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venerdì 26 giugno 2026

Passa la nave mia

 


Petrarca, Passa la nave mia

Rerum Vulgarium Fragmenta, 189
Canzoniere CLXXXIX


Passa la nave mia colma d’oblio
per aspro mare, a mezza notte il verno,
enfra Scilla et Caribdi; et al governo
siede ’l signore, anzi ’l nimico mio.

A ciascun remo un penser pronto et rio
che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno;
la vela rompe un vento humido eterno
di sospir’, di speranze, et di desio.

Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
bagna et rallenta le già stanche sarte,
che son d’error con ignorantia attorto.

Celansi i duo mei dolci usati segni;
morta fra l’onde è la ragion et l’arte,
tal ch’incomincio a desperar del porto.


La mia nave, con il suo carico di oblio, attraversa il mare tempestoso, fra Scilla e Cariddi (stretto di Messina), d’inverno, nel mezzo della notte; e la guida il mio signore, anzi, il mio nemico (amore). Ad ogni remo (sta) un pensiero animoso e malvagio, che sembra ignorare la tempesta e il suo esito: un vento umido, che in eterno trascina sospiri, speranze e desideri, lacera la vela. Una pioggia di pianto, una nebbia di sdegno bagna e distende i già logori cordami, ed io sono avvolto dall’errore e dall’ignoranza. I due miei riferimenti abituali si nascondono: la ragione e l’arte sono morte fra le onde, tanto che io comincio a disperare di poter giungere al porto.
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In questo sonetto – che nella redazione cosiddetta Chigi del Canzoniere (1359-63) costituiva parte di un trittico dedicato al tema del viaggio – Petrarca utilizza la metafora della navigazione per indicare il suo percorso esistenziale e poetico. Qui la navigatio marina, più che la peregrinatio terrestre, consente al poeta di rappresentare il proprio travagliato mondo interiore, la cui condizione non è quella dell’andare ma del fluttuare; lungi dall’approdare a una meta sicura, la navigazione conduce la nave dell’io a una condizione di possibile naufragio.
Come rivela tra l’altro il riferimento ai mortali scogli di Scilla e Cariddi (al v. 3), Petrarca assume le sembianze di un Ulisse navigatore, che rende imprescindibile il riferimento al precedente dantesco. Tuttavia la navicella dell’Ulisse di Dante forza le colonne d’Ercole, rendendo il viaggio espressione della sete indomita di conoscenza dell’uomo che volge il proprio sguardo intellettuale verso l’esterno (l’idea della sapientiae cupido di Ulisse compare per la prima volta nel De finibus di Cicerone). Al contrario la nave dell’UIisse-Petrarca compie il proprio itinerario verso l’interiorità, e non consegue nessuna conoscenza, non giunge a nessuna certezza: spalanca, piuttosto, gli abissi dell’ignorantia (al v. 11: il vocabolo compare solo in questo punto del Canzoniere, e per di più accanto a errore, termine programmatico della poesia petrarchesca). Oblio, errore, ignorantia sono le forze irrazionali che governano il viaggio esistenziale del poeta, in balia del dispotico amore che tiene saldo il timone della sua barca. Errore, poi, trova qui il proprio valore etimologico più pieno e si identifica con lo stesso errare della nave petrarchesca senza rotta, piccolo vascello di un naufrago le cui fragili parti (vela, sarta) sono esposte a una tempesta di elementi che diventano tutt’uno con le forze emotive del poeta: il vento dei sospiri, la pioggia delle lacrime e la nebbia degli sdegni (vv. 8-9). Si ricorda che anche Dante nel Canto l dell’Inferno (vv. 22-27) propone una metafora marina per designare la situazione di chi – lui stesso – si era trovato a un passo dal medesimo naufragio-morte di Ulisse. Nel caso di Dante però interviene un fatto provvidenziale che lo porta a invertire la rotta. Per il Petrarca protagonista di Passa la nave mia, invece, questo intervento provvidenziale non vi è stato. Nel prologo della Commedia il protagonista ha superato il rischio di naufragio e può guardarsi indietro con la rasserenante consapevolezza di esserne ormai fuori; al contrario, nel sonetto petrarchesco il poeta si trova nel pieno del pericolo, con una salvezza che appare lontana e problematica da raggiungere. Pertanto, si potrebbe quasi dire che il mito-modello di Ulisse sia molto più vicino alla realtà di Petrarca che a quella di Dante: se Dante appare anzi una sorta di anti-Ulisse, Petrarca vede rispecchiata nell’eroe greco la propria condizione di errante senza meta e senza pace.
Loredana Chines  Marta Guerra, Petrarca, Bruno Mondadori 2005

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Passe ma nef avec son fret d’oubli
par grosse mer, à la minuit l'hiver;
entre Scylle et Charybde, et à la barre
siège mon sire, ou mieux mon ennemi.

A chaque rame un penser prompt au mal
qui tempête et naufrage semble mépriser
un vent découd la voile, humide et éternel,
de soupirs, d’espérances, de désir.

Pluie de larmes et brumes de dédain
trempe et détend les haubans déjà las
qui sont tressés d’ignorance et d’erreur;

Mes deux doux phares coutumiers se cachent,
morte parmi la vague est la raison et l'art,
si que commence à perdre espoir du port.


traduit par Gérard Genot

lunedì 15 giugno 2026

Marc Bloch a Venezia

Panthéon/1. Il 23 giugno approda nel mausoleo parigino lo storico più insigne. Che, nel 1934, andò a Venezia e fu accolto dal collega Gino Luzzatto: i due si riconobbero.
Il racconto di Tommaso Munari e Francesca Trivellato

Il Sole 24ore, 14 giugno 2026

Il 23 giugno la Francia celebrerà l’ingresso al Panthéon – il mausoleo parigino dei «grandi» – del suo storico più insigne: Marc Bloch (1886-1944). «Per la sua opera, il suo insegnamento e il suo coraggio», come annunciato dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Oltre che un illustre studioso del Medioevo, infatti, Bloch fu un militare e un partigiano, giustiziato dalla Gestapo dieci giorni dopo lo sbarco in Normandia. Echi delle celebrazioni che in Francia hanno prodotto un’ondata di convegni e pubblicazioni stanno giungendo anche in Italia, dandoci l’occasione di riscoprire non solo la lezione di un grande maestro, ma anche i suoi legami con uno dei maggiori storici del nostro paese.

Il 12 settembre 1934 Bloch partì da Strasburgo con la famiglia per un viaggio in automobile lungo il fiume Po. La vacanza culminò a Venezia, dove i Bloch furono accolti da Gino Luzzatto (1878-1964), il quale li guidò alla scoperta della città. In un breve resoconto del viaggio inviato a Henri Pirenne, lo studioso francese ricordò sia il fascino «ineguagliabile» di Venezia sia le conversazioni «competenti» col collega italiano, di cui lo colpì anche il fermo antifascismo: «Il pover’uomo non è molto ben visto, non porta la camicia nera e risponde ai saluti romani con un semplice “buongiorno” e il braccio ostinatamente immobile». In quei giorni, oltre a conoscersi di persona, i due storici si riconobbero.

Bloch e Luzzatto erano entrati in contatto nell’ottobre del 1930. Il primo aveva proposto al secondo di collaborare alle «Annales d’histoire économique et sociale», un’ambiziosa e innovativa rivista fondata l’anno prima assieme al collega Lucien Febvre.

Luzzatto, che ne era un attento lettore sin dal primo numero, aveva accettato con entusiasmo, salvo poi impiegare vari anni per inviare il proprio contributo (un cesellatissimo articolo sulle attività economiche del patriziato veneziano apparso nel 1937). Un segno di ponderatezza e non d’indolenza, che Bloch avrebbe perdonato e apprezzato. Pur nella diversità dei loro metodi e risultati – imparagonabili gli affreschi interdisciplinari di Bloch con le ricerche certosine di Luzzatto – i due studiosi erano infatti accomunati dall’estremo rigore con cui concepivano il proprio mestiere.

Comuni erano anche l’origine ebraica e tutto ciò che essa comportava per chi, come loro, visse a cavallo fra emancipazione e antisemitismo. Quando nel 1938 le leggi razziali spezzarono la carriera di Luzzatto, Bloch comprese meglio di altri quel senso del baratro che egli dovette avvertire (a un amico comune confessò: «Non oso scrivergli»). E quando, per evitare la censura tedesca, il cognome di Bloch scomparve dalla copertina delle «Annales», Luzzatto riprovò sulla propria pelle l’umiliazione di doversi nascondere, per continuare a pubblicare, dietro a uno pseudonimo. D’altronde, di fronte alla persecuzione nazifascista, le loro diverse posizioni politiche – patriota moderato Bloch, socialista internazionalista Luzzatto – contarono ben poco.

Purtroppo, a eccezione di due sole lettere, la loro corrispondenza è andata perduta, ma la biblioteca di Luzzatto conserva indizi rivelatori del loro rapporto. Le dediche sugli estratti donatigli da Bloch negli anni Trenta, per esempio, si fanno col tempo più amichevoli. L’iniziale «Monsieur Luzzatto» si trasforma presto in un «mon cher collegue», il sentimento «dévoué» diviene in fretta «sympatique» e, dopo l’incontro a Venezia, l’«hommage» si tramuta in «souvenir». Un po’ alla volta, insomma, il rispetto diventa affetto, senza che ciò attenui minimamente la vivacità del loro dialogo intellettuale. Nonostante il comune interesse per la storia economica del Medioevo, infatti, Bloch fu più attento all’agricoltura e alle campagne, Luzzatto al commercio e alle città, e sul rapporto fra storia rurale e storia urbana i due furono raramente concordi.

Per rendersene conto basta confrontare il capolavoro critico di Bloch, I caratteri originali della storia rurale francese (1931), e il vasto affresco di Luzzatto, Storia economica dell’età moderna (1932). Ma la biblioteca di quest’ultimo riserva un’ulteriore sorpresa. La sua copia dei Caratteri è costellata di glosse che testimoniano di una lettura ben più infervorata di quella che riflette la recensione dedicata al libro nel 1933. Laddove Bloch formula una delle sue tesi principali, ossia che la forza della proprietà contadina era riuscita a ritardare la rivoluzione agraria, Luzzatto chiosava scettico, forse pensando a Gramsci: «Sì, tutto bene, ma il ritardo nella trasformazione è dovuto soprattutto ad un’altra causa: la difficoltà di comunicazione per cui la maggior parte dei coltivatori non poteva mettere in valore i prodotti della terra».

Qui sta la principale differenza fra Bloch e Luzzatto: coraggioso e inventivo il primo, prudente e fattuale il secondo. Mentre l’uno riteneva indispensabile aggiungere alla ricerca d’archivio «un pizzico di follia accanto a una buona dose di saggezza», l’altro si premurava di ancorare ogni affermazione al documento e di dichiarare provvisoria qualunque conclusione, foss’anche il frutto dello scavo archivistico più approfondito.

Una complementarità, più che una differenza, e forse la ragione più profonda della loro intesa. Dunque celebriamo e rileggiamo il grande storico francese che si appresta a entrare al Panthéon, ma impariamo anche a riscoprire i nostri Marc Bloch che sembrano essere stati dimenticati perfino dagli studiosi.

Munari e Trivellato approfondiscono questo tema nell’articolo «Il ne porte pas la chemise noire»: Marc Bloch et Gino Luzzatto», in uscita nel prossimo numero delle «Annales. Histoire, Sciences Sociales» (3/2026), dedicato alla pantheonizzazione dello storico francese.

domenica 10 maggio 2026

Goffredo Parise in Vietnam

Marzio Breda
Parise: due vite, mille confini

Corriere della Sera, 10 maggio 2026

Ha avuto un incontro con il generale Westmoreland, comandante delle forze Usa nel Vietnam. E adesso, bloccato in Cambogia, vorrebbe raggiungere Hanoi, al Nord, per vedere Ho Chi Minh. Ottenere il colloquio è difficile, ma ha una speranza: il vecchio rivoluzionario nel 1933 ha abitato a Milano mantenendosi come cuoco alla Trattoria della Pesa, per cui potrebbe accettare un faccia a faccia grazie alla sua carta d’identità italiana. Intanto, mentre aspetta il via libera delle autorità comuniste, il 21 marzo 1967 spiega in una lettera l’impatto con l’indocina alla pittrice Giosetta Fioroni, la compagna che chiama «coca mia».
«Sono gente incredibile, i viet... Quand’anche gli americani se ne andassero la guerra non sarebbe affatto finita, perché la presa del potere sarebbe una carneficina. Infatti, il Fronte è composto di ben 32 organizzazioni politiche, tutte nazionaliste, ma con sfumature diverse, che ora sono sfumature e domani possono diventare delitti politici o attentati... Se i cinesi sono un popolo collettivo, questi sono i peggiori individualisti che io abbia conosciuto. Lunedì ripartirò per Saigon e girerò un poco... Per tornare qui, se ci sarà risposta positiva da Hanoi. Non mollo, mi conosci... Ho tanta voglia di stare con la mia Josephine come il pauvre Napoleon...».
C’è qualche indizio del carattere di Goffredo Parise in queste righe inedite. C’è, per esempio, la capacità di antivedere, perché la ritirata degli Usa produsse sul serio le dure repressioni che immaginava: una carneficina. C’è la tenacia nel lavoro, che si acuisce quanto più si scopre emotivamente coinvolto, con lo scrupolo di non scivolare in resoconti «coloniali» o ideologici o, peggio ancora, pedagogici: il suo comandamento è non mentire. C’è la malinconia amorosa, espressa con casta tenerezza. Infine — retropensiero non ancora confidato a Giosetta — c’è un senso di smarrimento sul proprio destino, perché le mani gli «tremano e tremano le viscere e le palpebre» e sa che ciò non dipende dalle bombe che gli cadono intorno e dal napalm che incendia la foresta, perché sono invece i sintomi di un «processo degenerativo di tessuti, vene, sangue» in corso e diagnosticato come «arteriopatia diffusa». Patologia che lo ucciderà a neppure 57 anni.
Prima d’essere fermato dalla malattia, ha attraversato molte frontiere. Smarrendosi a cogliere frammenti di storia fra Laos, Biafra, Cile, Cina, Giappone, Stati Uniti, Russia, Cuba... Scenari spesso di violenze sanguinose, miseria estrema, politica disumana da cui ricava diari di viaggio divenuti reportage per il «Corriere della Sera» e che si aggiungono ai romanzi e racconti per i quali è divenuto famoso già giovanissimo. Da Il ragazzo morto e le comete a Il Prete bello, Il padrone, Amore e fervore, L’assoluto naturale l’elenco è lungo.
Tuttavia le pagine di viaggio restano tra le più asciutte e fulminanti. A rileggerle rivelano che partire era per Parise un modo per ritrovare sé stesso, «universalista locale», come ha detto George Steiner di Claudio Magris. Infatti, le sue radici affondano tra la città natale, Vicenza, e poi Milano, Roma e... il mondo. Ma le radici più salde affondano in un piccolo borgo del Trevigiano, Salgareda, dove nel 1970 compra una casupola rossa sul greto del Piave. Il luogo è quasi inaccessibile, circondato da salici, gelsi, alberi da frutto inselvatichiti, vigne stentate e qualche angolo di erba spagna e granturco. Uno spazio sociale spopolato fin dai tempi della Grande Guerra e gli piace anche per questo, quando lo scopre sorvegliando i gorghi azzurri del fiume su cui si affaccia quel relitto edilizio. Che restaura con pochi mezzi e logica austera e dove accende il suo ultimo focolare.
Ha vissuto due vite, Parise, e in questa scissione tutto si tiene. Per capirci bisogna riandare ai capolavori fondanti della nostra cultura, l’Iliade e l’Odissea, opere dalle quali ricaviamo che i temi della letteratura sono l’assedio e il viaggio, ha osservato lo studioso di civiltà europea Giuseppe Merlino. Vale a dire stabilità e movimento, tradizione e scoperta, identità e metamorfosi. Dimensioni parallele e stratificate, in lui. Ed ecco come si interpreta il nomadismo inquieto e la voglia di esplorare le aree di crisi per comprendere, artigliando dettagli rivelatori, il male mentre accade. Ma ecco anche la perenne ansia del ritorno, la nostalgia per quel «Veneto barbaro di muschi e nebbie» fatto di cose semplici e odori buoni, che ha eletto a propria patria e dove si rifugia sempre più spesso.
È qui che scrive la sua opera più apprezzata, anche se non subito, i Sillabari, un «miracoloso dizionario dei sentimenti», concepito come una serie di elzeviri per il «Corriere». Un racconto per ogni lettera dell’alfabeto. Ed è il 1972, quando è ormai uscito il primo volume di questi racconti poetici, che spiega all’amico Raffaele La Capria come passa il tempo tra una battuta di caccia in laguna e le sciate sulla neve d’alta quota a Cortina, con il rientro nella solitudine di Salgareda. «Sono incatenato a questo posto, amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento investito, onorato e riconosciuto non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo». Purtroppo, dura poco il suo stato di grazia. Infarti, by-pass e dialisi lo stroncano il 31 agosto 1986. Quarant’anni fa.

martedì 21 aprile 2026

Carlo Levi lucano


carlo levi, lucano tra i lucani
La storia in mostra
Le foto di Domenico Notarangelo a Roma documentano l’ultimo viaggio di Levi in Basilicata a un mese dalla morte, il funerale e alcuni momenti del «Cristo» girato da Rosi: volti che parlano sullo sfondo dei Sassi
Eliana Di Caro
Il Sole 24 ore, 30 marzo 2026

Nel dicembre 1974, un mese prima di morire, Carlo Levi è in Basilicata. Partecipa alle “Giornate della Cultura Sovietica in Italia” e fa varie tappe nella terra in cui era stato confinato quarant’anni prima, alla quale era rimasto profondamente legato. Presenta a Matera le litografie a corredo di un’edizione speciale del Cristo, poi si mette in cammino per salutare gli amici sparsi nei Comuni lucani. Nulla lascia presagire l’imminenza della fine. Anche per questo colpiscono le fotografie di Domenico (Mimì) Notarangelo, testimonianza di un doppio congedo di Levi: dalla vita (rientrato a Roma, si ammalerà senza riprendersi) e dal luogo nel quale verrà seppellito. Il funerale stesso si fa itinerante, celebrato in tre tappe che segnano anche tre appartenenze: a Roma, a Eboli, ad Aliano. Nella mostra Il popolo lucano di Carlo Levi, allestita a Roma all’omonima Fondazione sino al 18 aprile, si ritrova il pittore, scrittore e politico ritratto già nel ’68 in un comizio della città dei Sassi, dove si era candidato al Senato come indipendente di sinistra. Lo vediamo poi a Grassano, il paese cui era stato destinato al confino prima ancora di Aliano, rivolto alla platea della Filef (Federazione Italiana Lavoratori Emigrati e Famiglie): volti assorti e malinconici, esclusivamente maschili, che dicono tutto di sacrifici, fatica, privazioni. Quindi accanto all’onorevole Pasquale Franco e in un intenso primo piano ad Aliano, dove poco più tardi un manifesto trasmetterà il cordoglio della Regione Basilicata per l’improvvisa scomparsa. Le immagini dei funerali affollati mostrano la sindaca del paesino dei calanchi Maria Santomassimo (tra le prime donne dell’Italia meridionale a ricoprire questo ruolo) che regge il braccio della sorella maggiore dello scrittore, la stessa che era andata a trovarlo durante il confino: in quel momento, Luisa Levi è una di loro, una lucana tra i lucani proprio come si era sentito il fratello. Che qui, non a caso, pensava di comprare casa, a suggello di un rapporto che si era strutturato e voleva radicarsi sempre più. Pochi anni più tardi, nel 1978, Levi sarà interpretato da Gian Maria Volonté nel Cristo si è fermato a Eboli di Franco Rosi che porta sullo schermo la denuncia di miseria e arretratezza fissata nel capolavoro del ’45. Anche qui, nel set a cielo aperto dei Sassi e non solo, l’obiettivo di Notarangelo (consulente del regista) ferma espressioni, intercetta stati d’animo, coglie intimi modi di essere in un bianco e nero dalla forza straordinaria. Dove il nero degli abiti e dei copricapi delle donne non appare luttuoso e mesto ma s’inserisce con semplicità nella quotidianità del tempo, accanto ai volti altrettanto rugosi degli uomini. Mimì Notarangelo, originario di Sammichele di Bari, conosceva Carlo Levi dall’inizio degli anni 60. Giornalista dell’Unità, era il segretario provinciale del Pci di Matera, sua città d’adozione. Figlio di un contadino, lo sguardo di chi viaggia con la macchina fotografica appesa al collo, aveva costruito un rapporto con Levi, con cui condivideva la passione civica e il riscatto del Sud e del mondo contadino. Non a caso il Pci gli chiede di organizzare ad Aliano i funerali dello scrittore, di cui già aveva curato la mostra d’arte allestita a Matera nel ’67. Un legame cresciuto e consolidato nel tempo, come dimostra il dono di una maternità di Levi, dedicatagli “con amicizia”. Attraverso questa piccola ma significativa mostra, si entra in punta di piedi in quella realtà filtrata dagli occhi e nutrita dell’esperienza di figure così diverse eppure così vicine. Lo si fa nello spazio minuscolo e spartano della Fondazione (a un passo da Porta Pia), in piena sintonia con l’essenzialità de Il popolo di Levi, accanto al cavalletto e a una cassettiera del Maestro (oltre che alla produzione editoriale legata alle mostre organizzate nel tempo e al lavoro di ricerca). Un ente che va avanti con il lavoro volontario di chi lo gestisce con amore e competenza. Certo, stupisce che in questi anni nessuna istituzione, né pubblica né privata, abbia colto l’opportunità di mettere a disposizione un luogo più ampio, adatto a ospitare in modo permanente almeno una parte delle ottocento opere pittoriche del torinese. Oggi, al netto dei nuclei esposti a Matera, Aliano e Alassio, il resto è in deposito: invisibile. Per un protagonista della cultura del Novecento avrebbe dovuto esserci l’imbarazzo della scelta. 

Il popolo lucano di Carlo Levi. Memoria e fotografia di Domenico Notarangelo Fondazione Levi, Roma, fino al 18 aprile

domenica 4 settembre 2016

Zweig in Russia




Stefan Zweig
Russia fine anni Venti
L’immensa pazienza di un popolo
Per lo scrittore in viaggio nell’Urss la capacità del Paese di resistere a guerre e calamità è il vero pilastro nell’architettura sociale 

Il Sole 24ore, Domenica 4 settembre 2016

Negoreloe, prima terra russa. Sera tardi. Già così buio che la celebre stazione rossa con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non si riesce più a scorgere. Ma pur con tutta la migliore volontà non riesco nemmeno a vedere le Guardie Rosse armate ferocemente fino ai denti rappresentate in maniera tanto pittoresca e demoniaca dai viaggiatori affabulatori che ci hanno preceduto: soltanto un paio in uniforme dall’aria ragionevole e molto affabile, senza fucile né armi luccicanti. La sala di legno della frontiera è come tutte le altre, ma dalle pareti, invece dei sovrani, ti guardano i ritratti di Lenin, Engels, Marx e di qualche altro leader. Il controllo è preciso, accurato, rapido e molto cordiale; già dai primi passi in terra russa si percepisce quante menzogne ed esagerazioni ci siano ancora da abbattere. Non accade niente in maniera rigida, severa e militaresca più che in altre frontiere; senza altri passaggi, ci si trova all’improvviso in un nuovo mondo. È proprio vero, la prima impressione s’imprime immediatamente, una di quelle prime impressioni che così spesso avvolgono una situazione nota ma che solo più tardi riconosci come premonitrice. In tutto siamo in trenta o quaranta che oggi valicano la frontiera russa; la metà di questi sono passeggeri in transito, giapponesi, cinesi, americani corrono a casa con la ferrovia della Manciuria senza fare soste; quindi restano matematicamente tra le quindici e le venti persone che con questo treno hanno come meta la Russia. È l’unico treno al giorno che da Londra, Parigi, Berlino, Vienna, la Svizzera e il resto dell’Europa ha come destinazione il cuore del Paese, la capitale Mosca. Non si può fare a meno di pensare alle ultime frontiere attraversate, ci si ricorda di quante migliaia e decine di migliaia di individui ogni giorno entrano nei nostri microscopici staterelli, mentre qui, venti persone in tutto stanno per accedere a questo vastissimo impero, un continente. Due o tre arterie della ferrovia che corrono diritte uniscono tutta la Russia con il nostro mondo europeo, e ognuna di queste viaggia a un ritmo lento ed esitante. Ci si ricorda allora dei valichi di frontiera ai tempi della guerra, dove solo una manciata di persone che passava un minuzioso controllo riusciva a varcare la linea invisibile da Stato a Stato, e si comprende istintivamente qualcosa della situazione attuale: la Russia è una fortezza assediata, una zona di guerra economica separata dal nostro mondo, diversamente regolato, da una sorta di barriera continentale simile a quella che Napoleone inflisse all’Inghilterra. Nel momento in cui abbiamo fatto cento passi tra l’entrata e l’uscita di queste due porte, abbiamo valicato un muro invisibile.
Prima ancora che il treno si metta in movimento in direzione di Mosca, un cordiale compagno di viaggio mi ricorda che bisogna spostare l’orologio di un’ora, dal tempo occidentale a quello dell’Europa orientale. Ma quel rapido gesto, quella minuscola rotazione, ce ne accorgeremo presto, è di gran lunga insufficiente. Non appena si giunge in Russia, non si deve soltanto adattare l’ora sul quadrante, bensì tutta la propria percezione di tempo e spazio. All’interno di questa dimensione, infatti, tutto avviene con altri pesi e altre misure. Il tempo, dal confine in poi, subisce un rapido tracollo di valore, così come anche la percezione della distanza. Qui i chilometri si contano in migliaia invece che in centinaia, una gita di dodici ore vale un’escursione, un viaggio di tre giorni e tre notti è relativamente breve. Il tempo qui è una moneta di rame che nessuno risparmia e accumula. Il ritardo di un’ora a un appuntamento è considerato ancora cortese, una conversazione di quattro ore vale una chiacchierata, un discorso pubblico di un’ora e mezzo è una breve dissertazione. Ma già solo dopo ventiquattro ore in Russia, la capacità di adattamento interiore ci ha fatto l’abitudine. Non ci sorprenderà più il fatto che un conoscente di Tbilisi viaggi fino a qui per tre giorni e tre notti per stringere la mano a qualcuno; otto giorni dopo si affronterà con la stessa tranquillità e naturalezza un’inezia di quattordici ore di viaggio in treno solo per fare una certa “visita” e per meditare in tutta serietà se non sia il caso di fare un viaggio nel Caucaso – solamente sei giorni e sei notti.
Il tempo qui ha altri parametri, lo spazio altre proporzioni. Come con i rubli e i copechi, si impara velocemente a fare i conti con questi nuovi valori, si impara ad aspettare e a essere noi stessi in ritardo, a perdere tempo senza lagnarsi, e in questo modo ci si avvicina inconsapevolmente al mistero della storia russa e della sua essenza. Giacché il genio e il pericolo di questo popolo sta prima di tutto nella sua immensa capacità di attesa, nella sua per noi incomprensibile pazienza, che è tanto vasta quanto la terra russa. Questa pazienza è sopravvissuta a ogni epoca, ha sconfitto Napoleone e l’autorità zarista, e anche adesso agisce come il più potente e robusto pilastro nella nuova architettura sociale di questo mondo. Infatti, nessun altro popolo europeo sarebbe stato in grado di sopportare ciò che questo si è abituato da mille anni a subire, e subendo quasi con gioia la propria sorte; cinque anni di guerra, poi due, tre rivoluzioni, sanguinose guerre civili da Nord, da Sud, da Est, da Ovest che si sono abbattute contemporaneamente su ogni città e villaggio; infine, pure la terribile carestia, la carenza di alloggi, il blocco economico, l’espropriazione dei beni – una summa di sofferenza e martirio, di fronte alla quale la nostra sensibilità non può che inchinarsi con deferenza. Tutto ciò la Russia ha potuto tollerarlo soltanto grazie a questa sua eccezionale resistenza nella passività, attraverso il mistero di una capacità di sopportazione illimitata, attraverso un Nitschewo («non fa niente») ironico ed eroico al tempo stesso, e una tenace, muta e profondamente devota pazienza, la sua vera e incomparabile forza.

Questo testo è tratto dall’inedito di Stefan Zweig Viaggio in Russia, esito di un viaggio che l’autore austriaco fece nel 1928. Il libro, a cura di Vittoria Schweizer, è edito da Passigli, Firenze, pagg. 102, € 10 e sarà nelle librerie dall’8 settembre.

https://ilmanifesto.it/stefan-zweig-la-forza-elementare-della-vita/

Negoreloe nel ricordo di Emilio Guarnaschelli (Una piccola pietra, Garzanti, Milano 1982, p. 31
... Arrivai verso le quattro del pomeriggio,ora europea (ore sei, secondo quella orientale russa), passando sotto il grande arco dell'entrata in URSS.. Ci siamo arrestati lì, ed abbiamo stretto la mano al primo soldato rosso, parlo al plurale perché viaggiavo insieme a una delegazione austriaca. Consegna dei passaporti ai soviet e arrivo a Negoreloe (gare frontière). Compagni che ci presero i bagagli e li portarono nel salone della dogana. Nel grande salone rosso vedo scritto in tutte le lingue: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!" Ripartiamo alle otto, abbiamo tutti la cuccetta come sui vapori. Samovar a nostra disposizione. 

https://www.youtube.com/watch?v=FuvMaYV8RQE

mercoledì 9 dicembre 2015

Il sogno del labirinto

Gaston Bachelard
La terra e il riposo
Un viaggio tra le immagini dell'intimità
Red, Milano 2007 [ed. or. francese 1948]
Traduttrici Mariella Citterio, Anna Chiara Peduzzi



... Ci rendiamo conto innanzi tutto che il sogno del labirinto, vissuto in un sonno talmente particolare che potrebbe essere chiamato sinteticamente 'sonno labirintico', è un'associazione costante di sensazioni profonde. Esso può fornire un buon esempio degli archetipi evocati da C.G. Jung. Robert Desoille ha precisato questa nozione di archetipo affermando che, se si riduce l'archetipo a un'unica immagine, non lo si può comprendere appieno, poiché un archetipo è piuttosto una serie di immagini «che riassumono l'esperienza ancestrale dell'uomo di fronte a una situazione tipica, cioè in circostanze in cui può venirsi a trovare non un solo individuo, ma chiunque...» Camminare nel bosco oscuro o nella grotta tenebrosa, perdersi, smarrirsi, ecco delle situazioni tipiche che forniscono innumerevoli immagini e metafore all'attività più conscia dello spirito, sebbene nella vita moderna le esperienze reali a questo riguardo siano, tutto sommato, molto rare. Pur amando molto le foreste, non ricordo di essermi mai smarrito in esse. Temiamo di perderci senza esserci mai persi.
Quale strana concrezione del linguaggio ci induce a usare la stessa parola per due esperienze tanto differenti: smarrire un oggetto, smarrire noi stessi! Come possiamo meglio renderci conto che alcune parole sono cariche di associazioni? Chi ci spiegherà le possibilità dell' essere smarrito? L'anello, forse, o la felicità o la moralità? E che consistenza psichica quando sono sia l'anello sia la felicità sia la moralità! Allo stesso modo, l'essere nel labirinto è contemporaneamente soggetto e oggetto conglomerati nell' esserre smarrito. Nel sogno labirintico riviviamo questa situazione tipica dell' essere smarrito. Smarrirsi, con tutte le emozioni che questo fatto implica, è dunque una situazione palesemente arcaica. Alla minima complicazione, concreta o astratta che sia, l'essere umano può ritrovarsi in questa situazione. «Quando cammino in un luogo oscuro e uniforme,» racconta George Sand, «mi interrogo e mi rimprovero...» Invece certe persone pretendono di possedere il senso dell'orientamento e ne fanno l'oggetto di una vanità che forse maschera un'ambivalenza.
Insomma, nei nostri sogni notturni riprendiamo inconsciamente la vita dei nostri avi viaggiatori. Si è detto che nell'uomo «tutto è cammino»; riferendosi agli archetipi più remoti, bisogna aggiungere: nell'uomo tutto è cammino smarrito. Associare sistematicamente la sensazione di essere smarrito a ogni avanzare inconscio vuol dire ritrovare l'archetipo del labirinto. Camminare a fatica in sogno significa essersi smarriti e vivere quindi la sofferenza dell'essere smarrito. Questo semplice elemento del cammino difficile diventa la sintesi delle sofferenze. Facendo un'analisi accurata, sentiremo che ci smarriamo alla minima svolta, che ci facciamo prendere dall'angoscia alla più piccola strettoia. Nelle cantine del sonno ci stiriamo sempre: pigramente o dolorosamente.
Si possono comprendere meglio alcune sintesi dinamiche considerando le immagini consce. Così, nella vita da svegli, seguire una lunga gola o trovarsi all'incrocio di diverse strade suscita due angosce in qualche modo complementari. Ci si può addirittura liberare di una tramite l'altra. Iniziamo questo angusto cammino, così non esiteremo più; ritorniamo all'incrocio, così non saremo più trascinati. L'incubo del labirinto, però, somma queste due angosce e il sognatore vive una strana esitazione: esita nel mezzo di un unico cammino e diviene materia esitante, una materia che dura esitando. Sembra che la sintesi data dal sogno labirintico riunisca l'angoscia di un passato di sofferenza e l'ansietà per un avvenire di infelicità. L'essere è preso fra un passato bloccato e un avvenire ostruito, è imprigionato lungo il proprio cammino. Infine, strano fatalismo del sogno del labirinto, si ritorna talvolta allo stesso punto, ma non si ritorna mai sui propri passi. 


giovedì 4 giugno 2015

Nostalgia del comunismo e altro



Nostalgia canaglia
Blog, Twitter, Facebook e altri sfogatoi dove poter rimpiangere il comunismo e la Prima Repubblica
Francesco Cundari, Il Foglio quotidiano, 4 giugno 2015 =  L'articolo parla dello spazio occupato dai nostalgici su Facebook o in tv: "Sono stato iscritto al Pci" (7302 membri), "Facciamo rinascere il Pci" (23371), "Gazebo": tanti modi per fare i conti con il passato. La nostalgia sarebbe in realtà un'altra cosa, ossia il desiderio indefinito di un altrove



nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano: soffrire di n.; in quei ballabili remoti, scritti su vecchi rigidi dischi, s’annida il grumo indistinto della n. e della gelosia: di quanto si vorrebbe richiamare in vita e non si può, e di quanto invano si vorrebbe non fosse stato (Salvatore Mannuzzu); avere, sentire, provare la n. (una grande, profonda, intensa, acuta, struggente n.) del proprio paese, della patria, della casa, della famiglia. Quando assume forma patologica si chiama nostomania (v.). Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati. (Treccani.it)



























Filippo Rossi
Quando la nostalgia è postmoderna
http://www.ideazione.com/settimanale/5.cultura/89_06-06-2003/89rossi.htm



... Una cosa è certa: la nostalgia è un sentimento che non ha bisogno di un oggetto per essere vitale. Anzi. Quando la nostalgia si ritrova la palla al piede di un oggetto – una famiglia, una patria, un’identità, una terra, un passato – si appesantisce, si snatura, tradisce se stessa. E’ il ritorno impossibile che diventa una scommessa, un azzardo. Ed infatti sfogliando le mille pagine che hanno raccontato il sentimento più umano che esista, la nostalgia per il futuro sembra quella più autentica, più vera, più profonda. Sin dal primo eroe nostalgico raccontato dalla letteratura occidentale: quell’Ulisse che – e non può essere un caso – viene da tutti considerato come il simbolo stesso di quaella tensione antropologica che sarà propria della modernità.

Ulisse: il primo dei nostalgici, il primo dei moderni. “L’Odissea, l’epopea fondatrice della nostalgia – scrive Milan Kundera ne L’ignoranza – è nata agli albori della prima cultura greca. Va sottolineato: Ulisse, il più grande avventuriero di tutti i tempi, è anche il più grande nostalgico”. Ulisse torna per non tornare, per non essere riconosciuto, per non riconoscere. Il ritorno di Ulisse è il suo viaggio, non è il suo approdo. Tanto è vero che Dante fa finire il suo Ulisse moderno non ad Itaca ma oltre le colonne d’Ercole, là dove l’uomo non avrebbe dovuto andare. “Non si ritorna mai – spiega Vladimir Jankélévitch – colui che ritorna, come il Figliol prodigo e come Ulisse, è già un altro… Se il desiderio del ritorno è il sintomo di una nostalgia chiusa, il disappunto che prende il nostalgico al ritorno e la smania infinita che segue questa delusione sono il sintomo di una nostalgia aperta… Lo scoglio di Itaca, quindi, è solo uno scalo provvisorio sulla via di un ritorno infinito… Una patria infinitamente lontana può essere raggiunta solo nella prospettiva di un viaggio interminabile”. Un viaggio senza fine non può che non pretendere una meta. Come ne Il racconto dell’Isola sconosciuta di Josè Saramago, interprete moderno della saudade lusitana, la meta del viaggio umano “è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi”. E’ così che la nostalgia diventa, per forza di cose, un sentimento aperto, che non può che ripudiare l’idea stessa di un’identità rigida e bloccata. La nostalgia, allora, come sentimento innovativo: “Al luogo che più non ci appartiene, al tempo già stato, e che più non torna – spiega Prete* – corrisponde, compenso o trascendente ricomposizione, l’altro luogo che niente può cancellare, l’altro tempo che niente consuma: nuova terra e nuovi cieli che sono la forma religiosa della nostalgia. Se, dal neoplatonismo alla gnosi cristiana, l’attesa e la speranza hanno radice in una lontanissima, perduta appartenenza forse è perché il sapere religioso modula in mille variazioni il fascino della più abissale congiunzione, quella che afferma: “l’origine è la meta””. Nostalgia del futuro, quindi, nostalgia che non guarda al passato, perché, come dice Jankélévitch, “la nostalgia è una melanconia umana resa possibile dalla coscienza, che è coscienza di qualcosa d’altro, coscienza di un altrove…”.




* Antonio Prete, Nostalgia, storia di un sentimento, Cortina, Milano 1992

sabato 20 dicembre 2014

Mark Twain in Italia

Cesare De Seta
Il disastroso viaggio di Mark Twain in Italia
la Repubblica, 5 marzo 2012

Quando Mark Twain, nel 1866, intraprende una crociera per l' Europa che lo porta per sei mesi in Francia, Italia e vicino Oriente ha poco più di trent' anni: non è ancora il celebre autore delle Avventure di Tom Sawyer, ma un letterato e giornalista affermato. Si prende una vacanza e senza alcun timor panico si diverte un mondo, con ironia e sarcasmo, nel mettere alla berlina usi e costumi dell' antico continente. Le pagine sull'Italia, ora proposte In questa Italia che non capisco, Mattioli 1885, nella traduzione di Sebastiano Pezzani, sono tratte da The Innocent Abroad (1869) e fanno pelo e contropelo alla letteratura di viaggio. In questa tradizione ci sono due cerniere essenziali: la fine del Grand Tour con le guerre napoleoniche, e l' irrompere di uno stuolo di viaggiatori dal Nuovo continente a partire almeno dalla metà dell' Ottocento. Twain non è certo il primo, ma il piglio delle sue notazioni sul Bel Paese sono una novità ed esse, dico subito, sono agli antipodi da quelle dei "pellegrini appassionati" alla Henry James. Twain non è affatto "innocente", ma ostenta un candida ignoranza di arte, architettura e storia italiana. Anzi è come infastidito da questo fardello della storia che affonda un paese che giudica senza veli: «Questo paese è in bancarotta. Non c' è una solida base per opere grandiose», e si riferisce alla rete ferrata e alla pomposità delle stazioni. Il suo spirito puritano lo fa gioire per la confisca dei beni della Chiesa, ma sulla folla di preti che incontra ovunque è feroce e tale sua indignazione è motivata dal fasto delle chiese e dei conventi. Ovviamente a Roma il suo anticlericalismo tocca l'acme, così come sul culto dell'Antico scrive pagine esilaranti sul Colosseo e i giochi gladiatori. La demistificazione dei luoghi comuni sembra essere la ricorrente cifra stilistica di queste pagine: inveisce contro le guide parlanti ("il pappagallo umano") e scritte, non risparmiando nessuna delle consacrate icone del viaggio in Italia. Ha un occhio vigile, spregiudicato, che gli consente d' apprezzare il modo di vivere delle classi agiate italiane, assai meno operose di quanto non siano quelle del suo paese. «In America andiamo di fretta». Sbarcato a Genova s'inoltra a notte fonda nei carrugi: «le case strette ai nostri fianchi sembravano più protese che mai verso il cielo» e la voce del silenzio lo affascina. Quando scrive di paesaggi i suoi sensi vibrano e le pagine sono sempre seducenti: sul lago di Como «ville sontuose imbiancate dal chiaro di luna risaltavano dal nutrito fogliame che giaceva nero e informe»; quando sale sul Vesuvio la città, illuminata dalle lampade a gas, gli appare come «un collier di diamanti che scintillano nell' oscurità lontana» ai margini dello «splendido golfo». Ma quando s' inoltra nel ventre della città la sua analisi è spietata, ma con autoironia aggiunge: «Qualcuno potrebbe pensare che io abbia dei pregiudizi. Forse è vero. Mi vergognerei di me stesso se non li avessi». S' indigna per "l'impostura" del miracolo di San Gennaro. Venezia è «finita preda della povertà, della trascuratezza e di una triste decadenza». Ma al chiaro di luna appare «ancora un volta la più sontuosa tra tutte le nazioni della terra». È infastidito dai chilometri di dipinti che attraversa a Firenze, dove tutto, gli vien detto, è opera di Michelangelo. Si vergogna di non avere un'educazione artistica, ma si giustifica dicendo che in America non è contemplata. Twain guarda all' Italia e alla sua civiltà con sentimenti contraddittori: l'attrae il contesto paesistico naturale e urbano che incontra di città in città, ma sente che queste sprofondano di giorno in giorno in un immobile passato; è infatti sgomento per lo spettacolo di decadenza, la diffusa miseria, l' alterigia delle classi dirigenti divise dal popolo e chiuse nel loro privilegio. Un senso sincero d' angoscia lo pervade per quanto cade sotto i suoi occhi: il marciume che invade i Fori a Roma, a Venezia l'olfatto è offeso dai fetori che salgono dai canali, lo spettacolo di Pompei lo affascina, ma anche l' avvilisce. Un paese l' Italia per il quale non c'è redenzione possibile, né riesce a vedere un futuro. Viaggio contropelo quello dell'americano, in taluni casi persino urticante, in pagine letterariamente raffinate che oscillano tra sarcasmo, ironia e comico.

giovedì 18 dicembre 2014

Hermann Hesse, Placidi occhi scuri

Donne italiane variamente ritratte
Hermann Hesse, Dall'Italia, Mondadori, Milano 1990

Giovedì (28 marzo 1901)
In albergo c'è una graziosa inglese rossa di capelli, altrimenti a Milano ho visto poche belle donne, in compenso bambibi incantevoli. [Più tardi, in Italia, ne ho incontrate altre di queste belle donne (non giovani!): figure alte, forme classiche e placidi occhi scuri dallo sguardo bello e indifferente che pare scaturire da immobili profondità. Solo chi ha una vita serena e un animo puro e ingenuo può possedere simili occhi, gli stessi che si vedono in certi ritratti italiani di Madonne.] Diario, pp. 46-47



Perugino, Madonna
Perugino, Maria Maddalena


Mercoledì (10 aprile 1901)

Madonna del Perugino + una Maddalena del P., una delle sue teste femminili più delicate, di una bellezza fragile eppure matura che nessuno dei Raffaello qui esposti riesce ad eguagliare


Raffaello, Madonna del cardellino

Filippo Lippi




Filippo Lippi, tondo Bartolini



Lunedì (15 aprile 1901)
Stasera sono stato [...] al teatro La Pergola dove davano La città morta di D'Annunzio con la Duse. [...] Nonostante l'eccellente allestimento complessivo, a imporsi erano l'interpretazione e la voce della Duse. La sua recitazione, anche quella delle mani, è favolosamente fine, sensibile e trascinante; la sua meravigliosa voce è capace di ogni sfumatura e riesce ad essere commoventemente infantile o far gelare il sangue nelle vene. La sua presenza sul palcoscenico è serrata, flessibile e, in ogni istante, di grande effetto plastico. [La sua bellezza sulla scena era di tipo greco, saffico. In alcuni momenti la voce acquistava una delicatezza magica e trasognata.]




Le donne di Ravenna, con sguardo profondo
e gesto mite, conservano
il sapere dei giorni
della città antica e delle sue solennità.
Le donne di Ravenna: profondo e sommesso
il loro pianto, come bambini acquetati.
E quando ridono sembra di sentire
l'allegra melodia di un testo triste.
Le donne di Ravenna: pregano come i bambini,
miti e appagate.
Posson dire parole d’amore
e loro stesse non sanno di mentire.
Le donne di Ravenna baciano
misteriose, profonde, e piene di abbandono.
E tutte loro null'altro sanno della vita
se non che dovremo morire.

domenica 23 giugno 2013

Il viaggio, la sosta, il ritorno

Claudio Magris
L'infinito viaggiare
Mondadori, Milano 2005







... Il viaggio dunque come persuasione. Forse è soprattutto nei viaggi che ho conosciuto la persuasione, nel senso dato a questa parola da Carlo Michelstaedter; quella vita autosufficiente, libera e appagata che Enrico, il personaggio del mio romanzo Un altro mare, insegue con autodistruttivo e vano accanimento. La persuasione: il possesso presente della propria vita, la capacità di vivere l’attimo, ogni attimo e non solo quelli privilegiati ed eccezionali, senza sacrificarlo al futuro, senza annientarlo nei progetti e nei programmi, senza considerarlo semplicemente un momento da far passare presto per raggiungere qualcosa d’altro. Quasi sempre, nella propria esistenza, si hanno troppe ragioni per sperare che essa passi il più rapidamente possibile, che il presente diventi quanto più velocemente futuro, che il domani arrivi quanto prima, perché si attende con ansia il responso del medico, l’inizio delle vacanze, il compimento di un libro, il risultato di un’attività o di un’iniziativa e così si vive non per vivere ma per avere già vissuto, per essere più vicini alla morte, per morire. Il viaggio incalzante e incalzato, imposto sempre più freneticamente dal lavoro e dalla sua necessaria spettacolarizzazione - specialmente a quel manager di se stesso e dello Spirito che è l’intellettuale, enfasi e caricatura del manager industriale -, è la negazione della persuasione, della sosta, del vagabondare; assomiglia piuttosto a quella eiaculazione precoce che Joseph Roth, riprendendo nel suo romanzo I cento giorni un pettegolezzo in materia riguardante Napoleone,attribuisce all’Empereur, il quale non vuol tanto fare all’amore, quanto averlo subito già fatto, sbrigato e liquidato. Il viaggio del conferenziere, tra un aeroporto o un albergo e l’altro, non è dissimile da questo orgasmo assillato. Ma quando viaggiavo nei vasti paesi danubiani o nei periferici microcosmi, avviandomi in una certa direzione, sempre disponibile a digressioni, soste e deviazioni improvvise, vivevo persuaso, come davanti al mare; vivevo immerso nel presente, in quella sospensione del tempo che si verifica quando ci si abbandona al suo scorrere lieve e a ciò che reca la vita - come una bottiglia aperta sott’acqua e riempita del fluire delle cose, diceva Goethe viaggiando in Italia. In un viaggio vissuto in tal modo i luoghi diventano insieme tappe e dimore del cammino della vita, soste fugaci e radici che inducono a sentirsi a casa nel mondo. C’è il viaggio al di là delle colonne d’Ercole e quello minimo di Pickwick alle sorgenti di Hampstead o quello da una stanza all’altra della propria abitazione, spedizione non meno avventurosa né meno ricca d’incanti e di rischi. I capitani fiumani e triestini di lungo corso che attraversavano gli oceani chiamavano beffardamente "capitan de cadin" (di catino) quelli che percorrevano solo piccoli tratti fra Trieste e l’Istria o tra Fiume e le vicine isole del Quarnero, ma anche in quel golfo la bora provoca tempeste in cui si può naufragare.Pure nei capitoli di questo libro si va agli antipodi ma anche nei microcosmi dei bisiachi o nei nanocosmi della Ciceria e il passo del viaggiatore vorrebbe assomigliare all’andatura di Lawrence Sterne. Viaggiare sentendosi sempre, nello stesso momento, nell’ignoto e a casa, ma sapendo di non avere, di non possedere una casa. Chi viaggia è sempre un randagio, uno straniero, un ospite; dorme in stanze che prima e dopo di lui albergano sconosciuti, non possiede il guanciale su cui posa il capo né il tetto che lo ripara. E così comprende che non si può mai veramente possedere una casa, uno spazio ritagliato nell’infinito dell’universo, ma solo sostarvi, per una notte o per tutta la vita, con rispetto e gratitudine. Non per nulla il viaggio è anzitutto un ritorno e insegna ad abitare più liberamente, più poeticamente la propria casa. Poeticamente abita l’uomo su questa terra, dice un verso di Hòlderlin, ma solo se sa, come dice un altro verso, che la salvezza cresce là dove cresce il pericolo. Nel viaggio, ignoti fra gente ignota, si impara in senso forte a essere Nessuno, si capisce concretamente di essere Nessuno. Proprio questo permette, in un luogo amato divenuto quasi fisicamente una parte o un prolungamento della propria persona, di dire, echeggiando don Chisciotte: qui io so chi sono.