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giovedì 17 settembre 2026

Russia addio

Florent Georgesco
In "Addio mia Russia", il grande storico dell'Unione Sovietica Nicolas Werth fonde il personale con l'universale

Le Monde, 14 settembre 2026

Alcuni libri non hanno altra scelta che diventare mostruosi, perché la realtà è sempre presente, traboccante, inafferrabile, eppure bisogna comunque tentare di afferrarla. Bisogna tenere a mente questo limite, e questa grandiosità, quando si apre il nuovo libro di Nicolas Werth, Addio mia Russia , un'impresa unica nell'opera di questo grande storico dell'Unione Sovietica, dove il personale si intreccia con l'universale con un'intensità mozzafiato.

Una possibile sintesi potrebbe essere definita da due date chiave: marzo 1969, il padre dello storico, il giornalista britannico Alexander Werth, si suicidò gettandosi dalla finestra dell'appartamento di famiglia; luglio 2023, suo figlio si trovava sul balcone, pronto a gettarsi, ma alla fine si fermò per il dolore che avrebbe causato alla sua famiglia. Trascorse settimane in un ospedale psichiatrico, dove decise di realizzare il progetto a cui pensava da tempo: raccontare i suoi decenni di soggiorni e ricerche in Russia – dove oggi non può più tornare – collegandoli al percorso di suo padre, la cui morte fu segnata dalle parole: "Addio, mia Russia".

Sette mesi prima, le truppe sovietiche erano entrate a Praga per porre fine all'esperimento cecoslovacco del "socialismo dal volto umano ". Questo, a quanto pare, rese inevitabile l'azione di Alexander Werth, come se gli fosse impossibile vivere senza alimentare questo sogno di regimi comunisti che evolvono verso una liberazione delle coscienze e del discorso pubblico.

Ideali accecanti

La "sua" Russia, al di là delle sue origini russe, era l'URSS, così come lui la desiderava. Quanto a ciò che era realmente, la vedeva solo a metà, accecato dagli ideali che, da giovane giornalista antifascista, lo avevano reso, se non un comunista, quantomeno un ammiratore del mondo sovietico. Corrispondente per la BBC e il Guardian , aveva accompagnato l'Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale. Da questa esperienza trasse ispirazione per un importante libro, *Russia in guerra* (Stock, 1965). Alla sua morte, stava lavorando a un seguito, che avrebbe dovuto intitolarsi *Russia in pace*. Ma, dopo Praga, questo titolo non aveva più senso. A volte, le illusioni ci sostengono; con esse si cade.

In questo senso, l'atto suicida di Nicolas Werth, per quanto sorprendente sia l'analogia con quello del padre, è di natura diversa. Lo storico potrebbe aver desiderato morire a causa dell'atroce guerra condotta dalla Russia in Ucraina e della repressione di tanti dissidenti – suoi amici – in Russia. Ma nulla di tutto ciò aveva dissipato le sue illusioni. Al contrario, tutta la sua opera rivela chiaramente il contesto di oppressione sovietica sullo sfondo del quale il padrone del Cremlino aveva costruito la sua visione del mondo. La disperazione di Nicolas Werth derivava piuttosto dalla sua stessa lucidità riguardo a un paese che avrebbe voluto amare, come aveva fatto suo padre. Solo che lui, che aveva trascorso tutta la vita a confrontarsi con gli archivi del totalitarismo, non aveva alcun rifugio nei sogni.

In sintesi, questo è ciò che rappresenta questo straordinario libro: lo scontro di due disperazioni opposte, che l'autore unisce per comprendere, quantomeno, chi fosse Alexander Werth. Ci riesce? Per quanto possibile. Ma soprattutto, si è avvicinato molto a qualcos'altro, che è il cuore pulsante dell'indagine: la sua stessa vocazione di storico, nata da una perdita irreparabile – questa lunga ricerca della verità storica, che era dunque già, ben prima di Putin, ben prima dello scatenarsi della violenza russa in Ucraina, un vero e proprio canto d'addio.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/09/14/dans-adieu-ma-russie-le-grand-historien-de-l-union-sovietique-nicolas-werth-mele-l-intime-a-l-universel_6773872_3260.html

sabato 5 settembre 2026

Mio fratello il Che


Andrea Pasqualetto
«Era straordinario, non un mito Fu tradito dai comunisti boliviani Magliette, spille, merchandising: il capitalismo ha colpito anche lui»
Corriere della Sera, 5 settembre 2026

All’ultimo tavolo del Panera Rosa, locale modaiolo di Soho, siede un uomo baffuto dall’aria bohémien. È il fratello di una leggenda: Ernesto Guevara de la Serna, per tutti il Che, mito rivoluzionario di mezzo mondo. Siamo in un quartiere elegante di Buenos Aires che non è esattamente il mondo di Juan Martin Guevara, ma a lui va bene così: «Este lugar es perfecto!». Dice che questo posto tutto pastelli rosa e musica pop, dove nessuno lo conosce, è perfetto. Arriva la giovanissima cameriera: «Señor?». «Tè y dos medialunas, por favor». Un tè e due cornetti per il fratello del Che che uno immagina con un sigaro fra i denti e in mano il bicchierino di rum al banco di una vecchia osteria.

Spiazza un po’ l’ultimo degli hermanos di Ernesto, il solo vivente dopo la morte della sorella Celia nel 2023. Oggi ha 83 anni e alle spalle una storia legata a doppio filo con quella del fratello, del quale condivise le idee e la lotta pagandola con otto anni di carcere quando era dirigente del Partido revolucionario de los trabajadores. Allora Juan Martin faceva il sindacalista ma la sua è stata una vita dai mille mestieri: autotrasportatore, editore, libraio, commerciante di sigari e rum cubani. È l’unico dei Guevara a non essersi laureato, per scelta: «Volevo essere proletario e sono diventato camionista». Il fratello del Che è loquace e allegro, parla e addenta un cornetto, parla e scoppia a ridere e con la sua voce possente riempie il locale. Poi si ferma e ti guarda: «Hablame, hablame». 
Señor Guevara, ci sarebbero mille domande. Quanto tempo abbiamo?

«Hablame».
Cosa significa essere il fratello del Che?

«Significa essere il fratello di un uomo che ha fatto cose straordinarie. Non un mito, detesto i miti».
In che senso?

«Ernesto non è uscito dal nulla o da una specie di galleria di uomini superiori. Veniva da una famiglia fatta di varie anime, con pregi e difetti».
Com'erano i Guevara?

«Un po’ matti. I miei genitori avevano dietro famiglie ricche e importanti e insieme formavano una coppia eccentrica e squattrinata. Mio padre era un picaflor, un po’ qui un po’ lì, ah ah, entiendes?, gli piacevano le donne, tanguero, imprevedibile, fantasioso, opportunista, libero. Un incantatore di serpenti. Mia madre era una donna colta, intellettuale, femminista, contestatrice, rigorosa. Noi figli siamo il risultato di questo miscuglio. In quella casa c’era poi una regola fondamentale: bisognava avere umorismo. Regnava l’ironia».
Lei molto più giovane di lui come lo vedeva?

«Per me era un raggio di sole. Era il fratello grande che faceva cose incredibili, che partiva, viaggiava, viveva avventure. Giocava a rugby correndo come una furia anche se aveva l’asma, andava a scalare le montagne, sfrecciava con la moto, era coraggioso, divertente, pazzo. Una volta ricordo che si è messo a camminare in equilibrio sul bordo di una ringhiera, bastava un passo sbagliato e sarebbe caduto da un’altezza che non perdonava. Era capace di buffonate infantili e di grande serietà, un divoratore di libri, come mia madre del resto. Ed era anche ottimo scacchista e gran bevitore di mate, molto esigente col mate. Ma la sue grandi qualità erano soprattutto l’autoironia e la lealtà».
Che ricordo ha del famoso viaggio di Ernesto con l'amico Alberto raccontato nei "Diari della motocicletta"?

«Non era la prima volta che partiva per un viaggio. Aveva iniziato molto presto a odiare la civiltà, diceva che le folle cittadine si muovevano al ritmo del rumore che era l’opposto della pace. All’inizio andava in bicicletta poi i viaggi si sono fatti più lunghi e prendeva la moto. Quella volta con Alberto volevano arrivare addirittura negli Stati Uniti ma, si sa, la Poderosa si fermò in Cile. Per me stavano facendo una cosa fantastica, per mio padre una cosa da idioti. Era arrabbiatissimo perché voleva che Ernesto finisse Medicina. Quando in Venezuela lui e Alberto si divisero e mio fratello tornò a casa fu una festa per tutti. Come promesso a mio padre, si laureò velocemente, diventò medico ma poi ripartì e non tornò più. Per qualche anno abbiamo comunicato solo per lettera. Ogni volta che ne arrivava una a casa era un avvenimento. Ci si riuniva e iniziava il rito della lettura che richiedeva molto tempo per la scrittura illeggibile. Erano lettere tenere e profonde, scriveva delle condizioni miserabili dei minatori in Bolivia, degli indigeni in Perù, l’imperialismo Usa in Costa Rica. Ed è finito a Cuba a fare la rivoluzione con Fidel Castro».
E lei?

«Lo raggiunsi a Cuba dopo la vittoria del 1959 dei guerriglieri di Fidel e di Ernesto sulla dittatura di Batista. Lo ritrovai circondato e osannato da migliaia di persone. Lì non era più Ernesto, era per tutti il codalla mandante Che. Ma per me restava mio fratello e quando riuscivamo a stare insieme senza tutta quella gente facevamo pure a botte per gioco».
Com'era Cuba in quei giorni?

«Impressionante. L’avana era in festa, piena di gente armata, di guerriglieri con gli zaini, di persone che arrivavano Sierra. Noi alloggiavamo all’hotel Hilton, quello che diventò Habana Libre. Avevo conosciuto Fidel ma non potevo fare molti discorsi con lui, avevo 16 anni e lo vedevo come una figura enorme, mi metteva soggezione. Mio fratello, che aveva già una grande cultura, ci parlava invece molto».
C'è chi considera il Che un assassino per le fucilazioni avvenute dopo la vittoria.

«Non era lui a ordinarle. Ernesto comandava la Cabaña (la fortezza dell’avana in cui si svolsero processi ed esecuzioni degli uomini di Batista ndr), non faceva il giudice. C’era chi veniva assolto, chi veniva condannato al carcere e chi condannato a morte».
Fu ucciso a 39 anni in Bolivia, dove voleva esportare la rivoluzione. Che idea si è fatto della sua morte?

«Penso che il suo grande errore sia stato quello di affidarsi al Partito comunista boliviano. I dirigenti probabilmente non credevano che Cuba avrebbe mandato un gruppo armato a iniziare la lotta rivoluzionaria in Bolivia. Quando si trovarono davanti alla realtà, gli negarono l’appoggio e questo costò la vita a Ernesto. Poi, io ho un mio convincimento sui mandanti». 

Cioè?

«L’ordine al tenente che lo uccise partì dall’esercito boliviano ma sul posto c’era anche un agente della Cia, Felix Rodriguez, e io non ho alcun dubbio che dietro ci fossero gli Stati Uniti».
Non è una verità accertata.

«Por favor».
Qual è stato il momento più bello vissuto con Ernesto?

«Le lunghe chiacchierate in Uruguay quando io avevo circa diciotto anni ed ero già politicamente impegnato. Si parlava di Cuba, del mondo, del futuro. Mi regalò un manuale di economia politica dell’unione sovietica. Disse: “Non sono d’accordo su nulla ma devi leggerlo per cultura”. Lo aprii e lo richiusi, un mattone».
La prima qualità del Che?

«La rettitudine, l’integrità, un senso di equità e giustizia sociale a prova di bomba. Ernesto arrivava a negare anche il minimo privilegio a chiunque, indistintamente, familiari compresi. Ricordo un’infinità di episodi che parlano in questo senso».
Ce ne racconta qualcuno?

«Quando si trattò di andare a Cuba dopo la rivoluzione noi parenti avevamo approfittato di un volo organizzato per i cubani che erano stati costretti all’esilio. Lui s’infuriò: “L’aereo era destinato agli esiliati, non alla mia famiglia”. Mio padre, che non condivideva questo rigore, quando arrivò a Cuba cominciò immediatamente a fare conoscenze, cercare opportunità. Ernesto fu molto netto: “Essere mio padre non ti autorizza ad avere privilegi”. Era così anche con sé stesso: voleva per esempio essere pagato come i soldati, non da comandante. Te ne racconto un altro che per me dice molto di lui: una volta una donna che si chiamava Guevara gli chiese se per caso erano parenti. Le rispose così: “Se lei è capace di indignarsi davanti alle ingiustizie del mondo, siamo compagni, che è molto più importante che essere parenti”».
Venendo a lei: ci spiega la scelta di fare il camionista?

«Io avevo gli amici che erano ragazzi di strada, figli di povera gente. Mentre mio padre mi portava dai suoi di amici che erano potenti. Ho conosciuto così sia il mondo di sotto sia quello di sopra e ho scelto quello di sotto. Volevo lavorare, lasciai l’università contro il parere di Ernesto e feci il camionista».
Il Che sognava l'"uomo nuovo" per una società basata sull'uguaglianza. È rimasto un sogno.

«Sì, un sogno. Io non so se sia possibile arrivare a un mondo in cui non esista lo sfruttamento dell’essere umano ma so che bisogna continuare a lottare in questa direzione».
Serve un'altra rivoluzione?

«Servirebbe ma per farla ci vogliono idee nuove, organizzazione e circostanze favorevoli che ora non vedo».
Come vede il comunismo?

«La storia ha dimostrato che un certo comunismo ha fallito. Evidentemente quella non è la soluzione. Ma non lo è nemmeno il capitalismo che crea continui squilibri e crisi. Io sto con Epicuro e con la necessità da parte dell’uomo di governare i piaceri materiali privilegiando quelli che danno serenità all’anima. Quando l’equilibrio fra piaceri materiali e spirituali si rompe nasce il problema. E il capitalismo finisce sempre per rompere questo equilibrio perché tende all’accumulo senza guardare abbastanza cosa succede agli altri».

Senza Fidel Castro ci sarebbe stato il Che?

«No, Ernesto probabilmente sarebbe stato altro. Ma con Fidel è nato il Che e per qualche ragione il personaggio continua a resistere. In qualsiasi parte del mondo vedo il suo volto, magliette, spille. La sua immagine è merce, pensa il paradosso. Lui che odiava la mercificazione viene sfruttato per vendere prodotti, per guadagno. È la riprova che il capitalismo trasforma sempre tutto in guadagno, plata, plata».
Come vede l'ascesa di Javier Milei in Argentina?

«Milei è il prodotto di un vuoto. Da una parte lui ha saputo sviluppare la sua idea, presentarsi al momento giusto. Dall’altra, quelli che gli si opponevano continuavano a ripetere le stesse cose senza offrire nulla di nuovo. La gente ha pensato: gli altri li conosco già, vediamo che cosa fa questo».

E l'Italia?

«Penso che anche lì si sia creato un vuoto che Giorgia Meloni ha saputo occupare. Ma l’Italia è molto diversa dall’Argentina: ha una struttura industriale importante, grandi imprese che competono nel mondo. Questo le dà molto più potere».

Cosa fa oggi Juan Martin Guevara?

«Il pensionato solitario. I figli sono all’estero e io abito in un appartamento in affitto cercando di campare».
Mogli? Compagne?

«Sono divorziato, credo». Scoppia a ridere e ridono pure i ragazzi del Panera Rosa. È arrivata l’ora di andare: «Tengo que tomar el colectivo». Deve prendere l’autobus per tornare a casa, dall’altra parte della città. Infila una mano in tasca, conta i pesos, vuole pagare lui: «Plata, plata». Sorride, ti abbraccia e se ne va, nel rumore di Buenos Aires.



domenica 19 luglio 2026

Il destino dell'Unità

Andrea Carugati
L'Unità. Il Pd verso l'affitto della testata da Romeo

il manifesto, 19 luglio 2026 

Il Pd è sempre più vicino a l’Unità. La trattativa con l’attuale editore Alfredo Romeo ha fatto ulteriori passi avanti e ora è arrivata vicina al traguardo. L’ipotesi sul tavolo è che Romeo affitti con un lungo contratto (4+4) il quotidiano ai dem, che alla fine del periodo potranno riscattarlo.

La formula è quella del «rent to buy», in cui le rate pagate vanno a coprire parzialmente il costo dell’acquisto. Schlein vorrebbe procedere subito e direttamente all’acquisto, e ha messo sul tavolo circa un milione di euro, più di quanto pagato da Romeo all’asta fallimentare nel 2022 per rilevare la testata.

Ma l’imprenditore napoletano ha insistito per mantenere una quota almeno del 10: su questo nodo la trattativa si è interrotta a inizio luglio, con al decisione di Romeo di sospendere la pubblicazione del quotidiano il 7 luglio. Nei giorni successivi però la trattativa è andata avanti, fino alla soluzione dell’affitto con l’opposizione di acquisto dopo 8 anni.

Schlein è sempre stata contraria all’ipotesi di avere un socio privato nel capitale del quotidiano, l’ipotesi dell’affitto consentirebbe al Pd di non avere partner privati nell’operazione Unità. Per questo la segretaria sta riflettendo sulla mossa finale, che potrebbe chiudere la trattativa in tempi brevissimi. Del resto il Pd ha bisogno di tempo per scrivere un piano industriale e editoriale e per poter avere entro fine anno la nuova Unità in edicola, in tempo per la campagna elettorale e, ancor prima, per le eventuali primarie del centrosinistra.

L’attuale direttore, Piero Sansonetti, in questi giorni si sarebbe attivato per riaprire il dialogo tra Romeo e il Pd, consapevole che, altrimenti, l’ennesima chiusura del 2026 potrebbe essere quella definitiva. Ai dem avrebbe assicurato di agire solo per il bene della testata, senza pretese per la futura direzione che Schlein vuole affidare a una persona scelta da lei. Contattato dal manifesto, Sansonetti non ha voluto entrare nei dettagli della trattativa: «Sono ottimista sul buon esito questa vicenda». Fonti dem non smentiscono l’ipotesi dell’affitto a lungo termine, sottolineando che l’elemento decisivo è «l’opzione per poter acquistare la testata alla fine del periodo concordato».

Ora il pallino è nelle mani di Schlein, che deve decidere se riavere lo storico quotidiano sotto la gestione Pd è prioritario rispetto a una soluzione che, dal punto di vista contrattuale, non la soddisfa appieno. E che però le consentirebbe di tornare in edicola in autunno con un quotidiano del Pd e con il glorioso marchio che ancora campeggia in tutte le feste del partito.

Con Romeo i rapporti non sono stati sempre facili, anzi. Nel 2023, quando il giornale tornò in edicola sei anni dopo la chiusura del 2017 sotto la gestione Renzi-Pessina, Romeo fece causa al pd e all’associazione Enrico Berlinguer, (che ha registrato il marchio delle feste) perchè il partito aveva deciso di utilizzare il nome del quotidiano senza però fare attività di promozione del quotidiano dentro le feste, e senza aver concesso degli stand alla testata diretta da Sansonetti.

La società di Romeo si rivolse al tribunale di Napoli chiedendo i danni, ma i giudici, con due ordinanze del 2023 e del 2024, hanno stabilito che il marchio «Festa dell’Unità» ha una «autonoma capacità distintiva» rispetto a quello del giornale ed è un «segno distintivo delle feste Pd , e che dunque il partito può liberamente usarlo nelle sue feste senza alcun obbligo nei confronti del titolare della testata.

domenica 5 luglio 2026

Un comunista singolare

 quella sintesi tra idea comunista e visione riformista

Valentino Parlato

Raffaele Liucci
Il Sole 24ore, 5 luglio 2026

Tra i padri fondatori nel ’69 del «manifesto» insieme a Luigi Pintor, Rossana Rossanda e altri, Valentino Parlato (1931-2017) era senza dubbio il meno utopista. Essendo un giornalista soprattutto economico, sapeva benissimo che in una società capitalistica avanzata la «rivoluzione» avrebbe potuto rappresentare al massimo un orizzonte ideale, non una prospettiva concreta.

Cosicché, come ricorda Pierluigi Ciocca introducendo questa antologia di scritti – interviste, commenti, reportages – curata da Gabriele Polo, Parlato cercò sempre una sintesi fra l’istanza radicale dell’ideale comunista e il necessario riformismo: unico strumento a disposizione per correggere gli squilibri sociali alleviando le sofferenze dei più deboli. Insomma, più che «fare come in Russia» bisognava attuare la nostra Costituzione. Non a caso si autodefiniva, con un ossimoro, «amendoliano di sinistra» (inteso come Giorgio).

Questa sua propensione spicca particolarmente nelle interviste a diversi protagonisti del mondo politico ed economico, da Riccardo Lombardi a Paolo Leon, da Luigi Spaventa a Guido Rossi e Bruno Trentin, nel corso delle quali era particolarmente attento ad affrontare i modi con cui correggere le principali storture italiane: le rendite intoccabili, l’evasione fiscale, l’inflazione, i bassi salari, le infrastrutture insufficienti, il sottosviluppo del mezzogiorno, la povertà.

Il suo principale interlocutore era Federico Caffè, collaboratore non del «Corriere della Sera», ma proprio del «manifesto». Nel 1997, in occasione del decennale della sua misteriosa scomparsa, Parlato ne ricordò un «memorabile articolo», La solitudine del riformista, pubblicato il 29 gennaio 1982. Il grande economista rivendicava l’opportunità di preferire «il poco al tutto» e «il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del “sistema”». Eppure, concludeva amaramente Parlato, nell’Italia dell’Ulivo, governata da un centrosinistra in teoria più avanzato di quello che nel 1962 aveva nazionalizzato l’energia elettrica, il tema all’ordine del giorno non era rifondare lo stato sociale, bensì ridimensionare le sue ambizioni.

Giungiamo così al cuore del libro. Se il «manifesto» era nato nel 1969 con l’intento di superare da sinistra, e non da destra, l’ormai sclerotizzato socialismo reale, dopo il crollo del muro di Berlino nel 1989 sorgerà un problema di natura analoga: salvaguardare l’eredità e il radicamento del comunismo italiano di fronte alla presunta «fine della Storia». Gli eredi del Pci si mostreranno invece più sensibili alle ragioni del neoliberalismo. Eppure, sin dall’inizio Parlato aveva lucidamente capito che la globalizzazione non sarebbe stata «un pranzo di gala» e che una declinazione soprattutto monetaria dell’europeismo avrebbe condotto a una crisi di rigetto da parte dei cittadini, oggi sotto gli occhi di tutti.

Che Parlato fosse una penna di prim’ordine lo confermano anche questi pezzi, dallo stile scarno ed essenziale, proprio del giornalista puro estraneo ai manierismi e agli arzigogoli. Ne Il signor di Bric a Brac, un bel documentario a lui dedicato, disponibile su youtube, ad un certo punto viene ripreso seduto alla scrivania mentre, avvolto in una nuvola di fumo, batte i tasti di una vecchia macchina da scrivere, circondato da libri e fogli di appunti. Proprio così gli piaceva apparire ai lettori: non parlando di sé, ma riflettendo su problemi, avvenimenti e persone, con uno sguardo sempre penetrante e lievemente ironico.

Essendo soprattutto un uomo di redazione (e, innumerevoli volte, di direzione), Parlato non fu mai un grande viaggiatore. Però il curatore ha ugualmente inserito un paio di suoi reportages. Il primo lo condusse in Afghanistan, dove – ospite di Emergency – vi passò tre settimane insieme al vignettista Vauro nel 2004, tenendo sul comodino uno scritto di Engels sul popolo «focoso», «turbolento» e onusto di storia che viveva tra quelle montagne.

Il secondo è il nostos del 1998 nella natia Libia. Dopo essere stato espulso nel novembre 1951 in quanto «pericoloso comunista», la ritrova, quasi mezzo secolo più tardi, trasfigurata dal petrolio. Le baracche e le catapecchie di Tripoli avevano lasciato il posto a «dignitosi edifici di case popolari», mentre il buono stato dell’agricoltura era testimoniato dalla «grande abbondanza di frutta, ortaggi, gigantesche zucche gialle e montagnole di vasi di miele» esposti nei mercati e nelle botteghe lungo le strade di campagna.

Nella sua ammirazione per il «welfare gheddafiano», secondo lui ben diverso da quello «satrapesco» degli Emirati o del Kuwait, Parlato tradiva un certo debole per il rais, intervistato nella sua tenda di Sirte. Chissà, forse il fondatore del «manifesto» faceva davvero parte di quel «partito libico trasversale» che, secondo Miguel Gotor, in Italia «andava dall’estrema sinistra sino all’estrema destra, passando per il centro in tutte le sue sfumature possibili».

Valentino Parlato
Non solo la domenica. Interviste, commenti, reportage 1973-2011
A cura di Gabriele Polo, con uno scritto di Pierluigi Ciocca
Quodlibet, pagg. 288, € 19

mercoledì 1 luglio 2026

L'Unità storia e memoria

Giampiero Rossi
L'Unità storia e memoria. L'avventura di un giornale

Corriere della Sera, 30 giugno 2026

«L’Unità» non era soltanto un giornale. Per quasi un secolo è stata anche un gesto quotidiano, per molti un rito. Una copia sotto il braccio o nella tasca («… e alcuni audaci in tasca “l’Unità”…» cantava Francesco Guccini), affissa nelle sezioni e nei luoghi di lavoro. Prima ancora che il veicolo di una linea politica, era il connettore di una comunità. Ed era anche un partito nel partito, a sua volta comunità. All’ombra della testata fondata da Antonio Gramsci, dunque, ci sono storie da raccontare, vicende ed episodi che, dal 1924, hanno accompagnato il corso della grande storia d’italia, al di qua e al di là delle mura della redazione.

Una parte di questa narrazione è contenuta nelle pagine di Quando c’era l’Unità, il libro scritto da una nutrita rappresentanza di ex giornalisti del quotidiano e pensato proprio in occasione del centenario dalla fondazione. Il libro (edito da Strisciarossa) è diviso in quattro sezioni: la sinistra, la politica e la società, il mondo, il giornale. Cioè tutti gli ingredienti di quella «summa di un’utopia» che, come scrive Luca Bottura nella prefazione, è stata «l’Unità». Non è la storia del giornale, non è un saggio politico, ma piuttosto un racconto corale, un mosaico di voci e firme che attingono alle memorie delle diverse stagioni che hanno attraversato. Dalla frana di Agrigento del gennaio 1966 alle violenze al G8 di Genova del luglio 2001. Passando per tanti capitoli fondamentali della nostra storia recente: il sequestro di Aldo Moro, i funerali di Berlinguer, la caduta del Muro di Berlino, il tentato colpo di Stato contro Gorbaciov… E poi episodi meno noti (ma illuminanti o esilaranti) della vita politica e della cultura, rivissuti dagli stessi giornalisti, testimoni in prima persona.

Non si può prescindere dal capitolo in cui Giorgio Frasca Polara, storica firma delle cronache parlamentari, ricorda l’agguato e la strage di via Fani. È il 16 marzo 1978, verso le 9 del mattino il giornalista è a Montecitorio, dove incrocia Enrico Berlinguer con «il solito pacco di giornali stretto sotto il braccio sinistro» e gli chiede come mai si trovi così presto alla Camera: «Devo vedere Natta, fu la secca risposta». Subito dopo, Frasca Polara esce per godersi qualche minuto di sole ed ecco cosa succede: «All’angolo del portone la radio di una moto della polizia sta gracchiando. Odo poche, affannose parole: “…Sì, confermo… sembra che il presidente Moro sia stato rapito… gli uomini della scorta sono stati uccisi, tranne forse uno…”. Non verifico, non aspetto conferme. Correndo urto un paio di commessi, e rischio di rompermi l’osso del collo sugli otto gradini che portavano allora dall’androne alla sala stampa. Non c’è ancora nessuno. Afferro il primo telefono sottomano e chiamo sulla linea interna Alessandro Natta prevedendo che fosse già a quattr’occhi con Berlinguer. Gli do l’allarme: Moro rapito, trucidata la scorta. Ma Natta, assolutamente incredulo e preso alla sprovvista, rifiuta persino l’idea di quel che è accaduto: “Vai a quel paese!”, reagisce sbattendo il telefono. Richiamo ripetendo la notizia: stavolta mi becco una raffica di ben più grevi parolacce. Alla mia terza chiamata non ripeto ma sono io a perdere la pazienza: “Attento Natta, non sto scherzando!”. Sento un bisbiglio di Natta che riferisce a Berlinguer: “Frasca grida che Moro è stato rapito, che c’è stata una strage”».

Altrettanto impresse nella memoria collettiva di quella comunità sono le giornate (e le nottate) che hanno preceduto e seguito la morte di Enrico Berlinguer, l’amato segretario del Pci. «Il 13 giugno del 1984, davanti al ritratto di Enrico Berlinguer appeso al grande palco di piazza San Giovanni, davanti a quello sguardo dolce e intenso e alla bara accarezzata da Sandro Pertini, una grande storia finì per sempre: il Pci, in fondo, morì quel giorno — scrive Pietro Spataro —, in un tripudio di bandiere rosse listate a lutto, tra le lacrime dei compagni addossati dietro le transenne che lasciavano spazio al corteo, in una selva di mesti pugni chiusi. A quel funerale parteciparono “tutti”, come titolò il giorno dopo “l’unità”. Nessuno in quel momento era consapevole che una stagione si stava chiudendo — conclude —. E nemmeno quante volte negli anni ci sarebbero mancati, non solo a noi de “l’unità”, le intuizioni e i pensieri lunghi di Berlinguer».

E poi i grandi scontri politici e gli scioperi destinati a rimanere nella storia, fino alle non meno storiche scorribande satiriche di «Tango» e «Cuore». Memorie mescolate a emozioni che restituiscono la natura profonda di quel giornale: non soltanto un luogo di produzione di notizie, ma uno spazio umano. E questo libro corale restituisce «un album di famiglia che non è sparito col giornale — come scrive Bottura —. È una storia che fa ridere e commuovere, che ricorda la passione e la fatica, che ci parla di un’italia in cui si cercava il punto di sintesi». E forse, proprio per questo, «qualcosa di irripetibile».

lunedì 8 giugno 2026

Il gulag cinese

Sergio Basso
Controllo totale e lavoro gratis. Il gulag di Pechino

Corriere della Sera La Lettura, 7 giugno 2026

 «Timore e tremore», suggeriva Kierkegaard (e prima di lui San Paolo) di fronte all’Assoluto. «Sorvegliare e punire», Surveiller et punir en Chine, incalza con il suo libro, pensando al Partito comunista (ed evocando Michel Foucault), Jean-Philippe Béja, sinologo e politologo. Direttore di ricerca emerito a Parigi, dal 1975 vive la Cina dal di dentro. Aveva 26 anni allora, e toccò con mano l’autocensura e la paura della popolazione, da giovane studente che curiosava in bici per la periferia di Pechino di quegli anni. Attraverso una analisi storica rigorosa e toccanti testimonianze dirette, l’autore è giunto alla convinzione che la repressione e il controllo sociale non siano stati tragici incidenti di percorso, ma costituiscano il cuore pulsante del potere comunista cinese, ancora prima della fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Per Béja, Mao Zedong perfezionò la sua spietata grammatica del potere sin dai tempi di Yan’an (il suo quartier generale alla fine degli anni Trenta), invitando le masse a criticare il Partito per far emergere le voci fuori dal coro e poi annientarle brutalmente con l’accusa di tradimento.

I capi del Pcc guardarono poi ai detenuti come a una vasta forza lavoro per l’edificazione del socialismo, dallo scavo di canali alla costruzione di ferrovie: manodopera a basso costo senza i costi della previdenza sociale, educando pure il cittadino ai nuovi valori, come suggerito anche dai consiglieri sovietici. Cosa volere di più? Ecco nati i laogai, «riforma attraverso il lavoro»: gulag alla cinese.

Il sistema ha dimostrato una straordinaria capacità di evolversi: dopo Mao, le riforme economiche del 1992 e l’apertura ai mercati, anche il sistema carcerario si è progressivamente modernizzato, integrandosi nelle catene di fornitura internazionali e ponendo l’accento sulla redditività delle imprese collegate ai centri di detenzione. Sono imprese i cui impiegati lavorano gratis e non possono esprimere rivendicazioni: è dove socialismo e capitalismo si incontrano davvero.

E poi. è arrivato Xi Jinping. Per Béja, siamo al «Grande Balzo all’indietro»: la repressione si abbatte su giornalisti e avvocati per i diritti umani (con la retata del 2015). Di fronte all’indebolimento dei vecchi strumenti di controllo (come il libretto di residenza, hukou, o le unità di lavoro, danwei), il regime ha optato per una sofisticata tecno-sorveglianza che sfrutta big data, cloud della polizia e le innumerevoli telecamere del sistema Skynet. Ciliegina sulla torta, si sono inventati la patente del «credito sociale» (shehui xinyong): si guadagnano punti pagando i debiti, facendo volontariato o fornendo informazioni utili alla polizia. Si perdono se si firmano troppe petizioni contro i quadri. Cosa si vince? Tassi agevolati e sconti per siti turistici. E per chi perde? Aumento dei tassi, rifiuto di promozioni, impossibilità di soggiornare in hotel di lusso e persino il divieto di viaggiare in aereo. È il recupero via app della delazione, tremenda pratica sopita dopo Mao ma in ripresa dal 2012, che segnala un’atomizzazione dell’organizzazione per agevolare il piano totalitario.

E poi ci sono le «minoranze etniche». Dal 2017, la Cina ha costruito una rete di «centri di istruzione e formazione professionale» (zàijiàoyùyíng), destinati in particolare a uiguri, kazaki e kirghisi.

Non bisogna scordare che Chen Quanguo, segretario del Pcc del Xinjiang (regione musulmana e turcofona), aveva ricoperto lo stesso ruolo in Tibet, arrivando a schierare l’esercito nei monasteri. Nel Xinjiang, in un reticolo di circa 400 strutture, ha confinato quasi un milione di uiguri il cui unico crimine era praticare la propria religione o esibire simboli vistosi come la barba e il velo. È un modello di governance radicalmente diverso dal nostro, e trasforma il controllo sociale in un’infrastruttura portante per garantire l’ordine nella corsa verso la modernità.

Nonostante l’abisso descritto, il lavoro di Béja non è una resa al dispotismo: con le interviste che l’autore ha ottenuto con un lavoro certosino di fiducia, il libro restituisce la voce e un nome alle vittime, da Wei Jingsheng ad Ai Weiwei. È un inno alla resilienza del popolo cinese, capace di non piegarsi del tutto alla macchina del terrore, e lancia un monito: dietro le metropoli scintillanti e i successi economici, il gulag cinese non è un reperto del passato, ma un’infrastruttura camaleontica e vitale per la sopravvivenza dell’ultimo grande impero totalitario. 

martedì 26 maggio 2026

Nomadelfia

Don Zeno Saltini (1900-1981)

Flavia Amabile
Viaggio tra i neorurali di Nomadelfia: accoglienza, condivisione e niente proprietà privata

La Stampa, 26 maggio 2026

INVIATA A GROSSETO. Quanto fa 73 più tre? Elena ha gli occhi scuri come i ricordi che ogni tanto affiorano di un passato non semplice. Ha 7 anni, non sa quanto fa 73 più 3 ma la maestra le mette davanti i numeri in fila su un foglio e la aiuta contare. “Settantasei”, risponde poco dopo Elena con un sorriso timido. Nella classe accanto, Gregory sta affrontando le tabelline. Lui ha 9 anni, nel suo passato ci sono le bombe, la guerra in Ucraina da cui è fuggito con la mamma e ancora fa fatica a credere a questo presente in cui la difficoltà sono le moltiplicazioni.

Elena e Gregory lo stanno capendo adesso, anche il passato più doloroso può essere curato e superato se si vive a Nomadelfia, una comunità immersa nella campagna toscana tra ulivi e piante da sughero secolari, lontana dalle città, lontana dalle regole del mondo, dove gli assistenti sociali non si presentano per togliere ai genitori i figli che hanno un passato pieno di problemi ma per chiedere che bimbi, bimbe, ragazze, ragazzi vengano accolte dagli abitanti del posto. Non lo fanno perché a Nomadelfia trovano l’aria buona o il cibo sano. O non solo. Li mandano perché questa comunità sembra la famiglia nel bosco al contrario, un luogo che in novant’anni di vita ha dato un tetto e un futuro a oltre cinquemila minori abbandonati, vittime di abusi, violenze, cresciuti tra problemi molto più grandi di loro.

Il fondatore, don Zeno Saltini, voleva creare un posto dove mettere in pratica il Vangelo. Dove la fraternità è legge, come indica il nome della comunità. Fuori da Nomadelfia tutto questo ha il sapore amaro dell’utopia. Chi sceglie di abitare qui, invece, ci crede e si sente in dovere di adottare, o di prendere in affido a seconda dei casi, questi bambini e bambine e di crescerli come se fossero i loro figli. Oggi in totale sono circa 250 persone. Una sessantina sono minorenni, più o meno la metà mandati dai servizi sociali e l’altra metà nata da genitori che hanno scelto di vivere in questa comunità che si estende per 370 ettari. Le cifre sono solo approssimative perché i nomadelfi non amano questo tipo di distinzione. “Ho sei figli: tre biologici, due adottati e uno in affido”, spiega Paolo Matterazzo, 39 anni. “Ma per noi sono tutti uguali, li amiamo allo stesso modo”.

Irene ha 8 anni, è una delle figlie di Paolo. Alle undici del mattino è in classe, una specie di casetta in legno e muratura circondata dalla campagna toscana. Ha un quaderno a quadretti aperto e sta incollando dei pezzetti di carta colorata per realizzare un tangram. “Stiamo studiando le equivalenze“, spiega Chiara Mazelli, maestra, nata a Nomadelfia che in comunità ha scelto di mettere su famiglia. Alle pareti sono appese le mappe dell’Italia amministrativa e fisica, dell’Europa come in qualsiasi quarta elementare. Ma questa non è una quarta elementare qualsiasi. Oltre a Irene ci sono altri tre bambini, non uno di più. Basta per rendere la lezione completamente diversa. Non ci sono le file di banchi. La cattedra è relegata in un angolo, praticamente dimenticata. Nessuno compulsa il registro per interrogare, i bambini sono seduti al centro dell’aula, uno di fronte all’altro. Non possono nascondersi dietro i compagni. In realtà, nemmeno hanno voglia di farlo. La maestra è un’amica, una persona con cui alcuni di loro dividono la casa, i pasti, i lavori nei campi quando viene richiesto l’aiuto di tutti. Li guida a imparare le nozioni e a scoprire gli errori commessi con il tono sereno usato durante le conversazioni familiari.

A un centinaio di metri di distanza c’è un’altra casetta in legno e muratura, la classe del quarto anno di scienze umane. Porta aperta e interno vuoto. E’ in corso l’ora di storia e la professoressa, Grazia, ha deciso di approfittare del sole e del caldo. Ragazze e ragazzi sono seduti all’ombra di un gelso e stanno ripassando Marat, Robespierre e gli Stati Generali. “Abbiamo finito il programma, siamo arrivati alla guerra di Libia del 1912, non è il caso di andare oltre. E’ più utile ricominciare dall’inizio e ripetere”. Grazia è una delle poche persone esterne chiamate a lavorare a Nomadelfia. Chi insegna in genere abita qui, l’autosufficienza è uno dei principi fondanti di questa utopia. “Ognuno degli abitanti svolge i lavori necessari per mandare avanti la comunità.

Andrea si occupa della vigna che dà il vino a tutti. Michele è il casaro che ogni giorno produce i formaggi che finiranno sulle tavole. E poi ci sono gli apicultori, i meccanici, i falegnami i fabbri, i contabili, gli esperti di social e di comunicazione. Ognuno svolge anche più lavori nel corso della vita e ragazze e ragazzi iniziano presto a imparare i mestieri di Nomadelfia. “In estate, quando terminano le lezioni, devono prima superare l’esame che regolarizza l’anno di studi poi iniziano a dare una mano dovunque ci sia bisogno”. A Nomadelfia soltanto una figura lavorativa non esiste: gli addetti e le addette alle pulizie, dalle bidelle ai collaboratori domestici. Per loro non c’è spazio perché qui, a turno, ognuno dà una mano in casa. E anche nelle classi, alla fine di ogni lezione, alunne e alunni mettono mano a scope e stracci e puliscono. Se la proprietà privata non esiste gli spazi sono di tutti, e tutti hanno il dovere di occuparsene. Anche Elena, anche Gregory, mentre ripassano a mente tabelline e addizioni.


venerdì 15 maggio 2026

Un eroe piccolo piccolo

Michelle Salvat Fb

Quando Enrico C. andò in pensione la sua vita cambiò da così a così.
Prima non faceva praticamente niente, e ne godeva.
Ora era costretto a non fare niente, e si sentì d'improvviso perso.
A considerare quindi le cose con quella obiettività che è solo di uno sguardo esterno, la sua posizione a questo mondo non aveva subito mutamenti spettacolari, e nemmeno il suo atteggiamento per strada appariva diverso dal solito: mani affondate nelle tasche del giubbottone, coppola calata sugli occhi, gambe ben piantate a terra nei jeans di cartongesso che il figlio Palmiro definiva “da vecchio”, Enrico C. era tuttora quel che nelle piccole città chiamano una figura storica, un'istituzione.
Solo lui però sapeva, o forse sentiva che, dal giorno del pensionamento, l'esistenza era cambiata da così a così e che la sua figura non sarebbe rimasta a lungo storica.
Le generazioni si succedono come onde sulla battigia - rifletteva - finché un'ondata più violenta non lo avrebbe trascinato al largo, lui e i suoi jeans da vecchio, e lì chi si fosse visto si sarebbe visto.
Per sua fortuna, il secondogenito, chiamato dai genitori Yuri in ricordo del primo uomo ad essersi sprigionato dalla gravità terrestre, scelse proprio quel periodo nella vita del padre per confezionargli assieme alla moglie tirolese una nipotina, alla quale fu invece imposto il nome di Nicole.
La madre lavorava in un salon de coiffure e il suo modello di bellezza era quello detto allora algido di Nicole Kidman.
Al tesserato n° 25.639 del PCI Enrico C., che la nipotina si chiamasse Nicole, Nilde o Natascia non importava affatto. Era sua nipote, una bellissima bambina, e lui se ne innamorò pazzamente.
A Natale, le offriva le Barbie vestite da maliarda, i tricicli di ultima generazione, e quando Nicole fu in grado di comprendere e fare suo il concetto di denaro, il che avvenne assai presto, aggiunse ai regali qualche banconota da infilare nel salvadanaio della piccina.
Enrico C. era sempre stato amante appassionato delle donne. Amava le donne per la loro bellezza, e le amava ancora di più per la loro compiacenza nel suoi riguardi.
Quando conobbe la ragazza che doveva diventare sua moglie, era innamorato di un'altra, ma questa nicchiava, faceva la preziosa: seguiva un corso d'infermiera e avrebbe desiderato balzare di una decina di gradini nella scala sociale, magari acciuffando un qualche dottorino ospedaliero in crisi di solitudine durante il turno di notte. Enrico C., invece, di ritorno dal servizio di leva, non sapeva offrirle niente di più della sua focosità e un futuro certamente radioso, ma ancora avvolto nelle nebbie del “prima o poi salterà fuori qualche cosa”.
La Ida invece gliela diede subito.
Era una ragazzona veneta, con qualche anno più di lui, di ottimo carattere e d'impiego sicuro. Lavorava in una panetteria e, in quegli anni del post-dopoguerra, il concetto, l'immagine e il profumo del pane fresco era tuttora quanto di più erotizzante potesse sognare un figlio del popolo.
Sposata la Ida, ne ebbe subito due figli maschi, uno di seguito a l'altro. Pare che nei periodi di rifioritura socio-economico-morale dopo una catastrofe come fu quella bellica, il numero dei nati maschi superi di gran lunga quello delle femmine. La guerra era finita (da un pezzo), i cuori giovanili s'inondavano di speranza e il sole dell'avvenire irradiava il futuro mondo socialista, una specie di sovramondo altrettanto fantasmagorico di quello dantesco, ma meno preciso d'accesso.
Marito di Ida, padre affettuosissimo di Yuri e Palmiro, a Enrico C. apparve d'improvviso la necessità urgente di provvedersi di un impiego. Sino ad allora aveva dato una mano a Ida nelle faccende di casa, ma una cosa gli si dimostrò evidente: non poteva allattare lui i figlioli.
Ne andava della sua dignità.
Da ragazzo, Enrico C. aveva imparato a tirare di boxe in una ex palestra dell'Opera Nazionale Balilla, rilevata dopo la liberazione da un ex ferventefascista. La palestra stava sotto i portici, l'aria che vi si respirava era composta per un buon 75% di radon, il resto proveniente dal sudore degli aspiranti Carnera. Ma il pugilato piaceva a Enrico e lui lo interpretava, fiduciosamente, come un'ottima preparazione alla vita lavorativa.
Provvisto di muscoli più duri del miglior acciaio uscito dal polo siderurgico di Cerepovec, Enrico si presentò, accompagnato da un amico del padre e da due lettere di raccomandazione, nell'Ufficio Personale del Comune di Merano.
“Con muscoli così, disse sorridendo l'addetto alle assunzioni, i lavori pesanti non ti faranno certo paura”.
Fosse stato un linguista, Enrico avrebbe risposto che “lavori pesanti” a lui sembrava un'espressione pleonastica. Il lavoro era SEMPRE pesante, tant’è vero che veniva retribuito. Il pugilato era uno sport impegnativo, faticoso, e quindi se si voleva anche pesante, ma in quanto sport, si trattava di un divertimento, per la cui pratica bisognava invece consegnare una certa somma di denaro al proprietario dell'Athletic Club.
La pulizia della piscina del campeggio comunale e del campeggio stesso fu il primo lavoro pesante assegnato a Enrico C. Uno dei periodi più duri della sua vita lavorativa. Il boschetto di pioppi alla cui ombra sarebbero state sistemate le tende dei campeggiatori, dovette essere ripulito dai rovi col machete. I pioppi stessi sbarbati per consentire agli ospiti nordici di spostarsi da una zona all'altra del camping.
Superata la prova e consigliato dalla Ida, Enrico C. ripresi gli studi interrotti nell'estate del 1943, e non ripresi il 1° ottobre del 1943, quando il Tutti a Casa degli adulti diede il via al Tutti per Campi dei ragazzi, regalando loro un buon anno e mezzo di vita felicemente brada. In pochi mesi Enrico C. ottenne l'ambitissimo diploma di bagnino.
La parola “bagnino” è una di quelle creazioni linguistiche, a metà tra l'autosfottìo e il vezzeggiativo da paese povero ma bello che rendeva così cara agli stranieri la lingua italiana prima che la political correctness, o forse il desiderio d'importanza da paese tornato povero, imponesse altra terminologia. Il diminutivo “bagnino”, ad esempio, non poteva essere interpretato (a volere usare il gergo linguistico) nel suo valore referenziale (“di dimensione ridotta”), trattandosi per lo più di splendidi esemplari di mascolinità . Voleva invece esprimere l'atteggiamento del parlante rispetto al denotato (il bagnino), che proprio nei diminutivi dava luogo a un carattere più specifico “non serio”, mediato dal tratto semantico “non importante”, variante di “piccolo”.
Questo spirito di scherzosità, ironia, leggerezza, scarsa responsabilità, attenuazione, era espressione di un carattere nazionale poco serio, più adatto alla commedia che non, come invece il francese, alla resa fattuale delle cose. Manifestava pure una vicinanza affettiva al denotato (es. “il celerino”, “il questurino”, “il secondino”) o viceversa un comprensibile desiderio di smorzarne la pericolosità, conferendo per l'appunto al denotato una sfumatura, magari del tutto immaginaria, di gentilezza, grazia o cordialità (es. “ il celerino”, “ il questurino”, “ il secondino”).
Ora che il secondino esige di essere chiamato “Agente di Polizia Penitenziaria” c'è da temere per quel detenuto che insistesse nella colorazione affettiva e si scordasse di dare al denotato il suo titolo ufficiale.
Ad ogni modo, a Enrico C., il titolo di bagnino non dispiaceva anche perché associato, in quegli anni sessanta, alla figura del Bagnino Romagnolo, tombeur de femmes sul bagnasciuga o talora in cabina, spedito il cornutone della tedeschina o dell'olandesina a comprarsi un nuovo paio di sandali di similpelle marron o beige, billiger, ove possibile, dei precedenti.
La struttura di sorveglianza del bagnino era a quei tempi la sedia a sdraio. Oggi mi dicono che l'“Assistente Bagnanti” se ne sta per lo più appollaiato su una specie di torretta, simile a quella dei cacciatori, e questo al fin di tener sotto controllo la più vasta distesa possibile del suo campo di pronto intervento.
Non così negli anni sessanta. La sdraio era di legno e tela, la tela magari a strisce multicolori che il succedersi delle belle stagioni di allora faceva presto a stingere. Il bagnino poteva anche schiacciarci un sonnellino, sicuro che, in caso di annegamento, sarebbe stato il primo avvisato.
Yuri e Palmiro, li teneva lui in campeggio dopo il pranzo, per dare modo alla Ida di arrotondare la paga con mestieri in casa di altri, e solo quando una “tedeschina”, una “francesina” o una “svedesina” da leccarsi i baffi, gli faceva baluginare la speranza di un pomeriggio di dolcissimo Su e Giù, chiedeva alla Ida di portare i figli da Fritz a socializzare con gli altri bimbi.
A questo punto, sarà necessario tornare sull'argomento del diminutivo nella lingua italiana durante gli anni della ricostruzione e del boom economico, battezzato dai giornali, un po' precipitosamente, il Miracolo Italiano. Ove si trattasse di donne, e in particolare di donne straniere, possibilmente bellocce e ben disposte verso gli indigeni, del diminutivo non si poteva assolutamente fare a meno. E chiaro però che se la tedeschina era alta 1 metro e 80 e pesava sui 75-78 kg, si doveva usare altra terminologia. Sopra una certa altezza e un certo peso, tutte le donne nordiche venivano allora denominate Vichinghe e se ne sconsigliava l'arrembaggio a chi fosse di piccola statura e sentisse questo suo format come un handicap.
Enrico C. non era né particolarmente alto e nemmeno basso in modo catastrofico: la statura giusta dell'uomo italiano di quegli anni, e anche la sua pelata, franca, schietta, ben disegnata, senza infingimenti né riporti di sorta, era allora considerata un segnale di virilità latina. Nessuno a quei tempi avrebbe potuto immaginare di occultare la luccicante pelata sotto muffe di una tinta poco intonata alla corona di forti capelli che le fanno solitamente da orgogliosa cornice. Solo i tapini, gli insicuri, gli spelacchiati a chiazze o a striscioline, i borghesucci complessati tentavano poverini la miseranda strada del riporto. Questo secondo Enrico C., il quale esibiva invece la sua calvizie come i bravacci del Manzoni il loro ciuffo. Senza intenzioni scellerate però. Anzi, piuttosto come uno specchio per le allodole. E le allodole, se lo volevano, ne intendevano presto il significato.
La seconda arma di seduzione di Enrico C. era lo slip da bagno color blu oltremare che ne modellava: sul recto, i muscolosi glutei da sollevatore di pesi, e sul verso... lascio immaginare che cosa agli animi inclini alla rêverie.
Quando non era addormentato sulla sdraio, oppure impegnato in cabina a consolidare i rapporti di amicizia tra le genti, Enrico C. percorreva con andatura noncurante, e magari zufolando in sordina, il suo campo operativo nonché territorio di caccia. Alla cassa del campeggio operava un certa Traudi, bionda e formosa tirolese che, in spiaggia, lui avrebbe collocata senz'altro nella categoria delle “Vichinghe”. A Enrico la Traudi piaceva. Pur ricca e di ottima famiglia (ossia di contadini ricchi), non aveva la puzza sotto il naso, non era una Walschenfresser, parlava un italiano forse addirittura troppo ricercato per i gusti del compagno C., ma soprattutto era dotata di un paio di tette portentose cui né la maternità né il successivo allattamento, essendo lei signorina, avevano fatto perdere il loro appeal seduttivo.
Ricordiamo che quei tempi erano tuttora quelli sani delle maggiorate fisiche, delle Sofie, delle Gine, delle Silvane, e cioè di immagini femminili vagheggiate dalla fame atavica di un popolo in massima parte di origine contadina. Donne buone da bere, da mangiare, e da lavarcisi pure la faccia, proprio come il cocomero. Insomma, il seno tanto minuto e carino da potere star tutto in una coppa di champagne era ancora di là da venire: invenzione probabile di magazines per degenerati magari sostenuti nel lancio di questo new look dai viticoltori di Conegliano Veneto.
Al proletario Enrico C. ci voleva invece, oltre alla qualità, anche un bel po' di quantità, e il seno da coppa di champagne, lo lasciava ben volentieri agli altri, magari proprio a quelle mezzecalzette che, all'ora dell'aperitivo, sorseggiavano il prosecchino al bancone del baretto Mic Mac, sulla piazza del Teatro, mentre lui si faceva un culo così (gesto), a ramazzare foglie di pioppi e merde di randagi penetrati nottetempo tra i vialetti del campeggio.
“Le porto il suo prosecchino dottore?”
“Grazie Celestino, me lo porti per favore al tavolino, che mi siedo fuori un attimino, a tirare il fiato.”
“Subito dottore!”
Dopodiché:
“Le porto il suo Crodino, dottore, o magari il suo Gingerino?”
Sembrava proprio che il Prosecchino, il Crodino e il Gingerino fossero stati specialmente concepiti e sapientemente elaborati dalle ditte produttrici per questi Uomini di Scienza, nella loro grande maggioranza agenti immobiliari, ragionieri o, al limite, geometri ancora in attesa di una non garantita iscrizione all'albo.
“Il suo Gingerino” al dottor Benedetti, pareva essenzialmente diverso dal Gingerino servito al dottor Morelli e, più ancora, da quello bevuto al banco da un tizio di passaggio, mai visto prima e che, con ogni probabilità, non si sarebbe mai più fatto vedere fra tanta bella gente, il tapino.
“Grazie, Celestino, il caffettino come lo fa lei non lo fa nessuno!”.
E il povero Celestino scodinzolava di qua e di là. I sacrifici fatti dal papà arrotino ambulante in Val di Sole non erano stati buttati al vento.
La carriera l'aveva salita Crodino dopo Crodino. Sull’"Alto Adige", al Natale dell'anno precedente, mezza pagina di Merano interamente dedicata al Mic Mac, con fotografie di lui, Celestino, circondato dai suoi sorridenti collaboratori, tra cui il fratello Diodato il quale, da lì a non molto, avrebbe mollato i caffettini assieme alla bellissima squadra del Mic Mac per fare il camionista di lungo corso: tutto il giorno sulle strade e autostrade d'Italia, sotto la pioggia sferzante oppure il sole cocente, piuttosto che sparare centinaia di “Dottor!” alla settimana, per un salario che, essendo lui, Diodato, il fratello più caro di Celestino... Va be'... meglio lasciar perdere...
Una sera al campeggio arrivò una famigliola con la roulotte.
Vestiti tutti di scuro, parlavano una strana lingua. I neri capelli della madre erano avvolti in uno scialle nero frangiato di giaietto. I bimbi erano neri dalla testa ai piedi. Idem il padre. Più un paio di baffi e strani favoriti arricciolati e scuri come la pece.
Chi erano costoro? La Traudi, interpellata, riferì che solo il padre sapeva (un po') scrivere e che la sua firma non comprendeva alcuna lettera dell'alfabeto latino. Quanto al parlare, si erano fatto capire a gesti.
Incuriosito, Enrico C., senza parere, prese a ronzare nei paraggi della roulotte, la quale era agganciata ad un macchinone scassato con marca e targa illeggibili.
Dopo un po' la madre lo chiamò a se e Enrico si fece premurosamente avanti.
“Com'era quella donna, Enrico?”
“Bella, una faccia severa, di chi ha sofferto molto, ma con dignità”
“Da che paese veniva?”
“Da che paese, non lo so, ma era sicuramente ebrea”
“Come fai a saperlo?”
Enrico con la destra aggricciata estrasse dal faccione una specie di proboscide: il naso adunco dell'ebreo, così come si seguitava a raffigurarlo decenni dopo che il Doktor Goebbels, coadiuvato dalla moglie Magda, avesse trattato col cianuro i suoi sei piccoli H: Helga, Hildegard, Helmut, Holdine, Hedwig e Heidrun.
“Ma gli ebrei non hanno tutti il naso fatto così, Enrico! Questo è un naso da caricatura nazista!”
“Non ci posso fare niente, questa donna, il naso così ce l'aveva.”
“Ergo”
“????”
“Dunque, era ebrea?”
“Non ci piove. Mi fece anche vedere sull'avambraccio il numero che portava a Auschwitz”
“Poteva essere una zingara”
“Una zingara? Ma vogliamo scherzare! Si sta parlando di Auschwitz!”
“Appunto”
“Appunto cosa?”
“I nazisti ce l'avevano anche con gli zingari”
Al ché il compagno Enrico C. fece una faccia così così.
Gli zingari non li poteva sopportare. Neanche troppo gli ebrei, ad essere sinceri al 100%. Arraffasoldi com'erano, maledetti strozzini! Oppure banchieri alla Rotschild, in frac e cilindro, a sorseggiare Heidsieck Monopole Blue Top nei salotti che contano di Parigi o di Londra, e con sigarone Avana sempre ficcato all'angolo della bocca. Capitalisti al massimo grado tecnicamente raggiungibile del capitalismo.
Ma degli ebrei, dopo Auschwitz, non si poteva dire niente, almeno in pubblico.
In fondo, pensava il compagno Enrico C., non gli era andata poi tanto male, ai giudei: prima, esecrati dal mondo intero, cacciati di qua, sfrattati di là, poi un piccolo salasso di 6 milioni di pezzi, e oggi tutti santificati, intoccabili, a fare i comodacci loro in Palestina, a buttare fuori di casa quella povera gente con dodici figlioli e due ciuchi a testa. E dietro, come al solito, lo zio Sam e i suoi artigli grifagni, l'indice puntato verso chi non la pensa come lui...
Ad ogni modo la zingara del campeggio era un’ebrea, e lui, colpito nel vederlo per la prima volta, le aveva baciato sull’avambraccio il sinistro tatuaggio.
Quello era stato il Momento Culminante nella sua Vita di Uomo Impegnato nella Storia, a Enrico C. Il suo gesto lo aveva profondamente commosso e da quel giorno non rideva più alle barzellette antisemite che scappavano sul lavoro a qualche compagno.
Gli zingari invece...
Il grosso degli assidui del camping era composto da germanici e olandesi. Pochissimi gli Italiani, in quegli anni tutto Costa Romagnola e pensione Bellavista a 5 minuti dalla spiaggia con ampio giardino e seggiolone a dondolo. Pensione completa Lire 3.500. Pane e vino a volontà. E che ne dice del mio brodetto dell'Adriatico, dottore? Hmmm... da leccarsi i baffi!
Invece ai tedeschi la vita brada piaceva, l'avevano sempre praticata, prima e durante la guerra. Adoravano il sole, sapevano tutti nuotare, mentre gli italiani, popolo di navigatori, al campeggio preferivano mettersi a mollo nella piscina dei piccoli, magari dalla parte ombreggiata.
A Enrico C., italianissimo e convinto militante del PCI, i tedeschi habitués del campeggio, piacevano assai di più degli italiani, disordinati, rumorosi, pieni di figli disordinatissimi e rumorosissimi.
Senza dire delle radioline.
Eppure i tedeschi, durante la guerra, si erano comportati come belve assetate di sangue, e non solo di sangue ebreo. Enrico non riusciva a far combaciare questo loro passato ancora così recente con i comportamenti civili che tenevano al campeggio.
E vero che talvolta, alla sera, si riunivano in un angolo appartato del campeggio medesimo e, stappate alcune bottiglie di Terlaner, tracannatone il contenuto e ordinatene delle altre, iniziavano a cantare in coro: strani canti, canti che non avevano nulla a che vedere con le Canzoni per l'Estate tanto in voga in Italia. Canti si poteva dire quasi solenni, cupi, addirittura minacciosi, a seconda del numero di bottiglie svuotate.
Allora l'anima antica del Teutone, da quei canti veniva fuori come ai tempi di Arminio, e a Enrico C., che di Arminio sapeva poco o niente, mettevano i brividi per la schiena. Erano i canti della Foresta, delle Nera Foresta di Teutoburgo, esprimevano l'anima più profonda delle tribù germaniche, e come Arminio aveva attirato con l'inganno le legioni romane nella Nera Foresta di Teutoburgo, la faccia diurna del turista tedesco ingannava il bagnino italiano, e solo la sua faccia notturna gli avrebbe potuto rivelare la terribile verità.
Solo che il bagnino italiano nonché detentore della tessera n° 25.639 del PCI, quella faccia notturna dell'impiegato di Düsseldorf o di Stoccarda non la vedeva proprio dal momento che usava staccare un po' prima delle 19 ora legale e non faceva ritorno in campeggio se non l'indomani mattina un po' dopo le sette: le bottiglie vuote erano già state collocate negli appositi bidoni della spazzatura, idem per le ossa di cervo o di cinghiale, e nulla rimaneva a dare prova di una nottata molto diversa della solita tranquilla giornata del solito tranquillo turista tedesco.
“Schönes Tag heute, wahr?” esclamava Enrico C. nello scorgere il primo esemplare della categoria diurna uscire dalle docce, grondante di acqua e traboccante di gute Laune. “Wunderbar!” gli faceva eco il discendente ben camuffato di Arminio. “Herrlich! Es schaut wie in Paradies!”
Ciò detto, la conversazione si esauriva da sé, giacché il bagnino italiano e il turista tedesco non avevano in comune che un ristretto numero di vocaboli.
Con le donne (Vichinghe), era tutt'altra cosa, la dialettica seguiva vie diverse, il gesto e lo sguardo intervenivano laddove la parola veniva a mancare e spesso la canzone suppliva all'insufficienza del dire.
Quando le foglie dei pioppi iniziavano la loro dondolante discesa al suolo, e che i macchinoni targati D riprendevano incolonnati la strada del Nord, il campeggio comunale chiudeva i battenti e a Enrico C. veniva affidato un' altro compito di grande impegno fisico e concettuale: quello di controllare i biglietti d'entrata al cinema Puccini.
Il cinema Puccini era stato alla Belle Epoque, sotto il nome di Stadttheater, il teatro della città, e lo sarebbe ridiventato alcuni decenni dopo, ma in quegli anni Sessanta era soltanto una delle sei (sottolineo sei) sale cinematografiche di Merano, tra cui una destinata ai cinefili di lingua tedesca, amanti di un genere d'ambientazione alpina, con Jodeln, scampanellare di mucche e Dirndln con le tette di fuori. I sei cinema di Merano aprivano le loro porte alle tre (sottolineo le tre) del pomeriggio e l'ultimo spettacolo terminava verso la mezzanotte. Sei cinema, il che significa sei cassieri (in genere signore), sei maschere (tra cui per l'appunto il compagno C.), sei proiezionisti e sei se non dodici donne delle pulizie addette allo svuotamento dei portacenere di quei tempi ipernicotinizzati.
Enrico C. dunque, la pelata ancora abbronzata dal sole di un'intera stagione estiva, se ne stava accanto alla cassa, le gambe leggermente discoste ben ancorate al terreno, in faccia il sorriso bonario di chi controlla ma sa anche, all'occorrenza, chiudere un occhio o addirittura strizzarlo in segno di complicità.
“Tienilo per la prossima volta” bisbigliava al ragazzo o, più spesso, alla ragazza che gli presentava il biglietto, “la settimana prossima c'è “Bandolero!” con Raquel Welch” (se l'aficionado era maschio) o “Non ti devi perdere il Belmondo” (se si trattava viceversa di una femmina) “prossimamente su questi schermi”
“Grazie compagno. Ti pagherò un caffè!”
“Figurati, compagno!”
O, trattandosi di una ragazza, e incurante della mancanza delle tilde sulla tastiera ancora in mente Dei del mio lap top:
“Lo offro io a te, companera!”
Agli italiani di quei tempi, piaceva infatti la via caraibica al comunismo, molto più di quella originaria, e la foto del Che, trafugata dal compagno Feltrinelli, stava diventando l'emblema di un impegno politico gioioso e caciarone .
Il compagno entrato a sbafo a godersi “Bandolero!” dava la dritta a un altro compagno che a sua volta... e presto i gestori del cinema Puccini, ossia l'azienda di soggiorno, si accorsero che le entrate stavano paurosamente calando. Chiamato a risponderne, il compagno Enrico C. confessò la sua debolezza e si offrì a risarcire l'Azienda, ma non se ne fece niente, e i compagni, o, più spesso le companere, sempre prive di tilda, seguitarono ad approfittare, ma con màs moderaciòn, del grande cuore del compagno maschera.
Lui, intanto, non lo sapeva, ma questi furono gli anni più felici della sua vita. Provvisto di una bella famiglia, forse un pochettino dysfunctional causa le inclinazioni venatorie del pater familias, ma questa per lui era la norma, e per la Ida pure, padre orgoglioso di due bei ragazzi sanissimi, baldanzoso gallo nel pollaio nelle lunghe e assolate estati di quei tempi, e figura di prua del cinema Puccini all'imbrunire della stagione, membro di un partito amico fraterno dell'Unione Sovietica, la quale aveva mandato nello spazio infinito, dopo il bellissimo Gagarin, la simpatica cagnetta Laika e una bella donna di nome Valentina (in cuor suo il compagno preferiva però Raquel Welch), Enrico C. era allora all'apice della sua esistenza. Fumava come un turco, è vero, ma senza consapevolezza del rischio: perché una sigaretta in bocca a un maschio è un altro di quei segnali che le donne capiscono al volo; perché gli piaceva fumare e che, dopo tutto, non si vive che una volta sola.
Faceva l'amore alla moglie e a tutte quelle che gli piacevano e alle quali lui piaceva, senza peraltro considerarsi un mandrillo (allora non si era mai visto in tivù il bonobo). La domenica mattina, con un pacco di “L'Unità” sottobraccio, misurava a passi lenti il Corso, e si fermava a scambiare battute con compagni professori o companeras sempre prive di tilda ma viceversa provviste di diplomi, alcune addirittura di lauree. Se bellocce, ci scappava talora un caffettino al Mic Mac, con scambio di sguardi, e lettura estemporanea di manina.
“Ma sai anche leggere le linee della mano, Enrico?”.
“Son poche le cose che so fare, ma quelle che faccio, le faccio molto bene” (sguardo significativo).
“M'interessa la linea del cuore” squittiva la civetta.
Al ché Enrico, aggrottando le ciglia, concentratissimo:
“Vedo un uomo, un uomo... che si sta innamorando di te”.
“E com'è? Non mi dire che porta una coppola in testa e un pacco di giornali sottobraccio!”
“Te lo dico invece, anzi, è la linea del cuore a dirtelo”
A quel punto, sopraggiungeva il piccolo Palmiro e, aggrappandosi al braccio del cascamorto: “Papà, la mamma fra un minuto butta la pasta!”
Nel sentire la parola “pasta”, Enrico C. si staccava con un lieve imbarazzo dalla companera, e puntava velocissimo verso casa, con i succhi gastrici già in pieno fermento e affidando al piccolo Palmiro, che gli trotterellava dietro, i numeri invenduti dell'”Unità”.
Passarono gli anni, gli Anni di Piombo vennero ricoperti da quelli limacciosi del Riflusso e delle televisioni dette “libere”. A Merano un cinema dopo l'altro dovette abbassare la saracinesca. Anche il Partito dovette chiudere, cambiare nome e trasformarsi in una multisala in cui venivano proiettate versioni diverse della stessa storia.
Quando crollò il muro di Berlino, il compagno Enrico sentì che il mondo non sarebbe più stato quello di prima. Nemmeno a lui del resto pareva di essere quello di prima. Sulla pelata gli era apparsa una macchia colore caffè, niente di grave, lo rassicurò il dermatologo, ma la sua immagine gliene parve seriamente deturpata. A un certo punto, la Ida s'invaghì della figura di Pannella e lui la dovette accompagnare a un incontro con la cittadinanza di colui che il compagno Pajetta aveva definito tout court “un coglione”.
In quella saletta del Pavillon des Fleurs che conosceva così bene, avendone curato per anni la manutenzione, il compagno Enrico C., di fronte all'Imbavagliato dagli Occhi Spiritati, si vergognava peggio di un ladro. Ma la moglie ormai aveva preso le redini della famiglia e lui, seppure di contraggenio, si lasciava guidare. Del resto la politica gli era diventata antipatica, e più della politica, parola di cui non avrebbe saputo dare una definizione convincente, tutti coloro che in Italia ci grufolavano dentro, come maiali nel brago.
Non certo i compagni, cioè, non i compagni di una volta, per quanto... mah... chi lo sapeva? Non si era più sicuri di niente.
Yuri e Palmiro si sposarono a breve distanza l'uno dall'altro: Yuri al Comune con una ragazza tirolese, bellina a detta di Enrico C., ma che stava un po' troppo sulle sue. Si capisce, era parrucchiera, aveva a che fare tutto il giorno con signore di un certo rango cui forse aspirava a somigliare. I suoceri per lei erano senz'altro delle brave persone per quanto, come dire?... un po' troppo rustiche per i suoi gusti, e preferiva mantenere con loro una certa distanza. Palmiro invece dovette sposarsi in chiesa essendo la famiglia della fidanzata originaria di Bovolone (provincia di Verona).
Le scarpe comprate per l'occasione parvero a Enrico eccessivamente strette, e la cerimonia del matrimonio eccessivamente lunga, mentre la Ida era contenta: stava tornando ai riti e alle emozioni dell'infanzia.
La sposa veneta decidette di chiamare il marito Palmy, e solo i di lui genitori fecero fatica ad adattarsi a questa strana appellazione. Quando Palmiro veniva - raramente - a trovare i suoi da solo, Enrico C. lo chiamava come l'aveva chiamato ventisette anni prima, in onore del “Migliore”, ma quando il figlio era in compagnia della moglie, pavidamente lo chiamava Palmy, e questo lo umiliava e lo faceva sentire sminuito dall'età.
“Non chiamarlo Palmy se non ti va” gli diceva la Ida, “oppure mettici una “i” italiana, non greca”.
“Le nuore” rispondeva il compagno C. “è meglio tenersele buone. Comandano loro adesso.”
Quella moglie veneta del figlio, un po' grassa (ma non nei punti giusti) non piaceva a Enrico, e non capiva proprio come Palmiro/Palmy (o Palmi) avesse potuto innamorarsi di lei. Tanto più che non era incinta e quindi non si trattava di un matrimonio riparatore. Anzi, a un anno dalle nozze, i due non erano riusciti a dargli un nipotino, mentre la Erika, con tutta la sua puzzetta sotto il nasino, questo regalo almeno glielo aveva fatto, e siccome doveva lavorare, a Enrico C. e alla Ida la piccola Nicole venne affidata fino al Kindergarten e alle elementari.
Quella per Enrico C. non era certo la felicità degli anni settanta, anni della virilità trionfante e del Partito al 33%. Era si poteva dire una felicità di rimbalzo, non una felicità in prima persona o, come si dice ora, “da protagonista”, ma era pur sempre felicità, e per non rischiare di affumicare la piccina, Enrico C. smise per amore suo di fumare.
Così, di botto, da un giorno all'altro.
Del resto l'argomento del surmenage non reggeva più. Lo aveva sempre tirato in ballo a chi lo avvisava dei pericoli del fumo, ma ormai apparteneva alla categoria dei pensionati. Si sentiva spesso stracco, gli venivano certe paure che prima aveva scacciate con una scrollata di spalle, ma di surmenage, di stress, non si poteva proprio parlare. Per fortuna che la Erika aveva affidato Nicole ai suoceri, e non ai propri genitori, i quali vivevano, bisogna dirlo, in fondo in fondo alla val Badia, nel cuore di ghiaccio del più tenebroso Südtirol. Per fortuna anche che la prima nipote fosse una femminuccia, così piccolina, con delle manine e dei piedini cosi piccolini e perfetti. Enrico C. stravedeva per i piedini della nipotina, li baciava e ribaciava come quella volta al camping, tanti anni prima, aveva baciato il tatuaggio della signora ebrea, ma con un sentimento così appassionato da farlo talora vergognare di se stesso. Che stesse magari rincoglionendo?
E se la Nicole fosse stata invece un Kevin o un Jonathan? A un Kevin o a un Jonathan, avrebbe baciato con tanta passione i piedini?
Negli ultimi anni del secolo, Enrico C. cominciò a perdere i denti. “Colpa delle sigarette” sentenziò la Ida. Due premolari a destra e un molare a sinistra. Quasi quasi il buco non si vedeva. Bastava non sorridere a piena bocca, come facevano tutti in televisione. Del resto c'era poco da sorridere, e ancora meno da ridere. Nicole si stava facendo grande e non voleva più essere accompagnata a scuola dal nonno.
La Erika, spiegandolo a Enrico, lo buttò sul fatto generazionale: che i ragazzini di oggi vogliono sembrare più maturi dei loro anni e che la figura del nonno poteva ancora andare bene, ma tra le mura domestiche e magari con un regalino a mo' di esca. Il regalino non era mai quello giusto, e presto fu sostituito da sostanziose banconote. Così ti compri quello che piace a te, grazie nonno, grazie nonna, ci vediamo!
Ci vediamo, forse, ma non alle partite di pallavolo, sport nel quale la Nicole, cresciutissima, eccelleva tanto da entrare a fare parte in qualità di schiacciatrice della squadra Juniores dell'Alto Adige. Quando i match si svolgevano a Merano, Enrico C. era il primo ad arrivare in palestra, l'ultimo a uscirne, orgoglioso di questa campionessa così bella, slanciata, bionda, che ai nonni somigliava così poco, un tipo di donna che, trent'anni prima.... ma lasciamo perdere!
Una sera la Erika venne a trovare i suoceri in casa.
La cosa era insolita e Enrico se ne inquietò. Che non andassero più d'accordo, Yuri e la moglie? Che stessero per dividersi? I matrimoni oggi non erano più quelli di una volta, le donne ormai lavoravano, erano indipendenti e se Yuri per caso avesse fatto una cazzata...
Nulla di tutto ciò.
“La Nicole preferisce che lei non vada più in palestra quando gioca la sua squadra”
La voce di Erika, con il “Lei” di messa a distanza e tutte queste “r” gutturaloidi, parve a Enrico C. più fredda del solito.
“Ma perché?”
“Sa come sono fatti i bambini, si vergognano di sentirsi sorvegliati”
“Ma Nicole non è più una bambina, e io non vado lì a sorvegliarla, faccio solo il tifo per lei e la sua squadra!”
“Così lei mi ha chiesto di dirle, e così io le dico. Mi dispiace”
Dispiacque anche a Enrico C.
Gli dispiacque immensamente. Anzi, ci rimase malissimo. Sapeva già da tempo di non essere più appetibile alle donne. Ma essere snobbato, addirittura rinnegato dalla propria nipotina! Sangue del sangue suo, alla quale aveva baciato mille volte i piedini e poi regalato le sue prime scarpette (una somma!). Che fosse la dentatura un tantinello feudale del nonno (merlatura guelfa) a farla vergognare? oppure i suoi giacconi comprati per poche lire allo straccivendolo (ora second-hand shop) di via Andreas Hofer? A Enrico venne il sospetto che se avesse accompagnato la nipote in Suv e si fosse poi seduto sui gradini della palestra chiuso fino al collo in un giubbotto di Missoni, la Erika non sarebbe stata incaricata di questa infelice ambasciata.
"Aveva ragione Lenin", comunicò sottovoce al proprio riflesso nello specchio dell'ingresso.
Enrico C. non era mai corso dietro alle donne, le aveva corteggiate, conquistate, amate, e quando la storia era finita, la sofferenza ne aveva accompagnato per un po' la conclusione con una scia di malinconia. Un sentimento non sgradevole, la malinconia, e che un poeta d'Oltralpe, sconosciuto peraltro al compagno C., aveva definito: le bonheur d'être triste.
Quella felicità di sentirsi triste, Enrico C. era ben lontano dal provarla allorché la porta di casa si fu richiusa alle spalle della Erika, i cui tacchi si allontanavano, tak tak tak!, giù per le scale di casa C. Tacchi senza cuore, tacchi da infermiera assassina.
Ma doveva proprio andarsela a prendere in fondo alla val Badia!... Non poteva sposarsi una brava ragazza italiana? Devota alla famiglia come lo era stata la Ida? Gli venne in mente la moglie di Palmiro/Palmy, quella cicciona incapace di figliare. No, erano le ragazze di oggi nel loro insieme che non valevano una cicca. Del resto Palmiro ne era ormai stufo, della cicciona, pensava addirittura di separarsi. Ne aveva forse un'altra? E chi lo sapeva? Si era alzato ormai, tra padri e figli, un muro di silenzio, peggio assai del muro di Berlino, e che i giornali attribuivano, come tanti altri fenomeni del tempo, a “un Difetto di Comunicazione Interna”.
Il chirurgo ti taglia la gamba destra invece della sinistra? Difetto di Comunicazione Interna.
Ti mandano la cartella esattoriale di un allevatore di suini olandesi?
Difetto di Comunicazione Interna.
Ad ogni modo l'unica cosa che lui, Enrico, non avrebbe accettata, era di comprarsi un nuovo paio di scarpe per un eventuale nuovo matrimonio del figlio. Questa volta nein danke! con i calli che si ritrovava, e un altro paio di denti staccatisi sul più bello (primo morso, una volta demolitore, in un panino con mortadella).
Palmiro intanto si era iscritto ad Alleanza Nazionale, di cui divenne a Merano uno degli attivisti più in vista. Non che fosse fascista, nel senso che una volta il padre dava al nome (No pasaran!), ma si sentiva discriminato, forse anche umiliato da un gruppo etnico che in Italia costituiva, sì, una minoranza, ma in Alto Adige, era viceversa una maggioranza schiacciante e per niente silenziosa, tutt'altro... parlavano solo loro, e gli italiani che a loro si associavano lo facevano solo per convenienza, e se non per una poltrona, almeno per uno strapuntino, anche piccolo piccolo, pur di essere accolti nella Grande Greppia e ricevere qua e là una bricioletta.
Quando, a sostenere un candidato alle Municipali, l'onorevole Fini venne a tenere un comizio nella nostra cittadina, Palm (oramai era caduta anche la “y”) dirigeva la squadra che montò il palco sulla piazza del Grano. L'eloquenza del politico lo travolse. Generava una corrente di energia che non aveva mai prima sentita e che la televisione smorzava di molto. “Energia” e “Vibrazioni” divennero due parole fondamentali nel lessico (scarso) di Palmiro.
Un fascista all'antica, come ai tempi del padre, Palm sapeva di non essere: le camicie nere, l'olio di ricino, le esercitazioni ginniche con piramide finale, tutta quelle puttanate mussoliniane gli sembrava ridicole, definitivamente superate, out, prive della benché minima vibrazione.
Ma a Enrico C., la cui tessera (n° 25.639) di iscrizione al PCI giaceva ormai da anni in fondo a un cassetto, la militanza del figlio in un partito che, malgrado i dinieghi, si rifaceva a un' ideologia che lo Spirito del Tempo, nella sua giovinezza, gli aveva insegnato ad esecrare, questa militanza (dicevo) apparve come un ulteriore sconfessione della figura paterna.
L'indomani del passaggio a Merano dell'onorevole Fini, Ida ebbe il suo primo infarto. Era sempre stata una buona forchetta e, fatalista di natura, lo stile di vita raccomandatole dal dottore non venne nemmeno preso in considerazione. Uscita dall'ospedale, andò a comprare in un negozio di oggetti d'arte un piatto di ceramica di Nove, con Cristo in croce, pie donne in lacrime, e sullo sfondo il ponte di Bassano, caro agli Alpini. Il bordino arricciolato del piatto, le roselline bianche e gialle che vi erano state applicate, la presenza tra le pie donne di una pupattola in ginocchio (di chiara scuola veneta), tutto ciò conferiva alla triste scena un che di dolce e di carezzevole.
E questo fu l'unico sforzo fatto dalla Ida sulla strada della riabilitazione.
Al secondo infarto, le toccò però rimanere chiusa in casa giacché la gamba sinistra rifiutava di compiere il dovere suo. Ma non era il caso di fare troppe storie. Alla Ida non era mai piaciuto camminare e non andava in montagna se non nella macchina di Erika, assieme al marito, i figli, la nuore e la nipotina, per il pranzo di Capodanno. Dopo il dolce, il caffettino e l'amaro della casa, e fatta la foto di gruppo sulla terrazza dell'albergo, si ristipavano in sette nella Punto della Erika e tornavano a valle.
Dal secondo infarto al terzo, Ida dovette essere aiutata a salire i gradini del Haflingerhof, e dopo il terzo, l'operazione si fece in sedia a rotelle. Ma la mangiata stava perdendo la sua allegria e solo la parte destra della faccia di Ida partecipava alla festa.
Nicole non c'era mai. Ogni domenica andava a sciare assieme alle compagne di squadra in val Senales e neanche per il primo giorno dell'anno ammetteva un' eccezione alla regola. Una vera campionessa, una che non guardava in faccia nessuno quando si trattava di curare il fisico e migliorare le proprie prestazioni.
E a scuola?
A scuola andava benissimo, secondo la Erika, 8 in tutte le materie, fuorché in italiano, ma ora la professoressa le aveva dato da leggere “Il Visconte Dimezzato” e ci si trovava abbastanza bene.
“Che cosa racconta?”
“Mah... parla di un tizio che è tagliato in due dai Turchi”
“Dai Turchi? e come mai?”
“Mah... durante una battaglia credo”
“E muore?”
“No.. cioè.. una metà, quella cattiva, torna al paese e si comporta malissimo, uccide l'uccellino del padre”
“Uccide l'uccellino del padre!”
“Sì, e lui ci rimane malissimo. Anzi, muore”
“E ci credo”
Dopodiché la Nicole raccontava della Scissione dell'Uomo Contemporaneo e di quella della Figura dell'Intellettuale nel Dopoguerra. Citava anche il Realismo a Carica Fiabesca e la Fiaba a Carica Realistica.
Talvolta la Guerra Fredda.
“E ti è piaciuto questo visconte, Nicoletta?”
“Abbastanza”.
Dopo essere andato in pensione e finché Nicole ebbe bisogno dei nonni, Enrico C. una volta l’anno si faceva fare le analisi all’ospedale. Voleva stare in forma il più a lungo possibile per accompagnare la nipote nella sua crescita. I denti no, costava troppo, aveva fatto fare un preventivo da uno dei più scalcagnati cavadenti del Burgraviato, e gli sembrava che spendere tanti soldi per denti che dovevano durargli…. quanto? altri dieci, massimo quindici anni? E poi essere sepolti assieme a lui, perdere lo smalto sottoterra, no, veramente, non ne valeva la pena.
“Ma Enrico le dentiere le fanno proprio per i vecchi, non per i bambini dell'asilo”
“Per i vecchi ricconi, forse... e poi a me non piace stare per ore con le fauci spalancate, e magari una bella ragazza che mi risucchia la bava col catetere o mi ficca un tampax in bocca”.
Niente cure dentarie dunque, e dopo un po' niente più analisi: rimanere una mattinata intera chiuso in sala d'attesa, assieme a una buona ventina di vecchi biliosi che si guardano in cagnesco, nel terrore che uno di loro cerchi di far la furbata e passare prima degli altri... Nein Danke! Gli veniva il soffoco, a Enrico, e anche il magone. Se questa era la vecchiaia, Nein Danke! Non era il caso di prolungarla con pillole e operazioni.
Allorché il quarto infarto ebbe ragione della fortissima fibra della Ida, la prostrazione e il senso di offesa di Enrico si aggravarono tanto da mandarlo alla deriva su e giù il Lungopassirio. A lui non era mai piaciuto starsene seduto per ore assieme ad altri pensionati sulle panchine della Promenade. Sentiva di non appartenere alla categoria, li trovava brutti, triviali e meschini. Sedeva, quando sedeva con loro, sul bordo estremo della panchina, pronto ad alzarsi non appena avesse avvistato uno dei compagni o delle companeras che, un tempo, erano così spesso entrati a sbafo al Puccini, o a fare il bagno al camping. Però nessuno degli ex compagni e delle ex companeras si vedeva mai sulle passeggiate, o erano anch'essi così mutati da non potersi riconoscere.
“Io con i vecchi non lego. Me la sono sempre fatta con dei giovani, mai con gente della mia età o addirittura più vecchia. Questi non fanno che raccontare dei loro acciacchi...e io mi dovrò operare dell'anca!... e non riesco a andare di corpo neanche con la senna... e la moglie mi russa da far tremare il letto... che palle!”
Il vecchio signor Martini, il cui fratello più giovane era stato ucciso da certi tirolesi impazziti nella giornata del 30 aprile 1945, era il solo vecchio di cui Enrico sopportasse la compagnia. Di temperamento allegro e fiducioso, sempre chiuso in un pastrano dalle maniche troppo lunghe, il signor Martini era il tipo perfetto del vecchio democristiano birbone e pieno di spirito. Sapeva tante storie su Merano, peccato però che raccontasse sempre le stesse. Ma a Enrico piaceva la sua presenza, e l'indistinto ronron delle sue evocazioni gli dava un po' di conforto.
La vita per il vecchio signor Martini era una lunga storia passata fitta di episodi una volta forse tragici ma diventati col tempo tragicomici e che, a raccontarli oggi, gli facevano venire lo stranguglione dal ridere. Perfino la morte del fratello, perfino la follia omicida dei Tedeschi in rotta. E pensare che aveva otto anni più di Enrico, la moglie mezza cieca a casa, una figlia che stava a Roma e non si faceva vedere che a ogni morte di Papa.
“Ha anche dei nipoti signor Martini?”
“Mi par di sì” rideva il vecchio, “Un maschio e una femmina.. Ah no, scusate, sto sbagliando: una femmina e un maschio. A meno che...”
Enrico lo fissava severo e faceva il gesto di mollargli un ceffone. E al vecchio signor Martini veniva veniva un accesso di tosse dal ridere, mentre Enrico, per star al gioco, seguitava a fulminarlo con lo sguardo, crollando la testa, come si fa di un impunito.
Ma l'allegria era tutta da una parte.
Dal sette al nove giugno dell'anno scorso, venne organizzata nella nostra cittadina la prima prova di Coppa del mondo di Paracycling. Il paracycling, a dispetto dell'elemento comune “para”, il quale esprime l'idea di “protezione contro”, non ha nulla a che vedere col paracadutismo, il parapioggia o il paraurti. Non protegge cioè contro il ciclismo o, meglio, contro i ciclisti, quei poverini che insistono a spostarsi a piedi: si tratta in fatti di uno sport praticato da paralitici o, più in genere, da portatori di handicap: in massima parte ciechi e unijambisti (vocabolo introdotto nella lingua francese nel 1914). I ciechi in tandem, dietro a un vedente, i paralitici o mutilati lungo distesi come in un bob, pedalando vigorosamente con le braccia.
Gli eventi essendo a Merano piuttosto rari, il sette giugno di prima mattina, il vecchio signor Martini e Enrico stavano sul corso Libertà dove si svolgevano le operazioni di controllo prima della partenza. Enrico osservava i disabili, e malgrado il sorriso che trionfava su tutte le facce, sentiva lo stesso un po' di tristezza.
Questa tristezza non gli veniva però dal pensiero che uomini giovani fossero stati così barbaramente mutilati o vittime di sciagure spaventose quale la cecità. Nasceva piuttosto dal sentimento che lui, Enrico C., che aveva assistito un tempo a innumerevoli passaggi in regione del Giro d'Italia e (apoteosi) alla prima clamorosa vittoria di Pantani, sceso come un razzo dal passo Giovo a tagliare il traguardo meranese proprio sotto i suoi occhi, il 5 giugno del '94, che lui dunque, Enrico C. doveva ormai accontentarsi di vedere correre atleti con arti artificiali e un' esultanza, nella vittoria, che gli sembrava altrettanto artificiale e gli dava addirittura una punta di fastidio.
La disgrazia era disgrazia, e lui ormai, per colpa dell'età, non aveva più diritto a Pantani, ma a un poverino privo di braccia o gambe, e ricoperto per intero da patacche pubblicitarie.
Al vecchio Martini invece lo spettacolo piaceva, come piaceva la Festa dell'Uva, il raduno degli Alpini, quello degli Schützen, o la sfilata dei cavalli di Avelengo per le vie della città nel giorno di Pasquetta.
Sul percorso della gara erano state allestite varie bancarelle di frutta o dolci e alcuni baracchini dove si poteva bere in allegra compagnia.
“Andiamo, dai!”
E Enrico diede alla giacca del vecchio Martini una strattonata.
“Dove?”
“Ho visto laggiù delle belle golden a un euro e 20. Quasi quasi mi faccio uno strudel per questa sera.”
La parola “sera” fu l'ultima pronunciata dal compagno Enrico C. in quest'universo terreno.
Senza un grido stramazzò a terra e la testa sua andò a sbattere contro l'orlo del marciapiede.
“Stai attento, Enrico!” esclamò il vecchio Martini, come si fa in genere, a cose fatte, con i piccoli.
Ma l'attenzione di Enrico non era più raggiungibile. Il suo corpo rimaneva immobile, le braccia stranamente aderenti ai fianchi, e solo la macchia color caffè della sua pelata luccicava per il sudore. La gente intanto si stava radunando intorno al giacente come sul molo di un porticciolo quando viene scaricato un tonno. Nessuno tra i curiosi lo conosceva. Mentre l'ambulanza si lanciava urlante per strada, un tedesco, forse medico, si accovacciò addosso a Enrico e gli schiacciò ripetutamente il petto come una lavandaia imbestialita.
Il vecchio signor Martini ebbe l'impressione, con un attimo di terrore retrospettivo, che il tedesco volesse rompergli le costole, sfondargli il torace, a Enrico, vendicarsi su di lui della disfatta nazista.
“Lasci stare!”
La fioca voce senile fu sopraffatta dalle urla isteriche dell'ambulanza in arrivo. Due lagunari saltarono a terra, il tonno venne agguantato, deposto in barella, accartocciato in oro e spinto senza tanti complimenti nel forno. “Attenti! Si è rotto!” gridò il vecchio Martini, ma l'ambulanza già ripartiva sgommando e si poté seguire il percorso dell'allucinata sirena lungo la via delle Corse e fino alla porta Venosta. Da lì in poi il suo stridore si perse nel rumoreggiare confuso della città in festa.
Il vecchio signor Martini aveva una strana abitudine. Quella di ritagliare dall’Alto Adige gli annunci funebri di persone di Merano che aveva conosciute, dieci, venti o settant'anni prima. Il ritaglio veniva poi infilato in una busta di plastica, custodita assieme ad altre decine in un raccoglitore di color viola sulla cui copertina aveva scritto in elegante grafia: “I Miei Amici”.
Il numero dei suoi amici, non poté fare a meno di notare il vecchio signor Martini di ritorno dal funerale di Enrico, si stava paurosamente infittendo. Ossia dei suoi amici di lassù (e alzò gli occhi fanciulleschi al cielo), mentre degli amici di quaggiù Enrico sembrava proprio essere stato l'ultimo.
D'improvviso il signor Martini sentì che la vecchiaia lo aveva raggiunto. Chiuse il raccoglitore e chiamò la moglie.
“Che c'è?”
“Non potresti preparare uno strudelino, uno di questi giorni?”
“Ma lo sai che non devi mangiare dolci”
“Non lo mangio per me, ma per un mio amico”.