domenica 10 maggio 2026

Il mito oltre il logos

 

icone e simboli, nel mito si rinnova il senso della storia

Festival della mitologia

Elio Franzini
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026

Se digitiamo la parola “icona” saranno necessarie molte e molte righe per giungere alla descrizione della “sacra icona”, dipinto santo e simbolico che cerca di unire visibile e invisibile. Prima di scoprire questa definizione saremo tormentati da faccine varie, da ideogrammi, sticker, segni stilizzati. Ogni tempo ha le sue icone, si potrà dire, senza inseguire falsi moralismi e improprie nostalgie. Il termine stesso “mito” è banale, ed è uno dei modi che i greci possedevano per dire “parola”. Ma se l’altro modo – logos – è divenuto nel tempo la parola ordinata, della scienza, dell’intelletto, del ragionamento, la parola mito ha finito per identificarsi con il racconto, la favola, il significato originario dei riti, dei misteri, della poesia. Mito è la “favola” della tragedia in Aristotele, la narrazione verosimile e non vera di Platone, ma anche il muto e misterioso geroglifico per Vico, strumento degli universali fantastici. Una parola che assume su di sé tutto ciò che sfugge al logos, significante che ha molteplici significati, rimandando non a formule, bensì a processi, costruzioni poetiche e fantastiche.

Nel nostro tempo questa forza si è progressivamente indebolita, persa nella velocità della comunicazione, nell’orgia di immagini che avvolgono, spesso nella loro insignificanza. Possiamo giocare a ricercarne le cause, ma sempre potremmo scoprire l’ovvio, cioè che si è indebolito il valore del simbolico: e il simbolo, che significa riunificazione, legame segreto tra visibile e invisibile, tra noto e ignoto, trova nel mito un fratello che lo narra, una forza che attraversa tutte le epoche e sembra interessare tutte le forme dove c’è vita, dalla classicità al mondo cristiano. Anche agli albori della nostra modernità, da Goethe ai Romantici sino a Eliot e Valéry, il mito ha avuto differenti forme e innumerevoli definizioni: non segno vuoto, bensì forza di significato dove si fondono l’universale e il particolare. Non immagine banale, ma storia di un senso che lega le dimensioni del tempo.

Il mito è un simbolo che diventa racconto: non è un’immagine che stupisce e svanisce, ma quasi una favola dove, come scriveva Novalis, tutto deve essere «meraviglioso, misterioso e incoerente», inaugurando «l’epoca dell’anarchia universale, della mancanza di leggi, la libertà, lo stato di natura, l’epoca anteriore al mondo». Non è l’intelligenza artificiale a costruire la forza mitica del simbolo, ma il poeta, l’artista, forse chiunque voglia generare legami segreti tra il passato, il presente e l’avvenire. È parola, segno, ma deve anche ricordare quel che Valéry chiamava «aurora delle cose», permettendo di superare la banalità del quotidiano, consapevoli che il nostro stesso essere al mondo rischierebbe di languire se le favole, le astrazioni, le credenze, i mostri, le ipotesi, non popolassero di esseri e di immagini che provengono dal passato le nostre profondità, le nostre stesse incertezze. Sono dunque modi per interrogarsi, per conoscersi, per meglio esprimere la propria personalità, per mantenere vivo uno stupore, un gusto dell’universo, che è l’origine stessa dell’interrogazione scientifica.

Questa forza mitica non è statica, ma indica la capacità che l’uomo mantiene di rinnovare la tradizione, di modificare il tempo, consapevoli che le sue dimensioni non sono una massa informe, ma il segno del costante mutamento di un’attività spirituale e dei suoi processi, di un viaggio attraverso l’esperienza, le sue crisi, i suoi momenti oscuri. Il mito è la capacità di presentare sempre di nuovo il senso della nostra storia.

Il problema stesso, che appare sintomo perverso del presente, di insignificanti “faccine” che popolano il nostro mondo, vi è sempre stato. Goethe distingue infatti tra simbolo e allegoria, ponendo alla nostra epoca un’alternativa che è un richiamo a un’esperienza del simbolico e del mitico non per spiegare un significato assoluto, ma per disegnare, e chiarificare, una rete che possa descrivere la metamorfosi delle forme di vita che accompagnano il simbolico, la sua tensione unificatrice, che tende a un mito senza tempo chiamato “classico”. Si cerca, con questa parola, di raggiungere, anche con tormento, la forza misteriosa di segni che abbiano un senso capace di superare la singola epoca storica, la nostra finitezza. Sottolineare il valore di tale esperienza significa affermare che il suo senso, in tutte le sue molteplici forme, che si realizzano nel generarsi di quella forza creativa che è la vita, è un divenire che, come la vicenda di Faust, come la nostra esistenza, attraversa vari mutamenti, che hanno diversi stili, differenti modi espressivi, giocando diversi giochi: ma tale esperienza non è, anche nelle allegorie, nelle faccine stesse, riducibile al fatto, alla presenza di ciò che appare, bensì implica sempre la volontà di andare oltre, cercando di cogliere i vari strati in cui il mondo si offre.

Persino nella nostra frantumata modernità, arte e conoscenza, mito e religione sono capaci di esprimere immagini sensate, Sinn-Bild si dice simbolo in tedesco, dove non si rispecchia soltanto qualcosa di semplice, elementare, facile da interpretare, bensì un principio che produce sapere e conoscenza, quello stesso che ancora può mantenere viva la nostra umanità nel disastro del quotidiano. Mantiene la forza di una possibilità di vedere oltre, attraverso le cose. Il simbolo è soltanto un nome, una parola che dice se stessa, appunto un “mito”: ma un nome che, nella sua storia, ha incarnato un’esigenza di interrogazione della complessità che avvolge la nostra relazione con gli altri e con la natura. Gli artisti, i poeti costruiscono forme compiute per questa interrogazione, permettono di riconoscerne il valore: ma non è loro proprietà, è una forza di noi tutti che si risveglia quando vogliamo superare le apparenze, indagare le quotidiane forme di vita. Qui costruiamo simboli, entriamo in quelle stesse mitologie che legano il passato al futuro.

Si svolge oggi a Villa Arconati (Castellazzo di Bollate) il quarto evento della III edizione del Festival della Mitologia, ideato e diretto da Massimiliano Finazzer Flory e ospitato dalla Fondazione Augusto Rancilio. Altri eventi fino a settembre





Filosofia e realtà presente

 


mondo di speranza di jürgen habermas

Autobiografie filosofiche. In una lunga intervista uscita postuma, il filosofo ricostruisce le tappe della sua vita insieme ai punti nodali del suo pensiero caratterizzato da uno sguardo sempre attento e costante alla sfera pubblica

Sebastiano Maffettone
Il Sole 24ore, 10 maggio 2026

La complessità del pensiero e del lessico di Jürgen Habermas (1929-2026) – da poco scomparso a 97 anni – è nota. A ciò si deve aggiungere la sua prolificità come autore, il suo essere un public intellectual di livello internazionale e il rilievo straordinario della sua visione filosofica nell’ambito della filosofia occidentale e non solo. Tutto ciò rende difficile ogni tentativo di rendere conto della sua opera. Può essere di aiuto in tale compito il recentissimo volume pubblicato da Feltrinelli e dedicato a Habermas. Il volume in questione -intitolato Per un mondo migliore- è in sostanza una lunga intervista (170 pagine) a Habermas curata da Stefan Müller e Roman Yos, corredata da un utile apparato di Note e da una intelligente Postfazione di Luca Corchia. Meriti specifici dell’opera sono la chiarezza e l’avere fuso aspetti biografici con ricostruzioni teoretiche.

Nel 1945 Habermas ha 16 anni ma già avverte tutto il peso del Nazismo e della guerra perduta con la conseguente crisi della Germania. Da qui, l’intenzione di costruire un pensiero basato sull’impegno a rendere il mondo migliore (da cui viene il titolo del libro). La formazione intellettuale e accademica del nostro è squisitamente tedesca, come è naturale. Maestri illustri come Horkheimer, Adorno (più di tutti), Abrendoth e colleghi più anziani come Lowith e Gadamer. Cui presto si aggiunge l’apertura atlantica, che sarà importante per tutta l’Europa continentale. Habermas è convinto che fino al Nazismo il pallino della filosofia occidentale sta in mano ai tedeschi, ma che dopo il 1945 passa ai grandi autori in lingua inglese, come Quine, Putnam, Rorty, Strawson, Rawls, Dworkin Nagel. Ricostruire tutto il percorso esistenziale, formativo e teoretico di Habermas resta complicato nonostante questo libro-intervista faciliti il compito. Perciò, cerco di riepilogarlo elencando alcuni punti nodali del suo pensiero.

Forse, la mossa filosoficamente più importante di Habermas, di certo quella che ha più influenzato me, è stata la detrascendentalizzazione (mi si perdoni il termine) di Kant. Nasce dalla decostruzione della metafisica classica di Kant, e si nutre del sostanziale anti-platonismo che caratterizza il secolo ventesimo. Non c’è più una verità ultima indipendente dal contesto. La detrascendentalizzazione legge Kant attraverso Hegel, e fa perno sul fatto che lo spirito soggettivo esiste solo interagendo con quello oggettivo. Ciò si traduce, in Habermas, nell’assunto per cui l’universalità dei principi va testata nell’effettività del discorso pubblico. Di conseguenza, la filosofia presuppone le scienze sociali

Le scienze sociali di Habermas non sono scienze empiriche ma visioni teoriche. In cui, Habermas pur tenendo sempre presente Marx, prende le distanze dalla Scuola di Francoforte, nel cui ambito si è pure formato, e dal marxismo occidentale. Habermas – che è di circa trenta anni più giovane di Adorno e Marcuse – rifiuta decisamente le loro tesi filosofico-politiche per lui troppo radicali, assimilandole a quelle post-moderne che non ama, come ben si vede nell’aspra critica del post-modernismo in Il discorso filosofico della modernità (1985).

Poco alla volta, la distanza dal marxismo diventa primato della liberal-democrazia, In Fatti e norme (1992), Habermas presenta un approccio filosofico-politico originale, sullo sfondo di una mutata concezione del rapporto tra sistema giuridico e mondo della vita, rapporto che diventa meno antagonistico. Tale approccio può ben essere definito, con Habermas stesso, «deliberativo», e, in particolare nel capitolo 7 del volume viene concepito come determinazione di un “concetto procedurale di democrazia”.

La democrazia, per Habermas, presuppone una comunicazione non distorta. Esiste un potere liberatorio della parola. Che si rivela nella comunicazione nella «sfera pubblica». Ed è già presente nel primo lavoro importante di Habermas, Strukturwandel der Öffentlickheit (Storia e critica dell’opinione pubblica, 1962). Tale lavoro – che culminerà nella pubblicazione della monumentale Teoria dell’agire comunicativo (1980)– vede alcuni passaggi preliminari non trascurabili, a cominciare da quelli formulati nell’importante libro del 1968 Conoscenza e interesse. La teoria della comunicazione di Habermas ha anche un aspetto esplicitamente etico, elaborato parallelamente a Karl Otto Apel negli anni 1970. Si tratta dell’etica del discorso, tema che comunque prende forma sistematica dal volume del 1983 intitolato in italiano Etica del discorso. Un’etica del discorso questa che si ispira a Kant e non nasconde le sue pretese di universalità. Ne segue la difficoltà di concepire da Occidentali un pensiero universalistico, congiunta però con la necessità di rigettare il relativismo. Come si vede nella tarda Una storia della filosofia (volume 1, 2019), dove si riprende criticamente la storia concettuale della modernità occidentale. La preoccupazione per la difficoltà dell’universalismo si fa evidente con l’affermarsi di un pensiero postmetafisico, e il progressivo ritorno della religione. Col passare degli anni, Habermas mette da parte il suo originario secolarismo, e concepisce un rapporto di scambio intellettuale partitario tra fede e ragione.

A questi aspetti fondazionali del pensiero di Habermas, va collegato il suo interesse per le relazioni internazionali, che appaiono in volumi come L’inclusione dell’altro (2010) e La costellazione post-nazionale (1996). Il tutto alla luce di un patriottismo costituzionale, basato sul primato della liberal-democrazia, la critica del nazionalismo e il rilievo centrale dei diritti umani. A questo si aggiunge l’impegno costante a favore di una visione federalistica dell’Europa.

In conclusione, questo libro-intervista mette in evidenza l’impegno costante di Habermas per la democrazia in tempi, come i nostri, in cui un sentimento del genere appare debole e incerto con le conseguenze spiacevoli che tutti constatiamo. Certo, l’impegno di Habermas è essenzialmente filosofico e quindi molto astratto. Tuttavia, non dimentica di vedere dall’alto della teoria la realtà del presente, come si vede dalla sua costante partecipazione alla vita di quella sfera pubblica alla cui centralità tanto lavoro ha dedicato. Partecipazione questa testimoniata da centinaia di conferenze in tutto il mondo, da numerosi articoli sui giornali, da una fittissima rete di relazioni culturali, da una costante voglia di intervenire sui grandi problemi del nostro tempo. Per molti di noi, tutto ciò ha costituito una luce permanente e una fonte di speranza intellettuale e morale. Che ci mancherà.

Jürgen Habermas

Per un mondo migliore.
Colloqui con Stefan M
üller e Roman Yos
Feltrinelli, pagg. 234, 
€ 20



Goffredo Parise in Vietnam

Marzio Breda
Parise: due vite, mille confini

Corriere della Sera, 10 maggio 2026

Ha avuto un incontro con il generale Westmoreland, comandante delle forze Usa nel Vietnam. E adesso, bloccato in Cambogia, vorrebbe raggiungere Hanoi, al Nord, per vedere Ho Chi Minh. Ottenere il colloquio è difficile, ma ha una speranza: il vecchio rivoluzionario nel 1933 ha abitato a Milano mantenendosi come cuoco alla Trattoria della Pesa, per cui potrebbe accettare un faccia a faccia grazie alla sua carta d’identità italiana. Intanto, mentre aspetta il via libera delle autorità comuniste, il 21 marzo 1967 spiega in una lettera l’impatto con l’indocina alla pittrice Giosetta Fioroni, la compagna che chiama «coca mia».
«Sono gente incredibile, i viet... Quand’anche gli americani se ne andassero la guerra non sarebbe affatto finita, perché la presa del potere sarebbe una carneficina. Infatti, il Fronte è composto di ben 32 organizzazioni politiche, tutte nazionaliste, ma con sfumature diverse, che ora sono sfumature e domani possono diventare delitti politici o attentati... Se i cinesi sono un popolo collettivo, questi sono i peggiori individualisti che io abbia conosciuto. Lunedì ripartirò per Saigon e girerò un poco... Per tornare qui, se ci sarà risposta positiva da Hanoi. Non mollo, mi conosci... Ho tanta voglia di stare con la mia Josephine come il pauvre Napoleon...».
C’è qualche indizio del carattere di Goffredo Parise in queste righe inedite. C’è, per esempio, la capacità di antivedere, perché la ritirata degli Usa produsse sul serio le dure repressioni che immaginava: una carneficina. C’è la tenacia nel lavoro, che si acuisce quanto più si scopre emotivamente coinvolto, con lo scrupolo di non scivolare in resoconti «coloniali» o ideologici o, peggio ancora, pedagogici: il suo comandamento è non mentire. C’è la malinconia amorosa, espressa con casta tenerezza. Infine — retropensiero non ancora confidato a Giosetta — c’è un senso di smarrimento sul proprio destino, perché le mani gli «tremano e tremano le viscere e le palpebre» e sa che ciò non dipende dalle bombe che gli cadono intorno e dal napalm che incendia la foresta, perché sono invece i sintomi di un «processo degenerativo di tessuti, vene, sangue» in corso e diagnosticato come «arteriopatia diffusa». Patologia che lo ucciderà a neppure 57 anni.
Prima d’essere fermato dalla malattia, ha attraversato molte frontiere. Smarrendosi a cogliere frammenti di storia fra Laos, Biafra, Cile, Cina, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cuba... Scenari spesso di violenze sanguinose, miseria estrema, politica disumana da cui ricava diari di viaggio divenuti reportage per il «Corriere della Sera» e che si aggiungono ai romanzi e racconti per i quali è divenuto famoso già giovanissimo. Da Il ragazzo morto e le comete a Il Prete bello, Il padrone, Amore e fervore, L’assoluto naturale l’elenco è lungo.
Tuttavia le pagine di viaggio restano tra le più asciutte e fulminanti. A rileggerle rivelano che partire era per Parise un modo per ritrovare sé stesso, «universalista locale», come ha detto George Steiner di Claudio Magris. Infatti, le sue radici affondano tra la città natale, Vicenza, e poi Milano, Roma e... il mondo. Ma le radici più salde affondano in un piccolo borgo del Trevigiano, Salgareda, dove nel 1970 compra una casupola rossa sul greto del Piave. Il luogo è quasi inaccessibile, circondato da salici, gelsi, alberi da frutto inselvatichiti, vigne stentate e qualche angolo di erba spagna e granturco. Uno spazio sociale spopolato fin dai tempi della Grande Guerra e gli piace anche per questo, quando lo scopre sorvegliando i gorghi azzurri del fiume su cui si affaccia quel relitto edilizio. Che restaura con pochi mezzi e logica austera e dove accende il suo ultimo focolare.
Ha vissuto due vite, Parise, e in questa scissione tutto si tiene. Per capirci bisogna riandare ai capolavori fondanti della nostra cultura, l’Iliade e l’Odissea, opere dalle quali ricaviamo che i temi della letteratura sono l’assedio e il viaggio, ha osservato lo studioso di civiltà europea Giuseppe Merlino. Vale a dire stabilità e movimento, tradizione e scoperta, identità e metamorfosi. Dimensioni parallele e stratificate, in lui. Ed ecco come si interpreta il nomadismo inquieto e la voglia di esplorare le aree di crisi per comprendere, artigliando dettagli rivelatori, il male mentre accade. Ma ecco anche la perenne ansia del ritorno, la nostalgia per quel «Veneto barbaro di muschi e nebbie» fatto di cose semplici e odori buoni, che ha eletto a propria patria e dove si rifugia sempre più spesso.
È qui che scrive la sua opera più apprezzata, anche se non subito, i Sillabari, un «miracoloso dizionario dei sentimenti», concepito come una serie di elzeviri per il «Corriere». Un racconto per ogni lettera dell’alfabeto. Ed è il 1972, quando è ormai uscito il primo volume di questi racconti poetici, che spiega all’amico Raffaele La Capria come passa il tempo tra una battuta di caccia in laguna e le sciate sulla neve d’alta quota a Cortina, con il rientro nella solitudine di Salgareda. «Sono incatenato a questo posto, amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento investito, onorato e riconosciuto non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo». Purtroppo, dura poco il suo stato di grazia. Infarti, by-pass e dialisi lo stroncano il 31 agosto 1986. Quarant’anni fa.

La sacerdotessa spagnola

Pierre Terraz
In Spagna, la sacerdotessa che sfida il Vaticano
, Le Monde, 10 maggio 2026

«Questa è la nostra sacrestia a basso costo », scherza Christina Moreira mentre apre un armadietto e prende un calice di porcellana e una bottiglia di liquore spagnolo da usare come vino d'altare. Questa domenica mattina, la suora è impegnata nei preparativi per la celebrazione pasquale, che dovrebbe iniziare a breve in questa piccola chiesa nel centro di A Coruña, nel nord della Spagna.

I fedeli abituali della cappella, situata discretamente al quarto piano di un palazzo residenziale, vi accedono tramite ascensore. Ad eccezione di questa manciata di fedeli, che hanno trovato la strada senza difficoltà e per i quali tutto sembra normale, ciò che sta per accadere qui è tutt'altro che ordinario. L'altare è un leggio coperto da una tovaglia bianca, l'ostia una pagnotta di pane acquistata quella stessa mattina in un panificio locale, e il sacerdote è una donna.

Ordinata sacerdote nel 2015 dopo un lungo e arduo cammino, e poi consacrata vescovo nel 2025, Christina ricorda con precisione il giorno della sua chiamata. «Avevo quattordici anni. Per preparare una lezione di catechismo, stavo rileggendo un brano dell'Ultima Cena, l'ultimo pasto di Gesù, circondato dai suoi apostoli. All'improvviso, mi sono sentita trasportata alla tavola accanto a Cristo e l'ho sentito dirmi: "Farai questo in memoria di me"», ricorda tutta d'un fiato, ancora scossa dall'evento.

Pur consapevole che il sacerdozio fosse proibito alle donne, decise comunque di confidarsi con il suo parroco: una figura di riferimento per lei, figlia di immigrati spagnoli fuggiti dalla dittatura di Franco (1936-1975) e stabilitisi nel sobborgo operaio parigino di Villiers-le-Bel (Val-d'Oise). Il parroco riconobbe che la sua vocazione sembrava autentica, ma le ordinò di non parlarne mai più per non "arrecare danno" a chi le stava intorno. La incoraggiò a farsi suora, prendendo gradualmente le distanze dalla giovane. "Voleva rinchiudermi in un convento, trasformarmi in una contemplativa ", racconta Christina.

Seguì un periodo di difficoltà. Una sera, mentre indossava il pigiama, la giovane Cristina si fermò nuda davanti al crocifisso appeso al muro della sua stanza e implorò: "Signore, se mi chiami a servirti, perché mi hai dato questo corpo? Perché mi hai fatto donna?". Sconvolta, decise infine di allontanarsi dalla religione e di riavvicinarsi alle sue radici.

Ossessione

Après son baccalauréat, elle part en Espagne pour des vacances au cours desquelles elle décrète que son seul but sera « de sortir en boîte et de rencontrer des garçons ». Elle y épouse un homme rencontré en soirée et s’installe avec lui en Galice, à l’âge de 20 ans. Des années durant, elle fait tout pour canaliser son obsession, qui ne la quitte jamais vraiment. Même si elle donne des cours de catéchisme, s’investit dans la vie de sa paroisse, Christina refuse de faire un nouveau « coming out » religieux par peur d’être mise au ban de la communauté. Une période éprouvante, avec un mari qui se révèle violent envers elle.

En 2010, un événement va de nouveau faire basculer le destin de Christina. Alors qu’elle lit le motu proprio, une déclaration du pape qui promet l’excommunication à tous ceux qui abusent d’enfants au sein de l’Eglise, un choc vient la frapper en plein cœur. « Je jouissais intérieurement au fil des lignes. Je me répétais : “Bravo, bravo, mon cher Benoît XVI” ! Ce n’était pas trop tôt, avec tout ce qu’on savait… »

A la fin du texte, une courte mention avertit que toute femme ordonnée par un membre du clergé aura le droit au même traitement, en réaction à un événement ayant eu lieu en 2002, sur le Danube : dans un bateau, sept femmes avaient été faites prêtres pour la première fois par des évêques hommes, hors de toute juridiction officielle de l’Eglise catholique. « Là, on nous mettait carrément au même niveau que les pédocriminels. J’en ai été effondrée », raconte-t-elle.

La peur d’être écartée d’une institution qu’elle considère désormais « pourrie de l’intérieur » s’envole. Christina prend contact avec les « Sept du Danube ». Dans le même temps, elle parle de sa vocation à un curé galicien, le père Victorino, qui est le premier à la soutenir. « Il m’a écoutée sans m’interrompre et m’a dit : “Si tu avais été un homme, tu serais prêtre aujourd’hui”. »

Aussitôt excommuniée

Au cours de plusieurs discussions, les révélations mystiques de Christina sont étudiées par les sœurs de la communauté. L’appel de Christina à être prêtre est enfin jugé véritable. En 2015, elle est ordonnée prêtre « en catacombes » – une expression du temps des premiers chrétiens persécutés, qui signifie « secrètement » – par l’évêque femme Bridget Mary Meehan, dans la ville de Sarasota, en Floride.

Lorsque la chose s’ébruite, Christina est aussitôt excommuniée par le Vatican. De retour en Galice, elle parvient tout de même à rejoindre une paroisse informelle fondée par un prêtre progressiste du nom de Manuel Espiña Gamallo. On l’y autorise à célébrer ses premières messes, pendant lesquelles elle peut enfin donner l’eucharistie, comme dans la vision qu’elle avait eue petite fille. La même chapelle où Christina officie aujourd’hui, en cette fête de Pâques.

Christina Moreira spezza una pagnotta per distribuire la comunione durante la messa di Pasqua a La Coruña, in Spagna, il 5 aprile 2026.

Le mouvement Association of Roman Catholic Women Priests, qui milite pour l’ordination des femmes au sein de l’Eglise catholique, recense aujourd’hui entre 250 et 300 vocations féminines dans le monde. Toutes rendues impossibles par la loi canonique. Pourtant, la prêtresse franco-espagnole l’assure : « L’Eglise a un besoin urgent de femmes. De nombreux fidèles m’ont avoué qu’ils ne se seraient pas confessés sur certains sujets si j’avais été un homme, notamment sur les questions de violences sexuelles et intrafamiliales. Les mères me font aussi plus confiance qu’à d’autres. » Au cours de sa vie, des dizaines d’hommes sont venus se confesser dans sa paroisse sur des faits d’agression, de viol et de violence sur leurs conjointes, par crainte d’être rejetés s’ils en parlaient au sein de l’Eglise « officielle ».

Le 4 octobre 2023, Christina est même appelée, malgré son excommunication, à participer à la messe d’ouverture du synode sur la synodalité, au Vatican. Cet événement à l’initiative du pape François a réuni des évêques du monde entier afin de réfléchir à la manière dont l’Eglise pourrait devenir plus inclusive. A cette occasion, la prêtresse est invitée à rencontrer des personnalités importantes du clergé, dont elle a interdiction de révéler les identités, pour partager son témoignage. Un cardinal lui aurait avoué avoir été « complètement bouleversé dans sa vision du dogme » à l’issue de cette entrevue.

«Les femmes prêtres, on est un peu des Rosa Parks»

Le même jour, elle se rend sur la place Saint-Pierre, où elle décide de revêtir son aube et son étole en public. Elle est arrêtée par la police, qui l’emmène au poste sans savoir quoi reprocher à l’inoffensive quinquagénaire. Un agent finit par trouver une loi instaurée sous Mussolini interdisant aux citoyens de porter l’uniforme d’un métier qui n’est pas le leur, pour justifier la garde à vue.

Christina reagisce, cercando di spiegare di essere una sacerdotessa e di essere stata persino invitata a valutare come integrare meglio le donne nella Chiesa. Ironicamente, le vengono confiscati i paramenti sacri e viene rilasciata senza ricevere una copia della dichiarazione che era stata costretta a firmare in cambio. "Noi sacerdotesse siamo un po' come Rosa Parks: abbiamo deciso di sederci al posto sbagliato, e ora ne paghiamo le conseguenze", conclude con risentimento.

https://www.lemonde.fr/le-monde-des-religions/article/2026/05/10/en-espagne-la-femme-pretre-qui-defie-le-vatican_6687671_6038514.html

sabato 9 maggio 2026

La resistibile ascesa del demagogo

 


Sir John Curtice
I risultati delle elezioni di giovedì hanno confermato l'estrema frammentazione del panorama politico britannico.  
BBC, 9 maggio 2026

Reform UK è stato senza dubbio il vincitore delle elezioni locali inglesi, conquistando la maggioranza dei seggi e dei voti. Il partito chiuderà le elezioni con un guadagno netto di oltre 1.000 seggi. Nel frattempo, in un campione di oltre 500 circoscrizioni comunali in cui la BBC ha raccolto dati dettagliati sulle votazioni, il partito ha registrato una quota media di voti del 25%, una cifra non particolarmente elevata ma comunque sufficiente a dare a Reform un netto vantaggio sui suoi rivali. Il partito di Nigel Farage ha ottenuto i risultati migliori nelle zone che nel 2016 hanno votato in massa per la Brexit. Nei collegi elettorali in cui oltre il 60% ha votato per l'uscita dall'UE, il sostegno alla riforma elettorale si è attestato in media al 40%. Al contrario, nei luoghi in cui meno del 40% ha sostenuto la Brexit, il partito Reform ha ottenuto in media solo il 10% dei voti.

Il successo dei Verdi è stato più modesto, ma rappresenta comunque il loro miglior risultato elettorale di sempre. Hanno ottenuto in media il 17% dei voti. Ciò rappresenta un aumento di otto punti percentuali rispetto al sostegno ottenuto dal partito nelle ultime elezioni locali del 2022, e di sette puinti percentuali rispetto al risultato ottenuto nelleelezioni locali tenutesi poco prima delle elezioni generali del 2024, il loro miglior risultato di sempre in un'elezione locale. Questo ha fruttato al partito oltre 200 seggi, la carica di sindaco di due distretti londinesi e il controllo di tre consigli comunali. Il partito ha spesso ottenuto un certo numero di secondi e (soprattutto) terzi posti di tutto rispetto, ma relativamente pochi primi posti.

Al contrario, sia il Partito Laburista che i Conservatori hanno subito una forte perdita di consensi. In media i voti ottenuti dal Partito Laburista sono diminuiti di 18 punti percentuali rispetto al 2022 e al 2024. Il calo è stao particolarmente marcato nelle zone in cui il partito era precedentemente più forte e nei quartieri a forte presenza musulmana. Questo andamento ha contribuito ad amplificare le perdite di seggi del partito, che ammontano a più della metà di tutti i seggi che il partito difendeva. Finora, il partito ha perso il controllo di 23 consigli comunali. Ma per i laburisti le notizie sono state ancora peggiori nel Galles dove il loro partito non perdeva un'elezione da un secolo. È precipitato al terzo posto con appena l'11% dei voti, in calo di 25 punti rispetto alle ultime elezioni del 2021.

Plaid Cymru è ora il partito più grande in Galles con 43 dei 96 seggi, il che garantisce che tutti e tre i governi decentrati avranno probabilmente primi ministri nazionalisti. In realtà, questo è stato un vero e proprio terremoto.

Nel frattempo, il sostegno ai Conservatori è diminuito in media di 11 punti percentuali dal 2022 e di 10 punti percentuali dal 2024, anno in cui il partito aveva già perso gran parte della sua precedente popolarità. Il sostegno è calato in modo particolarmente drastico nelle aree in cui il partito Reform godeva di maggiore popolarità, sottolineando la minaccia che rappresenta per il partito di Kemi Badenoch. I Conservatori hanno inoltre perso più della metà dei seggi che difendevano e, come per i Laburisti, questo calo è stato amplificato dal fatto che la diminuzione del sostegno è stata maggiore proprio nelle zone in cui il partito era più forte in precedenza. Il partito ha segnato un punto positivo: la riconquista di Westminster, un tempo fiore all'occhiello della corona londinese del partito, strappatogli dai laburisti nel 2022. Tuttavia, questo successo è stato il riflesso di un netto calo di 17 punti percentuali nel sostegno al Partito Laburista, piuttosto che un'indicazione di progressi compiuti dal partito stesso: anche i suoi consensi sono calati di cinque punti, in quello che ormai è uno dei pochi luoghi in cui la contesa tra Conservatori e Laburisti rimane prevalentemente roccaforte.

I Liberal Democratici si aspettavano di ottenere importanti successi e hanno conquistato il controllo di Portsmouth, Stockport, East e West Surrey e West Sussex, ma hanno perso il controllo di Hull. Il partito ha guadagnato seggi principalmente perché, nei collegi in cui era partito dal secondo posto, è riuscito a trarre vantaggio dal forte calo di consensi per i Conservatori o i Laburisti. Nonostante il partito abbia ottenuto cinque seggi in Scozia, in Galles ne ha ancora uno solo. Non ci sono segnali che i Liberal Democratici possano replicare i progressi elettorali registrati da Reform o persino dai Verdi.

Analisi a cura di Patrick English, Steve Fisher, Robert Ford, Lotte Hargrave, Jonathon Mellon e Stuart Perrett.


Mario Ricciardi
Crisi di sistema, l'ultima eredità della Thatcher

il manifesto, 8 maggio 2026

 «Pensavamo davvero – alcuni di noi pensavano davvero – che il paese fosse avviato a cambiare per il meglio. Strada facendo, in un punto indefinito, le cose sono peggiorate in modo orribile». A dirlo è un personaggio dell’ultimo romanzo di Jonathan Coe.

Coe è uno degli scrittori che hanno meglio raccontato la società britannica dopo l’elezione di Margaret Thatcher. Da lui possiamo partire per collocare in prospettiva la devastante (ma tutt’altro che inattesa) sconfitta del Labour di Keir Starmer e dei Conservatori di Kemi Badenoch.

Per Coe la spiegazione del disappunto espresso dalla sua creatura letteraria, un intellettuale Tory che era stato un convinto sostenitore della rivoluzione thatcheriana, si trova nel fallimento di quel progetto politico: «Rifare il mondo a propria immagine, e poi scoprire che quello che vedi non ti piace». Un sogno di restaurazione che apre la strada a una macchina infernale in grado di distruggere ciò che si voleva conservare.

Anche se la data di nascita ufficiale del partito Conservatore risale ai primi anni Trenta dell’Ottocento, la fazione dei Tories aveva già assunto un carattere riconoscibile ai primi del secolo, ai tempi delle guerre napoleoniche. Nel Novecento i Conservatori hanno un ruolo dominante nel parlamento britannico fino alla caduta del governo di John Major, successore di Margaret Thatcher, nel 1997.

Una storia di successo con pochi confronti, che sembra essere arrivata in prossimità della fine. Non è semplicemente una questione di voti, o di seggi (le due cose nel Regno unito vanno sempre tenute separate), ma di capacità di esprimere una visione distinta e coerente.

Negli ultimi anni i Tories sono slittati inesorabilmente verso destra, nel disperato tentativo di recuperare il consenso attratto da formazioni che rivendicano di essere eredi dure e pure di Thatcher e del suo disegno di restaurazione di un ruolo di grande potenza militare e economica per un paese che aveva perso buona parte del proprio impero coloniale, stava liquidando le sue industrie, e assistendo all’affievolirsi del richiamo delle ultime risorse simboliche (a partire dalla monarchia) che ne alimentavano il soft power.

L’intellettuale Tory del romanzo di Coe si rende conto che l’esito finale della restaurazione Thatcheriana non è il ritorno a un passato glorioso, ma l’accelerazione verso un futuro i cui caratteri erano ispirati dalla nuova destra statunitense, e da chi ne stava ridisegnando il profilo ideologico. Figure come Barry Goldwater, William F. Buckley jr. e Milton Friedman indicano la strada, e i conservatori britannici la percorrono con entusiasmo fino in fondo. La resistenza viene da sinistra: i Laburisti, i sindacati, i movimenti di protesta, come quello contro la Poll Tax, ma non riesce a invertire una tendenza che, dopo il 1989, sembra spinta avanti anche dal vento della storia.

Quando i Conservatori perderanno finalmente le elezioni, sconfitti da Tony Blair, l’egemonia che si era instaurata negli anni Settanta non viene davvero meno con il New Labour. Tra i primi a capirlo fu Stuart Hall, che aveva ripreso la lezione di Gramsci per spiegare a una sinistra disorientata che il più grande successo di Thatcher era stato sul piano della cultura popolare: cambiare la testa delle persone.

Se i Conservatori sembrano destinati a scomparire, il Labour è alle prese con una frattura che potrebbe nel volgere di qualche tempo rivelarsi fatale. Oggi abbiamo elementi sufficienti per dire che l’obiettivo politico di chi ha sostenuto la candidatura alla leadership di Starmer non era dare una risposta da sinistra alla profonda crisi economica e sociale del Regno unito, ma al contrario impedire che questa risposta fosse data, prima o poi, da qualcuno in grado di riprendere l’eredità di Jeremy Corbyn con maggiore efficacia. A mettere a rischio la sopravvivenza dei Laburisti non è la crescita di Reform Uk, il partito di Nigel Farage, ma l’uscita verso sinistra di una parte consistente degli elettori che non si riconoscono nella «Quarta Via» proposta da Starmer.

Se il volto del capitalismo odierno è quello di Musk, Thiel o Yarvin ciò di cui ci sarebbe bisogno è una sinistra che sappia trovare il coraggio di prendere il toro per le corna fino a quando è ancora possibile. Impossibile prevedere se i Verdi riusciranno a farlo. La sfida è impari, e il tempo stringe. Una volta che quel che rimane delle istituzioni pubbliche britanniche (sanità, istruzione, magistratura imparziale, elezioni libere e informazione indipendente) sarà stato subordinato agli imperativi degli oligarchi dell’High Tech il cambiamento potrebbe diventare irreversibile.

Alla termine di questo film James Bond non arriva per salvare «Crown and Country». Dopo l’ultima ondata di privatizzazioni l’agente segreto è stato sostituito da un programma IA che gestisce una flotta di droni.






La vecchiaia

 

Roger-Pol Droit
«Lungi dall'essere un inevitabile ‘naufragio’, la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali.»
Le Monde, 8 maggio 2026

Mai prima d'ora nella storia dell'umanità si è registrata una popolazione anziana così numerosa come oggi. E il loro numero aumenterà considerevolmente nei prossimi decenni. Questo cambiamento sta innescando una serie di conseguenze – economiche, politiche, mediche, sociali – la cui portata e complessità stiamo solo ora iniziando a comprendere appieno. Pertanto, che si scelga di parlare di "predecessori", "anziani" o  "senior" è irrilevante; il numero di "persone anziane" sembra crescere, mentre la definizione stessa di vecchiaia rimane vaga. Si tratta di un'ineluttabile realtà biologica? Di una rappresentazione sociale mutevole? Di un concetto filosoficamente descrivibile? Di una questione personale, vissuta in modo diverso da ogni individuo?

Queste questioni sono intrecciate; è necessario districarle, dissipare la confusione. Questo è ciò che Bertrand Quentin si propone di fare, metodicamente, in *Filosofia della vecchiaia*. Laureato all'HEC di Parigi, insegnante qualificato e dottore in filosofia, specializzato in etica medica e ospedaliera, questo docente presso l'Università Gustave Eiffel di Marne-la-Vallée (Seine-et-Marne) è autore di diverse opere, tra cui *I disabili: nuove riflessioni filosofiche sulla disabilità* (Erès, 2019). Con questo nuovo libro, esplora il concetto di vecchiaia da diverse prospettive, rivelando come sia molto meno semplice di quanto si possa spontaneamente credere.

un divario insormontabile

Certamente, i filosofi hanno tentato di definirla, da Platone a Beauvoir, passando per Aristotele, Cicerone e Montaigne, ma senza riuscire a sviluppare un concetto coerente. Ovunque, infatti, si riscontra un divario insormontabile tra chi enfatizza il declino come elemento essenziale e chi, al contrario, insiste sulla serenità infine raggiunta, o resa accessibile. I primi denigrano la vecchiaia per i malanni che proliferano, le incapacità che aumentano, la fine che si avvicina. I secondi vi celebrano la libertà conquistata, la saggezza acquisita, la distanza ottenuta dalle frenesie del mondo. La questione non è stabilire chi ha ragione e chi ha torto, osserva Bertrand Quentin, ma piuttosto comprendere quanto queste visioni opposte riflettano una realtà intrinsecamente diversificata e ambigua.

L'attenta analisi dei principali discorsi filosofici sulla vecchiaia non è l'unico pregio di questo saggio. L'autore pratica quello che definisce un "politeismo metodologico" e diversifica i suoi approcci. Attraverso l'economia: gli anziani, "bocche inutili ", sono ancora da considerare? Attraverso una critica delle rappresentazioni: la vecchiaia esiste oggettivamente o solo nell'immaginario collettivo? Attraverso l'esame di un tema tabù: la sessualità degli anziani. Attraverso un'analisi della grande paura dello spettro dell'Alzheimer, una realtà antica e un mito moderno.

Lungi dall'essere un inevitabile "naufragio ", la vecchiaia, secondo Bertrand Quentin, è soprattutto una rivelatrice dei temperamenti individuali. In definitiva, anziché essere radicalmente trasformata dall'età avanzata, ogni persona rivela le proprie debolezze e i propri punti di forza. Osserva come invecchi e scoprirai chi sei. Lungi dall'essere indeboliti, gli anziani diventano resilienti, perseverando nella propria esistenza. Queste interessanti riflessioni preannunciano numerose possibili discussioni, sia tra anziani che tra generazioni.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/05/08/loin-d-etre-un-naufrage-inevitable-la-vieillesse-selon-bertrand-quentin-serait-avant-tout-le-revelateur-des-temperaments-individuels_6687086_3260.html


Gioconda

Andrea Marcolongo
È un'illusione di gioia amarsi a Salonicco all'alba dello sterminio

La Stampa Tuttolibri, 9 maggio 2026

Gioconda di Nikos Kokantzis, pubblicato nel 1975 e ora riproposto in Italia da e/o con una traduzione dal neogreco di Maurizio De Rosa, nasce da una necessità più profonda di quella puramente letteraria: la fedeltà a un volto, a una voce, a una vita spezzata dal secolo.

In poche pagine di limpida intensità, Kokantzis compie un gesto raro nella narrativa del secondo Novecento greco: sottrarre all’oblio una semplice storia d’amore e, attraverso di essa, restituire una presenza alla città perduta di Salonicco e alla sua comunità ebraica annientata dalla guerra.

Il romanzo appartiene a quella rara categoria di opere che sembrano nascere non da un progetto letterario ma da una fedeltà interiore, da un’urgenza morale - «questa è una storia vera», ecco la dedica del libro.

A prima vista la trama è semplice. Nella Salonicco occupata della Seconda guerra mondiale, un adolescente scopre l’amore. La ragazza si chiama Gioconda, ha gli occhi grigioazzurri, «con un sorriso che illuminava e riscaldava tutto quanto la circondasse»; vive nello stesso umile quartiere, che era «tutte queste cose e molto altro ancora», appartiene alla comunità ebraica della città, ed è poco più giovane di lui. Tra i due nasce un sentimento che cresce quasi senza che se ne accorgano, come accade nei primi amori, attraverso giochi condivisi, passeggiate esitanti, parole trattenute.

Gioconda «fu la mia migliore amica dal giorno in cui imparammo a parlare fino a quello in cui, all’età di quindici anni, fu deportata dai tedeschi con tutta la sua famiglia». Il lettore sa fin dall’inizio che questa storia è destinata a interrompersi. Nel 1943 la comunità ebraica di Salonicco viene deportata nei campi di sterminio, Gioconda e la sua famiglia non faranno ritorno.

È questa consapevolezza a dare al libro la sua vibrazione particolare. Gioconda non è un romanzo costruito sulla suspense, bensì su una forma di tragica chiarezza. Come nelle antiche tragedie greche, il destino è già noto: ciò che importa non è sapere come finirà la storia, ma assistere alla fragile intensità con cui essa si dispiega prima della catastrofe.

Kokantzis scrive quasi trent’anni anni dopo gli eventi, quando la memoria ha già compiuto il suo lavoro di selezione e di silenzio. Il gesto di scrivere nasce allora da un sentimento preciso: non permettere che Gioconda scompaia del tutto. Scrivere significa restituire un volto, una voce, un corpo a quella ragazza conosciuta sotto un albero di fico e che, davanti alla morte, è diventata per lui l’immagine della vita.

La straordinaria forza del testo risiede nella sua semplicità. Kokantzis non cerca mai effetti retorici né soluzioni narrative elaborate. La lingua è limpida, pudica, quasi trattenuta. I gesti dell’amore adolescenziale, la timidezza dei primi baci, la scoperta esitante del corpo dell’altro, la gelosia improvvisa e ingovernabile, sono raccontati con una delicatezza che rende la perdita ancora più acuta.

Attorno ai due giovani il mondo si restringe sotto il peso dell’occupazione: i coprifuoco, la paura, le notizie confuse della guerra. E tuttavia, nel cuore di questa oscurità, nasce una luce inattesa. L’amore diventa uno spazio di libertà improvvisa, quasi clandestina. Ogni incontro acquista una densità irripetibile, perché il tempo stesso sembra diventare più fragile, più prezioso.

È anche per questo che Gioconda occupa un posto particolare nella letteratura greca contemporanea. Per molti anni la distruzione della comunità ebraica di Salonicco, una delle più grandi e antiche del Mediterraneo, rimase sorprendentemente poco raccontata. Il libro di Kokantzis è stato uno dei primi testi letterari a restituire un volto umano a quella tragedia storica.

In questo senso il libro si colloca all’interno di quella linea della narrativa greca del secondo Novecento che trasforma la grande storia in esperienza intima. Ma rispetto agli affreschi più vasti della letteratura ellenica moderna (si pensi, ad esempio, alle opere di Nikos Kazantzakis), Kokantzis sceglie una via opposta: la concentrazione estrema. Gioconda è quasi una miniatura tragica. In poche pagine riesce a condensare ciò che altri romanzi raccontano in centinaia: l’innocenza dell’amore, la violenza del secolo, la lotta fragile della memoria contro l’oblio.

Ed è forse proprio questa dimensione intima a rendere il libro così luminoso. Nikos Kokantzis non scrive per raccontare una tragedia storica. Scrive per dire che Gioconda, «la prima ragazza che in vita mia mi rivolse un sorriso», è esistita.Alla fine della lettura resta una sensazione singolare: quella di aver assistito non soltanto alla fine di un amore, ma alla sua sopravvivenza. Gioconda scompare nella storia. Ma nella letteratura continua a vivere, con la stessa fragile luce dei primi amori che non smettono mai di abitare la memoria.