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lunedì 5 ottobre 2026

Goethe sul Vesuvio

 

Johann Wolfgang von Goethe - Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87 (1816-1817)
Traduzione dal tedesco di Augusto Nomis di Cossilla (1875)

Il 2 Marzo [1787].

Sono salito in cima al Vesuvio, tuttochè il tempo fosse cupo, e la vetta del monte coperta di nuvole. Mi recai in carozza sino a Resina, di là salii il monte fra le vigne, a cavallo di un mulo; quindi proseguii a piedi, sulla lava del settantuno, la quale è già ricoperta di vegetazione; poi presi a camminare sulla lava, lasciando alla mia sinistra, in alto, la casipola dell’eremita. Di là convenne salire per le ceneri, e fu dura impresa. Il monte era ricoperto per un terzo dalle nuvole. Finalmente arrivammo all’antico cratére, ora riempito; trovammo lava recente di due mesi, di quindici giorni, di quella pure recentissima di cinque giorni, già raffreddata. Varcata quella, arrivammo ad una sommità volcanica, dove il fumo usciva da ogni parte; il vento però lo allontanava alquanto da noi, ed io volli avvicinarmi al cratére, se non che, fatti forse una cinquantina di passi il fumo diventò così fitto, che a mala pena io poteva vedere i miei piedi. A nulla mi giovava il tenere il fazzoletto davanti alla bocca; avevo perduto di vista la mia guida pure; il camminare sulle scorie eruttate dal volcano diventava pericoloso, e ritenni prudente ribattere strada, e riservarmi ad altra giornata più chiara, ed in cui fosse minore il fumo, per godere la vista che io mi riprometteva. Intanto ho provato per esperienza quanto sia malagevole cosa il respirare in quell’atmosfera.

Del resto il volcano era tranquillissimo. Non si scorgevano fiamme; non si udivano boati; il monte non lanciava sassi per aria, siccome ha fatto sempre da alcun tempo. Potrei dire averlo esplorato, per poterlo prenderlo d’assalto, non sì tosto il tempo si farà migliore.

La lava che viddi mi era di già nota; se non che ho scoperto un fenomeno il quale mi parve singolare, che voglio esaminare meglio, ed intorno al quale intendo domandare spiegazioni agl’intelligenti ed ai conoscitori. Si è questo un rivestimento a forma di stalattiti, di un forno volcanico, il quale un tempo doveva essere fatto a volta, ed ora sorge dal cratére chiuso e colmato. Questa pietra dura, di tinta grigia a foggia, come dissi, di stalattite, mi sembra dovere essere formata dall’emanazioni di ogni specie, del vulcano, senza che vi abbiano concorso nè l’umidità, nè la fusione, e può dare occasione ad indagini, e scoperte ulteriori.

Oggi tre di marzo il cielo è coperto, e soffia il scirocco, tempo favorevole, per giorno di posta.

Del resto ho visto in buon numero uomini di ogni condizione, bei cavalli, e pesci di forme strane.

Non aggiungerò parola intorno alla posizione della città, alle sue magnificenze, le quali furono descritte e lodate le tante volte. Vedi Napoli, e poi muori! sogliono dire qui.

Napoli, il 6 Marzo 1787.

Tuttochè mal volontieri, pure per dovere di amico, Tischbein mi ha voluto oggi accompagnare sul Vesuvio. A lui, artista distinto, il quale di continuo si studia, si affatica a riprodurre le forme umane, quelle degli animali, sotto il migliore aspetto, che riesce colla squisitezza del suo gusto ad abbellire gli oggetti i meno belli, non poteva guari sorridere la vista di quella mole cupa, terribile, la quale di continuo si distrugge, si consuma, e che ha dichiarata la guerra ad ogni bellezza di natura, e dell’arte.

Partimmo in due carozzelle, imperocchè non ci arrischiammo a guidare noi stessi i cavalli, fra mezzo al brulichio di persone, le quali formicolano per la città. Il cocchiere, o vetturino che sia, è obbligato a gridare di continuo largo! largo! per allontanare asini carichi di legna, o di spazzature, di concime, altri calessini i quali corrono a precipizio, facchini carichi ovvero liberi, vecchi, ragazzi, per aprirsi il varco senza fare danno a veruno, in quel vortice.

La strada traversa i sobborghi della città, e fra i giardini ed orti che a quelli succedono, cominciava ad avere carattere diabolico, imperocchè non avendo piovuto già da molto tempo, erano ricoperte di fitte polvere cenerina le foglie delle piante, degli alberi sempre verdi, i tetti delle case, le cornici di queste, tutto quanto in somma porgeva un punto di sporgenza, di appoggio. Tutto era di uguale tinta grigia, e l’azzurro soltanto del cielo, e lo splendore del sole, valevano a far testimonianza, che non ci trovavamo già nel regno delle ombre, ma bensì ancora fra gente viva.

Ai piedi della rapida salita fummo accolti da due guide, uno giovane e l’altro più attempato, uomini forti però entrambi, e robusti. Il primo trascinò me, il secondo Tischbein sù per il monte. Dico che ci trascinò, imperocchè quelle guide tirano sù per mezzo di una leggiera correggia attorniata alla vita del viaggiatore, questi che li segue, il meglio che può, appoggiandosi nel salire sopra un bastone.

Pervenimmo per tal guisa sulla pianura, dove sorge il cono del monte, a tramontana delle rovine del Somma.

Gettai di là uno sguardo sui dintorni del monte a ponente, il quale dissipò, quanto avrebbe potuto fare un bagno fresco, il calore, la stanchezza della salita, e presimo allora a girare il cono che romoreggia di continuo, eruttando sassi e ceneri; e tenendoci a distanza di quello, per quanto lo spazio lo consentiva, era spettacolo propriamente grandioso. Si udiva dapprima quasi un cupo romoreggiare di tuono, nelle profondità dell’abisso; quindi si scorgevano a migliaia sassi di varie dimensioni lanciati per aria, circondati da una nuvola di ceneri La maggiore parte di quei sassi ripiombavano nell’abbisso; gli altri rotolando da ogni parte, lungo le pareti esteriori del cono, producevano un fracasso d’inferno; i più pesanti ripiombando nell’abisso, producevano un tonfo; i più piccoli fa cevano un romore più acuto, e le ceneri crepitavano. Tutti questi fenomeni si succedevano ad intervalli regolati, dei quali, con attenzione, si sarebbe potuto benissimo misurare la durata.

Tra il Somma ed il cono, lo spazio era abbastanza ampio; però cadevano sassi attorno a noi, i quali rendevano il passaggio per quella via, tutt’altro che piacevole. Tischbein in cima al monte era sempre più malcontento, trovando tutto quel chiasso non solo ingrato, ma ancora pericoloso.

Siccome però, anche la presenza di un pericolo porge una certa attrattiva, la quale provoca lo spirito di contraddizione inerente alla natura umana a sfidarlo, pensai se non fosse possibile, approffittando dell’intervallo fra due eruzioni, lo arrivare in cima al cono, presso il cratére, scendendone parimenti fra una eruzione e l’altra.

Domandai consiglio al riguardo alle nostre guide, mentre ci stavamo in tutta sicurezza rifocillando, colle provviste che avevamo portato con noi, sotto la sporgenza di una rupe del Somma, dove avevamo cercato rifugio. La guida più giovane si decise ad arrischiarsi meco a quell’impresa; ci guarentimmo il capo, riempiendo i nostri cappelli di fazzoletti di tela e di seta, e partimmo, aggruppandomi io alla cintura della guida, nel mentre tenevo in mano il bastone. Continuavano attorno a noi a schioppettare i lapilli, a crepitare le ceneri, alloraquando l’ardito giovane mi trasse su per l’infuocata pendice. Ci trovammo allora sul margine dell’immensa voragine; un’arietta allontanava da noi il fumo, che usciva da innumerevoli fessure, e ci impediva di scorgere il fondo dell’abisso. In un intervallo di riposo del volcano, potemmo scorgere quà e là le pareti sassose della voragine. Quella vista, per dir vero, non era nè istruttiva, nè piacevole; se non che, per la ragione appunto che non si vedeva nulla, ci fermavamo nella speranza di riuscire pure a vedere qualcosa. Trascurammo di badare agli intervalli delle eruzioni, ci trovammo propriamente sul margine della voragine quando tutto ad un tratto prese a romoreggiare il tuono, e la scarica terribile ci passò davanti, sollevandosi in alto. Ci curvammo per un atto involontario, quasi avesse ciò potuto guarentirci dalla caduta dei massi, i lapilli continuavano a scoppiettare, quando senza pensare che avressimo potuto approffittare di un intervallo di riposo, lieti di essere scampati al pericolo, ruzzolammo in tutta fretta alla base del cono, dove arrivammo coperti tutti di cenere.

Accolto amorevolmente da Tischbein, riposato, rifocillati, potei dedicare tutta la mia attenzione alla lava antica e recente. Il più attempato fra le nostre guide, sapeva indicare il loro corso in ogni anno. La lava più antica era già ricoperta di cenere, ed appianata; quella più recente, e specialmente se aveva avuto un corso lento, offeriva un aspetto strano; imperocchè, dopo avere trascinati seco per un certo tratto i massi caduti sulla sua superficie, questi avevano finito per fermarsi, accumulandosi gli uni contro gli altri, e consumati per così dire dall’ardore di quel torrente di fuoco, erano diventati simili a scorie di ferro. Tramezzo a tutte queste materie trasformate, si scorgevano pure massi di maggiore dimensione, i quali si sarebbero potuto dire estratti da una cava aperta di recente, e le nostre guide pretendevano essere quest’ultimi pezzi di lava antica, che di quando in quando la voragine caccia fuori.

Napoli, martedì 20 marzo 1787.

L’annuncio di una recente eruzione di lava, la quale invisibile da Napoli scendeva verso Ottaiano, m’indusse a portarmi una terza volta al Vesuvio, ed appena giunto ai piedi del monte, e sceso dal mio legnetto a due ruote, tirato da un cavallo solo, mi si presentarono tosto quelle due guide, che mi avevano accompagnato nella mia precedente ascensione con Tischbein. Li presi entrambi, l’uno per abitudine e per riconoscenza, l’altro per la fiducia che riponevo in lui, ed entrambi poi, per maggiore mio comodo.

Giunti in alto, uno dei due rimase a custodia dei bagagli e dei viveri; il più giovane mi seguì, e ci avviammo corraggiosamente in direzione di un fumo denso, il quale sboccava dal monte, al basso del cono, dove si apre il cratére; scendemmo quindi alquanto sul fianco della pendice, finchè finalmente, vedemmo a cielo aperto sboccare la lava da quei cupi vortici, di denso fumo.

Per quanto si sia udito parlare le mille volte di una cosa, la vista immediata di quella, vale sempre meglio a farla comprendere, a darne idea, che qualsiasi discorso. Il torrente di lava era ristretto, non guari più largo forse, di dieci piedi; il modo però col quale correva lentamente, formando una superficie abbastanza piana ed uguale; era degno di essere osservato, imperocchè nel mentre seguendo il suo corso si va raffredando sui lati ed alla superficie, forma una specie di canale, il quale si va di continuo rialzando per la materia fusa, la quale corre al dissotto, e che rigetta scorie alla superficie a diritta ed a sinistra, in guisa che formano queste quasi due argini, fra cui il fiume di fuoco continua la sua strada, nè più nè meno, che il canale di un molino. Camminammo in cima ad uno di quegli argini, e le scorie rotolavano giù per i fianchi di quello sotto ai nostri piedi, e da alcuni vani del canale, potemmo osservare d’alto in basso il corso della lava al dissotto della crosta già quasi solidificata, del torrente infuocato.

Il sole era limpidissimo, e menomava lo splendore del fuoco, e poco fumo leggiero, si sollevava nell’atmosfera purissima, Avevo desiderio di accostarmi al punto dove la lava sbocca, dal monte; colà, mi accertava la mia guida formarsi una specie di volta, o di tetto, su cui egli era stato già di soventi. Per osservare questo particolare pure, risalimmo il monte, onde potere arrivare da tergo a quel punto. Per buona sorte, grazie ad un forte colpo di vento, trovammo quella località abbastanza sgombra dal fumo, non però totalmente, imperocchè quello usciva tuttora attorno a noi da innumerevoli fessure, e ci trovavamo propriamente su quella specie di volta o di tetto di lava raffreddata, il quale però si stendeva troppo in avanti, per permetterci di vedere la lava infuocata sboccare dal monte.

Provammo ad inoltrarci ancora un dodici passi, ma il suolo era sempre più ardente, soffrivamo di difficoltà di respiro, di capogiri. La mia guida fù la prima a volgersi addietro, e mi trascinò seco, fuori di quell’atmosfera d’inferno.

Dopo esserci riconfortato alquanto il palato e lo stomaco, con alcuni sorsi di vino, e di avere osservato alquanto il colpo d’occhio generale, girammo ancora alcun poco quà e là, per osservare varie particolarità del picco indemoniato, che sorge in questo paradiso. Mi colpirono alcune cavità, le quali a foggia di camini non tramandavano già fumo, ma bensì aria infuocata. Osservai che quelle cavità erano rivestite tutte di specie di stalattiti, a forme convesse, quasi di altrettante mammelle. Stante la disuguaglianza di quei camini volcanici, molte di quelle stalattiti si trovavano a nostra portata, e si sarebbero potuto staccare facilmente con un ascia, ed anche semplicemente con il nostro bastone. Avevo osservato di già prodotti di quella specie presso i fabbricanti di oggetti in lava, i quali li designavano col nome generico di lava, e fui lieto di scoprire essere quella, caligine volcanica per così dire, la quale, indipendentemente dal deposito dei vapori infuocati, contiene del pari sostanze minerali volatilizzate.

Nel mio ritorno mi recarono sollievo e riposo un magnifico tramonto, ed una sera stupenda; però sentivo, quasi vaneggiando, la grandezza del contrasto a cui mi trovavo in presenza. Il bello qui si trova accanto all’orribile; l’orribile accanto al bello; e tanto l’uno quanto l’altro, eccitano l’imaginazione, esercitano un fascino, e per certo che i Napoletani sarebbero popolo diverso, se non si trovassero cacciati a questo modo, fra Iddio e Satana.

Maddalena De Lucia
Goethe sul Vesuvio, alla ricerca del sublime

INGV Newsletter n. 8, 26 luglio 2016

È il 24 febbraio 1787. Nel corso del viaggio verso Napoli, nei pressi di Gaeta, il Vesuvio si presenta a Johan Wolfgang Goethe "con un pennacchio di fumo sul cocuzzolo". Da quel momento il grande scrittore avrà la possibilità di contemplare con i propri occhi quello spettacolo straordinario che era il Vesuvio in eruzione. In realtà il primo incontro ravvicinato è con un altro vulcano, meno riconoscibile nella sua forma ribassata ma altrettanto e forse anche più pericoloso, la caldera dei Campi Flegrei. Pochi giorni dopo il suo arrivo, Goethe riesce a vedere, prima via mare poi alternando brevi passeggiate e tratti percorsi in carrozza, tutti quei fenomeni ed elementi che caratterizzano l'attività dei vulcani flegrei, e quindi "acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo, montagne di scorie ribelli a ogni vegetazione", insieme ai ruderi delle antichità classiche. Dalla sua descrizione si deduce che ha visitato la Solfatara di Pozzuoli, e forse Monte Nuovo, Agnano, Astroni.

Le impressioni e le osservazioni raccolte dal giovane Goethe durante il suo viaggio in Italia saranno pubblicate trent'anni più tardi, a partire dal 1816. Il due marzo sale al Vesuvio. Vi arriva partendo da Resina, l'attuale Ercolano, percorrendo un tratto a dorso di mulo e proseguendo a piedi, lungo la colata del 1771 - ora non più del tutto visibile perché ricoperta da lave più recenti. Risalendo la colata, Goethe passa nei pressi della capanna dell'eremita, sul versante occidentale del vulcano. È in quest'area, sulla sommità del colle del Salvatore che, oltre cinquant'anni dopo, viene costruito l'Osservatorio Vesuviano, il primo osservatorio vulcanologico al mondo. Goethe continua l'ascesa risalendo il cono di cenere. La cima del vulcano è immersa nelle nuvole, ma riesce comunque a osservarne il cratere, colmo di lave, con al centro un conetto da cui fuoriescono abbondanti emissioni di gas vulcanici. Lo scrittore prova ad avanzare verso il conetto, ma constata che è "malsicuro l'incedere sullo sfasciume della lava eruttata" e che le emissioni fumaroliche sono talmente intense da non riuscire quasi a respirare. Mentre sosta presso il cratere non si verifica alcuna attività stromboliana, né si avvertirono boati. Quel giorno Goethe compie osservazioni geologiche che lo portarono a interrogarsi sulle cause che avevano prodotto quei fenomeni e quelle formazioni. Ad esempio, nota una cavità tra le lave, probabilmente una parte esposta di un tunnel lavico, la cui volta era tappezzata da estrusioni simili a stalattiti. Il 6 marzo, Goethe torna nuovamente sul vulcano accompagnato da un amico, il pittore Tischbein, in calesse. Giunti alla base della ripida salita e ricordando la fatica compiuta la volta precedente, decide di proseguire con l'aiuto di due guide. "Ci rimorchiarono, è la parola; poiché queste guide portano intorno alla vita una cintura di cuoio, alla quale il viaggiatore s'aggrappa e vien tirato su, con minore sforzo delle proprie gambe e con l'ausilio del bastone", afferma Goethe. In questo bizzarro - ma non per l'epoca - modo raggiunge la zona pianeggiante alla base del Gran Cono, corrispondente a quello che oggi è l'Atrio del Cavallo. Da quel punto osserva un'attività stromboliana estremamente vivace: "lo spettacolo era grandioso, esaltante". Le esplosioni si ripetevano a intervalli grossomodo regolari e provocavano il lancio di lapilli, piccoli e grandi, che ricadevano ai fianchi del cono, e la fuoriuscita di nubi di cenere.

Lo scrittore si ritrova a camminare sotto la pioggia di lapilli. Per Tischbein il vulcano non soltanto era brutto ma, alla luce di quanto stavano vivendo, anche molto pericoloso. Per Goethe, invece, il rischio pericolo rappresentava un elemento di attrazione: "la presenza del pericolo esercita sempre un certo fascino ed eccita nell'uomo lo spirito di contraddizione". Questo sentimento non è raro in molti vulcanologi, ineluttabilmente spinti ad avvicinarsi sempre più alle manifestazioni dell'attività vulcanica, come i coniugi francesi Maurice e Katia Krafft, che persero la vita durante l'eruzione del vulcano Unzen, in Giappone, nel 1991, nel filmare in diretta un flusso piroclastico. Goethe prova a risalire il cono nell'intervallo di tempo tra due esplosioni. Quasi sotto la pioggia di cenere e tra il crepitio dei lapilli, riesce in breve tempo ad arrivare sull'orlo craterico, "rimorchiato" dalla guida più giovane. Una volta giunti sulla cima, con il capo coperto da improvvisate protezioni, cappelli imbottiti di fazzoletti, la nube di gas non consente di scorgerne l'interno se non a tratti; questo indugiare fa sì che vengano colti di sorpresa dalla successiva esplosione e dalla conseguente caduta di frammenti. I due provano a ripararsi, rannicchiandosi, e per fortuna ne vengono solo sfiorati.

Una volta ridiscesi, Goethe si sofferma a osservare le lave di formazione antica e recente, le cui età venivano esattamente indicate dalla guida anziana. Attraverso l'analisi del loro aspetto - si trattava di lave cosiddette di tipo "aa", dalla superficie scabrosa e frastagliata - ne intuisce le modalità di scorrimento. Le lave di quel tipo si muovono lentamente, e questo consente la parziale solidificazione della crosta esterna, che si spezza formando massi che si accumulano gli uni sugli altri grazie al fluire della parte sottostante. Nel caotico ammasso di lave osserva blocchi di rocce di tessitura e struttura diversa da quelle in cui erano inglobate. Ne deduce che si trattava di frammenti di rocce preesistenti, di origine anche profonda. Ora è noto che queste rocce sono strappate dalle pareti del condotto o della camera magmatica durante la risalita del magma. Un'altra interessante deduzione vulcanologica di Goethe scaturisce alcuni giorni dopo, nel corso della sua visita agli scavi di Pompei, mentre osserva i depositi piroclastici che ricoprono l'antica città. Dalle caratteristiche di questo deposito comprende che questi sono caduti al suolo dopo aver volteggiato "per un certo tempo a guisa di nuvole, finché si abbatterono sulla sventurata località". Il 13 marzo 1787 Goethe annota nel suo diario: "Ho studiato bene anche i minerali vesuviani; come cambiano le cose, se viste nel loro insieme! A queste osservazioni dovrei davvero consacrare il resto della mia vita: potrei fare qualche scoperta tale da ampliare il campo delle umane conoscenze".

Alcuni giorni dopo lo scrittore tedesco viene a sapere che sul Vesuvio si era formata una colata di lava, in lento scorrimento verso Ottaviano. Questo lo induce, il 20 marzo, a salire per la terza volta sul vulcano, con le due guide che lo avevano già accompagnato. Giunge quindi in prossimità della nuova bocca, che si era aperta sul fianco settentrionale del vulcano, descrivendola con queste parole: "Il getto di lava era stretto, non più di dieci piedi in lunghezza, ma impressionante era il modo con cui scendeva per un tratto liscio e in lieve pendio; scorrendo, infatti, la lava si raffredda sui lati e alla superficie esterna, e forma un canale che si innalza sempre più, perché il materiale fuso si consolida anche sotto il torrente infocato". Goethe evidenzia come la lava scorre tra due argini formati dalle scorie laviche accumulate ai lati della colata. Dalle fessure della superficie si osserva il rossore della lava sottostante. Goethe avverte l'impulso di avvicinarsi ancora di più alla bocca eruttiva, raggiungendola da dietro. Si ferma sulle lave indurite che costituiscono il tetto della colata. Non riesce però a spingersi oltre, per il fumo soffocante e il calore crescente; la guida, che lo precede, lo afferra per un braccio e lo trascina indietro.

Sulla via del ritorno, deliziato da un "superbo tramonto" e da una "serata celestiale", non può non riflettere sui contrasti del territorio napoletano: "la terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità; l'uno e l'altro si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento di indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana". Nel suo secondo soggiorno a Napoli, tra maggio e giugno dello stesso anno, Goethe ha modo di osservare ancora una volta il Vesuvio in eruzione, con una colata di lava che si spinge verso il mare. Il primo giugno, dal molo di Napoli, all'imbrunire, descrive così lo spettacolo che gli si staglia davanti: "Ecco finalmente davanti a me ... la luna piena in tutta la sua magnificenza insieme alla vampa del vulcano, e questa volta anche la lava, che prima non c'era e adesso scendeva per il suo maestoso sentiero infocato". Il giorno successivo, da un appartamento della reggia di Capodimonte, ospite di una giovane duchessa residente a corte, saluta definitivamente il vulcano napoletano. "Eravamo a una finestra dell'ultimo piano, col Vesuvio proprio di fronte; il sole era tramontato da un pezzo e il fiume di lava rosseggiava vivido, mentre il fumo che l'accompagnava andava prendendo una tinta dorata; la montagna mugghiava cupa, sovrastata da una gigantesca nube immobile, le cui masse a ogni nuovo getto si squarciavano balenando e illuminandosi come corpi solidi. Di lassù fin quasi al mare correva una lingua di braci e di vapori incandescenti; e mare e terra, rocce e alberi spiccavano nella luminosità del crepuscolo, chiari, placidi, in una magica fissità. All'abbracciare tutto questo con un solo sguardo, mentre dietro il monte, quasi a suggellare la visione incantevole, sorgeva la luna piena, c'era di che trasecolare."


lunedì 28 settembre 2026

Lady Emma Hamilton vista da Goethe

J. Wolfgang Goethe
Viaggio in Italia (1786-1788)

Traduzione di Lorenza Rega
Rizzoli, Milano 1991


Caserta 16 marzo 1787

Il cavaliere Hamilton, che è sempre qui come inviato d'Inghilterra, dopo aver fatto tanti anni il dilettante d'arte, e dopo aver tanto studiato la natura, ha trovato il colmo del diletto sia in natura che in arte nella persona d'una bella ragazza. Se la tiene in casa ed è un'inglesina di circa vent'anni, veramente bella e ben fatta. Le ha fatto allestire un costume greco che le sta a meraviglia: così vestita ella si scioglie i capelli, prende due o tre scialli, e sa dare tanta varietà ai suoi atteggiamenti, ai suoi gesti, alle sue espressioni, che si finisce col credere veramente di sognare. Quel che tanti artisti sarebbero felici di esprimere, in lei appare compiuto, pieno di vita e di una varietà sorprendente. In piedi, a ginocchi, seduta, sdraiata, seria, triste, maliziosa, sfrenata, contrita, provocante, minacciosa, angosciata, ecc., una posa segue l'altra e deriva dall'altra. Per ogni espressione, ha l'arte di scegliere le pieghe dello scialle, di cambiarle e di far cento diverse acconciature del capo con gli stessi nastri. Il vecchio cavaliere le tiene la candela, ufficio al quale s'è dedicato con tutta l'anima. Egli trova in lei tutte le statue antiche, tutti i bei profili delle monete sicule,e perfino l'Apollo del Belvedere. Certo che il divertimento è unico. Noi lo abbiamo già goduto due sere. Tischbein le farà il ritratto. 

HAMILTON, Emma nata Lyon

Celebre avventuriera inglese. Nata a Great Neston (Cheshire) verso il 1761, di umile famiglia, si fece ben presto conoscere per l'affascinante bellezza e per la grazia nel canto e nella danza e in quadri plastici. Divenuta amante di Carlo Greville, membro della Camera dei comuni, questi che viveva in grandi strettezze la cedette [1786] allo zio William Hamilton (v.), ambasciatore inglese a Napoli e onnipotente nella corte borbonica, il quale si mostrò assai generoso verso il nipote. (Treccani)


Nota di Lorenza Rega, pp. 615-616 
Emma Lyons Harte Hamilton (1761-1815). Figlia di un fabbro rimasta orfana a due mesi, dopo un'adolescenza e prima giovinezza trascorse nei postriboli, divenne la mogie di Sir William Hamilton (1791) ed in seguito - dopo l'arrivo di Nelson a Napoli (1799) - l'amante di quest'ultimo. Dotata di unm fascino particolare era nota per le attitudes, scene mimate in cui raffigurava personaggi della mitologia e eroine storiche. Fu grande amica della regina Maria Carolina e probabilmente svolse un ruolo di una certa importanza sugli avvenimenti del 1799. Morì in miseria a Calais. 
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Il ruolo perverso di Emma Hamilton nel 1799


 Sotto l'influenza di Maria Carolina, Emma manipolò emotivamente Nelson, spingendolo a usare la flotta britannica non solo per la guerra ai francesi, ma come braccio armato e implacabile della controrivoluzione borbonica.

domenica 30 agosto 2026

La regina Murat

Carolina Bonaparte Murat, regina di Napoli, Castello di Malmaison, 1810

carolina, una vita da collezione

La storia in mostra. Da Parigi a Napoli, a Chantilly una bella esposizione racconta la passione della regina Murat, capace di coltivare gusto e ambizioni artistiche promuovendo anche una cultura del mecenatismo. La partenza con Canova

Fernando Mazzocca
Il Sole 24 ore, 30 agosto 2026

Dopo l’ effimero regno del fratello maggiore di Napoleone Giuseppe Bonaparte, si insediarono nel 1808, su quello che era stato il soglio degli esiliati Ferdinando IV di Borbone e Maria Carolina d’ Asburgo, Gioacchino Murat e Carolina Bonaparte, la più giovane delle sorelle di Napoleone. Due figure assolutamente diverse rispetto a quelle dei vecchi sovrani, hanno portato anche per il loro carattere e la giovinezza – si erano sposati nel 1800 quando lei aveva solo diciotto anni e lui trentatré – una vera ventata di novità che ritroviamo lungo tutto il corso di una lunga passione collezionistica e di un impegno mecenatesco iniziati subito dopo il matrimonio e proseguiti, con una mirabile coerenza, da Parigi a Napoli.

Dopo la nomina regale i Murat dovettero rinunciare, per volere dello stesso Napoleone, alle loro sontuose dimore in Francia comprese le opere d’ arte e gli arredi, destinati alle residenze imperiali, tra quelle ufficiali e la Malmaison, la splendida dimora prediletta dall’ imperatrice Joséphine. Il loro gusto e le ambizioni collezionistiche avevano cominciato a prendere corpo durante il primo soggiorno in Italia, tra Firenze e Roma, dove nel 1801 Gioacchino non si era fatto sfuggire un’ occasione strepitosa acquistando due dei maggiori capolavori di Canova nel genere mitologico, i gruppi di Amore e Psiche giacenti e Amore e Psiche stanti ora a Louvre, accreditandosi dunque come il primo a possedere in Francia le opere del grande scultore.

Subito dopo l’arrivo a Napoli, città che le entrò subito nel cuore, Carolina si occupò soprattutto di formare una ambiziosa collezione personale destinata ai nuovi appartamenti di Palazzo Reale e alla ristrutturata residenza di Portici, del loro arredamento, degli scavi di Ercolano e Pompei, dell’educazione artistica dei giovani, dell’ incoraggiamento delle manifatture e del sostegno a nuovi artisti, soprattutto quelli chiamati dalla Francia o di una figura come quella del vedutista austriaco Rebell raccomandatole da Eugenio de Beauharnais.

Un impulso decisivo alla formazione della collezione venne dall’acquisto di tredici dipinti, che ne condizioneranno le future scelte e la fisionomia, alla più importante esposizione del tempo, la rassegna apertasi al pubblico nelle sale del Campidoglio il 19 novembre 1809. Alla predilezione per i paesaggi di Pierre-Athanase Chauvin, Nicolas Didier Boguet, Joseph Anton Koch, si affiancano anche le opere del prediletto Granet e un capolavoro perduto di Ingres, la Dormiente. Si tratta di un precedente che deve aver determinato il futuro soggiorno del pittore a Napoli dal febbraio al maggio del 1814, decisivo per l’incremento della collezione dei Murat che poteva ora vantare, accanto alle opere degli amati Gérard e Gros, quelle del più innovativo degli allievi di David che realizzò in quella circostanza per la corte partenopea, oltre al più bello dei ritratti di Carolina rappresentata in una stanza di Palazzo Reale con la finestra aperta sul Vesuvio, ora eccezionalmente in mostra, uno dei suoi dipinti più emblematici La Grand Odalisque e due quadri più piccoli di gusto troubadour (Paolo e Francesca, Il fidanzamento di Raffaello con la nipote del cardinale Bibiena) caratterizzati da una originale sintesi lineare alla Flaxman, cui non devono essere stati estranei la visita agli scavi di Pompei e lo studio dei vasi greci della collezione della regina.

Anche il grande Canova, che tante impronte di sé aveva lasciato a Napoli e che aveva ricevuto l’incarico per un monumento equestre a Napoleone mai realizzato, nel febbraio del 1813 frequentò, per ritrarli, Carolina e Gioacchino. Della versione in marmo di queste due opere, note attraverso i modelli in gesso, se ne erano perdute le tracce sino alla recente ricomparsa dello straordinario busto di lui che, nell’incredibile naturalezza dei tratti del volto e nel fascino dei lunghi capelli riccioluti grande vanto di quest’uomo leggendario per la sua spavalda bellezza, rappresenta una strepitosa novità della mostra dove dialoga con i bellissimi ritratti, in divisa e in costume di corte, di Gérard, il grande ritrattista ufficiale di Napoleone e della famiglia Bonaparte, come dimostra il monumentale dipinto dove Carolina appare appunto a Napoli, nel momento più bello della sua vita, raggiante e circondata dai suoi quattro figli.

Quando nel 1815 la regina lasciò precipitosamente Napoli per l’ esilio, fu costretta ad abbandonare la maggior parte delle opere acquistate che finirono nelle mani del principe di Salerno, ultimogenito di Ferdinando I di Borbone ritornato sul trono. Nel 1851, alla sua morte, passarono al genero il duca d’ Aumale, quarto figlio di Luigi Filippo, ed entrarono a far parte della sua straordinaria raccolta destinata al castello di Chantilly che aveva acquistato e fatto risorgere alle sue rovine. Nasceva dunque, anche grazie alla raccolta di Carolina, uno dei più importanti musei privati del mondo il Musée Condé che con questa mostra ripercorre una parte della sua storia e una delle vicende collezionistiche più affascinanti dell’ Ottocento, perfettamente ricostruita in questa occasione grazie all’ impegno dei due curatori, Mathieu Deldicque, direttore del Museo, e Gennaro Toscano, consigliere scientifico della Bibliothèque Nationale de France.

De Naples à Chantilly. Les collections de la Reine Caroline Murat. Chantilly, Musée Condé
Fino al 1 ottobre




martedì 14 luglio 2026

"Tu si 'na malatia"

Ilaria Urbani
Tullio De Piscopo: "Peppino, la nostra 'malatia'. Gli occhiali come lui, anche se non eravamo miopi"

la Repubblica Napoli, 12 luglio 2026

"Negli anni '60 ci facevamo tutti gli occhiali alla Peppino Di Capri, anche se non eravamo miopi. Indossavamo tutti le bellissime giacche di lamè di Peppino e i suoi Rockers. Perdo un amico, un fratello, un esempio. Peppino è il nostro brindisi, Peppino è la nostra malatia". Tullio De Piscopo piange Peppino Di Capri. Il grande batterista della superband di Pino Daniele conosce il cantautore leggendario quando aveva 14 anni, una notte in piazzetta a Capri. De Piscopo nel 1960 già suonava, era sull'isola azzurra lì a suonare con Renatino e i suoi scugnizzi, band rock e beat melodica. Il musicista piange il grande cantautore che ha segnato più di un'epoca e con il quale ha condiviso tante avventure artistiche.

Tullio De Piscopo, oltre sessant'anni di amicizia con un talento assoluto della musica.

"Provo un dolore enorme. La nostra amicizia è cresciuta nel tempo, abbiamo condiviso tanta musica insieme e un lungo pezzo di vita. La nostra intesa è rimasta sempre la stessa di quella notte a Capri, quando a 14 anni lui passeggiava in piazzetta, lo avvicinai, gli dissi: "Tu sei Peppino!". Ero praticamente un bambino e già suonavo. Peppino ha portato ritmo nelle nostre esistenze e tanta modernità".

Cosa ha significato per lei quell'incontro?

"Peppino era un modello per noi ragazzi, ci dividevano sette anni, e lui era già Peppino Di Capri, da lui ho imparato anche il rigore.Chi avrebbe potuto immaginare che poi ci sarei stato io alla batteria poi con la sua prima vittoria a Sanremo nel 1973 con la canzone ‘Un grande amore e niente più’. La famosa versione remix del mio brano ‘Andamento lento’ l'ho registrata nel suo meraviglioso studio ai Camaldoli, lo Splash. E poi abbiamo condiviso tante avventure insieme anche oltreoceano".

Quali ricorda con particolare affetto?

"Con Peppino ho girato il mondo. Abbiamo suonato insieme a Tokyo, Francoforte, New York, Toronto, a San Paolo in Brasile, ci raggiunsero sul palco Toquinho e George Benson. Quanti ricordi".

Citava prima la sua bellissima "Tu si ’na malatia", proprio il brano che avete suonato insieme per lo scudetto del 1987, la grande vittoria del primo Napoli di Maradona.

"Peppino era raggiante quella sera. Maradona si divertiva, aveva capito che eravamo noi l'avanguardia, la musica del Mediterraneo, di un Sud del mondo di cui lui faceva parte come noi. Sul palco c'eravamo io, Peppino, James Senese, Joe Amoruso, Rino Zurzolo, Tony Esposito, il supergruppo di Pino, anche Pino amava Peppino. E poi c'era anche Edoardo Bennato, Peppino è stato il primo, il maestro di tutti noi".

Cosa le mancherà di più di Peppino Di Capri?

"Peppino continuerà a vivere nelle sue canzoni, ha fatto innamorare e sposare tante coppie e ancora tante lo faranno sulle sue note, con le sue parole. È il nostro brindisi. Mi mancheranno anche i nostri pomeriggi nella sua villa a Capri, le sue bellissime feste e le nostre gite in barca, amiamo il mare allo stesso modo, lui che era il più tecnologico dei due, disegnava anche le barche".

lunedì 13 luglio 2026

Il jazz all'ombra del Vesuvio

Una lunga consuetudine

Se si vuole ragionare del rapporto tra il jazz e la musica leggera in Italia, il versante napoletano si rivela di una importanza centrale, spesso trascurata e nondimeno grande. Proviamo a fare dei nomi: Roberto Murolo, Renato Carosone, Renzo Arbore, Peppino Di Capri, Fred Bongusto, Fausto Cigliano, Edoardo Bennato, Pino Daniele, Maria Pia De Vito.
Il versante napoletano rappresenta il laboratorio più fecondo, continuo e rivoluzionario dell'incontro tra jazz e canzone in Italia. La canzone classica napoletana possiede una complessità armonica e una flessibilità melodica che si sposano con il jazz in modo molto più viscerale rispetto alla tradizione lineare della melodia sanremese. Questo legame non è stato episodico ma si è mantenuto attraverso una vera e propria linea evolutiva che ha dato una diversa configurazione al quadro della musica leggera in Italia.
La spinta del dopoguerra e le radici della fusione
Le radici di questo legame si intensificano nel secondo dopoguerra. Con l'arrivo delle truppe americane a Napoli (quartiere generale alleato), la città fu inondata da dischi di swing, bebop e blues. Chitarristi colti come Fausto Cigliano e interpreti come Roberto Murolo compresero che la struttura delle vecchie canzoni napoletane (spesso ricche di accordi di settima e scale minori) dialogava perfettamente con le Blue Notes e le improvvisazioni d'oltreoceano, ripulendo la tradizione da eccessi melodramm 46atici.
La rivoluzione del ritmo e del night club
Tra gli anni '50 e '60, la fusione diventa un fenomeno di massa internazionale. Renato Carosone  ha letteralmente inventato un nuovo pop planetario fondendo l'ironia partenopea con lo swing, il boogie-woogie e il dixieland. Il suo sodalizio con il batterista jazz Gegè Di Giacomo ha sdoganato il ritmo sincopato nella canzonetta. Peppino Di Capri ha raccolto l'eredità dei night club miscelando la melodia napoletana con il cool jazz, lo swing e il nascente rock'n'roll, portando il pianoforte suonato in stile jazz al centro della scena leggera italiana.
Dal varietà al neapolitan power
Negli anni '70 e '80, il legame si sposta verso il blues, il rock e la fusion, toccando vette artistiche altissime. Renzo Arbore: Con la sua visibilità mediatica (ma soprattutto come clarinettista e appassionato), ha rilanciato il jazz e lo swing classico, dimostrando come l'umorismo e la cultura napoletana siano geneticamente legati all'improvvisazione jazzistica. Edoardo Bennato: Pur muovendosi nel rock e nel folk, ha innestato nelle sue strutture ritmiche l'urgenza del blues e lo swing delle tarantelle, usando spesso sezioni di fiati di matrice tipicamente jazz-blues. Pino Daniele: Rappresenta la sintesi perfetta. Con il movimento Neapolitan Power, Pino Daniele ha fuso la melodia napoletana, il blues e il jazz-fusion americano. La sua band storica era formata da jazzisti e turnisti formidabili (James Senese, Rino Zurzolo, Joe Amoruso, Tullio De Piscopo), capaci di dialogare alla pari con giganti mondiali come Wayne Shorter, Chick Corea o Pat Metheny. 


Indicazioni bibliografiche
Ecco una selezione di testi fondamentali per approfondire la storia del jazz in Italia, la canzone d'autore e, nello specifico, lo straordinario connubio nato sul versante napoletano.
Il jazz a Napoli e la tradizione partenopea
  • Diego Librando, Il jazz a Napoli. Dal dopoguerra agli anni Sessanta, Guida Editori. È il testo di riferimento specifico per capire come Napoli sia diventata il porto d'attracco principale del jazz americano nel dopoguerra. Analizza i locali, i musicisti e le contaminazioni che hanno poi dato vita alla rivoluzione della canzone leggera napoletana. 
  • Federico Vacalebre, Carosone. Un americano a Napoli, Sperling & Kupfer. Scritto dal critico musicale de Il Mattino, è la biografia definitiva di Renato Carosone. Esplora magistralmente come l'ironia della macchietta napoletana si sia fusa con lo swing, il boogie-woogie e il jazz delle big band americane.
  • Marcello Giannotti, Yes I Know... Pino Daniele. Tra pazzia e blues: storia di un Masaniello newpolitano, Vololibero. Analizza l'epopea del Neapolitan Power, sviscerando il processo con cui Pino Daniele ha unito la melodia della sua terra con le strutture armoniche del jazz-fusion e del blues internazionale. 
La storia generale del Jazz in Italia
Adriano Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dalle origini alle grandi orchestre (Vol. 1) e Il jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta (Vol. 2), EDT.
Analisi della canzone italiana e popular music

Manca quindi un libro che tracci un quadro complessivo del rapporto tra jazz e musica napoletana, manca un'unica grande opera omnia, sistematica e seria, che tracci un quadro complessivo e definitivo dell'intero asse storico imperniato sul rapporto tra il jazz e la musica napoletana.

La letteratura musicale su questo tema soffre di una forte frammentazione. Il panorama editoriale si divide principalmente in tre "tronconi", nessuno dei quali copre l'intera parabola da solo:
  1. I saggi verticali sul Dopoguerra: Testi eccellenti come Il jazz a Napoli. Dal dopoguerra agli anni Sessanta di Diego Librando analizzano benissimo l'impatto sociopolitico dell'arrivo degli alleati e la nascita delle prime band, ma si fermano cronologicamente proprio dove inizia la rivoluzione del pop moderno e del Neapolitan Power. 
  2. Le monografie sui singoli giganti: Esistono ottimi libri focalizzati esclusivamente su Renato Carosone o sulle vicende personali e discografiche di Pino Daniele. Questi testi offrono analisi splendide dei singoli artisti, ma manca lo sguardo d'insieme che colleghi in un unico filo rosso Fausto Cigliano a James Senese o Peppino Di Capri ad Edoardo Bennato. 
  3. Le storie del jazz italiano generaliste: Nelle monumentali opere di Adriano Mazzoletti come Il jazz in Italia, Napoli e i suoi artisti emergono continuamente come un'eccellenza, ma inseriti in un contesto nazionale. Di conseguenza, la specificità e la "napoletanità" di questa fusione vengono inevitabilmente diluite all'interno della più ampia storia della musica leggera italiana.
Una lacuna che attende un saggio definitivo
Questa frammentazione è quasi paradossale. Esiste una quantità enorme di materiale, interviste, dischi e aneddoti, ma manca un musicologo o un critico che raccolga questa eredità in un volume intitolato, ad esempio, "La Blue Note all'ombra del Vesuvio: storia della canzone jazzata napoletana".
Un testo del genere dovrebbe mappare un secolo di musica, dimostrando come la scala napoletana e l'accordo di settima jazz si siano fusi per creare un genere a sé stante, capace di influenzare tutta la musica leggera del nostro paese. Di fatto il jazz ha offerto alla produzione canora napoletana la possibilità di porsi all'altezza della modernità, sfuggendo al più ovvio destino di esclusione e caduta periferica. Il rapporto con gli Stati Uniti è stato l'antidoto al rischio di chiusura nostalgica del patrimonio musicale napoletano. Senza questa linfa d'oltreoceano, la tradizione partenopea avrebbe rischiato di ripiegarsi su se stessa, trasformandosi in un cliché stantio o in un fenomeno puramente folkloristico e periferico.
Il jazz ha agito su tre livelli fondamentali per proiettare Napoli nella modernità globale.
1. La rottura dello stereotipo melodrammatico
Fino alla seconda guerra mondiale, la canzone napoletana, pur gloriosa, era rimasta ancorata al melodramma, alla sceneggiata o alla celebrazione nostalgica del passato. Il jazz e lo swing hanno portato con sé la sincopa, l'ironia, il disincanto e il ritmo urbano.
Artisti come Renato Carosone non hanno tradito la tradizione; l'hanno presa in giro e l'hanno modernizzata. Inserire il boogie-woogie o il dixieland in pezzi come Tu vuò fà l'americano significava prendere la periferia e metterla al centro del mondo, dialogando alla pari con la cultura pop dominante (quella statunitense). 
2. L'affinità armonica: dalle "blue notes" alle scale partenopee
Il matrimonio tra jazz e musica napoletana ha funzionato così bene perché non è stato un innesto forzato, ma un riconoscimento reciproco.
  • La canzone classica napoletana era già geneticamente complessa: usava accordi di settima diminuita, modulazioni repentine tra maggiore e minore, e la celebre "scala napoletana" (con il secondo grado bemolle). 
  • Quando i musicisti napoletani (da Murolo a Pino Daniele) hanno incontrato il blues e il jazz, hanno capito che le blue notes e le tensioni armoniche americane risuonavano con la stessa malinconia e sensualità della loro tradizione. Il jazz ha offerto una grammatica universale per esprimere sentimenti antichi in chiave moderna.
3. Da folklore locale a linguaggio transnazionale
Grazie al jazz, Napoli è sfuggita al provincialismo italiano. Ha saltato la mediazione di Roma o Sanremo per collegarsi direttamente a New York, Chicago e Salvador de Bahia.
  • Peppino Di Capri ha portato i ritmi dei night club internazionali a Capri, rendendola l'epicentro della dolce vita mondiale.
  • Pino Daniele non faceva musica folk rivisitata: faceva world music e jazz-fusion d'avanguardia. Quando suonava con Wayne Shorter o Pat Metheny, non era un musicista etnico che ospitava una star del jazz; erano due musicisti jazz che parlavano la stessa lingua, ma con accenti diversi. [1, 2, 3]
In questo senso, il jazz non ha "colonizzato" la musica napoletana, ma le ha fornito lo scudo e la cassetta degli attrezzi per rimanere contemporanea, viva e competitiva sul mercato internazionale. Al nord, Jannacci o Buscaglione non sono come i napoletani parte di una corrente locale ampia e rigogliosa, sono stati dei geni isolati, delle bellissime eccezioni, mentre i napoletani sono espressione di una vera e propria scuola dinastica. Un caso a parte è poi costituito dalla fioritura successiva di Paolo Conte. Il Nord Italia ha prodotto straordinari "solisti" del jazz-pop, ma non è mai riuscito a generare una corrente locale corale, continuativa e identitaria come quella partenopea.
Al nord: Il jazz come costume, satira o scelta estetica
Per Enzo Jannacci e Fred Buscaglione, il jazz è stato uno strumento artistico individuale, non una radice culturale condivisa dal territorio.
  • Fred Buscaglione (Torino): Ha inventato il personaggio del gangster dallo smoking sgualcito, mutuando lo swing americano e il dixieland. Era un'operazione cinematografica, ironica e d'importazione cinematografica. Morto Fred, quel mondo a Torino è praticamente svanito con lui. 
  • Enzo Jannacci (Milano): Ha usato le armonie jazz e la collaborazione con giganti come Franco Cerri per dare dignità e disperazione agli ultimi della periferia milanese. Ma la canzone milanese in sé non è diventata jazz; era Jannacci che, da jazzista e genio surreale, piegava la musica alle sue storie.
In entrambi i casi, siamo di fronte a exploit individuali. Se togli Buscaglione o Jannacci, non resta un "movimento" torinese o milanese di canzoni jazzate.
A Napoli: Il jazz come elemento genetico e dinastico
A Napoli, invece, non parliamo di singoli artisti, ma di una catena evolutiva ininterrotta dove ogni generazione ha passato il testimone alla successiva, influenzando l'intero tessuto culturale della città.
Generazione / FaseEsponenti PrincipaliContributo al Movimento Comunale
Il DopoguerraR. Murolo, F. CiglianoIntroducono l'armonia jazz nella chitarra classica napoletana.
Il Boom EconomicoR. Carosone, P. Di CapriCreano un pop-swing globale; il jazz diventa la lingua dei night.
La ConsapevolezzaRenzo ArboreTrasforma lo swing napoletano in un genere colto e televisivo.
Il Neapolitan PowerP. Daniele, J. Senese, T. De PiscopoFondono il jazz-fusion con il blues e la radice mediterranea.
A Napoli il jazz ha trovato un humus fertile perché la città possedeva già una canzone urbana consolidata da secoli, con editori, teatri, canzonieri e Conservatori. Quando il jazz è arrivato, l'intera comunità musicale lo ha metabolizzato. Non era un vestito da indossare per fare spettacolo (come per Buscaglione), ma una nuova lingua per parlare di sé.
Mentre al Nord il jazz applicato alla canzone è rimasto un genere d'élite o una felice anomalia, a Napoli è diventato musica popolare e d'avanguardia allo stesso tempo.
Fred Buscaglione: Il mito importato e cristallizzato
Buscaglione rimane l'esempio perfetto dell'appropriazione estetica del jazz americano. Il suo swing, i suoi arrangiamenti curati da Leo Chiosso, e i suoi ritmi sincopati erano una geniale operazione di "traduzione" dell'immaginario hard-boiled di Chicago e New York in chiave torinese.
Tuttavia, come dicevamo, è rimasto un fenomeno circoscritto al suo incredibile carisma personale e al suo quintetto (gli Asternovas). Non ha generato a Torino un movimento sotterraneo o una dinastia di cantastorie swing capaci di proseguire il suo discorso per decenni.
Se Buscaglione era un'isola distaccata a Torino, Fred Bongusto (molisano di nascita, ma figlio di padre partenopeo e artisticamente adottato dai night club di Napoli) è stato uno dei massimi vettori della "napoletanità jazzata". 
Bongusto non è un'eccezione isolata: è il tassello fondamentale che unisce la scuola dei crooner americani alla canzone d'autore mediterranea.
Il legame viscerale con Napoli e il jazz da night club
Fred Bongusto si è formato esattamente in quel circuito dei night club campani e romani che accoglievano la contaminazione. Come ha ricordato lo stesso Renzo Arbore, lo stile vocale sussurrato e confidenziale di Bongusto (figlio del modo di cantare di Chet Baker o João Gilberto) era la colonna sonora ideale per quel mondo notturno. [1, 2]
Bongusto ha fatto un'operazione straordinaria con la lingua napoletana su due fronti:
  • L'album "Napoli alla mia maniera" (1975): Ha preso i classici del repertorio partenopeo e li ha destrutturati, rivestendoli con arrangiamenti felpati, accordi di settima tipicamente jazz e atmosfere soffuse. [1]
  • "Io le canto accussì": Ha compiuto il processo inverso, traducendo in napoletano grandi standard internazionali e brani pop mondiali, dimostrando che la lingua di Napoli si adatta perfettamente alle metriche della bossa nova e dello swing proprio come l'inglese o il portoghese. [1, 2]

La parabola che va da Murolo a Pino Daniele ha una sua compiutezza e un suo splendore. Il revival che si è prodotto con l'Orchestra italiana di Renzo Arbore è stato solo un tentativo di sfruttare in tono minore e anche più incline alla facilità il patrimonio. La linea che unisce Roberto Murolo a Pino Daniele rappresenta una sequenza storica organica, evolutiva e autenticamente rivoluzionaria. È un percorso lineare che va dalla spoliazione della canzone napoletana dai suoi eccessi ottocenteschi (Murolo) fino alla sua totale riscrittura in chiave transnazionale, fusion e blues (Daniele).
In questa vicenda, il jazz non è una decorazione: è il motore del cambiamento strutturale, l'elemento che permette alla lingua e alla melodia di Napoli di evolversi e rimanere vive nel loro tempo. Con la morte di Pino Daniele e la fine di quella straordinaria stagione di creatività che è stato il Neapolitan Power, quel ciclo storico si è effettivamente compiuto e chiuso.
Il revival: conservazione contro creazione
Il fenomeno del revival successivo (spesso guidato dall'enorme cassa di risonanza televisiva e orchestrale di operazioni come quella dell'Orchestra Italiana di Renzo Arbore) si muove su un piano artistico completamente diverso, che rispecchia esattamente la tua definizione:
  • La facilità del cliché: Il revival smette di fare ricerca armonica o di forzare i limiti della lingua. Tende a prendere il patrimonio storico e a confezionarlo in una veste rassicurante, brillante e adatta al consumo di massa. Il jazz e lo swing, in questo contesto, smettono di essere una lingua d'avanguardia per diventare un "colore", un arrangiamento accattivante che rende il passato più digeribile.
  • La nostalgia al posto della modernità: Se Murolo usava il jazz per traghettare Napoli verso il futuro e Pino Daniele per inserirla nella world music globale, il revival usa lo swing per guardare all'indietro. Trasforma una cultura viva in un meraviglioso museo a cielo aperto, cedendo talvolta a quella "facilità" esecutiva e interpretativa che diverte il pubblico ma non sposta di un millimetro i confini della musica.
Un patrimonio museificato o una scuola sotterranea?
Quello che resta oggi, fuori dal circuito commerciale del revival televisivo, è una domanda aperta sul futuro. Esaurita la parabola Murolo-Daniele, la contaminazione jazzistica a Napoli è tornata a essere un fenomeno sotterraneo, coltivato da jazzisti puri nei club della città, mentre la musica leggera mainstream ha preso altre strade (come l'urban o il pop iper-moderno).
Il revival ha avuto almeno il merito di preservare la memoria di quelle canzoni per le nuove generazioni, o ha finito per cristallizzare lo stereotipo cartolinesco da cui proprio il jazz aveva originariamente salvato Napoli? Tutto sommato, il revival si sottrae allo stereotipo grazie al legame diretto con la forza del jazz. Anche quando l'operazione punta sulla memoria o sulla "facilità" del grande pubblico, il cordone ombelicale con il jazz funge da vero e proprio anticorpale contro la macchietta o la sceneggiata lacrimogena.
Il jazz possiede una sua intrinseca dignità formale: richiede rigore esecutivo, precisione ritmica, una profonda conoscenza armonica e l'arte dell'improvvisazione. Quando musicisti di estrazione jazzistica (pensa ai solisti dell'Orchestra Italiana o agli storici collaboratori di Arbore, ma anche ai jazzisti campani contemporanei che reinterpretano i classici) rimettono le mani sul canzoniere napoletano, applicano una disciplina e una "pulizia" esecutiva che spazzano via la retorica strappalacrime e il provincialismo.
Lo swing e il jazz infondono in quelle melodie una leggerezza aristocratica, un'eleganza ritmica e un senso dell'umorismo complice che nobilita il pezzo, impedendogli di scadere nello stereotipo da cartolina per turisti. In questo senso, il revival non fa avanzare la storia come Pino Daniele, ma difende l'altezza estetica del patrimonio, dimostrando che la canzone napoletana, se suonata con la grammatica del jazz, resta universale e immune al logorio del tempo.
Siamo arrivati al cuore di una bellissima riflessione sulla dignità e l'evoluzione di questa musica. Ecco una mappa ideale di 4 brani manifesto che tracciano perfettamente questa parabola. Ognuno rappresenta un momento chiave in cui l'abbraccio con il jazz ha salvato la canzone napoletana dalla periferia, regalandole un'eleganza immortale.
1. Il punto di partenza: Roberto Murolo – Scalinatella (1948)
  • Il miracolo jazz: Qui il jazz agisce "per sottrazione". Murolo ripulisce la canzone napoletana dalle urla del melodramma ottocentesco. Accompagnato solo dalla chitarra, introduce un fraseggio e delle sfumature armoniche che risentono del rigore e della finezza del jazz cameristico. È l'atto di nascita della modernità confidenziale.
2. La rivoluzione del ritmo: Renato Carosone – Maruzzella (1954)
  • Il miracolo jazz: Se in altri brani Carosone usa lo swing per far ridere, qui lo usa per emozionare. Maruzzella nasce su un ritmo di rumba fortemente sincopato, quasi mediorientale, ma l'arrangiamento e gli accordi del pianoforte strizzano l'occhio al jazz cinematografico americano. È la prova che la melodia napoletana può essere ballabile, sexy, moderna e globale.
3. La saudade notturna: Fred Bongusto – Doce doce (1963)
  • Il miracolo jazz: Bongusto prende la malinconia napoletana e la fonde con il Cool Jazz di Chet Baker e la neonata Bossa Nova brasiliana (che dal jazz prende le armonie). La voce è sussurrata, intima, felpata. Il golfo di Napoli diventa improvvisamente una spiaggia di Rio de Janeiro o un jazz club di New York a notte fonda. Lo stereotipo è polverizzato dall'eleganza.
4. Il vertice assoluto: Pino Daniele – Quanno chiove (1980)
  • Il miracolo jazz: Il capolavoro del Neapolitan Power. La struttura del brano è una splendida ballata d'autore, ma l'esecuzione è purissimo jazz-fusion. Il basso di Rino Zurzolo, la batteria di Tullio De Piscopo e, soprattutto, l'assolo finale di sax di James Senese dialogano direttamente con il blues e la fusion dei Weather Report. Napoli non è più periferia: è la capitale mondiale della World Music.

Questa mappa dimostra che, dal tocco acustico di Murolo fino all'elettricità di Pino Daniele, il jazz è stato il passaporto internazionale di Napoli.
Abbiamo tracciato un quadro davvero unico e approfondito di questo legame. C'è qualche curiosità su uno di questi brani (magari sui musicisti che vi hanno suonato) che ti andrebbe di sviscerare per chiudere in bellezza, oppure preferisci soffermarti su come il post-Pino Daniele stia gestendo questa eredità nei club di oggi?
La scena contemporanea dimostra che, esaurita la grande parabola storica, il rapporto tra jazz e musica napoletana si è diviso in due direzioni speculari: l'avanguardia jazzistica colta e il nuovo pop urbano globale.
Il patrimonio non è morto con Pino Daniele; ha semplicemente cambiato pelle, continuando a evitare la periferia culturale attraverso nuovi linguaggi. [1]
1. Il jazz colto: de-strutturare i classici
Nei teatri, nei festival e nei jazz club, i migliori musicisti italiani continuano a usare la canzone napoletana come se fosse un canzoniere di standard americani (al pari di George Gershwin o Cole Porter).
Danilo Rea e Peppe Servillo: Il pianismo jazz di Rea e la teatralità di Servillo (voce degli Avion Travel) girano l'Italia con progetti in duo dedicati a Carosone e ai classici, smontando le canzoni per ridurle all'osso, tra improvvisazione pura e rigore interpretativo. 
Maria Pia De Vito: Una delle voci jazz più importanti d'Europa. Ha dedicato interi lavori (come So Right o le collaborazioni con Rita Marcotulli) a fondere la fonetica napoletana con le strutture del jazz contemporaneo nordeuropeo, portando la lingua di Napoli in una dimensione quasi astratta e colta. 
Walter Ricci: Rappresenta la perfetta continuazione dei crooner alla Fred Bongusto. Formatosi con il culto di Sinatra e Nat King Cole, Ricci canta standard jazz traducendoli in napoletano e riscrive la tradizione partenopea con un senso dello swing pazzesco e modernissimo. 
2. Il "newpolitan sound": elettronica, jazz e hip-hop
Se ci spostiamo sul versante della musica pop e urbana, le nuove generazioni di Napoli hanno capito che per restare "internazionali" non dovevano scopiazzare il pop di Milano, ma aggiornare la lezione del Neapolitan Power. 
  • Nu Genea: Il duo di DJ e musicisti napoletani ha conquistato i festival di tutto il mondo riscoprendo il "Napoli Segreta" degli anni '70 e '80. Fondono il dialetto e la melodia partenopea con il jazz-funk, l'afrobeat e la disco-music, dimostrando che il ritmo sincopato napoletano è ancora incredibilmente ballabile e globale. 
  • La scena Urban e Nu-Jazz: Artisti, polistrumentisti e produttori legati alla nuova ondata napoletana innestano continuamente accordi di settima e assoli di fiati di matrice jazz/blues all'interno di basi hip-hop, lo-fi o r'n'b. Il dialetto non è più folklore, ma una lingua ritmica sincopata che si incastra perfettamente sul groove.
Oggi Napoli non ha più bisogno di "farsi salvare" dal jazz per sfuggire alla periferia: è diventata essa stessa una capitale culturale autonoma, dove il jazz è ormai un elemento genetico stabile.