Daron Acemoglu
Un errore la demonizzazione dell'AfD: aveva già il voto di milioni di tedeschi
La Stampa, 9 settembre 2026
Pubblichiamo un estratto del libro Cosa è successo alla democrazia liberale? di Daron Acemoglu, premio Nobel 2024 per l’economia, edito in Italia da Rizzoli.
Al termine della Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne del proletariato britannico votarono contro Winston Churchill, malgrado la sua leggendaria leadership durante i giorni più bui del conflitto. Al suo posto, installarono un governo laburista che prometteva di mettere in pratica i principi sostenuti in tempo di guerra dal Beveridge Report, firmato dall’economista liberale William Beveridge.
Il rapporto raccomandava uno Stato sociale che rendesse l’economia più equa, le unioni sindacali più forti, i servizi pubblici più ampiamente accessibili e la vita della gente meno precaria con l’assicurazione sanitaria nazionale e la previdenza sociale. In tutta Europa, furono eletti governi fautori di proposte analoghe.
Negli anni Duemila, la situazione era ormai cambiata. Molti elettori erano convinti che la democrazia liberale si fosse rimangiata le sue promesse fondamentali. La crescita economica dopo la metà degli anni Settanta non sembrava affatto come quella degli anni Cinquanta o Sessanta. Le crisi energetiche del 1973 e del 1979 avevano causato brusche contrazioni economiche e una debilitante stagflazione (elevata inflazione e disoccupazione).
La decelerazione economica fu temporanea e la produttività riprese a crescere negli anni Ottanta. Cosa che i salari non fecero. I salari statunitensi mediani al netto dell’inflazione, che erano cresciuti di oltre il 2,5% all’anno tra il 1948 e il 1973, erano in fase di stallo. Dal 1980 in poi, la crescita dei salari annua era appena dello 0,45 per cento. Perfino i salari medi, trainati da quelli più alti, non se la passavano meglio dei mediani.
I salari medi e mediani raccontano solo una parte della storia. Gli operai e coloro che non possedevano un diploma universitario vedevano calare i propri stipendi, mentre professionisti, manager e impiegati in ambito tecnico continuavano a godere di una rapida crescita. Il più ricco 1% di famiglie statunitensi ha visto passare la propria quota di prodotto nazionale da circa il 10% nel 1980 a uno sbalorditivo 19% nel 2019. La loro quota di patrimonio totale del Paese era perfino più estrema: circa il 35 per cento. (...)

Gli americani non hanno, forse, capito immediatamente in che modo l’economia e le regole di condivisione al suo interno fossero cambiate. Ma adesso ne hanno piena consapevolezza. Una recente indagine del Pew Research Center rivela dati allarmanti: quasi tre americani su quattro pensano che i ragazzi di oggi staranno economicamente peggio di quelli della loro generazione. (...)
Molti americani hanno, pertanto, finito per avere l’impressione che la loro voce non contasse e che fossero in effetti ridotti al silenzio. In parte è stato per via di falsità e propaganda diffuse dai social e dai programmi radiofonici, ma c’è anche un fondo di verità. Prendiamo la questione dell’immigrazione. Nel corso degli ultimi decenni, circa metà della popolazione statunitense ha espresso preoccupazione per l’immigrazione, soprattutto quella clandestina (anche se queste preoccupazioni erano a volte molto amplificate da false informazioni e, in generale, gli americani convengono che una certa quota di immigrazione faccia bene al Paese).
All’incirca il 50% di americani bianchi è dell’idea che ci siano troppi immigrati provenienti da almeno una delle principali regioni del mondo e circa il 54% ritiene che l’immigrazione andrebbe ridotta. I politici mainstream non hanno prestato grande attenzione a tali preoccupazioni per gran parte di questo periodo. Queste percezioni si sono intensificate con l’evidente ascesa della politica identitaria e dei dibattiti sul razzismo e sulle questioni di genere nei programmi scolastici.
È difficile identificare l’esatto fattore scatenante. Possibile che siano stati i genitori bianchi e borghesi ad aver dato un’occhiata ai programmi scolastici mentre i loro figli seguivano le lezioni da casa durante il Covid. Potrebbero essere stati i dibattiti sul razzismo sistemico in seguito all’assassinio di George Floyd, che molti genitori bianchi hanno preso come una personale accusa di razzismo. Può essere stato per via di tutti i discorsi sulla «teoria critica della razza» e dei «bagni transgender», così tanto amplificati dagli influencer e dagli attivisti politici di destra. In ogni caso, l’effetto generale è stato inequivocabile: molti americani ritenevano che scuole, pubblica amministrazione, politici e attivisti stessero promuovendo programmi culturali a cui loro erano contrari.
La percezione della perdita della voce dell’elettorato era presente anche in Europa, soprattutto in relazione a questioni riguardanti la cultura e l’immigrazione. Durante le elezioni federali del 2025, il partito AfD (Alternative für Deutschland, cioè Alternativa per la Germania), violentemente anti-immigrazione, ha ottenuto quasi il 50% dei voti in parti dell’ex Germania dell’Est, ma altri partiti hanno convenuto che non sarebbero entrati in coalizione con l’AfD e i media mainstream hanno criticato con decisione il partito, la sua ideologia e i suoi sostenitori.
Nel 2024, il resto dei parlamentari tedeschi aveva perfino deciso di vietare ai deputati dell’AfD di far parte della squadra amatoriale di calcio del Parlamento. Pur avendo avuto una qualche efficacia nel rallentare l’ascesa di questo movimento ribelle e nel difendere le libertà fondamentali degli immigrati e delle minoranze etniche in Germania, queste strategie hanno anche fatto sì che milioni di tedeschi sentissero zittita la loro voce democratica. Dinamiche analoghe hanno avuto luogo in diversi altri Paesi europei.
La conclusione è stata che per tanti elettori in Occidente la democrazia non ha mantenuto fede alle sue promesse. Questo non significa che sistemi alternativi avrebbero fatto meglio. È ormai dimostrato che la democrazia è molto più reattiva alla voce dei cittadini rispetto ad altri regimi. In genere, gestisce meglio l’instabilità e offre sanità e istruzione migliori. Studi recenti attestano che le democrazie hanno, inoltre, più probabilità di condurre a una crescita economica più rapida rispetto alle alternative.
Ci sono importanti ragioni tecnologiche e sociali per lo scarso rendimento delle democrazie nell’era postindustriale. Ma è una magra consolazione quando la ragion d’essere della democrazia, ovvero la sua promessa di migliori condizioni economiche, di vita e politiche per le masse, annaspa.

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