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mercoledì 18 giugno 2025

La Madonna di Novi Velia



Canti dei pellegrini che salivano al santuario del Sacro Monte
Madonna di Novi   

Io canto e non pe' te voglio cantare,
canto pe' sfurià la fantasia.
R
i tiempi antichi voglio ricordare
l'età chiù bella re la vita mia.
Cantanno i iuorni miei voglio passare,
mettenno ra parti la malincunia.
Chiù bella chiù re te pozzo trovare,
affliggermi pe' te 'macciuto saria...
Fior di noce,
comprendi le parole e no la voce.

  No iuorno me 'mbarcai orla mari,
'ngappai na fontanella ca surgia.
Tanto ca era bella fresca e chiara,
c"a fontanella appriesso me venia.
Chesta non è puzzo e nè fontana
sono li billizzi re la bella mia.

  O fiore ca te canto, fíor di mortella
u core m'à 'nchiuvato co' 'na centrella.
Cala ste trezze, ronna 'mperiale,
figlia re no ran duca, Manueli,
Vui siti assuta ra sango reale,
parente a la rigina re li Réi.
E le purtati le bilance mano,
come le porta lo giusto Micheli
fammi na rázia, ca me la può fa,
levami la catena ra lu peri.
O fiore...

  O faccia re na fina ranatella,
o rosa ca nun cangia mai culure,
quanno cammini, fai tremà la terra;
cu ssi bell'uocchi fai gità lu sole.
E l'àngiuli 'ncielo se fanno uerra,
'nterra non pote stà la tua persona.
O vavattinni 'ncielo addo l'àute belle,
o ronna re sapienza e re valore.
O fiore.....

  Aggia esse ammanazzato ra no sbirro,
ra n'ommo ca nun vale quatto alli.
Sera e matina ammola la cortedda
se crere re feddà casecavaddi.
Iesci a la chiazza, si vuò fa la uèrra,
te pèrcio piettoe core co' 'na palla.
La carne me la venno pe' vitella,
la pelle scarpe fine pe' lo ballo.
O fiore....

  O ronna casta, o ronna casta
tu ca fai la ronna tanto onesta
io saccio chi te tocca e chi te tasta,
e re ste carne tòie fanno festa.
La prima vota ca parlai co tico,
subitamente me trasisti 'ncore.
Tu 'nge trasisti e io te 'nge 'nserrai,
chiave r'argiento e maschiatura r'oro.
Le chiaulèlle le ghiettai a mari
pe' nun fá scupri lu nostro amore.
Fiore di grano, nasciste a genio mio,
perciò ti amo...

I testi tratti da:
Vincenzo Cerino, sacerdote Carlo Zennaro
"Breve Storia Popolare di Novi Velia" Pro-Loco Novi Velia, litografia Vigilante srl - Napoli, luglio 2001, pagg 140-141


Cilento. Novi Velia, il Sacro Monte il santuario del cuore di Acutis

Nicola Nicoletti
Avvenire, 17 giugno 2025

A 1705 metri di altezza lo sguardo si perde tra le Isole Eolie e Capri dalla parte del mare, dall’altra si è immersi nel verde della macchia mediterranea. Siamo sul Sacro Monte di Novi Velia (Salerno), dove un santuario richiama da secoli pellegrini da tre regioni.

Dalla Basilicata, Calabria e provincia di Salerno arrivano in estate, da soli o in compagnia, famiglie e parrocchie sulla cima del Gelbison.«Abbiamo scelto che il Sacro Monte fosse chiesa giubilare della diocesi di Vallo della Lucania e che, accompagnati della presenza di Maria, sia possibile riconciliarsi vivendo un’esperienza di silenzio e preghiera». Portando un mazzo di fiori il vescovo di Vallo della Lucania, Vincenzo Calvosa, ha accolto i fedeli nei giorni scorsi, quando il santuario si è riaperto dopo la chiusura annuale. In inverno, quando la neve imbianca la vetta del monte, le porte della chiesa sono chiuse, riaprono l’ultima domenica di maggio sino alla seconda domenica di ottobre, i mesi di Maria.

E quassù, per pregare e trovare aria fresca e leggera, arrivava con la mamma Carlo Acutis. Il ragazzo in vacanza nel Cilento, partiva da Centola, paesino originario dei nonni materni non lontano dal mare cristallino di Palinuro. Grazie agli anziani del paese aveva scoperto questo rifugio come di nido d’aquila che custodiva la chiesetta dedica a Maria, un’occasione unica per passeggiare tra castagni e faggi.

La storia del luogo di culto richiama avvenimenti di un passato incerto e di fede antica. La prima notizia sicura è del 1323, quando Tommaso Marzano, barone di Novi, acquista dal vescovo di Capaccio, Filippo Santomagno, il Santuario per donarlo ai celestini, monaci benedettini che aveva chiamato a Novi Velia all’inizio del secolo. Non è sbagliato pensare che già in precedenza, grazie al monachesimo italo greco, una cappella fosse frequentata dai pastori. Monaci eremiti, amanti dei luoghi semplici e nascosti, i monaci avrebbero diffuso già dal Mille il culto mariano. Dai Celestini nel 1800 il santuario passa alla Chiesa diocesana che ne ha fatto il principale luogo di preghiera.

Alla riapertura di quest’anno i fedeli hanno avuto la sorpresa di vedere il restauro della statua. Il lavoro ha ripulito il simulacro in legno della Madonna con il Bambino tra le braccia, riportando i colori originari, scoperti sotto gli strati sovrapposti delle tempere. Adesso don Aniello Panzariello, don Walter Santomauro e don Antonio De Marco aspettano i pellegrini saliti anche a piedi, per accompagnarli nel cammino di speranza del Giubileo sulla vetta del Gelbison, tra la pace della natura e le canzoni dei pellegrini.

venerdì 9 maggio 2025

Il discorso del Papa


 

La pace sia con tutti voi!»

«Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il buon pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, a tutte le persone, ovunque siano, a tutti i popoli, a tutta la terra. La pace sia con voi!

Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente. Ancora conserviamo nei nostri orecchi quella voce debole ma sempre coraggiosa di Papa Francesco che benediva Roma!

Il Papa che benediva Roma dava la sua benedizione al mondo, al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione: Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti, e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di Lui come il ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace. Grazie a Papa Francesco!

Voglio ringraziare anche tutti i confratelli cardinali che hanno scelto me per essere Successore di Pietro e camminare insieme a voi, come Chiesa unita cercando sempre la pace, la giustizia, cercando sempre di lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari.

Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto: “con voi sono cristiano e per voi vescovo”. In questo senso possiamo tutti camminare insieme verso quella patria che Dio ci ha preparato.

Alla Chiesa di Roma un saluto speciale! Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce i ponti, il dialogo, sempre aperta a ricevere come questa piazza con le braccia aperte. Tutti, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, la nostra presenza, il dialogo e l’amore.

(Pronunciato in spagnolo)

Y si me permiten también, una palabra, un saludo a todos aquellos y en modo particular a mi querida diócesis de Chiclayo, en el Perú, donde un pueblo fiel ha acompañado a su obispo, ha compartido su fe y ha dado tanto, tanto para seguir siendo Iglesia fiel de Jesucristo.

E se mi permettete una parola, un saluto a tutti e in modo particolare alla mia cara diocesi di Chiclayo, in Perù, dove un popolo fedele ha accompagnato il suo vescovo, ha condiviso la sua fede e ha dato tanto, tanto per continuare ad essere Chiesa fedele di Gesù Cristo.

A tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, di Italia, di tutto il mondo vogliamo essere una Chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, una Chiesa che cerca sempre la pace, che cerca sempre la carità, che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.

Oggi è il giorno della Supplica alla Madonna di Pompei. Nostra Madre Maria vuole sempre camminare con noi, stare vicino, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore.

Allora vorrei pregare insieme a voi. Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo e chiediamo questa grazia speciale a Maria, nostra Madre».

COMMENTO

Prime parole sulla pace. Dialogo e amore. Richiamo al Vangelo e alla figura di Cristo. Ha nominato due volte Bergoglio. Continuità. Ha tirato fuori la sinodalità (collegialità). Rottura. Americano / latino. Conclusione su Maria, Madonna di Pompei (rosario). Ave Maria e non Pater Noster. Leone è un modo per risalire indietro e segnare un nuovo inizio. Papa sociale, l'ultimo Leone. Papa che fermò Attila, Leone Magno.


lunedì 9 dicembre 2024

Il ventre di Maria

 


Fausto Politino, Il ventre di Maria centro del cosmo, la Repubblica Robinson, 8 dicembre 2024

Per leggere un'opera d'arte ci vuole un filosofo. Nel saggio La Passione secondo Maria, edito dal Mulino, Massimo Cacciari analizza un quadro celebre, la Madonna del parto di Piero della Francesca. Cosa mette in risalto Cacciari? I due angeli ben inseriti a fianco della Donna, eppure lontani dalla sua statura. Hanno gli stessi connotati ma si differenziano nel colore dell'abito: in uno è verde, la cromia della speranza, l'altro è affocato d'amore. Lo studioso definisce imperioso il loro atto di alzare la tenda. Un invito perentorio ad aprire gli occhi per vedere. In ciò che appare, il mistero è nullo. C'è solo il vero nella sua realtà. E cosa appare di fatto? Una donna concentrata, con la mano destra appoggiata sul ventre gravido, come a salvaguardarlo. Mostra la ferita al centro del proprio corpo che è l'epicentro del Cosmo. La Donna è qui assoluta odigitria, colei che indica il cammino.


Federico Vercellone, Maria esprime il cosmo
La Stampa Tuttolibri, 21 dicembre 2024

Maria è, sin dall'inizio, entrambe le cose: pienamente donna e insieme Mater Dei. Se così non fosse l'Incarnazione di Gesù, il Cristo, il Messia non avrebbe alcun senso. In quanto tale Ella è a tutti gli effetti una figura simbolica. Ciò nondimeno la maternità di Maria non è affatto quella di una semi-divinità. Nulla di più distorcente di una concezione di questa natura. Se Maria fosse essere divino o semi-divino l'incarnazione di Gesù, di colui che è sin dall'inizio della sua vita il Cristo, il Messia Salvatore, diventandolo poi sempre più nel realizzarsi della sua missione, non avrebbe senso. Il Cristo è tale proprio in quanto ha scelto il paradosso dell'Incarnazione, proprio in quanto, straziato e dolente, chiede al Padre perché lo abbia abbandonato al supplizio supremo. L'iconografia di Maria, dà seguito a questo fondamento contraddittorio e impossibile come mostra Massimo Cacciari nella sua seconda splendida lectio mariana, La passione secondo Maria comparsa nella collana da lui diretta presso Il Mulino che segue, a distanza di qualche anno, l'altro bellissimo libretto Generare Dio. Cacciari prende qui le mosse dalla Madonna del parto di Piero della Francesca custodita a Monterchi e mostra che Ella è ben piantata sulla terra, per nulla discosta da quelle radici terrestri cui la sua missione l'ha assegnata. Ella è nondimeno un simbolo potentissimo: custodisce il Cielo, l'apertura messianica che in lei si annida e prefigura. Anche la sua presenza è fisicamente potente come testimonia il fatto che quando Ella, incinta di Gesù, va a trovare la cugina Elisabetta la quale è a sua volta incinta, e porta in grembo Giovanni Battista, quest'ultimo si agiti e scalci di gioia nel ventre materno. Maria diviene così "figura", anticipazione della piena umanità annunciata e incarnata dal Messia. Ella è, a tutti gli effetti pleroma divino, interconnessione perfettissima tra la sovranità celeste e la vertigine infinita dell'esistenza umana. Ella è compimento e misura della pienezza e della perfezione che genera colui da cui è generata. "Vergine madre, figlia del tuo figlio," come Dante scrive nel canto XXXIII del Paradiso. Donna a tutti gli effetti, come ci testimonia un'altra opera di Piero, la Madonna di Senigallia, ma al tempo stesso figura perfetta che realizza in se stessa il Cosmo. Ci addentriamo così in uno dei motivi centrali, propriamente teoretico e insieme da parte a parte figurativo di questo libro che conferma e arricchisce in modo molto significativo la prospettiva del pensiero di Massimo Cacciari quale si era delineata non solo in Metafisica concreta ma anche precedentemente, nel suo bellissimo libro sull'Umanesimo italiano, La mente inquieta. La Vergine esprime il Cosmo. Ella è per eccellenza una figura simbolica in quanto contiene, dice ed esprime nei suoi lineamenti un ordine infinito. Quest'ordine è anche l'armonia che ha vinto l'alogos, il demoniaco, il male che pure Maria, come ogni essere umano, contiene in sé, la cui potenza si può domare ma mai estinguere o annullare per sempre. Ella - e veniamo qui all'estrema attualità di questo libro che è stato scritto ed è uscito in giorni così cupi e drammatici che farebbero dire che la ragione, il logos si siano volatilizzati - è simbolo, quanto mai ospitale, della civitas, dell'ordine giusto che incarna e dà voce alla ragione, alla sua storia e alle sue tensioni. Naturalmente in questo contesto l'ultima cosa cui si deve pensare è che si voglia alludere a un possibile restauro degli ordinamenti mondani della civitas christiana. Quello che attraversa Maria è un progetto universale che si riverbera o meglio viene esemplificato nel De divina proportione di Luca Pacioli riprodotto qui nel ritratto di Iacopo de' Barbari, un ordo mathematicus che interseca la vita umana e la equilibra nel cosmo. Il percorso figurativo di Cacciari in La passione secondo Maria è straordinariamente ricco anche per quanto riguarda il repertorio figurativo che mette in campo, che va dal XIII al XVII secolo. Non è dato qui ricostruirlo neppure a tratti nelle sue affascinanti articolazioni. Se ne può indicare un compimento - per quanto riguarda questo libro - nella Pietà michelangiolesca custodita nella Basilica di San Pietro in cui il corpo di Cristo deposto sulle ginocchia della Madre vi aderisce a tal punto da far pensare che colei che accoglie venga anche accolta sprigionando una speranza della quale i nostri tempi non possono che nutrirsi avidamente. —

venerdì 18 ottobre 2024

Nostra Signora

 



Diversamente da ciò che sembra suggerire Denis de Rougemont nel brano che segue, il culto di Maria nella Chiesa cattolica ha un primo riconoscimento ufficiale già nel V secolo dopo Cristo, al concilio di Efeso (431), quando si decretò che nella persona di Gesù la natura umana e quella divina erano strettamente unite. Ciò non toglie che nel XII secolo la venerazione della Madonna fu ulteriormente sviluppata e rilanciata.

Denis de Rougemont, L'amore e l'Occidente, traduzione di Luigi Santucci, Milano Rizzoli 1977 (1939)

Una forma poetica del tutto nuova nasce nel Sud della Francia, patria del catarismo; essa celebra la Dama dei pensieri, l'idea platonica del principio femminile, il culto dell'Amore in contrapposizione al matrimonio, e la castità. 

[Eloisa e Abelardo, i troubadours, l'amor cortese]

A questa poderosa e pressocché universale espansione dell'Amore e del culto della donna idealizzata la Chiesa e il clero non potevano mancare di contrapporre una credenza e un culto che rispondessero allo stesso profondo desiderio, nato dall'anima collettiva. Bisognava "convertire" questo desiderio, pur lasciandosi portare da esso, ma come per meglio inserirlo nella gagliarda corrente dell'ortodossia. Da qui i reiterati tentativi, a partire dall'inizio del secolo decimosecondo, di instaurare un culto della Vergine. D'ora in poi la Madonna riceverà l'appellativo di regina coeli e l'arte la rappresenterà come regina. Alla "Dama dei pensieri" della cortezia si sostituirà "Nostra Signora".

https://revues.droz.org/RThPh/article/view/RThPh_154.1_105-121/html



Paradiso, XXXIII, 1-21

  Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio.

Tu sei colei che l´umana natura
nobilitasti, sì che il suo fattore,
non disdegnò di farsi tua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l´amore,
per lo cui foco nell'etterna pace,
così è germinato questo fiore.

Qui sei a noi meridiana face,
di caritate e giuso intra i mortali
sei di speranza fontana vivace.

Donna, sei tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disianza vuol volar senz´ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietade,
in te magnificenza, in te s´aduna,
quantunque in creatura è di bontate.


Anna Maria Chiavacci Leonardi

Vergine Madre...: la preghiera che si leva, ferma e severa nel suo dettato classicamente sobrio, e che pure racchiude un così esteso e profondo ambito di significati, è degno preludio alla conclusione di questo Paradiso dove il narrare poetico è costantemente tenuto su un registro sempre al di sopra dell'umana sensibilità, e che pure coinvolge i più profondi sentimenti di cui l'uomo è capace. Le antitesi che, senza commento, si susseguono nella prima terzina, raccolgono secoli di teologia e devozione mariana, con quella forza di sintesi e purezza di ritmo che sono peculiari del genio dantesco. Non vi è in esse alcuna retorica, perché tali antitesi sono un fatto, la realtà stessa del mistero di Maria nella fede cristiana. Il primo verso racchiude – in due antitesi puramente enunciate – le tre prerogative che la fede cristiana attribuisce a Maria, definendone la straordinaria realtà: vergine, madre, e figlia di colui del quale è madre, cioè di Dio. Il mistero è espresso in vari modi in tutti i più noti testi mariani, dogmatici o liturgici («mater semper virgo»; «genuisti qui te fecit» ecc.), ma nessun luogo può competere con questo nudo verso dantesco, che col suo ritmo alto e la sua sobrietà assoluta – fatta di quattro parole – fa risuonare il grande mistero in apertura del canto finale del poema. Sulla struttura tripartita di questa preghiera (invocazione – vv. 1-3 – elogio – vv. 4-21 – petizione – vv. 22-39), risalente a modelli classici e biblici, si veda Auerbach, Studi, pp. 273-308. Il Dronke (lettura citata nella bibliografia) ricorda a confronto quella invocazione di Boezio al creatore del mondo (Cons. III, m. IX) tante volte da Dante riecheggiata nel Paradiso (si cfr. I 103-8; II 130 sgg.; VII 64-6 e note).


venerdì 3 agosto 2018

La Grande Madre



 


























Silvia Ronchey

A maggio si celebrano Maria e tutte le mamme Una festa che deriva dal culto più ancestrale: quello che, da Iside a Venere fino alla madre di Gesù, spinge il mondo (maschile) a invocare divinità femminili
Uomini turbati dalla musica quando sentono una calda voce femminile nera cantare un blues. Uomini rapiti dalla scrittura che non sanno dare altro nome al simulacro di donna che li ispira se non quello di "musa". Poeti, come Keats e Leopardi, che dialogano con il volto triforme della luna. Uomini che attraversano ogni giorno una folla muta di madri divine dal capo velato che li guardano nei musei, ai trivi delle strade, rinserrate nelle edicole sacre, calamitate sui cruscotti delle auto. Uomini che dialogano con altri uomini in una seduta psicoanalitica mentre aleggia su di loro la presenza costante di un complesso di natura femminile. Chi sono questi fantasmi di donne che popolano la vita dei maschi? Sono tanti e diversi? Oppure è uno solo, quello della Madre Eterna?
Considerata l'esperienza degli esseri viventi di questa terra, dov'è nell'animale femmina che fisicamente si forma la vita, credere in un principio creatore non maschile, com'è il dio del cristianesimo e già dei giudaismo e poi dell'islam, ma femminile, è stato in origine più immediato, più intuitivo. Anziché a un Dio Padre, l'umanità è stata a lungo devota a una Dea Madre.
Nei miti delle culture da cui nasce la nostra — mesopotamica, egizia, greca, italica, romana — il volto mutevole di questa dea emerge in diverse personificazioni e prende molti nomi: Ishtar-Astarte-Afrodite–Venere; Ecate triforme, come tre sono le fasi della vita e tre quelle della luna; Demetra-Cerere e Persefone-Proserpina; Cibele, Artemide-Diana. «Progenitrice della natura, signora degli elementi, / germoglio dell'inizio di tutti i tempi, somma potenza, / regina dei Mani, prima tra i celesti, / unico volto di tutti gli dèi e di tutte le dee, / che col cenno del suo capo comanda / alle luminose sommità dei cieli, / ai freschi venti del mare / e al fecondo silenzio sotterraneo: / la sua unica volontà venera in molti modi, / secondo differenti usanze e molti nomi, / tutta la terra».
Non è una preghiera rivolta a una delle divinità femminili pagane elencate sopra, ma un brano tratto da una liturgia mariana medievale.
Perché se il cristianesimo impernia il suo credo su un unico Dio Padre, è anche l'unica tra le religioni del libro a lasciare sopravvivere, nella sua versione ortodossa e cattolica, la grande e ancestrale tradizione della divinità femminile. Nella figura della Madre di Dio — la Theotokos bizantina, su cui i primi concili ecumenici hanno tanto dibattuto — convergono molti tratti della Grande Madre e delle varie divinità femminili in cui si è espresso il suo culto. È un culto principalmente lunare. Perché nel grande ricamo astrale in cui tutte le antiche religioni dispiegano i loro miti e i loro dèi la divinità femminile in cui convergono tutte le altre è la Luna: La Dea Bianca di Robert Graves, la Casta Diva «che inargenta queste sacre antiche piante» della Norma di Bellini. Poiché il ciclo naturale delle messi implica la morte e la rinascita del seme, la Grande Dea è sempre connessa a culti legati al ciclo morte-rinascita, e questo ciclo è simboleggiato dalla Luna fin da tempi antichissimi. In seguito con la divinità lunare si identificheranno principalmente Diana, la dea che reca la falce di luna in fronte nell'iconografia classica come ancora nei quadri rinascimentali e barocchi, e una divinità di origine egizia, Iside, che diventerà la Madre Nostra per eccellenza della grande e unificata cultura mistico-religiosa, ma anche filosofica, poetica e letteraria, dell'impero romano. A lei Lucio Apuleio, al termine de Le metamorfosi, dedicherà la sua preghiera: «Regina del cielo — che tu sia Cerere la ristoratrice madre delle messi, o che tu sia invece Venere celeste, che ai primi esordi delle cose ha composto la discrepanza dei sessi creando Amore; o che tu sia Artemide, la sorella di Febo Apollo; o che tu sia la tremenda per notturne grida Proserpina, che con il triforme aspetto reprime le sortite degli spettri e tiene serrati i battenti degli inferi — Tu che con la tua luce femminile illumini tutte le mura e con i tuoi raggi umidi nutri i lieti semi e in rivoluzioni solitarie dispensi la tua fioca luce, con qualunque nome, con qualunque rito, sotto qualunque aspetto sia lecito invocarti, assistimi nelle mie sventure».
Erano già propri di Iside gli epiteti che lungo i secoli sono stati attribuiti alla Madonna: "Santa Vergine", "Regina del Cielo", "Dispensatrice di Grazie", "Regina del Mare", "Stella Mattutina", "Salvatrice", "Madre Misericordiosa che ascolta le preghiere". E ricorda da vicino l'iconografia della Madonna la descrizione visiva che Apuleio dà dell'epifania di Iside, con i lunghi capelli e il manto fluente disseminato di stelle. Gli studiosi di icone bizantine hanno ricollegato la rappresentazione di Iside lactans, ossia di Iside che allatta Horus, a una tra le più diffuse tipologie delle icone mariane, quella della Vergine Galaktotrophousa, che allatta al seno il Bambino Divino.
Ad accomunare il culto della Madonna a quello delle figure che nella religione classica ha assunto la Grande Dea è quindi l'adorazione di una coppia sacra madre-figlio, come nel caso di Iside, o anche madre-figlia, come nel caso di Demetra e Proserpina. È lo status di Mater Dolorosa, che accomuna sia Demetra in lutto per la figlia rapita nell'Ade - che periodicamente risorge insieme alle messi nella stagione primaverile (un mistero al cuore dei misteri eleusini) - sia Iside (il cui mito stringe in un unico nodo simbolico la coppia sposa/sposo e quella madre/figlio). A strutturare la figura della divinità femminile è questo ulteriore e saliente attributo: il compianto per il figlio perduto, il mistero della sua resurrezione.
Il fatto che il cristianesimo faccia sopravvivere nella figura della Madre di Dio la grande tradizione della divinità femminile, e il fatto che nella Madonna convergano i tratti della Grande Madre e delle varie divinità in cui si è espresso il suo culto, non fa che dare spessore e profondità di significati alla figura della Vergine, ai suoi attributi, alla sua iconografia, alla sua storia devozionale: ci aiuta a decrittarla.
Ma certo non implica che la Madre di Dio cristiana sia semplicemente una delle ipòstasi della Grande Madre. Qualcosa di molto singolare si è aggiunto, e molti hanno cercato di descrivere cosa sia, in termini teologici, filosofici, letterari, poetici. In un testo che risale al VII secolo bizantino, l'Akathistos, quello che i teologi considerano il più bell'inno mariano dell'antichità, la Grande Madre è invocata come «Madre dell'Astro che non tramonta, colonna di fuoco che guida chi è nella tenebra, roccia che disseta chi ha sete di vita, albero dai lunghi rami che dà ombra a migliaia, amore soverchiante ogni desiderio, iniziatrice di nuova forma razionale, raggio del sole intellettuale, freccia di luce inoffuscabile, tesoro di vita indissipabile, terapia della carne, salvezza dell'anima», ma soprattutto, ricorrentemente, come «sposa non sposa».
Nel mondo ortodosso l'Akathistos si canta spesso, ma è particolarmente commovente ascoltarlo in un qualsiasi monastero maschile greco la notte tra il 14 e il 15 agosto, in occasione della festa dell'assunzione in cielo della Vergine — un vero asterismos, simile a quelli della tradizione classica — quando scure e melodiose voci di uomini soli invocano la Theotokos affiancando quell'accento di pura metafisica che contraddistingue la teologia bizantina all'invocazione struggente di una Madre lontana.
La perturbazione ancestrale prodotta nella psiche maschile dalla Grande Madre è insopprimibile proprio perché sotterranea, universale perché collettiva e popolare.
La preminenza femminile, la potenza della donna, nella tutto sommato non lunga storia del mondo patriarcale possono essere state rimosse in termini sociali, economici, politici, perfino programmaticamente negate in termini culturali, ma la struttura psicologica, che si riflette in quella religiosa, permane anche e soprattutto nel maschio.
Donna, domna, domina: signora.
Il nome che si dà oggi all'individuo umano femmina, ancora per molti aspetti subalterno, è già etimologicamente, nel suo affiorare alla lingua, un appellativo sacrale.

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2018/05/09/carne-e-salvezza-e-luomo-creo-la-dea-madre32.html

sabato 3 giugno 2017

Fiera e splendida


D.H. Lawrence, Mare e Sardegna, 1921


Sono divertenti, queste donne e ragazze contadine, così scattanti e ribelli. Hanno dorsi dritti come muretti e sopracciglia nette, decise. Si comportano con divertente circospezione. Nessuna dissimulazione orientale, in loro. Sfrecciano per strada come fieri, rapidi uccelli, e si ha l'impressione che non ci metterebbero niente a darvi un colpo in testa. La tenerezza, grazie a Dio, non pare una qualità dei sardi. L'Italia invece è così tenera: come la pastasciutta: metri e metri di morbida tenerezza che tutto avvolge e confonde. Qui gli uomini non idealizzano molto le donne, a quanto sembra. Non fanno gli occhi languidi e maliziosi: lo sguardo da "il-mio-cuore-ai-vostri-piedi" tipico dei maschi italiani. Quando un uomo di qui guarda una donna, allora attenzione, signora mia. Il culto servile della "madonna" non mi pare nel carattere dei sardi. Queste donne devono stare in guardia, conservare ben dritta la spina dorsale e dure le nocche. L'uomo, se può, farà il maschio dominatore e la donna, dal canto suo, non si lascerà dominare tanto facilmente. Ed ecco dunque l'antica, bella e marziale divisione dei sessi. E' veramente rincuorante e splendida, dopo tanti appiccicosi miscugli, dopo la smidollata adorazione della "madonna". Il sardo non cerca la "nobildonna ideata secondo un nobile schema". No, grazie. Vuole quella giovane signora laggiù, cocciuta com'è. C'è anche più gusto che con una Carmen, che si concede troppo facilmente. In queste donne c'è qualcosa di schivo, ribelle, inafferrabile. E fiera e splendida è la divisione tra i sessi, ognuno d'essi fermamente deciso a difendersi dall'attacco, così che l'incontro ha un certo sapore forte e selvaggio, ognuno essendo all'altro pericolosamente ignoto. E al tempo stesso il coraggio e l'orgoglio che è in ognuno affrontano il salto pericoloso e la lotta.
Datemi l'antico, forte modo d'amare. Sono nauseato a morte di sentimenti e di nobiltà, di tutto questo pasticcio di maccheroni che è il corteggiamento moderno.

lunedì 26 dicembre 2016

Maria vergine e madre

Il problema teologico del ruolo svolto da Maria resta e la soluzione cattolica comporta diverse forzature. Gesù senza fratelli, l'immacolata concezione di Maria, l'assunzione di Maria in cielo sono tutti punti sui quali l'appiglio evangelico sembra debole o inesistente. Altra cosa è l'immagine di Maria per i fedeli. Qui siamo al prodotto di un immaginario molto mediterraneo e molto antico. Quello che traspare in modo evidente è l'omaggio a una dea eternamente giovane e immacolata. 

http://www.libreriadelledonne.it/_oldsite/news/articoli/Repub120511.htm

ognissantimadonna1700

Litania lauretana

Santa Maria,
prega per noi.
Santa Madre di Dio,
Santa Vergine delle vergini,
Madre di Cristo,
Madre della Chiesa,
Madre della divina grazia,
Madre purissima,
Madre castissima,
Madre sempre vergine,
Madre immacolata,
Madre degna d'amore,
Madre ammirabile,
Madre del buon consiglio,
Madre del Creatore,
Madre del Salvatore,
Madre di misericordia,
Vergine prudentissima,
Vergine degna di onore,
Vergine degna di lode,
Vergine potente,
Vergine clemente,
Vergine fedele,
Specchio della santità divina,
Sede della Sapienza,
Causa della nostra letizia,
Tempio dello Spirito Santo,
Tabernacolo dell'eterna gloria,
Dimora tutta consacrata a Dio,
Rosa mistica,
Torre di Davide,
Torre d'avorio,
Casa d'oro,
Arca dell'alleanza,
Porta del cielo,
Stella del mattino,
Salute degli infermi,
Rifugio dei peccatori,
Consolatrice degli afflitti,
Aiuto dei cristiani,
Regina degli Angeli,
Regina dei Patriarchi,
Regina dei Profeti,
Regina degli Apostoli,
Regina dei Martiri,
Regina dei veri cristiani,
Regina delle Vergini,
Regina di tutti i Santi,
Regina concepita senza peccato originale,
Regina assunta in cielo,
Regina del santo Rosario,
Regina della famiglia,
Regina della pace.

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Sancta Virgo

Mira il tuo popolo, o bella Signora,
che pien di giubilo oggi t'onora.
Anch'io festevole corro a' tuoi piè;
o Santa Vergine, prega per me!
Il pietosissimo tuo dolce cuore
egli è rifugio al peccatore.
tesori e grazie racchiude in sé;
o Santa Vergine, prega per me!
In questa misera valle infelice
tutti t'invocano soccorritrice.
Questo bel titolo conviene a te;
o Santa Vergine, prega per me!
Del vasto oceano propizia stella
ti vedo splendere sempre più bella.
Al porto guidami per Tua mercé:
o Santa Vergine, prega per me!
Pietosa mostrati con l'alma mia,
Madre dei miseri, Santa Maria.
Madre più tenera di te non v'è;
o Santa Vergine, prega per me!
A me rivolgiti con dolce viso,
Regina amabile del paradiso;
te potentissima l'Eterna fè:
o Santa Vergine, prega per me!

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Dell'aurora
 
Dell'aurora tu sorgi più bella,
coi tuoi raggi fai lieta la terra,
e fra gli astri che il cielo rinserra
non v'e' stella più bella di te.

Bella tu sei qual sole,
bianca più della luna,
e le stelle più belle,
non son belle al par di te.

T'incoronano dodici stelle,
ai tuoi piedi hai l'ali del vento
e la luna si curva d'argento:
il tuo manto ha il colore del ciel.

mercoledì 24 febbraio 2016

Ida Magli e il femminismo



Alessandra Pigliaru
L’antropologa scomoda
Ritratti. È morta a 91 anni Ida Magli. Scrisse testi fondamentali sul matriarcato, la sessualità, l'iconografia della Madonna e la storia laica delle donne religiose. Negli ultimi anni, aveva radicalizzato il suo pensiero, abbracciando posizioni reazionarie

il manifesto, 23 febbraio 2016

... In realtà, la storia tra Ida Magli e il femminismo è stata piuttosto intermittente, e questo nonostante abbia avuto da sempre il chiaro desiderio di seguirne il passo a giudicare dai passaggi che le sono stati cari.
Basti pensare a volumi come Matriarcato e potere delle donne (1978), in cui compaiono alcuni passi sulle società matriarcali e una inedita traduzione del poderoso testo Das Mutterrecht di Bachofen. Solo due anni prima, aveva fondato la storica rivista dwf.
È del 1982 La femmina dell’uomo e poi c’è lo studio in cui si concentra su Santa Teresa di Lisieux. Una romantica ragazza dell’Ottocento (1994), quello su La Madonna (1987), fino a un’interessante edizione aggiornata, dieci anni dopo, La Madonna, dalla Donna alla Statua; cruciale è stato La sessualità maschile (1989) e il suo studio sulla Storia laica delle donne religiose (1995).
Insieme ai testi forse più conosciuti vi è stato l’impegno costante verso l’antropologia che ha percorso sempre con disinvoltura e originalità di posizioni. È suo il più generale manuale di Introduzione all’antropologia culturale (1983) così come si deve a lei la fondazione e direzione (dal 1989 al 1992) della rivista Antropologia culturale.
Il nodo sessualità-religione è stato per Magli uno dei più frequentati, là dove entrambi i punti sono stati sempre interpretati con una certa ritrosia anche nella discussione politica pubblica.
Ida Magli in realtà, come ricorda Lea Melandri, che abbiamo raggiunto per telefono, è stata precorritrice lucidissima di alcuni snodi fondamentali: «Certo, non si può leggere solo parzialmente, bisogna guardarla nel suo intero e in quanto è stata capace di offrirci alla lettura. È rimasta sempre abbastanza in disparte, ma il femminismo l’ha intersecato; forse non è stata così riconosciuta come avrebbe meritato, e molto ci possono raccontare ancora i suoi libri; vi sono per esempio frammenti folgoranti, coraggiosi che mettono in chiaro alcuni aspetti forti: sessualità, immaginario e fantasie maschili sui corpi delle donne e il grande nodo religioso». Melandri prosegue citando alcuni passaggi cruciali, per esempio quelli che attengono il corpo delle donne, la sessualità e il potere che disciplina i corpi fino a diventare violenza.
Su quest’ultimo punto, infatti, anche la stessa attenzione di Melandri si è soffermata. «Ho letto e riletto alcuni suoi frammenti perché penso ci siano preziosi. Non sono stati mai scontati e andrebbero ascoltati. Ma penso anche alla lezione sulla storia laica delle religiose, un lavoro straordinario che andrebbe accolto con maggiore generosità».

giovedì 18 dicembre 2014

Hermann Hesse, Placidi occhi scuri

Donne italiane variamente ritratte
Hermann Hesse, Dall'Italia, Mondadori, Milano 1990

Giovedì (28 marzo 1901)
In albergo c'è una graziosa inglese rossa di capelli, altrimenti a Milano ho visto poche belle donne, in compenso bambibi incantevoli. [Più tardi, in Italia, ne ho incontrate altre di queste belle donne (non giovani!): figure alte, forme classiche e placidi occhi scuri dallo sguardo bello e indifferente che pare scaturire da immobili profondità. Solo chi ha una vita serena e un animo puro e ingenuo può possedere simili occhi, gli stessi che si vedono in certi ritratti italiani di Madonne.] Diario, pp. 46-47



Perugino, Madonna
Perugino, Maria Maddalena


Mercoledì (10 aprile 1901)

Madonna del Perugino + una Maddalena del P., una delle sue teste femminili più delicate, di una bellezza fragile eppure matura che nessuno dei Raffaello qui esposti riesce ad eguagliare


Raffaello, Madonna del cardellino

Filippo Lippi




Filippo Lippi, tondo Bartolini



Lunedì (15 aprile 1901)
Stasera sono stato [...] al teatro La Pergola dove davano La città morta di D'Annunzio con la Duse. [...] Nonostante l'eccellente allestimento complessivo, a imporsi erano l'interpretazione e la voce della Duse. La sua recitazione, anche quella delle mani, è favolosamente fine, sensibile e trascinante; la sua meravigliosa voce è capace di ogni sfumatura e riesce ad essere commoventemente infantile o far gelare il sangue nelle vene. La sua presenza sul palcoscenico è serrata, flessibile e, in ogni istante, di grande effetto plastico. [La sua bellezza sulla scena era di tipo greco, saffico. In alcuni momenti la voce acquistava una delicatezza magica e trasognata.]




Le donne di Ravenna, con sguardo profondo
e gesto mite, conservano
il sapere dei giorni
della città antica e delle sue solennità.
Le donne di Ravenna: profondo e sommesso
il loro pianto, come bambini acquetati.
E quando ridono sembra di sentire
l'allegra melodia di un testo triste.
Le donne di Ravenna: pregano come i bambini,
miti e appagate.
Posson dire parole d’amore
e loro stesse non sanno di mentire.
Le donne di Ravenna baciano
misteriose, profonde, e piene di abbandono.
E tutte loro null'altro sanno della vita
se non che dovremo morire.

domenica 3 novembre 2013

Camille Paglia, le provocazioni di una femminista dissidente

Alessandra Farkas
Ci salveranno i camionisti
intervista a Camille Paglia
Corriere della Sera, La Lettura, 3 novembre 2013

...
Sta dicendo che la nostra arte è minacciata e che nessuno si sta organizzando per difenderla?
«L’Occidente molle e relativista si sta trasformando nella Roma imperiale e, come allora, rischia di essere sopraffatto dall’assalto di fanatici che lo vogliono distruggere. I fondamentalisti di Al Qaeda sono gli unni e i vandali che premono alla periferia dell’impero e non impiegheranno molto prima di paralizzare la sua rete elettrica, disintegrando la nostra cultura. Quando ciò accadrà non saranno i nostri politici laureati ad Harvard a difenderci ma gli uomini veri: camionisti, muratori e cacciatori, come i miei zii. Per fortuna, la maggioranza».
...
In effetti il suo modello di femminismo ha trovato molte seguaci.
«Rappresento un’ala del movimento perseguitata e messa a tacere per anni. Femministe come me e Susie Bright eravamo pro-sesso, pro-pornografia, pro-arte e pro-cultura popolare quando in America imperava la crociata di Andrea Dworkin e Catharine MacKinnon contro “Playboy” e “Penthouse” e a favore delle leggi antipornografiche. A salvarci è arrivata per fortuna la rivoluzione di Madonna».
Madonna Louise Ciccone?
«Sì. Quando nel 1990 scrissi un’editoriale sul “New York Times” in cui la descrivevo come il futuro del femminismo, le leader storiche mi risero dietro, ma nelle librerie il mio libro Sexual Personae cominciò ad andare a ruba. Il responsabile della pagina dovette litigare con il direttore per non cambiare il mio linguaggio slang, mai usato prima in un editoriale. Fui io a spianare la strada allo stile discorsivo di Maureen Dowd, con cui presto condividerò il palcoscenico».
Dove?
«Il prossimo 15 novembre alla Roy Thomson Hall di Toronto terremo un dibattito sulla presunta fine dell’uomo. A sostenere questa tesi saranno Hannah Rosin e la Dowd; con Caitlin Moran, io difenderò invece il testosterone, perché sono stanca di vederlo demonizzato come la fonte di ogni male. Anche se Rosin possiede l’orecchio della working class, il padre era tassista, il suo libro parla all’alta borghesia bianca. Donne ossessionate da diete e ginnastica, circondate da uomini addomesticati che hanno imparato a comportarsi secondo il canone femminista. Non è un caso se non ci sono mai stati tanti uomini gay come oggi».
Come lo spiega?
«Mancanza di interesse per l’avvocatessa o la dirigente bianca laureata a Yale e Harvard, che non ha più nulla di femminile e vive in totale controllo di tutto, ma senza gioia e piacere. E spesso anche senza uomini, perché molti di loro rifiutano di essere burattini. È un fenomeno globale che spiega il successo planetario di Sex and the City. Perché se è vero che alla nascita siamo tutti bisessuali, in questa cultura è molto meglio essere gay».