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mercoledì 14 gennaio 2026

Il Torino lascia il segno

Jacopo D'Orsi
Il Toro dei miracoli batte la Roma e vola ai quarti
La Stampa, 14 gennaio 2026

Una botta di vita, dolce vita. Dolcissima. Come quei due destri di Adams: il primo dal limite, un po’ «fero» e un po’ «piuma», caduto proprio nell’angolo in cui Svilar non è riuscito ad allungarsi, il secondo dal cuore dell’area. E quel tap-in di Ilkhan, l’uomo copertina che meno ci saremmo aspettati: è suo il colpo che spinge il Toro fino alle Colonne d’Ercole dei quarti di finale di Coppa Italia, mai superati nel ventennio abbondante di presidenza Cairo. All’orizzonte c’è l’Inter, il livello di difficoltà aumenta anche se si giocherà a Monza causa Olimpiadi, ma chissà che dopo quattro tentativi a vuoto – l’ultimo nel 2023 a Firenze - non sia la volta buona. Il Toro di ieri può provarci.

Non è stata una partita, è stato un romanzo. E chi se non il Ché granata, «mi chiamo così in onore di Guevara» ha raccontato l’attaccante, poteva guidare una rivoluzione che dal mercato per una magica serata romana si è spostata sul campo? È stato un grande Toro, signori. Addirittura da stropicciarsi gli occhi nel primo tempo. Vivo, determinato, compatto. Sempre convinto di farcela, l’aspetto che conta di più. Con il solito Vlasic in cattedra, non a caso autore del doppio assist che ha armato lo scozzese. E attorno al croato tanta corsa e un cuore ritrovato, al pari dell’attenzione. Poi un Toro capace di soffrire all’inizio della ripresa, quando la Roma, troppo brutta per 45’ e piena di assenze, ha provato a risvegliarsi, trovando immediatamente il pareggio con il neo entrato Hermoso, sfuggito con eccessiva facilità a Tameze. E ancora quando l’ennesima sostituzione disperata di Gasperini, che già aveva scongelato Dybala, pareva il jolly in grado di stravolgere il match: incredibile il 2-2 trovato dopo pochi secondi da Antonio Arena, classe 2009, italoaustraliano nato a Sydney capace di beffare l’esperto Maripan, appena entrato per l’acciaccato Ismajli (problemi alla caviglia).

Eppure il Toro ha saputo ribellarsi al destino, con Ilkhan, regista ritrovato in luogo al partente Asllani, a raccogliere il premio a un minuto dalla fine nella mischia generata dal un colpo di testa di Casadei mal respinto da Svilar. «Dobbiamo ripartire dal secondo tempo di Bergamo» aveva detto Baroni e anche per questo ha scelto di affidarsi agli uomini che gli davano più garanzie, gli attuali titolari. Solo Maripan è partito dalla panchina, l’attacco leggero dei rivali, privi sia di Ferguson sia di Dovbyk e con Dybala part-time, consentiva l’azzardo. Era consapevole, il tecnico che si conferma bestia nera di Gasperini e forse pregusta anche il prossimo incontro di domenica in campionato a campi invertiti, di come questa fosse l’ultima occasione per dare un senso alla stagione, per regalarle un futuro. «La squadra è in crescita - dice - e sono molto contento di questo passaggio del turno».

Missione compiuta, con la considerazione che se il Toro giocasse sempre in trasferta sarebbe un’altra squadra. Se giocasse sempre a Roma, in un altro Olimpico e non il proprio, beh, praticamente non avrebbe limiti: lo stadio giallorosso, già razziato a metà settembre, è stato teatro di un’altra impresa in e peccato che quel 3-3 incassato al 103’ dalla Lazio sia costato un percorso netto da grande bellezza. Poco male, perché questo meraviglioso 3-2 altrettanto emozionante chiude una serata di gloria di cui i granata avevano un gran bisogno per vivere finalmente un’emozione da ricordare. Arriviamo a dire, una piccola Bilbao.

martedì 18 marzo 2025

Una moltitudine di popolo



Michele Serra, La parola grazie,
la Repubblica, 18 marzo 2025

Faccio uso privato di spazio pubblico, lo so, ma mi sento in obbligo di ringraziare (anzi, mi sento felice di ringraziare) almeno alcune delle tante persone che hanno dato vita, dal nulla, alla manifestazione romana di sabato 15 marzo. A partire dai tanti artisti, musicisti, scrittori, intellettuali, giornalisti, registi, autori televisivi che hanno portato il loro lavoro, gratuitamente e per pura adesione ideale, sopra quel palco.

Le cinquantamila persone in piazza (e le centinaia di migliaia che hanno seguito in streaming) hanno ascoltato con eroica attenzione, per quasi quattro ore, ciò che purtroppo è sfuggito a molti dei giornalisti presenti, troppo impegnati a raccogliere le dichiarazioni dei politici.

L’elenco dei partecipanti è troppo lungo e per la paura di dimenticare qualcuno cito solo i più giovani, il Quartetto Indaco, che ha aperto la giornata con una orchestrazione inedita dell’Inno alla Gioia scritta per l’occasione da Fabio Vacchi.

Ringrazio i tre senatori a vita Renzo Piano, Elena Cattaneo e Liliana Segre. I giovani rifugiati (una afgana, una ucraina, un georgiano) che hanno spiegato a noi europei ciò che rischiamo di dimenticare. Andrea Riccardi e la comunità di Sant’Egidio, Franco Vaccari e i suoi ragazzi della comunità Rondine, i giovani delle Acli, i tre leader sindacali una volta tanto nella stessa piazza, i vecchi commoventi europeisti come Guy Verhofstadt, che invocano la federazione degli Stati europei, inascoltati, da una intera vita.

Ringrazio il Comune di Roma che ha organizzato tutto, e le centinaia di sindaci italiani presenti, dei quali temevo l’aplomb protocollare e invece hanno fatto una allegra caciara sul palco e dietro il palco. Ringrazio Renata Colorni, che è l’Europa in persona. David Sassoli, che non c’era ma c’era.

Ringrazio, in chiusura, le due donne che hanno tenuto assieme, con una tenuta intellettuale e fisica non alla portata di noi maschi, la titanica sequenza di parole e immagini: Giovanna Zucconi e Silvia Barbagallo. Se mai ci sarà un bis, io sarò in mezzo al pubblico ad applaudire.


Mariano Crociata, Cosa dice la piazza di sabato a Roma
Avvenire, 18 marzo 2025 

... adesso parte da tutti i cittadini [o meglio da un gran numero di essi], non solo da un'opinione pubblica qualificata o da esperti di sorta, la richiesta che i decisori politici si adoperino per fare fare un passo avanti all'Unione Europea come progetto politico. E' questa la condizione   necessaria per consentire all'Europa e a tutti i suoi Paesi di non rimanere schiacciati dagli scontri globali attivati dalle superpotenze che agiscono nello scenario mondiale.  

sabato 8 febbraio 2025

La voce della padrona





Mario SechiLa rivoluzione americana e quella di Roma
Libero, 8 febbraio 2025

Nell’Europa sonnambula, Giorgia Meloni ha colto l’onda e la cavalca: gli Stati Uniti con Donald Trump non sono più una potenza che cade sulla scala dell’Air Force One, sono tornati ad essere una forza trasformatrice del mondo.

I cambiamenti politici e sociali arrivano come uno tsunami quando altre istituzioni perdono il contatto con la realtà e il popolo non crede più in quello che dicono, fanno, predicano. È il momento della caduta degli dèi, si sta sgretolando un ordine mondiale che non regge più di fronte alle sfide del presente.

Ieri e oggi s’intrecciano. Tra il 1944 e il 1951 gli Stati Uniti costruirono gli accordi di Bretton Woods, le Nazioni Unite, la Nato, il trattato di sicurezza tra Giappone e America. Siamo entrati in un’altra puntata del romanzo occidentale e, ancora una volta, è l’America a innescare il cambiamento. Meloni ha costruito un rapporto con Trump, la premier è una figura chiave nell’Ue, il filo tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca è diretto. L’Onu e la Corte penale internazione sono organismi falliti, il destino dell’Europa non passa dal Palazzo di Vetro dove ballano satrapi e antisemiti; la sicurezza dell’Italia non dipende da un tribunale squalificato con sede a l’Aia. Il futuro dell’Italia è nel rapporto con Washington, così il governo Meloni crea e rafforza una rete di alleanze che si estende dall’Atlantico al Mediterraneo, fino all’Indo-Pacifico. La partenza è impressionante: Trump incontrerà Zelensky e parlerà con Putin; ha ricompattato il governo di Israele su Gaza e archiviato la formula “due popoli, due Stati”; ha incontrato il premier del Giappone e avvisato la Cina; firma ordini esecutivi che smontano la rovina della cultura woke. I democratici sono a pezzi, l’Europa incipriata dei tribunali e della buoncostume delle idee balbetta. L’Italia con la vittoria elettorale di Meloni ha anticipato i tempi e se Trump è l’America, allora noi stiamo con l’America.


Andrea Lavazza
Il ripasso di storia che serve per capire quanto conta la Corte dell'Aja

Avvenire, 8 febbraio 2025


... Considerando la fragilità dell’istituzione nelle sue fasi iniziali, una maggiore prudenza politica avrebbe potuto rafforzarne l’azione. Il fatto che la Cpi abbia messo sotto accusa i vertici di Mosca, Tel Aviv e i nuovi padroni dell’Afghanistan, mentre da vent’anni non riesce a portare in tribunale nemmeno Joseph Kony, leader delle milizie ugandesi, è stato considerato da molti un azzardo. Perché la probabilità di vedere alla sbarra il capo del Cremlino, il premier dello Stato ebraico e i leader di Kabul resta molto bassa, mentre il contraccolpo per i provvedimenti è stato fortissimo. Dispiace, in ogni caso, vedere che il governo italiano, per la mal gestita vicenda del generale libico Osama Almasri, si ponga adesso tra i nemici della Cpi. Si può contestare la conduzione di un singolo caso. Metterne in discussione l’operato e delegittimarla significa però minare il diritto internazionale stesso. E affossare quell’aspirazione a una giustizia universale che è compagna indispensabile della pace e della convivenza rispettosa fra le nazioni.

giovedì 14 novembre 2024

Ferrarotti visionario. In memoriam




Franco Ferrarotti, sociologo italiano (Palazzolo Vercellese 1926 - Roma 2024). Ritenuto il fondatore della sociologia italiana, le sue ricerche sono focalizzate sui fondamenti di legittimazione del potere in una società in trasformazione  come quella moderna; intellettuale policentrico, ha inoltre studiato il problema dei fini e dell'orientamento culturale della società industriale. La sua produzione teorica è stata pubblicata in Ricerche (2 voll., 2018) Scritti teorici (2 voll., 2019) e Scritti autobiografici (2020).


Franco Ferrarotti, La Roma che amo e quella che vorrei, il manifesto, 14 novembre 2024
Uno stralcio dall'ultimo intervento scritto per il manifesto nel 2012


Per me, piemontese sradicato, errabondo e giramondo, che qualcuno ha avuto la poca rispettosa idea di definire il «piemontese errante», Roma è, e da anni resta, a dispetto della mia riluttanza, un segno significativo, un marchio probabilmente indelebile (…).

La Roma che mi piace e di cui non potrò più fare a meno è quella che mi ha insegnato a errare stando fermo – la Roma che fa convivere Piazza Vittorio e Monti Parioli, il Rione Monti e Tor Pignattara. Questo è veramente l’impero senza fine, l’accettazione dello straniero e del diverso con una sorta di indifferenza sorniona che è integrazione lenta, ma inesorabile. Chi ci arriva non se ne va più. Come mi accadde di dire all’indimenticabile amico Filippo Bettini, Roma è l’eternità dell’effimero.

Ma c’è una Roma socialmente esclusa che mi angustia. Ed ecco che la mia ardente romafilia vespertina cede alla romafobia di buon mattino, quando, in un autobus stipato, sono un acino in procinto di venire debitamente schiacciato e spremuto prima, molto prima di arrivare a destinazione. Roma non è soltanto una città burocratica e ministeriale. La periferia non è più periferica. Dei suoi due milioni ottocentomila abitanti attuali un terzo abita in periferia. Se si fermasse la periferia, tutta la città sarebbe bloccata. Per anni ho esplorato, battuto palmo a palmo la periferia romana. Al Borghetto Latino ho anche affittato e sono vissuto in una baracca, d’inverno, quando l’umidità non perdona… È una vergogna per le forze politiche e intellettuali di sinistra che borgate, borghetti e baracche, a Roma, siano ancora il segno di una città ferita, scissa in città e anticittà, centro e periferia, priva di una lucidità condivisa.

Nei nuovi aggregati urbani la contrapposizione centro-periferia non ha più senso. Per la semplice ragione che il centro non potrebbe funzionare senza periferia. Ma a Roma la contrapposizione persiste. Perché Roma non è, come molti ottimi studiosi hanno affermato, la «capitale del capitale». Piacerà o meno, Roma continua ad essere ciò che è stata storicamente: la capitale della rendita. I suoi piani regolatori si sono arresi al blocco edilizio politicamente dominante attraverso a) le deroghe; b) le varianti; c) la tolleranza dell’abusivismo e degli interessi settoriali, in attesa della immancabile sanatoria con condono.

Non chiedo molto. Vorrei solo una Roma più sicura e meno rumorosa, capace di dare un posto di lavoro non precario ai suoi giovani, dotata di servizi urbani normali; autobus e metropolitana regolari, se non proprio degni di Parigi o della «subway» di New York; strade passabilmente pulite, proprietari di cani permettendo; un minore livello di corruzione; la manutenzione dei tombini e della rete fognaria ad evitare allagamenti anche in occasione di piogge non eccezionali. Non sarebbe la rivoluzione, ma solo un grado di poco più alto di civiltà urbana, in un paese che non dovrebbe essere immemore delle grandi lezioni di Leon Battista Alberti e degli altri protagonisti del Rinascimento. (…) Nella presente fase di transizione, le due grandi categorie storiche, la città monocentrica e la città industriale agglutinante, non sono più sufficienti. Nasce una realtà urbana imprevista. Si può anche parlare di realtà
post-urbana.

Lo sviluppo urbano è mosso dalle nuove esigenze di visibilità e di partecipazione di masse umane di recente inurbate (urbanizzazione senza industrializzazione), dal gioco degli interessi socio-economici, dai diritti di proprietà dei suoli, dalla corsa alla privatizzazione del pubblico allo scopo di garantire il parassitismo della rendita fondiaria e la massimizzazione dei profitti per la speculazione edilizi. In questa prospettiva, la lettura puntuale dei Piani regolatori attraverso gli Atti dei Consigli comunali è importante, benché affaticante e noiosa. Storicamente, i Piani regolatori sono stati concepiti come il volano dello sviluppo urbano e della utilizzazione razionale del territorio. Ma la questione del rapporto fra spazio e convivenza resta aperta. Né può dirsi dichiarata nei suoi termini specifici semplicemente prendendo atto del continuum urbano-rurale o di quel fenomeno indicato da un brutto neologismo, già segnalato, come rurbanization (rus e urbs) (…).

Purtroppo, è giocoforza constatare che la logica della città industriale sta prevalendo su scala planetaria. Il principio tecnico subordina a sé, alle proprie esigenze, rigidamente scandite, le dimensioni umane e i processi naturali: cultura contro natura, meccanico contro organico, precisione numerica contro approssimazione intuitiva. Peccato che la tecnica sia una perfezione priva di scopo. Adottare il principio tecnico come principio-guida significa trasformare i valori strumentali in valori finali: un equivoco dalle conseguenze catastrofiche. Occorre, oggi, un nuovo profilo del costruire in cui la precisione tecnica sia subordinata alle esigenze umane. Urbanisti e architetti non progettano nel vuoto sociale. Bisogna imparare a costruire senza violentare la natura o snaturare il territorio, sfigurare il paesaggio (…).

Un’alternativa al grattacielo c’è, cresce quotidianamente sotto i nostri occhi. È il nuovo aggregato urbano policentrico. Centro e periferia sono ormai categorie concettuali obsolete. Per questo occorre un patto di collaborazione, quanto meno di non belligeranza, con la Natura. L’iniziativa più rivoluzionaria, nelle condizione odierne, è in realtà un ritorno: la riscoperta del modo di costruire mediterraneo, un riorientamento del costruire che passi dall’interesse per il meccanico all’attenzione per l’organico, un mutamento profondo (…).

Oggi, il calcolo scientifico della costruzione appare ancora legato a una logica di invasione e vittoriosa trasformazione dell’ambiente. Si autodefinisce e si autovaluta in metri cubi e in cementificazione. Questa impostazione predatoria va rovesciata con un nuovo stile del costruire, fondato su un concetto di natura non nemica, bensì collaboratrice. La nuova architettura si inserisce nell’ambiente senza violentarlo, indovina i passaggi e le vie da rispettare per dar loro aria e luce, non soffoca e non blocca, bensì apre, rischiara, vivifica.

mercoledì 12 ottobre 2016

Marino, scontrini a parte



Giovanni Orsina
Se la politica si maschera da antipolitica
La Stampa, 31 ottobre 2015

Sono vent’anni che viaggiamo sull’ottovolante della «politica dell’antipolitica»: dovremmo esserci abituati, ormai. Ma l’Italia, per quanto si pensi di averla capita, riesce sempre a riservare qualche sorpresa, spingendosi a estremi di assurdità che ci si illudeva non fossero umanamente raggiungibili. L’unica cosa che non dovrebbe sorprendere è che all’assurdo in questo caso si sia arrivati a Roma: una città tanto cinica quanto permeabile che da quasi un secolo e mezzo si imbeve di tutti i più nefasti umori del Paese.
In che senso la surreale vicenda del sindaco Ignazio Marino può essere considerata la quintessenza della «politica dell’antipolitica»? La sua candidatura, ottenuta con elezioni primarie, e poi la sua ascesa al Campidoglio, nella primavera del 2013, avvengono in una fase di profonda crisi del Partito democratico: terribilmente deluso dai risultati delle elezioni del febbraio di quell’anno, che pensava di poter vincere a mani basse; atterrito ma anche attratto dal grillismo; dilaniato sulle opzioni non soltanto strategiche, ma perfino identitarie – proprio fra le primarie e il voto a Roma cade la rielezione di Napolitano al Quirinale, con lo psicodramma Pd che porta al siluramento di Franco Marini prima e poi Romano Prodi.
È in questo clima che il più «tradizionale» dei partiti italiani – l’erede in fin dei conti dell’unica cultura politica e organizzativa che sia davvero riuscita a sopravvivere alla tempesta di Mani Pulite, quella postcomunista – ha presentato a Roma un candidato col quale, per la sua estraneità ai meccanismi di potere, sperava di poter affrontare la concorrenza grillina.
La politica ha cercato così di sconfiggere l’antipolitica sul suo stesso terreno – «mascherandosi» da antipolitica. L’operazione però non è riuscita. E via via che il suo fallimento s’è venuto facendo sempre più palese, sono esplose le sue contraddizioni interne. Il Partito democratico ha accarezzato l’idea di espellere al più presto il «marziano» per la sua conclamata incapacità politica e i gravi danni amministrativi e d’immagine che essa stava causando. Tuttavia, soprattutto dopo che la magistratura ha svelato la cosiddetta mafia capitale, non ha resistito alla tentazione di continuarne a sfruttare la marzianità antipolitica. Non per caso, pure quando alla fine, assai tardivamente, il Pd s’è deciso a sfiduciare il sindaco, lo ha fatto sul terreno antipolitico degli scontrini, non su quello politico dell’inettitudine amministrativa. Più in generale, anche l’interpretazione che l’opinione pubblica ha dato della crisi s’è divisa lungo il crinale del rapporto ambiguo fra politica e antipolitica: da un lato chi ha attribuito la responsabilità per il fallimento all’antipolitica, reclamando il ritorno alla politica; dall’altro invece chi ha ritenuto che fosse stata proprio la politica a boicottare la marzianità virtuosa.
Quel che è più curioso in questa vicenda, e che la rende emblematica della più generale situazione italiana, a ogni modo, è quanto simili siano la posizione di Marino e quella del personaggio che lui stesso ha definito ieri il «mandante» del suo «accoltellamento»: Matteo Renzi. Anche Renzi è stato eletto segretario con le primarie da un Partito democratico in crisi d’identità e di linea politica; e anche Renzi è stato scelto perché estraneo all’apparato e ritenuto in grado di cavalcare l’antipolitica e affrontare la sfida grillina. Insomma: di certo non gli farebbe piacere sentirselo dire, ma Renzi è un po’ il «Marino d’Italia» – anche se con ben altre capacità politiche, per nostra buona fortuna.
La similitudine può forse contribuire a spiegare per quale ragione il presidente del Consiglio, che in genere tende alla brutalità ben più che al temporeggiamento, ha durato così gran fatica a sciogliere il nodo romano. E ancor di più può aiutarci a comprendere la solitudine di Renzi. I problemi che ha col partito, sul cui apparato non può appoggiarsi più di tanto, ma che non può nemmeno controllare con le «sue» primarie, che sono indirizzate o proprio dall’apparato, oppure da un’elettorato volubile e imprevedibile. E di conseguenza le difficoltà che incontra quando si tratta di selezionare una nuova classe politica – ad esempio di scegliere i candidati per le elezioni amministrative che si svolgeranno nella prossima primavera in alcune delle più importanti città d’Italia. Renzi infatti non può ricorrere più di tanto a politici di lungo corso e amministratori esperti, perché lui stesso è dove è grazie alle primarie e alla rottamazione antipolitica – oltre che a motivo delle condizioni isteriche dell’opinione pubblica. E deve quindi rivolgersi a marziani di questo o quel «pianeta non politico». Col rischio di non riuscire poi a controllarli e la quasi certezza di non poter mettere radici stabili sul territorio. E col problema aggiuntivo che i marziani tendono a preferire di restarsene su Marte: chi ha voglia di mettersi a fare il politico, oggi, o di misurarsi con l’amministrazione di città, almeno in alcuni casi, impossibili?

giovedì 22 settembre 2016

Il no alle Olimpiadi


Sergio Rizzo
Il paradosso della scelta sui Giochi
Corriere della Sera, 22 settembre 2016

Virginia Raggi rivendica di non aver cambiato idea. E per certi aspetti è vero. «Ritengo che sia criminale iniziare a parlare di Olimpiade quando Roma muore affogata di traffico e di buche», dice il 30 maggio a Piazza Pulita . Salvo poi precisare il giorno dopo: «Criminale è snobbare i problemi reali dei romani pensando solo alle grandi opere. Non mi riferivo ovviamente all’Olimpiade, di fronte alla quale non c’è alcun pregiudizio da parte del Movimento 5 Stelle». Finché la formula, una volta eletta sindaca, pian piano diventa: «L’Olimpiade non è una priorità». La certifica il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, in attesa che dal blog di Beppe Grillo arrivi la sospirata scomunica ufficiale. Tutti ricordiamo che quattro anni fa il premier Mario Monti si assunse la responsabilità di dire «No» alla candidatura della capitale d’Italia per i giochi del 2020. Allora era un presidente del Consiglio, oggi a decidere è un privato cittadino garante di un movimento politico. Ma la morale è sempre la stessa: la città di Roma non decide mai, né in un senso, né in quello opposto. Non decide la sua classe dirigente, perché non c’è o è troppo debole. Quello che è accaduto ieri è la conferma che il problema va ben oltre il tenue steccato dei partiti. E non risparmia il Movimento 5 Stelle. Rispetto ai Giochi olimpici Roma è ridotta così male da avere altre priorità: concordiamo.
M a continuiamo a credere che abbia ragione l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini al quale è toccato, in questo frangente, vestire i panni del grillo parlante. Per una forza politica che si candida a governare il Paese per cambiare tutto, questa è un’occasione persa.
L’Olimpiade avrebbe potuto essere una prova di estrema maturità. La dimostrazione che gli appalti pubblici si possono fare anche senza corrompere e rubare, che le infrastrutture si possono realizzare senza sprechi inutili, che organizzare un grande evento non necessariamente equivale a inondare di cemento inutile la città e arricchire gli speculatori, che il disperato bisogno di normalità di questo Paese può finalmente tradursi in realtà, che Mafia Capitale è morta e sepolta. Avrebbero potuto alzare l’asticella fino all’inverosimile: pretendere altri responsabili dell’organizzazione, imporre procedure di trasparenza estrema, rivendicare controlli esasperati. Hanno scelto di non mettersi in gioco. La scelta più facile, in questo momento.
Ma anche la più politicamente redditizia. L’unica accettabile, per il loro Dna. Basta fare un giro sulla Rete per constatare che la maggioranza degli internauti, serbatoio del consenso grillino, manifesta entusiasmo per il «No». Nonostante i malumori di qualcuno, la mossa è di sicuro servita a rinserrare i ranghi del Movimento, rendendo più solido il nocciolo duro intorno a Beppe Grillo in una fase nella quale il caso romano aveva seminato disorientamento perfino nei vari direttori. Quel «No» potrà sempre servire come scudo difensivo contro ogni attacco dei soliti poteri forti ai Cinque stelle, sul fronte romano e su quello nazionale: «Se la prendono con noi perché abbiamo detto No all’Olimpiade…». Senza poter escludere che tale ricaduta sia ancora più importante della decisione sul merito. A chi interessa l’Olimpiade? E poi, fra otto anni Dio vede e provvede… Ecco perché non avrebbero mai detto «Sì». Quel «Sì» avrebbe significato accettare discussioni, mediazioni, intese. Impossibile solo da immaginare.
Ed è anche la ragione per cui questa storia, oltre a non aver dissipato la sensazione di estrema fragilità della classe dirigente al governo di Roma, ha messo pure in discussione alcune regole basilari cui si è sempre ispirato il Movimento. Come la democrazia diretta. La proposta del segretario dei radicali italiani Riccardo Magi di far decidere ai cittadini con un referendum è stata liquidata sbrigativamente. Né abbiamo assistito a consultazioni «Olimpiarie» online degli aderenti, o alle famose dirette streaming. Qualcuno ha capito com’è stata presa la decisione? Certo non dal Consiglio, e nemmeno dalla Giunta comunale. Chi era a favore, o contrario? Se utile alla propaganda, lo streaming è un dogma usato anche come manganello; diventa un optional quando può essere fonte di imbarazzo. Funziona sempre. Ma dov’è la differenza con gli altri, a questo punto ce lo dovrebbero spiegare.

sabato 23 gennaio 2016

Roma senza futuro



Christian Raimo
Solo la cultura può salvare Roma dalla tristezza
Internazionale, 16 gennaio 2016


... il presente non è nemmeno il tempo più avvilente per questa città. A Roma manca totalmente l’idea di un futuro, di una vocazione. E non solo perché da sempre vive in modo retroflesso, schiacciata dai miti (dell’impero, del papato, della repubblica…), ma perché continua a sperare in rinascite legate a grandi eventi: non bastano le costruzioni dei Mondiali di Italia ‘90 e le chiese del giubileo del 2000 che cadono a pezzi, lo stadio del nuoto mai completato, la nuvola di Fuksas che è ancora un cantiere. Oggi una città che non sa come regolarsi con la cacca degli uccelli si candida alle Olimpiadi del 2024, con l’ambizione meschina di svilupparsi ancora sull’unico prodotto su cui ha investito dal dopoguerra in poi: il cemento.
Nel 1962 fu approvato un piano regolatore per una città che si immaginava avrebbe raggiunto nel corso di un paio di decenni i cinque milioni di abitanti. Oggi non sono nemmeno tre milioni, eppure si continuano a costruire quartieri che mangiano l’agro romano, espandendo la periferia in uno sprawl indefinito, creando dal nulla comuni grandi come città – vedi Guidonia con i suoi quasi 100mila abitanti, di cui quasi un terzo ogni giorno fa il pendolare con Roma – e finanziando economie passive come quelle dei palazzinari e degli affittacamere.
E se forse i candidati sindaci – per adesso Matteo Renzi e Matteo Orfini hanno fatto il nome di Roberto Giachetti, e Stefano Fassina si è autocandidato per Sinistra italiana – concorderebbero su questa diagnosi desolante, è proprio sulla prognosi che sembrano già annaspare. Perché occorre interrogarsi sul destino di questa città, non solo a partire dai suoi evidenti problemi anche di spicciola amministrazione.
Cosa è e come immaginiamo che sarà Roma tra vent’anni? Una specie di fondale per un turismo anagraficamente vecchio? La succursale della burocrazia nazionale per campare ancora di questo terziario arretrato e del suo sempre più misero indotto? Un’infinita periferia di centri commerciali?

Un’idea per Roma
 
Chi governerà questa città dovrà non solo conoscere in modo profondo una città sfiancata dallo sfruttamento millenario della sua eredità genetica, della bellezza storica e naturale, ma avere una visione di lungo raggio.
Per far diventare Roma una vera metropoli europea, come è riuscito a Berlino o a Barcellona, darle un ruolo centrale nel Mediterraneo, farne una città della conoscenza – dell’università, della ricerca, delle arti (come è per esempio nella splendida prospettiva di Walter Tocci) – non è sicuramente sufficiente un commissario prefettizio ma nemmeno un bravo amministratore: serve rivendicare l’indipendenza dalla tutela del Vaticano e dalla famelicità dei costruttori, ed è necessaria ancora di più un’intelligenza di quelli che sono i grandi processi sociali e un progetto ispiratamente pedagogico.
Questo è forse avvenuto in due brevi fasi nel novecento: nel 1907 con Ernesto Nathan e tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli ottanta con Carlo Giulio Argan, Luigi Petroselli, Ugo Vetere (e i loro collaboratori: Renato Nicolini, Antonio Cederna, Ludovico Gatto). Altrimenti l’ennesima occasione andrà dolorosamente sprecata.

giovedì 3 dicembre 2015

Il Rubens di Fermo



Francesca Bonazzoli
il bel vivere di Rubens
Artista e consigliere di corte unì genio, fortuna e generosità in un’esistenza votata al bello
Diverso dal rude (ed ammirato) Caravaggio seppe destreggiarsi tra nobili e colleghi
Ed anche da ricco non volle rinunciare alla pittura

Corriere della Sera, 3 dicembre 2015

All’inizio di giugno del 1608 Pieter Paul Rubens terminava di dipingere a Roma l’Adorazione dei pastori per la chiesa di San Filippo Neri di Fermo. Caravaggio era fuggito dalla città eterna esattamente due anni prima, inseguito da una condanna a morte per omicidio e dalla fama di pittore più geniale del tempo. Tutti i giovani imitavano la sua maniera e anche Rubens, che aveva solo sei anni meno di lui, ne era rimasto sedotto, come si vede nei forti contrasti di luce del dipinto marchigiano.
L’anno prima si era anche battuto affinché il duca di Mantova, al cui servizio il fiammingo lavorava, comprasse la grande tela con la Morte della Vergine dipinta da Caravaggio e rimossa da Santa Maria della Scala perché si diceva che nei panni della Madonna fosse ritratta una prostituta annegata nel Tevere. Quando dopo due mesi di trattative Rubens riuscì a ottenere l’opera, allestì un’esposizione pubblica nel palazzo dell’ambasciatore di Vincenzo Gonzaga, Giovanni Magni, e tale fu la folla di coloro che accorsero a vederla, che si dovette tenere aperta la casa per un’intera settimana.
Rubens era fatto così: generoso, immune dalla meschinità e dalle invidie che affliggevano gli altri pittori. Era uno spirito gentile, sereno e positivo. L’opposto del violento Caravaggio. La mano di carte fortunate che la vita gli aveva riservato comprendeva anche un bell’aspetto. Quando arrivò a Venezia nel giugno del 1600, a 23 anni, portava i capelli lunghi fino alle spalle, i baffi arricciati, e con le sue maniere da gentiluomo affascinò il duca di Mantova. Vincenzo Gonzaga era uno splendido dissipatore di ricchezze, dedito alle avventure galanti, alle cacce, ai banchetti, al gioco d’azzardo e a quello della guerra (ci andava vestito con abiti tempestati di gemme, accompagnato da buffoni e musici guidati da Claudio Monteverdi). Invitò subito Rubens alla sua corte, ma essendo sempre a corto di liquidi lo lasciò libero di dipingere per altri committenti. Lo inviò anche in missioni diplomatiche grazie alle quali Rubens fece incontri straordinari come quello con Diego Velázquez che il re di Spagna Filippo IV teneva recluso a corte, al suo esclusivo servizio.
Velázquez aveva 22 anni esatti meno di Rubens e sebbene sotto gli occhi, a Madrid, avesse a disposizione i migliori Tiziano del mondo, quelli collezionati da Carlo V, sognava di andare in Italia. Fu Rubens a convincere Filippo IV a concedere a Velázquez un viaggio a Roma: nessuno quanto lui stesso poteva capire quel desiderio. Roma era la grande passione del fiammingo, anche se fama e ricchezza erano decollate a Genova grazie agli straordinari ritratti delle ricche mogli dei mercanti genovesi. Corteggiato e a suo agio fra quei borghesi che prestavano i soldi agli uomini più potenti d’Europa, divenne amico di Nicolò Pallavicino, banchiere di Vincenzo Gonzaga e ancora a distanza di molti anni i due erano così legati che il pittore chiese al banchiere di fare da padrino al suo secondo figlio.
Un’altra missione diplomatica, a Firenze per accompagnare il Gonzaga alle nozze per procura di Maria de’ Medici con Enrico IV, fruttò a Rubens vent’anni dopo uno dei contratti meglio pagati: quello per le tele della galleria del Lussemburgo, a Parigi. La vita, insomma, rovesciò su Rubens tutti i suoi doni: talento, gloria, amicizie, ricchezza, intelligenza, una grande casa all’italiana nella sua Anversa, e due mogli adorate: Isabella e, dopo la morte di questa, la giovane Hélène. La sposò a 54 anni, al ritorno dall’Inghilterra: lei aveva 16 anni e veniva da una famiglia borghese.
Dopo la nomina a cavaliere concessagli da Carlo I per i servizi resi in favore della pace fra Inghilterra e Spagna, tutti si aspettavano che il pittore avrebbe scelto una dama a corte. Invece, finalmente liberato dagli impegni diplomatici, Rubens tornò a dilettarsi con la pittura. L’ultima cosa di cui aveva bisogno, ormai straricco e padrone del suo tempo, era una moglie aristocratica, che sarebbe magari arrossita a vederlo prendere i pennelli in mano. Lui non era come Caravaggio, che sfidava la vita. A Rubens piaceva gustarla. Con la naturalezza e la calma di chi sa di poter dire «tout vient chez moi».



venerdì 27 novembre 2015

Pasolini: Roma, il benessere, il moralismo



Roma sta diventando una città orribile (molto peggio di quel che appaia dagli articoli di Cederna): sulle vecchie borgate sopravvissute come un'indelebile città di sogno, arcaica, nella città, sorgono nuovi strati periferici, ancora più orrendi, se possibile. Questo è lo spettacolo che mi si presenta ogni giorno davanti agli occhi.
Tu sai benissimo come il vostro “benessere” (e mi fai rabbia, anche tu, che ne accetti la realtà, con tanto slancio ottimistico, come chi, mettendosi addosso una giacca di nuovo taglio, rende crudelmente antiquati coloro che ne hanno una dell'anno precedente) implica “malessere”, ossia il neocapitalismo rende più profonda la divisione tra Nord e Sud, man mano che il Nord arricchisce, il Sud impoverisce. Io sono nelle condizioni di percepire questo regresso (tu sai bene che il Sud comincia alla periferia di Roma): è l'impoverimento dell'Italia che è, per me, l'attualità, il fatto "di moda".
... Il ridicolo è dovuto al moralismo. [...] Questo è l'ultimo colpo per la vita associata e civile italiana.



Risposte scritte a domande di Alberto Arbasino, ora in A. A., Ritratti italiani, Adelphi, Milano, 2014, pp. 380-381.



http://www.centrostudipierpaolopasolinicasarsa.it/molteniblog/ritratti-italiani-pasolini-secondo-arbasino/
http://www.pierpaolopasolini.eu/saggistica_borgateRoma-cambiate.htm











mercoledì 5 agosto 2015

Cola di Rienzo


la statua ai piedi del Campidoglio 
 



Giuliano Procacci
Storia degli italiani 
Laterza, Bari 1998 (1968) 

Strana città la Roma del Medioevo! Il suo aspetto era quello di un grosso agglomerato tra urbano e campagnolo, ben lontano dalle dimensioni e dalla densità di insediamento umano delle grandi città dell’Italia settentrionale e centrale, per non parlare di quelle dell’antica metropoli imperiale che pur era stata, come attestavano le rovine di cui il suo modesto paesaggio era costellato. Dal punto di vista dell’organizzazione politica Roma aveva anch’essa i suoi organi e le sue magistrature di autogoverno cittadino,che si fregiavano anzi di nomi illustri; ma chi in essa effettivamente deteneva il potere erano le potenti casate e fazioni feudali, prima fra tutti quelle dei Colonna e degli Orsini che, con le loro masnade, spadroneggiavano nelle vie cittadine e in più di un’occasione costrinsero il papa ad abbandonare la città.

Eppure da questa città partivano le scomuniche e alla volta di essa calavano gli imperatori in cerca della corona. E vi erano giornate in cui i cittadini romani avevano la sensazione che la loro città fosse tornata ad essere veramente il centro del mondo: al giubileo del 1300, indetto da Bonifacio VIII, migliaia e migliaia di pellegrini vi si erano riversati, sino a gremire le sue strade al punto che sotto il peso della folla un ponte era crollato. Poi vi era stata la calata del Bavaro, con il suo pittoresco seguito e la inconsueta cerimonia in Campidoglio di cui abbiamo parlato. Si direbbe quasi che Roma medievale vivesse una doppia vita, quella umile e plebea di tutti i giorni e quella delle grandi occasioni e delle solennità.


Figlio di questa Roma e partecipe della sua doppia natura fu Cola di Rienzo, uno dei personaggi più singolari della storia italiana. Figlio di un oste e di una lavandaia, allevato tra i contadini della Ciociaria, egli fu uomo di gusti plebei e istintivi e tale rimase anche al culmine della sua singolare carriera. Quando, giunto al termine della sua fortuna, fu impiccato per i piedi, tutti rimasero colpiti dalla sua smisurata grassezza. “Pareva uno smisurato bufalo ovvero vacca a macello” – scriveva un anonimo cronista romano.Gli è che il potere era stato per lui anche un mezzo per sanare la sua antica fame popolana: “prese colore e sangue – ci informa ancora l’anonimo romano – e meglio manicava e meglio dormiva”. Eppure quest'uomo nutriva un affetto genuino per la sua città ed era sinceramente e appassionatamente convinto che la sua missione fosse quella di restituirle quella dignità che essa aveva perduto. Da giovane egli si era nutrito di letture classiche e si era aggirato inquieto tra le vestigia dei monumenti romani invocando le ombre dei grandi del passato: "Dove sono questi buoni romani? Dove enne loro summa iustizia? ... poterame trovare in tiempo che questi fussi". 
Questa singolare mistura di estroversione e di allucinazione, questo suo sonnambulismo, questa sua dotta ignoranza che piacque tanto agli intellettuali, questa combinazione di ingenuità e di megalomania spiegano, assieme alla presa che continuava a esercitare sugli animi il mito di Roma, la sua straordinaria ed effimera avventura. 




 Còla di Rienzo. - Tribuno e riformatore di Roma (Roma 1313 - ivi 1354). Figlio di un Lorenzo taverniere, benché più tardi lasciasse credere d'essere figlio illegittimo dell'imperatore Arrigo VII, Nicola si diede agli studî e alla professione di notaio, ma insieme si interessava ai monumenti e alla storia dell'antica Roma. Alla fine del 1342, inviato ambasciatore ad Avignone per invitare il papa Clemente VI a far ritorno a Roma, ne ottenne il favore, se non il ritorno, e la carica di notaio della Camera Capitolina. Dopo il rientro a Roma nell'estate del 1344, resosi sempre più popolare e guadagnatosi anche il favore del vescovo di Orvieto, Raimondo, vicario papale in spiritualibus, fu eletto il 20 maggio 1347 tribuno e liberatore dello stato romano. Obbligò allora i potenti baroni a sottomettersi, e cercò di legare a sé i comuni e i signori italiani, specialmente quelli umbri e toscani. Con fastosa cerimonia il 1º ag. 1347 assunse i titoli di candidatus Spiritus Sancti miles, Nicolaus severus et clemens, liberator/">liberator urbis, zelator Italiae, amator orbis et tribunus augustus. Il fantastico suo reclamare per Roma la dignità di capitale del mondo, pur dichiarando di non voler attentare ai diritti della Chiesa, insospettì Clemente VI; l'ostilità del pontefice, la freddezza e la diffidenza di alcuni comuni italiani, la rivolta dei baroni, soprattutto colonnesi, scossero la posizione di C. che dovette fuggire. Rifugiatosi tra gli eremiti della Maiella, s'imbevve di profetismo escatologico, e con nuovi programmi imperiali si recò a Praga (luglio 1350), per esporli a Carlo IV. Arrestato come sospetto d'eresia dall'arcivescovo di quella città, fu tradotto ad Avignone, e quindi liberato per intercessione di Carlo IV, dell'arcivescovo stesso e del Petrarca, suo ammiratore (sett. 1353). Dal nuovo papa, Innocenzo VI, fu inviato allora in Italia, perché con la sua influenza appoggiasse il restauratore dello stato pontificio, Egidio Albornoz. Nominato senatore di Roma, entrò come trionfatore nella città il 1º agosto 1354. Ma errori da lui commessi, per un'esaltazione che parve follia, di nuovo gli alienarono la popolarità e cadde ucciso in un tumulto. La breve esperienza di C., per avere espresso suggestivamente il trapasso dai miti universalistici medievali di Impero e Chiesa verso ideali, più moderni, di un Impero che avesse nel populus romanus (inteso come nazione italiana) il suo centro, e di una Chiesa realizzatrice di valori più spirituali, è stata da taluni storici intesa più creatrice di storia di quanto in realtà non sia stata, anche per il fatto che si intrecciò con l'esperienza petrarchesca certo più determinante nella storia della cultura. (Treccani.it)

il busto al Pincio

Cola di Rienzo: mito e rivoluzione nei drammi di Engels, Gaillard, Mosen e Wagner: 1837-1846: con la ristampa del testo di Friedrich Engels 'Cola di Rienzi' (1841)

Battafarano, Italo Michele (2006) Cola di Rienzo: mito e rivoluzione nei drammi di Engels, Gaillard, Mosen e Wagner: 1837-1846: con la ristampa del testo di Friedrich Engels 'Cola di Rienzi' (1841). Labirinti. Testi e Ricerche di Germanistica = Texte und Forschungen zur Germanistik / a cura di = herausgegeben von Italo Michele Battafarano; 94.1 . Trento: Università degli Studi di Trento. Dipartimento di Studi Letterari, Linguistici e Filologici. ISBN 978-88-8443-148-6
Abstract
Sollecitati dal romanzo Rienzi. The Last of the Roman Tribunes (1835) dell’inglese Edward George Bulwer-Lytton, quattro giovani autori tedeschi elaborano in forme teatrali la figura del tribuno Cola di Rienzo (1313-1354) e la sua rivoluzione a Roma durante l’assenza dei Papi, in cattività ad Avignone dal 1304 al 1377, men­tre la città è vittima della tirannia della nobiltà. Questi drammi – Cola Rienzi (1837) di Julius Mosen; Cola di Rienzi (1841) di Friedrich Engels; Rienzi, der Letzte der Tribunen (1842) di Richard Wagner; Cola Rienzi (1846) di Carl Gaillard – riportano all’attenzione la libertà e l’uguaglianza come ideali della rivoluzione, la legalità e la giustizia sociale come fondamenti del nuovo ordine sociale in una cornice costituzionale, il pericolo del ritorno della restaurazione e quello della trasformazione del tribuno in tiranno. Rivelando originalità nella costruzione drammatica, nell’elabo­razione della concettualità politica e nella scelta metaforica, questi quattro autori tedeschi scrivono un capitolo importante di storia civile europea, attraverso un esempio italiano. Essi contri­buiscono così in maniera decisiva alla creazione di una mitologia popolare ancora oggi molto produttiva: Cola di Rienzo, figura eroica della letteratura tedesca, è il visionario propugnatore di una nuova Roma repubblicana, fondata su libertà e giustizia, protagonista carisma­tico della Rivoluzione, vittima, infine, di meschine rivalità e del conflitto che si sviluppa tra affetti privati e interesse pubblico, dopo la conquista del potere. "Mi paiono notevoli gli spunti di riflessione che l’autore suggerisce sul rapporto tra storiografia e letteratura, ovvero tra la ricostruzione storica e l’elaborazione immaginifica di un accadimento o di un personaggio. […] Osserva giustamente Battafarano: “Se, pertanto, è senza dubbio vero che Engels, Wagner, Mosen e Gaillard con le loro opere drammatiche non offrono nulla che possa servire agli storici odierni del medioevo, è però altrettanto vero che essi dicono molto allo storico che si accinga a studiare la Germania dell’Ottocento” (p. 23), e chiude il capitolo con una notevole sentenza: “La letteratura è la rappresentazione della storia dell’umanità rivisitata continuamente nel mito” (p. 25). Il rapporto tra storia e letteratura si presenta dunque come uno dei temi profondi del libro." Tommaso di Carpegna Falconieri, "il 996: rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli". 



sabato 20 dicembre 2014

Mark Twain in Italia

Cesare De Seta
Il disastroso viaggio di Mark Twain in Italia
la Repubblica, 5 marzo 2012

Quando Mark Twain, nel 1866, intraprende una crociera per l' Europa che lo porta per sei mesi in Francia, Italia e vicino Oriente ha poco più di trent' anni: non è ancora il celebre autore delle Avventure di Tom Sawyer, ma un letterato e giornalista affermato. Si prende una vacanza e senza alcun timor panico si diverte un mondo, con ironia e sarcasmo, nel mettere alla berlina usi e costumi dell' antico continente. Le pagine sull'Italia, ora proposte In questa Italia che non capisco, Mattioli 1885, nella traduzione di Sebastiano Pezzani, sono tratte da The Innocent Abroad (1869) e fanno pelo e contropelo alla letteratura di viaggio. In questa tradizione ci sono due cerniere essenziali: la fine del Grand Tour con le guerre napoleoniche, e l' irrompere di uno stuolo di viaggiatori dal Nuovo continente a partire almeno dalla metà dell' Ottocento. Twain non è certo il primo, ma il piglio delle sue notazioni sul Bel Paese sono una novità ed esse, dico subito, sono agli antipodi da quelle dei "pellegrini appassionati" alla Henry James. Twain non è affatto "innocente", ma ostenta un candida ignoranza di arte, architettura e storia italiana. Anzi è come infastidito da questo fardello della storia che affonda un paese che giudica senza veli: «Questo paese è in bancarotta. Non c' è una solida base per opere grandiose», e si riferisce alla rete ferrata e alla pomposità delle stazioni. Il suo spirito puritano lo fa gioire per la confisca dei beni della Chiesa, ma sulla folla di preti che incontra ovunque è feroce e tale sua indignazione è motivata dal fasto delle chiese e dei conventi. Ovviamente a Roma il suo anticlericalismo tocca l'acme, così come sul culto dell'Antico scrive pagine esilaranti sul Colosseo e i giochi gladiatori. La demistificazione dei luoghi comuni sembra essere la ricorrente cifra stilistica di queste pagine: inveisce contro le guide parlanti ("il pappagallo umano") e scritte, non risparmiando nessuna delle consacrate icone del viaggio in Italia. Ha un occhio vigile, spregiudicato, che gli consente d' apprezzare il modo di vivere delle classi agiate italiane, assai meno operose di quanto non siano quelle del suo paese. «In America andiamo di fretta». Sbarcato a Genova s'inoltra a notte fonda nei carrugi: «le case strette ai nostri fianchi sembravano più protese che mai verso il cielo» e la voce del silenzio lo affascina. Quando scrive di paesaggi i suoi sensi vibrano e le pagine sono sempre seducenti: sul lago di Como «ville sontuose imbiancate dal chiaro di luna risaltavano dal nutrito fogliame che giaceva nero e informe»; quando sale sul Vesuvio la città, illuminata dalle lampade a gas, gli appare come «un collier di diamanti che scintillano nell' oscurità lontana» ai margini dello «splendido golfo». Ma quando s' inoltra nel ventre della città la sua analisi è spietata, ma con autoironia aggiunge: «Qualcuno potrebbe pensare che io abbia dei pregiudizi. Forse è vero. Mi vergognerei di me stesso se non li avessi». S' indigna per "l'impostura" del miracolo di San Gennaro. Venezia è «finita preda della povertà, della trascuratezza e di una triste decadenza». Ma al chiaro di luna appare «ancora un volta la più sontuosa tra tutte le nazioni della terra». È infastidito dai chilometri di dipinti che attraversa a Firenze, dove tutto, gli vien detto, è opera di Michelangelo. Si vergogna di non avere un'educazione artistica, ma si giustifica dicendo che in America non è contemplata. Twain guarda all' Italia e alla sua civiltà con sentimenti contraddittori: l'attrae il contesto paesistico naturale e urbano che incontra di città in città, ma sente che queste sprofondano di giorno in giorno in un immobile passato; è infatti sgomento per lo spettacolo di decadenza, la diffusa miseria, l' alterigia delle classi dirigenti divise dal popolo e chiuse nel loro privilegio. Un senso sincero d' angoscia lo pervade per quanto cade sotto i suoi occhi: il marciume che invade i Fori a Roma, a Venezia l'olfatto è offeso dai fetori che salgono dai canali, lo spettacolo di Pompei lo affascina, ma anche l' avvilisce. Un paese l' Italia per il quale non c'è redenzione possibile, né riesce a vedere un futuro. Viaggio contropelo quello dell'americano, in taluni casi persino urticante, in pagine letterariamente raffinate che oscillano tra sarcasmo, ironia e comico.

mercoledì 12 giugno 2013

L'Italia di Jean-Baptiste Corot

Laura Larcan
La doppia vita di Corot il grande precursore
Sulla mostra "Corot e l'arte moderna. Souvenirs et Impressions" 27 novembre 2009 - 7 marzo 2010 ospitata al Palazzo della Gran Guardia a Verona.
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     L'Italia. Il primo lungo soggiorno italiano, fra il 1825 e il 1828 che gli stimola uno stile precocemente realista, cercando nelle vedute di Roma e nella campagna laziale, sempre di piccolo formato, di restituire con efficacia sulla tela l'atmosfera limpida e cangiante con una tecnica immediata basata su larghe masse di colore. E' qui che Corot scopre l'essenza del paesaggio, ancora prima di aderire alla scuola di Barbizon (quel gruppo di artisti francesi che decideranno tra il 1830 e il 1847) di soggiornare presso la foresta di Fontainebleau per sperimentare la pittura dal vero nel cuore della natura).

     A Roma Corot non cerca la storia o l'eco del passato, ma vuole la luce, quella chiarezza che accende i colori trasformandoli in strumenti diretti della sua stesura pittorica. E comincerà a dipingere secondo la sua sensibilità, en plein air, anche se può impiegarci giorni e giorni per concludere la composizione. Ancora un secondo soggiorno in Italia, nel 1834, viaggiando tra Firenze, Genova, Venezia e i laghi lombardi, quando la sua arte si traduce tutta nel registrare "impressioni" luminose di quei luoghi. Fino al terzo, nel 1843, tra Torino, Genova, Roma e dintorni, periodo di nuove intuizioni.
...
      Scorrendo le tele in mostra, che non perdono mai di vista i riferimenti alla sua Italia come esperienze artistiche, si coglie un graduale passaggio dalla chiarezza del primo soggiorno, che tanto piaceva a Emile Zola, ad una modulazione più accentuata delle gamme cromatiche, mentre le figure accentuano l'effetto atmosferico e i contorni appaiono sempre più atmosferici e sgranati.
      Soluzione stilistica che tanto amerà Renoir. Come riporta il curatore Pomarède nel saggio del catalogo della mostra, nel rievocare il celebre "Porto di La Rochelle" [...] invidiava ancora nel 1918 la maniera in cui Corot era riuscito a dare "il colore alla pietra", definendolo "il grande genio del secolo" e "il più grande paesaggista mai vissuto". Renoir, continua Pomarède, che ricordava i consigli dispensati da Corot di "non essere mai sicuri di ciò che si fa fuori" e di "rivedere sempre l'opera in studio", confidava d'altronde a suo figlio, il cineasta Jean Renoir: "Ho capito subito che il più grande era Corot. Lui non scomparirà mai. Si sottrae alle mode come Vermeer di Delft".

la Repubblica, 24 novembre 2009