martedì 2 giugno 2026

Venezia, le molte ragioni di una sconfitta

Maurizio Busacca
La terraferma è perduta, Venezia non è più un laboratorio progressista
Dissonanze, 27 maggio 2026

C’era un tempo, peraltro non così lontano, in cui Venezia veniva descritta come un’isola rossa in un mare bianco. Per oltre quarant’anni la città fu un vero e proprio laboratorio politico, in cui si anticiparono i tentativi di compromesso storico con le giunte bianco-rosse (nei Sessanta e Settanta) e dove (negli Ottanta) gli intellettuali scalarono i partiti per diventare classe di governo. Ma anche quella dove si formarono coalizioni progressive in dialogo con l’esercito di liberazione zapatista e movimenti no-global (negli anni Novanta e nei primi Duemila).

Il tratto comune di quelle diverse stagioni fu la capacità di coniugare i punti di vista di gruppi sociali molto differenti: operai, studenti, ceto medio, intellettuali, femministe, no-global, centri sociali, cattolici. Quelle stagioni nascevano da movimenti collettivi e popolari, dove i partiti – in particolare Dc, Pci, Psi e Verdi – hanno avuto la funzione strategica di costruire piazze del confronto e della ricomposizione dei differenti punti di vista. Congressi, seminari, convegni, feste e festival durante i quali si discutevano, si elaboravano e si comunicavano progetti di futuro costruiti collettivamente, tra conflitto e cooperazione. Poi qualcosa si è rotto.

La mappa dei risultati elettorali delle elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 parlano chiaro: le storiche roccaforti del voto popolare di terraferma (in particolare Marghera e Campalto) sono tutte tinte di giallo (il colore della lista del candidato di centrodestra Simone Venturini, eletto sindaco). Quei ceti sociali hanno scelto di affidare la loro rappresentanza alla coalizione di destra. Di destra, non di centrodestra.

I temi e i linguaggi della comunicazione politica ci dicono che non si tratta di un centrodestra conservatore ma di una destra xenofoba e reazionaria, che pensa a Venezia come a un bancomat, ricaricato continuamente dalle spese dei turisti, e alla terraferma come a un terreno dove coltivare il consenso a colpi di fake-news, al pari di quella sul presunto progetto colonizzatore dei «bangladem».

La vittoria – o la sconfitta, a seconda dei punti di vista – non sembra, tuttavia, essere arrivata solo da lì, sebbene il tema abbia certamente aiutato a galvanizzare una coalizione che a metà corsa temeva davvero di uscire perdente. La sconfitta del cosiddetto «campo largo» è sembrata piuttosto arrivare da un candidato sindaco della parte avversa giovane e molto radicato sul territorio, capace di coniugare i nuovi linguaggi dei social media con i vecchi modi di fare politica, facendosi vedere in strada, stringendo mani, salutando tutti e inaugurando qualunque cosa, anche quanto già era stata inaugurata da mesi.

Così facendo, a dispetto della sua lunga esperienza di governo nella giunta Brugnaro come assessore di punta, ha saputo ritagliare su di sé l’immagine della discontinuità. E in politica oggi più che mai la discontinuità paga sempre. Dall’altra parte, l’opposizione è apparsa fin da subito troppo sicura di sé, convinta di vincere sulla base di sondaggi che, a risultato acquisito, lasciano molti dubbi. Farne una questione di candidato sarebbe ingeneroso e forse riduttivo. Anche nella politica dei leader gli individui sono necessari ma non sufficienti.

Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha trascorsi in regolamenti di conti interni. Ora ne paga le conseguenze

Il campo largo ha avuto undici anni per costruire un’alternativa all’idea di città-impresa di Brugnaro. Li ha invece trascorsi in regolamenti di conti interni, e ora ne paga le conseguenze. È arrivato a pochi mesi dalla scadenza elettorale senza un candidato, poi scelto attraverso un processo che ha visto coinvolti solo alcuni storici leader locali e i livelli nazionali del partito di maggioranza, il Pd. Leader storici, soprattutto vecchie figure delle precedenti stagioni di governo del centrosinistra, quindi persone sulla scena politica locale da un tempo variabile fra i trenta e i cinquant’anni.

È così risultata evidente la totale autoreferenzialità del ceto politico, incapace di aprirsi a nuove istanze e a gruppi sociali emergenti, che pure in città avevano costruito percorsi di mobilitazione collettivi, in particolare sui temi della sicurezza, della casa, del turismo e della partecipazione.

Nella migliore tradizione partitocratica, alcune figure di spicco di questi gruppi sono stati accolti nelle liste elettorali nella speranza di traghettarvi il consenso, senza però aprire spazi di confronto sul merito e sui programmi. Da tutto ciò è scaturita una candidatura pallida, decisa da lontano e percepita come non capace di discontinuità rispetto al passato. In alcuni frangenti è sembrato che questa inerzia potesse essere invertita, ma senza mai raggiungere lo slancio necessario per rivelarsi efficace.

Alle apparenti differenze fra centro storico e terraferma arriveremo tra poco, dopo avere introdotto quattro spunti di riflessione. Primo. Quanto accaduto a Venezia, dove né destra né campo largo avevano il polso della situazione, testimonia che oggi la politica non vede né capisce più parti ampie di città. Anche negli ultimi giorni prima del voto, chi parlava con alcuni dei sostenitori di Venturini li trovava molto preoccupati di perdere. Sapevano di aver quasi completato la rimonta ma non certo di aver superato l’avversario. Ciò può significare che né destra né campo largo hanno saputo capire gli umori di una città attraversata da profonde divisioni.

Oggi le elezioni le vincono i nati negli anni Ottanta e Novanta, mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta

Secondo. Il campo largo progressista non ha saputo imparare dall’esperienza, propria e degli altri. In questa stagione sembra che le elezioni le vincano le persone nate negli anni Ottanta e Novanta (si pensi al caso di Silvia Salis a Genova o di Michele Guerra a Parma), mentre il ceto politico del campo largo rimane ancora quello degli anni Sessanta. I nati negli anni Settanta sono considerati ragazzi, quelli nati nel decennio successivo ragazzini con le braghe corte. C’è certamente un problema di trasmissione generazionale, ma qui emerge anche una certa incapacità di apprendimento.

Terzo. I risultati, in particolare le preferenze, mostrano che ha vinto chi si è andato a prendere piccoli leader locali che hanno trainato il voto. Certo, questo la politica lo ha sempre fatto, anche in passato, ma il tutto veniva allora mediato da un sistema di congressi e di altri luoghi di confronto, che mediavano fra interessi locali e interessi generali. Ora che non si fa più niente di tutto, in questo processo di riproducono piccole forme di populismo a livello locale. Non si tratta di boicottare i candidati «passionali» e «di pancia», anzi; ma riconoscere che servono camere di compensazione per tenere a freno gli egoismi.

A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani

Quarto. A Venezia si è data prova della incapacità di mobilitare gli scontenti e i delusi dalla politica, in particolare i giovani e tutti quei gruppi sociali che non si riconoscono nell’ordine mondiale attuale. Questo, di certo, avviene perché per un pezzo del campo largo quell’ordine è giusto e desiderabile, ma avviene anche perché non si è proferita una parola una sull’idea di mondo da costruire una volta assunta la guida della città. La campagna si è concentrata sul livello amministrativo rinunciando alla visione e al futuro, che invece è la domanda politica emersa dalle ultime mobilitazioni collettive.

Oggi, dopo la sconfitta, c’è anche chi canta vittoria per il successo del campo largo nel centro storico e chi da sinistra – temo quella da Ztl o di collina – propone la separazione amministrativa tra le due parti della città. Chi lo fa sembra ignorare che, anche lì, la forbice si è molto ridotta rispetto al passato e che la distanza tra i due schieramenti non è mai stata così contenuta, prologo forse di un possibile futuro sfondamento delle destre anche nella parte di città il cui profilo geografico ricorda la forma di un pesce. In tal modo si testimonia la cattura cognitiva della politica dell’esclusione anche tra le sinistre e i progressisti.

Venezia, secondo tale prospettiva, si salva escludendo dall’equazione gli abitanti di quella parte di città che, in modo ignorante e colpevole, hanno votato nel modo sbagliato; vale a dire quei gruppi subalterni che la sinistra non è più capace di capire e rappresentare.

La risposta dovrebbe essere quella opposta: ricostruire radicamento e leadership politica proprio nella parte gialla della città, che è quella dove vivono gli sfruttati e i subordinati. Per farlo, si dovrebbe puntare sui giovani, consegnando loro le risorse per progettare un mondo nel quale possano essere più presenti rispetto a chi, oggi, si è arrogato le decisioni e si è procurato colpevolmente la sconfitta.



Voglia di vincere


C'è una differenza tra voglia e volontà. La smania assoluta di vincere le elezioni spinge a moltiplicare mosse ritenute utili, col rischio concreto di compiere passi falsi dettati dalla grossolanità del calcolo. Al contrario, la determinazione a vincere parte da un'analisi realistica dello scenario: si individuano le scelte più efficaci per raccogliere consensi e si accantonano le uscite rischiose o controproducenti. Ultimamente sia Giorgia Meloni che Elly Schlein hanno messo in luce tutto il loro desiderio di assicurarsi il primato, mentre in realtà stavano imboccando una strada capace di produrre il risultato opposto. La legge elettorale da una parte, la patrimoniale dall'altra. Possono sembrare assi nella manica e sono trappole. Ha scritto Marcello Sorgi di Giorgia Meloni:

"Oggi la premier sa di non sentirsi così sicura come quattro anni fa. Ed anche se i sondaggi la confortano dandole ancora un forte sostegno popolare, è consapevole che in una gara a due, non più solitaria come nel 2022, e sia pure con un avversario pieno di difficoltà e non in grado di risolverle facilmente, com’è il centrosinistra, qualsiasi risultato è possibile. Specie tra un anno, quando appunto si apriranno le urne. Ma tant’è: e chissà che non sia maggiore il rischio di cambiare le regole, invece di farsi coraggio". Mancanza di coraggio e esposizione crescente al rischio. 

Ed ecco ora Ferruccio De Bortoli su Elly Schlein: 

"l’idea di una patrimoniale, che sembra affascinare la segretaria del Pd, è di fatto irrealizzabile. La ragione principale è che i grandi capitali, quelli che si vorrebbero colpire, se ne vanno all’istante, se non se ne sono già andati. E i detentori di quelli più piccoli, anche se non toccati dall’eventuale provvedimento, si sentirebbero subito minacciati. Insistere sul tema di una patrimoniale è il modo migliore per perdere le elezioni". Tentazione vana, diversivo peggio che inutile, dannoso.

Ci sarebbe da chiedersi come mai, con tutti i problemi reali e pressanti che ci sono sul tappeto, la politica italiana va a infilarsi in una serie inverosimile di vicoli ciechi. La risposta purtroppo è di una semplicità disarmante. Il pensiero magico permette di puntare su risultati strabilianti senza garantire con questo il successo effettivo alla fine. E allora in una situazione piena di risvolti negativi può sembrare più saggio voltare le spalle alla realtà e scegliere di giocare alla lotteria. Prima o poi il sogno si infrange e tocca a qualche altro ripartire da zero. Mettersi a pensare. Vagliare le scelte. Trovare il coraggio di formulare proposte impopolari ma giuste. Siamo proprio obbligati a sbattere la testa contro il muro prima di sceliere la via del progetto realistico? Non siamo per nulla obbligati. Qualcuno tra gli alti responsabili in seno alle forze politiche oserà dirlo? Si farà coprire di insulti, non troverà tanto ascolto. Avrà se non altro, a futura memoria,  la soddisfazione di aver fatto fino in fondo il suo dovere. 

La chiamavano Lu

Composta in caserma a Nîmes, l8 febbraio, l'8 febbraio 1915, poco proma della rottura con Louise de Coligny (Lou), quando già Apollinaire, perduta ogni speranza ma ancora incatenato al suo amore, medita di partire volontario per il fronte. (Prenderà la decisione dopo il colloquio definitivo con Lou del 28 marzo). La forma risente di un richiamo alla complainte medievale, il lamento accorato di chi subisce un'ingiustizia, una perdita o vive in miseria. Come in Rutebeuf:

Que sont mes amis devenus
Que j'avais de si près tenus
Et tant aimés
Ils ont été trop clairsemés
Je crois le vent les a ôtés
L'amour est morte
Ce sont amis que vent me porte
Et il ventait devant ma porte
Les emporta

A questo si aggiunge per l'occasione lo spunto che dà luogo al gioco di parole in apertura. Il caso vuole che il nomignolo dell'amata, Lou, abbia lo stesso suono della parola lupo (loup). Si parte subito da una identificazione della donna con l'animale feroce che non è tuttavia considerato tale per natura. Ci sono stati lupi fedeli come sono tuttora i cuccioli, sostiene il poeta. A lui è toccato invece il più inumano tra gli esemplari della specie. Subentra allora l'immagine straziante del cuore diventato un giocattolo tra le mani di lei. Non basta, viene chiamato in causa il diavolo, per accentuare il sentimento di una maledizione che assume una dimensione cosmica, fatale. Porti pure via il cuore dell'innamorato e lo depositi, anzi lo trascini, davanti alla dimora della fedifraga. Il resto procede sempre sul filo dell'ironia e del sarcasmo. L'arruolamento è visto come un modo di aderire alla sorte quale che sia. Tanto neppure le guerre sono più quelle (gloriose) di un tempo. 

LA CHIAMAVANO LOU

Ci sono lupi di ogni sorta
Io conosco il più inumano
Il cuor mio il diavolo una volta
Se lo trascini alla sua porta
Come un trastullo ce l'ha in mano.

I lupi un dì eran pecorelle
Fedeli come cuccioloni
E vagheggiando le lor belle donne
Anche i soldati grazie a quelle
Non eran meno giuggioloni.

Ma i tempi sono peggiorati
I lupi sono tigri in genere
E Imperi e Cesari e Soldati
Oggi Vampiri diventati
Non men crudeli son di Venere.

Così Rouveyre mi son deciso
E in groppa al mio destriero op là
Vo a guerreggiar casto e nel viso
Senza pietà e senza un sorriso
Come i guerrieri che Epinal

Vendeva Legni popolari
Che Georgin incise con forza
Dove sono i più bei militari
Quei soldaton Dove le guerre
Dove le guerre d'una volta
(traduzione di Giorgio Caproni)


C’EST LOU QU’ON LA NOMMAIT


Il est des loups de toute sorte
Je connais le plus inhumain
Mon cœur que le diable l’emporte
Et qu’il le dépose à sa porte
N’est plus qu’un jouet dans sa main


Les loups jadis étaient fidèles
Comme sont les petits toutous
Et les soldats amants des belles
Galamment en souvenir d’elles
Ainsi que les loups étaient doux


Mais aujourd’hui les temps sont pires
Les loups sont tigres devenus
Et les Soldats et les Empires
Les Césars devenus Vampires
Sont aussi cruels que Vénus



J’en ai pris mon parti Rouveyre
Et monté sur mon grand cheval
Je vais bientôt partir en guerre
Sans pitié chaste et l’œil sévère
Comme ces guerriers qu’Épinal


Vendait Images populaires
Que Georgin gravait dans le bois
Où sont-ils ces beaux militaires
Soldats passés Où sont les guerres
Où sont les guerres d’autrefois



https://machiave.blogspot.com/2020/03/apollinaire-la-contessina-e-il-lupo.html

https://machiave.blogspot.com/2014/09/apollinaire-lamore-per-lou.html

lunedì 1 giugno 2026

L'uomo che amava le donne


Jean-Baptiste Tomachevsky
Theatrum belli, 10 settembre 2025 

Charles Denner , nato il 29 maggio 1926 a Tarnów (Polonia) e morì il 10 settembre 1995 Nato a Dreux (Eure-et-Loir), è un attore francese di origine polacca. Attore dalla prolifica carriera che spazia dal teatro al cinema, è particolarmente noto per i suoi ruoli nei film  Landru  di Claude Chabrol,  L'aventure c'est l'aventure  di Claude Lelouch e  L'Homme qui aimait les femmes  di François Truffaut.

Charles Denner nacque in Polonia in una famiglia ebrea di lingua yiddish. Era figlio di Joseph, un sarto, e di Jenta Micenmacher. Aveva una sorella maggiore, Élise (1922-2015) ,  e due fratelli, Alfred (1924-2012) e Jacques. Nel 1930, la famiglia emigrò in Francia.

Durante la guerra, i Denner si rifugiarono a Brive-la-Gaillarde, nella regione della Corrèze. Nel 1941, Charles Denner fece il suo debutto cinematografico interpretando un cameriere nel  film Volpone  di Maurice Tourneur, il 20 aprile 1942. Suo fratello Alfred fu arrestato e imprigionato nel castello di Ségur. Allertato dalla famiglia, il rabbino di Brive, David Feuerwerker, riuscì a ottenere la sua liberazione. 
Charles e Alfred si unirono alla resistenza, entrando a far parte dell'Esercito Segreto della Francia Libera (AS), e insieme combatterono nel Vercors al  C1di Méaudre Charles, con lo pseudonimo di "  Charles Dermat". Gravemente ferito alla colonna vertebrale durante un'imboscata, gli fu conferita la Croix de Guerre.   

  

Gwladys Ismérie
Fb

Fine agosto 1944. Regione del Vercors settentrionale. Il diciottenne Charles Denner attende in silenzio su una strada del Vercors con suo fratello Fred e il suo gruppo di combattenti della Resistenza l'arrivo di un convoglio di soldati tedeschi...
Quando arrivò il camion coperto carico di soldati tedeschi, Charles Denner estrasse la sicura della granata e la lanciò, provocando un'esplosione gigantesca, come avrebbe poi raccontato: "Essendo davanti, fui colpito dall'esplosione, che mi scaraventò violentemente a terra... Dovetti rialzarmi molto velocemente nonostante un terribile dolore muscolare alla parte bassa della schiena, perché dovevamo andarcene in fretta."
Nella concitazione del momento, Charles non avvertì il dolore, ma ben presto si rese conto di essere stato ferito alla schiena a causa dell'onda d'urto provocata dall'esplosione della granata.
In quel preciso istante pensò tra sé e sé: "Se sopravvivi a questo, diventerai un attore".
Il 2 settembre, dopo nove mesi trascorsi nella resistenza del Vercors, riuscì finalmente a raggiungere Lione. Il giorno seguente, Charles Denner sfilò con il fratello davanti al maresciallo de Lattre de Tassigny. Tra la folla che acclamava i liberatori c'erano i suoi genitori, Joseph e Jenta Denner, orgogliosi di vedere i figli indossare i berretti degli Alpine Chasseurs.
Gli fu conferita la Croix de Guerre 1939-1945
Ha deciso di diventare attore. Nel 1945 si iscrisse alla scuola di recitazione di Charles Dullin, mentre si guadagnava da vivere come sarto, conciatore e facchino al mercato di Les Halles…
Lavorerà con i più grandi registi: François Truffaut, Louis Malle, Claude Sautet, Costa Gavras e in particolare con Claude Lelouch, che scriverà di Charles Denner: "Ogni giorno di riprese scopro un attore ancora più straordinario del giorno precedente".

Che splendida rivincita sulla vita è il destino di questo bambino ebreo polacco nato a Tarnów, in Galizia, che parlava solo yiddish quando arrivò a Parigi all'età di 4 anni.

Lingua e dialetti

Paolo Di Stefano
Il patto tra l'italiano e i dialetti

Corriere della Sera, 1 giugno 2026

Anche Pasolini qualche volta sbaglia. Per esempio, nel considerare con troppa fretta la fine dei dialetti parte della generale «catastrofe antropologica». Nel suo nuovo libro, In parole povere (Bollati Boringhieri), Franco Brevini, pasolinista di antica data, precisa che sì, è vero che dagli anni Sessanta le lingue locali si sono decisamente indebolite sotto la spinta omologante dell’italiano, ma non sono morte per nulla, diciamo che si sono adattate al nuovo ecosistema sociolinguistico. Meglio parlare, piuttosto, di redistribuzione degli usi, per cui se «l’italiano guadagna terreno, i dialetti si concentrano in ambiti specifici e vi acquistano nuovi valori».

Brevini, al quale si devono studi importanti sulla storia della poesia dialettale (suo un Meridiano antologico in tre volumi uscito nel 1999), racconta di essere partito proprio da Pasolini. Era il 1968 o forse il 1969 quando un professore non proprio qualunque, Franco Fortini, gli consigliò di leggere Scrittori e popolo di Alberto Asor Rosa. E fu lì che, inciampando nei versi in friulano delle Poesie a Casarsa, scoprì l’esistenza della poesia dialettale: «Sera imbarlumida, tal fossàl…». E soprattutto si rese conto che quei versi gettavano un ponte tra due sponde che allora gli sembravano separate da una distanza incolmabile: da una parte «La donzelletta vien dalla campagna» e dall’altra il «Pota, pota» che punteggiava il «corposo controcanto» bergamasco di sua madre. D’altra parte, se a scuola c’erano i «nitidi discorsi» di Fortini, il liceale Franco sapeva benissimo di trovare a casa un altro idioma, quello che gli evocava i paesaggi prealpini delle vacanze estive, dove veniva deriso come «milanes col cül de pes» (col sedere di pizzo).

È uno scorcio autobiografico che dispone al meglio il lettore perché proceda in un viaggio raccontato con pacata verve divulgativa. Ed è anche un viaggio nel tempo oltre (e più) che nello spazio. Con alcuni fondamenti teorici che rispondono a domande semplici, qualche volta già in sé didascaliche, altre volte più sottilmente provocatorie. Primo: perché non è possibile distinguere tra lingua e dialetti? I dialetti si estendono ad aree ristrette, nascono e vivono nell’oralità e hanno minore prestigio sociale. Mai dimenticare che, come la lingua, anche i dialetti sono «organismi viventi che interagiscono, si trasformano, si ridefiniscono». C’è poi un dislivello di classe, specie in certe zone del Paese: la città di Roma, per esempio. Tant’è che Giuseppe Gioachino Belli spiega la scelta del romanesco con lo scopo di «introdurre il nostro popolo a parlare di sé nella sua nuda, gretta ed anche sconcia favella». Viceversa, a Milano il dialetto di Carlo Porta non è di stretto appannaggio plebeo. Un’altra opposizione si stabilisce tra centri cittadini e contado, dove nasce una satira dialettale aspra e buffonesca come quella che sin dal Quattrocento si incarna nello zanni bergamasco, il rustico stolto, e poi nella maschera di Arlecchino.

Seconda domanda: perché i dialetti non sono corruzioni della lingua? Come diceva il cancelliere von Metternich, l’italia è un’espressione geografica, e il policentrismo ha fatto sì che prima venissero le varietà linguistiche locali e molto più tardi una lingua unitaria. E ancora: perché in dialetto le cose sembrano più vere? Diciamo piuttosto che il dialetto è dotato di «marcature di vicinanza» che rendono tutto più autentico, grazie a formule di contatto come uagliù (napoletano), ajò (sardo), uè (milanese), sciò belìn (ligure). Senza dimenticare la precisione lessicale con cui i vernacoli sanno nominare cibi, attrezzi, mestieri, elementi naturali, un sapere pratico che «sa di casa». E la vicinanza persino viscerale la spiegano bene certi scrittori, come Luigi Meneghello: «Per me il dialetto non è una lingua bassa (…), ma una lingua profonda». E Andrea Zanzotto quando confessa di sentire nel suo dialetto di Pieve di Soligo il sapore del latte di Eva.

C’è poi la tradizione letteraria bifronte, in cui lingua e dialetto convivono e non vanno intesi sempre e necessariamente come poli opposti. Un esempio: proprio quando, tra Quattro e Cinquecento, viene consacrato il prestigio del fiorentino, si va sviluppando un controcanto, ovvero una produzione poetica comico-burlesca che si insinua negli aulici ambienti medicei. Tant’è che proprio a Lorenzo de’ Medici viene attribuita la famosa Nencia da Barberino, l’allegro componimento che utilizza la parlata del Mugello per prendere in giro la poesia illustre (promossa dallo stesso Lorenzo insieme con Poliziano).

Altro punto. Perché la letteratura italiana non ha potuto essere popolare? Risposta: perché è stata scritta per lo più in una lingua diversa da quella parlata. Ecco il grande cruccio di Manzoni. Del resto, Brevini fa notare che mai e poi mai la lecchese Lucia, probabilmente analfabeta, avrebbe potuto riconoscersi nelle parole che il suo autore le mette in bocca nell’ispirato Addio ai monti. Per molti scrittori, il toscano letterario è una conquista libresca.

E avvicinandoci all’oggi: perché i dialetti sono stati sconfitti? Ecco il punto. Che cosa significa «sconfitti»? La seconda parte del libro di Brevini affronta il presente e il futuro. Tutto avviene nel segno dell’ibridazione, se è vero che anche sul piano sociale (e non solo letterario) assistiamo a due spinte contemporanee e simmetriche: italianizzazione dei dialetti e dialettizzazione dell’italiano, perché «le lingue cambiano per contatto, riequilibrano risorse, rinegoziano valori». È una sorta di fenomeno chimico: basta pensare all’invasione dell’inglese nell’italiano contemporaneo. Chi lo dice che la capacità di adattamento sia un male e non piuttosto un segno di vitalità?

A sentire Tullio De Mauro, saremmo al cospetto di molte varietà di bilinguismo italiano/ dialetto con concentrazioni e dosaggi variabili a seconda delle zone e delle classi sociali. Brevini individua negli anni Settanta, proprio quelli che angosciavano Pasolini, molte tracce di ripresa della vitalità delle radici linguistiche: e ciò in virtù di una strisciante sfiducia nella modernità e nella crescita infinita. Sono gli anni in cui Roberto Leydi lavora al folk revival musicale e in cui Dario Fo si inventa il Mistero buffo. Sono gli anni dei maggiori successi di Eduardo, dell’istituto Ernesto De Martino e delle canzoni siciliane di Rosa Balistreri. Certo Pasolini aveva ragione quando parlava di un dialetto più rappresentato che vissuto. Ma è negli anni Ottanta che si stabilisce un «patto nuovo» tra lingua e dialetti: questi ultimi ritornano in scena come «risorse espressive» utili a modulare il tono, a segnare appartenenze, a dare corpo e colore a teatro, canzone, cabaret, pubblicità eccetera. Con il moltiplicarsi delle radio e delle tv private e locali, l’ortodossia della pronuncia toscana voluta dalla Rai delle origini perde prestigio. L’umorismo di Quelli della notte e di Drive In è improntato a una miscela di varietà dialettali, ma se arriviamo ai nostri giorni, il romanesco di Propaganda Live è addirittura un brand; e così si potrebbe dire di molti successi, dai gialli di Camilleri al pugliese Zalone, dai travestimenti di Albanese alla sorpresa di Vermiglio, il film di Maura Delpero, parlato in solandro, varietà trentina tra retoromanzo e lombardo. E si potrebbe continuare.

Brevini invita a non lasciarsi ingannare dalla nuda statistica. I dati Istat ci dicono che l’uso esclusivo del dialetto in famiglia è al 10% circa (ridotto di due terzi in quarant’anni), quattro persone su dieci utilizzano il dialetto almeno in un ambito relazionale, una persona su due parla italiano in tutti i contesti. Il linguista Gaetano Berruto ha parlato di «dilalia» per indicare la sovrapposizione tra lingua e dialetto in funzione del tono, dell’ironia, della distanza o della identità che il parlante intende sottolineare. Intenzione è la parola chiave. Senza sopravvalutare la coscienza linguistica degli italiani, oggi la mescolanza non è più (solo) la spia di una appartenenza sociale, ma assume un preciso scopo espressivo. È una visione ottimistica, alla luce del crescente analfabetismo di ritorno, ma siamo disposti a credere che anche in futuro i dialetti saranno una risorsa.

Vittoria o morte

Giulia Merlo
Legge elettorale, avanti tutta. Gli alleati lasciano sola Meloni

Domani, 31 maggio 2026

Maledetta legge elettorale. La settimana scorsa si è conclusa con lo scontro in commissione Affari costituzionali alla Camera, il nuovo calendario (con tagliola) e la presentazione del nuovo testo-bis frutto di un nuovo vertice della maggioranza. Ora si ricomincia – mercoledì – con nuove audizioni dei costituzionalisti sulla mutata formulazione. Tutto, però, con la scadenza del 26 giugno per l’approdo in aula a Montecitorio, così che il testo possa venire approvato a tappe forzate anche al Senato. «Si chiuderà prima della pausa estiva», confidano i più fiduciosi. Questo è negli auspici soprattutto di Fratelli d’Italia, che è il vero propulsore dell’iniziativa legislativa con la regia del responsabile dell’organizzazione, Giovanni Donzelli.

La realtà, però, è più complessa e l’accelerazione impressa forzatamente non ha fatto che peggiorare non solo il clima con le opposizioni, ma anche le distanze interne al centrodestra.

È incostituzionale

Se il testo precedente presentava i problemi di costituzionalità di un premio di maggioranza superiore alle soglie fissate dalla sentenza della Consulta, il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato e un sistema di ballottaggi poco chiaro, quello nuovo risolve qualcosa ma crea questioni aggiuntive.

«Il nuovo testo presenta ancora seri problemi di costituzionalità che credo saranno confermati dal nuovo ciclo di audizioni dei costituzionalisti che siamo riusciti, come forze di opposizione, a ottenere», ha avvertito il dem Federico Fornaro, sottolineando che «sarebbe stato meglio scegliere da parte della maggioranza la via maestra del ritiro del testo e ripartire da zero. Insospettisce questa fretta». Anche perché il vaglio della Corte costituzionale sarà stringente e il rischio di approvare un testo a colpi di maggioranza che poi venga fermato dai giudici costituzionali è alto.

La proposta presentata porta al 42 per cento la soglia da raggiungere sia alla Camera sia al Senato per poter ottenere il premio di maggioranza, che può portare a un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Presente il nome del premier della coalizione al momento della presentazione delle liste e del programma condiviso, cancellati invece i ballottaggi.

Anche così, i problemi restano: il premio permette ancora alla coalizione vincitrice di superare il limite del 55 per cento fissato dalla sentenza costituzionale, anche perché vanno conteggiati i seggi delle regioni a statuto speciale Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Inoltre l’indicazione del premier potrebbe interferire con i poteri del presidente della Repubblica, unico titolato a indicare il presidente del Consiglio.

Con i dubbi resta anche il grande non detto: le preferenze. La questione assilla il centrodestra, con i partiti divisi tra chi le vuole e chi invece minaccia di far saltare il testo se venissero inserite. Il testo attualmente presentato prevede liste bloccate per il proporzionale e anche i seggi che scatterebbero con il premio di maggioranza verranno assegnati sulla base di un “listone”, sempre compilato dalle segreterie dei partiti.

Le distanze


Certo è che l’intenzione degli alleati è quella di lasciare a Giorgia Meloni il cerino in mano. In settimana era stato Antonio Tajani a sfilarsi, dicendo che lui non si occupa di legge elettorale ma la sua prima preoccupazione è l’economia. Ieri è toccato all’altro vicepremier, Matteo Salvini, prendere le distanze. «A me e alla maggioranza degli italiani interessa una legge che permetta a chi vince le elezioni, chiunque sia, di governare cinque anni senza inciuci. Lascio ai tecnici e ai giuristi le scelte migliori», ha detto al Giornale.

Intanto, dall’estrema destra, a pungere è il generale Roberto Vannacci. Secondo i sondaggi il suo Futuro nazionale veleggia intorno al 4 per cento: percentuale che gli permetterebbe di correre da solo e superare la soglia di sbarramento, ma anche di essere l’ago della bilancia tra la vittoria e la sconfitta del centrodestra. Lui, per ora, si gode la confusione e rimane alla finestra, in attesa di capire se la coalizione meloniana lo inviterà a bordo e a quali condizioni. Anche ieri, però, è intervenuto sulla legge elettorale. Se la settimana scorsa aveva chiesto che venissero inserite le preferenze, ieri ha detto di essere d’accordo con l’indicazione del nome del premier ma «è l’ammissione di avere fallito la riforma del premierato, che si proponeva ben altre cose». Come dire: anche Meloni ha dovuto ridimensionarsi, «ci aspettavamo altro».

La strada della legge, dunque, rimane in salita. La speranza di una approvazione rapidissima rischia di produrre un testo incostituzionale e allora il pasticcio sì sarebbe clamoroso. Eppure rimane fermo un principio: la corsa serve a permettere elezioni prima della scadenza naturale della legislatura. Virtualmente nella finestra tra marzo e aprile 2027 (che corrisponde anche alla data in cui i parlamentari maturano la pensione), visto che FdI vuole evitare l’election day con i grandi comuni governati dal centrosinistra come Roma e Milano. Ma anche questo non è nella piena disponibilità di Meloni: come la legge elettorale dovrà passare il vaglio della Consulta, così il voto anticipato dovrà incassare il placet del Colle. 

Walter Barberis editore

Maria La Barbera
«Devo tutto alla mia prof L’Einaudi un posto infernale Lavo le mani 25 volte al giorno La mia terapia? I tappeti»
Corriere Torino, 1 giugno 2026

Walter Barberis, classe 1950, torinese, storico, scrittore, professore di Storia Moderna e Metodologia della Ricerca Storica. Nel 1975 fu assunto alla Casa Editrice Einaudi, ricoprendo diversi incarichi fino all’attuale presidenza. L’intervista avviene in un luogo iconico: la sala riunioni della casa editrice, al grande tavolo ovale in legno dove un tempo sedevano Giulio Einaudi, Primo Levi, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg e Italo Calvino
Com'è stata la sua infanzia?
«Triste. Ero figlio di figlio unico e lo era anche mio nonno. Per motivi che riguardavano la mia famiglia fui affidato a dei cugini di mio padre, facevo la prima elementare».
C'è una persona a cui deve molto?
«Ho avuto una meravigliosa professoressa di latino e greco al liceo Gioberti: Giuliana Tedeschi. I suoi vestiti erano stati confezionati con le maniche che non superavano il gomito, in modo che si potesse vedere il marchio delle SS con il numero della matricola da deportata. Il suo metodo era straordinario, alternativo per il periodo. Un giorno invitò Primo Levi a chiacchierare con noi, ma il preside si rifiutò. Fummo così ospitati dalla parrocchia in via Sant’ottavio, dove finalmente lo ascoltammo».
Com'era Primo Levi?
«Era un uomo sereno e rasserenante, un personaggio di grande statura morale, limpido, onesto, di grande chiarezza di pensiero e modesto. Avrebbe potuto cavalcare la sua storia vantandosi come eroe superstite di una enorme tragedia, ma non lo fece. Abitavamo vicini, abbiamo chiacchierato molto e non una volta parlò di Auschwitz. Era un chimico ed era appassionato di scienze e di storia, queste erano le nostre conversazioni».
E Giulio Bollati invece?
«Era chiamato Giulio II, perché era l’uomo più importante dopo Einaudi. L’ho conosciuto quando avevo 16 anni, era il padre di una mia compagna di scuola; era un uomo elegante, fascinoso, coltissimo, a differenza di Einaudi che era un animale dal fiuto finissimo. Fu incuriosito da me, mi invitò a passare il Natale con la sua famiglia e mi regalò la Crestomazia di Giacomo Leopardi che aveva curato egli stesso».
Ha un rito giornaliero?
«Ho una sorta di nevrosi lavatoria: mi lavo le mani almeno 25 volte al giorno e non vado a dormire senza aver fatto la doccia. Ho due acque di colonia, una per il giorno e una per la notte. Quando facevo il servizio militare ebbi qualche problema con la convivenza, sfiorai un esaurimento nervoso».
E la storia con Anna, sua moglie?
«Ci siamo conosciuti e fidanzati molto presto, al liceo. Ha sopportato tutte le mie nevrosi, che sono molte. Io, per conto mio, ho avuto una grande solidarietà nei suoi confronti, facendo un passo indietro, quando necessario, rispetto alla sua carriera personale. Due volte mi hanno offerto un incarico a Parigi, ma Anna non sarebbe venuta, dunque ho scelto di non andarci».
Racconti di un suo difetto.
«Ne ho diversi. Per esempio, ho le mani bucate, compro di tutto: fiori, piatti, bicchieri, lenzuola, arredamento per le case. Poi sono ipocondriaco, molto ansioso e persino ossessivo, dall’ordine sul lavoro fino a come vengono disposte le saponette».
Una passione oltre alla storia e ai libri?
«I tappeti. Passo le serate, soprattutto quando sono giù di tono, a guardarli online insieme alle stoffe. Ho corrispondenze con i più grandi tappetai del mondo che mi mandano tutte le novità. Molti, purtroppo, non li posso acquistare, ma li osservo con molto piacere. È una sorta di terapia e lo faccio da solo perché mia moglie detesta lo shopping».
Se non avesse fatto questo lavoro, che cosa le sarebbe piaciuto fare?
«Il giornalista. Avrei scelto di fare l’inviato, occuparmi di costume e di cultura. Era la mia prospettiva immaginaria. Leggevo i giornali come fossero libri o storie di avventura».
E invece venne assunto subito all'Einaudi.
«Sì. Una volta congedato dal servizio militare, Bollati mi volle subito in azienda. Mi presentò a Giulio Einaudi, che mi guardò con fare altezzoso e mi disse: “Mi dicono che avresti potuto finire all’università”. Non risposi nulla, ero anche timido,
Come cominciò l'avventura dell'editoria?
«Posso dire che l’inizio fu rocambolesco. Lavorai con Ruggiero Romano, un uomo litigiosissimo. In quel periodo vennero stampati Gli annali della storia d’italia e cominciammo una tournée per promuoverli: Firenze, Napoli, Roma, Bari, ecc. Gli feci da autista e da compagno di viaggio: nessuno voleva andare con lui, e poi compresi il perché. Scelsero me per capire come sarebbe andata, fu una sorta di test; avevo 25 anni e mi diedero una macchina enorme, una Mercedes».
E come andò?
«Romano era anche un bevitore: beveva una bottiglia di whisky durante la giornata e la sera passava al vino. Mi propose di bere già dalla mattina dell’inizio del nostro viaggio itinerante, ovviamente rifiutai. Fu una settimana in cui ne successero di tutti i colori: litigò e insultò tutti. A Bari, al Petruzzelli, venne quasi giù il teatro. Tuttavia, alla fine fu così contento di me che chiese di triplicarmi lo stipendio; io pregai l’amministrazione di non farlo per non creare invidie. Mi costò molto».
Un aneddoto su Einaudi?
«L’Einaudi era un posto infernale. Finire sotto le suole di personaggi molto importanti era molto facile, a cominciare da Giulio Einaudi. Un giorno mi fece chiamare per dirmi di andare in macchina con l’autista; dopo qualche minuto arrivò lui che non mi guardava e non mi parlava. La macchina partì senza che sapessi dove stessimo andando. Imboccammo l’autostrada e, dopo ore di viaggio arrivammo a Fermo, nelle Marche».
E poi?
«Lui venne portato in una villa, io rimasi in macchina con l’autista. Cercai un telefono pubblico per avvisare mia moglie, comprai il cambio e lo spazzolino da denti. Il giorno dopo ripartimmo con Giulio Einaudi, che continuò a non parlarmi, con mio infinito imbarazzo. A Chivasso, finalmente, si rivolse a me e mi chiese: “Cosa ne pensi di Carlo Ginzburg?”. Il giorno dopo mi volle anche come assistente personale».
Il vostro rapporto com’era?
«Di stima che non andava oltre l’ambito lavorativo. Non si capacitava del fatto che non frequentassi la sua corte, che non fossi presente alle serate mondane, che non lo invitassi da me. Una volta si presentò a casa mia in montagna vestito da sci. Sono rimasto indipendente, non sono un ruffiano e questo, probabilmente, mi diede credito ai suoi occhi».
Lei ha studiato molto.
«Sì. Oltre agli studi fatti per mio conto, l’editore mi mandò a Parigi tutti i fine settimana per 11 anni, dove conseguii due dottorati di ricerca; ovviamente continuai a lavorare nei restanti giorni. La mia vita familiare è stata molto complicata».
C'è una convinzione che la guida?
«Credo che la cultura sia come la medicina: fa bene alla salute. L’approfondimento, che tende alla ricerca della verità, una verità che forse non si può catturare, è determinante. Se non ci fosse la propensione a questa ambizione filosofica, non esisterebbe la ricerca».