ivrea, quello che olivetti non fece
Progetti mancati. Un pregevole libro di Daniele Boltri ed Enrico Papa indaga sui 34 lavori architettonici pensati da Adriano & co che non si realizzarono mai
Paolo
Bricco
Il Sole 24ore, 20 settembre 2026
Le architetture olivettiane nella loro dimensione più onirica. La dimensione della non esistenza. Nel 1991 Laura Olivetti e Giovanni Maggia avviarono la ricerca sulle architetture olivettiane che, ora, si completa con la pubblicazione del terzo volume, Architetture olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati, firmato da Daniele Boltri ed Enrico Papa. Il libro, che riporta con fedeltà filologica i materiali d’archivio dell’Ufficio Tecnico Olivetti di Ivrea, racconta una storia di visioni e di desideri, di scontri e di fallimenti, di ambizioni e di cadute. Sono trentaquattro le iniziative commissionate ma, poi, non realizzate. La più antica è la sala da ballo sulla collina di Figini e Pollini, datata 1937. La più recente è un complesso residenziale a Monte Navale, sopra Palazzo Uffici, di Nello Renacco, del 1969, nove anni dopo la morte di Adriano. Tuttavia, la maggioranza di queste opere è stata concepita negli anni 50 e rappresenta bene il grumo concettuale ed estetico della cultura olivettiana, nel senso di Adriano. In tutto, sono venticinque gli autori che, in quel gigantesco opificio dell’architettura industriale e civile a cielo aperto che è stata la Ivrea del Secondo dopoguerra, hanno ricevuto un incarico, hanno presentato i risultati, si sono sentiti dire di no.
Questo catalogo della non esistenza ha, fra le opere immaginate, i suoi passaggi più importanti in cinque opere: la villa ideata per Adriano Olivetti da Luigi Figini e Gino Pollini sulle sponde del Lago Sirio, le residenze sulla rocca di San Maurizio di Cesare Cattaneo, l’albergo-club-ristorante sempre sulla rocca di San Maurizio di un architetto non olivettiano come Carlo Mollino, il ponte diga sulla Dora Baltea di due figli putativi di Adriano come Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, la Scuola formazione professionale meccanici di BBPR. E, poi, le opere rimaste appunto sulla carta di Marcello Nizzoli, Marco Zanuso, Franco Albini, Eduardo Vittoria, Ignazio Gardella e Annibale Fiocchi.
L’elemento storico interessante è rappresentato da quello che si vede – dei progetti, pur nella loro dimensione non concreta – e da quello che non si vede. Perché, alla fine, ogni vicenda storica è, anche, una vicenda di quotidianità e di rapporti personali da un lato e, dall’altro, di inserimento di ogni singolo fatto in un contesto più ampio. E, così, sul versante dei rapporti personali si apprende che sul progetto di Cattaneo l’interlocutore “intermedio” fra l’architetto e Adriano Olivetti è stato Rocco Nicolais, amico di Camillo Olivetti (padre di Adriano e fondatore della ditta) ed ex tenente dell’Esercito. In questo caso la criticità, sollevata dal cerchio ristretto di architetti che lavora abitualmente con Adriano, è rappresentata dalle linee cubiste e futuriste dell’opera immaginata da Cattaneo, ritenute troppo disomogenee rispetto al codice culturale ed estetico razionalista della Ivrea di allora. Un genio versatile come il fotografo e designer Carlo Mollino viene percepito dagli architetti più prettamente olivettiani come un corpo estraneo, anche in virtù del suo radicamento nell’ambiente culturale e nel mercato della committenza della Torino degli Agnelli. Mollino parla con l’avvocato eporediese Renato Chabod che dialoga a sua volta con Ignazio Weiss, allora segretario di presidenza della Olivetti e uno degli uomini più vicini ad Adriano. Alla fine, il lavoro di Mollino viene osteggiato anche dai redattori del piano regolatore di Ivrea del 1952 (fra cui gli stessi Fiocchi e Quaroni) che ritengono il progetto, letteralmente, «troppo monumentale».
Il contesto più ampio è quello di un Adriano Olivetti che si allontana, poco alla volta, dalla concretezza della sua passione per i luoghi del lavoro e del vivere, perché impegnato – soprattutto nella seconda parte degli anni Cinquanta – a tenere unita la doppia dimensione di industriale insieme tradizionale e innovatore e di politico, allo stesso tempo, utopista e riformatore. Aumentano, appunto, le intermediazioni fra lui e gli architetti. E, allo stesso tempo, diminuiscono le risorse finanziarie a disposizione della realizzazione delle opere, in parte finanziate direttamente da Adriano e in parte, quando lui riusciva a convincere il consiglio di amministrazione della Olivetti dell’interesse aziendale, dalla stessa impresa. Utile ricordare come la politica dei dividendi della Olivetti fosse generosa nei confronti della famiglia e come, appunto, esistesse, intorno ad Adriano, un clima famigliare non favorevole a tutte le iniziative che riducessero i payout a favore dei soci. Anche per questo nel periodo aureo della Olivetti e di Adriano, fra il 1955 e il 1960, molti progetti rimangono sulla carta.
Daniele
Boltri ed Enrico Papa, Architetture
olivettiane a Ivrea. I progetti non realizzati
Archivio
Cattaneo Editore, pagg.
288, € 30
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