Lucia Capuzzi
Sanzioni e stop alle importazioni: perché 11 paesi hanno deciso di sfidare Israele sulla Cisgiordania
Avvenire, 9 settembre 2026
Una minaccia diretta alla pace fra Israele e Palestina. Così, in una dichiarazione congiunta, il premier britannico Andy Burnham, l’omologo canadese Mark Carney e il presidente francese Emmanuel Macron hanno definito l’espansione delle colonie – illegali in base al diritto internazionale – in Cisgiordania. Da qui l’urgenza – hanno spiegato i leader – di agire «con una misura forte». Ovvero l’imposizione di sanzioni commerciali nei confronti degli insediamenti e vietare l’importazione di prodotti provenienti da questi ultimi. «Un punto di svolta nella difesa della soluzione dei sue Stati», hanno aggiunto, annunciando una riunione all’Assemblea generale entro il mese sulla questione.
Londra è stata capofila dell’iniziativa a cui si sono uniti con slancio Parigi e Ottawa oltre ad altri otto Paesi europei – Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Svezia –, mentre Belgio , Paesi Bassi e Spagna avevano già varato misure analoghe in precedenza. Il neo-ministro degli Esteri britannico, Ed Miliband, l’ha annunciata con enfasi in Parlamento, segnando una discontinuità tra l’attuale governo e l’esecutivo precedente, guidato da Keir Starmer. «Sono orgoglioso della mia identità ebraica e incrollabile nel mio sostegno allo Stato di Israele – ha affermato Miliband –. E non c’è alcuna contraddizione tra questo e il mio sostegno allo Stato di Palestina». Israele è di tutt’altro parere come dimostra la dura reazione del governo di Benjamin Netanyahu. Il ministro degli Esteri, Gideon Saar, ha annunciato la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme e il divieto di entrata per dodici funzionari di Londra, accusati di essere «coinvolti in attività anti-israeliane e antisemite». Tra loro anche Jeremy Corbyn. L’azione congiunta rappresenta una reazione di fronte all’aumento della violenza nei Territori. Nonché una risposta indiretta all’immobilismo dell’Amministrazione Trump: anche ieri il segretario di Stato, Marco Rubio, ha ribadito la contrarietà alle sanzioni, pur precisando di non volere una «Cisgiordania destabilizzata». Soprattutto, però, la mossa degli undici è una risposta indiretta all’immobilismo dell’Ue. A luglio, la Commissione aveva dato mandato al Consiglio Europeo di decidere sulla questione ma finora non l’ha fatto per l’impossibilità di raggiungere la maggioranza qualificata. I Paesi membri agiscono, dunque, in ordine sparso, creando un fronte allargato oltre i confini dell’Unione. «Così si rischia di distorcere il mercato», ha detto il capo della Farnesina, Antonio Tajani, per spiegare la scelta dell’Italia di non aderire all’iniziativa che prende di mira quanti forniscono – siano aziende o individui – servizi per l’espansione delle colonie, come edilizia, infrastrutture, finanza o immobiliare.
Difficile prevedere l’impatto reale della misura sull’economia israeliana. Secondo l’Associazione dei produttori israeliani meno del 5 per cento delle esportazioni proviene dagli insediamenti. In particolare dall’area tra Barkan, Ariel e Maaleh Adumim, dove si concentrano gli impianti di lavorazione meccanica, l’assemblaggio di componenti elettronici e la realizzazione di materie plastiche. A subire gli effetti maggiori, però, potrebbero essere le banche, i cui finanziamenti per infrastrutture e edilizia sono cruciali per l’avanzata dei coloni. Colpirle, però, non è facile dato il loro ruolo di collegamento tra l’Autorità nazionale palestinese e il sistema finanziario internazionale. Questo spiega una certa cautela: al momento non si sa se e quali istituti saranno oggetto di sanzioni e a quali condizioni.
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