«Un solo pensiero occupa la mente sommersa dell’Impero: come non finire, come non morire, come prolungare la sua era», ha scritto J.M. Coetzee in Aspettando i barbari. Vale oggi per l’Impero americano, valeva ieri per l’Impero sovietico, ma anche per i democristiani di casa nostra, che governarono per cinque decenni, altro che 1.288 giorni.

Così, quando sabato 2 maggio Giorgia Meloni ha celebrato sui social il record di secondo governo più duraturo della storia repubblicana, non si poteva evitare di pensare alla fine. Come dimostra la sfuriata della premier contro i giornalisti nella conferenza stampa del 30 aprile.

Lei voleva parlare del decreto Lavoro e del Piano casa, loro di Nicole Minetti. «voi domani farete il titolo su questo e il mio lavoro ridiventa inutile anche oggi». In questo sfogo è contenuto l’attimo in cui tutto finisce a rotoli, come ogni capo di governo sa bene, il momento amaro in cui il lavoro diventa inutile.

Di fronte a ministri che urlano uno contro l’altro in Consiglio dei ministri, lo scostamento di bilancio in arrivo, le minacce quotidiane dell’ex amico americano Donald Trump, i sondaggi che ora danno stabilmente in testa la coalizione alternativa alle destre. Il distacco crescente di una parte importante della società, anche di elettori di destra scontenti di promesse mai mantenute. E il venir meno dei presupposti politici che hanno sostenuto i 1.288 giorni di governo.

Il progetto internazionale


È fallito il progetto internazionale: la certezza di essere dalla parte giusta della storia, con il vento MAGA e sovranista di oltre Atlantico che avrebbe premiato gli epigoni europei, a cominciare dall’Italia. A unire gli Usa di Trump e l’Italia di Meloni c’era un’alleanza ideologica, come spiegato dal vicepresidente J.D. Vance nella prefazione al libro Giorgia’s vision.

Oggi è invecchiata male: l’alleanza, oltre alla prefazione. Trump minaccia nuovi dazi e il ritiro dei soldati americani dalla Nato in Germania, Spagna e Italia, da mesi racconta al pubblico americano che l’Europa è un continente invaso da migranti che sparano per le strade. Per beffa, è lo stesso immaginario cui attingono la stampa e la tv meloniane per descrivere la sicurezza nelle città «in mano alla sinistra», ma su scala mondiale e rovesciato contro l’Italia.

Il progetto culturale


È fallito il progetto culturale. Tra le contestazioni della Fenice e i telecronisti dell’assurdo, con la metafisica dello Stadio Olimpico. L’ossessione della destra per la riscrittura della storia, la conquista di istituzioni culturali, case editrici, produzioni cinematografiche, organigrammi televisivi, si è rivelata «un’ambizione tardiva e eccessiva, trasformata in una questione di poltrone e nomine, con un eccesso di dilettantismo, di esibito spirito militante e di disinvoltura spacciata per anticonformismo».

L’epitaffio è firmato da Alessandro Campi, intellettuale non disorganico alla destra (Il Giornale, 29 aprile). Lo dimostra la rissa intorno alla Biennale tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, due ex irregolari della destra arrivati ai livelli massimi dell'apparato culturale. In Il passo delle oche, pubblicato nel 2007, Giuli raccontava di «un pomeriggio d’autunno in cui cinque signori fra i trenta e quarant’anni si presentano mezzi fradici di pioggia all’ingresso della Rai di viale Mazzini 14. Possono finalmente proporre le loro idee per fare un poco di televisione “di destra”, per poter finalmente fare sfoggio della propria sopraggiunta maturità intellettuale. Buttafuoco guidava il manipolo...».

Finì con i dirigenti Rai che li congedarono chiedendo i loro curricula e con «una generosa precisazione: “Ci saranno da fare sostituzioni estive per Unomattina”». Commentò Buttafuoco: «Ci trattarono come se fossimo arrivati per raccogliere un’elemosina. Una figuraccia da perderci la faccia». Oggi viale Mazzini è chiusa per amianto, i componenti di quel manipolo hanno venti anni di più e molto potere accumulato, la destra che intanto ha occupato ogni postazione è finita come profetizzava Buttafuoco nel libro di Giuli: «La destra non è nient’altro che la sinistra in fase senile». E infatti Giuli e Buttafuoco fanno forse l’unica cosa di sinistra di questo governo: si accapigliano sulla battaglia delle idee sull’autonomia dell’intellettuale dalla politica, come se fossero Vittorini e Togliatti. E chissà l’orrore di un Ignazio La Russa.

Il progetto politico


Di Meloni, infine, è fallito il progetto politico. La riscrittura della Costituzione, prima i poteri della magistratura, poi il premierato. Gli elettori del 22-23 marzo hanno bloccato il sogno della premier di essere la Madre della nuova Patria, riponendo la Costituzione antifascista nella teca polverosa di un museo.

Al posto di questa grandeur, ci sarà da approvare una più modesta legge elettorale. A fatica. In commissione Affari costituzionali è stato appena licenziato un calendario di settanta audizioni. Utili, forse, per far passare i prossimi 124 giorni, quelli che separano il governo Meloni dal primato di governo più longevo della Repubblica. A questo punto un obiettivo in sé. Non finire, non morire, prolungare.