giovedì 24 settembre 2026

Il segretario di Sartre

Luca Scarlini
Jean Cau, il ritrattista specializzato in incontri-scontri

il manifesto, 20 settembre 2026

Lo sguardo sarcastico e disincantato di Jean Cau ha potuto posarsi sulla Parigi degli intellettuali del dopoguerra da un punto di osservazione privilegiato: giornalista e reporter, dal 1946 al 1957 fu segretario personale di Jean-Paul Sartre (dal quale si distanziò per le proprie posizioni politiche, divenute via via più conservatrici), e conobbe da vicino Gaston Gallimard, che gli diede la possibilità di vedere da vicino molti degli scrittori collezionati nel suo catalogo. Degli incontri-scontri di cui Cau fu testimone o protagonista, una personale antologia è offerta dagli Esercizi di memoria, datati 1985 e ora editi da Settecolori – che tre anni fa aveva pubblicato Il popolo, la decadenza e gli dei – nella vivace traduzione di Giovanni Acuto (pp. 242, € 23,00).

Una precisa idea di scrittura, memorialistica e caustica, sostiene il testo: «Quando li ho evocati, alcuni ricordi che credevo morti si sono risvegliati. Altri si sono rifiutati di uscire dalla loro tomba. Molti mi hanno supplicato di lasciarli dormire. Ringrazio quelli che hanno accettato di rivivere e lascio gli altri riposare in pace». Il libro inizia con una sequenza di ritratti politici (Mitterrand, Giscard d’Estaing, Kruscev), e approda alla letteratura, dove la penna di Cau dà il meglio: il sesto capitolo mette in scena Gallimard (che l’autore apparenta a un bravo  mugnaio: «forse per via della sottilissima forfora che brillava sul colletto della sua giacca sempre scura?»), patron dell’editoria francese di cui vengono registrati i giudizi taglienti: detesta Malraux («un guitto, un fanfarone. A volte funziona, però…»); ricorda Gide, che in veste di «papa, ma cinese» disturba la proiezione della prima parigina di Citizen Kane; maligna sull’epopea di Boris Vian («certi miti sono come la maionese dei ristoranti a prezzi stracciati: meno uova ci sono e più la si fa montare»); passa, prevedibilmente, da Jean Cocteau, il quale «punta il dito indice parafulmine quando parla “male” di un “mondo” che adora, e ha una risata che echeggia, aspra, con un rumore di raganella, una risata acuta, secca, rotta, crudele, elegante»; approda a Raymond Queneau, «un’enorme foca buona, catturata senza alcuna resistenza sulle banchise verdi della Normandia dal trapper Gaston Gallimard, anch’egli nativo di quel profondo nord, mangiava attentamente quarti di manoscritti nel suo minuscolo ufficio della NRF. Sulla porta, il nome – per me sacro – dell’animale».

Lampeggiano anche sprazzi di avanguardia: Tzara, avarissimo in vecchiaia, e Artaud, dopo la liberazione dal manicomio, che: «all’improvviso iniziava a emettere gemiti lunghi e profondi e a graffiare il tavolo con le unghie». Brillante, e cinico, è il galop finale su Sartre, di cui analizza l’incapacità totale di tenere i soldi che riceve da Gallimard, o dalla Società degli Autori, quando vanno in scena le sue commedie.

Cau non fu soltanto aspro polemista: un altro suo libro esce opportunamente da Oaks Editrice, che ripropone a distanza di molti anni dalla edizione Mondadori la traduzione di Roberto Cantini di La pietà del cielo (pp. 250, € 24,00), premiato con il Goncourt nel 1961, quando Cau aveva appena trentasei anni. Il romanzo intreccia le conversazioni di quattro ergastolani rinchiusi in cella, volgendo in modo drammatico il meccanismo narrativo del Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre. Il Dottore è colui che pungola gli altri e orchestra il discorso: con lui Alex, Eugène e Match, tutti accomunati dall’aver commesso un omicidio. Come sottolinea Giovanni Sessa, che firma l’introduzione del volume, il tema principale è la sconfitta della verità,  l’impossibilità di affermare una visione comune del reale, che viene smantellata pezzo per pezzo nei dialoghi in cella: più che dialoghi, sono  veri e propri scontri, nel riportare i quali – tanto nella prosa narrativa quanto in quella giornalistica – la penna di Cau dava evidentemente il meglio.

Nessun commento:

Posta un commento