martedì 1 settembre 2026

Dolly Parton

Alessandro Portelli
Dolly Parton, le radici e le ali del country

il manifesto, 30 agosto 2026

Sarà stato il 1980, a Buffalo, stato di New York, in un paludato e molto rivoluzionario convegno su “Narrare la povertà” negli Stati Uniti. Io commisi un errore imperdonabile: per far capire qual è la differenza fra essere poveri e sentirsi poveri in una società come quella degli Stati Uniti, citai una fonte poco rispettabile – Coat of Many Colors, una canzone di Dolly Parton.

LEI NON ERA ANCORA la figura universalmente amata e rispettata di cui abbiamo rimpianto la scomparsa in questi giorni. Allora, era solo una volgare star di un genere musicale spregevole, la country music (roba fascista, mi spiegavano i compagni che sapevano tutto di politica e di musica). Ovviamente, il mio contributo fu escluso dagli atti del convegno.

A me la country music piaceva, e ci trovavo dentro le ragioni, i torti e le contraddizioni della cultura proletaria degli Stati Uniti, temi di cui il rock non parlava – certo, il lavoro, la disoccupazione, gli scioperi – ma ve l’immaginate una canzone come PBS Blues di Dolly Parton, sui dolori post mestruali?

D’ALTRONDE, DOLLY PARTON l’avevo scoperta in una canzone che risale addirittura al 1967, Dumb Blonde: «Solo perché sono bionda, non pensare che sono scema (e comunque, in uno sfacciato accento appalachiano: «Blondes have more fun», le bionde si divertono di più).

E poi, erano gli anni ’70, To Daddy: «Non sembrava mai che a mamma mancassero le belle cose della vita, i fiori che non le regalavano, pareva che le bastasse occuparsi della casa e dei bambini – se non era così, a papà non glielo disse mai. Una mattina ci svegliammo, e trovammo un biglietto che mamma aveva scritto a papà: i figli sono grandi, non gli servo più, me ne vado a cercare quello che non ho mai avuto. Non aveva intenzione di tornare a casa – o almeno, a papà non glielo disse mai».

E poi Jolene, e Nine to Five, la canzone premio Oscar ispirata al movimento di lotta delle segretarie e stenografe, e il film con due icone della sinistra come Jane Fonda e Lily Tomlyn (ma l’unica volta che l’ho vista di persona fu quando per caso incrociai in una strada di New York il set di un film che stava girando con Sylvester Stallone. Anche lei conteneva moltitudini).

Ma sta tutto dentro Coat of Many Colors: un fagotto di pezze di tutti i colori regalato in inverno a una famiglia povera, una madre che le cuce amorevolmente per fare una giacca alla sua bambina – e lei che tutta orgogliosa se la mette per andare a scuola e la prendono in giro e ridono della sua veste – «Ma non capivano che sei povero solo se scegli di esserlo, e anche se non avevamo soldi, anche ero vestita di pezze e coi buchi alle scarpe, io ero più ricca che mai per l’amore che mia madre aveva messo in ogni punto di cucito».

LA VESTE DAI MOLTI COLORI è quella che indossa Giuseppe nella Bibbia, e che la madre le racconta mentre cuce; ma è anche il quilt, la trapunta tradizionale, un simbolo dell’arte dei poveri e dell’arte delle donne, la capacità di creare bellezza partendo da scarti e frammenti. La bellezza, l’amore rendono ricchi; puoi non avere niente ma se non ti arrendi, se non interiorizzi la povertà come identità e destino, se sai fare ricchezza di quello che hai e che sai fare, allora anche a te «questa veste porterà felicità e fortuna».

C’è tutto un filone country consolatorio – «eravamo poveri ma avevamo amore»; Dolly Parton lo rovescia: non eravamo poveri perché avevamo amore. E bellezza.

In Wildflower, un’altra bellissima canzone (incisa con due altre icone del country progressista, Emmylou Harris e Linda Ronstadt), lei dice di essere cresciuta come una selvaggia rosa di campo – «quando un fiore cresce selvaggio, sa sempre come sopravvivere, i fiori selvaggi crescono dappertutto» – ma hanno bisogno di libertà: «Non mi accontentavo di essere una fra i tanti, così mi strappai le radici e portai i miei sogni sulla strada. Ma ero cresciuta libera e selvaggia, e non mi sono mai sentita a mio agio in un giardino dove ero diversa da tutti, così ho chiesto un passaggio al mio amico vento e lasciai che fosse lui a decidere dove andare». Già: anche Dolly Parton ha cantato, a suo tempo, che «la risposta vola nel vento»…

Non si è mai dimenticata di dove e di come è cresciuta, quell’Appalachia poverissima e senza scuole, e non l’ha mai romanticizzata. Come spiega in un’altra canzone capolavoro, The Good Old Days when Times were Bad, «tutto l’oro del mondo non basterebbe per portarmi via i ricordi che ho di quei tempi; tutto l’oro del mondo non basterebbe a convincermi a tornare a riviverli».

DA QUESTA NOSTALGIA CRITICA, da queste radici mobili nascono, a un passo da dove era cresciuta, il suo parco a tema, Dollywood (sì, un bel po’ kitsch: ma d’altronde, come disse una volta lei, «costa un sacco di soldi avere un aspetto così cheap»), che porta lavoro e turismo e anche un po’ di orgoglio in una zona economicamente depressa; e la sua biblioteca dell’immaginazione, ogni anno un libro a un bambino sotto i cinque anni perché crescano leggendo.

Le radici che si è strappata se le è portate dentro mentre volava. E ha passato tutta una vita per dimostrarci che no, che essere bionda non significa essere scema.

Franco Fontana fotografo

 

È morto il fotografo Franco Fontana

Aveva 92 anni ed era noto in tutto il mondo per i suoi scatti coloratissimi
Il Post, 29 agosto 2026

È morto a 92 anni il fotografo Franco Fontana, celebre in Italia e nel mondo per i suoi scatti coloratissimi e dalla studiata composizione geometrica. Aveva vissuto tutta la vita a Cognento di Modena, in Emilia, ma le sue opere sono esposte in più di cinquanta musei di tutto il mondo. Tra le altre cose nel 1963 espose alla Terza Biennale Internazionale del Colore a Vienna e nel 1979 al MoMA di New York.
Fu uno dei primi fotografi della sua generazione ad apprezzare le nuove possibilità offerte dalla fotografia a colori, in anni in cui era ancora considerata poco raffinata e non adatta a fotografi con pretese artistiche. Le sue fotografie si distinguevano per il modo che aveva di estrapolare pezzi di quello che vedeva, privandoli della profondità e restituendo composizioni quasi astratte della realtà.
La sua opera si è contraddistinta per l’attenzione ai paesaggi e in particolare a quelli urbani, dove immortalava componenti come porzioni di muri, insegne e stratificazioni di ogni tipo. Fotografò le colline del Sud Italia così come le città degli Stati Uniti, dove andava spesso in viaggio.
Nato nel 1933 a Modena, aveva iniziato a fotografare negli anni Sessanta, frequentando altri autori concettuali tra cui Franco Vaccari, Claudio Parmiggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni.
Negli anni gli sono stati dedicati oltre 70 libri e ha esposto in musei pubblici e gallerie private di tutto il mondo, ottenendo importanti riconoscimenti e premi, in Italia e all’estero. Ha collaborato con riviste e quotidiani e molte sue opere sono state incluse nelle maggiori collezioni mondiali.

Il rider picchiato e rapinato

Simona Lorenzetti
Rider malmenato e derubato «Mi hanno portato via la bici»
Corriere Torino, 1 settembre 2026

Non hanno pagato le pizze e le birre che avevano ordinato. E quando il rider li ha seguiti insistendo per avere i soldi, lo hanno picchiato per poi rubargli la bici elettrica. È successo nella notte tra venerdì e sabato in via Verres, nel quartiere di Barriera di Milano. La vittima è un ciclofattorino di Glovo, ha 27 anni ed è originario del Bangladesh. Il rapinatore arrestato (il complice è riuscito a fuggire) è un egiziano di un anno più grande con permesso di soggiorno in scadenza e residente da uno zio: gli agenti lo hanno trovato in un giardino mentre si gustava una delle pizze non pagate.

Mancano pochi minuti alle 2 quando il giovane rider riceve l’ordine attraverso l’app: tre pizze e due birre. Il ciclofattorino si presenta all’appuntamento e ad attenderlo ci sono due uomini: uno ha la carnagione scura e indossa una giacca nera, l’altro ha la pelle olivastra e indossa una maglia bianca. Il 27enne consegna loro le pizze, ma i due non intendono pagare e si allontanano. Il giovane insiste, vuole i soldi per non dover risarcire lui la pizzeria. A quel punto i due lo aggrediscono: l’uomo che poi riuscirà a fuggire, quello con la giacca nera, gli strappa il telefono dalla mano; mentre il complice lo colpisce con un pugno al volto facendolo cadere dalla bicicletta. Poi afferrano la due ruote e quando il rider cerca di trattenerli per non perdere l’unico strumento che gli consente di lavorare, lo colpiscono di nuovo: prima con una violenta gomitata al volto, poi con un pugno facendolo cadere a terra. Il bangladese viene soccorso da un passante — che ha assistito alla rapina — e subito viene chiamata la polizia. «Mi hanno portato via la bici», racconta la vittima fornendo una dettagliata descrizione dei rapinatori. Poco dopo i poliziotti troveranno l’egiziano — l’uomo con la maglia bianca — nel parco Peccei mentre si gusta la pizza non pagata. Alla vista degli agenti, lo straniero fugge in direzione di corso Venezia e si rifugia in un’area dismessa di Rfi, nota per essere un ricettacolo di sbandati e tossicodipendenti. Ed è lì che il 28enne finisce in manette: prova a negare il proprio coinvolgimento con ancora le briciole della pizza che gli imbrattano la maglia, ma il rider lo riconosce senza alcuna ombra di dubbio.

Il giorno dopo il 28enne — difeso dall’avvocato Mirco Consorte — compare davanti al gip per l’udienza di convalida. Per il giudice le testimonianze del rider e del soccorritore sono sufficienti per indicarlo come uno degli autori della rapina e l’arresto viene convalidato. L’indomani, però, le porte del carcere si apriranno. Il fatto che il rapinatore sia straniero non basta per sostenere che ci sia il pericolo di fuga e che voglia sottrarsi al processo. Sussiste, invece, il rischio di reiterazione del reato: non ha fonti di reddito, ha precedenti di polizia e quindi «è concreto il pericolo» che possa commettere reati analoghi «a scopo di lucro». Tuttavia, è sufficiente come misura l’obbligo di firma che consentirà «un monitoraggio costante» e funzionerà come «monito».

Nel frattempo, il rider si è fatto medicare. Ma per lui il problema non sono i lividi: la bicicletta non è stata recuperata e questo significa non poter lavorare.

Pasolini e Pound

Massimo Raffaeli
Quando Pasolini incontra Pound

il manifesto, 1 settembre 2026

Non avrebbero potuto essere più agli antipodi i profili e i percorsi di Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini nel momento dell’incontro, il 26 ottobre del ’67, per un’intervista commissionata dalla Rai da inserirsi in un ritratto televisivo del poeta americano. Pound ha trentasette anni più del suo intervistatore, da qualche anno è tornato in Italia, dividendosi tra Venezia e Rapallo, dopo oltre un decennio di internamento in un manicomio criminale di Washington dove, scampando alla esecuzione, ha espiato il suo collaborazionismo culminante, in tempo di guerra, negli appelli e negli anatemi scagliati sui connazionali direttamente da Radio Roma.

PER PARTE SUA PASOLINI, espulso dal Pci nel dopoguerra per «indegnità morale», è rimasto un intellettuale marxisant la cui fisionomia di poeta e regista cinematografico nel senso comune è circonfusa da un’aura perpetua di scandalo. Propiziato dal firmatario della trasmissione (lo scrittore Vanni Ronsisvalle, nella cui bibliografia si annovera un notevole romanzo, Tour Montparnasse, Editori Riuniti 1977), il dialogo si apre con una vera e propria palinodia davanti al maestro americano perché Pasolini ne è stato a lungo nemico (lo dicono l’epistolario e il suo biografo – nonché precoce traduttore dello stesso Pound – Enzo Siciliano) fino al viaggio a New York, nel ’66, quando stringe amicizia coi poeti della beat generation, e specialmente Allen Ginsberg, per i quali i Cantos, opera di un Cosmo esploso nella maestà del Caos, sono il massimo riferimento secolare.

E però Pound, lusingando involontariamente Pasolini, non ama affatto le nuove avanguardie, perciò Ginsberg, che pure si trova in quel momento a Venezia, è estromesso dal set di un’intervista che la musicista Olga Rudge (musa e compagna di Pound, madre di sua figlia) ha avallato temendo comunque che la fama di Pasolini e la natura controversa del suo personaggio potessero alimentare la polemica politica.

E INVECE PASOLINI è entusiasta, deferente come può esserlo un neofita che abbia consapevolezza di trovarsi al cospetto di uno dei maggiori poeti del secolo, forse il più grande e il più emblematico: Pound lo ascolta ma è recluso nel tempus tacendi e si limita, nel suo italiano esotico, a poche battute lancinanti. Messa in onda nel giugno del ’68, l’intervista, ora integralmente accessibile in Raiplay, è stata di recente trascritta (compare in Ezra Pound, È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972, De Piante 2021) da Luca Gallesi che oggi firma una breve monografia dal titolo Pound e/o Pasolini (introduzione di Giuseppe Garrera, Edizioni Ares, «Poundiana», pp. 136, euro 14). Il libro è utile a ricostruire genesi e sviluppo del rapporto fra i due poeti utilizzando, dalla parte di Pound, una letteratura critica di prima mano (Gallesi è anglista) nonostante nella bibliografia generale sia assente il nome di Massimo Bacigalupo, suo massimo specialista (e qui si veda da ultimo Ezra Pound, un mondo di poesia, Ares 2022).

Meno nitido è l’approccio a Pasolini sia per una svista filologica (costui non collaborò al «quotidiano» Il Tempo – che anzi fu sempre in prima fila al suo linciaggio – ma semmai, e a più riprese, al settimanale Tempo altrimenti noto come Tempo illustrato) sia per alcune definizioni discutibili quali «omosessuale dichiarato e sedicente comunista» o anche «dopo la guerra diventato antifascista»: Pasolini non era De Pisis o Comisso o il suo amico Sandro Penna, perché dissimulò la propria omosessualità come allora usava; venne espulso dal Pci ma restò persuaso – teste la dichiarazione di voto del ‘75 – del fatto che in un paese orribilmente sporco proprio il Pci fosse un’isola dove le coscienze si sono disperatamente difese; infine Pasolini «maturò» l’antifascismo negli anni della guerra pari a molti intellettuali della generazione fascistissima, necessariamente formatisi nei Guf: perciò non si tratta di una mutazione come vorrebbe il verbo «diventare» o peggio di una resipiscenza (come oggi la destra italiana ha il coraggio, sfacciatamente, di insinuare).

QUANTO ALLA REALE intersezione fra i due poeti, Gallesi la coglie giustamente nel ricordo e/o nel rimpianto di una mondo arcaico che la civiltà industriale sta intanto annientando: è la Cina rurale di Confucio per l’uno, l’Italia romanza delle pievi e dei borghi per l’altro. Viene tuttavia sfuocata la natura più profondamente simpatetica del loro rapporto, che è invece d’ordine formale e strutturale come già dimostrato da Francesca Cadel in fondamentali contributi (peraltro omessi in bibliografia) per cui è esistita una «funzione Pound» nell’ultimo Pasolini, la stessa che fermenta sottotraccia nelle sue opere testamentarie, fra le macerie del Dopostoria, dal palinsesto di Petrolio alle terribili sequenze di Salò (dove risuonano da un’Ade senza scampo i versi medesimi di Pound), da Bestia da stile ai versi di uno dei suoi libri più alti e meno rammentati, Trasumanar e organizzar (’71).