Simona Lorenzetti
La ragazzina alla polizia: paralizzata dallo choc Nei video le molestie anche a un’altra donna
Corriere della Sera, 2 settembre 2026
TORINO «Ero disgustata, avevo la nausea, così ho chiamato subito la mia mamma. Dallo choc non riuscivo più a muovermi. Ho chiamato un amico perché mi venisse a prendere. Abbiamo fatto una piccola passeggiata, per tranquillizzarmi, e siamo tornati a casa». Sono le parole della vittima, una ragazzina di 13 anni, a restituire la paura vissuta venerdì scorso all’interno di un minimarket di Madonna di Campagna, non troppo distante dalla sua abitazione. In quel piccolo negozio di periferia l’adolescente è stata molestata dal commesso: l’uomo si è approfittato di un momento di gentilezza della giovane e le ha palpeggiato il seno, senza risparmiare un giudizio, «molto buono». È stato arrestato subito dopo la denuncia dei genitori dell’adolescente, ma dopo due giorni di carcere la gip ha disposto la misura dell’obbligo di firma consentendogli così di tornare a casa e dietro al banco del negozio. «Avevo bevuto due tequila, ho sbagliato», proverà a difendersi ai microfoni del Tg3 Piemonte.
È l’ora di pranzo quando la studentessa esce di casa per andare al minimarket a comprare delle bibite per i fratelli. Non è la prima volta che entra in quel negozio, dove il 42enne originario del Bangladesh lavora da diversi mesi. La ragazza sceglie le bevande e raggiunge la cassa per pagare. Lui le offre uno snack in regalo, lei dopo un primo rifiuto e un attimo di titubanza accetta. «In passato gli avevo dato la mancia e ogni tanto mi regalava qualcosa», racconterà la ragazza alla polizia. Scambiano ancora qualche parola. Lui si mostra interessato: «Quanti anni hai?». Lei risponde 13. «Sei molto giovane» commenta. E ancora: «Sei fidanzata?». «Si» è la replica secca dell’adolescente, che prova così a interrompere la conversazione. Ma lui non si ferma. La abbraccia e le palpeggia il seno, nascosto sotto una maglietta bianca. Un gesto improvviso, inatteso: la giovane afferra le bibite e se ne va velocemente. È sotto choc, . sconvolta per quel contatto che le ha creato disgusto e imbarazzo. Per quella vicinanza non richiesta e non voluta che l’ha fatta sentire impotente e indifesa. Telefona alla madre e le racconta l’accaduto, poi all’amico che corre in suo soccorso e l’aiuta a tornare a casa. È il patrigno a chiamare la polizia, preoccupato e arrabbiato per la violenza subita dalla figliastra. Poco dopo il 42enne viene arrestato: l’accusa è violenza sessuale.
Nel negozio sono ben visibili le telecamere di sicurezza che puntano proprio sulla cassa. La polizia vuole visionarle. «Non so maneggiare il computer, chiamo il mio collega che così vi può aiutare», sottolinea il commesso mostrandosi collaborativo. I filmati fotografano frame dopo frame la sequenza degli abusi. Mostrano la ragazzina mentre sceglie le bibite, le chiacchiere
La violenza ai danni di una ragazzina di 13 anni, è avvenuta in un minimarket in zona Madonna di Campagna a Torino (foto). Qui è stata palpeggiata al seno. L’uomo, un bengalese di 42 anni, dopo 2 notti in carcere è stato liberato perché collaborativo. Poco prima aveva molestato un’altra donna alla cassa con il commesso. E l’abbraccio subdolo che permette al bangladese di indugiare sul seno della giovanissima cliente. Non solo. Scorrendo le immagini e tornando indietro nel tempo emerge che qualche minuto prima dell’arrivo della 13enne il commesso aveva riservato attenzioni morbose a una donna di circa 40 anni (non ancora identificata), toccandole più volte il sedere.
Per il 42 enne le porte del carcere si chiudono la sera del 28 agosto, per riaprirsi nella giornata del 31 quando viene scarcerato con l’obbligo di presentarsi ogni giorno nel commissariato più vicino. Di fronte alla gip, nel corso dell’udienza di convalida, l’uomo non nega: «Ho sbagliato, non ho mai commesso reati. È la prima volta che mi succede e sono molto dispiaciuto per l’accaduto. Non succederà mai più nulla del genere». L’indomani la giudice deposita l’ordinanza ed evidenzia il rischio che l’indagato possa compiere reati analoghi, vista «la difficoltà a contenere i propri impulsi». Tuttavia, ritiene che il 42enne – che è incensurato – sia stato «collaborativo» (si è attivato per consegnare i filmati), abbia mostrato «pentimento» e che il «trauma del carcere» rappresenti un deterrente: da qui la misura meno afflittiva dell’obbligo di firma.

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