Gianfranco Pellegrino
Bonino, Aurora, Rugiada e il senso di una maternità
Domani, 11 settembre 2026
Molte persone hanno idee chiare, talvolta condivisibili, ma non vivono all’altezza di queste idee. Succede anche a chi ne ha di vaghe e poco condivisibili. Difensori della famiglia presuntamente naturale che crescono figli e figlie fuori da una famiglia naturale. Avversari dei diritti dei migranti che dei migranti si servono ogni giorno. Il problema non è che vivano diversamente da come predicano: è che pretendano di imporre per legge agli altri ciò che non chiedono a sé stessi. È l’eterno ritorno della Fattoria degli animali di Orwell: taluni animali sono più eguali degli altri. Persone del genere impongono le proprie idee in un senso molto forte: impongono agli altri pesi che loro non sopportano.
Nella vita pubblica italiana Emma Bonino (scomparsa l’11 settembre all’età di 78 anni ndr) è stata fra le persone più distanti da tutto questo. Che si fosse d’accordo o meno con quanto sosteneva, era difficile non pensare a lei quando si parlava di coerenza fra teoria e pratica, fra ideali e vita. Emma Bonino ha abortito quando l’aborto era illegale, ha subito l'umiliazione della clandestinità, e ha voluto per tutta la vita risparmiare alle altre donne quest’umiliazione. Ha difeso quella scelta senza pentirsene, ma senza negare che abortire possa essere doloroso. Non bisogna soffrire, però, per meritare la libertà.
Emma Bonino ha sopportato il maschilismo della politica italiana, insieme ad altre: dal biglietto di Francesco Cossiga (dopo un suo intervento in Parlamento: «Cara collega, lei oggi è proprio elegante») all’essere considerata una naturale candidata alla presidenza della Repubblica, talmente naturale da non esserlo mai. Ma ha sopportato anche la crudeltà inflitta alla sua militanza: per esempio, l’accusa di aver ucciso bambini, per aver contribuito a liberare le donne italiane dalla piaga dell’aborto clandestino.
La vita e le idee
Durante quella militanza si affezionò a due donne che avrebbero voluto abortire e non vi erano riuscite. Quando nacquero le loro bambine, Aurora e Rugiada, le accolse e se ne prese cura per alcuni anni. Non sappiamo se nelle sue scelte pesassero le accuse ricevute, e non serve immaginarlo. Conta ciò che fece. La scelta di venire a patti con la vita, e di integrare la vita con le idee.
Se quelle gravidanze fossero state interrotte, quelle bambine non sarebbero nate. Non nascono neppure tutti i figli di progetti che non realizziamo, i figli dei nostri io adolescenti, e già fertili, che però decidono di studiare, di progettare famiglie migliori, e così via. Non concepire e interrompere una gravidanza non sono la stessa cosa. Ma non abbiamo il dovere di far nascere ogni persona possibile. Abbiamo invece il dovere di prenderci cura di quelle che nascono. E questo non è in contraddizione con la libertà di non fare figli, di partorire in anonimato affidando il neonato alla protezione altrui, di interrompere una gravidanza. Accogliendo quelle bambine, Emma Bonino ha vissuto all’altezza delle sue idee sull’aborto.
Un’idea di genitorialità
Non ha avuto figli, diceva, perché ci vuole coraggio a essere genitori per sempre. Possiamo leggere in queste parole anche il peso di una concezione della genitorialità, soprattutto materna, come dedizione senza limiti e senza fine. Non sappiamo se fosse questo a trattenerla. Ma la sua esperienza ci permette di porre una domanda diversa: se essere genitori fosse, come tutte le cose di questo mondo, e tutte le cose anche molto belle, come sono le cure, una faccenda fluida, slabbrata?
Un genitore, uno zio, un amico, un tutore non hanno le stesse responsabilità. E chi dipende dalle nostre cure ha bisogno di continuità, non di essere lasciato alla mutevolezza dei nostri sentimenti. Ma da questo non segue che ogni cura debba durare tutta la vita, o che quella offerta per un tratto di strada valga meno. Perché gli esseri umani debbono sempre civettare con l'idea di eternità, quando nella transitorietà duratura dei sentimenti c'è così tanto?



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