Mauro Bonazzi
Eschilo insegna che senza misura non c'è vittoria
Corriere della Sera, 11 giugno 2026
Raccontano gli antichi che tutto era iniziato con il furto di Europa, a Tiro, in Libano. Gli orientali avevano allora rapito un’altra principessa, Elena di Sparta. I greci avevano reagito ed era scoppiata la prima guerra che avrebbe portato alla distruzione della città di Troia. Il passaggio dal tempo del mito a quello della storia si era sviluppato lungo lo stesso schema, con le invasioni dei persiani, le campagne di Alessandro, le crociate, Maometto II che, espugnata Costantinopoli, era andato in pellegrinaggio sulle rovine di Troia... Non sembra sia cambiato molto, oggi, mentre si assiste al conflitto tra Stati Uniti e Iran, vale a dire l’antica Persia, sempre lei. Dell’ineluttabilità di questo scontro tra Oriente e Occidente si parlava anche nella prima tragedia superstite, i Persiani di Eschilo, in scena fino al 28 giugno al teatro greco di Siracusa, con la regia di Àex Ollé (nella foto) e traduzione di Walter Lapini.
È già tutto annunciato in un sogno — un incubo? — che la regina persiana Atossa racconta mentre attende notizie circa la spedizione che il figlio Serse, il Re dei Re, aveva organizzato contro quel piccolo popolo, oltre i confini occidentali del grande impero («in che parte del mondo si trova questa Atene?/ Lontano, a Occidente, dove il sole divino tramontando si spegne»): due donne di straordinaria bellezza, con «abiti magnifici, l’una persiani l’altra greci» che litigano; ma quando Serse aveva cercato di calmarle, solo una si era piegata. Le notizie, ad Atossa, sarebbero arrivate presto, catastrofiche. «Tutta la terra asiatica,/ svuotata dei suoi popoli, si dispera».
Eschilo aveva combattuto in quelle guerre, e così molti degli spettatori che si accalcavano sugli spalti del teatro: la tragedia andò in scena nel 472 a.c., solo otto anni dopo la battaglia di Salamina, quando gli ateniesi avevano respinto l’invasore, salvando la Grecia. Inevitabile che tra i versi risuonasse una celebrazione orgogliosa di Atene, la città senza padroni («Non hanno un padrone,/ non sono schiavi di nessun uomo»). Ma la celebrazione patriottica è incidentale e proprio per questo i Persiani hanno ancora qualcosa da insegnarci, oggi, mentre il presidente degli Stati Uniti minaccia di riportare i suoi avversari «all’età della pietra». La tragedia non racconta il trionfo di Atene, bensì la disfatta dei Persiani: non è la stessa cosa.
La vicenda è narrata dal punto di vista degli invasori, scandendo i vari passaggi che li precipitano nell’abisso della disperazione: all’inizio sono la regina e i nobili in attesa di notizie; poi segni sempre più infausti ad annunciare rovine che l’arrivo di un messaggero affranto avrebbe presto confermato; infine l’apparizione di Serse, con le vesti stracciate, disperato. È una prospettiva inusitata. Eschilo costringe il suo pubblico a rispecchiarsi nel nemico, a identificarsi con il dolore di chi portava distruzione e ha trovato morte. Sono stati grandi gli ateniesi, ma la vittoria non è solo merito loro: scaturisce anche dall’arroganza dei nemici, accecati dalla loro brama di potere, persi nell’illusione che la forza possa risolvere qualcosa. E così la celebrazione diventa monito, ricordando ai vincitori che non c’è grandezza senza magnanimità; e che c’è sempre una misura nelle cose. Non a caso l’elogio più bello è riservato a un persiano, Ciro: un conquistatore, che seppe però «comportarsi con umanità/ e per questo il dio lo ebbe caro». Vale per i persiani, vale per gli ateniesi, vale per tutti, ieri come oggi.

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