Marco Damilano
Diversi a parole, uguali nei fatti. A destra è nato il Melonacci
Domani, 22 settembre 2026
«Mi sono sempre considerata un soldato della politica», scriveva di sé Giorgia Meloni nell’autobiografia uscita nel 2021, alla vigilia del salto che doveva portarla a Palazzo Chigi un anno dopo. Umile? Modesta? Non proprio, perché la futura premier raccontava anche che nelle manifestazioni la trattavano come una specie di taumaturga. «Sei la nostra eroina Giorgia, sei la nostra Giovanna D'Arco, ci voleva una donna per guidare questo esercito allo sbando». «Ho capito che attorno alla mia figura si è creata una piccola mitologia», fingeva di sorprendersi.
Un parallelismo fortificato dal fatto che, secondo alcune fonti, la Pulzella d’Orléans, sarebbe nata il 15 gennaio 1412, lo stesso giorno di Meloni, venuta al mondo il 15 gennaio 1977. Tanto bastava per far scattare l’identificazione con la santa, l’eroina, ma soprattutto con la figura che «Giorgia» preferisce, la condottiera donna che giganteggia alla guida un esercito di piccoli uomini.
Si capisce così lo spiazzamento iniziale che la premier ha provato quando si è trovata di fronte un generale diverso da quelli con frequentazioni golpiste e piduiste a fine corsa che il vecchio Movimento sociale usava candidare nelle sue liste. Un generale sfrontato, ardimentoso, pronto a paracadutarsi su ogni opportunità, uno che vuole fare in politica e nella destra quello che ha sempre fatto nella vita: comandare.
Nel 1992, mentre la quindicenne Meloni metteva piede per la prima volta nella sezione Garbatella del Fronte della Gioventù, il tenente Roberto Vannacci si preparava a partire per la Somalia. Nel 2004, quando Meloni diventa segretaria di Azione giovani, Vannacci viene distaccato presso il comando interforze per le operazioni delle forze speciali. Nel 2009, mentre la pulzella fa la ministra dei giovani, il militare viene spedito in Afghanistan. Nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno, nell’anno del Signore 2026, si sarebbero ritrovati a contendersi la guida della destra italiana. E nella contesa finire per assomigliarsi sempre di più, mescolare campagne, parole d’ordine, lineamenti, dando vita a una creatura mitologica. Un nuovo mostruoso personaggio della nostra politica, mezzo Meloni mezzo Vannacci. Melonacci.
Feltri il precursore
Il Melonacci è salito sul palco domenica scorsa, quando la premier ha annunciato alla festa dei giovani di Fratelli dìItalia Fenix il numero massimo di stranieri per classe e il divieto di burqua e niqab nelle scuole.
«Doveva arrivare anni fa», ha incassato l’alter ego che guida Futuro nazionale, prima di rilanciare. Lo stesso era accaduto quando a Bari, festeggiando il record di durata del suo governo, la presidente del Consiglio aveva esaltato le politiche su migranti e rimpatri, come dire: tu la remigrazione la predichi, io la pratico. Difficile dire chi stava parlando in quel momento: se Meloni, Vannacci, o Melonacci. Nelle prossime settimane la scena si ripeterà, sulle piazze e nei talk, con spettacolari scambi di persona.
Gli ascari di Giorgia Meloni da mesi sui loro giornali presentano Vannacci come un usurpatore, una quinta colonna della sinistra, un generale fellone o fetecchia, un utile idiota. Finché il padre nobile della categoria, Vittorio Feltri, consigliere regionale in Lombardia di Fratelli d’Italia, è apparso a sorpresa come la madonna alla convention torinese dei vannacciani, accolto dall’ex generale più in ginocchio che sull’attenti. E Melonacci ha trovato il suo Profeta, l’Apostolo. Il Precursore di quello che avverrà, quando anche l’incontro elettorale diventerà inevitabile, quando gli elettori chiederanno a gran voce nei sondaggi che Meloni e Vannacci diventino una cosa sola, fuori i secondi Salvini e Tajani, resta solo Melonacci.
La lezione dell’opposizione
Vannacci è quel che Meloni è stata, vuol diventare quel che Meloni è, fino a soffiarle il posto a Palazzo Chigi. Prima di arrivare alla vetta del governo, la leader di Fratelli d’Italia fu la spina nel fianco del vecchio centrodestra quando la Lega e Forza Italia governavano con i ministri del Pd nella squadra di Mario Draghi e Meloni occupava tutto lo spazio dell’opposizione (di destra). Una lezione ben assorbita dal generale che su ogni tema sensibile per chi governa rilancia indisturbatamente, la coerenza tra proclami e realizzazioni è un problema di chi governa. E Futuro nazionale sale nei sondaggi.
Vannacci è quel che è stata Meloni anche sul piano ideologico. Ben prima del generale la leader di Fratelli d’Italia ha sposato la triade Dio Patria e Famiglia, utile per posizionarsi nel mercato delle idee. Il no all’immigrazione, il sì alla remigrazione. Le radici cristiane, «puoi essere ateo o musulmano, ma se sei nato in Europa i valori cristiani sono anche i tuoi, che ti piaccia o no», predicava Giorgia in Io sono Giorgia. La lotta contro «la dottrina gender» e contro «l’ideologia globalista che mette sotto attacco la famiglia». Acqua fresca rispetto al generale che in Il mondo al contrario tuona: «Cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione! Non solo ve lo dimostra la Natura, che a tutti gli esseri sani “normali” concede di riprodursi, ma lo dimostra la società: rappresentate una ristrettissima minoranza del mondo».
Vannacci dimostra di aver appreso bene la lezione di «Giorgia», quando era all’opposizione. Impossessarsi di una identità, in modo granitico. Vantare mani libere, promettere qualsiasi cosa. Ci sarà tempo per smentirsi. E costringere Meloni a dimostrare che il potere non l’ha cambiata, non l’ha imborghesita.
Lo specchio impresentabile della destra
C'è un punto dove Melonacci vacilla, si chiama Ucraina. «Futuro nazionale vede con favore un atteggiamento disteso con la Federazione russa. Importare materie prime e energia a buon mercato dalla Russia è nell’interesse economico dell’Italia», si legge nel programma di Futuro nazionale.
Difficile per Meloni sottoscrivere. Ma la categoria dell’interesse nazionale, o meglio dell’egoismo nazionale, non è più monopolio di Fratelli d’Italia. In un momento in cui la destra estrema di AfD prende il volo in Germania, lasciando a terra il cancelliere Friedrich Merz e Ursula von der Leyen che Meloni ha coltivato a lungo come alleati privilegiati. In Europa Vannacci è alleato con AfD, l’unico europarlamentare italiano a militare nel gruppo Europa delle nazioni sovrane. Un percorso opposto a quello di Fratelli d’Italia che ora guida i conservatori di Ecr, indecisi se rivendicare l’asse con il Ppe ammaccato dal voto tedesco o tornare a guardare alla loro destra.
Sono le settimane inquiete di Meloni. Il suo vicepremier Matteo Salvini è la dimostrazione vivente di cosa avviene se ti metti in casa Vannacci: a Pontida è rimasto solo con il balletto del niqab. Il dilemma resta. Ma intanto Futuro nazionale avanza nei sondaggi, egemonizza i temi, e costringe Meloni a tornare in quel recinto da cui voleva (senza dichiararlo) fuggire. La condottiera deve decidere se avanzare o indietreggiare rispetto al generale che non è un incidente, un’anomalia nel cuore della destra italiana. È al contrario lo specchio fedele dei suoi umori più profondi e impresentabili. E in quello specchio, nella campagna elettorale che verrà, si riflette oggi Melonacci.



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