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sabato 26 settembre 2026

Senza libri

Mario Baudino
Dall'Università spariscono i libri

La Stampa, 26 settembre 2026

A quanto pare, gli studenti universitari affrontano gli esami con una preparazione quantomeno mediocre. Lo dice una ricerca su un campione significativo, 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani, svolta da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori. Le conclusioni, presentate in un convegno a Roma, non sono incoraggianti. Assodato che gli esaminandi sembrano meno preparati che in passato, per la maggioranza degli intervistati una delle cause principali è appunto che i manuali universitari non vengono più studiati e neppure letti integralmente – solo il 17 per cento dei professori è di parere diverso. Sarebbe in atto un cambiamento radicale delle modalità di studio, con una sempre minore consultazione dei testi suggeriti o anche indicati come obbligatori, un maggiore ricorso a materiali sintetici e riassunti, difficoltà crescenti nell’affrontare testi complessi o di ampia estensione. Trionfano le slide dei corsi e i tradizionali appunti.

I libri stanno scomparendo dalle Università, o almeno vengono sempre più trascurati. Per i docenti che ne sono convinti (il 68 per cento degli intervistati) le conseguenze sono una ridotta capacità di analisi e di ragionamento critico, una preparazione nozionistica superficiale, la difficoltà di collegare tra loro gli argomenti e persino, ma viene in coda alla lista dei deficit, una scarsa comprensione dei concetti di base. Ora non si può dare la colpa alla qualità dell’editoria universitaria, che è molto attiva e si rinnova continuamente, e forse nemmeno al prezzo dei libri (fotocopie pirata a parte, ci sono sempre le biblioteche) ma evidentemente alle abitudini di lettura – non solo degli studenti – che scontano un sempre maggiore deficit di attenzione.

Come hanno dimostrato molte ricerche al proposito, si guarda una pagina, magari online, per pochissimi minuti, si cerca la brevità e la semplicità, la soglia dell’attenzione è bassa, e vale per tutti i tipi di testi e di supporto – ne stanno facendo le spese anche i giornali. Che questo accada anche in quello che dovrebbe essere il tempio del sapere e della ricerche, magari con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, è una conferma che siamo forse di fronte a una sorta di emergenza cognitiva globale. Il peggio è che ancora non si sa come affrontarla.

Federica Angeli
Riassunti e slide al posto dei libri: studenti universitari sempre meno preparati

la Repubblica, 25 settembre 2026

Arrivano all’esame dopo aver studiato sulle slide, sugli appunti presi a lezione o su testi sempre più sintetici. I manuali, invece, restano spesso sullo sfondo. E per i docenti universitari le conseguenze cominciano a essere evidenti: studenti meno abituati ad affrontare testi complessi, difficoltà nel costruire collegamenti tra gli argomenti e una capacità di analisi e di ragionamento critico che si sta progressivamente indebolendo. È la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori (Aie) su 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani. I risultati sono stati presentati a Roma in occasione del convegno “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, organizzato da Aie per discutere il futuro dell’apprendimento in Italia.

Il modo di studiare è cambiato

Il dato forse più significativo riguarda la velocità con cui stanno cambiando le abitudini degli universitari. L’83% dei professori intervistati afferma di aver osservato, negli ultimi tre-cinque anni, una trasformazione delle modalità di studio. Gli studenti consultano sempre meno i testi suggeriti o indicati come obbligatori e ricorrono con maggiore frequenza a riassunti e materiali sintetici. Parallelamente, secondo i professori, aumentano le difficoltà nell’affrontare testi lunghi o particolarmente complessi. A prevalere sono soprattutto le presentazioni e le slide utilizzate durante i corsi, indicate dal 69% dei docenti tra i materiali più frequentemente impiegati dagli studenti. Seguono gli appunti, con il 52%.

Arrivano all’esame dopo aver studiato sulle slide, sugli appunti presi a lezione o su testi sempre più sintetici. I manuali, invece, restano spesso sullo sfondo. E per i docenti universitari le conseguenze cominciano a essere evidenti: studenti meno abituati ad affrontare testi complessi, difficoltà nel costruire collegamenti tra gli argomenti e una capacità di analisi e di ragionamento critico che si sta progressivamente indebolendo. È la fotografia che emerge dall’indagine realizzata da Talents Venture per l’Associazione Italiana Editori (Aie) su 463 docenti di prima e seconda fascia appartenenti a 34 atenei italiani. I risultati sono stati presentati a Roma in occasione del convegno “Dal sapere fragile al sapere critico. Editoria universitaria, qualità e innovazione”, organizzato da Aie per discutere il futuro dell’apprendimento in Italia.

Il modo di studiare è cambiato

Il dato forse più significativo riguarda la velocità con cui stanno cambiando le abitudini degli universitari. L’83% dei professori intervistati afferma di aver osservato, negli ultimi tre-cinque anni, una trasformazione delle modalità di studio. Gli studenti consultano sempre meno i testi suggeriti o indicati come obbligatori e ricorrono con maggiore frequenza a riassunti e materiali sintetici. Parallelamente, secondo i professori, aumentano le difficoltà nell’affrontare testi lunghi o particolarmente complessi. A prevalere sono soprattutto le presentazioni e le slide utilizzate durante i corsi, indicate dal 69% dei docenti tra i materiali più frequentemente impiegati dagli studenti. Seguono gli appunti, con il 52%.

I manuali efficaci ma sempre meno letti

Il paradosso emerge dal confronto con il giudizio che gli stessi professori danno dei manuali universitari. L’88% li considera tra gli strumenti didattici più efficaci. Nel 50% dei casi vengono indicati come obbligatori per sostenere gli esami e nel 45% come testi consigliati. Eppure soltanto il 17% dei docenti ritiene che gli strumenti didattici progettati dagli editori siano oggi molto letti dagli studenti. Una distanza crescente, dunque, tra ciò che viene considerato necessario per costruire una preparazione solida e ciò che gli universitari utilizzano concretamente per arrivare all’esame.

Più difficoltà nel ragionamento critico

Per il 68% dei professori intervistati, proprio la progressiva perdita dell’abitudine a leggere e studiare integralmente i manuali rappresenta una delle principali cause delle criticità riscontrate nella preparazione degli studenti. Il problema, secondo l'indagine, non riguarda soltanto la quantità delle conoscenze acquisite, ma il modo in cui queste vengono elaborate. Il 41% dei docenti segnala una riduzione della capacità di analisi e di ragionamento critico. Il 28% riscontra una preparazione nozionistica e superficiale, mentre il 24% sottolinea la difficoltà degli studenti nel collegare argomenti diversi. Per il 19%, infine, emergono problemi persino nella comprensione dei concetti di base. Il rischio è quello di un sapere sempre più frammentato: molte informazioni disponibili, ma una minore capacità di organizzarle, metterle in relazione e trasformarle in conoscenza.

L’allarme dell’editoria universitaria

È proprio su questa trasformazione che si è concentrato il convegno organizzato dall’Associazione Italiana Editori, che ha riunito a Roma rappresentanti delle istituzioni, della politica, dell’università e dell’editoria. Al centro del confronto il ruolo dell’editoria universitaria non soltanto come settore produttivo, ma come infrastruttura della conoscenza in una fase in cui i sistemi di apprendimento diventano sempre più veloci e frammentati. «Non bastano informazioni sempre più accessibili o sintetiche: servono contenuti autorevoli, validati e organizzati in percorsi di conoscenza strutturati», ha spiegato Maurizio Messina, presidente del gruppo Accademico Professionale di Aie. Secondo Messina, l’editoria universitaria rappresenta il punto di incontro tra ricerca, didattica e impresa e costituisce quindi un osservatorio privilegiato sui cambiamenti in corso nel modo di apprendere.

Il nodo della pirateria e il futuro della formazione

Alla diminuzione dell’utilizzo dei manuali si aggiunge un'altra questione sollevata dagli editori: quella della pirateria. Secondo Messina, il fenomeno avrebbe ormai superato, in termini di valore, quello dell’intero mercato del settore. Da qui la richiesta di rafforzare la collaborazione tra editori, università, istituzioni e mondo produttivo, garantendo agli studenti l’accesso ai materiali didattici e contemporaneamente tutelando la produzione di contenuti autorevoli. La questione, del resto, va oltre il destino del libro universitario. Se studiare significa sempre più spesso ridurre centinaia di pagine a poche slide o a un riassunto, il tema diventa quale tipo di competenze l’università riuscirà a formare. Perché conoscere molte informazioni non significa necessariamente saperle comprendere, collegare e mettere in discussione. Ed è proprio su questa distanza tra informazione e conoscenza che si gioca una parte decisiva del futuro della formazione universitaria italiana.

venerdì 11 settembre 2026

Pasolini passa a Feltrinelli

Graziella Chiarcossi

Cristina Taglietti
Sorpresa Pasolini: i suoi libri passano da Garzanti a Feltrinelli
Corriere della sera, 11 settembre 2026

MANTOVA La notizia è un piccolo terremoto nel mondo editoriale italiano: Pier Paolo Pasolini cambia casa. A partire da febbraio 2027 i suoi libri, oggi pubblicati da Garzanti, entreranno progressivamente nel catalogo Feltrinelli che assumerà anche la gestione dei diritti di traduzione delle opere. Una scelta che segna la fine di un rapporto editoriale durato oltre settant’anni, ma che non cancella una storia profondissima, fatta di libri, battaglie culturali, momenti di tensione, affetti e di una lunga collaborazione.

«Il progetto — si legge nel comunicato diffuso ieri da Feltrinelli — rappresenta l’occasione per riportare al centro del dibattito contemporaneo il contributo di Pasolini alla cultura italiana e alla formazione della coscienza critica dei lettori, di allora e di oggi».

Nel corso del 2027 il passaggio sarà accompagnato da un articolato programma di iniziative culturali, appuntamenti pubblici e attività di comunicazione distribuite sul territorio nazionale, con il coinvolgimento delle diverse realtà del gruppo. Il programma editoriale prenderà il via a febbraio con la pubblicazione di Le ceneri di Gramsci e Una vita violenta. A maggio e giugno sarà la volta di Scritti corsari e L’odore dell’India, mentre a settembre arriverà La nuova gioventù.

«L’approdo di Pasolini alla Feltrinelli è la quadratura di un cerchio, lui più di tutti ha capito cosa ci sarebbe successo», ha dichiarato Carlo Feltrinelli nell’asciutta nota. Le ragioni del trasloco non sono note. La decisione arriva dagli eredi, in particolare da Graziella Chiarcossi, cugina di Pasolini e figura di riferimento nella gestione del patrimonio dell’autore, che, interpellata dal «Corriere», declina con gentilezza ogni commento, così come i vertici Feltrinelli.

Una scelta che Garzanti, pur con un non celato rammarico, afferma di rispettare. «È una decisione degli eredi che ci è stata comunicata in amicizia, perfettamente legittima e che ovviamente rispettiamo», spiega il direttore editoriale Paolo Zaninoni. «Ci dispiace, naturalmente perché dal 1955 quello con Garzanti è stato un rapporto continuo, con tante fasi, con alti e bassi come tutte le relazioni, ma molto importante». Tutto comincia nel 1954, quando Attilio Bertolucci, poeta e direttore editoriale, suggerisce all’editore di prendere in considerazione il manoscritto di Ragazzi di vita. Il libro uscirà dopo un faticoso travaglio di «autocensura imposta» (così la definì lo stesso scrittore) da Livio Garzanti che, nonostante questo inizio, resterà il suo punto di riferimento principale.

Il trasferimento, però, non significa la cancellazione immediata del rapporto tra Pasolini e Garzanti, chiariscono in Garzanti. «In parte proseguirà — sottolinea Zaninoni — perché ci sono libri di cui conserviamo i diritti ancora per alcuni anni e che continueremo a proporre». Tra questo proprio Ragazzi di vita che lo scorso novembre l’editore ha ripubblicato a cura di Maria Careri nella forma non censurata in cui Pasolini avrebbe voluto vederlo in origine, correggendo quella che Zaninoni definisce una «piccola discontinuità di idee» tra Livio e PPP. «Abbiamo la consapevolezza di avere mantenuto Pasolini al centro della vita culturale e civile» dice Zaninoni, ricordando i libri che per ora resteranno nel catalogo: l’edizione di Petrolio curata da Walter Siti e Maria Careri, ripubblicata nel 2022, e Le lettere che riunisce per la prima volta l’epistolario dello scrittore, «uno strumento formidabile per ricostruire la vita e le opere di Pasolini. Tra le pubblicazioni più recenti c’è anche Lettera al fratello, arricchita da materiali integrativi, una testimonianza della vita e della sofferenza di Pasolini legata alla morte del fratello Guido, rimasta a lungo inedita».

C’è poi il capitolo internazionale.

Garzanti ha assunto la gestione dei diritti di traduzione nel 2016 e, nell’arco di dieci anni, ricorda Zaninoni, ha concluso contratti in 35 lingue. «Un lavoro importante, soprattutto perché Pasolini, fuori dall’Italia, è stato a lungo conosciuto soprattutto come regista e autore cinematografico, mentre la sua produzione letteraria era meno facilmente accessibile. C’erano edizioni scorrette, Paesi rimasti scoperti e anche qui abbiamo la coscienza di aver lavorato molto intensamente», racconta Zaninoni citando l’edizione in arabo di Ragazzi di vita, romanzo particolarmente complesso da proporre in quel contesto culturale. Tra i progetti in corso c’è una nuova traduzione di Petrolio di Tim Parks destinata al mercato statunitense.

È attraverso Garzanti che una parte decisiva della produzione letteraria, poetica e saggistica di Pasolini è entrata stabilmente nella cultura italiana, con libri come Le ceneri di Gramsci nel 1957, Una vita violenta nel 1959, Passione e ideologia nel 1960, Poesia in forma di rosa nel 1964, Alì dagli occhi azzurri nel 1965, Teorema nel 1968, Trasumanar e organizzar nel 1971, Empirismo eretico nel 1972, Scritti corsari nel 1975.

Poco prima della morte di Pasolini, assassinato all’idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975, emergono divergenze e incomprensioni, fino alla rottura culminata con la decisione della casa editrice di pubblicare le opere di Alberto Bevilacqua, autore che Pasolini non apprezzava. Lo scrittore inviò un telegramma a Livio Garzanti per chiedere spiegazioni, contestando la scelta che a suo dire tradiva «lo stile» e la coerenza della casa editrice. Einaudi pubblicherà, postumi, La bella gioventù, Lettere luterane, La divina mimesis, oltre a riproporre altri titoli che poi torneranno nel catalogo Garzanti.

Ora il passaggio a Feltrinelli, più che un semplice cambio di catalogo, sembra decisamente un nuovo capitolo della storia editoriale di Pasolini. Uno scrittore che, a cinquant’anni dalla morte, continua a mettere in discussione ogni certezza.

giovedì 3 settembre 2026

La musica rimossa

Franco Cardini
Ignoranze suprematiste

Il Fatto quotidiano, 3 settembre 2026

In Italia c'è sempre clima preelettorale. Non si fa più politica, si fa solo propaganda in cerca di voti.

 Se una parte del nostro elet­to­rato, la più igno­rante e la meno cosciente di che cosa sia la poli­tica seria, si dà all’anti­sla­mi­smo più becero e impianta una ridi­cola cro­ciata con­tro la pro­spet­tiva di una moschea a Vene­zia, ecco i destrorsi più tri­na­ri­ciuti par­tire all’assalto. E così per tutto.

Nono­stante ciò, non c’è dub­bio che la difesa della cul­tura occi­den­tale sia un sacro­santo dovere di tutti i buoni cit­ta­dini. Tan­topiù poi allor­ché si tratta di pre­sen­tare in modo spe­ciale la cul­tura ita­liana come ferro di lan­cia del mondo che ci si pro­pone di difen­dere. E il nostro Mini­stero, anche di recente, ha deciso in modo par­ti­co­lare di sal­va­guar­dare il cor­retto inse­gna­mento nella nostra scuola della sto­ria occi­den­tale in genere, di quella ita­liana in par­ti­co­lare.

Cul­tura bistrat­tata Per secoli l’opera ita­liana è stato il rife­ri­mento euro­peo

Mi per­met­te­rei di asso­ciarmi a que­sta buona causa ricor­dando come, quando si parla di glo­rie ita­liane, ce n’è una alla quale non si allude quasi mai: e il cui inse­gna­mento anzi, è un po’ la Cene­ren­tola della nostra scuola.

Per­ché ver­go­gnarci, amici di destra, del fatto che il Bel Paese è stato in pas­sato primo nell’eser­ci­zio di un’atti­vità pri­ma­ria della nostra cul­tura, e lo ha fatto addi­rit­tura in senso impe­ria­li­stico? Eppure tutto ciò è avve­nuto in uno di quei momenti che a scuola è uno dei più dimen­ti­cati: fra metà Cin­que­cento e metà Set­te­cento, allor­ché – sosten­gono sprez­zanti molti cul­tori di sto­ria – l’ita­lia era immersa nella ver­go­gna, preda delle pre­pon­de­ranze stra­niere. Ecco un bel­lis­simo tema di riscossa!

Su ogni leggìo del mondo, da Tokyo a Bue­nos Aires, un musi­ci­sta legge le stesse parole: alle­gro, ada­gio, piano, cre­scendo. Sono ita­liane, e nes­suno le tra­duce. È un resi­duo tenace di un’epoca in cui l’ita­liano fu la lin­gua franca di un’arte intera: e quell’epoca è, non per caso, quella che l’ita­lia con­tem­po­ra­nea pre­fe­ri­sce igno­rare oppure ama calun­niare.

Nel rac­conto che il paese fa di sé, i secoli fra Cin­que e Set­te­cento sono un vuoto. C’è lo splen­dore dei Comuni e del Rina­sci­mento, poi il buio della “deca­denza” e della “domi­na­zione stra­niera”, infine la reden­zione risor­gi­men­tale. Chi riven­dica iden­tità ed eccel­lenze ita­liane si ferma prima e riparte dopo, per­ché in mezzo l’ita­lia non era uno Stato: era un mosaico di corti e pro­vince che face­vano capo a Madrid, a Vienna, a Parigi. Come van­tare un’ita­lia­nità di ciò che poli­ti­ca­mente appar­te­neva ad altri?

L’obie­zione ha un difetto: scam­bia la sovra­nità per l’iden­tità. E l’osses­sione iden­ti­ta­ria è essa stessa recente: le nazioni, come ha mostrato fra gli altri Eric Hob­sbawm, sono costru­zioni moderne, figlie dell’otto e Nove­cento, non essenze che attra­ver­sano i secoli. Pro­prio la musica mostra quanto sia fra­gile lo scam­bio, per­ché il periodo di mas­sima subor­di­na­zione poli­tica coin­cide con quello di mas­simo irrag­gia­mento cul­tu­rale – e i due feno­meni cor­rono sullo stesso canale.

L’opera nasce a Firenze tra la Dafne di Peri, verso il 1598, e l’orfeo di Mon­te­verdi, 1607. Nell’arco di un secolo e mezzo diventa lo spet­ta­colo euro­peo per eccel­lenza, e lo diventa in ita­liano. Ma la via lungo cui viag­gia è esat­ta­mente quella delle monar­chie che “occu­pa­vano” la peni­sola. Vienna è il grande mer­cato dell’opera ita­liana: Meta­sta­sio vi è poeta cesa­reo per mezzo secolo, Salieri vi lavora una vita intera. Cate­rina II chiama Pai­siello e Cima­rosa a Pie­tro­burgo. Le tre opere mag­giori di Mozart, fra il 1786 e il 1790, sono in ita­liano su libretti di Lorenzo Da Ponte, veneto, poeta di corte a Vienna. La sud­di­tanza e l’ege­mo­nia non sono in ten­sione: sono la stessa cosa vista da due lati. Gli ospe­dali di Vene­zia e i conservatòri di Napoli – nati come isti­tu­zioni cari­ta­te­voli – espor­ta­vano can­tanti e mae­stri in tutta Europa; Cre­mona con Amati, Stra­di­vari e Guar­neri, espor­tava gli stru­menti. La mappa del potere dice ser­vitù, quella del pre­sti­gio dice ege­mo­nia, e dise­gnano lo stesso spa­zio. Non è solo que­stione di musica. Negli stessi decenni la com­me­dia dell’arte con­qui­stava le corti d’europa con le sue maschere: Arlec­chino diven­tava Arle­quin, i comici ita­liani reci­ta­vano per i re di Fran­cia, e a Parigi Tibe­rio Fio­rilli – lo Sca­ra­mou­che – divi­deva il tea­tro con Molière. L’attore sud­dito sostan­ziava il tea­tro del Re Sole.

Per­ché allora dimen­ti­chiamo tutto que­sto? Per­ché la sto­rio­gra­fia nazio­nale dell’otto­cento aveva biso­gno di un rac­conto a lieto fine, in cui l’unità poli­tica fosse il tra­guardo e tutto il resto la lunga attesa. In quello schema, tre secoli senza Stato non pote­vano che essere deca­denza. E c’è un’iro­nia in fondo all’idea: “espres­sione geo­gra­fica”, la for­mula con cui si liquida l’ita­lia pre-uni­ta­ria, è di Met­ter­nich, dell’austriaco: cioè, della potenza che avrebbe can­cel­lato l’ita­lia­nità men­tre la sua corte, in musica, par­lava ita­liano.

Va evi­tato l’ana­cro­ni­smo oppo­sto, però: non si tratta di ritro­vare una nazione che non c’era. Il punto è più netto. L’iden­tità cul­tu­rale fun­zionò senza lo Stato, e per­fino attra­verso la sua assenza. Non aveva biso­gno di sovra­nità per irra­diarsi.

Se oggi tutto que­sto ci suona estra­neo, una ragione è in casa. La riforma Gen­tile del 1923 fissò una gerar­chia dei saperi in cui il pen­siero teo­rico stava in alto e le arti pra­ti­che in basso: la musica fu con­fi­nata nel con­ser­va­to­rio, come adde­stra­mento pro­fes­sio­nale, ed espulsa dalla for­ma­zione del cit­ta­dino. Sotto cor­reva una radice filo­so­fica più pro­fonda: l’este­tica di Croce, ege­mone per gene­ra­zioni, non sapeva dove col­lo­care la musica stru­men­tale, muta di con­cetti. Il paese che aveva dato al mondo l’opera si diede una cul­tura alta strut­tu­ral­mente sorda al pro­prio mas­simo pro­dotto.

Il vuoto lasciato da quella sor­dità andava pure riem­pito, e i can­di­dati non man­ca­vano; solo che si sono rive­lati, uno dopo l’altro, troppo mal­fermi. Una gene­rica iden­tità “occi­den­tale”, invo­cata di con­ti­nuo e mai cir­co­scritta, che nes­suno sa dire dove cominci e dove fini­sca. Un’anti­chità greco-romana più imma­gi­nata che per­ti­nente, esi­bita come bla­sone e in realtà poco fre­quen­tata, ridotta a qual­che parola d’ordine. E quando ogni rife­ri­mento più alto si allon­tana o si dis­solve – com­presi il foot­ball e il cicli­smo, le glo­rie del dopo­guerra – ecco l’ultima spiag­gia, la più con­creta di tutte: la cucina, l’unica iden­tità che si debba esal­tare, ser­vire e difen­dere piatto per piatto; e i nostri liceali che sognano un futuro glo­rioso da chef. Quando lo sto­rico Alberto Grandi, sul Finan­cial Times nel 2023, ha osser­vato che la car­bo­nara è ricetta recente, la rea­zione è stata furi­bonda come se fosse stato toc­cato un pila­stro dell’esser ita­liani.

Non è un rim­pro­vero alla cucina, che ha una sto­ria degna. È il segno di una mono­cul­tura dell’iden­tità, cre­sciuta là dove si è reso muto tutto il resto.

lunedì 31 agosto 2026

Bobbio e la Toscana

Roberto Barzanti
Norberto Bobbio, gli anni Belfagor, scritti e carteggi

il manifesto, 30 agosto 2026

Le infami leggi razziali che il regime fascista emanò nel 1938 ebbero riflessi drammatici nelle Università, e anche l’Ateneo senese fu tenuto ad applicarle. Il docente Guido Tedeschi, titolare della cattedra di Diritto civile, fu costretto a lasciare l’insegnamento. Il Rettore Raselli nella relazione inaugurale dell’anno accademico, il 13 novembre 1938, ne dette notizia con un’untuosa formula rivolgendo «un’affettuosa parola di commiato – disse –, al nostro ottimo collega, (…) che lascia l’insegnamento, in seguito ai provvedimenti ispirati alle superiori esigenze di difesa della razza».

Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004) sarebbe giunto a Siena pochi mesi dopo. «Quando arrivai a Siena – precisa in una lettera del 19 febbraio 2000 –, probabilmente alla fine dell’anno 1938, Tedeschi non c’era più e quindi non l’ho conosciuto. Si sapeva che era andato ad abitare in Israele. Riguardo alla campagna razziale, ci siamo comportati quasi tutti, come pretendeva la dittatura, con opportunistica rassegnazione, salvo considerarla in privato un’infamia». Da questo scarno frammento traspare l’amara onestà di chi ripensa la sua vita dentro le tragedie del Novecento senza reticenti giustificazioni.

Dal 1939 Bobbio aderì all’attività clandestina del movimento liberal-socialista, incontrandovi Guido Calogero e Aldo Capitini. Nel ’35 era già stato schedato dalla Questura di Torino come «elemento antifascista» per la frequentazione di esponenti di «Giustizia e Liberà», tra i quali spiccavano Leone e Natalia Ginzburg, Vittorio Foa, Cesare Pavese, Massimo Mila. Vinto il concorso a cattedre, che in un primo momento gli era stato impedito di affrontare, Bobbio iniziò la sua carriera accademica presso l’Università libera di Camerino per essere poi chiamato a Siena a sostituire Felice Battaglia come straordinario di Filosofia del diritto. Vi rimase meno di due anni e approfittò della vicinanza di Firenze recandovisi spesso, attratto da personalità come Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei e Luigi Russo (Delia, 29 novembre 1892 – Marina di Pietrasanta, 14 agosto 1961).

Il rapporto con il futuro direttore della Normale di Pisa (nel 1943 e, dopo breve interruzione, dal ’44 al ’48) divenne salda consuetudine. Uno stretto legame, di quelli destinati a lasciare il segno, aveva coltivato con Giovanni Gentile. Nella premessa all’edizione del ’34 di Vita e morale militare – ma la stesura risaliva al ’17 – Gentile dichiarò il suo apprezzamento, perché il giovane autore si era «ispirato alle idee del più elevato e schietto idealismo». Viene da interrogarsi sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio; il temperamento focoso e irruente del critico era infatti del tuttio opposto a quello dell'allievo prediletto di Gioele Solari [la formulazione originaria di questa frase risulta incomprensibile: "Viene da interrogarsi  sulle motivazioni alla base del fascino che il focoso Luigi Russo esercitò su Bobbio, il cui temperamento era del tutto opposto a quello polemico e irruente dell’allievo prediletto di Gioele Solari"].

Alessio Panichi, che ha curato e introdotto con minuzioso acume i quindici contributi pubblicati dal grande politologo piemontese nella rivista bimestrale fondata da Russo nel 1946 mutuando il titolo da un sulfureo arcidiavolo machiavellico (Norberto Bobbio, Per Belfagor. Gli interventi e le corrispondenze con Luigi e Carlo Ferdinando Russo (Aragno «Biblioteca», pp. LXXI-517, € 60,00) ritiene che proprio le differenze di carattere furono un fattore determinante e complementare.

Bobbio non aveva un cuor di leone. Russo, presentando in Normale Antonio Gramsci in un appassionato discorso (27 aprile 1947), ringraziò Togliatti di avergli messo tra le mani gli scritti ancora inediti dei Quaderni. Li disse scaturiti dall’animo di un «cristiano senza retoriche religioserie»: «Popolarismo più che comunismo nel significato stretto del termine poteva dirsi la sua fede politica». I due carteggi inseriti nella raccolta – 26 scambi con Russo dal 1947 al 1961; 117, dal 1962 al 2001, con il figlio di Russo «Lallo» (1922-2013), raffinato filologo classico laureatosi con Pasquali – documentano tematiche privilegiate e sintomatiche convergenze.

«Belfagor» è stata una rivista unica: né altezzosamente accademica, né populisticamente facile, alternava rigorosi saggi e maliziosi interventi nella rubrica «Noterelle e schermaglie». Il criterio vigente era un pluralismo aperto a «tutti gli studiosi di buona volontà, dai liberali ai comunisti». Una tale impostazione era in piena sintonia con l’ottica di Bobbio circa la distinzione tra politica e cultura. Leggendo le missive e curiosando negli schietti giudizi espressi è come entrare in un frenetico laboratorio, dove gli intendimenti e le posizioni hanno una non filtrata franchezza. Quando Bobbio ringrazia Russo (24 dicembre 1950) per l’invio della nuova edizione di Problemi di metodo critico (Laterza 1950), non nasconde che gli tornano in mente le diatribe che quel testo aveva acceso su Benedetto Croce: «tutti crociani, si accorreva compiaciuti e incuriositi dove si sentiva odore di eresia».

La questione del rapporto con Croce è tra le centrali e invoglia a esplorare le traiettorie formative della generazione diventata adulta col fascismo, non radicata nel passato prefascista, incapace di dar vita a una corrente dotata di originalità, «ma anche troppo vigile e critica – scrive Bobbio a Russo nell’aprile 1955 – per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista». In questa sbrigativa affermazione sopravviveva il legame mai dissolto con il crocianesimo. In La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce Bobbio sostiene che ebbe influenza decisiva, non solo nei giovani, Storia come pensiero e come azione, feconda guida per un liberalismo che ambisse a risolversi anzitutto in «un atteggiamento morale e non politico»: dunque valido per opporre una resistenza al potere imperante.

In un commosso omaggio Bobbio addita Piero Calamandrei quale figura tra le più rappresentative dei giuristi-moralisti di contro ai giuristi-tecnici. I bersagli presi criticamente di mira sono il formalismo e il positivismo ottocentesco, che non si calavano entrambi in una contestuale analisi dei duri problemi di cui occuparsi. Lo storicismo che egli aveva seguito «era sospeso ad un dubbio finale sul senso ultimo della storia: dubbio che non doveva (o non poteva) avere risposta».

Il fatto è che lo «storicismo italiano» era inteso quale umanesimo storico-filologico, «il frutto più cospicuo e duraturo» della filosofia di Croce. In Gramsci e la cultura politica italiana (1978) Bobbio non nascose le critiche più volte indirizzate alle tradizioni che si rifacevano a Marx: l’assenza di circostanziate proposte degli esiti istituzionali e della prospettazione di come contrastare gli abusi del potere conquistato. Questo deficit nel descrivere l’architettura istituzionale da edificare fu un permanente rimprovero.

In una lettera dell’11 aprile 1978 a «Lallo» Russo, riferendosi a un articolo di Aldo Monti pubblicato nella «rivista di varia umanità», Bobbio non esita a rimarcare il suo accordo con l’estensore che «mette bene in rilievo come e qualmente Gramsci, anche lui, come tutti i marxisti (…), non si sia mai occupato delle istituzioni, e abbia sempre considerato gli istituti della tradizione liberal-democratica dal loro lato negativo (che c’è) e mai in quel che avevano di progressivo rispetto allo stato assoluto…». Molto ci sarebbe da aggiungere su un passaggio davvero cruciale se si oltrepassassero i confini cronologici del volume. Bobbio ammise che i limiti gramsciani erano assai diffusi. Commemorando Luigi Russo lo esaltò come uno «storicista militante» con una punta di amichevole ammirazione da parte di chi aveva preferito indossare le vesti di un esigente politologo.

«Belfagor», che chiuse i battenti per volontà di «Lallo» nel 2012, ci ha lasciato 400 fascicoli nei quali si condensa uno spazio memorabile di ritratti, indagini, interrogativi. In essi risiedono solo alcuni tratti di un itinerario in continua evoluzione. Introducendo la nuova edizione di Politica e cultura (2013) – il classico di Bobbio uscito nel 1955 –, Franco Sbarberi si è soffermato sulla consapevolezza dell’autore delle inquietanti alternative «tra Oriente e Occidente, tra secolarizzazione e riconquista religiosa, tra globalizzazione e localismo». Il ruolo proprio dell’intellettuale resterà quello di farsi autonomo «mediatore culturale» fra le diverse civiltà, opponendosi alle ideologie fondamentaliste e alla feroce contrapposizione tra soggetti collettivi e singole persone. Con Kant sconfinerà in un laico profetismo. Il progresso non è necessario, è possibile, dirà a Madrid (L’età dei diritti, 1987). La pace sarà stabile «solo quando vi saranno cittadini non più soltanto di questo o quello stato, ma del mondo». E suprema regnerà la «mitezza»: «l’antitesi della politica».

lunedì 1 giugno 2026

Walter Barberis editore

Maria La Barbera
«Devo tutto alla mia prof L’Einaudi un posto infernale Lavo le mani 25 volte al giorno La mia terapia? I tappeti»
Corriere Torino, 1 giugno 2026

Walter Barberis, classe 1950, torinese, storico, scrittore, professore di Storia Moderna e Metodologia della Ricerca Storica. Nel 1975 fu assunto alla Casa Editrice Einaudi, ricoprendo diversi incarichi fino all’attuale presidenza. L’intervista avviene in un luogo iconico: la sala riunioni della casa editrice, al grande tavolo ovale in legno dove un tempo sedevano Giulio Einaudi, Primo Levi, Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg e Italo Calvino
Com'è stata la sua infanzia?
«Triste. Ero figlio di figlio unico e lo era anche mio nonno. Per motivi che riguardavano la mia famiglia fui affidato a dei cugini di mio padre, facevo la prima elementare».
C'è una persona a cui deve molto?
«Ho avuto una meravigliosa professoressa di latino e greco al liceo Gioberti: Giuliana Tedeschi. I suoi vestiti erano stati confezionati con le maniche che non superavano il gomito, in modo che si potesse vedere il marchio delle SS con il numero della matricola da deportata. Il suo metodo era straordinario, alternativo per il periodo. Un giorno invitò Primo Levi a chiacchierare con noi, ma il preside si rifiutò. Fummo così ospitati dalla parrocchia in via Sant’ottavio, dove finalmente lo ascoltammo».
Com'era Primo Levi?
«Era un uomo sereno e rasserenante, un personaggio di grande statura morale, limpido, onesto, di grande chiarezza di pensiero e modesto. Avrebbe potuto cavalcare la sua storia vantandosi come eroe superstite di una enorme tragedia, ma non lo fece. Abitavamo vicini, abbiamo chiacchierato molto e non una volta parlò di Auschwitz. Era un chimico ed era appassionato di scienze e di storia, queste erano le nostre conversazioni».
E Giulio Bollati invece?
«Era chiamato Giulio II, perché era l’uomo più importante dopo Einaudi. L’ho conosciuto quando avevo 16 anni, era il padre di una mia compagna di scuola; era un uomo elegante, fascinoso, coltissimo, a differenza di Einaudi che era un animale dal fiuto finissimo. Fu incuriosito da me, mi invitò a passare il Natale con la sua famiglia e mi regalò la Crestomazia di Giacomo Leopardi che aveva curato egli stesso».
Ha un rito giornaliero?
«Ho una sorta di nevrosi lavatoria: mi lavo le mani almeno 25 volte al giorno e non vado a dormire senza aver fatto la doccia. Ho due acque di colonia, una per il giorno e una per la notte. Quando facevo il servizio militare ebbi qualche problema con la convivenza, sfiorai un esaurimento nervoso».
E la storia con Anna, sua moglie?
«Ci siamo conosciuti e fidanzati molto presto, al liceo. Ha sopportato tutte le mie nevrosi, che sono molte. Io, per conto mio, ho avuto una grande solidarietà nei suoi confronti, facendo un passo indietro, quando necessario, rispetto alla sua carriera personale. Due volte mi hanno offerto un incarico a Parigi, ma Anna non sarebbe venuta, dunque ho scelto di non andarci».
Racconti di un suo difetto.
«Ne ho diversi. Per esempio, ho le mani bucate, compro di tutto: fiori, piatti, bicchieri, lenzuola, arredamento per le case. Poi sono ipocondriaco, molto ansioso e persino ossessivo, dall’ordine sul lavoro fino a come vengono disposte le saponette».
Una passione oltre alla storia e ai libri?
«I tappeti. Passo le serate, soprattutto quando sono giù di tono, a guardarli online insieme alle stoffe. Ho corrispondenze con i più grandi tappetai del mondo che mi mandano tutte le novità. Molti, purtroppo, non li posso acquistare, ma li osservo con molto piacere. È una sorta di terapia e lo faccio da solo perché mia moglie detesta lo shopping».
Se non avesse fatto questo lavoro, che cosa le sarebbe piaciuto fare?
«Il giornalista. Avrei scelto di fare l’inviato, occuparmi di costume e di cultura. Era la mia prospettiva immaginaria. Leggevo i giornali come fossero libri o storie di avventura».
E invece venne assunto subito all'Einaudi.
«Sì. Una volta congedato dal servizio militare, Bollati mi volle subito in azienda. Mi presentò a Giulio Einaudi, che mi guardò con fare altezzoso e mi disse: “Mi dicono che avresti potuto finire all’università”. Non risposi nulla, ero anche timido,
Come cominciò l'avventura dell'editoria?
«Posso dire che l’inizio fu rocambolesco. Lavorai con Ruggiero Romano, un uomo litigiosissimo. In quel periodo vennero stampati Gli annali della storia d’italia e cominciammo una tournée per promuoverli: Firenze, Napoli, Roma, Bari, ecc. Gli feci da autista e da compagno di viaggio: nessuno voleva andare con lui, e poi compresi il perché. Scelsero me per capire come sarebbe andata, fu una sorta di test; avevo 25 anni e mi diedero una macchina enorme, una Mercedes».
E come andò?
«Romano era anche un bevitore: beveva una bottiglia di whisky durante la giornata e la sera passava al vino. Mi propose di bere già dalla mattina dell’inizio del nostro viaggio itinerante, ovviamente rifiutai. Fu una settimana in cui ne successero di tutti i colori: litigò e insultò tutti. A Bari, al Petruzzelli, venne quasi giù il teatro. Tuttavia, alla fine fu così contento di me che chiese di triplicarmi lo stipendio; io pregai l’amministrazione di non farlo per non creare invidie. Mi costò molto».
Un aneddoto su Einaudi?
«L’Einaudi era un posto infernale. Finire sotto le suole di personaggi molto importanti era molto facile, a cominciare da Giulio Einaudi. Un giorno mi fece chiamare per dirmi di andare in macchina con l’autista; dopo qualche minuto arrivò lui che non mi guardava e non mi parlava. La macchina partì senza che sapessi dove stessimo andando. Imboccammo l’autostrada e, dopo ore di viaggio arrivammo a Fermo, nelle Marche».
E poi?
«Lui venne portato in una villa, io rimasi in macchina con l’autista. Cercai un telefono pubblico per avvisare mia moglie, comprai il cambio e lo spazzolino da denti. Il giorno dopo ripartimmo con Giulio Einaudi, che continuò a non parlarmi, con mio infinito imbarazzo. A Chivasso, finalmente, si rivolse a me e mi chiese: “Cosa ne pensi di Carlo Ginzburg?”. Il giorno dopo mi volle anche come assistente personale».
Il vostro rapporto com’era?
«Di stima che non andava oltre l’ambito lavorativo. Non si capacitava del fatto che non frequentassi la sua corte, che non fossi presente alle serate mondane, che non lo invitassi da me. Una volta si presentò a casa mia in montagna vestito da sci. Sono rimasto indipendente, non sono un ruffiano e questo, probabilmente, mi diede credito ai suoi occhi».
Lei ha studiato molto.
«Sì. Oltre agli studi fatti per mio conto, l’editore mi mandò a Parigi tutti i fine settimana per 11 anni, dove conseguii due dottorati di ricerca; ovviamente continuai a lavorare nei restanti giorni. La mia vita familiare è stata molto complicata».
C'è una convinzione che la guida?
«Credo che la cultura sia come la medicina: fa bene alla salute. L’approfondimento, che tende alla ricerca della verità, una verità che forse non si può catturare, è determinante. Se non ci fosse la propensione a questa ambizione filosofica, non esisterebbe la ricerca».

sabato 30 maggio 2026

Edgar Morin, le idee

Nicolas Truong
Edgar Morin, sociologo del tempo presente e agitatore di idee, è morto all'età di 104 anni

Le Monde, 30 maggio 2026

Fino alla fine, la sua opera e la sua vita sono rimaste indissolubilmente intrecciate. Combattente della resistenza contro il nazismo, comunista in tempo di guerra, dissidente dello stalinismo, sociologo del presente, profeta del futuro, metafisico dell'era planetaria, provocatore di idee e ricercatore di conoscenza, Edgar Morin è morto a Parigi venerdì 29 maggio, all'età di 104 anni, come confermato dalla vedova a Le Monde . Non ha mai smesso di riflettere sulla sua vita e di vivere il suo pensiero. «Non sono uno di quelli che hanno una carriera, ma uno di quelli che hanno una vita », scrisse in Mes démons (Stock, 1994). Questa vita è stata costantemente alimentata dalle contraddizioni e dalle tensioni del mondo, così come da quelle che egli stesso ha vissuto. La sua stessa genesi ne è testimonianza.

Quando Edgar Nahoum nacque l'8 luglio 1921 a Parigi, da una famiglia ebrea originaria di Salonicco, i suoi primi momenti furono sospesi tra la vita e la morte. Sua madre, Luna, aveva nascosto al marito, Vidal, che il parto era controindicato per motivi medici a causa di una cardiopatia contratta durante l'influenza spagnola nel 1917. Ma sia la madre che il figlio sopravvissero, uniti da un'incrollabile adorazione reciproca. Poi arrivò il colpo devastante per il giovane Edgar: poco prima del suo decimo compleanno, Luna morì di infarto il 26 giugno 1931. Una "Hiroshima interiore ", come l'avrebbe poi descritta. Da quel momento in poi, avrebbe dovuto, secondo una frase di Eraclito che aveva fatto sua, "vivere della morte, morire della vita ".

A scuola, dove " gli insegnò a conoscere la Francia" e dove divenne "figlio della nazione ", e poi alle superiori, il giovane Edgar si rifugiò nei romanzi, che divorava a tavola, a letto o persino in classe, durante le lezioni, al riparo del suo astuccio o nascosto in grembo. Al Ménil Palace o al XX secolo , ma ancor più al Phénix, nel suo amato quartiere di Ménilmontant, entrò nella "grotta dei misteri iniziatici" del cinema, che lo immerse in uno "stato semi-ipnotico " .

Più tardi, allo Studio 28, uno dei primi cinema d'essai parigini, scoprì Toni (1935), Niente di nuovo sul fronte occidentale (1930) e Marius (1931), questa "antica tragedia" in cui un orfano abbandona il padre e la donna che lo ama per "l'assoluto richiamo del mare, di sua madre, dell'infinito", un film che esprimeva "il mito del [suo] destino ". All'Européen, fu commosso dall'Opera da tre soldi di Kurt Weill e dalle canzoni oscure di Prévert e Kosma. Alla Salle Gaveau, furono i primi movimenti delle sinfonie di Beethoven a fargli sentire "la terrificante nascita del mondo" e " il suo essere che sgorgava da acque stagnanti, dotandolo di una volontà formidabile ". Divenne così un "onnivoro culturale ".

Il tumulto personale scatenato dalla morte della madre e questa precoce esposizione alla tragedia dell'esistenza lo prepararono indubbiamente alla sua profonda comprensione di Hegel. Ponendo la contraddizione al centro dell'essere e la dialettica al cuore del processo storico, il filosofo tedesco affascinò lo studente delle superiori e, in seguito, quello universitario. Gli rivelò una logica, un possibile significato della storia, nello sconvolgimento degli anni '30: il Fronte Popolare, la Guerra Civile Spagnola, l'espansione del comunismo, l'ascesa del nazismo…

Molto più tardi, nella sua opera teorica principale, *La Méthode* (Seuil, 1977-2004), Edgar Morin avrebbe sostituito il superamento degli opposti attraverso la dialettica con la "dialogica ", che mira a unire principi antagonistici. Ma ben presto, con il sostegno di Marx, che rimise in piedi la dialettica hegeliana privilegiando le condizioni materiali dell'esistenza piuttosto che l'Idea, il giovane Edgar si sentì intellettualmente preparato. Non era solo – pensava – la sua coscienza a essere scossa, ma il mondo intero, che, tra sfruttatori e sfruttati, padroni e posseduti, era pervaso da antagonismi destinati a risolversi nella lotta finale della rivoluzione mondiale.

La politica permeò la sua adolescenza. Oscillava tra realismo e fervore rivoluzionario. E, nel 1938-1939, aderì al movimento studentesco del Frontier, che faceva leva sulle sue inclinazioni pacifiste. Nulla lo predisponeva a diventare un eroe della Resistenza. Senza la prova della guerra, Edgar Nahoum avrebbe potuto essere un brillante professore o, come suo padre, un negoziante nel quartiere Sentier di Parigi, immerso nella cultura popolare del quartiere di Ménilmontant, ma certamente non Edgar Morin, il nome clandestino che avrebbe assunto dopo la Liberazione. "Cosa ne sarebbe stato di noi senza la Resistenza?", si chiedeva a volte. " Avremmo avuto una carriera? Grazie alla Resistenza, abbiamo avuto una vita."

Apprendista combattente della resistenza

Giugno 1940. Suo padre era stato mobilitato e il giovane si stava preparando per gli esami. Ma la "strana sconfitta" suonò la campana a morto e il campanello d'allarme. Edgar prese l'ultimo treno per Tolosa dove, lavorando per due anni con studenti rifugiati, strinse amicizia con diverse figure di spicco, come la scrittrice Clara Malraux (1897-1982), il filosofo Vladimir Jankélévitch (1903-1985) e il poeta Jean Cassou (1897-1986). Lì conobbe anche Violette Chapellaubeau (1917-2003), una studentessa di filosofia, che sarebbe diventata sua moglie nel 1945. Doveva superare la sua paura, perché il regime di Vichy si stava trasformando in "una trappola " .

Nel 1941-1942, dovette superare l'"acuto antagonismo" tra la sua " terribile volontà di sopravvivere" e la sua "ardente volontà di vivere ", la prima lo spingeva "a nascondersi ", la seconda "a rischiare la vita, o meglio, a rischiare la morte per la vita ". L'inizio dell'Olandese Volante di Wagner , trasmesso alla radio, gli sembrò un invito a intraprendere "l'avventura dell'ignoto" . "Tempeste dell'Olandese Volante, portatemi via!", scrisse nel suo diario, riecheggiando il René di Chateaubriand : "Sorgete in fretta, tempeste tanto attese...". Iniziò a distribuire volantini e a scrivere slogan contro la collaborazione sui muri.

Edgar Morin e l'ex diplomatico e combattente della Resistenza Stéphane Hessel (1917-2013), al Festival di Avignone, nel 2011.

Aspirante combattente della resistenza ebreo, fin troppo facilmente individuabile a Tolosa, trovò rifugio a Lione presso la Maison des Étudiants (Casa degli Studenti). In un'atmosfera di serate fuori e cameratismo giovanile, fu lì che lui e il suo compagno Jacques-Francis Rolland (1922-2008) divennero "comunisti in tempo di guerra ". Contava solo una cosa: la fine dell'oppressione. Nonostante la sua avversione per lo stalinismo, si iscrisse al Partito e credeva che solo il comunismo potesse essere un'alternativa al nazismo.

In un rifugio per combattenti della resistenza, frequentò scrittori come Albert Camus (1913-1960), Jean Prévost (1901-1944) e Roger Stéphane (1919-1994). Acquisì fiducia e influenza, e tornò per un periodo a Tolosa per creare una rete regionale con l'aiuto di un antifascista tedesco, Jean Krazatz, che i partigiani chiamavano semplicemente "Jean". Nel 1943, si unì al Movimento di Resistenza dei Prigionieri e dei Deportati, creato da André Ulmann (1912-1970), che in seguito sarebbe stato posto sotto l'autorità di François Mitterrand.

Fu nominato tenente nelle Forze Francesi Libere. Durante questo periodo, scampò a numerose situazioni pericolose. Come combattenti della resistenza urbana, lui e i suoi compagni erano costantemente braccati. Un giorno a Parigi, alla fine del 1943, mentre incontrava "Jean", il marinaio di Amburgo la cui devozione spinse senza dubbio Edgar Morin a confutare, dopo la guerra, la tesi della colpa collettiva del popolo tedesco, scampò per un pelo a una trappola.

Non trovando il compagno come previsto al cimitero di Vaugirard, si diresse verso il suo albergo. Sulle scale, Morin fu sopraffatto da una strana stanchezza, un'inspiegabile letargia, e tornò indietro. La Gestapo lo attendeva nella sua stanza d'albergo; arrestarono, torturarono e poi uccisero il suo amico tedesco. "Senza dubbio una premonizione ", afferma in *Il mio cammino* (Fayard, 2008). Edgar Nahoum divenne "Morin" in seguito a un malinteso: un compagno della Resistenza di Tolosa trasformò il suo pseudonimo "Manin", scelto in riferimento a un personaggio di *La speranza dell'uomo* di André Malraux , in "Morin". "Sono dunque il prodotto delle mie azioni, delle mie opere", avrebbe poi commentato.

Durante quegli anni bui, la paura e la morte furono le sue compagne costanti, ma la sensazione che avrebbe ricordato più vividamente era l'ebbrezza del rischio e dell'estrema solidarietà. "Fu nella guerra e nella resistenza che si cristallizzò la personalità complessa e vitale di un pensatore del caos e della rinascita ", osserva Emmanuel Lemieux ( Edgar Morin , Cahiers de L'Herne, 2016).

L'apice di questa fratellanza fu la Liberazione: Edgar Morin, con la bandiera tricolore in mano, guidò un'auto con il logo delle FFI (Forze Francesi dell'Interno) lungo gli Champs-Élysées insieme a Violette Chapellaubeau, Dionys Mascolo (1916-1997), Marguerite Duras (1914-1996) e, al volante, Georges Beauchamp (1917-2004), gridando di gioia. Eppure, "dopo questa apoteosi, la Liberazione fu un disastro per me", ricordò.

Tenuto a distanza da Mitterrand

Escluso dalle promozioni dagli apparatchik comunisti, tenuto a distanza da Mitterrand per essere stato una "spia" del Partito durante la Resistenza, si scontrò con le meschine beghe e le ristrette ambizioni della vita normalizzata. Disilluso, il soldato semplice Morin si recò a Lindau, in Baviera. Ora a capo dell'ufficio di propaganda presso la direzione dell'informazione del governo militare della zona francese di Baden-Baden, scrisse *Anno Zero della Germania* (La Cité universelle, 1946). Un saggio eretico in cui rifiutava i cliché prevalenti sulla presunta cattiva natura dei tedeschi e cercava di capire come la nazione più colta d'Europa, la patria di Goethe e Beethoven, avesse potuto dare origine alla barbarie nazista.

Tornato a Parigi, si impegnò nel Partito Comunista, ma, da discreto dissidente culturale, si rifiutò di aderire al Consiglio Nazionale degli Scrittori e di frequentare Aragona (1897-1982). Si guadagnava da vivere con il suo magro stipendio e, dal 1947 al 1950, attraversò un periodo difficile, dal quale si riprese riallacciando i rapporti con gli amici del gruppo di Rue Saint-Benoît: Dionys Mascolo, Robert Antelme (1917-1990) e Marguerite Duras. Da qualche parte tra *La Belle Equipe * e *Jules e Jim* , Morin scoprì un nuovo stile di vita: condivisione e comunità, discussioni appassionate, serate trascorse nei bistrot. Come amava dire, riecheggiando il titolo di un film di Ettore Scola sugli ex combattenti della Resistenza, "Ci volevamo così bene...".

Edgar Morin, a Parigi, negli anni '70.

Il turbine della vita separerà il gruppo e, impercettibilmente, perderà i suoi fratelli senza però smettere di amare i suoi amici . Eterno studente e ricercatore autodidatta, troverà anche un rifugio intellettuale presso il Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS), nel 1950, grazie alla mediazione del sociologo marxista Georges Friedmann (1902-1977), che aveva conosciuto a Tolosa, alle raccomandazioni del geografo Pierre George (1909-2006) e dei filosofi Vladimir Jankélévitch e Maurice Merleau-Ponty (1908-1961).

Perché Morin non smette mai di imparare e lavorare. Biologia, paleontologia, psicologia, etnologia… sta già esplorando tutti i campi, costruendo ponti tra il simbolico e il politico, il poetico e l'economico. Il “pensiero complesso”, un concetto che svilupperà in seguito con l'intento di “connettere ciò che è intrecciato ”, è già in atto.

Per tutta la vita, il CNRS rimase un'oasi di pace e il fondamento della sua libertà, permettendogli di sviluppare il suo pensiero lontano da intrighi. Fu lì che completò la sua opera concettuale per eccellenza, " L'uomo e la morte " (Seuil, 1951). Rifiutato dall'università ma elogiato da autori influenti come il filosofo Georges Bataille (1897-1962), il critico Maurice Nadeau (1911-2013) e lo storico Lucien Febvre (1878-1956), questo saggio antropologico sviluppa in modo significativo l'idea che la scienza non potesse abolire la morte, ma piuttosto posticiparla (quella che lui chiama "amortalità").

Nel frattempo, le tensioni con il Partito Comunista si intensificarono, in particolare durante il "caso Kravchenko ", che coinvolse l'alto funzionario sovietico fuggito negli Stati Uniti e autore del libro esplosivo * Io ho scelto la libertà* (Self, 1947), un'opera che denunciava il sistema totalitario dell'URSS. Nel 1949, Viktor Kravchenko (1905-1966) intentò e vinse una causa per diffamazione contro *Les Lettres françaises* , una pubblicazione che riuniva l'intera intellighenzia comunista. Lo spettacolo di questa classe intellettuale che cospirava per diffondere menzogne ​​scosse profondamente Edgar Morin.

Pur non avendo il coraggio del suo amico Claude Lefort (1924-2010), che denunciò apertamente la calunnia, decise comunque di agire incontrando Margarete Buber-Neumann ( 1901-1989), un'ex deportata a Ravensbrück. La donna raccontò di come, all'epoca del patto tedesco-sovietico, Stalin avesse consegnato lei e suo marito, il leader comunista tedesco Heinz Neumann (1902-1937), a Hitler.

Escluso dal PCF

Sempre in privato, Morin si ribellò al processo del 1949 contro il leader ungherese László Rajk (1909-1949). Non rinnovò la sua iscrizione al Partito, ma fu il Partito stesso a prendere l'iniziativa di espellerlo nel 1951, in seguito a una cerimonia in stile stalinista orchestrata da Annie Besse, allora a capo della Federazione della Senna del Partito Comunista Francese (PCF), che in seguito sarebbe diventata, con il nome di Annie Kriegel (1926-1995), l'attivista anticomunista di spicco de Le Figaro . Il motivo: un articolo d'opinione che Edgar Morin aveva scritto per France-Observateur in cui offriva "alcune frecciate non convenzionali " .

Come avrebbe poi scritto in Autocritica (Seuil, 1959), uno dei suoi libri più ispirati, Edgar Morin visse la sua esclusione come una "disgrazia infantile ", ma improvvisamente si sentì cresciuto. Non avrebbe mai più accettato di costringere la realtà a conformarsi alla logica di un'idea, mai più avrebbe soffocato la sua libertà di pensiero.

Questo principio lo avrebbe presto messo in pratica. Nel 1955, insieme a Dionys Mascolo, Robert Antelme e allo scrittore Louis-René des Forêts (1918-2000), creò il Comitato degli Intellettuali contro la Guerra in Nord Africa, che riunì personalità di spicco come François Mauriac, Roger Martin du Gard, André Breton, Jean-Paul Sartre, Maurice Merleau-Ponty e Claude Lefort. Il comitato, tuttavia, si trovò presto in crisi con l'intervento sovietico in Ungheria nel 1956, che Morin e i suoi amici intendevano condannare.

Un altro ambito, un'altra divergenza: con il marxista libertario Daniel Guérin (1904-1988), difese l'onore del nazionalista algerino Messali Hadj (1898-1974), che, ai suoi occhi, incarnava un percorso democratico verso l'indipendenza, mentre il FLN conduceva un'implacabile guerra di liberazione. Morin non firmò il celebre Manifesto dei 121 (una dichiarazione sul diritto all'insubordinazione), ma redasse, con Lefort e Merleau-Ponty, un "Appello per la pace". Sospettoso agli occhi dei gollisti, che lo consideravano un comunista, rinnegato agli occhi dei comunisti, traditore agli occhi dei sartriani, che vedevano il FLN come l'avanguardia del proletariato, fu emarginato. Il rispetto per le "complessità" ha questo prezzo.

Arguments , la rivista che pubblicò dal 1956 al 1960 con le Éditions de Minuit, insieme a Colette Audry (1906-1990), Roland Barthes (1915-1980) e Jean Duvignaud (1921-2007), a cui si unì presto Kostas Axelos (1924-2010), divenne il laboratorio di questa rottura con le ortodossie intellettuali, promettendo di "rivedere le idee consolidate e le ideologie correnti senza alcun limite ". Lì, Morin scoprì la critica alla tecnica del "secondo" Heidegger, le innovazioni concettuali di Georg Lukács e della Scuola di Francoforte , in particolare di Adorno e Marcuse, che dimostrarono come l'Illuminismo si fosse trasformato nel suo opposto. In un'atmosfera fertile e amichevole, gettò le prime basi della sua analisi dell'"era planetaria".

"Come va?"

Eclettico nei suoi gusti, presentò a Cannes nel 1961 il film Cronaca di un'estate , co-diretto con Jean Rouch (1917-2004) : una serie di toccanti interviste su come i parigini, impiegati presso le ferrovie francesi (SNCF) o operai alla Renault, affrontavano la vita. La domanda, posta da Marceline Loridan (1928-2018), una sopravvissuta ad Auschwitz che durante le riprese si lanciò in un monologo sconvolgente sulla sua deportazione, soffermandosi per un minuto, un'ora o un giorno con persone incontrate per caso per strada o con parenti invitati nel suo appartamento, era semplice, ma struggente: "Come vivete?".

Sarebbe lo stesso oggi? Intervistato nel 2017 insieme a Régis Debray, anch'egli protagonista di questo film girato durante la guerra d'Algeria, Edgar Morin rispose: "Credo che rimanga valido ancora oggi. La domanda 'come stai?' non è solo una domanda legata a emozioni e sentimenti personali, è una domanda legata a un contesto storico diventato estremamente incerto e, direi, persino più preoccupante. All'epoca, i giovani e coloro a cui veniva posta la domanda erano smarriti. Eppure, erano ancora una minoranza. Mi ha colpito rivedere il film di recente; ho pensato: è davvero straordinario, da un lato Cronaca di un'estate è necessariamente un film del suo tempo, e dall'altro è più attuale di quanto non lo fosse allora. Perché oggi c'è una sfortuna e una difficoltà di vivere molto più diffuse."

Régis Debray ed Edgar Morin, dopo la conferenza "Politica: la fine delle utopie", nell'ambito del festival "Le Monde", presso l'Opéra Garnier di Parigi, il 23 settembre 2017.

Quindi, continuò con Régis Debray, questa sarebbe la domanda rilevante da porsi oggi: "Come vivi e puoi a volte dire 'noi'?" Una preoccupazione che lo avrebbe accompagnato fino alla fine: "Il 'noi' si risveglia quando si verifica una catastrofe, un attentato, una pandemia – la reazione collettiva dopo l'assassinio dei giornalisti di Charlie Hebdo o del professor Samuel Paty , e anche durante il lockdown, lo testimoniano. Ma si riaddormenta subito dopo. La sfida della nostra civiltà è far risorgere il 'noi'", dichiarò in un libro di interviste con l'agroecologo, fondatore del movimento Colibris, Pierre Rabhi ( Frères d'âme , L'Aube, 2021).

Edgar Morin viaggiò molto, scoprendo le Americhe. Ma si sentì esausto e, a San Francisco, rischiò di soccombere a una febbre che gli permise di lasciare l'ospedale apparentemente rinato. Curioso di tutto, sprezzante dei dogmi e ribelle ai vincoli disciplinari, occupava già una posizione unica che gli avrebbe permesso di percepire e analizzare, da pioniere, la rivoluzione mentale in atto negli anni '50 e '60.

Figlio di Ménilmontant, di canzoni di strada, western e romanzi d'avventura, non disprezza la cultura di massa che si sta affermando tra Hollywood e i talent show radiofonici. Al contrario, in * Les Stars* (Seuil, 1957) mostra come il fenomeno dei nuovi dei dell'Olimpo hollywoodiano risponda al bisogno di miti e leggende celato nel profondo dell'umanità, e in * L'Esprit du temps * (Grasset, 1962) analizza l'essenza dei mass media, che si rivolgono "tanto agli istruiti quanto agli ignoranti, alla borghesia quanto alla classe operaia, agli uomini quanto alle donne, ai giovani quanto agli adulti " .

I sociologi Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron lo criticarono per aver "trasformato le idee consolidate" dell'epoca in formule apprese. Ma non importava: "onnivoro culturale ", immerso in entrambi gli aspetti dell'arte, sia quella d'élite che quella popolare, Morin era perfettamente in grado di cogliere ciò che all'epoca risultava sconcertante.

Edgar Morin e il giornalista Jean Daniel, fondatore di "Le Nouvel Observateur", nel novembre 1986.

Il 22 giugno 1963, un concerto di Richard Anthony, Johnny Hallyday e Sylvie Vartan, organizzato da Europe 1 e dal programma radiofonico "Salut les copains", si trasformò in una sommossa. In seguito a questa "notte selvaggia della nazione " , Edgar Morin pubblicò su Le Monde la sua prospettiva sulla formazione di una "bio-classe adolescenziale", questa generazione "yé-yé" che cercava tanto di consumare quanto di consumare se stessa. Nacque così la sociologia del presente.

Morin ha prodotto alcuni gioielli, come Mai 68, la brèche (Fayard, 1968), un saggio in cui, con i filosofi Cornelius Castoriadis (1922-1997) e Claude Lefort, ha portato alla luce questa sorta di "socio-giovanile 1789" della "comune studentesca" , o La Rumeur d'Orléans (Seuil, 1969), un'inchiesta sul presunto traffico di bianche condotto dai camerini dei negozi di lingerie gestiti in questa città da mercanti ebrei.

Invitato a studiare gli effetti della modernizzazione in una cittadina della regione di Bigouden, Morin sviluppò una strategia di immersione empatica ma distaccata. Ne derivò il suo Journal de Plozévet. Bretagne, 1965 (L'Aube, 2001), un modo originale di comprendere come una trasformazione sociale globale si radichi in un contesto locale. "Un'esperienza fondamentale", osserva Edgar Morin, che trascorse un anno "appassionato" in una tradizionale casa bretone con il pavimento in terra battuta, osservando, con l'aiuto di studenti bretoni residenti in diverse frazioni di questa cittadina del Finistère, gli effetti della riorganizzazione fondiaria, la metamorfosi degli adolescenti e analizzando il ruolo delle donne come "agenti segreti della modernità " .

Un taccuino di una sociologia che, nonostante l'amara constatazione del ripiegamento su se stessi, dell'accelerazione del tempo e della perdita di orientamento, non considera i soggetti studiati come esseri alienati da "oggettivare". Dopo la rivista " Arguments " , trova nel Laboratorio per il Cambiamento Sociale e Politico, diretto da Cornelius Castoriadis e Claude Lefort, i mezzi per continuare a "vagare nel deserto ". Perché nell'era dell'egemonia dello strutturalismo e delle sue varie ramificazioni, non crede né alle "sciocchezze" sulla "morte dell'uomo" o sul "soggetto" teorizzate da Louis Althusser o Michel Foucault, né al potere delle "strutture invarianti" di Claude Lévi-Strauss .

Invitato nel 1969-1970 al Salk Institute for Biological Research di La Jolla, in California, si immerse in un crogiolo di discipline: cibernetica, biologia molecolare, termodinamica, microfisica, informatica, matematica del caos, fisica del disordine… Allo stesso tempo, gli ultimi rimasugli della rivoluzione hippie gli fecero vivere una nuova “estasi della storia” , ben lontana dall’ortodossia marxista-leninista propugnata dalla maggior parte degli studenti della Sorbona.

Edgar Morin analizza «l'apice della civiltà occidentale nel momento in cui si rivolta contro se stessa ». Le comuni libertarie, a cui partecipa, rifiutano «il pilastro dei pilastri, il fondamento stesso di ogni organizzazione sociale – la famiglia – per creare, per ricercare nell'affinità, nell'elezione, nell'amore, nella comunità, un nuovo tipo di famiglia » .

California, la sua "oasi", la sua Arcadia

Immerso in un paesaggio oceanico e introdotto alla rivoluzione informatica, Edgar Morin, nel suo * California Journal* (1970), descrive questa generazione che inventa – tra la visione della serie televisiva *Star Trek* e il sorseggiare inebrianti cocktail alle erbe – un nuovo stile di vita comunitario. Assiste alla nascita di una "civiltà alla Robinson Crusoe" sulle rovine del vecchio mondo. Morin trova lì la sua "oasi", la sua Arcadia. Più che durante la rivolta del maggio 1968 in Francia, sperimenta una nuova "estasi della storia ", con i suoi movimenti "esistenziali" che rivoluzionano gli stili di vita attingendo alla saggezza orientale, al cristianesimo primitivo, al buddismo Zen e al "fourierismo selvaggio".

Incontrò Johanne Harrelle (1930-1994), modella e attrice quebecchese che sarebbe diventata sua moglie dopo il divorzio da Violette Chapellaubeau. Questi due anni in California alimentarono anche la sua sensibilità ecologica. Nel 1972, come membro del Club di Roma, scrisse * Anno uno dell'era ecologica *, convinto che una nuova era dovesse sorgere di fronte alla devastazione della biosfera . Questo tema è oggi ampiamente diffuso, ma in quegli anni pochi lo esploravano. Fu in questo contesto di nuove influenze culturali, e sulle note di " Angie" dei Rolling Stones , che *Il metodo *, la sua opera magna , iniziò a prendere forma .

Con quest'opera colossale in sei volumi, realizzata tra il 1977 e il 2004, Edgar Morin ha intrapreso nientemeno che una riconfigurazione della conoscenza umana. Il ricercatore ha sviluppato un metodo di conoscenza capace di "tradurre la complessità della realtà ", un ausilio alla strategia conoscitiva che tutti dovrebbero adottare. Contrariamente alle apparenze, * Il Metodo* è innanzitutto un manifesto di umiltà.

Lontano dall'hegelismo, Morin afferma che non esiste una verità del "Tutto". La totalità è sempre incompleta, frammentata e imperfetta. Ma come direbbe Pascal, "poiché tutte le cose sono causate e causano, aiutate e aiutano, è impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, così come è impossibile conoscere il tutto senza conoscere specificamente le parti " .

Questa massima ci aiuta a comprendere, in particolare, il "principio olografico", che prende il nome dalla tecnica laser per la riproduzione di immagini tridimensionali, secondo il quale ogni essere umano, nel bene e nel male, nell'abbondanza o nella miseria, "porta in sé l'intero pianeta ". Così, l'europeo benestante si sveglia ascoltando una radio giapponese, beve il suo tè di Ceylon e indossa i suoi jeans americani, mentre la persona impoverita del mondo in via di sviluppo subisce le bizze del mercato globale, abbandona il suo villaggio a causa della monocoltura imposta dall'industria agroalimentare e balla al ritmo di musica sincretica bevendo Coca-Cola. Tutti i frammenti dell'umanità si sono insediati in lui.

Pensieri di risonanza globale

Il Metodo individua tre principi: il "principio dialogico", che "unisce due principi o nozioni antagoniste, che apparentemente dovrebbero respingersi a vicenda, ma che sono inseparabili e indispensabili per comprendere la stessa realtà" ; il "principio olografico", che mostra che la parte è nel tutto e il tutto è nella parte, così come l'intero patrimonio genetico è contenuto in ogni singola cellula; e infine, il "principio di ricorsione organizzativa", questo "ciclo generativo in cui prodotti ed effetti sono essi stessi produttori e cause di ciò che li produce ". Questi principi costituiscono i tre pilastri del "pensiero complesso". Nella conclusione de Il Metodo , Edgar Morin invoca una "metamorfosi", l'unica cosa in grado di porre fine alla separazione del sapere, alla compartimentalizzazione della coscienza e alle crisi di civiltà.

Edgar Morin, dal 1997.

Questo pensiero umanista ha trovato risonanza a livello globale negli ultimi trent'anni. Edgar Morin è tradotto, invitato e onorato in tutto il mondo. Le sue idee hanno ispirato riforme educative, come quelle dell'istruzione secondaria in Brasile, e l'introduzione del "pensiero complesso" nelle università di Messico, Colombia, Bolivia, Perù e Repubblica Dominicana. L'università privata messicana "Mondo Reale" di Hermosillo porta persino il suo nome .

Edgar Morin è una star in America Latina. Senza dubbio perché, come spiegava lui stesso, "la mescolanza culturale in quei paesi favorisce l'apertura mentale". Celebrato all'estero, in Francia è rimasto a lungo ai margini, almeno negli ambienti universitari, dove, con il suo vocabolario stratificato, le frasi ricorsive e la sua propensione a porre un "accento circostanziale" su ogni cosa, attirava spesso sguardi interrogativi e divertiti. Negli ultimi anni, però, le cose sono cambiate: l'ex "Centro di Studi sulla Comunicazione di Massa", fondato nel 1960 da Georges Friedmann, è diventato il Centro Edgar Morin, e la ESSEC Business School ha istituito la "Cattedra Edgar Morin di Complessità". Inoltre, la Fondazione Edgar Morin, ospitata dall'Accademia Francese del Clima, è stata creata dal filosofo e da sua moglie, Sabah Abouessalam-Morin, sociologa urbana. Nel 2021, il suo centenario è stato celebrato dal Presidente della Repubblica, ma anche nella Cour d'honneur del Festival di Avignone, una serata durante la quale Edgar Morin ha potuto canticchiare a distanza L'opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill in compagnia dell'ex ministro Christiane Taubira e dello storico Pascal Ory.

Edgar Morin è diventato un nome noto a tutti, sinonimo di prestigio intellettuale che lo rende molto ricercato. Tanto che nel 2008 Nicolas Sarkozy e il suo consigliere Henri Guaino cercarono di adottare la sua idea di una "politica di civiltà" capace di affrontare i mali generati dalla civiltà stessa e che avrebbe unito il meglio del Nord e del Sud, dell'Est e dell'Occidente. Ma il concetto si ridusse a semplici parole, l'idea a uno slogan, e l'intera iniziativa si spense nel nulla.

Indisciplinato e anticonformista

Era difficile tenere a freno una figura del genere, che fondamentalmente rimaneva un individuo "indisciplinato" , come notò il suo biografo ( Edgar Morin, l'indiscipliné , Emmanuel Lemieux, Seuil, 2009). Era altrettanto difficile intimidirlo, persino attraverso una causa per "diffamazione razziale" intentatagli nel 2002 per alcuni passaggi particolarmente critici nei confronti della politica israeliana in un articolo d'opinione pubblicato su Le Monde , scritto in collaborazione con Danièle Sallenave e Sami Naïr . Assolto in via definitiva, ma considerando queste accuse "un affronto a tutta la sua vita ", Edgar Morin colse l'occasione di questa vicenda per scrivere Le Monde moderne et la question juive (Seuil, 2006).

Acclamato in tutto il mondo, ma anticonformista nel panorama delle idee, Edgar Morin si è fatto qualche nemico. I suoi due libri di dialoghi con Tariq Ramadan, pubblicati nel 2015 e nel 2017 prima che quest'ultimo venisse accusato di stupro , sono stati talvolta criticati e lo hanno costretto a difendersi.

Lungi dall'essere ridotto all'immagine del saggio anziano mediatore, veicolata dalla sua personalità calorosa e fraterna, Edgar Morin non esitò a pensare controcorrente e a distaccarsi dall'unanimità dominante. Mentre le caricature di Maometto venivano talvolta sbandierate come simbolo dell'identità francese, egli sosteneva la necessità di "prestare attenzione agli effetti perversi delle azioni compiute con buone intenzioni ". Perché "l'etica non può limitarsi alle buone intenzioni" e "deve essere consapevole delle conseguenze delle proprie azioni, che spesso sono contrarie alle intenzioni", spiegò, rimanendo fedele in questo a un concetto sviluppato nel Volume V de *Il Metodo *.

Mentre alcuni commentatori, dopo la decapitazione del professor Samuel Paty, sostenevano che l'"islamo-sinistra" avesse armato intellettualmente il terrorismo, Edgar Morin deplorava l'amplificazione di un "pensiero manicheo, unilaterale e riduttivo ". Poiché "due France si scontrano già a parole, la Francia basata sull'identità e la Francia umanista ", continuava in un'intervista a Le Monde , il sociologo esortava i suoi lettori a "combattere su due fronti" : contro il fanatismo omicida e la xenofobia. La repressione di Gaza da parte dell'esercito israeliano in seguito agli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 era una delle sue preoccupazioni più recenti, una delle sue ultime battaglie. Questo tormento spinse questo intellettuale ebreo, vicino alle posizioni del filosofo Martin Buber (1878-1965) o dello storico Schlomo Sand sul conflitto israelo-palestinese, a scrivere, in * Ci sono lezioni dalla storia?* (Denoël, 2025), che "non basta essere stati perseguitati per evitare di diventare persecutori".

"Ebreo-gentile"

Secondo lui, l'unico modo per impedire che la civiltà ricada nella barbarie è cambiare rotta. Fin dal suo testo profetico e programmatico, *La Via* (Fayard, 2011), che rimane il suo maggiore successo pubblico, Edgar Morin ha costantemente sostenuto la necessità di "collegare le oasi della vita e del pensiero" e persino di farle convergere, come ribadisce nel suo libro di interviste con l' agroecologo Pierre Rabhi . Perché , spiega, le regressioni maggiori persisteranno finché non emergerà "il nuovo percorso politico-ecologico-economico-sociale guidato da un umanesimo rigenerato" .

Un nuovo percorso “dialogico”, che unisca “i termini contraddittori di “ globalizzazione ” (per tutto ciò che riguarda la cooperazione) e “ deglobalizzazione ” (per stabilire l’autonomia alimentare e sanitaria e salvare i territori dalla desertificazione), di “crescita” (dell’economia dei bisogni essenziali, della sostenibilità, dell’agricoltura agricola o biologica) e “ decrescita ” (dell’economia del frivolo, dell’illusorio, dell’usa e getta), di “ sviluppo ” (di tutto ciò che produce benessere, salute, libertà) e “ avvolgimento ” (nelle solidarietà comunitarie)” .

Appartiene forse a una comunità? In *Il mondo moderno e la questione ebraica * (2006), esamina la sua identità mista. Edgar Morin è infatti originario della Francia, ma la sua "madrepatria" è il Mediterraneo. "Giudeo-gentile", ovvero discendente di ebrei moderni plasmati dalla cultura umanistica europea del mondo dei "gentili" (traduzione latina del termine *goy *, derivato dal latino *gentiles*), si definisce anche "post-marrano", come i discendenti di quegli ebrei spagnoli costretti a convertirsi al cristianesimo alla fine del XV secolo , come Montaigne, Cervantes o Spinoza.

Emmanuel Macron, Edgar Morin e sua moglie Sabah Abouessalam, durante una cerimonia organizzata per celebrare il centenario della nascita del filosofo, al Palazzo dell'Eliseo di Parigi, l'8 luglio 2021.

Tratto irriducibile della sua identità, la parola "ebreo" è per lui un aggettivo, non un sostantivo. "Sono estraneo a qualsiasi idea di popolo eletto ", aggiunge. Ciò non gli impedirà di rintracciare le sue origini sefardite in Vidal e la sua famiglia (Seuil, 1989). Alla fine di questo libro "su e per" suo padre, scomparso nel 1984, si disse "felice di ritrovare, nella Salonicco delle [sue] tre generazioni precedenti, non la sinagoga, ma un laicismo formatosi nel Granducato di Toscana, nutrito e propagato a Salonicco dai [suoi] antenati livornesi ". Così, il suo "ritorno alla pietà verso le radici familiari" lo rese "definitivamente libero dall'ebraismo ", scrive. A questo omaggio al padre si aggiungerà un monumento romanzesco alla madre, L'Ile de Luna (Actes Sud, 2017).

Il buco nero dello scetticismo

Un evento materiale. La perdita dell'amata madre, del cui eterno ritorno non smise mai di sognare, fu senza dubbio l'origine inconscia del suo impegno nel Partito Comunista, che per lui rappresentava una "placenta" , una seconda famiglia, un involucro materno e fraterno al tempo stesso, un modo per rimandare questo "lenzuolo di nulla" .

Da questa "sfortuna " Edgar Morin trasse senza dubbio il coraggio e l'audacia di rischiare la vita nelle battaglie e nelle reti clandestine della Resistenza, quando avrebbe potuto fuggire o, legittimamente, soccombere al panico di essere braccato, imprigionato, torturato e deportato. Da questo "buco nero" scaturirono indubbiamente il suo scetticismo, il suo dubbio fondamentale, il suo interesse per Montaigne e la sua assidua lettura di quelli che definisce gli scrittori "tragici", Pascal e Dostoevskij in primis.

«Vivere della morte, morire della vita»: l'intera bibliografia di Edgar Morin può essere letta attraverso la lente di questi antagonismi complementari, poiché fin dai tempi di Pascal sapeva che «la fonte di tutte le eresie è l'incapacità di concepire l'armonia di due verità opposte ». Fin dai suoi primi anni, l'anima di Morin è stata dunque in agonia, teatro di una lotta interiore tra l'ombra lunare e la forza solare.

Figlio unico, prima viziato e poi viziato ancora di più, oscillava tra disperazione e incanto, smarrimento e fervore. Il cataclisma psicologico della morte della madre sarebbe poi diventato la matrice dell'idea di Terra-Patria (Seuil, 1993), che evoca il nostro pianeta errante, perso nell'universo e ricoperto da una natura devastata dall'uomo. Egli rivela un'identità planetaria il cui destino comune mette di fronte all'urgente necessità di forgiare percorsi diversi da quello predeterminato della ristretta razionalità tecnocratica in cui è stato finora intrappolato.

Perché, essendo stato brutalmente separato dalla madre, Edgar Morin cercò in ogni modo di ricostruire quel legame, persino di gettare le basi di una nuova religione, di scrivere un "vangelo della perdizione" destinato a "civilizzare la Terra" e a riunire coloro che erano divisi da muri e confini. Una religione del dubbio, senza dogmi né scomunica, ma pur sempre una religione, perché "ogni comunità ha bisogno di comunione ".

In uno dei passaggi più lucidi di * Autocritica * (1959), Edgar Morin si interroga se l'attesa del ritorno della madre, quando aveva dieci anni, possa aver risvegliato un impulso "messianico" al quale le sue origini ebraiche e il trauma iniziale avrebbero potuto predisporlo. "È certo infatti che, fin da quell'età ", scrive Morin, " con i miei dubbi, i miei dolori e il mio immediato nichilismo, non ho mai cessato di essere commosso e consolato dalla voce che mi dice che un giorno la vita cambierà".

Nel pieno della crisi del Covid-19, ha continuato a indicare la via della speranza in un libro scritto a quattro mani con la moglie, la sociologa Sabah Abouessalam ( Changeons de voie. Leçons du coronavirus , Denoël, 2020). Di fronte a ciò che distrugge ( Thanatos ) e a ciò che divide ( Polemos ), ha esortato a schierarsi "dalla parte di Eros ". Lui stesso non ha mai smesso di amare, come testimonia Edwige, l'inséparable (Fayard, 2009) , un omaggio a Edwige Lannegrace, che dal 1982 al 2008 è stata sua moglie, ma anche la sua "roccia ", la sua "cittadella" e il suo "centro di gravità " .

Edgar Morin a Marrakech (Marocco), 11 marzo 2025.

Senza dimenticare le sue due figlie, nate dal matrimonio con Violette Chapellaubeau, Irène Nahoum e l'antropologa Véronique Nahoum-Grappe, che contribuirono alla stesura di Vidal et les siens (Seuil, 1989). Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da un'intensa attività editoriale, da impulsivi tweet rivolti ai "cittadini della città digitale" e dalla riscoperta di preziosi manoscritti: un romanzo autobiografico scritto nel 1946, L'année a perdu son printemps (Denoël, 2024), e il terzo volume di La Méthode (Actes Sud, 2024). Preoccupato per la "regressione neoautoritaria" che sta travolgendo il mondo – "potrebbe presto essere la mezzanotte del secolo ", disse – Edgar Morin rilasciò un'ultima intervista a Le Monde , il giornale per cui scriveva dal 1960, in aprile , per testimoniare, nonostante tutto, la sua "fede nell'amore e nella fraternità " .

“Caminante, no hay camino, el camino se hace al andar”, scrisse il poeta spagnolo Antonio Machado (1875-1939) in un verso che amava recitare. “Tu che cammini, non c’è sentiero, il sentiero si fa camminando”. Il viaggio di Edgar Morin si è concluso, ma lo sviluppo del suo pensiero, guidato dalla dualità degli opposti, continua a ispirare coloro che non hanno perso la speranza in una “sollevazione delle coscienze ”.

Edgar Morin in poche date

8 luglio 1921 Nascita a Parigi

1941 Si unì al Partito Comunista Francese e alla Resistenza.

1946 Pubblicazione di "Anno zero della Germania", il suo primo libro

1950 Entra a far parte del CNRS

1951 Viene espulso dal Partito Comunista Francese

1959 “Autocritica”

1960 “ Cronaca di un'estate”, un film co-diretto con Jean Rouch

1968 “Maggio 68, la breccia”

1969 "La voce di Orléans"

1970 "Diario della California"

1970 Ha partecipato alla creazione del Centro Royaumont per la scienza dell'uomo

1977 Pubblicazione del primo volume de "Il Metodo" ("La Natura della Natura")

1982 "Scienza con coscienza"

1983  "Sulla natura dell'URSS"

1995 Viene nominato presidente dell'Agenzia culturale europea

2004 “Etica”, l’ultimo dei sei volumi de “Il Metodo”

2010 “Pro e contro Marx”

2011 "La Via, per il futuro dell'umanità"

2011 “Il cammino della speranza”, con Stéphane Hessel

2021 “Fratelli in armi”, intervista a Pierre Rabhi

29 maggio 2026: è morto a Parigi all'età di 104 anni.

https://www.lemonde.fr/disparitions/article/2026/05/30/edgar-morin-sociologue-du-temps-present-et-agitateur-d-idees-est-mort-al-age-de-104-ans_6695210_3382.html