venerdì 4 settembre 2026

Il War Requiem di Britten

Luca Castelli
"Un requiem di guerra. È un appello ai vivi"

Corriere Torino, 4 settembre 2026

È la prima volta a Torino, dopo quarant’anni di carriera, per Simone Young. La grande direttrice australiana debutterà lunedì sera al Toscanini nel concerto che apre il percorso cittadino di Mito, replica dell’inaugurazione del festival il giorno precedente alla Scala. Young dirigerà l’osn Rai, i cori del Regio e i solisti nel War Requiem di Benjamin Britten.

Iniziare un festival con un requiem di guerra è un segno dei tempi?

«Purtroppo sì. In quest’opera ci sono tracce della prima guerra mondiale, nei versi del poeta Wilfred Owen morto al fronte poco prima della fine del conflitto; della seconda, visto che fu presentata alla consacrazione della cattedrale di Coventry, ricostruita dopo i bombardamenti del 1940; e della Guerra Fredda, che stava entrando nel vivo quando Britten la compose. Come esseri umani siamo proprio stupidi, ripetiamo gli stessi errori e oggi stiamo di nuovo parlando di guerre. E pensare che durante il Covid dicevamo che ne saremmo usciti migliori. Ma il tema del festival è l’armonia e nel War Requiem ce n’è tanta, fino alla luminosa e catartica riconciliazione finale, quando scopriamo che le anime rappresentate dalle voci bianche sono arrivate in paradiso. Non è una messa per i morti, ma — come la Nona di Beethoven — un appello ai vivi».



MITO

Settembre musica 

Un avvertimento per iniziare: il War Requiem di Britten

Milano e Torino 
/ 8 Luglio 2026

MITO si apre in tutte e due le città con il War Requiem di Benjamin Britten. Non è una messa per i morti, ma un avvertimento ai vivi, scritto sulle macerie di una guerra e affidato alle parole di un soldato.

C'è qualcosa di spiazzante nell'aprire un festival con un requiem. Ma il War Requiem non è musica da lutto. È musica che chiede a chi ascolta di non voltarsi dall'altra parte. 

La poesia di un soldato

Britten costruisce l'opera su due testi che non sarebbero concepibili assieme, se non nella mente di un genio: da un lato la liturgia latina della messa da requiem, dall'altro le poesie di Wilfred Owen, ufficiale inglese della Prima guerra mondiale, ucciso in trincea a venticinque anni una settimana prima dell'armistizio. Owen non aveva il lusso di una posizione gloriosa, da grande combattente. Scriveva del fango, della paura, dei ragazzi mandati a morire. In epigrafe alla partitura Britten pose alcune sue parole:

«Il mio tema è la guerra e la pietà della guerra. La poesia è nella pietà… Tutto ciò che un poeta può fare, oggi, è ammonire.»

È la chiave dell'intera opera. Un requiem prega per i morti; questo, mentre lo fa, si rivolge ai vivi. La liturgia promette riposo eterno e subito la voce di Owen interrompe quella promessa con la realtà concreta e terrena della guerra. Non si può rincorrere una facile consolazione, piuttosto si può galleggiare nel contrasto, che il brano tiene in campo fino alla fine.

Alla fine, i due nemici

Il momento che anche da solo vale l’intero concerto arriva in chiusura. Due soldati si incontrano in una specie di aldilà: erano nemici, si sono uccisi a vicenda. E uno dice all'altro, con le parole di Owen: «Io sono il nemico che hai ucciso, amico mio.»

Da lì in poi la musica ricerca un’idea di tregua. Le voci si raccolgono su un ultimo invito al sonno e alla pace, mentre da lontano il coro di voci bianche intona il latino della liturgia. La riconciliazione, qui, non è un'idea astratta: sono incarnate in due interpreti senza colore né schieramento. È il senso più nudo e crudo di Harmonia messo in scena da un capolavoro del Novecento.

https://www.flaminioonline.it/Guide/Britten/Britten-Warrequiem66-testo.html

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