Andrea Laffranchi
«Rock e sesso ci furono, la droga no Il nome venne da Winnie the Pooh È stata una grande sofferenza essere visti come poco impegnati»
Corriere della Sera, 15 settembre 2026
Pooh viene da Winnie the Pooh, l’orsetto protagonista dei libri per bambini di A. A. Milne e dei cartoni animati della Disney... Non vi sembrava poco adatto a una band?
Red Canzian: «Mai pensato che fosse un nome sbagliato. Eravamo ragazzi e cercavamo un nome facile da ricordare, con qualcosa di fantastico dentro. Ce lo suggerì Aline, la segretaria inglese della nostra casa discografica. All’epoca Winnie the Pooh qui da noi non era ancora conosciuto, però “Pooh” ci sembrava un nome comunque uscito da una fiaba e, allo stesso tempo, aveva un suono internazionale, perfetto per una band. Quel piccolo orsetto ci ha accompagnato per tutta la vita e il nome era perfetto perché non raccontava chi eravamo: ci ha lasciato lo spazio per diventare quello che siamo diventati».
Roby Facchinetti: «Un traguardo non facile: oltre ai 60 anni ci sono anche più di 400 canzoni incise e almeno 3000 concerti con cui abbiamo attraversato l’italia»
Roby: «Ne abbiamo recuperate tante di inedite e tante dagli archivi personali. A me piace quella per la copertina di “Chi fermerà la musica” in cui ci scambiamo gli strumenti: c’è ironia, divertimento e musica».
Red: «Lo scatto di copertina del libro che ci ritrae in cima all’empire State Building. Arrivavamo dal Canada e avevamo preso quelle pellicce di lupo siberiano da un venditore greco. Ha il sapore della band. Eravamo meno patinati e pulitini di quanto veniva raccontato. Eravamo alla Kerouac, on the road...».
Red: «Sesso, mi auguro di poter parlare anche per gli altri, sì. Droga no. Quanto a rock lo eravamo più di quanto si pensasse: la critica non ci ha perdonato il successo. avessimo fatto solo dischi come “Parsifal” saremmo ricordati come Le Orme, ma saremmo rimasti legati a un momento».
La critica diceva che eravate melensi, non impegnati socialmente o politicamente. Vi ha pesato questa non accettazione?
Dodi Battaglia: «Tanto. È stata una cosa per cui ho sofferto. Uno dei primi singoli, “Brennero 66”, parlava degli attentati altoatesini che ci avevano colpito... Ci sentivamo parte di una cordata che affrontava argomenti importanti. Quelle critiche però ci fecero anche da stimolo e portarono a un cambiamento. Valerio aveva impostato un percorso di crescita con testi importanti e profondi che sfociarono in “Pierre” che parlava per la prima volta di omosessualità o “Uomini soli” che raccontava di una società in cambiamento, in canzoni sullo sterminio dei nativi americani, o sulla strage di Piazza Tienanmen».
Un altro passo: quando sono arrivati i figli, le famiglie vi seguivano in tour...
Roby: «Dopo la giovinezza abbiamo messo su famiglia. Per due anni di fila presi un camper per il tour estivo: vedevo l’italia, stavo di fronte al mare e la sera si andava a suonare. Francesco venne in tour che aveva 40 giorni... Eravamo un kinderheim ambulante, una grande famiglia allargata».
Difficile essere figli dei Pooh?
Roby: «Quando i ragazzi sono cresciuti li abbiamo beccati a organizzarsi per vendere i nostri autografi. Ovviamente falsi, li facevano loro. E una volta Francesco e Daniele, figlio di Dodi, spensero un generatore e ci toccò fermare il concerto su “Piccola Katy”. Solo anni dopo abbiamo scoperto che erano loro i colpevoli, altrimenti chissà cosa gli avremmo fatto...».
Dodi:« E oggi quei due - che vennero anche a casa nostra in Sardegna e appiccarono il fuoco al villaggio, sono i nostri manager .... Chi lo avrebbe mai detto?».
"Dirci addio fu inevitabile", scrive Fogli. Fu colpa di Patty Pravo?
Dodi: «Forse Red direbbe merito, non colpa visto che fu la sua occasione... Con l’uscita di Riccardo temevano nella fine del sogno: era arrivato finalmente il successo dopo anni in cui avevamo tirato la cinghia».
Riccardo Fogli: «Ricordo quando preparavo i panini per la band, mentre Roby e Valerio componevano le canzoni».
Roby: «Credo che per noi sia stato fondamentale per andare avanti il fatto che fossimo una band di cantautori, forse la prima. Chi ci aveva preceduto interpretava spesso brai di altri autori. Appena entrato nei Pooh Valerio mi disse: “dobbiamo essere come i Beatles, la strada è quella di scrivere le nostre canzoni”. Un discorso che non dimenticherò mai e che mi trovava pienamente d’accordo visto che la mia prima canzone l’ho scritta a 11 anni».
Fogli, si è pentito?
Riccardo: «Anzitutto direi che non fu colpa di Patty. Accadde perché eravamo giovani e ci fu qualche dissapore fra giovani. Rivendico il diritto di aver fatto le mie scelte umane, ma non solleverei il tappeto per cercare la polvere. Negli anni a seguire sono sempre stato felice che i miei fratelli a distanza facessero successo: non c’è mai stato rancore. Penso solo a quanto mi sarei divertito rimanendo con loro. Poi siamo tornati insieme e mi fa piacere che mi lascino usare il plurale. Sarà stato un disegno dall’alto».
Roby: «Diciamo così: se l’amore chiama, è giusto rispondere».
Nel 1973 se ne andò Riccardo Fogli (poi tornato per la reunion del 2016), quindi Stefano D’Orazio che vi molla nel 2009. Nel 2023 muore Valerio Negrini, autore dei testi ed ex batterista, nel 2020 se ne va anche D'Orazio. Come si superano queste rotture?
Dodi: «Già l’addio di Riccardo fu doloroso, figuriamoci quello di Stefano dopo così tanti anni. Siamo andati avanti per rispetto della nostra storia e del pubblico. La scelta non è stata né economica né di vantaggio. E quando Stefano è morto è stato un dolore immenso».
Roby: «Ho il rimpianto di non aver insistito di più con Stefano per farlo rimanere. Sono convinto che sarebbe ancora qui con noi».
Red: «Per due anni non ci abbiamo creduto.
Dodi: «E invece io credo che abbiamo insistito troppo. Mi ricordo ancora la riunione in cui stavamo studiando dei progetti per i 5 anni successivi e lui in 5 minuti ci comunicò l’idea di smettere».
Roby: «All’annuncio eravamo convinti, era una cosa seria. Poi è arrivata quella risposta straordinaria del pubblico. E adesso preferiamo non programmare. Prima o poi faremo i conti con il problema anagrafico. Io non ne ho ancora voglia: ho 82 anni e se inizi a pensarci finisce che ti fermi. Io ho la pazzia e i sogni dei 20 anni».
Dodi: «È la verità. Siamo in grado di trovare sempre la quadra, non si arriva mai a sbattere i pugni sul tavolo. A un certo punto, quando siamo rimasti in tre dopo il ritiro di Stefano, abbiamo capito che era inutile andare avanti a botte di maggioranza. In quattro si arrivava a chiamare un tecnico o un collaboratore per rompere l’eventuale stallo. Adesso abbiamo capito che tutti devono essere felici e che se uno non è convinto, forse si può rivedere qualcosa».
Red: «La casa discografica voleva mandarci con un’altra canzone, “Donne italiane”, un pezzo più pop. Noi scegliemmo un brano non sanremese con un matrimonio preciso fra testo e musica. Se “Uomini soli” l’avesse portata in gara uno come Roberto Vecchioni tutti si sarebbero inginocchiati, invece venne fatto passare come un testo in stile “Piccola Katy”. Era la fotografia di una società che stava cambiando e che da allora si è persa sempre di più ed è ancora più sola, in cui al posto di una chiacchierata con un amico si parla con Chatgpt».
Roby: «Quello con Dee Dee Bridgewater che ci accompagnò a Sanremo fu un incontro magico, sia artisticamente che personalmente. Quando la incontrammo a Roma lei ci portò la cassetta con la sua interpretazione del brano ed era preoccupata del nostro giudizio. Che umiltà. Ovviamente lei non conosceva i meccanismi del festival, la gara .... ma appena li capì mise in campo tutta la sua sensibilità. La sera della vittoria era in sala stampa, seduta in un cantuccio, a pregare per noi. Alla proclamazione abbiamo pianto insieme».
Red: «Dopo 60 anni di carriera credo che possiamo permetterci di non doverci più sottoporre a una gara».
Red: «Nell’83 andammo a registrare il nostro “Tropico del Nord” agli Air Studios di George Martin sull’isola caraibica di Montserrat. Nella sala a fianco alla nostra c’era Sting al lavoro sul suo esordio solista. Nei momenti liberi si facevano pic nic e giri in barca e a fine giornata ci si scambiava pareri. Un altro incontro fu con Yoko Ono fuori dal Dakota Building pochi mesi dopo la morte di John Lennon. Fu molto carina, le spiegammo chi fossimo e ci accompagnò a Central Park allo Strawberry
Dodi e Roby: «I nostri figli spensero un generatore e il live si fermò». Fogli: «L’addio? Non fu colpa di Patty Pravo»
Fields Memorial. “Siete nati nel ‘66? L’anno in cui ho conosciuto John”».
Rispondono in maniera corale, un pezzo a testa: «Se qualcuno dovesse scrivere la storia dei Pooh, sceglieremmo Fellini. Perché nella nostra storia c’è tutto quello che appartiene al suo mondo: il sogno, la provincia, la fantasia, l’amicizia, le illusioni, i grandi successi e anche qualche momento di malinconia. E per interpretarci non sceglieremmo quattro attori che ci somigliassero fisicamente, ma quattro ragazzi sconosciuti, come eravamo noi quando abbiamo cominciato. Perché la cosa più difficile da raccontare non sarebbe la fama, ma la meraviglia di quei quattro ragazzi che decisero di credere insieme in un sogno. Il finale, però, lo lascerei aperto. Perché una storia che dura sessant’anni e continua ancora non può avere davvero la parola “fine”».
Roby: «Nel frattempo io organizzo la festa per il centenario: chi c’è c’è».

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