Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vita. Mostra tutti i post

giovedì 27 agosto 2026

La vicenda di Pavese


Matteo Marchesini

Facebook

27 AGOSTO. La vicenda di Pavese si potrebbe riassumere in una parabola alla Saba, una 'scorciatoia' giocata sui modi in cui lo scrittore prova a fare della letteratura un guscio, un rifugio, una tana, per usare i termini della "Casa in collina". Immaginate un giovane che tenta di trasfigurare le sue sconfitte esistenziali nel lavoro poetico - uno studente che vuole, fortissimamente vuole essere scrittore. Capita a tanti. Ma quasi tutti scrittori non sono, e a un certo punto devono (dovevano allora) prenderne atto. Lui invece non solo vuole esserlo ma lo è davvero, ne ha il talento. Il meglio che può capitare, verrebbe da dire. Invece è un destino diabolico. Perché gli altri, abbandonate le velleità, sono costretti ad affrontare le sconfitte, a imparare il mestiere di viverle e di superarle, mentre lo scrittore si illude di poter rimandare i conti: diventa solo formalmente adulto, e intanto continua a credere che un giorno i trionfi letterari gli permetteranno di riconquistare il mondo non letterario da cui si sente escluso. Ma poi, quando i trionfi arrivano, scopre l’ovvietà che tutti sanno e che anche lui sapeva, però in astratto: la riconosciuta maturità artistica non porta con sé la maturità tout court. Così, ecco le ultime parole: “Non scriverò più”. L’artificio estetico nel quale ci si è murati non risarcisce nulla, e ormai non “serve”: allora la vita si spoglia della letteratura, e di sé stessa. E’ la grande illusione, ed è anche la verità dolorosa della poesia di Pavese. "La casa in collina", trasferendo in altra forma e in altro tempo il nucleo del più rudimentale "Carcere", ci offre la figura più attendibile di questa inadattabilità alla vita che sta al cuore dell’opera pavesiana. Ma manca una cosa: la letteratura come tema, appunto. E’ interessante notare che Stefano è un ingegnere, e Corrado un professore di scienze. Lo scarto dalla propria biografia dà a Pavese la possibilità di rappresentare un proprio simile, cioè un intellettuale, e al tempo stesso lo libera dal problema di descrivere la vita letteraria, così difficile da rendere in termini non farraginosi. Ma viene da chiedersi se lo scrittore non avrebbe toccato una verità più profonda accettando la sfida di trattarla come un fatto tra gli altri fatti che definiscono il suo mondo, cioè superando la superstizione di una secchezza, di una sprezzatura 'americana' nel cui quadro la rappresentazione realistica dei pensieri di un letterato diventa automaticamente sospetta di intellettualismo. Non è forse perché Pavese ha relegato il discorso sulla letteratura, al quale riconduce tante sue ansie esistenziali, nelle pagine dei saggi e dei diari, che così spesso nei suoi romanzi la letteratura si vendica costringendolo a un seppur controllatissimo bellettrismo? Cosa sarebbe accaduto, nel destino dello scrittore e dell’uomo, se la materia del "Mestiere di vivere" fosse stata filtrata in racconto, e Pavese avesse affrontato in forma narrativa il tema dello scrittore come adolescente?




domenica 28 giugno 2026

Spinoza e oltre

Massimo Recalcati
La lezione di libertà di Spinoza
la Repubblica, 14 dicembre 2025

Il talento del professore Gilles Deleuze è ineguagliabile. Ne è una ulteriore dimostrazione davvero esemplare il corso del 1980-81 dedicato a Spinoza, ora disponibile nella sua trascrizione fedele per i tipi di Einaudi. La parola orale si distingue da quella scritta perché è preda di momenti di ispirazione, di lampi, di ripetizioni che mentre esercitano una funzione didattica di trasmissione contengono sempre, in modo sorprendente, qualcosa di nuovo. È il talento che caratterizza ogni vero maestro. “Se non si è ripetuto abbastanza, afferma Deleuze, non si può essere ispirati”. Ma soprattutto questo corso fornisce una prova ennesima che Spinoza non è un filosofo tra gli altri ai quali Deleuze si è dedicato (Leibniz, Hume, Kant, Nietzsche, Bergson, ecc.), ma costituisce la matrice fondamentale del suo stesso pensiero, che per certi versi può essere considerato come un vero e proprio “ritorno a Spinoza”. In particolare, Deleuze si sofferma sul nesso che unisce ontologia e etica. L’ontologia spinoziana è una ontologia che non rinuncia a pensare Dio sebbene operi una sua radicale immanentizzazione. È quello che è stato descritto come il suo panteismo di fondo: Dio non è un ente teologico al di là del mondo, ma si manifesta nel mondo in quanto ogni ente è un modo d’essere di Dio. Tutte le cose che esistono si convertono nell’Uno-tutto (en Panta). L’accusa di immanentismo è stata di conseguenza l’accusa maggiore rivoltagli dai suoi nemici, che ha determinato la condanna della sua filosofia come eretica. Una delle proposizioni centrali dell’Etica afferma, infatti, che esiste una sola sostanza unica e infinita che determina tutte le creature come modi della sua stessa esistenza. La rivoluzione concettuale spinoziana consiste nell’aver messo in rilievo l’univocità dell’Essere: tutti gli enti finiti sarebbero la manifestazione dell’infinito. Secondo Deleuze, Spinoza mette così in forma la “filosofia più antigerarchica che sia mai stata realizzata”: la pietra, lo stolto, l’uomo ragionevole, l’animale e l’erba si equivalgono dal punto di vista ontologico. Se, infatti, l’Essere è univoco, se gli enti sono una maniera dell’Essere - modi dell’Essere -, allora il piano di immanenza è il luogo dove l’Essere si realizza pienamente in ogni suo singolo modo. Ma quale etica può derivare da questa ontologia che esalta l’eguaglianza di tutte le cose? Se tutto è Dio cosa, per esempio, può spiegare la presenza della disgrazia, della cattiveria o del male? Lo sforzo primario di Spinoza è quello di liberare la filosofia da ogni giudizio morale. In questo egli anticipa Nietzsche: non bisogna dare consistenza ontologica ai valori del bene e del male. Si tratta invece di distinguere rigorosamente l’etica dalla morale come sistema di giudizio. Se la morale si fonda sulla distinzione e sulla opposizione a priori del “bene” e del “male”, l’etica è piuttosto l’arte che distingue il “buono” dal “cattivo”. Essa ha come sola finalità quella di potenziare la vita. Mentre la morale fa riferimento all’essenza umana che si realizzerebbe compiutamente solo agendo in maniera razionale, l’etica non presuppone alcuna essenza, ma solo l’esistenza e la sua capacità singolare di vita. Se la morale si istituisce sul giudizio, l’etica implica invece un interrogativo su ciò di cui siamo capaci. Se il moralista definisce l’uomo attraverso la sua capacità di adeguarsi a valori che gli pre-esistono, l’etica si interroga sulla capacità dell’uomo di realizzare la sua potenza. L’uomo, infatti, non è un essere piegato moralisticamente all’imperativo morale del dovere, ma una potenza in atto. Quando allora c’è disgrazia, cattiveria, male? Quando l’essere umano diverge dalla sua potenza, quando non vi aderisce pienamente. L’impotente o lo schiavo, secondo Spinoza, sono coloro che hanno passioni tristi perché non accolgono la loro potenza. In questo senso i tiranni o gli uomini religiosi hanno sempre bisogno di coltivare la tristezza dei loro sudditi. La tristezza è, infatti, l’affetto che più di ogni altro mostra il disaccordo tra la vita e la sua potenza. Ma perché allora, si chiede Spinoza ben prima di Freud, le persone possono combattere per la propria schiavitù? L’etica si occupa proprio di questo: come non avvelenare la propria vita ma renderla più adeguata alla sua potenza? Come emanciparla della tristezza (diminuzione della potenza) e renderla invece capace di gioia (accrescimento della potenza)? Lo Spinoza di Deleuze non può non notare che gli esseri umani tendono costantemente a scegliere l’arsenico piuttosto che un cibo buono. Per questa ragione il suo materialismo etico spinge la vita a darsi gioia evitando tutto ciò che genera dipendenza e tristezza. È questo il fondamento ultimo della sua etica: quello che allarga la vita è buono mentre quello che ne restringe la potenza affermativa è cattivo. Non perdete tempo a criticare quelli che non vi piacciono, ammonisce lo spinoziano Deleuze, ma dedicatevi solo a quelli che vi piacciono. Tenetevi lontani da ogni forma di intossicazione che possa ridurre la vostra potenza. Mentre la morale distingue vizio da virtù e pensa alla virtù come negazione ascetica del vizio, si tratta invece di distinguere il rapporto che alimenta la potenza da quello che invece la diminuisce. Ma la potenza non va confusa con una forma di potere. Mentre il potere limita la potenza, la potenza trascende il potere. Mentre il potere realizza chiusi rapporti di sottomissione, la potenza si realizza nell’apertura della gioia. In questo senso essa è il “vero contrario della morte”. Quella che Spinoza chiamerà “beatitudine” non è altro che “il pieno possesso della potenza”. È quello che rende davvero liberi. Diversamente, l’uomo diviene schiavo quando rinuncia alla propria potenza per perseguire il potere, esercitandolo o sottomettendovisi. Ma il potere non genera potenza ma solo tristezza. “Bisognerebbe fare dell’importanza – afferma Deleuze – un criterio di esistenza. Che cos’è che le persone ritengono importante nelle loro vite? Parlare alla radio? Godere di buona salute?”. Quello che è davvero “il più importante” è rendere conforme la propria esistenza alla propria potenza, è riuscire ad esprimere – “fare essere” – nella propria esistenza la potenza che sono. Una vita felice è una vita che ha fatto tutto quello che poteva. L’eternità non ha altro significato che questo: non significa impedire la morte – non è l’immortalità –, ma realizzare pienamente la propria potenza. Il giudizio etico, diversamente da quello morale, concerne solo l’esistenza rispetto a sé medesima: “a giudicarvi è la natura delle vostre tristezze e delle vostre gioie”. Il soggetto che si perde nell’odio e nella tristezza costruisce il peggior modo di esistenza perché diminuisce la sua potenza. Non si tratta dunque di giudizio morale ma di “sperimentare” la propria potenza: “quale è il tuo suono?”, si chiede Deleuze. Insomma, come vivi? Nell’ordine della realizzazione gioiosa della tua potenza o in quello della sua triste e risentita diminuzione?

domenica 21 giugno 2026

Scrittrici anglosassoni a Firenze

Margherita Ghilardi
Constance Fenimore Wilson e Vernon Lee, scrittrici diverse a Firenze

il manifesto Alias, 21 giugno 2026

Sembra proprio che non si conoscessero. È strano, perché negli anni in cui vissero a Firenze, prima di spostarsi su colline agli estremi opposti della città, abitarono vicine, una passeggiata di un quarto d’ora sui Lungarni. Poco distante, in un albergo affacciato sul fiume, alloggiava un noto scrittore la cui amicizia ebbe un singolare riverbero sulla vita di entrambe. È anche vero però che Constance Fenimore Woolson e Violet Paget, in arte Vernon Lee, non avrebbero potuto essere più diverse. Né ad allontanarle era solo il divario dell’età.

Nata in New Hampshire nel 1840 da una vecchia famiglia americana, un prozio era l’autore dell’Ultimo dei Mohicani, cresciuta tra infiniti lutti e continui spostamenti verso ovest, Woolson arriva in Europa nel 1879, quando è già un’autrice apprezzata di racconti di frontiera e ha appena concluso la stesura di Anne (1880), il romanzo che le darà il successo. Rifugge la mondanità fiorentina, oltre che dedicarsi alla scrittura ama spingersi in lunghe passeggiate solitarie.

È timida, riservata, malinconica; determinata tuttavia e indipendente. Ci sente poco da un orecchio. Appartiene invece a un ambiente cosmopolita l’esuberante, loquace, trasgressiva Vernon Lee, nata a Boulougne-sur-Mer nel 1856 da genitori britannici ma espatriati, stravaganti e colti. Dopo molto girovagare tra Francia, Germania, Svizzera, Italia la famiglia nel 1873 si stabilisce a Firenze, dove la loro casa, non ancora la famosa villa del Palmerino, diventa un crocevia per artisti e intellettuali del vecchio e nuovo mondo. Nel 1880, quando esordisce, è soprattutto una saggista: la attraggono le fiabe, la musica del Settecento, il rinascimento italiano. I suoi interessi innervano le fantasiose ghost stories che firmerà cominciando dal fortunato Hauntings (1890).

Ad avvicinare le due terribili signorine, modelli diversi ma ugualmente icastici di scrittrice e di new woman, ci provano Giovanna Mochi e Benedetta Bini, affiancandone due racconti in un volumetto impeccabilmente curato per Marsilio, intitolato Miss Grief, Lady Tal e corredato dall’esplicativo sottotitolo Due donne, due scrittrici, due storie («Letteratura universale», pp. 151, € 16,00). Composto da Woolson alla fine del 1879, qualche mese prima di arrivare a Firenze, pubblicato in rivista nel maggio 1880 e mai riproposto in una sua raccolta, Miss Grief è apparso in una prima traduzione italiana da Sellerio nel 2002; inedito da noi anche se scritto in Italia, Lady Tal uscì originariamente in apertura di Vanitas. Polite stories, trittico licenziato da Lee nel 1892.

Al di là della comune benché discorde ambientazione italiana (una Roma astratta in Woolson e una realistica Venezia in Lee), annoda i due testi l’analoga coppia di protagonisti: l’aspirante scrittrice e il famoso scrittore sollecitato a diventarne il mentore o il maestro. In Miss Grief lo scrittore, privo di un nome ma incaricato di condurre la narrazione in prima persona, è «un costruttore di teorie» orgoglioso della sua «piccola fama» e della «grana finissima» del proprio «gusto letterario». Il Jervase Marion di Lady Tal si riconosce più perfidamente governato dal «demone dello studio psicologico» e dall’«alta missione di ficcare il naso nell’anima» degli altri. Le due curatrici li presumono ispirati entrambi a Henry James. Ovverosia al noto scrittore che alloggiava in un albergo sull’Arno.

L’ipotesi è suggestiva e molto probabilmente azzeccata; alcuni dettagli della trama lasciano addirittura supporre che Lee abbia composto Lady Tal pensando a Miss Grief, quasi fosse la risposta in un dialogo segreto o il secondo pannello di un dittico. Appare vistoso il richiamo dei ghirigori astrali da cui è trapunto Lady Tal – «il candido tappeto formato dal chiarore della luna» o l’«antico disegno persiano» ricamato dai «raggi della luna» – alla «figura» che in Miss Grief risulta impossibile estrarre dalla «fitta trama di un tappeto».

Né si tratta di un’immagine inerte, impigliatasi per caso nella memoria, se è anzi così potente che nel 1896, due anni dopo la morte di Woolson, proprio l’amico James gliela ruberà per cucirla al centro di uno dei suoi racconti più famosi, appunto La figura nel tappeto. Il narratore di Miss Grief la inventa a proposito di un personaggio del dramma che la scrittrice ha sottoposto alla sua lettura, un personaggio disarmonico secondo lui, però malgrado ogni suo tentativo inestricabile dall’insieme: «sfilacciai il tutto, e la storia non era più buona e non era più di Aaronna. Era fiacca, ed era mia».

Lo scrittore, prima risoluto a sfuggire colei che teme voglia vendergli «un vecchio merletto» e ostinato poi a correggere quel «dramma testardo» per farlo pubblicare, cede in explicit al giudizio ferreo della scrittrice: «Lei aveva il successo – ma la grande forza l’avevo io. Non è forse vero? Lo dica!».

La postura paternalistica, il narcisistico impegno profuso nel modificare l’opera femminile per adattarla a un maschile orizzonte mentale sono analoghi nei due racconti e certo ne rappresentano il comune snodo tematico; ciò non toglie che il loro legame si chiuda qui. Quasi tutto ambientato in interno, così come del tutto interiore appare la sua atmosfera espressiva, il racconto di Woolson adotta uno stile piano, dimesso, monocorde, benché lo infiammino a tratti sotterranee accensioni. La tavolozza predilige tonalità spente e polverose, scolorite come l’abito indossato da Aaronna: umile solo in apparenza, se benché mai pubblicata si sente fiera di quel lavoro a cui «il maestro» dovrà riconoscere il segno del «genio».

È la drammatica dissonanza nella vita delle donne tra capacità e successo che Woolson intende raccontare. Quando compose Miss Grief non conosceva ancora Henry James, lo incontrerà pochi mesi dopo a Firenze diventandone per sempre un’amica vera; da tempo ammirava profondamente il suo lavoro, lui dirà più tardi che era l’unica persona capace di comprenderlo. Amava allora in particolare Daisy Miller.

Respira un’aria diversa Lady Tal, si colloca a una diversa temperatura espressiva. Lee sceglie per il suo racconto un’atmosfera piena di colore e molto high society; adotta il registro brillante, un timbro spesso terribilmente comico quando non sarcastico. La «frivola» protagonista è un’aristocratica decisa a comporre un romanzo: riesce perfino a vederlo stampato grazie al pur riluttante Jervase Marion che lo riscrive di sana pianta. Se l’intenzione è morale, né le armi né tantomeno il bersaglio di Lee appaiono gli stessi di Woolson.

Per mettere alla berlina il mondo in cui vive, Lee disegna con il suo Marion una caricatura piuttosto eloquente di James, imitandone anche lo stile. Incoraggiata da un atteggiamento che le sembrava «paterno», nel 1884, poco dopo averlo conosciuto a Londra, gli aveva dedicato il suo primo romanzo, Miss Brown: all’epoca James aveva represso il proprio disappunto, ma questa volta non la perdonerà, troncando ogni loro frequentazione.

Eppure, proprio a quella frequentazione Henry James doveva l’idea del Carteggio Aspern, nato da un aneddoto ascoltato in casa Paget nel 1887. Quel libro magicamente unisce nella biografia del «Maestro» le due signorine che non si incontrarono mai, se James lo scrisse durante le settimane in cui fu ospite di Woolson a Bellosguardo. Inutile cercarle insieme dentro la sua opera, dove certo, per quanto la definisse «stupefacente», non avrebbe potuto trovare posto una ragazza irriverente come Lee.

Molto offre invece di sé l’«intensa» Woolson alla Isabel Archer di Ritratto di signora o alla protagonista senza nome dell’Altare dei morti. Gli occhi rapaci di James, così «privi di espressione» da sembrare «biglie» a una giovane Virginia Woolf, non sapranno arrendersi nemmeno davanti al suicidio di Woolson, saltata giù dalla finestra di un palazzo veneziano, se nel riordinare le sue carte la deprederà del progetto di un racconto divenuto La belva nella giungla. Con una scelta eloquente, lei aveva espresso la volontà di essere sepolta come Daisy Miller nel cimitero acattolico di Roma. Difficilmente in quel giorno di gennaio, malgrado facesse bel tempo, il clima le avrà concesso «i rigogliosi fiori primaverili» che la terra dona invece all’altrettanto intrepida eroina jamesiana.

martedì 16 giugno 2026

La fortuna di Tolkien in Italia

Quirino Principe
Note sulla vicenda editoriale di Tolkien in Italia

endore.it
La rivista della Terra di Mezzo

L’avvento di Tolkien in Italia è una storia da narrarsi in breve, tutt’altro che complicata per ciò che riguarda i fatti puri e semplici. È molto intricata, e richiederebbe un discorso lungo e analitico, se la poniamo in relazione con le controversie ideologiche degli anni Settanta e Ottanta, e con gli indecorosi tentativi di strumentalizzazione che sono stati messi in atto di recente da varie parti. Per fortuna mia e dei lettori, ho il compito di parlare soltanto del primo aspetto, anche se non giuro di non sfiorare mai il secondo. Il caso, che mi è stato benevolo, ha voluto che la vicenda editoriale di John Ronald Reuel Tolkien in Italia sia in gran parte legata al mio lavoro. Era, credo, il 1964 quando mi fu noto per la prima volta il nome dello scrittore anglo-sudafricano, e non per The Lord of the Rings bensì grazie a una citazione che fuggevolmente, in un libro sulle poetiche della fiaba, chiamava in causa Tree and Leaf. Dell’opera maggiore udii parlare Elémire Zolla nel 1968. Ne fui molto incuriosito, e decisi che avrei letto The Lord of the Rings non appena fosse possibile. Nessun presentimento, allora, di ciò che avrebbe riempito la mia esistenza per anni. Nel 1969 ero impegnato part time alla Garzanti, come redattore di dizionari e di enciclopedie nella sezione “Grandi Opere” diretta da Giorgio Cusatelli, più tardi divenuto eccellente maestro di germanisti all’Università di Pavia. Onoravo quell’impegno dal 1962, l’anno in cui da Gorizia mi ero trasferito a Milano. Dal 1964 ero professore di ruolo in un liceo classico milanese, il “Manzoni”. Lavoravo negli uffici di via della Spiga nel pomeriggio, mentre la mattina insegnavo. Sorvolo sui rapporti che l’editore Livio Garzanti riusciva a intrattenere non soltanto con me ma con qualsiasi redattore laureato e dotato di idee passabilmente chiare: rapporti nevrotici e instabili, aleatori e sempre periclitanti, umorali e varianti da una predilezione ostentata a un odio freddo e umiliante, con alti e bassi sovente ripetuti a ciclo nell’arco di una sola giornata. L’autunno 1969 era stato una fase aurea: ero stato “promosso” per volontà dello stesso Garzanti, e divenuto coordinatore della sezione storica dell’Enciclopedia Europea allora in gestazione. Per la prima volta in vita mia avevo avuto un ufficio mio, una scrivania mia e persino una segretaria (che mi odiava, ma allora non lo sapevo). Nel tardo pomeriggio di venerdì 12 dicembre uscii dalla sede di via della Spiga alle 19.30 (ostentavo un piglio da stakanovista), percorsi via Manzoni e vidi una folla agitata dinanzi alla Libreria Feltrinelli. Il muro esterno era tappezzato da giornali della sera che annunciavano la strage di piazza Fontana. La mattina dopo, al Liceo, si discusse dell’avvenimento con toni arroventati e con acri veleni ideologici. Nel pomeriggio andai alla Garzanti, e verso le 17.30 arrivò negli uffici Livio Garzanti, che imponeva spesso la propria presenza parlando con i dipendenti di argomenti a ruota libera, amando ascoltarsi e dando libero sfogo ai propri umori. Entrò, assunse un’aria cordiale, domandò che cosa ne pensassimo, finse d’interessarsi alle nostre opinioni, e infine, rivolto a me, proclamò con voce tagliente: «Dottor Principe, secondo me sono stati i suoi amici, i terroristi altoatesini». Sono notoriamente impulsivo e violento. Senza riflettere neppure per una frazione di secondo, sollevai in alto la scrivania su cui avevo collocato qualche settimana prima — all’apice delle mie fortune garzantiane — un barattolo con penne e matite e la fotografia di mio figlio appena nato, e la lasciai cadere con fragore. Il piano della scrivania si spaccò in due, la fotografia andò in mille pezzi, penne e matite si sparsero crepitando sul pavimento. Afferrai la mia cartella e a grandi passi, con l’ira che mi devastava, scesi le scale e in pochi istanti fui sulla strada. Non misi mai più piede in quell’edificio, e lasciai là lo stipendio dell’ultimo mese. Perché ho narrato tutto questo ? Sembrerà strano, ma devo a quell’atto violento e a quella scrivania infranta il mio destino tolkieniano. L’ambiente editoriale milanese è discreto e riservato. Cinque minuti dopo, in tutte le case editrici della città si parlava del mio gesto, gonfiandolo e variandolo a dismisura. Il giorno dopo mi telefonò Alfredo Cattabiani, che avevo conosciuto fortuitamente due mesi prima. Commentò brevemente l’inqualificabile frase di Livio Garzanti, e mi propose di entrare, come consulente e redattore, nella casa editrice che proprio in quei giorni stava nascendo e che era stata ideata da Edilio Rusconi. Fu Cattabiani, uomo di altissima qualità intellettuale, colui che fondò di fatto la “Rusconi Editore”, più tardi denominata “Rusconi Libri”; colui che la organizzò e articolò, facendone una protagonista della cultura italiana per almeno quindici anni, prima che una decadenza tutt’altro che inevitabile, dovuta esclusivamente all’avversione che essa suscitava in Alberto Rusconi figlio di Edilio, la conducesse alla morte. Ad essere precisi, si trattava almeno formalmente di una “rifondazione”: era esistita negli anni Sessanta la Rusconi & Paolazzi, che aveva pubblicato un numero esiguo di buoni libri, ma senza una linea riconoscibile, e poi si era arenata. Ad essere meno ufficialmente precisi e più veritieri, l’editrice messa in piedi e governata con mano ferma da Cattabiani era tutt’altra cosa: una cosa nuova, e in quel momento storico inattesa e a giudizio di alcuni scandalosa, poiché politicamente e culturalmente scorrettissima, tale da scontentare la “sinistra” ma anche (e forse più) la “destra”. Pongo sempre tra virgolette questi termini sciocchi e banali che rispondono a metafore puramente segnaletiche e sono assolutamente privi di qualsiasi significato. Intelligentemente, Cattabiani scelse in principio un numero ristrettissimo di collaboratori. Si trattava per lo più di consulenti: fra essi, i più attivi erano Elémire Zolla, Augusto Del Noce, Rodolfo Quadrelli, io stesso. Ma soltanto io, nei primi due anni di vita della Rusconi, lavorai sia pure part time in sede. Nell’edificio di via Vitruvio 43 eravamo in quattro: Cattabiani, la segretaria tuttofare Maura Bastiglia (i visitatori, vedendola, rimanevano a bocca aperta per qualche minuto, tanto era bella), l’indimenticabile Lorenzo Fenoglio, leggendario e onnisciente editor e correttore di bozze e tante altre cose insieme, e io.. Poca brigata, vita beata. Era la fase progettuiale. In poche settimane si costituì il primo nucleo del catalogo Rusconi. Cattabiani volle realizzare alcuni suoi antichi amori, fra cui Heschel, Sedlmayr, Reck-Malleczewen, le Soirées di Joseph de Maistre. Quadrelli propose alcuni libri di Demant, di Muggeridge e di Voegelin per la collana tascabile “Problemi attuali”. Io intervenni proponendo libri miei, che avrei pubblicato a partire dai primi mesi del 1970. Zolla suggerì autorevolmente alcune opere fondamentali: Heliopolis di Ernst Jünger e Il significato della musica di Marius Schneider (entrambi curati da me), e, rendendosi conto della mole di lavoro che ciò avrebbe implicato, The Lord of the Rings di Tolkien. Ma da parte di Cattabiani non ci fu alcuna resistenza, grazie a una circostanza fortunata: egli aveva già, sugli scaffali del suo studio, l’edizione originale in lingua inglese pubblicata dalla Allen & Unwin di Londra, e per giunta possedeva il dattiloscritto completo ( e di immani dimensioni) della traduzione italiana del Signore degli Anelli (d’ora in poi userò il titolo nella nostra lingua) realizzata da Vicky Alliata di Villafranca, che era quindicenne quando l’aveva ultimata. Tanto di cappello, malgrado le acerbità, le ingenuità e gli errori di scelta commessi dalla bella signorina dallo straordinario talento. Non basta: Cattabiani aveva nel suo ufficio anche una copia dell’ormai mitica edizione del I volume, La compagnia dell’Anello, unica parte edita della traduzione della Alliata, uscita presso Ubaldini nel 1967 e rimasta senza seguito dopo avere venduto in tutto qualche decina di copie. Come mai Cattabiani era in possesso dei tre oggetti, edizione inglese, dattiloscritto della traduzione, I volume ubaldiniano ? Semplice: quando nell’ambiente editoriale si era sparsa la voce che sarebbe nata la Rusconi editore, che Cattabiani (la cui vocazione intellettuale a favore della Tradizione, della fiaba, del mito era nota) ne sarebbe stato il direttore e il fondatore di fatto, e che Zolla era previsto come uno dei principali consulenti, Ubaldini aveva “regalato” al caro Alfredo, allora poco più che trentenne, tutto il materiale che, a mo’ di nobile relitto, testimoniava il fallimento dell’impresa tolkieniana sub specie Ubaldinorum. «Per me è stato un disastro: se ti interessa, tutto questo è tuo e fanne quel che vuoi». Cattabiani aveva fiutato la grandezza possibile dell’esito, e vale la pena osservare che, sin dalla prima apparizione rusconiana del capolavoro di Tolkien, Il Signore degli Anelli fu per Rusconi una miniera d’oro, il best seller per eccellenza e senza fluttuazioni di fortuna presso il pubblico, anzi, semmai, in progressiva crescita. Cattabiani chiese il parere di Zolla e il mio. Zolla, più che confermare il proprio suggerimento, ordinò imperiosamente che il libro fosse pubblicato in edizione italiana, pena l’anatema, e propose che fossi io il curatore totale. Ne fui entusiasta. Quando mi fissarono i tempi di consegna, inorridii e mi disperai: pochi mesi. Poi mi rinfrancai e mi misi all’opera, rinvigorito anche dalla pubblicazione presso Rusconi, nel febbraio 1970, del mio primo libro, Vita e morte della scuola (andò benissimo, fu subito esaurito, ebbe una seconda edizione e un'ulteriore ristampa, e se ne parlò molto, con entusiasmo da parte dei tradizionalisti, con apprezzamento a denti stretti da parte dei marxisti e dei demoproletari, con vituperio e volgari insulti da parte dei cattolici, ciò che mi rese felice). Acquisito un minimo di prestigio d’autore, ebbi l’incarico d’incontrare Vicky Alliata, venuta espressamente da Roma, per un colloquio. Ammiravo la Alliata da tempo, come traduttrice: anch’io sono traduttore, e di innumerevoli scritti fra cui molti libri, e considero quel mestiere uno fra i più nobili e decisivi nella storia della specie umana. Sentivo grande rispetto per quella ragazza, che all’inizio del 1970 aveva diciotto anni: era veramente brava, e vorrei avere il suo talento e la sua velocità nel tradurre, per non parlare della sua mirabile conoscenza della lingua inglese e di questo o quello slang. Ma ero preoccupato, poiché in nome della verità avrei dovuto dire alla giovanissima principessa che molte sue soluzioni traslatorie erano inaccettabili. Il punto più dolente era l’eccesso di italianizzazione, che tendeva a trasformare la prosa italiana del Signore degli Anelli in una sorta di mega-albo di Walt Disney. Mi limito a tre esempi tipici, topici e tipologici (l’assonanza con “Topolino” è puramente casuale). I Baggins, nella traduzione Ubaldini e nel resto del dattiloscritto, erano divenuti “i Sacconi”: brutto e semanticamente sbagliato, poiché l’onomastica fuori dal tempo e dello spazio poteva e doveva essere adottata nelle parti del libro ambientate fra gli Elfi, o a Brea, mentre nelle pagine ambientate nella Contea occorreva qualcosa d’inglese che alludesse alla similarità tra la Contea medesima e, che so, il Galles, la campagna britannica, i paesaggi di Thomas Hardy o di Montague Rhodes James. Benissimo “i Serracinta”, famiglia di contorno, benissimo lo “scattanello”, ballo simpatico ma un po’ troppo sfrenato, ma i Baggins devevano rimanere Baggins, per non scivolare in un’aura troppo realistica e familiare. I Serracinta si limitano a mangiare e a bere, come nella bassa padana; i Baggins, vivaddio, sono quelli che contendono il tesoro a Gollum, che lottano contro Shelob e contro i cavalieri neri. Non prendiamoci troppe confidenze con loro. Secondo esempio: Thorin Oakenshield era stato trasformato dalla Alliata in “Torinio Ochescudo”. Soluzione orripilante, e soprattutto fuorviante, che butta via imperdonabilmente la semantica implicita nel bel nome inventato da Tolkien. Restaurai immediatamente i significati, decidendomi per “Thorin Scudodiquercia”, la qual cosa ha un vago sentore araldico che ben si addice ai Nani tolkieniani, per lo più impettiti e vanitosi oltre che autenticamente coraggiosi e generosi. (Io stesso sono un nano, e mi riconosco in simili vizi e virtù). Terzo esempio, e questa è davvero grossa. Merry era diventato, manu alliatensi, “Felice”: insomma, traduzione letterale. Poteva anche andare, ma come si poteva poi giustificare il fatto che “Merry” (lo si dice nel testo) fosse il diminutivo di “Meriadoc” ? Un errore madornale. Restaurai la forma originale. E via dicendo. Avrei reso ragione delle mie scelte correttive o restauratrici nella prefazione del curatore che figura all’inizio dell’edizione italiana. Vicky Alliata disdisse più volte l’appuntamento, e finalmente venne a Milano al principio dell’estate. L’abbigliamento dell’aristocratica diciottenne era quasi da spiaggia: la gonna era una sottile striscia di pelle annodata alla vita, e si armonizzava con il resto, e, malgrado tutto, con eleganza, incredibile dictu. Entrò, sedette, accavallò le gambe sprofondata in una poltrona, sì che non sapevo dove guardare. Per tutto il colloquio fissai più o meno il soffitto. Mi accorsi subito che la traduttrice non opponeva alcuna resistenza alle mie angosciate osservazioni. Non si offese per nulla e accettò tutto. Era svagata, languida, mondana, ciarliera, simpaticissima, cordialona. Liquidò la mia problematica traslatoria in pochi secondi, e preferì chiedermi consiglio su come trovare casa a Milano. Non sapevo come aiutarla. Mi propose di accompagnarla da qualche antiquario per scegliere i mobili: cominciai a sudare freddo, trattandosi di operazione che mi ripugna anche quando riguarda me. Si accomiatò, e mi telefonò qualche giorno dopo per annunciarmi festante che da un “rigattiere” aveva trovato bellissimi mobili antichi “per niente” (lei diceva: «per nìente», con l’accento tonico sulla ì). Cinguettando, mi disse: «Vediamoci presto, chiacchieriamo, magari scambiamoci idee su Tolkien. Le telefonerò». Non la vidi mai più in vita mia, né so dove ora ella viva. So che in quei tempi tenne una rubrica mondana sullo «Specchio» e più tardi andò in Medio Oriente per scrivere un libro sugli harem. È una delle persone più amabili che io abbia mai conosciuto. Eppure, sentii sollievo quando vidi che non avrei lavorato con lei a fianco a fianco. Libero da imbarazzanti concorrenti e da un’ingombrante partner, mi misi all’opera sistematicamente. Il testo di Tolkien mi sommerse, mi assorbì, mi inabissò Rividi interamente la traduzione, producendo migliaia di schede topiche e casistiche. Mio figlio, allora di due anni, crebbe e cominciò a parlare in modo logico-sintattico sulla base di una materia tolkieniana. Per lui inventavo fiabe con i personaggi del Signore degli Anelli, soprattutto quelli malvagi e negativi che sono i più affascinanti. Poiché mi riesce facile disegnare, dipingere e scolpire, fabbricai per il mio bambino decine di statuine di creta o di Das, accuratamente dipinte e smaltate, che raffiguravano Frodo, Bilbo, Gandalf, Smaug, Ancalagon, Sauron, Gollum, Galadriel, Aragorn, eccetera. Mi strozzai durante l’estate, rinunciando anche a un solo giorno di vacanza, alle notti, alle domeniche: un inferno, un carcere. Riscrissi da cima a fondo le intricate appendici, per adattarle al lettore italiano. Disegnai la cartina che si trova tuttora nell’edizione Bompiani, erede di Rusconi. Passavo a Fenoglio cento pagine per volta: Fenoglio le inviava in tipografia, sicché già correggevo le prime e seconde bozze e magari le cianografiche dei sedicesimi da pagina 1 a pagina 800 mentre ancora lavoravo sul dattiloscritto della Alliata o rielaboravo le appendici. Consegnai l’ultima infornata ai primi di settembre. Si finì di stampare l’edizione italiana del Signore degli Anelli, da me curata, il 18 ottobre 1970, presso la Cromotipia E. Sormani in via Solari (angolo con via Montevideo) a Milano. The Return of the King, terza e conclusiva sezione del romanzo tolkieniano, era stata pubblicata da Allen & Unwin nel 1955. Quindici anni separano l’apparizione dell’opera originale dalla nascita dell’edizione italiana da me curata. Nacque una controversia interna alla Rusconi. Lo zelante e un po’ interventista Fenoglio aveva trasformato gli “Elfi” in “Gnomi”, restaurando la soluzione della Alliata, da me modificata in “Elfi” sin dalla prima fase del mio lavoro, e male interpretando un’osservazione di Cattabiani. A me non era stato detto nulla. Quando lo seppi andai su tutte le furie e volli intervenire, ma era troppo tardi poiché si era già alle cianografiche. Quel che è peggio, Fenoglio, che venerava il dogma della “uniformazione”, modificò anche l’introduzione di Elémire Zolla, in cui giustamente si parlava di “Elfi”. Questa volta fu Zolla ad andare in collera, e ritenendomi responsabile se la prese con me. Non mi fu possibile spiegarmi, dato il carattere dell’illustre saggista, e così Zolla e io non ci parlammo più vita natural durante. Peccato! L’inconveniente trovò presto rimedio: la prima tiratura rusconiana del Signore degli Anelli andò a ruba, e bastò poco tempo per stamparne un’altra con l’opportuna correzione di “Gnomi” in “Elfi”. Sfioro, come avevo minacciato, questioni non propriamente editoriali. L’apparizione del Signore degli Anelli suscitò equivoci odiosi e un ridicolo imbarazzo. La “destra” decise che quel libro e quell’autore le appartenevano: una convinzione che continua nei decenni. In primo luogo, Tolkien non appartiene ad alcuni se non a sé stesso. In secondo luogo, se si vuol parlare di consanguineità intellettuale e poetica, può essere veramente apparentato per sangue con Tokien soltanto chi combatta senza compromessi e senza timori in nome dell’Occidente, contro ogni ecumenismo, contro ogni vile terzomondismo, contro ogni religione che imponga un comportamento cosiddetto “etico”. Tutta l’opera di Tolkien è felicemente pagana, lontanissima dalla cultura cristiana e da qualsiasi altra cultura confessionale, celebratrice della qualità innata contro le miserabili valutazioni della morale. Il panorama della cultura italiana, eccettuati rari individui numerabili sulle falangi di un dito, non offre alcunché di compatibile con Tolkien. Oggi l’equivoco mostra la corda. La sciocca presunzione e arroganza della “destra” nel far proprio Tolkien è contraddetta dalla tendenza sempre più accentuata, nella “destra”, a privilegiare tutto ciò che è non-occidentale e anti-occidentale, tutto ciò che è afroasiatico o islamico o “tradizionale” (ripugnante aggettivo !). Da un’altra sponda, la cultura cosiddetta “di sinistra” prese le distanze mostrando però un vivo desiderio di ridurle non appena fosse possibile. Esemplare resta nella memoria l’articolo di Umberto Eco, La parabola del buon reazionario, uscito sull’ «Espresso» nel dicembre 1970: vi si descriveva l’editrice Rusconi come un killer mascherato da buon samaritano, esponente di una “destra” colta e non violenta, presentabile in pubblico e persino seducente, e Tolkien era visto come l’esperimento strategicamente più astuto di questo maquillage rusconiano. Più perplesso, non cinico come Eco, di conseguenza più attento e pronto all’apprezzamento, fu Tito Perlini su una colta e seriosa rivista dell’ultrasinistra, all’inizio del 1971: Rusconi era un ircocervo, e nella sua sembianza proteiforme si nascondeva un’ammirevole abilità di proposte culturali. Proporre un testo inattaccabile (così Perlini) qual è il romanzo di Tolkien era stata una mossa magistrale. Perlini lo scriveva con disappunto, rendendo all’avversario (?) l’onore delle armi. Infame e ridicolo ad un tempo è stato il tentativo di annettersi Tolkien da parte della cultura cattolica. Negli anni Ottanta, l’arcivescovo di Bologna indisse un convegno dedicato al corpus tolkieniano e in particolare al Signore degli Anelli. Le interpretazioni espresse negli interventi erano a senso unico: io, naturalmente, non fui invitato. Si ignorò la mia esistenza. Non essendo stato presente, posso soltanto immaginare quel convegno: ci sarà stato di che divertirsi. Simili tentativi da parte di settori del mondo cattolico sono divenuti numerosi da allora. Oggi, il desiderio di dimostrare che Il Signore degli Anelli è un grande testo cristiano è addirittura spudorato: non c’è, nel grande libro di Tolkien, né esiste in qualsiasi altro libro tolkieniano, il minimo riferimento alla religione, al cristianesimo o a qualsiasi altro culto. Una volta espressi questa mia considerazione a un alto prelato, il quale mi fece notare che nel discorso di Faramir a Frodo si dice. «La verità è figlia del tempo», il che fa venire in mente «veritas filia temporis», tre parole che, come pretendeva il porporato cattolico, «vengono dai Vangeli» [!!!]. Da quale Vangelo, da quale capitolo e versetto, domandai all’Eminenza. Vidi perplesso il coltissimo pastore d’anime. In realtà, quelle parole non sono scritte in un testo cristiano né religioso purchessìa, bensì in un passo di un antico scrittore latino che più pagano non potrebbe essere (Aulo Gellio, Noctes Atticae, XII, 11, 2 ). Del resto, per avere la misura di quanto sia arrogante e velenoso questo atteggiamento, si pensi a come la pubblicistica cattolica diffamò a suo tempo l’onesta e laica biografia di Tolkien scritta da Daniel Grotta (1976) e pubblicata in Italia da Rusconi (1983); la sprezzante liquidazione recensoria era il movente da cui partire per vantare i pregi della biografia di Humphrey Carpenter uscita presso Ares (l’editoriale dell’Opus Dei) e ora ripubblicata da Fanucci. Altre case editrici, colpite dal successo culturale e commerciale del Signore degli Anelli, s’incamminarono sulla via dell’emulazione e dello scavo. Come Wagner quando ideò Der Ring des Nibelungen (anche qui un anello: una mera coincidenza o un archetipo narratologico ?) e procedette a ritroso mediante una catena di antefatti e antefatti degli antefatti, così Tolkien, negli anni Sessanta, aveva scritto una serie di testi che idealmente andrebbero letti “prima” del Signore degli Anelli, come per esempio Le avventure di Tom Bombadil (1962). Esistono però anticipazioni reali, il cui ordine cronologico di scrittura corrisponde alla logica della successione narrativa. The Silmarillion, libro fondante e “arcaico” che espone sistematicamente i miti impliciti in tutti gli altri testi del ciclo Hobbit compreso The Lord of the Rings, fu iniziato da Tolkien già nel 1917, quando egli era venticinquenne (era nato a Bloemfontein in Sudafrica domenica 3 gennaio 1892). Egli vi lavorò per tutta la vita, e quando morì il 2 settembre 1973 (ancora una domenica, giorno fatale per lui !) in un ospedale di Bournemouth, in terra britannica, non era riuscito a dargli un assetto definitivo. L’opera fu completata e data alle stampe da Christopher Tolkien, figlio dello scrittore, nel 1977. Ma, prima di The Lord of the Rings, Tolkien aveva prodotto un testo assolutamente compiuto e perfetto, pietra miliare nella creazione della Terra di Mezzo, della Contea, di Numenor e delle varie stirpi, e immediato antefatto all’opera maggiore: il raffinatissimo The Hobbit (1936-1937), primo frutto della fantasia “elfica” di Tolkien ad essere edito. L’editrice milanese Adelphi ne pubblicò nel 1973 la traduzione italiana, realizzata da Elena Jeronimidis Conte. Proprio Lo Hobbit, libro importantissimo nella sfera tolkieniana, sfuggì dunque a Rusconi, malgrado i miei fermi consigli che ne suggerivano l’edizione italiana. Come mai ? Fu, forse, uno strano capriccio di Zolla, che influì su Cattabiani; una stecca un poì malinconica fra gli accordi armoniosi della rusconiana età dell’oro. Ce ne consolò la preziosa accuratezza dell’edizione Adelphi. Eppure, eppure… Bella, elegante, vivace, la traduzione adelphiana è maculata da strani errori di gusto, isolati ma vistosi. Ne segnalo uno, terribile. La Jeronimidis rese il nome del drago Smaug con “Smog”, regolarizzando così l’onomastica secondo il suono della pronuncia inglese. Ma per un lettore italiano, tale soluzione è fuorviante e infelicissima: qualsiasi italiano, ignorando che smog (“smoke” + “fog”, fumo più nebbia) vuole la o aperta mentre la au di “Smaug” vuole la o chiusa, leggendo “Smog” pensa allo smog, e la magia fiabesca va a farsi friggere. “Smaug” è efficacissimo proprio se viene letto alla maniera italiana, poiché fa pensare all’imitazione del verso del drago che spaventa i bambini: «Smaaaaaaaaauuuuughhhhhh…!». Durante l’era Cattabiani, che si concluse nel 1980 ma si era già rannuvolata irrimediabilmente verso il 1977 a causa di incomprensioni con Edilio Rusconi, uscirono in ambito rusconiano le traduzioni italiane di Tree and Leaf (Albero e foglia, 1976), e nel 1978 Il Silmarillion e Tom Bombadil. A Cattabiani seguì una diarchia: un direttore generale, Ugo Braga, e un direttore editoriale in sottordine, Raffaele Crovi. In quel breve interregno gli interessi tolkieniani della Rusconi si affievolirono: uscirono soltanto le Lettere di babbo Natale (1980) e i Racconti incompiuti.(1981) secondo l’originale curato da Christopher Tolkien. Tutto il resto edito in italiano uscì presso Rusconi durante l’era successiva, in cui Ferruccio Viviani fu l’ottimo direttore editoriale (Braga come direttore generale rimase per un periodo limitato) e, dal 1989, Cristina Poma fu direttore letterario e capo redazione. A quegli anni risalgono le edizioni italiane dei Racconti ritrovati a cura di Christopher Tolkien ( la cui arroganza e invadenza creò non pochi problemi alla casa editrice e al lavoro sul corpus tolkieniano), delle Immagini (1990), di una scelta di lettere (La realtà in trasparenza, 1991). Questi ultimi due volumi furono curati da me. Nel 1991 uscì anche presso Rusconi Lo Hobbit annotato, secondo l’originale inglese: una bella iniziativa, tale che le moltissime note ai margini e in calce costituiscono una vera enciclopedia della Terra di Mezzo in compendio. Fu quasi un rimedio postumo all’infortunio del 1973, quando Adelphi aveva “soffiato” Lo Hobbit alla casa di via Vitruvio. Fu l’ultima bella impresa tolkieniana della Rusconi, che allora conosceva una seconda giovinezza, un’età argentea dopo quella aurea del 1969-1974, grazie alla diarchia Viviani-Poma. Quella diarchia, storicamente, sta all’era Cattabiani come l’impero di Traiano e Adriano sta all’età augustea, “si parva licet [parvis] componere magnis”. Nel 1993, Viviani abbandonò la casa editrice per crescenti attriti con il nuovo proprietario ed erede, Alberto Rusconi: il futuro distruttore dell’azienda, poi passata al gruppo RCS RizzoliBompiani. Quel che seguì fu una sorta di decadenza imperiale del III secolo dopo Alessandro Severo: réguli incompetenti, piccoli mestieranti. La Rusconi rovinò sempre più: ciò che il suo proprietario, in fondo, bramava. Alla fine spuntò all’orizzonte l’Aureliano (o il Diocleziano) della situazione: il bravo colto e coraggioso Alberto Conforti, che prese in mano le redini con forza e con idee illuminate. Ma era troppo tardi: l’azienda era in crisi inarrestabile, e Alberto Rusconi aveva deciso irrevocabilmente di liquidarla, ciò che avvenne nel 1997-1998. Nel periodo 1992-1998 ci furono soltanto ristampe del Signore degli Anelli, nelle quali una mia introduzione aveva preso il posto di quella originaria scritta da Zolla. Al di là della vicenda editoriale, non particolarmente clamorosa né avventurosa, l’opera di Tolkien ha lasciato un forte segno in me, e ne ho parlato volentieri. La mia persona, tuttavia, è stata cancellata dalla memoria storica. Del disprezzo con cui i cattolici mi hanno sempre considerato, ho già detto. Da altro fronte, il disprezzo si è trasformato in giudizio di nullità ontologica. Qualche anno fa, parlando di Tolkien sulle pagine culturali del «Corriere della Sera», Cesare Medail narrava a beneficio dei lettori, in poche righe e con innumerevoli errori, la storia che io ho narrato in queste pagine. A proposito del Signore degli Anelli, Medail scrisse che «uscì a cura di Cattabiani». Mi affrettai a scrivergli una lettera presso il «Corriere», pregandolo di rettificare. Non rettificò, né mai si degnò di rispondermi. Anzi, in un intervento successivo su quel quotidiano egli ribadì l’assurda notizia. Serbo un caro e grato ricordo di tanta gentilezza e di così squisita civiltà; spero di ricambiare, all’occasione. Quest’anno, quando uscì la seconda e bella versione cinematografica del romanzo tolkieniano, la RAI (Radio 3) pose un quesito lampo a uno scrittore, Alberto Bevilacqua, e a un critico letterario, Emanuele Trevi: Il Signore degli Anelli è o non è un capolavoro ? Bevilacqua rispose che un vero capolavoro deve parlare della vita quotidiana e dei problemi “reali”. Ecco finalmente serviti a dovere e pronti per l’immondezzaio Le mille e una notte, i Kinder- und Hausmärchen dei Grimm, l’Iliade, l’Odissea, il Ramayana, Pinocchio, Orlando Furioso, la Commedia di Dante, i Racconti di Poe. Trevi fu più drastico, osservando che Il Signore degli Anelli, quasi un fumettone, induce a paragoni impietosi se confrontato con l’opera di scrittori contemporanei a Tolkien, per esempio con i romanzi di Céline. Giusto: è sempre un utile esercizio intellettuale domandarsi se siano più buone le albicocche o la mortadella. Possiamo dormire tra due guanciali.

https://www.ilpost.it/2022/09/20/tolkien-estrema-destra/
https://machiave.blogspot.com/2026/02/l-abuso-di-tolkien.html

giovedì 16 aprile 2026

I personaggi minori di Shakespeare

Sara De Simone
Shakespeare e il mondo comune

il manifesto, 16 aprile 2026

Hanno poche battute, sono poco o punto istruiti, a volte sono ubriachi, a volte criminali. Entrano in scena per qualche istante e non hanno la pretesa di condizionare il corso degli eventi, ma riescono a illuminarne contraddizioni e ipocrisie.

Sono i personaggi minori di Shakespeare, per lo più gente comune, uomini e donne del popolo, servitori, giardinieri, custodi, nutrici, una nuova classe di figure del teatro e della vita che preme per avere un proprio spazio, «per dare la propria versione dell’essere vivi». Anche loro pensano, sentono, sanno cos’è avere un corpo, conoscono l’esistenza. E reclamano la parola, che si tratti di un discorso di sole sette battute, o di una tirata comica e sgangherata sull’inferno che è diventato il mondo.

SONO I PROTAGONISTI del nuovo, illuminante libro di Nadia Fusini Rubare la scena. Balie, musici, delinquenti, popolane, filosofi, gente comune nel mondo di Shakespeare (Einaudi, pp. 145, euro 18), un vero e proprio atlante dei personaggi secondari nell’opera del grande Bardo, un libro sorprendente, pieno di gemme nascoste che Fusini riporta alla luce con impeccabile competenza e irresistibile verve. Ci si diverte a leggere del criminale Bernardino, che deve morire e invece vuole dormire, o della balia Angelica, che dell’amore «esalta il lato puramente materiale, fisico, corporale». Si prova pena per la povera e fedele Emilia, cameriera personale di Desdemona e moglie di Iago, che cerca di mettere in guardia la sua padrona ma non riesce a salvarla. Si riflette con il fool del Re Lear che capovolge le prospettive su pazzia e lucidità, e «parla, commenta, predica, svela, palesa, spiattella» le verità che nessuno (compresi noi) vuole ascoltare.

Che siano ridicoli come Malvolio, o degni di ammirazione come il giardiniere del Riccardo II, i personaggi che Nadia Fusini convoca e ci presenta, uno dopo l’altro, ci parlano, ci toccano, ci riguardano, la loro presenza non ci è indifferente, al contrario: «conta, significa, rimane viva dentro di noi».

È vivo dentro di noi l’incanto di Lucio, il giovane servo di Bruto nel Giulio Cesare, che ha tanto sonno ma non rinuncia ad allietare il proprio padrone, alla vigilia della battaglia di Filippi che gli sarà fatale. Lucio ha sonno ma suona, e suonando si addormenta; Bruto lo osserva con tenerezza e delicato gli toglie dalle mani lo strumento: ecco colui che ha pugnalato Cesare chinarsi con dolcezza sul corpo di un giovane innocente e carezzarne con lo sguardo la purezza. Chi può dimenticare questa scena che, come scrive Fusini, è quella in cui si profila «la possibilità di un altrove», un mondo dove «le azioni cruente, i traumi politici non dominano tutta la scena» e i grandi temi della tragedia retrocedono sullo sfondo?

ANCORA, vive in noi lo stupore di Bottom, il mastro tessitore che con la sua testa d’asino esperisce l’incontro sublime con la divinità, e non trova parole per raccontarlo e confonde i sensi, tanto da arrivare a dire: «Non c’è occhio d’uomo che abbia udito, né orecchio che abbia visto, né mano d’uomo che abbia potuto gustare, né lingua concepire, né cuore riferire che sogno è stato il mio». Umano, umanissimo Bottom, che davanti al mistero del divino non può che rimanere muto.

E d’altra parte come non ricordare il non-umano Calibano, il selvaggio della Tempesta schiavizzato da Prospero, il quale, ritenendosi portatore di civiltà, si autoproclama signore di un’isola che non è la sua, ma di Calibano, per l’appunto? Come non empatizzare con Caliban the cannibal, che alla fine dell’opera, dopo essere stato espropriato dei suoi beni e sfruttato in ogni modo, rimarrà solo e abbandonato nella sua terra?

Chi proprio non attira la nostra sympatheia, invece, sono gli interscambiabili Rosencrantz e Guildenstern, i falsi amici di Amleto, loschi figuri dal «sorriso furbetto», pronti a vendere i propri affetti e la propria coscienza al potere, ovvero all’usurpatore re Claudio.

Lo stesso vale per il parolaio Parolles, in Tutto è bene quel che finisce bene, il quale Parolles, nomen omen, in barba ai codici cavallereschi ed eroici, sceglie di salvarsi la vita spifferando al nemico tutto quello che sa del proprio signore, il conte di Roussillon, convinto che «non bisogna essere eroi per meritare di vivere».

Eppure, avverte Fusini, di questi personaggi minori che cercano di salvarsi la pelle a tutti i costi non c’è da osservare soltanto la pavidità o la cattiva coscienza.

PIUTTOSTO c’è da riconoscere che si tratta di figure nuove, il cui conatus essendi, per dirla con Spinoza, è più forte di ogni altro sentimento o paradigma. Parte della grandezza di Shakespeare è proprio in questa intuizione: portare sulla scena chi «non ha altro bene da difendere che la nuda vita», dandogli spazio e parola, e così anticipando l’avvento di personaggi che ben presto «conquisteranno la ribalta grazie a nuove forme di narrazione, come ad esempio il novel, il romanzo moderno».

Quanto agli eroi, c’è molto di nuovo da scoprire anche sul loro conto. Prendiamo Aufidio e Caio, i due acerrimi nemici del Coriolano, una delle più belle scoperte di questo libro. Fusini accende una luce imprevista su di loro, notando qualcosa che non era mai stato evidenziato: il protagonista Caio e il generale dei Volsci Aufidio sono in realtà due amanti. Ma andiamo con ordine: Caio Marzio, nominato Coriolano dopo aver distrutto la città di Corioli, è un uomo valoroso e integerrimo, «uno tutto Dio, patria e famiglia», che non si piega a nessun compromesso col potere e che proprio per questo sarà ingannato e sconfitto dalla sua stessa patria, dalla sua stessa famiglia. Bandito dalla città, travestito di umili panni, Caio decide di presentarsi alla porta del nemico giurato per chiederne l’alleanza. Ed è qui che accade l’inimmaginabile: Aufidio, commosso dal discorso di Caio, si getta tra le sue braccia.

All’abbraccio, accorato e insieme sensuale, si accompagna una vera e propria dichiarazione d’amore: «Tu sei Marte per me» – dice Aufidio – «Mi hai vinto dodici volte e sempre, sempre, notte dopo notte sognavo di incontrarti». L’attesa della vendetta diviene attesa amorosa, l’impetus bellico si fa slancio erotico: «Sognavo» – continua il generale dei Volsci, nella traduzione di Fusini – «notte dopo notte noi due a letto insieme che ci slacciavamo l’un l’altro l’armatura, ci liberavamo l’un l’altro dell’elmo, e ci prendevamo alla gola». Ecco l’eros che ruba la scena alla guerra! Ma come avevamo fatto a non accorgercene?

PER FORTUNA esistono libri come questo, libri che non impartiscono lezioni ma illuminano il pensiero, e invitano a una pratica ormai desueta: leggere insieme. La realtà, la vita. In questo senso, Nadia Fusini è davvero un’autrice: dal latino auctor, colui o colei che aumenta, accresce, arricchisce. Rubare la scena è un testo da cui si esce cresciuti, diversi.

Consapevoli che Emilia, Lucio, Caio, Aufidio, Bernardino, Calibano, Angelica sono parte di noi tanto quanto Amleto o Giulietta, e forse più di loro. Perché, come scrive ancora Fusini, «la verità è che c’è qualcosa di perturbante nel ritrovarsi a vivere, nel fatto puro e semplice di esistere. È un sentimento straniante che coinvolge tutti, nobili e servi, dame e delinquenti, eredi al trono e bastardi, musici innocenti, nutrici, operai». E anche noi: lettori e lettrici comuni.


mercoledì 3 dicembre 2025

La scatola vuota della democrazia

Michele Ainis 
La democrazia da ricostruire

la Repubblica, 3 dicembre 2025

La democrazia italiana è ormai un corpo essiccato. Ne rimane la forma, ne osserviamo le sembianze; e ci appaiono illese rispetto a come vennero disegnate otto decenni fa, per mano dell’Assemblea costituente. Persiste la medesima forma di governo — “parlamentare”, è questa la sua denominazione.

E in effetti a Roma continua ad abitare un Parlamento, così come un governo e un capo dello Stato, le cui prerogative formali non sono mai state negate, né corrette. Al centro non meno che in periferia si tengono elezioni per rinnovare una quantità di organi (anche troppi), e si tengono a cadenza regolare. Nella terra di mezzo tra società politica e società civile disputa una quantità di partiti e sindacati (anche troppi), ciascuno con la propria bandierina. E su tutti vigila una quantità di tribunali e controllori della più varia risma (anche troppi).

Ma le apparenze ingannano, come si suol dire; e non è mai stato così vero. Giacché la sostanza della democrazia italiana, di ciò che ne rimane, è divaricata dal suo aspetto formale. Le leggi le scrive il Consiglio dei ministri, inondando le Camere d’una pioggia di decreti. Le ulteriori regole della nostra convivenza provengono dalla magistratura, che una legislazione confusa e alluvionale obbliga a scegliere fiore da fiore, e anche a stabilire di che colore è il fiore.

Ciascuno s’esercita nel mestiere altrui, è questo lo spettacolo perenne. D’altronde anche gli eletti si sono impossessati del mestiere che un tempo toccava agli elettori. Le consultazioni nazionali avvengono sotto dettatura, con i listini bloccati dove i capipartito decidono l’elenco dei promossi. Ma pure quelle locali trovano un esito per lo più scritto in anticipo, e infatti non c’è stata alcuna sorpresa nelle sette elezioni regionali degli ultimi due mesi.

Insomma, la democrazia è divenuta una finzione. E allora perché mai dovremmo crederci? Difatti il teatro si sta svuotando dei propri spettatori. Ci allarmammo, propagando alti lamenti, quando la partecipazione crollò al 60 per cento del corpo elettorale. Adesso viaggia poco sopra il 40 per cento. E di questo passo lo sciopero del voto finirà per risucchiarci in una crisi terminale della democrazia, come nel Saggio sulla lucidità di José Saramago, dove un diluvio di schede bianche viene contrastato con le maniere forti dal governo.

Tuttavia l’astensionismo è l’effetto della crisi, non la sua scaturigine. Le cause dipendono dal senso d’impotenza che ti morde alla gola quando scopri che il copione è già tutto scritto, e a te resta soltanto d’applaudire. Dipendono dal ritiro della delega verso politici che percepisci come mediocri o in malafede, salvo magari consegnare i tuoi destini, per un’ultima speranza o per disperazione, al capo carismatico che saprà risollevarli.

E dipendono, infine, dal brodo culturale nel quale siamo immersi. Questo è il tempo della disintermediazione, che ha messo in crisi tutti i gruppi sociali dei quali facevamo parte — la scuola, il quartiere, l’oratorio, la fabbrica, il partito. Ed è un tempo digitale, nel quale ogni attività della nostra esistenza — il lavoro, la corrispondenza, gli acquisti, le riunioni — si svolge attraverso lo schermo d’un computer.

Sicché è questa l’urgenza che ci attende. Dobbiamo ricostruire una democrazia bene ordinata, in cui ciascuno s’attenga al proprio ruolo, senza invadere le competenze altrui. Una democrazia responsabile, fondata sull’accountability, sul rendere conto dei fatti e dei misfatti; e con meccanismi che la rendano cogente, dato che alle nostre latitudini, dal Garante della privacy in giù (o in su), non si dimette mai nessuno.

Sarebbe prezioso, per esempio, l’antico istituto del recall — ossia la revoca degli eletti immeritevoli, attraverso un referendum personale indetto in corso di mandato — che tutt’oggi trova applicazione in mezzo mondo, dalla Svizzera agli Stati Uniti, dal Canada al Giappone.

E infine dobbiamo usare l’innovazione digitale contro se stessa, contro la sua vocazione autoritaria. Come? Rafforzando il referendum e consentendo il voto online in ogni consultazione elettorale, come avviene in Estonia e in varie altre contrade.

Ma per rinvigorire la democrazia italiana non serve una Costituzione tutta nuova. Serve piuttosto prendere sul serio il suo principio fondativo: la sovranità popolare.