lunedì 21 settembre 2026

La follia di Schumann

 


angeli e demoni, quando schumann finì in clinica

Musica e follia

Ricciarda Belgiojoso
Il sole 24ore, 13 settembre 2026

Nel cuore di una notte di febbraio trascrisse la dolce melodia che gli veniva dettata dagli angeli, che la mattina seguente gli parvero piuttosto demoni, o forse era stato il fantasma di Schubert, oppure quello di Mendelssohn. Dieci giorni dopo, sbrigate le faccende mattutine della corrispondenza e della composizione, ancora in vestaglia verde e pantofole scavalcò la finestra dello studio e si avviò verso la gabella del ponte sul Reno, non distante da casa, ma non avendo con sé il denaro sufficiente per il transito non lo fecero passare. Provò a barattare il suo fazzoletto ma niente. L’episodio passò alla storia come un tentativo di suicidio scampato grazie all’intervento di due pescatori, ma può darsi che desiderasse solamente sostare un po’ sulla riva.

Era il 1854 e Schumann aveva quarantatré anni. Già da qualche tempo nelle sue orecchie risuonava una musica a tratti celestiale a tratti infernale, come a rimarcare la vertigine della sua doppia identità, ripartita tra un Eusebio timido e riflessivo e un Florestano esuberante e impetuoso, ma insieme alle afasie, ai tremori alle mani, a una forma grave di melancolia e ad altri disturbi quei suoni avevano gradualmente assunto un carattere allucinatorio. Sentiva la follia avanzare e aveva già chiesto più volte di essere internato. Ai primi di marzo venne finalmente portato a Endenich, clinica rinomata e non troppo costrittiva nei pressi di Bonn.

Con Clara e i figli si erano trasferiti a Düsseldorf da pochi anni, Robert sostituiva un amico alla direzione dell’orchestra e della corale della città, ma se da un lato faticavano ad ambientarsi, provenendo da Lipsia, dove Mendelssohn aveva creato un ambiente musicale di ben altro livello, dall’altro la città non riusciva ad apprezzarlo davvero in quel ruolo, anche per la sua stravagante sensibilità. A Düsseldorf Schumann scoprì tra l’altro la passione per lo spiritismo, Clara intanto trionfava nelle tournée in giro per l’Europa.

Pochi mesi prima della fuga sul Reno, nella ristretta cerchia musicale che si ritrovava d’abitudine in casa Schumann, assidui il violoncellista Reimers e il violinista Joachim, era comparso un giovane di Amburgo, il ventenne Johannes Brahms. Da subito adorato dai coniugi, sarebbe stato uno dei visitatori più assidui in clinica e affettuoso intermediario tra Robert e Clara.

Se la salute mentale di Schumann rimane ancora oggi avvolta da aloni di mistero, come anche i rapporti tra Clara, Robert e Johannes – si pensi alla figura di lei, pianista ambiziosa e di successo o tenera madre di otto figli? (si leggano i suoi diari e il testo di Nicolas Cavaillès tradotto da Pagine d’arte Gli otto ragazzi Schumann) e a come Clara e Johannes vollero agire rispetto alle opere di Schumann di quegli ultimi difficili anni, evitandone la circolazione – la preziosa pubblicazione Italo Svevo edizioni, Robert Schumann, Lettere da Endenich, a cura di Filippo Tuena (Italosvevo, pagg. 110, € 16), raccoglie le diverse voci e angolazioni degli ultimi dolorosi momenti di vita del compositore, sino alla sua scomparsa avvenuta il 29 luglio 1856, tra lettere strazianti che passavano al vaglio dei dottori, frammenti di diari e referti medici che commentavano gli effetti delle visite sui comportamenti del paziente.

Nel consumarsi fisico e mentale Schumann appare assai lucido riguardo agli argomenti musicali. Scrive delle proprie composizioni e di pubblicazioni imminenti, esamina in dettaglio le partiture che gli procura Brahms, chiede di fargli avere carta da musica oltre a ricordi dell’anima di una vita, poesie d’amore, pezzi di diari, ritratti. In clinica ha a disposizione due pianoforti di cui uno scordato e spesso suona tutto il giorno, capita anche a quattro mani con Brahms, con cui si complimenta in particolare per le Variazioni su tema di Paganini, che definisce esaltanti, ma anche per i Lieder e le Ballate, dicendosi onorato, pieno d’affetto e profondamente devoto. Chiede dei figli, è felice che le ragazze suonino bene Beethoven, Mendelssohn, Haydn e musica sua. Si diletta con gli scacchi e prova a risolvere partite insolute, spesso cerca violette in giardino e se ne rallegra. Appunta a matita pagine e pagine di carte geografiche, andate perse si dice ad opera di Clara, tra i vari tentativi di eliminare le tracce della malattia del marito.

Nella postfazione Francesco Maria Colombo indaga la natura della musica della follia, pensando anche ad altri casi come Donizetti e Smetana, soffermandosi appunto sul nostro Tema con variazioni per pianoforte in mi bemolle maggiore sul famoso tema degli angeli, altrimenti note come Geistervariationen, Le variazioni degli spiriti (da cui poi le Variazioni op. 23 per pianoforte a quattro mani di Brahms): si suggerisce di considerare Schumann come un visionario innovatore scopritore di altre vie, e «la follia non quale velo oscuro ma quale luminoso strumento euristico. Un luogo comune, forse, a far vece del luogo comune contrario». Si consiglia l’ascolto con buon accoglimento di eventuali tratti contraddittori.

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