Matteo Marchesini
Il faro che serve a una cultura sospesa tra pedanteria e irrazionalismo
Il Foglio, 30 giugno 2026
Per il lettore italiano, Ortega y Gasset resta poco più di un nome affiancato da titoli celebri come La ribellione delle masse o La disumanizzazione dell’arte. Sotto i titoli, eccetto alcuni passi canonici da citazione, le pagine rimangono poco lette. Come di tutti i pensatori non riassumibili in una formula, di Ortega non si sa bene che fare. Questo tratto lo diminuisce agli occhi degli storici della filosofia. Paradossalmente le sue doti di elzevirista, di scrittore narrativo e teatrale, vengono registrate dalla nostra cultura con il segno meno davanti. Non è neppure vero che il suo limite sia un sincretismo vago. In Ortega infatti lo storicismo, la sociologia alla Simmel, il pragmatismo, l’esistenzialismo e la filosofia della vita convergono saggio per saggio in un’intuizione originale che si manifesta solo all’interno di un contesto determinato: ecco perché in lui (come in certo Croce, o in Alain) l’articolo è una forma intrinseca alla teoresi. Nella prospettiva di questo grande spagnolo europeo, “Ogni vita è un punto di vista dell’universo”, e “io sono io e la mia circostanza”: non si può fingere di pensare sottovuoto, senza occasione, o senza tessere una trama provvisoria di relazioni tra fatti e argomenti. Né esiste un pensiero che sia dato una volta per tutte: se non torna a immergersi, a verificarsi nella vita, si reifica e muore. Al tempo stesso, però, questa vita va illuminata dalla ragione. E’ il problema più tipico della cultura moderna, sospesa tra pedanteria e irrazionalismo; e il cuore di questo problema sta nel rapporto tra esperienza e studio dei libri. Perciò, tra le tante sineddochi della filosofia orteghiana, particolarmente compiuta mi sembra la conferenza del 1935 su “La missione del bibliotecario” appena stampata da Elliot. Nella prefazione, Antonio Castronuovo sintetizza bene i motivi del sospetto generalizzato verso Ortega: “Per la critica al franchismo e al fascismo non piaceva alle destre, la sua etica dei valori suscitava diffidenza tra i liberali, per la nostalgia verso una società di fondamento aristocratico dispiaceva alle sinistre, per la larghezza dello spirito europeista non era gradito ai nazionalisti, il suo vitalismo laico era infine molesto per i cattolici”. Come fa spesso, nella conferenza del ’35 Ortega parla di “missione”, distinguendola dalla professione. Quando un mestiere diventa socialmente imprescindibile, osserva, viene attratto nella sfera della burocrazia. Questa dialettica dell’occidente, analizzata da Max Weber in pagine famose, è qui riflessa nel piccolo specchio delle vicende storiche che hanno cambiato la figura del bibliotecario. L’avventuroso cacciatore di manoscritti dell’umanesimo si trasforma con la stampa in un illuminista enciclopedico, interprete di un mondo che vede nell’utopia della lettura diffusa la base del modello democratico. Ma la svolta che interessa Ortega si colloca a metà Ottocento: quando il bibliotecario diventa funzionario, e Diderot rischia di mutarsi in Bouvard, o addirittura in Homais. Ora la massa dei libri è sterminata; occorre una corporazione che archivi, smisti, diriga il traffico editoriale e scientifico. Ma la storia va più veloce, e presto la massa dei testi si contrappone come un gigante ostile alle esigenze reali dell’essere umano. L’eccesso di strumenti spegne le energie: “La cultura che aveva liberato l’uomo dalla selva primigenia lo ricaccia in una di libri non meno inestricabile e soffocante”. Così quest’uomo, entrato nel Novecento, “invece di studiare per vivere, dovrà vivere per studiare”.

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