martedì 29 settembre 2026

Magia e civiltà

 


Nel 1962 Ernesto de Martino curò un’antologia di scritti sulla magia per una collana divulgativa delle edizioni Garzanti. La magia era stata fino ad allora al centro dei suoi lavori etnologici e storico-religiosi, da Il mondo magico alle ricerche sulle culture subalterne del Mezzogiorno. Il suo approccio al tema fu dunque tutt’altro che banalmente divulgativo: costruì piuttosto una profonda e originale cornice di riflessione basata sul ruolo che la magia – o meglio, la polemica antimagica – ha avuto nella storia della civiltà occidentale. Quando parliamo di magia non possiamo non tenere sullo sfondo i vari momenti di questa storia che, dal Rinascimento alla rivoluzione scientifica, dall’Illuminismo al moderno storicismo, ha costruito un’idea di razionalità come contrapposta alla magia.

Nel raffrontarsi alla magia degli “altri”, l’etnologia ha riprodotto implicitamente una serie di pregiudizi polemici che rischiano di produrre distorsioni etnocentriche. Oppure, nel tentativo di sfuggire ai pregiudizi, ha intrapreso la strada del relativismo e dell’irrazionalismo, cedendo di fronte ai “prestigi” della magia e giustificando un suo cattivo ritorno. In questa chiave de Martino comincia con il presentare due studi storici di Eugenio Garin e Paolo Rossi, rispettivamente sulla magia naturale del Rinascimento e sulla rivoluzione scientifica, e allinea poi estratti di antropologi, psicologi, filosofi che hanno affrontato in vario modo la comprensione della magia, oscillando fra i due estremi della sua condanna e della resa di fronte al fascino di un pensiero precategoriale. Sono presentati brani di James Frazer, Émile Durkheim, Lucien Lévy-Bruhl, Ernst Cassirer, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Jean Piaget, Mircea Eliade, Robert Volmat, Bronislaw Malinowski, Claude Lévi-Strauss, Adolf E. Jensen e dello stesso de Martino. Si tratta di un testo fondamentale sia per capire l’evoluzione del pensiero di de Martino, sia come punto di partenza per ogni possibile riflessione contemporanea sulla magia.

Da tempo fuori edizione, Magia e civiltà viene qui ripresentata con una introduzione di Fabio Dei, che ricostruisce il contesto della sua composizione e i rapporti di de Martino con gli autori antologizzati; e con un saggio di Martino Rossi Monti che discute, anche sulla base di documenti e epistolari inediti, le relazioni tra de Martino, Eugenio Garin e Paolo Rossi. (presentazione editoriale)

Ernesto de Martino. Etnologo e storico delle religioni, è oggi unanimemente annoverato fra i grandi intellettuali del Novecento italiano. Tra le sue opere più note vi sono Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale (1958), Sud e magia (1959), La terra del rimorso (1961), La fine del mondo (postuma, 1977), tutte recentemente riedite presso Einaudi. La collana Demartiniana, a cura dell’Associazione internazionale Ernesto de Martino e inaugurata dal presente volume, si propone di rendere accessibili testi (sia suoi che di studiosi a lui vicini) altrimenti irreperibili, di pubblicare documenti inediti e studi di interpretazione del suo pensiero.

 e il mondo continua a essere magico
Antropologia sociale. In Occidente la magia è vista come segno di impotenza e atto malsano, per il grande Ernesto de Martino si riproduce di continuo in rituali pubblici e cerimonie collettive

Stefano De Matteis
Il Sole 24ore, 27 settembre 2026

Magia e civiltà uscì da Garzanti nel 1962, nella sezione antologie della collana La cultura moderna: copertina rigida telata con strisce verde pastello e sovraccoperta grafica. Da allora ha avuto numerosissime ristampe: da Strumenti di studio fino alla universale degli Argomenti. È da considerare l’ultimo libro di Ernesto de Martino, in cui vuole «contribuire alla storia del concetto di magia nella civiltà occidentale», dalla polemica cristiana contro il paganesimo a quella della Nuova Scienza contro la magia cerimoniale e poi il Rinascimento e Bacone, la filosofia e le interpretazioni psicologiche di Freud e Jung, ma anche Eliade, Piaget e Volmat, fino all’etnologia delle cosiddette società primitive con Malinowski e Lévi-Strauss… per chiudere con uno spaccato sulla magia lucana estratto dal suo Sud e Magia.

L’intento non è di analizzare i pregiudizi occidentali contro la magia, semmai quello di evitare di proiettare «acriticamente in determinati fenomeni culturali extraeuropei i problemi, le scelte, e i significati che appartengono esclusivamente alle singole epoche della storia interna della civiltà occidentale». Per riuscirci propone di orientare le ricerche verso la magia extraeuropea, in modo che esse includano «la metodica presa di coscienza dei vari momenti della polemica antimagica dell’Occidente». Costruendo così un metodo che permette di tenere a bada il rischio etnocentrico della proiezione «del nostro nell’altrui», in modo da trovare nuove risposte, non per loro, ma soprattutto per noi in un confronto che sia rigenerante. E questo grazie alla comparazione e al confronto, inedito soprattutto per la nostra civiltà che «ha scelto la fedeltà alla ragione e alla storia: non nel senso dogmatico di una scelta avvenuta una volta per sempre in una data epoca, ma nel senso di una scelta che viene sempre di nuovo rimessa in causa, provata e riprovata, modificata e corretta, o addirittura reinterpretata in una nuova luce, via via che mutano le situazioni storiche particolari… La verità è che per le tradizioni culturali non esistono casseforti blindate custodite in banche che non possono fallire: e per quanto concerne la tradizione occidentale sussiste sempre il pericolo che la sua polemica antimagica si attenui e vada perdendo memoria di sé, sino al punto che, nell’oblio, la stessa civiltà occidentale smarrisca per sempre il proprio telos».

Temi ripresi nelle brevissime conclusioni, molto intense, che rimandano alla necessità di inserire la magia «in una dinamica culturale più vasta» che tenga conto delle diverse forme delle società, delle crisi che queste vivono, delle ricadute individuali di affrontare il rischio del vivere con quel foltissimo patrimonio di comportamenti tecnico-razionali che vengono elaborati per difendersi: e qui il tema della crisi della presenza fa da sfondo operativo. Il tutto anche da leggere all’interno di un orizzonte mitico dove la parola e il gesto ritualizzano, e in relazione ai valori che, anche tramite il mito, permettono la reintegrazione. Certo, l’Occidente ha scelto la strada della consapevolezza, del prestigio morale, della poesia, della scienza e della vita democratica e quindi la magia è vista come impotenza, atto malsano e deludente, servitù inaccettabile. Solo che quel processo e quella «scelta non è conclusa», quindi la magia si riproduce di continuo e in forme diversificate in rituali pubblici, in esternazioni cerimoniali collettive inattese, nel culto della personalità, nella mancanza di una ritualità laica… e in quest’orizzonte la nostra civiltà cerca (ancora oggi, potremmo dire) scelte e soluzioni “civili” rette da responsabilità sociale «senza alcun concorso di dèi o soccorso di destini da leggere nelle stelle».

Un libro pensato anche con intenti divulgativi, e forse per questo motivo non è stato accolto tra le pubblicazioni einaudiane che hanno riproposto buona parte delle sue opere: da Il mondo magico, di cui purtroppo rimpiangiamo l’introduzione di Cesare Cases che Renata Colorni volle nel 1972, alla Terra del rimorso. E, da ultimo, l’inspiegabile ripresa di una antologia del 1995, uscita con il titolo Storia e metastoria, che con magia accademica e consenso editoriale è ripresentata, con l’aggiunta di qualche saggio, come una novità: La storia velata.

Intanto Magia e civiltà, cancellandone il carattere “popolare”, viene utilizzato per inaugurare “Demartiniana”, una collana di studi accademici e universitari edita dalle edizioni del Museo Pasqualino di Palermo (introduzione di Fabio Dei e una interessante postfazione di Martino Monti Rossi sugli archivi di Ernesto Rossi e Eugenio Garin).

Per fortuna l’estero presenta molte sorprese nell’interesse per il nostro storico delle religioni: è stato pubblicato in russo e sono in preparazione le sue opere in portoghese. A parte l’orrenda traduzione de Il mondo magico esistono in inglese anche La terra del rimorso e Sud e magia, tradotti da Dorothy Zinn che, da antropologa, ha avuto una puntuale accortezza lessicale, anche se purtroppo non riesce a restituirne il linguaggio, forse perché, come scrive, reputa il suo «italiano elegante ma superato».

Dobbiamo invece ringraziare Ulrich Van Loyen, che è riuscito a rispettare non solo il rigore originale ma, come fanno i traduttori, a trovare una lingua che renda in tedesco le articolazioni linguistiche demartiniane, traducendo Il mondo magico e, ora in libreria, Simbolo, furore, valore per Matthes & Seitz di Berlino.

Ernesto de Martino, Magia e civiltà, Edizioni Museo Pasqualino, pagg.238, s.i.p


Dylan Dog

Damiano D'Agostino
Dylan Dog compie quarant'anni e ci aiuta ad affrontare le nostre paure

Domani, 28 settembre 2026

La scintilla fu Dellamorte Dellamore. È un romanzo scritto da Tiziano Sclavi a inizio anni Settanta ma arrivato nelle librerie con Camunia a inizio Novanta. È la storia di un becchino che sarà poi interpretato in un film da Rupert Everett per la regia di Michele Soavi, nel 1994; mentre la femme fatale, una vedova di cui Francesco Dellamorte (il protagonista) si innamora, è interpretata da una Anna Falchi agli inizi della sua carriera cinematografica.

La loro è una storia romantica decisamente surreale, dove l’horror si mescola all’humor e dove neppure la morte riesce a separare gli innamorati. Poiché una volta defunti, questi tornano sempre in vita sotto forma di zombi. Al cimitero di Buffalora, comune italiano sperduto e inventato per l’occasione, funziona così. E lo scavafosse locale insieme al suo assistente Gnaghi (che parla solo per «Gna») sono così trascinati in un susseguirsi di tragici eventi, comicità dark e passione: una pellicola diventata cult, soprattutto tra gli appassionati di Dylan Dog, che la inquadrano come il primo (e unico) adattamento live-action dell’indagatore dell’incubo, scartando volontariamente quello del 2010 diretto da Kevin Munroe con protagonista Brandon Routh.

Ma perché? D’altronde, Francesco è un becchino, Dylan è un investigatore; uno vive in un paese dell’Oltrepò Pavese e l’altro a Londra. Unico comune denominatore è Sclavi. In realtà ha tutto senso. Dellamorte Dellamore doveva diventare un fumetto nei primi anni Ottanta, ma il suo momento non arrivò mai. Così le atmosfere e il personaggio, tratteggiato dal disegnatore bonelliano Claudio Villa, sono stati riciclati per un nuovo personaggio chiamato Dylan Dog. Il nome, aveva spiegato l’autore, era quello che metteva sempre a tutte le sue creature in cerca di un altro vero nome, quello definitivo. Una sorta di John Doe all’italiana. Per Dylan è però rimasto tale, e le sue fattezze (slanciate con zigomi pronunciatissimi e volto scavato) richiamavano proprio il volto del futuro Francesco, cioè Rupert Everett, disegnato da Villa dopo la visione al cinema di Another Country – La scelta, film di Marek Kanievska con lo stesso Everett e Colin Firth.

Il primo numero


Siamo a Londra, al numero 7 di Craven Road. Una cliente suona al campanello e al posto del solito “drin drin” sente delle urla. Brutto scherzo. «Mio marito è morto», racconta, «due volte». Così il 26 settembre del 1986 arriva nelle edicole L’alba dei morti viventi (citazione al titolo inglese di Zombi di George Romero), cioè la prima avventura dell’indagatore, alla ricerca di uno scienziato che vuole creare un’orda di non morti da tenere sotto il suo comando. Calcolatrice alla mano: quest’anno Dylan Dog spegne 40 candeline.

La sceneggiatura dell’albo d’esordio è firmata da Sclavi mentre le matite sono di Angelo Stano, e la copertina – iconica – è firmata da Villa. Una storia folgorante che ha dato il via a una serie mensile longeva e ora arrivata a quota 481 numeri, senza contare le centinaia di ristampe, gli speciali, albi bis e così via. Dopo le avventure del pistolero Tex Willer, questa è la seconda serie più venduta di Sergio Bonelli Editore, la casa delle idee con sede a Milano in via Buonarroti, al numero 38. E da ormai quarant’anni a questa parte, ogni albo dell’oldboy (come lo chiamano alcuni) è autoconclusivo e i suoi personaggi – sotto sotto – sono sempre più o meno gli stessi. Evolvono con una certa lentezza e ogni episodio è parte di una trama più ampia e, allo stesso tempo, rappresenta un mondo a parte. Come un limbo.

Il personaggio


Identikit veloce: Dylan è vegetariano, ha paura di tutto, indossa sempre jeans, camicia rossa e giacca nera con ai piedi delle Clarks. Si innamora continuamente delle sue clienti, grida spesso (e pure volentieri) «Giuda ballerino», suona il Trillo del Diavolo di Giuseppe Tartini al clarinetto per raccogliere i pensieri e guida un maggiolone bianco targato “DYD 666”. Il suo assistente, poi, è tutto un programma: è un sosia di Groucho, quello dei fratelli Marx che hanno segnato la comicità statunitense negli anni Trenta con grandi film come Una notte all’opera, Una Notte a Casablanca e la Guerra Lampo. Baffoni, sigaro, occhiali tondi, pantaloni alla zuava e battuta pronta (talvolta pessima).

E poi c’è l’ispettore Bloch, di Scotland Yard, che sogna il giorno in cui andrà finalmente in pensione (e per un breve periodo ci andrà); insomma, quello di Dylan Dog, racchiuso nella classica impaginazione bonelliana, è uno schema che funziona. Anche se, è giusto dire, all’inizio ha impiegato un po’ di tempo prima di conquistare il cuore del pubblico, arrivando solo dieci anni dopo a vendere mezzo milione di copie.

I “dylaniati”


La curatela è stata nelle mani di Sclavi fino al 1992, quando ha scelto di passare il testimone. Fatto curioso: tutti i successivi curatori hanno il nome e cognome che comincia con la stessa lettera (come la “doppia d” dell’indagatore): Mauro Marcheselli, Giovanni Gualdoni, Roberto Recchioni e (dal 2023) Barbara Baraldi. La scrittrice, esponente italiana del genere noir e horror, al telefono con Domani si definisce una «dylaniana» sin dall’infanzia. Anzi, lei ha usato il termine «dylaniata», come se i lettori e le lettrici di Dylan Dog condividessero ferite profonde che nell’opera di Sclavi trovano finalmente sollievo. «I fan di Dylan sono persone molto empatiche, che hanno conosciuto la sofferenza, e che nelle sue storie ritrovano e affrontano alcune loro paure», dice Baraldi.

«L’indagatore è però un personaggio esigente, chiede molto a chi legge come a chi scrive. Dico sempre: Dylan Dog esige un brandello della tua anima, un pezzo del tuo cuore o una delle tue frattaglie. Nelle storie deve esserci qualcosa degli sceneggiatori», spiega. «In fondo a questo serve l’orrore: è un modo per guardare negli occhi le proprie paure; in questo caso attraverso Dylan che guarda nel buio con noi. È insieme ai suoi clienti nella sofferenza senza esserne immune. E spesso non offre finali consolatori, bensì interlocutori: pone domande senza dare soluzioni». E conclude: «Credo sia l’attitudine migliore in un mondo urlato e veloce come il nostro».

Lo stupro consentito

Simona Siri
Studentessa stuprata e senza giustizia, esplode il caso della Cornell University

La Stampa, 28 settembre 2026

È la sera del 19 ottobre 2024 quando una studentessa di 20 anni della Cornell University (e che negli atti risulta come Jane Doe, il nome che si attribuisce alle vittime che denunciano e vogliono rimanere anonime) va a trovare un amico alla Chi Phi, la confraternita maschile dell'università. Quello che succede quella notte è una scena da film dell’orrore: la ragazza viene costretta a bere e a sniffare ketamina, viene stuprata per ore e il suo corpo usato come appoggio per consumare droghe, e mentre è incosciente uno dei ragazzi del branco manda un messaggio al gruppo Snapchat chiamato "Chi Phi Actives" con scritto "free pussy upstairs", un invito ad altri maschi a unirsi al divertimento nell’approfittarsi di lei. Nei due anni successivi, dell'intera vicenda non si sa quasi nulla, nonostante la ragazza denunci alle autorità universitarie e alla polizia tre settimane dopo il fatto e che Cornell avvii un'indagine interna che porta alla sospensione temporanea dei sette studenti coinvolti: due vengono poi espulsi e gli altri cinque se la cavano con l’obbligo di dover partecipare a “corsi di sensibilizzazione" e con la possibilità di ridurre ulteriormente le conseguenze disciplinari scrivendo un tema. Un compito in classe, in sostanza, come punizione per uno stupro di gruppo. «Non uno di questi ragazzi è stato arrestato. Non ho mai visto niente di simile», ha dichiarato Thomas Giuffra, legale della vittima che lo scorso 14 settembre ha depositato una causa civile contro la scuola, colpevole di non averla protetta, e contro i sette ragazzi che hanno abusato di lei.

Interviene Ocasio-Cortez

Più di 101 pagine con i dettagli più raccapriccianti di quella sera e che solo oggi fanno scattare l’indignazione. Alexandria Ocasio-Cortez, che domenica scorsa si è recata a Ithaca, dove ha sede Cornell, ha parlato di una «cultura dello stupro» nelle università d'élite. «Jane Doe è stata privata della sua istruzione», ha detto alla folla, citando il fatto che la ragazza ha abbandonato la scuola.

«Non puoi continuare a studiare quando ti succede una cosa del genere. Nel frattempo, quegli uomini sono stati protetti e hanno potuto laurearsi».

Anche l’attrice Florence Pugh ha condannato pubblicamente l'accaduto, e il suo post su Instagram è stato etichettato come "contenuto sensibile" dalla piattaforma, un'ironia amara che non è sfuggita a nessuno. Un clamore mediatico che ha risvegliato anche la autorità: il procuratore distrettuale Matthew Van Houten ha annunciato ieri la riapertura delle indagini, affermando però che la causa civile racconta una storia «drammaticamente diversa» da quella che la ragazza aveva originariamente riferito alla polizia, sostenendo che in quella sede non aveva parlato di droghe somministrate a sua insaputa o con la forza. Van Houten ha però ammesso che all’epoca il suo ufficio non aveva aperto un’indagine indipendente, ma si era basato su quella condotta dal dipartimento di polizia dell’Università. L'avvocato della ragazza ha risposto che la sua assistita non è mai stata interrogata da un detective o da un procuratore specializzato in casi di violenza sessuale.

E che la chat Snapchat incriminante era in mano alla polizia già nel 2024, ma nessuno aveva ritenuto necessario approfondire. Quello che colpisce di questa storia — e che spiega perché ha scatenato una reazione così violenta — non è solo la brutalità di quello che viene descritto nella causa. È il sistema che sta intorno, e un copione già visto in altri atenei. Qui c’è l’aggravante che Cornell è una delle università più prestigiose degli Stati Uniti, una Ivy League fondata nel 1865 con rette che arrivano fino a 90 mila dollari all’anno. Ha avvocati, uffici che si occupano del rispetto delle procedure interne, task force sul tema delle aggressioni sessuali.

La battaglia sul woke

Per i parametri di Trump è un ateneo “woke” tanto da essere finita nel mirino e aver accettato di conformarsi all'interpretazione dell'amministrazione in merito alle leggi sui diritti civili pur di avere i fondi federali sbloccati. Ha anche un evidente problema di cultura delle confraternite, tanto che già nel 2021, dopo che quattro ragazze avevano riferito di essere state drogate e stuprate, aveva vietato temporaneamente tutte le feste. Il messaggio inviato dal rettore il 26 novembre 2024, quando i fatti erano già noti, recitava: «Solo chi perpetra violenza sessuale beneficia del suo occultamento».

Parole giuste, usate da un'istituzione che nel frattempo stava valutando di far scrivere un tema ai ragazzi accusati di averla commessa. Un altro clamoroso esempio in cui le istituzioni non agiscono per paura, per inerzia burocratica, per proteggere la reputazione della scuola, minimizzando le conseguenze per gli studenti accusati, e lasciando sola la ragazza che ha denunciato.

Vannacci senza storia


Alessandro de Angelis
Il flop di Vannacci, variante macchietta nella crisi della democrazia

La Stampa, 29 settembre 2026

Neanche i fascisti sono più quelli di una volta. E per fortuna. Mettiamola così: Ciccio Franco, il capopopolo che guidò i moti di Reggio Calabria nel ’70, seminando violenza al grido di «Boia chi molla», mobilitava nelle urne più gente di Roberto Vannacci.

Per la cronaca, quando dopo la latitanza si candidò al Senato, portò il Movimento sociale oltre il 36% nel suo collegio. E va bene che le suppletive sono un appuntamento minore, anche se così non sono state vissute dai protagonisti, soprattutto a destra. Però la notizia è questa. La non brillante performance del generale dentro l’altrettanto conclamato deserto di partecipazione, di cui non si scandalizza più nessuno. Ogni volta, il tema è buono per qualche discettazione di circostanza, poi conta solo “chi” ha vinto, non “come” e “per fare cosa”.

Eppure, in un Paese normale ci sarebbe da parlare solo di questo: la democrazia è percepita come un arnese desueto. Ed è percepita così perché la politica non è più considerata uno strumento capace di incidere sulle condizioni di vita materiale. Nei talk si celebra la sua onnipotenza, anche con linguaggio marziale, nel Paese la sua impotenza. Benzinai pieni, urne vuote. Lì dove lo sconto incide sul portafoglio, giustamente ci sono le code. Lì dove viene percepita l’inutilità dello strumento-voto, chi può va al mare e chi non può resta a casa.

Dentro questo progressivo collasso cui tutti sono assuefatti, dicevamo: il flop di Vannacci. Non sfonda nel voto di opinione e il centrodestra vince facendone a meno. Doveva essere la sua Sassonia-Anhalt, si è schiantato dimostrando di non avere nulla di ciò che ambisce a diventare.

Alternative für Deutschland rappresenta una storia tanto  inquietante quanto vera, densa dei peggiori spettri del Novecento. Intercetta e mobilita la rabbia degli esclusi, la incanala dentro il sistema su una piattaforma di nazionalismo con tinte razziali. E lo stesso discorso si può fare nel paragone col Rassemblement National e col robusto filo nero che attraversa la storia francese. Altra vicenda vera e radicata.

Insomma, sono storie di rotture praticate e non solo predicate. Altro è candidare un notabile di Forza Italia contro un altro notabile di Forza Italia, clientele contro clientele, all’interno del recinto della politica data. Questo si chiama trasformismo, specialità italica, sia pur condito, a corredo, da volgarità, gusto di disgustare per andare sui giornali, feccia ostentata come un vanto, secondo quella primitiva concezione per cui, se vuoi essere popolo, devi praticare il trivio.

La sconfitta di Vannacci ci racconta la differenza tra un fenomeno mediatico, legato a una parabola personale, e l’innesco di un processo politico reale, fondato su un’identità consolidata. Se così fosse, a Reggio Calabria avrebbe dovuto alzare la partecipazione e prendere il 20 per cento, per stare a due cifre in tutta Italia.

E invece su Reggio città, dove c’è voto di opinione, ha preso il sette per cento, recuperando nei comuni solo grazie alla rete del suo cacicco ex Forza Italia. Il suo dieci, in una terra non ostile, fissa l’asticella del giudizio. A occhio, il livello nazionale è sotto la quota che gli attribuiscono i sondaggi, quando la competizione diventa vera.

Ecco, il generale è nudo, politicamente parlando: il suo populismo di carta è solo l’ennesimo modesto epifenomeno della crisi della democrazia, nella sua variante macchiettistica.

E davvero c’è da sperare, per la salute della discussione pubblica, che ridimensionata la sua illusione sul principio di realtà si ridimensioni anche l’altrui ossessione, senza la quale forse avrebbe preso ancor meno.

Sono mesi che non si parla d’altro e che, di fatto, Vannacci condiziona l’agenda del governo su provvedimenti identitari – l’ultimo, la scuola - sfornati nell’ansia di coprirsi a destra. E c’è pure da sperare, sapendo come vanno le cose in Italia, che ora non ci sia qualcuno a considerarlo, dopo la botta, più gestibile per una futura alleanza: con un trasformista, ci si può sempre ragionare…

Come evidente dal numero dei votanti, il problema è ben altro. Pensate all’Italia, non a Vannacci.

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I numeri, affluenza compresa 

487 sezioni scrutinate su 487 Fabio Roscioli centro destra 51,02% Frank Benedetto centro sx 36,11 Domenico Giannetta (Vannacci) 10,94 Francesco Toscano (Democrazia sovrana e popolare) 1,44 Affluenza 22,34%

lunedì 28 settembre 2026

Lady Emma Hamilton vista da Goethe

J. Wolfgang Goethe
Viaggio in Italia (1786-1788)

Traduzione di Lorenza Rega
Rizzoli, Milano 1991


Caserta 16 marzo 1787

Il cavaliere Hamilton, che è sempre qui come inviato d'Inghilterra, dopo aver fatto tanti anni il dilettante d'arte, e dopo aver tanto studiato la natura, ha trovato il colmo del diletto sia in natura che in arte nella persona d'una bella ragazza. Se la tiene in casa ed è un'inglesina di circa vent'anni, veramente bella e ben fatta. Le ha fatto allestire un costume greco che le sta a meraviglia: così vestita ella si scioglie i capelli, prende due o tre scialli, e sa dare tanta varietà ai suoi atteggiamenti, ai suoi gesti, alle sue espressioni, che si finisce col credere veramente di sognare. Quel che tanti artisti sarebbero felici di esprimere, in lei appare compiuto, pieno di vita e di una varietà sorprendente. In piedi, a ginocchi, seduta, sdraiata, seria, triste, maliziosa, sfrenata, contrita, provocante, minacciosa, angosciata, ecc., una posa segue l'altra e deriva dall'altra. Per ogni espressione, ha l'arte di scegliere le pieghe dello scialle, di cambiarle e di far cento diverse acconciature del capo con gli stessi nastri. Il vecchio cavaliere le tiene la candela, ufficio al quale s'è dedicato con tutta l'anima. Egli trova in lei tutte le statue antiche, tutti i bei profili delle monete sicule,e perfino l'Apollo del Belvedere. Certo che il divertimento è unico. Noi lo abbiamo già goduto due sere. Tischbein le farà il ritratto. 

HAMILTON, Emma nata Lyon

Celebre avventuriera inglese. Nata a Great Neston (Cheshire) verso il 1761, di umile famiglia, si fece ben presto conoscere per l'affascinante bellezza e per la grazia nel canto e nella danza e in quadri plastici. Divenuta amante di Carlo Greville, membro della Camera dei comuni, questi che viveva in grandi strettezze la cedette [1786] allo zio William Hamilton (v.), ambasciatore inglese a Napoli e onnipotente nella corte borbonica, il quale si mostrò assai generoso verso il nipote. (Treccani)


Nota di Lorenza Rega, pp. 615-616 
Emma Lyons Harte Hamilton (1761-1815). Figlia di un fabbro rimasta orfana a due mesi, dopo un'adolescenza e prima giovinezza trascorse nei postriboli, divenne la mogie di Sir William Hamilton (1791) ed in seguito - dopo l'arrivo di Nelson a Napoli (1799) - l'amante di quest'ultimo. Dotata di unm fascino particolare era nota per le attitudes, scene mimate in cui raffigurava personaggi della mitologia e eroine storiche. Fu grande amica della regina Maria Carolina e probabilmente svolse un ruolo di una certa importanza sugli avvenimenti del 1799. Morì in miseria a Calais. 
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Il ruolo perverso di Emma Hamilton nel 1799


 Sotto l'influenza di Maria Carolina, Emma manipolò emotivamente Nelson, spingendolo a usare la flotta britannica non solo per la guerra ai francesi, ma come braccio armato e implacabile della controrivoluzione borbonica.

Fantasmi dappertutto

Alexandra Schwarzbrod
Delphine Horvilleur: "Quando torno in Israele, ho l'impressione di vedere dei fantasmi dappertutto"

Libération, 28 settembre 2026

Inizialmente, aveva pensato di intitolare il suo nuovo libro "Punto cieco". Un punto cieco è ciò che non si vede nello specchietto retrovisore. Delphine Horvilleur voleva capire cosa non avesse visto nei mesi successivi al 7 ottobre e perché non l'avesse visto. "L'unico modo per guidare in sicurezza è guardare indietro", afferma. Così, questa rabbina ha guardato indietro, ha riletto i sermoni che aveva tenuto ogni settimana alla sua congregazione in sinagoga dal settembre 2023 e ha "visto" ciò che allora non aveva visto: la sofferenza dei palestinesi. "Prima non c'era spazio", ci ha detto.

"Sermoni sotto le macerie ", in uscita l'8 ottobre, secondo libro della nuova casa editrice di Olivier Nora, ripercorre questo lungo processo nella sua prima parte, per poi presentare i sermoni più importanti degli ultimi tre anni. E in effetti, "vediamo" la progressione, come a poco a poco i palestinesi inizino ad esistere anche mentre scompaiono.

Dopo Yom Kippur e pochi giorni prima del 7 ottobre, mentre la situazione nei territori palestinesi continua a peggiorare, l'abbiamo incontrata a casa, un po' scossa perché la figlia diciassettenne era appena partita per studiare all'estero: diciassette anni, la stessa età che aveva Delphine Horvilleur quando lasciò la casa di famiglia in Francia per fare l'aliyah e studiare medicina.

Parla con franchezza, a volte cercando le parole giuste per essere sicura di non commettere errori, ripetendo continuamente "mio", "la mia famiglia", come una madre protettiva. È anche scossa perché ha deciso di lasciare il suo ruolo di rabbina della sinagoga. Desidera avere tempo per scrivere e tenere conferenze in tutto il mondo.

Come le è venuta l'idea di scrivere Sermoni sotto le macerie ?

Subito dopo il 7 ottobre, ho scritto un libro, *Comment ça va pas?* (Grasset), come stordito dal dolore che il massacro aveva scatenato nei miei cari. Oggi vedo che la gente lo legge e a volte si stupisce. Mi chiedono perché non menziono i palestinesi e la loro tragedia. Mi rendo conto di quanto, all'epoca, il trauma abbia influenzato ogni mia parola.

Nel gennaio del 2026, gli ultimi ostaggi erano appena stati liberati e decisi che era giunto il momento di rileggere i sermoni che avevo pronunciato alla mia comunità durante quegli anni di guerra. Mentre rileggevo ogni testo, sentivo l'impulso di correggere alcune parole. Continuavo a chiedermi: cosa ero riuscito a dire e cosa non ero riuscito a esprimere? Vedevo chiaramente o ero accecato? Avevo bisogno di capire cosa fosse successo. Perché avevo la sensazione che fossimo tutti impazziti e l'impressione che il "campismo" – la necessità di schierarsi – ci avesse devastati tutti?

Ha menzionato il 2025 come un anno in cui, per lei, qualcosa cambierà…

All'inizio di quell'anno, ho trascorso molto tempo in Israele, in particolare con le famiglie degli ostaggi e con amici che erano riservisti dell'esercito. Molti di loro, all'epoca, ritenevano che la guerra avesse cambiato natura, che non ne comprendessero più il significato.

Alla fine di aprile, alcuni ministri del governo israeliano dichiararono che "il ritorno degli ostaggi non è una priorità" o che "affamare una popolazione potrebbe essere un'arma di guerra legittima". L'8 maggio 2025 decisi di pubblicare un articolo sul sito web di Tenoua Media [di cui è caporedattrice] in cui affrontavo questo cambiamento di posizione e, per amore di Israele, denunciavo la "tragedia subita dai gazawi" e il rischio di "bancarotta morale" che le politiche del governo comportavano per il Paese. Fui quindi attaccata sia dall'estrema sinistra che da una parte della comunità ebraica. Non mi sono mai pentita di aver parlato; anzi, sentivo di essere più che mai nel posto giusto.

Cosa era importante dire in quel momento?

Per ricordare che nulla, assolutamente nulla, giustificava il 7 ottobre, così come nulla giustificava l'entità della devastazione a Gaza e il disastro in corso . Per uscire dalla nostra parziale cecità. Stranamente, la testimonianza di questa duplice verità era diventata inudibile.

Gli attacchi provenivano sia da chi diceva: "Ah, quindi te ne accorgi solo ora?", sia da chi affermava: "Tutta questa autocritica va bene, ma nessuno la mette in pratica, quindi stai zitto!". E improvvisamente, qualsiasi espressione di autocritica sembrava impossibile da articolare. Le parole usate servivano solo a confinare le persone in un campo o nell'altro. Questo è ciò che si chiama shibboleth (termine ebraico): definisce una parola che serve solo a esprimere la propria appartenenza, la propria lealtà al gruppo.

Oggi, i dogmi sono numerosi. Usarli o rifiutarsi di usarli definisce la propria identità. Ad esempio, se si dice "Giudea e Samaria" o "Cisgiordania", si viene ancorati a un luogo preciso. Lo stesso vale per "genocidio": se ci si rifiuta di usarlo, sostenendo, come faccio io, che solo i giudici potranno pronunciarsi sulla validità di un termine che non hanno ancora adottato, si viene immediatamente gettati in pasto ai lupi...

Sono inoltre sbalordito dalla rapidità con cui l'accusa di genocidio è stata usata da alcuni, già nel novembre 2023, per descrivere l'operazione militare a Gaza. Sembrava quasi che si dovesse stabilire un collegamento semantico con un altro periodo storico, un riferimento, consapevole o inconsapevole, al Terzo Reich. Sebbene il linguaggio possa avere un vocabolario ampio (ad esempio, "crimine di guerra"), è come se si fosse tentato di nazificare gli ebrei. Era forse un modo per placare una coscienza europea colpevole o per banalizzare l'Olocausto? A prescindere dall'orrore di ciò che è accaduto e continua ad accadere a Gaza, il paragone con Auschwitz è al tempo stesso osceno e altamente controproducente.

Ha visto il film Naza che mostra come l'esercito israeliano abbia ucciso consapevolmente molti civili a Gaza?

Sì, l'ho visto. Personalmente, ho una domanda iniziale sul film: il suo stesso titolo! "Naza" in ebraico significa "danno collaterale", ma perché scegliere di distribuire all'estero un film che, in modo molto subliminale, non evoca altro che la parola "nazista"? Perché continuare a perpetuare una simile confusione storica?

Per quanto riguarda il film in sé, non si tratta di un documentario giornalistico; è chiaramente un'opera di attivismo. Riesce a trasmettere efficacemente l'impatto del trauma del 7 ottobre sui soldati e, più in generale, ciò che una guerra – qualsiasi guerra, in effetti – produce su una società: la disumanizzazione del nemico e una colpevole cecità da parte di una società che si rifiuta di riconoscere la verità.

Credo sia importante che gli israeliani vedano questo film, perché in definitiva è rivolto a loro… e non a coloro che lo guarderanno solo per rafforzare la loro demonizzazione di Israele. Un Paese capace, in tempo di guerra, di generare voci interne così critiche e dissidenti è un Paese che deve anche essere in grado di guardarsi allo specchio e condurre un'indagine autentica per cercare di capire cosa, in questo documentario, sia vero e cosa, al contrario, sia falso.

E a chi è rivolto il suo libro?

Vorrei dire "il mio popolo", ma ormai metto sempre questa parola tra virgolette. Chi è dunque "il nostro popolo" in tempo di guerra? Le nostre famiglie etniche? I nostri compagni d'armi? Coloro che condividono le nostre paure o le nostre speranze?

Voglio parlare a coloro che potrebbero non essere in grado di ascoltarmi, per rabbia o per paura. So che alcuni leggeranno le mie parole e le useranno per manipolare o affilare le proprie armi. Eppure, so che questo libro deve esistere. Per ora, ma anche per il futuro. Quando un giorno ci chiederemo: come parlava un leader religioso durante quegli anni bui?

Perché, secondo lei, non siamo più in grado di dialogare tra di noi sul tema di Israele e Palestina ?

Proprio perché ormai consideriamo le parole solo come armi. Strumenti di combattimento, non di dibattito. Ascoltate questa espressione che sentiamo continuamente: "Attenzione, se dici questo, farai il gioco di questo o di quello...". Temendo costantemente di "fare il loro gioco", non diciamo più "io". Diciamo solo "noi" e ci fondiamo con un collettivo a cui dobbiamo assoluta lealtà, anche se ciò significa difendere l'indifendibile o giustificare l'ingiustificabile. Siamo costretti a parlare al plurale o ad allinearci alle convenzioni linguistiche di un gruppo.

Quando vivevo negli Stati Uniti, mi stupiva che così tante persone iniziassero le loro frasi con "In quanto persona di colore, penso che..." o "In quanto persona gay, credo che...". Pensavo che un simile discorso fosse inconcepibile in Francia, perché la Repubblica ci proteggeva da esso. La politica identitaria ci ha ormai raggiunto in pieno e, non appena si accenna al Medio Oriente, domina completamente il nostro dibattito.

È stata accusata di tradimento perché è una rabbina?

È strano, ne parlavo proprio ieri con la mia comunità. Era Yom Kippur e stavo tenendo un sermone in sinagoga. Dicevo ai membri della mia comunità che nella tradizione ci sono due figure di leadership opposte: da una parte, il sacerdote, la cui missione è confortare il suo popolo. Dall'altra, il profeta, la cui missione, al contrario, è invitarli all'autocritica, anche a rischio di essere etichettati come traditori. Quando pronuncia parole che nessuno vuole sentire.

Credo fermamente che un rabbino (o qualsiasi leader religioso) debba essere in grado di fare due cose contemporaneamente: sostenere la propria comunità e, al contempo, fungere da specchio per essa. È un ruolo molto difficile da ricoprire, e che attira molte critiche. Soprattutto se si è una donna e la propria legittimità a ricoprire tale posizione è ancora messa in discussione. L'ho notato spesso negli ultimi mesi. Quando, ad esempio, Alain Finkielkraut, Marc Knobel, Joann Sfar o Nathan Devers difendono posizioni simili alle mie, vengono generalmente attaccati meno di me. È così e basta. Fortunatamente, ricevo anche moltissimi messaggi di sostegno.

Pensa che gli ebrei della diaspora dovrebbero prendere posizione?

No. Su quali basi dovrebbero farlo? Perché vengono così spesso pressati a prendere posizione? L'estate scorsa, alcuni amici volevano noleggiare una barca in Grecia. Prima di imbarcarsi, il capitano chiese loro se, visti i loro cognomi ebraici, potessero prima esprimere la loro posizione su Gaza… Questa storia è terribilmente emblematica della mentalità attuale: per gli ebrei, ora esiste una “presunzione di colpevolezza” (l'efficace espressione di Paul Audi). Improvvisamente, la politica israeliana viene considerata come un motivo per cui sono o corresponsabili o corresponsabili. A quale altro gruppo viene chiesto di superare un test di purezza morale per ottenere un lasciapassare o semplicemente il diritto di essere lasciato in pace?

Ritiene che si stia attribuendo troppa responsabilità agli ebrei della diaspora?

Certamente, molti ebrei della diaspora sono soggetti a una sorta di accusa collettiva permanente che, a quanto ne so, non viene imposta a nessun altro. Chiediamo forse ai bambini di cultura araba, nei cortili delle scuole, di prendere le distanze dal trattamento riservato alle donne o agli omosessuali in certi paesi musulmani? Il razzismo anti-musulmano è molto presente nella nostra società, ma non assume questa forma.

Nel corso della storia, gli ebrei sono sempre stati oggetto di questo tipo di accusa collettiva. Una famosa barzelletta ebraica lo illustra bene: "Se qualcuno fa qualcosa di stupido, viene chiamato sporco bastardo. Ma se un ebreo fa qualcosa di stupido, viene chiamato sporco ebreo".

Certo, ci sono momenti in cui gli ebrei sono profondamente preoccupati per ciò che sta accadendo in Israele e Palestina. Ma una cosa è "sentirsi" in parte responsabili, tutt'altra cosa è essere "ritenuti" responsabili o addirittura colpevoli. Questo è intollerabile.

Ma capisce che alcuni potrebbero essersi indignati per il fatto che lei non abbia menzionato i palestinesi nel suo libro scritto dopo il 7 ottobre ?

Quel libro fu scritto subito dopo il 7 ottobre. Questo che sto pubblicando ora si concentra proprio su questa domanda: che effetto hanno il trauma e il dolore sulle nostre parole? Cosa significa per ognuno di noi (e non solo per gli ebrei) confrontarsi con i punti ciechi della nostra storia? Come possiamo reimparare a vedere l'altro quando il dolore lo ha reso invisibile? Cosa accadrebbe se tutti si sforzassero di rileggere le proprie parole e riflettere su ciò che non sono stati in grado di esprimere?

Intende partecipare alla campagna elettorale israeliana in corso?

Andrò in Israele a ottobre per votare. L'ultima volta che ho votato lì è stato nel 1996; ho votato per Shimon Peres. E Netanyahu è stato eletto. Ho lasciato il Paese trent'anni fa. All'epoca ero molto giovane e studiavo medicina all'Università Ebraica di Gerusalemme. Sentivo che tutto era possibile e, soprattutto, che la pace era a portata di mano. Poi ci fu l'assassinio di Yitzhak Rabin per mano di un estremista ebreo. Quella notte, i miei sogni si sono infranti. Non potevo accettare che l'assassino si definisse sionista, proprio come mi definivo io. Così ho deciso di andarmene.

Torno su questo argomento con il desiderio di sostenere coloro che credono ancora nel sogno della convivenza. E in particolare, di sostenere tanti miei amici che fanno parte di quella che viene chiamata la "presenza protettiva" dei palestinesi. Questi israeliani attualmente lavorano nei campi insieme agli agricoltori arabi della Cisgiordania. Rappresentano una forma di resistenza che voglio sostenere.

Il futuro di Israele la spaventa?

Ho la sensazione che oggi sia in gioco il futuro di questo Stato. Non la sua stessa esistenza, perché Israele esiste, e coloro che ne negano la legittimità sono i veri nemici della pace. Ma queste elezioni sono le più cruciali di tutte. Determineranno non solo il futuro del Paese, ma anche il suo rapporto con la diaspora.

La politica israeliana non può essere compresa senza comprendere la psiche di estrema vulnerabilità che ne ha segnato la creazione. Questo Paese è nato dalla consapevolezza che il mondo non avrebbe potuto, né voluto, salvare gli ebrei… Questo è anche il motivo per cui ricorre così spesso alla forza e si rifiuta di affrontare le proprie vulnerabilità.

Dopo tutto quello che è stato detto sui fallimenti e i tradimenti di Netanyahu, come si spiega il fatto che non sia crollato nei sondaggi?

Attorno a quest'uomo si è instaurato una sorta di culto della personalità. Alcuni dei suoi sostenitori più ferventi lo considerano una sorta di erede del re Davide biblico. Anche se venissero a galla i suoi lati peggiori, nulla scalfirebbe la fiducia riposta in lui. I suoi discorsi si basano costantemente sulla paura, l'emozione più potente per mobilitare gli elettori.

Egli invoca costantemente i dolori della storia per ergersi ad unico garante della sicurezza futura. In questa regione, più che altrove, le persone sono ossessionate dalle rovine della storia. Penso spesso all'immagine dell'"Angelo della Storia" di Walter Benjamin. Egli spiega che la guerra spesso crea questo: siamo ipnotizzati da ciò che ci è accaduto e non riusciamo più a vedere nient'altro. E soprattutto non crediamo in un altro futuro... Questa è la natura stessa del trauma: impedisce al passato di svanire.

Il 7 ottobre ha riattivato nella memoria ebraica qualcosa che spinge molte persone a confidare solo in se stesse e a rafforzare una forma di tribalismo o isolamento. Lo capisco perfettamente. Ma vedo anche che, per me, la tragedia ha avuto l'effetto opposto: mi sento più universalista. Ora mi rifiuto di partecipare a qualsiasi manifestazione in cui si possa sventolare una sola bandiera.

È stato difficile scrivere questo libro?

Sì, rileggere tutte le mie dichiarazioni è stato a volte doloroso. So anche che alcuni penseranno che in queste pagine dica troppo o troppo poco. Cerco di parlare del nostro dolore e di mostrare che non è solo nostro, di dire semplicemente che il futuro di Israele e quello dei palestinesi sono inseparabili, di ricordare a tutti che non possiamo veramente prenderci cura dell'uno senza prenderci cura dell'altro, che quando le persone mettono in discussione il diritto di Israele ad esistere, non sono amiche dei palestinesi. E viceversa.

Crede ancora nella possibilità di due Stati, uno israeliano e uno palestinese?

Sono nata e cresciuta a Oslo e ho sempre sostenuto con forza la soluzione dei due Stati. Trovo molto difficile abbandonare quest'idea e, allo stesso tempo, mi rendo conto che sta diventando sempre più difficile da accettare. Quando torno in Israele, mi sembra di vedere fantasmi ovunque: i fantasmi di Oslo e quelli dei miei sogni di vent'anni fa, i fantasmi dei giovani palestinesi devastati e i fantasmi degli israeliani uccisi il 7 ottobre. E mi ripeto che tutti questi ricordi struggenti non ci abbandoneranno mai e che dovremo imparare a vivere con essi... e certamente non senza di loro.

In quanto rabbina, avverte una particolare responsabilità?

Il mio lavoro di rabbina consiste nel riflettere sul nostro patrimonio, sui nostri testi e su come la loro interpretazione possa ancora aiutarci ad affrontare le circostanze attuali. Oggi, ad esempio, sto considerando il concetto, spesso frainteso, di popolo eletto. Sto riflettendo su come questo concetto religioso abbia permesso a così tante persone perseguitate nel corso dei secoli di sopravvivere, nonostante la tragedia, aggrappandosi all'idea di una sorta di missione. Ma queste parole possono assumere un significato diverso in un'epoca di sovranità ebraica, o quando si detiene il potere politico o militare. Il concetto, in questi casi, richiede di essere ripensato. È compito dei leader religiosi facilitare la reinterpretazione dei testi in un nuovo contesto.

Perché ha deciso di smettere di essere rabbina di sinagoga?

Il mio rabbinato ha assunto una forma diversa. Dopo diciotto anni di servizio presso una sinagoga parigina, ora tengo corsi di pensiero ebraico in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Israele. Gestisco anche il sito web Tenoua e il suo laboratorio, un luogo aperto a tutti, dove centinaia di persone studiano ogni mese.

Mi allontano un po' dal mio ruolo pastorale, ma resto legata alle famiglie che ho avuto l'onore di accompagnare in tanti momenti della loro vita, sia gioiosi che drammatici.

Il 7 ottobre e tutto ciò che è accaduto da allora hanno scosso profondamente le nostre vite. L'aumento esponenziale dell'antisemitismo e il modo in cui il conflitto in Medio Oriente ha permeato le nostre vite stanno portando molte persone (compresi i rabbini) a riconsiderare il proprio contributo agli attuali dibattiti.

Nel suo libro, vediamo che lei individua molte allegorie del presente nei testi…

I testi sacri possiedono questo potere. Possono insegnarci qualcosa di rilevante per il presente. Tutto, naturalmente, dipende da come li interpretiamo. Prendiamo la famosa storia di Sansone nella Bibbia: in questo episodio, un ebreo molto forte, che si crede invincibile, viene un giorno preso in ostaggio dai Filistei e portato a Gaza. Per vendicare la tragedia subita, è pronto a uccidere donne e bambini. Dal 7 ottobre, questa storia mi ha fatto venire i brividi, come se volesse mandare un messaggio all'Israele moderno, dicendo: fate attenzione che la vostra forza e la vostra sete di vendetta non vi conducano al suicidio.

Non ho dubbi che altri interpreteranno questo testo in modo diverso e lo useranno per giustificare politiche estremiste. Questo vale per tutte le tradizioni religiose: alcuni leggono un precetto etico nei loro testi sacri, mentre altri li usano per alimentare il fondamentalismo. Purtroppo, sono spesso questi ultimi ad essere i più rumorosi oggi... Chi è più moderato ha molta più difficoltà a farsi ascoltare.

Teme le scadenze elettorali francesi?

Quest'anno elettorale sarà senza dubbio molto difficile. La retorica escludente e la polarizzazione alimentata dall'odio si intensificheranno... E i social media amplificheranno queste radicalizzazioni. È così che funziona: l'algoritmo odia le sfumature e la complessità. Se non ti unisci alla folla e se rifiuti la retorica oltraggiosa, diventi rapidamente invisibile. Eppure, ora più che mai, dobbiamo far sentire la nostra voce e invitare il mondo ad abbracciare il pensiero umanista. È l'unico modo in cui possiamo risorgere insieme da tutte queste macerie.