venerdì 18 settembre 2026

Criminale di guerra

Francesco Martino
"Criminale di guerra". Thaqi condannato. Scontri a Pristina

il manifesto, 17 settembre 2026

Ha accennato un sorriso indecifrabile, l’ex presidente del Kosovo ed ex capo della lotta armata dell’Uck Hashim Thaqi, quando dopo avergli letto la condanna a 25 anni di reclusione per crimini di guerra, il giudice lo ha invitato a sedere di nuovo. Thaqi, impassibile durante l’intera lettura del verdetto si è stretto appena nelle spalle, ha sorriso freddo, poi il suo volto è tornato subito enigmatico, mentre nelle strade dell’Aja e del Kosovo migliaia di manifestanti riunitisi in attesa della sentenza iniziavano la loro protesta, sfociata in incidenti sia nei Paesi Bassi che a Pristina.

LA SENTENZA DI IERI, attesa per più di cinque anni da imputati e vittime, ma anche dalle opinioni pubbliche di Kosovo e Serbia, segna il punto di arrivo dell’ultimo grande processo internazionale per i crimini commessi durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia. Al banco degli imputati, insieme a Thaqi, leader della lotta armata degli albanesi del Kosovo contro le forze serbe a partire dagli anni ‘90, trasformatosi poi nel leader politico che ha portato Pristina all’indipendenza da Belgrado nel 2008, c’erano tre figure di spicco dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck): Kadri Veseli, Rexhep Selimi e Jakup Krasniqi. Contro di loro dieci capi d’accusa, dai crimini di guerra ai crimini contro l’umanità, commessi a cavallo dell’intervento della Nato in Kosovo, dall’aprile 1998 al giugno 1999. Secondo i giudici delle Camere speciali, tribunale fortemente voluto dell’Ue, ufficialmente parte del sistema giudiziario kosovaro, ma con sede all’Aja e magistrati internazionali, gli imputati sono colpevoli della maggior parte delle accuse presentate dalla procura: omicidio, torture, crudeltà, arresti e detenzioni illegali. A Thaqi e a Krasniqi sono andate le condanne più pesanti, 25 anni di reclusione, mentre Veseli e Selimi sono stati condannati a 18 e 13 anni.

SECONDO IL GIUDIZIO della corte, gli imputati hanno contribuito in modo congiunto ai crimini commessi «con gli attacchi e le uccisioni di albanesi sospettati di collaborazionismo e serbi individuati come nemici» prima, durante e dopo i bombardamenti decisi dalla Nato contro la Serbia di Milosevic, tutte azioni rivendicate da comunicati politici volti «ad avvertire e minacciare» i propri opponenti.

SUBITO DOPO LA LETTURA della sentenza, come prevedibile, reazioni opposte ma ugualmente irruente hanno attraversato e scompigliato la regione balcanica. Mentre i politici di Kosovo e Albania esprimevano la propria delusione, la folla riunita nelle strade della capitale kosovara Pristina a sostegno di Thaqi e degli altri imputati ha diretto la propria rabbia contro la sede di Eulex, la missione Ue di supporto allo stato di diritto in Kosovo, dove si è arrivati a scontri con la polizia. Tra i primi a reagire in Serbia c’è stato il ministro degli Interni Ivica Dacic secondo cui il verdetto conferma che «il cosiddetto Uck era un’organizzazione terrorista e criminale».

DAL PUNTO DI VISTA giudiziario, la sentenza di ieri non segna la fine del percorso della giustizia. Gli imputati hanno annunciato la volontà di ricorrere in appello, e nonostante la solidità delle prove accumulate durante il procedimento, già in passato abbiamo assistito a spettacolari sorprese nel secondo grado di giudizio, come l’assoluzione del generale croato Ante Gotovina nel 2012, dopo che in primo grado aveva ricevuto 24 anni per i presunti crimini commessi durante l’operazione “Tempesta” in Croazia del 1995. Da quello politico, il verdetto dà ragione all’allora senatore svizzero Dick Marty, autore del rapporto per il Consiglio d’Europa che per primo puntò l’attenzione sui crimini Uck, ma lascia irrisolte questioni essenziali.

LA CONDANNA ALIMENTA il senso di ingiustizia in Kosovo, che oltre a Milosevic ha visto pochi dei responsabili serbi delle violenze degli anni ‘90 rispondere davanti alla giustizia, e al tempo stesso, rende ancora più faticoso il processo di elaborazione del passato in Serbia, reduce dai recenti funerali di stato concessi al “boia di Srebrenica” Ratko Mladic. Ma soprattutto, rischia di spegnere definitivamente le riflessioni sulle responsabilità della comunità internazionale. Molti dei crimini per cui Thaqi e i suoi coimputati sono stati condannati, sono avvenuti sotto gli occhi dei governi e delle istituzioni che hanno prima promosso l’intervento militare Nato, per poi gestire per anni l’amministrazione civile e militare in Kosovo, e che hanno deciso di non intervenire per convenienza politica e volontà di non inimicarsi gli “alleati di fatto” della guerriglia albanese. Una verità scomoda che nessuno ha menzionato in aula, ma che forse per un attimo è balenata furtiva nel sorriso enigmatico di Thaqi.

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