Djarah Kan
Lesbica e sposata con una srilankese: la valanga AfD e il caso Alice Weidel
Domani, 19 settembre 2026
Con la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt e l’imminente voto in Meclemburgo, i media sono tornati a occuparsi di Alice Weidel e della sua vita privata. Negli ultimi anni la copresidente di AfD è stata spesso accusata di essere una politica incoerente. Weidel è lesbica, ma è anche copresidente di un partito apertamente contrario al matrimonio egualitario e alla “normalizzazione” dell’omosessualità. Vive da anni con una regista svizzera di origini srilankesi, e insieme hanno due figlie. La sua è una tipica famiglia omogenitoriale degna di una pubblicità progresso. Eppure, per i valori dello stesso partito che guida, una famiglia come la sua non dovrebbe nemmeno esistere, dato che AfD riconosce come legittima solo l’unione tra un uomo e una donna.
Lo scollamento tra vita privata e valori politici è evidente. Ma Weidel non sembra avvertirlo e, visti gli indici di gradimento, nemmeno la sua base elettorale lo ritiene un problema. Il suo non è un caso isolato. Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale, si batte per una legge sulla remigrazione pur avendo sposato una donna rumena, madre dei suoi figli. JD Vance, sostenitore della teoria della “grande sostituzione” etnica, ha sposato una donna americana di origini indiane. Trump, accanto alla moglie di origini slovene, descrive gli immigrati come portatori di un patrimonio genetico che li spingerebbe a delinquere. In nessun caso questo scarto costa loro consenso: a sinistra la coerenza è un obbligo morale che, se infranto, costa la carriera; a destra sembra opzionale.
Il “diritto” di escludere
Torniamo al “caso Weidel”. Le accuse di incoerenza e ipocrisia restano lì, sul tavolo, da anni. Eppure la sua immagine non vacilla. La sua credibilità politica, semmai, aumenta, soprattutto quando è lei stessa a usare le proprie scelte personali come prova che la Germania di AfD non discrimina per odio, ma per amore del «buonsenso».
Tutti si chiedono se una politica incapace di seguire i valori del suo stesso partito sia degna di essere presa sul serio. Ma credo ci sia un errore di fondo nei presupposti che alimentano questo tipo di domande. Chi accusa Weidel di incoerenza legge le sue scelte dentro un ragionamento in cui tutti i cittadini, a prescindere dal loro orientamento politico, siano concordi sul fatto che un politico capace è un politico onesto e coerente, sottoposto a quelle regole che valgono per tutti. Ma il patto che AfD offre ai propri elettori non richiede l’uguaglianza universale per funzionare. Non promette che le stesse regole varranno per tutti allo stesso modo. Il patto che AfD stringe coi suoi elettori promette qualcos’altro: la possibilità di appartenere a un gruppo superiore agli altri, detentore assoluto del sacro e tanto ambito diritto di escludere.
Questa struttura si ripete su due piani identici. I leader politici di estrema destra che credono nell’esercizio di un potere autoritario e senza contestazioni si sentono legittimati a infrangere le regole che impongono alla propria base, perché in questo terreno culturale l’eccezione alla regola applicata a sé stessi è prova di forza, non un difetto. Lo stesso principio vale, un piano più in basso, per la base elettorale che li vota. Anche loro si sentono legittimati a discriminare chi sta fuori dal perimetro nazionale, etnico o sessuale tracciato dal partito, concedendo di volta in volta dei lasciapassare strategici all’immigrato o alla donna lesbica neonazista di turno che desidera lo status di cittadino “assimilato”.
In questo stato di cose dove l’eccezione è un meccanismo di controllo, non esistono né uguaglianza universale né diritti dell’uomo in quanto tale. Esistono solo i diritti del gruppo che in quel momento ha più potere. È per questo motivo che agli occhi della base elettorale di AfD Weidel non è incoerente. È semplicemente più meritevole di qualsiasi altra donna lesbica sia mai nata in Germania.
Il problema è che continuiamo a pensare a Weidel e al suo partito dentro i margini del pluralismo democratico, come se l’obiezione dell’incoerenza dovesse necessariamente danneggiarli. Ma AfD non condivide quella cornice: pensa che la stagione della democrazia liberale sia finita, e che il proprio modello, fondato sull’eccezione – non sull’uguaglianza – sia il futuro.
Due posizioni
Weidel occupa contemporaneamente due posizioni che in teoria dovrebbero essere incompatibili: è il soggetto che promuove una politica che disciplina in maniera totalmente illiberale i corpi altrui, e al tempo stesso si rende “eccezione sovrana” che non è tenuta a sottostare ai valori e alle regole che vorrebbe imporre. Il corpo non bianco della compagna Bossard, la loro relazione omosessuale non sfuggono allo sguardo del partito: sono parte di una messa in scena che deve performare i privilegi di chi sta in cima alla piramide sociale, che per tenersi su deve negare qualsiasi forma di eguaglianza. Solo così si tiene in piedi un modello in cui solo alcuni possono sposarsi, avere figli, ottenere la cittadinanza; in cui solo un tipo molto specifico di cittadino ha il diritto di realizzarsi, votare, restare.
Per questo, a un certo punto, la domanda «Weidel è ipocrita o no?» smette di essere quella giusta. Non c’è alcuna ipocrisia da smascherare. L’incoerenza qui è funzionale, non accidentale. L’ipocrisia presuppone un soggetto che tradisce i propri principi dentro un ragionamento che mette l’uguaglianza strutturale al centro. Paradossalmente, l’unica ipocrisia rilevabile è quella di una democrazia che tollera chi non crede nella tolleranza, convinta che prima o poi imparerà a farlo.




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