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mercoledì 15 luglio 2026

La più grande poetessa americana

Paola Tonussi
Emily Dickinson. Gemma oscura

Ares, 184 pp., 16 euro

Cara, amara, infinita Emily Dickinson: un tenebroso splendore, come sceglie di sottotitolare il suo nuovo volume Paola Tonussi (Emily Dickinson. Gemma oscura). La più grande poetessa americana, il fiore più simile a Leopardi che sia mai germogliato nella fredda terra del New England, eppure totalmente unica e riconoscibile a chilometri, continua a stregarci coi suoi grandi versi pieni di piccole cose, tanto semplici che parrebbero scritti da un bambino; ma i bambini, si sa, hanno la precedenza per andare in braccio a Dio. Emily che mise radici in casa, Emily che però ha visto tutto il mondo e ciò che sta oltre; Emily che “Se potrò impedire a un Cuore di spezzarsi / Non avrò vissuto invano”. Emily che gioca meditando: “Io sono Nessuno! Tu chi sei? / Sei Nessuno anche tu? / Allora siamo in due!”; ma anche Emily che medita giocando: “Per riempire un buco / Mettici la cosa che l’ha causato / Bloccalo / con qualcos’altro – e si spalancherà di più / Non puoi sigillare un Abisso / Con l’aria”. Emily, insomma, che, come tutti i grandi, è talmente tante Emily in una sola, o talmente tanto Emily da sola, che può far venire le vertigini, a prendere con ingenua baldanza le sue poesie in libreria. Il bel libro di Paola Tonussi aiuta proprio in questo: ripercorre l’intera vita della Dickinson con penna fiorita (qua e là, forse, potabile); ne traccia con perizia e ispirazione le fondamenta culturali, ossia la Natura da un lato e dall’altro la Bibbia (“Affascinata dalle storie di santi, martiri e profeti, Emily li immaginava eroi di storie favolose in scenari mitici, tra squilli di trombe e squarci di nuvole, mari che si spalancavano in tempesta, torrenti di fuoco e lapilli, un intero cosmo lontanissimo dalla vita di Amherst quanto l’equatore dal Polo”); e segue gli sviluppi di questa “anarchica dell’anima”, fino alla scomparsa di tante persone care, e all’inclemente sorte editoriale delle sue poesie, che comunque non impedì alla Dickinson di disseminare “le lettere di versi, quasi l’unico legame superstite con il mondo, viatico di angeli e demoni, crocevia di anime salvate e sassaiole di omissioni, rinunciando alle occasioni per immergersi in visioni di eternità, intima, sospesa nel senza tempo”. “La Mancanza di Tutto - Mi ha impedito / Di provare Mancanze minori”, scrisse; e giustamente, quando l’eterno da cui era uscita se la riprese, sulla sua tomba incisero: “Born Dec. 10, 1830 - Called back May 15, 1886”. Come tanti geni svaniti in disparte, oggi è considerata una voce imprescindibile: approfittiamo allora di Paola Tonussi per imparare ad ascoltarla. E ricordate: “Le nostre vite sono svizzere / così immobili – così fredde – / finché un pomeriggio chissà / le Alpi lasciano aperte le tende / e noi vediamo di là! / L’Italia è dall’altra parte!”. (Carlo Simone)

Il Foglio, 15 luglio 2026

lunedì 29 giugno 2026

Leopardi e il compleanno

«Il dì natale» di Giacomo Leopardi

29 giugno. Per il poeta il compleanno è occasione di meditazione sul significato della vita, passando dalle certezze del visibile alle inquietudini del mistero

Carlo Ossola
Il Sole 24ore, 28 giugno 2026 

Domani, 29 giugno, è il compleanno di Giacomo Leopardi. Ricordiamo tutti la dolente clausola del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: «O forse erra dal vero, Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: / Forse in qual forma, in quale / Stato che sia, dentro covile o cuna, / È funesto a chi nasce il dì natale» (vv. 139-143).

È epicedio che risuona sin dalla nascita; e subito chiude l’alternativa eroica e mitica (nuovo Ermes, il dio con le ali, o nuovo Zeus, il “dio tonante”) aperta dalla strofa precedente: «Forse s’avess’io l’ale / Da volar su le nubi, / E noverar le stelle ad una ad una, / O come il tuono errar di giogo in giogo, / Più felice sarei, dolce mia greggia, / Più felice sarei, candida luna» (vv. 133-138).

Poco prima, nelle Operette morali (1827), e in particolare nel Dialogo di un fisico e di un metafisico, aveva mostrato avere miglior senso una vita breve, stante la radicale infelicità umana. Totalmente nefasto dunque il vivere, e scrigno di ogni memoria infelice il genetliaco?

Occorre leggere con attenzione quel diario quasi quotidiano che è lo Zibaldone e notare con quale cura il Leopardi sigli i singoli giorni con la memoria dei santi che la liturgia quotidiana offre: «Bellissima istituzione è quella del cristianesimo, di consacrare ciascun giorno alla memoria di qualcuno de’ suoi eroi o di qualcuno de’ suoi fasti, celebrando con solennità o universalmente quei giorni che appartengono alla memoria de’ fasti più importanti alla Chiesa universale o particolarmente quei giorni che spettano a un Eroe la cui memoria interessa questo o quel luogo in particolare ec. ec. Dal che risultano le uniche feste popolari che questo tempo conservi» (3 agosto 1821). Non tanto conta la durata del vivere, ma l’esemplarità dell’agire: «E l’influenza delle feste popolari sulle nazioni è somma, degnissima di calcolo per li politici, utilissima quando risveglia gli animi alla gloria, colla rimembranza, e la pubblica e solenne celebrazione e quasi proposizione de’ grandi esempi» (ibid.).

Sicché spesso la ricorrenza del proprio «dì natale» diviene occasione di meditazione sul proprio “sistema” e sul significato della vita, passando dalle certezze del visibile alle inquietudini pascaliane del mistero: «si rimonta insomma bene spesso dal noto all’ignoto o dal certo all’incerto o dal chiaro all’oscuro, ch’è il processo del vero filosofo nella ricerca della verità» (29 giugno 1821). L’anno successivo, lo stesso giorno natale, annota nello Zibaldone un pensiero che – pochi anni dopo – sarà il fulcro del Sabato del villaggio: «Così tutto il piacere umano consiste nella speranza e nell’aspettativa del meglio, e posseduto non è piacere, e quello stato che non si può migliorare, benché ottimo e desideratissimo per se, è sempre infelicissimo come fu presso a poco quello d’Augusto divenuto padrone di tutto il mondo, e malcontento com’egli s’espresse» (29 giugno 1822); così appunto nel Sabato: «Questo di sette è il più gradito giorno, / Pien di speme e di gioia: / Diman tristezza e noia / Recheran l’ore, ed al travaglio usato / Ciascuno in suo pensier farà ritorno».

Ma l’assuefazione è la peggior nemica di quel piccolo rimedio illusorio che è l’attesa anziché l’evento; spesso – nel proprio compleanno – nel volgersi indietro agli anni trascorsi, è proprio quell’appiattirsi dell’immaginazione che sgomenta il poeta: «L’infelicità abituale, ed anche il solo essere abitualmente privo di piaceri e di cose che lusinghino l’amor proprio, estingue a lungo andare nell’anima la più squisita ogn’immaginazione, ogni virtù di sentimento, ogni vita ed attività e forza, e quasi ogni facoltà. La cagione è che una tale anima, dopo quella prima inutile disperazione, e contrasto feroce o doloroso colla necessità, finalmente, riducendosi in istato tranquillo, non ha altro espediente per vivere, né altro produce in lui la natura stessa ed il tempo, che un abito di tener continuamente represso e prostrato l’amor proprio, perché l’infelicità offenda meno e sia tollerabile e compatibile colla calma. Quindi un’indifferenza e insensibilità verso sé stesso maggior che è possibile. Or questa è una perfetta morte dell’animo e delle sue facoltà» («29 giugno, festa di san Pietro, giorno mio natalizio, 1824»). Questa fine dell’esemplarità eroica, dei santi e dei geni, è ciò che più tormenta il Leopardi nel giorno appunto del compleanno: «e tutto divenendogli indifferente, il più gran genio diventa sterile e incapace anche di quello di cui sono capacissimi gli animi per natura più poveri, infecondi, secchi ed inetti» (ibid.).

Il «dì natale», quello consacrato a san Pietro, rinnova in Leopardi la coscienza del proprio genio e l’inanità di ciò che lo circonda: « Trista condizione del genio, tanto più facile a cadere in questo stato […], quanto da principio il suo amor proprio è più vivo, e quindi più avido e bisognoso di lusinghe e piaceri e speranze, meno facile ad apprezzare e soddisfarsi di quelle e quelli che agli altri bastano, e più sensibile alle offese e punture che i volgari non sentono» («29 giugno, festa di san Pietro, dì mio natalizio, 1824»).

Ma un’edizione recente, ed eccellente, delle Canzoni (Bologna 1824) ci offre una ragione critica più profonda – dello stesso 1824 – per tornare a un Leopardi pensosamente volto a non perdere la speranza dell’ «ignuda / Felicità», laggiù nelle «californie selve»; perseguitata e allontanata dall’ «invitto / Nostro furor», e tuttavia, seppur dispersa, non ancora estinta, là nell’occiduo orizzonte dei secoli e delle genti: « […] I lidi e gli antri / E le quiete selve apre l’invitto / Nostro furor; la violata gente / Al peregrino affanno, a gl’inesperti / Desiri educa; e la fugace, ignuda / Felicità per l’imo sole incalza» (Inno ai patriarchi).

In effetti il Leopardi si è sentito, si è immaginato, come l’ultimo dei Patriarchi; così si definiva, due giorni dopo il suo compleanno: «Sono stato sempre sventurato, ma le mie sventure d’allora erano piene di vita e mi disperavano, perché mi pareva (non veramente alla ragione, ma ad una saldissima immaginazione) che m’impedissero la felicità, della quale gli altri credea che godessero. Insomma il mio stato era allora in tutto e per tutto come quello degli antichi» (1° luglio 1820). Ed ancora, leggendolo, in noi «nasce beata prole».




venerdì 26 giugno 2026

Passa la nave mia

 


Petrarca, Passa la nave mia

Rerum Vulgarium Fragmenta, 189
Canzoniere CLXXXIX


Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.

A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.


La mia nave, con il suo carico di oblio, attraversa il mare tempestoso, fra Scilla e Cariddi (stretto di Messina), d’inverno, nel mezzo della notte; e la guida il mio signore, anzi, il mio nemico (amore). Ad ogni remo (sta) un pensiero animoso e malvagio, che sembra ignorare la tempesta e il suo esito: un vento umido, che in eterno trascina sospiri, speranze e desideri, lacera la vela. Una pioggia di pianto, una nebbia di sdegno bagna e distende i già logori cordami, ed io sono avvolto dall’errore e dall’ignoranza. I due miei riferimenti abituali si nascondono: la ragione e l’arte sono morte fra le onde, tanto che io comincio a disperare di poter giungere al porto.
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In questo sonetto – che nella redazione cosiddetta Chigi del Canzoniere (1359-63) costituiva parte di un trittico dedicato al tema del viaggio – Petrarca utilizza la metafora della navigazione per indicare il suo percorso esistenziale e poetico. Qui la navigatio marina, più che la peregrinatio terrestre, consente al poeta di rappresentare il proprio travagliato mondo interiore, la cui condizione non è quella dell’andare ma del fluttuare; lungi dall’approdare a una meta sicura, la navigazione conduce la nave dell’io a una condizione di possibile naufragio.
Come rivela tra l’altro il riferimento ai mortali scogli di Scilla e Cariddi (al v. 3), Petrarca assume le sembianze di un Ulisse navigatore, che rende imprescindibile il riferimento al precedente dantesco. Tuttavia la navicella dell’Ulisse di Dante forza le colonne d’Ercole, rendendo il viaggio espressione della sete indomita di conoscenza dell’uomo che volge il proprio sguardo intellettuale verso l’esterno (l’idea della sapientiae cupido di Ulisse compare per la prima volta nel De finibus di Cicerone). Al contrario la nave dell’UIisse-Petrarca compie il proprio itinerario verso l’interiorità, e non consegue nessuna conoscenza, non giunge a nessuna certezza: spalanca, piuttosto, gli abissi dell’ignorantia (al v. 11: il vocabolo compare solo in questo punto del Canzoniere, e per di più accanto a errore, termine programmatico della poesia petrarchesca). Oblio, errore, ignorantia sono le forze irrazionali che governano il viaggio esistenziale del poeta, in balia del dispotico amore che tiene saldo il timone della sua barca. Errore, poi, trova qui il proprio valore etimologico più pieno e si identifica con lo stesso errare della nave petrarchesca senza rotta, piccolo vascello di un naufrago le cui fragili parti (vela, sarta) sono esposte a una tempesta di elementi che diventano tutt’uno con le forze emotive del poeta: il vento dei sospiri, la pioggia delle lacrime e la nebbia degli sdegni (vv. 8-9). Si ricorda che anche Dante nel Canto l dell’Inferno (vv. 22-27) propone una metafora marina per designare la situazione di chi – lui stesso – si era trovato a un passo dal medesimo naufragio-morte di Ulisse. Nel caso di Dante però interviene un fatto provvidenziale che lo porta a invertire la rotta. Per il Petrarca protagonista di Passa la nave mia, invece, questo intervento provvidenziale non vi è stato. Nel prologo della Commedia il protagonista ha superato il rischio di naufragio e può guardarsi indietro con la rasserenante consapevolezza di esserne ormai fuori; al contrario, nel sonetto petrarchesco il poeta si trova nel pieno del pericolo, con una salvezza che appare lontana e problematica da raggiungere. Pertanto, si potrebbe quasi dire che il mito-modello di Ulisse sia molto più vicino alla realtà di Petrarca che a quella di Dante: se Dante appare anzi una sorta di anti-Ulisse, Petrarca vede rispecchiata nell’eroe greco la propria condizione di errante senza meta e senza pace.
Loredana Chines  Marta Guerra, Petrarca, Bruno Mondadori 2005

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Passe ma nef avec son fret d’oubli
par grosse mer, à la minuit l'hiver;
entre Scylle et Charybde, et à la barre
siège mon sire, ou mieux mon ennemi.

A chaque rame un penser prompt au mal
qui tempête et naufrage semble mépriser
un vent découd la voile, humide et éternel,
de soupirs, d’espérances, de désir.

Pluie de larmes et brumes de dédain
trempe et détend les haubans déjà las
qui sont tressés d’ignorance et d’erreur;

Mes deux doux phares coutumiers se cachent,
morte parmi la vague est la raison et l'art,
si que commence à perdre espoir du port.


traduit par Gérard Genot

giovedì 18 giugno 2026

Passerò per piazza di Spagna

Cesare Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Einaudi, Torino 1951

Passerò per piazza di Spagna,
e vedrò la fontana, le scale,
i tigli. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Rivedrò il lungotevere, i ponti,
le colline, le strade. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Rivedrò l’altra sera, il balcone,
i rumori, le voci. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

E allora, io solo, nella luce
che non cambia, udrò i passi, il tuo nome,
le parole che dissi. Sarà come allora.
Ma tu non verrai.

Andrea Carlino
Orizzontescuola.it

Pavese è, per eccellenza, il poeta del “vissuto” che diventa mito, dell’esperienza quotidiana che si carica di un significato universale e archetipico. La sua poesia, asciutta e insieme profondamente evocativa, trasforma i luoghi comuni in paesaggi dell’anima. Questo è particolarmente vero per la raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, pubblicata postuma nel 1951, un vero e proprio testamento spirituale in cui l’amore e la morte si fondono in un’unica, ineluttabile ossessione.

Tra i componimenti più intensi della raccolta spicca “Passerò per piazza di Spagna”, una poesia d’amore del 1950 che, in pochi, magistrali versi, racchiude l’intera poetica pavese. Analizziamone il testo per comprenderne la potenza e il messaggio.

Per comprendere appieno la poesia, è fondamentale collocarla nel contesto dell’opera. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi è l’ultima silloge di Pavese, pubblicata dopo il suo suicidio. I versi sono intrisi di un senso di fatalità e di un dialogo serrato con la morte, che viene personificata e assume le fattezze della donna amata.

La morte non è più un concetto astratto, ma diventa un volto, uno sguardo, una presenza familiare e totalizzante. L’amore, pertanto, non è mai gioioso o appagato, ma è sempre vissuto come mancanza, come rimpianto per un passato irrecuperabile o come attesa di un futuro che si annuncia come perdita.

I luoghi citati non sono semplici scenari: sono i depositari della memoria. Piazza di Spagna, a Roma, con la sua celebre scalinata e la fontana, non è un semplice punto di riferimento turistico, ma il palcoscenico di un incontro passato, ora perduto per sempre. Il lungotevere, i ponti, le colline: tutta Roma diventa una mappa sentimentale, un paesaggio interiore in cui ogni angolo è segnato dalla presenza-assenza dell’amata.

La formula “Sarà come allora” è al tempo stesso una promessa di fedeltà al ricordo e la constatazione della propria prigionia in esso. Il paesaggio è immutabile (“la luce che non cambia”), mentre il poeta è cambiato per sempre, segnato dalla perdita.

“Passerò per piazza di Spagna” è un perfetto esempio di come Pavese costruisca i suoi “miti personali”. Il mito, per Pavese, è un evento o un’immagine del passato che si ripete identico, fissando il destino del poeta. In questa poesia, il mito è l’eterno ritorno dell’assenza.

La poesia diventa così l’unico, disperato tentativo di rendere l’assenza così potente da trasformarsi in una presenza immortale, più vera della realtà stessa.

martedì 16 giugno 2026

Emily Dickinson in scena

                            

Egle Santolini
Joyce Di Donato: "L'arte conforta e unisce, mi rattrista che oggi non sia considerata una priorità"

La Stampa, 16 giugno 2026

Joyce DiDonato, la grande dame americana dell’opera, arriva quest’estate in Italia a cantare e a insegnare. Succede a Poggi del Sasso, in mezzo alla campagna maremmana, per Amiata Music. Prima le masterclass con giovani cantanti locali: e sarà interessante, racconta il direttore artistico del festival, il britannico Nicholas Chalmer, un direttore di orchestre e di cori con il culto del canto d’arte italiano e della formazione dei nuovi talenti, vedere come la star rossiniana e händeliana e mozartiana passerà i suoi segreti alle ultime generazioni, magari partendo da Caro mio ben. Poi, il 7 agosto, una serata speciale, accompagnata dal trio Time for Three, con uno spettacolo su Emily Dickinson, la poetessa ottocentesca che da un salotto di Amherst nel New England comprese i moti del cuore meglio di chiunque altro. Un progetto artistico che il New York Times ha insignito del suo non troppo frequente “Critic’s pick”.

Signora DiDonato, com’è nato questo Emily-No Prisoner?
«Le parole di Emily hanno sempre fatto parte della mia vita musicale. Ho cantato le Dodici poesie di Emily Dickinson di Aaron Copland sia al college che nel mio primo album con pezzi da concerto. Ma per questo nuovo ciclo è stato il compositore Kevin Puts a contattarmi. Aveva già in testa la musica prima ancora di chiedermi di unirmi al progetto, e gliene sarò eternamente grata, perché ha costruito questi brani direttamente per la mia voce e per il mio temperamento. Ogni volta che li canto ci trovo nuovi strati, una maggiore complessità, più bellezza e più verità».

La sua Dickinson non è la solita signorina fragile e reclusa che la tradizione ci ha consegnato, ma una combattente feroce e inarrestabile. Come ha fatto a darle vita?
«Partendo dalle sue parole. Questa poesia trabocca di chiarezza, di sfida e di confronto, e anche di sentimento della natura, senso della dimensione domestica, umorismo. La complessità del suo modo di guardare alla vita offre un’opportunità incredibile di esplorare dalle angolazioni più sorprendenti che cosa significhi essere umani. Ecco perché l'approccio di Kevin, che la affronta di petto in tutta la sua profondità, funziona così bene. Posso alzare il pugno in tono di sfida, e subito dopo cercare di sparire rannicchiandomi nei confini di una stanza piccola e isolata».

C'è una poesia di Emily che le parla davvero al cuore?

«Il mondo ha un volto d’arsura/per chi si ferma a morire mi ha aiutato ad affrontare la morte di mio padre nel modo più delicato e consapevole. Cuore! lo dimenticheremo! mi ha accompagnato attraverso le prime delusioni d'amore. Ma il mio inno personale è Io vivo nella possibilità, perché è qualcosa che cerco di incarnare ogni giorno».

Prima Virginia Woolf, che ha impersonato al Metropolitan nell’opera di Kevin Puts tratta da The Hours di Michael Cunningham, e ora Emily Dickinson. Dobbiamo dedurne che la letteratura sia una sua grande passione?
«Di certo la letteratura mi ispira enormemente. Ma nel caso di questi due personaggi, queste vite interiori così ricche e complesse, e la loro sfida alle aspettative e alle norme sociali, rappresentano un’opportunità preziosa per un’attrice e un'esperienza fantastica per una donna. Sento che entrambe continuano a insegnarmi moltissimo. Condividerne la complessità e il genio con il pubblico è molto gratificante».

Come pensa che si possano avvicinare le giovani generazioni all'opera?
«Be’, l'Italia lo ha fatto per un lungo periodo al massimo livello. Oggi, sono molto orgogliosa che i compositori contemporanei abbiano raccolto la sfida concreta di creare nuove opere particolarmente coinvolgenti, perché ho potuto accorgermi in tempo reale che quando il pubblico giovane vede la propria vita rappresentata in modo epico, larger than life, l’impatto è incalcolabile. Ho appena interpretato la Cameriera in Innocence di Kaija Saariaho, un’opera che ricostruisce, a dieci anni di distanza, gli effetti tragici di una sparatoria avvenuta a scuola. Al Met, alla fine di una recita, ho trovato quattro liceali che mi aspettavano. Era la prima volta che andavano all’opera, e non riuscivano a smettere di parlare dell'effetto che aveva avuto su di loro: "Non ho mai vissuto nulla che mi lasciasse così tanto spazio per sentire”, mi hanno detto. E allora penso che parte della soluzione stia nel raccontare ai ragazzi storie in cui possano sentirsi coinvolti. Ma forse il problema più grande è incontrarli dove sono. E fargli sapere che l’opera gli darà qualcosa che nessun'altra esperienza può dare: li farà “sentire”. La musica ha il potere di “aprire qualcosa dentro”: nessuno schermo riuscirà mai a farlo».

Lei che a teatro è stata anche Helen Prejean, la suora che assiste i condannati a morte di Dead Man Walking, è molto impegnata nel lavoro umanitario nelle carceri. Dove trova il coraggio e la speranza?
«Grazie alla musica e agli incontri. Quando vedi che una persona detenuta riconquista la propria dignità attraverso lo sviluppo della propria musicalità, attraverso gli strumenti per esprimere il proprio trauma e la propria vergogna, e quando lo vedi succedere in tempo reale, è impossibile non essere pieni di speranza e più determinati che mai a portare questa esperienza al maggior numero di persone possibile. So che la musica conforta e unisce, e mi rattristo perché l’apprendimento della complessità umana attraverso l’arte oggi non è considerato una priorità. Ma proprio questa mancanza mi motiva moltissimo».

Europa e Stati Uniti ora sembrano molto più lontani. Avverte questa divisione?
«Con enorme sgomento. La mia grande speranza è che l'ignoranza e la disconnessione che sembrano alimentare questa scissione vengano presto riconosciute per quello che sono, e che le persone si sentano sempre più in grado di alzarsi e dichiarare che siamo meglio di così, e che non è per questo che siamo nati. Mi viene spesso in mente una frase di Jonathan Larson: "Il contrario della guerra non è la pace. È la creazione." È lì che continuerò a mettere la mia energia».

Il mondo ha un volto d’arsura
per chi si ferma a morire.
Imploriamo rugiada:
anche la gloria ha un arido sapore.
Le bandiere
tormentano un morente,
ma un piccolo ventaglio, se mano amica l’agiti
rinfresca come pioggia.
Ch’io sia al tuo fianco,
quando la tua sete verrà,
per recarti rugiada e sacri balsami
[per recarti la tessala rugiada e i balsami iblei]

The World – feels Dusty When We stop to Die – We want the Dew – then – Honors – taste dry – Flags – vex a Dying face – But the least Fan Stirred by a friend’s Hand – Cools – like the Rain – Mine be the Ministry When thy Thirst comes – Dews of Thyself to fetch And Holy Balms – [And Hybla Balms – Dews of Thessaly, to fetch –]

Cuore, lo dimenticheremo! 

Cuore! Lo dimenticheremo!
Tu ed io – questa notte!
Tu potrai dimenticare il calore che dava –
Io dimenticherò la luce!

Quando hai finito, ti prego di dirmelo –
Così che io possa subito incominciare!
Presto! perché mentre tu indugi
Io potrei ricordarlo!

 

Heart! We will forget him!

Heart! We will forget him!
You and I – tonight!
You may forget the warmth he gave –
I will forget the light!

When you have done, pray tell me
That I may straight begin!
Haste! lest while you’re lagging
I remember him!

 

 Io vivo nella Possibilità,
una casa più bella della Prosa,
di finestre più adorna,
e più superba nelle sue porte.

Ha stanze simili a cedri,
impenetrabili allo sguardo,
e per tetto la volta
perenne del cielo.

L’allietano visite dolcissime.
E la mia vita è questa:
allargare le mie piccole mani
per accogliervi il Paradiso.


I dwell in Possibility
A fairer House than Prose
More numerous of Windows
Superior—for Doors

Of Chambers as the Cedars
Impregnable of Eye
And for an Everlasting Roof
The Gambrels of the Sky

Of Visitors—the fairest
For Occupation—This
The spreading wide of narrow Hands
To gather Paradise



lunedì 15 giugno 2026

Fulgida stella, fossi...


John Keats
Bright Star

Fulgida stella, fossi fermo come tu lo sei
ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,
a vegliare, con rimosse le palpebre in eterno,
come paziente di natura, insonne eremita,
le mobili acque nel loro dovere sacerdotale
di puro lavacro intorno ai lidi umani della terra,
oppure guardare la molle maschera di neve
quando appena coprì monti e pianure.
No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,
sul vago seno in fiore dell'amor mio, sempre 
sentirne il su e giù soave d'onda, sempre desto
in una dolce ansia a udire sempre, sempre
il suo respiro attenuato, 
e così viver sempre
– o se no venir meno nella morte.

°°°

Bright star, would I were stedfast as thou art—

         Not in lone splendour hung aloft the night

And watching, with eternal lids apart,

         Like nature’s patient, sleepless Eremite,

The moving waters at their priestlike task

         Of pure ablution round earth’s human shores,

Or gazing on the new soft-fallen mask

         Of snow upon the mountains and the moors—

No—yet still stedfast, still unchangeable,

         Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,

To feel for ever its soft fall and swell,

         Awake for ever in a sweet unrest,

Still, still to hear her tender-taken breath,

           And so live ever—or else swoon to death.

Version transcribed by Keats on 28 September 1820 and published in 1838.

 

Bright Star, un film del 2009 scritto e diretto da Jane Campion, racconta gli ultimi tre anni di vita del poeta inglese. Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne è inoltre il titolo del libro in cui sono raccolte le lettere  di Keats all’amata.

Fanny Brawne, e cioè la giovane donna per cui il poeta perde la testa, abita nella casa accanto. Oltre la porta di fronte, nel cottage a lato. A Wentworth Place. La casa è ancora lì, bianca e linda, ora la sede del Keats Museum, o Keats House di Londra. A ogni ora del giorno i due innamorati si scambiano visite, occhiate, biglietti. E l’amore scoppia, ed è una passione bruciante. È una febbre, un’eccitazione incontenibile. Il poeta vorrebbe come ogni altro uomo amare, amare… Vorrebbe vivere per amare una donna che paragona a una stella, alla quale si rivolge come alla “sua” stella lucente. La più lucente. Nello stesso momento deve affrontare una tremenda verità che lo annienta: se prima aveva pensato che fosse la devozione all’arte – alla quale aveva scelto di sacrificare se stesso – a renderlo straniero al mondo, ora scopre che non ha niente da sacrificare, perché la vita non ce l’ha. E quel che lo rende straniero, il suo esilio dalla vita lo paga alla sventura di una morte così precoce, così maligna, da togliergli l’amore e la poesia in un solo colpo. Queste lettere d’amore sono tra le più belle mai scritte. Nel loro candore, nella loro febbre, nella loro lontananza da ogni cliché stilnovista o romantico, ci incalzano a battere l’unico tempo che l’ebrezza dell’amore conosca: quello spasmodico di quando a danzare sono amore e morte, fino al diapason.” (Nadia Fusini)


venerdì 12 giugno 2026

La dolcezza del ritorno


Beato chi, come Ulisse, ha fatto un bel viaggio,
oppure come l'altro che ha conquistato il vello,
ed è tornato, pieno di esperienza e di senno,
a vivere fra i suoi il resto della vita!

Ahi, quando, del mio borgo piccolo, rivedrò
il camino fumare, ed in quale stagione 
vedrò il recinto della mia povera magione,
che è per me una provincia, e molto molto più?

Preferisco la casa eretta dai miei avi,
ai palazzi romani dalla fronte gagliarda,
e più del marmo amo l'ardesia fina:

più la gallica Loira del Tevere latino,
più il mio Liré modesto, del monte Palatino,
più dell'aria di mare la dolcezza angevina. 

Heureux qui comme Ulysse

Joachim du Bellay

Heureux qui, comme Ulysse, a fait un beau voyage,
Ou comme cestuy-là qui conquit la toison,
Et puis est retourné, plein d’usage et raison,
Vivre entre ses parents le reste de son âge !

Quand reverrai-je, hélas, de mon petit village
Fumer la cheminée, et en quelle saison
Reverrai-je le clos de ma pauvre maison,
Qui m’est une province, et beaucoup davantage ?

Plus me plaît le séjour qu’ont bâti mes aïeux,
Que des palais Romains le front audacieux,
Plus que le marbre dur me plaît l’ardoise fine :

Plus mon Loire gaulois, que le Tibre latin,
Plus mon petit Liré, que le mont Palatin,
Et plus que l’air marin la doulceur angevine.

LA VERSIONE DI GEORGES BRASSENS

Heureux qui comme Ulysse
A fait un beau voyage,
Heureux qui comme Ulysse
A vu cent paysages
Et puis a retrouvé,
Après maintes traversées,
Le pays des vertes années.

Par un petit matin d'été,
Quand le soleil vous chante au cœur,
Qu'elle est belle la liberté, la liberté!
Quand on est mieux ici qu'ailleurs,
Quand un ami fait le bonheur,
Qu'elle est belle la liberté, la liberté!

Avec le soleil et le vent,
Avec la pluie et le beau temps,
On vivait bien contents
Mon cheval, ma Provence et moi,
Mon cheval, ma Provence et moi.

Heureux qui comme Ulysse
A fait un beau voyage,
Heureux qui comme Ulysse
A vu cent paysages,
Et puis a retrouvé,
Après maintes traversées,
Le pays des vertes années.

Par un joli matin d'été,
Quand le soleil vous chante au cœur
Qu'elle est belle la liberté, la liberté!
Quand c'en est fini des malheurs,
Quand un ami sèche vos pleurs,
Qu'elle est belle la liberté, la liberté!

Battus de soleil et de vent,
Perdus au milieu des étangs,
On vivra bien contents
Mon cheval, ma Camargue et moi,
Mon cheval, ma Camargue et moi.


domenica 7 giugno 2026

Rutebeuf



Dove sono volati i miei amici

che tanto mi erano vicini

e ch’io amavo?

Ho paura che siano svaniti;

tenermeli non ho saputo,

e li ho perduti.

Loro m’hanno fatto male assai,

e da che Dio m’ha dato pena

in ogni dove,

mai uno ne vidi in casa mia.

Certo li ha rapiti il vento.

Così l’amicizia è morta.

Sono amici che s’involano al vento,

e il vento soffiava alla mia porta;

e se li è portati,

e di loro nessuno m’ha dato aiuto

né soccorso offrendomi del suo.

Ecco come s’apprende

che sempre l’amico è lì

per avere da te;

ma se n’avvede ben tardi

chi ha impegnato

i suoi averi per avere amici,

perché non li troverà,

né tutti né un po’,

pronti a sostenerlo.

Da oggi, lascerò il destino vagare

come meglio gli piace

più in nulla intromettendomi.

Se pur ce la farò. 

I versi di Rutebeuf, specie questa “Complainte de l’amitié” sono stati cantati da stelle di prima grandezza della canzone come Joan Baez  e Léo Ferré. Si possono pescare comodamente nel web. Rutebeuf ha scritto molto, ma la sua fortuna letteraria è legata soprattutto ai “Dits”, opere da collocare tra i primi testi poetici che hanno dato vita a una poesia non più cantata ma da leggere.

Una riflessione, piccola piccola. Ci è sicuramente capitato di vedere schiere di personaggi del così detto bel mondo lamentarsi nei giornali o dagli schermi televisivi di “amici” sempre pronti a servirli finché erano potenti o famosi e altrettanto pronti ad abbandonarli quando la fortuna non è più stata dalla loro parte. Non si tratta però di una esclusiva vip; anche tanti di noi ne abbiamo vissuta qualcuna di esperienze simili, no? (Lino Palanca)

Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
Avec le temps qu'arbre défeuilleQuand il ne reste en branche feuilleQui n'aille à terreAvec pauvreté qui m'atterreQui de partout me fait la guerreAu temps d'hiverNe convient pas que vous raconteComment je me suis mis à honteEn quelle manière
Que sont mes amis devenusQue j'avais de si près tenusEt tant aimésIls ont été trop clairsemésJe crois le vent les a ôtésL'amour est morteLe mal ne sait pas seul venirTout ce qui m'était à venirM'est avenu
Pauvre sens et pauvre mémoireM'a Dieu donné le roi de gloireEt pauvres rentesEt droit au cul quand bise venteLe vent me vient, le vent m'éventeL'amour est morteCe sont amis que vent emporteEt il ventait devant ma porteLes emporta
L'espérance de lendemainCe sont mes fêtes
(versione cantata da Léo Ferré)

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
And took them away

With weather that defoliates the trees
when there are in branches no more leaves left
which do not fall down to the ground
With poverty that appals me
that, from everywhere, wages war against me
At the time of winter
It's not suitable for me to tell you
How I shamed myself
In which way

What has become of my friends
whom I held so close
And loved so much?
They have been too scarce
I believe the wind took them off
Love is dead
The evil can not come alone
All that had to come to me
happened to me

Poor sense and poor memory
has God given to me, the King of glory
and poor income
And straight to the ass when north wind blows
the wind comes to me, the wind airs me
Love, she is dead
Those are friends that wind takes away
And the wind was blowing in front of my door
Took them away

Hope of tomorrows are my feasts
 

https://journals.openedition.org/studifrancesi/9430







martedì 2 giugno 2026

La chiamavano Lu

Composta in caserma a Nîmes, l8 febbraio, l'8 febbraio 1915, poco proma della rottura con Louise de Coligny (Lou), quando già Apollinaire, perduta ogni speranza ma ancora incatenato al suo amore, medita di partire volontario per il fronte. (Prenderà la decisione dopo il colloquio definitivo con Lou del 28 marzo). La forma risente di un richiamo alla complainte medievale, il lamento accorato di chi subisce un'ingiustizia, una perdita o vive in miseria. Come in Rutebeuf:

Que sont mes amis devenus
Que j'avais de si près tenus
Et tant aimés
Ils ont été trop clairsemés
Je crois le vent les a ôtés
L'amour est morte
Ce sont amis que vent me porte
Et il ventait devant ma porte
Les emporta

A questo si aggiunge per l'occasione lo spunto che dà luogo al gioco di parole in apertura. Il caso vuole che il nomignolo dell'amata, Lou, abbia lo stesso suono della parola lupo (loup). Si parte subito da una identificazione della donna con l'animale feroce che non è tuttavia considerato tale per natura. Ci sono stati lupi fedeli come sono tuttora i cuccioli, sostiene il poeta. A lui è toccato invece il più inumano tra gli esemplari della specie. Subentra allora l'immagine straziante del cuore diventato un giocattolo tra le mani di lei. Non basta, viene chiamato in causa il diavolo, per accentuare il sentimento di una maledizione che assume una dimensione cosmica, fatale. Porti pure via il cuore dell'innamorato e lo depositi, anzi lo trascini, davanti alla dimora della fedifraga. Il resto procede sempre sul filo dell'ironia e del sarcasmo. L'arruolamento è visto come un modo di aderire alla sorte quale che sia. Tanto neppure le guerre sono più quelle (gloriose) di un tempo. 

LA CHIAMAVANO LOU

Ci sono lupi di ogni sorta
Io conosco il più inumano
Il cuor mio il diavolo una volta
Se lo trascini alla sua porta
Come un trastullo ce l'ha in mano.

I lupi un dì eran pecorelle
Fedeli come cuccioloni
E vagheggiando le lor belle donne
Anche i soldati grazie a quelle
Non eran meno giuggioloni.

Ma i tempi sono peggiorati
I lupi sono tigri in genere
E Imperi e Cesari e Soldati
Oggi Vampiri diventati
Non men crudeli son di Venere.

Così Rouveyre mi son deciso
E in groppa al mio destriero op là
Vo a guerreggiar casto e nel viso
Senza pietà e senza un sorriso
Come i guerrieri che Epinal

Vendeva Legni popolari
Che Georgin incise con forza
Dove sono i più bei militari
Quei soldaton Dove le guerre
Dove le guerre d'una volta
(traduzione di Giorgio Caproni)


C’EST LOU QU’ON LA NOMMAIT


Il est des loups de toute sorte
Je connais le plus inhumain
Mon cœur que le diable l’emporte
Et qu’il le dépose à sa porte
N’est plus qu’un jouet dans sa main


Les loups jadis étaient fidèles
Comme sont les petits toutous
Et les soldats amants des belles
Galamment en souvenir d’elles
Ainsi que les loups étaient doux


Mais aujourd’hui les temps sont pires
Les loups sont tigres devenus
Et les Soldats et les Empires
Les Césars devenus Vampires
Sont aussi cruels que Vénus



J’en ai pris mon parti Rouveyre
Et monté sur mon grand cheval
Je vais bientôt partir en guerre
Sans pitié chaste et l’œil sévère
Comme ces guerriers qu’Épinal


Vendait Images populaires
Que Georgin gravait dans le bois
Où sont-ils ces beaux militaires
Soldats passés Où sont les guerres
Où sont les guerres d’autrefois



https://machiave.blogspot.com/2020/03/apollinaire-la-contessina-e-il-lupo.html

https://machiave.blogspot.com/2014/09/apollinaire-lamore-per-lou.html