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lunedì 26 gennaio 2026

Una terapia d'urto

Simona Forti
L'Europa smetta di mentire a sé stessa e segua la terapia d'urto di Carney

La Stampa, 26 gennaio 2026

Se Thomas Mann dovesse riscrivere oggi La Montagna Incantata, il suo sanatorio non ospiterebbe più intellettuali in declino, ma leader globali regrediti a uno stadio infantile, affetti da un’incapacità cognitiva di abitare la nuova realtà. Al centro della scena, il Bullo: Donald Trump. Privo di Super-io e di qualsiasi senso della vergogna, egli è il bambino che ha intuito prima degli altri che la forza emotiva della rabbia conta infinitamente di più della verità dei fatti. Strategia o patologia poco importa: egli incarna il paziente psicotico che afferma una cosa e la contraddice nella frase successiva senza il minimo imbarazzo. Lo fa per il piacere brutale di dimostrare che esiste solo la sua volontà di potenza e che la coerenza e la legalità sono un vincolo per i deboli. Il suo obiettivo non è l’ordine, ma il caos. È così che può dirigere il gioco e distribuire le parti: gli imitatori, gli allineati, i compiacenti e, infine, i bullizzati umiliati.

In questo scenario di regressione collettiva, la figura di Mark Carney si è stagliata improvvisamente come l’adulto nella stanza. «Oggi vi parlerò di una rottura dell’ordine del mondo»: con questo incipit secco, l’ex governatore delle banche centrali di Canada e Inghilterra ha rotto l’incantesimo della “menzogna istituzionalizzata”. Carney ha capito una cosa fondamentale. Per trattare con i “pazienti difficili” del nuovo disordine serve una terapia d’urto che parta dal riconoscimento della realtà. E per formulare questa diagnosi non si è affidato a teorie economiche, ma ha evocato la figura di un altro presidente. Non un banchiere, ma un drammaturgo che conosceva intimamente i meccanismi di finzione dei sistemi totalitari: Václav Havel.

Il cuore del discorso – che a noi parla non tanto del Canada, ma del il bivio di fronte a cui si trova l’Europa – ruota intorno alla celebre parabola del fruttivendolo di Praga, protagonista di quel piccolo capolavoro del 1978 che è Il potere dei senza potere. Havel ci racconta di un negoziante che, ogni mattina, espone in vetrina tra le cipolle e le carote il cartello con lo slogan: «Proletari di tutto il mondo, unitevi!». Non lo fa per convinzione ideologica, né per un reale desiderio di unione proletaria. Lo fa come mero rituale di conformità. Quel cartello è un segnale inviato al sistema, un messaggio in codice che dice: «Ho paura, e per questo obbedisco senza fare domande. Sono in regola, lasciatemi in pace».

Proiettata sulla scena geopolitica odierna, quell’immagine è potente. È lo specchio del cartello che le democrazie occidentali – e l’Europa in particolare – hanno esposto in vetrina negli ultimi trent’anni per segnalare la propria lealtà all’«ordine internazionale basato sulle regole». Anche se, come Carney riconosce, «sapevamo tutti che era, almeno in parte, una finzione». Sapevamo che le grandi potenze si auto-esentavano sistematicamente da quelle regole; sapevamo che il diritto internazionale era rigido con i deboli e flessibile con i forti; sapevamo che l’integrazione economica con le autocrazie non avrebbe portato automaticamente alla loro democratizzazione. Eppure, abbiamo partecipato zelanti al rituale. Eravamo esattamente quel fruttivendolo. Pur di non disturbare l’automatismo del sistema e garantirsi una vita tranquilla fatta di rotte sicure e mercati aperti, abbiamo accettato di vivere in una zona grigia, sospesa tra la verità privata (il mondo è pericoloso) e la menzogna pubblica (il commercio ci renderà liberi e sicuri).

La regressione alla prepotenza e alla «realtà brutale» del potere ha reso oggi quell’ipocrisia un lusso insostenibile. Carney è stato netto: non siamo in un periodo di transizione, siamo dentro la rottura. Non è tanto il contenuto economico della proposta di Carney a doverci interessare – come ha scritto ieri Andrea Malaguti, l’Europa non possiede le vastissime risorse energetiche né la geografia protetta del Nord America – quanto il richiamo all’urgenza morale e politica di uscire dallo “stato di minorità”. Continuare a esporre il cartello quando la vetrina è andata in frantumi non è più un gesto di prudenza diplomatica. È sottomissione patologica ai bulli.

Havel ci ha insegnato che la forza del sistema non risiede nella sua verità, ma nella disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. È un’illusione che regge finché l’ultimo attore non smette di recitare. L’ideologia del “business as usual” funziona come un ponte tra l’individuo e il potere: permette all'uomo di nascondere a se stesso di essere diventato ingranaggio di una macchina che lo stritola. Per l’Europa, continuare a convocare summit che producono comunicati vuoti, fingere che l’alleanza atlantica sia monolitica, significa perpetuare l’automatismo cieco che ci ha resi vulnerabili.

Se il Vecchio Continente vuole continuare a esistere come soggetto storico, deve fare proprio l’appello a “vivere nella verità” di Havel. Riconoscere che la vecchia logica è finita non significa diventare cinici o aggressivi. Significa trovare la nostra strada fuori dalla tracotanza dei grandi poteri e dall’arrendevolezza dei bullizzati. Vivere nella verità, per l’Europa, vuol dire ammettere la propria solitudine strategica. Significa guardare in faccia il fatto che l’ombrello americano si sta chiudendo. È un passaggio doloroso. Ci costringe ad abbandonare il tepore della compiacenza. Il fruttivendolo di Havel, se toglie il cartello, rischia di perdere il suo posto tranquillo nella società; l’Europa rischia lo stesso spaesamento. Ma l’alternativa è la scomparsa per irrilevanza. Carney ci avverte che oggi la nostalgia per il vecchio mondo è una forma di paralisi cognitiva. È il bambino che stringe gli occhi sperando che il mostro scompaia. L’unica strategia rimasta è smettere di recitare una parte in un ordine che non esiste più. Togliere il cartello dalla vetrina, smontare la menzogna istituzionalizzata, è la precondizione necessaria per tornare a vedere le cose come sono. È l’atto fondativo di una nuova maturità. Solo chi smette di mentire a se stesso sulla propria condizione può iniziare a costruire le basi, anche materiali, della propria autonomia. Havel scriveva che il “potere dei senza potere” risiede nel rifiuto di partecipare alla menzogna. Oggi, per l’Europa, questo rifiuto è l’unico atto politico capace di rompere l’assedio e trasformare la nostra debolezza materiale in una nuova, lucida forza morale.

sabato 1 novembre 2025

La galassia nera di Torino


Rita Rapisardi
La galassia nera di Torino, tra sigle ufficiali e gruppi "ufficiosi"

il manifesto, 1 novembre 2025

La galassia di Gioventù nazionale Torino, il gruppo giovanile di Fratelli d’Italia, è variegata. C’è il gruppo “principale” e c’è poi la sezione Gabriele D’Annunzio, quella che si è resa protagonista del volantinaggio al liceo Einstein pochi giorni fa, azione in cui i militanti spintonavano e prendevano a calci gli studenti che si rifiutavano di prendere i volantini «contro la cultura maranza».

Le due realtà, a sentire le dichiarazioni di Raffaele Marascio, consigliere di Fratelli d’Italia della circoscrizione 4, sono una cosa sola, semplicemente la D’Annunzio esiste «all’interno di Gioventù nazionale» Torino. Marascio, che sta preparando la campagna elettorale in vista delle comunali del 2027, risponde per conto del gruppo D’Annunzio, che non ha evidentemente un portavoce, ed è stato sentito dal manifesto sui fatti degli scorsi giorni. Lui per primo ha difeso quanto accaduto ai militanti e ha respinto le ricostruzioni di chi sostiene che sia stato il gruppo di estrema destra a provocare gli studenti. Alcuni membri della spedizione sono stati anche accusati da due minorenni di molestie e palpeggiamenti.

«Accuse totalmente prive di ogni fondamento», ha commentato Marascio.

Eppure, proprio il gruppo “principale” di Gioventù nazionale si era dissociato dall’azione, rilasciando una nota alla stampa in cui si spiegava che a compiere l’azione non erano stati dei tesserati. Davanti all’imbarazzo è meglio prendere le distanze.

Ma è proprio tra le fila di questi movimenti giovanili che militano personaggi che a volte fanno arrossire non poco il partito di Giorgia Meloni. Negli anni di gioventù infatti molti si rendono protagonisti di frasi e azioni dal sapore nostalgico, un passato che diventa problematico al momento delle elezioni. Come è accaduto ad esempio a Enrico Forzese nel 2021, all’epoca legato politicamente a Marascio, candidato da Fratelli d’Italia alle comunali. Forzese è stato estromesso dal partito, dopo che l’Espresso, aveva ricostruito la sua militanza giovanile in Aliud, un gruppo di estrema destra collegato al Fuan. L’ex Fdi sarà poi indagato per aver fondato il gruppo neofascista “Avanguardia Torino”.

Aliud si era reso protagonista di azioni discriminatorie, come la distribuzione, nel 2020, di volantini fuori dall’università per chiedere la creazione di graduatorie distinte tra studenti italiani e stranieri e che l’85% delle borse di studio andasse agli studenti italiani. In un’altra occasione furono trovati degli adesivi del movimento con scritto «Difendi Torino – per la rivoluzione» a fianco di due pietre di inciampo con i nomi due giovani studenti di religione ebraica deportati nei campi di sterminio nazisti.

Da Aliud è uscito anche Maurizio Marrone, oggi assessore regionale piemontese di FdI, noto per le sue posizioni antiabortiste, che nel 2011, appena eletto consigliere comunale del Pdl, finì al centro di un’accesa polemica per aver presenziato durante un raid in un circolo antifa torinese poi cosparso di scritte inneggianti al duce e contro i «partigiani infami».

Nel 2022 anche Augusta Montaruli, in gioventù presidente del Fuan, si era esposta contro le azioni di Aliud, dopo l’ennesimo episodio, definendolo un sottogruppo, ma non collegato ufficialmente al Fuan, eppure le due organizzazioni sono andate a braccetto per anni, alimentandosi l’un con l’altro, tanto da condividere la stessa sede in passato.

Oggi Aliud non esiste più, segno che anche le giovanili cercano di ripulirsi dagli estremisti neofascisti. Ma restano tanti i luoghi, a Torino e non solo, in cui la retorica nostalgica trova spazio e cittadinanza.

lunedì 21 luglio 2025

Prigionieri del passato

Donald Trump (79) e Benjamin Netanyahu (75)

Mauro MagattiIl mondo nelle mani dei potenti (ultrasettantenni) prigionieri del passato, Avvenire, 20 luglio 2025

Oggi il potere globale è saldamente nelle mani di ultrasettantenni (maschi) cresciuti all’epoca della Guerra Fredda e del mondo diviso in blocchi: Donald Trump classe 1947, Narendra Modi 1950, Vladimir Putin, 1952, Xi Jinping 1953. E potremmo aggiungere il brasiliano Lula del 1945 e il turco Erdogan, il più “giovane” del gruppo, del 1954. Evaporata l’idea della globalizzazione e della crescita economica lineare – attorno a cui per un trentennio si erano conformate il pensiero e le pratiche delle élites planetarie – ora il pendolo oscilla pericolosamente verso la polarità opposta, con un allineamento all’idea di un mondo diviso e destinato fatalmente al conflitto economico se non alla guerra armata. Sembra così avverarsi la previsione di Zygmunt Bauman che, in una delle sue ultime opere, aveva parlato di “retrotopia”, della tendenza cioè a rifugiarsi in visioni idilliache del passato per sfuggire alle incertezze del presente.

Così, Xi sogna la “grande rinascita della nazione cinese” guardando alle glorie imperiali. Putin vuole “rimettere insieme” i pezzi dell’Unione Sovietica e della Russia zarista, rivendicando territori e identità con la forza. Trump, col suo “make America great again”, scuote il mondo intero con decisioni di cui l’unica razionalità è l’interesse nazionalistico. E Modi persegue una politica identitaria immaginando l’India come potenza regionale. Tutti progetti politici che pescano nel mito del passato, non nel futuro.

Che si tratti di scelte commerciali, politiche ambientali, migrazioni o conflitti armati, la retorica è sempre la stessa: noi contro loro. L’America di Trump contro la Cina, la Russia contro l’Occidente, la Cina contro il “contenimento” statunitense. Non c’è più spazio per la costruzione di beni comuni globali. La politica mondiale è oggi caratterizzata da una potente vena nostalgica. Non ci sono idee nuove, solo varianti dello stesso tema: recuperare, restaurare, ripristinare. Non c’è una visione di come potrebbe essere il mondo domani, solo il desiderio di ritornare a quello di ieri. Le grandi trasformazioni tecnologiche, i cambiamenti climatici, la mutazione delle forme di lavoro e di vita sembrano sfuggire all’agenda dei governi. È come se questi leader – e le élite che li sostengono – non riuscissero a immaginare un mondo che non sia già esistito.

Colpisce altresì, come a questi protagonisti del nostro tempo sfugga la consapevolezza della fine. Essere nell’ultima parte della loro vita non li spinge a moderare la volontà di potenza. A usare la saggezza accumulata nel corso di una vita intera. Al contrario, per non lasciare spazio a ciò che verrà dopo di loro, essi trascinano interi popoli – e generazioni più giovani – nel vortice dell’odio e della guerra. Il loro sguardo fisso al passato alimenta conflitti che nessuno vorrebbe più combattere: guerre territoriali nell’era della crisi climatica, muri nell’epoca della mobilità, armi nucleari nell’era delle emergenze sanitarie globali.

Il problema, allora, non è anagrafico. È generazionale. Fatica a realizzarsi quel ricambio che è necessario per aprire pagine nuove della storia. Invece di accogliere l’idea che ogni generazione ha diritto di reinventare il mondo a modo suo, i leader attuali vogliono imporre la loro idea di mondo fino all’ultimo respiro. Di conseguenza, il cambiamento è lento e doloroso. Con un conflitto intergenerazionale che cova sotto la cenere: molti giovani vedono il loro futuro sequestrato da chi guarda solo indietro.
Non basta la tecnologia a rendere il mondo moderno, se la politica resta prigioniera del passato. Servono idee nuove, all’altezza delle sfide del tempo. Che possono venire solo da chi non è cresciuto dentro le paure della Guerra Fredda o il sogno infranto della globalizzazione.

La retrotopia è una trappola che rischia di costare carissima. Perché la nostalgia è comprensibile, ma non è in grado di disegnare un programma politico in positivo. Per uscire dalle spire di un potere che non sa morire e permettere finalmente alla svolta generazionale di fare il suo corso, occorre prestare ascolto e dare spazio alle sensibilità che affiorano, al di là delle tante contraddizioni, nelle teste e nei cuori delle nuove generazioni. Come avverrà tra qualche giorno a Roma, col Giubileo dei giovani. Non per rottamare, ma per rigenerare. Non per dimenticare il passato, ma per dare vita a una nuova stagione di creatività. Di fronte alla complessità del mondo che abbiamo costruito, non serve camminare con la testa rivolta al passato. Serve camminare in avanti con gli occhi fissi verso l’orizzonte e i piedi ben piantati sulla terra.

giovedì 4 giugno 2015

Nostalgia del comunismo e altro



Nostalgia canaglia
Blog, Twitter, Facebook e altri sfogatoi dove poter rimpiangere il comunismo e la Prima Repubblica
Francesco Cundari, Il Foglio quotidiano, 4 giugno 2015 =  L'articolo parla dello spazio occupato dai nostalgici su Facebook o in tv: "Sono stato iscritto al Pci" (7302 membri), "Facciamo rinascere il Pci" (23371), "Gazebo": tanti modi per fare i conti con il passato. La nostalgia sarebbe in realtà un'altra cosa, ossia il desiderio indefinito di un altrove



nostalgìa s. f. [comp. del gr. νόστος «ritorno» e -algia (v. algia)]. – Desiderio acuto di tornare a vivere in un luogo che è stato di soggiorno abituale e che ora è lontano: soffrire di n.; in quei ballabili remoti, scritti su vecchi rigidi dischi, s’annida il grumo indistinto della n. e della gelosia: di quanto si vorrebbe richiamare in vita e non si può, e di quanto invano si vorrebbe non fosse stato (Salvatore Mannuzzu); avere, sentire, provare la n. (una grande, profonda, intensa, acuta, struggente n.) del proprio paese, della patria, della casa, della famiglia. Quando assume forma patologica si chiama nostomania (v.). Per estens., stato d’animo melanconico, causato dal desiderio di persona lontana (o non più in vita) o di cosa non più posseduta, dal rimpianto di condizioni ormai passate, dall’aspirazione a uno stato diverso dall’attuale che si configura comunque lontano: n. degli amici, dell’affetto materno; n. della giovinezza lontana; n. dei tempi passati. (Treccani.it)



























Filippo Rossi
Quando la nostalgia è postmoderna
http://www.ideazione.com/settimanale/5.cultura/89_06-06-2003/89rossi.htm



... Una cosa è certa: la nostalgia è un sentimento che non ha bisogno di un oggetto per essere vitale. Anzi. Quando la nostalgia si ritrova la palla al piede di un oggetto – una famiglia, una patria, un’identità, una terra, un passato – si appesantisce, si snatura, tradisce se stessa. E’ il ritorno impossibile che diventa una scommessa, un azzardo. Ed infatti sfogliando le mille pagine che hanno raccontato il sentimento più umano che esista, la nostalgia per il futuro sembra quella più autentica, più vera, più profonda. Sin dal primo eroe nostalgico raccontato dalla letteratura occidentale: quell’Ulisse che – e non può essere un caso – viene da tutti considerato come il simbolo stesso di quaella tensione antropologica che sarà propria della modernità.

Ulisse: il primo dei nostalgici, il primo dei moderni. “L’Odissea, l’epopea fondatrice della nostalgia – scrive Milan Kundera ne L’ignoranza – è nata agli albori della prima cultura greca. Va sottolineato: Ulisse, il più grande avventuriero di tutti i tempi, è anche il più grande nostalgico”. Ulisse torna per non tornare, per non essere riconosciuto, per non riconoscere. Il ritorno di Ulisse è il suo viaggio, non è il suo approdo. Tanto è vero che Dante fa finire il suo Ulisse moderno non ad Itaca ma oltre le colonne d’Ercole, là dove l’uomo non avrebbe dovuto andare. “Non si ritorna mai – spiega Vladimir Jankélévitch – colui che ritorna, come il Figliol prodigo e come Ulisse, è già un altro… Se il desiderio del ritorno è il sintomo di una nostalgia chiusa, il disappunto che prende il nostalgico al ritorno e la smania infinita che segue questa delusione sono il sintomo di una nostalgia aperta… Lo scoglio di Itaca, quindi, è solo uno scalo provvisorio sulla via di un ritorno infinito… Una patria infinitamente lontana può essere raggiunta solo nella prospettiva di un viaggio interminabile”. Un viaggio senza fine non può che non pretendere una meta. Come ne Il racconto dell’Isola sconosciuta di Josè Saramago, interprete moderno della saudade lusitana, la meta del viaggio umano “è un luogo mobile che appare e scompare sulle carte della fantasia ma sta ben saldo nel cuore di ognuno di noi”. E’ così che la nostalgia diventa, per forza di cose, un sentimento aperto, che non può che ripudiare l’idea stessa di un’identità rigida e bloccata. La nostalgia, allora, come sentimento innovativo: “Al luogo che più non ci appartiene, al tempo già stato, e che più non torna – spiega Prete* – corrisponde, compenso o trascendente ricomposizione, l’altro luogo che niente può cancellare, l’altro tempo che niente consuma: nuova terra e nuovi cieli che sono la forma religiosa della nostalgia. Se, dal neoplatonismo alla gnosi cristiana, l’attesa e la speranza hanno radice in una lontanissima, perduta appartenenza forse è perché il sapere religioso modula in mille variazioni il fascino della più abissale congiunzione, quella che afferma: “l’origine è la meta””. Nostalgia del futuro, quindi, nostalgia che non guarda al passato, perché, come dice Jankélévitch, “la nostalgia è una melanconia umana resa possibile dalla coscienza, che è coscienza di qualcosa d’altro, coscienza di un altrove…”.




* Antonio Prete, Nostalgia, storia di un sentimento, Cortina, Milano 1992

mercoledì 12 novembre 2014

Basta con la nostalgia. Una prospettiva culturale per la sinistra

Gad Lerner
Perché adesso la sinistra deve dire addio al passato
Nel pamphlet “Senza il vento della storia”, Franco Cassano spiega i motivi per cui i progressisti hanno bisogno di lasciarsi alle spalle la nostalgia

la Repubblica, 12 novembre 2014

... la sconfitta del nazifascismo dà luogo in occidente a un compromesso fra capitalismo e democrazia contraddistinto da alti tassi di sviluppo e espansione dello Stato sociale: sono i “trenta gloriosi” anni della nostra gioventù, con i quali Franco Cassano sollecita la sinistra a smetterla di crogiolarsi. Finiti, superati, e se a noi della sinistra occidentale questa sembra una marcia indietro della storia, non è detto che la pensino così le masse dei paesi emergenti che iniziano a usufruire dello spostamento di quote di ricchezza orchestrato dall’alto. La globalizzazione, cioè, non può essere liquidata come mero progetto di dominio del capitale finanziario e delle multinazionali. La sinistra occidentale deve scendere dalla cattedra e cessare di sentirsi ospite innocente di un mondo cattivo, adesso che non rappresenta più gli ultimi e deve agire controvento. Muovendosi nella scomoda realtà di un pianeta pervaso da conflitti non riconducibili alla sola dimensione economica.
L’ultimo agile saggio di Franco Cassano, Senza il vento della storia. La sinistra nell’era del cambiamento ( Laterza), ha il pregio di affrontare con respiro storico i dilemmi attualissimi del Partito democratico e del governo Renzi.[...]  Già nel suo precedente libro, L’umiltà del male, di taglio più filosofico, Cassano manifestava la preoccupazione di evitare l’isolamento dei migliori, per non regalare a chi nega il valore della fraternità quella confidenza con le debolezze dell’uomo grazie a cui l’egoismo e il populismo sono diventati senso comune maggioritario.
Di fronte alla nuova dimensione mondiale del capitalismo, abile e veloce nell’incrociare i suoi piani con la spinta dei paesi emergenti, i partiti della sinistra in occidente si ritrovano sulla difensiva. L’istinto li sospinge a ripiegarsi nella mera tutela di diritti e tutele di fasce sociali sempre più ristrette. Minoritarie. Per non venire meno ai propri valori di giustizia sociale e di uguaglianza, rischiano di incappare in una boriosa autosufficienza.
È la ricerca politico-sociale a tornare prioritaria, riconoscendo l’inadeguatezza delle risposte fin qui elaborate per fronteggiare la globalizzazione. Chi s’illude di replicare meccanicamente nel tempo contemporaneo lo schema marxiano della lotta di classe — come fa Toni Negri delineando un conflitto mondiale fra l’Impero e le “moltitudini” degli oppressi — non riuscirà a comprendervi la natura delle guerre militari e commerciali che lacerano il pianeta. Chi delinea una resistenza incentrata su reti Lilliput di comunità locali in difesa dei “beni comuni”, resterà isolato dalle grandi masse alle prese con la scarsità delle risorse.
Cassano ripropone l’insegnamento gramsciano, ovvero la necessità di affidare alla politica, pur in condizioni avverse, l’impresa di costruire un blocco sociale più largo, capace di opporsi all’egemonia del capitale. Non potrà essere più una rete tradizionale di alleanze sociali, dovrà comprendere la nuova dimensione individuale del lavoro autonomo, dell’imprenditorialità, del precariato, dei diritti legati all’ambiente e alla cittadinanza.
E le categorie già tutelate dalla sinistra? Qui il discorso si fa scivoloso ma affascinante.
Rimanere aggrappata alla rappresentanza (decrescente) dei garantiti equivale a una rinuncia perché sinistra vuol dire “molti” e la politica è il luogo dei molti. Ma allora bisogna anche riconoscere l’impossibilità di una difesa efficace dei diritti che prescinda dalle ragioni della competitività. Cassano chiede alla sinistra di archiviare il patrimonio dei “trenta gloriosi” anni in cui si estese quello Stato sociale le cui garanzie oggi rimangono appannaggio di minoranze organizzate.
Non sarebbe corretto forzare il suo ragionamento dentro alle lacerazioni odierne della sinistra italiana alle prese con la riforma del mercato del lavoro. Eppure riesce difficile ignorarle di fronte a questa sua affermazione: «I diritti accumulati nel corso dei “trenta gloriosi” devono essere rinegoziati e resi compatibili con le risorse che un paese produce e di cui dispone nonché con la sua posizione all’interno del mondo globale».
Poco m’interessa stabilire se gli stimoli di Cassano alla ricerca di un nuovo blocco sociale suonino renziani o antirenziani. Ma certo, come per la Chiesa di Francesco, egli sembra suggerirci che anche per la sinistra del Ventunesimo secolo non possano esistere “valori non negoziabili”.

IL LIBRO Franco Cassano, Senza il vento della storia (Laterza, pagg. 91, euro 12)

venerdì 25 gennaio 2013

Sul funerale di Prospero Gallinari



Sul piano soggettivo è comprensibile il dolore delle persone care e degli amici; subito dopo il pensiero va al fardello, alla colpa negata, che lo scomparso si è caricato sulle spalle. Se ne può parlare dando l'idea che sul piano dei valori non c'è molto da discutere? La morte offre un'occasione per manifestare sentimenti di umana solidarietà. Un conto è manifestare rimpianto per la scomparsa di un uomo, chiunque egli sia, altra cosa è includere nel rimpianto le idee alle quali Prospero Gallinari ha associato il suo nome. Come si fa a parlarne senza cadere nella più vana retorica? Benedetta Tobagi c'è riuscita, con la storia terribile che ha alle spalle.  Il rischio poteva essere quello di sfruttare il lutto per far passare la nostalgia. Lasciamo la nostalgia ai nostalgici e restiamo su un terreno distinto, quello del semplice rimpianto per una vita perduta.

Giovanni Carpinelli
 

Irriducibili
Perché gli ultimi terroristi fanno ancora discutere

Benedetta Tobagi
la Repubblica, 24 gennaio 2013

....Gli scenari riproposti dai funerali di Prospero Gallinari, con gli slogan, i garofani rossi, i pugni chiusi, sono grotteschi e perturbanti perché tradiscono da parte dei “nostalgici” la persistente rimozione degli effetti devastanti del terrorismo sulla società e della pietra di scandalo dei morti innocenti. Che un esponente politico [Antonio Ingroia] abbia invocato la pietas per giustificare la presenza di un proprio alleato a esequie così dense di simboli e richiami al passato brigatista accresce a dismisura lo straniamento. Pietas evoca Priamo che implora Achille di rendergli il cadavere del figlio, la sfida di Antigone per garantire la sepoltura al fratello. Cosa c’entra con i funerali di Gallinari? Per inciso, la pietas resta il principale argomento dei revisionisti che vogliono equiparare nella memoria pubblica partigiani e salotini, rimuovendo ciò per cui combatterono in guerra. L’abuso del concetto pietas elude il vero problema. Col terrorismo, il corpo sociale ha subito fratture “irriducibili”, come dicono i medici quando non si può ricostruire la posizione normale. Chi ha responsabilità politiche deve tenerlo presente, se sceglie di partecipare a una cerimonia dove tanti rendono omaggio in forma pubblica al passato brigatista. Servono parole chiare, prima e non dopo.
L’irriducibile perpetua una fissità mortifera contro la mobilità connaturata alla vita che evolve, capace di includere prospettive differenti e l’umanità prima misconosciuta dell’Altro. Una capacità ben diversa dall’eludere lo scontro col passato, cambiare discorsi, maschere o bandiere per puro opportunismo. Dovremmo valutare che forse è talmente diffuso il disgusto per l’incoerenza e l’ipocrisia che, per contrasto, finisce per essere circonfuso di un alone cavalleresco chi resta irriducibilmente fedele anche a una causa sbagliata e terribile.