Visualizzazione post con etichetta Napoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Napoli. Mostra tutti i post

giovedì 4 giugno 2026

Massimo Troisi, un ritratto

 


Matteo Marchesini
Asilo, 4 giugno 2026

Massimo Troisi non era un satirico in senso stretto: era un comico, nell’accezione più malinconica e atemporale del termine. Ma a differenza di molti travet della satira, sapeva cogliere con sovrana leggerezza i tic apparentemente più labili e più sotterraneamente radicati di una mentalità e di un’epoca. Soprattutto, con incantevole noncuranza, e con un’ironia sottilmente virata in antifrasi, sapeva far riaffiorare al di là di questi tic la ragionevolezza di un senso comune troppo spesso minacciato dalle disarmanti fatalità della storia italiana. Non era un grande regista; ed era un primo attore strano, che non s’imponeva ma piuttosto s’insinuava. Non stupisce dunque che le sue minuziose diatribe, insieme stenografiche e prolisse, prive di climax e di icasticità, abbiano sempre lasciato una parte del pubblico fredda o infastidita. Ma chi l’ha amato rimpiange proprio la stranezza di questo reticente e cincischiante fenomeno attoriale: un fenomeno che non ha eredi, e che malgrado la napoletanità conta forse molti nonni ma nessun vero padre.

Come si fa, sulla carta, a dare un’idea di quell’oratoria troisiana che è esilarante perché estenuante, delusivamente sfumata, antieloquente? Rivediamo Troisi nell’82, in tuta da attrezzista, che davanti a una telecamera manda un accorato messaggio a Pertini. Parlando in tivù, il Presidente ha puntato il dito contro di lui, contro suo padre e suo fratello, che assistevano alla trasmissione in salotto, e ha chiesto minaccioso: «chi ha preso i soldi del Belice?». I familiari si sono guardati a vicenda, perché il gesto era inequivocabile: Pertini accusava proprio loro (se avesse voluto alludere ai ministri e ai potenti, il dito l’avrebbe puntato alle sue spalle, non verso quel povero salotto!). Alla fine l’attrezzista ha domandato al padre se non avesse davvero preso quei soldi, e l’ha ammonito, nel caso, a cacciarli fuori, per non fare una «figur ‘e niente» col Presidente. Ma no, c’è stato uno sbaglio: Pertini sappia che deve cercare in un’altra casa, che lì «nemmeno di passaggio» si son visti, i soldi del Belice. Questo ricordo si porta dietro quello di una satira più lieve. E’ il maggio ‘87, il Napoli ha appena vinto lo scudetto, e Gianni Minà (quel Minà che secondo Troisi non invita bambini nelle sue trasmissioni perché a loro non può chiedere «cosa facevano negli anni Sessanta») va a intervistare l’attore-regista di San Giorgio a Cremano. Troisi finge di non aver ancora saputo la notizia, e col suo tipico tono da alunno impreparato si esibisce in una parodia della retorica giornalistica: «l’hanno già detto “a parte Maradona non dimentichiamo questo meraviglioso pubblico che è stato un dodicesimo giocatore in campo”? L’hanno già detto “Bianchi un allenatore modesto ma capace”? L’hanno già detto “sì va bene festeggiamo ma non dimentichiamo i mille problemi che da secoli si affacciano su Napoli”?». Ovviamente tutto l’ovvio è stato detto, e Troisi si limita allora a una pubblicità progresso, invitando a esultare senza dimenticare acqua e gas aperti, e spiegando perché è rischioso con quel suo tono che rende irresistibili i pleonasmi. Poi, davanti ai tifosi settentrionali che parlano dei napoletani «campioni del Nordafrica», conclude che è meglio essere campioni del Nordafrica che fare striscioni da Sudafrica. Ma subito la voce gli scivola via da questa battuta troppo sonante, troppo “benignesca”... Perché la comicità di Troisi sta nei queruli balbettii, nelle afasie, nelle macchinose contorsioni verbali che provocano un riso simile a un formicolio crescente - riso che non dipende quasi mai da un singolo gesto o da una singola battuta, ma dal ritmo di quella cantilena piagnucolosa, esasperata, stridula, che gli esce a spizzichi dalle labbra sottili piegate in una smorfia di disgusto, e che per restituire le minime vibrazioni di un atteggiamento psicologico s’aiuta col gesticolare sconfortato delle mani, col corpo paperescamente raccolto tra la testa sporgente e le gambe piegate in dentro a difesa. A raccontarle, sembra che di queste cantilene non rimanga niente: e infatti i veri appassionati degli sketch di Troisi non li citano ma li mimano da cima a fondo, imitando perfino la vocetta fessa.

Tuttavia, se il suo eloquio non si può “raccontare”, se ne può almeno analizzare qualche frammento, e tentarne una definizione critica. Per capire come questo comico introspettivo riesca a cogliere i più impalpabili tra i meccanismi che governano le nostre scelte quotidiane, partiamo da Non ci resta che piangere, il film dell’84 in cui Troisi e Benigni si trovano catapultati nel mondo di fine Quattrocento. Benigni si adatta presto; ma Troisi non regge a quella vita violenta e puzzolente. Così una sera, in casa del mitico Vitellozzo, convince l’amico a tentare un esperimento. Forse, dice, il viaggio nel tempo è solo un fatto psicologico. Basta fingere, appena svegli, che non sia successo niente. Ci si alza, si chiacchiera del tran tran di tutti i giorni, si apre il portone, ed ecco che ci si ritroverà nel civile Novecento. Così la mattina, davanti al portone chiuso, i due si concentrano. Benigni imposta la voce, e snocciola frasi zeppe di oggetti novecenteschi: «con ‘sto pneumatico che s’è sgonfiato... senza frigorifero... si va in banca, se non si piglia la scossa con la corrente elettrica si citofona... ti faccio una telefonata e si esce con l’autobus!». Poi Troisi apre il portone e... niente: sulla strada c’è sempre la Toscana di Savonarola. Allora si arrabbia con Benigni, perché ha esagerato con tutti quei nomi moderni: così è chiaro che «se n’accorge». Se n’accorge? Ma chi? «Chi c’ha mandato qua... o tiempo, Dio... è sfacciata accussì». Ecco: Troisi è tutto qua, in questo «è sfacciata accussì», in questa rabdomantica capacità di render perspicue le piccole, imbarazzanti, informi superstizioni dell’italiano qualunque, che per lui non è un pagliaccio né una carogna, ma un eterno adolescente attaccato ad abitudini famigliari da cui gli deriva, insieme con una pigrizia brancatiana, anche una brancatiana diffidenza per ogni grandeur. Davanti al suo umorismo delicato, Benigni si riduce a rozza spalla. Il napoletano è agli antipodi del toscano: non è un clown che spicca sullo sfondo di una grigia realtà comune, ma un anti-clown che restaura il senso comune inquinato da una realtà assurda, parossistica, tronfia.

A volte questa realtà si presenta coi tratti solenni di chi si considera l’incarnazione della Cultura o della Fede: e Troisi smonta una tale solennità riportandola al registro modesto della chiacchiera. «Sa che cosa dice Cooper?» domanda intimidatorio, nel film d’esordio Ricomincio da tre (1981), il professore che Gaetano-Troisi sorprende in vestaglia in casa della zia, e che tenta di dare un supporto teorico al suo rapporto irregolare con la signora. «Cioè, Cooper ha detto tante cose... mica una» abbozza Troisi. «Ricordati che devi morire» gli ripete un predicatore quattrocentesco in Non ci resta che piangere. «Mo’ me lo segno» ribatte lui con voce tremolante.

Ma in genere, l’assurdità del reale ha il volto di personaggi abitati da un’idea fissa, a cui Troisi oppone la fioca voce della ragione. Le spalle delle gag più riuscite sono dei maniaci o dei fanatici. Ad esempio, in Ricomincio da tre è indimenticabile la sequenza in cui l’autostoppista Gaetano viene caricato da Michele Mirabella, un folle che ha deciso di uccidersi proprio andandosi a schiantare con la macchina, per far sembrare la morte un incidente perfino agli occhi divini, e per non scontare quindi il peccato mortale del suicidio. Alla fine Gaetano, con parole simili a quelle di Non ci resta che piangere, lo convince che lassù «loro sempre se n’accorgono» se uno fa peccato, e riesce ad accompagnarlo a un centro di igiene mentale. Ma là trova un altro folle, Marco Messeri, che gl’impone uno stridulo monologo sulla sua invidia per Agnelli e Alain Delon. Nello stesso film, anche Lello Arena e l’entusiasta predicatore americano che vuol risolvere tutto con la «Parola» - per non parlare di Robertino, ometto tiranneggiato dalla madre bigotta – sono in fondo degli ossessivi. Ma quasi dappertutto gli alter ego di Troisi devono fronteggiare dei personaggi secondari rigidi, impermeabili al dialogo, a volte “integrati” proprio perché folli. L’elenco è lungo: si va dal primo Arena fino all’Angelo Orlando di Pensavo fosse amore invece era un calesse (1991). Ma l’attore più portato per ruoli del genere è Messeri. In Pensavo fosse amore questo toscano tarchiato, dall’occhio vitreo, si chiama Enea, e si mette con la donna di Tommaso-Troisi. Tutti lo considerano bellissimo. Solo Tommaso sembra accorgersi di ciò che è ovvio: cioè del fatto che Messeri è bruttarello, ed è pure afflitto da un nome ridicolo. Tipica, qui, anche l’opposizione tra il protagonista, che nei film di Troisi è sempre pigro, sedentario, eduardianamente stanco, e il rivale pratico, dinamico, che sembra saper fare qualunque cosa (viaggia in Oriente, arbitra gare tra barbieri, ipnotizza galline...). Come i battibecchi con le “spalle”, anche la pigrizia di questi alter ego, la loro inadattabilità a lavoro e sport, servono a smascherare il grottesco della società in cui vivono, e in particolare la mania dell’efficienza, lo stolido attivismo, l’agitazione inutile o sopra le righe: sono, insomma, un antidoto contro i fanatici.

Questa contrapposizione assume un’evidenza didascalica in Le vie del Signore sono finite (1987), che mette in scena il fanatismo per eccellenza: il fascismo. E’ qui che davanti a una donna entusiasta dei puntuali treni di regime, il protagonista osserva che se era questo il problema bastava nominare Mussolini capostazione. Ed è qui che Camillo-Troisi, avendo portato due pozioni di sua invenzione, contro la calvizie e contro il dolore, a un gelido burocrate, solo mentre ne vanta la bontà si accorge del ritratto del calvo Duce che campeggia sulla scrivania dell’interlocutore, e apprende che secondo quel Duce «la via della salvezza è segnata dal dolore». Così, con un dietrofront da italiano abituato a piegarsi inerme al potere, trasforma la réclame delle due boccette in una contrita constatazione della loro inutilità. Perché Camillo non è un oppositore: vuole solo essere lasciato in pace. E tuttavia, come certe figure di Brancati, ha una passiva ironia che il fascismo non perdona. Infatti, mentre tutti si integrano, lui è picchiato e arrestato.

A un mondo folle e burattinesco, gonfio di parole roboanti, la comicità di Troisi non oppone battute altrettanto roboanti, pose altrettanto burattinesche e stilizzate: è invece l’ultima, gelatinosa, sommessa difesa dell’uomo che vuol restare integro. Perché qui sta la sua singolarità: mentre i personaggi con cui viene a contrasto diventano maschere sclerotiche, Troisi, pur essendo un comico puro e per giunta napoletano, non è mai una maschera, ma resta un uomo intero. Non ha bisogno delle stilizzazioni che gli attori-registi suoi coetanei usano per distinguersi: delle idiosincrasie di Moretti, o della clownerie di Benigni, o delle macchiette di Verdone (sapientemente sfruttate nell’82 in Morto Troisi, viva Troisi, finto servizio tv sulla sua morte dove i veri “morti” sono i colleghi che lo ricordano, cristallizzati nei loro tic).

Senza questa integrità, che gli permette di adattarsi alle nuances più sottili della psicologia e delle intermittenze del cuore, l’attore Troisi non potrebbe reggere i duetti agrodolci ingaggiati con Mastroianni in Che ora è?, un elegiaco film di Scola su padri e figli. Né potrebbe, nei suoi film, utilizzare le colte sceneggiature di Anna Pavignano, e mantenere come leitmotiv le raffinate analisi del rapporto di coppia. Sono queste analisi ad allontanare i film di Troisi dalla commedia all’italiana, e a impregnarli di quella malinconia umoristica che con mezzi diversi ottiene il Woody Allen meno stilizzato. Chi ama Troisi non riesce a scindere le gag più esilaranti dalle sue descrizioni delle fasi aurorali e poi subito autunnali dell’amore. Verso le donne l’attore avanza sempre di sbieco, con un sorriso storto e timido, mentre si ravvia i capelli o si sistema i vestiti in un gesto cauto e quasi furtivo, già pronto a tirarsi indietro. Ma non ce n’è ragione. Perché Troisi, che non ha una faccia di per sé comica, cioè una di quelle facce che salvo eccezioni (vedi ancora Allen) condannano a ruoli grotteschi e impediscono ogni introspezione, è quasi un bello: e gli basta poco per diventare un seduttore - anche se un seduttore pigro, incerto, antivirile.

Tra i tanti episodi amorosi ci vengono subito in mente, in Ricomincio da tre, i dialoghi sul tradimento tra Gaetano e Marta. L’infedele Marta, maniaca dell’emancipazione, sostiene che «quando c’è l’amore c’è tutto»; ma Gaetano la corregge: «no, chella è ‘a salute». E chi non ricorda la loro discussione sul nome da dare al figlio? Lui sostiene che «Mas-si-mi-lia-no» è troppo lungo: il tempo di scandirne le sillabe, e il pargolo che si vorrebbe richiamare all’ordine sarà già andato a combinar disastri chissà dove. Meglio il breve «Ugo»: il bambino verrà su «più educato». Gli alter ego di Troisi sono così presi dai tira e molla sentimentali, che a volte l’innamoramento agisce sul fisico. Il protagonista di Le vie del Signore sono finite vive in carrozzella per attirare le attenzioni della donna che l’ha lasciato: ennesima versione del Troisi indolente, ipocondriaco, seduttivo, e della sua “comicità psicosomatica”. Ma l’innamoramento può anche far scordare l’ipocondria. In Scusate il ritardo, Vincenzo è a letto con la febbre. Gli sanguina il naso, e teme sia un’emorragia, sebbene la sua mammona partenopea gli ripeta che è un raffreddore. Ma quando entra a trovarlo la bella Giuliana De Sio, ribalta le carte: la mamma, che apprensiva!, ha paura di un’emorragia, mentre lui sa bene che gli si è solo rotta «’na venuzza dint ‘o naso»... A volte, come in quel manualetto sulla coppia che è Pensavo fosse amore, i discorsi teorici brancatianamente prevalgono sulla vita sentimentale vissuta. Ma le scene più frequenti, nella fenomenologia troisiana dell’eros, sono quelle in cui, per riempire gli imbarazzanti silenzi davanti a una donna, il seduttore diventa logorroico. Nei film di Troisi c’è sempre una ragazza che assiste con un sorriso, non si sa se stordito o ipnotizzato, ai suoi ragionamenti sfilacciati e contorti. In Scusate il ritardo, per sedurre la De Sio, Vincenzo s’imbarca in un racconto del tutto fuori luogo sulla sua infanzia da «terzo della classe», finché la poveretta (come l’amazzone di Non ci resta che piangere) sviene per l’estenuazione.

E’ insomma da un impulso sentimentale che nascono i più ingegnosi e futili discorsi di Troisi sul mondo e sulla vita, le sue invenzioni teoriche fatte di nulla. E queste invenzioni, lo si è detto, non consistono tanto di singole battute, bensì di situazioni verbali. Quasi procedendo a tentoni, il comico si fa prendere la mano da una tesi o da un paragone, e li esagera arzigogolando. Oppure afferra un’iperbole, o una parabola, e le porta sofisticamente all’assurdo calandole nella vita quotidiana. Se parla della Napoli stereotipa di sole, pizze e mandolini, descrive nei dettagli cosa accade dove tutti anziché lavorare suonano uno strumento, mangiano mozzarella o si abbronzano. Nel primo film, quando Gaetano non ne può più di sentire il religioso Frankie che cita i dialoghi tra San Francesco e gli uccelli, gli contrappone questa immagine del Santo: «steva continuamente dint’ agli orecchi de cchiste povere bestie (...) secondo me gli uccelli non lo sopportavano cchiù a San Francesco, cioè appena lo vedevano arrivà» se n’andavano «’n copp’ agli alberi». Morale: «per colpa di San Francesco è nata la migrazione degli uccelli».

Con questa tecnica della dilatazione puntigliosa, Troisi sa ipnotizzare il pubblico per lunghi interminabili minuti mentre filosofeggia sui modi diversi con cui americani e italiani aprono il frigo, o descrive la posa che hanno i carabinieri guardando la tivù, o ancora mentre spiega che non legge libri perché la gara è persa in partenza, dato che lui è uno solo a leggere contro milioni di persone che scrivono. Con la stessa cocciuta cavillosità tenta d’insegnare la scopa a Leonardo da Vinci (Non ci resta che piangere), e di dissuadere un rivale, innamorato come lui di una donna minuta, spiegandogli che le donne minute si rattrappiscono fino a sparire (Le vie del Signore sono finite). E quanto a cavilli, come dimenticare la casistica sui miracoli che apre Ricomincio da tre? Troisi si lamenta del padre, rimasto senza una mano, che prega la Madonna di fargliela ricrescere. Gli sembra assurdo, perché i miracoli mica fanno spuntare arti mancanti. Toccano gente che non ci vedeva e ha riacquistato la vista, ma «i uocchie i tteneva», gente che «nun camminava e po’ ha camminato, ma i ccosce i tteneva». Al che Arena risponde che ci sono «miracoli facili» e «miracoli difficili»: ed è continuando a dibattere su questa distinzione che spariscono dall’obiettivo.

Troisi ha reso comica la puntigliosità, la chiosa che spacca il capello in quattro. E’ napoletanissimo, coi suoi tempi comici perfetti, eppure dentro questi tempi infila tutto ciò che, in modo assai poco napoletano, inceppa l’eloquenza e impedisce l’icasticità dell’espressione. «Prim’ e tutto...»: così iniziano, col gesto di chi mette le mani avanti, i monologhi con cui si difende dalle intimidatorie certezze degli interlocutori, allineando faticosamente una parola dopo l’altra e riportando la disputa sul terreno di un sapere casalingo. Anche le sue battute più famose sono un’ingegnosa difesa della più comune e tenera quotidianità. Quando Arena lo mette davanti alla scelta tra il giorno da leone e i cento da pecora, Troisi chiede se non sia possibile passarne cinquanta da orsacchiotto, così non si fa «’a figur’ ‘e merd’ daa pecora, e nemmeno ‘o leone ca però campa nu jorn’». Era, questa dell’orsacchiotto, la sua vocazione. E avremmo voluto che i suoi cinquanta giorni durassero molto più dei quarant’anni a cui il cuore lo ha fermato.

lunedì 2 febbraio 2026

Un Natale a casa Croce

Mirella Armiero
"Croce mio nonno". Parla Benedetta Craveri: il film di Avati parte dai miei ricordi

Corriere Napoli, 30 novembre 2025

 Dicembre 1951, Palazzo Filomarino, Napoli. È l’ultimo Natale di Benedetto Croce, che siede a tavola con numerosi commensali. Ci sono le figlie, i nipotini (i futuri studiosi Piero e Benedetta Craveri), l’amico Gino Doria. Il regista Pupi Avati ha voluto raccontare così, attraverso questo interno domestico, la vita del grande pensatore, nel film «Un Natale a casa Croce», che si presenta mercoledì 3 a Napoli (alle 19 al Filangieri nell'ambito di Neapolis 2500). Un esperimento temerario, quello di Pupi Avati, e mai tentato prima: restituire una figura così complessa attraverso un biopic. Un’operazione riuscita? Ne parliamo con Benedetta Craveri, quella che fu bimba a tavola con il nonno e che oggi è una critica letteraria e scrittrice, accademica dei Lincei, tra le massime studiose italiane di lingua e letteratura francese. 


Come è nata l’idea di un film su Croce?

 
«Fin dal 2023, quando era ancora presidente della Fondazione mio fratello Piero, la Rai ci aveva comunicato il proposito di dedicare un documentario a Benedetto Croce. Prese così l’avvio un primo progetto, di stampo tradizionale, incentrato su materiali di repertorio, immagini di luoghi, persone e documenti custoditi in Fondazione, e su interviste ai maggiori studiosi attuali del pensiero del filosofo. Grande fu la nostra sorpresa quando ci venne annunciato un radicale cambiamento di programma: non più un documentario ma un docu-film diretto da Pupi Avati. Se da un lato era una bellissima notizia perché il talento e la professionalità di Avati costituivano di per sé una garanzia di qualità, dall’altro ci preoccupava non poco. Anche i registi più grandi – persino David Lean nel “Dottor Živago”!- non sono riusciti a rendere credibili scrittori e poeti alle prese con il processo artistico e, a maggior ragione, come raccontare per immagini la vita di un filosofo che voleva che la sua biografia non fosse altro che la storia del suo pensiero?».

E poi come andò? 


«Il primo sopraluogo di Avati a Palazzo Filomarino aumentò la nostra perplessità. Dopo avere dichiarato di non sapere niente di Croce, avere ispezionato le 11 stanze della biblioteca con i loro ottantamila volumi, Pupi si limitò ad osservare che Croce doveva avere a sua disposizione mezzi economici notevoli per potersi dotare di un tale strumento di lavoro. Poi, arrivato alla camera da pranzo, annunciò che sarebbe stata senza dubbio alcuno il set cinematografico del suo docu-film. Se ne andò lasciandoci nella costernazione. Quando si rifece vivo, tre mesi dopo, per sottoporre me e tutti i componenti della Fondazione a un bombardamento incessante di domande, Avati, coadiuvato dalle ricerche del suo bravissimo cosceneggiatore Luigi Beneschi, sapeva oramai tutto quello che doveva sapere di Croce per fare un autentico capolavoro».

Che ritratto di Croce esce fuori dal film? 
«Il ritratto antiretorico di un uomo coraggioso e probo che ha vissuto in accordo ai suoi principi, comportandosi come un patriarca affettuoso, rendendosi utile al suo paese e opponendosi strenuamente alla dittatura fascista: un modello in cui tutti gli italiani possono ancora riconoscersi. Ma questo ritratto intimo e privato è illuminato dall’aura del grande intellettuale che ha abbracciato con il suo pensiero la filosofia, la storia, la poesia, la letteratura, l’arte a cui Avati fa continuo riferimento».

La scena si svolge nella sala da pranzo che era centrale nella vita della famiglia Croce, è così? 
«Sì, come in tutte le famiglie il pranzo e la cena erano i momenti in cui genitori e figli si ritrovavano riuniti. Ma in accordo al costume meridionale l’ora dei pasti era anche un momento di visite. Si aggiungeva un posto a tavola per chi lo desiderava, altri sopraggiungevano per il caffè e, per Croce, che amava la conversazione con gli amici ma detestava perdere tempo, la camera da pranzo era il luogo deputato della socievolezza. In effetti, come è possibile constatare a tutt’oggi, in casa Croce la vastissima camera da pranzo è preceduta da un salotto piccolissimo. Ma nel film di Avati alla vita di studio e di affetti di Palazzo Filomarino fanno da contrappunto le immagini di repertorio di cinquant’anni di vita italiana, con le sue due tragiche guerre mondiali, le testimonianze degli studiosi di Croce e quelle messe in bocca agli attori scelti dal regista per impersonare i vari componenti della sua famiglia. Un materiale eterogeneo per contenuti e forma a cui Avati sa dare una miracolosa unità narrativa e un potente impatto drammatico. Ho assistito alla presentazione di Natale a casa Croce  agli istituti di cultura di Parigi, di Pechino, di Shanghai, di Hong Kong e ogni volta non ero solo io ad avere le lacrime agli occhi».

Veniamo alla sua partecipazione al film. Come è avvenuto, Pupi Avati l’ha dovuta convincere? Che parte ha? 
«Purtroppo sono l’ultima della mia famiglia ad avere conosciuto il Nonno. Avati si è fatto raccontare i miei ricordi e ha avuto l’idea di evocare la cena di Natale vista dagli occhi di me bambina. E quando mi ha spiegato che aveva bisogno della mia testimonianza per iniziare il suo racconto e che si trattava di poche scene, mi sono fatta coraggio».

Qual è il suo primo ricordo di suo nonno o il più tenero? 
«Quando andavo in vacanza a Napoli, avevo l’incarico, di cui andavo fierissima, di portargli la posta nel suo studio. Dopo avermi abbracciato e ringraziato cerimoniosamente, il Nonno mi consegnava la chiave di un armadio nella stanza accanto dove erano riposte delle scatole di cioccolatini, con l’autorizzazione di prenderne tre. Poi, riportata la chiave e commentate le mie scelte, il Nonno mi dedicava sempre qualche minuto, chiedendomi delle mie letture e prendendomi in giro per la mia passione per le principesse e le regine e facendomi sentire importantissima».

La lettura di quali libri consiglierebbe a chi vuole conoscere di più il Croce intimo, privato, e non solo il pensatore? 
«Consiglio senz’altro Soliloquio (Adelphi), la bellissima scelta di testi autobiografici di Croce fatta da Giuseppe Galasso per Toni Servillo che nel 2017 ne diede lettura in una serata memorabile al teatro Bellini, organizzata dalla Fondazione Croce. E poi Vite di avventura di fede e di passione, il primo libro che ho letto di Croce e che resta il mio preferito. Ai napoletani raccomando ovviamente Storie e leggende napoletane, di cui è in uscita la traduzione in cinese, nel quadro di una serie di iniziative promosse dalla Fondazione con l’Ambasciata italiana in Cina, l’Istituto italiano di cultura di Pechino e il Comitato comunale per Napoli 2500».

Croce è stato rappresentato anche da Mario Martone in «Qui rido io». Come ha trovato la sua figura in quel film? 
«La scena con Croce è stata girata proprio in Fondazione e ho trovato Lino Musella bravissimo e tra l’altro fisicamente assai rassomigliante a Croce giovane e il film di Martone incantevole».

Quanta presa può avere sulle nuove generazioni il racconto di un personaggio come Croce? 
«Mi auguro che le incoraggi a studiare la storia e a pensare con la propria testa».

Qual è secondo lei la sua eredità? 
«Quella di un classico, vale a dire di uno scrittore in cui ciascuno trova quello di cui è alla ricerca».

Cosa ha significato per lei crescere in una famiglia così illustre? 
«Un privilegio immeritato». 

mercoledì 29 ottobre 2025

Addio a James Senese

Massimiliano Castellani
Addio a James Senese, anima Black di Napoli

Avvenire, 29 ottobre 2025

È stato l’anema e core di Napoli, eppure se fosse nato in America sarebbe stato molto più di un “Brother in soul”, titolo onorifico tributatogli nel 1990 a New York, in una serata memorabile all’Apollo Theatre. Uno dei momenti di gloria vissuti da quello scugnizzo dalla pelle nera che è stato James Senese, che a 80 anni - a causa di una polmonite - saluta la sua gente e se ne va. Ascoltarlo suonare il suo sax magico e la sua voce era un groove unico, mai sentito prima nella città in cui era venuto al mondo nel gennaio del ’45 da Anna Senese, rimasta incinta di un soldato afroamericano, James Smith. Il padre mai conosciuto e rivolato in America quando il piccolo Gaetano (nome del nonno materno) aveva due anni. Da allora, per la gente di Vico Parise, a Miano, James è stato sempre «Gems o’ nnire».

Anima black e cuore napoletano, una fusione che lo ha reso unico, fin da bambino, quando frequentava le lezioni di musica del maestro Santoro, a Piscinola. Nato ai bordi di periferia questo talento precoce e futuro caposcuola della Neapolitan Power, ma prima c’è stata la fase dell’apprendistato con gli Showmen, la band fondata con Mario Musella. «Pure suo padre era un militare, un indiano d’America, un cherokee, ma Mario l’ha saputo dopo». Assieme hanno fatto un Sessantotto: con la cover riarrangiata di Un’ora sola ti vorrei vincono il Cantagiro di quell’anno. Soldi, successo, ma la terza “s”, quella del sound, li divide. Perché James scopre di non essere un’anima pop, è tarantolato dal jazz e a illuminare la sua strada spunta il faro luminoso, il sax di John Coltrane. «Sperimentazione, fondere jazz e rock progressive in un unico suono, era il mio primo comandamento» e quello lo mette in pratica con i Napoli Centrale, il gruppo nato mezzo secolo fa e di cui era riconosciuto ancora come il leader maximo.

Carisma musicale di chi parla alla gente, agli ultimi, ai lavoratori della terra, come la hit Campagna che nel ’74 «fa nu terremoto», scala la classifica e vende quasi 100mila copie. Un vero trionfo, anzi un miracolo di san Gennaro per la musica indipendente. Quattro anni dopo, alla porta di casa Senese bussa un guaglione folgorato da quella musica e chiede di entrare a far parte dei Napoli Centrale. Era l’uomo di Napule è, Pino Daniele. Un fratello. «Pino lo conoscevo da sempre, da prima che venisse a cercarmi, eravamo la stessa cosa. È stato un amore reciproco che solo io e lui potevamo capire e spiegare a noi stessi. Quello con Pino rimane un incontro unico e irripetibile, come anche quello con Mario (Musella)», confidava l’ultima volta ad "Avvenire" in occasione della presentazione del suo ultimo disco, Stiamo cercando il mondo.
A 80 anni James Senese come tutti i grandi nei live aveva mantenuto lo stesso timbro, quel sax suonava dal vivo come nei dischi, limpido, perfetto e sporco all’occorrenza. Il tempo non era passato per James, fedele alla sua città, alla tradizione, grazie anche a una spiritualità innata. Nel brano dell’ultimo album Senza libertà a un certo punto canta: «C’h nascunnimmo pure a Dio… Ce sta ‘a guerra, ce sta ‘a famme, Chest’anime innocenti anna crescere e muri’ accussì…». Brano di un’attualità straordinaria visti i venti di guerra che sferzano il mondo. «Infatti questa canzone è la storia dei nostri giorni. Noi ci illudiamo di vivere in un mondo libero, ma liberi non lo siamo mai stati. E te ne rendi conto soprattutto quando un pazzo si sveglia alla mattina e manda ragazzi a morire e a sparare ai civili, ai bambini alle povere anime innocenti, che poi sono le vere vittime di tutte le guerre», disse convinto con il piglio dell’eterno ragazzo dei Napoli Centrale. «Noi abbiamo la fortuna di parlare una lingua universale che è anche musicale, ma ci vuole molto coraggio a cantare in napoletano. Oggi ci provano i rapper, i neomelodici, ma sti’ guaglioni non hanno ancora capito che per cantare il vero napoletano devi andare alla radice. Devi imparare a riconoscere e devi studiare fino a sentirtela nell’anima la Napoli dei grandi poeti, del teatro e della canzone tradizionale. I giovani napoletani, lo dico con il cuore, da questo punto di vista non stanno facendo “nu c…” (bip)».
Si arrabbiava James, come nella scena del film di No grazie, il caffè mi rende nervoso in cui se la prende con il povero giornalista del “Mattino”, Lello Arena. Furie passeggere, piccole nubi in una testa votata all’ironia e all’arte dell’incontro. Un musicista spirituale che con Jesus is love, un brano strumentale dalle cromature sax celestiali, aveva raggiunto le vette insospettabili della propria fede personale. «Io mi considero un “credente-credente” e non uno di quelli che fanno piangere alla Madonna. La fede l’ho cercata e la fede mi ha trovato. Volevo vedere qualcosa in più e non è da tutti andare oltre in questa ricerca di Dio. Io credo di esserci riuscito, anche grazie alla musica. Certe canzoni che ho scritto come Jesus is love o in passato O’ Sanghe , in fondo sono delle preghiere d’amore verso il Signore. E noi siamo poca cosa davanti a Lui, per questo siamo nelle sue mani. Capito?».
Come contraddire l’artista più aperto e disponibile della scena napoletana che non ha mai voluto lasciare la sua Napoli per inseguire le sirene lontane dal mare e dal Vesuvio. «Io sono uno che vede e sente, e che a differenza di tanti che si dicono “napoletani” e che sono scappati via alla prima occasione, sono rimasto qua a difendere e a difendermi dal male e dall’invidia…». Sognava di tornare in America, magari al mitico Village Vanguard di New York. «Lì non ci ho mai suonato e certo sarebbe bello, ma è un viaggio troppo lungo per me, specie adesso che tengo gli acciacchi…», disse salutandoci. Salutiamo per sempre James Senese, partito per questo ultimo viaggio: era nato per farci divertire e sognare con la sua musica, ma in fondo l’ha sempre saputo che il suo sax era destinato a suonare per gli angeli.

lunedì 8 settembre 2025

Rivoluzionaria per caso

 

Gioacchino Toma, Luisa Sanfelice in carcere (1874), Napoli, Museo di Capodimonte

La morte di Luisa Sanfelice

Benedetto Croce
Luisa Sanfelice e la congiura dei Baccher (1888)

Luisa [Luisa Maria Fortunata de Molina] era leggiadrissima fanciulla, di diciassette anni, quando, nel 1781, sposava il cugino Andrea Sanfelice, che ne aveva poco più di diciotto. Due ragazzi: di poca testa l’uno e l’altra; lo sposo, specialmente, sciocco, fatuo, vanaglorioso, fannullone, spendereccio; con pochi mezzi, essendo egli cadetto con assegno non largo, e avendo Luisa, figliuola di un militare, recato scarsa dote. La loro vita di famiglia fu una rapida catastrofe. I tre figliuoli, ch’ebbero l’un dopo l’altro, il maschio Gennaro, e le due femmine, Giuseppa ed Emmanuela, non valsero a trattenerli nei loro disordini economici e nel vertiginoso precipitare verso le più indecorose strettezze.

E alle ore dieci del giorno dopo, 11 settembre [1800] la sventurata uscì  dal torrione del Carmine  e fu menata alla Piazza del Mercato. La commozione di tutti era grandissima. “Impietosito il popolo (scrive il Colletta) al triste fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore e solamente dell’aver serbata la città  dalle stragi e dagli incendi. Ognuno la compiangeva (dice  un manoscritto del tempo), considerando le sue vicende, e la sua morte quasi a sangue  freddo”. Una scena selvaggia coronò questi ultimi istanti del feroce martirio. La Luisa, circondata e sorretta dai fratelli dei Bianchi, sali sul palco. E si facevano gli estremi preparativi, e le infami mani del carnefice l’acconciavano. Sotto il taglio della scure, quando un soldato, di quelli che assistevano all’esecuzione, lasciò sfuggire accidentalmente un colpo di fucile. Il carnefice, spaurito e già sospettoso di qualche tumulto, a questo si turbò e lasciò cadere in fretta la scure sulle spalle della vittima: sicché poi, tra le grida d indignazione del popolo, fa costretto a troncarle la testa con un coltello. Quelle povere membra, che avevano finito di soffrire i furono sepolto nella prossima chiesa di Santa Maria del Carmine . E il buon diarista, che tante notizie ci ha fornito per questa narrazione,, la sera annotava, inorridendo, nel suo diario: ”SI E’POSTO IL SUGGELLO ALLA BARBARIE  E VENDETTA COLLA ESECUZIONE DELLA MOLINA  SANFELICE”.

SanfeliceLuisa. – Gentildonna napoletana (Napoli 1764 – ivi 1800). Estranea alla rivoluzione del 1799, ebbe un salvacondotto dal cospiratore borbonico G. Baccher, che essa cedette al proprio amante Ferdinando Ferri (altri vogliono V. Cuoco); questi, informato così della congiura reazionaria, riuscì a sventarla denunciando i cospiratori. Luisa, sebbene non avesse svolto alcun ruolo consapevole negli eventi, divenne per i patrioti napoletani la salvatrice della Repubblica. Tornati i Borboni a Napoli, fu condannata a morte e giustiziata. (Treccani.it)

http://www.ibs.it/code/9788838919411/croce-benedetto/luisa-sanfelice-congiura.html

http://www.ibs.it/code/9788845914331/dumas-alexandre/sanfelice.html

http://www.nuovomonitorenapoletano.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1379:la-barbara-esecuzione-della-bella-e-innocente-luisa-sanfelice&catid=37&Itemid=28

domenica 20 luglio 2025

Masaniello ieri e oggi



Antonella Cilento

Masaniello e l'opinione pubblica
la Repubblica Napoli, 19 luglio 2025

Quando è nata l’opinione pubblica? Quando il percepito ha iniziato a diventare più importante dell’accaduto e il racconto dei fatti più importante dei fatti stessi? Ai tempi di Masaniello, come ci racconta nel godibilissimo e super documentato “Una ‘rivoluzione’ europea. Napoli, Masaniello e la repubblica del 1647-48” (Colonnese) il professor Aurelio Musi. Tanti “effetti collaterali” del nostro tempo risalgono al Seicento: il corpo delle donne come rappresentazione del potere (magrissime oggi, in carne allora, ma sempre per raffigurare uno status symbol), lo schiacciante inganno della comunicazione (la retorica barocca, come scrive Musi, di religione, aristocrazia e governo), la passione sfrenata per guerre che nascondono interessi economici, le professioni ereditarie (i dottori, gli avvocati).

E questo, Aurelio Musi, che del Seicento è studioso e ritrattista (nulla si può scrivere di quel tempo senza aver letto lui e il suo indimenticabile maestro, Giuseppe Galasso), lo descrive con rinnovata perizia mettendo ordine in fonti, finzioni letterarie, narrazioni partigiane, riscritture e riletture: fu una vera rivoluzione europea quella di Masaniello? Benché fallita, sì, perché ebbe eco non diversamente e forse più di altre rivoluzioni secentesche per oltre tre secoli, restando proverbiale modello, scomoda pietra di paragone ancor oggi.

E fu anche il momento in cui i racconti si polarizzarono? Sì: tant’è che uno dei passaggi più belli di questo libro riguarda la descrizione delle processioni religiose destinate a influenzare gli umori popolari.

In una giornata cruciale le tradizionali processioni dei Teatini e dei Gesuiti si dirigono alla volta dei loro naturali destinatari, quartieri (anzi ottine) e ceti diversi, e rientrano con le pive nel sacco. Sicché bisogna riorganizzare la comunicazione: questi uffici stampa del sacro e del potere hanno toppato. E dopo la rivoluzione l’intera retorica religiosa cambia: da sofisticata e colta diventa divulgativa e popolare, bisogna colpire la pancia, come si direbbe oggi, bisogna cambiare l’umore di chi si è già rivoltato e potrebbe rivoltarsi di nuovo. Come viene raccontato Masaniello in Inghilterra, nelle Fiandre, in Germania, come viene rappresentato da Dumas o dai romanzieri popolari italiani del Romanticismo?

Tutte le fonti che Aurelio Musi squaderna e riassume, illustrando con grande acume e utilità per il lettore anche le biografie dei biografi di Masaniello e della rivoluzione (alcune fantastiche, avventurose, paradossali), mostrano una parte della verità: i fatti sono i fatti ma la verità sfugge.

E allora i dettagli che restano nella memoria – i bambini che lapidano i gabellieri, le donne armate in banda capaci di dar battaglia come uomini, gli “alarbi”, adolescenti armati di canne agli ordini di Masaniello – si mescolano con le ragioni del potere: chi racconta cosa e a che scopo. Masaniello fa opinione, qualcosa che accadrà solo con la Rivoluzione Francese, con la Comune, con la Rivoluzione d’ottobre.

Il mondo sta cambiando, l’aria che tira è diversa: non solo Masaniello ma poi anche la peste, punizione divina per i rivoltosi e i simpatizzanti, come cercherà di far pensare la Chiesa, sono il segnale di un mondo nuovo, che mai più tornerà ad essere quello antico. Impressiona questa lettura proprio perché Musi non smette d’essere neutrale nel riesaminare fonti, scritti, fortune editoriali, testimoni e figure, ma sta scrivendo senza dubbio consapevole dell’oggi. E l’oggi al grande inganno del potere e al fallimento di ogni rivoluzione deve tutto. Il vero potere non è sparare cannonate o abbattere porte di città, no, quel mondo antico è morto. Il vero potere è condizionare, governare, orientare l’umore e le paure delle nazioni. E Napoli con il suo speciale rapporto con il sacro e la sua dionisiaca esperienza del reale è il laboratorio perfetto.

https://www.blogger.com/blog/post/edit/3368007031147491795/7532196972252285527

martedì 8 aprile 2025

Roberto De Simone





Marco Ciriello, Il dolore e lo sberleffo: la rivoluzione del demone De Simone
Domani, 8 aprile 2025

Roberto De Simone, come il Vesuvio, incombeva su Napoli con musica, parole, opere e pensieri. Ombra imponente e imprescindibile. Epos e lessico magico, ossimoro continuo. Classico in vita perché era andato oltre il tempo, contro il tempo, cercando la tradizione quando veniva tradita, salvando il popolo mentre diventava gente, tenendosi – etica, conoscenza e pudore – fuori dalla volgarità e dall’ammuina che dilagavano.

Uomo complesso e sfuggente proprio perché radicato nella sua terra, che non era solo Napoli, ma il sud del sud dei santi. Non conosceva lo scandalo perché era un demone: con una teoria e una storia per tutto, perché tutto deve avere una teoria e una storia e se non c’è bisogna dargliela, se è spenta va riaccesa, se è sepolta va ritrovata.

Scrittore, musicista, regista, musicologo, storico ma soprattutto eccezione, un illuminista esoterico. Magma e scienza. Sovrano e giullare. Tiranno greco e schiavo contemporaneo. Maestro da subito ed eterno allievo di molti, perché molteplice era il suo mondo, disegnarne la mappa sarebbe come chiedere a Christopher Nolan di essere lineare.

Dentro il demone De Simone c’era tutto: la musica e il presepe, la civiltà contadina e l’aristocrazia mitteleuropea, il comunismo di Renato Caccioppoli e l’eversione di Giordano Bruno, Dio e il materialismo, il paganesimo e i requiem (ne scrisse uno per Pasolini con un Cristo nero in sax oro, interpretato da James Senese), la rivoluzione napoletana del 1799 incarnata da Eleonora de Fonseca Pimentel e la Madonna di Montevergine.

Per capire Roberto De Simone bisogna immaginare un fiume di gente e note e immagini e santi e musicisti e filosofi e cantanti e ballerini che ci passa di continuo davanti: un Acheronte con fantasmi più vivi dei contemporanei, una sorta di Scuola di Atene che abballa e ancora non basta. Per capire Roberto De Simone e una scheggia del suo pensiero – l’ironia come anima – bisogna immaginare il suo disappunto per Milano che aveva una Madonna sola e pure in piedi, mentre a Napoli c’erano sei Madonne Sorelle e pure in trono.

Il presepe


Ecco come confluisce tutto nella complessità, una Madonna in piedi e sei in trono, una sola da pregare rispetto a sei biglietti della lotteria a disposizione: una possibilità di grazia maggiore, e di storie da raccontare. Sei Sorelle meglio che one. Quelle sei Sorelle sono l’opera di De Simone: affluenti della creatività, storie crescenti e travolgenti. Dentro c’è tutto: il politeismo e gli spartiti barocchi, la cultura dell’accoglienza davanti al suprematismo dell’unicità. Questo atteggiamento desimoniano serviva (serve, servirà) per conservare il Mediterraneo dei tre libri e delle tre grandi culture, come si preoccupava di fare Predrag Matvejević, una Europa delle strade dei canti e non delle banche, della fratellanza con le radici in comune – quelle del rito – e non della lingua unica, del mare e poi della terra. Soprattutto ora che il mare è degli ultimi e dei morti, perché gli ultimi e i morti saranno sempre il futuro, se ci sarà qualcuno a cantarli ci sarà la vita perché il canto è la vita che si fa, (rac)contandosi.

Per De Simone tutto ha vita: gli oggetti e le persone, tutto è importante e appartiene a un disegno geometrico, da qui i suoi studi sul Presepe – mondo riprodotto – microcosmo di un tempo passato da dove attingere per capire/capirsi e campo di battaglia attraverso il quale leggere il futuro come una sfera magica disegnata su una scacchiera di re magi e pastori, angeli e madonne. Poi lui a questi microcosmi e a tanti altri – come dare vita nel 1967 con Giovanni Mauriello, Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò alla Nuova Compagnia di Canto Popolare – ha dato la colonna sonora, le parole, le storie, esplicitando i caratteri degli attori/pastori (Cantata dei Pastori) senza perdere di vista la centralità della nascita di Cristo, aggiungendo e distinguendo.

Cucire e riscrivere


Era un napoletano capace di andare oltre la staticità – offeso dall’immobilismo della narrazione televisiva e romanziera sulla città, dal cattivo utilizzo della lingua napoletana: slabbrata e imborghesita – sapeva ascoltare i mondi sommersi – più Béla Bartók che Ernesto De Martino – da junghiano consapevole, una figura che gli si può affiancare come identità convergente di saperi magici e caratteriali con infinite possibilità di ricerca sul mondo interiore ed esteriore, è quella di Ernst Bernhard: psicoanalista, pediatra, astrologo tedesco e scrittore, allievo di Jung, che guarì Manganelli e guidò Fellini. Però Bernhard non aveva il controllo desimoniano della musica, linguaggio universale, capace di configurare l’utopia in un attimo, s-fuggente.

La rivoluzione del demone De Simone era la ricomposizione della geometria che il mondo aveva perso vedendosi, per questo – aiutato da Giordano Bruno e Alessandro Manzoni e dal suo libro magico I promessi sposi utilizzato come I Ching – ogni cosa o essere ha un proprio ruolo o posizione, e per avere la rivoluzione basterebbe mettere ogni cosa a suo posto. E chiunque provi a mettere a posto le cose è un rivoluzionario desimoniano. Per questo non vanno occultate le credenze, le civiltà, le vite, i suoni, le storie. Per questo bisogna cucire tutto, scervellandosi e scrivendo o riscrivendo e musicando.

Per capire che cosa restava dei gesti – di tradizione non rituale, ma indicativa – contenuti ne La mimica degli antichi del canonico Andrea Jorio, andò in una scuola elementare dei Quartieri Spagnoli, con Peppe Barra, e illustrò aiutandosi con movimenti e segni della tradizione una fiaba legata a Pulcinella per rimanere felice come un bambino: «i gesti vennero riconosciuti da una comunità di bambini al cento percento, erano tutti presenti nella tradizione a distanza di circa due secoli».

La lingua popolare


Al pari di un archeologo o da semplice demone, aveva ritrovato una parte della grande sapienza popolare. Da qua nasce la sua opera che ha molti linguaggi. E nella sua musica come nelle sue parole si sente tutto il risveglio di cui era capace da demone musicale, letterario, antropologico. Nel suo teatro si sente il dolore e l’allegria, lo sberleffo come ultima arma rimasta al popolo – oggi più di ieri – e la lotta tentata e persa, si sentono le migrazioni e le soppressioni, l’eleganza di certe connessioni musicali e la volgarità che diventa sopravvivenza come nella sua opera mondo: La gatta Cenerentola.

Ma ha spaziato nel pop da Masaniello a Maradona facendo il Morricone in Non farti cadere le braccia di Edoardo Bennato. Era figlio di Filangieri e del principe di Sansevero, di Rossini e Pergolesi, di Paesiello pur ascoltando incuriosito I Rage Against the Machine tanto da scrivere diversi rap, alcuni anche nel suo romanzo malapartiano Satyricon a Napoli ’44, a riprova che la differenza tra i generi musicali è l’esercizio dei cretini.

Anche perché tutta la vita del demone De Simone è stata vissuta all’incrocio dei venti musicali e della Napoli da ricostruire dopo la guerra, mentre era al conservatorio si manteneva suonando per gli americani nei night, era il pianista tra le nuvole di fumo che suonava Gershwin con la sinistra ripassando Rachmaninov con la destra, l’uomo coltissimo e curiosissimo che passava le notti tra i bassi riuscendo a cogliere le ultime sfumature della lingua napoletana con tutte le influenze del Regno, per questo non smise mai d’essere devoto all’oralità, all’improvvisazione, all’epicità e allo spontaneismo del popolo, arrivando a contrapporsi alla lingua scritta e teatrale di Eduardo De Filippo.

Contro il teatro eduardiano


Per De Simone il teatro eduardiano era una cessione all’italiano, un imborghesimento, per quanto d’un progressista, una ingessatura rispetto alla molteplicità napoletana. Ma non sminuì né disprezzò mai Eduardo, anzi, gli riconobbe sempre grandezza, quella che solo all’avversario che hai scelto per tutta la vita puoi riconoscere. Per capire le proporzioni e lo spirito bisogna pensare a Leonardo Sciascia con L’affaire Moro, nella commissione che indagava sul sequestro e la morte dello statista: la maggioranza da una parte e lui solo a cercare le lucciole pasoliniane che poi gli riappaiono col tempo sotto forma di sdegnose ombre dentro L’Oca d’oro. Il demone De Simone è stato il valore del sacro, nell’accezione più larga che va da Agostino a Mozart fino a Maradona. Studio, evidenza e intuizione.

Una oscillazione tra mito e significato, cercando di rimettere in ordine la geometria del mondo, partendo da Napoli. Il vecchio ulivo non disprezza i nuovi rami mentre cerca le sue radici. Roberto De Simone ha perso, il suo metodo no.

ANSA