Alessandro Manzoni
Adelchi (1822)
- «Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti»
[Atto III]
[Atto III]
Coro
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa 5
percosso da novo crescente romor.
Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,
qual raggio di sole da nuvoli folti,
traluce de’ padri la fiera virtù:
ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto 10
si mesce e discorda lo spregio sofferto
col misero orgoglio d’un tempo che fu.
S’aduna voglioso, si sperde tremante
per torti sentieri, con passo vagante,
fra tema e desire, s’avanza e ristà; 15
e adocchia e rimira scorata e confusa
de’ crudi signori la turba diffusa,
che fugge dai brandi, che sosta non ha.
Il forte si mesce col vinto nemico,
col novo signore rimane l’antico;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
si posano insieme sui campi cruenti 65
d’un volgo disperso che nome non ha.
Il Socialismo dopo il Socialismo. XIV) La selva oscura della “rivolta” in atto
Città futura on line
Negli ultimi tempi, dopo anni di nuovo Sessantotto “nero”, sembrano emergere movimenti politici di massa d’opposizione sociale, a livello europeo, a partire dalla solita Francia.
1. La selva oscura delle rivolte in atto
Sono movimenti imponenti, ma dal significato ancora oscuro, tanto che non si sa neppure se dovremmo vedervi indizi di una sana protesta contro un mondo “malo”, oppure qualcosa che si potrebbe ritorcere proprio contro i riformatori, per la strana eterogenesi dei fini, che talora produce l’opposto di quello che uno creda di ottenere. Vigiliamo, perché comunque qualcosa di importante sembra di nuovo bollire nel grande pentolone della storia nostra.
Questi movimenti di opposizione sociale manifestano pure i tratti violenti delle rivolte delle banlieue, grandi periferie urbane e in specie metropolitane. Ora avvengono con autoconvocazione dei “rivoltosi” tramite cellulari, che accrescono a dismisura la facilità di organizzare la spontaneità “politica” di massa. Anche in Italia. Purtroppo, includono pure frutti marci della violenza che torna nelle strade (e speriamo che passi subito), con distruzioni e saccheggi, ad opera pure di minorenni: con effetti nefasti, se mai permanessero, nei prossimi giorni, mesi o addirittura anni. Ciò, per fortuna, per ora non è affatto sicuro, anche se è necessario vigilare per evitarlo.
2. La simmetria tra movimenti in conflitto nella Storia
A dire la verità la cosa, pure come storico, non mi ha stupito neanche per un secondo, perché sempre, nella Storia – quando dilaga un radicalismo, cioè un movimento o decisamente di destra con basi di massa, oppure di sinistra con basi di massa – capita più o meno intensamente pure nella parte specularmente opposta, o a tempo o a ruota. In genere le guerre non generano tali movimenti, ma li innescano. A me sembra assodato.
Le recenti lotte sociali, che hanno messo in movimento ragazzini minorenni delle scuole, ma pure contadini e camionisti (in Italia), e che hanno coinvolto tante città, hanno avuto forti motivazioni, connettendosi ad un disagio sociale diffuso, palesemente legato all’inflazione suscitata dai conflitti: inflazione che svaluta salari già bassi. Pesa pure molto la carenza di alloggi decenti e alla portata delle tasche della povera gente [e degli studenti fuori sede], specie nelle grandi città. Ha certo un peso pure il disagio connesso al disadattamento [oltre che al degrado] scolastico. E conta sicuramente molto la vita da marginali, naturalmente a partire da proletari immigrati di prima e seconda generazione (ma non solo tra di loro, perché ci sono anche marginali italiani da secoli, “d’origine controllata”).
Non stupisce che una componente di tali movimenti sia quella del movimento “pro Pal”. Nel 1968 il movimento studentesco ed operaio aveva avuto per molti contestatori il detonatore – niente di più, ma niente di meno – della cosiddetta “sporca guerra” degli americani in Vietnam. Il fatto che oggi molti giovani concittadini, in specie figli di immigrati, con genitori di fede tranquillamente islamica, di fronte alla grande strage di settantamila palestinesi massacrati dal cielo dal governo israeliano, si scoprano antioccidentali radicali, ritenendo tutto l’Occidente connivente con Israele, e marcio, si spiega bene. Anche se gli stessi, per il solito semplicismo con basi di massa, dimenticano e talora giustificano come atto di liberazione l’eccidio di mille israeliani innocenti da parte di terroristi di Hamas prima di questo stragismo di massa perpetrato dal governo israeliano dal cielo. Non stupisce che questo genere di protesta risvegli pure l’antico conflitto con l’imperialismo capitalistico occidentale niente affatto islamico. Certo gli imperialismi, nel mondo, sono diversi, ma che in Occidente faccia più impressione il nostro non stupisce. I vicini del russo se la prendono col russo. E così via. Dovremmo farlo anche noi (senza dimenticare i crimini del Cremlino), ma questo non assolve i padroni del vapore nostri.
Ma questo cosa c’entra con i movimenti eversivi di massa dei giorni scorsi da Milano e Torino a Bologna e Roma, e, con altri soggetti sociali, in Meridione?
C’entra, c’entra. Quel che accade a livello di massa a Milano è sempre importante, dal 1848 ai giorni nostri. “Chi ci culpa?”
3. L’arrestato
Ora, alla ricerca del capo degli sfasciavetrine di Milano e forse d’Italia, è emerso pure un presunto capo del Movimento 17 ottobre, con tanto di pagina Internet, Youssef Siher, di trent’anni, laureato e ricercatore della stessa Facoltà allora di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano in cui sono stato professore universitario ordinario finché nel 2010 non sono andato a riposo, mentre stavo diventando “settantino”. Probabilmente è stato direttamente allievo di miei più giovani colleghi dell’area di Politica internazionale della mia stessa Facoltà. Avrà pure pubblicazioni più meditate dei volantini eversivi citati sulla stampa d’oggi, pubblicazioni che nei prossimi giorni salteranno fuori. Con chi si è laureato? Che tesi ha fatto? E con chi ha fatto il dottorato di ricerca e con quale pubblicazione? E quali libri o saggi ha scritto? Ha trent’anni e sta a Brescia. Ha pure collaborato col “Fatto quotidiano” e “Il foglio”. E all’Università ha pure fatto parte del Senato Accademico, il che in un curriculum non è certo cosa da poco.
L’arresto è importante, anche se sa molto di trovata facile del Gran Colpevole, sempre in cima alla mente di chi dietro ai grandi movimenti di massa ha sempre bisogno di trovare il regista occulto, non potendo credere, nella sua testa o da poliziotto o da reazionario irriducibile, che tanta gente si muova in primo luogo perché ha motivi concreti per provare un forte disagio sociale, oltre che perché ha talune idee o miti – per quanto elementari – nella testa. Tra questi motivi c’è certo l’odio contro quello che una parte dei “protestatari” crede sia lo stragismo, imperialismo e capitalismo di Israele e dei suoi alleati, complici o almeno conniventi, d’Occidente: stragismo che ha fatto morire settantamila persone innocenti [prese in blocco] sotto continui bombardamenti israeliani. Naturalmente chi ha tali pensieri d’odio contro Israele e l’Occidente detto complice, rimuove, e talora giustifica, a quanto pare come questo Siher, l’orrenda strage di mille israeliani: strage che ha scatenato, con reazione sproporzionata sino all’assurdo, lo stragismo contro i palestinesi a Gaza e dintorni, e ora l’impunito squadrismo dei coloni israeliani in terra palestinese.
Ma su ciò faccio due osservazioni.
Prevedo, e vedremo se i prossimi giorni mi daranno ragione, che la rilevanza dell’arresto di questo Youssef (che è poi “Giuseppe”) Siher si ridimensionerà presto. Non che con quel che ha scritto ed incitato a fare non sia da tenere “al fresco” quanto i giudici certo diranno, ma perché il “ritrovato” è troppo “su misura” come Gran Colpevole. Mi ricorda il tempo in cui il professor Toni Negri, certo anche lui non portatore di acqua fresca ma eversore, era stato ritenuto il Capo delle Brigate Rosse. A quel tempo, mi pare fosse il 1978, io ero un dirigente del PCI di Alessandria, e tra l’altro, avendo fatto parte pure della segreteria della federazione nel 1973/1974, avevo un buon rapporto con quello che tutti consideravano per il PCI una specie di ministro degli Interni ombra, Ugo Pecchioli. Una volta in cui venne ad Alessandria, io gli dissi: “Io, però, non credo affatto che questo Toni Negri sia il capo delle Brigate Rosse”. Lui mi rispose, da quella persona seria che era, più o meno così: “Franco, non voglio raccontare a te una cosa per l’altra. Non sarà il capo, ma c’è del torbido in tutta la sua azione”. E in base al Codice era certo vero. Così questo tale signore trentenne di Milano, non sarà un ragazzino innocente, ma il suo ruolo nel movimento, certo italiano, e forse milanese, non risulterà rappresentativo e importante quanto “oggi” sembra. Come potremo vedere, o non vedere (per mio errore), nei prossimi giorni. L’arresto ha certo rilievo non da poco, ma se si crede di aver trovato il generale in capo, o almeno un vero generale, dell’eversione d’oggi, si fa come quel tale che vedendo il dito puntato sulla luna si concentrava sul dito. Si può pure dire che l’estremismo maturato in humus islamico contro Israele e consorti, sia una delle componenti di questa protesta, ma il movimento di massa nato in queste settimane, non solo a Milano, o in Italia, ma in Europa, ha certo una componente importante contro la guerra in Medio Oriente; ma ha motivazioni che la travalicano assolutamente. E non di poco.
4. Le ragioni della nuova protesta politica di massa in Italia ed in Europa
Non intendo affatto sostenere che tutto venga dal disagio sociale e che non c’entrino le idee, qui come in Francia, Spagna o altrove, ma che le pulsioni ideali presenti, per quanto confuse, sono varie: per me più legate al mondo dell’anarchia e dell’ex, o attuale, Autonomia.
Quelli che esprimono la loro rabbia, più o meno incosciente a seconda dei casi, hanno sempre in modo forte una tra tali ragioni: la disoccupazione o l’assenza di un lavoro decente; i bassi salari; le abitazioni troppo da povera gente [o inaccessibili ai detentori di redditi bassi]; il disadattamento scolastico; l’emarginazione sociale, e la protesta sentita contro un Occidente considerato connivente con il governo ritenuto stragista di Israele e, più in generale, sfruttatore della povera gente del mondo.
Certo l’Occidente per tutti i poveri è stato ed è pure un luogo di riscatto senza pari, ma che giovani e giovanissimi ribelli, o disadattati per molti motivi, se la prendano col sistema dominante – da sinistra, da destra e talora, coi “rosso bruni”, da entrambi i lati – nella storia si tocca con mano.
5. Il mondo anomico della globalizzazione e il vano tentativo della Destra mondiale di fermarlo
Per tutto questo ci sono motivazioni profonde, cosiddette strutturali o invece occasionali. Molte cose – il che dicesi “strutturale” – sono legate ad una globalizzazione economica che getta a ondate, sul mercato del lavoro, quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”[1], ossia masse di povera gente inoccupata, che abbassano il valore della forza lavoro per la presenza di tante persone pronte a lavorare per compensi “stracciati” o comunque, nei paesi civili, da aiutare in qualche modo a campare col pubblico danaro, con rabbia alla fine sia dei quasi poveri che c’erano già che dei nuovi, che sentano le speranze di vivere bene, che si erano fatti, incomprensibilmente tradite. Sono le antiche lotte tra poveri, che al tempo dei movimenti operai e socialisti almeno sino agli anni Sttanta del Novecento erano metabolizzate dal mondo stesso dei lavoratori, che magari con qualche sarcasmo assorbiva i nuovi poveri. Oltre a tutto gli immigrati sono, o meglio “sembrano”, troppi, e troppo diversi. I nuovi poveri ora arrivano di continuo dall’Africa, dall’Europa Orientale e dalle zone di guerra del mondo, e pur tollerati, e un po’ aiutati, in specie se irregolari, come innumerevoli tra loro, debbono arrangiarsi, come marginali, spesso devianti o ritenuti tali.
Oggi i nuovi arrivati sono più soli dei milioni e milioni di meridionali italiani che arrivavano al nord, e che per altro pure loro per anni non se la passavano certo tanto bene. In lunghi anni i figli degli immigrati diventano nostri concittadini. Ma hanno spesso problemi non da poco di convivenza con altri elementi poverissimi e poveri “nostri” da sempre, e con innumerevoli cittadini di dignitose ma modeste condizioni, essi pure italiani da secoli, che mal sopportano forme di disadattamento più o meno frequenti, pur frutto del disagio sociale, e persino le differenti abitudini e credenze, anche quando non fanno male a nessuno, e che però li scocciano (e la cosa paradossalmente è in parte reciproca). La convivenza con gli immigrati, e tra i loro figli ora cittadini, e il Paese tradizionale, disturba la quiete pure di borghesi piccoli e piccolissimi (e persino delle famiglie di “vecchi lavoratori” qui da secoli), perché crea – anche solo in termini di psicologia collettiva – un senso d’insicurezza, di disordine e di anomia territoriale, specie di notte. Già quando ero bambino i poco di buono, nel mio Borgo erano detti drugànt, ma ora i droganti sono numerosissimi, e naturalmente sono arruolati tra i marginali, tra cui non pochi immigrati specie “irregolari”.
La recente ondata inflattiva, legata alla crisi delle materie prime connessa alla difficoltà di accedere a prezzi decenti al petrolio (a seguito delle troppe guerre in corso), ha dato fuoco alle polveri determinando una grande e giustificata protesta, spesso di ragazzi figli di immigrati, pieni di ragioni di rabbia sociale, pure segnata da una violenza spesso carica di vera anomia.
6. La matrice del grande risveglio della destra in Occidente
Da tutti i fattori richiamati di natura sociale, prima della recente “nuova contestazione” nelle piazze e strade (se permarrà), era emersa, da molti anni, la grande spinta mondiale a tornare indietro; a restaurare il mondo perduto degli Stati nazionali in cui non avanzava “lo straniero”, con le vecchie collaudate reti di sicurezza e tranquillità: situazione magari creduta migliore nell’immaginario di quanto effettivamente fosse stata nella realtà. Da tempo il mondo – ciascuno verso il passato suo – prova a tornare al vecchio Stato nazionale, pensando di far “grande” la sua nazione; è perciò in atto una sorta di Restaurazione d’estensione sin qui mai vista, che via via ha toccato la Russia, in senso nazionalista autoritario e imperialista (quasi neo-zarista, e certo fascista), ma pure l’Ungheria e Polonia in certi periodi in forma di democratura (democrazia per libertà di voto, e “dittatura” per lo strapotere del potere esecutivo sul legislativo e giudiziario). Vi tende pure la civilissima e democratica Germania arrivata dopo i noti orrori del nazismo ora, nell’ex Germania orientale comunista, a dare la maggioranza al neonazismo (o un che di simile), e però con orientamento similare al 25% a livello nazionale. L’area destrorsa dilaga in Francia col Fronte Nazionale quasi al potere, ed è prevalsa in Italia con Fratelli d’Italia ed alleati. Anche se l’Italia è uno strano Paese, forse per un pizzico di scetticismo di fondo (stile “Garbatella”), di gente che in millenni di civiltà ne ha viste di tutti i colori, per cui una volta al potere tutti, qui, tendono a diventare “democristiani”, mettendo molta acqua nel vino loro, fosse stato “rosso” (“antico”) o “nero” di lunga conservazione (“ventennale” con camicia).
A mio parere, però, i restauratori (in specie neri tendenti al grigio, e con fan specie tra la povera gente per tanto tempo di sinistra), non ce la faranno mai a tornare durevolmente e veramente ai vecchi Stati nazionali sovrani, anche un poco ammodernati (si capisce). A meno che tra una guerra e l’altra non scoppi una Terza Guerra mondiale non “a pezzi”, ma globale, alla fine nucleare, con centinaia di milioni o forse un miliardo di morti. Purtroppo, non si può escludere minimamente, anche se è improbabile.
7. Possibile debolezza storica della svolta a destra internazionale
Guerra generale a parte (per ora con buone possibilità di essere fermata), i restauratori dei vecchi Stati nazionali pretesi “legge e ordine”, non ce la faranno affatto a durare e vincere, nel “loro” Sessantotto “nero” (per quel che prevedo io). Per me la Storia ha infatti dimostrato a iosa che non è affatto detto che si vada sempre verso il meglio, ma che è difficilissimo far tornare indietro il suo orologio. A quel che ritengo, in pochi anni il successo straordinario di questi restauratori dello Stato qual era quando c’era lo Stato nazionale sovrano, da Roma a Washington e in tante altre parti del mondo, risulterà effimero. Infatti la globalizzazione economica mondiale, la rivoluzione tecnologica dell’automazione e infine Intelligenza Artificiale, con Internet e comunicazione di tutti con tutti, non potranno essere fermate. Siamo in un tempo in cui i capitali con un clic del computer possono andare dappertutto, dove il lavoro duro – nascosto ma sempre necessario – costa pochissimo, e non si pagano tasse o quasi; ma pure con centinaia di milioni di poveri del pianeta, che vanno dove si può campare e guadagnare decentemente. Anche se figli e nipoti, ormai dimentichi della grande fame e mortalità dei nonni, potranno poi “arrabbiarsi” scoprendo le miserie occulte del nostro modo di vivere e pensare, ben note a noi da più di cent’anni.
Questa globalizzazione – lo ribadisco – non potrà essere fermata. E perciò la Restaurazione dei vecchi Stati nazionali e nazionalisti – forzatamente chiusi agli immigrati e a loro più o meno ostili, e con produttori interni, imprenditori come operai e contadini protetti tramite misure “legge e ordine” (e dogane), o altro, dalla concorrenza internazionale – è una Restaurazione che non potrà durare (a quel che ritengo).
Tornare all’antico è molto duro. Persino la prima potenza mondiale è messa in ridicolo da bande armate in aree intorno all’Iran. Inoltre, chi l’avrebbe detto che avremmo visto Germania e Francia più in crisi di noi?
Questa Restaurazione, quest’espansione mondiale della destra conservatrice e pure più o meno limitatrice della “libertà dei moderni”, infatti comincia già a mostrare un motore che batte in testa, anche se il tempo che le resta, in anni, non si può dire a tavolino.
8. Le simmetrie nei movimenti di massa opposti della storia
Ma a me, ora, premeva sottolineare che nella storia quando prevale in modo netto un’area radicale, ne salta sempre fuori un’altra più o meno uguale e contraria. Quando in Italia prevalse l’estrema destra, dal 1921 al 1943, la sinistra era stata a lungo, prima, prevalentemente massimalista, specie nel biennio rosso 1919-1920 (ma in realtà dal 1912 al 1922), in specie nel triennio circa a ridosso della fine della Grande Guerra. E tutto sommato, persino nell’Antifascismo, nostrano ed europeo, lo rimase sino al 1934.
Allora era totalmente prevalsa (specie tra 1912 e 1922), come area socialista massimalista, senza voler o poter governare. In sostanza a un massimalismo socialcomunista e poi comunista corrispose una sorta di massimalismo nero, a rovescio, che dal 1921 prevalse su un sovversivismo rosso, troppo rozzo e parolaio, in cui lo spirito di protesta era stato fortissimo, ma la cultura di governo, rivoluzionaria come riformista, inadeguata. Ma qui m’interessa far vedere una certa simmetria tra movimenti di massa opposti, che del resto si ha pure quando il fiume della storia sembra scorrere tranquillo, ma in pace. Tuttavia nelle grandi crisi, epocali o temporanee, le forze sociali si polarizzano più o meno ai due estremi.
Quando Hiter era quasi al potere, il comunismo, rivoluzionario, era al 30% [non proprio, il Kpd raggiunse il 14,3 per cento nel luglio 1932 e il 16,9 in novembre]. Il risveglio da quello stalinismo “rivoluzionario” dopo il 1933 fu amaro.
In Francia mentre dilaga Marine Le Pen arriva la sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Ivi il disagio sociale grave si muta in rivolta, che certo travalica Mélenchon e compagni di parecchio, ma qualcosa con lui c’entra.
Pure in America i veri oppositori con base di massa di Trump non sono riformisti democratici, ma elementi che “in un’ottica USA” sono molto di sinistra, come l’ex ugandese e musulmano Zoran Mandani, sindaco di New York, o il neosocialista Bernie Sanders, punta “estrema” del Partito Democratico americano.
Anche in Italia Giuseppe Conte, col nuovo Movimento 5 Stelle, di fatto molto vicino all’Alleanza Verdi Sinistra, rischia di prevalere sul Partito Democratico di Elly Schlein, mentre il riformismo puramente democratico è a disagio, con i vari Gentiloni, l’ottimo Graziano Delrio, per non dir di Renzi di Italia Viva, e di Carlo Calenda di Azione, ridotti a quantité nègligeable dal prevalere degli opposti radicalismi con basi politiche di massa. Anche se questo non significa che la sinistra possa prendersi il gusto di gettare al vento il piccolo gruzzolo di voti del Centro aperto ad essa, che ha modesto rilievo, ma può fare la differenza col campo avversario.
Conte, Bonelli e Fratoianni non sono certo bolscevichi in salsa italiana come i fortissimi massimalisti alla Giacinto Menotti Serrati per non dire dei comunisti “puri” come Bordiga e a lungo Gramsci quando s’impose Mussolini: però i loro “partiti” (M5S e AVS) rappresentano una sinistra che – abbia torto o ragione – con quelle posizioni alla testa della coalizione non governerà mai, come non governeranno mai i vari Mélenchon, Sanders, eccetera. Quella è stata o è, in tutti i casi richiamati, sinistra d’opposizione, che tale rimane, rendendo più facile la vittoria e la permanenza di una destra di governo. Col Partito Democratico tale area potrebbe però vincere, ma se quella sinistra lì (M5S e AVS, pur importanti), è egemone invece che egemonizzata da una sinistra democratica più nettamente riformista, farà perdere. A lei e a tutta la sinistra converrebbe sfoderare un sano spirito di compromesso con il PD della Schlein, ma accadrà? – Può piacere o non piacere affatto, ma solo il PD, persino per la centralità che in questi tempi ha ormai la politica internazionale, ma pure come ceto politico di governo, può dirigere l’orchestra cosiddetta progressista.
Naturalmente ci si potrebbe chiedere perché non accada a parti inverse, con la Meloni e i “Fratelli” suoi; ma se si approfondissero le cose si vedrebbe che pur con residui di nostalgismo, quella destra è più erede della DC di destra che era stata forte sino al 1960 che del fascismo. Sta con il fascismo nello stesso rapporto in cui il PD sta col vecchio PCI: qualcosa c’entra, ma l’insieme del PD è post-comunista. Certo il comunismo “italiano” non era come il fascismo (tanto che la Costituzione porta la firma di Terracini e i comunisti sono stati il nerbo dell’antifascismo e della Resistenza), ma ogni forza ha il suo passato, che viene superato ma che lascia i suoi residui, quali siano. Non confondiamo i residui della storia con la sostanza della storia, non per far sconti a qualcuno, ma perché chi scambia i residui con la sostanza della storia, è sempre fuori strada.
9. Le masse fanno come vogliono, anche se si possa poi deplorarlo, figurandosi che sarebbe stato possibile fare cose totalmente diverse da quelle che furono fatte
Tuttavia, mettersi a fare la predica alle masse dicendo loro: “Non seguite Sanders o Mamdani in America, perché per quanto bravi per quella via nel vostro Paese non arriverete mai al potere, e loro vanno bene solo come pungolo, ma non come direttori dell’orchestra. Seguite piuttosto qualcuno vicino ai Clinton o a Obama. Non seguite Mélenchon in Francia. Non seguite Conte in Italia, e così via, perché con quelle posizioni lì non batterete mai la destra”. Ebbene, un tal discorso, oltre che ingeneroso verso questi riformatori (per ora), e per me persino ripugnante (perché ad esempio Mélenchon mi ricorda tanto Lelio Basso e pure Vittorio Foa, che mi furono cari), non serve a niente. Questi orientamenti delle masse del mondo hanno basi profonde, che delle nostre prediche razionali, o pretese tali, se ne fanno un baffo, anche se questi orientamenti detti “esagerà’”, preparano, senza volerlo, il trionfo, o la permanenza al potere, dell’avversario un tempo detto “di classe”.
Ma questi confronti storici e la riflessione sui movimenti di massa che si sono scatenati su larga scala in Europa e pure in Italia in questi giorni, mi suggeriscono due osservazioni che non mi sembrano di scarso rilievo: una di carattere storico ed una di pensiero politico.
Se andiamo alle lotte sociali del primo dopoguerra (ma potrei pure parlare dei conflitti in Russia tra 1917 e 1921, oppure di quelli in Germania dal 1929 al 1934, e così via), e pensiamo di interpretarli prendendocela con questo o quel leader o gruppo politico, comprendiamo poco della Storia. Non dico che la cosa non abbia nessun fondamento (e lo storico analitico lo deve pure mettere in luce), ma in gran parte, politicamente, rischia di farci perdere di vista l’essenziale. Possiamo anche non ricordarci neanche più di chi fossero, poniamo, Serrati (e pure l’allora massimalista Bombacci, poi comunista-fascista appeso a Piazzale Loreto, che nel 1919-20 era popolarissimo tra i proletari come “terrore della borghesia”, diceva una canzone proletaria); e possiamo pure non ricordare neanche più i nomi dei capi del KPD (Partito Comunista Tedesco) nel 1930 o giù di lì che alla vigilia del nazismo avevano il 30% dei voti; possiamo pure ricordarcene poco, ma invece non possiamo non ricordare che le grandi lotte sociali, che erano alla base, avevano ragioni profonde loro proprie, in un senso o nell’altro. Se nel 1921, come fu tentato di fare, Mussolini non avesse seguito la rivolta reazionaria violenta, squadrista agraria e poi cittadina, contro il biennio rosso e il decennale intransigentismo, massimalismo e comunismo delle sinistre, questa rivolta reazionaria sarebbe stata impersonata da altri, come i Dino Grandi, Italo Balbo e vari ras specie della Valle Padana[2]. Questo è così vero che il massimo storico vivente del fascismo, Emilio Gentile, ha sostenuto che la storia del fascismo travalica di molto quella del Duce, spesso trascinato dai capi del Partito che impersonava. Per questo ora parla di Storia del Partito fascista[3]. In sostanza gli orientamenti opposti delle grandi masse non sono solo frutto della spontaneità delle masse, rosse o nere. Tali orientamenti profondi hanno ragioni profonde, legate parecchio all’economia, ma anche alle fedi e sogni collettivi. Su queste pulsioni profonde delle “loro” masse, i capi possono fare qualcosa, precedendole, ma . come diceva Lenin – “di un passo soltanto”.
Ad esempio studiando quel che capitò tra due guerre mondiali si vede che le forze in campo avevano orientamenti loro, come del resto in fasi recenti abbiamo visto in città e cittadine che erano state comuniste per quarant’anni e che poi si sono messe a votare per la Lega o per Fratelli d’Italia. Non possiamo semplicemente deplorare le scelte che non ci garbano, perché dare il voto alla Storia è sempre assurdo. Anche se gli orrori ricadono sempre sulla testa di quelli che li hanno ordinati o commessi.
La grande protesta sociale del 1919-1920, che poi ci ha fatto discutere per cinquanta o sessant’anni sul primo dopoguerra come rivoluzione proletaria mancata (oppure no), aveva ragioni profonde, a prescindere dalla pochezza dei suoi capi. Ma valse poi per il fascismo. E così accade nel mondo.
10. L’ora dei libertari (però nocivi se violenti)
Così oggi – è il secondo punto cui facevo riferimento – nell’esplosione italiana di conflitti, pure di “ragazzini” – non dobbiamo cercare innanzitutto “sobillatori”, mattoidi o pretesi tali che strumentalizzano la protesta dei “bravi ragazzi” (come se i più fossero ciechi che si fanno sobillare “senza volere”), per quanto qualcuno di tali pretesi capi si possa trovare (come questo Youssef Siher); dobbiamo vedere, piuttosto, l’autonomia che nella storia possono avere i movimenti di massa. Su ciò sarebbe da rileggere soprattutto quel che ne ha scritto Francesco Alberoni, prima in Statu nascenti, nel mitico 1968, e poi in Movimento e istituzione[4].
Sono cose che tanti anni fa ci aveva pur insegnato Rosa Luxemburg, specie in Sciopero di massa, partito e sindacati, e poi Raniero Panzieri, nei “Quaderni rossi”, e “Classe operaia” con Tronti, e l‘operaismo marxista piemontese del PSIUP di Pino Ferraris, Clemente Ciocchetti e Franco Ramella (con cui molto collaborai circa sessant’anni fa e nell’autunno caldo), e Vittorio Foa in Per una storia del movimento operaio, e infine, quando il suo pensiero pareva per noi un ricordo, sempre Foa nello stupendo libro memorialistico Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita; e persino, suo malgrado e specie mio (mai stato estremista, e però attento alle forme più meditate di tale pensiero), Antonio Negri, specie in Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, e, con Michael Hardt, in Moltitudine e infine Assemblea. Ma proprio per cercare di cogliere qualcosa delle recenti espressioni di rabbia sociale, non sarebbe male neppure rileggere il suo Il dominio e il sabotaggio, del 1978, pur senza smettere di dissentire radicalmente da lui. Sulla stessa scia sarebbe pure bene leggere o rileggere un famoso pensatore francese recente, pure dal Negri “esule” a Parigi molto influenzato, Michel Foucault, specie per Sorvegliare e punire e Microfisica del potere[5].
Ciò posto è inesatto dire che i movimenti recenti, addirittura di ragazzini, ma pure di contadini o camionisti, o dei gilet gialli in Francia, non abbiano un retroterra ideal-politico. Credo vada individuato, o in modo esplicito o implicito, oltre che in taluni apporti dell’islamismo radicale più umorale di parecchi figli di immigrati, nell’area semianarchica e anarchica, dalla vecchia Autonomia operaia interpretata dalle opere di Negri e da altri come Foucault, e pure dal pensiero libertario vero e proprio, come Anarchia di Noam Chomsky.[6] (Ma forse dovremmo anche rileggere il libro “antico” di Elsa Morante Il mondo salvato dai ragazzini, del mitico 1968)[7].
Mi sembra evidente che dopo lo scacco vuoi del comunismo burocratico e vuoi della socialdemocrazia riformista (che da soli sono stati il 90% della sinistra del XX secolo), stia dilagando in Francia, Spagna e Italia una tendenza libertaria. L’operaismo marxista aveva provato a innestare questa tendenza libertaria, come pratica di lotta sociale per il potere (o contropotere) operaio in prima persona, vuoi nel socialismo riformista[8], e vuoi nel comunismo leninista. Quel tentativo fallì sia in area socialista che comunista, pur avendo avuto – e con Landini segretario della CGIL avendo – sorte un poco migliore nei sindacati operai (temo però solo per una parentesi storica). Ma la tendenza al potere proletario, fallita nei partiti socialisti e comunisti (e ovviamente addirittura evaporata in partiti che hanno persino abbandonato la cultura diffusa socialista democratica e comunista, come il PD), ritorna come anarchismo con basi di massa. Purtroppo, per ora, torna con un’appendice violenta che non promette niente di buono e che va anzi combattuta a fondo perché fa solo il gioco del cosiddetto nemico politico e sociale. Invece, per me, una pratica libertaria non violenta farebbe persino bene all’Occidente, come pratica di vita libera e ugualitaria contro il capitalismo, in termini di ricerca di una vita nuova.
La tendenza “libertaria” con basi di massa che sembra essersi ora di nuovo risvegliata, in forma neo-anarchica, libertaria, è ovviamente extraparlamentare in senso forte. Ha, anzi, un carattere decisamente extraistituzionale, che nessun partito presente nelle istituzioni, neppure il Movimento Cinque Stelle o Alleanza Verdi Sinistra, potrà interpretare, neanche parzialmente, come invece nei movimenti del 1968 provarono a fare il PCI, il PSIUP e partitini ininfluenti sorti in seno alla contestazione: tutti abbastanza invano.
Ma il fatto che i “movimenti” di protesta sociale per ora non fondino affatto partitini da poco, “l’altra volta” poi pure inquinati dal terrorismo, lo vedrei – se non fosse per la violenza, da detestare – un progresso nella storia dei “movimenti” nel divenire collettivo.
11. Alla ricerca del Socialismo perduto
Ma allora, che possono farci i partiti di sinistra organizzati?
Da un lato dovrebbero tornare ad essere attrattivi per grandi masse anche in movimento (sola via per togliere il motivo alla protesta libertaria, interpretandola in proprio e più “ragionevolmente”), il che richiederebbe però grandi idee e miti ritenuti idonei alla bisogna, e non solo minestre riscaldate addirittura più e più volte dal ‘68/78 in poi, in cui l’emulazione del marxismo degli anni Venti o fosse pure di quello totalmente alieno e di vana importazione di Cina o della Cuba, era stata la via della politica[9], infatti disfatta. Perciò quelli della sinistra operante nello Stato dovrebbero farsi promotori di un vero Risorgimento Socialista, non con ennesimo riciclo di vecchie idee tirate fuori dal museo delle cere del XIX o fosse pure del primo ventennio o al più trentennio del XX secolo, ma innovative: con rinascimento socialista cui qui ho cercato, come altri, di dare un mio contributo ideal-politico; dall’altro dovrebbero rispondere alle istanze specifiche dei movimenti di lotta.
Ad esempio dovrebbero: 1) fare della lotta per aumenti salariali forti un obiettivo concreto; 2) indurre Stato e Regioni ad una legislazione sugli affitti che vada incontro a chi non ce la fa, o che consenta a tanti di far mutui a basso tasso per farsi la casa; 3) proporre ovunque corsi anche fuori dall’orario scolastico, per ragazzi come per genitori stranieri o privi di cittadinanza, specie per insegnare la lingua italiana.
Ma, al tempo stesso, la sinistra stessa dovrebbe condannare in modo totale, senza se e senza ma, ogni forma di violenza, che è sempre reazionaria, e storicamente, ad Occidente, un alibi straordinariamente efficace alla violenza reazionaria, o comunque ad una politica fortemente di destra. Credo, anzi, che ogni esitazione in proposito, in fase pre-elettorale, porti un sacco di voti alla destra (forse proprio il gruzzolo di voti in più indispensabile a giungere al 42% dei voti accedendo così, con la recente legge elettorale, al 55% dei seggi, il che forse trasformerebbe Fratelli d’Italia in una Democrazia Cristiana organicamente di centrodestra senza trattino, che è forse “il fine” implicito di quel partito).

