mercoledì 2 settembre 2026

Antimoderni

Ugo Nespolo
Moderni, malgrado tutto

La Stampa, 2 settembre 2026

Falso, davvero tutto falso - lo si deve dire senza circonlocuzioni - che il termine Antimoderno non trascina con sé nostalgia, reazione, culto del passato, sospetto del nuovo e, perché no, il sapore del buon vecchio caminetto e persino del lume a petrolio Così facile rivoltare l’accusa di voler vestire i panni alla naftalina di acidi laudatores temporis acti. Il prezioso volume di Antoine Compagnon Antimoderni, da Da Joseph de Maistre a Roland Barthes non è davvero uno studio su eleganti reazionari nostalgici del tempo perduto ma sa chiarire che si è «di fronte a moderni non entusiasti dei tempi moderni». Non si tratta certo di personaggi fuori dalla modernità per paura ma di chi vi è entrato in profondo e ne è uscito lacerato, portandosi addosso la ferita del viaggio. Sono insomma moderni malgrè eux, gente forgiata dai temi del modernismo che si interrogano con dolorosa cognizione di causa. Sono in realtà moderni inquieti che non si lasciano ipnotizzare dal facile modernismo e dalla fede incondizionata del progresso, dalla superstizione del nuovo, dalla falsa idea che tutto ciò che viene dopo sia di per sé migliore di quanto c’era prima. Charles Baudelaire ne è il prototipo, il primo a proclamare in chiusura del Salon del 1845 l’avvento del nuovo e - al tempo stesso - il primo a intuirne il prezzo, evidenziando l’effimero e anche la perdita , vive il proprio tempo senza coincidere completamente con esso. Con Courbet e Manet fonda la crudele tradizione che impone a ogni generazione di rompere con la precedente, una tradizione della rottura, la negazione della tradizione che si trasforma per definizione in tradizione della negazione. Baudelaire sa da subito che il progresso porta con sé una perdita, quella che sostanzia il gioco antimoderno e che si riversa sulla cultura, sulle arti figurative come in Marinetti, Eliot, Pound, Breton, Vallotton e su Giorgio de Chirico che dopo avere attraversato tutte le avanguardie si immerge nel gioco metafisico di piazze desolate, portici disabitati, in un tempo sospeso e malinconico che non promette e non rimpiange.

Lo stesso atteggiamento in tempi più prossimi espresso da Jean Clair, Robert Hughes, Tom Wolfe e da una schiera di dotti per niente entusiasti degli spasimi del moderno, gente che mai avrebbe cercato una fuga all’indietro mettendo piuttosto in atto una resistenza dall’interno non così sicuri che la storia davvero avanzi sempre e la scienza progredisca comunque con la politica che sappia davvero emancipare. L’arte - da par suo - poteva superare continuamente i propri limiti al punto che le avanguardie - vedi il futurismo - intendevano bruciare biblioteche in un letterario e feroce odio per il passato in una smisurata fiducia per il futuro. È Walter Benjamin che spezza queste sicurezze e dell’Angelus Novus di Paul Klee dice che «la tempesta lo spinge nel futuro, cui volge le spalle, mentre il cumulo di rovine davanti a lui cresce verso il cielo. Questa tempesta è ciò che noi chiamiamo progresso».

Roland Barthes in questo universo occupa un posto davvero speciale quando conia l’immagine più efficace: «essere d’avanguardia significa sapere che qualcosa è morto, di retroguardia vuol dire amarlo ancora». Barthes in Frammenti di un discorso amoroso rivela un antimodernismo stilistico prima che ideologico, una sorta di attenzione lenta opposta alla velocità del segno contemporaneo. Si può dire che l’antenato più remoto e radicale sia il Nietzsche delle Considerazioni inattuali in cui unzeitgemäss (inattuale) non significa rifiutare il proprio tempo dall’esterno ma agire contro di esso a favore di «un tempo che verrà».

Altra decisiva angolazione è quella di Simone Weil con l’enracinement (radicamento) che lei considera il bisogno più trascurato e vitale dell’uomo, il bisogno di appartenere ad una comunità che trasmetta un passato vivo, non nostalgico ma operante. Chi merita un’attenzione profonda in questa diagnosi feroce della cultura consumistica del secondo Novecento è lo storico americano Christopher Lasch, personaggio non facile da collocare che nel suo libro La cultura del narcisismo dice della perdita del senso storico nella ricerca della soddisfazione dei propri bisogni immediati. Ma è nella Ribellione delle élite che Lasch compie un passo decisivo, davvero profetico quando descrive una classe dirigente globalizzata priva di lealtà verso le proprie comunità che dirige verso un cosmopolitismo astratto a autoreferenziale. Come non pensare ora ai nuovi oligarchi digitali, quelli che ora hanno nome e obiettivi lampanti.

Credo non si possa non mettere in campo Pier Paolo Pasolini, i suoi Scritti corsari e le Lettere Luterane rivelano una tesi, all’epoca scandalosa ma oggi profetica. Per lui il vero potere totalitario dopo quello fascista fondato su divieto e repressione, è ora quello consumistico basato sulla persuasione e sull’omologazione, un potere che non vieta ma ci convince a diventare tutti identici. Davvero un antimoderno anomalo che scrive da posizioni marxiste e mostra un affetto dichiarato per il mondo contadino e sottoproletario, ricco di forme di umanità e di sacro. Avendo conosciuto, frequentato e letto mi sono fatto l’idea che Jean Baudrillard dovrebbe essere considerato non soltanto il profeta del simulacro, il teorico ultimo di una postmodernità radicale in chiave sociologica, l’uomo che ha dichiarato la scomparsa del reale. Rileggerlo a fondo, senza dimenticare la sua fede patafisica, ci si accorge che Baudrillard appartiene alla genia paradossale dei moderni lucidi «non rincitrulliti dal modernismo», coloro che in uno smaccato gioco cinico covano la nostalgia per ciò che l’arte era prima di «costruire le proprie pattumiere e cercare la redenzione nei propri rifiuti». Ecco un tratto tutto baudeleriano e dunque chiaramente antimoderno espresso da chi non mostra mai un rifiuto reazionario ma soltanto disincanto. Si può dire che la sua sia una malinconia mascherata da teoria, forse la stessa che ha da fare con Guido Ceronetti o Elémire Zolla, due che raccontano la sparizione del sacro ci risparmiano la predica. Baudrillard non rimpiange un ordine perduto, rimpiange la capacità del piacere estetico. Quello che il mercato ha reso impossibile con l’assioma paradossale del ciò che costa vale. Baudrillard non offre vie di scampo, non propone nuovi realismi che sappiano arginare la dissoluzione.

Oggi si nomina continuamente il futuro proprio quando lo si vede più lontano e più povero, si vive un presentismo che inghiotte passato e futuro, tutto invecchia con velocità impressionante senza saper produrre una chiara visione del domani. Si ha l’idea di essere sommersi dalle novità ma privi di futuro e dunque di storia. Proprio a questo punto compare la forma più inattesa di antimoderno contemporaneo , una forma paradossale che giunge dalla Silicon Valley, qualcosa di furiosamente neofuturista in materia di macchine ma molto meno moderno quando ha da fare con cultura, pluralismo, dubbio e democrazia. Mark Andeerssen ha scritto il suo manifesto tecno-ottimista dove accelerazione e innovazione sono le verità più evidenti. Peter Thiel legge René Girard e nella Silicon Valley circolano i testi di Carl Schmitt, Leo Strauss, Curtis Yarvin, Nick Land. Qui l’arte e la cultura potrebbero produrre problemi, qui nasce una forma radicale di antintellettualismo, si ama la macchina ma si trova la democrazia troppo lenta, si cerca un’Ai sempre più potente ma un’intelligenza critica meno invadente. All’arte resta poco, forse solo non confondere il movimento col progresso, la velocità con l’intelligenza, l’informazione con la cultura, la potenza con la liberà. Soprattutto non essere del tutto e subito d’accordo.

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