martedì 1 settembre 2026

Pasolini e Pound

Massimo Raffaeli
Quando Pasolini incontra Pound

il manifesto, 1 settembre 2026

Non avrebbero potuto essere più agli antipodi i profili e i percorsi di Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini nel momento dell’incontro, il 26 ottobre del ’67, per un’intervista commissionata dalla Rai da inserirsi in un ritratto televisivo del poeta americano. Pound ha trentasette anni più del suo intervistatore, da qualche anno è tornato in Italia, dividendosi tra Venezia e Rapallo, dopo oltre un decennio di internamento in un manicomio criminale di Washington dove, scampando alla esecuzione, ha espiato il suo collaborazionismo culminante, in tempo di guerra, negli appelli e negli anatemi scagliati sui connazionali direttamente da Radio Roma.

PER PARTE SUA PASOLINI, espulso dal Pci nel dopoguerra per «indegnità morale», è rimasto un intellettuale marxisant la cui fisionomia di poeta e regista cinematografico nel senso comune è circonfusa da un’aura perpetua di scandalo. Propiziato dal firmatario della trasmissione (lo scrittore Vanni Ronsisvalle, nella cui bibliografia si annovera un notevole romanzo, Tour Montparnasse, Editori Riuniti 1977), il dialogo si apre con una vera e propria palinodia davanti al maestro americano perché Pasolini ne è stato a lungo nemico (lo dicono l’epistolario e il suo biografo – nonché precoce traduttore dello stesso Pound – Enzo Siciliano) fino al viaggio a New York, nel ’66, quando stringe amicizia coi poeti della beat generation, e specialmente Allen Ginsberg, per i quali i Cantos, opera di un Cosmo esploso nella maestà del Caos, sono il massimo riferimento secolare.

E però Pound, lusingando involontariamente Pasolini, non ama affatto le nuove avanguardie, perciò Ginsberg, che pure si trova in quel momento a Venezia, è estromesso dal set di un’intervista che la musicista Olga Rudge (musa e compagna di Pound, madre di sua figlia) ha avallato temendo comunque che la fama di Pasolini e la natura controversa del suo personaggio potessero alimentare la polemica politica.

E INVECE PASOLINI è entusiasta, deferente come può esserlo un neofita che abbia consapevolezza di trovarsi al cospetto di uno dei maggiori poeti del secolo, forse il più grande e il più emblematico: Pound lo ascolta ma è recluso nel tempus tacendi e si limita, nel suo italiano esotico, a poche battute lancinanti. Messa in onda nel giugno del ’68, l’intervista, ora integralmente accessibile in Raiplay, è stata di recente trascritta (compare in Ezra Pound, È inutile che io parli. Interviste e incontri italiani 1925-1972, De Piante 2021) da Luca Gallesi che oggi firma una breve monografia dal titolo Pound e/o Pasolini (introduzione di Giuseppe Garrera, Edizioni Ares, «Poundiana», pp. 136, euro 14). Il libro è utile a ricostruire genesi e sviluppo del rapporto fra i due poeti utilizzando, dalla parte di Pound, una letteratura critica di prima mano (Gallesi è anglista) nonostante nella bibliografia generale sia assente il nome di Massimo Bacigalupo, suo massimo specialista (e qui si veda da ultimo Ezra Pound, un mondo di poesia, Ares 2022).

Meno nitido è l’approccio a Pasolini sia per una svista filologica (costui non collaborò al «quotidiano» Il Tempo – che anzi fu sempre in prima fila al suo linciaggio – ma semmai, e a più riprese, al settimanale Tempo altrimenti noto come Tempo illustrato) sia per alcune definizioni discutibili quali «omosessuale dichiarato e sedicente comunista» o anche «dopo la guerra diventato antifascista»: Pasolini non era De Pisis o Comisso o il suo amico Sandro Penna, perché dissimulò la propria omosessualità come allora usava; venne espulso dal Pci ma restò persuaso – teste la dichiarazione di voto del ‘75 – del fatto che in un paese orribilmente sporco proprio il Pci fosse un’isola dove le coscienze si sono disperatamente difese; infine Pasolini «maturò» l’antifascismo negli anni della guerra pari a molti intellettuali della generazione fascistissima, necessariamente formatisi nei Guf: perciò non si tratta di una mutazione come vorrebbe il verbo «diventare» o peggio di una resipiscenza (come oggi la destra italiana ha il coraggio, sfacciatamente, di insinuare).

QUANTO ALLA REALE intersezione fra i due poeti, Gallesi la coglie giustamente nel ricordo e/o nel rimpianto di una mondo arcaico che la civiltà industriale sta intanto annientando: è la Cina rurale di Confucio per l’uno, l’Italia romanza delle pievi e dei borghi per l’altro. Viene tuttavia sfuocata la natura più profondamente simpatetica del loro rapporto, che è invece d’ordine formale e strutturale come già dimostrato da Francesca Cadel in fondamentali contributi (peraltro omessi in bibliografia) per cui è esistita una «funzione Pound» nell’ultimo Pasolini, la stessa che fermenta sottotraccia nelle sue opere testamentarie, fra le macerie del Dopostoria, dal palinsesto di Petrolio alle terribili sequenze di Salò (dove risuonano da un’Ade senza scampo i versi medesimi di Pound), da Bestia da stile ai versi di uno dei suoi libri più alti e meno rammentati, Trasumanar e organizzar (’71).

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