lunedì 7 settembre 2026

La rivolta di una Germania perduta

Mara Gergolet
"Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente"

Corriere della Sera, 7 settembre 2026 

MAGDEBURGO «L’AFD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti.
Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’Afd sta dilagando.

La AfD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la ddr aveva di violento e repressivo?
«La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AfD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
Ritiene giusto 
definire l'AfD fascista?
«Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’AfD con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale».
Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
«Senza alcun dubbio. Le faccio un esempio. Alla fine di maggio abbiamo tenuto l’assemblea primaverile dell’accademia tedesca per la lingua e la letteratura ad Halberstadt, in Sassonia-anhalt. Il nostro partner locale era il Gleimhaus, il museo dedicato all’illuminismo tedesco. L’AFD sta attaccando personalmente la direttrice, che da anni svolge un lavoro straordinario, perché definisce l’illuminismo un movimento internazionale e non nazionale. Anche molti insegnanti temono di essere denunciati come “politicamente di parte”. È assolutamente possibile che diversi docenti perdano il posto. E lo stesso potrebbe estendersi alle università, ai musei, alla storiografia».
L'AfD usa deliberatamente il linguaggio del 1989: "Noi siamo il popolo", la resistenza contro le élite, l'idea di una nuova rivoluzione. Lei la visse in prima persona, manifestando per le strade, cosa pensa?
«La mia impressione è che proprio coloro che allora gridavano: “Siamo un solo popolo! Il marco subito! L’adesione subito!”, cioè quelli ai quali l’auto-dissoluzione della Germania orientale non sembrava abbastanza rapida, siano oggi quelli che parlano più forte del “completamento” della rivoluzione. La cosa pericolosa è soprattutto che nessun altro partito è riuscito ad appropriarsi positivamente della tradizione dell’est, o forse non lo ha nemmeno voluto. Inoltre l’AfD è l’unico che pretende di avere una visione del futuro, un’alternativa allo status quo. Per alcuni questo rappresenta un orizzonte che altrove non trovano. Bisognerebbe prenderne atto».
Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l'occupazione sovietica.
«Gli abitanti della Ddr vedevano che i vincitori della Seconda guerra mondiale vivevano peggio di loro. I soldati sovietici, confinati nelle caserme della Ddr in condizioni molto dure, suscitavano piuttosto compassione. Inoltre, nel 1989, l’urss di Gorbaciov fu la garante del fatto che le manifestazioni dell’autunno non venissero represse con la violenza. Nell’ovest “i russi” sono sempre rimasti una parola che evocava paura; nell’est era diverso, anche se il rapporto era ben lontano dagli ideali ufficiali dell’amicizia socialista. A questo si aggiunge il fatto che in Germania la guerra in Ucraina viene raccontata in modo unilaterale. Nell’est la diffidenza verso i media è maggiore. Si ha l’impressione che l’identità politica tedesca, o dell’europa occidentale, venga definita quasi esclusivamente dalla lotta degli ucraini. Questo non fa bene a nessuno, meno che mai agli stessi ucraini».
Non è paradossale il legame quasi istintivo che l'AfD sente con Trump?
«Sì, imparano gli uni dagli altri. E proprio osservando Trump si può capire quale Germania abbia in mente l’afd. Personalmente considero più interessante ciò che ha tentato la Spagna, cioè la regolarizzazione degli immigrati irregolari. Non invidio affatto i politici che devono trovare un compromesso tra immigrazione e rimpatri. Non è qualcosa che riusciremo semplicemente a fare, come diceva Angela Merkel».

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