sabato 12 settembre 2026

Gli Etruschi

Carlo Franco
Gli Etruschi dal fascismo al marxismo, studi e fortuna

il manifesto, 6 settembre 2026

Ormai è chiaro. Non basta più chiedersi «Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?» – la domanda va estesa: «Qui nous délivrera des Étrusques?». Domani, forse, anche altre genti reclameranno un posto nella formazione dell’Italia, antiqua mater immaginata: frattanto, il momento di Celti e Veneti è già passato. È un fatto, dunque, che dalle grandi mostre toscane del 1985, a quella veneziana del 2000, fino al successo dei bronzi di San Casciano nel 2022, il mondo etrusco stia occupando in Italia uno spazio pubblico visibile, che di tempo in tempo giunge fino alla divulgazione televisiva (quella seria: La straordinaria storia dell’Italia antica, 1983). In corrispondenza, attiva è anche la riflessione storiografica. Grandi ‘classici’ come L’arte degli etruschi. Produzione e consumo di Mauro Cristofani (Einaudi 1978) e la Storia degli Etruschi di Mario Torelli (Laterza ’81) hanno avviato un ripensamento importante interdisciplinare, che ha coinvolto archeologi e storici. Verso la ricerca storica è andato di recente Il mito della prima Italia. L’uso politico degli etruschi tra fascismo e dopoguerra di Andrea Avalli per Viella (vd. «Alias-Domenica», 21 luglio 2024).

Marie-Laurence Haack, dopo aver condotto e promosso stimolanti ricerche sulla presenza etrusca nella cultura moderna, cura gli atti di un convegno tenuto nel 2021 ad Amiens, che mette a fuoco una stagione intensa e produttiva: Rouges Étrusques Marxisme et étruscologie au XXe siècle (Giorgio Bretschneider Editore, pp. XXVI-244, € 89,00). Studi etruschi si conducono per tutto in Europa: ma al centro di questo libro è soprattutto l’Italia. E non perché (salvo localismi tosco-umbri) si voglia dire «nos ancêtres les Etrusques».

La costruzione della moderna «italianità», incerta e ondivaga, prima e dopo l’Unità, ha chiamato in causa il mondo etrusco in modi differenti, giacché mossa talora da convinzioni più ideologiche che scientifiche. Non a torto: il ‘senso’ dell’Italia preromana è tema storiografico dibattuto almeno dai tempi dei neoclassici Niebuhr e Micali. Di volta in volta, si sono visti gli etruschi come toscani, italiani, e perfino come proto-europei, o invece come una presenza ‘coloniale’, portata da migranti allogeni: impossibile, in tal caso, fare degli italiani i loro «tardi nipoti», come scriveva un archeologo un secolo fa. Sul piano artistico, l’ansia romantica di «originalità» vide soprattutto la produzione etrusca come troppo dipendente da modelli greci, perché vi si potesse riconoscere l’impronta del «genio italico».

Una svolta notevole si verificò nel secondo dopoguerra, quando all’etruscologia si applicarono problematiche e schemi marxisti, nella teoria e talora nella prassi. Ne venne segnata fortemente una generazione di studiosi, di livello molto alto, a cominciare da Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), la cui ricerca non lineare fu marcata da una Palinodia (1942): influente fu anche l’opera di Emilio Sereni. Specialmente considerata qui è la figura di Mario Torelli (1937-2020), allievo di Massimo Pallottino, poi vicino a Bianchi Bandinelli: archeologo di vasta prospettiva, tenne insieme lo scavo e lo studio, portando nei suoi lavori i quesiti del materialismo storico, l’analisi delle forme sociali, economiche e politiche, e insieme una formazione «tecnica» estesa e solidissima.

La stagione dell’etruscologia «rossa» mosse dalla lettura di Gramsci, poi da pagine di Marx, finalmente corroborate delle Formen, su cui si lavorò intensamente. Fu particolarmente vivace dagli anni sessanta agli anni ottanta del secolo scorso, e significativa ne è l’influenza negli studi successivi. Si formò un gruppo di studiosi, inizialmente riuniti intorno alla rivista «Dialoghi di archeologia», con l’esigenza di prendere le distanze da prospettive «borghesi» ritenute contaminate dal fascismo: tuttavia, definire le università italiane del tempo «in molti casi ancora dominate da professori di origine fascista, in particolare negli studi di storia e archeologia dell’antichità» (p. 195) appare eccessivo.

Nei primi tempi, per vari motivi, la nuova prospettiva suscitò reazioni avverse: quasi si trattasse di marxisti archeologi, e non invece di archeologi marxisti che ebbero sempre saldo il metodo. Essi infatti rispettarono una delle memorabili Regole del giuoco nello studio della storia antica enunciata da Arnaldo Momigliano (1974): «Erodoto non diventa un documento di lotta di classe perché lo studia uno storico marxista». Così la ricerca sull’arte e la società etrusca, pur considerando i rapporti di produzione oltre allo studio delle forme, costruì ricerche solidissime, aperte a fecondo dialogo interdisciplinare con storici e altri antichisti. L’impegno a tenere insieme la tecnica e la prospettiva «politica», la tensione verso un marxismo non dogmatico come «strumento di ricerca storica» (Coarelli) garantì una vivacità di dibattito e una ricchezza di risultati, oggi difficilmente immaginabili. La prospettiva politica non era debordante (p. 131), né escludeva temi di critica d’arte, come mostra il dibattito sul carattere ‘astratto’ o invece ‘realistico’ della produzione etrusca.

Il dibattito ebbe momenti di rilievo anche fuori d’Italia: in URSS gli studi incontrarono qualche difficoltà ideologica, legata anche a questioni razziali; in Francia, invece, sorse una specie di etruscologia «di destra», entro uno sguardo conservatore vivo ben dopo la fase di Vichy. Con bizzarre coincidenze: chi valorizzava i coloni francesi in Africa argomentando che erano eredi di quelli romani attingeva al repertorio fascista italiano del «Ritornando dove già fummo» (in Francia, il marxismo suscitò soprattutto studi di storia greca, con riflessi anche italiani).

Che l’etruscologia sia stata (e sia ancora) una scienza politica ritiene Haack in un contributo su Etruscologia e ideologia nel XX secolo, apparso nel 2024. Il tema torna, in prospettiva più larga, nella ricerca di Stefano Bruni Gli Etruschi e la cultura italiana dal Re Buono alla presidenza Einaudi (Edizioni ETS, pp. XIX-226, € 30,00): un libro ricco di materiali e riflessioni ponderate, purtroppo stroppiato da refusi (la didascalia «erifinnero», oscura più della lingua etrusca, accompagna l’immagine di un chiudilettera del 1950 con l’immagine della chimera: p. 164, fig. 2.100). La periodizzazione di Bruni, differente da quella di Haak, riflette una differente impostazione del problema. La prospettiva di metodo è molto netta. Al centro è il rigetto (che fu già in Bianchi Bandinelli) dell’archeologia come «evasione», e degli Etruschi come popolo dei «misteri». Lo si vede dalle pagine iniziali, in cui si rintraccia la faticosa conquista di uno sguardo storico sull’arte e la civiltà etrusche, quando lo storicismo tedesco ottocentesco subentrò all’erudizione degli antiquari nostrani. Il cammino percorso negli ultimi due secoli è enorme: nel 1828 Karl Otfried Müller descriveva l’arte etrusca come «una pianta estranea che il suolo e il clima non hanno prodotto e non possono sostenere; muore quando cessa l’influenza straniera». Tanto pesava in Germania il condizionamento della mitizzata cultura ellenica.

Due grandi arcate compongono il volume: una sulla presenza del tema etrusco nella cultura italiana fino al 1936, l’altro sulla ‘fortuna’ della Chimera di Arezzo. Questo sguardo molto largo verso il «caleidoscopio» etrusco è sorretto da ricca documentazione di immagini (che restituiscono le diramazioni di reperti più o meno famosi entro le arti anche minori), e da una amplissima documentazione bibliografica, che restituisce la dimensione del lavoro svolto, dalle monografie ai saggi scientifici, dalle riviste d’arte ai cataloghi di esposizioni: ed è giusto così, per ribadire che gli studi classici esigono ancora la conoscenza delle ricerche pregresse (prassi oggi distrutta dal presentismo bibliografico).

Pagine di grande interesse ripercorrono la ‘fortuna’ dell’Apollo di Veio nella ricerca, nella divulgazione, nelle differenti riproduzioni: è il più famoso reperto etrusco rivisitato nell’arte novecentesca. Fu prescelto da Margherita Sarfatti per la copertina del catalogo di Novecento italiano (1926), mentre la Chimera veniva rivisitata in opere di Cambellotti, Martini o Romanelli, e divenne nel dopoguerra l’icona di Arezzo. La riflessione di Bruni sull’etruscologia fascista guarda oltre le pubblicazioni ‘tecniche’, e considera la varia rifrangenza dei differenti ‘fascismi’, a componente «clericale-monarchica, liberal-conservatrice e… “di sinistra” con atteggiamenti anticapitalistici» (p. 42).

Ne viene tra l’altro un riuscito ripensamento di momenti centrali, come il Congresso etrusco del 1926: in una fase in cui gli studi sul mondo antico, anche specialistici, erano estesi anche a un pubblico più largo, per consapevole scelta politica (anche se l’interpretazione della lingua etrusca non arrivò allora a risultati decisivi, come s’attendeva il cosiddetto Duce). Lo sforzo che in momenti diversi fu fatto per inserire la Chimera e poi l’Apollo nella storia dell’arte italiana ricorda che il tema era politico, in qualche modo, già prima del Ventennio. Lo ricordano i numerosi letterati che attinsero all’immaginario etrusco: compreso l’accorto e abile D’Annunzio (né solo per il suo «mare etrusco/ pallido verdicante/ come il dissepolto/ bronzo dagli ipogei»). Ogni lettore curioso troverà nel libro spunti e agnizioni stimolanti.

P.S. Quanto al quesito iniziale. Tra le finte restaurazioni classiche di un improbabile ministro, procede rapida la cancellazione dello sguardo storico su greci, romani (ed etruschi) dalla memoria culturale italica. Li sostituisce non già la storia globale (come credono a Viale Trastevere), ma il culto della Tecnica, o peggio. Considerando il presente, e le prospettive del futuro, gli antichi sono un porto confortevole da cui non giova per nulla essere liberati (persino quando l’antichità appare in rumorose e violente reinvenzioni filmiche anglosassoni).

Nessun commento:

Posta un commento