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venerdì 9 ottobre 2026

Il monologo di Eliante

 

Molière, Il misantropo (1666), atto secondo, scena quarta 

L’amour, pour l’ordinaire, est peu fait à ces lois,
Et l’on voit les amants vanter toujours leur choix ;
Jamais leur passion n'y voit rien de blâmable,
Et dans l’objet aimé tout leur devient aimable :
Ils comptent les défauts pour des perfections,
Et savent y donner de douces nominations.
La pâle est aux lis noirs de blancheur comparée ;
La noire à faire peur, est une brune adorée ;
La maigre a de la taille et de la liberté ;
La grasse a dans son port une pleine majesté ;
La malpropre sur soi, de peu d'attraits chargée,
Sous le nom de beauté négligée est rangée ;
La géante paraît une déesse aux yeux ;
La naine est un abrégé des merveilles des cieux ;
L’orgueilleuse est digne de couronne ;
La fourbe a de l’esprit ; la sotte est toute bonne ;
La bavarde espère un génie agréable ;
Et la muette garde un respect honorable.
C’est ainsi qu'un amant dont l’ardeur est extrême,
Aime jusqu'aux défauts des personnes qu'il aime.

 

  traduzione di Camillo Sbarbaro con modifiche



L’amour, pour l’ordinaire, est peu fait à ces lois,
Et l’on voit les amants vanter toujours leur choix ;
Leur passion jamais ne voit rien di blâmable,
Et dans l’objet aimé tout leur devient aimable ;
Ils comptano i difetti per perfezioni,
E sanno dare loro nomi favorevoli.
L'amore a queste leggi ubbidisce ben di rado;
Gli amanti le loro scelte vantano ad ogni grado;
La loro passione non ha mai nulla di riprovevole,
Tutto nell'oggetto amato gli sembra degno d'amore;
i difetti vi contano per perfezioni,
e sanno trovare loro le più dolci espressioni.
La pâle est aux lys qu’on la compare ;
La noire à faire peur est une brune adorable ;
La maigre a de la taille et de la liberté ;
La grasse est dans son port pleine de majesté ;
La malpropre sur soi, de peu d’attraits chargée,
Est mise sous le nom de beauté négligée ;
La pallida al giglio viene paragonata;
la nera da far paura è una bruna adorata;
la magra ha vita snella e libertà di mossa;
la grassa nel portamento ha maestà di scossa;
la trasandata e sporca, priva d'attrattive,
passa per una bellezza che negletta vive;
La géante paraît une déesse aux yeux ;
La naine est un abrégé des merveilles des cieux ;
L’orgueilleuse a le cœur digne d’une couronne ;
La fourbe a de l'esprit ; la sotte est toute bonne ;
La trop grande parleuse est d’agréable humeur ;
Et la muette garde une honnête pudeur.
la gigantessa sembra una dea allo sguardo;
la nana un riassunto dei miracoli del cielo;
l'orgogliosa ha un cuore degno di corona;
la furba ha dello spirito; la sciocca è tutta buona;
la grande chiacchierona è d'umore giocondo;
e la muta conserva un pudore profondo.
C’est ainsi qu’un amant dont l’ardeur est extrême
Aime jusqu'aux défauts des personnes qu’il aime.
Ed è così che un amante, il cui ardore è estremo,
ama persino i difetti di coloro che ama.




L'amore d'ordinario non si piega tanto a queste leggi
E si vedono gli amanti vantare sempre le loro scelte;
La loro passione non ha mai nulla di riprovevole,
e nell'oggetto amato tutto per loro diventa amabile:
ne scambiano per pregi i difetti.
È pallida di carnagione? Ha il candore del giglio. 
È troppo scura? È una bruna adorabile. 
È magra? È slanciata, snella in vita. 
È grassa? È giunonica. È bruttina, trascurata? 
Non è civetta; se volesse… È un granatiere?
Ha la maestà d’una dea. È piccola? 
In piccola anfora sta il buon vino. 
È altezzosa? Una regina. 
Perfida? Ha dello spirito. 
Sciocca? La bontà in persona. 
Chiacchiera troppo? Ha il cuore allegro. 
Non apre bocca? È la violetta che si nasconde. 
È così che un amante dall'estremo ardore 
ama fino ai loro difetti le persone amate!

martedì 6 ottobre 2026

Jane Austen rediviva


Valentina Ariete
Com'è punk Jane Austen

La Stampa, 6 ottobre 2026

Altro che galateo e savoir-faire: Jane Austen è un’autrice punk. Ed è tornata più graffiante che mai. È vero, le sue protagoniste spesso si struggono per un uomo, ma non sono figure bidimensionali: sono testarde, imperfette, sempre ironiche. La storia d’amore è una scusa per parlare di altro. Non mancano di puntare il dito contro l’ipocrisia della società, combattendo sempre per rimanere coerenti con se stesse e il proprio spirito, anche quando va contro ciò che ci si aspetta da loro. Insomma: sono figure eterne. A 250 anni dalla nascita della scrittrice, cinema e tv sembrano averla riscoperta con uno slancio rinnovato. Sarà che titoli come Bridgerton raccontano l’epoca Regency solo attraverso gossip e pizzi, facendoci arrivare a saturazione, ma finalmente si torna alla sostanza.

Su Sky e NOW è in onda infatti The Other Bennett Sister - Orgoglio e riscatto, period drama in 10 episodi che racconta la sorella meno conosciuta di Orgoglio e pregiudizio: Mary Bennet, quella di mezzo. A interpretarla è Ella Bruccoleri. Alla base c’è il romanzo di Janice Hadlow: L’altra sorella Bennet. Proprio Orgoglio e pregiudizio avrà poi un nuovo adattamento: in streaming su Netflix dal 3 dicembre la serie con protagonisti Emma Corrin (già Lady D in The Crown) nel ruolo di Elizabeth Bennet e Jack Lowden (protagonista di Slow Horses insieme a Gary Oldman, tra i favoriti per interpretare il nuovo James Bond) in quello di Mister Darcy. Nel cast anche il premio Oscar Olivia Colman.

E soprattutto dal 22 ottobre è in sala Ragione e sentimento, nuovo adattamento cinematografico diretto da Georgia Oakley. Questo film arriva 30 anni dopo quello amatissimo del 1995, di Ang Lee, con le fuoriclasse Emma Thompson e Kate Winslet nei panni delle sorelle Elinor e Marianne Dashwood (con Alan Rickman e Hugh Grant nei ruoli maschili). A raccogliere il testimone sono oggi due astri nascenti, inglesi anche loro: Daisy Edgar-Jones ed Esmé Creed-Miles (figlia di Samantha Morton, Circe nell’Odissea di Nolan, cui somiglia moltissimo). Il rapporto tra le sorelle in questa versione è fondamentale: le scene in cui si confidano sono ancora più importanti di quelle d’amore. «È incredibile che Jane Austen abbia scritto questa storia 200 anni fa e sia ancora così attuale - dice Edgar-Jones - . Certo oggi i cellulari hanno cambiato tutto: le lettere scritte a mano e i balli fanno ormai parte di un’altra epoca, ma le sensazioni che dà lo struggimento per un’altra persona sono quelle. Un cuore spezzato è sempre lo stesso, da secoli. Anzi, ora soffriamo anche di più, perché tutto attorno a noi è immediato, mentre l’amore non funziona così».

Come nel romanzo, Marianne è la Dashwood più esuberante, che dice esplicitamente come avere delle passioni sia la cosa più importane nella vita. È così? Per Creed-Miles «alcune persone vivono in modo più appassionato di altre, ma credo che chiunque sia capace di avere una vita interiore ricca, piena di dolore, emozioni e desideri. Non importa quindi quale sia l’attività con cui la esprimi: l’importante è non soffocarla». D’accordo la collega: «Sicuramente io ce l’ho per la recitazione. Così riesco a unire le due cose: metto la passione nei miei personaggi. E ne scopro di nuove: mi faccio ispirare dal punto di vista di chi interpreto».

Nei romanzi di Jane Austen si parla spesso del rapporto tra donne e denaro. Le sorelle Dashwood cadono in disgrazia perché alla sua morte il padre lascia le figlie e la moglie praticamente senza eredità. Devono quindi sposare un buon partito. Ma Elinor non è convinta che ricchezza faccia rima con felicità. A sentire discorsi del genere però in molti oggi alzerebbero un sopracciglio. Siamo diventati più cinici o siamo semplicemente realisti? Per Edgar-Jones: «La sua famiglia ha perso la propria fortuna ed è una cosa devastante. E all’epoca il matrimonio aveva un peso molto più grande: per le donne era una forma di sopravvivenza, un marito rappresentava qualcuno in grado di mantenerle. Ma allo stesso tempo la madre, Mrs. Dashwood, è un po’ una figura bohémienne: le ha cresciute come delle artiste, Elinor disegna e Marianne suona il piano, e desidera che le sue figlie si sposino per amore. In un certo senso il film celebra questo tipo di ricchezza: quello che viene dall’amore della tua famiglia, dal legame tra sorelle».

E l’amore a prima vista, come tra Elinor ed Edward Ferrars (George MacKay)? L’attrice: «È successo anche a me. A volte ho una specie di premonizione da strega: guardo una persona e capisco che finirò per conoscerla molto bene, che mi cambierà in qualche modo la vita. Non è amore a prima vista questo? Penso di sì».

lunedì 5 ottobre 2026

L'attrazione del Sud


Demetrio Paolin
Meglio abitare un paesaggio senza esseri umani

Corriere della Sera La Lettura, 4 ottobre 2026

Nulla rivela l’animo di un uomo quanto il suo sguardo sul paesaggio, la sua relazione con le cose — sassi, case, oggetti, ponti, alberi, prima che con gli esseri animati — mostra in come egli abiti e viva il suo tempo. Non sfugge, semmai rafforza tale impressione, la lettura della raccolta di scritti di viaggio di Giuseppe Berto Il mare da dove nascono i miti (Settecolori), con la quale continua la ripubblicazione di uno degli scrittori più importanti e misconosciuti del nostro secondo Novecento.
Questi reportage, scritti nell’arco di una ventina d’anni per quotidiani e non solo, testi d’occasione e altri più strutturati, non raccontano tanto i viaggi di Berto, quanto il suo viaggio verso Sud e in particolare verso la Calabria. Potremmo definirli un caparbio e testardo avvicinamento a un luogo che per ragioni imperscrutabili e fatali lo scrittore sente proprio. Attratto da quella «ricchezza della povertà» che più volte cita nei suoi resoconti, Berto descrive il suo discendere come quello dei suoi antenati barbari. «Il mio amore per il Sud ha origini antiche, nel sangue e nella mente», scrive l’autore: un amore che è discesa verso il sud verso le terre, «dove le messi crescevano senza tanta fatica». Questo desiderio, come un «bacillo», è rimasto in lui presente, vivo, e a ciò si sono aggiunti i racconti del padre, militare in Sicilia.
Il viaggio descritto nel libro è complesso, in primo luogo, per mancanza di coordinate: «Che cosa sia precisamente il Sud non è facile definire. L’hanno costituito un complesso di fattori storici, geografici, economici e morali molto intricati l’uno nell’altro». Un luogo in cui pessimismo, disincanto, povertà, onestà, raggiro, rabbia e tenerezza si mescolano con una strana idea di fine del mondo. Il Sud è figlio di una «religione oscura del medioevo, quella che ad ogni mezzo secolo prevedeva la fine del mondo e la resa dei conti, quella che considerava peccato farsi un bagno e concepiva la vita entro i termini della colpa e della penitenza».
Questa immagine arcaica, lontana dal capitalismo e dal boom economico (interessanti le pagine in cui l’autore riflette sul disastro del turismo di massa), trova nella Calabria il luogo del suo compimento: «A Reggio di Calabria finisce un mondo e ne comincia un altro», e qui l’erranza del Berto «pellegrino» trova un equilibrio fatto di nostalgia, di impossibilità e di futuro. Finalmente l’autore, dopo un lungo spostarsi (si leggano le pagine Il viaggiatore), scopre il luogo a cui appartenere: «E infine lo trovai come lo avevo immaginato, violento e armonioso e non ancora toccato dagli uomini». Colpisce di tali racconti, infatti, l’assenza, pressoché totale se non nei primi scritti, dell’umano e dell’uomo: è una caratteristica peculiare del libro di Berto, che lo distanzia e dai resoconti di viaggio di Pier Paolo Pasolini, in cui la presenza dell’ego e dello sguardo ideologico del narratore si fa tratti strabordante, e da quelli mansueti, in equilibrio miracoloso tra curiosità e didascalia, di Viaggio in Italia di Guido Piovene. Anzi l’umano visto come progresso, visto come Stato, visto come organizzazione, come strade, come infrastrutture suscita sospetto. 
                                                                       ***
Berto guarda al paesaggio del Sud e della Calabria con un amore difficile e smanioso. Si leggano queste righe in cui descrive Capo Vaticano, luogo che eleggerà a sua dimora negli anni successivi: «Forse perché c’ero arrivato all’improvviso e pieno di scetticismo, mi pareva quello il luogo più bello che avessi mai visto, e in un certo senso anche spaventoso, come se la roccia sulla quale mi trovavo avesse potuto da un momento all’altro franare verso il mare che la chiamava». Berto cerca qualcosa che ricalchi l’antica definizione di «sublime», potrebbe essere questa anche una chiave di lettura della sua opera narrativa, e la Calabria glielo mostra. Ammaliato da questa terribile bellezza, lo scrittore rimane irretito da un mondo così nuovo, proprio perché profondamente antico: «Il mondo era nuovo e misterioso, aveva fatto nascere i miti di Scilla e Cariddi e delle Sirene, e la favola di Ulisse, che per quelle acque era andato navigando, ansioso di conoscere ciò che vi era di più bello e terribile sulla terra». Qui Berto, in questo spuntone di terra, erige la sua casa estranea a tutto e tutti. E così la «Pinnata», come la chiama l’autore, rimarrà nel tempo, forse un po’ «troppo battuta dai venti», incongrua in un paesaggio splendido, proprio come l’opera del grande scrittore che l’ha abitata.

domenica 4 ottobre 2026

Le passioni romane di Goethe

Claudio Rendina
Le passioni romane di Goethe
la Repubblica, 30 ottobre 2005

Il 29 ottobre 1786, ovvero 120 anni fa, l' olimpico Johann Wolfgang Goethe, l' immortale autore del «Faust», è a Roma; è il primo dei due soggiorni che compirà facendo tesoro della sua residenza nella Città Eterna, in una intensa esperienza di cultura e d' amore, che avrà notevole influenza sull' opera letteraria. E' arrivato in incognito, sotto il nome di Jean Philippe Moller per poter godere a pieno del suo tempo «con tranquillità e pace domestica», come egli stesso annota; e va ad alloggiare nella «Casa Moscatelli», una modesta pensione in via del Corso 18, proprio davanti a Palazzo Rondinini, ora divenuta il Museo Goethe. Vi resterà fino al 21 febbraio del 1787, quando partirà per Napoli e la Sicilia, ma ritornerà l' 8 giugno per restarvi fino al 24 aprile del 1788. A Roma scrive opere come «Ifigenia in Tauride», «Wilhelm Meister» e naturalmente le «Elegie Romane» traendo ispirazione per il «Torquato Tasso» al Gianicolo e a Sant' Onofrio, come ricorda una lapide nella chiesa. Mentre nel suo «Viaggio in Italia» riporta tutte le impressioni che questa città sa dargli. Inoltre coltiva la passione per l' arte figurativa, grazie al rapporto con alcuni pittori tedeschi, come Johann Heinrich Tischbein, suo compagno di viaggio e che vive con lui; Johann George Schutz, che ospita nella sua stanza; Friedrich Bury e Jakob Hackert, che alloggiano in alcune soffitte vicine al palazzo Rondinini. Passeggiando con loro tra i ruderi e le bellezze della città è sollecitato a disegnare armato di matita, immortalando i luoghi che maggiormente lo colpiscono. E ha anche una storia d' amore con Faustina Antonini, la figlia dell' oste della scomparsa «Osteria della Campana» in via Monte Savello. L' ha scritto egli stesso in una elegia, raccontando l' approccio con lei nell' osteria con tanto di appuntamento: fa cadere del vino sul tavolo «e con il grazioso dito comincia a tracciare umidi cerchi sulla tavola di legno./Intreccia il mio nome al suo... intreccia cerchi su cerchi, /per cancellare lettere e cifre; ma resta impressa/ nel mio sguardo l' immagine deliziosa del quattro». E' l' ora dell' appuntamento per le quattro di notte, al quale Goethe va, e nasce così quell' amore, ricordato in altre elegie, come in questi versi: «Faustina è la mia felicità:/divide volentieri il letto con me/ e mantiene fede incorrotta al suo fedele». E c' è anche una memoria triste di Goethe a Roma; nel Cimitero Acattolico è sepolto l' unico suo figlio August, che ebbe da Christiane Vulpius, l' Erotikon che ama al ritorno dall' Italia a Weimar e sposa nel 1806; sulla tomba è il ritratto in marmo, ma senza il nome, con la semplice indicazione «Goethe filius».


Luigi Pirandello

Elegie romane di Goethe

Edizione di riferimento:

Luigi Pirandello, Saggi, poesie, scritti vari, a cura di Manlio Lo Vecchio-Musti, collana I classici italiani contemporanei diretta da Giansiro Ferrata, vol. VI, , III edizione riveduta, Arnoldo Modadori editore, Milano, giugno 1973.



III
Non ti rimorda, o cara, che a me cosí presto ti sia
abbandonata! oh credi, di te non penso io male.
 
In vario modo agiscon gli strali d’amor; l’uno punge,
e del tossico lento per anni inferma il cuore;
 
forte impennato l’altro, con taglio di fresco temprato,
penetra le midolle, incendia ratto il sangue.
 
La brama a lo sguardo seguia negli eroici tempi,
quando amavano i numi; il possesso, a la brama.
 
E credi ch’abbia a lungo la Dea d’amor meditato,
quando nel bosco ideo le piacque prima Anchise?
 
Se Luna il bel pastore avesse indugiato a baciare,
oh, svegliato l’avrebbe, invida, Aurora, tosto.
 
Ero a la grande festa Leandro guardò; prontamente
lanciossi il caldo amante giú, nei notturni flutti.
 
Rea Silvia al Tebro s’avvia, la vergin regale,
per attinger de l’acqua, e la sorprende il Nume.
 
Cosi Marte s’avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo.

XV
Non io Cesare avrei tant’oltre in Britannia seguito;
Floro m’avria piú presto tratto in Popinia certo!
 
Ché assai di piú la triste caligin del norte m’è in odio,
che il popolo agitato de l’australi mosche.
 
E d’ora innanti, voi méscite, abbiate un piú caldo
da me saluto, oh voi, care osterie romane!
 
Ch’oggi veder la Bella mi date, a cui scorta è lo zio,
ch’ella sovente, per possedermi, inganna.
 
Avea la mensa nostra corona d’amici tedeschi;
ella cercò di fronte, presso la madre, un posto.
 
Smosse piú volte il banco, e far lo dovette con arte,
poiché mezzo il suo volto e il collo io guadagnai.
 
Ella parlava forte, ben piú che romana non soglia;
mescea, volta a guardarmi; sgarrò, cadde il bicchiere.
 
Scórse sul desco il vino, ed ella col dito sottile
segnò sul ligneo piano umidi cerchi intorno.
 
Intrecciò poi col mio il nome suo dolce; lì fiso
io quel ditin seguia, e bene ella m’ intese.
 
Svelta compose alfine il segno d’un cinque romano,
posevi un’asta innanzi; tosto, com’io lo vidi,
 
cerchi tracciò su cerchi a sperdere lettere e cifre.
Ma il prezioso quattro mi restò qui negli occhi.
 
Muto a seder rimasi, mordendomi il labro infocato,
qual per malizia o gioco, ma pur di voglia ardente.
 
Pria tanto tempo a notte! poi altre quattr’ore d’attesa!
Almo Sole, tu indugi e la tua Roma ammiri.
 
Mai nulla di piú grande vedesti, mai nulla vedrai,
te ‘l predisse, ne l’estro, tuo sacerdote, Orazio.
 
Oh, ma per oggi, o Sole, su lei non t’indugia, e lo sguardo
dai sette colli storna spontaneo e piú veloce.
 
Per amor d’un poeta quest’ore magnifiche abbrevia,
cui con avido sguardo gode il pittor felice;
 
agli alti fastigi vermiglio or via lesto saluta,
a le colonne, ai templi, agli obelischi in cima;
 
quindi nel mar precipita! Domani piú presto vedrai
qual almo t’han serbato gaudio i secoli.
 
Quest’umide maremme sí a lungo di canne coperte,
queste d’alberi e cespi fosche ombreggiate alture,
 
poche capanne un tempo mostraron, poi tu le vedesti
d’un popolo gremite d’avventurosi ladri.
 
Qui tutto quindi da loro fu tratto e assembrato,
cosí che il resto appena d’un guardo tuo fu degno.
 
Sorger vedesti un mondo; vedesti qui un mondo in rovina;
quindi, da le macerie, quasi un piú vasto mondo!
 
Or, ch’io lo possa a lungo da te gloriato ammirare,
accorta a me lo stame lenta la Parca fili;
 
ma presto la bell’ora s’affretti, che a me fu segnata!
Gioja! e non sta scoccando? No; ma già tre n’ascolto.
 
Cosí, Muse mie care, ancor m’ingannaste la noja
di questo lungo tratto che m’ha da lei diviso.
 
Or via di fretta! Addio: né offendervi temo; pur sempre
voi stesse, cosi altere, deste ad Amor la palma.