Giorgio La Malfa
Serve un'economia del futuro
Corriere della Sera, 16 febbraio 2026
Penso che dovrebbe esservi un allarme rosso sulle condizioni dell’economia italiana. I dati sono impressionanti, quando li si guardino nella loro evoluzione temporale. Praticamente l’economia italiana è stagnante da un quarto di secolo: è ferma la produttività, declina progressivamente il settore manifatturiero; cresce il settore dei servizi, ma non con imprese ad alto valore tecnologico ma in attività essenzialmente legate al consumo ed al turismo che offrono stipendi molto al di sotto di quelli degli altri paesi dell’Europa Occidentale. Ci si consola dicendo che il reddito nazionale potrebbe crescere di mezzo punto, senza tener conto di tutti i dati che misurano le tendenze di fondo.
Ho scelto due indicatori che sono inconfutabili: fra il 2004 e il 2024 il reddito procapite in seno all’unione Europea è cresciuto del 20%. In taluni paesi entrati di recente in Europa che partivano da redditi molto bassi la crescita è stata molto superiore alla media. Nei grandi paesi dell’Europa Occidentale chi ha fatto peggio è la Spagna, dove il reddito procapite è cresciuto dell’11%. In Francia è cresciuto del 22, in Germania del 24%.
In due soli paesi il reddito procapite è diminuito: in Grecia del 5%, in Italia del 4%. Venti anni fa il nostro reddito procapite superava quello medio dell’unione Europea del 20%, oggi è di circa il 15% sotto la media. Come definiamo questi numeri?
Un secondo dato. Il Sole 24 Ore ha pubblicato le classifiche del reddito procapite delle regioni dell’Unione Europea. Venti anni fa, la Lombardia, il Veneto e il Piemonte erano nel gruppo di testa insieme con alcune regioni della Germania, della Francia etc., mentre regioni come le Marche e l’umbria stavano più o meno a metà classifica. Oggi Lombardia, Veneto e Piemonte sono posizionate a metà classifica, mentre Umbria e Marche sono scivolate verso il fondo, avvicinandosi alla Calabria e alla Sicilia che in quella graduatoria sono state sempre molto in basso.
Non dovrebbe esservi un piano straordinario per affrontare il declino dell’economia italiana? Non si doveva utilizzare il sostegno straordinario offertoci dall’europa con i fondi del Next Generation EU per sostenere una strategia? Il problema è che manca la diagnosi e quindi manca la cura. Il governo italiano, in fondo, ha come unica strategia la più semplice e più superficiale delle politiche keynesiane: pensa che si tratti di sostenere la domanda. Quindi, quando le regole europee lo consentono, abbassa qualche aliquota o aumenta, se ci riesce, la spesa in opere pubbliche pensando in questo modo di dare fiato all’economia. Ma se la crisi è dovuta alla stagnazione della produttività, sostenere la domanda non basta e non serve: bisogna fare una diversa politica: una politica dell’offerta. Bisogna cioè che vengano fatti investimenti in grado di sollevare la produttività. Questa è la sola chiave se si vuole invertire il declino.
Da questa diagnosi discende anche la strategia da adottare. La sola strada che l’italia può imboccare — e che a mio avviso deve imboccare al più presto — è fare massicci investimenti nella scuola, nell’università, nella ricerca scientifica di base, nella ricerca applicata, nell’acquisizione di nuove tecnologie, nel sostegno agli investimenti nei settori avanzati, nella promozione delle start-up tecnologiche e così via.
Questa è la ricetta che ritengo indispensabile. Oggi l’italia spende per l’istruzione circa il 4% del Pil. Dovremmo darci l’obiettivo di raddoppiare questa percentuale nel giro di tre o quattro anni. Se è possibile farlo per la difesa, a maggior ragione va fatto per istruzione e ricerca. Dovremmo inondare di fondi la scuola, l’università, gli enti di ricerca; dovremmo dare contributi agli investimenti in settori avanzati; dovremmo creare poli di ricerca in cui concentrare gli sforzi e aiutare tutti quelli che operano nel campo dell’innovazione, far crescere intorno ad essi delle iniziative del venture capital. Invece di dire che tutto il Mezzogiorno o tutta l’italia è una ZES, dovremmo individuare pochi poli su cui concentrare il massimo degli incentivi e dei sostegni.
Naturalmente non è una strada facile perché, non potendo fare ulteriore debito pubblico, far crescere i finanziamenti dedicati a questi settori impone di limitarli ad altri e ci vuole coraggio e determinazione. Ma si deve sapere che questa è una strategia e non ve ne sono altre.
I governatori della Banca d’italia, da Ignazio Visco a Fabio Panetta, hanno parlato molto in questi anni di questi problemi. C’è quindi il supporto scientifico del maggiore centro di riflessione economica di cui ancora dispone l’italia. Panetta lo ha fatto ancora inaugurando l’anno accademico dell’università di Messina. Le loro analisi confortano questa mia proposta. Ma la scelta di procedere è una scelta politica. Non è un fatto tecnico.
Da dove trarre i fondi necessari? Ovviamente servirà, all’inizio della ormai prossima legislatura, partire da una analisi spietata del bilancio, ma per esempio sarebbe un giusto segnale prendere 13 miliardi che il governo attuale ha messo nel progetto pluriennale di bilancio per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e trasferirli integralmente alla scuola e alla ricerca scientifica. Lasciando da parte le questioni di fattibilità, quello che è certo è che il ponte è espressione di una concezione economica vecchia: è l’idea della piena occupazione attraverso la domanda. È un progetto protokeynesiano. Quello che ci serve è la crescita di un’italia moderna tecnologicamente. Meglio prendere quei soldi e darli alle Università o ai giovani che hanno avviato delle start-up tecnologiche. Se non vogliamo affondare nel Mediterraneo, dobbiamo immaginare un’italia proiettata nel XXI secolo, non nelle illusioni del secolo scorso.

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