domenica 6 settembre 2026

I luoghi dell'anima

 I luoghi dell’anima esistono?

di Lara Ricci | illustrazione di Chiara Morra

Il Sole 24ore, 6 settembre 2026

Chi sale verso il crinale dello NgoroNgoro, nella Tanzania settentrionale, arrivato in cima vede aprirsi davanti a sé non una valle, ma una vastissima caldera, perfettamente delineata e intatta, la più grande fra quelle complete che si trovano sulla terraferma. Affacciato lassù, può distinguere elefanti e rinoceronti puntiformi camminare sulla pianura nel fondo del cratere, e un lago dal bordo rosato, reso tale dai dorsi di migliaia di fenicotteri rosa che con il loro becco ricurvo scandagliano le acque basse. Se dorme nel campeggio sul margine del versante, può sentire la notte gli elefanti risalirne le pendici e muoversi tra le tende; in lontananza i rumori della fauna che abita il ricco ecosistema incastonato in quel che resta del vulcano estinto.

Se c’è un luogo cui ho mai sentito di appartenere, è questo altopiano dell’Africa centro orientale. La gola dell’Olduwai, a Nord Ovest – detta anche culla dell’umanità o valle dell’alba dell’uomo (e della donna...), perché in diversi strati di roccia sono state ritrovate tracce di quasi tutti gli stadi dell’evoluzione umana - e ancora più in là il parco del Serengeti, con la sua savana immensa che ogni anno imbrunisce quando milioni di gnu vi si radunano, accompagnati dalle zebre. Savana punteggiata di acacie dalle alte erbe, per guardare oltre le quali, forse, gli antenati iniziarono ad alzarsi su due zampe.

Un’appartenenza, la mia, di elezione o una sorta di “ricordo genetico” della nostra più vera origine? Si appartiene davvero a un luogo? Ogni quattro generazioni, centinaia di milioni di farfalle monarca lasciano l’America settentrionale, percorrendo anche 4.500 chilometri, per ritrovarsi a svernare in Messico, tutte negli stessi posti che non superano qualche chilometro quadrato di superficie, e che vengono completamente rivestiti di ali arancioni.

Perché finiscano tutte lì ancora non è chiaro, anche se da diversi anni molti ricercatori cercano di capire i meccanismi che rendono possibile questa spettacolare migrazione: come riescano ad orientarsi (con il sole, confrontandone la posizione rispetto a quel che misura il loro orologio circadiano interno? Con il campo magnetico terrestre? Attraverso la polarizzazione della luce? Le ipotesi sostenute da prove sono state diverse negli ultimi tempi), come facciano a riconoscere luoghi dove non sono mai state (per completare l’intero percorso ci vogliono infatti 3-5 generazioni), perché vadano in alcuni - pochissimi - luoghi e non in altri. È scritto nei geni? E come funziona una mappa biologica?

Le nostre parrebbero essere fatte di “cellule di posizione”, la principale classe di neuroni dell’ippocampo, scoperta da John O’Keefe. Per questa scoperta, nel 2014, ha ricevuto il Nobel per la medicina con Edvard e May-Britt Moser, che hanno invece individuato le “cellule griglia”, soprannominate, con le “cellule di confine”, neuroni Gps: tutti insieme rappresenterebbero il sistema di posizionamento del nostro cervello. Alcuni studi mostrerebbero inoltre che se non funzionano, anche la memoria episodica e autobiografica va perduta. Dimentichiamo quanto è accaduto in quei luoghi, come se quei luoghi incarnassero la nostra stessa memoria

Fatti come siamo anche di ricordi, è lecito chiedersi se e come i luoghi in cui cresciamo influenzino in qualche modo la nostra personalità. Va anche in questo senso Atlante Appennino. Un’ecobiografia, di Elisa Veronesi (Piano B edizioni), un’opera ibrida dove confluiscono narrazione, saggio, immagini e racconto di sé che, ispirandosi anche alle idee del filosofo francese Jean-Philippe Pierron, narra l’interazione tra storie di vita e ambiente, invitando a rintracciare quali sono i legami e gli incontri con la natura che hanno segnato o che potrebbero segnare la nostra esistenza. E, certo, alla mente vengono le parole di Marcel Proust, Cesare Pavese, Virginia Woolf, James Joyce, Toni Morrison, Mario Rigoni Stern...

I latini parlavano del genius loci, lo spirito del luogo. Attorno ad esso ruota per esempio l’opera dell’originale scrittrice francese Maylis de Kerangal. Parlando alla «Domenica» del Sole 24 Ore del suo romanzo Corniche Kennedy (Feltrinelli) aveva spiegato come fosse «nato da un luogo». Dalla strada litoranea che separa Marsiglia dagli scogli, rifugio serale di una marmaglia di ragazzini che qui si radunano, respinti, feriti, lerci, eccitati e assetati «quando la primavera è matura, tesa, giugno dunque, giugno aspro e arioso, non ancora vacanza ma la scuola che comincia a cancellarsi, gradualmente sovraesposta alla luce, e il pomeriggio dura, dura, mangia la sera, si lancia dritto nel cuore della notte nera». Pure «i personaggi è come se fossero usciti dalla pietra, se avessero preso corpo dal paesaggio che è una frontiera tra due luoghi un po’ antagonisti: dietro la città, luogo della legge e degli uomini, e davanti il mare, luogo delle emozioni, della sensualità». Anche il suo più recente Giorno di risacca (Feltrinelli) pare germogliare da Le Havre, dove è cresciuta, così come Lampedusa (Feltrinelli) dall’omonima isola, o La diga (Prehistorica), scritto con Joy Sorman, da un laghetto alpino. Un mondo a portata di mano (Feltrinelli) ruota intorno a quella meraviglia preistorica che è la grotta di Lascaux, dove chi vi entra (oggi si può solo nella ricostruzione) si sente improvvisamente donna o uomo del paleolitico, tanto l’emozione estetica è profonda e senza mediazione.

Ma noi, che discendiamo da quegli esseri nomadi che scrutavano al di sopra delle savane, che geneticamente siamo ancora dei cacciatori raccoglitori, possiamo davvero appartenere a un posto in particolare? Quanto di tutto ciò è una costruzione, o almeno un’esagerazione culturale, dagli esiti ambigui, se non catastrofici? La scrittrice turca Ece Temelkuran nel suo ultimo libro Stranieri come te. La nazione degli esclusi nel nuovo millennio (Bollati Boringhieri) parla di una nazione degli stranieri che si ingrossa sempre di più e comprende anche chi, politicamente e moralmente, non si sente a casa nel proprio Paese. «Potrebbe essere che ciò che chiamiamo casa non sia più connesso a un luogo - ha detto al Sole 24 Ore -. Nel XXI secolo la casa potrebbe essere fatta di persone di parole». E se partissimo, anzi, ripartissimo, da qui? Se fossimo tutti, come Elisa Veronesi, felici di definirci, semplicemente, «terrestri»?

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