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sabato 20 settembre 2025

Il non so che e il quasi niente

 


Jean-Louis Jeannelle  
Vladimir Jankélévitch, disponibile al presente

Le Monde, 26 febbraio 2023

Ostile alle ideologie e ai sistemi che avevano dominato la vita intellettuale per decenni, Vladimir Jankélévitch (1903-1985) denunciò, in un'intervista rilasciata due anni prima della sua morte, una filosofia che "non parla né al cuore né all'immaginazione ", opponendole un altro modo di pensare, che designò con il termine, tanto svalutato, di "saggezza". Una saggezza, tuttavia, senza aldilà, senza valori propugnati e senza regole di vita. Piuttosto, un'arte del paradosso, un modo di mantenere una disponibilità aperta al presente. "Il mio sistema ", dichiarò nella stessa intervista, ripresa nel bellissimo "Cahier de L'Herne" che ora gli è dedicato, "è non averne uno. Il mio sistema è il quasi, il quasi-nulla o il quasi-qualcosa".

Si oppose dunque all'approssimazione delle strutture? È vero che questa parola, come molte altre nel linguaggio comune, divenne un concetto sotto la sua penna. Ciononostante, Jankélévitch seppe sempre evitare la vaghezza e la posa, il fuligginoso e il dogmatico. Filosofo la cui attenzione alle sfumature rende la lettura impegnativa, il suo oggetto (fedele in questo all'eredità di Bergson) era l'esperienza del tempo, colta sia nel flusso irreversibile che nell'istante inedito, questo "quasi nulla della durata" in cui tutto può essere giocato.

L'ambiguità e l'opportunità, il giovane normalien, prima nell'agrégation e futuro titolare della cattedra di filosofia morale alla Sorbona (dal 1951 fino al suo pensionamento nel 1975), visse l'amara esperienza quando, nel 1940, fu doppiamente licenziato: prima come figlio di immigrati russi (suo padre fu il primo traduttore di Freud in Francia), poi come ebreo. Al cursus honorum universitario seguirono la Resistenza a Tolosa e la rivelazione dell' "imprescrittibile" , concetto applicato alla Shoah, a cui dedicò una rubrica su Le Monde (3-4 gennaio 1965). In assoluta segretezza – la nota che scrisse sulla sua vita durante la guerra si trova nel "Cahier" – Jankélévitch continuò tuttavia il manufatto centrale della sua opera: il Traité des vertus, iniziato a metà degli anni Trenta e pubblicato nel 1949 (Bordas), dimostrando così la coerenza di questo pensiero che attraversò la guerra.

La questione del perdono, orizzonte di ogni moralità

Nel 1933, la sua "tesi complementare", più importante, come spesso accadeva, della cosiddetta tesi "principale" dell'epoca, affrontava già la questione della cattiva coscienza. Infatti, pur essendo anche un filosofo della gioia, Jankélévitch affronta la morale attraverso un elemento primitivo della vita spirituale: l' "irreversibilità del tempo ", al centro di diversi articoli di questo "Cahier de L'Herne". Il flusso ininterrotto e definitivo del tempo conferisce alle nostre azioni il loro carattere irrevocabile: se il risultato dell'atto compiuto è riparabile, l'individuo non può abolire il fatto stesso di aver fatto ciò che ha fatto, perpetuato dalla memoria. Quindi la libertà è solo un mezzo potere o un potere unilaterale: ogni decreto è revocabile, ma non l'atto di aver decretato; ogni crimine può essere corretto, ma non annullato. Si può misurare l'importanza, per Jankélévitch, della questione del perdono, orizzonte di ogni moralità e sfida all'irrevocabilità del male commesso.

La vita morale non è più una questione di principi, situata nel cielo dei valori, ma un'esigenza permanente, una questione di buona volontà: costretta a tracciare una strada mai tracciata e a perseguire un movimento costantemente minacciato di ricadere nell'affettazione o nell'alibi. Se tutti devono quindi contribuire, è perché, "anche nel regno della giustizia, tutti avrebbero ancora bisogno di gentilezza e generosità ". C'è una sola regola, enunciata in Le Je-ne-sais-quoi et le Presque-rien (PUF, 1957; nuova edizione Seuil, 1980) e ricordata da uno dei collaboratori del "Cahier": "Tutto è semplice se c'è il cuore: si possono pronunciare invano le parole della carità, se non c'è il cuore, non c'è nulla".

"Non so che" la frase è tratta da Il Cortegiano di Baltasar Gracián (1601-1658), e designa questo surplus che la ragione rimane impotente a spiegare. È esemplare dello stile filosofico di Jankélévitch, fertile di neologismi o di sostantivazioni inaspettate, come questa "primultimità" che traduce il fatto che, nel nostro rapporto con il tempo, "ogni 'tempo' è allo stesso tempo primo e ultimo" .

Divenuto inseparabile dal suo pensiero, il "non so che" lo colloca perfettamente nella tradizione moralista, anche se, all'aforisma che definiva una "verità insulare" , Jankélévitch preferiva il flusso di un testo che testimoniava una forza oratoria. Non è forse agli occhi del moralista che le relazioni umane siano approssimative, mescolate a fattori imponderabili, resistenti all'astrazione? Speranza, rimorso, noia o nostalgia: tante esperienze che presuppongono, per essere comprese con finezza, di avere il garbo. O il tatto di un filosofo che suonava il pianoforte ogni giorno e definiva la musica come una "temporalità incantata" , carica di affetti, ma priva di significato precostituito. 

https://www.lemonde.fr/livres/article/2023/02/26/vladimir-jankelevitch-disponible-au-present_6163354_3260.html?search-type=classic&ise_click_rank=2

Punti di riferimento

1903 Vladimir Jankélévitch nasce a Bourges.

1922 Entra all'École Normale Supérieure.

1926 Laurea in filosofia.

1931 Primo libro: Henri Bergson (Alcan).

1939 Ravel (Rieder).

1940 Fu licenziato dal servizio civile perché ebreo. Si rifugiò a Tolosa sotto falsa identità fino alla fine della guerra.

1947 Il male (Arthaud).

1951 Gli viene assegnata la cattedra di Filosofia morale alla Sorbona.

1957 Il Non-so-che e il Quasi-nulla (PUF); nuova edizione rivista da Seuil nel 1980.

1966 La Morte (Flammarion).

1974 L'irreversibile e la nostalgia (Flammarion).

1975 Ritiratosi, tenne un seminario fino al 1979.

1981 Il paradosso della morale (Seuil).

1985 Muore a Parigi.


"Vladimir Jankélévitch. Il fascino irresistibile del Non-so-che", di Françoise Schwab

Per lungo tempo, Vladimir Jankélévitch ha occupato un posto nel pensiero francese se non marginale – titolare della prestigiosa cattedra di Filosofia Morale alla Sorbona per quasi trent'anni, impegnato nel dibattito pubblico, incarnava per molti una figura di saggezza familiare – quantomeno troppo indipendente per fondare una scuola. Non sventoliamo il "non so che" o il "quasi niente" come una bandiera. Non ci schieriamo dietro la sottigliezza e il dubbio. Ma a volte ci ritorniamo anni dopo, un tono, una voce persistono, e tale è il miracolo che si verifica per quest'opera singolare, ora regolarmente ripubblicata, oggetto di numerose tesi, tradotta in tutto il mondo.

È questa presenza rinnovata che Françoise Schwab intende cogliere nella sua biografia di Jankélévitch. Non si tratta solo di introdurre la filosofia di Jankélévitch e di delineare il contesto della sua genesi, compito che assolve senza fallo. Françoise Schwab cerca di cogliere qualcos'altro, qualcosa di più intangibile: una presenza, appunto, lo stile di vita e il pensiero di un uomo che filosofava "respirando profondamente , ironicamente, senza affettazione, naturalmente" , nel "tentativo di riascoltare [le sue] parole" .

In una breve postfazione, racconta il legame che aveva con Jankélévitch, di cui fu allieva. Questo libro vibrante testimonia questa amicizia, che, dice, le ha cambiato la vita. Soprattutto, ne trasmette la forza e la fecondità. Florent Georgesco

"Vladimir Jankélévitch. Le charme irrésistible du  Je-ne-sais-quoi", di Françoise Schwab, Albin Michel, 396 pag., 23,90 €

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https://machiave.blogspot.com/2017/07/vladimir-jankelevitch-filosofo-del-non.html
https://machiave.blogspot.com/2013/03/la-verita-la-grazia-il-silenzio.html

lunedì 10 luglio 2017

Vladimir Jankélévitch, filosofo del non so che




Roberto Esposito, La filosofia del non so che  Jankélévitch esploratore del pensiero quotidiano, la Repubblica, 10 febbraio 2012

In una stagione, come questa, caratterizzata dalla assoluta incertezza delle prospettivee quasi da un'inafferrabilità di ciò che sta al fondo dell' esperienza quotidiana, il pensiero di Vladimir Jankélévitch, espressamente rivolto alle figure del non-so-che e dell' incompiuto torna ad interpellarci. "Un lampo... poi la notte! - O fuggitiva beltà,/ per il cui sguardo all' improvviso sono rinato,/ non potrò vederti che nell' eternità?/ In un altro luogo, ben lontano di qui, e troppo tardi, mai forse!/ Perché ignoro dove fuggi, e tu non sai dove io vado". E' difficile trovare qualcosa che, più di questi versi di Baudelaire, dedicati A una passante (in I Fiori del male), restituisca l' ispirazione e la tonalità di fondo del filosofo, di cui, a pochi mesi di distanza da Il non-so-che e il quasi-niente, esce adesso, sempre da Einaudi, e ancora a cura e con una intensa introduzione di Enrica Lisciani Petrini, Da qualche parte nell' incompiuto.
Nelle pagine iniziali del libro- costituito da una lunga intervista fattagli dall' allieva e scrittrice Béatrice Berlowitz - , il filosofo descrive l' Occasione come un lampo fuggitivo, una traccia inafferrabile, una stella cadente che scompare nel momento stesso in cui si accende. In essa la novità irrompe, improvvisa, nel teatro del mondo, per poi esplodere in mille frammenti. Per afferrarla prima che si dissolva, bisogna attendere l' attimo propizio, anticipandola nei suoi movimenti repentini come il cacciatore con una velocissima preda. E' perciò che all' Occasione ci si avvicina sulla punta dell' anima - afferma Giovanni della Croce -, sapendo che difficilmente tornerà a battere una seconda volta alla nostra porta. E tuttavia non si deve scambiare quest' attenzione all' aspetto instabile delle cose, al rincorrersi abbagliante e caduco delle apparenze, con una sorta di relativismo etico.
L' intera vita di Jankélévitch sta a dimostrare il contrario. Iscritto nel 1940 al Front populaire, quando vengono promulgate le leggi razziali in Francia il filosofo ebreo-francese di origine russa entra in clandestinità per battersi nella Resistenza. Dopo la guerra il suo impegno, sempre nella sinistra, non viene mai meno, per trovare nel Sessantotto una nuova occasione di militanza, fino alla battaglia in difesa dell' insegnamento della filosofia nei Licei.
E allora? Come conciliare l' eleganza impalpabile, la seduzione dello charme, la leggerezza di una scrittura aderente fino alle più intime fibre al carattere chiaroscurale dell' esistenza, con la dura intransigenza etica delle sue scelte e anche con un testardo rigore filosofico? La curatrice italiana del libro lo spiega richiamandosi al plafond bergsoniano di Jankélévitch: considerando, come fa appunto Bergson, l' intera realtà un flusso temporale in continuo mutamento, egli esclude che si possa accedere all' essenza ultima delle cose, che resta così imperscrutabile ed ineffabile. Ma proprio per questo, all' interno dell' unico mondo in cui si snoda la nostra vita abbiamo piena libertà di comportamento e dunque tutta la responsabilità delle nostre azioni. Naturalmente, essendo la realtà stessa costituita da un tessuto mobile, sfrangiato e plurale, anche il nostro atteggiamento non potrà essere definito da un rigido schema normativo, dovrà tenere conto di situazioni diverse, aderendo alle infinite pieghe della vita come di volta in volta ci si presenta. Da qui non solo il rifiuto di ogni imperativo categorico di matrice kantiana, ma anche la dichiarata sintonia con un sociologo del quotidiano come Simmel - su cui si veda la recentissima monografia di Antonio De Simone, Conflitto e società (Liguori). Ciò che li unisce è una medesima sensibilità per i fenomeni più ordinari, pulviscolari, dell' esistenza - il tutto-il-giorno di tutti i giorni, come egli stesso si esprime. Al suo fondo vi è il rifiuto di ogni pretesa di conoscere l' intero significato di ciò che si sta facendo, della vita effettiva colta nel suo semplice farsi.
Se si chiede all' acrobata come fa a mantenersi sulla punta della guglia di Notre-Dame, egli perderà l' equilibrio e si schiaccerà al suolo, come la farfalla che, avvicinatasi troppo al fuoco, rischia di diventare un pizzico di ceneri. Ciò non vuol dire, per Jankélévitch, chiudersi nel recinto dell' assoluta immanenza - come accade, invece, a Deleuze lungo l' altra filiera che si origina da Bergson. Non a caso resta forte in lui il richiamo alla mistica ebraica, spagnola ed anche russa. Lo stesso tema del "non-so-che" è, del resto, riconducibile a quell' Angelus Silesius che in uno dei suoi primi distici del Pellegrino cherubico, scrive "Ciò che sono non lo so ancora, ciò che so, non lo sono più". Il punto da cogliere, per penetrare nel nucleo più intimo del discorso di Jankélévitch, in una forma che lo accosta ad autori altrettanto eterodossi come Georges Bataille e Michel Leiris, è che la sfera del mistico,o del sacro, non trascende il piano del quotidiano, ma fa tutt' uno con esso (si veda, di Leiris, lo straordinario testo Il sacro nella vita quotidiana, ora in Il collegio di sociologia, Bollati Boringhieri 1991). E' così che tutte quelle che possono sembrare delle aporie non sono altro che la paradossale convergenza dei contrari sottesa all' intera riflessione di Jankélévitch. Essi, tutt' altro che escludersi, o ricomporsi in una sintesi dialettica, si coappartengono, fino a costituire l' uno il cuore segreto dell' altro. Così accade, nella sfera dell' etica, per il rapporto, apparentemente antinomico, tra l'
esperienza del perdono e l' irredimibilità della colpa.
Una volta fatto, il male non si cancella: nulla può portare in vita l' esistenza violata o distrutta, come quella del popolo ebraico nel genocidio. Da questo punto di vista il crimine è in sé imperdonabile. Ma proprio ciò che è in sé imperdonabile sfida il perdono a toccare il suo margine più estremo, come un amore non ricambiato è, più di ogni altro, il "puro amore" - atto di dedizione assoluta, senza condizioni o ricompense. E' la stessa relazione contraddittoria che lega in un unico nodo musica e silenzio. Non soltanto la musica è circondata, scandita, inaugurata dal silenzio. Nel suo fondo inascoltato, è silenzio essa stessa. La musica vive del silenzio, come nei pianissimo di Albéniz, nei passaggi tonali di Debussy, nelle battute mute di Liszt. In queste pagine su musica e silenzio, musicali anche esse, Jankélévitch dà il meglio di se stesso. Il silenzio è origine, materia e fine della musica. Un respiro tacito che la penetra e l' avvolge spingendola oltre se stessa verso quell' ineffabile che esprime il mistero stesso della vita. E che altro è, la vita, per venire all' ultimo contrasto, se non insieme il contrario e il luogo elettivo della morte. Più che ciò che resiste alla morte, come ancora sosteneva il grande medico Bichat, la vita è ciò che resiste a qualcosa che è essa stessa. Essa è la prima contraddizione da cui tutte le altre provengono. Perciò l' immagine minacciosa dello scheletro con la falce è insieme errata e giusta. La morte non è un drago che aggredisca la vita dall' esterno, ma una forza della vita che, senza dirci come, dove e quando, nasce al suo interno fino ad inghiottirla nel suo vuoto di senso.


http://machiave.blogspot.it/2013/03/la-verita-la-grazia-il-silenzio.html 
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domenica 7 giugno 2015

Jung, Il richiamo dell'Ombra


Che cosa è l'Ombra? E perché è così importante fare i conti con essa? L'ombra nella psicologia junghiana è il nostro lato oscuro, ciò che di noi preferiamo non sapere, che rigettiamo e che rispunta nei sogni. L'ombra è l'altro quando diventa il ricettacolo di problemi da noi trascurati. Da qui il successo di coppie antagonistiche nelle quali tutto il bene sembra stare da una parte (la nostra) e tutto il male dall'altra (a noi estranea): ebrei/palestinesi, destra/sinistra, welfare/neoliberalismo, ladri/persone oneste, indagati/incensurati, e via elencando.
Le persone oneste esistono, beninteso, e i ladri anche. Ciò che non va è l'ossessione della purezza. Quando scatta la scelta pura, totale e assoluta, per gli esclusi non c'è scampo. Tutto diventa chiaro, al di là di ogni verifica nei fatti. Per esempio non si può essere ladri per una volta. O nazisti e per altri versi brave persone come Schindler. E la facilità con cui tanti fenomeni reali e complessi finiscono da una parte sola diventa inesorabile come un destino ormai compiuto. 

In termini più strettamente filosofici il tema è affrontato da Vladimir Jankélévitch nel volume Il puro e l'impuro  su cui si può vedere http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3752061 



C.G. Jung
Gli archetipi dell'inconscio collettivo
Bollati Boringhieri, Torino 1998, pagg. 38-40


Chi guarda nello "specchio" dell'acqua vede per prima cosa, è vero, la propria immagine. Chi va verso se stesso rischia l'incontro con se stesso. Lo specchio non lusinga; mostra fedelmente quel che in lui si riflette, e cioè quel volto che non mostriamo mai al mondo, perché lo veliamo per mezzo della Persona, la maschera dell'attore. Ma dietro la maschera c'è lo specchio che mostra il vero volto. Questa è la prima prova di coraggio da affrontare sulla via interiore, una prova che basta a far desistere, spaventata, la maggioranza degli uomini. Infatti l'incontro con se stessi è una delle esperienze più sgradevoli, alle quali si sfugge proiettando tutto ciò che è negativo sul mondo circostante.
Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito: ha perlomeno fatto affiorare "l'inconscio personale". Ma l'Ombra è parte viva della personalità e vuole vivere con lei sotto qualche forma. Non è possibile impedirle di esistere con argomenti, né con altrettanti argomenti la si può rendere anodina. Questo problema è estremamente difficile poiché non soltanto mette in causa l'uomo intero, ma gli ricorda al tempo stesso la sua miseria e la sua incapacità.
Le nature forti - o dovremmo piuttosto dire deboli? - non amano sentirsi porre questo problema; preferiscono quindi escogitare un qualche eroico "al di là del bene e del male", e tagliano il nodo gordiano invece di scioglierlo. Ma presto o tardi il conto deve essere saldato e siamo costretti a confessare a noi stessi che esistono problemi assolutamente insolubili con i nostri soli mezzi.
Una simile ammissione, che ha il vantaggio di essere onesta, sincera e reale, permette di porre la base di una reazione compensatoria dell'inconscio collettivo; ecco che adesso ci sentiamo inclinati a prestare orecchio a un'idea utile o a percepire pensieri cui prima non permettevamo di formularsi. Faremo magari attenzione ai sogni che si presentano in quei momenti o rifletteremo a certi fatti che ci accadono proprio allora. Se si assume una simile posizione, forze soccorritrici che sonnecchiano nella natura umana più profonda si destano e intervengono, poiché miseria e debolezza sono l'esperienza eterna e l'eterno problema dell'umanità, al quale esiste anche un'eterna risposta; altrimenti l'uomo sarebbe già da tempo perito.
Quando si è fatto tutto quello che si poteva fare, non rimane altro che quello che si potrebbe ancora fare, se si sapesse. Ma quanto sa di se stesso l'uomo?
A quel che ci dice l'esperienza, ben poco. Perciò rimane ancora molto spazio per l'inconscio. [...] L'incontro con se stessi significa anzitutto l'incontro con la propria Ombra. L'Ombra è, in verità, come una gola montana, una porta angusta la cui stretta non è risparmiata a chiunque scenda alla profonda sorgente.




 



















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Un rifiuto dell'Ombra c'è anche nell'hegeliana anima bella, così preoccupata di restare avvolta nella sua perfezione da vedere nel rapporto con il mondo una caduta. Nella Genealogia della morale (1887) Nietzsche è stato ancora più severo. Ha visto nell'ideale ascetico un espediente per camuffare la volontà di potenza. La vita respinta viene destinata alla corruzione e al degrado. I puri di cuore, le anime belle mentre si rifugiano nella loro virtù restano uomini del risentimento, sono animati da un sotterraneo spirito di vendetta contro coloro che incarnano la ricchezza e la potenza della vita. 

giovedì 4 giugno 2015

Nostalgia del comunismo e altro



Nostalgia canaglia
Blog, Twitter, Facebook e altri sfogatoi dove poter rimpiangere il comunismo e la Prima Repubblica
Francesco Cundari, Il Foglio quotidiano, 4 giugno 2015 =  L'articolo parla dello spazio occupato dai nostalgici su Facebook o in tv: "Sono stato iscritto al Pci" (7302 membri), "Facciamo rinascere il Pci" (23371), "Gazebo": tanti modi per fare i conti con il passato. La nostalgia sarebbe in realtà un'altra cosa, ossia il desiderio indefinito di un altrove



nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano: soffrire di n.; in quei ballabili remoti, scritti su vecchi rigidi dischi, s’annida il grumo indistinto della n. e della gelosia: di quanto si vorrebbe richiamare in vita e non si può, e di quanto invano si vorrebbe non fosse stato (Salvatore Mannuzzu); avere, sentire, provare la n. (una grande, profonda, intensa, acuta, struggente n.) del proprio paese, della patria, della casa, della famiglia. Quando assume forma patologica si chiama nostomania (v.). Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati. (Treccani.it)



























Filippo Rossi
Quando la nostalgia è postmoderna
http://www.ideazione.com/settimanale/5.cultura/89_06-06-2003/89rossi.htm



... Una cosa è certa: la nostalgia è un sentimento che non ha bisogno di un oggetto per essere vitale. Anzi. Quando la nostalgia si ritrova la palla al piede di un oggetto – una famiglia, una patria, un’identità, una terra, un passato – si appesantisce, si snatura, tradisce se stessa. E’ il ritorno impossibile che diventa una scommessa, un azzardo. Ed infatti sfogliando le mille pagine che hanno raccontato il sentimento più umano che esista, la nostalgia per il futuro sembra quella più autentica, più vera, più profonda. Sin dal primo eroe nostalgico raccontato dalla letteratura occidentale: quell’Ulisse che – e non può essere un caso – viene da tutti considerato come il simbolo stesso di quaella tensione antropologica che sarà propria della modernità.

Ulisse: il primo dei nostalgici, il primo dei moderni. “L’Odissea, l’epopea fondatrice della nostalgia – scrive Milan Kundera ne L’ignoranza – è nata agli albori della prima cultura greca. Va sottolineato: Ulisse, il più grande avventuriero di tutti i tempi, è anche il più grande nostalgico”. Ulisse torna per non tornare, per non essere riconosciuto, per non riconoscere. Il ritorno di Ulisse è il suo viaggio, non è il suo approdo. Tanto è vero che Dante fa finire il suo Ulisse moderno non ad Itaca ma oltre le colonne d’Ercole, là dove l’uomo non avrebbe dovuto andare. “Non si ritorna mai – spiega Vladimir Jankélévitch – colui che ritorna, come il Figliol prodigo e come Ulisse, è già un altro… Se il desiderio del ritorno è il sintomo di una nostalgia chiusa, il disappunto che prende il nostalgico al ritorno e la smania infinita che segue questa delusione sono il sintomo di una nostalgia aperta… Lo scoglio di Itaca, quindi, è solo uno scalo provvisorio sulla via di un ritorno infinito… Una patria infinitamente lontana può essere raggiunta solo nella prospettiva di un viaggio interminabile”. Un viaggio senza fine non può che non pretendere una meta. Come ne Il racconto dell’Isola sconosciuta di Josè Saramago, interprete moderno della saudade lusitana, la meta del viaggio umano “è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi”. E’ così che la nostalgia diventa, per forza di cose, un sentimento aperto, che non può che ripudiare l’idea stessa di un’identità rigida e bloccata. La nostalgia, allora, come sentimento innovativo: “Al luogo che più non ci appartiene, al tempo già stato, e che più non torna – spiega Prete* – corrisponde, compenso o trascendente ricomposizione, l’altro luogo che niente può cancellare, l’altro tempo che niente consuma: nuova terra e nuovi cieli che sono la forma religiosa della nostalgia. Se, dal neoplatonismo alla gnosi cristiana, l’attesa e la speranza hanno radice in una lontanissima, perduta appartenenza forse è perché il sapere religioso modula in mille variazioni il fascino della più abissale congiunzione, quella che afferma: “l’origine è la meta””. Nostalgia del futuro, quindi, nostalgia che non guarda al passato, perché, come dice Jankélévitch, “la nostalgia è una melanconia umana resa possibile dalla coscienza, che è coscienza di qualcosa d’altro, coscienza di un altrove…”.




* Antonio Prete, Nostalgia, storia di un sentimento, Cortina, Milano 1992

venerdì 3 ottobre 2014

L'ironia

Erik Satie, o l'ironia
 
Ma il vero aedo dell'innocenza è per Jankélévitch Erik Satie. Il filosofo gli dedica un lungo saggio intitolato Satie et le matin, scritto intorno al 1960, nonché innumerevoli citazioni in tutti i suoi testi.
Il rifiuto del romanticismo in Satie è più radicale che in Debussy o Ravel e coincide con il rifiuto di sviluppare la melodia e di esprimere i sentimenti. Dal punto di vista musicale ciò si traduce in una monotonia molto accentuata e in una brachilogia spesso ai limiti del laconismo. Contro la loquacità romantica Satie propone l'istantaneità dei momenti musicali, e contro la continuità di tipo accademico le ripetizioni, le rabâchages e le impassibili giustapposizioni di accordi perfetti, o di quarte e quinte, che danno alla sua musica una certa arcaica staticità.
Ma l'ossessione, l'immobilità, la secchezza del suo stile - che spesso producono fastidio - hanno solo una funzione incantatoria e ipnotica, servono solo a catturare l'ascoltatore imponendogli un esercizio di rinuncia e quasi di ascesi. D'altra parte tutti questi aspetti non si rivelano essere altro che artifici e camuffamenti, aventi scopi indiretti: mistificare per purificare, travestirsi per far rinsavire e in ogni caso «combattere la nostra naturale inclinazione all'intenerimento» (MH, 28). Jankélévitch quindi interpreta la musica di Satie come una generale «disintossicazione», raggiunta grazie alla «volontà d'alibi» e all' «esponente della finzione» che disorienta l'ascoltatore per potergli poi indicare una strada diversa e segreta.
Erik Satie corrisponde quindi alla figura dell'ironista descritta nelle pagine de L'ironia (I, 127-132): qui Jankélévitch intende l'ironia come «la cattiva coscienza dell'ipocrisia», nel senso che mira a fare emergere le intenzioni nascoste dalla malevolenza e dalla cattiva fede. Infatti «l'ipocrita vorrebbe sfuggire allo scandalo di cui si sa portatore e che è la sua onta; ma l'ironista lo tallona e smaschera ogni momento l'impostura...». Ciò avviene in base a una specie di conversione della finzione: «Ma nel momento in cui, per interesse o vanità, le coscienze preferiscono recitare dei ruoli, l'ironista si intromette tra loro e recita la parte delle loro parti, decide di essere falsamente ipocrita perché il vero ipocrita ridivenga leale, rincara quindi l'ipocrisia e si gioca del suo gioco». Tuttavia questo gioco alla seconda potenza non è fine a se stesso, poiché l'ironista, come Socrate, «non urta per il solo gusto di urtare»: il suo scopo si pone su un piano differente rispetto alla pura provocazione o alla semplice canzonatura; «la vera ironia procede attraverso l'antitesi verso una sintesi superiore...», mentre «l'estremismo conformista» opera con delle «antitesi meccaniche e del tutto superficiali», e per questo non fa che tornare al punto di partenza. Si tratta quindi di un'ironia all'ennesima potenza che pone il musicista di Arcueil a fianco di Socrate, al quale fra l'altro ha dedicato il suo capolavoro. Se la parola «ironia» designa «l'atto di interrogare», la musica di Satie per Jankélévitch è «naturalmente interrogativa» (ib., 39).
E come per Platone lo stupore sta all'origine della filosofia, così per Satie il candore è la sorgente della musica: essa esprime quella freschezza con la quale un bambino apre la sua piccola coscienza al mondo. Ma essa sa anche esprimere l'ineluttabilità della morte e la serenità della coscienza.

Carlo Migliaccio, L'odissea musicale nella filosofia di Vladimir Jankélévitch

L'ironia, o il sentimento dell'alterità

Questo ci porta a un’altro dono della nostra civiltà: l’ironia. C’era già una potenziale vena ironica nella Bibbia ebraica, che poi venne amplificata dal Talmud. Ma un nuovo tipo di ironia domina i giudizi e le parabole di Cristo, che guardano allo spettacolo della follia umana e ci dimostrano ironicamente come accettarla. Un esempio significativo è il giudizio di Cristo nel caso della donna adultera: "Chi è senza peccato, scagli la prima pietra". In altre parole: “Non fatemi ridere; non avete mai voluto fare ciò che ha fatto lei, o forse l’avete già commesso nel vostro cuore?”. Alcuni suggeriscono che questa storia è un’inserzione successiva – una delle tante che i primi cristiani selezionarono dalle riserve di saggezza attribuite al Redentore dopo la sua morte. Anche se fosse vero, questa ipotesi si limita a confermare l'idea che la religione cristiana ha fatto dell’ironia un punto centrale del suo messaggio. E’ stato Søren Kierkegaard, un inquieto cristiano dell’epoca post-illuministica, a vedere nell’ironia la virtù che univa Socrate a Cristo.
L’ultimo Richard Rorty considerava l’ironia come uno stato psicologico intimamente connesso alla visione postmoderna del mondo – un venir meno del giudizio che nondimeno porta a un tipo di consenso, a un accordo comune sul non giudicare. Ma il temperamento ironico è più conosciuto come una virtù, una disposizione dell’animo tesa alla soddisfazione pratica e al successo morale. Se dovessi azzardare una definizione di questa virtù, la descriverei come l’abitudine di riconoscere l’alterità di qualsiasi cosa, persino di se stessi. Anche se sei convinto che le tue azioni sono giuste e le tue opinioni veritiere, guardale come le azioni e le opinioni di qualcun altro e quindi riformulale di conseguenza. Definita in questo modo, l’ironia è abbastanza diversa dal sarcasmo: è un modo di accettare più che di rifiutare le cose. Mostra tutte e due i lati della medaglia: attraverso l’ironia, imparo ad accettare l’altra persona su cui rivolgo il mio sguardo, e imparo ad accettare me stesso, cioè chi mi sta guardando. Con tutto il rispetto di Rorty, l’ironia non è libera dal giudizio: semplicemente riconosce che chi giudica sarà giudicato e giudicherà se stesso.

Roger Scruton, Il perdono e l'ironia hanno reso migliore l'Occidente e ora possono salvarlo, l'Occidentale, 11 Agosto 2009

 

martedì 26 marzo 2013

La verità, la grazia, il silenzio

Pier Aldo Rovatti
Scoprite la filosofia del “quasi-niente”
Il mondo di Jankélévitch, grande pensatore francese, in una monografia 


la Repubblica, 31 dicembre 2012

Vladimir Jankélévitch, chi era costui? Eppure si continuano a pubblicare in Italia le sue opere: nel 2009 il grande volume su La morte, nel 2010 la nuova edizione del suo libro chiave Il non-so-che e il quasi-niente, nel 2012 la splendida conversazione intervista con Béatrice Berlowitz Da qualche parte nell'incompiuto (Einaudi, con l'appassionato interesse di Carlo Bonadies, e a cura di Enrica Lisciani-Petrini). Jankélévitch è morto nella sua Parigi nel 1985, un anno dopo Foucault. La tonalità morale è quella che lui stesso attribuisce alla propria filosofia, che è comunque un pensiero a tutto campo alla ricerca, ostinata e sempre inevitabilmente "incompiuta", di un fondo tanto "semplice" quanto inarrivabile dell'esperienza del pensare e del vivere. La musica, per esempio, e quanto vi attinge per dare colore e perfino spessore al suo singolare modo di far filosofia: è uscita anche la riedizione di Débussy e il mistero (edizioni SE) e bisogna ricordare un altro testo-chiave, La musica e l'ineffabile, tradotto già nel 1985 proprio da Lisciani-Petrini, poi riapparso nel 1998 (da Bompiani).
Enrica Lisciani-Petrini, studiosa napoletana, ha legato al nome di Jankélévitch più di trent'anni del suo lavoro: è lei che lo ha "scoperto" e adesso raccoglie gli esiti di una lunghissima fatica nel saggio Charis, una monografia compatta su Jankélévitch (Mimesis), la prima di tale impegno e penetrazione. Charis, cioè grazia, la nota giusta per entrare in questo pensiero senza tradirlo immediatamente. E allora perché tanta difficoltà? Basta leggere una pagina di Jankélévitch per capire che tra lui e l'attuale dibattito, dal sapore sempre più neo-illuministico, c'è moltissima distanza, quasi un'incompatibilità.
Prendiamo solo qualche battuta dal citato libro-conversazione (Da qualche parte nell'incompiuto): «Per un po' mi sento meno inquieto quando, dopo aver girato a lungo tutt'intorno alle parole, mi rendo conto che non posso andare oltre. La pretesa di toccare un giorno la verità è un'utopia dogmatica, quel che importa è andare fino in fondo, e siccome ciò che cerco esiste appena, siccome l'essenziale è un quasi-niente, una cosa leggera fra tutte le cose leggere, questa ricerca forsennata tende soprattutto a mostrare qualcosa di cui si può intravedere l'apparizione, ma non verificarla perché svanisce nell'istante stesso in cui appare».
E così che lui reinventa la lezione del maestro Bergson, e un'intera generazione di intellettuali francesi ha fatto tesoro del suo insegnamento alla Sorbona e una folla di studenti e studiosi ha trattenuto nelle orecchie parole come queste. Oggi il nostro orecchio sembra meno adatto: abbiamo fretta di correre alla verità, quasi nessuna pazienza di girare e rigirare le parole per orientarle a un obiettivo che subito si preannuncia deludente. Jankélévitch aborriva gli "insipidi itinerari del turismo filosofico", chiedeva tempo e pazienza. Attenzione, però: niente a che fare con una grigia filosofia accademica, ma, al tempo stesso, niente a che fare con un pensiero sfumato e vago. Anzi, lui riprende in modo sorprendente l'adagio di Husserl, strenge Wissenschaft, scienza rigorosa, intendendo con esso l'incessante interrogazione, l'andare fino in fondo anche se l'oggetto sfugge per definizione e scompare proprio quando credi di averlo catturato nella rete della speculazione: il tema della "morte" è per eccellenza un simile oggetto, ma tutti quelli lavorati da Jankélévitch sono simili oggetti. Già, cosa dobbiamo intendere per "rigore"? A che titolo considerare poco rigoroso un modo di pensare che, sulla linea di Agostino e di Bergson, ci mette di fronte all'ineffabilità dell'esperienza del tempo? È più rigoroso stringere in una formula questa esperienza, oppure accorgersi che stringerla in una simile formula è un trucco per tradirla, mentre essa chiede il rigore di un'incessante apertura, il riconoscimento della sua essenza "misteriosa"? Inoltre, questo inabituale rigore deve coniugarsi, secondo Jankélévitch, con il ritrovamento della semplicità: è la fatica ("forsennata", dice) di conquistare una semplicità che tutti sentiamo a portata di mano, quasi intuitiva, ma che ogni volta ingombriamo di discorsi opachi e alla lettera viziosi.
Il mio incontro con il pensiero di Jankélévitch è avvenuto attraverso un suo vecchio saggio sull'ironia (1936, tradotto dal Melangolo, 1987) che ho letto come un "elogio della litote": un'antiretorica del "meno", l'abbassamento del tono come risultato di una "buona coscienza" di tipo ironico. È questo il filo che ci può portare a far nostra la "grazia" che respira in tutte le sue pagine, a non fraintendere l'insistenza sullo charme, in cui lui sposa filosofia e musica mostrando che il "silenzio" è un operatore decisivo del pensare, un tono basso contro i toni alti di tanta filosofia. Ecco dunque un altro pensatore che sembra diventare col tempo sempre più inattuale e che lo rimarrà, necessariamente, finché sarà così invadente e frenetico il nostro desiderio di impadronirci della verità, una volta per tutte.
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Non è disponibile in rete l'articolo di Marco Dotti, Jankélévitch. Identità dell’opera tra un istante di grazia e la rovina del tempo. Una «filosofia della vita» al cuore del Novecento francese: monografia e libro-dialogo curati da Lisciani Petrini; il volume si trova invece ampiamente riconsiderato in  http://www.recensionifilosofiche.info/search/label/Vladimir%20Jank%C3%A9l%C3%A9vitch
https://machiave.blogspot.com/2025/09/il-non-so-che-e-il-quasi-niente.html