Alberto Mattioli
Callas, il genio e la malattia e i misteri della musica
La Stampa, 20 giugno 2026
Non fu l’improvviso dimagrimento, che magari si era provocato, come si favoleggiò all’epoca, ingurgitando di proposito un vorace parassita in una coppa di champagne. Neanche le fatiche di una carriera onerosa, e fatta con una voce tutta “costruita”, in natura né bella né potente. E neppure la relazione con l’orrendo Aristotile Onassis, con conseguenti catastrofi sentimentali.
A causare l’improvviso declino vocale di Maria Callas, ultima opera cantata in pubblico una Tosca londinese del 5 luglio 1965, a nemmeno 42 anni d’età e dopo appena 18 di carriera (tralasciando il periodo ateniese) fu una rara malattia autoimmune che colpisce i muscoli ed è ignota ai più: la dermatomiosite. Non si tratta della solita bufala per melomani, e i fan “della Maria” sono i più feticisti di tutti, ma dello studio di un gruppo di ricerca di specialisti dell’Università di Padova pubblicato sul Journal of Voice, una specie di diagnosi postuma sulle corde vocali più celebri della storia dell’opera. I sintomi sono affaticamento vocale, perdita del sostegno respiratorio, “disfonia fluttuante” e insomma tutto quel che si inizia ad avvertire nel canto della Callas più o meno dal ’57 in poi.
Si sa: il cantante d’opera è l’unico musicista, beninteso quand’è musicista, che porta il suo strumento dentro di sé. Questo ha delle conseguenze fisiologiche e soprattutto psicologiche enormi. Luciano Pavarotti mi raccontava che sì, lui cantava sotto la doccia come tutti, ma che se appena intuiva che qualcosa, là nelle fibre più nascoste del suo corpaccione, non funzionava a dovere, erano subito stress e angoscia. Sapevamo che qualche ingranaggio, in quella perfetta macchina da canto che era Maria Callas, a un certo punto smise di girare a dovere; adesso sappiamo anche perché, supponendo beninteso che i professori di Padova abbiano azzeccato la diagnosi. E tuttavia questa scienza che oggi spiega molto non riuscirà mai a spiegare tutto. Può forse illuminarci sulle ragioni del declino, non su quelle della grandezza. Non può dirci perché una ragazza greca nata a New York che parlava italiano con un accento veneto spaventoso (e non il veneto di Goldoni, ma quello dei macchinisti dell’Arena, dal quale del resto l’aveva imparato) canti un italiano perfetto, caricando di senso e di sottigliezza ogni parola e perfino la punteggiatura. Non può spiegare perché nella pazzia dei Puritani declami una frasetta semplicissima, «Egli piange… forse amò» e fa piangere anche noi, solo ascoltandola; perché nell’Anna Bolena, quando sente passare Enrico che sposa la nuova moglie, dica «Suon festivo?» e in quelle due parolette misteriosamente ci sia tutto, il dolore la rabbia la disperazione; perché, come commentò Eugenio Montale dopo la famosa Traviata alla Scala, «bisognerebbe scrivere molte pagine per illustrare ciò che ella ottiene in “Dite alla giovane” cantando come una cosa morta, come uno straccio inanimato». Perché, insomma, è unica e inimitabile, e ha la facoltà divina dei poeti, dei musicisti, dei creatori ma anche dei loro interpreti di esprimere quel che proviamo e non riusciamo a dire.
E nel caso di Callas non c’è dermatomiosite o tenia o Onassis che tenga. Diceva Stendhal che quel che contraddistingue il grande artista è «l’infinitamente piccolo». In alternativa, si può chiamarlo genio.

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