Stefano Bucci
Risorgimento e affetti privati. I due volti di Silvestro Lega
Corriere della Sera La Lettura, 6 settembre 2026
Due quadri, due capolavori. Da una parte: Curiosità, olio su tela di 70 centimetri per 51,5 dipinto nel 1866, un interno borghese intrigante e pieno di suggestioni, con una figura di giovane donna intenta a spiare (un amore, un amante, una rivale o chissà che altro) dietro le persiane. Dall’altra: il ritratto di un pittore che dipinge sugli scogli di una marina toscana (sarà Castiglioncello oppure Livorno?), un piccolissimo olio su tavola (la tela, si sa, costava) di 12,5 per 28 centimetri realizzata sempre intorno al 1866. Da una parte: Silvestro Lega (8 dicembre 1826 - 21 settembre 1895); dall’altra: Giovanni Fattori (6 settembre 1825 30 agosto 1908) che dipinge Lega.
Tra questi due estremi si gioca il fascino della mostra Silvestro Lega. La causa della patria, la causa dell’arte, curata da Gianfranco Brunelli ed Elisabetta Matteucci, dal 12 settembre al 13 dicembre nella Pinacoteca comunale del Palazzo Pretorio di Modigliana, Forlì-Cesena, che di Lega (altro rimando) è la città natale: quaranta opere per restituire l’universo espressivo del maestro romagnolo in tutta la sua complessità. Una mostra (promossa dal Comune di Modigliana con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì) che appare come un affascinante gioco di rimandi: arriva nel bicentenario della nascita di Lega, un anno dopo il bicentenario di quella di Fattori, due dai 150 anni dell’Impressionismo (15 aprile 1874) e anticipa di pochissimo il centenario della morte di Claude Monet (5 dicembre 1926). Riproponendo una questione annosa: Macchiaioli o Impressionisti?
I quaranta dipinti (come era già accaduto per la mostra Giovanni Fattori. Una rivoluzione in pittura alla Villa Mimbelli di Livorno, settembre 2025 - gennaio 2026) spostano sensibilmente la lancetta a favore dei Macchiaioli di Lega e Fattori. E ribadiscono a colpi di capolavori spesso poco noti come il movimento toscano nasca a Firenze, attorno al Caffè Michelangelo, tra il 1855 e il 1861 (quando viene ufficializzato il nome), molto prima degli Impressionisti, e come i pittori macchiaioli abbiano anticipato di circa un decennio la rottura con le regole accademiche e la pittura all’aperto.
Ad avvicinare Lega e Fattori (la mostra lo sottolinea in modo evidente) ci sono una medesima parabola esistenziale e intellettuale segnata da una profonda militanza patriottica e da una rivoluzionaria concezione dell’arte e da una radicale serietà estetica che affonda le radici nei campi di battaglia del Risorgimento. Per Lega e compagni la militanza non è un atteggiamento superficiale, ma il motore della loro ricerca (Lega partecipa ai moti del 1848, vivendo sulla propria pelle le speranze e i drammi della Prima guerra d’Indipendenza). Per loro la causa della patria e la causa dell’arte sono una cosa sola, per loro la ricerca del vero pittorico si trasforma in un dovere civile, nello specchio di una rigenerazione morale necessaria per fondare la nuova Italia.
La mostra di Modigliana parte dagli esordi fiorentini dell’artista, giunto all’Accademia di Belle arti nel 1845. In quel momento la pittura italiana respira il Purismo di Luigi Mussini (1813-1888) fondato sul rigore dei maestri del Quattrocento. L’apprendistato accanto a Antonio Ciseri (1821-1891) orienta Lega verso un’osservazione più analitica della realtà, superando la tradizione accademica. Quando tra il 1859 e il 1861 l’Italia vive i momenti decisivi della Seconda guerra d’Indipendenza, l’esperienza bellica e politica si trasforma per lui in materia pittorica. Al pari delle epiche e silenziose retroguardie di Fattori, anche Lega sceglie di narrare la storia patria senza alcuna retorica celebrativa o monumentale. Gli accampamenti, i soldati in marcia e i grandi protagonisti dell’epoca (Garibaldi, Mazzini, don Giovanni Verità) vengono ritratti nella loro verità quotidiana, umana e spoglia: è la nascita di un linguaggio autentico, intimo e partecipe, come lo stesso Lega ricorda nella lettera autobiografica del 1870 inviata all’amico e mecenate Diego Martelli (1839-1896), sottolineando che proprio in quei dipinti risorgimentali sente di aver trovato la sua voce espressiva: «Lì ero io; che cominciava a fare come sentiva, come voleva, come sapeva».
L’Unità d’Italia segna la fine delle grandi battaglie campali e l’inizio di una nuova fase per Lega, altrettanto profonda: la stagione di Piagentina. Ospite per un decennio della famiglia Batelli lungo le rive dell’Affrico e dell’Arno (il quartiere della Piagentina alla periferia est di Firenze) l’artista trova in quel microcosmo rurale il laboratorio ideale per la sua ricerca sul «vero morale». Se l’Impressionismo francese si muove verso la frammentazione della luce cittadina, la pittura dei Macchiaioli si orienta sulla celebrazione dell’universo quotidiano e domestico, scoprendovi una sacralità laica e antica. Piagentina diviene per Lega il luogo degli affetti privati, dell’amore per Virginia Batelli (1844-1870), ma anche il «posto» di una borghesia che, una volta realizzato il sogno dell’Unità, si ritira nello spazio della casa e del lavoro nei campi.
In questo contesto vedranno la luce capolavori assoluti come L’educazione al lavoro (1863), La passeggiata in giardino (1864-1868), Un dopo pranzo (1868) più noto come Il pergolato in cui la luce naturale sembra penetrare tra le foglie e accarezzare i gesti ordinari delle protagoniste, quasi a voler fissare momenti di quiete solenne venati da una sottile e struggente malinconia. Perché i Macchiaioli non dipingono (a differenza degli Impressionisti) il lusso o lo svago disimpegnato, ma l’orizzonte etico di un popolo e di un territorio.
Il progetto espositivo di Palazzo Pretorio non si limita dunque a celebrare una ricorrenza anagrafica, ma restituisce centralità alla figura di un uomo che seppe legare (al pari dell’amico-collega Fattori) la propria parabola biografica al destino di un’intera nazione.

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