Mariano Croce
Cosa resta de "La rabbia e l'orgoglio" di Oriana Fallaci: non ha predetto ma plasmato il futuro
Domani, 11 settembre 2026
Se pochi sono gli eventi nella storia davvero capaci di segnare un prima e un dopo, l’11 settembre 2001 è tra questi. Quel giorno, due aerei furono fatti schiantare contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York, provocandone il crollo, e un terzo colpì il Pentagono.
Da allora, la lotta al terrorismo divenne uno dei principali strumenti di espansione del potere governativo, nel segno del controverso concetto di “stato di eccezione”, che di fatto legittimò forme talora estreme di violazione dei diritti fondamentali in nome della sicurezza. La cupa retorica che ne seguì trasformò per sempre la percezione delle popolazioni musulmane, già osservate attraverso il prisma deformante dell’orientalismo e, dal 2001, impropriamente associate a una minaccia fatale recata da un presunto nemico esistenziale.
Una delle voci che più di altre contribuì a far sedimentare questa percezione fu quella di Oriana Fallaci, fiera e stentorea, che il 29 settembre 2001, dopo dieci anni di silenzio pubblico, diede alle stampe un lungo articolo intitolato La rabbia e l’orgoglio: una tonitruante requisitoria contro il terrorismo, sì, ma soprattutto contro la civiltà occidentale, affrescata come senescente e languida.
Le previsioni
Per un verso, Fallaci proponeva un’azzardata sineddoche: assumeva una parte minima dell’Islam, costituita da gruppi fanatici come al-Qaida, quale rappresentazione di un’intera civiltà, accusata di perseguire lo sterminio di una civiltà rivale. Per l’altro, riversava la propria collera sull’Occidente, specie sulla viltà e sul grado di complicità dei suoi politici e dei suoi intellettuali, soprattutto a sinistra e dentro la Chiesa, che fungevano da stolidi cavalli di Troia per un’imminente conquista da parte di una cultura predatoria e feroce. Il testo, che ebbe un’eco vastissima ben oltre i confini nazionali, divenne per Rizzoli un fortunato libro, La rabbia e l’orgoglio, cui seguirono, nel 2004, La forza della ragione e Oriana Fallaci intervista sé stessa – L’Apocalisse.
La trilogia non brilla per chiaroveggenza, almeno nelle sue previsioni più cupe: non si sono realizzate né la conquista dell’Europa da parte delle milizie islamiche né la progressiva riduzione dei cristiani a una minoranza subordinata, sul modello della dhimma medievale. Eppure, la presa di posizione di Fallaci concorse alla legittimazione e alla diffusione di un discorso fortemente ostile al mondo musulmano, che sarebbe stato successivamente ripreso e rielaborato da settori delle destre, più o meno radicali.
Il capitale simbolico della celebre reporter, accresciuto dalla sua capacità di testimoniare in prima persona e dal prestigio derivante dalla biografia antifascista, le permise di far circolare nello spazio pubblico un discorso apertamente islamofobico, fino ad allora non esprimibile in termini altrettanto radicali. Quel dispositivo polemico poté così diffondersi nel campo dei media generalisti attraverso un suadente registro, che oscillava tra il fattuale e l’allusivo e conferiva all’argomento il vigore del tono assertivo e del racconto iperbolico.
Il panorama oggi
A vent’anni dalla morte di Fallaci, il panorama è mutato. Il nesso che le destre radicali di oggi mantengono con gli attentati del settembre 2001 è anfibio. Se hanno conservato la figura del nemico, hanno però dislocato la minaccia terroristica nella presenza costante e quotidiana del migrante: un potenziale terrorista, certo, ma soprattutto un invasivo parassita da ricacciare entro i confini del Paese natale. In tal modo, il discorso d’odio ha potuto svincolarsi dalla contingenza di attacchi straordinari e assumere il carattere più ordinario della criminalità comune e dell'espansione demografica.
Nelle aree più rarefatte ed estreme della destra, l’evento dell’11 settembre è stato persino riassorbito nel fascicolo complottista, spesso in forme antisemite che lo interpretano come un’operazione orchestrata dai servizi segreti sotto mentite spoglie. Lo scontro di civiltà, di fallaciana memoria, si perde così in una lotta senza quartiere contro chi, dall’interno dei confini nostrani, cospira per l’abbattimento della civiltà occidentale, nella quale un’élite cosmopolita, genericamente identificata con il progressismo, i movimenti arcobaleno e la finanza internazionale, opererebbe in segreto per favorire l’immigrazione e infiacchire i valori della tradizione.
Quel che rimane dell’11 settembre e della presa di posizione che ne seguì a destra non è che una postura: il modello aggressivo per cui una minaccia definita come esistenziale legittima la crescente intolleranza nei confronti di un certo segmento della popolazione, dipinto come un nemico pubblico, che un tempo agiva dall’esterno e che oggi, invece, è acquartierato tra le nostre case. Rimane dunque poco, se non la tendenza a deformare problemi di natura pragmatica, da trattarsi con ben congegnati strumenti di politica amministrativa, radicandoli entro quadri sospettosi e profezie di rovina, certo in grado di intensificare la rabbia, ma per i quali è ben difficile provare un moto d’orgoglio.




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