domenica 20 settembre 2026

Gli U2

Paolo Giordano 
50 anni

Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026

Stavo pensando intensamente agli U2, al portato finale della loro carriera. Quando, d’un tratto, è partita una versione jazzata, in quello stile Norah Jones che va di moda nei luoghi pubblici, di With Or Without You. Sincronicità, mi sono detto. Un segno. Forse il portato finale è proprio questo. Bisogna intendersi subito. Gli U2 sono stati una grande band, non occorre neppure ribadirlo. E il fatto che With Or Without You, in versione originale o à la Norah Jones, venga suonata da decenni in qualsiasi angolo negletto del pianeta è solo un’attestazione in più della loro grandezza. Gli U2 sono classici, e dei classici non si discute. Eppure, scrivere «bene» degli U2 oggi è quasi impossibile. Invecchiare da rockstar è una delle imprese più rischiose, ma si può farlo con più o meno classe. I R.E.M., per cercare un paragone che regga, si sono ritirati dalle scene in una china che era già discendente, ma non hanno lasciato il tempo a quello strascico di condizionare tutto quel che era stato prima. Gli U2 — e potrebbe anche questo essere un loro pregio dopotutto, una manifestazione sfacciata di libertà — non sembrano nemmeno essersi resi conto di quando il loro tempo è passato.

Ricordo il momento in cui ho comprato un nuovo smartphone e al primo avvio, nell’app di musica, mi sono ritrovato con un solo album in libreria, un album che non avevo scelto. Songs Of Innocence, U2. Per un po’ mi sono interrogato su quel mistero tecnologico. Era davvero molto distante da me l’idea che la band di Sunday Bloody Sunday potesse aver firmato un accordo con la Apple per essere, come dire, built-in nei loro dispositivi. Non era solo distante: era inquietante. E non aveva proprio nulla d’innocente. Per principio, quel disco non l’ho mai ascoltato.

Ecco, oltre alla leggenda gli U2 sono anche questo. In effetti negli ultimi vent’anni sono stati soprattutto questo. Immagino che ogni fan individui un momento diverso della loro transizione. Dall’essere una rock band immensa al diventare... che cosa? Una band istituzionale? Un brand? Il mio discrimine è il loro album che ho amato al di sopra di ogni altro. E che riconosco non essere, secondo parametri obiettivi, il migliore.

Pop, del 1997. Neppure l’app musicale lo annovera fra gli «essenziali» ma lo è per me. Avevo quattordici anni quando è uscito. Gli U2 lo hanno lanciato con un tour promozionale maestoso, qualcosa di mai visto prima. Il PopMart Tour si svolgeva sotto un grande arco giallo che corrispondeva a metà della M di McDonald’s. Bono Vox entrava in scena percorrendo un lungo corridoio tra i fan, vestito con una mantella da pugile, ballando techno. Per una rockstar ballare così, vestito così, non era affatto la soluzione più comoda nel 1997. Era una provocazione vera e propria. Durante il concerto suonavano Discothèque uscendo da un grande limone argentato. Il PopMart Tour era una critica alla globalizzazione e al consumismo, appena prima delle proteste di Seattle e di Genova, ma una critica portata avanti come una festa trionfale.

Non avevo avuto il permesso di andare a Reggio Emilia per l’unica data italiana, troppo giovane. Avevo guardato i primi venti minuti di concerto in diretta su Mtv, in preda all’esaltazione, poi mi ero tormentato per il resto della sera per tutto quello che mi stavo perdendo. Perché sapevo che era un momento irripetibile. Mi dispiace ancora oggi di non esserci stato. Se avessi un solo desiderio concertistico da esaudire rinuncerei ai Nirvana e anche a Woodstock. Tornerei a Reggio Emilia, al PopMart.

Oggi quel tour mi sembra anche una profezia avverata contro i suoi stessi ideatori. Il consumo, la globalizzazione e i brand hanno inghiottito gli U2, e loro si sono lasciati inghiottire con una sorta di gaudente rassegnazone come Stay ad esempio.

L’appropriazione spregiudicata dell’America da parte di un gruppo d’oltreoceano, tanto da intitolare il loro disco più iconico The Joshua Tree.

Una canzone come Bad.

La collaborazione lunghissima con produttori come Brian Eno e Daniel Lanois, dai quali si lasciavano portare in territori sofisticati, difficili, che non sarebbero necessariamente piaciuti a un largo pubblico (ma che poi piacevano).

Una canzone come The First Time.

L’amore per Berlino. L’amore per Wim Wenders. Achtung Baby, Batman.

Una canzone come Please.

Il pacifismo sincero, non di posa, grondante sangue invece, come può esserlo quello di quattro irlandesi della loro generazione (un tratto di continuità che non hanno mai abbandonato, da War a oggi).

Il falsetto acidulo e irresistibile di Bono. Quel modo un po’ funk, solo suo, di suonare la chitarra di The Edge.

Una canzone come Bullet The Blue Sky.

Questo mese gli U2 compiono cinquant’anni. C’è una data esatta, almeno secondo l’agiografia, il 25 settembre 1976, la prima prova insieme. Cinque giorni prima, il 20, Larry Mullen aveva messo un messaggio nella bacheca della scuola per arruolare altri musicisti e formare una band. Forse la loro carriera creativa non è durata davvero cinquant’anni da allora, sono stati all’incirca la metà. Ma non è poco. È molto più di molto, anzi. Per festeggiarli vado a cercare il PopMart Tour su internet e scopro che è disponibile una registrazione completa proprio della data di Reggio Emilia. Legale o no, la guardo dall’inizio alla fine. Non so come — altra sincronicità — era il 20 settembre anche quel giorno.

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