martedì 8 settembre 2026

L'argine e la stampella


L'argine 

Ernesto Galli della Loggia
Le ragioni di una crisi
Corriere della Sera, 8 settembre 2026

Il segnale dalla Sassonia è solo una conferma: la crisi dell’occidente europeo si manifesta nel modo più evidente innanzi tutto come crisi dei suoi sistemi politici. L’assetto tradizionale dei quali conosce da anni un processo di disgregazione che appare segnato da due fattori concomitanti e perciò più distruttivi: da un lato la perdita di consensi dell’antica sinistra riformista socialdemocratica, dall’altro lato le crescenti, forti difficoltà delle forze di centro. Il caso esploso nelle elezioni di domenica in Germania, patria storica di quella sinistra e di un centro cristiano da sempre o quasi al governo è il più clamoroso e significativo. In generale, a beneficiare della crisi della sinistra e del centro sono in qualche misura i Verdi e l’estrema sinistra, ma in misura assai maggiore è la destra radicale. La comparsa di nuove formazioni d’ispirazione nazionalsovranista e/o populista è la grande novità del nuovo secolo che sta ridando alla destra europea il ruolo che essa aveva nei lontani anni Trenta del Novecento, poi travolto dall’esito del conflitto mondiale. E, questa attuale, una destra che va per le spicce, insofferente e anzi spesso indifferente verso le regole dello Stato di diritto democratico-costituzionale modello dei regimi politici dell’europa occidentale post-1945, per giunta filorussa.

Una destra preda dell’ossessione etnico-nazionale, incline al richiamo plebiscitario e alla polemica contro le élite. Su un altro versante è una destra che non sembra mostrare alcuna attenzione o preoccupazione per l’attuale dilagare della tecno-scienza e dell’intelligenza artificiale in ogni ambito della produzione e della vita, tanto meno per la conseguente drammatica rivoluzione culturale in corso e per i suoi effetti. Né ad essa dicono alcunché l’oblio del passato, della religione, e della tradizione umanistica o gli effetti distruttivi causati dall’invasione del digitale sulla costruzione della soggettività, sulle relazioni interpersonali, sui sistemi d’istruzione e d’informazione; nulla neppure l’agonia geopolitica delle nostre democrazie insidiate dai nemici di dentro e di fuori.

Proprio oggi che è chiamata ad affrontare il mondo da sola l’Europa si trova dunque in condizioni di particolare debolezza. A preoccuparsi di difendere la sua identità democratica, a preoccuparsi che non sia cancellato un passato che per molti versi è ancora un presente, non c’è né la cultura politica dell’antica sinistra socialdemocratica, oggi incline a prosternarsi davanti ad ogni sciocchezza di sapore progressista, né il cristianesimo troppo spesso ansioso di non dispiacere alle mode del secolo per riscattarsi dai suoi antichi abbagli. A conti fatti, dunque, sembra esserci solo la cultura liberale, nell’attuale panorama europeo, a non vergognarsi di difendere il passato occidentale, il modello democratico del continente, il suo percorso storico, il suo retroterra culturale e morale (sì, anche morale). In questo senso, delle tre grandi culture fondative dell’europa democratica oggi solo la cultura liberale sembra avere il coraggio di assumere una posizione conservatrice. Non degli interessi bensì dei valori fondativi — di libertà politica e difesa della dignità umana — di una tale Europa. Ad esempio osando schierarsi apertamente contro i nuovi comandamenti del politicamente

La trasformazione

Dopo ormai 80 anni di inserimento nelle istituzioni della Repubblica la destra italiana si è gettata alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria

corretto e contro l’idolatria scientifico-tecnologica. Anche a costo perciò — per il solo fatto di contrapporsi alla sinistra e al centro divenuti nel frattempo adepti della deriva progressista — di trovarsi collocata di fatto a destra.

Una tale collocazione è specialmente evidente in Italia a causa di una particolarità del nostro sistema politico. Da noi, infatti, a differenza di molti Paesi europei che dopo il ’45 hanno registrato l’assenza di una vera destra (ad esempio i Paesi ex comunisti) da noi c’è sempre stata, viceversa, una destra significativa di origine parafascista. La quale oggi costituisce però un oggettivo contrasto alla diffusione anche in Italia di formazioni sovraniste-razziste di schietta natura plebiscitario populista, tipo «Futuro nazionale», che nell’europa di cui sopra conoscono invece, quasi per contrappasso, uno sviluppo spesso rapidissimo. Ma non solo. Dopo oltre ottant’anni (ottant’anni!) d’inserimento nelle istituzioni rappresentative e addirittura nel governo della Repubblica, la destra italiana di cui sto dicendo ha finito per gettarsi alle spalle l’ormai remota ispirazione originaria e per attestarsi su posizioni nazional-conservatrici che ricordano alla lontana quelle presenti peraltro in un certo numero anche nel fascismo regime (si pensi a personalità come Luigi Federzoni o Gioacchino Volpe). Proprio tale trasformazione è ciò che consente su molti temi il rapporto, chiamiamolo di sintonia, che in Italia si è stabilito tra questa destra e una parte importante della cultura politica liberale. Quella parte che, fedele alla propria storia, oggi non può che assumere una postura difensiva e conservatrice di fronte all’irrompere distruttivo di una contemporaneità intenzionata a fare piazza pulita di tratti irrinunciabili della nostra modernità otto-novecentesca.


La stampella


Nadia Urbinati

Se crolla il cordone sanitario contro l'ascesa dei neonazisti
Domani, 8 settembre 2026

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno suggellato l’unione in corso da un decennio tra i movimenti di estrema destra extraparlamentari neonazisti e il partito populista di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), che condividono le stesse basi ideologiche. La Sassonia, uno dei Länder orientali della Germania, è stata per anni il teatro di sperimentazione del connubio tra le ali terroristiche e quelle legalistiche. Negli anni recenti sono stati effettuati vari arresti di esponenti del gruppo terroristico “Sächsische Separatisten” (Ss – “Separatisti Sassoni”), che i giovani dell’AfD non hanno mai condannato, negando ogni collegamento con loro. Un’esemplare e antica tattica opportunista. Extraparlamentari e parlamentari neonazisti condividono le idee: anti-immigrazione e riterritorializzazione della nazione tedesca, cioè la rivendicazione del territorio come luogo di sangue e di comunanza di destino per un'etnia e solo quella. Idee che fanno presa soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Dal tempo dell’unificazione della Germania ex comunista (Ddr), queste idee sono cresciute in fretta nei Länder dell’Est dando vita a un etno-identitarismo orientale (Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia) che le elezioni locali e regionali hanno legittimato.

La Ddr è diventata, per molti giovani dell’AfD, una terra della nostalgia, tradita dalla globalizzazione e dall’occidentalismo democratico. Il voto alla destra estrema non è più solo un voto di protesta, ma un voto per un progetto di rinascita etico-politica della parte dominata, dell’Est, cioè, che il cancelliere Helmut Kohl volle “annettere” per decreto alla Repubblica Federale, “fantoccio” della Nato. L’“annessione” dei Länder ex Ddr è associata a una memoria negativa: scuole e università “purgate” dai docenti comunisti (dichiarati incompetenti rispetto agli standard accademici), emigrazione interna (verso ovest) dei lavoratori disoccupati (l’Est divenne come un Sud), rigermanizzazione in chiave occidentale. È proprio dalla lotta contro l’immigrazione – quella degli stranieri di lingua e razza – che è cominciato il riscatto ideologico dei “secondi arrivati”, dei tedeschi dell’Est.

In questa cornice, disegnata dalla fine della guerra fredda, si inseriscono il pilone portante della storia di oggi: il picco della crisi dei migranti del 2015 e la politica di accoglienza (Willkommenspolitik) di Angela Merkel, che aprì le frontiere a oltre un milione di richiedenti asilo, molti in fuga dalla guerra civile in Siria. Il destino del Medio Oriente e quello dell’Europa, e soprattutto quello della destra estrema, tornano a incrociarsi (e la legislazione contro l’antisemitismo fa da benzina).

In questo processo, un ruolo speciale fu svolto dalla Cdu, che si è posizionata sempre più a destra con l'intento di normalizzare i neonazisti. E così, proprio il partito di Kohl e Merkel ha spinto la cultura politica di centro verso destra, e nell’intento di assorbire il problema dell’immigrazione, ha conquistato in parte anche la Spd. Insomma, per la prima volta dal 1945, si è creato un asse tra la destra moderata e quella radicale. Una pessima notizia tanto per le ambizioni socialdemocratiche quanto per quelle cristiano-sociali: alla fine, chi pensa di normalizzare l’AfD flirtandovi ne esce radicalizzato.

Come negli anni Venti e Trenta, le ambizioni dei moderati sono tristemente sbagliate. Eppure l’errore si ripete. L’AfD nacque nel 2013 come un movimento irrilevante anti-euro e nel 2015 si riorientò in chiave anti-immigrazione: la riconquista dello “spazio vitale” per la razza tedesca bianca e cristiana mosse i primi passi contro l’Ue e poi contro gli immigrati. Con le aggressioni e le molestie sessuali di massa del Capodanno 2016 a Colonia da parte di giovani musulmani si è verificata una cesura mediatica: i neonazi hanno ricevuto il loro battesimo di consenso. L’AfD è diventata un partito con aspirazioni di governo e ha raccolto i primi consensi sostanziosi con il vangelo islamofobico che ha suggellato la sintesi tra la lotta contro i migranti e la promessa di una rinascita economica per i tedeschi. La politica di “accoglienza” di Merkel è stata dichiarata il nuovo anticristo contro cui si sono mobilitati l’AfD e il movimento Pegida, acronimo in tedesco di “Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente”. Il populismo ha svolto la propria funzione mobilitante contro l’establishment, per poi diventare un progetto di governo neonazista a tutti gli effetti. Se l’opposizione non si mobilita, se resta impigliata nelle maglie del fatalismo, vi è da temere che, con le elezioni in Sassonia-Anhalt, il dado sia tratto. Il nazifascismo ritorna in Europa con nuove facce e nuovi metodi, ma con la stessa ideologia. La destra si normalizza tenendola all’opposizione. Ma, a quanto pare, il “cordone sanitario” (la legislazione contro la ricostituzione dei partiti totalitari) resta impotente se non sostenuto da una cultura politica diffusa e militante.

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