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mercoledì 22 luglio 2026

La disperanza

 se la disperazione si trasforma in «disperanza»
Nuovi sentimenti

Sara Boffito
Il Sole 24ore, 19 luglio 2026

Ci sono sentimenti per cui tante volte non troviamo le parole. Sentimenti scivolosi, ambigui, scomodi, che in certi momenti si fanno urgenti. Non è un caso, forse, che la parola per il sentimento del nostro tempo arrivi da un poeta, Franco Marcoaldi, che attinge e trasforma il termine da un altro grande poeta, Giorgio Caproni. Si tratta di «disperanza», a cui Marcoaldi dedica un saggio profondissimo, urgente.

L’urgenza è data dal momento storico, di «Lunga emergenza», un allarme affannato e improduttivo, ma anche – mi sembra – dal bisogno interno di dare un nome a questo sentire. La prima reazione davanti al naufragio sarebbe la disperazione; però, sottolinea il poeta, questa soluzione sarebbe ingenua, sotto sotto anche comoda, alzare le mani e rassegnarsi dichiarando che quello che accade è troppo, troppo per reagire, per difendersi, per poter continuare a pensare. La retorica della disperazione diventa connivenza, vigliaccheria, mancanza di responsabilità. Hanna Segal, una grande psicoanalista inglese, nel 1987, aveva affermato qualcosa di simile sostenendo che il vero crimine è il silenzio, che l’avvento delle armi nucleari ha modificato radicalmente la condizione psichica e politica dell’umanità, dal momento che per la prima volta la distruttività umana può coincidere con l’annientamento reale del mondo. Il silenzio, allora, non è neutralità o rispetto, ma una forma di collusione con il diniego.

Come continuare a pensare nella catastrofe, senza cedere alle sirene della disperazione, e nemmeno a quelle dell’illusione? Questa sembra essere la domanda di Marcoaldi, che risponde facendo appello a una «rassegnazione attiva> che coincide con uno stato mentale aperto e potenzialmente creativo, che ha abbandonato tanto una speranza ingenua e credula, quanto una disperazione retorica e autocommiserante. Disperanza è una parola che suona come una condanna ma in fondo è un auspicio: uno stato mentale intimo che ha a che fare con una consapevolezza, che da amara si fa dolce, che quello che ci resta tra le mani non è che un resto, l’ombra dell’oggetto (da sempre perduto, avrebbe detto Freud), e che in fondo nulla ci appartiene davvero; consapevolezza che può produrre una nuova libertà di movimento, una spinta vitale – urgente appunto – alla creazione poetica del mondo. È una «passione del possibile», per dirla con Kierkegaard, che conduce alla possibilità di godere della fragile pienezza del qui e ora, un riposo dall’ambizione vanagloriosa, dalla speranza illusoria, anche dalla rabbia sprezzante e narcisistica. Una posizione vicina a quella che Montaigne – grande vera guida di Marcoaldi – avvicina alla salute: una ricerca di essenzialità e quiete interiore che permette di fantasticare e dubitare. Formula quest’ultima che ha un’assonanza fortissima con una considerazione che Freud pronuncia quasi a latere, in sordina, nel più dubitativo dei suoi scritti, Analisi terminabile e interminabile, in cui mette in dubbio l’efficacia stessa del suo metodo e si trova costretto a constatare l’impossibilità di arrivare a un punto; dice: «Non si può avanzare di un passo se non speculando, teorizzando, stavo per dire fantasticando».

Freud lo sapeva, ed è proprio passeggiando con Rilke e parlando di Caducità, che osserva nel giovane poeta la rassegnazione: Rilke è afflitto da un «doloroso tedio universale». Eppure, in quella rassegnazione c’è qualcosa di felicemente ambiguo, inesplorato e fecondo, per cui abbiamo bisogno di trovare le parole. È l’indicazione di Elvio Fachinelli che, rileggendo insieme Freud e Rilke, pensa a una «dolorosa identificazione con l’effimero» che presuppone l’accettazione di un ruolo, «un cuore», in grado di accogliere dentro di sé la tragicità dell’esistenza: «non di un lutto abbiamo bisogno, come pensava Freud, né anticipato né post rem. Ma di questo accoglimento, di questa capacità di immedesimazione in cui noi, feriti, diventeremmo madri di creature ferite. E in questo compito potrebbe trovarsi una gracile felicità>. La disperanza si colloca qui, tra poesia e teorizzazione, cavalcando il paradosso di un’inermità creativa.

Franco Marcoaldi

La disperanza. 
Un sentimento del nostro tempo
Einaudi, pagg. 356, € 15

sabato 18 luglio 2026

La Cina e il suo passato

Deng Xiaoping

Emanuele Giordana
Molto meno comunismo, più Cina

il manifesto, 18 luglio 2026

Il taxista di Kashgar ci guarda perplesso: non comprende l’indirizzo in mandarino che gli mostriamo sul cellulare. Il cinese lo capisce ma, evidentemente, non lo legge. Glielo scriviamo col traduttore in uiguro, la lingua della famiglia turcica che si parla nello Xinjiang, l’estrema regione occidentale della Cina. Si scrive in caratteri arabi e il suono ricorda certe parlate dell’Asia centrale. Ora l’indirizzo è chiaro. Mette sul computer di bordo il tragitto e fa partire una canzone nella sua lingua. Alla fine della corsa ci salutiamo con un Salam.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima, specie con gente di una certa età. Sanno il cinese e lo parlano ma preferiscono la loro lingua madre, ancora, a quanto ci sembra di capire, veicolo linguistico prioritario. Ma quanto durerà adesso che la legge entrata in vigore in luglio, con l’intento dichiarato di forgiare una forte identità «cinese», mette a serio rischio lingue e dialetti che non hanno a che vedere con il mandarino standard? La lingua ufficiale della Cina è parlata dalla comunità Han, la più popolosa, anche se molti di loro hanno come lingua madre altri idiomi sinitici (come il cantonese per esempio). Le legge mette a rischio non solo la lingua ma tradizioni, cultura, valori, memoria.mpio di Nanhua, Shaoguan nel Guangdong. Monaci in preghiera nel luogo dove risiedette Huin

Il nostro viaggio nel grande pianeta cinese è cominciato in marzo, proprio quando il Parlamento varava la legge. Da allora abbiamo visitato alcuni classici luoghi della Cina dove la cultura Han ha i suoi punti di forza. E poi lo Xinjang, una delle aree, con il Tibet o la Mongolia interna, dove vivono importanti «minoranze».

Capire cosa significa «identità cinese», come si è evoluta, in che direzione va, ci ha spinto a cercare i segnali di un nuovo comune denominatore che sembra lasciarsi alle spalle il mito del «grande Timoniere», i cui busti, spille, immaginette sembrano sempre più relegati tra le mura degli antiquari o nei mercatini che trattano come materia esotica gli anni delle Guardie Rosse e della Rivoluzione culturale, con gadget un tempo pane quotidiano diventati oggetti da collezionisti.

Il viaggio lo iniziamo da Guangzhou (Canton) per due buoni motivi: se è vero che la Cina sta puntando su una nuova forma di identità, meno comunista e più identitaria, questo deve riguardare l’esaltazione di alcuni personaggi e persino alcuni aspetti religiosi fino a ieri ignorati, rimossi, persino vietati. E la prima figura che incarna il concetto di nazione cinese, di un’identità che si libera del fardello coloniale e idealizza una nuova Cina forte e indipendente, non può essere che Sun Yatsen (1866-1925), considerato il padre della Cina moderna e la guida del movimento rivoluzionario che pose fine a oltre duemila anni di dinastie imperiali, aprendo la strada alla nascita della Repubblica di Cina di cui divenne, il 1º gennaio 1912, presidente provvisorio.

Sun Yatsen, il padre fondatore

Ideatore del Kuomintang, nazionalista repubblicano e modernizzatore, Sun Yatsen era influenzato sia dal liberalismo occidentale sia, negli ultimi anni, da elementi di socialismo confluiti nei «Tre principi»: nazionalismo, democrazia, benessere del popolo. Benché sia ovviamente onorato a Taiwan, dove ancora esiste il suo partito, è molto considerato anche nella Repubblica popolare che sottolinea il suo anti-imperialismo, il ruolo dello Stato nell’economia e la collaborazione con Mosca e i comunisti negli ultimi anni della sua vita. Recentemente, la Cina ha riproposto la sua figura come quella del primo personaggio a elaborare un progetto moderno per la rinascita nazionale di una Cina forte e unita di cui il Pcc si è fatto interprete come chi sta portando a compimento quel programma. Nel 2025, centenario della sua morte, ci sono stati saggi, conferenze e commemorazioni ufficiali per celebrare Sun e il 2026 potrebbe segnare la sua definitiva consacrazione come figura ponte tra la rivoluzione del 1911 e il progetto politico attuale. Nel 160º anniversario della sua nascita si svolgerà una grande cerimonia ufficiale a Pechino il 12 novembre corredata da convegni accademici e mostre in diverse città.

È facile rendersene conto a Guangzhou che gli ha dedicato il Memorial Hall, il Palazzo presidenziale utilizzato da Sun quando la città fu la capitale del suo governo rivoluzionario negli anni Venti. Davanti all’edifico progettato dall’architetto Lü Yanzhi, autore anche del Mausoleo di Sun a Nanchino, troneggia una statua di bronzo del padre fondatore alta più di 5 metri. Dentro, accanto a uno spazio enorme per concerti e cerimonie, c’è un percorso celebrativo della sua vita e si nota anche un pannello dedicato a Matteo Ricci, il gesuita italiano che la Cina considera un ponte tra Oriente e Occidente. È uno spazio che rivela il modo in cui la Rpc racconta come e chi ha aiutato la Cina a crescere. Ecco perché non deve stupire ciò che si può vedere a 200 chilometri a Nord di Guangzhou, raggiungendo il Tempio di Nanhua, a Shaoguan sempre nel Guangdong. È il luogo dove risiedette Huìnéng (638–713), il Sesto Patriarca del buddismo Chan, la scuola cinese che seppe coniugare buddismo indiano a confucianesimo e taoismo e da cui si è poi originato lo Zen giapponese.

Huìnéng e il buddismo cinese

Il grande Tempio è pieno di fedeli e di turisti laici che lo visitano nella sua ampia architettura che porta alla mummia di quello che è considerato il vero artefice del «buddismo cinese». Quello di Huìnéng non è l’unico tempio Chan, ma quello dove riposa il suo corpo mummificato è non solo ampiamente tollerato ma assolutamente curato nella struttura e nell’ampio spazio verde circostante dove si alternano banchetti dove bruciare incensi, teche, spazi per la preghiera e luoghi «laici» dove fumare una sigaretta.

In un Paese dove la Rivoluzione culturale aveva distrutto i luoghi di culto (tutti i templi ne riportano in qualche modo le ferite) colpisce vedere un tempio così pieno di fedeli che si genuflettono. Huìnéng è il teorico dell’illuminazione possibile in ogni momento perché tutti gli esseri possiedono la natura di Budda e va dunque data la priorità all’esperienza diretta evitando rituali, formalismo e studio puramente teorico (Bompiani ha appena ripubblicato Sutra dal soglio del sesto patriarca, una summa del suo pensiero rivisitata dalla studiosa di Storia del buddismo cinese Laura Lettere). Ma non sta qui il punto.injiang. Donne della minoranza tagica in costume durante una evento al forte

Huìnéng, per il quale nel 2025 in occasione del 1300º anniversario della morte, si sono svolte grandi celebrazioni, viene considerato dal regime una figura centrale della tradizione culturale e religiosa nazionale. Negli ultimi vent’anni Pechino ha progressivamente spostato l’attenzione dal Huìnéng maestro religioso a grande figura della civiltà cinese: il Chan non viene descritto come una religione indiana e dunque straniera, ma come una forma di buddismo profondamente trasformata dalla cultura cinese. Insomma Huìnéng non è tanto un’autorità religiosa ma una figura storica che dimostra come la cultura cinese possegga una forte capacità di integrare e trasformare influenze esterne (tra l’altro Nel 1589 Matteo Ricci, il gesuita italiano «sinizzato» si trasferì proprio a Shaoguan, non lontano dal tempio).

Deng, la svolta

Se la chiave è dunque cosa è veramente cinese e cosa di esterno si può sinizzare – e quindi accettare – una chiave altrettanto interessante riguarda la rivoluzione nella rivoluzione operata da Deng Xiaoping, il grande modernizzatore che, senza mai apertamente criticarlo, mise in soffitta Mao Zedong.

Bisogna allora tornare a Guangzhou e da lì raggiungere Shenzhen, la città per antonomasia della tecnologia e dell’innovazione. È l’unico luogo dove, in cima a una collina, c’è una grande statua di Deng, unica per dimensioni in un Paese dove sono rare le sue apparizioni iconografiche. L’uomo è famoso anche per i suoi slogan (dal gatto sia bianco sia nero che sa prendere i topi, all’«attraversare il fiume tastando le pietre» sino alla sua filosofia economica secondo cui è lecito che «alcuni si arricchiscano per primi» da cui venne riportata in Occidente la famosa formula «arricchirsi è glorioso» (attribuita a Deng, benché non risulti una sua citazione letterale). Come è noto, la macchia sulla casacca di Deng sono i fatti di Piazza Tiananmen del 1989, ma indubbiamente gli va riconosciuta sia l’intuizione economica e la capacità di sinizzare il pensiero economico occidentale, sia il ripristino di quanto la Rivoluzione culturale aveva distrutto.

Al mercatino Panjiayuan a Pechino, qualche mese dopo, mentre frughiamo tra manifesti di Mao e libretti rossi cercando un ritratto di Deng, un professore cinese di Storia ci guarda con curiosità. E sorride quando capisce che stiamo cercando Deng (ci sono solo un paio di manifesti nella pila) e non Mao e anche se alla fine optiamo per un antico compendio erboristico di cure mediche. Del resto, durante una visita alla Grande Muraglia, abbiamo sì visto una scritta cubitale dedicata a Mao sulla montagna («In agricoltura, imparate da Dazhai») ma anche una statua di Confucio con brani del Dìzi Gui («Regole per i discepoli», un classico del Maestro) campeggiare davanti al municipio di Beigou, una delle città da cui si parte per visitare la cinta muraria imperiale.

Xinjiang, identità negata

È arrivato il momento di partire per lo Xinjiang, oltre 3000 chilometri a Ovest che si possono percorrere in 30 ore con un comodissimo treno veloce a cuccette. È l’ultima tappa per capire dove punta la nuova identità cinese. Ma se la puntualità e l’efficienza del treno che attraversa il deserto dei Gobi sono una piacevole sorpresa, l’arrivo a Turfan, una delle oasi più famose della Via della Seta ai margini del Taklamakan, è tutt’altro. Abitato in origine persino da popolazioni iraniche e in seguito dagli Uiguri, resta poco dell’antico sito in paglia e fango che ricorda le architetture dell’Asia centrale. La città vecchia è ormai una sorta di enclave per turisti mentre poco lontano sorge quella nuova, con edifici alti e ravvicinati alternati a recenti pozzi petroliferi. Qui e là sopravvive un vigneto di quell’uva che aveva reso famosa Turfan accanto al suo antico, geniale e complesso sistema sotterraneo di irrigazione karez, di origine persiana. Il famoso minareto di Emin sovrasta un’affascinante moschea perfettamente ristrutturata. Ma chiusa al culto. Né si sente mai la chiamata alla preghiera del muezzin in un luogo dove 7 abitanti su 10 sono Uiguri.

Dell’islam c’è una traccia pacchiana nella capitale Urumci dove alcuni edifici scimmiottano l’architettura dell’Asia centrale, ma nell’anonima capitale dello Xinjang le percentuali si invertono: il 75% sono Han, gli Uiguri solo il 15%. Una visita al Museo locale spiega bene cos’è oggi lo Xinjiang. Non c’è traccia di islam e gli Uiguri sono ridotti a una folcloristica «minoranza». Il Museo è un inno alle dinastie Han che alla fine conquistarono la Via della Seta rendendo sempre più cinesi le oasi che, scrive Marco Meccarelli nel suo Le antiche Vie della Cina, erano «luogo mirabile di incontri e di traffici tali da trasmettere non solo beni… ma anche «prodotti spirituali» e culturali». Poco resta di quella osmosi che introdusse tra l’altro il buddismo in Cina.

Anche se oggi Pechino assicura di aver smantellato i centri di rieducazione e se i posti di blocco sono diminuiti (ma le città restano pattugliate dall’esercito), l’invito a visitare le regioni autonome che recentemente è stato fatto da un funzionario cinese alla vigilia dell’entrata in vigore della legge, lascia pieni di perplessità. Respingendo le accuse di «assimilazione», gli sforzi della Cina per promuovere l’unità e il progresso etnico attraverso lo stato di diritto – spiegava il funzionario del Consiglio di Stato – non solo vanno a beneficio della popolazione locale, ma «offrono anche saggezza e soluzioni cinesi ai Paesi di tutto il mondo per affrontare le questioni etniche».

Soluzioni cinesi. Sun Yatsen fu il primo grande nazionalista. Mao decise la via cinese al socialismo che non era quella dell’Urss. Deng seppe sinizzare il capitalismo. Confucio e Laozi indicarono il comportamento e la via spirituale mentre personaggi come Huìnéng contribuirono a utilizzare quel patrimonio per sinizzare il buddismo indiano. Xi Jinping vuole adesso definire la cinesità come summa di un’evoluzione fortemente identitaria che sembra riscuotere consenso. Ma se nello Yunnan, nella regione meno Han della Cina, la capacità di integrare le minoranze funziona, in altre aree l’assimilazione passa per via tutt’altro che morbida. È un nodo irrisolto, una macchia che per ora è difficile cancellare.r, panettieri al lavoro con i tipici pani cotti in un forno a forma cilindrica (foto E.G.)
L’obbligo del mandarino, unità nazionale o assimilazione?

Il 12 marzo scorso l’Assemblea Nazionale del Popolo ha approvato la «Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico» entrata in vigore il 1° luglio. È la prima legge quadro della Repubblica Popolare dedicata interamente alle politiche etniche e traduce in norma giuridica uno dei concetti centrali del pensiero di Xi Jinping: rafforzare il senso di appartenenza alla comunità della nazione cinese. In sostanza, non si tratta solo di garantire la convivenza delle 56 nazionalità riconosciute, ma di costruire un’unica identità nazionale nella quale le appartenenze etniche rimangano subordinate all’identità di una «nazione cinese» (Zhonghua minzu).

Se dagli anni Ottanta la legislazione riconosceva alle autonomie regionali diverse prerogative (uso delle lingue minoritarie; tutela delle tradizioni; libertà di sviluppare culture locali) la nuova legge non elimina formalmente questi diritti, ma cambia la gerarchia dei principi, il primo dei quali è costruire una comunità nazionale unitaria. La legge stabilisce che il putonghua (mandarino standard) è la lingua comune dell’intero Paese. Deve favorire la comunicazione tra tutte le componenti etniche ed essere promosso nell’istruzione, privilegiato nell’amministrazione, diffuso nei servizi pubblici. Gli idiomi minoritari restano protetti ma il principio dominante diventa la prevalenza del mandarino come lingua dell’integrazione nazionale con nuovi manuali da produrre dedicati alla comunità della nazione cinese, all’insegnamento della Storia in chiave unitaria e alla promozione di una coscienza della comune appartenenza nazionale.
Le legge incoraggia i matrimoni tra appartenenti a gruppi etnici diversi come misura contro la discriminazione; i critici ritengono però che favorisca l’assimilazione culturale delle minoranze.

La legge poi estende la responsabilità legale anche a persone o organizzazioni fuori dalla Cina se promuovano il separatismo o compromettono, secondo Pechino, l’unità etnica. Una scelta molto criticata: secondo numerosi studiosi e organizzazioni per i diritti umani, la legge rafforzerebbe l’assimilazione culturale riducendo il peso delle identità etniche autonome, consolidando la centralità della cultura Han e ampliando gli strumenti giuridici contro il dissenso delle minoranze. Pechino sostiene invece che la legge tutela le culture locali e rafforza la coesione nazionale e lo sviluppo.

venerdì 17 luglio 2026

L'impresa garibaldina

Luigi MASCILLI MIGLIORINI, 11 maggio 1860, Laterza, Bari-Roma, 2023, pp. 187, Euro 20.

È da poco uscito nella collana della Laterza “Dieci giorni che hanno fatto l’Italia”, questo saggio di Luigi Mascilli Migliorini dedicato all’impresa dei Mille. Dopo un’ampia introduzione storica sulla situazione politica del Regno di Napoli nella prima metà dell’Ottocento, l’autore si sofferma sui preparativi della spedizione, ricostruendo il ruolo di Francesco Crispi, Rosolino Pilo, Nino Bixio, Agostino Bertani, Giuseppe Sirtori, e sui rapporti di Garibaldi con Giuseppe La Masa e Giuseppe La Farina.

Si sofferma poi sull’atteggiamento di Cavour rispetto all’impresa, caratterizzato da un cauto favore, su quello di Napoleone III e sul ruolo dell’Inghilterra, guidata dal Palmerston, interessata alla nascita di un Regno d’Italia per equilibrare la situazione strategica nel Mediterraneo. Espone le incertezze, le difficoltà e gli imprevisti della vigilia, con i fucili confiscati a Milano da Massimo D’Azeglio, le munizioni non consegnate in tempo sul piroscafo Piemonte, a causa di un disguido dei contrabbandieri che avrebbero dovuto portarle a bordo. Affronta la circostanza della presenza dinanzi a Marsala delle due navi inglesi, dimostrando che esse erano lì per proteggere non tanto Garibaldi quanto le fabbriche del marsala di proprietà britannica, e delle esitazioni delle navi da guerra borboniche giunte in ritardo al largo di Marsala.

Riusciti rocambolescamente a sbarcare, i Mille trovarono ad accoglierli una città molto silenziosa e diffidente, con il sindaco che si limitò a offrire a Garibaldi solo qualche bottiglia di vino, che peraltro il Generale era abituato a bere con grande moderazione. Accoglienza ben diversa fu quella trovata dalle camicie rosse a Salemi e a Calatafimi. L’A. Scrive che fu Crispi a proporre a Garibaldi, e a redigere, il famoso Proclama nel quale veniva dichiarata la Dittatura momentanea, basata sul motto “Italia e Vittorio Emanuele”.

Il libro si basa molto sulle Memorie di Garibaldi e sui libri di Giuseppe Bandi e Giuseppe Cesare Abba, integrati dai tanti ricordi di una serie di protagonisti della spedizione. Nell’ultimo capitolo accenna alle vicende successive di alcuni dei protagonisti della spedizione, da Nino Bixio a Sirtori, da Medici a Cosenz. Le pagine conclusive affrontano brevemente la controversa tematica delle modalità dell’unificazione italiana, attuata per mezzo di plebisciti anziché di un’assemblea costituente come auspicavano i mazziniani.

Gian Biagio Furiozzi

giovedì 16 luglio 2026

Bernard Lazare, il primo dei dreyfusardi

Marius Joly
Prima di 
Émile Zola, c'era "J'accuse" di Bernard Lazare, il primo dei dreyfusardi
Le Monde, 10 luglio 2026

L'organizzazione locale senza scopo di lucro promotrice del progetto è riuscita a riportare alla luce, nella sfera pubblica, una figura caduta nell'oblio: un uomo che fu tuttavia un protagonista chiave nella difesa di Alfred Dreyfus, tanto da essere soprannominato "il primo dei dreyfusardi". "Questa ingiustizia andava riparata e dovevamo ricordare che egli incarnava i valori della Repubblica", afferma David Storper, presidente del collettivo. Questa iniziativa offre l'opportunità di ricordarlo mentre la Francia si prepara a celebrare, il 12 luglio, la prima giornata nazionale di commemorazione della riabilitazione di Alfred Dreyfus , in occasione del 120° anniversario del riconoscimento dell'innocenza del capitano. Tale commemorazione è stata decisa da Emmanuel Macron esattamente un anno fa.

Questo è ciò che pensò Mathieu Dreyfus, il fratello maggiore del capitano, quando contattò Bernard Lazare nel febbraio del 1895. A quel tempo, Alfred Dreyfus era già stato condannato all'ergastolo in un processo militare sommario e totalmente di parte per aver condiviso documenti dell'esercito francese con il nemico prussiano. Il capitano fu inviato nella colonia penale sull'inospitale Isola del Diavolo nella Guyana francese. La stampa e l'opinione pubblica erano unanimi: Dreyfus era colpevole. La sentenza era stata emessa e nessuno osava pensare di contestarla.
Il nome di Bernard Lazare è gradualmente caduto nell'oblio. È in gran parte dimenticato nei libri sulla storia dell'anarchismo, della stampa o del sionismo. Eppure fu una figura importante negli ambientiintellettuali di fine Ottocento . Anarchico e ateo convinto, di origine ebraica, scrisse per giornali come L'Echo de Paris e Le Figaro, con il quale collaborò solo per pochi mesi, nonostante i suoi scritti radicali avessero scandalizzato la redazione conservatrice di quest'ultimo. Era una personalità abbastanza forte da intraprendere, da solo e contro ogni previsione, una disperata crociata per riabilitare un uomo innocente.

Scrittura nitida

Bernard Lazare, convinto dell'innocenza del soldato, fu uno dei pochi ad unirsi al determinato Mathieu Dreyfus nella sua implacabile lotta. Questo "fratello eroico", come lo avrebbe poi definito Émile Zola, lottò instancabilmente per raccogliere voci autorevoli e prove dell'ingiustizia subita. Gli appunti del capitano Dreyfus, le testimonianze inedite, l'atto d'accusa... Mathieu Dreyfus aveva già raccolto prove solide per ricostruire gli eventi della vicenda. La penna di Bernard Lazare sarebbe servita a portare alla luce la verità.

Il giovane, sulla trentina, esaminò meticolosamente le poche fonti a sua disposizione. Si immerse nelle trascrizioni delle udienze della corte marziale e nell'analisi del famigerato memorandum, quel foglietto di carta presumibilmente accusatorio che si credeva recasse la calligrafia di Dreyfus. Data la natura insolitamente scarna del fascicolo, non c'erano più dubbi: Alfred Dreyfus era stato vittima di una cospirazione.

Tra la fine del 1895 e la fine del 1896, Bernard Lazare redasse una prima bozza del testo. Come sua consuetudine, la sua scrittura era caustica e non risparmiava nessuno. Sottolineò la responsabilità dello Stato Maggiore, della stampa, del Ministro della Guerra… Ma soprattutto, Bernard Lazare denunciò il palese antisemitismo alla base della vicenda. "Perché, dunque, il Capitano Dreyfus fu preso di mira specificamente? Perché il Capitano Dreyfus era ebreo", scrisse nelle tre pagine superstiti di questo testo.

Accordo tacito

In una società pervasa dall'antisemitismo e infiammata da polemisti come Édouard Drumont e la sua rivista La Libre Parole, la famiglia temeva le ripercussioni e decise di non pubblicare l'opuscolo. Eppure, queste pagine contengono una delle frasi più celebri del nostro tempo: "Quanto a me, accuso il generale Mercier, ex Ministro della Guerra, di essere venuto meno a tutti i suoi doveri, lo accuso di aver fuorviato l'opinione pubblica, [...] lo accuso di aver mentito...".

Una potente anafora, che egli dispiega all'infinito, quasi quindici mesi prima del celebre "J'accuse" di un certo Émile Zola, pubblicato su L'Aurore il 13 gennaio 1898. Per Philippe Oriol, storico specializzato nell'Affare Dreyfus e biografo di Bernard Lazare, questo potrebbe rappresentare un tacito accordo tra i due. "Zola era a conoscenza dell'esistenza di questo opuscolo. Quindi, la mia ipotesi è che ritenesse un peccato perdere questo efficace espediente stilistico. Ci fu dunque un'intesa tra i due per riutilizzarlo."

Bernard Lazare non si limitò a lasciare la sua formula ai posteri. Nell'autunno del 1896, tornò al suo lavoro, determinato a dimostrare l'innocenza del soldato. Partendo da un lungo articolo pubblicato dal quotidiano L'Éclair, che presentava solo una visione parziale della vicenda, il giornalista esaminò meticolosamente ogni argomentazione avanzata. Sottolineò la debolezza delle indagini condotte e denunciò la totale mancanza di prove contro il capitano. "Questo primo opuscolo pubblicato è incredibile perché è una vera opera di erudizione storica", afferma entusiasta Philippe Oriol. "Con pochissimi documenti, riesce a smantellare l'accusa". Il testo, intitolato Un errore giudiziario: La verità sull'affare Dreyfus, fu infine stampato nel novembre del 1896 a Bruxelles, prima di essere distribuito in 3.500 copie a giornalisti, artisti e politici dell'alta società parigina.

Condannato all'oblio

Non solo questo scritto non ebbe l'impatto sperato sull'opinione pubblica, ma trasformò anche Bernard Lazare in un vero e proprio "paria", come egli stesso lamentò ripetutamente. "A quel punto, nessuno voleva più lavorare con lui. Era una persona che si guadagnava da vivere molto bene e che, nel giro di pochi mesi, si ritrovò senza un soldo", spiega Philippe Oriol. Ma questa situazione non scoraggiò Lazare, che rimase convinto che questa lotta personale fosse parte di una battaglia più ampia contro il dilagante antisemitismo.

Per oltre un anno, Bernard Lazare tenne numerosi incontri per raccogliere nuovi consensi. Iniziò anche a scrivere un secondo opuscolo, più lungo e incisivo, corredato da numerose perizie che attestavano che la grafia del memorandum non era quella di Dreyfus. Questo testo, pubblicato nel novembre del 1897, suscitò ancora una volta solo disprezzo e malafede in gran parte della stampa.

Mentre, nello stesso mese, Mathieu Dreyfus scriveva al Ministro della Guerra per denunciare il vero traditore – Ferdinand Esterházy – e diversi intellettuali di spicco, tra cui lo scrittore Émile Zola, si schieravano pubblicamente dalla parte di Dreyfus, Bernard Lazare, ostacolato dalle sue convinzioni anarchiche e dalla sua intransigente lotta contro l'antisemitismo, che all'epoca non era universalmente accettata, nemmeno tra i seguaci di Dreyfus, perse gradualmente la sua visibilità. "Se si confronta la notorietà di Bernard Lazare, che era reale, con quella di Émile Zola, la differenza diventa trascurabile", ricorda Philippe Oriol. " Era necessario cercare voci con una portata più ampia della sua."

Un ritiro straziante per Bernard Lazare, che dedicò diversi anni della sua vita alla difesa di un innocente. Morì nel 1903, tre anni prima della definitiva riabilitazione di Alfred Dreyfus, consapevole di essere condannato all'oblio: "Non mi è perdonato di aver visto chiaramente quando nessun altro vedeva nulla (...) . Sarà un onore per me aver sferrato il primo colpo e aver posizionato così bene il piccone che tutti i sostenitori di Dreyfus furono costretti a passare attraverso la breccia che avevo aperto", scrisse in uno dei suoi taccuini.

Eretta in suo onore nel 1908, la sua statua a Nîmes, spesso vandalizzata e infine rimossa dal regime di Vichy, divenne bersaglio di odio antisemita. Oggi, a un secolo dalla sua creazione, questo blocco di pietra, tornato a ergersi, restituisce a questa figura a lungo dimenticata il posto che le spetta.

https://www.lemonde.fr/m-le-mag/article/2026/07/10/avant-emile-zola-le-j-accuse-de-bernard-lazare-le-premier-des-dreyfusards_6722313_4500055.html

mercoledì 15 luglio 2026

Machiavelli teorico e profeta

Roberto Barzanti
La religione civile di Machiavelli

il manifesto, 12 luglio 2026

In un massiccio volume Maurizio Viroli torna su una figura tra le più ricorrenti delle sue ricerche, erigendo un monumento a Machiavelli repubblicano (Laterza «Storia e Società», trad. di Stefano U. Baldassarri, pp. XVI-502, € 38,00) in venti capitoli che, in due parti, ne esplorano ogni aspetto: la prima di taglio biografico, la seconda tesa a disegnare gli elementi teorici portanti di un patriottismo mai attenuato: «L’amor patrio era in lui – scrive a conclusione in una epigrafica sintesi sepolcrale – la passione più profonda di tutte. I suoi obiettivi principali erano liberare l’Italia dalla dominazione straniera e Firenze dalla tirannia.

Solo un redentore come quello da lui immaginato, descritto e invocato avrebbe potuto realizzare gli ideali che lo ispirarono nel suo lavoro e per i quali compose le sue opere, da vero cittadino repubblicano, quale egli era». Già il termine «redentore» evidenzia la tensione profetica che si accentuerà nel Machiavelli ultimo, dopo tante sofferte sconfitte. Il suo obiettivo sostanziale restava il radicamento di un senso della cittadinanza repubblicana quale base di una difficile concordia sociale alimentata da una vera e propria «religione civile».

Il Machiavelli di Viroli ha un’unitarietà mai messa in discussione: il repubblicanesimo è spregiudicatamente attualizzato. Se rilanciato sarebbe in grado ancor oggi di resuscitare negli italiani una solida rinascita civile, in grado di assicurare un futuro alla Nazione. L’ardimentoso militantismo del segretario fiorentino è riproposto senza timore di cadere in ambigui anacronismi. Lo stesso rispetto della legalità è affidato ai doveri che il regime repubblicano esige: non a miti populisti o a lotte classiste, ma a una unità spirituale contraria al «potere illimitato degli oligarchi che dominano grazie alla forza del denaro». La storiografia praticata, dunque, ha una chiara ambizione pedagogica e si intreccia drammaticamente con la crisi che stiamo affrontando. Come Machiavelli aveva tratto dallo studio del passato i fondamenti di un’etica da seguire nei suoi tormentati anni, così Viroli, attingendo alle analisi di Machiavelli, ritiene di estrarne indicazioni da valorizzare oggi.

Da questo permanente patrimonio ideale, che egli ben conosce e mise al servizio della Presidenza della Repubblica di Ciampi, sarebbe scaturita una partecipazione al governo della cosa pubblica esente da un allarmante decadimento. Non sfugge il timbro «massonico» e mazziniano di una prospettiva che risente degli anni di insegnamento all’Università di Princeton, ad Austin e nella Svizzera italiana e delle impostazioni, tra gli altre, di un Quentin Skinner, per citare solo il nome di un maestro molto seguito. Non sorprende che convinzioni così alte e minoritarie si siano concretizzate in una miriade di contributi in cui la narrazione della «verità effettuale» si alterna a esortative riflessioni morali: fin dal testo d’esordio sull’eroe ora riportato alla ribalta, l’oxoniense Il sorriso di Machiavelli del 1998.

Questo dichiarato assommarsi di angolazioni produce un monumento che non disdegna difensive messe a punto talvolta non prive di cadenze apologetiche. Val la pena esemplificare con qualche sintomatico sondaggio. Sono rintuzzate le critiche recenti di Robert Black che ammorbidisce le riserve su un pragmatismo pronto a usare ogni strumento pur di assicurare il bene pubblico. A Machiavelli furono lanciate contro, a profusione, malevolenze da parte dei fiorentini: perfino il peccato di non essere credente, scambiando le sue accuse alla corruttela dilagante nella Chiesa come una sprezzante presa di distanza. Viroli non esita a dire che Machiavelli era un uomo buono, tout court, certo usando l’attributo nell’accezione dell’antico lessico romano: potevano dirsi repubblicani solo coloro che desideravano il bene.

Nella lettera all’amico Francesco Vettori del 10 dicembre 1513 si sfogò senza remore: «Et della fede mia non si dovrebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede, io non debba imparare hora a romperla; et chi è stato fedele et buono 43 anni, che io ho, non debba potere mutare natura: et della fede et delle bontà mia ne è testimonio la povertà». Viroli sorvola sulla vorace bisessualità del buon padre di famiglia, lo assolve dalla misoginia che, non a torto, fu notata da Hannah Pitkin e via spulciando. Nei molti incarichi assolti con costante senso del dovere non si riscontra alcun tentennamento in direzione monarchica, al contrario di quanto sostiene uno storico-filologo di indiscussa autorevolezza come Mario Martelli. Il monumento scolpito con esperta dovizia non mostra alcuna pecca.

L’opuscolo De Principatibus invita un Medici delineando uno «stato d’eccezione» che conferma le regole fissate in quella sorta di zibaldone che sono i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio aggiornati e rivisti fino all’ultimo. Se l’opuscolo era mosso da un’occasione da sfruttare al volo, i Discorsi sono il trattato in cui si dispiega una teoria abbracciata toto corde. La tesi è incontrovertibile a patto che sia collocata in uno scenario complesso. Ci sono parecchi Machiavelli e il suo pensiero si deposita nel teatro e nelle poesie, nelle tristi confidenze e nei «nondimanco» che s’intercalano in una calcolata sintassi. Carlo Ginzburg nel saggio d’apertura, appunto, del suo Nondimanco (2018) si soffermò su un passo dei Discorsi che si riallacciava su speranze abbozzate nei Ghiribizzi circa la superiorità delle repubbliche rispetto ai principati, poiché dettata da una concezione pluralistica della cittadinanza: «Quinci nasce che una repubblica ha maggiore vita ed ha più lungamente buona fortuna che uno principato, perché la può meglio accomodarsi alla diversità de’ temporali, per la diversità de’ cittadini che sono in quella, che non può uno principe».

La teoria di Machiavelli è il frutto di un angosciato sguardo sul presente e «non nasce deduttivamente dall’interno di una dimensione dottrinaria ma come animosa risposta alla drammatica novità dei tempi: la crisi del sistema politico italiano policentrico, particolaristico e male armato» (Giorgio Inglese, Dizionario Biografico degli Italiani, 67, ad vocem). Machiavelli chiuse i suoi giorni assillato da un allucinante profetismo e scrisse a Guicciardini, nell’imminenza del sacco di Roma, indirizzandogli una lettera (17 maggio 1526) che replicava il grido del Principe: «Voi sapete quante occasioni si sono perdute: non perdete questa, né confidate più nello starvi, rimettendovi alla fortuna e al tempo, perché con il tempo non vengono sempre le medesime cose, né la fortuna è sempre quella medesima». Viroli, a commento, precisa che bisognava attendere il Risorgimento perché quelle invocazioni attecchissero nell’animo degli italiani. L’obiettivo sognato da Machiavelli aveva invero i tratti di una pacificata repubblica. Solo un eroe inviato da Dio avrebbe saputo capeggiare un’impresa impossibile: un profeta armato e disarmante.