Giuseppe Legato
Musti: "A Torino c'è chi flirta con gli antagonisti. Una parte della borghesia tollera i violenti"
La Stampa, 13 settembre 2026
Due anni fa, oggi, si insediava da procuratore generale di Piemonte e Valle d’Aosta. Dopo Lanusei, Trieste, Modena, Bologna, Gela, è arrivata nel più grande distretto giudiziario d’Italia, Torino. La definì così: “Capitale dell’eversione di piazza”. Valutazione che col senno di poi, dopo le guerriglie della Valsusa e le martellate al poliziotto negli scontri dopo lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna, conferma. Nell’anniversario del suo ingresso Lucia Musti parla di molto altro. Di riforme, di rapporti tra magistratura e politica, di referendum sulla giustizia. E ancora di intercettazioni e mafie. Di aree grigie e borghesie compiacenti.
Procuratore, avrà letto il duro attacco del presidente dell’Anm all’esecutivo che interviene sulle pronunce dei giudici. Condivide?
«Le parole di Tango sintetizzano il pensiero degli iscritti. È in parte fisiologico che provvedimenti aventi ad oggetto materie delicate, ma anche mediaticamente esposte, possano determinare il focus o del ministro o del procuratore generale della Cassazione. E di questo noi magistrati ne siamo assolutamente a conoscenza».
Vale anche se la premier interviene sul caso dell’uomo accusato di violenza sessuale su una tredicenne scarcerato dal gip a Torino?
«A mio avviso si deve mettere nel conto che il capo di un governo possa assumere una posizione critica. Ed infatti l’Anm prende posizione. Questa vicenda tanto drammatica quanto complessa, comprova che pm e giudice svolgono ciascuno la propria funzione, in maniera autonoma e indipendente».
Il clima toghe-governo resta teso. Cosa è cambiato dai tempi di Berlusconi?
«Sostanzialmente è lo stesso copione che si ripete e temo si ripeterà e questo a prescindere, in linea di massima, dai governi: non mi è mai piaciuto pensare a un “partito dei giudici” nel senso che non mi piace una magistratura che veda sempre un partito dalla sua parte; il consenso governativo non ci appartiene e, parlando della funzione del pm, non siamo elettivi, ma tutti vincitori di concorso».
Cos’ha votato al referendum?
«Convintamente no».
Ma non si è iscritta al comitato come tanti magistrati.
«Ho ritenuto – forse sbagliando – che il mio ruolo istituzionale di Procuratore generale che ha rapporti fisiologici e continui con il Ministero e il Cms non consentisse un impegno sul campo».
Davvero volevano assoggettare i pm al governo?
«Fortunatamente non lo sapremo mai».
Su cosa non era d’accordo con il testo della riforma.
«Semplificando, ho ritenuto che si trattasse di un attacco strumentale per colpire la magistratura come baluardo dei diritti dei cittadini nel rispetto della Costituzione».
Due anni a Torino. Cosa ha trovato finora?
«Un ufficio giudiziario che, come nei miei auspici, è diventato una famiglia allargata. Cerchiamo di dare l’impressione di un ufficio solido e trasparente portandolo anche nei luoghi di confronto e di alta formazione per offrire il nostro contributo».
All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 definì Torino “capitale dell’eversione di piazza”. Vale ancora o vale più di prima?
«Ho dovuto privilegiare la sintesi perché in quel contesto avevo poco tempo. Ma non credo di aver detto nulla che non fosse noto».
È stata la prima a dirlo con questo vigore.
«Ma non è che i miei predecessori fossero stati molto lontani dal mio pensiero. Ricordo il procuratore Gian Carlo Caselli e il Pg Francesco Saluzzo. Anche in privato hanno condiviso con me questa analisi».
Non è cambiato niente?
«Per me Torino, sotto il profilo dei disordini di piazza, sta andando avanti con la stessa velocità e gli stessi contenuti. Lo sa bene anche La Stampa che ha subito un attacco vergognoso».
Chi è la borghesia che “flirta” con la galassia antagonista?
«Spiace ripetermi ma esiste una benevola tolleranza da parte di una certa upperclass con una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati. Un’area area grigia di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza».
E invece?
«Minimizzano, non stigmatizzano. Ma quando si devasta una città non si può parlare di ragazzi che sbagliano».
Cosa servirebbe?
«Una presa di posizione franca e netta sul punto. Mi ha fatto piacere però che da quelle mie parole sia nato un dibattito anche – ad esempio – tra i docenti dell’università, la parte più rappresentativa della cultura di Torino».
Anche le mafie si avvantaggiano della borghesia?
«Si può dire che in generale i fenomeni criminali complessi hanno bisogno di una parte di società che chiamerei “non civile”. Una nuova mentalità va così a sposarsi con quell’area grigia e crea un nuovo prodotto di cultura criminale».
Ecco: il governo vuole limitare le intercettazioni. Ma se per trovare la mafia bisogna partire dai reati spia come se ne esce?
«Bisogna mantenere sempre l’asticella alta perché le mafie non macchiano più l’asfalto. Alla loro raffinatezza criminale deve seguire una pari raffinatezza investigativa in grado di contrastarla e le intercettazioni sono indispensabili».

Nessun commento:
Posta un commento