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sabato 6 giugno 2026

La bellezza, una poesia di Bonnefoy

Yves Bonnefoy

La Beauté

Suis-je belle, ô mortels,
Comme un rêve de pierre? Non, ce n’est pas
Ce triste assentiment que j’attends de vous.
L’enfant pleure sur le chemin et je l’oublie,

Ne suis-je la beauté
Que parce que je flatte votre rêve?
Non, j’ai au fond de moi des yeux grand ouverts,
Je suis tapie, effrayée, je suis prête

À me jeter en avant, à griffer,
Ou à faire la morte si je sens
Que ma cause est perdue dans vos regards.

Demandez-moi d’être plus que le monde.
Souffrez que je ne sois que ce corps inerte,
Pansez-moi de vos vœux, de vos souvenirs.

*

La Bellezza

Sono bella, o mortali,
Come un sogno di pietra? No, non è
Questo triste assenso che mi aspetto da voi.
Il bambino piange sul sentiero e lo dimentico,

Sono la bellezza
Solo perché stuzzico il vostro sogno?
No, ho in fondo a me degli occhi spalancati,
Io sono nascosta, spaventata, sono pronta

A scagliarmi in avanti, a graffiare,
O a fare la morta se sento
Che la mia causa è persa nei vostri sguardi.

Chiedetemi di essere più del mondo.
Patite che io non sia che questo corpo inerte,
Curatemi con i vostri auspici, con i vostri ricordi. 

L’ora presente (Mondadori, 2013), trad. it. F. Scotto

LA BELLEZZA
 
 
Sono bella, o mortali,
come un sogno di pietra? No, non è questo
triste consenso che da voi mi aspetto.
Il bambino piange sulla strada e io lo dimentico.
 
Non sono io tale, io la bellezza    
solo perché blandisco il vostro sogno?
No, ho al fondo di me grandi occhi aperti,
sono battuta, spaventata, sono pronta
 
a gettarmi in avanti, a graffiare,
o fare il morto se io sento
che la mia causa è perduta ai vostri occhi.
 
Chiedetemi di essere di più del mondo,
soffrite che io sia solo questo corpo inerte,
e con i vostri voti, e ricordi, medicatemi. 
 
Traduzione di Roberto Mussapi

sabato 29 novembre 2025

Letture in sospeso


Annalena Benini
Cinque libri che non potete perdere

Il Foglio, 29 novembre 2025

"Il secondo sesso", Simone de Beauvoir (Il Saggiatore)

“Ho esitato a lungo prima di scrivere un libro sulla donna. L’argomento è irritante, soprattutto per le donne; e non è nuovo. La querelle del femminismo ha fatto versare molto inchiostro, ora è pressoché conclusa: non parliamone più. Tuttavia se ne parla ancora. E non pare che le enormi sciocchezze raccontate nell'ultimo secolo abbiano chiarito molto il problema. D’altronde c’è forse un problema? E qual è? Ci sono anche delle donne? Certo è che la teoria dell'eterno femminino conta ancora adepti; mormorano: ‘Perfino in Russia, loro restano sempre donne’; ma altre persone, ben informate – e talvolta anche le stesse – sospirano: ‘La donna si perde, la donna è perduta’. Non è più chiaro se esistano ancora donne, se esisteranno ancora, se dobbiamo augurarcelo oppure no, quale posto occupino in questo mondo, quale posto dovrebbero occupare. ‘Dove sono le donne?’, chiedeva di recente una rivista intermittente! Ma innanzitutto: cos'è una donna?”. Simone de Beauvoir ha cercato di dare una risposta a questa grandiosa domanda che sembra fatta apposta per determinarla in modo negativo. Simone de Beauvoir ha cercato di porre i problemi in modo corretto, come dice Cechov. Il secondo sesso è stato pubblicato in Francia nel 1949, in Italia nel 1961 dal Saggiatore, che adesso lo riporta in libreria in un’edizione magnifica, con una traduzione aggiornata e un bellissimo apparato fotografico che attraversa il Novecento.

“Mi sono irritata a volte durante qualche conversazione astratta, nel sentirmi obiettare dagli interlocutori maschili: ‘Lei pensa questa cosa perché è una donna’; ma io sapevo che la mia sola difesa consisteva nel rispondere: ‘Lo penso perché è vero’, eliminando con ciò la mia soggettività”. Questo libro va letto (riletto, anche per tutti quelli che fingono di averlo già letto) non perché spiega come si diventa una donna, va letto perché è vero.


“Saggisti italiani del Novecento” - A cura di Alfonso Berardinelli e Matteo Marchesini (Quodlibet)


“Le idee per un saggista sono come i personaggi per un romanziere. Non ci sono idee senza la loro durata; senza la storia drammatica, romanzesca, sotterranea del tempo impiegate a produrle”. Lo diceva Cesare Garboli, lo riporta Matteo Marchesini nel saggio introduttivo a questa antologia di saggi italiani pubblicata da Quodlibet. Che cos’è un saggio? Scrive Berardinelli che il saggio è “il genere dell’individualismo critico”. La forma del pensiero critico su base autobiografica e “in situazione”. E ha poco in comune con quanto editorialmente si intende per saggistica, in senso monotematico e settoriale. Allora ecco un’antologia di magnifici. decisivi saggi della nostra storia letteraria: centosei autori, a partire da due modelli, Gabriele D’Annunzio e Benedetto Croce, per chi riesce a mescolare autobiografia e teoria, dialogo e racconto, studio e critica. Luigi Einaudi, Bruno Barilli, Giuseppe Prezzolini, Alberto Savinio, Carlo Emilio Gadda, Eugenio Montale, Ignazio Silone con “Situazione degli ex”, Piero Gobetti, Carlo Levi, Soldati, Brancati, Norberto Bobbio con il ritratto di Leone Ginzburg, Elsa Morante, Anna Maria Ortese con “Il silenzio della ragione, Natalia Ginzburg, non solo con “Le piccole virtù”, ma anche con “Senza fate e senza maghi”: un caso del tutto particolare, scrive Marchesini, di prevalenza autobiografica nel saggismo: una sorta di teorizzazione “dal basso”, che ha costruito uno stile dall’inizio degli anni Sessanta del Novecento. E poi Raffaele La Capria, Fruttero & Lucentini con “I saccheggiatori”, fino a Patrizia Cavalli su Frida Kahlo, Walter Siti, Mariolina Bertini su Proust. “Come si vede in questa antologia, il saggio italiano novecentesco può essere descrittivo, narrativo, aforistico, analitico, satirico, filosofico, giornalistico, strettamente autobiografico e perfino diaristico: ma sempre impegnato nell’interpretazione critica della cultura e della vita sociale”. Millecinquecento pagine di meraviglia.


Harper Lee, “La terra del dolce domani” (Feltrinelli)


Harper Lee, che aveva trascorso parte della sua infanzia in Alabama in una casa accanto a quella di Truman Capote (leggevano anni prima dei loro coetanei, giocavano con le parole, scrivevano avventure) lavorò con grande impegno per diventare qualcuno. Il buio oltre la siepe diventò un successo e vinse il Pulitzer, vendette un milione di copie, poi dieci milioni e infine quaranta. Tutti volevano sapere qualcosa di Harper Lee, ma lei non diceva nulla. Questa è una “capsula del tempo”, scrive Casey Cep nell’introduzione: l’inizio della carriera di scrittrice, fin dal trasferimento a New York dove scriveva su 

una porta appoggiata sopra alcune cassette della frutta. C’è uno scritto in particolare, “Il Natale per me”, che racconta del determinante regalo di Natale che le hanno fatto degli amici, che le ha fatto New York. “A New York passavo la giornata, o parte di essa, a Manhattan con i miei amici più stretti. Si trattava di una famiglia giovane che, periodicamente, si trovava in condizioni economiche favorevoli”. Passavano il Natale insieme, facevano a gara a scambiarsi doni di poco valore, ma di grande creatività: il ritratto da trentacinque centesimi di un oscuro ecclesiastico inglese, le opere di un’aristocratica appena meno oscura. Quell’anno il regalo per Harper era una busta appesa all’albero di Natale. Dentro la busta, un foglio: “Hai un anno sabbatico per scrivere tutto quello che ti va. Buon Natale”. Quella coppia di amici stava scommettendo sul talento di Harper Lee. “Avevano messo da parte un po’ di soldi e pensavano che fosse arrivato il momento di fare qualcosa per me”. Cento dollari al mese per un anno, niente più impieghi nella prenotazione dei voli aerei, ma un tempo dedicato alla scrittura. Con quel regalo di Natale, Harper Lee ha scritto “Il buio oltre la siepe”.


"Album Morante", A cura di Emanuele Dattilo (Einaudi)


La curatela di questo album venne affidata, subito dopo il funerale di Elsa Morante, a Patrizia Cavalli, che negli anni ci ha lavorato molto: raccogliendo le fotografie, compilando una parte delle didascalie, mettendo insieme documenti, dati, persone. Ma come scrive Emanuele Dattilo, che ha proseguito la sua opera, “Patrizia aspirava a molto di più: voleva anzitutto sottrarre Elsa alla morte. voleva salvarla”. E’ possibile sottrarre qualcuno alla morte? si chiede Emanuele Dattilo, che ha cercato di restituire un’immagine di Elsa Morante mai riduttiva, mai letterale. Evocarla piuttosto che descriverla, cercare di rispondere alla domanda: come sei? Attraverso fotografie mai viste prima, manoscritti, lettere e documenti, copertine di quaderni d’infanzia e prove di quarte di copertina, cartoline, lettere e ricordi di famiglia, le foto dei palazzi in cui Elsa Morante è cresciuta. E Elsa Morante al mare, ragazzina come il suo Mondo salvato dai ragazzini, a Porto Ercole. Ci sono naturalmente le fotografie con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, ci sono i pranzi e le cene, gli amici, gli amori e i gatti di una fra i più grandi scrittori del Novecento. e ci sono le sue parole.

“Credo nell’ignoranza, nei sogni e nel delirio

credo in tutte le storie più prodigiose o idolatriche e in tutte le cose impossibili

Solo nella mia morte, io, non credo”.

Il mondo salvato dai ragazzini


“Fratelli d’Italia”, Alberto Arbasino, a cura di Giovanni Agosti (Feltrinelli)


I primi Fratelli d’Italia sono stati pubblicati nel 1963 da Feltrinelli: Arbasino aveva trentatré anni compiuti da pochi mesi: “un dato anagrafico da tenere sempre presente, non solo come fonte di ammirazione ma anche come pietra di paragone: quantità e qualità dei dati organizzati poeticamente e criticamente in un’epoca priva di ogni stampella elettronica. E quindi cultura e sensibilità, rigorosamente individuali, erudizione già sterminata e inconfrontabile a quella dei colleghi coetanei, paragonabile solo a quella di alcuni mostri sacri, già mitizzati e, in alcuni casi, più che benevoli verso di lui. Ma è da tenere presente anche il peso esistenziale di tutto uesto, autocontrollo incluso. Da quel critico, grande e spietato, che era, Pasolini aveva scritto che Arbasino ‘per qualche accidente ch’io non so, ha avuto amputati alcuni sentimenti, e ora se ne va per il mondo sempre allegro come un moncherino o un cane cieco’”. Dalla lunga, bellissima postfazione di Giovanni Agosti a questa nuova edizione di Fratelli d’italia, che si rivolge al lettore nuovo, “auspicabilmente giovane” (non come noi) scopriamo dettagli e liti editoriali, rotture di amicizie e sconfinate ammirazioni che hanno accompagnato, nei decenni, la grandezza di questo romanzo. Le accuse di Moravia, le tensioni con Bassani, le difese di Arbasino: “Un altro aspetto del romanzo è quello di essere sinistro e festoso insieme, frenetico e disordinato, tragico e farsesco. I miei personaggi discutono, parlano, corrono, si divertono, mangiano nel modo migliore, ma... finiranno tragicamente, in conclusione la sconteranno tutti”. Gli elogi di Pasolini, “un romanzo straordinariamente bello che gli asini in doppio petto della critica italiana non hanno preso in considerazione - terrorizzati”.

martedì 21 ottobre 2025

Trump, la febbre di un'epoca

Angela Calvini
Massini: "Trump è la nostra epoca"

Avvenire, 21 ottobre 2025

Massini, “Donald” apre idealmente una trilogia sul potere?

«Non proprio. I miei tre spettacoli (quest’anno Donald, l’anno prossimo Lo zar su Putin e poi quello su Xi Jinping) sono indipendenti, ma sì, parlano tutti di potere. Mi interessa capire come un singolo individuo riesca a incarnare la febbre di un’epoca. Quando decisi di lavorare su Trump, mai avrei pensato che, un anno dopo, il “trumpismo” sarebbe riesploso con tale forza. È quasi inquietante vedere quanto la realtà insegua la scena».
Si riferisce a episodi come la recente idea dell’arco di trionfo dorato a Washington?

«Esattamente. Pochi giorni fa ha mostrato i modellini di questo monumento alla stampa. Se lo avessi scritto io, mi avrebbero accusato di esagerazione. Per questo ho aggiunto un prologo allo spettacolo: dico al pubblico che tutto quello che sentirà è vero, documentato. Sembra inverosimile, ma ogni parola, ogni gesto, è stato raccontato da lui. Quella di Trump è una mitologia che si costruisce da sola, un processo di auto-narrazione che diventa mito collettivo».

È un personaggio che rappresenta il suo tempo o che lo ha generato?

«Entrambe le cose. È la creatura e al tempo stesso il demiurgo dell’epoca in cui viviamo. La politica non nasce mai nel vuoto: è il riflesso del corpo sociale. E questo vale anche per lui. Quando racconto figure come Trump o come Hitler in Mein Kampf, il pubblico spesso si irrigidisce: è più rassicurante pensare che il male abiti in un solo individuo. Ma il successo di questi uomini nasce da un riconoscimento, dal fatto che milioni di persone vedono in loro qualcosa di sé».

Cosa intende quando definisce Trump un “venditore di felicità”?
«Racconto nello spettacolo di quando, la prima notte nell’attico della Trump Tower nel 1983, si affacciò e vide gli uomini minuscoli come formiche. Disse: “Io vi prometto la felicità”. Lì c’è il suo vero prodotto. Non vende immobili, ma sogni. Come i grandi imprenditori simbolici del nostro tempo, non offre beni ma emozioni. E noi, le “formiche”, siamo complici, perché abbiamo bisogno che qualcuno ci prometta la felicità. È un meccanismo terribile e affascinante: non è solo lui, siamo noi».

Nel suo racconto la risata gioca un ruolo centrale. Il pubblico ride, ma poi si scopre coinvolto.

«Sì, perché all’inizio lo spettatore si diverte. Racconto episodi grotteschi del piccolo Donald: il bambino che truffa i compagni comprando banconote da 10 dollari a due dollari, l’adolescente che sogna di uccidere Frank Sinatra. Ma man mano che cresce, la risata si fa amara. Quando arrivo a citare le sue “dieci regole per conquistare le donne”, con quell’espressione indegna – “il sublime business del rimorchio alla bionda” – la sala continua a ridere, ma in modo diverso. Lì scatta qualcosa. Quella risata diventa consapevolezza».

Nella seconda parte lo spettacolo cambia tono anche visivamente.

«La scenografia, che all’inizio è neutra, comincia a trasformarsi, a impazzire: insegne, luci, scritte, flipper, fino a un’esplosione di oro e bulimia visiva. È l’apoteosi dell’eccesso, della fame insaziabile. Trump è l’uomo che non conosce il limite, che rilancia sempre. E mentre tutto si fa più grande e luminoso, il racconto si oscura. È lì che il teatro torna alla sua funzione originaria».

Il Trump che lei racconta si ferma prima della presidenza. Perché questa scelta?

«Perché mi interessava la genesi, non la cronaca. Mi fermo al momento in cui capisce che la politica può diventare la sua nuova impresa che lo salverà dalla bancarotta. È affascinato da Abramo Lincoln, che da giovane era un lottatore di wrestling: per lui quella è la chiave, il passaggio dal ring alla tribuna. Capisce che il potere è uno show. Il reality The Apprentice, di cui era protagonista, in fondo, è la più lunga campagna elettorale della storia americana: tredici anni di televisione per costruire l’immagine dell’uomo che decide, che vince, che non sbaglia mai».

Trump come simbolo della polarizzazione contemporanea?

«Assolutamente. I social hanno trasformato la comunicazione in un’arena di schieramenti: ti seguo o ti cancello, ti metto il like o ti elimino. Non c’è più dialogo, ma appartenenza. Trump incarna perfettamente questo meccanismo: o sei con me o contro di me. È l’espressione politica di un linguaggio ormai quotidiano. In questo senso non è solo un politico, ma una metafora dell’Occidente connesso e diviso».
Il pubblico è affascinato dal suo tono che resta leggero, quasi da cantastorie, anche quando parla di temi terribili.
«È una scelta precisa. La leggerezza è una trappola: permette di far passare il pensiero senza che te ne accorgi. Se dicessi tutto con toni drammatici, lo spettatore si difenderebbe. Ma se lo racconto con un sorriso, quelle parole gli entrano sotto pelle. È lo stesso meccanismo che usavo in Lehman Trilogy: la leggerezza come veicolo del tragico».

“Donald” è lo spettacolo di punta del Teatro della Toscana, di cui lei è direttore artistico, che è stato declassato da teatro nazionale trovandosi al centro di polemiche politiche. Come le vive?

«Con dispiacere, ma anche con serenità. In Toscana le recenti elezioni regionali hanno accentuato la tensione e qualcuno ha voluto colpire me, ma in realtà ha colpito Firenze, una città che è un simbolo culturale mondiale. Ma resta la risposta del pubblico: Donald è sold out ovunque, e tornerà al Piccolo l’anno prossimo. Questo, più di tutto, mi commuove. La prossima stagione del Teatro della Toscana sarà una stagione che vuole aprirsi, includere, respirare. Ci sono registi che non la pensano come me, e questo è un bene. C’è Shakespeare accanto a Cechov, Pirandello accanto al teatro contemporaneo, tutto quello che deve esserci in un teatro pubblico.

lunedì 23 giugno 2025

La lingua come una maschera





La montagna magica

da  | Mar 23, 2016 | Nuovi Argomenti

... E dunque, nell’ultima notte di Carnevale, quando il sovvertimento dei ruoli è lecito, seppur momentaneamente, indossando una maschera, durante una festa organizzata dai pazienti del sanatorio – ci troviamo alla fine del quinto capitolo – Hans, rivolge per la prima volta la parola a madame Chauchat, dopo sette mesi di soli sguardi. E sarà questo il dialogo che prelude all’unico momento di passione del giovanotto con la bella e sinuosa slava, dopo il quale, sorprendentemente, Castorp tornerà ad assumere il suo atteggiamento rinunciatario, come se niente fosse accaduto tra di loro.

«Devi sapere che per me è come un sogno – le dice – stare seduto qui insieme a te… comme un rêve singulièrement profond, car il faut dormir très profondément pour rêver comme cela».

Con uno scarto geniale, Mann ha cominciato a far parlare Hans non nella sua lingua, il tedesco, ma in francese, come se il personaggio per addentrarsi nei pericolosi territori dell’eros avesse bisogno di un lasciapassare che lo liberasse da qualsiasi remora, e gli procurasse la necessaria, audace libertà. E tutta la conversazione tra i due avviene in questa lingua straniera, in una zona franca, per così dire, dando all’intera scena un tono effettivamente onirico. Non sorprende dunque che Hans Castorp confessi di avere l’impressione di sognare. Per Hans, infatti, parlare in francese è come «parlare senza parlare», senza responsabilità, o, per l’appunto, «come parliamo in sogno». Ed è in questo sogno «particolarmente profondo» che finalmente riesce a dichiarare il suo amore, dapprima in maniera spontanea e passionale – «ti amo, ti ho amata sempre, perché sei il “tu” della mia vita, il mio sogno, la mia sorte, la mia voglia, il mio eterno desiderio» – e poi, sempre in francese, la lingua del sogno, dopo aver celebrato «i luoghi deliziosi del corpo umano» e la festa immensa delle carezze, lanciandosi nella più originale e fisica e ricercata dichiarazione mai pronunciata: «Sì, mio Dio, lasciami sentire l’odore della pelle della tua rotula, sotto la quale l’ingegnosa capsula articolare secerne il suo olio scivoloso. Lasciami toccare devotamente con la bocca l’arteria femorale che batte sul davanti della tua coscia e che si divide, più in basso, nelle due arterie della tibia! Lasciami respirare l’esalazione dei tuoi pori ed esplorare la tua peluria, immagine umana d’acqua e albumina, destinata all’anatomia della tomba, e lasciami morire, con le mie labbra sulle tue».

Hans Castorp non avrebbe mai potuto dire queste frasi nella sua lingua. Ha avuto bisogno di un velo, come il lenzuolo che copre i volti degli amanti di Magritte. Perché per essere liberi di amare davvero abbiamo sempre bisogno di nasconderci dietro qualcosa, che sia un velo, una maschera, una lingua straniera. Ma soprattutto perché, come dice madame Chauchat a un certo punto del suo onirico dialogo in francese con Hans Castorp, tra i lustrini e le maschere del Carnevale, «è più morale perdersi e perfino lasciarsi distruggere, che conservarsi».

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Chat Gpt

nel romanzo La montagna incantata Hans Castorp e Clavdia Chauchat si baciano?
ChatGPT ha detto:

Nel romanzo La montagna incantata (Der Zauberberg) di Thomas Mann, Hans Castorp e Clavdia Chauchat non si baciano esplicitamente in una scena reale. Tuttavia, ci sono momenti carichi di tensione erotica e affettiva tra i due, e un'importante scena onirica in cui Hans sogna un'unione con Clavdia.

Più precisamente:

  • Non c'è un bacio esplicito nella realtà del sanatorio. Il rapporto tra Hans e Clavdia resta ambiguo, intellettuale e fortemente idealizzato, tipico del tono simbolico e metafisico del romanzo.

  • Nel capitolo del Carnevale ("Walpurgisnacht"), i due hanno un momento di maggiore vicinanza, durante una festa mascherata. In quel contesto ambiguo e notturno, si avvicinano molto, e si intuisce che possano aver avuto un contatto fisico, ma Mann non descrive mai un bacio in modo diretto e realistico.

  • Inoltre, Hans sogna Clavdia in una delle sue visioni febbrili e oniriche. In questo sogno, il desiderio represso si esprime in modo più libero, ma anche lì l’unione non è rappresentata in modo realistico o erotico nel senso convenzionale.

In sintesi: no, non si baciano davvero nel senso letterale, ma il romanzo è denso di desiderio, simbolismo e ambiguità. Thomas Mann lascia volutamente il loro rapporto in una zona sospesa tra realtà, sogno e sublimazione.

domenica 1 giugno 2025

I sogni, quintessenza della vita


Noi siamo della stessa stoffa di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve esistenza si esaurisce nel volgere di una dormita. (William Shakespeare, La tempesta, IV,I) 

Carl Gustav Jung
Analisi dei sogni. Seminario tenuto nel 1928-30
Traduttore Luciano Perez
Bollati
Boringhieri, Torino 2003

Dottor Jung Signore e signori, l'analisi dei sogni è il problema centrale del trattamento analitico, perché è il mezzo tecnico più importante per aprire una via d'accesso all'inconscio. Come sapete, l'oggetto principale di questo trattamento è riuscire a cogliere i messaggi dell'inconscio. Il paziente, di solito, va dall'analista perché si trova in un vicolo cieco, in un cul de sac, da cui sembra non ci sia via d'uscita, e suppone che invece il medico la conosca. Se il medico è onesto, ammette di non conoscerla neanche lui. Ma i medici talvolta non lo sono: appena centocinquant'anni fa, i medici erano ciarlatani che giravano per le fiere a cavar denti, a operare guarigioni miracolose ecc., e quest'atteggiamento, al giorno d'oggi, regna ancora in una certa misura nella professione medica: tra gli esseri umani ci son sempre dei disonesti! In analisi dobbiamo stare molto attenti a non presumere di saper tutto del paziente o di conoscere la via d'uscita dalle sue difficoltà. Se il medico dice al paziente quale pensa potrebbe essere il suo problema, il paziente segue i suggerimenti del medico e non sperimenta sé stesso. I suggerimenti possono funzionare per un po', ma poi, quando il medico è lontano, il paziente crolla, perché non è in contatto con sé stesso; non vive secondo le proprie modalità, ma secondo quelle del medico. Deve quindi tornare dal medico per nuovi suggerimenti, e dopo un po' la cosa diventa insopportabile per entrambi. È importante che il medico ammetta di non sapere; allora entrambi sono pronti ad accettare i fatti imparziali della natura, le realtà scientifiche. Le opinioni personali sono giudizi più o meno arbitrari e possono essere tutte sbagliate, non siamo mai sicuri di essere nel giusto. Dovremmo quindi rivolgerci ai dati forniti dai sogni. I sogni sono fatti oggettivi. Non rispondono alle nostre aspettative e non siamo noi a inventarli; se si ha l'intenzione di sognare determinate cose, si scopre che è impossibile.

Noi sogniamo i nostri problemi, le nostre difficoltà. C'è un detto: lo sposo non sogna mai la sposa. Questo succede perché la possiede davvero; la sogna soltanto più tardi, quando ci sono problemi, e allora, di solito, è ormai la moglie. Non siamo assolutamente in grado d'influenzare i nostri sogni, e non è necessariamente l'ambiente reale a fornire il materiale del sogno. Anche quando succede qualcosa di veramente importante o affascinante, spesso nei nostri sogni non ce n'è traccia. Quand'ero in Africa, ero molto deluso del fatto che nell'intera serie dei miei sogni non ci fosse traccia dell'Africa, nonostante le esperienze più straordinarie; non un solo sogno con uno scenario africano e con dei negri: salvo una volta, dopo tre mesi, ma il negro risultò essere un barbiere che, ricordai più tardi, mi aveva tagliato i capelli a Chattanooga (in America).

I sogni sono indipendenti, in modo assai singolare, dalla nostra coscienza, e sono estremamente preziosi, perché non possono barare. Sono tanto difficili da interpretare quanto sono stati sempre difficili da interpretare i fatti della fisiologia. Proprio come, per fare una diagnosi di cuore, fegato, reni ecc., è richiesta una tecnica seria, così dobbiamo elaborare una tecnica seria al fine di interpretare i fatti imparziali dei sogni. Non c'è alcun dubbio sull'imparzialità dei fatti, ma molti dubbi sull'interpretazione dei fatti stessi, e quindi ci sono una quantità di punti di vista, per esempio quello freudiano. Non posso discutere qui i vari metodi, posso soltanto sottoporvi il materiale onirico. Cercheremo di elaborarne insieme l'interpretazione, e potrete fare delle congetture. I sogni scelti per la discussione sono i comuni sogni di un mio paziente, perché dai sogni comuni s'impara di più. I sogni più interessanti sono pieni di emozioni, ma sono più facili da capire di quelli di minore importanza.

martedì 15 aprile 2025

Arthur Rimbaud, Ofelia

 


Ofelia

I

Sull’acqua calma e nera dove dormono le stelle
Come un grande giglio fluttua la bianca Ofelia,
Fluttua lentamente, stesa nei lunghi veli…
– Si sentono nelle selve lontane grida di caccia.

Sono più di mille anni che la triste Ofelia
Passa, bianco fantasma, sul lungo fiume nero;
Sono più di mille anni che la sua dolce follia
Mormora una romanza alla brezza della sera.

Il vento le bacia il seno e dispiega in corolla
I grandi veli cullati mollemente dalle acque;
Rabbrividendo i salici piangono sulla sua spalla,
Sull'ampia fronte sognante s’inclinano i fuscelli.

Sgualcite, le ninfee sfiorate le sospirano intorno;
A volte lei risveglia, in un ontano che dorme,
Un nido donde s'alza un breve fremer d’ali:
– Un canto misterioso scende dagli astri d’oro.

II

O pallida Ofelia! bella come la neve!
 Così, moristi bambina, da un fiume rapita!
– Perché i venti dalle alte vette di Norvegia
Ti avevano parlato dell’aspra libertà;

Perché un soffio, torcendo la tua gran capigliatura,
Allo spirito sognante recava strani fruscii;
Perché il tuo cuore ascoltava il canto della Natura
Nei lamenti dell’albero e nei sospiri della notte;

Perché l’urlo dei mari folli, immenso rantolo,
Frantumava il seno fanciullo, troppo dolce e umano;
E un mattino d’aprile, un bel cavaliere pallido,
Povero pazzo, muto sedette ai tuoi ginocchi.

Cielo! Amore! Libertà! Quale sogno, o povera Folle!
Per lui ti scioglievi come neve al fuoco:
Le tue grandi visioni ti strozzavano la parola
– E l'Infinito terribile sconvolse il tuo azzurro sguardo!

III

– E il Poeta dice che ai raggi delle stelle
Vieni a cercare, la notte, i fiori che cogliesti,
E che ha visto sull’acqua, stesa nei suoi lunghi veli,
La bianca Ofelia come un gran giglio fluttuare.

29 aprile 1870

I

Sur l’onde calme et noire où dorment les étoiles
La blanche Ophélie flotte comme un grand lys,
Flotte très lentement, couchée en ses longs voiles…
– On entend dans les bois lointains des hallalis.

Voici plus de mille ans que la triste Ophélie
Passe, fantôme blanc, sur le long fleuve noir.
Voici plus de mille ans que sa douce folie
Murmure sa romance à la brise du soir.

Le vent baise ses seins et déploie en corolle
Ses grands voiles bercés mollement par les eaux;
Les saules frissonnants pleurent sur son épaule,
Sur son grand front rêveur s’inclinent les roseaux.

Les nénuphars froissés soupirent autour d’elle;
Elle éveille parfois; dans un aune qui dort,
Quelque nid, d’où s’échappe un petit frisson d’aile:
– Un chant mystérieux tombe des astres d’or.

II

Ô pâle Ophélie! belle comme la neige!
Oui, tu mourus, enfant, par un fleuve emporté!
– C’est que les vents tombant des grands monts de Norwège
T’avaient parlé tout bas de l’âpre liberté;

C’est qu’un souffle, tordant ta grande chevelure,
À ton esprit rêveur portait d’étranges bruits;
Que ton cœur écoutait le chant de la Nature
Dans les plaintes de l’arbre et les soupirs des nuits;

C’est que la voix des mers folles, immense râle,
Brisait ton sein d’enfant, trop humain et trop doux;
C’est qu’un matin d’avril, un beau cavalier pâle,
Un pauvre fou, s’assit muet à tes genoux!

Ciel! Amour! Liberté! Quel rêve, ô pauvre Folle!
Tu te fondais à lui comme une neige au feu:
Tes grandes visions étranglaient ta parole
– Et l’Infini terrible effara ton œil bleu!

III

– Et le Poète dit qu’aux rayons des étoiles
Tu viens chercher, la nuit, les fleurs que tu cueillis;
Et qu’il a vu sur l’eau, couchée en ses longs voiles,
La blanche Ophélie flotter, comme un grand lys.

Ophélie, nonostante il suo spiccato carattere di esercitazione (perfettamente riuscita, stavolta, e sviluppata in modo tra fra romantico e simbolista), è la composizione più convincente del giovane Rimbaud. (Ivos Margoni)

lunedì 20 gennaio 2025

Dalle Baleari a Parigi, un romanzo



Gabriella Bosco, Dalle ceneri di guerra risorge il romanzo del collaborazionista
La Stampa Tuttolibri, 20 gennaio 2025

Scrittore di qualità, giornalista assiduo, critico cinematografico attento, Robert Brasillach fu convinto sostenitore del nazifascismo, antisemita e ideologicamente collaborazionista, e per queste ragioni dopo la guerra fu condannato a morte, De Gaulle respinse una domanda di grazia firmata anche da molti intellettuali d'altra sponda politica, e venne fucilato il 6 febbraio 1945.


Questo va ricordato, nell'accingersi a presentarne un'opera, una delle sue migliori,
Il tempo che fugge. Va ricordato, come quando si parla, si legge o si scrive di Céline. Non che i due autori siano sullo stesso piano o paragonabili. Diversissimi. Ma entrambi sono dei "casi", dal punto di vista di scelte ideologiche impossibili che si accompagnano a un'opera letteraria importante. Di Céline, Malraux disse che era umanamente una carogna, come scrittore un genio. Ma bisogna anche ricordare che Céline, che pure pagò variamente per le sue opinioni, non fu ucciso.

Brasillach, che era nato il 31 marzo 1909, aveva 35 anni quando venne fucilato. Il tempo che fugge è il romanzo della (sua) giovinezza, delle illusioni di una stagione apparentemente eterna e che invece finisce per chiunque, lasciando però strascichi indelebili di sogno. Protagonisti sono René e Florence, entrambi rimasti orfani da piccoli e che, allevati insieme in un'isola delle Baleari, trascorrono la più onirica delle infanzie. L'ambientazione, dal punto di vista cronologico, è spostata leggermente indietro rispetto a quella reale dell'autore, in modo tale che alcuni sprazzi storici possano trovare posto come segnali del tempo facendo da contraltare alle passeggiate sulla battigia dei due bambini in compagnia della curiosa cugina Françoise, più grande, che si occupa di loro per qualche mese l'anno, dell'asina e del fenicottero che con loro formano la compagine dei fedelissimi.
A narrare la storia dei due protagonisti è una voce in prima persona, nella finzione romanzesca un amico designato come testimone da René, e che sente il dovere di riportare tutto quello che ha saputo a posteriori della loro vita.
Presentiamoli con le parole dell'autore: «L'ultimo anno che passarono nell'isola, René aveva sedici anni e mezzo, Florence uno di meno. (..) Li immagino volentieri a quell'epoca: René già grande, magro e dorato con i suoi capelli neri arruffati sulla fronte bruna, Florence saggia e riccioluta, con il suo visino di angelo toscano, la sua aria da ragazzo testardo, il suo piccolo naso, le sue labbra dolci».
Viene la seconda tappa, che vede René da solo a Parigi, dove è andato per studiare e dove scopre il teatro, il mondo degli illusionisti e poi la magia del cinema, nella cui avventura, agli esordi, viene coinvolto. Da quel momento la crescita è rapida, le tappe si susseguono. Il servizio militare per lui, le prime vicende amorose, l'arrivo anche di Florence a Parigi, il loro ritrovarsi, adesso che il contesto non è più quello fatato dell'isola. Gelosie, tradimenti, reali o sospettati, sullo sfondo dello scorrere di un tempo che continua però a durare diversamente da quello di tutti. Fino alla decisione di sposarsi, come fosse un destino che ha unito i due da sempre e al quale non hanno voluto né saputo sottrarsi.
Il viaggio a Toledo, dopo le nozze, contiene il racconto, sempre riportato ma in maniera sottilmente impudica, dell'unione fisica tra René e Florence, forse la più lunga scena d'amore mai letta, il clou del romanzo, il suo mistero, il misterioso compiersi di un periplo.
Dopo il ritorno dalla Spagna, e dopo la nascita di un figlio, il racconto non può che degradarsi. La guerra travolge tutto. Qui forse, per questo capitolo della storia, il confronto con Il viaggio al termine della notte può reggere. In particolare le pagine nelle quali il conflitto è visto metaforicamente attraverso la morte dei cavalli. E poi attraverso quella degli amici, dei nemici, e attraverso la presa d'atto dell'insensatezza anche da parte di chi ha creduto che la guerra potesse rappresentare "un viaggio", anzi una fuga (dalle responsabilità).
Il capitolo finale vede Florence madre, quarantenne, sola con il figlio Jacques, nel quartiere parigino di Vaugirard, dove ha trovato lavoro come rilegatrice e poi, imparato il Braille, a trascrivere libri per ciechi. L'io narrante, l'amico testimone, dà allora spazio a sé stesso, al proprio vivere nei quartieri popolari della capitale francese, negli anni Venti, la Parigi dei capelli corti e delle esposizioni cubiste, e lo sguardo sulla vicenda si fa via via compassionevole e si apre alla malinconia. Ritornando poi, ad anello, sulle illusioni e l'amore adolescenziale, quando Jacques incontra Geneviève e riproduce a sua insaputa, in piena Parigi, l'isola dei suoi genitori quando erano ragazzi. «Un'estetica della giovinezza», quella di Brasillach, secondo Riccardo Paradisi che firma la postfazione al volume. Ma anche della volontà di leggerezza, continuamente distrutta, e ciò nonostante incessantemente riproposta, sullo sfondo di una figura paterna assente, vera chiave di volta del romanzo. Anche se René, alla fine, torna.
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Robert Brasillach (1909-1945) fu giornalista e critico militante, saggista, ma soprattutto romanziere (Le voleurs d’étincelles, 1932; L’enfant de la nuit, 1934; Le Marchand d’oiseaux, 1936; Comme le temps passe, 1937; La Conquerante, 1942; Six heures à perdre, 1953, edizione italiana, Sei ore da perdere, Settecolori, 2023). L’attrazione della rivoluzione fascista (insieme con i miti corneilliani), si tradusse in lui in quel singolare romanzo che è Le sept couleurs (1939, traduzione italiana, I sette colori, SE, 2019). Alla liberazione, nel 1944, venne processato e condannato a morte per collaborazionismo. Una domanda di grazia indirizzata al generale de Gaulle e firmata da molti intellettuali rimase senza effetti: Brasillach fu fucilato il 6 febbraio 1945.

Collana Di là dal fiume e tra gli alberi
Traduzione Ketty Della Valle
Postfazione Riccardo Paradisi
Euro 22,00 / Pagine 350
ISBN 9791281519305
Uscita 20 novembre 2024

Robert Brasillach fu anche autore di Léon Degrelle et l'avenir de Rex (Plon, Paris 1936).
 A distanza di un quarto di secolo, Cinabro Edizioni ripropone, in una nuova veste, Léon Degrelle e l’avvenire di Rex di Robert Brasillach, scritto nell’autunno del 1936, quando, da poco e in modo apparentemente imprevisto, sulla scena politica del Belgio irrompe un nuovo partito con un suo giovane capo. Il poeta e l’uomo d’azione, quasi coetanei. Degrelle era nato il 15 giugno 1906 e Brasillach il 31 marzo del 1909 – uniti dall’amore per la giovinezza, intesa quale amicizia e gioia di vivere e, senza dubbio e fino all’ultimo, intesa quale fierezza e speranza. Il primo indossò l’uniforme sul fronte dell’Est, il secondo si armò della potenza evocativa della parola. Ma, come ci ricorda Mario Michele Merlino, prefatore anche di questa seconda edizione dell’opera, per uno strano scherzo del destino, mentre il poeta Brasillach venne fucilato dai suoi compatrioti a guerra finita, l’uomo d’azione Degrelle riuscì a passare in Spagna dove si stabilì per il resto della sua vita. Questo breve saggio è dunque la narrazione evocativa dell’incontro di due strade, di due destini, di due giovani, attratti inesorabilmente da un unico comune sentire.

https://machiave.blogspot.com/2024/10/degrelle-dal-fascismo-al-nazismo.html


lunedì 12 agosto 2024

Montale impressionista

 


George Steiner
Nel castello di Barbablu. Note per la ridefinizione della cultura. Conferenze in memoria di T.S. Eliot (1970), trad. di I. Farinelli, SE, Milano 1990
 
… queste sono solo vaghe congetture. Non è retorico ripetere che, al punto in cui ci troviamo, i modelli precedenti della cultura e della realtà sono di scarso aiuto. Persino il termine Note è troppo ambizioso per un saggio sulla cultura scritto in quest’epoca. Al massimo, si può cercare di mettere a fuoco certe perplessità. La speranza può essere racchiusa proprio in questo piccolo esercizio. “Un guscio spinto dal vento, finito”, dice Ezra Pound dell’uomo e di se stesso, maestro errante della nostra epoca, quando si approssima il ritorno:

Un guscio spinto dal vento, finito,
ma la luce canta eterna
fuoco fatuo su paludi
dove l’alga sussurra al mutar della marea.

°°°

Eugenio Montale, Barche sulla Marna,  Le Occasioni 1928-1939

Felicità del sùghero abbandonato
alla corrente
che stempra attorno i ponti rovesciati
e il plenilunio pallido nel sole:
barche sul fiume, agili nell’estate
e un murmure stagnante di città.
Segui coi remi il prato se il cacciatore
di farfalle vi giunge con la sua rete,
l’alberaia sul muro dove il sangue
del drago si ripete nel cinabro.
Voci sul fiume, scoppi dalle rive,
o ritmico scandire di piroghe
nel vespero che cola
tra le chiome dei noci, ma dov’è
la lenta processione di stagioni
che fu un’alba infinita e senza strade,
dov’è la lunga attesa e qual è il nome
del vuoto che ci invade.

Il sogno è questo: un vasto,
interminato giorno che rifonde
tra gli argini, quasi immobile, il suo bagliore
e ad ogni svolta il buon lavoro dell’uomo,
il domani velato che non fa orrore.
E altro ancora era il sogno, ma il suo riflesso
fermo sull’acqua in fuga, sotto il nido
del pendolino, aereo e inaccessibile,
era silenzio altissimo nel grido
concorde del meriggio ed un mattino
più lungo era la sera, il gran fermento
era grande riposo.
                              Qui… il colore
che resiste è del topo che ha saltato
tra i giunchi o col suo spruzzo di metallo
velenoso, lo storno che sparisce
tra i fumi della riva.
Un altro giorno,
ripeti – o che ripeti? E dove porta
questa bocca che brùlica in un getto solo?
La sera è questa. Ora possiamo
scendere fino a che s’accenda l’Orsa.

(Barche sulla Marna, domenicali, in corsa
nel dì della tua festa).

Il pessimismo è trasparente, la poesia è marcata, nelle sue strutture portanti, da un richiamo al vuoto, non ci sono dubbi. Questo è forse il Montale più leopardiano che è dato incontrare ("il momento di leopardismo più organico in Montale", Mengaldo). Il viaggio in barca o lo scorrere del fiume sono metafore della vita che va verso il nulla. Non è però questo l’unico filo conduttore del discorso. C’è uno splendido idillio iniziale e in chiusura della terza strofa prende forma una immagine della felicità niente affatto giocata sull’esplosione del desiderio, come avveniva in Baudelaire, ma più contemplativa e estatica. “Il sogno è questo”… è una espressione perfetta dell’armonia con il mondo: occorre di rado, nella vita, ma quando si palesa converte il presente immediato nell’eterno. (Giovanni Carpinelli