mercoledì 16 settembre 2026

L'operaismo

Mariano Croce
La rivoluzione inattua(bi)le: cosa è stato l'operaismo

Domani, 13 settembre 2026

Verso la fine del 1964 Mario Tronti inviò a Einaudi la prima versione di un saggio intitolato Marx, forza lavoro e classe operaia, che sarebbe poi confluito nel libro Operai e capitale. L’editor Luca Baranelli chiese un parere a Norberto Bobbio, che riservò al testo una stroncatura in guanti di pizzo: apparteneva a un genere di letteratura verso il quale egli non provava alcuna simpatia e che lo obbligava a un giudizio prevenuto. Si trattava dell’«ennesimo tentativo di indicare i metodi e le condizioni migliori per la conquista del potere da parte del proletariato, una ricetta, l’unica, la vera, finalmente svelata, ricetta per fare la rivoluzione. Ma non dice niente su quel che verrà dopo, cioè su che cosa dovrà fare o farà la classe operaia dopo aver rovesciato la situazione, e se l’umanità starà meglio o peggio».

Come si vedrà, il giudizio di Bobbio conteneva un nucleo di oculata verità; eppure, Operai e capitale incontrò notevole fortuna. Uscito per Einaudi nel 1966, il libro fissò le coordinate teoriche dell’operaismo italiano, un ampio e vitale movimento formatosi all’indomani della crisi politica aperta nel 1956 dall’insurrezione ungherese, che aveva lasciato senza sbocco la sinistra luxemburghiano-consiliarista e rendeva urgente un ritorno a Marx. 

Proprio allora un gruppo di giovani studiosi e militanti torinesi, che aveva preso a interrogarsi sulla metamorfosi della classe operaia nel pieno del boom economico, si coagulò attorno alla figura di Raniero Panzieri, romano formatosi politicamente nel socialismo siciliano. Germogliò da questa esperienza fondativa, nell’autunno del 1961, la rivista Quaderni rossi, da cui, nel decennio successivo, sarebbero nati, attraverso vari passaggi intermedi, alcuni importanti movimenti della sinistra extraparlamentare, tra i quali Potere Operaio e Lotta Continua.

Fu Tronti, tuttavia, a imprimere all’operaismo quella che venne definita una “rivoluzione copernicana”, a partire dall’editoriale del numero 2 (1962), La fabbrica e la società, nel quale rovesciava il rapporto causale che, secondo il marxismo classico, intercorreva fra capitale e classe operaia: non è il capitale a svilupparsi secondo una propria logica interna, tecnologica ed economica, con gli operai che si limitano a reagire e ad adattarvisi; di contro, è il conflitto operaio che obbliga il capitale a trasformarsi.

Si ribaltava in tal modo l’intera problematica, là dove la motrice di tutto era ravvisata nella lotta di classe operaia. Ogni assetto dello sviluppo capitalistico andava interpretato come una risposta a un ciclo di lotte precedente, plasmata dall’esigenza di ricondurre la forza lavoro alla passività e di superare le forme di resistenza operaia emerse nella fase storica precedente. Persino la formazione del mercato mondiale, nell’ottica di Tronti, era l’esito della reazione del capitale all’unità di movimento internazionale della classe operaia.

Di queste vicende e dell’orizzonte speculativo che vi faceva da sfondo si trova un’analisi minuziosa e ragionata nel corposo libro di Damiano Palano, Nietzsche a Mirafiori. Per una storia critica dell’operaismo italiano (Scholé 2026), che, con sguardo autoptico, passa a sapiente scrutinio le dinamiche generative del movimento.

Rivoluzione inattuabile


Assai più che una mera storia delle idee, Palano sottrae l’operaismo dall’archivio della costellazione marxista d’antan per avanzare una tesi in controluce sull’idea stessa della rivoluzione e delle sue possibilità pratiche entro quella cornice teorico-movimentista. L’ipotesi di fondo è che l’operaismo, fin dal principio – dunque ben prima delle riforme degli anni Ottanta, fine certificata di ogni orizzonte trasformativo – sia stato abitato dalla lucida consapevolezza circa l’inattua(bi)lità della rivoluzione come rottura radicale del sistema capitalistico.

La parabola storica dell’operaismo articolava dunque una risposta consapevolmente scettica alla domanda, oggi poco sentita ma non per questo meno urgente, sulla praticabilità della rivoluzione – domanda nella quale risuonava una pulsione di morte originaria, se è vero com’è vero che, già negli anni Sessanta, coloro che avevano saputo immaginare con più coerenza la trasformazione sociale avevano già escluso che questa potesse darsi sotto la forma di una rottura radicale con l’ordine esistente.

L’operaismo, specie quello di matrice trontiana, teorizzò un potere operaio segnatamente “katecontico”, vale a dire in grado di frenare l’avanzata della modernizzazione capitalistica, ma senza alcuna pretesa di superarla. Il più energico e noto tentativo di reazione a questa postura scientemente rinunciataria fu quello di Antonio Negri, che abbracciò un orizzonte prometeico, in cui i soggetti incarnati – gli operai – venivano rimpiazzati da processi storici de-individualizzati, che avrebbero spontaneamente condotto la società oltre il capitalismo.

Interpretare le contraddizioni 


Se il teleologismo effervescente ma infruttuoso di Negri non fu capace di mobilitare che piccole sacche insurrezionali, assieme a ridotti circoli accademici, l’operaismo, in ogni sua forma, dovette secondo Tronti arrendersi al suo più feroce avversario: la democrazia, qui intesa come il dominio del borghese medio e dell’uomo-massa prodotto su scala pressoché universale dalla civiltà dei consumi – nemico della classe operaria che pure nessuna piattaforma politica, oggi, ha davvero l’intenzione di combattere, là dove si dà come condizione diffusa, senza volto né sede, eppure capace di voto.

Insomma, almeno sul punto in questione, Bobbio aveva ragione, e forse fu persino clemente: quella dell’operaismo era una pratica rivoluzionaria programmaticamente destinata all’auto-abolizione; puro freno, lagnanza da chiusura di stagione, che con mirabile fermezza seppe accompagnare la definitiva sconfitta operaia dei primi anni Ottanta. Non fu certo sua la responsabilità: anzi, come il libro di Palano illustra, l’operaismo seppe interpretare al meglio la contraddizione di una rivoluzione senza futuro. Ma l’esito complessivo della parabola, agli occhi del lettore odierno, è persino più disarmante, perché proprio la forza più desiderosa di spezzare le catene avvolte ai nostri polsi concluse che, al più, queste si possono un poco allentare – nella speranza che non si finisca con l’amarle.

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