mercoledì 20 maggio 2026

Renzi il sinistro


Salvatore Merlo 
Il convertito zelante

Il Foglio, 20 maggio 2026

Matteo Renzi ha scoperto la sinistra come certi uomini scoprono il jogging: tardi, con metodo, e con risultati che fanno sentire pigri quelli che lo facevanob di già. “E’ riuscito a passare di slancio dal progetto di fagocitare Forza Italia a quello di spianare la strada a Elly Schlein. E siccome è una spanna sopra tutti ci sta pure riuscendo: lei è la faccia, lui è il bulldozer”. Al telefono parla così Luca Lotti, che Renzi lo conosce bene – abbastanza da non sorprendersi più di niente. L’uomo della rottamazione, del Jobs Act, quello che voleva ribaltare tutto il vocabolario della sinistra italiana ha dunque deciso di fare l’oppositore di sinistra-sinistra, il tessitore del campo largo, perfino l’amico di Giuseppe Conte se necessario. E lo fa con quella meticolosa applicazione del convertito che ha studiato il manuale, sottolineato i passi importanti, aggiunto i post-it e poi ha riletto tutto da capo per sicurezza. In Toscana si è pure alleato con i 5 stelle. “Matteo lavora per obiettivi”, dice Lotti. “A lungo termine”, aggiunge. I compagni di coalizione, quelli del Pd, gli uomini della segretaria, persino Fratoianni e Bonelli, lo guardano con un misto di gratitudine e sgomento che è esattamente lo sguardo dei parrocchiani quando arriva a messa uno sconosciuto che sa tutte le preghiere meglio di loro, le canta più forte, e durante il segno della pace stringe la mano al parroco con un’energia che lascia tutti leggermente a disagio. Lunedì mattina alle stazioni Termini di Roma e Centrale di Milano sono comparsi i suoi manifesti in stile Istituto Luce: “QVANDO C’ERA LEI i treni arrivavano in ritardo”, “QVANDO C’ERA LEI i giovani scappavano dall’italia”. La V littoria, il bianco e nero, la voce di Guido Notari. Efficace, divertente, politicamente scorretto con chi governa. Micidiale. Al Senato, dove il suo intervento polemico è ormai un appuntamento fisso, il 13 maggio aveva già detto a Meloni che il suo governo “sembra la famiglia Addams”. E fuori dall’aula, circondato dai cronisti come in un salotto, aveva aggiunto con soddisfazione “adoro farli incazzare, mi diverto un sacco”. Nel frattempo qualcosa nel suo lessico si è silenziosamente spostato, ha persino firmato per il salario minimo – lui che nel 2023 era stato l’unico leader di opposizione a non volerlo.
Il convertito supera sempre il fedele di nascita. Il vegano diventato tale a quarant’anni sa tutto sulla lisina e fa sentire in colpa chi mangia tofu dall’asilo. Renzi che scopre la sinistra è uguale. Arturo Scotto ci crede forse dalla culla, chissà, Igor Taruffi probabilmente dal grembo materno. Eppure nessuno dei due, nemmeno il gran visir Francesco Boccia, riesce a fare quello che Renzi fa in dieci minuti al Senato o con un manifesto a Termini. Ma ci crede lui? Forse non importa. Luca Lotti, a questo punto, aggiunge un dettaglio. Renzi fa tutto questo “con la morte nel cuore”, dice. Poi, dopo una pausa: “Ci vorrebbe essere lui al posto di Schlein. Pensa che sofferenza. E’ come Ronaldo, ma obbligato a passare sempre la palla a un altro”.

La clausura


 “Le chiavi del chiostro. Donne tra confinamento e libertà”, di Aude Loriaud, pubblicato da Armand Colin, 416 p., €23,90
Le Monde, 18 maggio 2026

Un monaco può vivere in clausura. Può anche scegliere di non farlo. Una suora, invece, lo fa sempre: è proprio ciò che la definisce. Questa era la regola che prevalse fino alla Rivoluzione. Imponendola dal Concilio di Trento nel 1563, formalizzò un'antica pratica, basata, come sottolinea Aude Loriaud, "su rappresentazioni denigratorie della natura femminile " e su un desiderio di controllo e correzione che, come dimostra la storica, aveva strutturato per oltre due secoli la società francese, dove le comunità religiose "costituivano i principali luoghi di reclusione per le donne " .

Mogli adultere o accusate di adulterio, donne che si prendono "libertà di condotta" o rifiutano matrimoni combinati, giovani ragazze mandate in convento per motivi familiari: questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano le pagine di questa ricca inchiesta, densa di materiale d'archivio spesso straziante. Ma non è solo straziante; attraverso la sua meticolosa analisi, Aude Loriaud riesce ad avvicinarsi alla realtà delle monache, alla loro capacità di agire – una libertà inaspettata, forgiata attraverso una costante negoziazione per trasformare il chiostro in uno spazio di sovranità, libero dalla morsa degli uomini. Dal libro emerge un quadro più ambivalente di quanto si potesse immaginare, che non si limita ad approfondire la nostra comprensione: ci sorprende e ci costringe a riscriverla.

Il Regno Unito in bilico

 


Andy Burnham affronterà Robert Kenyon del partito Reform nelle cruciali elezioni suppletive di Makerfield.

L'esito della competizione per il seggio appena fuori Wigan potrebbe cambiare il corso della politica britannica per gli anni a venire.

Andy Burnham affronterà Robert Kenyon di Reform UK nelle cruciali elezioni suppletive di Makerfield del mese prossimo , in uno scontro che potrebbe cambiare il corso della politica britannica per gli anni a venire.

Il partito Reform presenta Kenyon, idraulico e riservista dell'esercito che si è candidato per il seggio appena fuori Wigan alle elezioni generali del 2024, come un paladino locale che si oppone a un politico di professione che sta usando il seggio per il proprio tornaconto.

Kenyon, tuttavia, è stato immediatamente sottoposto a un attento esame della sua attività sui social media. I post cancellati su X mostrano che sembrava aver espresso dubbi sull'efficacia di un vaccino, interagito con un influencer olandese di estrema destra e elogiato Donald Trump. I conservatori hanno anche chiesto spiegazioni sulla sospensione dell'account di Kenyon.

Burnham, sindaco della Greater Manchester, è stato selezionato dal comitato esecutivo nazionale del Partito Laburista . Nonostante altre candidature fossero state presentate, non c'erano altri candidati nella rosa dei finalisti. Le elezioni suppletive si terranno presumibilmente il 18 giugno.

Burnham ha apertamente espresso il desiderio di tornare a Westminster per cambiare la direzione del Partito Laburista a livello nazionale, e una sua candidatura alla leadership contro Keir Starmer è ampiamente data per scontata in caso di vittoria. In una dichiarazione, si è detto onorato della selezione e ha promesso di puntare i riflettori su quelle che ha definito zone trascurate del Regno Unito, come Makerfield.

Annunciando Kenyon come candidato di Reform, il leader del partito, Nigel Farage, ha descritto le elezioni suppletive come una "battaglia tra Davide e Golia".

In un video pubblicato da Reform, Kenyon ha attaccato Burnham, affermando che quest'ultimo stava usando Makerfield come trampolino di lancio. Questa affermazione si rivelerà probabilmente una linea d'attacco nelle prossime settimane, nonostante la casa di famiglia di Burnham si trovi nelle vicinanze.

Veduta del centro di Aston-in-Makerfield. Fotografia: Joel Goodman/The Guardian

"Il Partito Laburista, e probabilmente anche gli altri partiti, hanno politici di carriera. Frequentano scuole private, l'università, trovano lavoro in un think tank o come assistenti di un parlamentare e poi, prima che te ne accorga, vengono paracadutati in un posto che non hanno mai nemmeno visitato per candidarsi come deputati", ha affermato.

Kenyon, nato a Makerfield e precedentemente impiegato come tecnico specializzato del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) nel Lancashire, si è classificato secondo alle elezioni del 2024, a 5.399 voti dal laburista Josh Simons, il quale la settimana scorsa ha annunciato che si sarebbe dimesso dal suo incarico per consentire a Burnham di tentare di tornare a Westminster.

Tra le copie archiviate dei post di Kenyon su X, ce n'è una in cui risponde a un account del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) che metteva in dubbio l'affermazione secondo cui un vaccino ha un'efficacia del 90%, chiedendo: "Quante persone sono state testate e qual è il tasso di protezione per le persone che non hanno ricevuto il vaccino?".

In seguito all'omicidio di tre bambini a Southport, Kenyon ha risposto a un post di Eva Vlaardingerbroek, una nota influencer olandese che era tra gli 11 attivisti di estrema destra a cui era stato vietato l' ingresso nel Regno Unito prima di una manifestazione lo scorso fine settimana. Kenyon le ha chiesto: "Hai una descrizione dell'attentatore?".

Ha inoltre espresso il suo sostegno al presidente degli Stati Uniti in diversi post, dicendo a un altro utente di X: "Trump è molto popolare, solo non nella tua cerchia di liberali".

La notte lava la mente

Mario Luzi 

Onore del vero
1957

La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare. 


Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini
1994

Aderge al primo oriente
lei, prossimità dell’alba,
un suo tremore palpitante –
vittoria o resa? – non ha
esito né fine
quell’agone,
non supera
avversario
l’avversario in quel celeste affronto.
S'irraggia, irrequietudine,
quella divina insufficienza,
ne trepida, ne brucia
pianeta o astro
la stanza, la dimora.
Vi fabbrica la storia
l’uomo, la sua illusione,
vi cuoce la sua tempra.
Perché niente riposi, niente dorma.


Guizzò una luce d'angelo sotto la volta che non c'era o era la fabbrica di tutta la materia intorno alla sua invisibile architrave. La luce la cercava lui da tempo essendone già invaso in tutti i suoi pensieri e sensi fin sotto le palpebre - e nel viso, raggiava nella mattina piena dove lui era, di transito... Erompe dall'oscuro del suo scrigno di ricordi quell'attimo e quel nimbo o è un'imaginazione del futuro? Amen.

Pannella

Flavia Perina 
Pannella dieci anni dopo, quel "nemico perfetto" che tutti i partiti ora rimpiangono
La Stampa, 20 maggio 2026

Il Signor Wood è il galantuomo che, a dieci anni dalla morte, tutti vorrebbero ancora e ancora come amico o come nemico, fa lo stesso. Lo rimpiange monsignor Vincenzo Paglia, voce nobile della Chiesa contro la quale Marco Pannella ingaggiò formidabili corpo a corpo sui diritti civili («Abbiamo bisogno di uomini e di donne con idee universali come lui, che le testimonino anche a costo di pagare»). Ne ha nostalgia Pier Ferdinando Casini, cresciuto in una Dc che per Pannella era fanfascismo e nemico principale («Ha avuto il merito di obbligare al dialogo anche i più lontani dalla sua idea»). Lo celebra Luciana Castellina, una vita nell’impegno comunista che Pannella bullizzò come rivoluzione fucilocentrica e pugnocentrica («Tra noi un’amicizia in cui si è litigato sempre»). Lo rievoca con affetto Gianni Letta, che negli anni del divorzio fu direttore del Tempo e lo fronteggiò ogni giorno («Si poteva non condividere le sue idee ma non si poteva non apprezzare il modo con cui le difendeva e le imponeva»). E a seguire tutti gli altri che ieri hanno dichiarato, parlato, manifestato, ricordato, promosso targhe e intitolazioni: lo rivorrebbero tutti, incluse ovviamente tre o quattro generazioni di radicali cresciuti alla sua scuola e nel suo mito, benché dispersi qua e là da una infinita diaspora.

Marco Pannella come nemico-amico perfetto, di cui si avrebbe un gran bisogno anche oggi perché – e nessuno lo ha detto meglio di Francesco De Gregori – il canestro di parole che la sua leadership indiscussa riversò sulla politica italiana, spiazzando ogni luogo comune, ha obbligato ognuno a salire di livello, a industriarsi nel tenergli dietro. Benedetto della Vedova, ieri alla Camera, durante la presentazione del libro di Piero Ignazi “Marco Pannella, la passione della politica”, di quel canestro ha fatto un elenco per titoli, e non sono neanche tutti: divorzio, aborto, obiezione civile, fame nel mondo, Gandhi, Enzo Tortora, Leonardo Sciascia, Tony Negri, Stati Uniti d’Europa, Satyagraha, iuguri, tibetani, pena di morte, amnistia, maggioritario, e in mezzo ci stanno pure la presidenza della Circoscrizione di Ostia, la Rosa nel Pugno, il partito transnazionale, la depenalizzazione delle droghe, le carceri, l’amnistia, Cicciolina, il diritto alla conoscenza, e ovviamente Radio Radicale, Nessuno Tocchi Caino, la Luca Coscioni e pure il dimenticato MIT, il Movimento Identità Trans che Francesco Rutelli ricorda con stupore retroattivo perché nel 1982 ottenne con voto unanime, compresa la Dc, compreso il Msi, la prima legge per regolamentare il cambio di sesso in Italia.

«È stata una personalità che ha impresso un segno nella storia della Repubblica», ha detto il presidente Sergio Mattarella inaugurando idealmente questo Pannella Day. E ancora: le sue campagne politiche sono state condotte quasi sempre da posizioni di minoranza, ma sono state capaci «di attivare percorsi di innovazione e riforma», tanto che la sua eredità «riserva valori anche a chi non ha condiviso tutte le sue battaglie». Frasi verissime. Col senno di poi le condividono tutti, ma col senno di prima non erano poi così scontate. Marco Pannella risultò per decenni un supremo rompiscatole per ogni maggioranza, al punto che nel 1983 il Parlamento a scrutinio segreto approvò le sue dimissioni, presentate per una questione di Rai e censura, anziché respingerle come era d’uso (e come lui era certo che sarebbe successo). No, Pannella non era uno che si muoveva «nella notte hegeliana dove tutti i gatti sono grigi», ricorda Claudio Martelli: era divisivo, urticante, una mina vagante che periodicamente terrorizzava la politica con i suoi estremi scioperi della fame, almeno un paio di volte arrivati al limite della sopravvivenza e dell’allarme rosso. «Rischiamo di passare alla storia come quelli che hanno ammazzato Pannella», rabbrividiva pure Silvio Berlusconi.

Il decennale porta con sé l’intitolazione dei giardini davanti al carcere milanese di San Vittore, della piazza davanti al carcere romano di Rebibbia, una targa a Roma a Palazzo Braschi ma anche sulla facciata della storica sede radicale di via Torre Argentina (è di cartone, omaggio dei militanti radicali che polemizzano con il Comune: la vogliono lì perché «casa sua era quella»), la richiesta di Più Europa per una seduta parlamentare straordinaria sulle carceri, una maratona oratoria a Piazza Capranica, l’annuncio di Ignazio La Russa di una rievocazione anche al Senato martedì prossimo. E infine, la voce roca di Emma Bonino, che in chiusura dei discorsi alla Camera col suo carissimo Pannella ci discute ancora, dice di non aver mai capito l’espressione “spes contra spem” diventata il motto di Marco e citata nella lettera a Papa Francesco scritta poco prima di morire. «Magari me lo spiegherà quando ci rincontreremo», dice.


Pannella elettore di Scalfaro
Carmine Fotia
Sul Quirinale la dura lezione del 1992

il manifesto, 28 gennaio 2022

Sul manifesto del 26 gennaio scorso Giangiacomo Migone ha opportunamente ricordato come la strage di Capaci, trent’anni fa, fu determinante nell’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro. Ovviamente, le circostanze sono molto diverse, ma anche oggi il sistema politico pare stremato e avvitato su sé se stesso mentre tra pandemia, crisi ucraina, e il rischio di una crisi sociale sono ben tre le emergenze che fanno da drammatico contesto all’elezione in corso.

Non so dire se ciò porterà come allora a un salto di consapevolezza e responsabilità. Però ricordare quei giorni può essere utile per comprendere il rischio che si corre quanto la politica e le istituzioni non sono in grado di trovare una risposta democratica all’emergenza.

Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove, insieme ad altri colleghi, seguivo per il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su sé stesse senza via d’uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra.

Mentre vado sul luogo della strage di Capaci incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. In quanto presidente del senato è capo dello stato supplente perché Francesco Cossiga si è dimesso prima del tempo, lanciando una bomba lacerante: è tutto un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli e la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi.

L’odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell’aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra.

Per duecento metri l’autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c’erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l’asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.

La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un’altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un’altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall’alto.

Ecco. così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.

Un cronista di Radiomontecarlo mi dice solo quattro parole :”It’s a war”.

Scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l’uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: “Un atto di terrorismo mafioso…l’hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un’elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l’equilibro del potere. Non c’è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d’Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la tesa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta”.

Attraversando Palermo, tra l’odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggo su qualche rudimentale cartello la scritta “Falcone sei vivo ”.

Io c’ero, posso raccontare il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all’apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia.

Paolo Borsellino, che sarebbe stato assassinato poco dopo, era una maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo.

Il 25 maggio, due giorni dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, le camere eleggono presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, un democristiano moderato, cattolicissimo (tanto da aver schiaffeggiato negli anni ’50 in un ristorante romano una signora che mostrava le spalle troppo scoperte) ma fuori dai giochi di potere.

Qualche tempo prima, lo avevo intervistato per il manifesto, scherzando anche su questo suo passato. A conferma dei paradossi di quella stagione fu proposto da due outsider della politica che sembravano il suo opposto: Marco Pannella, leader dei radicali e anticlericale per eccellenza e Leoluca Orlando, figlio ribelle della sinistra dc che aveva da poco fondato la Rete, e poi divenne, durante la sua presidenza, il principale avversario dell’ascesa politica di Silvio Berlusconi, e un’icona della sinistra.

martedì 19 maggio 2026

Non chiamatela follia

Giuseppe Lavenia
Non chiamatela follia

la Repubblica, 19 maggio 2025

Il caso di Modena ci sta mostrando la tendenza sempre più diffusa a trasformare automaticamente la salute mentale in violenza. È quello che sta accadendo in queste ore sui social, nei commenti, nei dibattiti improvvisati. Basta la parola “fragilità psichica” perché scattino paura, odio, inviti alla punizione, etichette disumane. E così la sofferenza mentale smette di essere compresa e diventa il nuovo mostro da dare in pasto all’opinione pubblica.

Una pericolosa scorciatoia

È una scorciatoia emotiva ed è pericolosissima. Perché la stragrande maggioranza delle persone che soffrono di un disturbo mentale non è violenta. Non aggredisce e non rappresenta un pericolo sociale. Molto più spesso quella sofferenza la vive nel silenzio, nell’isolamento, nella vergogna di chiedere aiuto, nella paura di essere giudicata.

Quando la cronaca incontra la rabbia collettiva

Ma tutto questo scompare nel momento in cui la cronaca incontra la rabbia collettiva. Sui social stiamo assistendo a qualcosa di inquietante. Commenti violenti, odio incontrollato, diagnosi fatte in pochi secondi, persone che invocano “matti da rinchiudere” come se la psichiatria dovesse diventare una discarica sociale dove nascondere tutto ciò che spaventa. Non c’è spazio per comprendere la complessità. C’è solo il bisogno di trovare un colpevole semplice a un problema complesso.

Aumentano le fragilità ma diminuiscono le risorse

Eppure i dati raccontano una realtà molto diversa da quella costruita dalla paura. Secondo il ministero della Salute e la Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica (SIEP), in Italia oltre 845 mila persone sono seguite dai servizi di salute mentale. Ma il nostro Paese investe nella salute mentale circa il 3% del Fondo Sanitario Nazionale, una delle percentuali più basse in Europa.

Tradotto: aumentano le fragilità, ma diminuiscono gli strumenti per accoglierle. Mancano psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, educatori. Mancano servizi territoriali realmente presenti. Mancano interventi precoci. E quando una persona interrompe le cure, si isola o smette lentamente di esistere socialmente, troppo spesso ce ne accorgiamo soltanto quando il dolore esplode.

L’errore che facciamo

Non possiamo continuare a usare la salute mentale per spiegare automaticamente il male. Perché così facendo stiamo costruendo una società ancora più sola. Una società in cui chi soffre avrà sempre più paura di chiedere aiuto per non essere visto come pericoloso. Una società che parla continuamente di benessere psicologico, ma che davanti alla fragilità reale reagisce ancora con paura, giudizio e distanza.

Nel frattempo aumentano solitudine, ritiro sociale, disagio giovanile e dipendenze emotive. Secondo le ricerche della nostra associazione Di.Te., 7 adolescenti su 10 chiedono agli adulti più ascolto e meno giudizio. E sempre più ragazzi raccontano di sentirsi compresi più da un’intelligenza artificiale che da una persona reale. Questo dovrebbe interrogarci profondamente.

Il caso di Modena allora non può diventare soltanto l’ennesima discussione sulla sicurezza o sull’emergenza psichiatrica. Deve costringerci a guardare una società che si accorge della sofferenza solo quando diventa tragedia.

Proteggere la fragilità prima che il dolore diventi cronaca

Servono più professionisti nei servizi pubblici e nelle scuole. Serve continuità nelle cure, serve prevenzione. Ma soprattutto serve smettere di raccontare la salute mentale come una minaccia sociale.

Perché una società civile non si riconosce da quanto velocemente trova qualcuno da odiare. Si riconosce da quanto riesce a proteggere le fragilità prima che il dolore diventi cronaca.

Prigioniero in Algeria

Fabrizio Floris
Boualem Sansal e la sua detenzione

il manifesto, 18 maggio 2026

Al Salone Internazionale del Libro di Torino, l’incontro con Boualem Sansal non è stato semplicemente la presentazione di un libro o il racconto di una vicenda giudiziaria, ma il tentativo di trasformare un’esperienza carceraria in una riflessione radicale sulla libertà, sul potere e sul rapporto tra ideologia e paura. Sansal, 80 anni, tra le voci più note e controverse della letteratura franco-algerina, ha raccontato davanti al pubblico torinese il suo arresto del 16 novembre 2024 in Algeria. Un racconto duro, quasi asciutto nella forma, ma carico di dettagli che restituiscono il senso di un sistema repressivo che — secondo lo scrittore — non colpisce solo il dissenso politico, ma tenta di spezzare simbolicamente l’individuo. «Cinque anni di carcere in Algeria significano morire», ha detto. Poi ha ricostruito quei primi giorni: il sequestro, il cappuccio sulla testa, il trasferimento in un luogo sconosciuto, sei giorni senza cibo, acqua o spiegazioni. Solo al settimo giorno, ha raccontato, sarebbe comparso davanti a un giudice che in pochi minuti gli avrebbe comunicato l’accusa di terrorismo.

LA SUA TESTIMONIANZA si inserisce in un contesto internazionale che da mesi mobilita intellettuali, editori e governi europei per chiedere chiarimenti sulla sua detenzione e sulla libertà di espressione in Algeria. Secondo quanto riferito dal suo avvocato François Zimeray la detenzione di Sansal sarebbe stata accompagnata da gravi limitazioni procedurali e da forti pressioni politiche. Eppure, il passaggio più sorprendente del racconto riguarda proprio il carcere. «L’80% dei detenuti erano islamisti», ha spiegato. Era convinto di trovarsi di fronte a nemici irriducibili: per anni, infatti, aveva denunciato il fondamentalismo islamico come forma di totalitarismo contemporaneo. E invece, ha raccontato, proprio quei detenuti avrebbero iniziato a proteggerlo, a condividere il cibo, a portargli vestiti. «Dicevano: ‘la leggenda sta arrivando’». Da quell’espressione nasce il titolo del nuovo libro, La Légende, annunciato in uscita il 2 giugno presso Grasset. Il libro viene presentato dall’autore come una sorta di dossier politico e morale. Sansal lo ha paragonato esplicitamente a Arcipelago Gulag, evocando non tanto un parallelismo storico diretto quanto la volontà di testimoniare un sistema di paura e silenzio.

HA DICHIARATO di stare preparando anche un dossier contro il presidente algerino, sostenendo di voler portare il caso davanti a una corte internazionale. Nel suo intervento è emerso anche un forte dissenso verso una parte della sinistra francese, accusata di relativizzare o minimizzare la repressione algerina. Sansal ha parlato apertamente di una campagna ostile nei suoi confronti, citando in particolare La France Insoumise.

SANSAL NEL SUO INTERVENTO si è soffermato anche sulla trasformazione delle società contemporanee. Ha parlato delle «guerre economiche» come delle guerre più pericolose del presente e del potere crescente dei tecnocrati: «leggono soltanto statistiche e dati, non guardano più le persone». Una riflessione che richiama alcune delle sue opere più recenti e che entra in risonanza con il dibattito globale sull’automazione delle decisioni pubbliche, sul governo algoritmico e sulla crisi della rappresentanza. Colpisce il contrasto tra la radicalità delle sue accuse e il tono quasi disincantato con cui vengono pronunciate. Sansal non appare come un dissidente romantico, ma uno scrittore che considera inevitabile il conflitto con il potere e deve difendere un principio considerato non negoziabile: «la libertà e la libertà d’espressione non sono qualcosa che si possa trattare». Da qui la sua vicenda personale: lo scrittore trasformato in simbolo, poi in bersaglio e infine in «leggenda». In un tempo in cui molte repressioni diventano rapidamente materia di polarizzazione geopolitica o ideologica, Sansal ha cercato di riportare il discorso a un livello più essenziale: cosa significhi davvero perdere la libertà, e quanto fragile possa diventare la possibilità stessa di parlare, scrivere e dissentire.