Alessandro Portelli
Dolly Parton, le radici e le ali del country
il manifesto, 30 agosto 2026
Sarà stato il 1980, a Buffalo, stato di New York, in un paludato e molto rivoluzionario convegno su “Narrare la povertà” negli Stati Uniti. Io commisi un errore imperdonabile: per far capire qual è la differenza fra essere poveri e sentirsi poveri in una società come quella degli Stati Uniti, citai una fonte poco rispettabile – Coat of Many Colors, una canzone di Dolly Parton.
LEI NON ERA ANCORA la figura universalmente amata e rispettata di cui abbiamo rimpianto la scomparsa in questi giorni. Allora, era solo una volgare star di un genere musicale spregevole, la country music (roba fascista, mi spiegavano i compagni che sapevano tutto di politica e di musica). Ovviamente, il mio contributo fu escluso dagli atti del convegno.
A me la country music piaceva, e ci trovavo dentro le ragioni, i torti e le contraddizioni della cultura proletaria degli Stati Uniti, temi di cui il rock non parlava – certo, il lavoro, la disoccupazione, gli scioperi – ma ve l’immaginate una canzone come PBS Blues di Dolly Parton, sui dolori post mestruali?
D’ALTRONDE, DOLLY PARTON l’avevo scoperta in una canzone che risale addirittura al 1967, Dumb Blonde: «Solo perché sono bionda, non pensare che sono scema (e comunque, in uno sfacciato accento appalachiano: «Blondes have more fun», le bionde si divertono di più).
E poi, erano gli anni ’70, To Daddy: «Non sembrava mai che a mamma mancassero le belle cose della vita, i fiori che non le regalavano, pareva che le bastasse occuparsi della casa e dei bambini – se non era così, a papà non glielo disse mai. Una mattina ci svegliammo, e trovammo un biglietto che mamma aveva scritto a papà: i figli sono grandi, non gli servo più, me ne vado a cercare quello che non ho mai avuto. Non aveva intenzione di tornare a casa – o almeno, a papà non glielo disse mai».
E poi Jolene, e Nine to Five, la canzone premio Oscar ispirata al movimento di lotta delle segretarie e stenografe, e il film con due icone della sinistra come Jane Fonda e Lily Tomlyn (ma l’unica volta che l’ho vista di persona fu quando per caso incrociai in una strada di New York il set di un film che stava girando con Sylvester Stallone. Anche lei conteneva moltitudini).
Ma sta tutto dentro Coat of Many Colors: un fagotto di pezze di tutti i colori regalato in inverno a una famiglia povera, una madre che le cuce amorevolmente per fare una giacca alla sua bambina – e lei che tutta orgogliosa se la mette per andare a scuola e la prendono in giro e ridono della sua veste – «Ma non capivano che sei povero solo se scegli di esserlo, e anche se non avevamo soldi, anche ero vestita di pezze e coi buchi alle scarpe, io ero più ricca che mai per l’amore che mia madre aveva messo in ogni punto di cucito».
LA VESTE DAI MOLTI COLORI è quella che indossa Giuseppe nella Bibbia, e che la madre le racconta mentre cuce; ma è anche il quilt, la trapunta tradizionale, un simbolo dell’arte dei poveri e dell’arte delle donne, la capacità di creare bellezza partendo da scarti e frammenti. La bellezza, l’amore rendono ricchi; puoi non avere niente ma se non ti arrendi, se non interiorizzi la povertà come identità e destino, se sai fare ricchezza di quello che hai e che sai fare, allora anche a te «questa veste porterà felicità e fortuna».
C’è tutto un filone country consolatorio – «eravamo poveri ma avevamo amore»; Dolly Parton lo rovescia: non eravamo poveri perché avevamo amore. E bellezza.
In Wildflower, un’altra bellissima canzone (incisa con due altre icone del country progressista, Emmylou Harris e Linda Ronstadt), lei dice di essere cresciuta come una selvaggia rosa di campo – «quando un fiore cresce selvaggio, sa sempre come sopravvivere, i fiori selvaggi crescono dappertutto» – ma hanno bisogno di libertà: «Non mi accontentavo di essere una fra i tanti, così mi strappai le radici e portai i miei sogni sulla strada. Ma ero cresciuta libera e selvaggia, e non mi sono mai sentita a mio agio in un giardino dove ero diversa da tutti, così ho chiesto un passaggio al mio amico vento e lasciai che fosse lui a decidere dove andare». Già: anche Dolly Parton ha cantato, a suo tempo, che «la risposta vola nel vento»…
Non si è mai dimenticata di dove e di come è cresciuta, quell’Appalachia poverissima e senza scuole, e non l’ha mai romanticizzata. Come spiega in un’altra canzone capolavoro, The Good Old Days when Times were Bad, «tutto l’oro del mondo non basterebbe per portarmi via i ricordi che ho di quei tempi; tutto l’oro del mondo non basterebbe a convincermi a tornare a riviverli».
DA QUESTA NOSTALGIA CRITICA, da queste radici mobili nascono, a un passo da dove era cresciuta, il suo parco a tema, Dollywood (sì, un bel po’ kitsch: ma d’altronde, come disse una volta lei, «costa un sacco di soldi avere un aspetto così cheap»), che porta lavoro e turismo e anche un po’ di orgoglio in una zona economicamente depressa; e la sua biblioteca dell’immaginazione, ogni anno un libro a un bambino sotto i cinque anni perché crescano leggendo.
Le radici che si è strappata se le è portate dentro mentre volava. E ha passato tutta una vita per dimostrarci che no, che essere bionda non significa essere scema.

Nessun commento:
Posta un commento