Claudio Magris
Un suicida salvato, la scomparsa di un caro amico, la proposta belga sull’eutanasia. Un confronto tra diritti e doveri
Siamo liberi, ma non padroni della vita
C’è il dolore e c’è la responsabilità L’uomo si interroga davanti alla morte, facciamolo anche davanti all’esistenza
Corriere della Sera, La Lettura, 8 dicembre 2013
Qualche settimana fa, due carabinieri hanno salvato in extremis un
uomo che stava per suicidarsi e si era gettato nel vuoto con una corda
al collo. Il fulmineo intervento è un’ulteriore decorazione sul
medagliere dell’Arma, perché non è cosa da poco salvare una vita. In
questo caso estremo non viene certo in mente alcun dubbio su
quell’intervento così pronto. Ma fino a quando, fino a dove è lecito o
giusto salvare la vita di qualcuno che vuole rifiutarla, rinunciarvi,
fuggirla perché non la regge più? Se i carabinieri avessero fermato
qualcuno mentre si recava in Svizzera o in altro posto per porre fine ai
suoi giorni con un suicidio assistito, ciò sarebbe stato verosimilmente
contestato come una violazione della libertà, una dogmatica costrizione
a vivere imposta a chi non se ne sente più in grado, schiacciato e
tormentato da un peso o da un dolore insopportabile.
Ma è giustificata questa differenza — che certo in noi è istintiva e
profonda — fra due modalità di impedire una morte o meglio fra due
modalità di porre volutamente fine alla propria vita, una da rispettare e
l’altra da impedire anche contro la volontà dell’interessato? Certo, in
un caso si può presupporre una decisione meditata, una volontà
razionalmente radicata nella persona, pienamente consapevole, mentre in
altre circostanze si può pensare a una scelta dettata da un’esaltazione
momentanea, priva di lucidità che non esprime una deliberata, cosciente e
libera volontà, come il gesto di chi agisca alterato da una droga o da
un violento choc. Ma, a parte casi particolarmente evidenti, chi si
prende l’arbitrio di decidere sulla volontà di un altro, di stabilire
che un altro vuole o non vuole veramente ciò che dice di volere, di
desiderare, ciò che invoca? Saremmo felici se Monicelli o Lizzani — cui
va il mio intenso e, nel caso di Lizzani, personalmente grato
ricordo—fossero vivi, ma sarebbe stato lecito impedire loro ciò che
hanno voluto? Siamo certi che i bambini sofferenti — cui in Belgio una
proposta di legge vorrebbe dare la possibilità di richiedere l’eutanasia
— abbiano una capacità di giudizio superiore a quella dell’uomo salvato
dai carabinieri? E uno psicologo, esperto di una scienza non certo
esatta e particolarmente esposta a interpretazione impressionistiche, è
proprio certo che la sappia più lunga? E gli stessi genitori — non tutti
necessariamente amorosi e specialmente non tutti necessariamente
intelligenti e preparati, come dimostrano tante cronache—possono essere
considerati «padroni» dei loro figli sino al punto di decidere della
loro vita o della loro morte?
Ci può essere un’implicita violenza, un superbo senso di superiorità
nel credere che si possano legare le mani di chi vuole impiccarsi e che
non si debba invece legarle a chi vuol prendere le pillole prescritte.
Non sto certo scoraggiando chi ha generosamente e talora rischiosamente
trattenuto un fratello sull’orlo del baratro e non sto propugnando
l’obbligo di accanirsi a prolungare la vita a ogni costo e in ogni
condizione, pure contro la volontà o anche solo contro la possibilità di
sopportazione della persona. C’è un momento, hanno scritto teologi come
Thiede o Sölle, in cui proprio il senso cristiano della finitezza umana
e della vita come viaggio — anche comico, visto da lassù — aiuta a dire
di sì alla sua conclusione e le mani, non più nevroticamente contratte,
lasciano la presa. Non è la vita che va idolatrata, perché è difficile
dire se il Big Bang sia stato un bene o un male; sono i viventi che
vanno rispettati in tutte le fasi della loro esistenza, da quelle deboli
degli inizi nel grembo materno a quelle deboli della fine e a tutte
quelle intermedie, felici o dolorose.
Altrimenti potrebbe diventare realtà la feroce, paradossale satira
del grande Philip Dick — l’autore di tanti capolavori di fantascienza —
quando in un racconto immagina che la liceità dell’aborto venga
prolungata sino ai nove anni del figlio o della figlia. Inoltre c’è una
fondamentale differenza tra chi invoca la morte, per sé o per gli altri,
sotto la pressione di sofferenze insopportabili e chi vorrebbe
stabilire un livello di «abilità» o di salute al di sotto del quale è
lecito o magari socialmente ed economicamente auspicabile la
soppressione del «disabile», come quella praticata dal nazismo con
l’operazione «Aktion T4», volta, come ha ricordato di recente Marco
Paolini, a eliminare migliaia di tedeschi «la cui vita non era degna di
essere vissuta», senza chiedersi chi stabilisce quando una vita è degna o
no di essere vissuta.
È difficile avere, in queste cose, certezze. Probabilmente abbiamo
perso la familiarità con la morte che aveva la civiltà classica, il
senso concreto di far parte del gran fiume delle cose, come dice
l’espressione cinese, del ciclo di aurora e tramonto, fiorire e
appassire, aggregazione e disgregazione degli elementi. Si è forse data
troppa importanza alla morte, permettendole di fare troppo il gradasso e
di presentarsi come il trionfo del nulla e dell’insensatezza di tutto.
Pochi giorni fa ha varcato la soglia finale un mio amico che ha
contato e dunque conta moltissimo nella mia vita; Giovanni Gabrielli,
grande studioso di diritto civile, grande avvocato e grande figura di
quel mondo in cui il diritto è un timone della vita economica e civile
di un Paese. Ma soprattutto, da sessantacinque anni — dalla prima media —
mio compagno dei momenti anche dolorosi e difficili e di una continua
invenzione festosa e ironica della vita, vissuta con impegno e serietà
non seriosa, ma anche come gioco che spariglia le carte, come una risata
felice. Tormentato da continui e sempre più estesi dolori e mai
lamentoso, non ha permesso che la sua sofferenza e la sua morte, che
sapeva imminente, incidessero sulla sua visione del mondo o lo
inducessero a vaghe e ansiose filosofie del nulla. È stato sempre immune
da quell’egocentrismo di chi sta male e pensa che questo suo male sia
il centro del mondo e che tutti debbano pensare ad esso. La morte,
diceva, non è il momento più importante né tantomeno decisivo
dell’esistenza, conta ad esempio meno che non sposarsi, avere figli.
Non parlavamo certo della morte nelle ore passate insieme negli
ultimi mesi; abbiamo anche riso, come abbiamo fatto molto spesso per
sessantacinque anni, a cominciare dal liceo, dove lui primeggiava come
credo nessun altro — traduceva ardui brani di Tucidide in pochi minuti —
e, quando un professore commetteva l’errore, involontariamente
umiliante per gli altri, di chiamarlo «cavallo di razza», si metteva
immediatamente a ragliare, cosa in cui eccelleva come negli aoristi.
Abbiamo imparato insieme a ridere delle persone e delle cose che allo
stesso tempo amavamo e rispettavamo, sapendole ben più grandi di noi, e a
ridere di noi stessi — consci di essere comiche comparse nel teatro del
mondo — e a considerare più che giuste le frequenti sanzioni
disciplinari che ci venivano inflitte per il continuo subbuglio che
provocavamo. L’ultimo dialogo con Gianni, pochissimi giorni prima della
sua morte, è nato dalla sua preghiera, dal letto in cui giaceva
sofferente, di spegnergli la televisione. Dopo qualche minuto in cui mi
arrabattavo senza risultato col telecomando, mi ha detto, con una voce
in cui c’era tutta la sessantacinquennale consapevolezza della mia
incorreggibile inettitudine: «Dame qua, dame qua, fazzo mi».
È un senso classico, della vita e dunque della morte, che
occorrerebbe recuperare. Non a caso Gianni leggeva costantemente i
classici, non solo greci ma anche e forse ancor più latini, meno accesi
dal fuoco dell’assoluto metafisico e delle domande ultime e limpidamente
radicati nella buona e dura terra con le sue fioriture e il loro
appassire, la repubblica e le sue leggi, Plinio il giovane che chiede a
Traiano come comportarsi con i cristiani e l’
imperatoria brevitas
della dura risposta del sovrano. La classicità è ironica, perché
insegna la necessità e la precarietà della precisione. Il latino insegna
il nominativo e l’accusativo e, se non li si conosce o, peggio, li si
scambia, non si sa chi è che ruba e chi è che è derubato e si finisce,
come nell’immortale
Pinocchio, per mettere in galera il
derubato e lasciare libero il ladro. La parola classica, parola di una
lingua morta, sembrerebbe dunque non voler dir niente e invece dice
tante cose, dice quell’indicibile che si addensa dietro, intorno a ogni
parola e a ogni situazione. La parola classica trasmette il senso della
propria sicurezza e della propria precarietà; insegna che non si riesce a
dire tutto e insegna la familiarità con la ricerca della verità, lo
scetticismo circa la possibilità di afferrarla e la fede nella capacità
di afferrare comunque in questa ricerca qualcosa di essenziale e
imperituro. Trasmette soprattutto, con la sua grandiosa inutilità,
l’ironia per tutta questa avventura. Quando il preside ci dava la
pagella e ad alcuni di noi, ad esempio a me, diceva: «Si ricordi,
Magris,
qui proficit litteris sed deficit moribus magis deficit quam proficit»,
quel latino confermava ma anche smontava la serietà di quell’elogio e
di quella predica. Pure il diritto di cui Gabrielli è un maestro, ha un
suo affascinante umorismo linguistico che nasce dal rigore della
classificazione e dal tacito senso della sua vanità. L’ironia è la più
grande avversaria della morte, perché l’assume su di sé, ma come ci si
cambia un soprabito.
Forse bisognerebbe ritrovare concretamente, fisicamente il senso
della morte quale sigillo della nostra appartenenza all’ordine naturale
delle cose; viverla certo come mistero, ma senza la necessità di parlare
troppo del mistero e delle cose nascoste e continuando, anche su quella
soglia, a interessarsi delle cose relative ed effimere di cui ci si è
interessati nella quotidianità, anche al corso di un titolo in Borsa. Un
senso classico — romano più ancora che greco — invita a venerare
l’imperscrutabile ma, proprio perché è imperscrutabile, a non
angosciarsi nell’ossessivo tentativo di scrutarlo. Ciò non implica
affatto necessariamente uno spirito irreligioso: le nostre contingenze —
dice un bellissimo passo di una lettera di Biagio Marin al suo
traduttore cinese — colorano l’eternità di Dio; sono il nostro modo di
vivere quella «inafferrabilità di Dio» che, ricorda Alberto Melloni nel
suo forte, incisivo libro
Quel che resta di Dio, è proclamata
con forza «martellante» nella Bibbia. Inafferrabilità dunque pure della
nostra morte, che allora è meglio vivere come una parte prevista e
normale nel teatro della nostra esistenza, i cui elementi ricevono
l’ordine o decidono di rompere le righe.
Certamente vi sono sofferenze inaudite, fisiche e psichiche, inflitte
dalla sorte o dagli uomini che rendono impossibile ogni dignità
classica e ogni composta uscita di scena al termine previsto dello
spettacolo. La grande forza del cristianesimo è il bruciante tentativo
di confrontarsi con l’infimo e l’estremo della condizione umana, talora
così insostenibile e insopportabile da indurre non ad attendere di
cadere, bensì a precipitarsi di propria volontà in quel buio che, scrive
il teologo Karl Rahner parlando del suicidio, è l’oscura mano di Dio
che sorregge come una rete chi cade, perché è inciampato o non ce la fa
più.
Morire è anche un diritto. Non perché si sia «padroni di sé stessi»,
come recita una rozza parola d’ordine; essere padroni è sempre un abuso,
significa trattare gli altri come schiavi e anche trattare sé stessi da
schiavi è un’umiliazione, un’alienazione che degrada e opprime il
nostro Io.
L’uomo è libero, il che è altra cosa da essere padrone (il quale ad
esempio può essere schiavo di sé stesso, delle proprie brame, delle
proprie ansie). Libero anche di non voler continuare a vivere. Ma questa
autentica libertà non è un’orgogliosa e benpensante rivendicazione di
diritti sindacali, come accade troppo spesso quando si parla di
eutanasia, di suicidio assistito, con una soddisfatta retorica
politically correct, ossia ipocrita, ferocemente sferzata da un dramma
dello scrittore svedese Carl-Henning Wijkmark,
La morte moderna.
Questa libertà confina e sconfina con la responsabilità, con i
rapporti con gli altri; il grande scrittore argentino Ernesto Sábato ha
scritto di aver pensato alcune volte al suicidio e di essersene astenuto
per non recare dolore agli altri, convinto che non sia lecito far
soffrire nessuno, nemmeno un cane. Ma se uno non ce la fa, se il mondo
che come Atlante egli regge sulle sue spalle è per lui troppo pesante e
lo schianta, lo maciulla? Chi può imporre a un altro di sopportare
sofferenze per lui insostenibili? Sofferenze che possono essere anche
solo psichiche, ma non perciò meno crudeli e intollerabili. Forse si ha
più comprensione per i dolori fisici che per quelli psichici e
spirituali. Ma perché un cancro dovrebbe commuovere più di un’ossessione
che occupa la mente sino alla disperazione?
Il famoso giuramento di Ippocrate, che obbliga il medico a tutelare a
ogni costo la vita e l’integrità del paziente, sembra cadere sempre più
in discredito e si invoca che esso sia subordinato alla volontà del
paziente, visto che si tratta della mente e del corpo del paziente e non
del medico — né, beninteso, dei famigliari del paziente stesso, che non
possono sovrapporre la loro volontà alla sua. Ma qual è, quale dovrebbe
essere il confine di questa condiscendenza del medico al desiderio di
chi gli chiede aiuto? Origene, grande teologo e interprete della
Scrittura, si evirò, forse per aver offeso la continenza e per non
offenderla più. Se un fanatico della purezza chiedesse al medico di
evirarlo per evitargli tentazioni sessuali e pensieri impuri, il medico
dovrebbe seguire la sua etica, che gli vieta di castrare il maniaco
della castità, o rispettare la sua libera scelta?
Talora nell’aiuto a chi vuole uscire di scena può insinuarsi
un’orribile falsa pappa del cuore, la sentimentalità inconsapevolmente
cinica di tante benintenzionate persone convinte di essere sensibili;
talmente sensibili da non poter vedere accanto a sé alcuna sofferenza e
alcun sofferente e profondamente sollevate quando sofferenza e
sofferenti vengono tolti o si tolgono di mezzo. Ci sono persone così
sensibili, diceva Bernanos, che non possono veder soffrire alcun
animaletto e lo schiacciano subito, non per non farlo più soffrire, ma
per non vederlo più soffrire.