Alessandro De Angelis
Comizi e proclami, i leader non pensano al paese reale
La Stampa, 21 settembre 2026
Si faccia avanti, se c’è, chi con coraggio temerario oserebbe definire politica il campionato elettorale iniziato in questa domenica di settembre, seguita minuto per minuto dai vari campi. A Roma gioca Giorgia Meloni e, già in modalità performante, annuncia a menti ardite e cuori audaci il divieto di burqa e il tetto per gli studenti stranieri a scuola, misura tra l’altro piuttosto difficile da attuare. Si capisce che l’obiettivo è togliere la linea alla telecronaca di Orvieto dove quella compagnia malvagia e scempia del Generale Vannacci si autocelebra come «letame da cui nascono i fiori». Vedrete che, con la dinamica del voto utile, parecchi petali rinsecchiranno.
Però c’è da seguire anche Pontida, mai vista così zeppa di veleni e cori discordanti. Lì Matteo Salvini annuncia un congresso a sorpresa per fare piazza pulita dei suoi oppositori, rinsaldarsi in sella e fare le liste. Poi c’è Milano, dove rumoreggiano le fanfare cosiddette pacifiste di Giuseppe Conte, che sull’Ucraina non deflette, guarda caso proprio in concomitanza dell’offensiva di Putin. A Parma i sussurri testardamente unitari di Elly Schlein. Diversamente dagli altri leader al comando, lei ha il problema delle correnti e quindi il gioco è meno spumeggiante.
Insomma, sembra che si voti domani mattina quando invece, al più presto, sarà aprile o al più tardi settembre dell’anno prossimo. Ben sette mesi o un anno, non giorni o minuti. Per un cittadino normale, nella sua percezione del tempo, sette mesi o un anno sono un’eternità. In questo lasso di tempo possono succedere molte cose. Possono finire o aumentare le guerre, aggravarsi o risolversi le crisi, salire o scendere i prezzi della benzina. E la possibilità che accada il miglioramento o il peggioramento non dipende dalla Dea fortuna o dal destino cinico e baro, ma proprio dalla politica. Il suo compito sarebbe quello di utilizzare il tempo per creare le condizioni affinché un auspicio diventi realtà. Avere chiaro un orizzonte e, quantomeno, provarci.
E invece la dice lunga questa concezione del tempo delle attuali classi dirigenti, per cui tutto è immediato, qui ed ora, anche ciò che accadrà tra mesi. Un eterno presente, uguale a se stesso, che fagocita tutto, in attesa del successivo attimo di frenesia. Non è un “tempo politico” che ha a che fare col futuro - parola assente dalla discussione pubblica - da pensare e costruire, misurandosi con la realtà. È un tempo “loro”, rapportato al loro destino: se vengono rieletti, se vanno o tornano a palazzo Chigi, se vincono le elezioni. Racconta di un’ansia e di una fragilità: non si cimentano col progetto, ma chiedono conferma, sempre e comunque, sul terreno della propria identità. E, infatti, rivedete alla moviola i messaggi tramessi. Molte bandiere di parte, poco Paese.
È la storia di una politica separata e autoreferenziale che affoga nella ricerca del consenso il bisogno di senso, proprio nel momento in cui andrebbe dato un altro senso a questa storia, tra venti di guerra, rischi di shock petrolifero, gasolio a 3 euro a litro quasi e inflazione galoppante. Potremmo stare qui a dilettarci nel dopo partita, per dire che a Giorgia Meloni stanno franando gli alleati, tra un Capitano che teme la deriva e l’altro che scivola sulle donne. Chissà cosa avrà pensato Marina Berlusconi sull’immaginario da anni Cinquanta evocato. Oppure dedicarci a quell’armata brancaleone del campo largo, che va “senza meta”, ma “dall’altra parte” rispetto al governo. O alle estreme che condizionano l’uno o l’altro schieramento.
Ma forse, il miglior commento di giornata è racchiuso in una domanda: dov’è l’Italia? Se si toglie l’audio ai comizi, forse si riesce a sentire il rumore delle sue inquietudini. Se invece come probabile sempre più gente cambierà canale, le analisi sull’astensionismo e sulla crisi della democrazia le scrivano lor signori partendo da una sana autocritica.

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