mercoledì 23 settembre 2026

Lezioni tedesche

Francesco Strazzari
Unità e identità, lezioni tedesche per l'opposizione

il manifesto, 23 settembre 2026

In Sassonia-Anhalt l’affluenza è cresciuta di quasi diciotto punti e ha portato alle urne elettori dell’AfD; a Berlino è cresciuta di dieci punti e ha premiato la Linke. In entrambi i casi il voto in più è andato a chi prometteva una rottura e a pagare sono stati i partiti di governo: nella capitale la Spd tocca il minimo storico al 12 per cento, la Cdu perde 8 punti.

Il voto di rottura non è disattivabile. Dove la sinistra lo attraversa, lo prende; dove lascia lo spazio vuoto, lo prende l’estrema destra. Nella capitale la sinistra si è caratterizzata con una campagna sugli affitti e sull’esproprio dei grandi proprietari immobiliari e una critica esplicita alla politica di Merz su Israele. È una risposta al paradosso che inquieta le sinistre di governo da Madrid a Brasilia: non si vince amministrando meglio, si vince restituendo controllo su qualcosa che si sente sfuggito di mano. A Berlino era il canone di locazione, la cosa più materiale che esista.

Un’altra lezione riguarda chi paga il prezzo dell’onda nera, e non è la sinistra. Il cadavere del giorno è la Cdu: sparita a Schwerin, arretrata di 8 punti nella capitale. Dove la destra tradizionale insegue temi e linguaggio dell’estrema destra, perde male. Con la Cdu fuori dal Landtag una maggioranza rosso-rosso-verde diventa possibile – per quanto la stampa tedesca faccia di tutto per scongiurarla, accampando accuse di islamismo e antisemitismo – e l’AfD resta l’unica opposizione. È il dilemma della Brandmauer (il muro tagliafuoco) nella forma più pura: un’alternanza organizzata tutta dentro l’argine consegna all’estrema destra il monopolio del malcontento. Alice Weidel l’ha capito subito, rivendicando che l’AfD è ormai il primo partito del Paese; Merz ha ammesso il disastro ma ha annunciato che non si muove.

Una terza lezione interessa chi in Italia discute di fronti unitari. In Meclemburgo è rimasta fuori anche la Bsw di Sahra Wagenknecht (intorno al 4,8) che anche a Berlino si è fermata, in calo e sotto soglia, al 4,7. Se in Sassonia-Anhalt si era offerta come sponda, qui non può offrire niente a nessuno. La Linke ha vinto la capitale dopo aver preso le distanze dal rossobrunismo su migranti e Russia. Un risultato che sorprende solo se si confonde l’unità con l’aritmetica: un fronte non è la somma di chi sta genericamente contro. Se include chi argomenta come l’avversario perde riconoscibilità e dunque la capacità di mobilitare che si è mostrata decisiva per la vittoria.

Riconoscibile, però, dentro un’alleanza che ora deve nascere. Ed è qui che Schwerin parla a Roma più di Berlino. Per governare servono Spd, Linke e Verdi, cioè tre posizioni inconciliabili sulla guerra: una Spd il cui governo regionale creò una fondazione per il clima (finita oggetto di inchiesta) allo scopo di completare Nord Stream 2 aggirando le sanzioni americane; i Verdi, che in questa legislatura sono stati la forza più atlantista sull’Ucraina; una Linke contraria all’invio di armi e al riarmo. Nessuno dei tre convincerà gli altri, del resto un Land non fa politica estera, anche se vota al Bundesrat, che non è irrilevante su scelte di riarmo.

Un disaccordo, messo per iscritto, diventa potere di veto. Se l’accordo si farà non sarà perché qualcuno ha ceduto, ma perché avranno esplicitato che cosa decidono insieme e su che cosa si astengono. È la tecnica tedesca delle clausole di astensione, che manca esattamente in Italia, dove spesso si pretende che l’intesa preceda la discussione e poi si scopre che, sotto le foglie di fico, non c’era niente.

Che l’ampiezza conti lo dimostra una scelta opposta e altrettanto istruttiva. In Serbia si vota il 25 ottobre, dopo due anni di proteste seguite alla strage di Novi Sad, con Vucic che lascia la presidenza per candidarsi premier. Il movimento studentesco ha depositato la lista «Gli studenti vincono» con 75mila firme, e diversi partiti d’opposizione hanno rinunciato a presentarsi per non disperdere voti: fra questi il Fronte Verdi-Sinistra, che aveva dieci seggi. Per una piccola formazione rinunciare al simbolo e a eletti significa dissolversi proprio quando si potrebbe capitalizzare. L’hanno fatto perché contro un regime che reprime e manipola le regole la posta non è la rappresentanza ma la possibilità stessa dell’alternanza. Resta l’avvertenza: alla lista ha offerto sostegno anche l’ultradestra di Dveri, e con essa la domanda su che cosa si accetti di condividere e fino a dove.

Le due indicazioni si contraddicono solo in apparenza: dove la competizione è compromessa, l’unità della scheda può valere il sacrificio dell’identità di partito, ma è un investimento a perdere se non si contratta qualcosa di scritto: regole, garanzie, programma di transizione. Dove la competizione è aperta, come da noi, la larghezza resta certo indispensabile, ma si tiene solo se ciascuno resta riconoscibile dentro di essa: non un fronte che cancella le differenze fingendo un’unanimità inesistente, né uno che le rinvia al giorno dopo il voto, ma un’alleanza che le nomina, le contratta e dice come intende governarle.

Resta il quadro internazionale, che stringe tutto. Un cancelliere delegittimato a metà mandato governa la potenza che decide i tempi del riarmo europeo, le regole di bilancio e il margine dell’Unione sull’Ucraina. Un’AfD prima in tre parlamenti dell’est, mentre il fianco orientale registra sabotaggi e droni, trasforma la politica estera tedesca in una variabile di quella interna. E un’Europa che ha trovato unità solo sul nemico comune regala all’estrema destra il suo argomento migliore. È qui che la sinistra deve decidere se essere argine o direzione. In una città importante ha mostrato che può essere entrambe. In un Land, a trecento chilometri, che non basta desiderarlo.

Nessun commento:

Posta un commento