolazione è chiara e lieve, come Bach anche al pianoforte richiede; il timbro ha una luce magnifica, il legato/staccato crea come correnti radiose. Ma non è un Bach per forza «puro», né un Bach-arabesco, tanto meno asettico: Fray segue la frase, non il ritmo, non lo schema. Solca una folla di stati d’animo, o di creature, forse umane forse no, che mutano, si immalinconiscono, si indispettiscono, tradendone strane, nervose urgenze. Esempio, l'Ouverture, Variazione 16: parte con un sol maggiore splendente, grandioso, ma d'improvviso si inquieta, quasi i spazientisce; se sfiorando il mi minore subito si rabbuia, poi non si rischiara più, neanche quando passa in 3/8...
Un'intensa espressione di David Fray in concerto (foto Daverio)
Sì, più che quando morde e affretta, Fray è penetrante nella delicatezza dei tempi lenti, nelle pagine più meditative come l’Adagio in sol minore, nei fraseggi sfumati che scavano in quei «sentimenti» (ben oltre le virtù dello charmeur, o il modo antiaccademico con cui l’artista siede al piano: su una seggiola, spesso disteso contro lo schienale, o curvo, quasi immerso nella tastiera). Già l’Aria, con i suoi commoventi affondi pianissimo, sembra rievocare un lungo passato, neanche molto felice; persino i temi del Quodlibet (citazioni di canti popolari: «Da tanto tempo non son più con te», «Erbe e rape mi hanno distolto», «Ritorna, ritorna») non vivono la consueta proclamazione, anzi riaffiorano da un pianissimo come da memorie lontane, e solo poco a poco, in un crescendo di luce, ritrovano la loro «presenza» -- la terza minore di «Komm her! Komm her!» resa qui spaziosa come una riconquista. E quando poi l’Aria ritorna, Fray ce la mostra diversa, come più stanca: ha attraversato molte genti e molte distese di mare, ha i suoi rimpianti, i suoi sepolcri. Il cerchio non si chiude, le Goldberg di David Fray non cantano l’eterna rinascita: sono il tempo che passa e, dentro, la vita che si racconta.
Jean-Luc Duin L'attrice Marina Vlady, indimenticabile Principessa di Clèves, è morta Le Monde, 24 settembre 2026
Attrice fin dall'età di 10 anni, ha recitato in circa un centinaio di film, alternando il cinema popolare a opere d'autore, come *Falstaff* (1965) di Orson Welles e *Twist Again à Moscou* (1986) di Jean-Marie Poiré. Ha interpretato a turno la casta Principessa di Clèves (1961) , tratto dal romanzo di Madame de La Fayette e diretto da Jean Delannoy, e la libertina Madame de Parabère, abituata alle orge del Reggente, in *Que la joie demeure* (1975), diretto da Bertrand Tavernier. Per la televisione ha interpretato eroine di Conrad, Genevoix, Maupassant, Balzac, Aragon e Tolstoj. Marina Vlady è morta giovedì 24 settembre all'età di 88 anni.
Nata il 10 maggio 1938 a Clichy (allora nel dipartimento della Senna, ora Hauts-de-Seine), Catherine Marina de Poliakoff-Baïdaroff era figlia di Vladimir Poliakoff, un baritono d'opera giunto in Francia nel 1915 per combattere contro l'esercito tedesco. Sua madre, Militza, prima ballerina, era arrivata nel 1917 per sfuggire alla Rivoluzione bolscevica. La coppia, artisti in difficoltà economiche (lui era diventato muratore), faticava a pagare l'affitto del loro appartamento popolare. Le loro quattro figlie adottarono degli pseudonimi per intraprendere una carriera. Olga divenne Olga Varen, regista televisiva (scomparsa nel 2009). Tania divenne Odile Versois (morta nel 1980), Militza divenne Hélène Vallier (morta nel 1988), Marina divenne Marina Vlady (in omaggio al padre Vladimir, "Io sono Vladimirovna" ): le sorelle Poliakoff, attrici, incisero due album di canzoni russe nel 1967-68 (il primo vinse il premio dell'Accademia Charles-Cros) ed ebbero la gioia di interpretare insieme Le tre sorelle di Anton Čechov nel 1966.
Marina Vlady fece il suo debutto cinematografico al fianco di Gaby Morlay, Merle Oberon e Anna Magnani. Giovane donna dal fascino slavo e dalla bellezza botticelliana, veniva spesso scelta per interpretare giovani donne emancipate. Bella, aggraziata e sensuale, conquistò Marcello Mastroianni durante le riprese di Penne nere (1952), un corteggiatore appassionato, ma... aveva solo 14 anni! Ne I giocatori, di Steno e Mario Monicelli (1953), fu truccata come una prostituta d'alto bordo.
Apparve in Prima del diluvio (1954) di André Cayatte, interpretando una ragazzina coinvolta in una rapina finita male dai suoi amici. Il film fu selezionato per Cannes, dove sfilò sul tappeto rosso ma rimase fuori dalla sala di proiezione: la proiezione era riservata ai maggiori di 16 anni. Le valse il premio Suzanne Bianchetti. In La spaccona (1955) interpretò una cantante di cabaret dagli occhi da cerbiatta e dai tacchi a spillo. Fu una femme fatale in I mascalzoni (1960), tratto dal romanzo di James Hadley Chase, interpretò una prostituta in Delitto e castigo (1956), diretto da Georges Lampin, e ne La ragazza alla finestra (1961), diretto da Luciano Emmer, tratto da una sceneggiatura di Pasolini.
Cambio di registro
Un uomo si aggira intorno alla sua casa, "un misto di arroganza e debolezza affamata ", che assomiglia a un cane abbandonato: accompagnato dal suo amico, il produttore Raoul Lévy, Robert Hossein continua a reclutarla. Gira con lui quattro film, da I bastardi vanno all'inferno (1955), con la sua atmosfera erotica e brutale, a La notte delle spie (1959), passando per Tu, il veleno (1958), abbandonando le ragazze snob dei suoi esordi per interpretare una femme fatale costretta su una sedia a rotelle.
Robert Hossein fu il suo primo marito. In seguito sposò l'aviatore Jean-Claude Brouillet, poi il poeta e cantante russo Vladimir Vysotsky, perseguitato dal regime sovietico, che cercò invano di aiutare a fuggire dall'URSS. Morì a 42 anni a causa della dipendenza da alcol e morfina. Infine, sposò l'oncologo Léon Schwartzenberg, scomparso nel 2013, con il quale si batté per la causa di tutti gli "esclusi": i senzatetto, gli immigrati irregolari, i disoccupati. Occupazione di edifici, violenza subita: Marina Vlady fu una donna impegnata che si batté per l'indipendenza algerina nel 1962, manifestando vicino alla stazione della metropolitana Charonne e dando rifugio di notte al filosofo e portatore di valige [per la resistenza algerina] Francis Jeanson. Si iscrisse al Partito Comunista Francese (PCF) durante le riprese del film di Bernard Paul del 1969 , *Le Temps de vivre* (Il tempo di vivere ), una storia su una coppia sconvolta dalle difficoltà economiche. Nel 1971, firmò il "Manifesto delle 343 donne che avevano subito un aborto".
Nel 1961 si assiste a un cambio di rotta: niente trucco provocante per La principessa di Clèves , ma una voce dolce e delicata, corsetti piatti, una gorgiera che le stringeva il collo, abiti tempestati di gioielli e una postura eretta, come se fosse uscita da un quadro di Van Dyck. Jean Cocteau non riusciva a capire perché il produttore avesse scelto una donna "troppo grassa, con figli, che schifo, e per di più slava!". Un enorme successo di pubblico, ma stroncato dalla critica parigina.
Tornò rapidamente ai ruoli della sua epoca: una bugiarda consumata con battute piene di allusioni ne " L'adorabile bugiarda" di Michel Deville (1962), nuda con Sami Frey nel film antologico "I sette peccati capitali" (1962), e vincitrice del premio come migliore attrice a Cannes nel 1963 per "Il letto coniugale" di Marco Ferreri , nel ruolo di una giovane vergine cattolica che, dopo il matrimonio, diventa un'insaziabile devota dell'amore fisico fino a rimanere incinta. Sorse una controversia: in questo film italiano era doppiata; era accettabile assegnare un premio a un'attrice la cui vera voce non veniva udita? Le piacque lavorare con Henri Colpi (" Mona, la stella senza nome" , 1966), Michel Mitrani (" La notte bulgara" , 1972) e Miklos Jancso (" Scirocco d'inverno" , 1969).
Una donna moderna
«Questa è Marina Vlady. È un'attrice. Indossa un maglione blu scuro. È di origine russa...» : così inizia Due o tre cose che so di lei (1967). Una voce fuori campo sussurra queste parole; è il regista, Jean-Luc Godard. Un film sulla prostituzione di donne indebitate che vivono nei grandi complessi residenziali popolari della periferia, che lei sta girando con grande riluttanza. Dopo la rottura con Anna Karina, Godard è innamorato di lei da tempo. Le lascia bigliettini sul parabrezza, la ricopre di regali e la raggiunge per tre settimane in Giappone, dove lei sta girando Atout Cœur a Tokyo per l'OSS 117 (1966). E infine, le chiede di sposarlo. Per lei era un'amicizia, niente di più; lei dice di no. Questo accade pochi giorni prima dell'inizio delle riprese di Due o tre cose che so di lei , durante le quali lui non le rivolge più la parola, accontentandosi di suggerirle le battute tramite l'auricolare. Lui pensa che lei suoni male e, quando lei gli chiede di darle indicazioni, un giorno lui le dice: "Se vuoi davvero suonare bene, vai a piedi da casa tua a La Courneuve invece di prendere un taxi".
Cresciuta come un maschiaccio, dotata di una vera audacia, donna moderna dell'era della liberazione, confessò di aver usato e abusato di questa libertà nella sua vita privata. Lasciò intendere che Bardot si fosse ispirata molto a lei per diventare la donna dallo spirito libero e sfrontato lanciata da Roger Vadim. Più tardi, osare girare "nuda" quando non si hanno più vent'anni ti rende ostaggio dello sguardo altrui. Lei accettò ogni sfida. Ed era grata a Michel Piccoli per averle detto, dopo aver girato una scena in cui erano nudi in Sette morti per prescrizione (Jacques Rouffio, 1975), di essere rimasto profondamente commosso dal suo corpo di donna che aveva partorito. Un resoconto sincero si trova nelle sue memorie, 24 immagini al secondo (Fayard, 2005).
Marina Vlady tra qualche data
10 maggio 1938 Nascita a Clichy (Hauts-de-Seine)
1953 “Prima del diluvio”, di André Cayatte
1965 “Falstaff”, di Orson Welles
1963 "L'ape regina", di Marco Ferreri. Premio alla migliore attrice a Cannes.
1967 “Due o tre cose che so di lei”, di Jean-Luc Godard
1971 Firma il "Manifesto delle 343 donne" sull'aborto
1976 "Lasciate che la gioia regni sovrana", di Bertrand Tavernier
Nel 2005 è stato pubblicato "24 fotogrammi al secondo" (Memorie).
Luca Scarlini Jean Cau, il ritrattista specializzato in incontri-scontri il manifesto, 20 settembre 2026
Lo sguardo sarcastico e disincantato di Jean Cau ha potuto posarsi sulla Parigi degli intellettuali del dopoguerra da un punto di osservazione privilegiato: giornalista e reporter, dal 1946 al 1957 fu segretario personale di Jean-Paul Sartre (dal quale si distanziò per le proprie posizioni politiche, divenute via via più conservatrici), e conobbe da vicino Gaston Gallimard, che gli diede la possibilità di vedere da vicino molti degli scrittori collezionati nel suo catalogo. Degli incontri-scontri di cui Cau fu testimone o protagonista, una personale antologia è offerta dagli Esercizi di memoria, datati 1985 e ora editi da Settecolori – che tre anni fa aveva pubblicato Il popolo, la decadenza e gli dei – nella vivace traduzione di Giovanni Acuto (pp. 242, € 23,00).
Una precisa idea di scrittura, memorialistica e caustica, sostiene il testo: «Quando li ho evocati, alcuni ricordi che credevo morti si sono risvegliati. Altri si sono rifiutati di uscire dalla loro tomba. Molti mi hanno supplicato di lasciarli dormire. Ringrazio quelli che hanno accettato di rivivere e lascio gli altri riposare in pace». Il libro inizia con una sequenza di ritratti politici (Mitterrand, Giscard d’Estaing, Kruscev), e approda alla letteratura, dove la penna di Cau dà il meglio: il sesto capitolo mette in scena Gallimard (che l’autore apparenta a un bravomugnaio: «forse per via della sottilissima forfora che brillava sul colletto della sua giacca sempre scura?»), patron dell’editoria francese di cui vengono registrati i giudizi taglienti: detesta Malraux («un guitto, un fanfarone. A volte funziona, però…»); ricorda Gide, che in veste di «papa, ma cinese» disturba la proiezione della prima parigina di Citizen Kane; maligna sull’epopea di Boris Vian («certi miti sono come la maionese dei ristoranti a prezzi stracciati: meno uova ci sono e più la si fa montare»); passa, prevedibilmente, da Jean Cocteau, il quale «punta il dito indice parafulmine quando parla “male” di un “mondo” che adora, e ha una risata che echeggia, aspra, con un rumore di raganella, una risata acuta, secca, rotta, crudele, elegante»; approda a Raymond Queneau, «un’enorme foca buona, catturata senza alcuna resistenza sulle banchise verdi della Normandia dal trapper Gaston Gallimard, anch’egli nativo di quel profondo nord, mangiava attentamente quarti di manoscritti nel suo minuscolo ufficio della NRF. Sulla porta, il nome – per me sacro – dell’animale».
Lampeggiano anche sprazzi di avanguardia: Tzara, avarissimo in vecchiaia, e Artaud, dopo la liberazione dal manicomio, che: «all’improvviso iniziava a emettere gemiti lunghi e profondi e a graffiare il tavolo con le unghie». Brillante, e cinico, è il galop finale su Sartre, di cui analizza l’incapacità totale di tenere i soldi che riceve da Gallimard, o dalla Società degli Autori, quando vanno in scena le sue commedie.
Cau non fu soltanto aspro polemista: un altro suo libro esce opportunamente da Oaks Editrice, che ripropone a distanza di molti anni dalla edizione Mondadori la traduzione di Roberto Cantini di La pietà del cielo (pp. 250, € 24,00), premiato con il Goncourt nel 1961, quando Cau aveva appena trentasei anni. Il romanzo intreccia le conversazioni di quattro ergastolani rinchiusi in cella, volgendo in modo drammatico il meccanismo narrativo del Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre. Il Dottore è colui che pungola gli altri e orchestra il discorso: con lui Alex, Eugène e Match, tutti accomunati dall’aver commesso un omicidio. Come sottolinea Giovanni Sessa, che firma l’introduzione del volume, il tema principale è la sconfitta della verità,l’impossibilità di affermare una visione comune del reale, che viene smantellata pezzo per pezzo nei dialoghi in cella: più che dialoghi, sonoveri e propri scontri, nel riportare i quali – tanto nella prosa narrativa quanto in quella giornalistica – la penna di Cau dava evidentemente il meglio.
Solenn de Royer "Le
elezioni presidenziali del 2027 si svolgeranno in un contesto di
profonda crisi del presidenzialismo francese." Le Monde, 24 settembre 2026
Da dove nasce questo diffuso malessere che circonda le prossime elezioni presidenziali? Lo spettro di una possibile deriva verso l'estrema destra, la proliferazione senza precedenti di candidati in un contesto di divisioni interne a ciascuno schieramento, la corsa alla popolarità, guidata da motivazioni personali piuttosto che ideologiche o di partito, la debolezza di alcuni candidati in termini di sostanza (idee) o forma (personalità), mentre la posta in gioco (debito, sovranità, istruzione, ecc.) e i rischi (geopolitici, climatici, legati all'intelligenza artificiale, ecc.) raramente sono stati così drammatici... Sono tutte ragioni che possono spiegarlo, ma non tutte. C'è qualcos'altro.
Nella Quinta Repubblica, le elezioni presidenziali rappresentano una promessa di risoluzione. Il popolo francese decide, si forma una maggioranza e si dà una direzione al Paese. Questa volta, tuttavia, le elezioni attorno alle quali ruota tutta la vita politica potrebbero non risolvere nulla. Né la crisi politica derivante dallo scioglimento dell'Assemblea Nazionale nel giugno 2024 – decomposizione, frammentazione, polarizzazione, scomparsa del principio di maggioranza che porta alla paralisi – né le difficoltà del Paese, dato che l'abissale debito pubblico (3.500 miliardi di euro) lascerà ben poco margine di manovra al successore di Emmanuel Macron. I francesi hanno la vaga sensazione che il Paese sia giunto alla fine di un ciclo politico iniziato nel 1962, con un sistema impoverito, istituzioni esauste e una presidenza danneggiata che necessita di essere reinventata.
Questo è il paradosso del momento: mentre le prossime elezioni raramente hanno avuto una posta in gioco così alta, si svolgono sullo sfondo di una profonda crisi del presidenzialismo francese. In un'opera collettiva, *L'Ère de l'exemplaire* (Presses de Sciences Po, 358 pagine, 25 euro), Vincent Martigny mostra come l'esercizio del potere, così come stabilito dalla Costituzione del 1958, si sia progressivamente squilibrato negli ultimi vent'anni. Mentre la centralità del Presidente della Repubblica è "consustanziale alle origini della Quinta Repubblica" , il regime si è concentrato sempre più sulla funzione presidenziale, "la stella attorno alla quale ruotano tutte le altre ", scrive il politologo.
L'apoteosi del presidenzialismo
Nicolas Sarkozy ha accentuato questa tendenza nel 2007 con l'instaurazione di un'"iper-presidenza": centralizzazione del processo decisionale, emarginazione del "primo ministro collaboratore" e ostentazione pubblica senza freni delle sue azioni. La riforma del mandato presidenziale a cinque anni nel 2000 e l'inversione del calendario elettorale (elezioni presidenziali prima delle elezioni legislative) nel 2001, così come la trasformazione del panorama mediatico, hanno definitivamente legato la vita politica alle elezioni presidenziali. Persino François Hollande, eletto con la promessa di una "presidenza normale ", non è riuscito a sfuggire alla logica presidenziale, osserva Vincent Martigny.
Dal 2017 in poi, Emmanuel Macron – “un miscuglio di bonapartismo tecnocratico, processi decisionali verticistici, opportunismo istituzionale, microgestione e arroganza”, scrive – ha completato l'erosione delle istituzioni. Emarginando ogni forma di mediazione (partiti, Parlamento, parti sociali), che avrebbero dovuto fungere da cuscinetto per il sistema, il Presidente della Repubblica è diventato responsabile di tutto: questa è stata l'apoteosi del presidenzialismo.
Ma questo, unito a un'eccessiva personalizzazione del potere – che lo rende dipendente dal temperamento, persino dalla psicologia, di chi occupa l'Eliseo – ha accentuato la polarizzazione attorno alla figura del Presidente della Repubblica, privandolo del suo ruolo di arbitro. Mentre una società sempre più diversificata e pluralistica sembra aspirare a strutture più orizzontali, questo eccessivo presidenzialismo appare fuori luogo. È tanto più irritante in quanto non è accompagnato da una maggiore efficacia dell'azione pubblica, rischiando di alimentare frustrazione e rabbia, e quindi voti di protesta.
teatro delle ombre
Nella concezione gollista, la preminenza presidenziale, avviata nel 1958 e sancita nel 1962 con l'elezione del Presidente della Repubblica a suffragio universale, aveva il suo corrispettivo: con il referendum, Charles de Gaulle si assunse la responsabilità politica di fronte al popolo. Dopo il "no" del 1969, lasciò il Palazzo dell'Eliseo.
Emmanuel Macron, d'altro canto, si è rifiutato di trarre conclusioni dalla sua doppia sconfitta elettorale del 2024, alle elezioni europee e legislative. Ha rifiutato di nominare un primo ministro della coalizione di sinistra che, pur lontana dalla maggioranza, era comunque uscita vincitrice. Né ha preso in considerazione l'idea di fare un passo indietro, continuando ad agire come se fosse ancora il "presidente in carica". Da qui l'impressione, da allora, che il regime stia girando a vuoto: il sistema maggioritario è scomparso, ma la cultura politica forgiata da decenni di presidenzializzazione (la "costituzione mentale ", per usare le parole del politologo Bastien François ) sopravvive. Un teatro delle ombre.
In *Lo scioglimento della Quinta Repubblica* (Les Petits Matins, 2025), i costituzionalisti Denis Baranger e Olivier Beaud sostengono che "il fallimento del secondo mandato di Macron deriva dalla sua incapacità di comprendere che un presidente deve fondare la propria legittimità su poteri diversi dai propri: il popolo e la maggioranza parlamentare ". In mancanza di tale sostegno, analizzano, egli deve accettare una riduzione dei suoi poteri, come in un periodo di coabitazione: "L'iperpresidenza è diventata così non solo debole, ma anche isolata e distaccata dalla realtà". In definitiva, Emmanuel Macron ha portato la preminenza presidenziale al suo apice prima di precipitarne il declino.
Una constatazione sconcertante, in un momento in cui i francesi devono trovare un successore. Come se fossero chiamati a eleggere il presidente di una Repubblica ormai scomparsa. «La Quinta Repubblica è morta, la Sesta non è ancora nata. Ci troviamo ora sotto il giogo di un regime incapace di definirsi, senza una maggioranza, senza una grammatica conosciuta, con pratiche – a volte consolidate – sconvolte, un sonnambulo che brancola nel buio », osserva Boris Vallaud, il deputato socialista delle Landes, in una nota intitolata «Memorie per il domani», pubblicata il 2 luglio dalla Fondazione Jean Jaurès, in cui auspica una «reinvenzione dell'esercizio del potere » .
Dopo dieci anni di macronismo, la questione istituzionale non può più essere ignorata. Le vie di riforma sono note e numerose: trasferire il potere al Primo Ministro, chiarire le responsabilità politiche del Presidente della Repubblica, riabilitare il Parlamento e la cultura del compromesso, modificare il sistema elettorale, consultare più frequentemente i cittadini… In definitiva, trovare il modo di governare senza che tutto dipenda dal Presidente. La prossima campagna elettorale dovrebbe essere un'occasione per dibattere su questi temi, o quantomeno per impegnarsi in una profonda e fondamentale riflessione sul ruolo presidenziale e su ciò che ci aspettiamo da esso.