domenica 20 settembre 2026

Quella di Sputiamo su Hegel

Vincenzo Trione
È (ri)nata una stella. Si chiama Carla Lonzi

Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026

Un biopic attraversato da profonde ragioni private. Presentato lo scorso 6 settembre alle Giornate degli Autori dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, si intitola Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo. Ne è regista Francesca Archibugi, moglie di Battista Lena, l’unico figlio di Carla Lonzi (1931-1982), la protagonista di questo film-documentario, che combina materiali visivi d’epoca e ricordi, disegnando un affresco ispirato al modello delle Vite di Giorgio Vasari. La formazione; i conflitti con il padre; il collegio cattolico, che segna l’autonomia dalla famiglia; il primo amore; la stagione dell’università, sotto l’ala del grande hidalgo della storia dell’arte italiana, Roberto Longhi; negli anni Sessanta, la militanza critica; l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra. Il primo tempo finisce qui. Il secondo è determinato, nel 1968, da una malattia che sembra incurabile. Insofferente verso certe liturgie accademiche, nel 1970, con Elvira Banotti e Carla Accardi, Lonzi fonda «Rivolta femminile», tra gli organi del femminismo italiano che, in polemica con i movimenti antiautoritari del Sessantotto e con la sinistra radicale, invita le donne a portarsi oltre la competizione per il potere tipicamente maschile. «La donna non va definita in rapporto all’uomo. (…) Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte». È, questo, il più recente episodio di un interessante fenomeno di riscoperta.

A lungo rimossa dalla storiografia ufficiale, da qualche anno Lonzi è al centro di una sorta di revival a livello internazionale. Negli Stati Uniti, è considerata una personalità quasi di culto. In Italia, La Tartaruga, meritoriamente, ha avviato la ristampa, per le attente cure di Annarosa Buttarelli, dei suoi libri (oramai introvabili): tra i primi titoli ripubblicati, Sputiamo su Hegel (1970), Autoritratto (1969), Taci, anzi parla (1978), Vai pure (1980). Mentre, dopo essere stato «restituito» agli eredi dalla Gnam di Roma, l’archivio è ora custodito dalla Fondazione Basso.

Difficile decifrare le ragioni di questo «ritorno». Per un gioco del caso, alcune grandi figure della storia dell’arte (come Francesco Arcangeli, Carlo Ludovico Ragghianti, Maurizio Calvesi e Giuliano Briganti) sembrano appartenere solo a un glorioso passato, frequentato da specialisti. A Lonzi è toccato un destino opposto. Paradossalmente, la sua sincera e convinta eccentricità è tra le ragioni di una fascinazione sempre più diffusa.

Siamo di fronte a una pensatrice anomala, «incongregabile» (secondo una categoria cara ad Alberto Savinio), irrequieta profanatrice, pronta a sottrarsi agli schemi e ai ruoli prefissati, sorretta dal bisogno di essere altrove, incline a fare dell’abiura la sua ideologia, sulle orme della lezione eretica di Pier Paolo Pasolini. La sua filosofia: lasciare dietro di sé una patria, una casa, una lingua, relazioni, saperi, competenze, per cercare altre mete. Valicare frontiere, per costruire confini porosi. A questa tensione Lonzi si è sempre attenuta, nei suoi ininterrotti transiti tra quel che c’è al di qua e quel che è al di là della barricata. Pur con una salda formazione accademica, manifesta subito distanza dalle regole del mondo dell’arte: polemica verso l’idealismo crociano, descrive il sistema dell’arte come una galassia vittima di un «progetto di falsificazione», ingabbiata in un «reticolo normativo ormai paralizzante», che tende a ridurre la critica a una forma di potere, l’artista a una vuota «maschera», le mostre a spettacoli effimeri.

A tali scenari Lonzi contrappone valori alternativi: rifiuto delle teorie astratte, culto dell’autenticità e dell’intuizione, senza «ricorrere (…) a giustificazioni di pensiero». Ne deriva la scelta di sperimentare un’ermeneutica orizzontale, fondata sul bisogno di far coincidere il critico e il suo oggetto di analisi. Lonzi aderisce mimeticamente agli artisti con i quali, di volta in volta, si misura, dando voce a una «sensazione di affinità».

In questa dinamica di identificazioni nella differenza, decisivo il ricorso a una prosa anticonvenzionale, colloquiale, democratica e concreta, talvolta sgrammaticata, debitrice della ricerca letteraria di Gertrude Stein. Da queste intenzioni sono nati gli scritti corsari pubblicati su «Marcatré» e un libro unico come Autoritratto, che è dominato da una specie di «grado zero» della comunicazione: in dialogo con artisti come Accardi, Consagra, Fontana, Kounellis, Paolini, Rotella e Twombly, Lonzi oscilla tra la prima e la terza persona; spesso, fa iniziare in medias res le sue conversazioni; tra le righe, lascia emergere le sue preferenze. Confrontandosi con gli «altri», Lonzi mette in scena sé stessa, componendo un involontario e differito autoritratto in divenire, dal quale affiora il profilo di un critico che, a un certo punto della sua parabola, sente l’esistenza come un tessuto da «imbastire di nuovo, senza certezze».

Varcata la linea d’ombra della testimonianza, orgogliosa del suo essere «diversa» («Felice chi è diverso/ essendo egli diverso», scriveva Sandro Penna), Lonzi decide di declinare il gesto intellettuale servendosi delle «armi improprie» dell’attivismo. Superata ogni tentazione edonistica, si abbandona all’azione, alla vita activa. Con sensibilità civile, concepisce il suo lavoro come strumento umano, troppo umano. Influenzata da Pasolini, si ribella contro l’assedio del pensiero unico, impegnandosi a vedere le cose come potrebbero essere, non come sono. Fare critica diventa un modo per intervenire nella realtà, contribuendo a modificarne aspetti e lati. La sfida: non disertare, ma fare politica con altri mezzi.

Nel Manifesto di rivolta femminile, leggiamo: «Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte».

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