«Il
dì natale» di Giacomo Leopardi
29
giugno. Per il poeta il compleanno è occasione di meditazione sul
significato della vita, passando dalle certezze del visibile alle
inquietudini del mistero
Carlo
Ossola
Il
Sole 24ore, 28 giugno 2026
Domani,
29 giugno, è il compleanno di Giacomo Leopardi. Ricordiamo tutti la
dolente clausola del Canto notturno di un pastore errante
dell’Asia: «O forse erra dal vero, Mirando all’altrui sorte,
il mio pensiero: / Forse in qual forma, in quale / Stato che sia,
dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale» (vv.
139-143).
È
epicedio che risuona sin dalla nascita; e subito chiude l’alternativa
eroica e mitica (nuovo Ermes, il dio con le ali, o nuovo Zeus, il
“dio tonante”) aperta dalla strofa precedente: «Forse s’avess’io
l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, /
O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce
mia greggia, / Più felice sarei, candida luna» (vv. 133-138).
Poco
prima, nelle Operette morali (1827), e in
particolare nel Dialogo di un fisico e di un metafisico,
aveva mostrato avere miglior senso una vita breve, stante la radicale
infelicità umana. Totalmente nefasto dunque il vivere, e scrigno di
ogni memoria infelice il genetliaco?
Occorre
leggere con attenzione quel diario quasi quotidiano che è
lo Zibaldone e notare con quale cura il Leopardi
sigli i singoli giorni con la memoria dei santi che la liturgia
quotidiana offre: «Bellissima istituzione è quella del
cristianesimo, di consacrare ciascun giorno alla memoria di qualcuno
de’ suoi eroi o di qualcuno de’ suoi fasti, celebrando con
solennità o universalmente quei giorni che appartengono alla memoria
de’ fasti più importanti alla Chiesa universale o particolarmente
quei giorni che spettano a un Eroe la cui memoria interessa questo o
quel luogo in particolare ec. ec. Dal che risultano le uniche feste
popolari che questo tempo conservi» (3 agosto 1821). Non tanto conta
la durata del vivere, ma l’esemplarità dell’agire: «E
l’influenza delle feste popolari sulle nazioni è somma, degnissima
di calcolo per li politici, utilissima quando risveglia gli animi
alla gloria, colla rimembranza, e la pubblica e solenne celebrazione
e quasi proposizione de’ grandi esempi» (ibid.).
Sicché
spesso la ricorrenza del proprio «dì natale» diviene occasione di
meditazione sul proprio “sistema” e sul significato della vita,
passando dalle certezze del visibile alle inquietudini pascaliane del
mistero: «si rimonta insomma bene spesso dal noto all’ignoto o dal
certo all’incerto o dal chiaro all’oscuro, ch’è il processo
del vero filosofo nella ricerca della verità» (29 giugno 1821).
L’anno successivo, lo stesso giorno natale, annota
nello Zibaldone un pensiero che – pochi anni dopo
– sarà il fulcro del Sabato del villaggio: «Così
tutto il piacere umano consiste nella speranza e nell’aspettativa
del meglio, e posseduto non è piacere, e quello stato che non si può
migliorare, benché ottimo e desideratissimo per se, è sempre
infelicissimo come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto
padrone di tutto il mondo, e malcontento com’egli s’espresse»
(29 giugno 1822); così appunto nel Sabato: «Questo di
sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia: / Diman
tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato / Ciascuno
in suo pensier farà ritorno».
Ma
l’assuefazione è la peggior nemica di quel piccolo rimedio
illusorio che è l’attesa anziché l’evento; spesso – nel
proprio compleanno – nel volgersi indietro agli anni trascorsi, è
proprio quell’appiattirsi dell’immaginazione che sgomenta il
poeta: «L’infelicità abituale, ed anche il solo essere
abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l’amor
proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita
ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività
e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima,
dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso
colla necessità, finalmente, riducendosi in istato tranquillo, non
ha altro espediente per vivere, né altro produce in lui la natura
stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e
prostrato l’amor proprio, perché l’infelicità offenda meno e
sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e
insensibilità verso sé stesso maggior che è possibile. Or questa è
una perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà» («29 giugno,
festa di san Pietro, giorno mio natalizio, 1824»). Questa fine
dell’esemplarità eroica, dei santi e dei geni, è ciò che più
tormenta il Leopardi nel giorno appunto del compleanno: «e tutto
divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e
incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura
più poveri, infecondi, secchi ed inetti» (ibid.).
Il
«dì natale», quello consacrato a san Pietro, rinnova in Leopardi
la coscienza del proprio genio e l’inanità di ciò che lo
circonda: « Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere
in questo stato […], quanto da principio il suo amor proprio è più
vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e
speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli
che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i
volgari non sentono» («29 giugno, festa di san Pietro, dì mio
natalizio, 1824»).
Ma
un’edizione recente, ed eccellente, delle Canzoni (Bologna
1824) ci offre una ragione critica più profonda – dello stesso
1824 – per tornare a un Leopardi pensosamente volto a non perdere
la speranza dell’ «ignuda / Felicità», laggiù nelle «californie
selve»; perseguitata e allontanata dall’ «invitto / Nostro
furor», e tuttavia, seppur dispersa, non ancora estinta, là
nell’occiduo orizzonte dei secoli e delle genti: « […] I lidi e
gli antri / E le quiete selve apre l’invitto / Nostro furor; la
violata gente / Al peregrino affanno, a gl’inesperti / Desiri
educa; e la fugace, ignuda / Felicità per l’imo sole incalza»
(Inno ai patriarchi).
In
effetti il Leopardi si è sentito, si è immaginato, come l’ultimo
dei Patriarchi; così si definiva, due giorni dopo il suo compleanno:
«Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano
piene di vita e mi disperavano, perché mi pareva (non veramente alla
ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero la
felicità, della quale gli altri credea che godessero. Insomma il mio
stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi» (1°
luglio 1820). Ed ancora, leggendolo, in noi «nasce beata prole».