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| Magda Andersson |
Monica Perosino
La Svezia sceglie lo Stato sociale. Andersson vince, frenata l'ultradestra
La Stampa, 14 settembre 2026
Alla fine gli svedesi hanno scelto il modello svedese. Quello fondato su uno Stato sociale forte, su una scuola pubblica che funziona, su una sanità accessibile e su una rete di protezione pubblica che resta uno dei pilastri dell’identità nazionale.
Dopo una campagna elettorale cominciata sotto il segno della criminalità, dell’immigrazione e della sicurezza e finita invece sui temi del welfare, dalle urne sarebbe uscita una maggioranza che torna al centrosinistra di Magdalena Andersson e ridimensiona la destra nazionalista di Jimmie Åkesson.
Con un’affluenza che ha superato 80% e lo spoglio ancora parziale il blocco formato da Socialdemocratici, Sinistra, Verdi e Centro arriva a 175 seggi, contro i 174 dei quattro partiti che hanno sostenuto il governo uscente di Ulf Kristersson. Un margine non abbastanza largo da togliere al risultato quella suspense che aveva accompagnato fino all’ultimo una delle campagne elettorali più incerte degli ultimi anni.
I Socialdemocratici restano di gran lunga il primo partito con il 28 per cento. Perdono quasi due punti rispetto al 30,3 conquistato da Andersson nel 2022 e non possono quindi parlare di trionfo. Ma tanto basta. A crescere è invece la Sinistra di Nooshi Dadgostar, che passa dal 6,8 all’8 per cento. Ma crescono soprattutto i Verdi, dal 5 al 6, 4, mentre il Centro sale dal 6, 7 al 7,1 .
È come se il voto avesse redistribuito le carte dentro il campo che si opponeva al governo Kristersson senza cancellarne il messaggio fondamentale. E quel messaggio, molto più che una svolta ideologica a sinistra, riguarda il modello di società che gli svedesi vogliono conservare.
Per settimane i sondaggi avevano raccontato proprio questo. Immigrazione e criminalità, i due temi che avevano trascinato i Democratici Svedesi fino al 20,5 per cento nel 2022 e avevano consentito ad Åkesson di diventare l’azionista decisivo della maggioranza, non erano più in cima alle preoccupazioni degli elettori. Al loro posto erano tornate la sanità e la scuola. Il welfare, insomma: il terreno sul quale la socialdemocrazia svedese ha costruito non soltanto il proprio potere, ma una parte dell’identità nazionale.
È probabilmente qui che si trova una delle spiegazioni della sconfitta più pesante della serata. I Democratici Svedesi scendono dal 20,5 al 17,7 per cento, perdendo oltre tre punti e soprattutto il primato nel campo della destra conquistato quattro anni fa. La perdita maggiore, pari al 7%, si osserva tra gli elettori più giovani, di età compresa tra i 19 e i 21 anni.
Åkesson aveva cominciato la campagna con l’ambizione di entrare per la prima volta formalmente nel governo. La termina al terzo posto, dietro ai Moderati.
Anche il premier uscente Ulf Kristersson perde, ma riesce almeno a riprendersi la leadership della destra: i Moderati ottengono il 19,8 per cento. È un’inversione rispetto al 2022, quando Åkesson con il 20,5 aveva superato nettamente Kristersson, fermo al 19,1. Ma per i conservatori è una magra consolazione. Il premier aveva rotto il vecchio cordone sanitario della politica svedese, governato per quattro anni grazie all’appoggio esterno di SD e, in questa campagna, compiuto l’ultimo passo promettendo ad Åkesson la possibilità di entrare direttamente nell’esecutivo. Gli elettori hanno fermato l’esperimento proprio sulla soglia.
E hanno prodotto un altro piccolo paradosso. I Liberali, che per mesi erano sembrati destinati a scomparire dal Riksdag, superano invece con il 5, 4 per cento la fatidica soglia del 4. Il voto tattico degli ultimi giorni li salva, ma non salva la maggioranza alla quale appartenevano.
E ora comincia la parte più svedese della politica svedese: trovare un governo.
Magdalena Andersson ha vinto, ma la sua maggioranza elettorale non coincide automaticamente con la maggioranza politica. Il Centro non vuole governare con la Sinistra; la Sinistra non intende regalare i propri voti a un esecutivo che non tenga conto delle sue richieste; e la stessa Andersson ha lasciato aperta la possibilità di un governo di minoranza sostenuto dall’esterno da alcuni dei partiti che l’hanno portata alla vittoria. In Svezia le trattative possono durare settimane, talvolta mesi. Nel 2018 durarono 134 giorni.
Una cosa però il voto l’ha già decisa. Quattro anni fa la Svezia aveva scelto di sperimentare una destra dipendente da un partito nato ai margini dell’estremismo neonazista e diventato il secondo del Paese. Questa volta, quando Åkesson ha chiesto di fare l’ultimo passo ed entrare nelle stanze del governo, gli elettori hanno risposto arretrando.
Hanno distribuito i voti tra Andersson, la Sinistra, i Verdi e il Centro, premiando forze molto diverse tra loro. Ma nel momento in cui gli elettori hanno smesso di chiedere soltanto chi fosse più duro con immigrati e criminali e hanno cominciato a chiedere quale scuola, quale sanità e quale protezione sociale dovesse avere il Paese, il terreno si è spostato.
E sotto quattro anni di svolta a destra è riemersa una vecchia Svezia che forse non era mai scomparsa: quella convinta che prima ancora di essere un sistema di governo, lo Stato sociale sia un tratto identitario del Paese.
Irene Soave
"Su migranti e accoglienza il paese è cambiato"
Corriere della Sera, 14 settembre 2026
«La Svezia si è a lungo pensata, ed è stata percepita, come una superpotenza morale: accogliente e munifica entro i confini, e fuori disposta a investire fino all’1% del Pil in aiuti. Una reazione alla connivenza sostanziale avuta con la Germania nazista. Ma ora le cose sono cambiate, e non all’improvviso». Lars Trägårdh, storico dell’università di Uppsala, ha pubblicato per il governo uscente un rapporto sul canone culturale svedese: cento voci da Pippi Calzelunghe a Ingmar Bergman, dall’ikea allo stato sociale. «Il contratto sociale qui è sempre stato: se lavori sei un cittadino, se paghi le tasse hai dei diritti. La base era la fiducia. Il welfare non era per i poveri, come altrove, ma per tutti i contribuenti».
Perché parla al passato?
«Il sistema ha funzionato finché abbiamo avuto un’immigrazione basata sul lavoro. Fino agli anni ’70 c’erano immigrati, molti italiani, che venivano per lavorare e volevano assimilarsi».
La Svezia ha avuto una grande cultura dell’asilo.
«Sempre per espiare le colpe della guerra, la Svezia accolse migliaia di immigrati dal Libano, dall’iran, dall’iraq, dal Cile. Erano colti, impegnati, si inserirono bene. Negli anni Novanta arrivarono dai Balcani; coi siriani e gli iracheni si pose anche il tema dell’islam. Venivano come rifugiati, a migliaia; non c’erano lavori né case per tutti, e non si assimilavano. Il 2015, con la crisi siriana, è il punto di non ritorno di un processo iniziato prima».
Qui inizia l'avanzata dei democratici svedesi
«Erano i soli a dire che l’assimilazione non era ben gestita, che non funzionavano bene i corsi di lingua e di lavoro. Nel 2015 anche la sinistra firmò un accordo di larghe intese per chiudere di fatto i confini».
Hanno spostato a destra l'agenda politica?
«Non hanno idee così di destra. Non sono come AFD in Germania, non vogliono smantellare lo Stato, sono a favore degli aiuti all’ucraina. Non c’è motivo per averne paura. E non riapriremo più le frontiere nemmeno coi socialdemocratici al governo».

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