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venerdì 6 febbraio 2026

Ombre folli, una corrispondenza

Marco Archetti
Roth e Zweig tra le ombre della storia che alla fine inghiottiranno entrambi

Il Foglio, 6 febbraio 2026

Quanta geografia, in questo epistolario che è Storia. Appena uscito per Adelphi, Ombre folli, Lettere 1927-1938 documenta il carteggio tra Joseph Roth e Stefan Zweig in tempo di tragedia. I due erano molto diversi: Roth scontento e gastritico, febbricitante, ossessionato dall’Austria, immerso nel romanzo di sé stesso tra debiti, malattie e alcolismo; Zweig, nato tredici anni prima, più composto, forse più colto, un po’ affettato, cosmopolita garbatamente idealista – buoni consigli, buone maniere del pensiero, e l’impronta delle estati di famiglia trascorse nelle località termali.
“Ai primi di aprile sarò a Vienna”, scrive Roth nel 1929. “Forse riesco a incontrarla lì. Ma sarà deluso di me, sono taciturno, goffo, e ho un aspetto sgradevole”. Entrambi ebrei, erano accomunati da un umore nomade della vita, e da un destino di esilio e disperazione storica. Nelle lettere che aprono questa raccolta, Roth accenna di essere di ritorno da un viaggio nell’italia fascista, ma niente perle inedite – nei suoi reportage per la Frankfurter Zeitung irriderà i ritratti di Mussolini in “posa cesarea” e affosserà il nazionalismo italiano “privo di senso del ridicolo”, trattandolo come fenomeno estetico esclusivamente comico.
Ciò che colpisce già dalle prime pagine è la quantità di indirizzi che Roth fornisce a Zweig, allegandoli in calce a ogni lettera. Otto nel solo semestre tra luglio 1928 e gennaio 1929. E il ritmo non cambierà: Vienna (presso signor E.P.), Leopoli (presso signora H. von S.), Francoforte sul Meno (hotel), Marsiglia (hotel, il Beauveau, da cui scrive: “Domani parto per Vienna, poi sarò a Varsavia, poi a Berlino per consegnare il mio romanzo, quindi una settimana a Parigi, all’hotel Foyot. Dopo, non so cosa farò”).
Il Foyot è stato demolito nel 1938, il Beauveau esiste ancora oggi. Ed è proprio dell’albergo marsigliese che Zweig canta le lodi in stile riconoscibilissimo, il suo. “Caro Roth”, sospira, “devo ringraziarla per la Sua bella lettera proprio dall’hotel Bouveau, uno dei miei hotel preferiti, dove una volta ho lavorato per due settimane in una stanza al quarto piano con ottimi risultati.
Dietro i vetri della sua finestra vedo il vieux port, con la linea dei carroponti di ferro, e sento lo strepito dei camion all’alba sul lastrico dissestato”.
Spesso Zweig certifica il proprio anti-narcisismo: “Sono l’unico tra gli scrittori di fama che cerchi di mettere un freno al proprio successo”, poi dichiara di sognare il Caucaso e l’india (“ma mi attira, più di tutto, la Persia”). E Roth: “Passati i diciott’anni non ho più abitato in una casa. Al massimo ospite di amici. Tutto ciò che possiedo sono tre valigie. Lavoro sotto l’assillo di un’unica necessità: quella materiale”. Poi la brutta notizia: “Trasformeranno il nostro amato albergo marsigliese in un hotel de luxe, non avrò più alcuna possibilità di tornarci”. Zweig lo riporta spesso alla ragionevolezza: “Lei percepisce troppo dolorosamente la sterilità dei momenti in cui interrompe il suo lavoro creativo.” Ma ammette: “Quasi mi vergogno di lei, di questa mia vita che scorre liscia”. E Roth: “Non voglio renderla triste, ma io lo sono sempre”.
Peccato solo che, in questo epistolario, di Zweig si possano leggere poche lettere, sebbene il suo ritmo di scrittura, a giudicare da quel che ne dice Roth, non fosse meno intenso. “La ringrazio di aver letto Giobbe. Ritengo superfluo averlo scritto. Non ho più alcun legame con questo libro. Ne sono stanco, come sono stanco di tutto”. Spesso, nel carteggio, compaiono reciproche, informali recensioni: Roth non sopportava i verbi sostantivati e alcuni costrutti del più tollerante Zweig. A volte si sconsigliavano editori, apostrofandoli senza mezzi termini. Frequenti le dichiarazioni d’amore: “Dio sa quanto ho bisogno di saperla vicino”, scriveva Roth. “La mia stanchezza saluta la sua”, rispondeva Zweig.
Ben presto, missiva dopo missiva, prendono corpo le ombre che inghiottiranno entrambi. “L’europa si sta suicidando”, sentenzia Roth, “è il diavolo a governare il mondo”. E Zweig, siamo nel 1934: “Credo che la guerra sia prossima. Mi aggrappo a quest’ultimo brandello di libertà. Ogni mattina ringrazio Dio di essere in Inghilterra”.

Mariano Croce
Fragili di fronte alla catastrofe: cosa cìè nelle lettere di Zweig e Roth

Domani, 6 febbraio 2026

«Da quando Hitler è andato al potere, i giornali austriaci mi trattano come non esistessi. E anche nelle redazioni non ho più amici»,  scrive a Stefan Zweig un querimonioso Joseph Roth, frastornato dalla natura metamorfica di un intero apparato culturale che andava allineandosi al cannibalismo ideologico della Germania nazista. Era il settembre 1934: il cancelliere Kurt Schuschnigg era succeduto a Engelbert Dollfuss, assassinato pochi mesi prima proprio perché aveva provato a frenare le mire espansionistiche di Hitler costruendosi una dittatura tutta sua, repressiva e monopartitica. D’altro canto, la strategia mimetica dell’Austria era destinata a un repentino fallimento, perché di lì a poco Hitler avrebbe provveduto a una ben più efficace normalizzazione a mezzo Anschluss.

Ruota tutto attorno al rimpianto per un mondo saldo e sicuro, creduto immarcescibile, lo scambio tra Roth e Zweig, Ombre folliLettere 1927-1938, pubblicato da Adelphi, prefato e tradotto da Ada Vigliani e impreziosito da un rimarchevole apparato critico. Il lettore non creda però di imbattersi nelle intuizioni folgoranti di due acuti osservatori dinanzi a una civiltà prossima al disastro. Piuttosto, il libro restituisce il quadro della prossima catastrofe attraverso la chiave intimista del travagliato rapporto amicale tra due esseri umani infragiliti e soverchiati dagli eventi.

Riflesso di confusione

Nella confusione morale e politica di un’Europa impietrita dal basilisco fascista, Roth e Zweig non sanno essere meno confusi della loro epoca, e anzi ne riflettono tutte le note distintive. Intriso di una nostalgia quasi infantile, Roth era l’incarnazione dell’inquietudine, proclive all’isteria, preda della dipendenza alcolica, sempre in debito di denaro e puntuale solo nell’autocommiserazione. Zweig, che di lì a pochi anni avrebbe ingerito barbiturici per porre termine a un’esistenza fattasi intollerabile, sapeva essere ben più sobrio e composto nelle forme, ma non meno tragico nei fatti. Il frantumarsi del “mondo di ieri” gli era tanto più gravoso quanto più forte in lui cresceva il rimpianto per quella che aveva creduto un’età dell’oro, colma di virtù e dignità.

Un dramma vissuto diversamente

Il dramma psicologico raccolto nell’epistolario mostra quanto fosse difficile per questi due ebrei austriaci, profondamente radicati nella cultura germanofona, abbandonare il sogno di una completa ibridazione tra l’ebraismo cosmopolita e il mondo tedesco.

In questo pianto a due, però, quel che più spicca è la diversità nella risposta emotiva. Già da tempo Roth aveva intuito la magnitudine del dramma. La leggeva inscritta nella precarietà economica, nel forzato esilio di troppi, nella disaffezione dei lettori, mentre la violenza colonizzava il linguaggio pubblico e condizionava al silenzio i testimoni più integri. Zweig ne censurava le «fantasie pessimiste» e gli consigliava di guardarsi «dal fantasticare», perché «alla fine tutto si aggiusta da sé».

Ma di questa sua cecità iniziale, che più tardi avrebbe aspramente rimproverato a sé stesso, Zweig sembra consapevole pur senza averne coscienza, quasi fosse una tacita scelta. Questa incosciente consapevolezza traluce in forma obliqua, come in una confessione in terza persona, quando in una lettera del gennaio 1929 scrive: «La vera vita è la doppia vita. Solo da una prospettiva anonima si vede il mondo come veramente è».

Egli si lamentava qui degli oneri del successo, ma la verità che gli sfuggiva quando viveva la propria esistenza in prima persona era un’altra e ben più profonda: sapeva di essersi pienamente identificato con l’intellettualità asburgica più elevata, ebbra di sé e dei suoi vertiginosi apici, che gli impediva di riconoscere il fallimento – suo e di un intero orizzonte culturale. Già dal maggio del 1933 – solo due mesi dopo il famigerato decreto dei pieni poteri – Roth gli rimproverava un debito di realismo: «Temo che Lei non si renda ancora ben conto di quanto sta accadendo. (…) Dall’alto della Sua noblesse Lei non è in grado di comprendere gli istinti di un portinaio. Perciò non ha mai visto i prussiani come li vedo io. Io li ho conosciuti in battaglia».

Diagnosi del presente

È per questa vena anti-profetica e spoglia di ogni titanismo che Ombre folli si fa diagnosi del presente. Questi due sommi scrittori esprimono gli indirizzi fondamentali di un’intera genia di intellettuali presi alla sprovvista, alcuni dei quali, come Roth, sono sopraffatti dal dolore per la perdita, mentre altri, come Zweig, preferiscono affidarsi a una studiata ottusità. E se certo è complicato vaticinare la propria fine, persino quando di essa v’è certezza, nella piega neo-weimariana dei nostri giorni occorre resistere alle insidie dell’ottimismo e ammettere il dato originario dell’irredimibile demenza umana.

Occorre dunque oggi cercare di apprendere dai propri morbi passati, quelli che un secolo fa furono capaci di sterminio, e riconoscere che, di nuovo, come allora concludeva Roth, «la ragione ha traslocato dalle nostre menti, senza nemmeno una disdetta preventiva». Quando arriverà la fine, potremo almeno bearci dell’onesta convinzione che, ben più lucidi di Zweig, sapevamo già tutto.

martedì 24 giugno 2025

La salvezza individuale e l'Europa


Stefan Zweig, Clarissa (1941)

"Il mondo tra il 1902 e l'inizio della Prima guerra mondiale, visto attraverso gli occhi di una donna": è lo stesso Stefan Zweig a riassumere così questo romanzo, cominciato nel 1941 e interrotto a causa della stesura di un saggio su Montaigne. Clarissa, figlia di un militare austriaco, è nata nel 1894 e ha sempre condotto un'esistenza solitaria. Alla vigilia della guerra incontra a Lucerna, in Svizzera, un insegnante di ginnasio, Léonard. Il giovane, in cui molti hanno rintracciato il profilo dell'amico di Zweig, Romain Rolland, è un socialista francese circondato da un'aura di gentile cordialità, e fin dall'inizio Clarissa lo sente affine e vicino. La guerra però si frappone tra i due amanti e Clarissa rimane sola e incinta. In un'Europa lacerata dalla morsa dell'isteria nazionalista, l'accettazione di questa maternità diventa, più che una scelta personale, un destino e un simbolo, un'occasione per cogliere il senso di una vita che sembra non avere più dignità. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Zweig fu toccato dalle persecuzioni nei confronti degli ebrei e decise di distruggere il romanzo, ma nel 1990 l'opera fu recuperata, rimessa insieme e data alle stampe. A oggi viene considerata il testamento in cui il grande scrittore austriaco riassunse acutamente la sua disperazione, ma anche i suoi ideali umanistici. (presentazione editoriale)

Frassinelli, 1991, traduttore Marco Zapparoli 

Poi ci fu il crollo, il crollo dell'Austria. Non c'era più niente da fare. Non ci si poteva più fidare ad andare per le strade. Ovunque avevan luogo dimostrazioni. Mancava la luce. Clarissa pensò: mio padre! Andò a trovarlo. Era diventato vecchio. Non lo riconosceva più: vestiva abiti civili. "Quei pezzenti. E' uno scandalo. Io sono rimasto fedele all'Imperatore". Ma a lei tutto questo era indifferente: cos'era mai per lei, l'imperatore? Da tempo non pensava più a queste cose. Pensava invece che avrebbe dovuto scrivere una lettera a Léonard. Scrivergli? Dirgli tutto? Spiegargli ogni cosa? Aveva continuato a rinviare quel momento. Per tre, quattro anni aveva represso quel desiderio, lo aveva sempre accantonato. Ma adesso occorreva fargli sapere la sua decisione. Lui le avrebbe creduto. Ma l'avrebbe anche compresa? 
Giorno dopo giorno, proseguiva con il suo lavoro. Il dottor Silberstein ne era contento. Che può mai accaderci? Sopravviveremo, soltanto questo è importante. Abbiamo ciascuno il proprio figlio. Abbiamo i nostri ragazzi. Che può mai interessarci di quel che accade in politica? Che cosa sono mai l'imperatore e il Reich - cerchiamo di considerare tutto in prospettiva storica, come se fosse accaduto mille anni fa. Noi ci siamo salvati, anche se questa è la vittoria degli altri. Ma noi siamo salvi. Anche il bambino. Vale davvero il detto: 'Che i morti seppelliscano i morti'. 
"Che cosa ne facciamo del patriottismo: o si costruirà l'Europa, oppure tutto è perduto. Solamente se non se ne farà nulla avremo davvero perso la guerra".

sabato 7 giugno 2025

In difesa di Maria Antonietta


Stefan Zweig
Maria Antonietta Una vita involontariamente eroica (1932)
traduttrice Lavinia Mazzucchetti 

Introduzione

Scrivere la storia della regina Maria Antonietta vuol dire riprendere un processo più che secolare, nel quale accusatori e difensori polemizzano con la maggiore asprezza. Il tono appassionato della discussione risale agli accusatori. Per colpire la monarchia, la rivoluzione fu costretta ad attaccare la regina, e nella regina la donna. Ma è raro che veridicità e politica dormano nello stesso letto, e là dove una figura è tracciata a fini demagogici non ci potrà aspettare molta giustizia dai facili servitori dell'opinione pubblica. Nessun mezzo, nessuna calunnia vennero risparmiati contro Maria Antonietta, pur di trascinarla alla ghigliottina; in giornali, in libelli, in libri, venne attribuito senza scrupolo alla louve autrichienne ogni sorta di perversità; persino nella casa stessa della giustizia, nell'aula del tribunale, l'accusatore pubblico paragonò pateticamente la "vedova Capeto" alle più celebri peccatrici della storia, a Messalina, ad Agrippina, a Fredegonda. tanto più intensa fu poi la reazione quando nel 1815 un Borbone tornò a salire sul trono francese: per adulare la dinastia si dipinse con i colori più teneri l'immagine demoniaca della sovrana: non vi è ritratto di Maria Antonietta di quest’epoca senza le volute dell’incenso e l’aureola dei santi. Gli inni si susseguono agli inni, l’illibatissima virtù di Maria Antonietta viene difesa con tenacia, si esaltano in versi e in prosa il suo spirito di sacrificio, la sua bontà, il suo eroismo; ampi veli aneddotici bagnati di abbondanti lacrime e intessuti per lo più da mani aristocratiche ravvolgono il trasfigurato sembiante della «regina martire».

La verità psicologica sta, come il più delle volte, nel mnezzo. Maria Antonietta non fu né la grande santa dell'idea monarchica, né la grande bagascia della rivoluzione, bensì un carattere medio, in fondo una donna comune, non troppo intelligente, non troppo stolta, né fuoco né ghiaccio, senza energie speciali per il bene e senza la minima volontà al male, la donna media di ieri, di oggi e di domani, senza tendenze e genialità eccezionali, senza volontà di eroismi e perciò appunto apparentemente inadatta a divenire oggetto di una tragedia. Ma la storia, questo divino demiurgo, non ha bisogno di una protagonista dal carattere eroico per creare un dramma commovente. La tensione tragica non risulta soltanto dalla statura eccezionale di un personaggio ma sempre dalla sproporzione fra un individuo e il suo destino. La tensione tragica non risulta soltanto dalla statura eccezionale di una figura, ma sempre dalla sproporzione fra un individuo e il suo destino. Questa può attuarsi drammaticamente quando un uomo strapotente, un eroe, un genio viene a lottare con l’ambiente troppo angusto, troppo ostile alla missione in lui innata – così Napoleone che soffoca nel campo chiuso di Sant’Elena, o Beethoven imprigionato nella sua sordità –; si ripete insomma, ovunque, una grande personalità non trovi la propria misura e la propria possibilità di espandersi. Ma la tragedia nasce anche quando la natura normale, anzi piuttosto debole, si incontra con un destino inaudito, con responsabilità personali che la opprimono e la schiacciano, e questa forma di tragedia mi sembra talvolta essere la più umana e commovente. Poiché nell’uomo straordinario è inconscia la ricerca di una sorte straordinaria; alla sua natura eccezionale è conforme il vivere eroicamente, ovvero, per adoperare la parola di Nietzsche, «pericolosamente»: essa, per l’innata violenza delle sue esigenze, sfida il mondo violentemente. Il carattere geniale non è dunque in ultima analisi del tutto innocente del suo soffrire, poiché la missione che è in lui latente ha sete mistica di una prova del fuoco per prodigare la sua forza estrema; come la tempesta sorregge il gabbiano, così il suo destino violento lo sostiene e lo trascina sempre più forte e più alto. Il carattere mediocre invece è per natura incline a forme pacifiche di vita: non esige, non richiede forti tensioni; vorrebbe soltanto vivere tranquillo e nell’ombra, nella bonaccia, nelle zone temperate della sorte; e perciò resiste, perciò s’angoscia, perciò fugge appena una mano invisibile lo sospinge nel tumulto. Non vuole responsabilità storiche universali, al contrario, ne ha terrore, non cerca di patire, ma vi è costretto; dall’esterno, non dall’interno è portato a essere più grande della sua vera misura. Questo patire del non-eroe, dell’uomo mediocre, io lo considero, appunto perché privo di un senso evidente, non più trascurabile che la patetica sofferenza di un vero eroe, e forse ancor più commovente, poiché l’individuo normale deve vivere solo la propria sorte senza avere, come l’artista, la saldezza e la beatitudine di trasformare il proprio tormento in un’opera di forma duratura.

Ma talvolta un simile individuo di medio valore è in grado di frangere le dure zolle del proprio destino, di ergersi violentemente con la propria energia al di sopra della sua stessa mediocrità: di questo la vita di Maria Antonietta è forse il più luminoso esempio storico. Per i primi trent’anni, nei trentotto della sua esistenza, questa donna percorre una via insignificante, seppure in una sfera inconsueta; mai supera nel bene o nel male la misura mediana, anima tiepida, carattere mediocre e, dal punto di vista storico, da principio soltanto personaggio di comparsa. Se la Rivoluzione non fosse scoppiata nel suo mondo sereno e spensierato, questa figlia d’Asburgo avrebbe tranquillamente continuato a vivere come cento milioni di donne di tutti i tempi: avrebbe ballato, chiacchierato, amato, riso, fatto del lusso, delle visite, elargito elemosine, avrebbe messo al mondo dei figli, e si sarebbe alla fine distesa tranquillamente nel suo letto per morire prima di avere partecipato comunque allo spirito del suo tempo. Le avrebbero, perché regina, eretto un solenne catafalco, dedicato il lutto di corte, ma poi sarebbe svanita dalla memoria dell’umanità, al pari di tutte le innumerevoli altre principesse, le Marie Adelaide e Adelaide Marie, le Anne Caterine e Caterine Anne, i cui epitaffi dormono, non letti, nelle fredde pagine dell’almanacco di Gotha. Mai uomo alcuno avrebbe sentito il desiderio d’interrogare la sua anima spenta, nessuno avrebbe saputo chi fosse in realtà; non solo, ma – e questo è l’essenziale – lei medesima, Maria Antonietta, regina di Francia, senza le prove della sorte, mai avrebbe appreso e saputo la sua vera grandezza. Poiché fa parte della felicità o infelicità dell’uomo mediocre il non sentire bisogno alcuno di misurare se stesso, il non provare la curiosità del proprio io prima che giunga il destino a interrogarlo. L’uomo mediocre lascia dormire inutilizzate le sue possibilità, lascia atrofizzarsi le sue doti, allentarsi le forze, come muscoli che non vengano adoperati finché la necessità non li tende a difesa. Un carattere mediocre vuole la costrizione a uscire da se stesso per divenire tutto ciò che potrebbe e, forse, al di là di quanto egli stesso presagiva: il destino non ha perciò altra sferza che la sventura. Come talvolta un artista, per dar prova delle proprie energie creative, cerca di proposito un soggetto esteriormente modesto invece di uno patetico e universale, così di tanto in tanto il destino cerca un eroe insignificante per dimostrare come anche da una materia scadente possa svilupparsi la più alta tensione, da un’anima debole e mal disposta una grandiosa tragedia. E una simile tragedia, una tra le più belle di questo eroismo involontario, ha nome Maria Antonietta.

Con quale arte, infatti, con quale varietà fantastica di episodi, con che inaudite dimensioni la storia sa qui inserire una creatura mediocre entro il suo dramma; con quanta abilità armonizza i contrasti attorno alla poco interessante figura centrale! Dapprima, con astuzia diabolica, la vizia indulgente; assegna alla bambina come dimora una corte imperiale, impone all’adolescente una corona, concede prodigalmente alla giovane sposa i doni della grazia e della ricchezza; per di più le fa dono d’un cuore leggero, che non chiede il prezzo e il valore di questi regali. Per anni va viziando, accarezzando un cuore irriflessivo e imprudente, finché perde l’equilibrio e si fa sempre più spensierato. Ma quanto più è rapido e facile il destino di questa donna nella sua ascesa fino alle vette estreme della felicità, tanto più raffinatamente crudele nella sua lentezza sarà la caduta. È un dramma che ci offre faccia a faccia i contrasti estremi con brutalità da melodramma: da una dinastia secolare a un orrido carcere, dal trono al patibolo, dalla berlina tutta dorature e cristalli alla carretta dei condannati, dal lusso alle privazioni, dalle simpatie universali all’odio, dal trionfo alla calunnia; sempre più giù, sempre più inesorabilmente, sino all’estremo abisso. E questa piccola donna, colta all’improvviso fra gli agi della vita viziata, questo cuore inesperto, non arriva a comprendere ciò che la forza ignota chiede e impone: sente soltanto l’aspra mano che stringe, l’artiglio rovente che s’infigge nelle carni martoriate; la creatura ignara, non avvezza e non propensa al dolore, ne rifugge, non vuole, geme, cerca di fuggire… Ma con l’inesorabilità di un artista, che non desiste prima di aver strappato alla sua materia la tensione estrema, l’ultima possibilità, la mano esperta della sventura non rinuncia a Maria Antonietta prima di averne martellata l’anima debole e molle sino a darle forza e saldezza, finché non ha tratto da lei, con plastica evidenza, tutta la grandezza dei genitori, degli avi e degli antenati che in essa dormiva sepolta. Finalmente, quasi sussultando a un tratto nel suo tormento, la sventurata, che mai se n’era resa conto, avverte la propria trasfigurazione, mentre la sua potenza esteriore tramonta, comprende che in lei avviene qualcosa di nuovo e di grande che senza quelle sciagure mai sarebbe stato possibile. «C’est dans le malheur qu’on sent d’avantage ce qu’on est», queste parole un po’ orgogliose e un po’ sgomente le sgorgano a un tratto dalla bocca stupita: la coglie il presagio che appunto, in nome di quel dolore, la sua mediocre esistenza vivrà quale esempio ai posteri e, in tale coscienza di una responsabilità più alta, si sublima il suo carattere. Poco prima che la spoglia mortale s’infranga, l’opera d’arte è perfetta e imperitura, perché appunto nell’ultima, nella suprema sua ora, Maria Antonietta raggiunge finalmente tragiche proporzioni e si fa grande al pari del suo destino.





domenica 4 settembre 2016

Zweig in Russia




Stefan Zweig
Russia fine anni Venti
L’immensa pazienza di un popolo
Per lo scrittore in viaggio nell’Urss la capacità del Paese di resistere a guerre e calamità è il vero pilastro nell’architettura sociale 

Il Sole 24ore, Domenica 4 settembre 2016

Negoreloe, prima terra russa. Sera tardi. Già così buio che la celebre stazione rossa con la scritta “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” non si riesce più a scorgere. Ma pur con tutta la migliore volontà non riesco nemmeno a vedere le Guardie Rosse armate ferocemente fino ai denti rappresentate in maniera tanto pittoresca e demoniaca dai viaggiatori affabulatori che ci hanno preceduto: soltanto un paio in uniforme dall’aria ragionevole e molto affabile, senza fucile né armi luccicanti. La sala di legno della frontiera è come tutte le altre, ma dalle pareti, invece dei sovrani, ti guardano i ritratti di Lenin, Engels, Marx e di qualche altro leader. Il controllo è preciso, accurato, rapido e molto cordiale; già dai primi passi in terra russa si percepisce quante menzogne ed esagerazioni ci siano ancora da abbattere. Non accade niente in maniera rigida, severa e militaresca più che in altre frontiere; senza altri passaggi, ci si trova all’improvviso in un nuovo mondo. È proprio vero, la prima impressione s’imprime immediatamente, una di quelle prime impressioni che così spesso avvolgono una situazione nota ma che solo più tardi riconosci come premonitrice. In tutto siamo in trenta o quaranta che oggi valicano la frontiera russa; la metà di questi sono passeggeri in transito, giapponesi, cinesi, americani corrono a casa con la ferrovia della Manciuria senza fare soste; quindi restano matematicamente tra le quindici e le venti persone che con questo treno hanno come meta la Russia. È l’unico treno al giorno che da Londra, Parigi, Berlino, Vienna, la Svizzera e il resto dell’Europa ha come destinazione il cuore del Paese, la capitale Mosca. Non si può fare a meno di pensare alle ultime frontiere attraversate, ci si ricorda di quante migliaia e decine di migliaia di individui ogni giorno entrano nei nostri microscopici staterelli, mentre qui, venti persone in tutto stanno per accedere a questo vastissimo impero, un continente. Due o tre arterie della ferrovia che corrono diritte uniscono tutta la Russia con il nostro mondo europeo, e ognuna di queste viaggia a un ritmo lento ed esitante. Ci si ricorda allora dei valichi di frontiera ai tempi della guerra, dove solo una manciata di persone che passava un minuzioso controllo riusciva a varcare la linea invisibile da Stato a Stato, e si comprende istintivamente qualcosa della situazione attuale: la Russia è una fortezza assediata, una zona di guerra economica separata dal nostro mondo, diversamente regolato, da una sorta di barriera continentale simile a quella che Napoleone inflisse all’Inghilterra. Nel momento in cui abbiamo fatto cento passi tra l’entrata e l’uscita di queste due porte, abbiamo valicato un muro invisibile.
Prima ancora che il treno si metta in movimento in direzione di Mosca, un cordiale compagno di viaggio mi ricorda che bisogna spostare l’orologio di un’ora, dal tempo occidentale a quello dell’Europa orientale. Ma quel rapido gesto, quella minuscola rotazione, ce ne accorgeremo presto, è di gran lunga insufficiente. Non appena si giunge in Russia, non si deve soltanto adattare l’ora sul quadrante, bensì tutta la propria percezione di tempo e spazio. All’interno di questa dimensione, infatti, tutto avviene con altri pesi e altre misure. Il tempo, dal confine in poi, subisce un rapido tracollo di valore, così come anche la percezione della distanza. Qui i chilometri si contano in migliaia invece che in centinaia, una gita di dodici ore vale un’escursione, un viaggio di tre giorni e tre notti è relativamente breve. Il tempo qui è una moneta di rame che nessuno risparmia e accumula. Il ritardo di un’ora a un appuntamento è considerato ancora cortese, una conversazione di quattro ore vale una chiacchierata, un discorso pubblico di un’ora e mezzo è una breve dissertazione. Ma già solo dopo ventiquattro ore in Russia, la capacità di adattamento interiore ci ha fatto l’abitudine. Non ci sorprenderà più il fatto che un conoscente di Tbilisi viaggi fino a qui per tre giorni e tre notti per stringere la mano a qualcuno; otto giorni dopo si affronterà con la stessa tranquillità e naturalezza un’inezia di quattordici ore di viaggio in treno solo per fare una certa “visita” e per meditare in tutta serietà se non sia il caso di fare un viaggio nel Caucaso – solamente sei giorni e sei notti.
Il tempo qui ha altri parametri, lo spazio altre proporzioni. Come con i rubli e i copechi, si impara velocemente a fare i conti con questi nuovi valori, si impara ad aspettare e a essere noi stessi in ritardo, a perdere tempo senza lagnarsi, e in questo modo ci si avvicina inconsapevolmente al mistero della storia russa e della sua essenza. Giacché il genio e il pericolo di questo popolo sta prima di tutto nella sua immensa capacità di attesa, nella sua per noi incomprensibile pazienza, che è tanto vasta quanto la terra russa. Questa pazienza è sopravvissuta a ogni epoca, ha sconfitto Napoleone e l’autorità zarista, e anche adesso agisce come il più potente e robusto pilastro nella nuova architettura sociale di questo mondo. Infatti, nessun altro popolo europeo sarebbe stato in grado di sopportare ciò che questo si è abituato da mille anni a subire, e subendo quasi con gioia la propria sorte; cinque anni di guerra, poi due, tre rivoluzioni, sanguinose guerre civili da Nord, da Sud, da Est, da Ovest che si sono abbattute contemporaneamente su ogni città e villaggio; infine, pure la terribile carestia, la carenza di alloggi, il blocco economico, l’espropriazione dei beni – una summa di sofferenza e martirio, di fronte alla quale la nostra sensibilità non può che inchinarsi con deferenza. Tutto ciò la Russia ha potuto tollerarlo soltanto grazie a questa sua eccezionale resistenza nella passività, attraverso il mistero di una capacità di sopportazione illimitata, attraverso un Nitschewo («non fa niente») ironico ed eroico al tempo stesso, e una tenace, muta e profondamente devota pazienza, la sua vera e incomparabile forza.

Questo testo è tratto dall’inedito di Stefan Zweig Viaggio in Russia, esito di un viaggio che l’autore austriaco fece nel 1928. Il libro, a cura di Vittoria Schweizer, è edito da Passigli, Firenze, pagg. 102, € 10 e sarà nelle librerie dall’8 settembre.

https://ilmanifesto.it/stefan-zweig-la-forza-elementare-della-vita/

Negoreloe nel ricordo di Emilio Guarnaschelli (Una piccola pietra, Garzanti, Milano 1982, p. 31
... Arrivai verso le quattro del pomeriggio,ora europea (ore sei, secondo quella orientale russa), passando sotto il grande arco dell'entrata in URSS.. Ci siamo arrestati lì, ed abbiamo stretto la mano al primo soldato rosso, parlo al plurale perché viaggiavo insieme a una delegazione austriaca. Consegna dei passaporti ai soviet e arrivo a Negoreloe (gare frontière). Compagni che ci presero i bagagli e li portarono nel salone della dogana. Nel grande salone rosso vedo scritto in tutte le lingue: "Proletari di tutti i paesi, unitevi!" Ripartiamo alle otto, abbiamo tutti la cuccetta come sui vapori. Samovar a nostra disposizione. 

https://www.youtube.com/watch?v=FuvMaYV8RQE

martedì 17 marzo 2015

Il fascino inquietante di Zweig

Daniele Del Giudice
prefazione alla Novella degli scacchi
Stefan Zweig, Schachnovelle
Traduzione di Simona Martini Vigezzi
© 1943 Bermann-Fischer AB, Stoccolma
© 1982 Garzanti Editore S.p.A.














... troviamo nei diari di Musil la seguente frase: «non si può polemizzare singolarmente contro Emil Ludwig, Stefan Zweig e Feuchtwanger, si cade nel litigio spicciolo; ma tutti e tre assieme, questi sfruttatori dell’emigrazione che proprio da emigrati sono diventati beniamini internazionali mentre buoni scrittori a malapena riescono a salvarsi dallo sfacelo, tutti e tre assieme sono un simbolo mostruoso del nostro tempo».
E se le critiche di Musil o quelle precedenti di Karl Kraus (che peraltro non riguardavano soltanto Zweig ma anche Hofmannsthal e tutto il gruppo della Jung Wien) possono essere attribuite a questioni di casa, c’è un’opinione insospettabile di Carlo Emilio Gadda, che nel ’45 così giudica Zweig per come viene fuori dall’autobiografia Il mondo di ieri: «un trufolone europeo che va in cerca di tutti, è amico e ospite di tutti, è stato a balia con tutti. Con Verhaeren e Toscanini, Rodin ed Hofmannsthal, Busoni e Romain Rolland, Croce e Freud. Croce e Freud: sissignori. Mai una volta che gli venga detto, come mi capita a me tanto spesso, nei momenti di peggio rogna: “questo pavone manco lo voglio conoscere, né lui né la sua rinomea. Vada al diavolo!”. Mai una volta che lui ci lasci supporre d’essersi sparapanzato nella chaise-longue quant’è lunga, sul terrazzo della sua casa castello di Salisburgo borbottando quest’oggi me la ronfo per conto mio. Al fresco. [...] Tutto ciò non gli impedisce di “nutrire degli ideali”. Il più alto, il più generoso, e ad un tempo il più facile, è la comunione delle anime universe nella civiltà della supernazione. Auspicio supremo: la scomparsa dei passaporti».
In realtà Zweig non ha nulla di mostruoso, come voleva Musil, e le sue motivazioni ideali furono un po’ più complesse di come con ironia le ritrae Gadda. Forse fu soltanto uno scrittore minore, certamente un grande minore. Ma che cos’è uno scrittore minore?
Una volta erano gli storici della letteratura a introdurre misure di grandezza, riferite alla crucialità o all’intensità o all’ingombro. Quasi sempre disegnavano un cielo mobile e relativo che altri avrebbero poi ridisegnato mutando le proporzioni tra i corpi. Edmund Wilson giudicò Stevenson un minore della letteratura inglese, e non è facile dargli ragione. Oggi nessuno più distinguerebbe gli scrittori in maggiori e minori, ci atterremmo piuttosto alla celebre distinzione di Barthes tra scrittori e scriventi, e comunque penseremmo che in ogni storia narrata vi è un momento di necessità o di efficacia, e che quei momenti vanno ricercati, e ricordati.
Zweig però visse in un’epoca in cui certe differenze esistevano ancora, e credo che lui sia stato veramente un minore, non soltanto per la disattenzione ai “clienti nuovi” ma per la sua stessa scrittura: brillante, delicata, con un vero fiato narrativo, ma una scrittura in cui manca tutta la zona centrale, da un lato si addensa una miriade di minuzie psicologiche per far quadrare il personaggio, dall’altro punta direttamente alla metafora, all’emblema.
Certe volte sembrerebbe una scrittura “rosa”: ci sono scrittori rosa di storie d’amore e scrittori rosa della spiritualità e delle virtù positive; il limite in entrambi i casi non è il sentimentalismo né il trattare di “affari di cuore” o di “affari del bene”, ma il parlarne come se quei sentimenti fossero per sempre cristallizzati in una loro pura ed inattaccabile interezza, non tenendo conto che l’amore non è più lo stesso dopo Strindberg o dopo Svevo, o che la nostalgia, per esempio quella per un “mondo di ieri” che Zweig narra così netta e adamantina, era stata già lacerata e lavorata con conflittualità ed ironia in modo incomparabile da Musil. Lo scrittore rosa manda avanti il racconto, impiega parole come tormento o incanto o vertigine, sicuro che abbiano in sé una tale forza emotiva da richiamare il lettore a una perfetta complicità. Sicurezza, ecco forse di questo si tratta: non aver dubbi sul tuo lettore, né sul fatto che questi possa mai dubitare di te.

martedì 4 marzo 2014

Restare se stessi, la lezione di Montaigne

Franco Marcoaldi
Coscienza e libertà l’eterna giovinezza del saggio Montaigne
Il pensiero del maestro riletto da Zweig in fuga dal nazismo

la Repubblica, 4 marzo 2014 

È proprio vero: i classici, sotto vesti ogni volta rinnovate, si offrono nelle modalità più diverse alle generazioni di lettori che si succedono nel corso del tempo. Prendete il Montaigne riletto con straordinario acume e passione da Stefan Zweig (Castelvecchi, traduzione di Ilenia Gradante). Il grande scrittore viennese di origine ebraica lo elegge a nume tutelare giusto nel pieno della furia nazista e del conflitto mondiale. Quello e solo quello, sostiene, è il momento giusto per riaprire le pagine degli Essais, perché il parallelo storico con la catastrofe in atto è immediato, evidente. Anche l’adolescente di Bordeaux era circondato dalla morte e dalla bestialità: persone torturate, impalate, bruciate vive. Poi era arrivata la guerra civile francese, e con essa il fanatismo religioso: ogni certezza dissolta, ogni ragionevolezza scomparsa.
Ebbene, di fronte a questo insensato furore, che fa Michel de Montaigne? Si ritira nella sua torre e si concentra su un unico problema: come mantenere intatta, malgrado tutto, la propria dignità e purezza di spirito. «La più grande arte: restare se stessi», scriverà nei Saggi.
Non c’è nulla di roboante o di eroico nel suo pensiero, e tantomeno nella sua azione. Il Nostro corre semmai il rischio di apparire «indeciso e codardo», giacché in un tempo che reclama l’aut aut, lui fa di tutto per mimetizzarsi con discrezione. Epperò l’onestà e la forza con cui difende la propria essence, quella “cittadella” di cui parlava Goethe, è, agli occhi di Zweig, «la lotta più consapevole e tenace che l’uomo abbia mai condotto ». Utilizzando formule novecentesche, potremmo dire che Montaigne è agli antipodi dell’intellettuale engagé. Quello schema concettuale è ribaltato. Non si tratta di liberare l’umanità liberando di conseguenza i singoli individui, ma al contrario di invitare ciascuno a salvaguardare la propria libertà interiore: sarà questo il volano migliore per una socialità improntata finalmente alla tolleranza, all’equilibrio, alla decenza. D’altronde Montaigne è troppo scettico, e anche troppo “egoista”, per accollarsi compiti superiori alle sue forze. Si prefigge così un unico obiettivo: «Vivere la propria vita, invece di una vita qualsiasi». Solo che questo obiettivo - a ben vedere - è di portata incomparabile: perché «conservando e descrivendo se stesso», Montaigne «conservò a sua volta l’uomo in nuce, l’uomo nudo e atemporale. E mentre tutto il resto, i trattati teologici e le digressioni filosofiche del suo secolo ci sembrano estranei e obsoleti, lui è un nostro contemporaneo, l’uomo di oggi e di sempre, e la sua battaglia è la più attuale sulla terra».
Questo scriveva Stefan Zweig negli anni del ferro e del fuoco. Oggi le condizioni, quantomeno nella nostra bistrattata Europa, sono radicalmente mutate. Ovviamente in meglio: sarebbe bene non dimenticarselo mai. Eppure la parola di Montaigne non ha perso una briciola del suo valore, anzi. Se Dio vuole non ci circonda più il frastuono delle armi, ma soltanto quello delle parole. Non trionfano più le tirannie delle Chiese e degli Stati, ma la Doxa. Eppure è altrettanto difficile sottrarsi al conformismo, non aderire alla servitù volontaria delle coscienze indotta dalla caciara di un sistema mediatico onnipervasivo. Per questo Montaigne rimane il faro di sempre. Perché è il guardiano della nostra intimità, oggi particolarmente a rischio, e perché non propone ricette precotte, rifugge dalle ideologie e non inneggia a nessuna escatologia salvifica. Solo una cosa ci chiede: di tenere gli occhi aperti, di non essere animati da pregiudizi e di confidare nella ragione critica. Senza farsi tentare dalle sirene del potere, del denaro, di un’ambizione smaniosa, smodata; e senza farsi affliggere dalle difficoltà del mondo esterno, che hanno comunque un valore relativo, perché «l’uomo saggio non ha niente da perdere».
Giustamente Stefan Zweig ricorda che in questa inesausta ricerca di sé, Montaigne non assume mai le parti del misantropo o dell’anacoreta. Al contrario, è un uomo che ama la convivialità, i viaggi, le donne, le discussioni cordiali, la vita buona e bella. La sua curiosità verso l’altro è infinita, la lotta contro ogni fanatismo irriducibile. Montaigne è sempre disposto a “prestarsi”, mai “a darsi per intero”. Vuole e riesce a mantenere la giusta distanza, nella convinzione che “la cittadella” debba restare inaccessibile. «Perché solo chi rimane libero, contro tutto e contro tutti», chiosa ancora Zweig, «incrementa e protegge la libertà sulla terra».
L’unica bussola a cui affidarsi, dunque, resta la coscienza individuale: valeva nella Francia del ‘500 e vale ancor oggi.