Odissea
libro XII, l'episodio delle sirene (versi 166-200)
traduzione di G. A. Privitera, Mondadori, Milano 2015
165 Dicendo così io spiegavo ogni cosa ai compagni:
intanto la solida nave rapidamente arrivò
all’isola delle Sirene: la spingeva un vento propizio.
Subito dopo il vento cessò, successe una calma
senza bava di vento, un dio assopiva le onde.
170 I compagni, levatisi e piegate le vele,
le deposero nella nave ben cava e postisi
ai remi imbiancavano l’acqua con gli abeti piallati.
Io invece, tagliato col bronzo aguzzo un grande
disco di cera a pezzetti, li premevo con le mani robuste.
175 Subito la cera cedette, sollecitata dalla gran forza
e dal raggio del Sole, del signore Iperionide:
la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni, uno a uno.
Essi poi mi legarono per le mani ed i piedi
ritto sulla scassa dell’albero, ad esso eran strette le funi,
180 e sedutisi battevano l’acqua canuta coi remi.
Ma appena distammo quanto basta per sentire chi grida,
benché noi corressimo, non sfuggì ad esse la nave veloce
che s’appressava e intonarono un limpido canto:
“Vieni, celebre Odisseo, grande gloria degli Achei,
185 e ferma la nave, perché di noi due possa udire la voce.
Nessuno mai è passato di qui con la nera nave
senza ascoltare dalla nostra bocca il suono di miele,
ma egli va dopo averne goduto e sapendo più cose.
Perché noi conosciamo le pene che nella Troade vasta
190 soffrirono Argivi e Troiani per volontà degli dèi;
conosciamo quello che accade sulla terra ferace”.
Così dissero, cantando con bella voce: e il mio cuore
voleva ascoltare e ordinai ai compagni di sciogliermi,
facendo segni cogli occhi: ma essi curvi remavano.
195 Subito Perimede ed Euriloco alzatisi
mi legarono e strinsero di più con le funi.
Ma quando le superarono e più non s’udiva
la voce delle Sirene né il loro canto,
subito i fedeli compagni la cera levarono
200 che gli spalmai sulle orecchie, e dalle funi mi sciolsero.
Alfabeto dell'Odissea, a cura di Barbara Castiglioni
Mondadori, Oscar Classici Cult, 2026
L'Odissea è senza dubbio un poema di mostri. I più famosi, probabilmente, sono i Ciclopi (...). I mostri più ambigui, misteriosi e fascinosi, però, sono senza dubbio le Sirene, donne dal canto ammaliatore, fonte di piacere e di conoscenza, ma anche di rovina e di morte, metafore della seduzione intellettuale. Sedute su un prato, stregano con la voce soave, e intorno a loro hanno cumuli d'ossa di uomini imputriditi: il loro canto è dolcissimo, e Ulisse può ascoltarlo solo con i piedi e le mani legati all'albero della nave, per sfiorare l'incanto e poterne godere senza morire. Mostri, demoni erotici, o forse solo rapaci prostitute, bellissime, agghiaccianti, ripugnanti, le sirene - di cui nell'Odissea non c'è nessuna descrizione fisica - erano, secondo la tradizione più nota, ninfe compagne di Persefone prima del rapimento, e sarebbero state tramutate poi dall'ira di Demetra in esseri mostruosi, metà donne e metà uccelli; solo dal Medioevo in poi si trova testimonianza sicura del loro aspetto più noto, quello, cioè, con il busto di donna e la coda di pesce, "canonizzato", per così dire, dalla Sirenetta di Andersen (che, a sua volta, fonde la sirena con quella che, per certi versi, è la sua versione "germanica", cioè l'ondina, catalogata da Paracelso come creatura acquatica, metà donna e metà pesce). Le Sirene, a cui nel poema sono dedicati pochissimi versi (XII, 166-200), sono, però, con ogni probabilità, una delle più grandi, sontuose eredità dell'Odissea, non solo le innumerevoli riprese letterarie, da Andersen fino alla sublime Lighea di Tomasi di Lampedusa, ma anche quella dell'arte figurativa - si pensi a Moreau, che le disegnerà candide, oziose, lascivamente abbandonate nella luce dell'aurora, o a Klimt, con le sue Sirene inquietanti, affusolate e immerse nei loro lunghissimi capelli - e dalla musica: come il Tannhauser di Wagner, che nel voluttuoso mondo del Venusberg, tra satiri, fauni, baccanti e coppie di amanti dediti a un'orgia selvaggia, faceva sussurrare alle sue sirene, da lontano, un dolce invito al protagonista: "Vieni alla spiaggia, dove gli ardori del desiderio, sui nostri cuori han refrigerio!".








