venerdì 4 settembre 2026

Il partito mai nato. Mussi e D'Alema

Andrea Carugati
D'Alema: "Sul Pd aveva ragione lui"
il manifesto, 4 settembre 2026

«Ci siamo conosciuti nell’autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte, fu il nostro battesimo».

Massimo D’Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite che si sono incrociate per quasi sessant’anni attraverso il ’68, i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del centrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi decise di non aderire al Pd. «Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari dissensi politici, l’amicizia si è sempre mantenuta», racconta D’Alema al manifesto.

Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci. «Eravamo contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po’ male. Lui, che amava le citazioni latine, mi disse “Extra ecclesiam nulla salus”. Frase che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd».

«Nel 1969 eravamo funzionati del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente…». «Lui fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un “bambolotto di pezza” e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente. Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne Veltroni alla segreteria. E mi disse: “Amicus Plato sed magis amica veritas”. Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio sul fatto che dall’altra parte ci fosse la Verità…».

Vennero poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio Cofferati, all’opposizione della segretaria Fassino che era sostenuta da D’Alema. Fino alla nascita del Pd. «Fabio non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui…». «E pensare», ricorda l’ex premier, «che lui era stato ultra ulivista e l’Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni evolvono».

Un altro ricordo è dell’autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l’idea che bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei Balcani».

«Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere sui temi dell’ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso…».

Negli ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo. «Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto, ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell’amicizia non si è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata anche negli ultimi anni».

David Allegranti
Fabio Mussi ci spiega chi aveva ragione tra lui e D'Alema

Il Foglio, 22 settembre 2017

Roma. Fabio Mussi e Massimo D’Alema, insieme. Di nuovo, dopo una vita spesa fra Pci, Pds e Ds. Alla festa di Sinistra italiana di Reggio Emilia, ieri l’altro. Il primo, allo scioglimento dei Ds, pronunciò un assordante “Io mi fermo qui”, l’altro gli disse “extra ecclesiam nulla salus” e proseguì nel Pd. Adesso si sono ritrovati, fuori dal “partito mai nato”, come lo chiama Mussi. Ma per fare cosa? Un duello, un confronto? “Una cosa a mezzo”, dice al Foglio l’ex ministro dell’Università e della Ricerca, che con D’Alema ha da sempre un rapporto intenso, diciamo. Ora devono fare insieme la sinistra; peccato che, spiega Mussi, “la sinistra è un continente, solo che è la Polinesia. Alle prossime elezioni dobbiamo diventare la Nuova Zelanda”. Dice Mussi che “in questo paese c’è la necessità storica – un aggettivo che di solito uso con qualche prudenza – di una sinistra politica”. Anche perché le distinzioni fra destra e sinistra esistono, checché se ne dica. “E’ una sentenza che è stata emessa più volte, ma se devo dire chi è Trump come lo definisco? Dico che è di destra. E Sanders com’è? Di sinistra”. E Renzi com’è? “Renzi è di Rignano – ride – e lo dico con rispetto per i rignanesi…”. Renzi “è un autopromoter, uno che pensa che il problema sia dare a Matteo il giusto spazio. Difficile inquadrarlo, anche se ha fatto cose che sono nitidamente di destra. Cose che ha tentato di realizzare Berlusconi, solo che poi per prudenza ha fatto un passo indietro, penso all’articolo 18”. E D’Alema come l’ha trovato l’altra sera? “D’Alema l’ho trovato favorevole a un quarto polo di sinistra, cosa che mi fa piacere. Era dialogante, disteso, gli avrà fatto bene la festa di Sinistra italiana, oppure il dialogo con un antico amico come me. L’ho trovato particolarmente disteso”. Ma perché di solito D’Alema è così arrabbiato? “D’Alema non è arrabbiato, casomai è sovente sarcastico. E il sarcasmo è una forma di arrabbiatura che passa attraverso un filtro”.  

Ai tempi – era dieci anni fa – D’Alema lo salutò dicendogli che fuori dalla Chiesa non c’è salvezza. Oggi aveva ragione lei, Mussi? “Avevo ragione io non si dice mai perché non è elegante. Io comunque non sono mai stato seguace di San Cipriano, il principale attore del concilio di Cartagine. Il Papa non andò e lui mandò una lettera di sintesi, dove c’era scritto, appunto ‘extra ecclesiam nulla salus’. Da allora quella frase è diventato una specie di motto integralista”. “Io – dice Mussi al Foglio – non ci ho mai creduto a questa frase, né per quanto riguarda i partiti né per la chiesa”.
Figurarsi oggi “che i partiti non ci sono più e sono solo dei simulacri”. Nella sua scala gerarchica, ci sono sempre stati in ordine di importanza “l’imperativo morale, che risponde alla coscienza, poi la fedeltà alla costituzione, infine l’appartenenza a un partito. Ma non essendo convinto del Pd, li ho salutati”. E ora lei e D’Alema siete insieme. Avete fatto un giro immenso e poi vi siete ritrovati. “Sì, ora ci si ritrova, per costruire questo quarto polo di sinistra”. Ma con tutti questi generali come fa a nascere una sinistra unita? “Oh ragazzi, il Pd è stato fatto con una cooperativa di trentatré correnti. Noi siamo di meno, ma parecchi di meno. Ora però mi scusi, devo andare ché ho le valigie in mano e la famiglia protesta”.


Il War Requiem di Britten

Luca Castelli
"Un requiem di guerra. È un appello ai vivi"

Corriere Torino, 4 settembre 2026

È la prima volta a Torino, dopo quarant’anni di carriera, per Simone Young. La grande direttrice australiana debutterà lunedì sera al Toscanini nel concerto che apre il percorso cittadino di Mito, replica dell’inaugurazione del festival il giorno precedente alla Scala. Young dirigerà l’osn Rai, i cori del Regio e i solisti nel War Requiem di Benjamin Britten.

Iniziare un festival con un requiem di guerra è un segno dei tempi?

«Purtroppo sì. In quest’opera ci sono tracce della prima guerra mondiale, nei versi del poeta Wilfred Owen morto al fronte poco prima della fine del conflitto; della seconda, visto che fu presentata alla consacrazione della cattedrale di Coventry, ricostruita dopo i bombardamenti del 1940; e della Guerra Fredda, che stava entrando nel vivo quando Britten la compose. Come esseri umani siamo proprio stupidi, ripetiamo gli stessi errori e oggi stiamo di nuovo parlando di guerre. E pensare che durante il Covid dicevamo che ne saremmo usciti migliori. Ma il tema del festival è l’armonia e nel War Requiem ce n’è tanta, fino alla luminosa e catartica riconciliazione finale, quando scopriamo che le anime rappresentate dalle voci bianche sono arrivate in paradiso. Non è una messa per i morti, ma — come la Nona di Beethoven — un appello ai vivi».



MITO

Settembre musica 

Un avvertimento per iniziare: il War Requiem di Britten

Milano e Torino 
/ 8 Luglio 2026

MITO si apre in tutte e due le città con il War Requiem di Benjamin Britten. Non è una messa per i morti, ma un avvertimento ai vivi, scritto sulle macerie di una guerra e affidato alle parole di un soldato.

C'è qualcosa di spiazzante nell'aprire un festival con un requiem. Ma il War Requiem non è musica da lutto. È musica che chiede a chi ascolta di non voltarsi dall'altra parte. 

La poesia di un soldato

Britten costruisce l'opera su due testi che non sarebbero concepibili assieme, se non nella mente di un genio: da un lato la liturgia latina della messa da requiem, dall'altro le poesie di Wilfred Owen, ufficiale inglese della Prima guerra mondiale, ucciso in trincea a venticinque anni una settimana prima dell'armistizio. Owen non aveva il lusso di una posizione gloriosa, da grande combattente. Scriveva del fango, della paura, dei ragazzi mandati a morire. In epigrafe alla partitura Britten pose alcune sue parole:

«Il mio tema è la guerra e la pietà della guerra. La poesia è nella pietà… Tutto ciò che un poeta può fare, oggi, è ammonire.»

È la chiave dell'intera opera. Un requiem prega per i morti; questo, mentre lo fa, si rivolge ai vivi. La liturgia promette riposo eterno e subito la voce di Owen interrompe quella promessa con la realtà concreta e terrena della guerra. Non si può rincorrere una facile consolazione, piuttosto si può galleggiare nel contrasto, che il brano tiene in campo fino alla fine.

Alla fine, i due nemici

Il momento che anche da solo vale l’intero concerto arriva in chiusura. Due soldati si incontrano in una specie di aldilà: erano nemici, si sono uccisi a vicenda. E uno dice all'altro, con le parole di Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio.»

Da lì in poi la musica ricerca un’idea di tregua. Le voci si raccolgono su un ultimo invito al sonno e alla pace, mentre da lontano il coro di voci bianche intona il latino della liturgia. La riconciliazione, qui, non è un'idea astratta: sono incarnate in due interpreti senza colore né schieramento. È il senso più nudo e crudo di Harmonia messo in scena da un capolavoro del Novecento.

https://www.flaminioonline.it/Guide/Britten/Britten-Warrequiem66-testo.html

Le donne inascoltate

Gisèle Pélicot
La violenza non smetterà finché non crederete alle donne

La Stampa, 4  settembre 2026

Il discorso di Gisèle Pelicot premiata a Venezia per i Dvf Awards

Desidero esprimere la mia immensa gratitudine per aver ricevuto il Dvf Leadership Award. Ringrazio Diane von Fürstenberg, così come tutti coloro che rendono possibili questi premi, per un onore così grande e per la calorosa accoglienza che ho ricevuto. So di ricevere un riconoscimento molto importante e sono felice di condividerlo con donne straordinarie i cui percorsi, impegni e lotte meritano la mia ammirazione.

Essere qui e vedere celebrati il coraggio, la forza e la capacità delle donne di trasformare le nostre società è profondamente emozionante, perché sono qui oggi dopo un calvario che non avrei mai immaginato di dover affrontare nella mia vita. Durante il processo contro i miei aggressori nella seconda metà del 2024, ho ricevuto migliaia di messaggi e lettere di sostegno da tutto il mondo. Alcune persone non sapevano a chi scrivere per trovarmi. Sulle buste delle lettere, a volte, scrivevano semplicemente «Madame Pelicot, Francia» o «Gisèle Pelicot, Avignone». Attaccavano un francobollo e, per un miracolo delle poste che ancora oggi mi stupisce, le lettere arrivavano al tribunale, dove venivano sistemate nella stanza in cui prendevo fiato tra un’udienza e l’altra. Quelle lettere mi hanno ulteriormente chiarito che la violenza contro le donne non conosce confini, né barriere culturali. Colpisce persone di tutte le età e provenienze.

Molte di quelle lettere parlavano di silenzio, solitudine e vergogna. E io conosco quella vergogna. E so che deve ricadere sui carnefici: devono provarla loro. A 73 anni non pretendo di avere la soluzione a un dramma che mai avrei immaginato di dover vivere. Però, voglio che le vittime sappiano che, anche se isolate, non saranno mai sole, perché milioni di altre, milioni di donne come noi, hanno subito la stessa violenza o la subiscono ancora. Voglio dire loro che possiedono risorse interiori di cui non sono consapevoli e che devono credere nella loro capacità di superare tutte le prove, anche quando sembrano non esserci speranze di farlo. E voglio anche dire loro di chiedere aiuto, di parlare e, quando possibile, di denunciare.

Affinché le vittime possano dire e chiedere aiuto, la società deve essere pronta ad ascoltarle e a tendere loro la mano. E può farlo solo tenendo in maggiore considerazione le loro voci, cambiando mentalità e offrendo un’adeguata educazione. Quando parlo di educazione, non mi riferisco solo all’istruzione dei bambini, adolescenti e giovani adulti: penso a un risveglio collettivo, a tutte le età, di consapevolezza delle cause profonde che permettono a questa violenza di esistere. Cambiare le leggi è molto più facile che cambiare la mentalità. Le donne premiate con il Dvf Award ci ricordano che ognuna di noi, a suo modo, può contribuire a questo cambiamento.

Il coraggio può assumere molte forme. Il coraggio di parlare. Il coraggio di difendere gli altri. Il coraggio di rifiutare l’ingiustizia. Il coraggio di trasmettere la conoscenza. A volte, semplicemente, il coraggio è la capacità di continuare a vivere e ricostruirsi.

Oggi, penso a tutte le donne vittime di violenza che lottano per riconquistare la propria integrità, sia nei tribunali che nella società: donne che, nonostante la sofferenza, studiano, lavorano, si prendono cura dei propri cari e cercano di rivendicare quella parte di felicità cui ogni essere umano ha diritto di aspirare. È a loro che desidero esprimere la mia ammirazione e dedicare questo Premio Dvf per la Leadership, affinché appartenga anche a loro e ricordi a ciascuna che la sua voce conta, che la sua dignità non può essere cancellata e che anche dopo le prove più terribili ci si può rialzare. Spero che il premio possa contribuire, in modo concreto, a questa lotta. Ecco perché ho scelto di donarlo all’associazione M’endors pas (Non addormentarmi), fondata da mia figlia Caroline, che è attiva nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla sottomissione chimica, si impegna a insegnare a donne e uomini a riconoscere una forma di violenza ancora in gran parte sconosciuta e a sostenerne le vittime. È il mio modo di trasformare un premio in un sostegno concreto e per continuare, nel mio piccolo, la mia lotta.

Traduzione di Simonetta Sciandivasci

giovedì 3 settembre 2026

La musica rimossa

Franco Cardini
Ignoranze suprematiste

Il Fatto quotidiano, 3 settembre 2026

In Italia c'è sempre clima preelettorale. Non si fa più politica, si fa solo propaganda in cerca di voti.

 Se una parte del nostro elet­to­rato, la più igno­rante e la meno cosciente di che cosa sia la poli­tica seria, si dà all’anti­sla­mi­smo più becero e impianta una ridi­cola cro­ciata con­tro la pro­spet­tiva di una moschea a Vene­zia, ecco i destrorsi più tri­na­ri­ciuti par­tire all’assalto. E così per tutto.

Nono­stante ciò, non c’è dub­bio che la difesa della cul­tura occi­den­tale sia un sacro­santo dovere di tutti i buoni cit­ta­dini. Tan­topiù poi allor­ché si tratta di pre­sen­tare in modo spe­ciale la cul­tura ita­liana come ferro di lan­cia del mondo che ci si pro­pone di difen­dere. E il nostro Mini­stero, anche di recente, ha deciso in modo par­ti­co­lare di sal­va­guar­dare il cor­retto inse­gna­mento nella nostra scuola della sto­ria occi­den­tale in genere, di quella ita­liana in par­ti­co­lare.

Cul­tura bistrat­tata Per secoli l’opera ita­liana è stato il rife­ri­mento euro­peo

Mi per­met­te­rei di asso­ciarmi a que­sta buona causa ricor­dando come, quando si parla di glo­rie ita­liane, ce n’è una alla quale non si allude quasi mai: e il cui inse­gna­mento anzi, è un po’ la Cene­ren­tola della nostra scuola.

Per­ché ver­go­gnarci, amici di destra, del fatto che il Bel Paese è stato in pas­sato primo nell’eser­ci­zio di un’atti­vità pri­ma­ria della nostra cul­tura, e lo ha fatto addi­rit­tura in senso impe­ria­li­stico? Eppure tutto ciò è avve­nuto in uno di quei momenti che a scuola è uno dei più dimen­ti­cati: fra metà Cin­que­cento e metà Set­te­cento, allor­ché – sosten­gono sprez­zanti molti cul­tori di sto­ria – l’ita­lia era immersa nella ver­go­gna, preda delle pre­pon­de­ranze stra­niere. Ecco un bel­lis­simo tema di riscossa!

Su ogni leggìo del mondo, da Tokyo a Bue­nos Aires, un musi­ci­sta legge le stesse parole: alle­gro, ada­gio, piano, cre­scendo. Sono ita­liane, e nes­suno le tra­duce. È un resi­duo tenace di un’epoca in cui l’ita­liano fu la lin­gua franca di un’arte intera: e quell’epoca è, non per caso, quella che l’ita­lia con­tem­po­ra­nea pre­fe­ri­sce igno­rare oppure ama calun­niare.

Nel rac­conto che il paese fa di sé, i secoli fra Cin­que e Set­te­cento sono un vuoto. C’è lo splen­dore dei Comuni e del Rina­sci­mento, poi il buio della “deca­denza” e della “domi­na­zione stra­niera”, infine la reden­zione risor­gi­men­tale. Chi riven­dica iden­tità ed eccel­lenze ita­liane si ferma prima e riparte dopo, per­ché in mezzo l’ita­lia non era uno Stato: era un mosaico di corti e pro­vince che face­vano capo a Madrid, a Vienna, a Parigi. Come van­tare un’ita­lia­nità di ciò che poli­ti­ca­mente appar­te­neva ad altri?

L’obie­zione ha un difetto: scam­bia la sovra­nità per l’iden­tità. E l’osses­sione iden­ti­ta­ria è essa stessa recente: le nazioni, come ha mostrato fra gli altri Eric Hob­sbawm, sono costru­zioni moderne, figlie dell’otto e Nove­cento, non essenze che attra­ver­sano i secoli. Pro­prio la musica mostra quanto sia fra­gile lo scam­bio, per­ché il periodo di mas­sima subor­di­na­zione poli­tica coin­cide con quello di mas­simo irrag­gia­mento cul­tu­rale – e i due feno­meni cor­rono sullo stesso canale.

L’opera nasce a Firenze tra la Dafne di Peri, verso il 1598, e l’orfeo di Mon­te­verdi, 1607. Nell’arco di un secolo e mezzo diventa lo spet­ta­colo euro­peo per eccel­lenza, e lo diventa in ita­liano. Ma la via lungo cui viag­gia è esat­ta­mente quella delle monar­chie che “occu­pa­vano” la peni­sola. Vienna è il grande mer­cato dell’opera ita­liana: Meta­sta­sio vi è poeta cesa­reo per mezzo secolo, Salieri vi lavora una vita intera. Cate­rina II chiama Pai­siello e Cima­rosa a Pie­tro­burgo. Le tre opere mag­giori di Mozart, fra il 1786 e il 1790, sono in ita­liano su libretti di Lorenzo Da Ponte, veneto, poeta di corte a Vienna. La sud­di­tanza e l’ege­mo­nia non sono in ten­sione: sono la stessa cosa vista da due lati. Gli ospe­dali di Vene­zia e i conservatòri di Napoli – nati come isti­tu­zioni cari­ta­te­voli – espor­ta­vano can­tanti e mae­stri in tutta Europa; Cre­mona con Amati, Stra­di­vari e Guar­neri, espor­tava gli stru­menti. La mappa del potere dice ser­vitù, quella del pre­sti­gio dice ege­mo­nia, e dise­gnano lo stesso spa­zio. Non è solo que­stione di musica. Negli stessi decenni la com­me­dia dell’arte con­qui­stava le corti d’europa con le sue maschere: Arlec­chino diven­tava Arle­quin, i comici ita­liani reci­ta­vano per i re di Fran­cia, e a Parigi Tibe­rio Fio­rilli – lo Sca­ra­mou­che – divi­deva il tea­tro con Molière. L’attore sud­dito sostan­ziava il tea­tro del Re Sole.

Per­ché allora dimen­ti­chiamo tutto que­sto? Per­ché la sto­rio­gra­fia nazio­nale dell’otto­cento aveva biso­gno di un rac­conto a lieto fine, in cui l’unità poli­tica fosse il tra­guardo e tutto il resto la lunga attesa. In quello schema, tre secoli senza Stato non pote­vano che essere deca­denza. E c’è un’iro­nia in fondo all’idea: “espres­sione geo­gra­fica”, la for­mula con cui si liquida l’ita­lia pre-uni­ta­ria, è di Met­ter­nich, dell’austriaco: cioè, della potenza che avrebbe can­cel­lato l’ita­lia­nità men­tre la sua corte, in musica, par­lava ita­liano.

Va evi­tato l’ana­cro­ni­smo oppo­sto, però: non si tratta di ritro­vare una nazione che non c’era. Il punto è più netto. L’iden­tità cul­tu­rale fun­zionò senza lo Stato, e per­fino attra­verso la sua assenza. Non aveva biso­gno di sovra­nità per irra­diarsi.

Se oggi tutto que­sto ci suona estra­neo, una ragione è in casa. La riforma Gen­tile del 1923 fissò una gerar­chia dei saperi in cui il pen­siero teo­rico stava in alto e le arti pra­ti­che in basso: la musica fu con­fi­nata nel con­ser­va­to­rio, come adde­stra­mento pro­fes­sio­nale, ed espulsa dalla for­ma­zione del cit­ta­dino. Sotto cor­reva una radice filo­so­fica più pro­fonda: l’este­tica di Croce, ege­mone per gene­ra­zioni, non sapeva dove col­lo­care la musica stru­men­tale, muta di con­cetti. Il paese che aveva dato al mondo l’opera si diede una cul­tura alta strut­tu­ral­mente sorda al pro­prio mas­simo pro­dotto.

Il vuoto lasciato da quella sor­dità andava pure riem­pito, e i can­di­dati non man­ca­vano; solo che si sono rive­lati, uno dopo l’altro, troppo mal­fermi. Una gene­rica iden­tità “occi­den­tale”, invo­cata di con­ti­nuo e mai cir­co­scritta, che nes­suno sa dire dove cominci e dove fini­sca. Un’anti­chità greco-romana più imma­gi­nata che per­ti­nente, esi­bita come bla­sone e in realtà poco fre­quen­tata, ridotta a qual­che parola d’ordine. E quando ogni rife­ri­mento più alto si allon­tana o si dis­solve – com­presi il foot­ball e il cicli­smo, le glo­rie del dopo­guerra – ecco l’ultima spiag­gia, la più con­creta di tutte: la cucina, l’unica iden­tità che si debba esal­tare, ser­vire e difen­dere piatto per piatto; e i nostri liceali che sognano un futuro glo­rioso da chef. Quando lo sto­rico Alberto Grandi, sul Finan­cial Times nel 2023, ha osser­vato che la car­bo­nara è ricetta recente, la rea­zione è stata furi­bonda come se fosse stato toc­cato un pila­stro dell’esser ita­liani.

Non è un rim­pro­vero alla cucina, che ha una sto­ria degna. È il segno di una mono­cul­tura dell’iden­tità, cre­sciuta là dove si è reso muto tutto il resto.

Fenomenologia della classe disagiata

Tiziano Scarpa
L'Italia è disillusa dal presente. Quella nostalgia dell'insopportabile

Domani, 3 settembre 2026

La sera di una festa di compleanno, dopo una lite in casa, il settantenne Argo se ne è andato e non si sa che fine abbia fatto. È vivo, è morto? A cercare di scoprirlo è sua figlia Bianca, protagonista e narratrice di questa storia. Da Firenze torna nel suo paese sotto le Alpi Apuane, dal nome (fittizio) di Greto, e per tutto il romanzo rimbalza da una casa all’altra, dalla caserma dei carabinieri al bar, come una pallina da flipper: la similitudine è vintage ma appropriata, Bianca si ritrova in un ambiente vetusto che credeva non le appartenesse più.

Nel suo nuovo romanzo, Brillare (Mondadori, 322 pagine, 20 euro) Silvia Dai Pra’ scolpisce bene i ritratti di una dozzina di personaggi: Viola, Orlando, Brandon, Carletto, Luigi, Camillo, Katiuscia, Melissa, Christian… Ma è soprattutto il caratterino di Bianca che impariamo ad amare, anche per le sue asperità: a ventinove anni, ha un’indole fumantina, è volitiva, detiene la soggettività del proprio piacere, anche se a volte è l’alcol che la aiuta a fare le cose che non sempre sa di volere; è orgogliosa ma è pronta a riconoscere le proprie contraddizioni, o ad ascoltarle quando gli altri gliele rinfacciano, non foss’altro perché ce le racconta senza reticenze.

La classe disagiata

Questa giovane donna appartiene alla progenie di trentenni e quarantenni della “classe disagiata” che è stata teorizzata da Raffaele Alberto Ventura: ambiziosi frustrati dalla scarsità di trippa per gatti laureati, conquistatori della propria infelicità professionale, inseguono impossibili carriere accademiche, pubblicitarie, artistiche (tra i romanzieri che li hanno rappresentati, mi vengono in mente Lavinia Mannelli, Vincenzo Latronico, Dario Ferrari…).

Bianca studia letteratura a Firenze, e il docente quarantenne che segue la sua tesi di dottorato su Amelia Rosselli la supporta solo finché dura la loro relazione sentimentale. È una sottomissione alle gerarchie di potere, ma in versione contemporanea, dunque complessa, sfaccettata, con tutte le ambiguità e le commistioni di oggi: fra i due amanti vigono, simultaneamente, attrazione, convenienza, ricatto, pigrizia. Silvia Dai Pra’ insomma non cede alla tentazione di “vincere facile” raccontando l’ennesima vittima femminile di una sopraffazione a senso unico.

Dove sta la vita vera

Il romanzo taglia via la routine fiorentina di Bianca, racconta solo i periodi in cui lei torna a Greto a indagare sul padre scomparso. Subendo la claustrofobia del suo paese, Bianca è insofferente, fa di tutto per non riconoscersi nella sua stirpe, si incazza spesso, passa le giornate a impartire cazziatoni e riceverli: d’altronde, secondo lei, il modo normale di dialogare delle genti apuane è il litigio.

Bianca riesce a trasmetterci questa ambivalenza, l’attrazione-repulsione per il proprio paese d’origine, che a poco a poco rischia di inghiottirla. Ondeggiamo anche noi fra l’idillio regressivo e lo sgomento che il borgo natìo ci infonde. Mentre leggiamo, sentiamo risuonare come due vocine: «Forse qui la vita è più autentica: pensaci, Bianca! L’urbanesimo è un miraggio tossico! La modernità è un’impostura! Che t’importa di Firenze? Fermati qui...» «Neanche per idea! Non affezionarti, per carità, non farti fregare, fuggi via, che cosa ti ha preso, torna subito in città!...» A pensarci bene, non è forse questo lo stato d’animo dell’Italia di oggi, divisa fra disillusione per un presente fallimentare e nostalgia per un’identità tradizionale ormai impraticabile?

Una disperata vitalità 

E così, a Bianca tocca rifrequentare i parenti e i vecchi amici dell’adolescenza, a volte andandoci a letto; viene a patti con le verità sulla madre morta; detesta e compatisce le strategie di sopravvivenza di questa piccola comunità di provincia che si adatta, si accontenta, si arrangia, accenna qualche torpida reazione sognando in piccolo, non sempre in maniera lecita e legale: un vecchio negozio di alimentari da riaprire, gli orti di marijuana da occultare, le gravi accuse reciproche su chi siano i responsabili della scomparsa di Argo, i rapporti sessuali un po’ casuali un po’ no, il carabiniere guardone più che investigatore, le cave di marmo, la lotta inane contro le multinazionali, l’impotenza ecologica, il trauma mai superato di una strage nazifascista, la memoria della rivoluzione sognata o soltanto letta nei libri di storia, il bar che offre consolazione alcolica.

Giacomo Giossi
Il Tascabile, 5 giugno 2026

Gli anni Venti del Ventunesimo secolo sembrano vivere un lungo e a tratti stanco post Novecento, là dove la letteratura contemporanea italiana tenta più che di rinnovare il proprio linguaggio, di inseguire stilemi passati recuperandone, e a volte con più o meno fortuna reinterpretandone le forme. All’interno di questa dinamica diviene fondamentale il ruolo che la letteratura ha assunto negli ultimi anni, da un lato meno centrale, ma non per questo più periferico nel momento in cui le forme di narrazione si moltiplicano dando luogo a una frantumazione del discorso che si declina a tratti in maniera specialistica, ma spesso anche in maniera superficiale non riuscendo più a indagare nel profondo il carattere dell’umano e del suo tempo. Nell’ambito di quella che può essere dichiaratamente definita come una crisi ha un ruolo sicuramente il ritorno al genere che ormai accompagna da decenni il nuovo secolo, quindi tutto il filone della letteratura gialla e noir e poi i romanzi storici che però non sempre mantengono la promessa di una visione critica e postmoderna, ma il più delle volte si risolvono all’interno di un romanticismo un po’ posticcio e un po’ troppo didascalico, per quanto efficace sui banchi delle librerie.

Si stacca da questa tendenza una letteratura di recupero che ricerca nel Novecento le radici di un discorso e le reinterpreta in chiave contemporanea, una letteratura che non nega le origini storiche e culturali e prova a ridefinirle con uno sguardo dell’oggi. A questo ipotetico filone partecipano autrici come Rosella Postorino, Raffaella Romagnolo, Marta Barone e Nadia Terranova e non è da meno Silvia Dai Pra’, che con Brillare (2026) offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni. Si deve infatti a libri come Brillare la capacità di offrire non una banale e fittizia soluzione, ma uno sguardo ampio e inclusivo di fronte a fatti che fanno parte della storia più drammatica dell’Italia, come le terribili pagine del nazifascismo, che molte volte non hanno trovato una verità storica e giuridica a causa di una connivenza che ha preferito alla giustizia un paludoso e ambiguo quieto vivere.

Brillare offre ora uno dei più interessanti esempi di una narrativa italiana capace di recuperare la storia del Novecento per portarne i segni, le ferite e le tracce nei nostri giorni.

Brillare parte da una storia partigiana, quella di una militanza comunista nella Resistenza, quella di un padre che scompare nel nulla e di una mattanza nazifascista che ha lasciato sul campo settantasette morti nel paese (tutto letterario) di Greto, un piccolo centro splendidamente isolato sulla Alpi Apuane: “Da noi nessuno veniva a spaccare le lapidi o a disegnarci sopra le svastiche, come succedeva da altre parti: e vorrei pure vedere, dicevano gli uomini, e si ficcavano le mani in tasca, ma si intuiva che muovevano le dita come se le stringessero attorno a un collo”.

La protagonista, Bianca, figlia di Argo, si ritrova nuovamente al paese dove è nata, ma da dove è scappata, fuggita in cerca di fortuna, di una carriera, di una professione che la potesse portare lontano, là dove i desideri di una Repubblica liberata sembravano dover portare i figli di quella che è stata la Resistenza. Le cose non sono andate come si credeva e come si voleva, il precariato e una nuova povertà diffusa ‒ seppur mascherata da molta tecnologia ‒ si è piano piano rivelata nelle poche occasioni disponibili e nei troppi disservizi di uno Stato sempre più fragile e mal funzionante.

Bianca ritorna a Greto costretta dalle poche opportunità che la vita le ha concesso e dagli errori che non riesce mai per davvero a perdonarsi: torna a casa ‒ là dove non avrebbe mai voluto essere ‒ da sconfitta e da fallita.

Bianca torna però anche da e per Viola, la sorella che dopo la morte della madre ha deciso di autosegregarsi in casa, annullando ogni possibilità di vita e di felicità. Bianca ripensa alle sue scelte, a una relazione ora in parte abbandonata e lasciata appesa a un filo come panni ad asciugare. Lui è rimasto a Firenze come la possibile carriera accademica di Bianca, ovviamente sempre precaria. I ricordi le si sovrappongono, c’è la sua infanzia e c’è la mitologia, quella di Argo, ma nel mezzo ecco il regno della madre ovvero quello della cura che ora sembra mancare a lei come a sua sorella, al paese di Greto come a tutta l’Italia.

Brillare è un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica come forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone.

Brillare è infatti un romanzo che ha nel suo cuore la necessità di ritrovare il tempo della cura e di metterla in pratica in una quotidianità capace di abbattere ogni differenza sociale, ogni distanza tra la provincia e la città. La cura è la forma contemporanea di lotta con cui arginare la violenza di un capitalismo sempre più preoccupato delle cose e mai delle persone. Greto ovviamente rivela tutti i ganci e i grovigli di una provincia faticosissima, fatta di rimpianti, occasioni mancate e di una povertà sentimentale quanto economica, ma è proprio per quella sua posizione magica sulle Alpi fatte di roccia dura che Greto si offre come una base perfetta per ogni ripartenza.

Le donne, sul nostro monumento ai caduti, avevano sempre quella strana espressione vagamente fuori luogo, un’espressione tra l’orrore e l’orgasmo”: lo sguardo di Silvia Dai Pra’ è dissacrante, ma mai ingenuamente cinico, coglie l’ironia dei tempi e la loro tragedia perché ne è pienamente all’interno. L’autrice sviluppa così una comunità di personaggi che si moltiplicano pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il suo ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale, Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica, lo fa con irriverenza e anche con la durezza di chi si sta giocando tutto della vita. Ecco allora i tipi strani, le madri accudenti e anche chi la strada l’ha persa per sempre e chi invece non si è mai curato di cercarne una diversa.

Bianca si ritrova immersa in quella che è stata la sua infanzia e che ora le mostra la faccia adulta di un tempo tanto tragico quanto comico. La narrazione intreccia gli anni universitari le scelte fatte ma ancora cariche di dubbi e le scorribande in paese. Due mondi che improvvisamente appaiono più affini di quanto potesse mai immaginare prima Bianca, come se l’assenza dalle cose, la scomparsa delle persone improvvisamente offrissero un panorama più chiaro e definito: “Ma ero così sicura di quello che facevo che non vedevo l’ora di saltare su un regionale perché mi riportasse verso Massa, di correre nel piazzale della stazione per infilarmi nella macchina di Orlano, di sentire il brivido che si prova accanto a un corpo che ci attrae, di rilassare i muscoli sul sedile del passeggero, come se solo lì potessi smettere di stare all’erta”.
L’autrice sviluppa una comunità di personaggi che si moltiplicano
pagina dopo pagina, un vero paese di caratteristi, ognuno con il su
ruolo, ognuno con una storia da raccontare. Romanzo intimo che si fa voce corale,
Brillare coglie i tempi e la loro inevitabile fatica.

La fuga non appare più come una sconfitta, ma come l’inseguimento della libertà e dei propri desideri. Ecco che improvvisamente quello che si voleva un tempo si rivela essere solo quello che volevano gli altri. Una cosa imposta da poca fantasia e da molte costrizioni e anche dalla paura di finire come molti a vivere da adolescenti consunti i propri trenta, quaranta e magari anche cinquanta anni e così fino alla morte. Brillare è il romanzo di un’esplosione, di un ritorno: non al paese, non alla provincia e alla sua vita démodé e non agli amori dell’infanzia, ma alla pratica della liberazione. Un ritorno a sé stessi e ai propri desideri che passa da quella lotta quotidiana che richiede non di superare gli altri, ma di prendersi sempre cura del prossimo.




mercoledì 2 settembre 2026

Antimoderni

Ugo Nespolo
Moderni, malgrado tutto

La Stampa, 2 settembre 2026

Falso, davvero tutto falso - lo si deve dire senza circonlocuzioni - che il termine Antimoderno non trascina con sé nostalgia, reazione, culto del passato, sospetto del nuovo e, perché no, il sapore del buon vecchio caminetto e persino del lume a petrolio Così facile rivoltare l’accusa di voler vestire i panni alla naftalina di acidi laudatores temporis acti. Il prezioso volume di Antoine Compagnon Antimoderni, da Da Joseph de Maistre a Roland Barthes non è davvero uno studio su eleganti reazionari nostalgici del tempo perduto ma sa chiarire che si è «di fronte a moderni non entusiasti dei tempi moderni». Non si tratta certo di personaggi fuori dalla modernità per paura ma di chi vi è entrato in profondo e ne è uscito lacerato, portandosi addosso la ferita del viaggio. Sono insomma moderni malgrè eux, gente forgiata dai temi del modernismo che si interrogano con dolorosa cognizione di causa. Sono in realtà moderni inquieti che non si lasciano ipnotizzare dal facile modernismo e dalla fede incondizionata del progresso, dalla superstizione del nuovo, dalla falsa idea che tutto ciò che viene dopo sia di per sé migliore di quanto c’era prima. Charles Baudelaire ne è il prototipo, il primo a proclamare in chiusura del Salon del 1845 l’avvento del nuovo e - al tempo stesso - il primo a intuirne il prezzo, evidenziando l’effimero e anche la perdita , vive il proprio tempo senza coincidere completamente con esso. Con Courbet e Manet fonda la crudele tradizione che impone a ogni generazione di rompere con la precedente, una tradizione della rottura, la negazione della tradizione che si trasforma per definizione in tradizione della negazione. Baudelaire sa da subito che il progresso porta con sé una perdita, quella che sostanzia il gioco antimoderno e che si riversa sulla cultura, sulle arti figurative come in Marinetti, Eliot, Pound, Breton, Vallotton e su Giorgio de Chirico che dopo avere attraversato tutte le avanguardie si immerge nel gioco metafisico di piazze desolate, portici disabitati, in un tempo sospeso e malinconico che non promette e non rimpiange.

Lo stesso atteggiamento in tempi più prossimi espresso da Jean Clair, Robert Hughes, Tom Wolfe e da una schiera di dotti per niente entusiasti degli spasimi del moderno, gente che mai avrebbe cercato una fuga all’indietro mettendo piuttosto in atto una resistenza dall’interno non così sicuri che la storia davvero avanzi sempre e la scienza progredisca comunque con la politica che sappia davvero emancipare. L’arte - da par suo - poteva superare continuamente i propri limiti al punto che le avanguardie - vedi il futurismo - intendevano bruciare biblioteche in un letterario e feroce odio per il passato in una smisurata fiducia per il futuro. È Walter Benjamin che spezza queste sicurezze e dell’Angelus Novus di Paul Klee dice che «la tempesta lo spinge nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine davanti a lui cresce verso il cielo. Questa tempesta è ciò che noi chiamiamo progresso».

Roland Barthes in questo universo occupa un posto davvero speciale quando conia l’immagine più efficace: «essere d’avanguardia significa sapere che qualcosa è morto, di retroguardia vuol dire amarlo ancora». Barthes in Frammenti di un discorso amoroso rivela un antimodernismo stilistico prima che ideologico, una sorta di attenzione lenta opposta alla velocità del segno contemporaneo. Si può dire che l’antenato più remoto e radicale sia il Nietzsche delle Considerazioni inattuali in cui unzeitgemäss (inattuale) non significa rifiutare il proprio tempo dall’esterno ma agire contro di esso a favore di «un tempo che verrà».

Altra decisiva angolazione è quella di Simone Weil con l’enracinement (radicamento) che lei considera il bisogno più trascurato e vitale dell’uomo, il bisogno di appartenere ad una comunità che trasmetta un passato vivo, non nostalgico ma operante. Chi merita un’attenzione profonda in questa diagnosi feroce della cultura consumistica del secondo Novecento è lo storico americano Christopher Lasch, personaggio non facile da collocare che nel suo libro La cultura del narcisismo dice della perdita del senso storico nella ricerca della soddisfazione dei propri bisogni immediati. Ma è nella Ribellione delle élite che Lasch compie un passo decisivo, davvero profetico quando descrive una classe dirigente globalizzata priva di lealtà verso le proprie comunità che dirige verso un cosmopolitismo astratto a autoreferenziale. Come non pensare ora ai nuovi oligarchi digitali, quelli che ora hanno nome e obiettivi lampanti.

Credo non si possa non mettere in campo Pier Paolo Pasolini, i suoi Scritti corsari e le Lettere Luterane rivelano una tesi, all’epoca scandalosa ma oggi profetica. Per lui il vero potere totalitario dopo quello fascista fondato su divieto e repressione, è ora quello consumistico basato sulla persuasione e sull’omologazione, un potere che non vieta ma ci convince a diventare tutti identici. Davvero un antimoderno anomalo che scrive da posizioni marxiste e mostra un affetto dichiarato per il mondo contadino e sottoproletario, ricco di forme di umanità e di sacro. Avendo conosciuto, frequentato e letto mi sono fatto l’idea che Jean Baudrillard dovrebbe essere considerato non soltanto il profeta del simulacro, il teorico ultimo di una postmodernità radicale in chiave sociologica, l’uomo che ha dichiarato la scomparsa del reale. Rileggerlo a fondo, senza dimenticare la sua fede patafisica, ci si accorge che Baudrillard appartiene alla genia paradossale dei moderni lucidi «non rincitrulliti dal modernismo», coloro che in uno smaccato gioco cinico covano la nostalgia per ciò che l’arte era prima di «costruire le proprie pattumiere e cercare la redenzione nei propri rifiuti». Ecco un tratto tutto baudeleriano e dunque chiaramente antimoderno espresso da chi non mostra mai un rifiuto reazionario ma soltanto disincanto. Si può dire che la sua sia una malinconia mascherata da teoria, forse la stessa che ha da fare con Guido Ceronetti o Elémire Zolla, due che raccontano la sparizione del sacro ci risparmiano la predica. Baudrillard non rimpiange un ordine perduto, rimpiange la capacità del piacere estetico. Quello che il mercato ha reso impossibile con l’assioma paradossale del ciò che costa vale. Baudrillard non offre vie di scampo, non propone nuovi realismi che sappiano arginare la dissoluzione.

Oggi si nomina continuamente il futuro proprio quando lo si vede più lontano e più povero, si vive un presentismo che inghiotte passato e futuro, tutto invecchia con velocità impressionante senza saper produrre una chiara visione del domani. Si ha l’idea di essere sommersi dalle novità ma privi di futuro e dunque di storia. Proprio a questo punto compare la forma più inattesa di antimoderno contemporaneo , una forma paradossale che giunge dalla Silicon Valley, qualcosa di furiosamente neofuturista in materia di macchine ma molto meno moderno quando ha da fare con cultura, pluralismo, dubbio e democrazia. Mark Andeerssen ha scritto il suo manifesto tecno-ottimista dove accelerazione e innovazione sono le verità più evidenti. Peter Thiel legge René Girard e nella Silicon Valley circolano i testi di Carl Schmitt, Leo Strauss, Curtis Yarvin, Nick Land. Qui l’arte e la cultura potrebbero produrre problemi, qui nasce una forma radicale di antintellettualismo, si ama la macchina ma si trova la democrazia troppo lenta, si cerca un’Ai sempre più potente ma un’intelligenza critica meno invadente. All’arte resta poco, forse solo non confondere il movimento col progresso, la velocità con l’intelligenza, l’informazione con la cultura, la potenza con la liberà. Soprattutto non essere del tutto e subito d’accordo.

La polemica sull'ignoranza

Nadia Urbinati
Criticare l'ignoranza non vuol dire essere radical chic

Domani, 2 settembre 2026

Non è scritto nei geni delle classi popolari che debbano volersi liberare dal dominio delle classi potenti, spesso addolcito dal paternalismo – “siamo come una grande famiglia”, dicevano gli agrari e gli industriali ai lavoratori, mentre accrescevano il proprio potere, prima coi regimi liberali, poi con quello fascista.

Non è scritto, nonostante il cristianesimo abbia immesso nella storia il germe dell’eguaglianza nel padre; ma poi, come i fratelli hanno diversi talenti, così i figli di Dio e, per questo, quell’eguaglianza non si traduce necessariamente in una reazione contro la dipendenza da chi sa e chi ha. Solo il socialismo ha portato la libertà alla povera gente, scrisse Carlo Rosselli. E dal socialismo partì l’opera di alfabetizzazione delle classi contadine e bracciantili, nella seconda metà dell’800.

Karl Marx sistematizzò la conoscenza della struttura delle società umane; definì le relazioni di potere come relazioni tra classi e, nel capitalismo, tra le due sole classi rimaste; indicò quindi nella classe operaia la leva per la realizzazione della promessa universale di libertà. Ma la classe operaia non sta per i singoli lavoratori; non è una categoria morale, né ha il compito di suscitare simpatia per gli umili. Marx non era, del resto, un dirigente politico. Chi portò il socialismo tra le classi popolari scelse una strada oggi largamente ignorata, quella della formazione della coscienza.

I “profeti” del socialismo


Scriveva Benedetto Croce che le sedi del Partito socialista a Napoli avevano appese al muro le immagini di Cristo e di Marx, un Marx biondo e simile a Cristo. I primi “profeti” del socialismo si trovarono di fronte a una realtà durissima: contadini, braccianti agricoli e operai attratti nell’alone delle classi dominanti, pronti ad abbassare la testa davanti al farmacista, al medico, al padrone. Ignoranti e privi di consapevolezza della loro forza: forza politica del numero e delle braccia da lavoro che potevano incrociare; forza della volontà.

La politica di emancipazione ha dovuto lavorare sodo. Camillo Prampolini, leader socialista e riformista, pacifista e democratico, fece di Reggio Emilia il cuore di un modello di municipalismo sociale centrato sulle scuole, l’assistenza sanitaria, le mense e l’edilizia popolare. Nell’alfabetizzazione vide il primo seme della democrazia. Attivo prima ancora che nascesse il Partito socialista, comprese che la rappresentanza riformista poteva essere conquistata solo correggendo il sentimento di deferenza dei lavoratori. L’essere poveri e ignoranti non era, di per sé, un viatico né una condizione da giustificare. La vita materiale costituì il banco di prova del potere del consenso politico.

Di qui l’uguaglianza e la dignità della persona, da valori astratti, divennero fatti perché ispirarono legislazioni sociali che toglievano di mezzo la carità privata e la sudditanza clientelare, facendo avanzare tra la gente il senso della legge uguale. Il socialismo fu, al suo sorgere, come portare il repubblicanesimo nelle relazioni sociali. L’emancipazione non era solo un fatto di legislazione, era un vero e proprio mutamento di vita.

Crebbe così il rispetto verso se stessi e, di conseguenza, la pretesa di riceverlo. I movimenti politici e sindacali furono straordinarie scuole di democrazia, in questo senso concreto. E i successivi partiti di massa, socialisti, comunisti e cattolici, diventarono università popolari. L’ignoranza non era tollerata né scusata: era combattuta; non per umiliare chi la soffriva, ma per fare di chi la soffriva il protagonista diretto della propria emancipazione. Le sezioni di partito erano piccole biblioteche e la loro vita consisteva nell'apprendere e insegnare, nell’educare ed essere educati. Operai che diventavano sindaci e deputati personificavano, nella loro biografia, il senso di quella lunga lotta per liberarsi dalla peggiore forma di subordinazione, quella che vive nella coscienza.

Imbonire l’ignoranza


Stefano Bonaccini ha ragione da vendere quando dice a Giorgia Meloni che non si imbonisce l’ignoranza, ma la si combatte, e che criticarla non equivale a essere radical chic. L’accondiscendenza paternalistica all’ignoranza è quanto di peggio si possa avere; è come tornare a quel tempo antico in cui chi non sapeva era deferente verso chi sapeva. Detto ciò, sui leader della sinistra grava la responsabilità di aver affossato i partiti per farne macchine plebiscitarie.

Alfio Mastropalo ha scritto su Facebook che la loro «managerializzazione» ha avuto effetti disastrosi, «non bilanciati dalla pur giustissima attenzione prestata ai diritti civili», e ha accreditato «tra gli elettori di destra l’immagine di una sinistra di privilegiati, offuscando le politiche del privilegio condotte dai partiti di destra, che se la cavano con i ceti popolari aizzandoli contro gli immigrati».